loader
menu
© 2022 Eddyburg
Marco Bascetta
Armare i kurdi? Non è irragionevole
25 Agosto 2014
Articoli del 2014
L'irresponsabile cecità delle politiche del Primo mondo hanno condotto all'attuale trionfo della barbarie. Ma «se non si vuole ricadere in una strategia che combatte la ferocia con altra ferocia converrà abbandonare per i seguaci e le milizie del califfato l’abusata categoria di "terrorismo"». Il manifesto, 24 agosto 2014

L'irresponsabile cecità delle politiche del Primo mondo hanno condotto all'attuale trionfo della barbarie. Ma «se non si vuole ricadere in una strategia che combatte la ferocia con altra ferocia converrà abbandonare per i seguaci e le milizie del califfato l’abusata categoria di "terrorismo"». Il manifesto, 24 agosto 2014

Gli espo­nenti del M5S sem­brano pos­se­dere un talento, quasi innato, nel ridurre a scioc­chezza anche il più serio dei pro­blemi. La vec­chia reto­rica del “pane al pane e vino al vino” fini­sce col sacri­fi­care la chia­rezza a quella bana­lità rozza e scur­rile che spiana la strada alla peg­gior pro­pa­ganda “occi­den­ta­li­sta”, e all’interessata incom­pren­sione delle scelte poli­ti­che e stra­te­gi­che che hanno con­dotto il Vicino Oriente all’attuale disastro. Eppure, qual­che ele­mento abba­stanza chiaro poteva essere messo in campo per comin­ciare a ragio­nare con la testa.

Se gli stra­te­ghi ame­ri­cani aves­sero capito per tempo che la guerra fredda era vinta, anche senza ali­men­tare l’estremismo isla­mico con­tro i nazio­na­li­smi post­co­lo­niali, tutti ne avremmo avuto molto da gua­da­gnare, e gli Stati uniti per primi. Oggi non c’è ana­li­sta geo­po­li­tico né sto­rico di una qual­che serietà che non ammetta che l’espansione dell’islamismo poli­tico e delle sue espres­sioni mili­tari sia avve­nuta in quel con­te­sto e abbia com­por­tato con­se­guenze disa­strose. Cosa vi era di meglio della reli­gione, del suo ordine gerar­chico, della sua presa e del suo radi­ca­mento nel pre­giu­di­zio popo­lare per con­tra­stare i senza dio blan­diti e mani­po­lati dal Crem­lino? E, in fondo in fondo, magari incon­sa­pe­vol­mente, la destra Usa apprez­zava più il rigore morale delle reli­gioni che non l’anarchia dell’ateismo.
In qual­che caso il “lai­ci­smo” con­ver­tito, come quello di Sad­dam, poteva tor­nare utile con­tro il corso anti­oc­ci­den­tale preso dalla rivo­lu­zione ira­niana, ma intanto in Afgha­ni­stan sta­zio­nava l’armata rossa. Chi si sarebbe inca­ri­cato di farla slog­giare? E di minare dall’interno i regimi socia­li­steg­gianti appog­giati dall’Unione sovie­tica? Certo, non sareb­bero bastati i soldi, le armi, gli adde­stra­menti ame­ri­cani e sau­diti a spo­de­starli se la sto­ria dei nazio­na­li­smi post­co­lo­niali non avesse preso una piega buro­cra­tica, auto­ri­ta­ria, pro­fon­da­mente cor­rotta, men­tre l’Urss, infi­schian­do­sene alta­mente del “socia­li­smo” afri­cano, arabo o asia­tico che fosse, per­se­guiva una pura e sem­plice poli­tica di potenza nean­che troppo gene­rosa verso i suoi pro­tetti. Quei regimi, a dir poco dif­fi­cil­mente con­ver­ti­bili alla demo­cra­zia, pote­vano comun­que essere com­prati, ma biso­gnava prima sba­raz­zarsi dell’influenza sovie­tica e delle classi diri­genti troppo ideo­lo­giz­zate. E dun­que pun­tare sulle forze della tra­di­zione con­tro quelle che sven­to­la­vano, ormai più reto­ri­ca­mente che altro, le ban­diere del progresso.
Se vogliamo sem­pli­fi­care all’estremo pres­sa­poco la sto­ria è que­sta. E non sono solo i più incal­liti “anti­a­me­ri­cani” a soste­nerlo. Ma il gioco a distanza non sem­pre fun­ziona, men che meno nel mondo glo­ba­liz­zato. La “viet­na­miz­za­zione” del Medio oriente si è pre­sto tra­sfor­mata in un caos incon­trol­la­bile. Cosic­ché, ripe­tu­ta­mente, gli Stati uniti si sono dovuti impe­la­gare in un inter­vento diretto. Senza riu­scire a venire a capo del pro­cesso che ave­vano messo in moto. La parte dei senza dio e l’ostilità asso­luta che le viene indi­riz­zata, toc­cava ora a loro e ai loro alleati occi­den­tali. Che poi, le bombe, Abu Gra­hib e Guan­ta­namo doves­sero poten­te­mente ali­men­tare la spi­rale dell’odio è una sto­ria che viene dopo, a par­tita ini­ziata da un pezzo nel risiko impaz­zito alle­stito dalle ammi­ni­stra­zioni ame­ri­cane. Un gioco che la con­cen­tra­zione delle risorse ener­ge­ti­che in quell’area impe­diva di abban­do­nare, anche dopo il tra­monto dell’Urss che però non aveva can­cel­lato del tutto la potenza russa. Ci voleva poi tanto a met­tere insieme que­sti pochi pas­saggi invece di sbrai­tare facen­dosi tirare le orec­chie per­fino dai somari geo­po­li­tici dell’area di governo?
Non­di­meno il pro­blema, una volta sta­bi­lita la respon­sa­bi­lità dell’ “impe­ria­li­smo nor­da­me­ri­cano”, sus­si­ste e si aggrava ogni giorno di più. Il dot­tor Frank­en­stein, come narra il rac­conto, avrebbe inse­guito la sua mostruosa crea­tura fino al Polo nord per distrug­gerla. E sul fatto che il “calif­fato” di Al-Baghdadi debba essere scon­fitto anche sul piano bel­lico con­ver­rebbe con­cor­dare, essendo qual­siasi forma di diplo­ma­zia fuori gioco di fronte a una entità politico-militare costi­tu­ti­va­mente votata all’espansione illi­mi­tata e all’inimicizia asso­luta. Il pro­blema è sta­bi­lire come. Pos­si­bil­mente non nello stesso modo cinico e irre­spon­sa­bile con cui sono state costruite le pre­messe della sua insor­genza e del suo suc­cesso. Ma nean­che con i tempi di quella peda­go­gia demo­cra­tica che da tempo val meno di una burla.

La situa­zione è imba­raz­zante. L’Occidente si trova a dover ricor­rere a quanti fino a ieri figu­ra­vano tra le peg­giori cana­glie, il siriano Assad o l’Iran quasi ato­mico degli aya­tol­lah per far fronte all’ultimissimo “nemico pub­blico n 1″. Il risiko con­ti­nua e tira in ballo i kurdi, che cer­ta­mente navi­gano su un mare di petro­lio e bri­gano per la pro­pria indi­pen­denza, ma sono pur sem­pre in prima linea e si sono fatti le ossa con­tro una lunga sto­ria di oppres­sione che li pre­serva da incom­benti rischi di oscu­ran­ti­smo, ren­den­doli inter­lo­cu­tori non solo dell’Occidente ma, forse, anche di una più gene­rale e con­di­visa razio­na­lità politica.

Tut­ta­via, se non si vuole rica­dere in una stra­te­gia che com­batte la fero­cia con altra fero­cia con­verrà abban­do­nare per i seguaci e le mili­zie del calif­fato l’abusata cate­go­ria di “ter­ro­ri­smo”. Quella sulla base della quale tutti i regimi dit­ta­to­riali, come la Siria di Assad, l’Iran o l’Egitto dei gene­rali, per­se­gui­tano e mas­sa­crano i pro­pri oppo­si­tori e l’Occidente si sot­trae alle stesse regole e ai limiti di legit­ti­mità che pure si è dato. L’Isis, aldilà dai metodi ter­ro­ri­fici che impiega, non ha nulla in comune con una for­ma­zione ter­ro­ri­stica. Si tratta di uno stato, o embrione di stato, che dispone di un governo e di un eser­cito ben orga­niz­zato, che con­trolla un ter­ri­to­rio e che l’attuale fase espan­siva pre­serva, almeno per il momento, da con­flitti e con­trad­di­zioni interne, eser­ci­tando una for­mi­da­bile attrat­tiva sulla grande massa dei “per­denti”. Un embrione di stato che dispone di rela­zioni inter­na­zio­nali e alleanze, a comin­ciare dalle petro­mo­nar­chie del golfo, il cui tor­bido ruolo è cir­con­dato, come del resto le poli­ti­che asso­lu­ti­sti­che che le gover­nano, dal più asso­luto silen­zio degli Stati uniti. Un’entità quale il calif­fato di Al-Baghdadi non può che essere oggetto di una guerra con­ven­zio­nale, nel rispetto di quello ius in bello, che l’ideologia e la pra­tica dell’ “anti­ter­ro­ri­smo” hanno invece di fatto accan­to­nato. Piac­cia o non piac­cia, la guerra è in pieno svol­gi­mento ed è con que­sto che biso­gna con­fron­tarsi, senza cul­larsi nella spe­ranza di ini­zia­tive diplo­ma­ti­che del tutto al di fuori dall’orizzonte pre­sente. Senza per­dere però la con­sa­pe­vo­lezza che l’intervento dell’Occidente in quell’area non ha pro­dotto fino ad oggi che una esca­la­tion della vio­lenza e una desta­bi­liz­za­zione senza rime­dio. Armi ai curdi? Fin­ché le potenze sun­nite del Golfo con­ti­nue­ranno ad armare l’Isis forse è un’opzione non irra­gio­ne­vole. Altri­menti gli Usa dovreb­bero costrin­gere, con le buone o con le cat­tive, i sau­diti e gli emiri a tagliare quel canale di rifor­ni­mento. In fondo il dot­tor Frank­en­stein ce lo dovrebbe que­sto tar­divo atto di riparazione.

ARTICOLI CORRELATI
31 Dicembre 2014

© 2022 Eddyburg