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Acqua libera o quello “sviluppo”?
21 Febbraio 2010
Clima e risorse
Un servizio di Paolo Hutter da Santiago del Cile e una nota di Omero Ciai su una vertenza provocata dal rifiuto delle regole di uno “sviluppo” criticabile. La Repubblica, 21 febbraio 2010

La battaglia dell'acqua sfida italiana in Patagonia

di Paolo Hutter

Da una parte le promesse di indipendenza energetica, tutta in fonti rinnovabili. Dall'altra l'accusa di devastazione ambientale in una delle ultime macro-aree intatte del pianeta. Il progetto di cinque grandi dighe nel cuore della Patagonia cilena, nei fiumi Baker e Pascua, duemilatrecento chilometri a sud di , ha suscitato il più vasto e colto movimento di protesta nella storia dei conflitti ambientali in Cile. Non solo manifestazioni e petizioni locali, ma documentari, libri di fotografie, manifesti appesi in tutto il Cile, concerti, canzoni, omelie, studi, controinchieste. Una vicenda che, sorprendentemente, ha anche un forte risvolto italiano. Da una parte c'è Enel, proprietaria di Endesa e quindi azionista di maggioranza dell'impresa Hidroaysèn, proprietaria dei diritti dell'acqua e promotrice dell'iniziativa. Dall'altra ci sono le forze locali e i gruppi ambientalisti uniti nel Consiglio di Difesa della Patagonia che hanno deciso di farsi rappresentare dal vescovo di Aysèn, Luigi Infanti, nato a Udine, e di contare sulla sua prossima "missione diplomatica" in Italia.

Ma ovviamente la controversia è soprattutto un grosso nodo da sciogliere per il governo del primo presidente di destra appena eletto, Sebastian Piñera, il cui cuore batte per dighe e tralicci, ma il cui cervello suggerisce estrema prudenza per non passare fin da subito da uomo che preferisce gli affari all'ambiente. In campagna elettorale il tema è stato abbastanza rimosso, soprattutto nel ballottaggio. I candidati minori di sinistra - Marco Enriquez Ominami e Jorge Arrate - hanno sposato la causa di Patagonia "sin represas" (senza dighe) ma non l'hanno enfatizzata. Sia Piñera che Frei (il candidato del centrosinistra che ha perso le elezioni, ndr) erano e sono invece comunque favorevoli allo sfruttamento idroelettrico dei fiumi, ma non potevano rischiare di perdere voti preziosi. Soprattutto dopo che tre differenti sondaggi hanno mostrato una percentuale di contrari alle dighe in Patagonia oscillante tra il 52 e il 58 per cento. Nei programmi elettorali dei due principali candidati si è parlato genericamente di energie rinnovabili e le poche volte che sono stati interrogati sul progetto Hidroaysen hanno risposto che «gli organi preposti faranno le valutazioni di impatto ambientale, e le decisioni saranno tecniche».

Il duello di carte bollate ha raggiunto livelli altissimi. L'impresa Hidroaysèn deve rispondere a 1.114 osservazioni presentate dalla Conama, e ha chiesto più tempo, fino al 30 giugno. Aveva presentato la sua prima Valutazione d'impatto ambientale nel 2008. Il Consiglio di difesa della Patagonia aveva riversato sugli uffici della Conama migliaia di osservazioni di cittadini. Gli uffici avevano quindi presentato 2.698 obiezioni. Hidroaysen aveva chiesto nove mesi di proroga, poi altri due, consegnando le sue risposte il 20 ottobre 2009. Le attuali 1.114 osservazioni sono la risposta alla risposta dell'impresa.

Le contestazioni riguardano innanzitutto l'impatto delle cinque grandi dighe sul corso dei fiumi, sul paesaggio circostante, sulla biodiversità e sulle specie in via di estinzione. Per i cinque bacini verranno inondati oltre quattromila ettari adiacenti ai fiumi Baker e Pascua. Poca roba, ribatte Hidroaysen, rispetto alle dimensioni della regione e a quanto inondano le nuove dighe in genere nel mondo. Qualche anno fa vi fu un forte conflitto con alcune decine di famiglie di mapuches - l'etnia indigena del Cile - che vivono in quello che doveva diventare il bacino della centrale idroelettrica Ralco, sempre di Endesa (allora non ancora Enel) nel centro sud del Cile.

L'immagine della donna mapuche che, furente, sputa in faccia a un dirigente di Endesa fece il giro del paese. Ma questa volta non c'è un problema di indigeni da delocalizzare. E forse per questo Endesa, all'inizio, pensava che il progetto avrebbe avuto la strada spianata. Dopo tutti i problemi che ci sono stati con l'approvvigionamento di gas dall'Argentina puntavano sull'argomento "energia pulita prodotta al di qua delle Ande". Ma gli ambientalisti sostengono che i bacini, soprattutto quelli più alti, altereranno la temperatura favorendo lo scioglimento dei ghiacciai.

Gli operatori turistici della Patagonia sono contrari. Lucio Cuenca della Ocla - dell'Osservatorio Conflitti Ambientali - sostiene che le cinque grandi dighe provocherebbero più emissioni perché danneggerebbero le capacità di assorbimento della CO2 da parte della flora acquatica che verrebbe stravolta. Apparentemente sono argomenti tecnici raffinati e opinabili. Ma nelle corde di Patagonia sin Represas c'è molto di più.

Il vescovo di Aysen, Luis (in origine Luigi) Infanti, rappresenta bene il mix di argomenti ideali, sentimentali e scientifici che hanno reso così popolare la causa del "no alle dighe", anche a migliaia di chilometri di distanza. L'ho incontrato qualche giorno fa, in un assolato pomeriggio estivo, nella canonica di una parrocchia di Santiago del Cile. Appuntamento non facile, poiché Infante rifiuta di possedere un cellulare. Mi sono trovato di fronte un cinquantasettenne alto e dinamico, che veste come un parroco in clergyman e il cui principale motivo d'orgoglio è quello di aver portato nella sperduta Coyhaique dal Brasile il teologo della liberazione Leonardo Boff. Persona affabile e appassionata, ha tagliato una fetta d'anguria e me l'ha offerta. Ma ad emozionarmi è stato altro. Infante mi ha raccontato di essere arrivato in Cile, sbarcando a Valparaiso dall'Italia, il 12 agosto del 1973, per terminare il seminario e laurearsi in teologia. È lo stesso giorno, mese e anno in cui io, studente di Lotta Continua, entravo in Cile in pullman dal Perù, per andare a conoscere da vicino l'esperienza di Unidad Popular. Poi, lui, in Cile ci è rimasto, fino a diventare vescovo. E ora ci incontriamo, trentasei anni dopo, per parlare delle dighe dell'Enel.

Nelle interviste, come nella sua Lettera pastorale - "Dacci oggi la nostra acqua quotidiana" - Infante evoca significati simbolici, teologici, antropologici in difesa del corso naturale dei fiumi della Patagonia: acqua fonte di vita, sorella acqua. Tra le citazioni c'è il discorso del capo indiano Seattle, della tribù Squamish, che nel 1865 ammoniva il governatore bianco: «I fiumi sono nostri fratelli. Dovreste trattare i fiumi con la stessa delicatezza con cui trattereste un fratello». Su un filone analogo del resto troviamo buona parte dei testi delle canzoni del disco Voci per la Patagonia, brani realizzati per Patagonia sin Represas da quattordici autori pop e folk di successo, Inti Illimani compresi (hanno composto per la causa la Cueca de los Rios ).

Il vescovo sa bene che questi argomenti non bastano e altrettanto bene ha imparato, dagli ambientalisti di Ecosistemas, Chile Sustentable, Ocla a declinare il tema generale dell'energia. «Non c'è bisogno di ferire la Patagonia quando ci sono immense potenzialità di energia grazie al sole, al vento, alla geotermia». Del resto la lunghezza e l'impatto dell'elettrodotto che si dovrebbe realizzare, quella striscia di duemilatrecento chilometri di tralicci per portare l'energia da Aysèn a Santiago, sono forse il punto più debole del progetto. Per l'opinione pubblica c'è poi un aspetto che travalica le questioni ambientali: la proprietà delle acque. Luis Infanti partecipa anche alla campagna per la rinazionalizzazione dell'acqua. Il regime di Pinochet ne aveva avviato la privatizzazione con il Codice delle acque del 1981, attribuendo in concessione interi bacini fluviali. Stiamo parlando di tutta l'acqua, non solo - come in Italia - della gestione degli acquedotti. «Comprando Endesa, Enel ha acquisito automaticamente la proprietà delle acque dei fiumi» dice il vescovo, e preannuncia così uno dei temi delle conferenze che farà a Roma a fine aprile: «È legale, ma eticamente è una situazione insostenibile. Chiederemo a Enel di trovare il modo di restituire questa concessione al popolo cileno». Il vescovo: "Verrò molto presto a Roma per chiedere un ripensamento"

L'oro blu, ricchezza contesa che spacca l'America Latina

di Omero Ciai

La più famosa guerra dell'acqua in America Latina scoppiò a Cochabamba nel gennaio 2000. Il governo boliviano - alla presidenza c'era l'ex dittatore Hugo Banzer - aveva ceduto ad un gruppo americano, Bechtel, il compito di distribuire l'acqua potabile ai 600mila abitanti della città. Il primo effetto fu un sostanzioso aumento delle tariffe che scatenò una rivolta popolare e la revoca della concessione. Dai tumulti per l'acqua a Cochabamba nacque anche il movimento che, sei anni dopo, portò alla presidenza un indio aymara, l'ex "cocalero" Evo Morales, affidandogli l'obiettivo di "rinazionalizzare" le risorse (acqua, gas, petrolio, litio) e difenderle dalle multinazionali straniere.

Episodi analoghi avvennero in quegli anni anche in Uruguay, Argentina, Ecuador: tanto che a partire dal 2003 le grandi compagnie internazionali si sono ritirate dall'area scoraggiate da perdite finanziarie, regole poche chiare e clima politico ostile. Riguardo all'oro blu l'America Latina ha un situazione singolare. Tutto il subcontinente (compresa l'America Centrale) rappresenta il 12 per cento della superficie terrestre, il 6 per cento della popolazione mondiale, ma possiede il 28 per cento delle riserve di acqua dolce del pianeta. Non solo: secondo i dati Fao appena il 19 per cento dell'acqua viene usata per il consumo domestico, il 9 dall'industria e il 73 per l'agricoltura. Ma quasi cento milioni di persone non hanno accesso diretto all'acqua potabile e diventeranno 130 milioni nel 2015. Scenario perfetto per le "guerre dell'acqua" dei prossimi decenni.

Al Bid (Banca interamericana di sviluppo) e al Fondo monetario sono ancora convinti che una soluzione si possa trovare attraverso la privatizzazione dell'acqua come proposero all'inizio degli anni Novanta quando, dopo le crisi del debito, il reinserimento del Sudamerica nel mercato globale venne trainato dall'esportazione delle materie prime e dalla svendita delle risorse naturali. Conservarne la proprietà pubblica - sottolineano - non ha risolto i problemi infrastrutturali, per esempio, né a Cochabamba, dove almeno il 30 per cento delle case è, dieci anni dopo, ancora senz'acqua; né a Lima dove, nei sobborghi,i più poveri si forniscono coni camion cisterna e pagano il servizio quattro o cinque volte di più che nei quartieri borghesi di Miraflores. Due emergenze, estreme e recenti, sono quelle rappresentate da Città del Messico, con il 40 per cento delle risorse idriche che si perdono per assenza di manutenzione; e da Caracas, dove Hugo Chavez ha inventato la "doccia del buon socialista", mai oltre i tre minuti.

Tra i fiumi dell'Amazzonia, il tesoro sotterraneo dell'Acquifero Guaranì, le Ande o la Patagonia, l'acqua è distribuita malissimo ma ce n'è in abbondanza. Però il tema dell'acqua si lega a quello dell'energia (le contestate dighe da costruire in Amazzonia) e all'agricoltura (il polemico intervento sul Rio Sao Francisco per irrigare il desertico NordEst). Così, "sviluppo o ambiente" finirà per essere l'altro bivio foriero di conflitti.

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