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Ida Dominijanni
A proposito di declino e civiltà
7 Marzo 2006
Scritti su cui riflettere
“È di un di più di politica e di democrazia, prima che di cantieri e di Pil, che l'Italia ha bisogno” per uscire dalla crisi. Da il manifesto del 7 marzo 2006

Non male il Manifesto in difesa delle civiltà con cui Liberazione ha aperto l'edizione di domenica ribaltando l'ordine del discorso del manifesto Per l'Occidente forza di civiltà di Marcello Pera e compagni. Dieci punti (si può aderire su www.liberazione.it) contro gli undici del presidente del senato teocon.

Al centro, nell'uno e nell'altro, la crisi dell'Occidente: solo che mentre Pera l'attribuisce a una "crisi morale e spirituale" che ci renderebbe molli e arrendevoli di fronte all'attacco del fondamentalismo islamico, Liberazione l'attribuisce alla crisi dei modelli economici e sociali, alla fallacia della favola bella della globalizzazione, alla guerra. Dopodiché Pera parte in quarta per «riaffermare il valore della civiltà occidentale come fonte di principi universali e irrinunciabili», Liberazione entra nel merito dei tre più importanti fra i principi in questione - uguaglianza, libertà, fraternità-sorellanza - e si cimenta nel riscriverli adeguandoli ai tempi (fra l'altro riportando a galla l'opposizione fra libertà e potere, dimenticata da tutti i liberal-liberisti di oggi e naturalmente anche da Pera). Pera snocciola: identità europea, integrazione (in cambio di assimilazione), educazione (privata o pubblica per me pari sono), Liberazione parla di sviluppo e diritti entrambi commisurati sui beni comini, di scuola pubblica come luogo di convivenza e contaminazione. Pera mette al punto 2 la sicurezza (militare e militarizzata), Liberazione ribadisce il valore della pace, la scelta strategica della nonviolenza, la condanna senza sconti del terrorismo («il terrorismo non si spiega solo con la disperazione sociale in quanto vive di una sua autonoma progettualità politica»). Pera eternizza la famiglia intesa come «società naturale fondata sul matrimonio (etero)», Liberazione la storicizza ricollocandola dopo la rivoluzione femminista, oltre il patriarcato, oltre la gerarchizzazione delle scelte sessuali. Pera chiude con la Patria italica la sua perorazione per la superiorità dell'Occidente, Liberazione denuncia la trappola che consiste nel sostituire alla parola «razza» la parola «cultura» lasciando intatta la superiorità razzista dell'uomo bianco, e allo scontro di civiltà contrappone il dialogo fra le civiltà come «nuova frontiera dell'umanità».

Non male anche un articolo di Carlo Galli, “Declinare il declino”, che apre l'ultimo numero della rivista Il Mulino ribaltando il discorso corrente sul declino italiano, solitamente attribuito (come nell'intervento di sabato del nuovo governatore della Banca d'Italia) all'insabbiamento dell'economia, al deficit di crescita, produttività e competitività, ai ritardi nella ricerca e nell'innovazione. Galli invece sposta l'asse dall'economia alla politica. Comincia analizzando il termine «declino » e la filosofia della storia incentrata sul progresso ad esso sottesa, prosegue analizzando le posizioni del dibattito politico sul tema, esamina evidenze e contraddizioni della fenomenologia del declino così come le analisi socioeconomiche (Censis, Rapporto Sapir) lo descrivono. Scoprendo così che gli indicatori più interessanti non sono tanto quelli economici quanto quelli sociali (blocco della mobilità di classe, inefficienza della formazione scolastica e universitaria, ricambio generazionale lentissimo, autoriproduzione delle elite), i quali a loro volta rinviano a un deficit di politica. Nel declino, la società si riadatta come meglio può, la politica sta ferma. La società, per dirla con De Rita, «galleggia», la politica ristagna. Il declino sta precisamente in questa condizione: non va inteso come «un unitario e coerente precipitare del paese verso un'imminente catastrofe, quanto piuttosto come una sua sconnessione a-sistematica». Che non si arresta affidandosi all'automobilitazione delle risorse sociali, né lasciando mano libera ai poteri forti, ma solo ricostruendo una sfera pubblica in cui le istanze «sconnesse» possano di nuovo entrare in comunicazione e in conflitto, e la politica possa di nuovo esercitare l'arte della scelta e della decisione. E dunque, «è 'deficit di democrazia' il vero nome del 'declino'», ed è di un di più di politica e di democrazia, prima che di cantieri e di Pil, che l'Italia ha bisogno per tentare di uscirne.

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