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Tomaso Montanari
Cecchi, il sottosegretario che sa troppo (più del ministro)
1 Dicembre 2011
Beni culturali
Nell’ultima tornata di nomine, molte le ombre, a cominciare dal Mibac per cui si va delineando una governance a rischio. Il Fatto Quotidiano, 1° dicembre 2011 (m.p.g.)

Ornaghi e Cecchi, la strana coppia. Il neoministro dei Beni culturali che non sa nulla di Beni culturali, si è visto imporre un sottosegretario, Roberto Cecchi, che rischia di saperne anche troppo. Fortemente caldeggiata da Montezemolo e da una parte del PD, la sua nomina appare, già in queste ore, la più sbagliata possibile: nonostante gli inviti di Ornaghi, Cecchi ha rifiutato ieri di dimettersi dalla carica di Segretario generale del Ministero.

Il sistema di potere attentamente costruito da Cecchi è perfettamente bipartisan: prima alleato del sottosegretario PDL Francesco Giro, egli è ora intrinseco del presidente del Consiglio superiore dei Beni culturali, l’ex comunista ma oggi molto morbido Andrea Carandini, suo garante presso il PD.

Ora Cecchi è a un bivio fatale: da una parte, la sua conoscenza della macchina ministeriale potrebbe permettergli di fagocitare l’inconsapevole Ornaghi; dall’altra, la sua incipiente carriera politica potrebbe esser stroncata dagli strascichi di qualcuno dei molti incidenti che hanno funestato la sua resistibile ascesa.

Come commissario straordinario dell’area archeologica di Roma, Cecchi è stato accusato da Italia Nostra di «riprovevole carenza di trasparenza amministrativa»: una carenza che ha raggiunto l’apice nella svendita del Colosseo alla Tod’s di Diego Della Valle, caso macroscopico di ‘privatizzazione’ di un monumento simbolo dell’identità nazionale, per giunta con utile pubblico incomparabilmente inferiore al valore di mercato (e non a caso la gratitudine di Montezemolo è arrivata al momento giusto).

Italia Nostra ha anche fatto notare che l’architetto Cecchi ha concentrato ingenti risorse economiche sulla verifica del (lì modestissimo) rischio sismico (il cui studio gestisce direttamente) a scapito dei problemi (questi invece serissimi) di dissesto idrogeologico che mettono a rischio tutta l’area del Palatino, e per i quali il commissario non ha fatto niente.

Come direttore generale, invece, Cecchi è stato protagonista in due vicende imbarazzanti. Nell’autunno del 2009 egli tolse il vincolo ad un preziosissimo mobile settecentesco, contro il parere dell’Ufficio legislativo del MiBAC, e facendo invece leva sull’unica voce stranamente fuori dal coro, quella del Comitato tecnico scientifico. Grazie alle intercettazioni telefoniche e agli interrogatori disposti dalla Procura di Roma si è poi appreso che proprio Roberto Cecchi aveva condotto alle riunioni di quel comitato l’avvocato dei proprietari del mobile: un comportamento senza precedenti, e assai irrituale da parte di chi doveva agire nell’esclusivo interesse dello Stato. Per questa vicenda Cecchi è stato indagato per abuso d’ufficio e non rinviato a giudizio (a differenza dell’avvocato Giovanni Ciarrocca, curiosamente).

Ancora più concreto è il coinvolgimento di Cecchi nel pasticcio del finto crocifisso di Michelangelo acquistato dal Ministero sotto Sandro Bondi. È stato lui a decidere di comprarlo, a fissare il prezzo, ad andare al TG1 con l’opera sottobraccio e quindi a firmare la risposta all’interrogazione parlamentare. Proprio in queste settimane la Corte dei Conti sta passando dalla fase istruttoria a quella dibattimentale, e tra poco Cecchi potrebbe esser chiamato a spiegare perché un’opera anonima che vale circa 50.000 euro sia stata pagata dai contribuenti italiani 3.250.000 euro.

Per tacere, poi, della brutta storia della truffa ai danni del MiBAC per cui è indagato l’amico ed editore di Cecchi Armando Verdiglione.

Chi ha a cuore la tutela del patrimonio storico-artistico ha considerato la nomina di Ornaghi come un’occasione perduta. Con quella di Cecchi c’è invece da temere che l’occasione non venga persa per nulla. Ma in un senso diametralmente opposto.

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