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Sandro Costantino; Roggio Cossu
a proposito del libro di Salvatore Settis
16 Gennaio 2011
Recensioni e segnalazioni
Un’intervista all’autore di «Paesaggio, Costituzione, cemento» e una recensione del libro, dalla Sardegna di Cappellacci. La Nuova Sardegna, 15 gennaio 2011

PAESAGGIO, DISASTRO ITALIAN

di Costantino Cossu

La battaglia per l’ambiente nel libro di Salvatore Settis - «In Sardegna dopo la giunta Soru si è tornati alla devastazione»

«Vedere il bene comune come fondamento della democrazia, della libertà e dell’eguaglianza, rivendicare il pubblico interesse, cioè i diritti delle generazioni future». Così Salvatore Settis nel suo ultimo libro «Paesaggio, Costituzione, cemento» (Einaudi, 36 pagine, 19 euro). Archeologo e storico dell’arte, già direttore del Getty Research di Los Angeles e della Normale di Pisa, titolare a Madrid della «Càtreda del Prado», Settis ha scritto un manifesto denuncia (vedi la recensione qui sotto) delle condizioni disastrose in cui versa in Italia il paesaggio. Un atto di accusa, lucido e documentatissimo, contro «l’inerzia di troppi politici (di maggioranza e di “opposizione”») e un appello all’«azione popolare» per fermare la devastazione.

- In Italia la protezione del paesaggio è scritta nella Costituzione e, a partire dalla legge Galasso, sono molte le buone norme di tutela. Perché allora si distrugge tanto?

«E’ il tema principale del mio libro. La spiegazione del paradosso che lei rileva sta da un lato in un eccesso di legislazione (che spesso si traduce in incertezza e in arbitrio) e dall’altro nel contrasto tra legislazione nazionale e legislazione regionale. Per quanto riguarda quest’ultimo aspetto, ho dedicato un capitolo intero al tentativo di dimostrare che l’articolo 9 della Costituzione, quello che prescrive la tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della nazione, è nato dall’esigenza che con preveggenza chi ha scritto la Carta avvertiva di contrastare un eccesso di autonomia dei poteri locali in una materia in cui gli interessi particolari hanno sempre premuto in maniera fortissima. Concetto Marchesi, uno dei padri della Costituzione, parlava in proposito di una possibile e pericolosa «raffica regionalistica» contro le norme nazionali di tutela. Raffica che, soprattutto a partire dagli Settanta, quando le Regioni sono diventate una realtà istituzionale, puntualmente s’è scatenata. Il territorio, il paesaggio, l’ambiente, sono diventati terreno di battaglia tra Stato e Regioni, un contrasto tra poteri pubblici che ha aperto interstizi e zone grigie, un varco attraverso il quale è passata la devastazione».

- Lei contesta che l’ossessione edilizia abbia ragioni economiche fondate. Perché?

«In Italia il tasso di crescita demografica è bassissimo, eppure siamo il Paese europeo che ha il maggior consumo di territorio: vengono quindi costruite abitazioni che non servono a nessuno. Abbiamo dovuto assistere all’indegna commedia del Piano casa. A livello nazionale la proposta lanciata da Berlusconi nel 2009, in campagna elettorale, non s’è mai tradotta in una legge e però le Regioni sono state istigate a farli i loro piani casa, tutti illegittimi. Si cerca di far passare l’idea che l’unico modo per rimettere in moto l’economia sia rilanciare l’edilizia. E invece è l’opposto che occorrerebbe fare. La crisi mondiale è stata scatenata dalla bolla immobiliare negli Usa. E si sono visti Paesi, ad esempio l’Irlanda, dove s’è costruito sino al quintuplo di ciò di cui c’era bisogno senza che questo evitasse addirittura la bancarotta dell’intero sistema economico nazionale. Non è vero che investire nel mattone è l’unico modo per rilanciare l’economia. Al contrario: investire capitali nell’edilizia vuol dire bruciare flussi finanziari che invece potrebbero essere impiegati molto più produttivamente in altri settori».

- Perché in Italia la cultura di tutela del paesaggio è più debole che in altri Paesi europei?

«In realtà noi abbiamo una tradizione importante di studi e di legislazione. In questo momento l’idea del bene comune appare sconfitta dall’idea del privilegio di chi ha i soldi, di chi ha le proprietà, di chi vuole devastare per proprio esclusivo profitto. Crescono però i segnali di una presa di coscienza. Nascono associazioni di cittadini che si oppongono alla tendenza dominante. A San Benedetto del Tronto, ad esempio, per combattere una lottizzazione che avrebbe rovinato un paesaggio unico, un gruppo di cittadini ha raccolto 4 mila firme e ha ottenuto un referendum comunale che probabilmente sarà vinto».

- Perché in Italia non esistono movimenti ambientalisti capaci di pesare sulle scelte politiche nazionali come quello di Cohn-Bendit in Francia e dei Grünen in Germania?

«Da noi la crisi della politica dopo Tangentopoli è stata segnata dall’estinzione di grandi partiti di massa che avevano una tradizione anche di idee: la Dc, il Pci, il Psi. Partiti sostituiti da forze politiche che sono tutte, senza eccezione, prevalentemente organizzazioni di raccolta del consenso in termini elettorali, molto di rado laboratori di idee. Questo ha impedito ai movimenti di avere una solida sponda politica e quindi un’incisività anche istituzionale».

- E della situazione in Sardegna che cosa pensa?

«Sono stato sempre molto impressionato dalla determinazione e dalla coerenza con cui Renato Soru e la sua amministrazione hanno tentato di dare un futuro alla Sardegna attraverso scelte coraggiose. Purtroppo, con la fine dell’amministrazione Soru quella tendenza s’è capovolta: a uno sguardo lungimirante s’è sostituto uno sguardo miope, di cortissimo respiro, senza alcuna preoccupazione per il bene comune, con un cedimento totale agli interessi immediati di pochi contro quelli di tutti. Anche nel campo dei beni culturali c’erano con Soru idee forti: il museo del Betile e il recupero di Tuvixeddu, ad esempio. Il caso della necropoli punica di Cagliari è emblematico. L’unicità e la vastità del sito archeologico, archivio di una fase storica importantissima, in cui la Sardegna ha avuto un ruolo centrale non solo rispetto all’Italia ma rispetto al Mediterraneo e quindi al mondo, suggerirebbe di tutelarlo al massimo. E invece si stanno impiantando nuove costruzioni, le cui fondamenta sono destinate a distruggere parti essenziali della necropoli. Io trovo tutto ciò delittuoso, un segno di barbarie. Non dobbiamo, però, rassegnarci: bisogna indignarsi, invece, tenere viva la speranza. “Si sa indignare - scriveva Seneca - solo chi è capace di speranza”».

L’ASSALTO DEI CEMENTIFICATORI

ALLE NORME COSTITUZIONALI

di Sandro Roggio

Nel volume le ragioni che hanno portato ad un degrado crescente, nell’indifferenza della politica - Mobilitazione dal basso con un forte richiamo etico

C’era attesa per questo nuovo libro di Salvatore Settis «Paesaggio, Costituzione, cemento». Non solo chi si occupa di tutela di beni culturali e di paesaggio (Settis direbbe di ciò che stava nelle due leggi del 1939 poi «costituzionalizzate») ma chiunque sia un po’ preoccupato della sorte dell’articolo 9 della Costituzione, prima o poi sarà grato a Settis per le sue ricerche e per la divulgazione che ne fa in modo molto generoso. C’è nel libro un resoconto accurato delle sollecitudini che hanno portato a benemeriti provvedimenti legislativi, dagli editti del camerlengo ai giorni nostri passando per le proposte di Benedetto Croce, e delle gravi reiterate trasgressioni che si vedono dappertutto in Italia. C’è in ogni pagina lo sdegno accumulato per una inammissibile quantità di rinunce, anche per interessi poco puliti, nella difesa del patrimonio culturale e paesaggistico del Paese. C’è il rammarico per la indifferenza della politica. Le manomissioni di luoghi sono talmente tante e in crescita costante che un elenco completo non sarebbe possibile, per necessità di continui aggiornamenti.

Il libro merita una lettura accurata; una sintesi del contenuto sarebbe inadeguata e superficiale, data la quantità di argomenti proposti, la ricchezza dei riferimenti che consentono una visione della trama delle questioni. L’autore non è un giurista, ma i richiami al profilo tecnico-giuridico, centrale nella sua trattazione, sono molto approfonditi e comprensibili ai lettori grazie proprio alla differente formazione dell’autore («Ho osato varcare quasi in ogni pagina le frontiere delle mie competenze disciplinari»).

Ognuno potrà fare un lettura specializzata, dedicarsi ad alcune parti del saggio, ma sarà impossibile non seguire l’autore nelle continue sollecitazioni a riappropriarsi del tema dal basso, con un richiamo etico nello sfondo, perché non si possono offendere i diritti delle generazioni future - afferma.

Tutti capiranno, in questa temperie di celebrazioni dell’Italia unita e di ambigue derive federaliste, che l’idea dei costituenti sulla inscindibilità del paesaggio italiano è messa a repentaglio e rischia di essere travolta continuamente, nonostante la Corte (di recente con la sentenza 367/2007), ripeta continuamente che il paesaggio incarna valori costituzionali «primari e assoluti», che sovrastano qualsiasi interesse economico.

Per questo una parte del lavoro di Settis credo che meriti maggiore riguardo: il rapporto tra Stato e Regioni in tante circostanze analizzato, è in questo libro approfondito per gli aspetti specialissimi relativi alla tutela paesaggistica. Con una grande cura perché dai conflitti di competenze tra le istituzioni sono venuti gli impedimenti maggiori ad una efficace azione. Il tema del decentramento dei poteri (interessa molto la Sardegna che ha in programma la riscrittura dello Statuto) è spiegato con molta puntualità. Molti fatti si comprendono guardando retrospettivamente il processo che ha portato ad attribuire alle Regioni (a statuto speciale e ordinario) le competenze dell’urbanistica, del paesaggio, dei beni culturali producendo quella congerie di poteri delegati e trasferiti con maggiore o minore accondiscendenza.

Restano nello sfondo le perplessità riguardo al modo con cui i poteri sono esercitati in periferia. Una riflessione amara è appunto svolta a proposito del governo del territorio che sarebbe meglio quanto più è vicino ai cittadini, secondo la versione consolidata. Settis ritiene che non si possa sottovalutare come la maggiore vicinanza del soggetto decisore a beni a rischio di manomissione, faccia crescere il rischio del voto di scambio in danno proprio della tutela paesaggistica. Una riflessione importante che non mancherà di sollevare il dibattito.

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