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Adriano La Regina
Ai Fori non serve il super-commissario
8 Febbraio 2009
Beni culturali
Il massimo competente dell’archeologia di Roma spiega perché il commissariamento è inutile e dannoso. Da la Repubblica, ed. Roma, 8 febbraio 2009 (m.p.g.)

La responsabilità di garantire la migliore conservazione al patrimonio archeologico di Roma comporta iniziative coraggiose, ma anche valutazioni ponderate e consapevolezza dell’attenzione internazionale. È un segnale positivo che si torni finalmente a considerare, come si apprende dai comunicati ministeriali, la necessità di promuovere a favore delle antichità di Roma provvedimenti straordinari per fare fronte alle esigenze di protezione, studio e valorizzazione.

Erano anni che il governo non assumeva iniziative adeguate a tal fine. Del tutto incomprensibile, se l’obiettivo è veramente quello di potenziare e proteggere i beni archeologici, risulta tuttavia la preposizione di un commissario alla gestione della Soprintendenza archeologica di Roma, mentre sarebbe più ragionevole un atto inteso a ripristinare in pieno la sua autonomia amministrativa.

Desta poi perplessità l’intento di porre quell’ufficio in subordine, per le valutazioni di ordine archeologico, a un comitato esterno, il quale lo priverebbe dell’autonomia scientifica attribuitagli per legge; nel contempo verrebbero così del tutto sviliti i già trascurati organi consultivi del Ministero, a cominciare dal Consiglio nazionale dei beni culturali.

Un commissariamento, ossia l’esautoramento dei poteri istituzionali, presuppone da una parte l’esistenza di situazioni di gravissima emergenza, le quali possano giustificare l’inosservanza di regole e procedure ordinarie, dall’altra una struttura insanabilmente inadeguata ai compiti.

Non esistono a Roma né le une né le altre condizioni, sia perché le emergenze segnalate sono fittizie, e vi sono semmai segni di ordinario fabbisogno insoddisfatto in conseguenza di annose inadempienze ministeriali, sia perché la Soprintendenza di Roma è notoriamente quella di gran lunga più efficiente d’Italia, il cui prestigio, riconosciuto a livello internazionale, è comprovato dalla sua storia e dalla sua produzione scientifica, non seconda a quella di alcun dipartimento universitario.

Non vi è neanche l’asserita necessità di trovare per le antichità di Roma nuove fonti di finanziamento, perché la Soprintendenza sarebbe ampiamente autosufficiente se non venisse privata da parte del Ministero di buona quota dei suoi introiti, che ammontano a circa 30 milioni di euro annui.

D’altra parte quell’ufficio ha dimostrato più volte di essere all’altezza di progettare e di eseguire gradualmente, ma su un vastissimo fronte, opere di grande entità con impegni di spesa giudiziosamente contenuti e diluiti nel tempo, come è richiesto dalla natura dei lavori sui beni culturali.

Ricordo qui la legge ottenuta nel 1971 dal soprintendente Carettoni, con la quale fu erogato un finanziamento complessivo di 5 miliardi di lire per cinque anni; rivalutati ad oggi corrispondono a circa 79,5 miliardi, pari a 41 milioni di euro. Ricordo soprattutto la legge speciale per il patrimonio archeologico di Roma del 1981, promossa dalla soprintendenza sotto la mia conduzione per fare fronte alla reale emergenza costituita dal decadimento dei grandi monumenti marmorei. Le superfici scolpite andavano infatti in rapido disfacimento sotto l’aggressione dell’inquinamento atmosferico. La legge, approvata all’unanimità dal Parlamento su proposta del ministro Biasini, attribuì un finanziamento per gli anni 1982-1986 di 180 miliardi, e fu rifinanziata per il 1987 con altri 50 miliardi; l’importo complessivo di 230 miliardi rivalutato ad oggi corrisponde a 790 miliardi di lire, pari a circa 408 milioni di euro. La sua attuazione richiese oltre un decennio e anche se le opere previste erano state dichiarate per legge necessarie e urgenti, la spesa fu eseguita adottando le ordinarie procedure di appalto.

Il fabbisogno economico di oggi non è ai livelli del 1981, perché da allora molti problemi sono stati risolti, a cominciare dalle nuove sedi del Museo Nazionale Romano acquistate e ristrutturate, fino ai grandi restauri e alle acquisizioni di monumenti. I proventi attuali della Soprintendenza corrispondono a circa la metà della dotazione annua rivalutata della legge Biasini.

Le condizioni dell’ufficio sono oggi migliori che in passato.

Il personale è più che sufficiente e qualificato per affrontare compiti delicati e gravosi. Sarebbe solamente necessario sanare due disfunzioni: la prima consiste nel mancato riconoscimento a molti dipendenti della qualifica corrispondente alle mansioni che di fatto essi svolgono; la seconda deriva dalla sottoutilizzazione di numerosi altri dipendenti che non vengono impiegati secondo le effettive capacità tecniche o amministrative perché destinati ad espletare funzioni di vigilanza.

L’inadeguata dotazione di personale da adibire al controllo di monumenti e musei è infatti il vero punto dolente del ministero, comprensibilmente afflitto da un fabbisogno che potrebbe dilatarsi a dismisura. Questa preoccupazione appare tuttavia ingiustificata, e direi anche miope, nei confronti di beni che hanno valore strategico per l’economia nazionale, con un rendimento immensamente superiore agli oneri che esso comporta, come è nel caso di Roma. Il riordinamento degli organici e la riqualificazione dei compiti per il personale addetto al funzionamento e alla protezione delle antichità e delle opere d´arte, potrebbero essere iniziative meritevoli e facilmente realizzabili.

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