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Una commissione tecnica mista, che verifichi in tempi brevi lo stato dei cantieri del Mose e il loro impatto sull’ambiente e i possibili scenari alternativi. La sospensione dei lavori che potrebbero compromettere scelte diverse, e una diversa distribuzione dei finanziamenti disponibili. Sono i tre punti irrinunciabili con cui il sindaco Massimo Cacciari si presenterà a Roma giovedì alla riunione del Comitatone. Seduta decisiva per il futuro della salvaguardia e del contestato progetto di dighe mobili, la prima del nuovo governo Prodi. E al premier Cacciari ha inviato una lettera in cui chiarisce la volontà di Ca’ Farsetti - approvata a larga maggioranza dal Consiglio comunale - di andare a una ridiscussione del progetto.

Ma intanto alle tre bocche di porto i lavori continuano a ritmo serrato. E ieri sul tavolo del ministro per l’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio è arrivato il primo rapporto dei Noe, i carabinieri del Nucleo di Tutela del Territorio. Su ordine del ministro, l’elicottero dei militari ha sorvolato a lungo i cantieri, sabato mattina, e prodotto una dettagliata documentazione sullo stato dei cantieri. Le segnalazioni arrivate al ministero anche dallo stesso Comune ipotizzano attività in violazione delle norme vigenti, per quanto iriguarda le autorizzazioni dei cantieri e soprattutto la movimentazioni dei fanghi. Il primo rapporto, a firma del colonnello Michele Sarno, comandante del Nucleo veneto dei Noe, documenta gli scavi e la sistemazione delle migliaia di tonnellate di fanghi spostati per la nuova isola e le «spalle» del Mose. Anche di questo si parlerà nella riunione convocata per dopodomani alle 17 nella sala Verde di palazzo Chigi. (a.v.)

I carabinieri nei cantieri del Mose. Un elicottero del Nucleo Tutela Ambiente partito da Treviso ha compiuto ieri mattina un sorvolo di oltre un’ora sui lavori in corso alle bocche di porto di Lido e Malamocco. Una documentazione dall’alto che ora servirà per l’apertura degli accertamenti richiesti dal Comune e disposti in tempo di record dal ministro per l’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio. A bordo dell’elicottero militare c’erano il comandante del Nucleo, colonnello Michele Sarno, e un funzionario del ministero venuto da Roma. «Abbiamo svolto una dettagliata attività di documentazione dello stato dei luoghi», conferma il colonnello, «ora dovremo verificare se le procedure per questi lavori siano state seguite a regola d’arte, rispettando le normative vigenti». E’ in sostanza l’apertura di un’indagine tesa a verificare le modalità dei lavori, dopo le segnalazioni inviate dal Comune. Nel mirino soprattutto le modalità di spostamento dei fanghi, soggetti a normative molto severe. Il direttore generale dell’Ambiente (e coordinatore dei Noe, il Nucleo operativo ecologico dei carabinieri) Gianfranco Mascazzini vuole sapere se le migliaia di tonnellate di fanghi scaricati in laguna e sui moli di San Nicolò siano state prelevate da aree idonee. E dove vengano invece portati i fanghi scavati dai fondali del canale. Ma oggetto dell’indagine dei carabinieri sono anche le autorizzazioni dei cantieri aperti. Al ministero di via Cristoforo Colombo, passato con il nuovo governo dalla gestione di An (Altero Matteoli) all’ambientalista Alfonso Pecoraro Scanio, erano arrivate negli ultimi mesi molte segnalazioni. Wwf, Italia Nostra e Vas hanno denunciato ad esempio il fatto che i terrapieni costruiti dal Consorzio Venezia Nuova agli Alberoni e lo scavo dei nuovi canali dietro il bacàn e a ridosso delle dighe di San Nicolò e Punta Sabbioni non sono mai stati approvati in alcun progetto. Dopo la lettera inviata dal sindaco Cacciari, il ministro ha deciso di intervenire. «E’ mio dovere farlo», ha detto alla Nuova, «indipendentemente da come uno la pensa bisogna verificare le segnalazioni che arrivano dal Comune».

Dunque, per la prima volta dopo il contestato via libera dato dal governo Belusconi nel 2003, i lavori del Mose sono sotto osservazione. I carabinieri lavoreranno anche nei prossimi giorni, per raccogliere documentazione e testimonianze. Poi invieranno il loro rapporto al ministero e se riscontreranno illeciti penali, anche alla procura. Un fatto nuovo, che il sindaco Cacciari accoglie con moderata soddisfazione. «Da tempo abbiamo chiesto invano in modo laico al Magistrato alle Acque di verificare l’impatto dei grandi lavori alle bocche di porto», dice il sindaco, «che muovono tonnellate di materiali. Si dice che i pescatori di caparozzoli sollevano sedimenti e depauperano la laguna, ma allora bisogna verificare se quei lavori sono innocui».

Insomma, una verifica che potrebbe portare a conclusioni clamorose. Anche se il Magistrato alle Acque va ripetendo che «tutto è in regola», e i lavori sono stati eseguiti seguendo le norme vigenti. Un braccio di ferro destinato a continuare, in vista del Comitatone convocato a palazzo Chigi per giovedì. Un Comitatone da cui Cacciari ha confessato di «non aspettarsi molto». In realtà il lavoro diplomatico continua, per ottenere almeno dal governo il via alla verifica tecnica sui cantieri e sulle alternative ancora praticabili, come richiesto dal Comune. «I dubbi espressi dal sindaco Cacciari, che è persona molto autorevole, non possono essere ignorati», ha detto il ministro Pecoraro. Più prudente Di Pietro («le opere avviate devono andare avanti), sulla linea di Cacciari il ministro Mussi (Ricerca Scientifica) e il ministero dei Trasporti. Decisiva sarà la posizione della Presidenza del Consiglio e di Francesco Rutelli, vicepresidente e ministro dei Beni Culturali, che in campagna elettorale aveva promesso: «Sul Mose faremo come dice Cacciari».

Mose, ruspe e draghe scavano al Lido

di Alberto Vitucci

Altro che verifica dei cantieri e analisi delle proposte alternative. A otto giorni dal Comitatone, convocato per il 20 luglio a Roma, Magistrato alle Acque e Consorzio Venezia Nuova accelerano. E hanno avviato una massiccia campagna di scavo dei fondali alla bocca di porto di Lido. Ieri tra Punta Sabbioni e San Nicolò erano in azione sette grandi navi con gru e benna e quattro pontoni a infiggere palancole. Una denuncia lanciata dall’Assembnlea permanente No Mose, che ha istituito una «commissione popolare di controllo» sui lavori e scritto a ministri e parlamentari.

Una sorta di grande offensiva che non ha precedenti, secondo i comitati. Con l’obiettivo di arrivare al più presto al «punto di non ritorno» per impedire il dibattito chiesto dal Comune. I nuovi grandi lavori sono cominciati intorno alla nuova isola artificiale del bacàn, in corrispondenza dell’area dove dovrebbero essere posizionati i cassoni in calcestruzzo e i portelloni del Mose. Sette le navi registrate dagli «osservatori». Tra il Lido e il bacàn un pontone che infigge palancole di ferro sul fondo, le navi «Guglielmo G» e «Destriero» che scavano il fondale. Tra il bacàn e Punta Sabbioni le navi «Cav. Sergio M.», «Nicola 2», «Conte Savoia», «Palmiro» e «Astra». Dietro l’isola artificiale altri pontoni con pompe aspiranti che scavano il nuovo canale (profondità 5 metri) gettando i fanghi dentro l’isola che aumenta a vista d’occhio. «Chiediamo di intervenire con urgenza per bloccare questo blitz», dice il portavoce Luciano Mazzolin, «che creerà danni irreversibili all’ambiente lagunare». L’Assemblea chiede anche «a tutti gli organi preposti di verificare se i lavori siano in regola con i permessi e le autorizzazioni e dove vanno scaricati i fanghi prelevati». E intanto ieri sulla vicenda hanno presentato un’interrogazione urgente al governo i deputati Paolo Cacciari (Rc), Luana Zanella (Verdi) e Fulvia Bandoli (Ds).

Aumenta la tensione, e aumentano le proteste dei tanti veneziani che in questi giorni d’estate hanno scoperto in barca e dalle dighe un paesaggio sconvolto dalle ruspe e dalle draghe. Ma intanto il tempo passa, e i lavori vanno avanti, utilizzando i finanziamenti già disponibili. Ieri da Roma è arrivata la conferma ufficiale. Il Comitatone si terrà a Palazzo Chigi giovedì 20 luglio. E avrà all’ordine del giorno i punti richiesti con forza in queste ultime settimane dal sindaco Cacciari. Cioè la verifrica dei cantieri del Mose e la costituzione di una commissione mista per la concertazione degli interventi con gli enti locali. I ministri dovranno anche esprimersi sulla richiesta votata al Consiglio comunale, cioè la verifica dei cantieri e l’esame delle alternative. Ma nel frattempo i lavori della seconda fase («quelli incompatibili con soluzioni alternative) dovrebbero secondo il sindaco Cacciari essere sospesi. Invece vanno avanti più veloci di prima. «Se nessuno ordina al Magistrato alle Acque di fermarsi», dice con realismo il suo Capo di Gabinetto Maurizio Calligaro, «è chiaro che i cantieri vanno avanti».

La prova della verità sarà dunque il 20 luglio, con il primo Comitatone del governo di centrosinistra. Ma fino ad allora, se non interverrà un ordine dall’alto, ruspe e draghe continueranno a scavare.

Bonzio (Rc): «Decisione scandalosa»

E’ polemica sulla discarica alle Trezze per scavare il canale dei Petroli

«Una cosa scandalosa. In questo modo ci si fa beffe della sovranità del Consiglio comunale, per costruire una grande discarica in mezzo alla laguna». Spara a zero contro la giunta il consigliere comunale di Rifondazione Sebastiano Bonzio, dopo l’approvazione in Conferenza dei servizi della deroga alla Variante urbanistica per la nuova isola dei fanghi vicino alle Trezze.

Nel mirino, la procedura adottata che ha visto votare l’assessore alla Pianificazione Laura Fincato prima che il Consiglio comunale, a norma di Statuto, si pronunciasse nel merito. «Non ho mai visto una cosa del genere», dice Bonzio. La Variante procede, e il 20 luglio la Conferenza dei Servizi dovrà dare il via libera definitivo al progetto, che prevede la creazione di una nuova isola di 55 ettari per accogliere almeno 3 milioni di metri cubi di fanghi provenienti dai canali Industriali e dal Canale dei Petroli. Sono state ignorate le proteste degli ambientalisti e delle associazioni per la difesa del territorio come Italia Nostra, che denunciavano una violazione della Legge Speciale che vieta espressamente gli interramenti in laguna. Ma stavolta la decisione è stata proposta dal commissario straordinario Roberto Casarin, dirigente dell’assessorato Ambiente della Regione, ma anche presidente della Salvaguardia su delega del presidente Galan. E, appunto, commissario per i fanghi, nominato dal governo Berlusconi. Sua la proposta di affidare a un trio di imprese (la Mantovani, capofila del Consorzio Venezia Nuova), la Veneto Acque società della Regione erede di Delta Po e Alles srl (Vesta) la costruzione di una nuova isola a fianco delle Trezze, in laguna centrale. Dovrebbe raccogliere i fanghi scavati dai canali del porto per recuperare una profondità di 12 metri. secondo gli ambientalisti si tratta di uno scempio, che provocherà gravi problemi di tipo ambientale e idraulico, aumentando la quantità d’acqua che entra in laguna.

Ma la deroga è stata approvata anche dal Comune, senza voto del Consiglio. «Succede sempre così, il Consiglio comunale non vota mai prima della Conferenza dei servizi», precisa il Capo di Gabinetto del sindaco Maurizio Calligaro, «se quella decisione non sarà ratificata, il parere espresso dall’assessore sarà tecnicamente nullo». Una giustificazione che non convince Bonzio, e nemmeno i Verdi veneziani, che si erano espressi qualche giorno fa contro la nuova isola.

«Ma si tratta del male minore», dice Calligaro, «c’era l’accordo per depositare quei fanghi vicino alle Trezze. Il modo più sicuro e più economico per dare il via allo scavo dei canali portuali». Una valutazione che gli ambientalisti e Rifondazione non condividono. (a.v.)

Il Mose è troppo caro per Venezia

Caro sindaco, mobiliti i cittadini

Lettera di Maurizio Adamo Venezia

Chi ha carezzato l’idea di votare per l’Italia dei Valori, con le dichiarazioni del ministro Di Pietro, il Mose a Venezia «si fa...»: due monosillabi e addio carezze, persa tutta la credibilità. Non è più l’Italia dei Valori, ma dei valori aggiunti. Eppure «Tonino» viene da famiglia contadina, da sempre gli è stato insegnato che non si compra, se non ci sono i soldi, il Mose è troppo caro per l’Italia, non se lo può permettere, e non si possono permettere le tartassate famiglie italiane di essere ulteriormente tassate per un’opera da troppi veneziani definita inutile, che può benissimo aspettare. Non può permettersela Venezia, che sta cadendo in pezzi, e non ha soldi per la manutenzione ordinaria e straordinaria. Figurarsi per pagare i danni e la manutenzione di un’opera sui cui effetti nessuno sa nulla, neanche i progettisti, gli esecutori e neppure i contestatori.

Gli effetti ci saranno e parecchi, alterando un equilibrio delicatissimo (ricordo il Petrolchimico, le alghe, i chironomidi, l’acqua alta provocata principalmente dallo scavo delle bocche di porto, in particolare del canale dei petroli, come dimostrano palesemente e senza appello i grafici storici).

L’illustre Zacchello, presidente delle attività portuali, dice al contadino che tutto va bene. Vorrei sentire il parere dei cittadini di Urbino, di Perugia, di Firenze, se un immane Tir, o pullman da 100 mila tonnellate attraversasse i loro centri urbani, sette otto volte al giorno, sicuramente più solidi delle fondamenta veneziane, comunque altrettanto fragili. A Venezia bastano i taxi, macchine troppo grosse, non concepite per Venezia, a creare danni irreversibili, lo spostamento di massa d’acqua di questi mostri del mare, questo lo comprende anche un bambino. Zacchello no.

Sarebbe bene che il presidente del porto si preoccupasse delle numerosissime navi, sempre di più, in attesa di entrare in porto, a causa delle lungaggini di transito (grazie anche ai lavori del Mose) volgono la prua verso Trieste, o altri porti. Senza contare che pochi giorni fa tutte queste navi in attesa, a poca distanza una dall’altra, con carichi chimici, al largo del Lido, hanno porto le prue a un vento fortissimo che spirava da terra, la tromba d’aria che ha investito il Trevigiano.

Se si fosse abbattuta su quel gruppo di navi, quali sarebbero le responsabilità di Zacchello? E se avvenisse a San Nicoletto, nel canale di bocca di porto, ristretto a 150 metri dalle draghe numerosissime, e da pericolosissimi cavi sommersi segnalati da qualche boa gialla, 150 metri in cui transitano diportisti, motonavi, decine di imbarcazioni di trasporto turistico commerciale e giganti del mare.

Anche le migliaia di tonnellate di cemento che saranno scaricate alle bocche di porto non rappresentano un problema, in acque già rese torbide dal movimento delle draghe.

No, Zacchello, il limite dei grandi rischi è abbondantemente superato e ci vogliono dei responsabili che in caso di «annunciato» disastro ambientale ne rispondano penalmente, e di fronte alla città e alla nazione e all’Europa tutta. Non finirà come il Vajont.

Il Magistrato alle Acque punisce gli allevatori di vongole, mentre si autorizza la nuova isola dei fanghi. La città è sola, abbandonata a se stessa, i cittadini insultati, minacciati, vilipesi. Il sindaco è l’unica figura che si sta battendo, senza ma e senza se, contro questo scempio pericoloso che non darà nulla in cambio ai cittadini, se non miseria e distruzione dei luoghi più belli e millenni d’amore tra il mare e Venezia.

Chiami la cittadinanza alla mobilitazione pacifica, signor sindaco, che la gente ne ha piene le scatole di essere trattata in questo modo, e non è stupida, ha capito benissimo che ci stanno prendendo per i fondelli, in un’ubriacatura di potere, e di onnipotenza, da altri tempi. La credibilità della politica sarà compromessa, insieme al malessere sociale, questa palese superba strafottenza, dei sentimenti, delle opinioni, degli interessi dei cittadini, non tarderà a produrre un effetto. Lo capisca il premier, lo capisca il ministro Di Pietro, lo capisca la coalizione. I cittadini ormai hanno capito.

Cacciari chiama, Prodi non risponde. Sono passate alcune settimane dalla richiesta che il sindaco filosofo ha avanzato al nuovo governo: Comitatone a Venezia entro la metà di luglio, per decidere nuovi finanziamenti per la città e affrontare la modifica del progetto Mose e l’esame delle alternative. Ma alle lettere inviate da Cacciari, il Capo del Governo non ha dato alcuna risposta. «Siamo con l’acqua alla gola», ha detto ieri il sindaco, «e i tempi sono stretti. Bisogna avviare subito almeno una commissione mista che prepari l’ordine del giorno del prossimo Comitatone».



Nervosismo che aumenta, a Ca’ Farsetti. Perché se non succede niente, Consorzio Venezia Nuova e Magistrato alle Acque sono autorizzati ad andare avanti diritti per la strada decisa dal governo Berlusconi. Niente modifiche al progetto e via libera, con i fondi già in cassaforte del Cipe (1500 milioni di euro), allo scavo dei fondali del Lido per cominciare i lavori della parte «irreversibile»: le trincee per le paratoie. Ecco allora l’urgenza che il tavolo sia convocato al più presto. «Visto che questo governo ha detto più volte che intende seguire il metodo della concertazione», scandisce Cacciari, «sia conseguente». Come fare una commissione in tempi così rapidi? «Bisogna riunirsi intorno a un tavolo e mettere giù un metodo, un ordine del giorno da portare in Comitaone», spiega il sindaco, «sulla base delle priorità che si decideranno insieme. Forse sarebbe meglio fare prima una riunione di maggioranza, visti i pareri diversi che ci sono». Ma se il Comitatone salta, i lavori del Mose vanno avanti. «Nella lettera inviata a Prodi e ai ministri», continua Cacciari, «abbiamo cheisto chiaramente che in questo caso si proceda soltanto con i lavori che non pregiudicano soluzioni diverse». Niente «blocco dei cantieri», dunque, ma una moratoria degli interventi già programmati che potrebbero rendere «irreversibile» l’attuazione del progetto che si vuole invece modificare. Tra le porposte sostenute da Cacciari e supportate dal giudizio di tecnici e idraulici, quello di una diversa conformazione delle tre bocche di porto. Al Lido i fondali potrebbero essere rialzati in gran parte della bocca, i moli modificati. Con questo si otterrebbe una riduzione notevole del numero delle acque alte. Per la difesa dalle maree eccezionali, si pensa a difese «rimovibili». Dunque, niente basi in calcestruzzo, otto milioni di metri cubi di cemento per tenere fisse le paratoie che potrebbero cambiare per sempre il volto della laguna e il suo regime idraulico. Ma interventi di natura diversa, affidati sempre al Consorzio.

Ca’ Farsetti stavolta ha le idee chiare. Ma Roma non risponde. Il ministro Di Pietro, che si avvale per ora dei collaboratori «storici» dei Lavori pubblici, a cominciare da Maria Giovanna Piva e Aurelio Misiti, ha già fatto sapere che per lui il Mose deve andare avanti. Il ministro Pecoraro è in Cina, e invita a «sentire le comunità locali». Rutelli ha promesso altrettanto. E si è fatto preparare una relazione dal direttore generale Roberto Cecchi, lo stesso che aveva dato parere favorevole al progetto Mose, cancellando il parere negativo della Soprintendenza veneziana.

Cacciari scrive al governo «Sul Mose segnali concreti»

di Alberto Vitucci

«Sul Mose il governo intende far valere le regole scritte sul programma elettorale dell’Unione, come già fatto in Val di Susa: sulle grandi opere ci vuole il coinvolgimento fattivo degli enti locali, a cominciare dai comuni». Così il ministro per l’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio ha risposto ieri in commissione Ambiente della Camera a un’osservazione del deputato veneziano Paolo Cacciari. Per la prima volta il nuovo responsabile del ministero ha illustrato ai deputati il suo programma. E sul Mose ha corretto, pur senza entrare in polemica, la linea «decisionista» espressa qualche giorno fa dal ministro Di Pietro. «La competenza sul progetto Mose», ha aggiunto Pecoraro, «non è del ministero delle Infrastrutture ma della presidenza del Consiglio, come dice la legge. Saranno decisioni da assumere insieme, dopo aver sentito le comunità interessate». Un punto a favore del Comune di Venezia, che da settimane sollecita invano il nuovo governo a prendere in esame le proposte alternative. Ieri il sindaco Cacciari [Massimo – n.d.r] ha scritto una lettera di fuoco al sottosegretario alla Presidenza Enrico Letta. Invitando il nuovo esecutivo a dare «segnali concreti» di discontinuità e attenzione alle comunità locali.

Un altro punto in discussione è il luogo dove si dovrà svolgere il Comitatone. Venezia, secondo Cacciarvi

e il vicepremier Francesco Rutelli. Roma, secondo la presidente del Magistrato alle Acque Maria Giovanna Piva, che teme «problemi di ordine pubblico». «Il Magistrato alle Acque faccia il segretario, le decisioni le prenderà il governo», dice il deputato dei Ds Andrea Martella. «Sarebbe una scelta sbagliata in un periodo in cui si parla di federalismo», taglia corto Cesare De Piccoli, viceministro dei Trasporti.

Le polemiche non si placano. E a Roma stanno arrivando in queste ore le richieste dei comitati contrari alla grande diga e le pressioni delle lobby favorevoli alla continuazione dei lavori. Che vanno avanti a tutto spiano, nonostante la richiesta di revisione portata avanti da Ca’ Farsetti.

Intanto ieri mattina di Mose ha cominciato ad occuparsi anche la commissione regionale per Venezia, presieduta da Barbara Degani (Forza Italia). In mattinata è stata la volta del sindaco Massimo Cacciari, che davanti ai commissari di palazzo Ferro Fini ha ribadito la posizione del Comune, supportata dai pareri scientifici e idraulici. «Noi rimaniamo convinti», ha detto Cacciari, «che sarebbe meglio verificare l’impatto ambientale dei cantieri del Mose. E sperimentare prima tre tipologìe di interventi reversibili e differenziati nelle tre bocche di porto, cioè il sollevamento dei fondali, il restringimento delle bocche, con difese fisse ma removibili nella stagione estiva, quando le acque alte sono inesistenti. Chiediamo che si faccia questa verifica sperimentale su questi interventi, perché così si riuscirà ad abbattere in modo significativo le acque alte, spendendo meno della metà dei soldi preventivati per il Mose e ultimando gli interventi in metà tempo». «Non ci sarà blocco dei lavori o spreco di denaro», ha concluso il sindaco, «ma abiamo il dovere di verificare bene le alternative». Diversa l’opinione del centrodestra. «Aspettiamo la fine delle audizioni», dice la presidente Barbara Degani, «per esprimere un parere». Secondo Diego Cancian (Pne), «il Mose si può migliorare, ma sarebbe folle fermare i lavori». Il dibattito continua, in attesa del Comitatone, che sarà convocato probabilmente il 20 luglio.

Di Pietro sbaglia sul Mose

di Stefano Bonzio

La verifica sul Mose chiesta dal sindaco e dalla sua maggioranza è stata sbrigativamente fatta! Il ministro Di Pietro ha infatti dichiarato la volontà di procedere alla costruzione del Mose, essendo l’opera, a suo dire, realizzata per più del 30 per cento.

Solo a ciò poteva portare la debole e contraddittoria posizione sostenuta obtorto collo dal sindaco e votata dal consiglio comunale il 5 giugno scorso.

Il gruppo consiliare di Rifondazione Comunista sul tema della salvaguardia di Venezia e della sua laguna ha operato con coerenza e convinzione, sostenendo e facendo propria la necessità espressa del movimento NoMose di giungere alla moratoria dei lavori alle bocche di porto e all’avvio di una nuova fase di studio per pervenire a un’opera alternativa al Mose che rispettasse i criteri di sperimentalità, reversibilità e flessibilità.

A fronte delle dichiarazioni rilasciate dal ministro alle Infrastrutture, il gruppo consiliare di Rifondazione Comunista - Sinistra Europea, esprime la più ferma critica sia relativamente ai metodi utilizzati che al merito della questione. L’unilateralità del ministro Di Pietro, in netta contraddizione con quanto contenuto nel Programma dell’Unione, preoccupa gravemente, in quanto non tiene in considerazione la forte mobilitazione popolare e di movimento che negli ultimi anni è andata crescendo in opposizione alla realizzazione del Mose e a favore i soluzioni di salvaguardia della laguna, del suo ambiente e della sua economia, e che ha portato alla raccolta di quasi 13 mila firme di cittadini che chiedono la sospensione dei lavori e la radicale revisione progettuale del progetto. Inoltre, le dichiarazioni del ministro alle Infrastrutture costituiscono un gravissimo condizionamento sui lavori dell’imminente Comitatone, che di fatto rischia di restare, come nel passato, sordo alle richieste di attenzione indirizzate dalle Comunità locali al governo sulle problematiche ambientali, sociali, economiche e soprattutto, fatto che stupisce per un politico come Di Pietro strenuo difensore del rispetto della legalità, di rispetto della normativa comunitaria e nazionale.

Siano convinti che i partiti dell’Unione e, in questa, il Partito della Rifondazione Comunista opereranno affinché sul delicato tema della salvaguardia di Venezia e della sua laguna si proceda con la necessaria attenzione, senza arbitrarietà e nel rispetto delle istanze formulate dai cittadini.

Stefano Bonzio è il capogruppo Rifondazione Comunista - Sinistra Europea , Venezia

Il Molino Stucky ritrova la sua facciata distrutta nell’incendio di tre anni fa. E’ stata scoperta ieri l’ala est del complesso neogotico tra il Bacino di San Marco e il canale di San Biagio. La parte più pregiata dell’edificio, che sorgeva su un antico convento dell’anno Mille e che fu poi usata come deposito delle farine. La novità sono le finestre aggiunte in verticale.

Sono quattro finestre doppie per ciascuno dei due corpi di fabbrica recuperati, che la Soprintendenza ai Beni Ambientali e Architettonici di Venezia ha concesso di aprire, perché presenti nel progetto iniziale dell’architetto Ernst Wullekopf, quando l’edificio fu realizzato alla fine dell’Ottocento, ma che poi furono invece murate per problemi di statica, per limitare le vibrazioni provocate dalla farina che cadeva dall’alto nei depositi.

Esse consentiranno di dare luce alle stanze del nuovo albergo che si affacciano su di esse. Recuperata anche la scritta dorata originale «Molino Stucky», a fianco della facciata principale del complesso neogotico ancora nascosta dai ponteggi e dai teloni protettivi, ma la cui scopertura di annuncia come imminente.

Si tratta, anche in questo caso, di un «com’era e dov’era» - come per la Fenice, ma in modo più convincente - perché i mattoni dell’ala est distrutta dall’incendio e ricostruita sono dello stesso tipo e della stessa colorazione degli originali: rossi, arancione e gialli.

La struttura dell’albergo nel complesso della Giudecca è ormai completata e si lavora alla finiture delle stanze. Il complesso dovrebbe essere pronto per l’inizio del 2007, mentre il centro congressi dovrebbe essere concluso qualche mese più tardi. Sono ormai avanzati anche i lavori per realizzare nella parte inferiore del complesso il sistema viario interno, che unirà centro congressi da circa 1300 posti, albergo da 400 stanze e centro fitness. Si lavora anche alla realizzazione, all’ultimo piano dello Stucky, dello spettacolare ristorante-bar panoramico realizzato con piscina e vista sulla laguna.

A segnare il passo, per ora, è invece il recupero dell’area degli ex stabilimenti della Scalera Film, destinata a diventare un grande parco urbano - secondo l’accordo raggiunto da tempo tra l’Acqua Marcia e il Comune - ma che non è stato ancora avviato a pieno ritmo.

Postilla

Preoccupazione filologica? No, speculazione immobiliare. Per comprenderlo, occorre andare un po’ indietro negli anni. Già nei piani del centro storico adottati nel 1974 (giunta DC-PSI) gli antichi silos dello Stucky erano destinati ad attrezzature pubbliche. Le successive giunte di sinistra confermarono questa destinazione, nell’ambito di un mix di funzioni che prevedeva, nell’insieme del complesso, un albergo, un centro congressi (che avrebbe dovuto costituire il core del progetto, e una quota di residenze convenzionate da riservare ai veneziani. L’immobile dei silos avrebbe dovuto essere ceduto al comune in conto oneri di urbanizzazione: si pensava di destinarlo agli archivi veneziani e veneti, dispersi nella città nelle sedi più stravaganti e improprie.

Non si riuscì a concludere l’accordo con la proprietà perché questa avrebbe voluto mano libera sulle residenze, mentre era unanime atteggiamento delle forze politiche dell’epoca (1970-1990), dai comunisti ai liberali, passando per socialisti, repubblicani, socialdemocratici, democristiani, che nessuna nuova casa avrebbe dovuto essere costruita a Venezia se non destinata ai cittadini veneziani. La giunta Cacciari-D’Agostino, abbandonando i “lacci e lacciuoli” che “ingessavano la città”, trovò, all’inizio degli anni Novanta, l’accordo con la proprietà mollando sulle residenze.

Ma l’appetito dei grandi immobiliaristi, e la cedevolezza degli amministratori e, dispiace dirlo, dei custodi dei beni culturali, non si arrestano. Due anni fa l’incendio (un incendio provocato da esperti). Oggi la svelatura dell’ultimo passaggio: albergo con finestrelle d’epoca dove erano previste attrezzature pubbliche.

Una nuova discarica di 50 ettari in mezzo alla laguna. La legge Speciale lo vieta, ma in nome dell’«emergenza» si susseguono i progetti destinati a stravolgere l’equilibrio ambientale e idraulico della laguna. La richiesta di realizzare una nuova isola artificiale grande quattro volte la Certosa e destinata a ricevere 3 milioni di tonnellate di fanghi scavati dai fondali portuali è stata depositata in commissione di Salvaguardia. La richiesta è firmata dal commissario straordinario per i fanghi del Porto, il dirigente dell’assessorato Ambiente della Regione Roberto Casarin. Che su delega del presidente Galan presiede anche la commissione di salvaguardia. Un progetto che sta già destando polemiche tra le associazioni ambientaliste. «Di questo passo chiunque voglia smaltire fanghi e materiali a basso costo può fabbricare una nuova isola in laguna», dicono. Gravi le conseguenze, dal punto di vista ambientale e idraulico, perché si tratta di un vero «imbonimento» di aree lagunari destinate all’espansione di marea. Un sistema che era stato abbandonato dopo il saccheggio del territorio degli anni Sessanta. Ma adesso arriva il nuovo progetto, che secondo Casarin dovrebbe andare al voto già martedì. Cinque giorni di tempo per decidere sulla nuova isola.

Sorgerà a fianco delle Trezze, altra isola artificiale rialzata fino a 9 metri per ospitare i fanghi scavati dai canali del porto. Un’esigenza più volte ripetuta dai dirigenti dell’Autorità portuale, quella di scavare i fondali per garantire l’accesso alle grandi navi. Oggi la profondità è di 10 metri e mezzo, ma si tende a tornare a una «quota di progetto» di 12 metri, la stessa prevista dal Piano regolatore portuale del 1965. Occorrerà dunque scavare dai fondali altri 3 milioni e mezzo di metri cubi di materiale. E dal momento che secondo il commissario Casarin tempi e costi per allestire la discarica al Molo Sali e in terraferma sono troppo elevati, si è scelta la laguna. Accanto alla nuova isola sorgerà una fascia di fanghi definiti come «ricostruzione della morfologìa lagunare». La nuova isola sarà lunga 2 chilometri, ben visibile da ogni parte della laguna centrale. Il progetto è stato proposto dalla società regionale Veneto Acque, ex Delta Po, oggi impegnata per il progetto del grande depuratore di Fusina con la Mantovani (Consorzio Venezia Nuova) e Vesta. E i lavori per la nuova discarica in laguna sono stati affidati come «mandante» alla Mantovani, la stessa che sta scavando i fondali al Lido per il progetto Mose. (a.v.)

Postilla

Tutti (fuorché gli stupidi) sanno che una delle ragioni delle “acque alte eccezionali” sta nel restringimento del bacino lagunare, ridotto di circa un terzo dopo la caduta della Serenissima (1797). Per questa ragione la legge speciale per Venezia del 1973 prescrisse tassativamente che neppure un ulteriore metro quadrato venisse sottratto alla “libera escursione delle maree”. Tutti (anche i più temerari “sviluppisti”) hanno da allora rispettato questa prescrizione. Adesso la legge viene violata da una persona che copre tre cariche rilevanti: è Commissario straordinario ai fanghi dell’Ente Porto, è il dirigente del settore Ambiente della Regione Veneto, è Presidente della Commissione per la salvaguardia della Laguna di Venezia, cioè dell’istituzione cui la legge speciale affida il rigoroso rispetto delle proprie determinazioni.

Ma anche questo scandalo cascherà nel tranquillo habitat culturale e politico di Venezia, come pietra nel fango.

Qui un altro scandalo inesploso: l'ex Mulino Stucky

«Le opere preliminari sono molto avanti. Ma non mi pare che i lavori delle dighe mobili siano giunti a un punto irreversibile». Il viceministro dei Trasporti Cesare De Piccoli ha visitato ieri a sorpresa i cantieri del Mose a Malamocco. E al termine del sopralluogo lancia una proposta.

«Dato che a differenza del Ponte di Messina il Mose è un’opera che è già partita», dice De Piccoli, «occorre che i ministeri interessati diano incarico a una commissione di esperti super partes di verificare in tempi molto rapidi lo stato dei lavori e la possibilità di attuare le alternative, come richiesto dal Comune».

Perché tutti i leader del centrosinistra, da Fassino a Rutelli, ricorda il viceministro, si erano impegnati a prendere le decisioni sulla salvaguardia «in pieno accordo con il Comune».

Ecco allora il sopralluogo. Dopo quello alla bocca di Lido («Ci sono andato domenica da privato cittadino, con la mia barchetta», ci tiene a sottolineare il viceministro) è toccato a Malamocco. De Piccoli era ieri a Pellestrina per presenziare al battesimo delle due nuove chimichiere costruite dal cantiere De Poli. Poi, accompagnato dall’ammiraglio comandante della Capitaneria Stefano Vignani e dal Capo dei piloti del porto Ciro Garise, ha visitato dall’acqua i cantieri del Consorzio Venezia Nuova a Malamocco. A ridosso della torre dei piloti, ecco l’ultimo interramento, fango e cemento per costruire un grande terrapieno per movimentare i materiali e i cassoni in calcestruzzo. Un intervento che il Wwf ha già denunciato come «abusivo», perché non presente nei progetti e senza autorizzazioni della Soprintendenza. Più avanti, dov’era la diga ottocentesca demolita, ecco montagne di massi in pietra. Le scaricano le chiatte del Consorzio provenienti dalle cave dell’istria. Si vedono le nuove basi in calcestruzzo della conca di navigazione, ormai quasi ultimata, le strutture in acciaio. Più in là la diga foranea di protezione ormai finita. «Il Comune ha chiesto delle cose, credo che il governo dovrà esprimersi in modo chiaro al prossimo Comitatone, entro metà luglio», dice De Piccoli, «io farò la mia parte cercando che i ministeri abbiano una linea comune».

Le ruspe sono al lavoro, e i lavori procedono spediti sia a Malamocco che al Lido. Il tempo per avviare le sperimentazioni richieste dal Comune sono davvero molto stretti. «E’ arrivato il momento che sul Mose si passi dalla querelle politica al dibattito tecnico», insiste De Piccoli. «Domani a Roma proporrò che si dia il via a questa commissione per la verifica dei cantieri. Spero che anche gli altri ministri, a cominciare dal responsabile dell’Ambiente, sostengano questa iniziativa».

La conca dovrebbe servire per non penalizzare l’attività portuale durante il periodo dei lavori. Qualche timore c’è, e gli stessi piloti ammettono che ci sarà un ritardo nelle operazioni di ingresso per le grandi navi.

Ma il presidente dell’Autorità portuale, Giancarlo Zacchello, ha sempre minimizzato l’impatto del Mose sull’economia del porto.

«Ho incontrato il presidente», dice De Piccoli, «gli ho detto che il governo condivide l’esigenza di garantire lo scavo dei canali e dunque la navigabilità. Ma anche che chiederemo al più presto un pronunciamento tecnico, da studiosi indipendenti, sull’impatto del Mose».

Vasche di cemento sul fondo

sotto accusa il restauro dei rii

di Alberto Vitucci

Vasche di cemento nei canali della città. Cordoli in calcestruzzo sul fondale per «proteggere» le rive. Al termine dei lavori di restauro di rive e fondamenta, qualche sorpresa resta per sempre nei rii interessati. Quasi ovunque le tecniche di intervento prevedono l’utilizzo di dosi massicce di calcestruzzo per «consolidare» le rive spesso pericolanti. Una tecnica prevista nell’ingegneria e nell’edilizia, da sempre contestata da molti architetti e dalle associazioni per la tutela del territorio, a cominciare da Italia Nostra.

Uno degli esempi più clamorosi è quello del canale tra le vie Loredan e Zeno, al Lido, interessato in questi giorni da nuovi lavori ad opera di Insula. I passanti e gli abitanti della zona hanno segnalato con sorpresa la «trasformazione» del fondo del canale in una sorta di «vasca» in calcestruzzo con la sezione originale ridotta di qualche metro.

Ma gli esempi non mancano anche in centro storico, segno di una tendenza che ha ormai preso piede. Al posto dei mattoni si utilizzano sempre più spesso le iniezioni di calcestruzzo. Lo scopo, secondo gli ingegneri, è quello di rinforzare la riva minacciata da un moto ondoso crescente, e di rendere più duraturo l’intervento di restauro. Ma l’effetto è quello di «irrigidire» sempre di più le rive e le fondazioni, mettendo in discussione proprio il principio di elasticità su cui si fonda l’edilizia lagunare, unica al mondo. E le antiche pietre vengono sostituite con finta pietra d’Istria squadrata a macchina, i masegni con blocchi di trachite di seconda qualità. Il cemento impazza sempre di più nei cantieri di Insula e del Consorzio Venezia Nuova, dove spesso lavorano le stesse imprese. E gli effetti non sono soltanto «strutturali» o estetici.

In buona parte dei canali appena scavati e rimessi a nuovo, succede ad esempio che non sia più possibile avvicinarsi alle rive con le barche. A meno che non si tratti di pesanti mezzi da trasporto in ferro, che non temono urti e danneggiamenti.

Un caso clamoroso è quello del rio di San Trovaso. Sono decine i nuovi pali di ormeggio piantati dalla cooperativa Manin per conto di Insula e dall’assessorato comunale ai servizi pubblici. Strutture in legno, che costano centinaia di euro l’una. Ma tutti sono piantati a circa un metro dalla riva. Il motivo del «distanziamento» è proprio il nuovo cordolo di cemento che corre lungo le due rive. Dunque, i pali sono distanti e non è possibile scendere a terra. Stesso discorso anche per le rive pubbliche con scalini, praticamente inservibili e piene di alghe. Per scendere bisogna mettere una passerella lunga due metri. «Assurdo», denuncia un gondoliere, «e provate ad andare in rio delle Romite. Lì hanno messo i pali e le s-ciòne nello stesso punto. Impossibile attraccare».

Pian piano insomma i rii sono diventati terra di conquista esclusiva per taxi e barconi in ferro dalle eliche potentissime. Le barche tradizionali non vi hanno quasi più diritto di accesso. E sul fondo del canale, i mattoni e la pietra d’Istria sono spariti, lasciando il posto al cemento.

«Venezia salva se diventa Disneyland»

«Se Venezia fosse gestita dalla Disney Corporation oggi non sarebbe in pericolo». L’economista britannico John Kay, docente della London School of Economics ha rilanciato ieri, dalle colonne di un autorevole quotidiano inglese come il Financial Times la sua tesi-choc: trasformare Venezia in un parco tematico per turisti, una Disneyland storica affidata a manager dell’intrattenimento. Secondo Kay, se le barriere mobili del Mose la salveranno dall’acqua alta, quelle destinate ai turisti con ticket d’ingresso tipo Eurodisney (50 euro a testa) ne garantiranno la sopravvivenza.

L’economista - che ha scritto anche un libro sull’argomento - previene con una buona dose di cinismo anche l’ovvia obiezione che Venezia è una città dove abitano persone e non un parco di divertimenti. «Ma Venezia - scrive - è da sempre un parco tematico. Come centro di affari, politico ed economico, è morta centinaia di anni fa e solo il flusso dei suoi visitatori la tiene in vita. Oggi, la maggioranza delle persone nella città sono turisti, e la maggior parte di chi vi lavora sono pendolari legato al turismo. L’economia di Venezia è già quella di Disneyland e non quella di Bologna o di Los Angeles». Dunque - conclude il professor Kay - largo ai manager del settore, che potranno gestirla molto meglio degli amministratori veneziani. E la stampa britannica - dopo il Times, che aveva addirittura scritto, qualche giorno fa, che conviene abbandonare la città al suo destino, perché è ormai condannata - continua a occuparsi di Venezia. E l’idea del parco a tema - sia pure con ben altre caratteristiche o con finalità del tutto diverse - è portata avanti anche dall’Amministrazione comunale, secondo il progetto dell’assessore alla Produzione culturale Sandro Parenzo, che vorrebbe realizzare una Venezia a uso cinematografico o turistico a Marghera o a Tessera.

«Quelle scritte da Kay sono solo assurdità - commenta il presidente dei Comitati privati per la salvaguardia di Venezia Alvise Zorzi, che ne finanziano i restauri e la conservazione - perché Venezia non è Disneyland, ma una città dove vivono persone».

E Zorzi risponde anche al presidente della Regione Giancarlo Galan, ha scritto una lettera aperta invitando in pratica i Comitati privati a non finanziare più i restauri a Venezia perché, se non sarà realizzato il Mose, sarebbero soldi buttati. «E’ una vergogna - commenta Zorzi - che un presidente del Veneto come Galan faccia dichiarazioni come queste. Sono autentiche sciocchezze, ma i Comitati privati per la salvaguardia, per fortuna della città, continueranno come sempre a finanziare i restauri per Venezia. Quanto al Mose, ci sono Comitati a favore, come quelli britannici, a cominciare dal Venice in Peril, ma non abbiamo mai preso una posizione ufficiale sugli interventi alle dighe mobili»

Lo Stucky ricostruito si presenta alla città

Sarà inaugurata venerdì dal presidente di Acqua Marcia Francesco Bellavista Caltagirone e dal sindaco Massimo Cacciari la facciata del Molino Stucky, distrutta nell’incendio di tre anni fa e ora parzialmente ricostruita insieme alla torre. L’intero complesso sarà pronto per fine anno.

E’ già da qualche giorno interamente scoperta - rimossi tutti i ponteggi - l’ala est del complesso neogotico tra il Bacino di San Marco e il canale di San Biagio. La parte più pregiata dell’edificio, che sorgeva su un antico convento dell’anno Mille e che fu poi usata come deposito delle farine. La novità della ricostruzione sono le finestre aggiunte in verticale, aprendole sulla parte muraria. Sono quattro finestre doppie e lunghe che la Soprintendenza ai Beni Ambientali e Architettonici di Venezia ha concesso di aprire - in fase di ricostruzione dopo l’incndio - perché presenti nel progetto iniziale dell’architetto Ernst Wullekopf, quando l’edificio fu realizzato alla fine dell’Ottocento, ma che poi furono invece murate per problemi di statica, per limitare le vibrazioni provocate dalla farina che cadeva dall’alto nei depositi. Esse, come fessure altissime nella muratura, consentiranno di dare luce alle stanze del nuovo albergo che si affacciano su di esse e che altrimenti sarebbero state cieche. Recuperata anche la scritta dorata originale «Molino Stucky», a fianco della facciata principale del complesso neogotico. L’inaugurazione avverrà in barca, perché solo dall’acqua è possibile valutare nella sua completezza la struttura ricostruita, compresa la torre che la sormonta.

Anche i mattoni dell’ala est danneggiata dall’incendio e rifatta sono dello stesso tipo e della stessa colorazione degli originali: rossi, arancione e gialli. La struttura dell’albergo nel complesso neogotico della Giudecca è ormai completata e si lavora alla finiture delle stanze.

Il complesso dovrebbe entrare pienamente in funzione, conclusi i lavori, per l’inizio del 2007, mentre il centro congressi da 2 mila posti dovrebbe essere terminato qualche mese più tardi.

Sono ormai avanzati anche i lavori per realizzare nella parte inferiore del complesso il sistema viario interno, che unirà centro congressi e albergo. L’hotel avrà 380 stanze su 8 piani. L’ultimo piano ospiterà invece un ristorante, una piscina panoramica e un bar affacciati verso le Zattere. La gestione di tutto il complesso sarà affidata all’Hilton. Si stima un investimento di circa 220 milioni di euro. Fermo invece il recupero dell’area Scalera, confinante con lo Stucky, destinata a parco pubblico. Gli interventi di riqualificazione sono bloccati in attesa che si chiarisca il quadro dell’inquinamento dell’area. (e.t.)

Sullo Stucky vedi la postilla a questo articolo

Il 19 dicembre 2005 la Commissione Europea ha reso noto di aver avviato una procedura d’infrazione contro l’Italia per violazione della direttiva 79/409 CE (cosiddetta direttiva “uccelli”) da parte del progetto MoSE. Il 18 ottobre una comunicazione analoga era stata inoltrata in riferimento ad un’altra “grande opera”, il ponte sullo Stretto, per violazioni di quella stessa direttiva e della n° 92/43 (“habitat”), ad essa collegata. Di qui la comprensibile soddisfazione delle associazioni che avevano promosso quei ricorsi (si vedano specialmente i siti del Wwf e della Lipu, con il testo del ricorso sul MoSE) e le reazioni di parte contraria, sulle quali vorrei soffermarmi.

Un chiarimento intanto sulla procedura d’infrazione e la “messa in mora” dell’Italia. Le autorità responsabili, dal ministro Matteoli al Magistrato delle Acque di Venezia, si sono affrettate a sminuirne l’importanza, seguite acriticamente da una parte della stampa. Secondo Mario Pirani (Repubblica, 23 gennaio), per esempio, non si tratterebbe d’altro che “di una lettera di un direttore generale dell’Ambiente”, senza reale valore perché l’ultima parola sarà comunque della Corte di Giustizia e non c’è ancora, quindi, “nessuna condanna” dell’Italia. Le cose però sono un po’ più complicate e un minimo di conoscenza delle leggi sarebbe desiderabile. L’art. 169 del trattato di Roma, che regola la materia, infatti recita:

“La Commissione, quando reputi che uno Stato membro abbia mancato a uno degli obblighi a lui incombenti in virtù del presente trattato, emette un parere motivato al riguardo, dopo aver posto lo Stato in condizioni di presentare le sue osservazioni. Qualora lo Stato in causa non si conformi a tale parere nel termine fissato dalla Commissione, questa può adire la Corte di Giustizia”.

È vero, quindi, che si tratta di una procedura articolata in più stadi, e che, se il contenzioso dovesse prolungarsi, l’ultima parola sarebbe rimessa alla Corte, ma è altrettanto vero che il “parere motivato” di cui parla il trattato non è né un atto politico né il capriccio di un funzionario, ma un provvedimento da prendere assai sul serio, dietro il quale c’è un’attenta istruttoria, e che un’eventuale successiva condanna avrebbe pesanti implicazioni finanziarie, sia dirette (per la penale che l’Italia dovrebbe pagare) che indirette (per la revisione o il blocco tardivo del progetto ormai avviato). L’invito ad una sospensione cautelare dei lavori in attesa di una risoluzione del contenzioso non è perciò una “perdita di tempo”, come scrive Pirani, ma un elementare richiamo ai principî di buon andamento della pubblica amministrazione.

Politici e giornalisti al seguito non hanno mancato di ironizzare, naturalmente, sulla “turbativa che il Mose potrebbe portare alle diverse specie di volatili”, sulla “sensibilità ornitologica” dei funzionari europei, e così via irridendo, definendo “ridicola” l’intera vicenda, e facendo appello da ultimo alla saggezza del senso comune: certo, la tutela dell’ambiente è importante, ma sono necessari “compromessi ragionevoli” fra “i valori della natura e quelli del progresso umano” (!) (sempre Pirani, su “Repubblica” del 30 gennaio). Ma le cose stanno davvero così? A Bruxelles sono proprio impazziti? Ancora una volta sarà utile rifarsi al testo della legge. Va premesso che l’individuazione dei siti d’interesse comunitario prescinde da qualsiasi considerazione di carattere economico (sentenza CGE 11 lug. 96, causa C-44/95) e che gli stati membri s’impegnano, sin dal momento della loro proposta, a garantirne l’integrità. Motivi “imperativi” di rilevante interesse pubblico (ove si tratti di specie o habitat prioritari, soltanto la salute o la sicurezza delle popolazioni) possono bensì esser fatti valere in deroga alla norma, ma all’interno della suddetta “procedura d’incidenza”, alla quale vanno sottoposti tutti i “piani o progetti” che interessano anche non direttamente (ossia dall’esterno) i siti e sono suscettibili di avere “incidenze significative” su di essi (Dir. 92/43, art. 6, c. 3-4), garantendo il contraddittorio e la partecipazione al procedimento. Qualora, in mancanza di alternative praticabili, il progetto debba comunque aver corso, ne deve essere informata la Commissione Europea e devono essere adottate misure compensative – non di semplice mitigazione, si badi, come nella VIA ordinaria – tali da salvaguardare comunque l’integrità del sito (ivi, c. 4). Come si vede, si tratta di una legge nello stesso tempo rigorosa e intelligentemente elastica. L’eventualità di un conflitto fra le esigenze “imperative” del progetto e la tutela di specie a rischio vi è infatti prevista, assieme alle modalità di una sua ordinata composizione (che non è affatto un “compromesso”).

Cos’è successo e cosa succede con le nostre “grandi opere”? Anche a voler ammettere che esse rispondano sempre alle esigenze “imperative” di cui parla la legge (il che è davvero difficile da concedere per il Ponte, la Tav, il Quadrilatero umbro e tanti altri progetti infilati di prepotenza nel listone) e che ad esse non sussistano alternative, nel caso abbiano incidenza sui siti protetti dalla Comunità sarebbe stato comunque necessario attivare l’apposita procedura, informarne la Commissione e proporre concretamente le misure di compensazione (non di “mitigazione”!) a tutela della loro integrità (per esempio acquisendo aree umide di superficie equivalente): senza dimenticare che il costo, spesso non indifferente, di quelle misure va poi messo nel conto, assieme a tutto il resto, della convenienza globale dell’opera. Niente di ciò è accaduto. Nel caso del Ponte di Messina persino l’elenco dei siti era incompleto, mentre con il MoSE è stato fatto valere il sofisma che, essendo la valutazione d’incidenza assorbita all’interno di quella di VIA, ed essendo quest’ultima, ai sensi della famigerata legge obiettivo, rinviata al parere finale del Consiglio dei Ministri, qualora l’esito sia negativo (com’è successo nel 1998), l’obbligo di legge fosse adempiuto. Così, incredibilmente, anche il Tar Venezia (26 lug. 2004, n° 2481): questo tribunale per altro, nel considerare i “benefici derivanti dalla realizzazione delle opere medesime” un argomento valido in sede di valutazione d’incidenza, ha dimostrato di aver completamente frainteso la direttiva. A Bruxelles, invece, sono stati di diverso avviso, e hanno deciso la messa in mora.

È vero quindi, come già rilevato qui su eddyburg nella postilla al secondo articolo di Pirani, che la censura della Commissione non si riferisce soltanto alla mancata valutazione d’incidenza prevista dalla direttiva sugli uccelli, ma all’intera procedura di VIA, la quale in realtà è stata disattesa o contraddetta. Di questi vizi la plateale omissione della valutazione d’incidenza è solo una spia. Altro che “sensibilità ornitologica”!

Da tutto ciò è bene trarre alcuni insegnamenti. Va chiarito anzitutto che quelli censurati non sono vizi formali, ma di sostanza. La trasparenza e il diritto alla partecipazione rappresentano, a partire dalla convenzione di Aahrus del 1998, premesse irrinunciabili di tutti i processi di compatibilità ambientale, e non possono essere richiamati ex post, in corso d’opera (bisogna “spiegare meglio” il progetto alle popolazioni). Ancora: la “perdita di tempo” lamentata di continuo dalle lobbies e dai loro portavoce è solo apparente, al contrario il rigore delle procedure in sede di rilascio delle autorizzazioni è la strada maestra per risparmiare tempo “dopo” ed eliminare alla radice e in modo credibile ogni contenzioso, comprese le lamentate derive localistiche. Un processo di compatibilità ambientale seriamente condotto, infatti, deve contemplare anche la cosiddetta “opzione zero”, e questa è un’altra, ovvia, ragione per cui non può essere posposto nel tempo: esso,

“lungi dal tradursi in un nuovo (e formale) adempimento burocratico della procedura volta alla realizzazione di un’opera pubblica, ben può (anzi deve) incidere sullo stesso momento della approvazione del progetto definitivo, che dalla valutazione ambientale può uscire più o meno profondamente trasformato rispetto alla sua impostazione iniziale, ed è altrettanto chiaro che una valutazione ambientale spostata in avanti nel tempo rispetto all’anzidetto momento, da un lato viene a priori deprivata di tutta la sua positiva capacità di concorso alla determinazione di quelle scelte, già compiute nelle decisive fasi progettuali, che l’abbiano preceduta, dall’altro si rende suscettibile di snaturare le stesse fasi successive” (Cons. Stato, sez. IV, 5 set. 2003, n° 4970).

Infine, il fatto che, per scelta politica, un’opera sia stata definita “prioritaria” non autorizza per nulla ad abbreviare o aggirare le procedure di compatibilità ambientale, le quali invece dovrebbero precedere quella decisione, influenzandola. Né quelle procedure possono essere “attenuate” o abbreviate solo per il fatto che l’opera è, o è stata definita, “importante”. Queste considerazioni – è evidente – rinviano alla radice di tutti i mali, cioè alla mai abbastanza deprecata legge obiettivo (n° 443/01) e al suo decreto attuativo (n° 190/02). Una legge nata, come ha scritto un acuto interprete,

“sulla base di una singolare, quanto criticabile, nozione di interesse pubblico, identificato nella realizzazione dell’opera in sé, come si evince chiaramente dalla relazione governativa al disegno di legge. Sulla base di un siffatto presupposto, qualsiasi ostacolo di carattere giuridico si frapponga rispetto al compimento dell’obiettivo – la realizzazione dell’opera – deve essere superato, anche se esso è rappresentato da una disciplina legislativa a protezione di valori di primaria importanza nell’ordinamento costituzionale, come, ad esempio, il regime dei vincoli a tutela degli interessi urbanistici, ambientali, paesaggistici, storico artistici ecc.” (C. Iannello, “Il Foro Amministrativo. TAR”, II, 2003, pp. 1125-26).

Sarebbe opportuno che quanti si battono contro i mostri nati all’ombra di quella legge, a Venezia, a Messina o in Val di Susa, risalissero alla loro origine comune e ne avessero chiare le insanabili contraddizioni. Operativamente, bisognerebbe poi che quelli che si sono mossi in sede legale, sia a livello nazionale che comunitario, unificassero i loro sforzi, in modo da evitare duplicazioni di interventi e dispersione di energie. Ciò è tanto più vero alla luce del recentissimo pronunciamento negativo del Tar Lazio sulla Tav, che aspettiamo di leggere per esteso. Non possiamo sperare, però, che la giustizia comunitaria si pronunci ultra petitum: soprattutto se il petitum non c’è, è parziale o arriva troppo tardi!

Più in generale, occorre che tutti ci rendiamo conto dell’importanza della normativa comunitaria nella fase travagliata che stiamo attraversando. Sono leggi che per fortuna il governo non può modificare o abrogare. In più, sono sovraordinate alle leggi nazionali, che vanno disapplicate in caso di conflitto. Il legislatore può certo cercare di aggirarle o recepirle malamente, come fa adesso con provvedimenti contraddittori e pasticciati (si pensi a quelli sui rifiuti, oggetto di altra procedura d’infrazione, o alla mostruosa legge-delega ambientale appena approvata da un ramo del parlamento). Ma proprio perciò quella normativa bisogna conoscerla e farla valere immediatamente, con diffide e ricorsi, a tutti i livelli e in tutte le sedi possibili: amministrative, penali e comunitarie.

Grazie davvero, quindi, agli uccelli e alle leggi che li difendono. Ci siamo accorti che difendono anche noi. Ricordiamo che la direttiva del ’79 è stata emanata nella consapevolezza che insieme a quelle specie, comune patrimonio europeo, si proteggevano, con l’intero habitat, le altre specie al di sotto di loro nella catena biologica. E anche, si può aggiungere, quelle che vivono accanto a loro, noi compresi.

È davvero così. Per rifarmi dalle trivialità che sono stato costretto a citare e alleggerire il discorso, voglio concludere con le parole di un classico, piene di verità:

“Si rallegrano sommamente [gli uccelli] delle verzure liete, delle vallette fertili, delle acque pure e lucenti, del paese bello. Nelle quali cose è notabile che quello che pare ameno e leggiadro a noi, quello pare anche a loro. [Degli altri animali] nessuno o pochi fanno quello stesso giudizio che facciamo noi, dell’amenità e della vaghezza dei luoghi. E non è da meravigliarsene: perocché non sono dilettati se non solamente dal naturale” (Leopardi, Elogio degli uccelli, nelle Operette morali).

.VENEZIA. Tre pagine fitte fitte di appunti annotati dal ministro nel suo bloc notes. Una disponibilità ampia a prendere in considerazione le richieste del Comune. E la promessa che una seduta straordinaria del Comitatone sarà convocata entro la metà di luglio a Venezia per valutare le verifiche del Mose. Il vertice Di Pietro-Cacciari convocato ieri mattina a Roma, nella sede del ministero delle Infrastrutture di Porta Pia, finisce con un segnale di apertura lanciato dal neoministro al sindaco-filosofo. Al suo rientro a Venezia, Cacciari appare piuttosto soddisfatto.

«Ringrazio il ministro per l’attenzione con cui ha seguito la mia esposizione, e per la cura con cui ha preso nota dei dubbi che abbiamo esposto», commenta Cacciari, «sia sulle procedure seguite per l’approvazione del progetto, sia del suo impatto ambientale, della sua impostazione tecnica, dell’aspetto economico». Di Pietro è stato prudente. Non ha espresso valutazioni sull’opera, limitandosi a dire che «i lavori vanno avanti». Ma ha aperto la porta al dialogo con il Comune dopo le mancate risposte dell’ultimo anno. «Prendo atto delle richieste di Cacciari», ha spiegato Di Pietro, «e anche che il precedente governo ha utilizzato il meccanismo furbesco del “non rispondo”. Molte opere pubbliche sono state calate dall’alto. Il silenzio è d’oro, ma in questo caso è stato omertoso». Dunque, si dialoga. Se questo significa che dopo qualche anno di muro contro muro il ministero - e dunque il Magistrato alle Acque - sono disposti ad accettare il confronto nel merito del progetto e dei lavori, è ancora presto per dirlo. La prova arriverà entro un mese, quando si faranno concrete le proposte di «soluzioni alternative», in qualche modo integrate con gli interventi in corso, che il Comune presenterà nei prossimi giorni. Si tratta di tre progetti distinti per ognuna delle tre bocche di porto, che consistono in sbarramenti trasversali (in parte fissi e in parte mobili), nel rialzo dei fondali e nell’allungamento e retringimento dei moli foranei. In questo modo, secondo studi idraulici in possesso dell’amministrazione comunale, la marea potrebbe essere ridotta di 12 centimetri, eliminando quasi tutte le acque medio-alte. Una tesi che ieri il sindaco Cacciari ha illustrato. La riunione era cominciata con qualche nervosismo. Doveva essere un faccia a faccia informale, invece il ministro si è presentato con il presidente del Consiglio Superiore Balducci, con la presidente del Magistrato alle Acque Maria Giovanna Piva - che ha replicato nel merito all’ordine del giorno del Consiglio comunale - e con il suo consigliere Aurelio Misiti, presidente del Consiglio dei Lavori pubblici quando il progetto di massima del Mose venne approvato, dieci anni fa. Cacciari era accompagnato dal Capo di Gabinetto Maurizio Calligaro e dal responsabile della Legge Speciale Armando Danella. Ora comincia il braccio di ferro, anche politico. Perché nell’Unione non tutti sono d’accordo con la linea «revisionista» del sindaco Cacciari e con la richiesta di esaminare le alternative votata a larghissima maggioranza dal Consiglio comunale. Lo stesso Prodi ha sempre espresso una valutazione positiva del progetto Mose quando era al governo alla fine degli anni Novanta. E il ministro Di Pietro, nell’accogliere le tesi formulate dal sindaco, ha anche precisato: «Allo stato non mi pare siamo in presenza di progetti alternativi, e i lavori vanno avanti. E’ già stato realizzato il 25 per cento dell’opera. Fare un’opera è come decedere di tuffarsi in mare. Una volta deciso, non si può tornare indietro, ma bisogna vedere se cadi bene o prendi un paletto». Sarà ora il Comitatone, sulla base delle verifiche effettuate, a stabilire quali lavori dovranno eventualmente essere fermati.

Un Comitatone che dovrebbe tornare a riunirsi in laguna, dopo cinque anni di sedute «romane» decise dal governo Berlusconi. Ci saranno a manifestare i comitati del «No Mose», che chiedono al ministro di esaminare le richieste di sospensione dei lavori sottoscritte da 12.500 cittadini e di dare una risposta ai tenti dubbi procedurali su cui l’Unione europea ha aperto una procedura di infrazione dopo l’esposto presentato lo scorso anno da Verdi e associazioni ambientaliste.

Bocciate le recinzioni firmate dallo Iuav

VENEZIA. Il progetto per la recinzione dei cantieri del Mose redatto dall’Iuav è stato bocciato dalla Soprintendenza. Il parere negativo porta la firma del direttore regionale Bruno Malara, sulla base di un’istruttoria condotta dai tecnici di palazzo Ducale. «Opere troppo impattanti», hanno scritto gli architetti della Soprintendenza. Non si potrà fare dunque il nuovo «arredo» dei cantieri. Veri e propri edifici provvisori che avrebbero dovuto nascondere i cantieri durante i prossimi anni di lavori. Il progetto firmato dall’Isp, l’Istituto di progettazione dell’Iuav diretto da Mario Spinelli, è stato rimandato al mittente. Come già lo era stato, qualche mese fa, quello sui «mutandoni» del Mose, percorsi e abbellimenti per ridurre l’impatto dei cantieri firmato da Marino Folin. In realtà, secondo la Soprintendenza, si trattava di un «impatto aggiuntivo». Oltre ai costi, circa 800 mila euro destinati dal Consorzio Venezia Nuova all’Iuav.

Non è l’unico «stop» della Soprintendenza ai cantieri del Consorzio negli ultimi mesi. Al Comitato di settore dei Beni culturali è stato inviato il parere negativo sugli interventi proposti per le «spalle» del Mose.

Nessun parere è stato rilasciato per l’ultimo cantiere contestato, quello realizzato in questi giorni alla bocca di porto di Malamocco. Un interramento con fango e cemento di circa un ettaro di laguna, a ridosso dell’Oasi naturalistica degli Alberoni gestita dal Wwf. Un intervento che ha provocato la denuncia delle associazioni ambientaliste e una interrogazione parlamentare presentata dalla deputata Luana Zanella. «Un intervento scandaloso», lo definisce la parlamentare, «chiedo risposte immediate ai ministri dell’Ambiente e delle Infrastrutture». Una situazione, quella dei cantieri aperti in laguna, che sta provocando problemi e molte proteste. L’enorme ammontare dei finanziamenti conmcessi negli ultimi anni al progetto Mose (circa 1500 milioni di euro) ha consentito alle imprese di aprire contemporaneamente decine di cantieri nelle tre bocche di porto. Progetti che al Comune non sono mai stati consegnati. (a.v.)

Mose, Cacciari è soddisfatto «Ora ho un mandato chiaro»

I comitati contro il Mose lo ritengono «fumoso e ambiguo». Ma l’ordine del giorno che chiede al governo l’immediata verifica degli interventi alle bocche e l’esame delle alternative al Mose soddisfa molto il sindaco Massimo Cacciari. «Adesso ho un mandato chiaro», dice, «per chiedere al Comitatone che siano date risposte ai dubbi e alle richieste ignorate dal precedente governo. E che sia fatta subito una verifica sui cantieri, sul loro impatto, e sulle alternative».

Dunque soddisfatto.

«Molto soddisfatto. Perché la mia richiesta è stata accolta dal Consiglio comunale. E poi abbiamo raggiunto un grande risultato politico: Ds Margherita hanno espresso compatti la stessa posizione, hanno lavorato bene. Sono maturi i tempi per il nuovo Partito Democratico».

L’ordine del giorno è molto più morbido della posizione espressa dal sindaco.

«E’ un’altra cosa, per forza. Ma mi dà mandato e prende atto della mia relazione. Se si prende atto, mi risulta che si sia d’accordo. O no?»

La revisione del progetto è diventata una verifica. Significa che i lavori possono andare avanti?

«Significa che chiediamo l’immediata verifica di tutti i punti a cui fino ad oggi non è stata data risposta. Ci sono troppi dubbi anche di natura tecnica ancora da chiarire».

Ma la verifica non è proprio una revisione.

«Mi pare che sia la stessa cosa. Se togliamo la fine esegesi di qualche consigliere».

Il documento viene letto in maniera opposta dai tifosi del Mose e dai contrari.

«Il documento è chiarissimo. E ci consente di chiedere al Comitatone, che sarà convocato entro la metà di luglio, una verifica che fino ad oggi non è mai stata fatta: le sperimentazioni che il Consiglio comunale aveva chiesto e non sono mai partite, sono rimaste sul binario morto».

Ma la moratoria dei lavori ci sarà o no?

«Se si fa la verifica si dovranno poi prendere decisioni conseguenti. Alcuni interventi vanno comunque proseguiti perché potrebbero essere utili anche con altre ipotesi. Altri vanno fermati».

Il Mose può andare avanti oppure no?

«Noi chiederemo che siano fatte le opere sperimentali, che esperti del calibro di D’Alpaos e Umgiesser ci assicurano potrebbero ridurre le acque alte di 12 centimetri. Poi è anche questione di fondi. Sarebbe interessante chiedere al Consorzio Venezia Nuova se hanno ricevuto i 380 milioni di euro del Cipe. E come faranno a rispettare i tempi se la prossima Finanziaria non gli darà gli 800 milioni che chiedono».

Nella sua relazione lei non è stato tenero con il progetto Mose.

«Ho ricordato semplicemente dei fatti. Quel progetto ha avuto una Valutazione di impatto ambientale negativa nel 1998, che il Tar ha annullato ma solo per vizi formali. Ha avuto dei rilievi dalla Commissione europea. E credo che nessuno possa mettere in dubbio che il Mose abbia un forte impatto ambientale. Basta andare al Lido e guardare».

Dunque?

«Occorre verificare seriamente e decidere. Ci preoccupa ad esempio che i lavori vadano avanti per stralci senza un progetto esecutivo. Che ci siano valutazioni molto diverse sul futuro innalzamento del livello del mare e sui danni all’attività del porto. Che si spendano 3 miliardi e mezzo di euro e 35 milioni l’anno per un’opera che ha immensi problemi di manutenzione».

In Comitatone dirà questo?

«Porterò la posizione del Consiglio e i dubbi che ho espresso. E chiederò le risposte che non sono mai state date, l’avvio di sperimentazioni serie, che il Comune aveva chiesto e il Comitatone stravolto nella delibera».

L’ex sindaco Paolo Costa dice che il Mose deve andare avanti lo stesso.

«E’ una sua opinione».

Il partito del ministro: «Stop ai cantieri»

«Siamo molto soddisfatti della posizione del Consiglio comunale e diamo il nostro pieno appoggio al sindaco Cacciari. Ma chiederemo ai nostri parlamentari e al ministro Di Pietro una sospensione immediata dei lavori del Mose, proprio per poter portare avanti la verifica chiesta dal Comune». Italia dei Valori, il partito del ministro Di Pietro, prende posizione sul progetto Mose. E chiede, con un comunicato firmato dal segretario provinciale Nicola Funari, che gli interventi in corso alle bocche di porto siano sospesi proprio per attuare le verifiche e le sperimentazioni chieste dal Consiglio comunale. Un pronunciamento netto, che la base del partito dell’ex pm vuol far arrivare a Roma, in vista del vertice tra il neoministro delle Infrastrutture e il sindaco Massimo Cacciari, previsto per domani. Dopo il voto del Consiglio comunale che ha ottenuto una larghissima maggioranza (36 voti favorevoli e 9 contrari), ora si mobilitano i partiti nazionali. Il vicepresidente del Consiglio e ministro dei Beni culturali Francesco Rutelli ha assicurato che il Comitatone si farà «prima della pausa estiva». Dell’organismo per cinque anni presieduta da Silvio Berlusconi e Pietro Lunardi fanno parte ora insieme a Di Pietro e Rutelli i ministri dell’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio, quello della Ricerca scientifica Fabio Mussi e quello dei Trasporti Alessandro Bianchi. Ci sono anche gli enti locali, con il sindaco Cacciari e i sindaci di Cavallino, Mira e Jesolo, il presidente della Regione Giancarlo Galan. Il presidente della Provincia Davide Zoggia ha scritto a Prodi chiedendo che anche Ca’ Corner sia chiamata a far parte del Comitato misto che si occupa della salvaguardia della laguna. (a.v.)

Comitati: «Che mostruosità» Galan: «Sei come Nerone»

«Quel documento è una mostruosità, un annacquamento delle posizioni del sindaco e della giunta. Noi chiediamo la sospensione dei lavori». Il Comitato No Mose definisce «troppo morbida» la mediazione votata alla fine dal Consiglio. «La nostra mobilitazione continua», dice il portavoce Stefano Micheletti, «il nuovo governo deve fermare i cantieri e dare risorse al Magistrato alle Acque, che non può continuare ad essere la depandance del Consorzio Venezia Nuova». Documento positivo invece per Piero Rosa Salva, capogruppo della Margherita. «Abbiamo coniugato qualità di contenuti e quantità di consensi», dice, «il sindaco ora ha un mandato chiaro e la maggioranza è più compatta». Secondo il consigliere Alessandro Maggioni, della componente vicina all’ex sindaco Costa, «dal documento emerge il no a moratorie dei lavori e a improbabili revisioni progettuali». Interpretazione opposta a quella data da Franco Conte(Margherita, Gruppo Misto). «E’ una moratoria sostanziale, perché le richieste di verifica dovranno ora essere accolte». «Il documento non è come lo avrei scritto io, ma dice cose molto importanti», commenta il verde Gianfranco Bettin, da ieri in maggioranza, «non mi pare che in altri comuni ne siano stati fatti di più avanzati». «Un buon documento», dice soddisfatto Michele Mognato, segretario e capogruppo dei Ds.

Sarcastico il presidente della Regione Giancarlo Galan che definisce il sindaco «sull’orlo di una crisi di nervi». «Una specie di Nerone, piccolo dittatore della Repubblica di Carnevalia che si inventa un nuovo capitolo della sua tragicommedia».

ProMose anche la presidente del Venice in peril fund Anna Somers Cocks. «E’ ridicolo continuare a discutere di cose già accertate», dice ricordando che gli scienziati hanno previsto nel prossimo secolo un aumento del livello dei mari tra i 9 e gli 88 centimetri».

Cemento su un ettaro di laguna

Un ettaro di laguna interrato per farne cantiere del Mose. A Malamocco una fetta di bocca di porto a ridosso del molo nord è stata riempita in questi giorni di tonnellate di fango e cemento dalle draghe del Consorzio Venezia Venezia Nuova. La denuncia viene dal Wwf, che ha inviato ieri una segnalazione al Comune, al ministero dell’Ambiente e alla commissione europea. «Quel cantiere è a ridosso delle aree Sic degli Alberoni, tutelate dalle normative europee», dice Paolo Perlasca del Wwf Veneto, «e non risulta nemmeno nei progetti».

«Il Magistrato alle Acque non ci ha inviato quella documentazione», si limita a dire il Capo di Gabinetto del sindaco Maurizio Calligaro, «faremo le nostre verifiche».

Nel cartello infisso a fianco della diga degli Alberroni si cita una convenzione firmata come «atto aggiuntivo» l’11 maggio del 2005. L’impresa incaricata di svolgere i lavori per preparare le «aree di produzione» alla bocca di Malamocco è sempre la Mantovani di Padova, la progettazione della Technital di Milano. 17 milioni di euro l’importo di spesa, 2579 i giorni previsti di lavoro, con il termine previsto dunque nel 2012.

Ma gli ambientalisti chiedono di sapere «come procedono questi lavori in assenza di un progetto esecutivo». (a.v.)

Barene, Roma chiede chiarimenti

Altolà alle barene artificiali con il fango e le pietre in mezzo alla laguna. Dopo la richiesta del sindaco Cacciari alla commissione di Salvaguardia di fermare il progetto, adesso è il ministero dell’Ambiente che chiede chiarimenti al Consorzio Venezia Nuova. Se n’è parlato l’altro giorno in Ufficio di Piano, a palazzo dei Dieci Savi, e sono emersi molti dubbi sulla tipologìa delle opere che secondo il Magistrato alle Acque dovrebbero proteggere la laguna dall’erosione e dal moto ondoso. Così il direttore generale del ministero Gianfranco Mascazzini ha chiesto che gli siano inviati materiali e progetti. «Bisogna discutere», dice. Il progetto presentato dal Magistrato alle Acque prevede di versare nella laguna nord tra Murano, Burano, Sant’Erasmo e le fondamente Nuove, un milione e 300 mila metri cubi di fanghi. Dovrebbero «ricostruire» le barene dove secondo carte della laguna degli anni Trenta queste non sono mai esistite. Così per mantenerli in loco, i fanghi sarebbero contornati da pietrame, con scalini artificiali tra la secca e il canale alti fino a 70 centimetri. «Uno scempio», secondo gli ambientalisti, «una vera devastazione irreversibile dell’ambiente lagunare». Un intervento per tutelare la laguna dal moto ondoso e dall’erosione, secondo gli ingegneri del Consorzio e del Magistrato.

Si riaccende dunque il dibattito sulla qualità dei lavori in laguna. Con il nuovo governo il Comune ha chiesto che le richieste dell’amministrazione siano prese in considerazione. «Spesso veniamo a conoscenza dei progetti solo in fase di approvazione», dice Calligaro, «questo sistema non va». Lo stesso sindaco Cacciari aveva chiesto e ottenuto dalla Salvaguardia, qualche settimana fa, la sospensione dell’iter del progetto. «Si devono evitare forzature e spaccature su un tema fondamentale per la città e la laguna come il ripristino della morfologìa lagunare», aveva detto. Un tema, quello degli interventi in corso in laguna, che sarà affrontato al prossimo Comitatone. (a.v.)

«Personalmente sono per la revisione del progetto Mose e per la reintroduzione dei finanziamenti della Legge Speciale. Credo che il nuovo governo debba cambiare subito rotta rispetto al precedente e ascoltare la città, mantenendo le promesse fatte in campagna elettorale». Proprio ieri è stato nominato dal premier Romano Prodi viceministro ai Trasporti. Il veneziano Cesare De Piccoli, ex vicesindaco ed europarlamentare della Quercia, segretario regionale Ds, è l’unico viceministro veneto. Le competenze del suo ministero toccano da vicino Venezia. Il porto, Marghera, il passante e il comitatone. Dove siede il ministro Bianchi, che potrebbe però delegare il suo vice veneziano a occuparsi di salvaguardia. De Piccoli annuncia cambiamenti.

Da dove si comincia?

«Vanno create subito le condizioni per recuperare un rapporto con la città, come annunciato da Prodi, Rutelli e Fassino».

Il sindaco Cacciari ha già chiesto alcune cose.

«La prima mi pare che sia la necessità di tornare a finanziare la Legge Speciale, magari riducendo i soggetti che ricevono fondi. Negli ultimi anni il Comitatone è stato svuotato di poteri e i soldi che arrivavano in città erano solo quelli residuali del Mose».

La seconda è la revisione del progetto Mose.

«Io condivido pienamente il contenuto del documento del sindaco Cacciari. Auspico che possa raccogliere il più ampio consenso in Consiglio comunale».

Qualcuno dice che ormai è troppo tardi per fermare i lavori.

«Io ho le mie opinioni, non le cambio adesso che ho qualche grado in più. Sono per la revisione di quel progetto che secondo me ha tra l’altro gravi ripercussioni sulla portualità».

Per modificare il progetto bisogna chiedere di fermare i lavori. Lei è favorevole alla moratoria?

«Non spetta a me decidere ma al ministro Di Pietro. Ma credo si debba fare in tempi molto stretti una verifica a tappeto dello stato dei lavori e dei cantieri. Un monitoraggio attuato da persone competenti e indipendenti per capire se si è entrati nella fase irreversibile o le modifiche sono ancora possibili».

Una richiesta che il Magistrato alle Acque e la Regione hanno fin qui ignorato.

«Credo sia nell’interesse di tutti, senza avviare inutili bracci di ferro, seguire questa linea. Lo stesso Consorzio dovrà collaborare a questa richiesta».

L’ultimo Cipe una settimana prima delle elezioni, ha affidato al Consorzio altri 380 milioni di euro.

«Mi risulta che manchino i provvedimenti attuativi».

Da lei dipendono anche i Porti. L’attuale presidente Zacchello ha detto che il Mose non interferisce con l’attività portuale.

«Noi abbiamo studi diversi. E’ vero che il Porto in questi mesi non ha assunto iniziative su questo tema. Da parte del nuovo ministro ci sarà invece il massimo di attenzione, con l’auspicio che l’Autorità portuale prenda atto che le cose sono cambiate, e ci offra tutto il suo contributo».

Quando tredicimila cittadini chiedono di poter dire la loro su di un tema fondamentale per la nostra città, nessuno può arrogarsi il diritto di rispondere negativamente. In ogni ordinamento (statale o locale) esistono tanti modi per poter consentire alla gente di partecipare alle decisioni politiche, soprattutto quando lo chiede con ragionata e consapevole insistenza. La questione della «chimica del cloro» a Porto Marghera è uno degli esempi più emblematici. Lo statuto e il regolamento comunali veneziani in materia di referendum sono fatti proprio male, anche dal punto di vista della tecnica normativa (e tutti lo riconoscono): ma di ciò nessuna colpa hanno il comitato promotore del referendum sulla chimica e i tredicimila cittadini che hanno firmato. Costoro si sono semplicemente fidati della segreteria generale del Comune e della precedente amministrazione, che hanno anche formalmente dato il via libera alla raccolta delle firme referendarie, così dando un primo tacito parere di ammissibilità.

Ora, di fronte all’imminenza di questa consultazione, amanti dello status quo e portatori di interessi di una parte dei cittadini, forse timorosi di una sconfitta, anziché affrontare la questione a viso aperto, preferiscono ricorrere alle pandette e ad avvocati. Quella della sopravvivenza della chimica a Marghera è una grande questione, economica tecnologica sociale culturale politica. E sotto tali punti di vista andrebbe affrontata. Invece, fa specie (per usare un eufemismo) vedere una piccola parte del sindacato (non la Cgil nel suo insieme, non i chimici della Uil né la Uil, non i chimici della Cisl né la Cisl) ricorrere a carte bollate e avvocati per diffidare (diffidare!) con minacce di ulteriori ricorsi il sindaco, gli assessori e i massimi dirigenti del Comune di Venezia, al fine di impedire l’effettuazione del referendum, senza alcun senso del limite o del ridicolo. Non mi pare una bella pagina di lotta sindacale.

Nessuno vuole nascondere la delicatezza del momento e l’importanza di una decisione in materia di chimica a Marghera, soprattutto dal punto di vista occupazionale. Come nessuno può nascondere che è dal lontano 1972 che a Marghera si assiste a un trend occupazionale costantemente negativo. Come nessuno può tacere del fatto che a determinare queste diminuzioni sono sempre state le imprese, anche di recente, in piena autonomia, seguendo esclusivamente la loro logica, alla faccia e in barba ai sindacati, al mondo della politica e soprattutto ai lavoratori. Sarebbe ora che i cittadini e la politica si riappropriassero del loro diritto di decidere. Come sarebbe ora che i politici veneziani ascoltassero un po’ di più e si facessero consigliare dai cittadini, soprattutto in una materia così fortemente sentita come quella della tutela della salute di tutti noi e delle generazioni a venire.

Non possiamo lasciare la decisione a giudici e avvocati, tanto più che - essendo illogiche e contraddittorie le norme - non esiste uniformità di interpretazione giuridica sulla ammissibilità di questo referendum. Basterebbe citare una ordinanza del Tar del Lazio del 2002, di cui molti si dimenticano.

E allora, al di là di codici e codicilli, che in questa materia non dicono nulla di concludente, va trovata la strada e individuata la forma per consentire alla gente e quindi a tutti noi di intervenire, apertamente e democraticamente, senza minacce e ritorsioni... anche perché sul futuro della chimica a Porto Marghera sembra non ci siano ancora le idee chiare.

E allora ben venga una consultazione popolare, nella forma ritenuta più opportuna, sulla base del quesito sottoscritto da tredicimila cittadini, che servirà pure a tastare realmente il polso alla gente e contribuirà alla decisione sul futuro di questa chimica a Marghera.

Felice Casson, ex magistrato, è oggi senatore dei Ds

L'immagine è tratta dal documentario "Porto Marghera -. Ultimi fuochi", di Manuela Pellarin

«Ritirate quel progetto». Il sindaco Massimo Cacciari ha scritto ieri una lettera alla presidente del Magistrato alle Acque Maria Giovanna Piva. Chiedendo a nome dell’amministrazione di abbandonare l’ipotesi di costruire «protezioni» in pietra per le barene in laguna nord. «Alla luce delle perplessità e dei dissensi diffusi sia in città sia all’interno dell’amministrazione comunale», scrive Cacciari, «si devono evitare forzature e spaccature su un tema fondamentale come il ripristino della morfologìa lagunare». Dunque, stop al progetto? «Siamo disposti a discutere sulle modalità», risponde l’ingegnere Piva, «e ad accettare prescrizioni dalla Salvaguardia. Ma per la ricostruzione morfologica abbiamo un mandato dal Comitatone».

La progettazione dunque non si ferma. E le proteste aumentano. Perché secondo gli ambientalisti i nuovi progetti del Consorzio Venezia Nuova prevedono di depositare in laguna almeno 2 milioni di metri cubi di fanghi. E nei bassi fondali sarebbero costruiti veri e propri scalini di pietra fissi, da meno venti a 50 centimetri sul medio mare. Per «proteggere» le barene saranno riversate in laguna centinaia di tonnellate di massi. Una devastazione irreversibile, secondo gli ambientalisti. Si vorrebero ridurre gli effetti del moto ondoso «murando» le barene, e ricostruendole anche dove non sono mai esistite. «Occorre invece», hanno scritto in un documento le associazioni, «attuare davvero il riequilibrio previsto dalla legge. Riducendo il livello di moto ondoso e recuperando i sedimenti». Per colpa dell’arginamento delle valli da pesca e lo scavo di grandi canali verso il mare (che continua per i lavori del Mose) la quantità di sedimenti che forma le barene ha subito una drastica riduzione. L’erosione fa il resto, e ogni anno un milione di metri cubi di sedimenti se ne vanno in mare. Ma non è possibile ricostuire le barene artificialmente, spostando in laguna milioni di metri cubi di fanghi e proteggendole poi con le «burghe» piene di sassi. «Vogliono portare qui i fanghi scavati dalla bocca di Lido per il Mose e i sassi dell’Istria», accusano gli ambientalisti. L’idea delle «autostrade protette» in mezzo alla laguna non piace nemmeno ai tecnici di Ca’ Farsetti, e così il sindaco ha preso l’iniziativa. «Gli interventi che riguardano la salvaguardia», dice Cacciari, «dovranno essere ridiscussi intorno a un tavolo con il nuovo governo».

Ma Magistrato alle Acque e Consorzio Venezia Nuova vanno avanti. Il governo ha stanziato con le ultime Finanziarie quasi due miliardi di euro per i lavori del Mose e del «riequilibrio». E i progetti vengono sfornati numerosi. Così giovedì la sottocommissione di Salvaguardia riprenderà la discussione (e la battaglia). E dovrà fare i conti con la volontà del Magistrato alle Acque di andare avanti e la richiesta del sindaco di ridiscutere. Due anni fa la stessa Salvaguardia aveva autorizzato un intervento sperimentale a Burano con alcune prescrizioni e l’indicazione della provvisorietà. Che non sarebbero mai state attuate.

Un milione e trecentomila metri cubi di fanghi da scaricare in laguna, tra le Vignole, Sant’Erasmo e le Fondamente Nuove. Tonnellate di pietrame per creare nuovi canali «a prova di moto ondoso». Sta sollevando furiose polemiche l’ultimo progetto presentato dal Consorzio Venezia Nuova alla commissione di Salvaguardia. Si propone di creare nuove «autostrade» d’acqua con barriere ai lati. I tecnici del Consorzio le chiamano «burghe», in sostanza argini in pietra e fango. Il materiale dovrebbe essere prelevato dai fondali delle bocche di porto con gli scavi del Mose. I massi trasportati dall’Istria, dove per creare le nuove dighe a mare è stata sventrata un’intera montagna.

«Un’assurdità», replica l’associazione Vas, Verdi Ambiente e Società. «Siamo fermamente contrari alla cementificazione della laguna», scrive il presidente nazionale di Vas Guido Pollice, «e in questo modo si proclama la resa totale al fenomeno del moto ondoso e agli interessi economici». «Il Magistrato alle Acque», continua l’associazione, «dovrebbe essere l’istituto che vigila sulla laguna, e non può consentire interventi che sono contrari allo spirito originario della Legge Speciale. Invece di lavorare per il riequilibrio della laguna si cerca di stravolgerne l’unicità».

«Non si affrontano le cause dei fenomeni e si cerca di limitarne gli effetti stravolgendo il paesaggio lagunare», replica Pax in Aqua, l’associazione che raccoglie migliaia di aderenti alle società di canottaggio, vela al terzo e voga alla veneta.

Un «no» secco viene anche dal Comune. «Non possiamo autorizzare autostrade di pietre in laguna», dice il vicesindaco Michele Vianello, «interventi di questo tipo dovranno per forza coinvolgere il Comune e il commissario contro il moto ondoso».

Il 23 settembre del 2004 la Salvaguardia aveva autorizzato un intervento sperimentale di «protezione» delle barene intorno a Burano, fornendo diverse prescrizioni. E autorizzando le pietre solo «in via transitoria». Ma adesso il Consorzio intende applicare quel sistema all’intera laguna. Il progetto sarà presentato la prossima settimana, per andare al voto il 16 maggio. E la battaglia è certa. Secondo gli ambientalisti e alcuni commissari si tratta di un intervento che «non rispetta la Legge speciale». (a.v.)

Mose, il Comune frena ma il Cipe lo finanzia

I bulldozer proseguono il loro cammino. Imperturbabili. A Venezia come tra Scilla e Cariddi. Da la Nuova Venezia del 29 marzo 2006

Altri 500 milioni di euro in arrivo per il Mose. Mentre la città chiede di rivedere il progetto e valutare le alternative studiate dal Comune, il governo va avanti come un treno. E garantisce i finanziamenti alla grande opera. Stamani la riunione del Cipe (Comitato interministeriale per la Programmazione economica) presieduta dal ministro dei Lavori pubblici Pietro Lunardi potrebbe finanziare la terza tranche del grande progetto, dopo i 1200 milioni di euro già assegnati al Consorzio Venezia Nuova negli ultimi due anni.

Molti dei finanziamenti non sono ancora stati spesi, ma la nuova tranche servirà per portare avanti i progetti esecutivi della parte più «pesante» del progetto delle dighe mobili, con l’aperura dei cantieri per la costruzione degli enormi cassoni in calcestruzzo a Santa Maria del Mare, il completamento delle «opere di spalla», muri di cemento già in parte ben visibili a San Nicolò e il completamento delle opere preliminari.

Una procedura, quella dei finanziamenti dati direttamente dal Cipe, che il Comune contesta. Il sindaco Cacciari ha chiesto ai leader del centrosinistra di rivedere il meccanismo che affida i finanziamenti direttamente al Consorzio Venezia Nuova grazie alle procedure della Legge Obiettivo. E di prendere in esame le modifiche proposte al progetto Mose. Ma a dieci giorni dal voto i lavori procedono spediti e il governo, a quanto pare, darà oggi un nuovo cospicuo finanziamento per la grande opera. Per avere la reale disponibilità dei fondi si dovrà aspettare qualche mese, con la pubblicazione del decreto. Oggi a Roma il Cipe deciderà sulla suddivisione dei soldi destinati dall’ultima Finanziaria alle grandi opere. (a.v.)

VENEZIA. «Ogni decisione sul futuro di Venezia non potrà essere presa nei palazzi romani, ma in pieno accordo con la città e gli enti locali». Tra gli applausi della platea e del sindaco Massimo Cacciari, seduto accanto a lui, il segretario nazionale dei Ds Piero Fassino annuncia la svolta sulla salvaguardia. Rilancia il Partito democratico e promette investimenti pubblici per la chimica di qualità e il rilancio di Marghera.

«Il nuovo governo, scandisce, «si impegna ad agire in piena intesa con la città sulle grandi questioni. E a istituire una sede permanente di confronto. Il Mose va gestito con gradualità e reversibilità, applicando il principio di precauzione. Perché non sappiamo quali saranno le conseguenze di quei lavori».

Era quello che Cacciari e il centrosinistra veneziano volevano sentirsi dire. «Un discorso molto serio», commenta alla fine il sindaco filosofo, «Fassino ha accolto la nostra proposta di un patto sulla città».

Il tour veneto del numero uno della Quercia approda in laguna. I toni sono molto contenuti, le grida della campagna elettorale sembrano lontane mille miglia. Fassino ascolta con pazienza l’appassionata prolusione del sindaco. «Chiedo che il prossimo governo riconosca la centralità di Venezia», attacca Cacciari, «perché in questa città si affrontano problemi di carattere nazionale e internazionale». La chimica. «Marghera è la più grande area industriale d’Europa», continua il sindaco, «800 ettari, 4 volte Bagnoli. Una partita colossale sul riuso che non possiamo perdere». La cultura e il turismo. «Intollerabili i tagli alla Biennale, la prima mostra d’arte del mondo, e la disattenzione per l’industria della cultura e del turismo, la prima del Paese». La salvaguardia. «Intanto vorrei capire se sono il sindaco di Venezia intera o solo delle terre emerse», dice il primo cittadino. Un invito a modificare norme statali che affidano l’autorità sulle acque veneziane al Magistrato alle Acque, al Porto, all’aeroporto, limitando le competenze del Comune.

Infine il Mose. All’ingresso i comitati consegnano a Fassino la maglietta e il dossier «No Mose» presentato due giorni fa al Parlamento europeo con le 12 mila firme che chiedono di fermare l’opera. Cacciari spiega il lavoro fatto dai suoi tecnici, consegna a Fassino il rapporto finale e l’ordine del giorno approvato dalla giunta all’unanimità. «Noi riteniamo che quest’opera vada risdiscussa e vadano valutate le alternative. Non per perdere tempo, perché quello che si è fatto fino ad oggi può essere riutilizzato». «Hanno fatto tutto bypassando le autorizzazioni comunali», continua, «alla faccia delle autonomie, non hanno rispettato le leggi speciali che parlano della sperimentazione e di reversibilità». Guarda l’ex avversario Casson, seduto in prima fila e ride: «Hanno aperto i cantieri e fatto certe cose che se le avessi fatte io... Felice no perché non può più, ma qualche magistrato... me la sarei vista brutta».

Tocca a Fassino. «La mia intesa con il sindaco è totale», dice, «naturalmente un sindaco che dovrà governare anche sull’acqua e non solo sulle terre emerse». Ribadisce l’impegno ad aprire un «tavolo di concertazione permanente sul Mose e sulla chimica. Si cambia rotta anche sulla salvaguardia: «Per Berlusconi esiste il Mose e basta», dice, «noi ci impegniamo a garantire i finanziamenti per la città, per il rilancio di Marghera, lo scavo dei rii, le infrastrutture e i restauri». «La priorità del centrosinistra», dice Fassino, «è quella di rilanciare la portualità e le autostrade del mare. La via della Seta di questo secolo è il Mediterraneo», dice «e l’Italia è un gigantesco molo in mezzo al Mare, dovrà essere la porta di tutto ciò che arriva da lontano. Poi c’è il turismo, 50 milioni di cinesi che arriveranno tra poco in Italia. Anche qui Venezia è un punto d’arrivo, un luogo di interesse nazionale. Per noi sarà la leva di una nuova politica culturale che puà portare ricchezza e fare sistema».

Infine il Partito democratico. Anche qui Cacciari e Fassino sono in piena sintonia. Fassino ricorda che nel 1990 proprio in laguna ci fu la prima esperienza di lista aperta con il filosofo (Pci-Il Ponte), adesso diventata l’Ulivo e in prospettiva il Partito democratico. «Sarà la casa comune dei riformisti italiani», conclude tra gli applausi, «ce n’è bisogno per riscattare cinque anni fallimentari di governo del centrodestra».

Una commissione d’inchiesta del Parlamento europeo in sopralluogo a Venezia per verificare la legittimità dei lavori del Mose. E’ questo l’impegno preso ieri da Willy Meyer, deputato spagnolo portavoce del gruppo della Gue (Sinistra unita) e componente di spicco della commissione Petizioni di Bruxelles. A lui ieri mattina, nell’austera sala stampa dell’Europarlamento, la delegazione veneziana dell’Assemblea permanente «No Mose» ha consegnato le 12.154 firme raccolte negli ultimi mesi, insieme alla petizione che chiede di fermare i cantieri già in fase avanzata.

«Ci rivolgiamo all’Europa», ha esordito la capogruppo dei Verdi a Montecitorio Luana Zanella, per l’occasione portavoce dei comitati, «perché le regole devono essere rispettate. L’opera è stata avviata senza Valutazione di Impatto ambientale, senza il progetto esecutivo e in violazione delle normative europee oltre che regionali e comunali».

Proprio da Bruxelles era partita tre mesi fa, la procedura di infrazione contro il governo italiano, per aver avviato i lavori in violazione delle normative comunitarie sulle aree protette (Sic). E adesso la firmataria dell’esposto, la capogruppo dei Verdi a Bruxelles Monica Frassoni, annuncia un’interpellanza urgente firmata anche dal capodelegazione di Rifondazione Roberto Musacchio per riportare la questione sotto i riflettori dell’Europa. Lo scopo è quello di portare in aula il commissario europeo Stavros Dimas, che aveva firmato in gennaio la durissima lettera di messa in mora.

«Qualcuno in Italia ha cercato di ridicolizzare questa iniziativa», dice la Frassoni, «ma si tratta di procedure molto serie. Non di quattro uccellini, ma della manomissione di un ecosistema tra i più delicati del mondo». «Saremo al fianco di questi comitati», ha replicato Musacchio, «che hanno scoperto che le regole europee sono state violate. Sosterremo il diritto delle popolazioni a opporsi a un’opera devastante, che invece di salvare Venezia può contribuire alla distruzione della laguna».

Per la spedizione veneziana insomma, è stato un successo. Anche perché la petizione consegnata ieri nella mani dei commissari difficilmente potrà essere ignorata. Nel 2005, l’organismo europeo ha avviato iniziative analoghe per grandi opere a Valencia, per la nuova circonvallazione di Madrid, e in novembre per il progetto della Tav in Val di Susa. «Speriamo che la visita a Venezia sia meno pericolosa di quella che abbiamo fatto in novembre ai cantieri della Tav», scherza David Hammerstein, altro componente del Gruppo Verde nella commissione Petizioni, «spesso i governi scelgono la strada delle grandi opere invece di quella del governo dell’ambiente. Il cemento invece della gestione oculata. La questione di Venezia è troppo importante per non meritare l’intervento urgente della nostra commissione». «Il Parlamento europeo deve verificare se sono state violate le regole», è l’opinione di Sepp Kustacher, della commissione Trasporti di Bruxelles. Il messaggio insomma è arrivato. E per tutto il giorno i membri della delegazione (Luciano Mazzolin, Cristiano Gasparetto, Salvatore Lihard, Sebastiano Bonzio, Tommaso Cacciari, Rocco Perini) hanno spiegato a parlamentari e giornalisti la situazione, distribuendo documenti, grafici e foto della laguna. Piccolo incidente all’entrata del Parlamento, dove le inflessibili guardie della sicurezza hanno sequestrato manifesti e striscioni. A Bruxelles non si può. Ma qualcosa è filtrato lo stesso, e alla fine i serissimi parlamentari si sono lasciati andare a un sorriso davanti al gruppo di veneziani con addosso la maglietta con lo squalo. «Il Mose serve solo a chi lo fa», lo slogan.

«Il Mose è un ecomostro da 4 miliardi e mezzo di euro che devasta la laguna», non risolve il problema delle acque alte e toglie finanziamenti alla città», dice Mazzolin, «chiediamo all’Europa di intervenire». Ora la commissione dovrà esaminare l’ammissibilità della petizione e valutare se siano state violate normative comunitarie.

Non è solo il Treno ad alta velocità la “grande opera” ad essere rimasta senza finanziamenti. Anche le faraoniche dighe di Venezia (Modulo Sperimentale Elettro-meccanico) sono a secco. Dei 4.272 milioni di euro preventivati, ne sono stati stanziati, tra Cipe e Legge speciale, solo 1.200 (di cui 912 già spesi). Ma niente paura, si affretta a dire il General contractor, il Consorzio temporaneo di imprese Venezia Nuova concessionario unico del progetto: «Siamo stati interpellati da una delle maggiori banche europee - afferma candidamente ad un giornale locale l’ing, Mazzacurati, presidente del CVN - che sulla base del nostro contratto con lo Stato si propone di anticipare al Consorzio la somma restante e sufficiente per concludere le opere del Mose». Ovviamente la banca dovrà essere rimborsata, ma “con tempi molto lunghi e convenienti, stimabili in 30 anni”.

Convenienti per chi, caro ingegnere? Conoscendo i tassi di interesse praticati dalle banche possiamo essere certi di chi sarà l’affare. Già, perché se i treni, i ponti, le autostrade potrebbero almeno in teoria essere ripagati in parte con tariffe e pedaggi, per il Mose non è prevista nessuna entrata, nemmeno dalle grandi navi che useranno le chiuse vinciane complementari agli sbarramenti.

Consideriamo inoltre altri tre elementi. Primo, i preventivi fin qui presentati sono via via aumentati nel corso dei vari approfondimenti progettuali e non mancano gli “imprevisti” tanto che non sembrano esserci nemmeno i denari necessari per recuperare importantissimi reperti archeologici scoperti durante i lavori. Secondo, le opere del Mose non esauriscono affatto gli interventi necessari a mettere la laguna in sicurezza idraulica (alluvioni, erosione dei fondali, consolidamento delle rive dei canali e delle fondazioni degli abitati, ecc.) e ancor meno per il risanamento delle sue acque (sversamenti inquinanti, bonifiche dei sedimenti, ecc.), tanto che c’è chi dice che il fabbisogno effettivo per Venezia sia in realtà superiore ai 5 miliardi di euro. Terzo, il Mose in realtà è un macchinario complesso che per funzionare abbisognerà di spese ingentissime di gestione e di manutenzione: 8,5 milioni all’anno per la gestione, 10 per le manutenzioni. Chi li pagherà?

Non è possibile che decisioni così importanti, capaci di impegnare per sempre il bilancio dello Stato per cifre considerevoli, vengano assunte da un Comitato di ministri che più che l’economia del Pese pianifica gli affari delle solite grandi imprese costruttrici: in Veneto si tratta della Mantovani, altrove di CMC, Astaldi, Caltagirone. L’amministrazione comunale di Venezia ha chiesto che vengano presi in considerazione progetti meno costosi, oltre che meno impattanti, rimovibili, aperti a più fasi sperimentali. Ma i soliti organismi ministeriali hanno detto di no. I soldi sono un problema solo quando si tratta di risanare gli acquedotti, far correre i treni dei pendolari, di mettere in sicurezza il territorio, ampliare il patrimonio residenziale pubblico… C’è un grande problema di democrazia: chi decide quali sono gli interessi generali, comuni, pubblici?

Fassino s’incontra con Cacciari

De Piccoli anticipa la linea del segretario della Quercia

Piero Fassino pronto a sbarcare in laguna per tendere una mano a Massimo Cacciari sul problema della revisione del Mose e dell’adozione di interventi alternativi. Lo fa capire con chiarezza il segretario regionale dei Ds Cesare De Piccoli - vicino al segretario nazionale - annunciandone la prossima venuta.

«Fassino - annuncia De Piccoli - sarà a Venezia il 24 marzo per un incontro promosso dai Ds sui problemi della città e in quell’occasione incontrerà il sindaco Cacciari per discutere di tutti i problemi della salvaguardia della città e della sua laguna».

Se autorevoli economisti di area diessina come Nicola Rossi dichiarano che sul Mose non è più possibile tornare indietro - come ha dichiarato a Padova pur con le perplessità del caso - la linea di Fassino e della segreteria nazionale dovrebbe essere invece ben diversa, come lo stesso De Piccoli fa capire con chiarezza.

«Credo che Rossi - spiega De Piccoli - volesse semplicemente dire, rispondendo a una domanda secca, che il problema della salvaguardia di Venezia deve comunque essere affrontati dal Governo. Non è un mistero che all’interno del centrosinistra sul problema Mose esistono posizioni diverse, ma la novità è ora quella che esiste la volontà di discuterne e prendere le relative decisioni, partendo da ciò che esprime il Governo della città. Pertanto, se la Giunta Cacciari dimostrerà - sulla base del documento sulla salvaguardia già approdato in Giunta e che dovrà essere votato dal Consiglio comunale - che esistono soluzioni progettuali efficaci, che siano alternative al Mose, il Governo non potrà che tenere conto della sua volontò, tenendo conto, che, rispetto alla precedente Amministrazione Costa, l’atteggiamento del Comune sul progetto alle dighe mobili è decisamente cambiato e anche di questo un nuovo Governo di centrosinistra non potrà che prendere atto».

Un ragionamento, quello di De Piccoli, che sembra preludere a quello che Fassino verrà esporre in laguna alla Quercia veneziana, critica verso il Mose.

A questo proposito, dal segretario regionale dei Ds, giunge nei confronti del Magistrato alle Acque e del Consorzio Venezia Nuova, quello che sembra un preciso avvertimento.

«Valutando che a tutt’oggi non è stato ancora approvato il progetto esecutivo delle paratoie mobili - osserva De Piccoli - ritengo assolutamente inaccettabile partire con gli interventi al Bacàn. Abbiamo capito benissimo che il tentativo del Consorzio Venezia nuova è quello di arrivare in queste settimane a un punto di non ritorno con i lavori del Mose che costringa anche il nuovo governo ad andare avanti comunque con i lavori, ma spingersi avanti con essi - come si sta facendo ora - quando non esiste ancora un progetto approvato potrebbe essere un azzardo pagato a caro prezzo». E sulla questione Mose, pertanto, si continua a navigare a vista. (e.t.)

Il sindaco: «Sublagunare, un’opera prioritaria»

Sì alla sublagunare Arsenale-Tessera ma senza fretta e nel pieno rispetto dell’ambiente. No, alla seconda pista aeroportuale e sì all’alleanza con l’aeroporto e il porto di Trieste, con una sola pregiudiziale: la fermata a Tessera dei treni ad Alta velocità. Sì anche alla pedonalizzazione del centro di Mestre e alla priorità del trasporto pubblico, potenziando l’Actv, i parcheggi scambiatori e realizzando in tre anni al massimo la linea del tram tra Favaro e Marghera. Questa la posizione della Margherita veneziana - partito che governa con una maggioranza assoluta in Comune - su «trasporti e mobilità», tracciata ieri al Laguna Palace nel corso di un convegno che ha sancito la «pace» tra l’ex sindaco Paolo Costa e l’attuale, Massimo Cacciari.

Incontro ravvicinato tra Cacciari e Costa, militanti dello stesso partito. Sindaco ed ex sindaco hanno spesso polemizzato tra loro, a volte in modo assai vivace, sulle cose da fare e da non fare per il futuro di Venezia e della terraferma. Ma ieri, in occasione del convegno - organizzato dalla Margherita - su «trasporti e mobilità nella provincia di Venezia» tra i due non c’è stato alcun attrito.

Sublagunare e tram. Su un tema contrastato come la sublagunare - la sublagunare congiungerà l’Arsenale a Tessera attraverso una galleria di 8 chilometri sotto la laguna e si potrà interconnettere con la linea del tram Favaro-Marghera che in futuro dovrebbe arrivare fino all’aeroporto - c’è stato nessun distinguo. Ieri Massimo Cacciari - che ha sempre snobbato la sublagunare tanto voluta, invece, da Costa - ha convenuto sulla necessità di collegare velocemente Tessera, e quindi la terraferma, con il centro della Laguna, ovvero l’Arsenale. «Certo è un’opera prioritaria su cui stiamo ragionando con le categorie - ha detto - ma deve essere fatta rispettando l’ambiente, i vincoli della Salvaguardia e l’iter procedurale previsto. Anche per questo collegamento essenziale ci vogliono gli studi di valutazione di impatto ambientale che per ora non ci sono».

Dal canto suo Paolo Costa - anche in qualità di Presidente della Commissione Trasporti del Parlamento europeo - ha speso buona parte della sua relazione per difendere il grande «valore strategico» dell’accoppiata tram-sublagunare, per coprire quel «buco» nella comunicazione tra le isole del Centro storico e Mestre che rappresenta l’unica vera alternativa economica di sviluppo ad una Venezia eminentemente turistica, isolata dalla terraferma e destinata ad una mortale decadenza.

Aeroporto e 2ª pista. Il sindaco Cacciari, pur senza nominarlo, ha invece polemizzato con il progetto della seconda pista aeroportuale proposta dalla Save di Enrico Marchi. «E’ un progetto fasullo che non si farà mai - ha detto chiaro e tondo il sindaco -. Il progetto di costruire una seconda pista dell’aeroporto a Tessera o in laguna è un pericolo da scongiurare. Del resto si tratta di un’area archeologica che non si può manomettere». «Il Marco Polo va certamente potenziato - ha aggiunto Cacciari - ma facendo sistema con il vicino aeroporto triestino di Ronchi e per far questo bisogna assolutamente realizzare una fermata della linea ferroviaria ad Alta Velocità a Tessera per collegarla in modo diretto e rapido a Trieste e Ronchi.

Porto. Ieri Paolo Costa ha ricordato che un gigantesco porto come quello di Amburgo - che tanto per capirci movimenta 7.000 porta container rispetto le 300 di Venezia - lavora con un fondale dei canali di 13 metri, quasi 3 metri in più di quello di Venezia che il mese scorso ha festeggiato con una costosa kermesse a Fusina il ripristino di una profondità di poco più di 10 metri. «Venezia non è certo Rotterdam - ha detto sua volta Cacciari ricordando un altro grande porto europeo con veri e propri record di traffico merci - se vogliamo sviluppare di più il nostro porto, anche in questo caso la via obbligata è fare sistema col vicino scalo di Trieste». «Anche la Regione si sta convincendo della necessità di fare sistema con il Friuli Venezia-Giulia sia su porto che aeroporto», ha concluso Cacciari augurandosi che con le prossime elezioni amministrative friulane di possa tornare a lavorare con Claudio Boniciolli, ex presidente del Porto veneziano.

L’Alta Velocità. Tutti d’accordo sulla necessità di collegare Mestre e Venezia con le nuove direttrici ferroviarie dell’Alta Velocità del famoso Corridoio 5. Tanto Costa che Cacciari e il Coordinatore del programma per l’unione, l’ex ministro Tiziano Treu, presente al convegno. Ma - oltre all’incubo di un movimento no-Tav veneto, resta il problema dell’uscita da Mestre verso Trieste e del collegamento Portogruaro-Mestre. Un’ipotesi prevede il riutilizzo dell’ex linea cosiddetta dei Bivi, che passa in mezzo alle case di Mestre. Un’altra ipotesi prevede l’attraversamento in galleria sotto all’area di San Giuliano e una stazione a Tessera-Marco Polo. In ogni caso occorre mettere a punto i progetti e scegliere nel rispetto delle norme ambientali e, sopratutto, con il coinvolgimen

“I LAVORI DEL MOSE NON INTACCANO LA LAGUNA”

VENEZIA. Per il Governo italiano i lavori del Mose non mettono a rischio l’habitat naturale della laguna. E’ la risposta alla procedura di infrazione avviata dalla Commissione europea per la possibile violazione delle direttive comunitarie sulla protezione dell’habitat naturale degli uccelli selvatici nella laguna. Se non sarà giudicata sufficiente si aprirà un giudizio alla Corte Europea di Giustizia.

«Il Governo italiano condivide pienamente le preoccupazioni della Commissione europea sulla protezione degli habitat naturali presenti nella Laguna di Venezia». Tuttavia le valutazione del Mose, «hanno dimostrato l’assenza di impatti significativi del progetto, il cui obiettivo è proprio la salvaguardia della città di Venezia e della sua laguna». E’ questa la risposta data dal Rappresentante permanente italiano presso l’Unione Europea, l’ambasciatore Rocco Cangelosi al commissario europeo all’Ambiente, Stavros Dimas, sulla procedura di infrazione avviata il 13 dicembre scorso, con una lettera di messa in mora, e legata all’impatto ambientale del Mose. Cangelosi ha sottolineato a Dimas che «il Governo italiano ha illustrato come nel corso di tutto l’iter di approvazione del progetto Mose, sono state effettuate valutazioni di impatto ambientale e di incidenza del progetto. Queste valutazioni, realizzate con il concorso di autorevoli esperti internazionali, hanno dimostrato l’assenza di impatti significativi del progetto, il cui obiettivo è proprio la salvaguardia della città di Venezia e della sua laguna. Inoltre da parte italiana è stata ripetuta la valutazione di incidenza a seguito dell’avvio del progetto ed è stato deciso l’avvio di un monitoraggio costante dell’impatto del progetto stesso». «Il commissario Dimas - continua la nota - ha preso atto delle informazioni fornite dall’Italia - anche attraverso la presentazione di una ricca ed approfondita documentazione - e ha assicurato che la Commissione valuterà la risposta italiana con molta attenzione, nell’interesse della protezione di Venezia e della sua laguna». Da circa due anni ambientalisti e comitati denunciano la violazione delle procedure comunitarie per i lavori avviati sulle aree Sic («Siti di interesse comunitario») in particolare nell’oasi della Lipu a Ca’ Roman e San Nicolò. E’ il tema di numerosi esposti inviati negli ultimi mesi all’Ue dai Verdi, da Italia Nostra, dalla stessa Lipu. L’accusa era quella di avere avviato i lavori in violazione delle normative Sic, che in quelle aree prevedono procedure particolari a tutela dell’ecosistema. Aprendo un procedimento, la Commissione europea sembrava aver dato ragione ai ricorrenti piuttosto che al Magistrato alle Acque che ha sempre sostenuto la regolarità delle procedure adottate. Ora, dopo la risposta italiana per cui tutto è a posto, dovrà decidere se andare avanti o fermarsi. (e.t.)

«Mose, non torneremo indietro»

di Matteo Marian

PADOVA. Ricostruire un rapporto di lealtà tra fisco e contribuenti, aprire e regolamentare i mercati e investire sul futuro del Paese, con particolare riguardo alle infrastrutture. Nicola Rossi, economista, deputato diessino già consigliere del presidente del Consiglio D’Alema e del ministro del Tesoro Visco, illustra i tre cardini del programma economico dell’Unione. Tre priorità «da affrontare fin dal primo giorno della prossima legislatura» commenta «che, però, non avranno effetti immediati».

Per questa ragione, spiega Rossi, «la riduzione di 5 punti del cuneo fiscale sarà fondamentale per dare ossigeno al Paese. Un intervento ponte per rimettere in moto un sistema finito nel pantano».

Ma in che modo contate di riuscire a rendere fedeli al fisco le imprese?

«Innanzitutto mettendo fine alla stagione dei condoni. Ma la lealtà non è univoca, lo Stato deve fare la sua parte. Penso alla riduzione dei tempi dei rimborsi Iva».

Il ministro Tremonti, a questo proposito, promette restituzioni in 90 giorni.

«La trovo una promessa curiosa, visto che, in cinque anni di governo, i tempi sono lievitati fino all’anno e mezzo».

La gestione del fisco è un tema caldo a Nordest: l’esplosione dell’autonomismo, con molti Comuni pronti a cambiare regione, evidenzia la necessità di una svolta.

«Il decentramento fa bene al Paese, ma deve essere accompagnato da responsabilità. Il problema è che in questi anni sono state decentrate funzioni che, per la loro natura, non andavano decentrate. Come il Mezzogiorno».

I privilegi assicurati alle Regioni autonome vengono considerati anacronistici.

«Portato a regime un sistema fiscale federale non avranno più ragione di esistere».

Passando alle infrastrutture, agli imprenditori, nordestini e non, sono termati i polsi non vedendo la Tav nel vostro programma.

«Il programma parla di un’Italia che deve essere parte integrante delle reti europee. Non c’è alcuna ambiguità».

Come si posso accelerare i tempi di realizzazione delle grandi opere?

«Prevedendo un meccanismo diverso rispetto a quello stabilito dalla legge Obiettivo. È opportuno individuare le opere di interesse nazionale, ma la realizzazione di queste non può essere imposta. Questo è l’elemento che dilata all’infinito i tempi».

La vostra proposta?

«Puntare su un sano principio demoratico».

Mettere ai voti lo sviluppo non rischia di creare un’impasse più profonda?

«La politica serve per rendere credibili i traguardi ambiziosi. Il Paese deve essere stimolato a essere migliore. Non è certo con i condoni o con le gag all’estero che si riesce a fare questo».

L’Unione si impegnerà per rendere credibile anche il Mose?

«Credo sia, in assoluto, l’opera su cui è più difficile essere certi dell’efficacia».

Quindi, in caso di vittoria dell’Unione, si farà marcia indietro?

«Comprendo le perplessità avanzate dal sindaco Cacciari, ma, giunti a questo punto, non possiamo permetterci di tornare indietro».

E sulle liberalizzazioni in che direzione pensate di andare?

«È giusto dire che, nella passata legislatura, in alcuni casi i risultati sono stati parziali. Ma era stato messo in campo un impianto che è stato completamente stravolto, fino a creare dei monopoli locali. Bisogna riprendere la strada dell’apertura che, se governata, può portare a crescite dimensionali economiche ragionevoli».

Per quanto riguarda la dipendenza energetica?

«Il problema richiede la differenziazione delle fonti, senza per questo essere ecologisti fondamentalisti. Sul nucleare, invece, bisogna interrogarsi se può essere una soluzione per il futuro».

Il Nordest chiede una rappresentanza politica in grado di supportare il rilancio economico dell’area.

«Il Nordest deve interrogarsi sulla qualità politica che ha espresso in questi anni».

La risposta e nei fatti?

«Sì, e spero anche nei risultati delle prossime consultazioni politiche».

I relitti di otto navi affondate a Venezia ai tempi della Serenissima mettono in difficoltà i lavori del Mose. Si tratta di «pezzi unici di inestimabile valore», impossibili da trovare in altri luoghi del mondo: un'imbarcazione dell'800, una cannoniera del '600, una nave risalente all'età medievale e altre preziosità storiche rinvenute in corrispondenza dei cantieri delle paratie mobili caldeggiate dal governo Berlusconi e osteggiate, invece, dal movimento veneziano e dallo stesso sindaco Massimo Cacciari. Rifondazione Comunista chiede al governo «l'immediata sospensione cautelativa di tutti i lavori».

La scoperta risale ai mesi scorsi ma è rimasta tutta, o quasi, nelle calli veneziane. Il Consorzio Venezia Nuova -il concessionario unico incaricato dallo Stato perla costruzione del Mose - ammette di essersi imbattuto in tre relitti durante i lavori, mentre il Nucleo archeologico subacqueo della Soprintendenza veneziana assicura che tutti i ritrovamenti (tranne l'ultimo) sono avvenuti prima che i cantieri si mettessero in moto. Le navi affondarono ognuna in epoche diverse negli antichi canali portuali di Venezia, gli stessi che ora interessano la costruzione del Mose: sei in quella di Malamocco, una nel lido, e due nella bocca di Chioggia. Per gli esperti costituiscono una eccezionale testimonianza storica di come si costruivano le navi delle gloriose epoche commerciali veneziane ed europee.

Perché tutte, poi, paiono in buono stato. Tranne una, l'ultima ritrovata, una imbarcazione del XIX secolo lunga 30 metri e alta 17, acquattata sul fondale della bocca di porto di Malamocco, coperta da un molo. Le "bennate" in uso nel cantiere le hanno sventrato la prua. «Un fatto pazzesco», commenta Paolo Cacciari (Prc) dopo il sopralluogo di ieri mattina nell'area del ritrovamento. «A questo punto viene da chiedersi: in che maniera il Consorzio Venezia Nuova ha effettuato i sopralluoghi preliminari? Se non si sono accorti di questi enormi reperti archeologici significa una sola cosa: che le indagini sono durate poco e sono state superficiali».

Il capogruppo Prc al Parlamento europeo Roberto Musacchio sottolinea: «Se non avessimo reso pubblico tutti i ritrovamenti, magari sarebbero rimasti nell'ombra. Perché, sia chiaro, questa è un'opera che non si deve fare»

Il fatto, s'è detto, non è nuovo: già l'estate scorsa i tentacoli del Mose si erano imbattuti in una splendida nave da guerra del '600. La Soprintendenza ai beni archeologici acquei di Venezia presieduta da Luigi Fozzati aveva deciso di recuperare i 400 oggetti di valore al suo interno (cannoni, vasellame, suppellettili), lasciando la struttura lignea in fondo al mare e ordinando al Consorzio Venezia Nuova di modificare leggermente una costruzione per non sfiorare l'imbarcazione. La soluzione non varrà per l'imbarcazione di Malamocco, che si trova in piena area cantiere. Lì, insomma, non ci può stare. La soprintendenza ha già deciso di riportarla a galla per un restauro completo. «E noi faremo in modo che tutte le imbarcazioni vengano recuperate», aggiunge Cacciari.

Musacchio e Pietro Folena - capogruppo Prc-Sinistra europea nella commissione ambiente e lavori pubblici alla Camera -, giunti in laguna per una ispezione via mare, presenteranno una interrogazione urgente rispettivamente a Bruxelles e alla Camera. La richiesta ai ministri Lunardi (Infrastrutture) e Buttiglione (Beni culturali) è drastica: sospensione dei lavori a scopo cautelativo. Richiederanno inoltre la mappatura completa dei siti archeologici interessati dal Mose; quali siano i vincoli imposti dalla Soprintendenza e se i finanziamenti statali alla grande opera comprendano anche il recupero dei beni archeologici. Un dettaglio, questo, non influente, visto che l'ufficio della Soprintendenza di Padova non può nemmeno permettersi di fare una telefonata a cellulari per mancanza assoluta di fondi.

A Bruxelles il Mose è già sotto accusa. Il dicembre scorso l'Unione Europea ha aperto un procedimento di infrazione per inquinamento dell'habitat lagunare. Il procedimento è stato accolto in seguito agli esposti degli ambientalisti veneziani che protestavano per l'inizio dei lavori nell'oasi di Ca' Ra-mon, un sito di interesse comunitario (Sic) sotto l'egida della Iipu. Ora le preoccupazioni si estendono al patrimonio archeologico: «che si sia afavore o meno del Mose, e noi siamo contrari», rimarca Folena, «esiste un'emergenza archeologica che non può essere sottovalutata. Per questo i lavori vanno sospesi e tutti i reperti portati in salvo».

La battaglia dei no Mose continuerà a Bruxelles il 22 marzo prossimo, quando una delegazione dell'Assemblea Permanente No Mose consegnerà al Parlamento europeo le circa 1 lmila firme raccolte nei gazebo della città contro la grande opera.

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Professor Cacciari, come vi ha colto la procedura d’infrazione della commissione europea?

«Non ci ha colto di sospresa, perché il comune di Venezia, insieme a quelli di Chioggia e di Cavallino, avevo sollevato fin dal giugno scorso dei dubbi sui lavori e sul rilevante impatto che avevano su zone protette dalla Comunicata Europea. Avevamo mandato un esposto in questo senso alla regione Veneto e ai ministeri dell’Ambiente e dei Lavori Pubblici. Ci aspettavano che una misura del genere sarebbe arrivata».

Il Comune aveva già preso qualche provvedimento?

«Appena eletto, ho costituito subito una commissione tecnica, che ha condotto una valutazione comparativa tra le opere in corso e altre eventuali progetti alternativi. Abbiamo poi condotto due giorni di confronto pubblico su questo tema e sul tema dell’impatto sulle attività portuali nelle chiusure mobili alle bocche di porto. Oltre all’esposto sull’impatto ambientale che ricordavo prima. Ci stiamo movendo a 360 gradi».

La precedente giunta veneziana aveva però dato il suo assenso condizionato al progetto Mose. Che fine hanno fatto i famosi “undici punti” che il Mose avrebbe dovuto rispettare?

«Gli undici punti sono all’esame dell’ufficio di Piano che è composto da rappresentanti del Magistrato alla Acque, quindi lo Stato, delle università, del comune, della provincia. Non c’è dubbio, però, che al momento in nessuno degli “undici punti” si sia intervenuti con decisione. Il progetto Mose va avanti senza seguirli».

Come mai la procedura d’infrazione dell’Ue non ha fermato i lavori di costruzione?

«L’avvio di questa procedura non comporta la necessità di interrompere- Da un punto di vista legale, il governo non è tenuto a fermarsi. Del resto, nessuna delle opere concernenti veramente la struttura fondamentale del progetto Mose è ancora stata, non dico realizzata, ma neanche messa in cantiere».

Non si è arrivati quindi a un punto di non ritorno? Ad esempio, nei lavori dell’isola artificiale?

«Nulla è ancora definito. Nessuna delle strutture fondamentali del Mose è stata ancora iniziata. Anche nella costruzione dell’isola artificiale si può tornare indietro».

Il governo entro fine mese dovrà rispondere alla procedura d’infrazione. Voi come vi state preparando?

«Stiamo mettendo a punto un ordine del giorno unitario di tutta la maggioranza da presentare in Consiglio comunale. Finito il bilancio, il consiglio sarà chiamato a una seduta straordinaria proprio su questo argomento.Sulla base di una serie di valutazione tecniche, la bozza di ordine giorno si conclude con una richiesta al sindaco di attivarsi perché nella prossima riunione del cosiddetto “Comitatone”, il comitato misto, si discuta approfonditamente il progetto Mose per modificarlo o eventualmente sospenderlo».

Per quando prevede che la giunta comunale discuterà l’ordine del giorno?

«Per l’inizio di marzo. Nello stesso periodo in cui scadranno i due mesi concessi dall’Unione europea».

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