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Anni Ottanta, la febbre del cemento
11 Aprile 2011
Il condono dell’abusivismo

Gli anni che seguono il terremoto fino alla fine del decennio, segnano molte trasformazioni nella società e nella politica italiane e un consistente ripiegamento per l'urbanistica e per le discipline che regolano il buon funzionamento del territorio. In maniera speculare, però, gli anni Ottanta portano all'attenzione dell'opinione pubblica la questione ambientale, mostrano la fragilità dell'ecosistema e attivano una diffusa consapevolezza, come mai è accaduto prima di allora. Si è visto come molto lentamente, a partire dagli anni Sessanta e più intensamente nel decennio successivo, il tema della qualità del vivere, della lotta all'inquinamento, della difesa del paesaggio, dell'arresto della cementificazione abbiano circolato in settori della politica e della cultura. Ora la percezione del rischio coinvolge molte più persone e l'ambientalismo, sul finire del decennio, diventa una delle parole chiave del lessico politico italiano.

Iannello si trova a vivere questo passaggio per la prima volta in vita sua da protagonista. Nel 1985 viene eletto alla segreteria nazionale di Italia Nostra, e guida l'associazione per cinque anni, durante i quali nasce il partito dei Verdi (che lui guarda con qualche diffidenza), esplode il reattore nucleare di Chernobyl, le coste italiane sono invase dall'abusivismo, si varano le opere per i Mondiali e la vita politica viene inquinata da una corruzione che si alimenta anche, in certe zone soprattutto, con il saccheggio del territorio.

[…]

La maggioranza di governo sceglie di utilizzare l'abusivismo per ridurre il disavanzo pubblico, imponendo a chi ha costruito illegalmente una multa che cancella l'illecito. Roba di poco, si intende, niente in confronto al valore dell'immobile e al danno arrecato. Una specie di simonia, la definisce qualcuno. Su questa parte della legge la coalizione di pentapartito fa quadrato. Iannello si batte con moltiplicata tenacia. E' offeso, l'idea che lo Stato possa venire a patti con chi ha scempiato il territorio, e addirittura arrivi a lucrare con l'illecito, urta la sua sensibilità come poche altre cose. E' un giacobino senza furori ideologici. La bussola che lo guida in questi mesi è sempre la stessa: esiste un primario interesse collettivo al quale devono sottomettersi le ragioni dei privati. Ed è insensato che il Parlamento e il governo lavorino per smantellare lo Stato. Ma l'esecutivo presieduto da Bettino Craxi non deflette e allora l'architetto concentra i suoi sforzi sulla seconda parte del testo, quella che dovrebbe disciplinare il futuro. Mette in pratica tutte le sue doti di persuasione, avvicina i parlamentari sia della maggioranza che dell'opposizione, li blandisce, li accerchiamento. Come aveva già sperimentato con la legge di ricostruzione delle zone terremotate, anche in questa circostanza Iannello pratica un lobbysmo ambientale. Racconta ridendo che molti parlamentari non hanno neanche una vaga idea della materia. Scrive di suo pugno alcuni emendamenti, sposta virgole, aggiunge, taglia. Cerca di assicurarsi il massimo consenso possibile. Gli interlocutori più sensibili li trova fra i parlamentari della Sinistra indipendente - Franco Bassanini e Stefano Rodotà, in primo luogo - eletti nelle liste comuniste, ma poco soggetti alle direttive di Botteghe Oscure. Non può però evitare di scavare nelle file della maggioranza, contando sulle amicizie fra i repubblicani e manovrando qualche sparso socialdemocratico. Si procura il "passi" per entrare a Montecitorio nei modi meno ortodossi, spacciandosi anche per cronista parlamentare. Gira per il Transatlantico e si intrufola nei corridoi che portano alle Commissioni parlamentari. Ed è così che anche quel testo di legge sul condono viene purgato. Si può "sanare" tutto ciò che è stato costruito fino al 1 ottobre 1983, dopodiché l'edificio è considerato abusivo senza ammenda, stabilisce la legge. Ma come esercitare il controllo? Ed ecco che nella legge, su iniziativa anche di Iannello, compare un articolo che affida ai pretori che hanno condannato una persona per abusivismo la possibilità di abbattere l'edificio qualora l'amministrazione comunale non provveda per conto proprio.

La guerra del condono si trascina e alla legge si sovrappongono numerosi decreti, che rendono il testo quasi illeggibile, contraddittorio, e che aprono il varco a continue richieste di allungare i termini della sanatoria, rendendola quasi una figura permanente del nostro ordinamento giuridico, e di includervi le costruzioni che violano la legge antisismica. Paladini dell'istanza di comprendere anche i nuovi abusivi sono i comunisti, e in particolare il responsabile della sezione infrastrutture, trasporti e casa, Lucio Libertini. Libertini solidarizza con quei sindaci siciliani e calabresi che organizzano una serie di manifestazioni contro i limiti imposti dalla legge sul condono. Fascia tricolore e abito grigio, gli amministratori dei paesi più devastati dall'illegalità edilizia guidano cortei che paralizzano le strade e le ferrovie gettando materassi e reti sfondate. Chiedono che si rispetti "l'abusivismo di necessità", diverso da quello speculativo e proliferato, sostengono, perché mancano gli strumenti urbanistici, quegli stessi strumenti che loro per primi avrebbero dovuto approntare. Quattrocento sindaci, capeggiati dal primo cittadino di Vittoria, Paolo Monello, arrivano a Roma e facendo sfoggio delle insegne istituzionali, trascinando guardie municipali e gonfaloni, invocano dal governo non tanto un provvedimento, quanto, scrive Iannello, "una resa senza condizioni all'anarchia e alla speculazione edilizia", "una rinuncia definitiva al metodo della programmazione e della pianificazione territoriale".

Iannello, insieme a Cederna, denuncia le manifestazioni. Scrive documenti di condanna per conto di Italia Nostra.Promuove un appello firmato da intellettuali, scegliendoli anche nelle file comuniste. Assedia Giovanni Russo, illustre inviato del Corriere della Sera , lo rincorre a casa e in redazione, vorrebbe dettargli parola per parola gli articoli che scrive sul giornale m ilanese. I comunisti alla testa degli abusivi gli provocano un attacco di bile. E' un'involuzione plebea. Quella marcia gli appare come l'epigono delle sommosse sanfediste che nella primavera del 1799 dalla Calabria e dalla Sicilia mossero su Napoli dietro le insegne del Cardinale Ruffo, per rovesciare la Repubblica partenopea.

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