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Vittorio Emiliani
Beni Culturali: libero abuso in libero Stato
25 Febbraio 2005
Il Bel paese
“Urbani è fatto così: protesta, ma poi si adegua”. Esemplare di una nuova generazione di italiani; ma la prossima, se andiamo avanti così, si adeguerà senza protestare. Da l’Unità del 25 febbraio 2005

Quelli che viviamo sono i peggiori anni per la cultura e per i suoi beni. Il governo Berlusconi, stavolta per mano del fresco ministro della Funzione pubblica, Mario Baccini, si accinge a stabilire, per regolamento, che, per fare lavori impegnativi anche in un edificio vincolato, basterà la dichiarazione d’inizio attività. Se la Soprintendenza competente non risponderà in tempo, per ragioni anche gravi (perché in quel momento i suoi sparuti funzionari sono in altre faccende immersi), scatterà il silenzio/assenso. Meccanismo che stravolge i criteri stessi della tutela: un vincolo architettonico, storico-artistico o paesistico non viene apposto per sfizio bensì per ragioni che esprimono un interesse generale; per apporlo ci son voluti magari anni e in poco tempo i suoi effetti vengono nullificati.

Diventano “carta straccia”, come ha ben detto su «Repubblica» Salvatore Settis, uno specialista che, da qualche tempo, sta denunciando la politica distruttiva di questo governo e dei suoi ministri, dopo essere stato fra gli esperti e i presentatori del Codice Urbani. Già, e il ministro Urbani? Ha detto subito che la norma Baccini non può venire applicata ai Beni culturali. E a cos’altro, di grazia? La dichiarazione d’inizio attività per gli immobili non soggetti a vincolo è, purtroppo, in vigore da anni. La indignata presidente di «Italia Nostra», Desideria Pasolini dall’Onda ha osservato: «Non ci rassicura la reazione di Urbani: aveva detto di no anche al condono paesaggistico contenuto nella legge-delega sull’ambiente, ma nessuno lo ha ascoltato». In effetti, Urbani è fatto così: protesta, ma poi si adegua.

Con la norma Baccini, siamo di fronte ad una nuova “semplificazione” perfettamente coerente col proposito berlusconiano di consentire a tutti i padroni e padroncini di qualcosa di poter dire: «Ognuno è padrone a casa sua». Per anteporre gli interessi privati all’interesse generale, lui “semplifica” non passando dal Parlamento, “semplifica” eliminando ogni volta che può il potere tecnico-scientifico dei Soprintendenti, diventato, col Codice Urbani, preventivo e soltanto consultivo. Berlusconi ha dato il buon esempio ponendo, per decreto, il segreto di Stato su tutti gli edifici di sua proprietà, su quelli della numerosa famiglia (allargata) e dei collaboratori “non indicati”. Così, a partire dal tombone di famiglia ad Arcore, tutto è al riparo da occhi indiscreti, anche da quelli di un Soprintendente. Misure inaudite.

Questa la logica alla quale s’intona, nell’interesse dei singoli proprietari privati, il regolamento Baccini. Su di esso è intervenuto ieri il direttore generale dei Beni culturali del Lazio, Luciano Marchetti, sostenendo che «la norma in sé non sarebbe un problema» (bravo, anzi bravissimo) e che «la difficoltà nasce dal fatto» che, non essendo stato sostituito il personale tecnico, «gli uffici perdono efficienza e quindi si configura un rischio per il patrimonio culturale». Per la verità, anche prima del mancato turn-over gli uffici delle Soprintendenze competenti erano affollati di pratiche da sbrigare e poveri di personale (architetti, ingegneri, ecc.). In Sardegna, alla fine degli anni ‘90, ogni funzionario doveva sbrigare oltre 1.000 pratiche; in Liguria, 1.871. E così via. Figuriamoci ora con le mancate sostituzioni.

D’altronde, questo governo - per far quadrare la più traballante delle Finanziarie - ha calato la scure sul già esangue Ministero per i Beni e le Attività culturali tagliando del 46 per cento le spese di funzionamento, del 26 quelle di investimento (un altro 10 per cento è saltato in sede di Finanziaria), della metà il fondo derivante dal lotto del mercoledì, e togliendo infine una bella fetta al Fondo Unico per lo Spettacolo. Col risultato di mettere ancor più nei guai musica, balletto, teatro, cinema, e di assestare colpi durissimi alla qualità e alla quantità delle attività culturali. Colpi tanto più pesanti nel momento in cui le imprese investono meno nelle sponsorizzazioni o riservano i loro denari ai “grandi eventi”. Soldi ne ha soltanto la società Arcus, finanziata - una sorta di incesto - col 3 per cento delle Grandi Opere (per le quali non c’è più Valutazione d’Impatto Ambientale, altra “semplificazione”). Ma le scelte dell’Arcus eludono i criteri tecnici essendo fuori dall’ambito ministeriale.

La cultura e i suoi beni sono dunque meno finanziati e meno tutelati. I condoni, ai quali il ministro Urbani sempre s’inchina, hanno concorso ad imbarbarire ancor più le coscienze in un Paese già fortemente vocato all'illegalità. Quello ambientale è fallito quasi ovunque (il governo si è dunque screditato per pochi euro), tranne che nella già devastata Sicilia dove le domande di sanatoria risultano 6.500. Questa è la regola, tutta cementizia, dell’«ognuno è padrone a casa sua». Anche sulle coste più belle, dentro la Valle dei Templi o vicino ai colonnati dorici di Selinunte. Chi protesta, appartiene alla “sinistra barricadera” (così Oscar Giannino sul «Riformista» di ieri) e naturalmente vuol male all’Italia.

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