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Giovanni Caudo
A Venezia la Biennale delle Città
12 Settembre 2006
Una corrispondenza per eddyburg (da Venezia, 12 settembre 2006) su una esposizione che fa discutere

In ogni edizione della Biennale di Architettura la Città c’è sempre stata. Bisognava andarla a cercare scostando l’evidenza dei linguaggi o la presenza ingombrante delle figure del firmamento architettonico. C’è sempre stata grazie alla sensibilità di alcune scelte dei padiglioni nazionali. Penso ad esempio a quello Coreano nell’ultima edizione, a quello della Germania e quasi sempre in quello Olandese.

Quest’anno la novità è che la città è la faccia stessa della mostra. Con una scelta che ci pare coraggiosa il direttore Richard Burdett (economista della London School of Economics) ha messo al centro dell’esposizione “Le Città”. Come lui stesso ha detto è una mostra che celebra “Le Città”. Le ragioni di questa scelta ci sembrano importanti: le città sono e lo saranno sempre più la forma più diffusa di organizzazione dello spazio nel quale vivrà l’uomo contemporaneo.

Nello splendido spazio delle Corderie, all’Arsenale, si snoda il percorso che attraversa 16 grandi metropoli del mondo (San Paolo, Caracas, Bogotà, Città del Messico, Los Angeles, New York, Il Cairo, Johannesburg, Istanbul, Milano-Torino, Berlino, Londra, Barcellona, Tokyo, Mumbay, Shangay). Un ricco panel di dati e di confronti tra le città consente di avvicinarsi al fenomeno urbano in una sorta di sguardo dall’alto.

Si poteva fare di più. La scelta di una descrizione standardizzata appiattisce le diverse anime di queste città, ne riduce le capacità descrittive. I dati della popolazione e della densità ci parlano delle città ma poco ci dicono sui fenomeni profondi che muovono questo processo di urbanizzazione. La violenza, l’insicurezza, la povertà sono qui e lì richiamati nelle didascalie che accompagnano l’esposizione. E poi, la grande assente: la lettura dei processi economici del modello di economia dominate che sta comportando una sempre più accentuata polarizzazione della società. Le Città sono il prodotto più complesso dell’uomo e per questo sono anche il modo migliore per studiare la società, le sue trasformazioni. Alla biennale hanno scelto un profilo più basso.

Le città hanno una loro forza naturale e si costruiscono attraverso scelte individuali di una moltitudine di persone. Lo spazio per l’architettura e l’urbanistica sembra allora debole, residuale dinanzi alla complessità e alla quantità dei fenomeni. Debole soprattutto se pensiamo all’architettura come a un prodotto intenzionale e unitario (fanno eccezione alcuni interventi come a Shangay o Bogotà).

Ai Giardini, nei padiglioni dei singoli Paesi, invece si possono trovare dei tentativi di dare delle risposte. Ad esempio nel padiglione francese. Lì si mette in scena un’occupazione da parte di un collettivo di giovani, Exyst. Il padiglione pullula di vita quotidiana, si cucina, si dorme (ci si può prenotare per restare a dormire), si fa la doccia, si prende il sole sul terrazzo, si lavora da casa. Niente forma, solo la sostanza di un condividere l’abitare, di una ricerca di nuove forme di aggregare qualcosa che assomiglia a una comunità, ma nel rispetto di una dimensione individuale da salvaguardare. Nelle città schiacciate dalla finanziarizzazione del mercato immobiliare, o nei quartieri poveri, la città si vive così. Il diritto alla città passa attraverso queste nuove forme di abitare.

Una esposizione che merita di essere vista anche tenendo conto della sensazione che si ha in alcuni momenti che si tratti di un’occasione mancata.

Infine. Una foto. Un terreno completamente spoglio, uno squarcio nella parte centrale. Il terreno che è anche un tappeto. Lo squarcio lascia intravedere che sotto il terreno ci sono delle ruote dentate, come quelle del meccanismo di un orologio. Un uomo, al centro della foto e con i piedi sul terreno, si protende con in mano una chiave nel tentativo di stringere i bulloni che fissano la ruota dentata.

Nient’altro. Il titolo della foto: Turning to spring.

La foto è nel padiglione Italia nello spazio curato da C International Photo Magazine. Questa, insieme ad altre foto dello stesso fotografo sono dal mio punto di vista le cose che meglio comunicano il senso di questa biennale dedicata alla città. Sulla parete una scritta: Imaginary City

Tornare al suolo, alla percezione della pelle della città più che cercare i suoi confini, nessuna forma, nessun limite o bordo nell’immaginario della città solo la ricerca del suo senso più originale e archetipo.

La scelta dei curatori italiani è stata diversa: uno sguardo all’indietro per dare forma alla “Città di pietra” dove ricompaiono, anche nella rappresentazione, linguaggi che non ci parlano della società contemporanea. O, come nella città immaginaria di VEMA, proposta intelligente e colta, che però interpreta la città come simulacro di forme.

L’impressione è che la “primavera” non passi per nessuna delle proposte italiane.

Su VEMA vedi anche qui

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