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Levata di scudi contro le «forzature» della giunta per la sublagunare. «Una scelta già fatta e votata dal Consiglio comunale», ha detto l’assessore ai Lavori pubblici Marco Corsini in una intervista alla Nuova. «Non è affatto vero», lo smentisce la presidente del Consiglo Mara Rumiz, «è ora di smetterla con il gioco delle tre carte. La città non vuole essere espropriata come per la Biennale, il Mose e la Cini».



«Non ho preclusioni a discutere sui nuovi progetti», dice la Rumiz, «ma non si possono forzare le procedure. Quando nel Piano Triennale abbiamo votato il collegamento veloce Tessera-Arsenale era per attivare i fondi statali. E la giunta aveva garantito che non si trattava di un via libera al progetto. Occorrono procedure chiare e trasparenti». Di «forzature evidenti» parla anche il deputato dei Ds Michele Vianello, che annuncia un ricorso alla Corte dei Conti. «Vorrei sapere», attacca, «come mai se l’opera è a carico dello Stato i soci del promotore Actv non siano stati scelti con una gara. Com’è possibile che il pubblico metta i soldi e il privato compartecipi? E’ un regalo per pochi». «In genere io credo nella politica, non mi piace chiedere l’intervento della magistratura. Ma viste le forzature evidenti dell’assessore Corsini, che mi auguro abbia parlato a titolo personale, non resta altra strada che chiedere l’intervento della magistratura».

Dure critiche a Corsini e alla politica della giunta arrivano anche dai Verdi. «Invitiamo l’assessore a portare subito in Consiglio comunale il progetto e soprattutto la comparazione tra il collegamento veloce sublagunare e quello per via acquea», dice il capogruppo Flavio Dal Corso, «non è affatto vero che il Consiglio comunale abia deciso, e non basta attivare procedure per dire che una città ha deciso cambiamenti epocali». Polemico anche Sandro Bergantin, vicepresidente del Consiglio comunale, autore insieme a Dal Corso, Gianfranco Bettin e Pierluigi Gasparini (Ds) di una interrogazione sull’argomento. «Non si può considerare un’opera già approvata con una furbizia procedurale», dice. E a pochi mesi dalle elezioni il dibattitito si infiamma. Il sindaco Paolo Costa e i suoi fedelissimi (tra cui l’assessore Corsini) sono determinati ad accelerare le procedure per portare avanti il progetto di sublagunare. «E’ stato approvato, e poi era nel programma del sindaco», ripete Corsini, Avvocato dello Stato portato a Venezia da Paolo Costa nel 2000. Il tubo da Tessera all’Arsenale (prolungabile al Lido) prevede 7 fermate e 11 grandi piazzole di emergenza in mezzo alla laguna, e un tram che porterebbe dall’aeroporto all’Arsenale 2400 persone l’ora in 14 minuti, la metà di quanto si impiega per via acquea. Costo, 360 milioni di euro, di cui il 60 per cento a carico dello Stato. Un progetto contestato, già bocciato 15 anni fa sull’onda della protesta internazionale.

Ds contro: contro sé stessi e contro gli alleati nell’Unione, in un confronto che sta dilaniando la Quercia, divisa tra la candidatura ufficiale del pm Casson e quella del filosofo Cacciari. Ieri è stato il deputato diessino Michele Vianello (dichiarato fan cacciariano e della Fed) a prendere di petto il verde Gianfranco Bettin e Paolo Cacciari (Rc). La vicenda è sempre la stessa: l’avvio del Mose proprio durante la gestione Costa, quando in giunta sedeva il polo-rossoverde che del «no» alle dighe mobili aveva fatto una bandiera.

«Nella tanto vituperata prima Repubblica», scandisce Vianello, «Laroni venne dimissionato e sostituito con quel vero galantuomo di Antonio Casellati (con una giunta rosso-verde) proprio sul Mose. E’ incontrovertibile che il via libera al Mose sia stato dato dalla giunta Costa: sta scritto nei verbali del Comitatone. Quindi, o andava bene a tutti (e allora tacciano) oppure non si capisce perché non abbiano fatto cadere la giunta. E’ un dato di fatto: in 5 anni, nel completo silenzio di Bettin e Paolo Cacciari, la giunta Costa ha fatto le scelte peggiori». L’affondo è per i Verdi: «Non vorreri - ricordando quell’illustre sovrano che, rinnovando la sua fede protestante, spiegò che “Parigi val bene una messa” - che si dovesse dire: “Il Mose val bene un assessorato alle Politiche sociali».

Il deputato della Quercia - candidato - non risparmia attacchi neppure ai suoi colleghi di partito: «I ds? Tutti preoccupati a dire che, con il voto disgiunto a favore di Massimo Cacciari, la presenza a Ca’ Farsetti scenderebbe a 6 consiglieri. Bene: meglio 6 attenti, che un intero Consiglio comunale umiliato, con i ds subalterni alle decisioni altrui, come accaduto negli ultimi cinque anni». Ds contro ds, anche all’interno di una stessa corrente.

Ogni dichiarazione è benzina sul fuoco. Ieri, in un’intervista, il coordinatore regionale della Sinistra ds Andrea Dapporto aveva bacchettato «chi, seduto sulle gambe di Massimo Cacciari, ipotizza il voto disgiunto», sostenendo che penalizza gravemente la Quercia, portando da 15 a 6 i suoi rappresentanti. Replica a stretto giro di comunicato del Coordinamento comunale: «Al candidato Dapporto che si avvale della carica generosamente concessagli di coordinatore regionale della Sinistra Ds vogliamo, benevolmente, raccomandare di controllare la sua incontinenza nell’uso della polemica personale e volgarità diretta». Il coordinamento ricorda di aver lasciato libertà di scelta tra Casson e Cacciari: «Nessuno ha mai lontanamente pensato che potesse essere condizionata da accordi di potere. Fermiamoci al confronto politico, se se ne possiedono capacità e virtù».

Al prossimo duello. (r.d.r.)

Povero Costa, nessuno più di lui può capire quante amarezze riserva la politica. Marcato a vista dalle componenti più a sinistra della sua coalizione, è assillato dal pericolo di aprire bocca per non essere clamorosamente smentito. Deve essere duro per il sindaco sapere di non poter decidere e doversi guardare alle spalle ogni volta che parla, ma è molto più triste per i veneziani sapere che la propria città è guidata da un gruppo di litigiosi cittadini di Babele divisi su tutto: su quello che c’è da fare, su cosa si deve fare e come farlo, chi deve decidere di fare.

E’ ciò che sta accadendo clamorosamente per la sublagunare: un progetto utilissimo a Venezia per velocizzare i trasporti penalizzati dai mezzi acquei e combattere il noto ondoso. Il cuore del centro storico verrebbe collegato non solo con la terraferma, ma con l’alta velocità europea. Il ministro Lunardi ha creduto di fare un grande regalo ai veneziani, mettendo a disposizione del sindaco questa opportunità.

Costa come avrebbe potuto dire di no al Governo? Ha fatto l’accordo, ne sono sicuro, con il terrore di dover poi guardare in faccia gli alleati. Qualche ora di tempo e la bomba è esplosa. «Il sindaco dice bugie», «Ha superato il segno. Un comitato contro la sublagunare», «Una presa per i fondelli», «Costa perde la maggioranza». Gli autori di queste frecciate fanno parte della maggioranza di giunta. Perché meravigliarci, non è successa la stessa cosa per il Mose? Costa non è a capo di una coalizione, ma di un gruppo di animatori di un «teatrino della politica» che da troppo tempo mette in scena le imprese di un sorta di samurai a tre teste, una riformista, l’altra postcomunista, la terza verde e comunista, che combatte tutto e tutti, in particolar modo contro la difesa della città e il suo progresso. Di fronte a qualsiasi progetto, inconsciamente il samurai, come fosse caricato a molla, lancia fendenti verso ogni direzione, senza risparmiare la testa di Costa, che è il sindaco di Venezia e il capo della maggioranza per cui dovrebbe governare la città e risolvere i suoi annosi problemi, come l’aveva promesso quando ha chiesto il consenso elettorale.

Il samurai non si pone problemi politici, né morali di dover onorare il voto dato imprudentemente dai veneziani al centro sinistra. Non si rispetta certo la volontà popolare negando ogni prospettiva, ogni richiesta, ogni speranza. Non è forse così che opera l’Amministrazione comunale sotto gli occhi di tutti? Il mondo vive trasformazioni straordinarie: la Cina sta diventando una potenza, l’India la segue, la Spagna ci sta sorpassando, la Grecia compie passi da gigante, alcuni Paesi della sfera sovietica hanno assunto trend di crescita eccezionali, l’Oriente rischia di mettere in crisi il nostro sistema produttivo anemico di tecnologia, e tutto questo perché hanno deciso di guardare avanti e di porsi come obiettivo lo sviluppo, di agganciarsi alla formidabile forza trainante della modernizzazione.

Per Venezia cosa sta facendo il centrosinistra? Chiude gli occhi, si tappa naso e orecchie e sventola la bandiera del populismo, esalta la politica che rifiuta le idee, combatte ogni energia e sforzo innovativo. Gli anni del centrosinistra hanno lasciato dietro di loro una strada lastricata di lapidi: sotto ognuna di esse riposa non in pace un’occasione persa, un «no» categorico e violento, un rifiuto a metabolizzare l’aria impetuosa del rinnovamento che spira da ogni lato e abbatte chi osa contrastarlo.

Ricordate quando hanno bocciato l’Expo che dissero i rosso verdi? «Faremo quello che avrebbero voluto realizzare con l’Esposizione Universale». Risultato: Siviglia e Hannover hanno intanto goduto uno sviluppo sorprendente dai loro Expo, noi a Venezia, rimasta senza, cosa abbiamo realizzato? Il gruppo consiliare della Casa delle Libertà ha chiesto la convocazione di un consiglio straordinario e le dimissioni del sindaco. Una volta si faceva così: quando il capo dell’amministrazione era clamorosamente sfiduciato se ne andava a casa. Costa che fa? Si appella alla città!

Siamo a un nuovo atto del «Teatrino della politica», non decoroso per un primo cittadino che deve difendete il prestigio di suo alto incarico istituzionale, perché sul palcoscenico dei teatri popolari sono soliti esibirsi i saltimbanchi. La città ha sbagliato a legittimare questa giunta, ma ora sembra troppo. I veneziani, anche i più pazienti, si ricorderanno di tutto questo e sapranno valutare l’attaccamento che la Casa delle Libertà ha per Venezia, che dimostra difendendo il progetto della sublagunare e dando il via, con un’iniziativa della Regione, al Passante di Mestre, anche questo fortemente contestato dai rosso-verdi.

Noi ci siamo assunti l’impegno di governo il Paese puntando sulle grandi opere e le stiamo realizzando, come lo si può constatare a Venezia con il Mose e il Passante. Ma non ci fermeremo qui: in alternativa al «fronte del no» rappresentato tenacemente dalla sinistra, ci proporremo alla guida di Venezia con un pacchetto di grandi interventi e di importanti innovazioni, che riguarderanno anche la sublagunare. Una risposta concreta alle necessità dei cittadini, e delle attività artigianali e commerciali

VENEZIA — Spetta al ministro Lunardi abbattere il Mose fuorilegge. A sostenerlo è il Comune di Venezia, secondo il quale rompete al ministro delle Infrastrutture ordinare la sospensione dei lavori del sistema di barriere mobili contro l'acqua alta che lui stesso ha fatto iniziare, e disporre la demolizione delle opere costruite finora perché «difformi» rispetto a tutti gli strumenti di pianificazione urbanistica e territoriale, comunali e regionali, oggi vigenti.

La «diffida» a Pietro Lunardi è contenuta nel dossier che il Sindaco di Venezia Massimo Cacciari ha inviato al ministro e al governatore della Regione Veneto Giancarlo Galan, sulla base di una relazione dell'architetto Giovanni Tornato, dirigente dell'ufficio comunale «Controllo del territorio». In essa si sostiene che, secondo la legge, l'articolo 28 del titolo IV del testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia (il Dpr 6-6-2001 n. 380), impone al Comune che riscontra degli abusi edilizi nelle opere realizzate da amministrazioni statali, come nel caso del Mose, di informare «immediatamente» il ministro delle infrastrutture e il presidente della Regione. A questi, dice la legge, rompete la «adozione dei provvedimenti previsti». In caso di abusi commessi da privati tocca invece ai Comuni intervenire. E i «provvedi-

menti previsti», in questi casi, sono drastici: sospensione «immediata» dei lavori, e demolizione delle opere abusive con «ripristino dello stato dei luoghi» entro 45 giorni dalla sospensione. Le violazioni alle leggi in vigore riscontrate dai tecnici comunali nei cantieri del Mo-

se, dove verranno installate le barriere mobili, sono 17: sette sulla «bocca di porto» di Malamocco, sei su quella di Chioggia, quattro su quella del lido. Sono le «bocche» che mettono in comunicazione il mare con la laguna.

Sulla «bocca» di Malamocco sarebbero abusive, secondo il Comune, la costruzione di una conca di . navigazione per le grandi navi e della relativa «spalla» di sostegno, i rinforzi al molo nord, l'eliminazione di una parte del molo sud, la realizzazione di un sostegno alle barriere mobili, il rafforzamento del muro del forte di San Pietro, e lo scavo di un canale per le opere di cantiere. Su quella di Chioggia sarebbero fuorilegge la realizzazione di un porto-rifugio peri pescherecci e dei relativi moli di sponda, la demolizione di parte del molo esistente, lo scavo di una porzione della battigia, la costruzione di un nuovo molo di contenimento dell'isola di Pellestrina e la formazione di una nuova isola vicino al forte Barbarigo. Sulla «bocca» del Lido, gli abusi riguarderebbero la realizzazione di un porto-rifugio per le barche, la costruzione di una nuova isola davanti a Sant'Erasmo, il rafforzamento del molo sud e lo scavo di un canale per il cantiere.

Se ministero e Regione non interverranno, il Comune di Venezia, insieme a quelli di Chioggia e Cavallino, si rivolgerà alla magistratura. E la battaglia del Mose si trasferirà nelle aule giudiziarie. Anche perché il Sindaco di Cavallino, Erminio Vanin, intende chiedere il risarcimento dei danni subiti per i lavori del Mose sia da privati cittadini che da aziende che dalla stessa amministrazione. «Chi ha deturpato una delle aree più belle • del nostro litorale — dice — dovrà anche farsi carico della sua ricomposizione complessiva».

«Noi non possiamo intimare nulla allo Stato — spiega Cacciari — però abbiamo segnalato le violazioni che abbiamo riscontrato, e abbiamo chiesto al ministero e alla Regione che cosa hanno intenzione di fare a questo punto». Maria Giovanna Piva, presidente del Magistrato alle acque, che è il braccio operativo del ministero delle infrastrutture, da cui dipende la costruzione del Mose, sostiene invece che tutti i lavori in corso sono «pienamente legittimi», perché l'approvazione del progetto Mose da parte della commissione perla salvaguardia di Venezia avrebbe «sanato» le violazioni urbanistiche riscontrate dal Comune. Le associazioni ambientaliste contrarie alla grande opera si sono costituite in una «Assemblea permanente No Mose». Simbolo uno squalo e lo slogan: «II Mose fa bene solo a chi lo fa».

In laguna arriveranno 38 cassoni

Una specie di Lego di ferro e cemento da montare sott’acqua

Alberto Vitucci, 28 agosto

Trentotto enormi cassoni in ferro e cemento da costruire in mezzo alla laguna. Il progetto Mose va avanti, e ieri il Consorzio Venezia Nuova ha spiegato cosa succederà nei prossimi anni al litorale, destinato a diventare un grande cantiere a cielo aperto. Primo atto della procedura di Impatto ambientale sui lavori della grande opera. «Sarà una specie di Lego», spiega soddisfatto il progettista del Mose Alberto Scotti, «i pezzi li faremo a fianco delle bocche di porto poi li monteremo sott’acqua». Le aree che saranno trasformate in cantiere sono Santa Maria del Mare a Malamocco (dove saranno costruite le grandi basi in cemento anche per San Nicolò), Chioggia e Treporti. Tutto per venire incontro, ha spiegato Scotti, «alla richiesta della commissione di Salvaguardia che ha voluto la produzione in loco, per incentivare l’occupazione e alla Regione che ci ha chiesto di delimitare le aree di lavoro». I cassoni saranno costruiti all’interno del porto rifugio, previsto al Lido e a Chioggia, mentre a Malamocco i lavori saranno compiuti su una collina artificiale a fianco della conca. Conseguenza sarà lo sbancamento di molte zone anche pregiate. «Vorrei sapere quali sono le misure di compensazione previste dal punto di vista ambientale», ha chiesto Federico Antinori, responsabile dell’oasi Lipu di Ca’ Roman, destinata in parte a scomparire, «e se avete avvisato l’Unione europea, secondo le procedure previste dalla direttiva Habitat». «No», è stata la secca risposta di Andrea Rinaldo, docente a Padova e consulente del Consorzio Venezia Nuova per lo Studio di Impatto ambientale. «La Valutazione di impatto ambientale ha superato queste analisi», ha precisato Scotti. «Ma quale Valutazione, se non è nemmeno stata fatta», sbotta Stefano Boato, che da anni segue la questione per il ministero dell’Ambiente. Anche per il nuovo progetto la procedura di Via sarà inviata alla Regione e non al ministero. Presenti in sala numerosi componenti dei comitati antiMose, che annunciano nuove manifestazioni di protesta dopo lo sbarco in bacàn di domenica scorsa. Il Wwf ha pronto il ricorso al Consiglio di Stato contro le sentenze del Tar Veneto che ha respinto in blocco tutti i ricorsi presentati sulle procedure, accogliendo completamente le tesi degli avvocati del Magistrato alle Acque e del Consorzio Venezia Nuova. Una battaglia destinata a infiammarsi a settembre, alla ripresa dell’attività politica. In Comune sono tante le forze politiche che chiedono alla giunta un «atto forte» dopo che l’ordine del giorno del Consiglio comunale che chiedeva di sospendere i lavori non è stato nemmeno preso in considerazione. Ma la procedura delle grandi opere va avanti spedita, e mentre il governo taglia anche le spese della carta igienica ai comuni, i fondi per le grandi opere non sono in discussione. Il ministro per le Infrastrutture Pietro Lunardi ha infatti ribadito che non ci saranno problemi, e la programmazione può proseguire. Il Mose è stato inserito tra le opere «intoccabili», insieme al ponte sullo Stretto, Frejus, Salerno-Reggio Calabria e passante di Mestre. Ma le perplessità in città sono molte. L’opposizione alla grande opera passa trasversalmente ai partiti, e interessa molti semplici cittadini che hanno aderito ai comitati. «Daremo battaglia», promette Salvatore Lihard, della Cgil, «e ci dovranno ascoltare». Intanto il progetto dei megacantieri è partito. Per le osservazioni ci sono 50 giorni di tempo.

Dopo lo sbarco in bacàn ricomincia la battaglia

Mose, pronti nuovi ricorsi,

28 agosto 2004

LIDO. Ricorso al Consiglio di Stato contro le procedure adottate per approvare il Mose. Il Comune tentenna, e l’iniziativa la prendono gli ambientalisti. Sinistra ecologista, il movimento fondato da Edo Ronchi e Fulvia Bandoli, ha già pronto il ricorso che sarà presentato nei prossimi giorni. Le associazioni contestano la decisione del Tar del Veneto (presidente Stefano Baccarini) che ha respinto in blocco i ricorsi presentati. Molte delle osservazioni riportate nelle motivazioni della sentenza, osservano gli ambientalisti, sono discutibili. Dunque gli estremi per un ricorso in secondo grado esistono. Ne sembra convinta anche la Provincia, che ha presentato due mesi fa un ricorso alla Corte europea dell’Aja. Il presidente Davide Zoggia ha annunciato la presentazione del ricorso al Consiglio di Stato. Diverso il caso del Comune, dove com’è noto il sindaco Costa è un sostenitore della grande opera fin dai tempi in cui era ministro dei Lavori pubblici. Costa ha annunciato di non voler presentare ricorsi, proprio mentre gran parte della sua maggioranza (Ds, Verdi, Rifondazione, Gruppo Misto) si sono espressi in modo esplicito contro i lavori alle bocche. Una manifestazione molto partecipata si è svolta domenica scorsa sulla spiaggia del bacàn di Sant’Erasmo, destinato a scomparire per far posto alla grande isola artificiale di sette ettari. Dopo la pausa estiva riprende dunque la battaglia contro il Mose. I comitati annunciano iniziative a raffica. «Per far capire alla gente», dicono, «quali saranno le conseguenze della costruzione delle dighe». Solo al Lido saranno scavati cinque milioni di metri cubi di fondali, sostituiti con il cemento, piantati migliaia di pali in ferro lunghi trenta metri. Un cantiere che durerà dieci anni e cambierà per sempre il volto della laguna, fissando i fondali alla quota di dieci metri per ospitare gli enormi cassoni. Molti, non soltanto tra gli ambientalisti, si chiedono se sia proprio necessario. E la campagna di autunno, anche in vista dell’elezione del nuovo sindaco, è già cominciata. (a.v.)

Gasparetto (Salvaguardia) polemizza con il sindaco Costa

GRANDI OPERE «Io voto seguendo la mia coscienza»

19 agosto 2004

Una bacchettata respinta al mittente. Con gli interessi. Una lettera durissima, quella inviata ieri dal rappresentante del Comune in commissione di Salvaguardia, l’architetto Cristiano Gasparetto, al sindaco Paolo Costa. Che qualche giorno fa aveva invitato i rappresentanti eletti dal Comune a «collaborare di più per far apoprovare i progetti presentati dalla giunta». «Non è concepibile», aveva scritto tra l’altro il sindaco, «che i rappresentanti del Comune non partecipino ai lavori o se vi partecipano non tengano in nessuna considerazione la volontà degli organi di governo della città». Un atteggiamento reiterato che secondo Costa avrebbe addirittura «danneggiato l’imagine dell’amministrazione, ritenendo poco credibili i progetti presentati». Ma secondo Gasparetto quelli del sindaco sono «rilievi errati e pretestuosi». «Per quanto riguarda le presenze basta guardare i verbali», scrive l’architetto, «il sottoscritto è tra i più presenti». «Per quanto riguarda l’allineamento alle scelte politiche dell’amministrazione», continua Gasparetto, «ella non può ignorare le leggi che costituiscono la commissione, né tantomeno il pronunciamento della Corte costituzionale del 1998». Secondo Gasparetto insomma, la commissione non è certo parificabile a una conferenza di servizi tra i vari enti, come sostenuto dal sindaco. E dunque ogni membro eletto (due dalla maggioranza e uno dalla minoranza in Consiglio comunale) ha «l’obbligo e il diritto ad agire in piena autonomia, secondo scienza e conoscenza». Gasparetto continua invitando il Comune ad adeguare invece tutti gli strumenti urbanistici alle norme del Palav (la legge speciale lo prevede da nove anni, e in quel caso la commissione sarebbe abolita, ndr), e citando due grandi progetti su cui lui stesso - e buona parte della maggioranza - non la pensano come Costa: Mose e sublagunare. «Il primo è inutile, pericoloso e costosissimo, la seconda un pericolo anche sociale per la città». «Mi pare che queste posizioni di Costa», conclude Gasparetto, «siano infondate, pretestuose e strumentali, «e forse la reprimenda scaturisce dall’impossibilità di accettare, su nodi di così grande rilievo, diversità non riducibili al solo piano politico, ma che rappresentano strutture culturali profonde. Ognuno, fortunatamente, ha la sua cultura». (a.v.)

Il sindaco bacchetta i consiglieri

8 agosto 2004

I consiglieri della Commissione di Salvaguardia nominati dal Comune di Venezia devono avere un occhio di riguardo per i progetti sottoposti al suo esame da Ca’ Farsetti. Non è una preghiera, ma una richiesta formale del sindaco Paolo Costa inviato agli architetti Cristiano Gasparetto e Antonio Gatto e all’avvocato Gianfranco Perulli, rappresentanti del Comune in Salvaguardia. «In più di un’occasione in merito a questioni le più diverse, ma tutte di grande interesse della città - scrive il sindaco ai tre consiglieri”tirando” loro le orecchie - ho dovuto, mio malgrado, rilevare come i componenti della Commissione per la Salvaguardia di Venezia espressi dall’Amministrazione Comunale abbiano brillato per le loro assenze nelle sedute della Commissione stessa e, se presenti, per la scarsa collaborazione rispetto ai progetti presentati dal Comune. Tale atteggiamento, reiterato, ha danneggiato l’immagine dell’Amministrazione Comunale nei confronti delle altre Amministrazioni rendendo poco credibili i progetti e i piani presentati nel Comune di Venezia». Costa ricorda che - se formalmente i tre consiglieri non sono legati a un esplicito vincolo di mandato - nello spirito della Legge Speciale che ha costrituito la Commissione di Salvaguardia, essi sono comunque tenuti a rappresentare la posizione del Comune e a tenere in considerazione la volontà di Giunta e Consiglio comunale. Visto che «nelle prossime settimane la Commissione di Salvaguardia sarà chiamata ad esaminare degli importantissimi provvedimenti di grande interesse per l’Amministrazione comunale - scrive ancora Costa - i tre consiglieri si regolino di conseguenza e non facciano scherzi. (e.t.)

Chi è serio si dimetta,

Ufficio di piano sotto tiro

VENEZIA. Un Ufficio di piano alternativo. Una sorta di governo ombra, composto di tecnici indipendenti, che possano fornire indicazioni tecniche sui progetti della salvaguardia. E’ la proposta provocatoria, avanzata dal capogruppo di Rifondazione a Ca’ Farsetti Pietrangelo Pettenò. «Hanno tradito i patti, quello è un gruppo di tifosi del Mose, in larga parte consulenti del Consorzio Venezia Nuova», accusa Pettenò. Che invita «le persone serie» nominate dal governo nell’Ufficio di Piano a dimettersi. «Hanno lasciato fuori il rettore di Ca’ Foscari», tuona Pettenò, «per mettere quello che è stato sconfitto nella corsa al rettorato, hanno messo i consulenti del Consorzio e non gli esperti di idraulica come D’Alpaos».

Monta la polemica sul fronte della salvaguardia. Oggi pomeriggio a Ca’ Farsetti si svolgerà l’atteso vertice di maggioranza con il sindaco Costa. Rifondazione, ma anche Ds, verdi, Gruppo Misto e Sdi, chiedono al sindaco di chiarire gli aspetti «poco chiari» della vicenda. Una delle richieste avanzate al Comitatone dell’anno scorso era quello di istituire l’Ufficio di Piano. «Adesso aspettiamo che siano mantenuti gli altri due punti», dice il sindaco, «cioè i finanziamenti alla città e l’avvio delle sperimentazioni alle bocche di porto. Solo così potremo vedere se è sono stati mantenuti i patti. Noi abbiamo sempre dato al governo una leale collaborazione».

Ma il problema sembra sempre più complicato. Mentre gli ambientalisti attendono l’esito del ricorso al Tar contro il progetto Mose (udienza fissata per il 6 maggio) in Parlamento il deputato Michele Vianello ha presentato un’interrogazione di fuoco denunciando un probabile «conflitto di interessi» tra tutti gli studiosi nominati nell’Ufficio di Piano che hanno svolto «attività di consulenza per il Consorzio progettista delle opere».

Una battaglia aperta su più fronti. E oggi la commissione Legge Speciale presieduta da Flavio Dal Corso ha in programma l’audizione dei rappresentanti del omune in seno alla commissione di Salvaguardia. L’architetto Cristiano Gasparetto e l’avvocato Gianfranco Perulli dovranno illustrare alla commissione l’andamento della seduta della commissione di Salvaguardia che aveva approvato il progetto definitivo del Mose tra accese polemiche. (a.v.)

MOSE Comune in fibrillazione

La maggioranza "convoca" Costa

I Ds pretendono un chiarimento

(S.T.) Il deputato diessino Michele Vianello ha mandato ieri un'interrogazione ai ministri Lunardi (Infrastrutture) e Matteoli (Ambiente) sulla costituzione dell'Ufficio di Piano, ricordando l'assoluta necessità della sua neutralità, dato che tra le sue funzioni c'è la verifica tra gli indirizzi del Comitatone e l'operato del Consorzio Venezia Nuova, e dunque chiedendo «se i singoli membri dell'Ufficio di Piano abbiano svolto attività, retribuite o non retribuite, direttamente o tramite società, Istituti universitari o altri Enti, per conto del concessionario Venezia Nuova o di società appartenenti al succitato Consorzio».

Una domanda retorica, perché tra i 13 componenti dell'Ufficio nominati da Berlusconi vi è certamente chi ha avuto rapporti anche professionali col Consorzio, e comunque destinata ad avere effetti non solo a Roma, ma anche a Venezia. «Eh sì - ammette Vianello -, ho fatto l'interrogazione anche perché ora i miei devono venire allo scoperto». I Ds, infatti, sul tema generale della Salvaguardia sono stati finora tra il timido e il diviso, ma l'ultimo schiaffo dell'Ufficio di Piano - un ufficio che Gianfranco Bettin (Verdi) non ha esitato a chiamare"Del Mose" per la sua composizione - sembra avere provocato una scossa. La Quercia alla fine si è data una linea unitaria incentrata su alcuni capisaldi: sostegno ai ricorsi al Tar contro il Mose; battaglia anche nazionale a favore degli 11 punti; accelerazione sugli interventi alternativi alle bocche di porto.

E ieri il capogruppo della Quercia in consiglio comunale, Livio Marini, ha convocato al volo una riunione di maggioranza, che si è conclusa con un documento che sarà la base di un incontro a 360 gradi col sindaco sulla Salvaguardia. «L'intento - ha spiegato Sandro Bergantin (Città nuova) - è mettere Costa alle strette». Nel mirino, infatti, c'è anche il sindaco, accusato senza mezzi termini di slealtà da Rifondazione, anche per la presenza di Ignazio Musu nell'Ufficio di Piano. Una candidatura sostenuta da Costa anche dopo che il professore s'era dimesso da consigliere comunale in polemica col il documento degli 11 punti, e nonostante il no sul suo nome di Ds e Polo rossoverde per l'incompatibilità che così si era creata.

Il documenro siglato ieri avverte che l'Ufficio di Piano, anche se richiesto da sempre dal Comune, «non può prescindere da regole di rigore istituzionale», a afferma che se i suoi componenti saranno quelli anticipati dalla stampa (il decreto, infatti, non è ancora pubblicato) «ci troveremmo in presenza di soggetti che avendo svolto compiti di consulenza per enti privati sulle opere, sarebbero ora chiamati a controllare le medesime e il proprio operato». Su Musu c'è un accenno senza far nomi, e il documento si conclude indicando che il chiarimento col sindaco dovrà comprendere, in vista del Comitatone, i temi dell'integrale applicazione degli 11 punti del Comune «a partire dall'indispensabile criterio della sperimentazione alle bocche di porto».

C’è l’evento che rilancerà in tutto il mondo del benessere «Shark tale», lo squalo-cartoon che ricoprirà (una volta di più) d’oro Spilberg & Co. C’è il battage che porterà il mome della Biennale e l’immagine di Venezia ai quattro poli, con tornaconti economici e turistici. C’è la grande curiosità di poter assistere gratuitamente a uno spettacolo certamente particolare, vedendosi passare sotto il naso Angelina Jolie e Robert De Niro, che ai personaggi disegnati hanno dato voce. Ma a tutto c’è un limite.

Così il Comune si è impuntato davanti al crescere delle richieste da parte dell’Uip, la casa distributrice del film che cura la serata evento e che dopo Piazza San Marco - subito concessa dal Comune in uso gratuito, quale favore alla Biennale - ha poi chiesto di poter utilizzare anche metà Piazzetta.

«Non se ne parla», risponde il capo di gabinetto del sindaco, Marco Agostini, «bisogna essere chiari, non chiedere un pezzetto alla volta: hanno a disposizione lo spazio dall’Ala Napoleonica fino ai Pili, non un metro di più. Ci hanno chiesto, nei giorni scorsi, anche la possibilità di occupare metà Piazzetta, per sistemare i metal detector. Sia chiaro: non c’è alcun problema di sicurezza pubblica da salvaguardare. Non è un nostro problema che la produzione voglia bloccare cellulari e videocamere temendo copie pirata: abbiamo detto sì alla serata evento in Piazza perché è un’opportunità per la città, ma non correremo dietro ad altre pretese. O così o niente».

Naturalmente, l’anteprima mondiale andrà in onda, anche se al momento non c’è traccia di ordinanza che dica chiaramente a che ora potrà chiudere la Piazza in deroga al regolamento comunale per trasformarsi in Cinema.

Intanto, a discutere, sono i 62 esercenti e commercianti coinvolti, con le loro attività, dalla rivoluzione «Shark tale», che prevede lo sgombero dei plateatici sin dalla serata dell’8 settembre per poter allestire la platea con 4000 posti, mentre palco, mega-schermo, cavi e attrezzature inizieranno ad arrivare già prima.

Per gli indennizzi ci sono tre trattative. La prima, la più ecumenica, è quella intavolata dall’Associazione Piazza San Marco, che a Biennale e Uip hanno chiesto un indennizzo una tantum di 20 mila euro, da devolvere in beneficenza ad un ente veneziano. «Per la prima volta, dopo anni, siamo stati contattati prima di un simile evento, senza che ci precipitasse addosso», spiega il presidente Enrico Gigi Bacci, «e siamo grati al presidente della Biennale Croff per quest’attenzione. D’altra parte, è vero che questo sarà un evento che avrà una copertura mondiale e, pertanto, porterà l’immagine di Venezia nel mondo: che è quello che serve. Ci è sembrato pertanto giusto chiedere un indennizzo per i disagi subiti dalle attività, ma anche dare un segnale chiaro, devolvendo questi soldi ad un ente veneziano: il nostro interesse non è personalistico, ma è rivolto alla città». Biennale e Uip, ancora, non hanno detto né sì, né no.

C’è poi la trattativa diretta di un negozio e un esercizio, rappresentati dall’avvocato D’Elia (che spiega di essere stato contattato anche da 4 ambulanti e dai gondolieri di Bacino Orseolo) che intendono ottenere un indennizzo al centesimo per i danni economici patiti, devolvendolo anch’essi in beneficenza. «Un cartone animato non è un’operazione culturale», taglia corto D’Elia, «è un affare commerciale gigantesco. E’ giusto che paghino il dovuto: anche il Comune avrebbe dovuto pretenderlo». Infine c’è la trattativa diretta - questa sì per un indennizzo puro, variabile tra i 6.500 e i 18 mila euro - tra i Caffè di Piazza e la produzione: gli esercizi dovranno chiudere i plateatici per 48 ore.

«Il Consiglio comunale ha già deciso. La sublagunare si deve fare, e io ho il dovere di portare avanti tutte le procedure di legge». E’ un assessore «tecnico», ma di politica se ne intende. Marco Corsini, avvocato dello Stato da quattro anni assessore ai Lavori pubblici chiamato da Paolo Costa, non lascia spazio a dubbi: «Non capisco questo allarme, non ci sono forzature, né viene espropriato il Comune». Due anni dopo, riesplode la polemica sulla grande opera sotto la laguna. La novità è che in questi giorni in Provincia è stato depositato lo Studio di Impatto ambientale, cioè il progetto dettagliato di quello che succederà con i lavori. Un passaggio imprevisto, perché in origine la sublagunare doveva essere finanziata tutta dalle imprese.

Poco importa che siano sempre di più i dubbi e le riserve sulla grande opera, già proposta da Gianni De Michelis 15 anni fa e bocciata sull’onda della protesta internazionale. Non conta che molti consiglieri abbiano chiesto un dibattito urgente. L’iter va avanti, e Corsini lo difende. Il suo obiettivo, dice, «è quello di mantenere le promesse e realizzare le opere ferme da anni».

Dunque hanno torto i consiglieri che denunciano la mancanza di un dibattito in Consiglio comunale?

«La programmazione dei lavori pubblici è di competenza del Consiglio comunale, e questa è stata esercitata nel 2002, quando è stato apprrvato l’inserimento nei programmi della sublagunare, che peraltro era già un punto del programma elettorale del sindaco».

Una righetta in un documento basta per decidere una trasformazione epocale?

«Non è una righetta, è il passaggio previsto dalla legge. Non posso accettare che si riduca a cavillo una procedura di legge. Se qualcuno per convenienza politica ha fatto finta di non vedere non so che farci. Si fanno dibattiti di ore per un marciapiedi...»

Forse la sublagunare è opera un po’ più complessa.

«Il principio non cambia. Se il Consiglio comunale vota sì, io ho il dovere di portarla avanti. Ma ora il Consiglio comunale ha esaurito il suo compito. Chi decide deve assumersi la responsabilità, non si può sempre tornare indietro: ci sono impegni presi e contratti firmati».

Una procedura forzata che ricorda un po’ quella del Mose. I lavori sono cominciati, eppure la città aveva espresso forti dubbi, il Consiglio comunale aveva addirittura votato no al progetto definitivo.

«Qui è più semplice, perché quest’opera non è stata concepita a Roma, ma a Venezia»

Lei è sicuro che Venezia la voglia, questa sublagunare?

«Ammetto che il dibattito finora non c’è stato, in una città dove si passano mesi a dibattere sulle opere finite, come la scala della torre di Mestre. Ma si farà, la procedura di Via lo prevede».

Non sarà tardi, magari con i contratti già firmati?

«Se il Consiglio comunale viuole può fare una mozione e chiedere che tutto si fermi. Ma è una scelta politica».

I saggi nominati dal Comune avevano bocciato il progetto, due anni fa.

«Avevano dato un parere articolato e molte prescrizioni. Il nostro responsabile del procedimento Roberto Scibilia ha ritenuto accolte tutte le prescrizioni».

Secondo lei il tram sott’acqua è una priorità per questa città e ne risolve i problemi?

«Da solo non basta, è evidente. Ma comunque se si va sotto è meglio. Si riduce anche il moto ondoso, e si rivitalizza l’Arsenale».

Val la pena fare tutto questo lavoro per risparmiare un quarto d’ora? Perché non provate con un vaporetto, magari studiato per correre di più e fare meno onde?

«Perché la scelta è già stata fatta. E io ho l’incarico di portarla a termine».

I soldi ci sono tutti?

«Il 60 per cento li metterà a disposizione lo Stato, i privati da soli non ce la facevano».

Come mai le imprese in corsa sono le stesse del Mose, della Fenice, di Insula, del Parco di San Giuliano?

«Questo non lo so. Io faccio sempre le gare e chi vince vince. Anche per il progetto si farà una gara, e vincerà il migliore. In ogni caso sono imprese che i lavori li finiscono. La Holzmann e la Ferrovial le abbiamo dovute cacciare».

Sulla Sublagunare si veda anche:

Salzano, Vogliono bucare Venezia

Vitucci, Sublagunare, domani il verdetto

Erbani, Se la Laguna si trasforma in un Club Mediterannée

Vitucci, La politica degli annunci

Sondaggio della Margherita: Cacciari già in fuga

Silvio Testa

Massimo Cacciari già in fuga, e gli altri candidati sindaci a pedalare in salita, intenti a schivare le buche del voto disgiunto che, nel caso di ballottaggio Cacciari - Casson, spaccherebbe in due il Centrosinistra. Su 100 elettori di Rifondazione, ad esempio, 65 voterebbero Cacciari, e solo 25 Casson, il candidato ufficiale del partito; tra i Ds, 54 voterebbero Cacciari, 40 Casson.

È il risultato del primo sondaggio che sia uscito dalle segrete stanze dei partiti, commissionato dalla Margherita (il partito di Cacciari) all'Ipsos di Milano, società dell'omonima multinaziona, condotto telefonicamente il 10 marzo su un campione di 1000 elettori. Il sondaggio indica chiaramente la preferenza dell'elettorato per un sindaco di Centrosinistra (47,6 per cento contro il 25,6 per un candidato di Centrodestra, col 26,8 per cento di incerti), e alla domanda su chi voterebbero tra i candidati, gli intervistati si sono espressi al 30,9 per cento per Cacciari (Margherita e Udeur), al 18,2 per cento per Casson (Ds, Verdi e Prc, Sdi, Ci, Di Pietro), all'11,8 per cento per Cesare Campa (Fi e Udc), al 6,5 per cento per Raffaele Speranzon (An), al 2,7 per cento per Alberto Mazzonetto (Lega Nord), al 4,4 per cento per Maurizio Crovato (Uno di noi), allo 0,4 per cento per Augusto Salvadori (Per Venezia Mestre), allo 0,3 per cento per Vittorio Salvagno (Socialisti laici), allo 0,1 per cento per Mario d'Elia (Mav).

Se però si portano correttamente a 100 le risposte, togliendo dalle percentuali quel 24,7 per cento di elettori che si sono detti incerti o decisi a non votare, Cacciari sale addirittura al 41 per Cento, Casson tocca il 24,2, Campa arriva al 15,7. Ai ballottaggi, Cacciari prevarrebbe sempre. Con Casson la spunterebbe 46,5 contro 28,1 (62,3 contro 37,7 depurando la statistica del 25,4 per cento di indecisi o non votanti); con Campa 59,7 contro 22,3 (72,8 contro 27,2 non tenendo conto del 18 per cento di indecisi). Casson prevarrebbe su Campa col 45 per cento contro il 23,5 per cento, con un'alta quota di indecisi (31,5 per cento) che con la solita correzione porterebbe il candidato del Centrosinistra a prevalere col 65,7 per cento contro quello del Centrodestra (34,3 per cento).

Il sondaggio indica anche un'altissima tendenza al voto disgiunto, che non andrebbe a solo vantaggio di Cacciari: di Ds e Rifondazione abbiamo già detto, ma il 76 per cento degli elettori dell'Udeur è orientato a votare Casson, e così il 18 per cento di quelli della Margherita. In caso di ballottaggio Cacciari - Casson, il primo verrebbe votato dal 39 per cento di elettori di Forza Italia contro il 26 per cento che voterebbe Casson, percentuali che vanno al 41 e al 35 in caso di elettori di An.

«I nostri sondaggi danno indicazioni esattamente contrarie», sostiene la segretaria provinciale dei Ds, Delia Murer, pur senza dare indicazioni più dettagliate, ovvero Casson tra il 35 e il 40 per cento, Cacciari tra il 21 e il 26, Campa tra il 18 e il 21. «Sondaggi seri, ripetuti nel tempo su campioni omogenei e selezionati di elettori divisi per fasce d'età e categorie sociali», aggiunge il leader dei Verdi, Gianfranco Bettin, accusando la Margherita di diffondere sondaggi fatti per tirare la volata al proprio candidato.

Un missionario combattente.

Alda Vanzan

Un missionario combattente. Uno che come missione si è dato tre obiettivi: vincere le elezioni (con i suoi sempre più convinti che sarà una passeggiata), ricompattare il centrosinistra, amministrare la città. Massimo Cacciari riassume la battaglia così, nella straripante e soffocante sala al quarto piano dell'hotel Michelangelo, gremita di margheriti e di "apartitici" dei comitati, qualche cacciariano con tessera concorrente in tasca (il diessino Paolo Dozzo), perfino un avversario di dodici anni fa (Aldo Mariconda) che all'appuntamento si presenta con un foglietto intitolato "Perché voto Cacciari". Centocinquanta persone, gente in piedi col cappotto sul braccio ché fa caldo, ovunque manifesti con il primo piano del filosofo che non guarda in faccia ma scruta altrove, ovviamente in alto, tre slogan diversi: "Il tuo sindaco/la tua fiducia", "Il tuo sindaco/il tuo futuro", "Il tuo sindaco unitario e ulivista da una vita". Ed è da qua che Massimo Cacciari, nella conferenza stampa di presentazione del programma, al centro del tavolo cui siedono gli alleati Guido Berro (Movimento repubblicano europeo), Olvrado Girardello (Udeur), Danilo Corrà (Intesa per la città), il senatore Tiziano Treu e Alessio Vianello (Margherita), attacca. «Oggi presentiamo il programma di una lista radicata nel contesto del centrosinistra e che intende ricostruire il centrosinistra. Perché non siamo stati noi a rompere l'unità. Noi abbiamo subìto un isolamento e questo isolamento ha portato alla mia candidatura. Ma il nostro obiettivo è ricostruire l'unità su basi programmatiche chiare».

Cacciari cita alcuni punti del programma. Il rilancio di Porto Marghera: «Noi parliamo di sviluppo, non di dismissione né di post-industriale, proponiamo una società pubblica/privata per gestire le bonifiche e riallocare le aree». La salvaguardia di Venezia: «Bisogna recuperare la centralità del Comune nelle politiche di salvaguardia», quindi, visto che i lavori del Mose sono iniziati, attacca la giunta Costa: «L'Amministrazione non ha reagito con la sufficiente determinatezza, è mancata una logica di sistema, dire adesso "no al Mose" è uno slogan non un programma di governo». Ossia, visto che il Mose è già avviato, va auspicata una «rinegoziazione dei lavori», con più attenzione al recupero del microtessuto cittadino piuttosto che alle opere faraoniche. Poi il traffico: «Interventi drastici, compresa la pedonalizzazione, da assumere immediatamente». L'emergenza casa: «Bisogna riprendere a costruire case e fare una politica dell'abitazione, senza più guardare solo al reddito, ma alle funzioni. Case alle giovani coppie, ai lavoratori extracomunitari, agli studenti». La sublagunare: «Sono stato io, con il compianto Marino Grimani, a inventarmi la sublagunare fino all'Arsenale, ma il ragionamento era che l'Arsenale doveva diventare un centro di attività cantieristiche e fieristiche. Quindi, prima di tutto, bisogna "sdemanializzare" l'Arsenale, la sublagunare la faranno i privati in project financing». Pausa. In prima fila è seduto il presidente di Asm e Pmv, Enrico Mingardi. Cacciari lo guarda e parte all'attacco, il vero attacco contro Costa & C. «La sublagunare la può fare Mingardi in quanto capitalista, perché il Comune non può affrontare spese di questo genere, non tocca al Comune comprare palazzi, semmai li dovrebbe vendere, non può essere che il Comune indebiti la sua gallina dalle uova d'oro per fare lo stadio, lo stadio con me lo faceva Zamparini non il Casinò che doveva servire per sostenere le spese per le politiche sociali». Ecco qua, come li definisce Cacciari, i «punti di fraterna polemica col centrosinistra». Per il resto il programma è praticamente una fotocopia di quello del centrosinistra, più o meno accentuato in alcuni punti. Domanda: e allora perché votare l'uno anziché l'altro? «Vivremo il primo turno come una sorta di primarie tra due differenti stili di politica: i cittadini diranno se preferiscono me o chi ha rotto la Fed e candidato un magistrato».

Non ce n'è uno che ammetta ...

Al.Va.

Non ce n'è uno che ammetta di aver incaricato il tipografo di stampare il santino disgiunto. Non uno, neanche tra i più accesi sostenitori dei voti diversificati. Che poi, per farla breve, sono tutti a sinistra e tutti tra Ds e Cacciari. Ossia: voto di lista alla Quercia e croce non sul candidato sindaco Felice Casson sostenuto dal partito, ma sul candidato sindaco della Margherita Massimo Cacciari. I santini disgiunti, se mai salteranno fuori, diventeranno l'emblema delle elezioni 2005, delle polemiche avvenute e in corso: roba da finire in foto in una ricostruzione storica. Comunque sia, con o senza santini, il voto disgiunto sta tenendo banco. L'ha invocato pro domo sua Massimo Cacciari. L'hanno apertamente apprezzato alcuni diessini (Mara Rumiz e Michele Vianello, gli stessi sponsorizzati nelle preferenze dal filosofo). Lo stanno seriamente temendo gli apparati dei partiti. Che, comunque, negano possa prendere piede. Per due motivi: lealtà al candidato di partito, rischio di non entrare a Ca' Farsetti. Dice Delia Murer, segretaria dei Ds: «Il voto disgiunto non è come fare le primarie. Se al ballottaggio andassero Casson e Cacciari, i Ds sarebbero fortemente penalizzati nella rappresentanza in consiglio comunale. Ma a parte ciò è l'aspetto politico che va sottolineato: i Democratici di sinistra sostengono Felice Casson, hanno fatto una scelta democratica e questa scelta impegna tutti i Ds a sostenere Felice Casson. Certe uscite non sono leali e nemmeno serie. E teniamo presente che il voto disgiunto a favore di un altro candidato sindaco che non sia Casson penalizza il partito». Idem per Roberto Del Bello, segretario del Prc: «Smentisco nel modo più assoluto l'esistenza di un qualsiasi dissenso all'interno di Rifondazione circa la candidatura di Felice Casson. Le uniche voci isolate, cui è stato dato troppo spazio e peso, riguardano quelle provenienti da un presunto iscritto che restituisce la tessera attraverso una lettera al Gazzettino e di cui non troviamo traccia nei nostri elenchi e quella di un aderente al partito della chimica il quale, evidentemente, oltre a non avere ascoltato le parole di Felice Casson, da anni non ascolta nemmeno quelle provenienti dal partito di cui dice di far parte». Anche Del Bello, come Murer, avverte: «Con il voto disgiunto si corre il rischio di regalare la maggioranza assoluta del consiglio comunale a un partito, la Margherita, che con l'Udeur non arriva al 10% dei voti».

La legge (decreto legislativo 18 agosto 2000 numero 267, articolo 73, comma 10) assegna un premio di maggioranza pari al 60% al vincitore del ballottaggio: tra Cacciari e Casson, se al secondo turno vincesse il filosofo, la Margherita otterrebbe 28 seggi dei 46 in consiglio comunale; i rimanenti 18 andrebbero proporzionalmente distribuiti tra tutte le altre forze politiche, da An ai Ds. Insomma, un campo di margherite a Ca' Farsetti, Cacciari sindaco di un monocolore di centro. A meno che non succeda che una lista (eventualità improbabile) o un gruppo di liste collegate (più facile) non superi al primo turno il 50% dei voti validi. Potrebbe capitare, cioè, che tutto il centrosinistra che sostiene Casson il 3 aprile prenda la maggioranza assoluta. Se succedesse, al successivo ballottaggio, anche se vincesse Cacciari, la Margherita non avrebbe il 60% dei seggi. L'eventualità al momento non è suffragata dai numeri: solo assieme alla Margherita il centrosinistra arriva al 53% (Comunali 2000), senza la Margherita si ferma al 44% (Provinciali 2004). In ogni caso, resterebbe da chiarire come sarebbe composto il consiglio comunale: probabilmente col proporzionale puro (e un sindaco senza maggioranza in consiglio). L'argomento è oggetto di interpretazioni.

Il film di Manuela Pellarin è giocato sul contrappunto di tre serie d’immagini: le interviste con operai che hanno vissuto l’ultimo mezzo secolo di vita di Porto Marghera; brani di filmati d’epoca, generalmente in bianco e nero, che narrano la storia dello sfruttamento del lavoro e della resistenza degli operai (e della città); le sequenze che esprimono la realtà d’oggi, abbandono e smantellamento.

Il leit motiv sono gli uomini: le interviste sono la parte più profonda e “costruita” del film, la sua storia. Ma indubbia è la forza delle immagini dei luoghi e degli eventi, sia nella loro sequenza e nel loro intreccio con le vicende degli uomini e del grande impianto produttivo, sia nella bellezza del paesaggio (allucinante, disfatto e pieno di tensione) che rappresentano.

Ho raggruppato le immagini tratte dal film in due serie: “ persone” raccoglie alcuni fotogrammi tratte dalle interviste, di cui le brevi didascalie danno i tratti essenziali; “ luoghi ed eventi” offre rapide sequenze di alcune porzioni del film. Le didascalie dei fotogrammi mi sono state suggerite da Manuela.

Non so se con questo sarò riuscito a dare un’dea del lavoro di Pellarin; sarà comunque, nel migliore dei casi, un’immagine molto esile e sfocata, approssimativa.

L'immagine qui sopra rappresenta e ricorda Giobatta Gianquinto, l'amato sindaco di Venezia (ma era nato a Trapani) la cui vita fu intrecciata a quella della classe operaia di Porto Marghera nei suoi momenti più significativi; è al centro della foto

Le immagini degli operai intervistati

Le immagini di alcuni dei luoghi e degli eventi

Il Consorzio Venezia Nuova, potente pool di imprese che ha proposto, elaborato e ora realizzato un particolare tipo di progetto per dividere il mare dalla laguna di Venezia, ha pure per trent'anni distorta l'informazione nazionale ed internazionale. Anche se ora risulta difficile comunicare una realtà assai complessa, la necessità di altre soluzioni realizzative lo impone. A Venezia le stesse forze politiche della sinistra hanno faticato a lungo per arrivare a capire ed ora finalmente a schierarsi tutte di conseguenza, che il MoSE «serve solo a chi lo fa» come recita un recente manifesto dell'Assemblea permanente contro il MoSE costituita da tutte le Associazioni che da anni lottano per la salvaguardia della laguna. Il progetto è un'opera ingegneresca, segnata tecnologicamente già dal tempo (scherzosamente detto il ferro vecchio), che da sola dovrebbe bloccare le acque alte nella laguna e gli allagamenti di Venezia e delle isole che avvengono con sempre maggiore frequenza ed intensità. Una mega opera salvifica che non interviene sulle cause del fenomeno (interramenti e canali devastanti la laguna) ma vorrebbe risolverlo operando solo sugli effetti. Esistono precise leggi speciali per Venezia che regolamentano cosa dovrebbe essere un'opera di salvaguardia lagunare: il MoSE non rispetta questi dettati, ma - cosa ancor più grave - è inefficiente e pericolosa proprio rispetto all'obiettivo che si propone. Inefficiente perché, ad esempio, delle 94 acque alte che nel 2003 hanno allagato piazza san Marco, se già costruito ne avrebbe evitate 7. Inutile perché se, nei prossimi anni, ci fosse un innalzamento del livello marino legato all'effetto serra come ampiamente previsto dagli scienziati, sarebbe del tutto inutilizzabile. Pericoloso fisicamente poiché non dà sufficienti garanzie di tenuta per certe particolari mareggiate (il cosiddetto «fenomeno della risonanza»). Non solo, il danno è anche sociale in quanto penalizza fortemente tutti i traffici commerciali marittimi che possono permettere una riconversione ecocompatibile dell'ex polo industriale di Marghera. Pericoloso perché modifica in maniera irreversibile l'ambiente lagunare devastandolo con una nuova isola, nel centro della bocca di porto, di 9 ettari; 9.000.000 di mc. di pietre; 8.000.000 mc. e 12.000 pali di cemento; 5.960 palancole d'acciaio; 157 enormi cassoni di cemento in parte sommersi; 560.000 mq. di pietrame ed infine 79 paratoie mobili per un totale, preventivato per la sola costruzione, di più di 8.000 miliardi di vecchie lire. Ma se il MoSE è tutto questo, come effettivamente è, e se non ci fossero alternative, sarebbe opportuno prenderlo in considerazione magari cercando di migliorarlo e mitigarne l'impatto. La situazione però non è questa: anni di studi, ricerche, opere e sperimentazioni hanno costruito le alternative.

Si possono: costruire sistemi che riducano la portata dell'acqua in entrata alle bocche, disinquinare la laguna ed aprire alla circolazione delle acque le valli da pesca aumentando così la dimensione dell'invaso lagunare, verificare la possibilità di innalzamento dei suoli con insufflazioni nel profondo. Oppure diversificare le bocche di porto in relazione al tipo di traffico (turistico, commerciale) e estromettere il traffico petrolifero in laguna con un terminal off-shore. Si può impedire anche l'attraversamento del bacino di San Marco alle enormi navi crociera con la costruzione di un terminal in prossimità della bocca di porto e quindi innalzare i fondali alle tre bocche con riduzioni dei varchi d'entrata.

L'insieme di queste opere sistemiche, nessuna sufficiente da sola ma virtuose nell'insieme, il cui scopo è essenzialmente diminuire in quantità e forza lo scambio acqueo col mare, può ridurre, come verificato dal C.N.R., di 22-27 cm. l'altezza di tutte le maree e non solo di quelle più alte, come dovrebbe fare il MoSE.

Questo significa tornare ad una situazione simile a quella della prima metà dell'800 (1 o 1,5 acque alte in media l'anno con valori ridotti per tutte di 27 cm. rispetto alle attuali) e attendere maggiore precisione nella previsione dell'innalzamento dei mari per l'effetto serra. Su queste basi si dovrebbero decidere eventuali interventi, se necessario ancor più radicali ma con tecnologie innovative appropriate e realmente efficienti anche per il futuro.

Comunque si voglia valutare, tutti i cantieri già iniziati da un anno sono illegittimi. Su questo sta operando l'amministrazione comunale per chiedere al ministero il fermo dei lavori. Sono illegittimi perché non conformi in ben 14 punti con i piani urbanistici di Venezia, 3 per i Comuni vicini, 8 col Piano Regionale della laguna e 4 con procedure obbligatorie europee per aree protette. Su questa realtà si basa il nuovo conflitto che sta montando. Conflitto particolarmente complesso perché coinvolge i movimenti, le istituzioni (anche al loro interno) e le omertà dei poteri forti capaci di trasversalità politica; l'informazione gioca un ruolo particolarmente attivo che i movimenti hanno ben compreso facendosi carico unitariamente dell'allargamento del fronte di lotta, anche a livello europeo, con controinformazioni e presidi attivi sul territorio. Il sindaco Cacciari è stato esplicito nel rilevare l'irregolarità dei lavori: a breve si vedrà come si comporterà la maggioranza, in gran parte Margherita, che lo ha eletto. La sinistra tutta che ha raggiunto processualmente una difficile unità, dovrà rafforzarla per imporre, con i movimenti, il blocco immediato di tutti i lavori. Un blocco che rimanderebbe tutto al dopo elezioni, quando un governo rinnovato dovrebbe uscire dalle ambiguità che nel passato hanno permesso di portare il progetto all'inizio dei lavori.

Un'illustrazione più ampia delle alternative al MoSE negli articoli sul progetto Di Tillo e altri e sull'ARCA.

Non ci sono i soldi, ma i lavori del Mose accelerano. Il giorno dopo l’avvio ufficiale del cantiere, con l’occupazione da parte della ditta Mantovani (Consorzio Venezia Nuova) dello spazio acqueo davanti a Punta Sabbioni, la polemica non si placa.

«Si fanno forzature proprio quando il Comune chiede con un ordine del giorno di sospendere i lavori e il Cipe taglia i finanziamenti statali», accusa il deputato dei Ds Michele Vianello. Intanto il Magistrato alle Acque ha stanziato un milione di euro per una polizza che garantisca le future dighe da «attacchi terroristici». Da innocuo braccio di laguna, le tre bocche di porto potrebbero diventare una centrale appetibile per azioni terroristiche con macchinari, edifici e cabine di regia per il sollevamento delle paratoie. Un cantiere che durerà dieci anni e bloccherà in buona parte la navigazione e gli spostamenti dei mezzi in laguna.

Intanto da ieri l’area vicina a Punta Sabbioni è stata consegnata (per tre anni) alle imprese del Consorzio. Che la occuperanno con una trentina di draghe, motopontoni, rimorchiatori. Secondo il progetto dovranno costruire nel canale di Treporti, a ridosso della diga di Punta Sabbioni, due porti rifugio per consentire alle imbarcazioni di entrare in caso di maltempo con le paratoie sollevate. Un’opera che non era prevista nel progetto definitivo, aggiunta al Comitatone dello scorso anno. Perché cominciare dalla fine? «E’ chiaro che è partita una corsa per vedere chi fa prima», dice Pietrangelo Pettenò, capogruppo di Rifondazione, «credo che sia il momento di fare qualcosa. Il sindaco adesso deve andare a Roma e non muoversi di là finché il governo non convoca il Comitatone e accoglie le richieste del Comune». Richieste inascoltate da un anno e mezzo, che secondo il Consiglio comunale dovevano costituire «condizioni vincolanti per l’approvazione del progetto». Il Comitatone (con il voto favorevole del sindaco Costa) ha approvato non soltanto il progetto ma anche l’avvio dei lavori di costruzione del Mose, nonostante la progettazione non sia ancora ultimata, siano pendenti ricorsi sulla mancanza di Valutazione di impatto ambientale, e non siano certi i finanziamenti. «Il pre-Cipe ha bloccato una serie di grandi opere», spiega Vianello, «perché il governo di centrodestra non è in grado di garantire i flussi finanziari. Alcune opere potrebbero essere sbloccate, se arrivano finanziamenti privati. Ma non è il caso del Mose. Rischiamo di trovarci con i cantieri aperti di un’opera che non sarà mai ultimata».

Mentre il Magistrato alle Acque accelera, le perplessità aumentano. Uno studio dell’Università di Padova ha messo in luce le difficoltà per i basamenti in calcestruzzo di sostenere il peso delle enormi paratoie, dubbi espressi anche da Vincenzo Di Tella, ingegnere della Tecnomare che aveva collaborato con il Consorzio e che ha presentato un progetto alternativo di chiusure. Un’altra alternativa è quella del progetto Arca, per sperimentare con cassoni autoaffondanti la riduzione della sezione delle bocche che dovrebbe ridurre le acque alte senza opere fisse. Infine, il progetto De Piccoli, per portare il porto fuori della laguna. La grande opera è partita, gli appalti assegnati (al Lido lavorerà l’impresa Mantovani, capofila dal Consorzio e titolare di buona parte dei grandi lavori lavori in area veneziana).

«Non si può dare la colpa di tutto al Comune», dice il prosindaco Gianfranco Bettin, «adesso dobbiamo sperare che questo governo che ci ha portato la guerra, i tagli al sociale e le grandi opere cada al più presto. Il Mose distruggerà l’ecosistema lagunare e colpirà a morte la stessa economia portuale e risorse fondamentali della città. Il Comune di Venezia deve reagire a questo atto di prepotenza impugnando ogni strumento a sua disposizione. Intorno a questo nodo va costruita la nuova coalizione che si candiderà a guidare Venezia nei prossimi 5 anni».

VENEZIA. «Il Mose è tecnicamente superato e culturalmente datato. Il Comune lo deve dire forte, e rilanciare il suo ruolo di guida nella salvaguardia. Altrimenti le grandi scelte sul futuro di questa città saranno prese in sedi esterne alla politica e all’interesse dei cittadini».

Cesare De Piccoli, ex vicesindaco e segretario regionale dei Ds, raccoglie la sfida lanciata da Michele Vianello. E rilancia.

Autore di una proposta alternativa al Mose per la difesa delle acque alte, De Piccoli punzecchia il presidente Galan e invita il centrosinistra a «riprendere la politica». «Il trionfalismo di Galan è fuori luogo», attacca, «non c’è stato nulla di storico nella decisione della Salvaguardia. Semmai una forzatura delle procedure, in un meccanismo farraginoso sempre più separato dall’opinione pubblica. Puntano a prendere la gente per stanchezza»

Un deputato del suo partito, l’ex vicesindaco Michele Vianello, ha lanciato accuse gravi. Invitando i Ds a «non far finta di nulla».

«Non ne farei una questione interna a un partito. Vianello ha posto degli interrogativi di merito, che non possono essere liquidati con la solita polemica. Sono quesiti posti da un parlamentare nell’esercizio delle sue funzioni.

Esempio?

«Non è pensabile che la più grande opera europea sia realizzata senza la Via».

Questione di procedure e di diverse interpretazioni.

«Eh no. Non è un problema solo di cavilli giuridici ma di sostanza progettuale, se si possa realizzare un’opera così impattante per l’ambiente quando la Valutazione di impatto ambientale è stata negativa. E’ ovvio che restando questi gravi punti interrogativi si legittimano tutti i dubbi possibili e si dà la stura a contenziosi infiniti. Non è accettabile, perché non si tratta solo di dubbi ambientalisti, ma del futuro di questa città».

Secondo i progettisti sarà il Mose a salvare Venezia.

«Invece si è persa un’occasione irripetibile per voltar pagina e perseguire un’idea di modernità di Venezia senza rotture con la sua storia com’è invece avvenuto nel secolo scorso».

Insomma il Mose è già vecchio?

«Sì, perché rimane all’interno del vecchio paradigma industrialista. Non è vetusto il funzionamento delle paratoie, che possono anche funzionare, ma la logica progettuale. Oltre al fatto che si tratta di un progetto rigido. Nel 2003 non sarebbe mai servito, nel 2002, alzando troppe volte, si sarebbe paralizzato il porto».

Allora è un progetto da buttare?

«Avevamo proposto al Consorzio Venezia Nuova di avviare una revisione progettuale. Purtroppo dobbiamo prendere atto che sono prevalse le logiche aziendali».

Il progetto definitivo è stato approvato anche dal Comune.

«Negli anni scorsi, anche quando in Regione e al governo vi erano amministrazioni politicamente ostili, il Comune aveva una funzione di dominus dei processi di salvaguardia. Oggi questo ruolo si è offuscato, Galan e Lunardi possono usare il bastone e la carota a loro piacimento».

Vuol dire che il Comune non conta più nulla?

«Dico che anche il punto di equilibrio trovato dal sindaco Costa e dal Consiglio doveva rappresentare una condizione per approvare il Mose. Così non è stato. E il rischio è che la città ora sia fuori gioco e le scelte siano fatte altrove.

Non a Venezia?

«Se si continua con questo balletto di tatticismi e di forzature puntando sulla stanchezza dei cittadini, della politica resta poco. Forse dovremo affidarci a Beppe Grillo».

VENEZIA. L’assessore licenzia i suoi tecnici. «Non intendo più rinnovare il contratto all’Osservatorio Casa», dice Roberto D’Agostino, responsabile dell’assessorato alle Politiche abitative di Ca’ Farsetti. Non si placa la polemica sui dati diffusi dall’Osservatorio.

«Gli alloggi fatti in convenzione con i privati a prezzo agevolato non sono stati venduti», avevano scritto.

Il motivo? La mancanza di informazione, così le case a prezzo agevolato sono rimaste invendute. «Falso, falso», si infiamnma D’Agostino, «è incompetenza tecnica o stupidità, le cause sono altre. I prezzi sono saliti adesso, siamo arrivati a un divario insanabile tra domanda e offerta». Una reazione durissima. Forse perché D’Agostino come assessore ai Progetti speciali era stato il promotore del progetto Judeca Nova, la demolizione della Junghans e le nuove costruzioni affidate ai privati e poi vendute. Un nuovo pezzo di Giudecca con supermercato, case dello studente e alloggi di lusso, dove è andato ad abitare anche il sindaco Paolo Costa. Ma lo scontro è sulle case a prezzo agevolato. Lo studio dell’Osservatorio, coordinato da Anna Renzini, aveva segnalato la carenza già tre anni fa. Le nuove case a prezzo ridotto non si vendono, né allo Stucky né all’ex Junghans. «Ma non è vero che non abbiamo fatto pubblicità», dice D’Agostino, «hanno sbagliato e basta. Che Forza Italia possa fare polemica posso capirlo, ma i miei uffici senza nemmeno avvisarmi, questo no». I tecnici evitano la polemica. Rispondono che i dati erano stati chiesti dalla presidente del Consiglio Mara Rumiz dopo un’interrogazione dell’opposizione.

Lo scontro continua. E sullo sfondo rimane l’emergenza abitativa, niente affatto rislota. Sono ripresi gli sfratti, mezza città è stata trasformata in affittacamere e appartamenti per turisti senza alcun freno, le case in affitto non si trovano in più. La società Abitare spa, appena varata tra le polemiche, si ritrova una situazione ferma da anni. Sarebbero almeno duecento gli alloggi comunali inutilizzati o in precarie condizioni. Un numero sufficiente a garantire la sistemazione alle famiglie colpite da sfratto. Perché non si interviene? «E’ un aspetto che voglio chiarire», promette D’Agostino, da due anni assessore succeduto a Michele Mognato e Giuseppe Santillo, «il Comune dispone di 5 mila alloggi, l’Ater di altre 8 mila. Se ci aggiungiamo quelle degli anti arriviamo a 15 mila, una cifra che dovrebbe garantire altrettante famiglie e risolvere il problema. Poi stiamo varando la grande operazione per i 1500 alloggi a Sant’Elena». Intanto però l’emergenza non si ferma. Gli affitti sono inavvicinabili, e la polemica sulla casa scuote il Palazzo. L’assessore ha annunciato l’intenzione di «licenziare» la struttura dell’Osservatorio, attiva dal 1993.

La notizia sul rapporto dell'Osservatorio casa al Consiglio comunale è qui

È una polemica tutta interna ai Ds quella sulla sublagunare e sui finanziamenti (veri o presunti, a seconda dei punti di vista) che il governo ha annunciato per l'opera nel Documento di programmazione economica e finanziaria: 290 milioni di euro, anziché i 220 previsti. Una "pioggia" di soldi che ha dato il "la" al sindaco Paolo Costa e al presidente Actv, Walter Vanni, per annunciare il prolungamento fino al Lido. Ma è proprio su Vanni, ex consigliere regionale diessino e uomo del partito di lungo corso, che calano le critiche di Michele Vianello, deputato della Quercia che invece è molto scettico sulla possibilità che i soldi inseriti dal governo nel Dpef ci siano veramente.

Vianello attacca Vanni sul piano politico dopo che il presidente di Actv, a capo della cordata di imprese che deve realizzare la sublagunare, aveva definito indispensabile una intesa tra la maggioranza del centrodestra e la maggioranza del centrosinistra per realizzare le grandi opere.

«Eh no - sbotta Vianello rivolto al "compagno" Vanni - non ci siamo proprio, niente trucchi. È diseducativo verso una città continuare a illuderla, costringerla a una spasmodica ricerca di denaro pubblico anche quando non c'è. Per la costruzione della sublagunare non c'è un euro pubblico stanziato e non sono disponibile a litigare per realizzate opere non finanziate. Così si fa del male al centrosinistra».

«No, caro Vanni - scrive il deputato veneziano - non sono disponibile ad andare a pietire da Lunardi, come da Galan. A questo si riduce il rapporto con l'Italia berlusconiana. Il rapporto con il centrodestra, seguendo le procedure e la filosofia della legge obiettivo, vuol dire meno mercato, meno trasparenza, meno risorse per l'imprenditoria sana veneziana, meno rispetto per la città e il suo ambiente lagunare. Quanto alla sublagunare, ha senso la richiesta di attivazione di finanziamenti pubblici e privati, a una condizione: che l'oggetto dell'investimento sia la riqualificazione di un'area che comprenda l'Arsenale, l'Idroscalo, Sant'Andrea e una parte del Lido. In questo contesto è necessario un trasporto veloce, anche sublagunare. Così si mantiene la gestione di una qualsiasi linea di trasporto, viceversa pagherebbero le già esigue casse dell'Actv».

«Infine, caro Vanni - conclude Vianello - ti dice niente il fatto che Lunardi per poter proseguire la realizzazione delle "grandi opere" sia costretto ad annunciare l'introduzione del pedaggio, che graverà sulle tasche di milioni di famiglie italiane, di 4.200 chilometri di strade Anas?».

Ma sulla sublagunare il confronto non è solo politico. Anche il mondo economico non resta a guardare. Il presidente della Camera di commercio, Massimo Albonetti, ricorda come il progetto di cui si sta discutendo sia nato proprio sotto l'egida dell'ente camerale. «A partire dal 1998 - spiega - la Camera di commercio si è impegnata nella realizzazione di infrastrutture con gli studi di fattibilità della Romea commerciale e del Passante e il progetto preliminare della Sublagunare, con un investimento di 4 miliardi di vecchie lire. Questo ci ha permesso, senza protagonismi, di cedere al Comune lo strumento necessario per il project financing, così che l'opera potesse diventare realtà». Un percorso che parallelamente ha dato risultati anche sul piano della mediazione fra categorie e politica. «Con anni di anticipo sulla legge Merloni, che solo nel 2000 riconosce alla Camera di commercio un ruolo nelle infrastrutture - aggiunge Albonetti - abbiamo cercato di costruire intorno ai progetti il consenso di tutti, con l'obiettivo di mettere in rete coloro che possono decidere per portare risorse a Venezia. Così come va riconosciuto alla Camera di commercio di Venezia l'impegno nel facilitare i rapporti sia con il ministero, sia con la Regione».

VENEZIA Maurer, in tedesco, vuol dire muratore. Da lì, tra le montagne di Falcade, deriva il cognome Murer. Delia Murer ha la pazienza del muratore, la caparbietà del montanaro. La segretaria dei Ds veneziani spiega come ha costruito la candidatura di Felice Casson, come ha rifiutato di smantellarla in extremis. E com'è davvero il clima politico in laguna.

Ds veneziani distruttori della Fed, accusa la Margherita.

Ottica sbagliata. I Ds hanno lavorato dall'inizio per costruire l'Unione fin dal primo turno. Anche la Fed, per carità, ma soprattutto l'Unione. Questa tra l'altro era l'esperienza già maturata a Venezia, nelle giunte precedenti. Correre uniti era ed è la premessa di ogni nostro passo.

Prima di Casson, c'era stata a lungo la candidatura di Alessio Vianello. «Unitaria», sottolinea Cacciari. Perché è saltata?

Si è rivelata una strada non praticabile. I rosso-verdi non ci stavano. Costa minacciava una lista civica: e Costa è pur sempre sindaco della Margherita.

Quindi è spuntato Casson.

No. Tre giorni prima, domenica, tutti - dai Ds ai verdi e a Costa - hanno insistito con Cacciari: Vianello non ce la fa, fai uno sforzo, mettiti tu a disposizione. Lui si è rifiutato: «Ho fatto un'altra scelta di vita»…

Adesso sì che arriviamo a Casson.

Casson a quel punto è diventato la candidatura più unificante. Più di Vianello, più di Bettin, più di tutti gli altri.

Ma scusa. Non appare un po' bizzarro arrivare, in nome dell'unità, a una soluzione che ingloba i rosso-verdi ma esclude la Margherita?

La Margherita, con Cacciari, ci ha posto il diktat: o Vianello, o sarebbe andata da sola. L'ha detto domenica, l'ha ripetuto lunedì. Non abbiamo scelto noi di rompere la Fed. È stata la Margherita. Si è messa su una posizione di ricatto, di autoisolamento. Quanto ai Ds: noi abbiamo sempre detto che il candidato doveva avere tre caratteristiche. Essere autorevole. Essere competitivo. Essere in grado di fare l'unione.

Con la «U» maiuscola.

Quella di Prodi, certo.

E mancando a Vianello i due primi requisiti…

Era necessario che riuscisse almeno nel terzo.

La Margherita non aveva altri candidati possibili?

Lo scontro fra Costa e Cacciari dura da mesi. Hanno bruciato uno dietro l'altro tutti i loro nomi.

Se ne son letti quattro.

Erano di più.

Un candidato Ds non c'era?

La Margherita ha sempre detto di no. Rivendicava il sindaco per sé.

Subito dopo la candidatura di Casson, è arrivata quella di Cacciari. Riconsiderare tutto era impossibile? Anche Fassino lo aveva chiesto.

Cacciari è arrivato fuori tempo massimo, a quel punto nessuno era più disposto a fare un passo indietro. Ci aveva detto no, avevamo messo in campo un candidato. Cambiare ancora sarebbe stata la più devastante delle mosse.

È un bell'imprevisto, comunque, Cacciari.

È la scelta di un uomo che per rinnovare non sa che riproporre se stesso. La forza del centrosinistra a Venezia sta nel suo radicamento sociale, nelle idee che esprime, più che nelle singole personalità.

In Felice Casson che caratteristiche vedi?

È il candidato più unificante possibile. È l'interprete adeguato di una nuova fase che chiude un'esperienza amministrativa e ne apre un'altra, all'insegna del dialogo, in discontinuità con quella di Costa. Unisce la società civile e quella politica: ha fatto un patto, la giunta interpreterà la coalizione politica. È autorevole, conosciuto, serio, determinato. Tanto che se una cosa mi preoccupava, era che in questa confusione gli nascessero delle perplessità: invece è rimasto in campo.

Parliamo dei Ds. Si sono spaccati, sulla scelta.

Io le chiamo diversità forti. Abbiamo discusso, e abbiamo scelto Casson. Adesso lo sosteniamo, assieme: siamo un partito serio, non una banda di anarchici.

Qualcuno ha proposto il voto disgiunto.

Pochi. È un appello sbagliato. Presa una decisione tutti devono sentirsi impegnati, è un fatto di serietà e di lealtà.

Anche Cacciari si è appellato al voto disgiunto dei diessini.

Mi pare un atto di debolezza, e di poca serietà.

Ha pure consigliato un congresso straordinario dei Ds veneziani.

Non ha titolo. Spetta ai Ds assumersi le proprie responsabilità. Da oggi noi siamo in campagna elettorale, non congressuale.

A Venezia c'è l'«anarchia», come dice Prodi?

C'è una difficoltà di tutte le forze politiche. La politica è stata lasciata troppo fuori dal Comune, nell'amministrazione della città.

È un caso solo locale? Un conflitto di personalità?

È una faccenda veneziana, nel senso che è maturata a Venezia. Negli ultimi mesi uno scontro violentissimo tra Cacciari e Costa ha condizionato tutto. Questo i veneziani lo sanno, lo percepiscono. Fuori, invece, si vede solo la difficoltà riflessa su un progetto nazionale, che nessuno qui vuole smentire.

Mose, la mega-opera che salverebbe Venezia dall'acqua alta, affonda ancora. Questa volta affiorano cantieri «fuorilegge», lavori «fantasma», violazioni delle norme ambientali. Insomma, il progetto del Consorzio Venezia Nuova (inaugurato in pompa magna da Silvio Berlusconi e cullato dal ministro Lunardi, insieme al governatore Galan) sta scivolando sul piano inclinato della regolarità urbanistica. E non solo. Sulla graticola, il presidente del Magistrato alle Acque Maria Giovanna Piva che firma i contratti e quindi risponde davanti alla Corte dei conti. All'attacco, i sindaci interessati: Massimo Cacciari a Venezia, Erminio Vanin a Cavallino e Fortunato Guarnirei a Chioggia. In difesa, arroccati all'appalto, gli industriali capitanati dal presidente Antonio Favrin che hanno perso il loro naturale punto di riferimento, l'ex sindaco della Margherita Paolo Costa. Esultano, invece, gli ambientalisti che continuano a spulciare ogni atto, procedura, voto e autorizzazione che riguarda il Mose. «La difesa di Venezia non è di destra né di sinistra. Ma bisogna scegliere la soluzione migliore senza pregiudizi. Finalmente, il Comune fa sentire forte la sua voce. Ci sono contestazioni tecniche, tuttavia la questione Mose resta sostanzialmente politica. E' arrivato il momento di una discussione pubblica. Sulle modifiche che non vogliono solo gli ambientalisti, ma anche sulla difesa della città a prezzi più bassi e sulle sperimentazioni mai avviate come sui progetti alternativi al Mose» spiega Alberto Viticci, cronista della Nuova Venezia che da vent'anni segue la vicenda.

L'ultimo capitolo risale a primavera, quando il Consorzio lavora fra mare e laguna lasciando intravedere dall'alto il disegno delle paratie mobili. A fine giugno, piomba a Venezia in incognito il ministro Lunardi e i Disobbedienti gli danno il benvenuto occupando gli uffici del Magistrato alle Acque. Nessuno lo sa, ma è già cominciato un sotterraneo braccio di ferro sulle verifiche dei cantieri. E ora, a polemica esplosa, spuntano perfino segnalazioni su lavori in corso a Ca' Roman e San Nicolò che rappresenterebbero inquietanti «novità», forse perfino inedite per la burocrazia. Fino a ieri, Maria Giovanna Piva ha preferito abbozzare. Ma il sindaco-filosofo di Venezia non molla: aspetta una risposta ufficiale alla lettera firmata insieme ai due colleghi dei Comuni interessati dai cantieri del Consorzio Venezia Nuova.

Tutto è nato in base ai controlli degli atti amministrativi da parte degli ambientalisti. A Ca' Farsetti, sono in primavera le segnalazioni firmate dall'Ecoistituto Alex Langer, Italia Nostra e Lipu. Una copia era indirizzata, per altro, anche alla Procura, ai Ministeri delle Infrastrutture e dell'Ambiente e al Consorzio Venezia Nuova. Il documento degli ambientalisti evidenziava il mancato rispetto della legge. Ma non c'è stata nessuna risposta. Di qui, la diffida vera e propria che invece ha scosso i sindaci. Racconta Michele Boato, ex assessore regionale dei Verdi e ora responsabile dell'Ecoistituto Langer: «Ci siamo accorti che i cantieri aperti erano tutti non previsti da strumenti urbanistici comunali e regionali. Di conseguenza, non rientrando nel Palav erano tutti fuori legge. Inoltre fuori dalle direttive europee per quanto riguarda i diversi siti di importanza comunitaria dal punto di vista ambientale interessati loro malgrado dai lavori, come la zona di Ca' Roman. Dopo un mese ci siamo resi conto che tutto tardava e siamo partiti con una seconda diffida, visti i danni che rischiavano di essere irreparabili, in particolare alla diga di Malamocco, tutelata da uno specifico vincolo della sopraintendenza, ignorato: ora il Comune di Venezia si è mosso come la città aspettava». Così si è messa in moto la giunta Cacciari: la Direzione centrale sviluppo del territorio e mobilità del Comune ha elencato 19 presunte violazioni alle norme ambientali all'interno dei cantieri nelle bocche di porto. Ma sono Ministero e Regione a decidere sull'immediata sospensione dei lavori. Quindi è scattata l'iniziativa dei sindaci: lettera ufficiale al Magistrato alle Acque con sollecitazione a fermare il Mose per «difformità urbanistica delle opere».

Cacciari, dunque, rilancia la sfida. E fa contenti i Verdi, per altro esclusi dalla nuova giunta dopo il «ballottaggio fratricida» nell'Ulivo. Luana Zanella, deputato del Sole che ride, sottolinea: «Dopo l'intervento del sindaco, il ministro Lunardi non può restare silente: i lavori del Mose devono essere bloccati. Ormai esistono le condizioni per fermare i cantieri che sono illegittimi rispetto alle norme di pianificazione dei comuni della Laguna e a quelle stabilite dall'Ue. La Commissione di Salvaguardia, inoltre, come chiarisce bene la sentenza della Corte Costituzionale 375/98, non ha affatto i poteri per derogare le norme urbanistiche stabilite dai comuni stessi perché non è una conferenza dei servizi». Il cerchio si chiude. La storica approvazione del Mose da parte della Commissione di Salvaguardia non si rivela più così inossidabile. Anzi, c'è chi segnala l'istruttoria tutt'altro che completa. Ma soprattutto quell'approvazione non «cancella» di certo le difformità fra progetto e urbanistica dei tre Comuni. Lo ribadisce l'avvocato Gianfranco Perulli, rappresentante del Comune di Venezia in Commissione: «Al momento del voto sono uscito dall'aula con altri cinque commissari, dopo aver verbalizzato che la commissione non aveva potuto completare l'indagine sul progetto e sugli allegati, esaminati solo in parte. Certo, il numero legale restava. Ma il parere resta viziato».

Come era di facile previsione il Sindaco Costa, non ha avuto difficoltà a firmare il documento della maggioranza del Consiglio Comunale che negli auspici dovrebbe fermare i lavori del Mose. Un documento di carattere puramente ordinatorio dei lavori, nel quale avremmo auspicato una premessa di impegno politico.

Timeo Danaos et dona ferentes: può essere la più pura delle speranze a guidare questa maggioranza e nel caso di Costa dobbiamo essere anche disposti a pensare ad una conversione sulla via di Damasco di Strasburgo!

Spieghiamoci:

1. In tutti i ruoli che ha rivestito da ministro dei LL.PP.( Presidente del Consiglio Prodi), a Sindaco, a europarlamentare, Costa (demiurgo anche in Europa del Ponte di Messina!) è stato ed è, del Mose, il massimo propugnatore pubblico.

2. Ne fa fede lo stesso Prodi, leader degli Uniti nell'Ulivo, (candidato alla prossima Presidenza del Consiglio), che venuto pochi giorni fa qui in laguna, non si è trattenuto dall'auspicare, coerente con le azioni e convinzioni comuni, che i lavori del Mose procedano spediti!

3. Le deliberazioni di cui, infatti, entrambi si sono fatti promotori, dal 1998, sono state all'origine del più colossale pasticcio di procedura amministrativa per un' opera pubblica. Tutti i Governi, che da allora si sono succeduti, sono rimasti più o meno consapevolmente invischiati e ne hanno vieppiù complicato la macchinosità: dai cosiddetti Esperti Internazionali, all'accettazione inusuale dell'annullamento del Tar del Veneto del Decreto di VIA negativa, all'annientamento di un autentico controllo scientifico, alla negazione di una interdisciplinarietà nelle decisioni, all'inserimento del Mose tra le infrastrutture della Legge Obiettivo, al susseguirsi di mere approvazioni burocratiche delle sostanziali modifiche inserite sul Progetto originario, da parte di Uffici periferici regionali e statali, normalmente coinvolti nelle fasi sub-procedimentali.

4. L' Ufficio di Piano, istituzione sussidiaria alla VIA (!) che doveva presiedere all'aggiornamento del Progetto ed alla sua revisione è rimasto fantomatico per anni, coinvolto in un defadigante quanto inutilelavoro preparatorio

5. L'Ufficio di Piano vede solo ora la luce, a decisioni prese, e sua la composizione, seppure di nomina del Governo Berlusconi, è di netta impronta "costiana",con qualche rara eccezzione.

6. Nel frattempo spropositate proposizioni e contraddittorie decisioni sono state assunte.

7. Ben oltre 1 anno fa, il 1 aprile del 2003, la maggioranza vota del Consiglio Comunale di Venezia votò quell'odg di 11 punti che, il 3 aprile 2003, il Comitatone, presente il Sindaco, ha tempestivamente assunto quale viatico per deliberare "di passare alla progettazione esecutiva ed alla realizzazione delle opere di regolazione delle maree alle bocche di porto ('progetto Mo.S.E.') e contemporaneamente alla realizzazione della struttura di accesso permanente alla bocca di Malamocco".

8. Comunque vada l'elezione in Europa, per l'anno che gli resterebbe da governare a Venezia, Costa, risulta già ora e risulterà più che mai completamente svincolato da qualsiasi rapporto fiduciario sia con la sua maggioranza e con il proprio gruppo politico, la Margherita ("con cui farò i conti al momento opportuno",si legge!) .

Oggi il Sindaco e la sua maggioranza ritornano a firmare un ordine del giorno (una paginetta) da esibire ad un prossimo, peraltro, non previsto Comitatone. È vero che Davide fermò Golia con un sasso: ma la mano di Davide era armata dalla purezza! Davvero questo è un atto sincero? Davvero il Sindaco e la sua maggioranza credono che si fermeranno i cantieri, davvero vi crede il verde Bettin?

Non si vuole precludere ogni via alla provvidenza, ma in nome del realismo politico e per conto della Lista Verde Boato Zitelli si chiede che:

- La maggioranza ulivista e rosso verde del Consiglio Comunale di Venezia, con un nuovo ordine del giorno, inviti Prodi, Presidente della Commissione Europea e leader dell'Ulivo di vincolarsi a fermare il Mose e a iniziare un diverso progetto di interventi. - in questo senso Prodi si obblighi già ora a vigilare sulla procedura di infrazione intentata dalla Commissione all'Italia, e riattivi l'azione della Commissione Europea sulla procedura di infrazione riprendendo le indagini, qualunque sia stata la risposta dello Stato italiano,

- il leader dell' Ulivo si vincoli da subito con dichiarazione esplicita, che qualora rinominato Presidente del Consiglio, Egli e i suoi Ministri riconosceranno le conseguenze legittime della Valutazione di Impatto Ambientale negativa sul Mose, quella valutazione che fu tanto avversata, ma che deve essere ripresa e aggiornata in sede nazionale,

- che si impegni a dare esecutività alle sentenze che reinseriscono nelle funzioni la Commissione per le Valutazioni dell'Impatto Ambientale che il Governo Berlusconi, con il Ministro Matteoli, ha dimesso. Solo così potranno essere dissipate le naturali perplessità sulla buona fede dei nostri rappresentanti politici.

Intanto ancora ieri si sono potute osservare attività di un consistente scavo all'interno del Canale di Malamocco, lato di Pellestrina a ridosso del piede della diga di Santa Maria del Mare: non erano "gusci di conchiglie", come pare abbia dichiarato il Consorzio Venezia Nuova, ma parecchie tonnellate di sabbia, nulla poi a che vedere "con il miglioramento della navigazione" come sembra abbia dichiarato il presidente dell'Autorità portuale, dal momento che le navi tengono rotta al centro del canale e non a ridosso del molo.

Intanto, i membri della Commissione di salvaguardia di obbedienza politica Forza Italia dichiarano che, per vincere le resistenze degli ambientalisti, voteranno con la maggioranza tutti gli interventi vavorevole al MoSE e alle altre opere di impatto devastante per la città storica, come la metropolitana sublagunare (da La Nuova Venezia del 22 giugno 2004)

VENEZIA. Centocinquanta firme di parlamentari in poche ore. Ha riscosso un grande successo l’iniziativa avviata dal deputato veneziano dei Ds Michele Vianello e dalla Sinistra ecologista per impugnare davanti all’Unione europea le «procedure irregolari» del progetto Mose.

Il risultato ha pochi precedenti nella storia della salvaguardia, e anche dell’attività parlamentare. Centocinquanta deputati del centrosinistra hanno sottoscritto l’appello che sarà ora inviato alla commissaria europea all’Ambiente Margot Wallstrom. La richiesta è quella di avviare le opportune verifiche sulla legittimità del percorso seguito. E, soprattutto, di sottoporre a Valutazione di Impatto ambientale la grande opera, le dighe per sbarrare le bocche di porto, nel frattempo già approvata e in parte finanziata dal governo.

Molte le firme illustri, con i Ds quasi al completo (il capogruppo Luciano Violante, il vicepresidente della Camera Fabio Mussi, Anna Finocchiaro, Livia Turco, Giovanna Melandri, Pietro Folena e Vannino Chiti, i veneti Andrea Martella, Bruno Cazzaro e Piero Ruzzante), il capogruppo di Rifondazione Franco Giordano e del Gruppo Misto Marco Boato, Ermete Realacci, Giulio Santagata e il vicecapogruppo Giacchetti per la Margherita, Luana Zanella e Paolo Cento per i Verdi. Una pattuglia folta, che Vianello conta di ingrossare ulteriormente nei prossimi giorni.

«Di fronte alla richiesta di una parte del Parlamento italiano», dice, «l’Europa non potrà non intervenire. L’appello è fatto di due pagine, dove sono riassunti i principali contestati passaggi di approvazione del progetto Mose e vengono sintetizzate le obiezioni.

La prima riguarda la mancanza di una Valutazione di Impatto ambientale. «Gli esperti del ministero avevano depositato il loro lavoro e la Valutazione era stata negativa», dice Vianello, «poi il Tar aveva annullato il decreto del governo per vizio formale, ma non il giudizio tecnico. Da allora l’esame non è stato più fatto. E’ possibile che la più grande opera di ingegneria ambientale d’Europa sia approvata senza la Via, come previsto dalle normative europee?» Altrettanto illegittimi, secondo la petizione firmata dai 150 parlamentari, sono i finanziamenti concessi dal Cipe, il Comitato per la programmazione delle grandi opere che fa capo al ministro Lunardi.

«450 milioni di euro», si legge nella lettera inviata alla Wallstrom, «sono stati stanziati per il Mose senza che l’iter fosse stato completato». «Palesi irregolarità» secondo i deputati, sono da registrare anche nella seduta del Comitatone del 3 aprile 2003, che aveva autorizzato il progetto esecutivo e la realizzazione della grande opera senza che la procedura fosse conclusa.

Una iniziativa che potrebbe rallentare la corsa intrapresa dal progetto Mose, di cui il premier Berlusconi ha già posato nella primavera scorsa, la «prima pietra». «Ma il sistema Mose è un’invenzione, non è contemplato dalle leggi», conclude l’appello dei deputati, «esiste soltanto un sistema laguna, nel quale è inserita una città unica al mondo che va tutelata. E contrariamente a quanto si pensa il problema di Venezia non è riconducibile esclusivamente alla difesa dalle acque alte».

«Com’è possibile pensare», conclude la lettera, «che non si debba valutare la compatibilità ambientale di un’opera da inserire in un ambiente così delicato?».

Forza Italia ha attaccato il Comune per il sostanziale fallimento dei grandi e strombazzati progetti di edilizia convenzionata, risoltisi in un flop per i cittadini e in un affare per le imprese esecutrici, ma dietro ai dati forniti da Cesare Campa, Michele Zuin, Paolo Dall'Agnola si nasconde un piccolo giallo. Una misteriosa fuga di notizie.I numeri forniti da Forza Italia, infatti, escono nientemeno che dalla relazione conclusiva fatta dall'Osservatorio Casa su richiesta del consiglio comunale, che il 23 febbraio scorso, su proposta della stessa presidente, Mara Rumiz (Ds), aveva sollecitato con un ordine del giorno votato all'unanimità un'analisi dei risultati ottenuti dalla vendita di alloggi a prezzo convenzionato.Solo ieri, però, la relazione è stata distribuita dalla Rumiz ai capigruppo, agli assessori competenti, alla Settima commissione consiliare Casa, e dunque chissà attraverso quali vie Forza Italia ne è venuta anticipatamente in possesso, trasformando un atto istituzionale in occasione di attacco politico.

Sia come sia, la relazione dell'Osservatorio Casa è davvero impietosa per il Comune e per l'assessore alla Pianificazione strategica, Roberto D'Agostino, che è stato il padre dei grandi progetti di edilizia convenzionata. Tutti tre alla Giudecca, nelle aree Junghans, Molino Stucky, Tappetificio Gaggio.

JUNGHANS-Il progetto (realizzato dal Consorzio Judeca Nova) prevedeva la costruzione di 174 alloggi, dei quali 137 destinati alla vendita a prezzo convenzionato e 37 destinati alla locazione, sempre a canone convenzionato.L'intervento ha avuto un costo di oltre 100 miliardi di lire, di cui 20 miliardi finanziati dal Cer (Comitato edilizia residenziale), e 2,5 finanziati dalla Regione. Il prezzo di vendita in edilizia convenzionata era fissato in 3 milioni e 400 mila lire al metro quadrato commerciale, e era riservato a residenti, o a persone che si fossero obbligate a trasferire residenza o lavoro a Venezia, e che già non possedessero alloggi adeguati. La società era impegnata a mantenere l'offerta convenzionata per 6 mesi, dopo di che avrebbe potuto vendere senza vincoli al prezzo di libero mercato. Per la locazione, Judeca Nova si era impegnata a mantenere l'offerta dei 37 appartamenti per 8 anni, potendoli vendere anche prima degli 8 anni al prezzo di 3 milioni e 600 mila lire al metro quadrato ma trasferendo però all'acquirente i contratti di locazione, che dunque erano e sono obbligati.

A consuntivo, sono stati venduti a prezzo convenzionato solo 80 dei 137 alloggi previsti, e tutti i 37 appartamenti destinati all'affitto sono invece stati venduti. L'Osservatorio Casa non ha ancora potuto verificare se vi siano dei contratti d'affitto in essere (c'è il rischio di contratti "famigliari", tali cioé da aggirare i vincoli della convenzione rispettandoli nella forma), ma per Judeca Nova, avendo rinunciato all'esenzione del pagamento della concessione edilizia a suo tempo concesso dal Comune, sono decadute le prescrizioni relative ai prezzi massimi di vendita.

Gli avvisi di vendita spettavano al Comune, che tra ottobre e novembre '97 ha curato 6 uscite sulla stampa locale e 2 su un quotidiano nazionale per il primo lotto di 40 alloggi. Per il secondo lotto (52 alloggi) ci sono state 3 uscite sulla stampa locale e 2 su un quotidiano nazionale nel marzo del '99, mentre per il terzo lotto (12 alloggi) ci sono state 3 uscite sulla stampa locale a dicembre '99.

MOLINO STUCKY -Il progetto prevedeva la costruzione di 94 alloggi (già completati) nell'area del Molino e di 41 alloggi di prossima realizzazione nell'area della Scalera Film, e il 50 per cento della superficie residenziale complessiva doveva essere venduto al prezzo di 3 milioni e 550 mila lire al metro quadrato commerciale, con gli stessi vincoli del progetto Junghans ma con diritto di prelazione al Comune. Di fatto, gli alloggi riservati alla vendita convenzionata sono stati 34 sui 94 del primo lotto. Venduti? Solo 2! L'avviso di vendita spettava alle società (Molino Stucky Spa, Finplan Srl, Emilio Trevisan Srl, con apposito ufficio presso la House Deal Consulting Srl) che vi hanno provveduto con una (!) pubblicazione sui giornali locali e su un quotidiano nazionale il 17 febbraio 2000.

I 34 alloggi vincolati probabilmente non esauriscono il previsto 50 per cento della superficie totale, ma la quota può essere recuperata col lotto Scalera.

TAPPETIFICIO GAGGIO -Il progetto prevedeva la vendita di 12 alloggi sui 27 complessivi al prezzo convenzionato di 2 mila euro al metro quadrato, e il bando, scaduto il 5 giugno e pubblicizzato dal Comune con un passaggio sul Gazzettino e nel proprio sito Web, ha avuto una tale rispondenza che ora il Comune è in difficoltà perché dovrà prevedere, a posteriori, dei criteri per selezionare le oltre 100 domande. Le richieste di acquisto dovevavo venire indirizzate alla Casimiro Gaggio Srl, ma la società ha girato gli interessati a un'agenzia immobiliare che dà le informazioni col contagocce.

CONCLUSIONI -«Va fatto notare - riporta la relazione dell'Osservatorio, curata da Anna Renzini - come la mancanza di definiti strumenti di monitoraggio degli interventi non abbia permesso all'amministrazione di svolgere un ruolo più attivo rispetto alle modalità di attuazione delle convenzioni, all'analisi dei problemi che via via si manifestavano, alla ricerca in accordo coi privati di soluzioni che consentissero di avvicinarsi in misura maggiore ai risultati inizialmente previsti». Il Comune, insomma, non ha controllato né gestito i progetti, né si è riservato il paracadute del diritto di prelazione per l'acquisto o per l'affitto.

«Per la sublagunare non c’è una lira» Da Roma Michele Vianello nega l’esistenza di un finanziamento

I soldi non ci sono. Il deputato Ds Michele Vianello ha in mano il Documento di programmazione economica e finanziaria varato dal governo e gela chi afferma che il governo ha trovato 290 milioni di euro per la metropolitana lagunare. E l’esponente diessino non risparmia battute polemiche nei confronti del sindaco e del presidente dell’Actv, che hanno diffuso la notizia ed espresso soddisfazione.

«Mi spiace che il sindaco Paolo Costa e Valter Vanni si siano lasciati trarre in inganno dal ministro Pietro Lunardi, bastava fare una verifica con i parlamentari dell’Ulivo per comprendere come la metropolitana lagunare di Venezia non sia finanziata» afferma Vianello. Sfoglia l’atto governativo tanto discusso e spiega: «Innanzitutto il Documento di programmazione economica e finanziaria detta solo gli indirizzi, non è un documento contabile, in secondo luogo non c’è traccia di metropolitana lagunare».

Ci sono però gli allegati e nel documento presentato dal ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, dal titolo «Programmare il territorio, le infrastrutture, le risorse», si trova traccia della infrastruttura veneziana: «A pagina 126-127 - legge Vianello - c’è una tabella, la 2.1 intitolata Aggiornamenti e proposte, con la voce metropolitana lagunare dove si nominano altre grandi opere, a fianco due colonne, nella prima sono segnalati i costi degli interventi, nella seconda le disponibilità finanziaria. Orbene, per la metropolitana di Venezia il costo segnalato è di 290 milioni di euro e sotto la voce disponibilità si legge: verifica-ricorso a forme di partnerariato pubblico e privato».

A questo punto il deputato diessino trae le sue considerazioni: «Il centro-sinistra oggi (ieri per chi legge: ndr) ha votato contro il Dpef anche perchè proprio tra le promesse e le cifre esiste una differenza sostanziale. Vorrei ricordare al duo Costa-Vanni che il ministro Lunardi, per grattare il fondo del barile, è costretto a far pagare ai cittadini italiani il pedaggio su 420 chilometri di strade dell’Anas». Insomma i soldi non ci sono e non solo per la metropolitana lagnare, «e allora perchè litigare su cose inesistenti?» chiede polemicamente Vianello.

E’ noto che il deputato veneziano è critico non tanto sulla necessità della metropolitana, ma sulle procedure scelte dal Comune per arrivarci. Sostiene che con il sistema previsto ogni decisione verrebbe sottratta alla città passando in mano allo Stato

Costa: «Opera fondamentale» Vanni: «Collegamento col Lido»

296 milioni di euro per la sublagunare. E’ questa la cifra stanziata nel Dpef secondo le informazioni in possesso del presidente di Actv Valter Vanni. Che spiega: «Con altri 50 milioni di euro reperiti dal raggruppamento di imprese, si puo’ prevedere grazie ai 70 milioni di euro in più concessi dallo Stato alla sublagunare di realizzare anche il collegamento da Arsenale al Lido, che costerà 120 milioni euro in più dei 340 milioni già stabiliti per il primo tratto di sublagunare. E’ una opportunità straordinaria da cogliere, nell’interesse di 17 mila persone che vivono nell’isola ma lavorano in centro storico o in terraferma». L’annuncio del finanziamento per la sublagunare insomma riapre immancabilmente la discussione sul prolungamento fino al Lido della linea veloce di collegamento. Vanni invita la giunta comunale a decidere e sostenere la necessità di allungare la tratta finora ipotizzata da Tessera alla Fondamenta Nuove. Ma nella maggioranza di centrosinistra sulla Sublagunare non c’è ancora un consenso dichiarato. Anzi, i Verdi continuano a dire di No. «Siamo contrari, l’abbiamo ribadito anche nel documento di discussione nella maggioranza in vista delle prossime elezioni e chiediamo prima di tutto una valutazione di impatto ambientale ma anche una analisi socio-economica e sulle alternative», spiega il prosindaco Gianfranco Bettin. E la parlamentera Luana Zanella: «L’impegno del governo sulla Sublagunare è frutto di un accordo che ha travalicato le sedi istituzionali, in particolare il Consiglio comunale». Valter Vanni assicura che la valutazione di impatto ambientale si farà. «Per avere i finanziamenti serve la valutazione di impatto ambientale. Bisognerà ora produrre uno studio di impatto ambientale e poi ottenere la valutazione dalla Provincia». Stessa conferma arriva dall’assessore ai Lavori Pubblici Marco Corsini. «La legge obiettivo non cancella la valutazione di impatto ambientale ma la anticipa alla progettazione preliminare», spiega l’assessore.

«La sublagunare è una opera fondamentale: lo certifica anche l’impegno economico del Governo» dice invece il sindaco di Venezia Paolo Costa. «I fondi stanziati nel Dpef per la sublagunare e la dimensione dell’intervento economico - spiega Paolo Costa - non devono sorprendere. Anzi: il fatto che l’impegno dello Stato sia superiore a quello atteso, pur in un periodo non facile, certifica l’importanza del progetto. Si dimostra che la sublagunare è un’opera fondamentale. Se già oggi la sublagunare risponde all’assoluta necessità di collegamento tra Venezia e l’aeroporto, domani costituirà l’indispensabile collegamento tra Venezia e l’alta velocità della rete europea, che avrà un suo snodo - come il casello di un’autostrada - proprio nella zona di Tessera. Anche gli stanziamenti del Governo, quindi, confermano la validità e l’utilità di un progetto che affronta il problema dell’adduzione a Tessera nel rispetto dell’ambiente lagunare, su cui risulta non impattante». L’iter comunque non cambia. «Andiamo avanti con l’iter stabilito, che prevede da una parte lo Studio di Impatto ambientale, e dall’altra un’ampia consultazione, perché la città sia pienamente consapevole della validità e della centralità del progetto». (m.ch.)

L’ultimo colpo di scena di una travagliata vicenda, nella quale si erano susseguiti contrastate proposte di nomi a gogo nell’assenza di qualsiasi trasparente discussione sulle cose da fare (e su quelle da non fare), è stata l’inopinata decisione di Cacciari (Margherita), di porre la sua candidatura, appoggiato da una parte dei DS. Il filosofo, dimessosi a metà mandato a favore del criticatissimo Costa, era sponsor a oltranza del candidato Alessio Vianello, ed era stato sconfitto dalla proposta (DS, PRC, PCd’I, Verdi, Di Pietro) di candidare l’ex giudice Felice Casson, molto apprezzato anche in città per le sue tenaci indagini giudiziarie.

Venezia, contro Cacciari l'ira di Prodi e Fassino

DA UNO DEI NOSTRI INVIATI VENEZIA — E adesso i veneziani ( che simpatizzano per il centrosinistra) si chiedono: per chi votiamo? Circola già la risposta scherzosa: sfogliate la Margherita. Cacciari, Casson, Cacciari, Casson... Ma la questione è terribilmente seria; le polemiche infuriano in Laguna, e rimbalzano nei Palazzi romani.

Con i big dell'Unione che tuonano contro il pasticcio pre elettorale combinato a Venezia. Dove la spaccatura nell'Unione è una voragine. Gli strali bersagliano Massimo Cacciari, l'uomo dell'ultimo colpo di scena. Il filosofo aveva rivelato: « Ho deciso di candidarmi per la Margherita al posto di Alessio Vianello, dopo una telefonata tempestosa con Piero Fassino » . Reo, di aver dato il via libera a Felice Casson. Critiche anche al gran capo Romano Prodi, sollecitato da Cacciari a frenare « l'anarchia nella Fed » . Prodi non ci sta, e reagisce a muso duro: « Il problema non è frenare l'anarchia nel centrosinistra, ma a Venezia. È quello il caso anomalo del Paese.

In 14 regioni, con fatica, abbiamo raggiunto l'unità » . Fassino, invece, punzecchia così: « Essendo Cacciari veneziano e vivendo a Venezia, forse qualche responsabilità per quel che è accaduto ce l'ha anche lui » . Poi, il segretario dei Ds, propone un patto di non belligeranza tra i due candidati sindaci: « Per rendere meno traumatica la spaccatura » . In sostanza, Fassino suggerisce che C& C, la strana coppia separata in casa, non apra polemiche in campagna elettorale e che, al secondo turno, tutto il centrosinistra sostenga colui che andrà al ballottaggio.

Dunque, comizi soft ( se ci saranno), approfittando delle divisioni presenti anche nel centrodestra e dell'oggettiva debolezza dei personaggi messi in campo dagli avversari. L'Unione rimanda conti definitivi e appelli agli elettori a dopo il primo responso delle urne, che si apriranno il 4 aprile.

Ma il tam tam sotterraneo già è in azione. Se, infatti, il polo Rosso Verde, guidato dal sociologo di Mestre Gianfranco Bettin, è compatto sul pm, la Margherita sul filosofo ( « esprimiamo a Massimo Cacciari gratitudine per l'amore che ha confermato alla sua città, per la generosità e l'orgoglio contro l'ostracismo verso i nostri candidati » , recita un comunicato), gli elettori diessini e quella parte di veneziani simpatizzanti per la Fed ma fuori dallo zoccolo duro dei partiti, potrebbero riservare qualche sorpresa.

Prendiamo la tormentata Quercia. Anche l'estremo tentativo di cambiare le carte del gioco è caduto all'alba di ieri quando, alla fine di una riunione fiume, i Democratici di sinistra sono andati alla conta, dividendosi per l'ennesima volta: in 59 si sono pronunciati per la « riconsiderazione » delle candidature Casson Cacciari, avanzando la proposta di una terza, alternativa. Per esempio, quella di Cesare De Piccoli, segretario regionale Ds che, a quanto si sa, contava sul gradimento di Massimo D'Alema.

Non se n'è fatto nulla. A dispetto dei pressanti inviti dei due emissari inviati a Venezia da Fassino per trovare una soluzione che mettesse d'accordo il centrosinistra.

Risultato? Sessantotto no; 9 voti di scarto, e il verdetto: « Felice Casson resta il candidato sindaco della coalizione » .

Fin qui il dato alla luce del sole.

Il fatto è che si sussurra che i dissidenti amici di Massimo, doge di Venezia, potrebbero manovrare per il « voto disgiunto » . In parole povere: voti di lista ai candidati diessini, ma convergenza su Cacciari sindaco. Sicché, non è affatto improbabile che al ballottaggio vadano gli amici e non gli avversari, ossia il magistrato e il filosofo. A questa ipotesi sembra credere perfino il candidato " forte" della Casa della Libertà: Cesare Campa, l'uomo scelto da Forza Italia. « Vedrai che finirà proprio così » , confidava, ieri, a un esponente della Quercia di Venezia. E dopo? « Scherza col fuoco, Massimo — dice un supporter — .

Gli toccherà fare il sindaco, anche se non ne ha voglia »

Casson: l'estremista è Massimo, non sono io

E vengo dal popolo, mio padre era pescatore

DA UNO DEI NOSTRI INVIATI VENEZIA — « Ma come fa Cacciari a dire di me che sono un candidato di sinistra sinistra? Lui che militava in Potere Operaio con Toni Negri quando io studiavo dai salesiani? Perché sarei un estremista? Perché ho fatto condannare gli assassini dei carabinieri di Peteano? Perché ho difeso gli operai del petrolchimico di Marghera che morivano per il cloruro di vinile? » .

Felice Casson, 51 anni, è al primo giorno di campagna elettorale. Sta scegliendo il manifesto. Possibile slogan: « Per fare il sindaco davvero » . Come a dire che Cacciari correrà contro di lui per puntiglio più che per vincere: « Questo almeno è stato il tono della telefonata che abbiamo avuto venerdì mattina. Mi ha spiegato che non ha nessuna voglia di fare il sindaco di nuovo, che non ce l'aveva con me ma con i Ds, e si candidava per evitare che la Margherita sparisse » . Poi ai giornali Cacciari ha detto altro: ad esempio che lei da magistrato a Venezia « sa tante cose, ha accesso a informazioni delicatissime » , e ora non può fare il sindaco. « Perché, quale norma lo vieta? E poi quali segreti potrei mai possedere? Che visione è questa del mestiere di magistrato? Le informazioni delicatissime si usano per i processi. Diventano pubbliche. Le parole di Cacciari mi sembrano un segno di debolezza. Come il fatto che mi indica come un estremista. Lui, a me… » .

Lo scontro di Venezia è esemplare della battaglia interna all'opposizione.

Che non è solo tra centro e sinistra, tra moderati e radicali. E' un testacoda di vicende umane, in cui la vittoria è alterna e imprevedibile, ora un comunista omosessuale si aggiudica le primarie in Puglia, ora l'ex presidente della Fiat Usa viene cacciato dalla direzione dell' Unità perché troppo di sinistra per gli ex comunisti, e oggi l'antico intellettuale della nuova sinistra, il « gran dotore » , l'angelologo Cacciari si candida dal centro per bloccare la corsa di un magistrato che, assicura Casson, non ha mai militato in un partito, né in una corrente della magistratura. « Non mi sono mai neppure iscritto all'Anm, proprio per poter rivendicare la mia autonomia. Faccio parte solo della nazionale di calcio dei magistrati, mi hanno promesso che ritireranno la mia maglia, la numero 5.

Quando ho scoperto Gladio hanno cominciato a darmi del comunista. Ma io non ho mai conosciuto un dirigente o un funzionario del Pci » .

Neppure Violante? « Be', Violante sì, ma tardi, quando ho dovuto chiedergli notizie delle sue inchieste sui progetti golpisti, da Borghese a Sogno » . E Cossiga cominciò a chiamarla « l'efebo di Venezia » . « Sono l'unico nemico con cui non si è riappacificato.

L'unico cui non telefona. Lo considero un buon segno » . Lei scoprì Gladio.

« Trovai che i due accenditori a strappo che innescarono l'autobomba di Peteano venivano da un nascondiglio di Gladio. Cossiga si scatenò. Poi un anno dopo raccontò tutto su Stay Behind. Mah » .

Le perplessità sui giudici in politica non sono soltanto di Cacciari. Non ci vorrebbe almeno un periodo di decantazione?

« A parte che in politica sono entrate anche toghe azzurre, si potrebbe fare una norma specifica, anche se temo sarebbe incostituzionale. Leggo che Cacciari propone un intervallo obbligatorio di tre anni. E io che faccio nel frattempo? Come campo? Non sono ricco di famiglia, sono figlio di un pescatore. Cacciari? Di un medico. Ma non voglio far polemica con lui. Ognuno ha la propria storia, non mi permetto di dare giudizi. E poi i nostri programmi sono così simili, a cominciare dalle perplessità sul Mose, che al ballottaggio uno dei due potrebbe appoggiare l'altro. Siamo anche tutt'e due milanisti » .

Non è che Cacciari ce l'ha con lei perché lo fece processare per il rogo della Fenice? « Ho dovuto farlo, anche se avevo e ho un buon rapporto con lui. Cacciari era presidente della Fenice, e il teatro era in condizioni disastrose, abbandonato a se stesso: i sistemi antincendio staccati, le delibere che avevano allentato i controlli… » . Ma è stato assolto. « Prima è stato aperto il filone colposo. Poi si sono individuati i responsabili diretti del rogo ed è stato aperto il filone doloso. La corte ha valutato che il secondo tagliasse il nesso causale con il primo » .

Nella corsa Casson si sente in vantaggio. « Nei sondaggi che mi hanno fatto vedere ero l'unico candidato a battere senza problemi la destra » , che per giunta si presenta divisa. Però la spaccatura a sinistra è ben più devastante, divide la neonata Federazione, mette in imbarazzo Prodi. A proposito, Casson, com'è andato il vostro incontro? « Mi ha telefonato dicendomi: c'è chi mi parla bene di lei, chi male; conosciamoci. Lui era a Roma io a Venezia, ci siamo incontrati a metà strada, a Bologna. Abbiamo parlato delle bellezze della mia città, di politica estera, di un Paese che amo, la Cina. Si vede che gli ho fatto buona impressione » . Rutelli deve averne una pessima. Candidatura irricevibile, ha detto. « Al Lido giovedì c'è stata una scena curiosa. Rutelli indicava come suo uomo Michele Vianello, l'ex vicesindaco diessino. Forse intendeva Alessio Vianello, il candidato della Margherita. Un piccolo avvocato che nessuno conosce ma lavora in uno studio importante, quello di Domenico Giuri. Il legale delle industrie di Marghera » .

Dice Casson che il processo del petrolchimico ha stretto ancora di più il suo legame con i veneziani. Che la gente gli scrive per denunciare torti, miserie, guai per cui da magistrato non può fare nulla. Ma non è questo un altro segno di una contaminazione inopportuna di ruoli? « Il mio lavoro in magistratura è finito il 15 dicembre 2004, quando ho chiuso il processo di Marghera.

Da allora mi sono messo in ferie; ne avevo parecchie da recuperare. Una fase si è chiusa. Ne ho parlato con Gherardo Colombo: fare il pm sarà sempre più difficile, un po' per le nuove norme, un po' per l'autoblocco che è già scattato. Gherardo ha scelto la Cassazione.

Io mi annoierei a passare carte » . E sarà il candidato della sinistra sinistra. « Così dice Cacciari. Ma con me ci sono lo Sdi, i socialdemocratici, l'Italia dei Valori. E la mia formazione non è da estremista. Sono stato in collegio dai salesiani, a Castello di Godego e ad Albaré di Costermano. Mi sono laureato a Padova, senza frequentare, perché non mi piacevano né i fascisti né i rivoluzionari. In fretta, perché mio padre non poteva mantenermi. Mio fratello fa ancora il pescatore: capesante, soasi ( rombi), sfogi ( sogliole), bisati ( anguille), quelli di foce, i più magri » . Né angeli, né Negri, né Nietzsche. « Il mio santolo, il padrino, detto Tina anche se era un uomo, non ricordo il suo vero nome, mi portava a pescare le moeche, i granchi al tempo della muta, cioè adesso. Sa come si fa? Si prendono certi appositi contenitori di legno, i vieri, poi… » .

Il comune boccia il Mose

il manifesto

C'è ora anche il comune di Venezia tra coloro che si oppongono al Mose, il sistema di dighe mobili in corso di realizzazione a Venezia, una delle grandi opere del governo Berlusconi. Il comune ha infatti disposto un'informativa su 19 presunte violazioni alle norme comunali, regionali e comunitarie in materia ambientale, riscontrare nei cantieri alle bocche di porto. Mentre il sindaco Cacciari, sostenuto dai pareri dei primi cittadini di Cavallino e Chioggia, ha inviato una relazione dell'ufficio urbanistica al Magistrato delle acque sulle presunte violazioni, chiedendo di fermare i nuovi progetti esecutivi. Il comune si sarebbe convinto a intervenire dopo due diffide inviate dagli ambientalisti dell'Ecoistituto Alex Langer, da Italia nostra e dalla Lipu. Ma il magistrato avrebbe comunque deciso di dare il via libera a sei progetti, sostenuto dal ministro Lunardi. Mentre gli industriali di Venezia sostengono che il progetto deve andare avanti.

Mose, polemiche sulla Salvaguardia

la Nuova Venezia

Mose, stop ora o mai più: nel senso che o si fermano i lavori da qui all’inverno oppure, a fondamenta posate, saranno arrivati ad uno stadio troppo avanzato per essere bloccati. Così il confronto tra i due schieramenti si fa serrato, con il fronte del «No» che tenta l’ultimo affondo.

Il sindaco Massimo Cacciari - perizia tecnica alla mano, che ha rilevato ben 19 violazioni amministrative ed urbanistiche al mega-progetto - ha invitato il Magistrato alle acque (ma il sapore è quello della diffida) a non procedere con nuove approvazioni in attesa di chiarire i punti dubbi. Ufficialmente la presidente Giovanna Piva ieri non ha replicato, ma in sede di Comitato tecnico ha spiegato che i nuovi progetti esecutivi avranno un iter sufficiente lungo per permettere gli approfondimenti richiesti. Nel frattempo è però stato dato, tra l’altro, il via libera allo scavo di un nuovo canale a San Nicolò. «Solo uno sbuffo di china sul progetto, del quale non si è mai parlato prima: incredibile», commenta l’urbanista Stefano Boato.

Quando al Mose, si sa, la posizione di Magistrato e ministero delle Infrastrutture è sempre stata: il benestare è giunto dalla Commissione di Salvaguardia che, in sede di conferenza di servizio, ha sanato ogni pendenza. Equiparazione contestata da ambientalisti e amministrazione, che ricordano come la Corte Costituzionale abbia chiarito (375/98) che la Commissione non ha i poteri per derogare alle norme urbanistiche.

Di più, ora si apre un nuovo contenzioso, perché l’avvocato Gianfranco Perulli - rappresentante del Comune in seno alla commissione - ha messo nero su bianco come la decisione fu assunta pressoché a scatola chiusa. «Al momento del voto», spiega Perulli, «io e altri 5 commissari, come Stefano Boato e Cristiano Gasparetto, siamo usciti dall’aula, dopo aver fatto verbalizzare che la commissione non aveva potuto completare l’indagine sul progetto e gli allegati, esaminati solo in piccola parte. Un fatto del tutto pacifico, che rende viziato il parere e travolge l’intero procedimento amministrativo».

A spingere il sindaco Cacciari ad intervenire sono state due diffide, presentate dagli ambientalisti dell’Ecoistituto Alex Langer, Italia Nostra e Lipu. Ne è derivata un’indagine amministrativa della Direzione centrale sviluppo del territorio e mobilità, che ha evidenziato 19 presunte violazioni alle norme comunali, regionali e comunitarie in materia ambientale, inviata al ministero delle Infrastrutture e alla Regione Veneto, competenti sui provvedimenti di immediata sospensione delle opere abusive.

Il dibattito impazza. Se il presidente degli industriali di Venezia, Antonio Favrin, chiede che i lavori proseguano - «E’ un’idea che riteniamo valida» - la deputata verde Luana Zanella chiede invece al ministro Lunardi di bloccare i cantieri «assolutamente illegittimi rispetto alle norme di pianificazione dei comuni della laguna e a quelle dell’Ue per i siti Sic». Intanto, a Ca’ Farsetti si aspettano risposte ufficiali del ministro e del Magistrato alle acque. Nell’attesa, ieri, seduta balneare per l’intera giunta, riunita in conclave per tutto il giorno alla Colonia Morosini, con l’unica sosta per il pranzo insieme ai bambini del centro degli Alberoni: risotto di mare e pesce arrosto per tutti. Ogni assessore ha fatto il punto della situazione ed è stata stesa la scaletta del da farsi. Alla fine, sorrisi, ma bocche cucite. (r.d.r.)

Per comprendere perchè il MoSE non va bene si veda, per cominciare, questo articolo

Il professore approva il Mosedi Gianpaolo Bonzio

4 giugno 2004 - Romano Prodi, in visita a Venezia per promuovere la lista unitaria dell'Ulivo, ha sostanzialmente approvato il progetto delle dighe mobili. Dopo aver apprezzato il lavoro di ricostruzione fatto alla Fenice, dopo essere rimasto incantato soprattutto dall'oro degli ornamenti, il presidente dell'Unione europea ha fatto una breve passeggiata in piazza San Marco. Curiosamente, lungo Calle larga XXII marzo, prima del passaggio del corteo gli ambulanti extracomunitari, che di solito affollano la calle, erano stati fatti allontanare.

Affiancato dal fratello Vittorio, dal sindaco Paolo Costa (che gli ha brevemente illustrato anche i progetti del rialzo della pavimentazione in piazza San Marco) e dal candidato alla presidenza della Provincia Davide Zoggia, Prodi ha così detto la sua sul Mose. «Non conosco nel dettaglio il ricorso contro il Mose, ma posso affermare che il progetto è comunque un punto di riferimento per la sicurezza di questa città, lo ho seguito per anni e spero che vada avanti. Da quello che ho potuto capire Venezia ha davvero bisogno di sicurezza». Dopo aver affermato di essere rimasto colpito dall'attentato all'ambasciata in Iraq, Prodi ha parlato al telefono da un tavolino del caffé Todaro con il primo ministro russo Michail Fradkov per sbloccare un problema relativo all'esportazione di carne tra l'Europa e il Paese dell'est. Incuriosite dalla piccola folla radunata al bar vicino all'illustre ospite, due turiste americane hanno chiesto ed ottenuto di farsi fotografare con il presidente. Anche in campo San Fantin i turisti erano rimasti a sbirciare, c'è anche chi, vedendo guardie del corpo e fotografi all'opera, lo ha confuso nientemeno che con Berlusconi. A San Marco Prodi, Costa, Zoggia e i giornalisti sono poi saliti a bordo di un battello elettrico dell'Actv.

Per il sindaco, visibilmente soddisfatto dell'incontro contrariamente a molti cronisti immobilizzati nel battello per tentare di sentire la debolissima voce del preside europeo sovrastata dal rumore del motore, è necessario insistere sul progetto di conversione dell'alimentazione dei vaporetti. Costa ha parlato del piano che prevede l'alimentazione ad idrogeno, una scelta costosa e soprattutto poco inquinante (è augurabile che sia anche meno rumorosa).

Il sindaco punta così ad ottenere la relativa approvazione, anche in chiave europea, nonchè i fondi necessari. «Ho sempre pensato che l'idrogeno fosse l'ideale per questa città - ha aggiunto Prodi - la sperimentazione a Venezia mi sembra la cosa più giusta, deve essere affrettata. Mi pare una combinazione ideale, tra Venezia e l'idrogeno, che mantiene anche la città più pulita».Ne hanno avute davvero tante

di Silvio Testa

5 giugno 2004 - Ne hanno avute davvero per tutti: per Costa, per Prodi, ma soprattutto per il Polo Rossoverde. Le dichiarazioni di Prodi sul Mose (vedi riquadro sotto) hanno scatenato Michele Boato (Verdi colomba) e Andreina Zitelli (Pri), candidati alla Provincia con la lista che porta il loro nome, che ieri hanno denunciato le contraddizioni del Centrosinistra e hanno chiesto che il sindaco sia mandato a casa con un anno d'anticipo. «Gianfranco Bettin, Beppe Caccia, Paolo Cacciari - ha scandito Boato - sono lì per i loro interessi, i loro fili rossi realmente attivi sono le alleanze strategiche con il mondo dei violenti d'Italia, ed è meglio un commissario per gli ultimi mesi dell'amministrazione che Costa svincolato da tutto».

L'analisi dei due è netta: il Mose è invasivo, dannoso, irreversibile, illegittimo, ma se siamo arrivati alla fase dei cantieri è anche perché il Centrosinistra nel merito si regge sull'ambiguità, e si arriva al paradosso che il sindaco è lieto che il Tar bocci il ricorso del Comune. «O è cosa da Corte dei Conti, perché si pagano gli avvocati per perdere, o è un manicomio» ha scandito Boato, affermando che le parole di Prodi hanno solamente messo una volta di più l'equivoco in rilievo.

«Costa farà appassire la Margherita», ha concluso Boato, sostenendo che anche in quel partito vi sono tante persone contrarie alle grandi opere stravolgenti e chiedendo se vi siano imprese del Consorzio Venezia Nuova che abbiano finanziato questa o la precedente campagna elettorale del sindaco per le europee.

«In sede locale - ha sostenuto la Zitelli - rimane innegabile il dato che il Polo Rossoverde ha condiviso tutte le decisioni del governo Costa, senza mai mettere in discussione la presenza dei suoi assessori nella giunta comunale. Le dichiarazioni di Prodi sul Mose - ha aggiunto - rappresentano per loro una batosta, e affossano l'ordine del giorno post elettorale annunciato da Pettenò, Bettin e Dal Corso».

Ergo? «Invitiamo tutto l'associazionismo, le remiere, le persone di buon senso, tutti coloro che hanno a cuore la laguna e la salute dei veneziani - ha concluso la Zitelli - a sostenere alle provinciali la nostra lista: non scendiamo né scenderemo a compromessi, siamo l'unica vera novità nel panorama politico locale, persone con vite chiare sempre nell'ambientalismo».La collocazione, hanno precisato entrambi, sarà nel Centrosinistra, anche se condizionata ai temi ambientali. «Vogliamo che la maggioranza di adesso vinca, ma nella chiarezza», ha affermato Boato, mentre la Zitelli ha sottolineato che la posizione storica e maggioritaria del Pri, ancorché oggi schierato col Polo, è contro il Mose. Lo conferma anche il segretario Pierre Zanin. «E mai nessuno - ha concluso - potrà impedirmi di fare in sede locale un'alleanza sui programmi».

Nel Polo Rossoverde, comunque, non si disconoscono le difficoltà della coalizione sui temi ambientali, soprattutto dopo le affermazioni di Prodi. «Sono state uno spot per Costa, ed è chiaro che sul piano politico sono un problema», ha sostenuto il capogruppo di Rifondazione Comunista, Pietrangelo Pettenò. Del resto, ha aggiunto, nessuna sorpresa, perché si tratta di una linea di piena continuità nel Centrosinistra.«Sia il Governo Prodi che il Governo Amato, con dentro i verdi di Boato e i repubblicani della Zitelli - ha sostenuto - l'hanno perseguita, e dunque non è mandando a casa Costa che non si fa più il Mose. Ronchi e la Melandri - ha aggiunto Pettenò - l'hanno forse fermato? La battaglia politica varrebbe la giunta, ma credere che in questo clima ciò basti a fermare il progetto significa essere degli illusi, fuori della storia».

La scelta giusta, ha dunque sostenuto Pettenò, sono gli 11 punti, e la mozione che ne chiederà la sperimentazione e, in attesa dei risultati, lo stop ai lavori propedeutici del Mose. «È però chiaro - ha concluso - che su questo si arriva alla resa dei conti: non gli chiediamo di abiurare al Mose, ma Costa deve impegnarsi su questa posizione. Niente forzature, altrimenti si rompe e nei mesi che mancano Rifondazione non parteciperà più al governo della città».

Sconcerto anche tra Verdi e Ds. «Adesso, oltre a Costa, c'è Prodi a dire 'avanti col Mose': si può sapere - ha chiesto il capogruppo dei Verdi, Flavio Dal Corso-, giusto perché gli elettori ne abbiano un'idea, come si comporterà il listone in Europa a proposito del Mose? Per ora ha aggiunto -, la verità è solo una: il solo voto anti Mose dato alle prossime europee sarà quello dato a chi non ha nessuna ambiguità su questo punto. Esattamente come i Verdi». E nella Quercia ieri Mara Rumiz si è affrettata a segnalare ai giornali che Giovanni Berlinguer, candidato nel listone alle europee, si è subito affrettato a subordinare ogni decisione sul Mose «a una attenta e meticolosa valutazione dell'impatto ambientale».

«Spero che il progetto Mose vada avanti» di Alberto Vitucci

4 giugno 2004 - . Una visita alla Fenice, una passeggiata in piazza San Marco. E un sostegno, anche se prudente, al progetto Mose: «E’ sempre stato un punto di riferimento sulla sicurezza, spero che vada avanti». E’ durata meno di due ore la visita veneziana del presidente della commissione europea Romano Prodi. A fargli da guida il sindaco Paolo Costa, che lo ha accompagnato insieme al candidato presidente dell’Ulivo per la Provincia, Davide Zoggia.

Prodi è parso molto affaticato, e non ha risposto a domande su Berlusconi e Bush. Limitandosi a esprimere la sua «crescente preoccupazione» per le notizie che arrivano dall’Iraq. «Sono molto colpito», ha detto Prodi, «dall’attentato alla nostra ambasciata. Spero non ci siano state vittime».

Il presidente è arrivato da Padova nel pomeriggio, e a bordo del motoscafo della Prefettura ha raggiunto Santa Maria del Giglio. Prima tappa, la Fenice. «Non era potuto venire all’inaugurazione», spiega Costa, «gli avevo promesso di aprire il teatro solo per lui». Prodi, Costa e Zoggia salgono le scale del teatro illuminato a festa. Nel gruppo c’è anche il fratello di Prodi Vittorio, presidente della Provincia di Bologna e candidato all’Europarlamento nel Nord Est. Entrano a decine. Il solerte cerimoniale di Ca’ Farsetti decide di lasciar fuori soltanto i giornalisti.

Prodi ammira i restauri. Si fa spiegare dai progettisti le tecniche per la doratura dei decori e dei soffitti. «Ma è oro sul serio?», chiede. Gli spiegano che sotto i pavimenti ci sono tonnellate d’acqua per garantire la sicurezza in caso di incendi. Qualcuno, non visto, fa gli scongiuri. Si va alla sala Rossi, gioiellino in legno aggiunto al teatro «dov’era e com’era». «Bella, bella», commenta il presidente.

Tutti di corsa verso piazza San Marco. I vigili urbani e la Digos fanno strada. Qualche commerciante di via XXII marzo non perde l’occasione: «Ci vorrebbe tutti i giorni, Prodi, non abbiamo mai visto la strada così ordinata». Gli ambulanti senegalesi, abusivi e autorizzati, sono spariti come d’incanto.

A San Marco si posa per la foto. I professionisti dell’immagine tirano il collo per riuscire a venire immortalati «proprio accanto al presidente». A un certo punto qualcuno del cerimoniale ci prova: «Una foto del presidente con il sindaco, loro due da soli». Fatica sprecata, perché il gruppo non molla. Scattata la foto di rito davanti alla Basilica si fa rotta verso il Molo. Il cantiere metallico del Consorzio Venezia Nuova oscura l’isola di San Giorgio. Prodi si informa: «Cosa stanno facendo?». «Mettono a posto la pavimentazione, poi isolano il sottosuolo», risponde Costa, «qui sotto è pieno di cunicoli. Quanto tempo ci vorrà? Qualche anno».

Sotto le colonne di Marco e Todaro squilla il cellulare. Il capoufficio stampa Nino Rizzo Nervo, già direttore del Tg3 Rai, prende Prodi e lo fa sedere a un tavolino del Caffè Todaro. Dall’altro capo del filo c’è il primo ministro russo Mikhail Fradkov. La telefonata dura un buon quarto d’ora. «Abbiamo parlato del problema dell’improvviso blocco di esportazioni di carne dai Paesi dell’Unione alla Russia», spiegherà Prodi più tardi, «un problema che preoccupa gli allevatori di molti Paesi europei e che vale un miliardo e trecento milioni di euro. Abbiamo cercato di risolvere questo problema». Alla fine della telefonata, foto ricordo richiesta da una studentessa americana. «Mi chiamo Taylor», ha detto, «e ho fatto un master in Europa, volevo conoscere il presidente Prodi».

Tutti in battello. Si parla dell’energia pulita, ma anche dei lavori del Mose, che hanno subìto un’accelerazione. «Non ho seguito le ultime fasi di questo progetto», scandisce Prodi, «ma credo che il Mose sia uno dei punti di riferimento per la sicurezza della città. Io ho un certo passato, perché per anni ho assistito alle sperimentazioni e ai progetti nell’ambito del Consorzio, e quindi spero che possa andare avanti». Presidente, lei lo sa che in Europa ci sono due ricorsi, di cui uno firmato da 150 parlamentari dell’Ulivo?, gli chiedono. «Non sono un esperto di procedure, non ne sono al corrente», taglia corto Prodi. «Ma non è vero che manca la Via», corregge Costa, «e comunque le responsabilità sono tutte mie».

«Prodi? E’ stato male informato» di Alberto Vitucci

5 giugno 2004 - . Uniti nell’Ulivo, ma non sul Mose. Non è piaciuta ai Ds l’esternazione del presidente della commissione europea Romano Prodi in favore del progetto. «Non si può prescidnere da un’attenta valutazione di impatto ambientale», corregge il tiro Giovanni Berlinguer. Michele Vianello, deputato veneziano, è più duro: «Il presidente Prodi forse non è aggiornato o è stato male informato», dice.

Vianello era stato tra i promotori della raccolta di firme che aveva portato 150 parlamentari dell’Ulivo a presentare un ricorso all’Europa contro le procedure utilizzate dal governo per approvare l’opera. «Non ne so nulla», aveva detto Prodi. «Si informi dalla commissaria all’Ambiente Margot Wallstrom». E nel merito: «Noi che viviamo in questa città e non ci veniamo una volta ogni tanto, sappiamo che questa è un’opera inutile per garantire la sicurezza della città». Era stata proprio questa l’espressione usata da Prodi nel suo tour insieme a Paolo Costa, da sempre sostenitore della grande opera.

«La sicurezza della città certo va perseguita, ma i parlamentari Ds hanno contestano l’attualità dell’opera e la forzatura delle procedure attuata dal governo Belusconi», specifica Andrea Martella, parlamentare della Quercia.

Mara Rumiz, presidente del Consiglio comunale, invita a «rispettare la volontà della città e quello che ha deciso il Consiglio comunale». Da sempre molto critico sulla bontà del progetto e autore dei famosi 11 punti, ignorati dal governo e definiti da Costa «non ostativi all’avvio del Mose». I lavori intanto vanno avanti, con i primi interventi «pesanti» che che secondo gli ambientalisti stravolgeranno per sempre gli Alberoni, Punta Sabbioni il paesaggio delle bocche di porto.

«Il Mose è invasivo e dannoso, perché scavando i fondali le acque alte aumenteranno», attacca Michele Boato, candidato presidente alla Provincia, «non è reversibile, e questo è contro la legge, ed è stato approvato senza Valutazione di impatto ambientale». Poi attacca frontalmente il sindaco Costa: «Il Tar ha respinto un ricorso presentato dal Comune», dice, «e il sindaco se n’è detto lieto. E’ un caso da Corte dei Conti oppure da manicomio». Quanto a Prodi, Boato solleva il «conflitto di interessi» del presidente che con Nomisma sarebbe stato in passato «consulente» del Consorzio Venezia Nuova. «Vorremmo sapere dal sindaco Costa», continua, «se è vero che imprese del Consorzio gli hanno finanziato la campagna elettorale». «Vogliono cancellare Ca’ Roman e il paesaggio lagunare», gli fa eco la docente Iuav Andreina Zitelli, «Costa in questo modo farà appassire la Margherita».

Qualche imbarazzo nei Verdi. Che invitano a scegliere chi «ha sempre detto no al Mose». «Il listone sciolga le sue ambiguità», dice il capogruppo in Comune Flavio Dal Corso. L’atteggiamento di Prodi viene definito «ridicolo» dal leghista Alberto Mazzonetto. «Prodi ha detto quelle cose per far contento il suo pupillo che sostiene il Mose», dice, «ecco un buon motivo per non votare i due poli ma votare per noi».

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