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Lodo Meneghetti
Addio, professori!
15 Aprile 2005
Lodovico (Lodo) Meneghetti
Che succede nell’insegnamento universitario ...

Che cosa succede nell’insegnamento universitario. Al Politecnico di Milano, particolare Facoltà di architettura civile di Milano Bovisa.

Ormai acquisito il discutibile schema 3 + 2, laurea breve e laurea specialistica, il problema più grave di oggi è la consistenza e la qualità del corpo insegnante. Voglio dire che mentre stiamo contestando il disegno Moratti teso a spezzare definitivamente il legame fra docenti e scuola, ad abolire l’incompatibilità fra professione privata o vs privati e impegno istituzionale, inoltre a ricattare gl’insegnanti circa la stabilità del posto di ruolo, sta funzionando da qualche anno ed è in corso di definitiva stabilizzazione un sistema locale dequalificato, perfino oltranzista in confronto all’ipotesi morattiana: la quale non doveva sorprendere giacché privatizzazione e liberismo nell’università rappresentano lo stesso ribaltone applicato o applicabile nei musei, nei maggiori teatri, nelle grandi stazioni ferroviarie, nelle infrastrutture di ogni tipo, e ancora, nel territorio, nella casa, nel mercato del lavoro. Si vuole svellere l’università, e il resto, dai cardini così come si vuole scardinare la Costituzione.

Il modello locale del Politecnico milanese ha anticipato e giustificato la riforma. È difficile dire come e quando, esattamente, abbia cominciato a prender forma e si sia poi irrigidito in una struttura che sarà impossibile demolire e ricostruire. È certo che il penultimo rettore del Politecnico e l’entourage dei professori più potenti fossero fautori della soluzione più facile di fronte alla scarsità di professori e ricercatori causata, per un lato, dall’”opportuno” sostanziale blocco dei concorsi, per un altro dalle norme europee relative al rapporto studenti/docenti, specificamente nelle facoltà di architettura e, qui, nei laboratori di progettazione. Pensarono: se mancano professori (veri e propri, aggiungo) prendiamo persone dall’esterno, dal mondo professionale e incarichiamole di insegnamento mediante contratti annuali di diritto privato; inoltre utilizziamo allo stesso modo quei disperati collaboratori volontari interni che stanno invecchiando senza speranza in un futuro migliore; comunque è bene che il personale di ruolo non superi la metà dell’intero organico (proprio in questo senso si esprimerà poi la Moratti); il vuoto sarà riempito da quegl’altri.

Non c’è nessun ostacolo legale a che i contratti di diritto privato per incarichi su discipline come quelle presenti al Politecnico a Ingegneria e ad Architettura – la dizione legale esatta: “settore scientifico disciplinare dell’insegnamento” – possano proliferare senza limiti. Sostenevano, i riformatori/demolitori: imitiamo gli Stati Uniti, dove le università migliori si contendono i cervelli acquistandoli, appunto, attraverso contratti. Sapevano benissimo che il paragone e l’ipotesi erano ridicoli. Là, negli istituti maggiori (privati), la contesa avviene attorno a remunerazioni da capogiro, per noi. Qua le cifre sono da miseria, di che cavolo di contesa potevano parlare?

Osservo meravigliato la facoltà che ho contribuito a fondare, leggo un elenco relativo all’anno accademico 2004/05:

professori ordinari 23

professori straordinari 6

professori associati 25

totale insegnanti veri e propri 54

professori fuori ruolo 4

ricercatori 33

totale insegnanti istituzionali (ammesso che i fuori ruolo e tutti i ricercatori siano titolari) 91.

Proseguo:

professori incaricati con il contratto di diritto privato168

insegnanti istituzionali 91

totale insegnanti 259

Così i contrattisti rappresentano il 65 % del corpo docente: un successo come privatizzazione edequalificazione della scuola; un successo come insignificanza del ruolo effettivo di professore.

Quanto vengono pagati? Approssimativamente secondo le ore assegnate, da un minimo di 900 a un massimo di circa 5.400 euro netti per i responsabili/direttori dei laboratori di progettazione, il cui peso didattico è ben conosciuto. Tale rimunerazione del lavoro va interpretata insieme al senso a al valore che assume il titolo di “professore a contratto”.

Per i giovani e meno giovani che non posseggono uno studio professionale o che, in ogni caso, non possono essere considerati dei professionisti, e che da un certo tempo svolgono compiti didattici in maniera per lo più, ma non sempre, subalterna, il titolo pare quasi un inganno verbale. Resta quel po’ di gratificazione che la parola professore concede, oltre alla modesta ricompensa da aggiungere agli occasionali pagamenti derivati da altre mansioni nei progetti di ricerca (benché sempre più rari e meno ricchi) assegnati a docenti di ruolo. Ma per i migliori, quelli che nella pratica e nello studio hanno imparato a insegnare in modo superiore al semplice compito di tutor, quel compenso può far aumentare la rabbia o la latente depressione per la duale condizione: insicurezza del lavoro e aspettativa delusa.

Per i numerosissimi professionisti esterni (specialmente architetti, poi ingegneri e qualche raro specialista in discipline necessarie ai piani di studio) la rimunerazione rispetto al reddito professionale conta poco o nulla; al contrario vale molto il titolo di “professore”. Premetto che per gli studenti, del tutto ignari riguardo al meccanismo sottostante al quadro da loro percepibile, qualsiasi persona insegnante si trovino di fronte nel corso o laboratorio sempre professore è, come d’altronde appare nominativamente, salvo le irricevibili sottigliezze istituzionali, nella corposa guida dello studente (fanno eccezione i pochi professori “famosi” per i quali è sempre risuonato nelle aule e nei corridoi al principio dell’anno accademico il tam tam informativo). Naturalmente non manca qualche professionista in grado di insegnare al di là del puro trasferimento della propria esperienza pratica, specialmente se ha goduto del rinnovo contrattuale per parecchi anni consecutivi e ha cercato di integrarla col sapere teorico e pedagogico. Ma in ogni modo a quel titolo tutti o la maggior parte ambiscono, eccome, giacché possono esibirlo, senza abuso legale se corredato da “a contratto”. Lo indicano sulla carta da lettera. Altri possono presentarli ad altri quali “professor …”. Soprattutto, la bella qualifica serve in particolare per le commesse da parte degli enti pubblici, in ulteriore particolare per gli incarichi urbanistici nei piccoli comuni: un pianetto regolatore, un piano particolareggiato a scala di disegno urbano, un progetto per la sistemazione di una piazza.

Così l’università funziona da cassa di ridistribuzione delle committenze e in definitiva del reddito.

P.s.- “…una delle leggi-omnibus approvate in questi giorni ha sottratto risorse al già esiguo fondo destinato alle università statali per aumentare del 7% lo stanziamento per le università private, recentemente aumentate di numero… Alla vigilia delle scadenze previste una circolare del 18 marzo (Prot. 91/Segr/Dgu) esenta le università non statali dal rispetto dei requisiti minimi…”, Giunio Luzzatto, in ‘l’Unità’, 27 marzo 2005, p. 27.

Condivido le tue valutazioni. Ero favorevole al progetto di Luigi Berlinguer e all’articolazione dell’apprendimento in più cicli, ma subito alcuni di noi rilevarono che la riforma degli ordinamenti didattici, per dar luogo a quella vera rivoluzione che era il passaggio dalla formazione tradizionale all’apprendimento continuo, richiedeva investimenti molto consistenti di risorse e modifica dello stato giuridico dei docenti, con una scelta decisa per il tempo pieno dei docenti. Ciò non avvenne. La privatizzazione dell’università, tenacemente perseguita da questo governo, ha trovato perciò un terreno fertile su cui applicarsi. Le conseguenze sullo stato generale dell’economia del paese e sul suo futuro sono ormai evidenti a tutti, ed altrettanto evidente è la condizione di marginalità cui sono condannati gli aspiranti docenti e ricercatori: risorse gettate a imputridire da una concezione distorta dello sviluppo.(es)

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