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Dario Predonzan
A Trieste vince ancora il blocco edilizia-speculazione immobiliare
19 Settembre 2007
Non tranquillizzano affatto i presunti segnali di miglioramento del piano sregolatore del 1997. Una corrispondenza per eddyburg del 4 agosto 2007

L’antefatto

Il vigente piano regolatore di Trieste fu approvato nel 1997, con l’esplicito obiettivo dichiarato dal sindaco “progressista” di allora (Riccardo Illy) di “rilanciare l’edilizia”. Un comparto che, a dire il vero, a Trieste non ha mai conosciuto una vera crisi, ma semmai ha sofferto e soffre di nanismo aziendale e di lavoro nero dilagante. La delicata fase di elaborazione finale del piano fu quindi, coerentemente, affidata ad un assessore, l’ing. Giovanni Cervesi, diretta espressione del mondo dei costruttori (e dell’ordine degli ingegneri).

Approvato malgrado qualche resistenza anche all’interno della coalizione di centro-sinistra, il piano è quanto di meglio i costruttori e la rendita immobiliare potessero aspettarsi. A cominciare da una capacità insediativa irrealistica (270 mila abitanti dichiarati, contro meno di 230 mila all’epoca dell’approvazione e proiezioni demografiche del Comune che indicavano 208 mila abitanti nel 2006, esattamente quanti poi sono stati rilevati a quella data) ed oltre tutto “virtuale”. Il piano prevede infatti, per la maggior parte delle zone B del centro urbano e dell’immediata periferia, non soltanto indici volumetrici molto alti (6 mc/mq), ma anche la possibilità di raddoppiarli con PRPC di iniziativa privata. ma ne acconsente la realizzazione con semplice strumento diretto; in realtà, l’obbligo di piano attuativo non viene escluso, ma scandalosamente finalizzato, anche quando di iniziativa privata, ad ottenere l’aumento – o meglio, il raddoppio - delle cubature.

Oltre a ciò, sono state individuate una molteplicità di zone di espansione residenziale, collocate per lo più nelle aree di maggior pregio paesaggistico e ambientale (14 soltanto sulla fascia costiera, altre sull’altopiano carsico, ecc.), alla faccia del vincolo ex L. 1497/1939 che copre gran parte del territorio della Provincia. Inoltre, il piano individua anche varie zone produttive - designate spesso mediante zonizzazioni “creative”, come ad esempio le zone BT “residenziali turistiche” (sempre sulla fascia costiera) – quali le zone G turistiche, le D industriali-artigianali, le H commerciali, le P per insediamenti scientifici, ecc. Non manca il contributo di qualche zona O1 per l’insediamento di campi nomadi e U1 per servizi e attrezzature pubbliche (parcheggi, ecc.) ad incrementare ulteriormente il consumo del suolo, soprattutto come detto nelle porzioni di territorio di maggior pregio naturalistico e paesaggistico.

Ancora: il piano ammette un’edificazione diffusa nelle aree agricole e prevede la costruzione di nuovi tratti di viabilità extraurbana, anche qui con una particolare predilezione per la fascia costiera.

Se il piano manca di qualsiasi attenzione per il patrimonio ambientale, non è però da meno la noncuranza per quello architettonico e culturale, avendo escluso dalle zone A ampie aree del centro costituite da edifici ottocenteschi o del primo novecento ed avendo previsto in una parte delle stesse zone A la possibilità di interventi con piani particolareggiati “riferiti al singolo edificio” (e ammettendo per di più la demolizione, ricostruzione e addirittura nuove costruzioni), senza la preliminare, indispensabile, individuazione degli ambiti unitari ai quali doversi riferire.

Nel complesso, un piano chiaramente orientato a favorire la speculazione immobiliare e l’edificazione “per i ricchi” (con le villettizzazioni lungo la fascia costiera e sull’altopiano carsico, ma anche con gli appartamenti di lusso ricavati nel centro storico), mentre è rimasto senza risposte il fabbisogno abitativo dei ceti svantaggiati. Il piano non ha operato, tra l’altro, alcuna scelta sul destino della maggior parte delle aree dismesse o di prevedibile prossima dismissione, tra le quali spicca l’enorme complesso del Porto Vecchio (circa 70 ettari di superficie nel cuore della città, con circa 1 milione di metri cubi di edificato, per la maggior parte di elevato interesse architettonico).

Cause ed effetti

Il “piano Illy” passò anche grazie al silenzio (assenso?) di gran parte della città. Favorevoli, oltre alla classe politica di centro-sinistra, categorie economiche e ordini professionali interessati. Del tutto assenti il mondo accademico e della cultura. Unici strenui oppositori, sia in sede di osservazioni, sia dopo, le associazioni ambientaliste (WWF e Italia Nostra, in particolare, ma non solo) e qualche comitato di cittadini, con l’importante supporto di tecnici ed intellettuali “di fuori”, come Edoardo Salzano e il compianto Gigi Scano.

Anche la Regione, allora governata da una giunta di centro-sinistra, cercò di intervenire, almeno sulle sconcezze più clamorose, utilizzando gli scarsi poteri che la legge urbanistica del ’91 le attribuiva (in pratica limitati alle aree di pregio paesaggistico). Le modifiche migliorative introdotte dalla Regione (era assessore alla pianificazione territoriale il verde Mario Puiatti) innescarono però la furibonda reazione di Illy e della gran parte dell’establishment politico-economico cittadino contro l’ingerenza “centralista“. Ne seguì una battaglia legale, conclusasi con una decisione del Consiglio di Stato che nel ’99 annullò le modifiche regionali, in quanto la Regione era (come è tuttora) priva di un piano paesaggistico che le legittimasse.

Immediate e insistenti erano state nel frattempo le richieste degli ambientalisti, fin da poco dopo l’approvazione del piano, per una sua revisione. Richieste inascoltate sia dalla giunta Illy, sia da quella di centro - destra guidata da Roberto Dipiazza (subentrato a Illy dopo le elezioni del 2001 e riconfermato nel 2006).

L’attuazione del piano aveva dimostrato ben presto quanto fossero fondati gli allarmi degli ambientalisti. In particolare, le villettizzazioni lungo la fascia costiera hanno inferto gravissimi danni al paesaggio ed alla continuità del corridoio ecologico (la fascia boscata che dalla città di Trieste si estende fino alla baia di Sistiana e al castello di Duino). Anche numerose aree verdi del centro urbano, così come della periferia furono sacrificate alle nuove edificazioni, al pari di numerosi edifici di pregio architettonico.

Da ciò la reazione di ampi strati della cittadinanza, con la nascita di comitati spontanei di protesta. Alle associazioni ambientaliste (ridottesi peraltro ai soli WWF e Italia Nostra), si affiancarono così una quindicina di altri gruppi. L’evidenza di quanto stava accadendo sul territorio indusse diversi esponenti del centro-sinistra – ma non Illy, né alcuno dei suoi fedelissimi… - a fare autocritica per l’errore compiuto nell’approvare il piano del ’97. Inutili invece le pressioni e gli appelli verso i nuovi reggitori del Comune (quattro assessori all’urbanistica si alternarono peraltro nel primo mandato del sindaco Dipiazza), talché WWF e Italia Nostra, con il sostegno dei comitati, alla fine del 2006 lanciarono una petizione per una revisione urgente del PRGC che si ispirasse a criteri di rispetto dell’ambiente naturale, del paesaggio e della vivibilità urbana, e privilegiasse altresì il coinvolgimento della cittadinanza fin dalla fase dell’impostazione delle scelte urbanistiche.

Circa 3 mila le firme raccolte dalla petizione, accompagnate da numerose azioni di informazione e denuncia sui guasti che l’attuazione del piano vigente stava producendo. Elemento fondamentale evidenziato nella petizione, già innumerevoli volte ribadito dagli ambientalisti negli anni precedenti, era la possibilità di fermare – con la modifica del piano regolatore generale – anche i piani attuativi in itinere, compresi quelli già approvati.

La finta e l’epilogo

Finalmente, alla fine di giugno di quest’anno, la giunta comunale vara una bozza di delibera di direttive per la variante al piano, motivata soprattutto con la necessità di reiterare i vincoli preordinati all’esproprio (scaduti in verità dal 2002), ma presentata anche come risposta alle annose richieste di associazioni e comitati.

La delibera è però quanto mai vaga ed evanescente, rispetto alle modifiche da apportare al piano e manca completamente delle norme di salvaguardia, previste (ancorché facoltative) dalla legge urbanistica regionale in sede di emanazione delle direttive. Una “finta”, insomma. WWF e Italia Nostra elaborano perciò una serie di proposte, mirate ad integrare la delibera con contenuti reali, per risolvere davvero le tante criticità del “piano di Illy”. Tra le richieste principali, che ovviamente riprendevano anche i contenuti delle osservazioni sul piano regolatore del ’97, la revisione della capacità insediativa, l’eliminazione delle nuove edificazioni nelle aree di pregio ambientale e paesaggistico, la riduzione degli indici volumetrici eccessivi nelle zone B (e la soppressione della possibilità di raddoppiarli con i piani particolareggiati), il riuso delle aree dismesse[1] da destinare prioritariamente all’edilizia sociale[2] ed alla ricollocazione - per integrarle finalmente con la città - delle tante strutture scientifiche e di ricerca sparse irrazionalmente in aree periferiche, l’obbligo di PRPC di iniziativa pubblica per le aree di maggior pregio della città (come le Rive).

Il tutto accompagnato da adeguate norme di salvaguardia, con lo scopo soprattutto di fermare l’attuazione dei PRPC in itinere nelle aree di maggior pregio ambientale e architettonico. Gli ambientalisti sottolineavano come la rigorosa tutela del paesaggio e della natura, oltre che della vivibilità urbana e dei valori storico architettonici, rappresenti un’esigenza anche economica, per esempio in funzione dello sviluppo turistico della città, auspicato (a parole) da tutti: chi amerebbe soggiornare in una città ed in territorio violentati dalle colate di cemento?

Appariva però subito chiaro che ci sarebbe stata battaglia: durissima fin dall’inizio la contrapposizione con i costruttori e l’ordine degli architetti, che non volevano nemmeno sentir parlare di salvaguardie (per non bloccare “lo sviluppo”, naturalmente). A questa posizione si accodava di fatto il centro-destra, con una serie di emendamenti assai blandi (sulla delibera della giunta comunale) mentre il centro-sinistra presentava posizioni differenziate: DS, PRC e Verdi formulavano congiuntamente un pacchetto di emendamenti abbastanza vicini alle richieste degli ambientalisti, la “margherita” invece ne presentava altri, molto più vicini a quelli del centro-destra. La posizione oltranzista di costruttori e architetti veniva supportata anche dalle altre categorie economiche, dagli altri ordini professionali e dai sindacati. Assente, come all’epoca del piano regolatore di Illy, la voce del mondo culturale e accademico locale, urbanisti compresi.

In una città tuttora dominata, anche nei media, dal mito dello sviluppo economico (inteso in senso del tutto tradizionale) e da quello del “risveglio imprenditoriale” dopo decenni di stagnazione, l’esito dello scontro era praticamente segnato. Malgrado le promesse del sindaco di “farla finita con la speculazione edilizia”, la discussione in consiglio comunale virava quasi subito verso il consueto schema dello scontro frontale fra maggioranza e opposizione. Dopo un’iniziale apparente disponibilità della maggioranza ad accogliere almeno alcuni degli emendamenti dell’opposizione, arrivava brusca la rottura.

L’opposizione in blocco (“margherita” compresa) abbandonava l’aula per protesta e il centro-destra votava da solo la delibera, corretta con i propri emendamenti: nessuna riduzione delle volumetrie nelle zone B, nessuna indicazione per il riuso delle aree dismesse (ergo, campo libero alla speculazione immobiliare), nessun obbligo di PRPC per le aree di maggior pregio, nessuna eliminazione di zone produttive neppure nelle aree di pregio ambientale, pochissime salvaguardie, nessun blocco dei PRPC in itinere ma addirittura un occhio di riguardo per quelli anche solo presentati, purché con parere favorevole della Commissione edilizia (nella quale hanno un ruolo preminente gli ordini professionali…), ecc.

Un effetto, almeno psicologico, sullo svolgimento dei lavori del consiglio comunale lo svolgevano probabilmente la ventina di operai edili – vistosamente abbigliati con la t-shirt della cassa edile - presenti tra il pubblico insieme a vari esponenti di associazioni e comitati: anche i costruttori hanno appreso quindi la tattica delle “truppe cammellate”! Illuminante l’intervento conclusivo del presidente (UDC) della commissione urbanistica del consiglio comunale, che inveiva contro gli emendamenti “talebani” dell’opposizione di sinistra, sottolineandone la distanza da un lato da quelli moderati della “margherita” e dall’altro l’ostilità unanime espressa dalle categorie sociali e professionali.

Eppure, agli ingenui ambientalisti, sembrava che non soltanto dalla cementificazione del territorio, ma anche dalle ristrutturazioni e dal riuso del costruito – come ad esempio nel caso degli interventi proposti nelle aree dismesse – potessero derivare ottime opportunità di lavoro per gli addetti all’edilizia e relativo indotto….

Prospettive

Dopo anni spesi nel deprecare, ma solo a parole, gli scempi dell’urbanistica illyana (e nel permettere che l’attuazione di quelle scelte proseguisse indisturbata), il centro-destra triestino ha scelto quindi la strategia del gattopardo.

Il nuovo piano regolatore sarà redatto, nei prossimi anni, sulla base di direttive evanescenti, che non intaccheranno minimamente il peso della speculazione immobiliare, né porranno un limite al degrado del territorio ed al consumo di suolo. Tanto meno si affronteranno le criticità accumulate in anni di malgoverno urbanistico: la mancanza di abitazioni a prezzi accessibili pur in presenza di un forte decremento demografico, la continua erosione di spazi verdi sia all’interno della città, sia nelle periferie, sia nelle aree di maggior pregio naturalistico, un sistema della mobilità insostenibile, perché caotico e sbilanciato sulla preminenza assoluta del traffico motorizzato privato, l’indeterminatezza sul destino e sulle funzioni di porzioni rilevantissime del territorio comunale, come le aree dismesse, le Rive, ecc.

Nel frattempo, un altro tipo di urbanistica prosegue indisturbato, in virtù dei meccanismi sbrigativi (opachi e antidemocratici) previsti dagli accordi di programma. Ecco quindi che, negli stessi giorni della bagarre sulle direttive per la variante al PRGC, il consiglio comunale approvava – sia pure tra qualche mugugno trasversale alle forze politiche – la costruzione della nuova sede dell’International School of Trieste (una scuola privata di élite, con corsi dall’asilo al biennio del liceo) in una delle zone più belle del Carso, individuata scorporando dal comprensorio dell’Area Science Park una zona U1, per “servizi ed attrezzature pubbliche”. Terreni a suo tempo espropriati per finalità esclusivamente pubbliche (l’Area Science Park è un consorzio di enti cui partecipano tra gli altri il Ministero dell’università e ricerca scientifica, il CNR, la Regione Friuli Venezia Giulia, la Provincia e il Comune di Trieste) connesse alla ricerca scientifica e tecnologica e ora di fatto regalati ad una struttura privata, che con la ricerca scientifica non ha nulla a che fare, grazie ad un accordo firmato da Illy, Dipiazza e vertici dell’Area Science Park (paga la Regione).

Un‘operazione analoga si prospetta per l’insediamento del cosiddetto Parco del Mare nell’area dell’ex di prossima dismissione del mercato ortofrutticolo, dove Camera di Commercio e Costa Edutainment – con l’intesa già annunciata da Comune, Regione e Provincia - vorrebbero realizzare un mega-complesso costituito da un grande acquario, musei, strutture ricettive, ricreative e commerciali a ridosso delle Rive (parte di un’area che andrebbe semmai pianificata globalmente insieme all’adiacente stazione di Campo Marzio). Pagherebbe, in tal caso, lo Stato con un finanziamento di 40 milioni di euro che pare sia già stato assicurato dal ministro Rutelli nel corso di una recente visita a Trieste. Esempi di un bricolage urbanistico che, un pezzo alla volta, cambia il volto della città e del suo territorio, nella completa assenza di un’organica visione d’insieme e di un’idea strategica sul futuro della città e del suo territorio.

Ma quel che conta, si sa, per amministrazioni pubbliche succubi della cosiddetta “cultura imprenditoriale”, è far sì che il territorio sia docile supporto per lo “sviluppo”, cioè per il business dei soliti noti, naturalmente foraggiati dal denaro dei contribuenti.

Difficile, in un simile contesto, immaginare quando si potrà riprendere a parlare seriamente di urbanistica, in questo lembo di nord est, un tempo all’avanguardia in Italia in materia di pianificazione territoriale e oggi definitivamente omologato al resto del (fu) Belpaese.

[1] Oltre al già ricordato Porto Vecchio, appartengono a questa categoria i vastissimi complessi di ex-caserme all’interno della città e sul Carso, l’area della Fiera campionaria e quella dell’ospedale infantile, strutture delle quali è già stato deciso lo spostamento, l’area della le aree della zona di Campo Marzio, comprendenti la prestigiosa ex stazione ferroviaria di Campo Marzio, e quella dell’ex il mercato ortofrutticolo, gli ex immobili FIAT, ecc.

[2] Secondo i recentissimi dati ufficiali dell’ATER, sono quasi 3.500 le domande inevase di alloggi in Comune di Trieste (su un totale di oltre 3.700 nella provincia), mentre l’ATER prevede di realizzare 430 nuovi alloggi entro il 2010.

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