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Paolo Berdini
Altra Economia e liberismo urbanistico
10 Ottobre 2010
Roma
Nella politica urbanistica di Alemanno proseguono rafforzati gli errori del centrosinistra di Rutelli e Veltroni. Il manifesto, 10 ottobre 2010

Poco più di dieci anni fa, nel 1998, Risorse per Roma - braccio operativo del comune di Roma potenziato nel periodo in cui era sindaco Francesco Rutelli al fine di perseguire ogni spregiudicata avventura immobiliare - fu reso pubblico un documento sul futuro del Mattatoio che aveva al primo posto la «valorizzazione immobiliare» tanto cara ai giorni nostri a Tremonti e Berlusconi.

Si ipotizzò di vendere quello straordinario compendio urbanistico per fare cassa. La Camera del lavoro della Cgil del centro storico aveva per segretario Antonio Castronovi e fu grazie alla mobilitazione del sindacato che fu in primo luogo scongiurata la vendita e poi, intorno al presidio della terza Università di Roma, riprese vigore una visione pubblica dello sviluppo dell'area che portò anche alla apertura della Città dell'Altra Economia, e cioè alla preziosa esperienza di sperimentazione di un nuovo modello di sviluppo economico e urbano.

Oggi questa esperienza è a rischio di cancellazione da parte del sindaco di Roma, Gianni Alemanno, insofferente che potesse perdurare una voce fuori dal coro. Forse dietro questo accanimento ci sono le stesse pressioni speculative di dieci anni fa, rese ancor più fameliche dall'aprirsi della stagione della grande svendita del patrimonio immobiliare pubblico. Ma l'atto scellerato del sindaco di non rinnovare il contratto al consorzio che gestisce l'area non sarebbe potuto avvenire se ci fosse stata intorno all'esperienza di Testaccio una rete forte e convinta di esperienze urbane.

Ha dunque profondamente ragione Giulio Marcon (il manifesto del 2 ottobre) a riportare la ricerca delle cause di questa ancora evitabile sconfitta all'interno della nostra cultura e tentare così di superare timidezze e reticenze che non hanno permesso all'esperienza dell'Altra Economia di mettere radici ancora più profonde e collocarsi irreversibilmente nel panorama economico e sociale della città. Alla base delle debolezze c'è sicuramente una esasperata frammentazione delle esperienze e la loro scarsa attitudine a divenire rete. Marcon ci sollecita però di andare oltre a queste motivazioni soggettive e tentare di costruire una politica comune sui temi dello sviluppo economico e urbano senza la quale assisteremo a sconfitta dopo sconfitta.

Ritorno sul tema delle città. Quando nel 1998 fu sconfitta la logica speculativa della valorizzazione dei beni pubblici in favore di un uso sociale degli spazi pubblici, non si continuò coerentemente su quella strada maestra. Dubbi e incertezze conquistarono la sinistra tradizionale, ma coinvolsero i gruppi dirigenti della sinistra senza aggettivi allora al governo regionale e comunale. Da lì a pochi anni fu approvato il piano regolatore di Walter Veltroni che prevedeva 70 milioni di metri cubi di cemento (il più grande sacco urbanistico della capitale!) per una città che non cresce più demograficamente. Era evidente la contraddizione: si tentava di avviare l'esperienza del Mattatoio nel quadro di una acritica accettazione del liberismo urbanistico. Ci si illudeva dunque di stabilire pratiche alternative accettando in toto una cultura che non ci appartiene.

Ma di questo strabismo non si riuscì a parlare. Pur di garantirci preziosi spazi istituzionali abbiamo anche evitato di dare spazio a chi dissentiva. È solo tagliando il nodo di questi ritardi culturali nel campo del governo delle città e delle tematiche più generali relative al modello economico della decrescita che esperienze come la città dell'Altra Economia di Testaccio non solo non saranno più messe a rischio, ma si riprodurranno anche in altri luoghi di Roma e in molte altre città. Se continuiamo in un estenuante gioco di difesa, rischiamo davvero di non essere attori credibili in questo momento in cui si sta decidendo il futuro delle città e del paese.

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