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Pietro Barucci
Caro Vezio, quella Napoli è la tua città
15 Agosto 2010
Recensioni e segnalazioni
Un commento al libro di Vezio De Lucia in una lettera a il manifesto, 14 agosto 2010, e una risposta dell’Autore per eddyburg

Il lungo articolo di Enrico Pugliese dal titolo Napoli trasformista (il manifesto dell'11 luglio) prende le mosse dal recente libro di Vezio De Lucia Le mie città, di cui ci dà una sommaria ma ben calibrata recensione e che usa poi come filo conduttore per proseguire in una puntuale rassegna delle vicende vissute dalla più importante città del meridione italiano negli ultimi decenni, sotto il profilo urbanistico, politico-amministrativo e sociale. Sono amico ed estimatore di De Lucia da almeno trent'anni, trovo pertinente la descrizione delle varie "stagioni" vissute dall'amministrazione napoletana, mi associo a Pugliese nel giudizio positivo sul libro. Ma proprio per questo mi sembra necessaria qualche puntualizzazione.

Nel gennaio 1982, quando a Napoli "la ricostruzione" era nel suo pieno sviluppo, le cronache non parlavano d'altro. La struttura preposta alla gestione del Piano era il cosiddetto Commissariato straordinario di governo diretto da De Lucia; i funzionari erano i ben noti "Ragazzi del Piano", la figura politica di riferimento era il sindaco Maurizio Valenzi, sorretto da un'ampia maggioranza di sinistra. In quell'occasione fui invitato ad assumere l'incarico di architetto coordinatore di uno dei maggiori concessionari, il Consorzio Barra - San Giovanni - Pazzigno.

Il nitore morale che aleggiava nelle stanze del commissariato, l'interesse disciplinare per l'operazione urbanistica impostata con criteri innovativi, la presenza carismatica di Vezio mi conquistarono e accettai l'incarico, che durò per oltre dodici anni. I primi anni restano indimenticabili, dominati dalla figura di De Lucia, che avviò l'enorme programma urbanistico e costruttivo muovendosi con abilità in una scena turbolenta in cui tutti i numerosi operatori marciavano all'unisono solo grazie al clima di straordinaria partecipazione da lui creato. Proprio per questo trovo singolare e ingiusto che, a differenza dei politici, dei consulenti, dei funzionari, degli urbanisti, dei giornalisti che hanno partecipato alla creazione e all'avviamento del Piano, tutti citati e riveriti, Vezio ignori totalmente il gruppo dei progettisti. Faccio questo appunto non per quel che mi riguarda, dato che l'unica citazione che si concede sulle «centinaia di progettisti mobilitati» si riferisce alla «passione e alla qualità professionale e umana di Pietro Barucci».

Appena il Pci perse la maggioranza al Comune, cadde il sindaco Valenzi e Vezio De Lucia si dimise dalla direzione del Commissariato. Era l'ottobre 1983. Comprendo bene la legittimità di quella decisione, ma sono molto meravigliato del modo in cui Vezio ne tratta la descrizione. Poche pagine, un latente senso di colpa, una prosa elusiva, sfuggente, l'ammissione del sostanziale insuccesso del Piano. Una presa di distanza così vistosa e totale, trascurando l'importanza di quel tentativo che resta comunque grandioso sul piano culturale, politico e amministrativo, non solo appare fuori luogo dal punto di vista storico, ma suona come un vuoto improvviso, una pausa accidentale nella catena di esperienze e dei molti successi raccontata da Le mie città. A mio parere la Napoli della giunta Valenzi, per il complesso di opere impostate, avviate e parzialmente realizzate durante la gestione coordinata da Vezio De Lucia, è stata e resta a pieno titolo una delle sue città, a prescindere dai profondi stravolgimenti degli anni successivi e malgrado il suo svogliato resoconto attuale.

Vezio De Lucia risponde

Ma non è vero, caro Pietro, che prendo le distanze dalla ricostruzione di Napoli, né sono afflitto – e poi perché? – da sensi di colpa, né mi pare di aver fatto ricorso a una prosa elusiva e sfuggente. Nel mio libro scrivo che la ricostruzione ai tempi di Valenzi fu un’esperienza che ha avuto almeno il merito di aver dato una dozzina di parchi e giardini e qualche buon esempio di recupero alla città che nei primi trent’anni del dopoguerra aveva conosciuto solo asfalto e cemento. Forse è poco, hai ragione, e spero che il tuo intervento contribuisca ad avviare una riflessione più approfondita su quella vicenda.

E poi, Napoli non è una delle mie città, è la mia città. “Sta scritta nel palmo delle mie mani”.

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