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Almeno un po’ di decenza
30 Agosto 2011
Articoli del 2011
Restaurare almeno un po’ di quella parziale uguaglianza raggiunta nell’età del capitalismo fordista è il minimo per un’uscita decente dalla crisi. Articoli di Urbinati, Lerner e Castellano. La Repubblica , 25 agosto 2011

Nadia Urbinati, La lezione di mr. Buffett

Gad Lerner, Perché è giusto tassare i patrimoni

Carlo Castellano, L’evasione fiscale

La lezione di mr. Buffett

di Nadia Urbinati



Perché fa tanto scalpore che un super-ricco ritenga di dover pagare più tasse e pensi che i suoi simili debbano fare altrettanto? La proposta del super-ricco Warren Buffett non è nuova: era stata ventilata lo scorso anno da Hillary Clinton la quale ebbe il coraggio di denunciare lo sfacciato privilegio che i ricchi si sono conquistati, anche grazie alla stabilità sociale che la democrazia garantisce. Infatti, se i meno abbienti continuano a stare al gioco e non rovesciano l’ordine sociale, se non bruciano auto e non assaltano negozi (o lo fanno solo sporadicamente), è perché a nessuno è consentito di acquisire un vantaggio così sfacciato da stravincere.

Su questo tacito accordo la disegueglianza economica può convivere con l’eguaglianza politica e non mettere a repentaglio la stabilità sociale. Ora, il Signor Buffett si è rivolto alla Commissione del Congresso che è in procinto di tagliare le tasse per almeno un trilione e mezzo di dollari nei prossimi dieci anni. Ha ricordato ai rappresentanti che a conti fatti, egli paga il 17% per cento di tasse mentre i cittadini medi pagano tra il 33% e il 41%. Ha infine fatto presente che i super-ricchi contribuiscono meno in tutti i sensi ai costi sociali (per esempio non mandando i figli a morire in Afghanistan) mentre sono i più "coccolati" dallo Stato, quasi che "appartenessero a una specie in via di estinzione" che merita protezione - benché siano ben lontani dall’estinguersi visto che hanno agguerriti avvocati difensori nelle commissioni legislative.

Il super-ricco americano ci ha dato un’esemplare lezione di democrazia. Nel nome dell’eguaglianza di considerazione e della libertà che ciascuno gode di ricercare la propria felicità, Buffett ha rivendicato una giusta tassazione che distribuisca sacrifici in proporzione alle possibilità. Prima che l’egemonia reaganiana facesse illudere i poveri che privilegiando i ricchi avrebbero ricevuto un qualche beneficio (perché, secondo la vulgata, meno tasse significherebbe più soldi da investire), i ricchi pagavano di più di quanto non paghino oggi e non per questo la società era più povera. Pochi ricordano e dicono che fino agli anni 50 i super-ricchi americani pagavano molte ma molte più tasse di ora (e anche le tasse di successione, magicamente sparite in molti stati democratici).

Buffett riporta in circolazione quella vecchia idea e rivolto a repubblicani e democratici suggerisce loro di invertire rotta e fare quello che in altri gravi momenti del passato hanno saputo fare: equilibrare il taglio delle spese con l’incremento delle tasse per i più abbienti. Si tratterebbe, lo ha ricordato di qua dell’Atlantico Jean-Paul Fitoussi, di una scelta che oltretutto non deprimerebbe i consumi. Ma, soprattutto, risponderebbe a un maggiore senso di giustizia perché riporterebbe il principio di proporzionalità al centro del discorso politico rinsaldando il patto di unità tra cittadini, un patto che il privilegio, invece, erode. Lo ha ripetuto con straordinaria chiarezza il nostro Presidente della Repubblica dal palcoscenico del Meeting di Rimini: verità sullo stato dell’economica ed equità delle misure economiche sono due facce della stessa medaglia; insieme possono motivare solidale responsabilità.

In questi diversi moniti è riflessa un’identica cruciale questione, emersa insieme alla trasformazione democratica delle società moderne: l’importanza di affiancare ai due pilastri individualisti (libertà ed eguaglianza) quello della solidale responsabilità verso la società tutta; un principio sancito anche nell’articolo 41 della nostra Costituzione, oggi sotto attacco da parte del governo perché, ci dicono i ministri, limita la libertà d’impresa in quanto chiede all’impresa responsabilità verso la società. Solidale responsabilità verso il patto fondativo della società non significa comunismo; significa invece riconoscere che è conveniente per tutti che ciascuno contribuisca secondo le proprie possibilità accertabili e accertate al mantenimento delle basilari condizioni della vita associata - un’idea che a Palazzo Chigi non piace se è vero che il Presidente del consiglio identifica le tasse con il furto ("mettere le mani nelle tasche degli italiani") come se esse non servissero invece a ciò che è negli interessi degli italiani. Avere una giustizia efficiente e giusta, una burocrazia non spolpata ma resa funzionale al suo servizio (del quale la società ha comunque bisogno), un sistema scolastico e di ricerca degno di questo nome, un sistema di difesa e di sicurezza che consolidi il senso di tranquillità del vivere quotidiano: tutto questo è un bene da proteggere. E’ utile per tutti, ricchi e meno ricchi.

Insomma nell’argomento del super-ricco americano all’equità fiscale come nell’appello del Presidente Napolitano alla verità (sullo stato dell’economica ma anche dei contribuenti di fronte al fisco) non c’è alcun moralismo. Non c’è la noblesse oblige di chi è disposto a far l’elemosina al povero né un generico appello buonista alla solidarietá. C’è invece il richiamo molto ragionevole e opportuno alla "fraternità" tra cittadini - un sentimento meglio traducibile con l’interesse bene inteso che aveva colpito Alexis de Tocqueville nel suo viaggio americano, lui che veniva da un paese che aveva pagato un prezzo altissimo a causa dei privilegi di casta e del risentimento da essi generato. I rivoluzionari dell’89, volendo gettare le basi del nuovo ordine politico, avevano voluto affiancare alla libertá e all’eguaglianza la fraternità.

Le vicende tragiche del Terrore non hanno eliminato il senso di questo principio pur cambiandone le forme di attuazione: incardinato in un sentimento religioso di unità e compassionevole aiuto, il termine venne poi reinterpretato come "associazione" (termine caro a Mazzini) così da imprimere un senso di volontarietà al contributo di ciascuno alla vita sociale. Al di là della storia complessa del termine, è importante sottolineare come una società democratica composta di individui liberi e uguali abbia bisogno di un legame di solidarietà fra i cittadini più forte di quello che l’obbedienza alla legge può creare, di un individualismo cooperativo, non atomistico.

In alcuni momenti critici le diseguaglianze economiche richiedono un intervento che sappia infondere un senso di responsabile solidarietà che è poi senso di ragionevole utilità, di vera convenienza. La verità sullo stato dell’economica di una società e l’onestà dei cittadini di fronte ai loro obblighi fiscali sono funzionali alla fiducia, la quale è condizione perché ci sia solidarietà. E appunto, tra le verità da svelare vi è il privilegio di cui godono i pochi. Il super-ricco Buffett ha detto che il trattamento di favore garantito attualmente ai detentori di patrimoni crea un senso di privilegio al quale quei pochi si attaccano come a un dono naturale, con giustificato risentimento da parte dei super-poveri. È un dato certo e misurabile che i privilegi sono in aumento in tutte le società democratiche mentre diminuisce l’eguaglianza di opportunità (in un’intervista rilasciata a questo giornale, Luca Cordero di Montezemolo parlava alcuni giorni fa di un incremento delle condizioni di monopolio). Il privilegio cerca di preservarsi e si radica facendosi ordine castale; questo è un pericolo enorme poiché la diseguaglianza di ceto mina alla radice la democrazia in quanto toglie valore alla solidarietà di cui c’è bisogno per sopportare insieme sacrifici.

Perché è giusto tassare i patrimoni

di Gad Lerner

Non sono riuscito ad afferrare il nesso logico con cui la presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, nell’intervista rilasciata ieri a Repubblica, respinge l’idea di prelievi fiscali aggiuntivi a carico dei ricchi italiani.

Quando Roberto Mania le chiede se firmerebbe il manifesto dei sedici imprenditori e manager francesi disponibili a «un contributo eccezionale», così risponde la Marcegaglia: «Se fossi in Francia sì, in Italia no. Da noi una tassa di quel tipo servirebbe soltanto a far pagare di più chi le tasse le paga già con un prelievo che complessivamente ormai sfiora il 50 per cento».

Non voglio pensare ad un mero aggiramento dialettico. Posso condividere, vivendolo pure io, un certo fastidio dovuto al fatto che noi fortunati lavoratori ad alto reddito pagheremo salato (com’è doveroso, viste le circostanze); mentre nulla è richiesto agli altrettanto fortunati detentori di patrimoni, che vivono magari di rendita. In Italia se sei ricco e non guadagni, niente tasse. Questa è la vera differenza con la Francia, dove vige l’Imposta di solidarietà sulla fortuna a carico di chi possiede cospicui patrimoni. Dunque paghi in percentuale su quel che hai già, non solo su quanto incassi.

Sarebbe maggiormente apprezzabile la premura della Marcegaglia a favore di chi guadagna 90 mila euro lordi l’anno, e quindi non può considerarsi un ricco da spremere, se lo facesse seguire da un richiamo alle responsabilità eccezionali cui sono chiamati oggi i veri ricchi. Lo ha proposto il suo predecessore al vertice della Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo; dispiace non se ne faccia carico lei. Possibile che in Italia trovino così scarsa udienza le voci di Warren Buffett e della borghesia francese? Che non si avverta la necessità di un contributo straordinario su base patrimoniale per un’equa ripartizione dei sacrifici necessari a fronteggiare l’emergenza?

In verità il ricorso a un’imposta patrimoniale straordinaria non spaventa certo quegli imprenditori che hanno fiducia nelle proprie capacità di creare ricchezza; consapevoli peraltro del fatto che tale prelievo non sarà mai tale da modificare il loro tenore di vita. Ciò spiega anche perché le loro voci isolate siano risuonate, comunque, ancor prima dell’iniziativa di una sinistra italiana ridottasi per troppo tempo a considerare il tema della giustizia sociale poco spendibile sul terreno del marketing politico.

Non dovrebbe mancare all’appello una confederazione degli industriali proclamatasi fautrice del merito contro il parassitismo delle rendite: proprio ieri Il Sole 24 Ore ricordava che l’evasione fiscale tocca percentuali del 56,3% nel lavoro autonomo, ma schizza addirittura all’83,7% fra i rentier.

Il contributo di solidarietà disposto nella manovra economica del governo è viziato per l’appunto da questa distorsione inaccettabile: viene imposto sui redditi ma non sui patrimoni. Tanto per capirci: è giusto che Berlusconi contribuisca solo in ragione delle sue entrate annuali? O dovrebbe essergli richiesta pure una quota relativa alle svariate proprietà immobiliari e mobiliari in cui ha valorizzato il suo patrimonio? Naturalmente la stessa domanda vale per tutti gli altri milionari e miliardari d’Italia. A prescindere dalle loro ultime dichiarazioni dei redditi.

Da Pellegrino Capaldo a Pietro Modiano, sono state avanzate (e ignorate) ormai varie ipotesi di prelievo una tantum sui patrimoni, in grado di garantire un gettito elevato salvaguardando l’ampia fascia di popolazione che ha visto diminuire il proprio reddito nel mentre una minoranza di italiani si arricchiva in proporzioni abnormi rispetto alla mancata crescita del Pil. Si è detto e ripetuto che la rivoluzione italiana passa dalla ricevuta fiscale, nonché da quell’accertamento efficace della ricchezza circolante già costato al benemerito Vincenzo Visco l’epiteto di Dracula. Giusto, ma non possiamo permetterci di star fermi nell’attesa di tale rivoluzione.

In conclusione, vorrei raccontare a Emma Marcegaglia la storia vera di un manager di mia conoscenza che dieci anni fa percepì una liquidazione milionaria e da allora ha deciso di non lavorare più. Per passare il tempo, ha imparato a giocare a golf; e con stupore mi racconta che nei giorni feriali i campi sono affollati di persone come lui che vivono di rendita. Buon pro gli faccia, ma vogliamo chiedere un contributo di solidarietà pure a loro?

Colpire l’evasione

di Carlo Castellano

Non sono un esperto in materia tributaria, né di finanza pubblica. Faccio l’imprenditore di un’azienda italiana, in un settore high-tech, presente sui più importanti mercati mondiali che coprono gran parte della nostra attività. E’ quindi per noi normale conoscere le condizioni in cui operiamo. E confrontando le realtà delle diverse economie, balza evidente che il nodo più macroscopico di differenza tra noi e gli altri risieda nella piaga endemica dell’evasione fiscale.

Sono rimasto quindi "sorpreso" per non dire "sconcertato" nel leggere che, sia nella manovra correttiva di luglio, sia nel decreto legge di metà agosto, il gettito previsto dall’evasione fiscale avrà un ruolo marginale. In particolare il decreto, ora in discussione in Parlamento, individua nel triennio un possibile prelievo aggiuntivo di neanche un miliardo di euro dalla lotta all’evasione, a fronte di un gettito stimato per l’intera manovra di 45 miliardi. Viene ripetutamente detto che "l’evasione è una battaglia persa in partenza" e che da decenni si cerca di abbattere il fenomeno ma con modesti risultati e che, comunque, il governo doveva assumere provvedimenti con effetti immediati, mentre la lotta all’evasione non può che manifestare i suoi effetti solo nel medio-lungo termine.

Ma l’enormità del fenomeno italiano (si stima che lo Stato subisca annualmente un mancato gettito tributario di circa 120 miliardi) e la differenza macroscopica, rispetto a quanto avviene, in tema di evasione, negli altri paesi della comunità europea, pongono interrogativi e scelte non più eludibili. È vero, i mercati e gli organismi internazionali tengono conto degli effetti a breve degli interventi volti a contenere il debito pubblico ma soprattutto valutano i provvedimenti strutturali di risanamento e di sviluppo.

Proviamo quindi a leggere alcuni dati prendendo come riferimento e fonte le pubblicazioni della Banca d’Italia. Ad esempio, emerge che in Italia il "numero delle operazioni pro capite con strumenti diversi dal contante" sono risultate pari nel 2010 a 66 contro una media dell’area euro di 176. Non è un caso che solo la Grecia (14) - paese noto per l’evasione fiscale - risulti l’ultima in classifica. Altri Paesi mediterranei, quali la Spagna (121) e il Portogallo (152) segnano valori non molto lontani dalla media europea. E questo significa che anche nella nostra area del mediterraneo è possibile - se si vuole - cambiare sistema. D’altro canto l’analisi disaggregata per aree territoriali fa emergere in Italia un rilevante divario tra Centronord (84) e Mezzogiorno (39). Una conferma questa che l’utilizzo dei mezzi elettronici è purtroppo modesto anche nelle stesse regioni del Nord comparabili per livello di reddito con quelle europee più sviluppate, quali la Francia che presenta un indice pari a 255. Inoltre non è un caso che la Francia abbia registrato nel 2010 una "emissione netta cumulata" di banconote pari a 84 miliardi di euro mentre per l’Italia il valore risulta il doppio, pari cioè a 145 miliardi.

È evidente che il permanere in Italia di una continua ed elevata propensione all’utilizzo del contante è il chiaro sintomo dell’endemica evasione fiscale del nostro Paese.

La strada principale per combattere l’evasione risiede quindi nell’abbattere la circolazione di carta moneta con l’obbligo di utilizzare per tutte le principali transazioni le diverse forme di pagamento elettronico (bonifici, addebiti, operazioni con carte) e assegni bancari che sono tracciabili e individuabili. Fa impressione leggere che, nel decreto di ferragosto, l’abbassamento della soglia (da 5 mila euro) a 2.500 euro per il trasferimento di contante è riportato tra le norme (art. 2, comma 4) in tema di "prevenzione dell’utilizzo del sistema finanziario a scopo di riciclaggio dei proventi di attività criminose e di finanziamento del terrorismo". Il provvedimento va nella direzione giusta ma è solo un pannicello caldo anche perché non è inserito in un forte programma contro l’evasione fiscale.

La Francia è riuscita a canalizzare larghissima parte di pagamenti e di riscossione senza movimentare denaro e senza quindi creare i presupposti per l’evasione fiscale. Certo, anche la Francia, come tutti gli altri paesi europei, ha dovuto lottare in questi anni contro l’evasione fiscale assumendo idonei provvedimenti e i risultati sono tangibili.

Ecco perché il governo e il nostro Parlamento devono trovare il coraggio di parlare con verità - come ha detto il Presidente Giorgio Napolitano - e di assumere provvedimenti strutturali di risanamento, di pulizia e di equità. In questa direzione va visto, e quindi riscritto, il decreto legge in tema di evasione fiscale. È assurdo porsi l’obiettivo di abbattere, alla fine del prossimo quinquennio, la metà dell’evasione fiscale attuale, con un vantaggio quindi per le casse dello Stato intorno ai 50-60 miliardi? È certamente un obiettivo durissimo perché tocca interessi diffusi e una incultura profondamente radicata nel nostro Paese. D’altro canto una seria politica volta alla drastica riduzione dell’evasione fiscale può rappresentare un forte stimolo per il rilancio e la crescita del nostro sistema economico e produttivo. Così si potrà avviare la riduzione della pressione fiscale, arrivata ormai a livelli eccessivi per i contribuenti, siano essi imprese o cittadini.

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