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Agostino Petrillo
Bricolage urbano per città senza qualità
3 Marzo 2009
Un saggio sull’abusivismo in Italia, fra rigore storico e debolezza d’analisi di un fenomeno ancora presente, seppur diverso. Da il manifesto, 3 marzo 2009 (m.p.g.)

Un nuovo tipo urbano ha preso forma in questo inizio millennio. È la città marginale, informale ben descritta negli ultimi anni da Mike Davis. Una gigantesca città «nuova», in buona parte «illegale», che nel terzo mondo sempre più da presso assedia i centri, raggiungendo dimensioni preponderanti rispetto a quella «ufficiale» e legale. La conseguenza di una crescente «perdita di controllo» su quanto viene edificato è il dilagare di una «città qualunque» monotona e miserabile, che racchiude un'umanità impoverita e superflua. Le città «illegali» non si sviluppano però solo nelle mega-città «terzomondiali», ma sempre più frequentemente si affacciano anche nei paesi sviluppati.

Nel nostro paese l'autocostruzione non rappresenta una novità, come mostra l'annosa vicenda dell'abusivismo. Ma come inquadrare in un simile contesto globale la questione italiana dell'abitare illegale? Appartiene ad un ciclo produttivo ed edilizio ormai trascorso, e a congiunture superate (ancorché irrisolte nei nodi di fondo) del governo urbano, o ci parla ancora dell'oggi? Ed è possibile in qualche modo assimilare la stagione dell'abusivismo a quella dello sviluppo attuale della città informale?

Questi gli interrogativi che derivano dalla lettura del recente lavoro di Federico Zanfi, Città latenti. Il suo testo esordisce offrendo una disamina estremamente puntuale della vicenda dell'abusivismo nel nostro paese. Vengono con rigore ripercorsi alcuni momenti salienti della storia italiana del secondo dopoguerra, segnata da eventi dirompenti: i crolli di Agrigento del 1966, l'esplosione del litorale laziale nei Sessanta e Settanta, l'abusivismo calabrese e siciliano e l'emergere pervasivo di un tessuto autocostruito che invade tutto il Sud. La vicenda che conduce alla formazione di metropoli spontanee nel nostro paese viene ricostruita con attenzione intelligente, fino al suo culminare nella figura del mostro edilizio, dell'ecomostro. Il risalto che con sempre maggior frequenza viene dato a realtà di questo genere, magari celebrandone mediaticamente la distruzione, fa rimanere in ombra la realtà pulviscolare e quantitativamente rilevantissima di Italia autocostruita.

Del fenomeno vengono esplorate le cause: i limiti della normativa, le pretese eccessive di controllo e razionalizzazione dell'urbanistica classica, l' inadeguatezza della produzione «formale» e il conseguente scarto tra domanda e offerta pubblica di abitazione, la concentrazione nel bene-casa di una serie di valenze simboliche e culturali, la presenza di familismi amorali e di speculazioni immobiliari. Viene altresì indagato il ruolo giocato dalle amministrazioni locali: in alcuni casi tollerano, in altri esercitano una sorta di governamentalità foucaultiana, compensando così, chiudendo un occhio sull'autocostruzione, l'incapacità di risolvere diversamente le tensioni sociali. Forme di mobilitazione «individualistiche» o «parentali» vengono dunque tacitamente accolte da chi sempre meno riesce a distinguere tra «bene pubblico» e «bene privato», e la condiscendenza diviene elemento integrante di una pratica di governo cinica o distratta, spesso fondata sulla gestione di clientele e di relazioni di tipo personale.

Tutto questo appartiene però al nostro passato recente. Oggi la questione si pone ormai in maniera diversa. Per un verso tramonta il progetto abitativo di lungo respiro che aveva attraversato una certa fase della storia italiana: la casa per sé, la casa in cui tornare per il migrante, la casetta del mare, l'appartamento per i figli, o il piano sopraelevato loro destinato. Di questi sogni dice giustamente Zanfi rimangono quale segno concreto sul territorio edificazioni di bassa qualità, prive di servizi, in parte unfinished, con i «ferri di chiamata sporgenti dall'ultimo piano... corrosi», simbolo di un «nuovo che non è arrivato». Rimane il problema di che cosa fare con questi «cascami di città» rimasti incistati, svuotati di senso, abitati malamente e precariamente come mostrano alcune delle interviste e dei saggi fotografici che corredano il testo.

La questione della città abusiva viene perciò in queste pagine caricata di una ulteriore valenza, viene letta come una questione-limite, una cartina di tornasole su cui fondare un giudizio sull'urbanistica tradizionale e su cui tarare le possibilità di una prassi urbana progettuale. Vi è una sorta di esaltazione del carattere auto poietico dell'abusivismo, che diviene evidente nella parte progettuale del volume, che presenta una serie di soluzioni «naturali» della questione del patrimonio abusivo esistente. Un certo organicismo di fondo aleggia su questa parte progettuale-propositiva. Nelle cristallizzazioni già esistenti si interviene in maniera il più possibile «morbida», limando, aggiustando, conglomerando, ritessendo un insieme di filamenti scomposti. Parole d'ordine di questa prassi sono termini quali «decostruire, spostare e lasciar deperire». Vengono proposti di fronte al «fallimento dell'approccio legalista e risolutore» processi che cerchino di «ottenere il massimo da condizioni già esistenti».

Se alcuni dei suggerimenti della parte progettuale tratteggiata da Zanfi hanno una loro indubbia validità «provvisoria» e offrono un contributo interessante alla soluzione di problemi specifici, è la visione d'insieme che non soddisfa del tutto. Non si può sfuggire alla sensazione che il problema venga in queste pagine delineato con un atteggiamento che rivela una sorta di rassegnazione di fronte ad uno stato di fatto, ma che nel complesso elude un'analisi di fondo. Qual è il rapporto tra i poteri e il loro esercizio sul territorio nella modernità tarda o «avanzata»? Perché l'abusivismo è per esempio stato storicamente pressoché assente lì dove vi era la presenza di poteri «forti» e socialmente radicati a «mettere in forma» i territori? E, ultima considerazione, ha senso concentrare la propria attenzione su quanto rimane di quel determinato ciclo di «città informale» e lasciare alle politiche degli sgomberi e della distruzione sistematica l'altro autocostruito, quello di recente fioritura delle baracche e degli slums di casa nostra?

FEDERICO ZANFI, CITTÀ LATENTI. UN PROGETTO PER L'ITALIA ABUSIVA, BRUNO MONDADORI, PP. 287, EURO 25

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