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Salvatore Settis
Benculturalismo parolaio
30 Maggio 2006
Beni culturali
Invettiva dolceamara sui molti mali dei nostri beni. Da il Sole 24 ore, 28 maggio 2006 (m.p.g.)

Malattia senile della storia dell'arte, il benculturalismo è un morbo che non perdona. Se attacca le vecchie care antichità e belle arti le trasfigura in quattro e quattr'otto in beni culturali, con conseguente metamorfosi in giacimenti culturali (detti anche petrolio d'italia), e finale metastasi in Patrimonio Spa (non senza qualche postumo di partiti della bellezza, lacrime di esteti e riunioni di dame).

Se penetra in una facoltà di Lettere, provoca l'irrefrenabile divorzio dell'arte dalla letteratura e dalla storia, generando il tipico delirium tremens per cui Omero, Virgilio, Shakespeare e Dante non sono “beni culturali, bensì roba da letterati (i quali, a loro volta, sono invitati a ignorare Fidia, Masaccio e Rembrandt), e qualche nozione di chimica degli arricci o di legislazione del Molise è molto più importante del Foro romano e di Tiziano.

Se affligge le accademie, suscita oscure lotte intestine fra storici dell'arte e archeologi, che si accusano a vicenda di improbabili protagonismi di cui nessun altro si accorge.

Se si insinua in un'aula di giurisprudenza, in un Consiglio di Stato, in una Costituzione, l'epidemia non solo intacca ogni più riposta piega del patrimonio culturale, ma lo spedisce senza tanti complimenti al lazzaretto, e invece di curarsene lo taglia a fette discettando di come la tutela nulla abbia a che vedere con la valorizzazione, per non dire della gestione e della fruizione, ciascuna delle quali ipostasi del male genera diluvi di libri (e il lazzaretto langue), per spiegare che cosa tocchi allo Stato, ai comuni, alle regioni, ai passanti, alle zie.

Se aggredisce assatanati assessori, ingenera i tristemente famosi, e contagiosi, secessionismi del cavolo, trascinando (per esempio) l'intera Sicilia fuori dell'orbita nazionale e vietando ai locali funzionari di trasferirsi oltre lo Stretto (con o senza ponte), e viceversa.

Se entra in un museo, perverte ipso facto la lingua: le ovvie librerie si trasformano per incanto in esotici bookshops, le cose che al Louvre o al Metropolitan sono ordinaria amministrazione del museo diventano servizi aggiuntivi, persino il giubileo del 2000, ampiamente concluso da Santa madre chiesa che già prepara il prossimo, ancora persevera nella perpetuazione dei'”giubilari', personale precario assunto allora e incollato in perpetuo alle - (miserevoli) retribuzioni e mansioni, in attesa dell'immancabile ope legis.

Se imperversa nel merchandising, annienta in un fiat il glorioso artigianato italico e produce caterve di repellenti ninnoli kìtsch (saranno servizi aggiuntivi, ma al pessimo gusto).

Se ammorba un ministero, produce immediata e immarcescibile moltiplicazione di poltrone, direzioni generali, consulenti a vuoto (e a perdere) e senatori di pura razza equina da far invidia a Caligola, allunga i corridoi e le anticamere dissanguando soprintendenze e musei, innalza l'età media degli addetti sospingendoli allegramente verso la depressione o la pensione senza sognarsi di sostituirli. E mentre i laureati in Beni Culturali ingrossano le liste dei disoccupati, la loro benemerita Facoltà ne genera altre.

Per ora Scienze del Turismo, ma sono in vista Teoria della Scampagnata, Epistemologia del Weekend, Gnoseologia del Picnic e altre scienze esatte, con relative classi di laurea, crediti, cattedre e dipartimenti.

Ma intanto, peggior fra tutti i mali, a ogni sussulto del morbo o crisi degenerativa, a ogni innalzarsi della febbre, a ogni sintomo di lebbra, peste bubbonica, mania autodistruttiva, emorragia di fondi e di personale, delirio omicida e/o suicida, si accompagna inevitabile, ineludibile, monotona la corale liturgia, capeggiata immancabilmente dai peggiori, degli inni al Bel Paese, al paesaggio inimitabile (nel frattempo sfasciato), ai supremi monumenti (mandati al diavolo in simultanea), agli eccelsi musei (per l'intanto in rotta), alle eccezionali mostre (al 90% dannose), agli egregi mecenati (per solito pretenziosi e restii), insomma alle magnifiche sorti e progressive dei parolai, dei cincischiatori, del parlarsi-addosso.

E vi s'impegnano non solo politici e corsivisti, ma anche folte schiere di personaggi in cerca d'autore, intellettuali di complemento, dottorandi, scolaresche, venerandi ecclesiastici intenti a vendere gli ultimi candelabri. Aiuto! Il patrimonio boccheggia, il benculturalismo impera.

Ministro Rutelli, cerchiamo un rimedio? Non ci vorrà una dose massiccia (anche per endovena) di articolo nove della Costituzione?

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