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Silvano Andriani
Aiuti alle banche, resta il circolo vizioso
11 Giugno 2012
Articoli del 2012
I nefasti paradossi di una politica miope che premia i colpevoli e punisce gli innocenti. L’Unità, 11 giugno 2012

La decisione di fornire al governo spagnolo fino a cento miliardi di euro per salvare le banche eliminerà probabilmente il rischio di un collasso immediato di sistemi bancari europei, ma non è certo una novità. Anche nei casi della Grecia, dell’Irlanda e del Portogallo le erogazioni ai governi di quei Paesi, fatte dal fondo cosiddetto salva Stati, era servito a salvare le banche. Anche questa volta ha vinto la Germania e i fondi non saranno dati direttamente alle banche spagnole, ma allo Stato affinchè li giri alle banche. La novità, si dice, è che questa volta non verrebbe imposta come condizione l’accettazione di una pesante politica di austerità, ma quella politica il governo spagnolo l’ha già adottata sin dai tempi di Zapatero.

Il risultato sarà che vedremo il debito pubblico spagnolo, che prima della crisi era il più basso d’Europa, impennarsi ancora e quasi raggiungere il livello di quello italiano e che il governo spagnolo, nel mettere i quattrini dei contribuenti europei dentro le banche, dovrà decidere quale governance dare ad esse, e se intende ancora una volta salvare insieme alle banche anche i responsabili dei loro fallimenti. Si discute anche dell’unificazione dei sistemi bancari europei, che vuol dire regole comuni, un unico controllore, un meccanismo comune per la gestione di eventuali default di banche. Sarebbero positive novità ma appaiono decisioni lontane. Il sostegno alle banche spagnole, invece, se anche frenerà la fuga dei risparmiatori dalle banche spagnole, appare l’ennesimo intervento all’ultimo minuto per evitare di cadere nel baratro, ma senza cambiare la direzione di marcia. Nonostante il gran parlare della necessità di crescita economica, le uniche decisioni pesanti riguardano ancora la finanza. La crisi col suo movimento circolare ci ha riportati al punto di partenza: siamo partiti dal salvataggio delle banche e lì stiamo tornando. E bisognerebbe chiedersi perché. E bisognerebbe capire come mai le banche europee, quelle inglesi, tedesche e francesi in testa, sono le più indebitate al mondo e hanno accumulato una quantità di asset, dai quali provengono i rischi di perdite, mediamente pari a tre volte il Pil europeo. L’enorme squilibrio finanziario generatosi nell’area euro è intrecciato alla crescita delle divergenze fra Paesi forti e quelli deboli. Fino a che tale divergenza non sarà aggredita lo squilibrio finanziario tenderà a rafforzarsi. Ancora una volta, comunque le banche vengono salvate con il denaro dei contribuenti. Appare, inoltre, chiaro il paradosso per cui Stati costretti con politiche di austerità a ridurre il debito pubblico tagliando pensioni, investimenti, spese per l’istruzione, vengono simultaneamente indotti ad aumentare quel debito per salvare le banche. E i titoli che emetteranno per il maggior debito contratto per i salvataggi saranno in buona misura acquistati dalle stesse banche aumentando il rischio complessivo.

Arriviamo così al cuore del problema che si racchiude in questo fatto: la crisi ha avuto origine da un livello record del debito totale - debito privato e pubblico - nei Paesi avanzati; a cinque anni dall’inizio della crisi il livello del debito totale non è diminuito, in Europa è aumentato. Nessuna meraviglia che tornino le crisi finanziarie. Concludendo la presentazione di un rapporto speciale sul debito, nel 2010, The Economist sosteneva che «per il mondo sviluppato, il modello finanziato dal debito ha raggiunto il suo limite, ciascun governo dovrà trovare la sua via per ridurne il peso. La battaglia tra creditori e debitori può essere lo scontro determinante della prossima generazione». Siamo nel bel mezzo di tale scontro e poiché creditori e debitori non sono solo singole persone, ma anche Stati, soprattutto fra Stati. Le politiche seguite finora sono andate a vantaggio dei creditori. Nessuno dei modi con i quali in passato si è ridotto il livello dell’indebitamento è stato accettato. Non i default guidati delle banche; non la ristrutturazione dei crediti (quello del debito greco è stato accettato obtorto collo e tardivamente); non l’aumento del tasso di inflazione come proponeva anche il Fmi. L’esperienza storica, attestata da recenti ricerche, ci dice che da situazioni di eccesso di indebitamento generalizzate si esce con una svalutazione dei debiti. Qui non si tratta solo di un problema pur importante di equità. Si tratta di vedere anche quale è la strada che favorisce il rilancio dello sviluppo. Onorare fino in fondo il debito, onorarlo magari con i quattrini di chi quel debito non aveva contratto, significa mantenere sul sistema economico un peso impossibile e colpire le nuove generazioni due volte: facendogli pagare il debito e menomando il loro futuro.

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