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Lee H. James A.; Hamilton Baker
Cambiare radicalmente la politica per l'Iraq
8 Dicembre 2006
Scritti su cui riflettere
La lettera introduttiva dei due co-presidenti al rapporto dello Iraq Study Group, dicembre 2006, con schede e un articolo di Michele Giorgio dal manifesto del 7 dicembre. PDF del Rapporto scaricabile (f.b.)

The Iraq Study Group Report, dicembre 2006 (trad. per Eddyburg di Fabrizio Bottini)

Lettera introduttiva dei Co-Presidenti della Commissione

Non c’è una formula magica per risolvere i problemi dell’Iraq. Comunque, ci sono azioni che possono essere intraprese per migliorare la situazione e proteggere gli interessi americani.

Molti americani sono insoddisfatti, non soltanto per la situazione in Iraq ma per lo stato del nostro dibattito politico riguardo all’Iraq. I nostri dirigenti politici devono assolutamente assumere un atteggiamento bipartisan per giungere ad una conclusione responsabile di quella che è diventata una guerra lunga e costosa. Il nostro paese si merita un dibattito più orientate alla concretezza e meno alla retorica, una politica adeguatamente finanziata e sostenibile. Il Presidente e il Congresso devono lavorare insieme. Il nostri leaders devono essere espliciti e diretti nel rivolgersi al popolo americano per ottenere il suo sostegno.

Nessuno può garantire che qualunque azione intrapresa in Iraq a questo stato delle cose possa arrestare la guerra tra le fazioni, l’aumento della violenza, lo scivolamento verso il caos. Se prosegue l’attuale tendenza, le conseguenze potrebbero essere gravi. Per il ruolo e responsabilità degli Stati Uniti in Iraq, e gli impegni presi dal nostro governo, il paese ha obblighi particolari.

Dobbiamo fare il massimo possibile per affrontare i molti problemi dell’Iraq. Gli Stati Uniti hanno relazioni di lungo termine e interessi in gioco in Medio Oriente, e devono proseguire nel loro coinvolgimento.

In questo rapporto unitario, noi dieci membri dell’ Iraq Study Group proponiamo un nuovo approccio perché riteniamo che esista una via migliore. Non sono state ancora esaurite tutte le possibilità. Crediamo sia ancora possibile perseguire politiche diverse, tali da dare all’Iraq l’occasione di un futuro migliore, combattere il terrorismo, stabilizzare una regione cruciale per il mondo intero, proteggere la credibilità dell’America, i suoi interessi, i suoi valori. Il nostro rapporto esplicita anche come il governo e il popolo iracheno debbano agire per ottenere un futuro stabile e di speranza.

Quanto raccomandiamo richiede una enorme volontà politica e cooperazione fra le branche esecutiva e legislativa del governo americano. Richiede un’attuazione accorta. Richiede unità di impegno da parte delle agenzie governative. E il suo successo dipende dall’unità del popolo americano in un momento di polarizzazione politica. Gli americani possono e devono poter contare sul diritto a un onesto dibattito in un quadro democratico. Ma la politica estera degli U.S.A. è destinata al fallimento – insieme a qualunque azione intrapresa nel caso dell’Iraq – se non ha il sostegno di un ampio consenso. Obiettivo del nostro rapporto è di spostare il paese in direzione di tale consenso.

Vogliamo ringraziare tutti gli interpellati, e chi ha contribuito con informazioni e assistenza al Gruppo di Studio, sia all’interno che all’esterno del governo U.S.A., in Iraq, e in tutto il mondo. Ringraziamo i componenti del gruppo di lavoro di esperti, e il personale delle organizzazioni coinvolte. In modo particolare, ringraziamo i nostri colleghi dello Study Group, che hanno lavorato con noi su queste difficili questioni, con generosità e spirito bipartisan.

Nel presentare il nostro rapporto al Presidente, al Congresso, e al popolo americano, lo dedichiamo alle donne e agli uomini – militari e civili – che hanno prestato servizio in Iraq, alle loro famiglie in patria. Hanno dimostrato uno straordinario coraggio, e compiuto difficili sacrifici. Ogni americano è il debito con loro.

Onoriamo anche i molti iracheni che si sono sacrificati per il bene del loro paese, e i componenti della Forza di Coalizione che si sono schierati insieme a noi e al popolo dell’Iraq.

James A. Baker, III - Lee H. Hamilton

Di seguito: le schede informative sui due co-presidenti Baker e Hamilton, proposte dal manifesto il 7 dicembre 2006, e un articolo di commento di Michele Giorgio dallo stesso giornale (f.b.)

James A. Baker III da piccolo era un democratico. Passa con i repubblicani a quarant'anni per militare nella campagna che nel 1970 cerca di portare al Senato, senza successo, il suo più vecchio amico: Bush padre. Nasce da quella fallita campagna elettorale l'intera vita successiva di Baker, spesa a fare il capo dello staff di Reagan, poi il suo ministro del tesoro, quindi al consiglio per la sicurezza nazionale, infine capo dello staff e segretario di stato di Bush padre. In quegli anni trova anche il tempo e i miliardi per salvare dalla bancarotta un'azienda in crisi: la Arbusto, la ditta di Bush figlio. Nel '93 esce dalla scena governativa, fonda il James Baker Institute e si dedica al super-lobbismo: è tra i padri della coalizione della prima guerra del Golfo, entra nel consiglio d'amministrazione di diverse società (come il Carlyle group) e si arricchisce immensamente, nel 2000 è fra i protagonisti della battaglia legale in Florida che regala a Bush figlio la presidenza. E' un vetero-con, temporaneamente accantonato dalla travolgente onda neo-con e ora riportato al centro della scena proprio dal loro fallimento.

Lee H. Hamilton è un campione moderato, un cacciatore del compromesso, un professionista del bipartisan. La biografia politica dell'uomo che insieme a James Baker ha firmato il rapporto del parlamento americano sull'Iraq è quella di un oliatore professionista: figlio di un pastore metodista della Florida, 74 anni dei quali ben 34 passati alla Camera - in cui entrò poco più che trentenne al seguito di Lyndon Johnson - Hamilton entrò nell'allora Foreign affairs comittee della Camera (che oggi si chiama Comitato per le relazioni internazionali ed è il luogo in cui il parlamento americano decide la politica estera dal paese), scegliendo di restarci anche quando, anni dopo, gli venne offerta una prestigiosa candidatura al Senato. E' conosciuto per avere rapporti particolarmente stretti con la Casa Bianca, anche quando è guidata dai repubblicani. Negli anni '80 frenò gli attacchi democratici a Reagan durante lo scandato Iran-Contra. Si è opposto più volte a obbligare l'ex ministro della difesa Rumsfeld a deporre sotto giuramento davanti alla commissione che indagava sull'11 settembre.

Michele Giorgio, La terapia Baker non guarirà Bush

Le reazioni con motivazioni opposte, gli analisti arabi e israeliani restano scettici sul cambiamento

Alla fine la ricetta di James Baker per far uscire gli Stati Uniti dalle sabbie mobili dell'Iraq e del Medio Oriente, è stata consegnata: meno forze da combattimento e più sostegno tecnico e di addestramento ai reparti di sicurezza iracheni, più coinvolgimento diplomatico nel conflitto israelo-palestinese e un atteggiamento meno aggressivo, se non di dialogo vero e proprio, nei confronti della Siria e dell'Iran. Gli analisti arabi e, con motivazioni opposte, quelli israeliani tuttavia dubitano che l'Amministrazione Bush seguirà la terapia indicata dall'ex Segretario di stato e pensano che gli Usa si limiteranno a modificare l'utilizzo delle truppe Usa in Iraq. «Più volte in passato esponenti di varie Amministrazioni americane, una volta terminato il loro incarico, hanno avanzato proposte fondate sul buon senso. Ma alla fine i presidenti in carica svolgono sempre la stessa politica, che è di aperto appoggio alle posizioni israeliane», ha commentato l'analista palestinese Ghassan Khatib del Centro media e comunicazione di Gerusalemme Est. «Staremo a vedere - ha aggiunto - in ogni caso un ipotetico maggior coinvolgimento Usa (nel conflitto israelo-palestinese) per essere effettivo dovrà fondarsi sulle risoluzioni internazionali e mantenersi neutrale. Altrimenti rimarremo al punto di partenza».

Tra gli analisti arabi il giudizio è simile. «Quello che mi attendo nei prossimi mesi è solo lo spostamento graduale delle forze armate statunitensi dal centro e dal sud dell'Iraq verso il nord del Paese in modo da limitare il più possibile le perdite americane e favorire, con una adeguata assistenza tecnica, il coinvolgimento dei reparti iracheni», ha detto l'egiziano Mohammed Sayyed Said, del Centro studi strategici Al-Ahram del Cairo. «Prevedo anche cambiamenti nelle relazioni con le varie organizzazioni politiche irachene per favorire la riconciliazione ma oltre a ciò non riesco a immaginare un atteggiamento nuovo nei confronti di Siria e Iran nonostante questi due Paesi siano in grado di svolgere politiche effettive per stabilizzare l'Iraq. Ancora meno credo che Washington scelga di lasciarsi coinvolgere maggiormente nella questione israelo-palestinese», ha previsto. In casa araba tuttavia non mancano reazioni più articolate al rapporto-Baker. «Il punto non è cosa Bush pensa o vorrebbe fare - ha dichiarato Mouin Rabbani, dell'ufficio di Amman dell'International crisis group - è evidente che il presidente americano desidera portare avanti la sua 'guerra preventiva' e di isolamento totale di quei paesi che ha descritto come Asse del Male. Sul terreno però le cose vanno nella direzione opposta e Bush oggi è obbligato a riscoprire il multilateralismo, a cercare il consenso degli europei e, infine, a riaprire canali di collegamento in particolare con la Siria ma anche con l'Iran». Rabbani è convinto che Washington ricercherà la collaborazione indiretta della Siria per stabilizzare l'Iraq e metterà da parte, almeno per il momento, piani di attacco contro le centrali nucleari iraniane.

Duro il giudizio dell'esperto israeliano Gerald Steinberg, del Centro studi Begin-Sadat. «L'ex Segretario di stato è sempre stato un sostenitore della Siria ed ostile nei confronti di Israele - ha commentato - in realtà sta cercando di riorganizzare a 15 anni di distanza una nuova Conferenza di Madrid. Il suo tentativo è destinato al fallimento perché questa Amministrazione americana ha capito la natura del regime siriano e pertanto non cambierà posizione». Israele, secondo Steinberg, «è tranquillo perché la linea americana verso la Siria non è destinata a cambiare in modo sostanziale mentre con l'Iran di Ahmadinejad non è possibile alcun dialogo anche se dopo gli sviluppi recenti è probabile che Washington chiuda nel cassetto i piani per un attacco militare alle centrali iraniane». Steinberg infine ha escluso novità di rilievo per il conflitto israelo- palestinese: «È una questione molto vecchia - ha commentato - ormai avviata da tempo su binari noti, come la Road Map, sostenuti proprio dagli Usa. Ipotizzare stravolgimenti è pura fantasia».

Nota: di seguito scaricabile il PDF del Rapporto (f.b.)

Iraq_Study_Group_Report

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