Se il 2006 doveva essere l'anno della svolta per Venezia, la svolta non c'è stata. È stato l'anno del Mose, della polemica con Roma sul cinema, dell'avvio del nuovo Palazzo del Lido, della riapertura di Palazzo Grassi e del dibattito culturale e politico sul futuro di Punta della Dogana, ma non è stato ancora l'anno del ponte di Calatrava (questione di giorni). Come dire: tutti i progetti importanti sono arrivati da fuori. Il Mose l'hanno voluto i governi di centrodestra e centrosinistra, per riaprire Palazzo Grassi c'è voluto Pinault e per Punta della Dogana, se non sarà Pinault, toccherà comunque a una cordata non veneziana, guidata dalla Guggenheim. Aeroporto e Porto hanno visto aumentare i loro traffici, ma i trasporti locali soffrono ancora del sovraccarico dei turisti. Si sono messe le basi per ristrutturare il Tronchetto, per il people mover, per il tram e per un nuovo parcheggio in Marittima, ma la mobilità delle persone e la distribuzione delle merci in centro storico non sono ancora state riorganizzate. Che fine ha fatto il vecchio piano sulla logistica? Quando partiranno i nuovi terminal di Fusina e Tessera che toglieranno il centro storico dalla dipendenza dal Ponte della Libertà, l'unico cordone ombelicale che tiene unite la città di mare e la città di terra? È stata avviata la raccolta differenziata, ma c'è ancora chi differenzia a modo suo, gettando le immondizie in canale dalla finestra di casa o chi intende il porta a porta come portare i rifiuti davanti la porta di casa del vicino. Ciascuno può vedere con i propri occhi e giudicare quello che è stato fatto, quello che non è stato fatto e intuire quello che si farà. Ma Venezia non è solo progetti visibili, non è solo eventi, feste e cultura. Il 2006 non è stato l'anno della svolta perché non basta un'opera o un progetto per cambiare marcia, non si può fissare la svolta su una data del calendario. Il vero male di Venezia in realtà serpeggia sotto e sembra muoversi come i topi nelle calli, strisciando lungo i muri. Per questo male ci vuole una cura lunga che ancora non si vede. Nei giorni che hanno preceduto le festività natalizie, passeggiando per il centro storico, si transitava in calli e campi pressoché deserti. È la conferma che la vita e la vitalità di questa città dipendono dai turisti. Si sapeva, ma scoprirlo "sul campo" fa sempre un certo effetto.
Di nuovo c'è che nel 2006 è parso di respirare una rassegnazione crescente da parte dei veneziani. Le solite battaglie - contro il moto ondoso, contro lo spopolamento, contro la deriva turistica - paiono combattute da un esercito logoro e in disarmo.
Se nessuno - cittadino o istituzione - reagisce quando un hotel trasforma in camere appartamenti destinati all'edilizia residenziale; se nessuno si domanda perché mai i veneziani, con operazioni urbanistiche non accompagnate da trasformazioni sociali, dovrebbero rassegnarsi a trasferirsi ai margini della città (Santa Marta, Celestia, Giudecca) perché i sestieri centrali ormai territorio di seconde case e bed & breakfast; se nessuno si chiede di chi è la responsabilità di decine e decine di milioni di euro di legge speciale (soldi pubblici) elargiti in 30 anni anche per fermare l'esodo demografico ed economico, ma evidentemente spesi male o non spesi, visto che la città si spopola di residenti e imprese; se nessuno si domanda come mai la Curia sente il bisogno di ricorrere al microcredito, come avviene nei Paesi del terzo mondo, per sostenere un numero sempre maggiore di famiglie del ceto medio che non ce la fanno ad arrivare a fine mese; se nessuno si domanda perché, con due Università prestigiose, è difficile che un giovane dopo la laurea si fermi a vivere e lavorare in questa città; se tutto questo è stato assimilato come un male con cui ci si abitua a vivere, tanto vale invocare che qualcuno stacchi la spina.La soluzione ai problemi del turismo non può essere qualche tabellone con il decalogo dei comportamenti lasciato marcire attorno a Piazza San Marco, nè qualche commovente e stoico appello gracchiato sui vaporetti che invita a tenere pulita Venezia. In città si sprecano i dibattiti, ma nel luogo dove il dibattito viene istituzionalizzato - il consiglio comunale - si discute sempre meno. Le decisioni che contano, anche per come è fatta la legge sulle amministrazioni locali, vengono adottate spesso in giunta o con determine dirigenziali che a volte risultano sconosciute anche agli stessi assessori. E certe riunioni di Municipalità assomigliano più a reality show che a palestre di buongoverno. Sperare in una svolta che arrivi dalla società civile sembra un'utopia. La classe degli intellettuali locali invecchia, si assottiglia con il tempo e somiglia a un club di Cassandre. Quella economica è proiettata all'auto-conservazione. Decenni di turismo di bassa qualità hanno prodotto un ceto imprenditoriale su misura - le tanto invocate "categorie" - frammentato, blindato con logiche corporative e qualitativamente livellato verso il basso, salvo rare eccezioni. Il connubio tra cervello e portafoglio, tra capacità intellettuale e capacità imprenditoriale, si è spezzato da anni. Chi dice che a Venezia manca una classe dirigente e imprenditoriale ha però ragione a metà e compie l'errore di guardare solo al di qua del ponte. Perché la vera classe dirigente cittadina ormai è a Mestre, figlia di quei veneziani emigrati in terraferma, dove si sta formando una generazione di imprenditori e professionisti, che però sono pur sempre veneziani. Se è vero che la città è una e indivisibile, uno dei semi della rinascita ce l'ha già al suo interno. Davide Scalzotto
Cara Rossana, è vero: la laguna di Venezia è un «relitto» biologico che si è salvato (dai processi naturali spontanei tendenti all'interramento o alla erosione) solo grazie al lavoro di cura e agli interventi di mantenimento messi in atto nel tempo delle società locali (il manifesto 28/11). E ciò è avvenuto non perché l'antico Magistrato alle acque della Serenissima fosse una istituzione ambientalista ante litteram, ma perché gli interessi delle popolazioni ivi insediate (difesa militare, portualità, pesca, sale) coincidevano - caso più unico che raro nella storia delle città occidentali - con la preservazione e il mantenimento delle funzionalità ecosistemiche, biologiche e fisiche, del particolarissimo territorio circostante. Per qualche secolo abbiamo assistito ad un caso di felice coevoluzione tra cultura e natura. Questo incanto si è rotto una prima volta con l'entrata in laguna delle prime navi a vapore che hanno preteso fondali più profondi e canali rettilinei (dighe foranee), una seconda volta con la nascita del polo industriale al suo interno (imbonimenti, emungimenti, manifatture inquinanti), infine va aggiunto il turismo di massa (rendite fondiarie, espulsione dei ceti popolari, logoramento delle strutture edilizie, ecc.).
Pace. Inutile avere nostalgie per i tempi andati, inesorabilmente, inevitabilmente. Salviamo il salvabile, ci si dice: separiamo «il problema di Venezia» da quello della sua laguna. Rinunciamo a quest'ultima e concentriamoci a «salvare» il solo centro storico monumentale, l'attrazione principale. Del resto non è già così? Quante isole «minori» sono già state inghiottite dalle acque, sprofondate, erose, demolite? Un terzo di «barene» (i biotopi tipici delle lagune) sono sparite. La laguna «di una volta» non tornerà più. Ogni epoca storica modifica e plasma il paesaggio. La laguna del futuro sarà un bacino completamente regolabile artificialmente. Una fintolaguna con similbarene per la gioia dei costruttori di opere idrauliche e la disperazione dei naturalisti. Pazienza; tra la garzetta e Piazzo San Marco chi non sceglierebbe la piazza?
Io credo che questi ragionamenti siano non solo inutilmente dolorosi, ma drammaticamente sbagliati. Penso che Venezia si possa salvare solo se si riduce drasticamente la quantità d'acqua che entra in laguna, se si rallenta il suo flusso, se si inverte il processo di erosione dei fondali (mezzo milione di metri cubi di sedimenti che si disperdono irreversibilmente in mare ogni anno). Gli idraulici si disinteressano di questo tema (pensando di controllare la forza delle acque con altri mezzi), facendo lo stesso errore che fecero i loro maestri a proposito della frana del monte Toc su al Vajont.
Perlomeno penso che prima di amputare organi vitali della laguna (ricordo come antichi idraulici raffiguravano la laguna ad un organismo vivente: le bocche di porto erano la gola, le barene i polmoni e così via, anticipando le teorie moderne di Gaia) e a costruire protesi, sia meglio provare con le medicine naturali e, soprattutto, cercare di cambiare gli stili di vita.
Il Mose è come mettere un polmone d'acciaio ad un malato solo perché non vuole smettere di fumare. Che bisogno c'è di fondali profondi 22, 20, 18 metri se non per far passare petroliere e meganavi da crociera? Abbiamo provato a riportare i fondali a profondità funzionalmente accettabili per la laguna? Chiedere di sperimentare è poco scientifico? Sono più certe le risposte di modelli matematici che approssimano e semplificano la realtà senza mai comprenderne la complessità, oppure la prova in situ?
Postilla
È proprio strano. Ci risulta che moltissimi interventi siano giunti al manifesto , ma che il giornale abbia adottato la linea di affidare a Rossanda la scelta di quelli da pubblicare, facendoli uscire rigorosamente a coppie: uno a favore, uno contro. Sul MoSE il manifesto ha scelto insomma di non scegliere. Con uno strano effetto: pubblica i pezzi contro solo se ce n’è un altro a favore da pubblicare in contemporanea.
Eddyburg , che forse è meglio informato del manifesto , ha deciso invece di scegliere, ed è contro , per le ragioni che molti eddytoriali, e moltissimi documenti raccolti nella cartella dedicata a Venezia, hanno argomentato nel corso degli anni. Finora abbiamo pubblicato gli articoli a favore del Mostro solo quando ci sembrano di qualche interesse. Forse sbagliamo. Pubblicare tutti quelli favorevoli darebbe una testimonianza in più della pochezza degli argomenti dei supporters del MoSE. Magari profittiamo dei giorni di silenzio stampa per pubblicare anche quelli: in particolare i due più recenti, dell’ing. Rinaldo e del prof. Costa, ad adiuvandum la nostra tesi.
È una delle rare volte in cui mi accade di essere in disaccordo con Rossana Rossanda, ma in nulla intacca il senso di forte fratellanza che nutro per lei da molti anni.
A che serve il Mose, in definitiva? a riparare Venezia dall'acqua alta sopra i 110 centimetri, cioè - allo stato attuale - pochissime volte all'anno (non ho sottomano le statistiche). Per tutte le molte altre continueremo a usare gli stivaloni di gomma nelle varie zone della città che vanno sotto, in relazione all'altezza di marea. Domanda essenziale: vale la pena di investire tutti quei miliardi di euro - in pratica concentrarvi tutta la spesa pubblica che riguarda la salvaguardia della città - per una «grande opera» che, a regime e se funzionerà, riparerà la città per pochissime volte all'anno nel mentre non ci sono più i soldi per i decisivi lavori di manutenzione (scavo dei rii, innalzamento delle fondamenta et similia) senza dei quali si tornerebbe ai tempi del massimo degrado? Oggi io rispondo che non ne vale la pena. Teoricamente, non si può escludere che in avvenire il Mose potrà anche servire, ma allo stato dei fatti quanto meno rischia addirittura di peggiorare una situazione già compromessa, con tutte quelle sue opere fisse in ferro e cemento in contrasto con i delicatissimi flussi e riflussi della marea in laguna. Nella scienza e nella tecnica non si procede con il metodo sperimentale?
Comunque, come scrive anche Rossanda, il Mose non risolve in nulla il problema dell'«affondamento» di Venezia e, aggiungo io, neanche lo rallenta. Questo della subsidenza è un processo legato a tanti fattori che ora nessuno controlla: ne pagheranno il conto le generazioni future. Sia detto per inciso che nei decenni trascorsi - non vedo mai citati questi colpevoli dati - la subsidenza di Venezia è stata anche causata dall'acquedotto industriale che, ancora dalla fondazione di Porto Marghera, estraeva l'acqua direttamente dalle falde sottostanti sino per lo meno a metà degli anni sessanta e poi - ancora ai tempi di Mattei - dall'estrazione del metano in Polesine, il tutto con non pochi danni complessivi e conseguenze, come appunto ora stiamo riscontrando (e dire che attualmente l'Eni vorrebbe estrarre petrolio con le piattaforme in alto Adriatico!).
Bisognerebbe anche sfatare un'altra leggenda: la relazione virtuosa tra Porto Marghera e Venezia per salvarla dalla monocultura turistica. Questa relazione non è mai esistita, né esiste, sin dall'insediamento delle prime fabbriche di Porto Marghera negli anni '20-'30: contrariamente alle previsioni, i capitali investiti erano tutti esterni (i grandi 'monopoli'); una percentuale ridottissima (a una sola cifra) di veneziani è andata e va a lavorare a Marghera; il porto industriale era e è in autonomia funzionale. Venezia, da Marghera, ha avuto solo gli inquinamenti dell'aria e dell'acqua. Nel tempo le tesi di Volpi-Grimani si sono dimostrate del tutto infondate, così come nella seconda metà del secolo le varie strategie dei gruppi dominanti veneziani con la seconda zona e l'insediamento dell'avvelenata e avvelenante industria petrolchimica. Non saprei immaginare dove saremmo arrivati se si fosse realizzato il Prg della terza zona (approvato nel 1964) su oltre tremila ettari di laguna e con addirittura un centro siderurgico (quello poi costruito a Taranto): per fortuna che a farlo fallire ci hanno pensato le troppo dimenticate lotte operaie del '68-'69.
Il tornante esplicativo di questa lunga storia lo si è riscontrato il 4 novembre '66 con i 194 centimetri d'acqua che hanno sommerso Venezia e che di colpo hanno messo allo scoperto l'incompatibilità assoluta tra Venezia storica al centro di una laguna - stravolta idrogeologicamente dai vari scavi di canali, isole artificiali, imbonimenti, chiusura delle valli ecc. - e un porto industriale della grandezza e della forza di Marghera costruito sul suo bordo: vista con il senno di poi, una follia totale di cui oggi paghiamo duramente le conseguenze.
Porto Marghera è ormai da parecchi anni sempre più un parco avvelenato di archeologia industriale. Quello che è rimasto di produttivo - salvo la Fincantieri (ex Breda) - sfrutta al massimo impianti obsoleti e rattoppati col ricatto del posto di lavoro: non c'è alcun futuro (come tutti sanno, ma non dicono). Nel contempo - di anno in anno - il turismo a Venezia è arrivato a quasi 19 milioni di presenze e gli «operatori turistici» vogliono anche la sublagunare per farne arrivare ancora di più (altro che tassa di soggiorno!): di Venezia non potrebbero rimanere che pietre consunte e qualche vecchio dimenticato che non ritrova più la sua città.
Il triste - il tragico - è che tutto questo era perfettamente leggibile sin dalla seconda metà degli anni '80, ma i più hanno chiuso gli occhi per non vedere: con il mutamento del paradigma produttivo da fordista a (per semplificare) postfordista il porto industriale (nato per la prima trasformazione di quelle determinate materie prime portate dalle navi direttamente sulle banchine della fabbrica) ha cessato la sua funzione perché sono cambiate le materie prime, sono comunque cambiati i sistemi produttivi, sono mutate le relazioni economiche (globalizzazione). Così Marghera è diventata un ferro vecchio.
Sin da allora sarebbe stato però possibile, prendendo atto della concreta realtà, pensare e approntare un progetto di ridefinizione-trasformazione generale dell'area Marghera-Venezia-Mestre - con tutte le garanzie sociali e di equilibrio ambientale - che stato, enti locali, forze economiche, politiche e sindacali irresponsabilmente non hanno saputo avviare, perdendosi nei mille rivoli del giorno per giorno e nelle chiacchiere dei convegni e delle consulenze. Nonostante l'imperdonabile ritardo, si potrebbe cominciare almeno ora - questo sì che sarebbe un gran bel lavoro qualificato e interdisciplinare - ma non vedo volontà, forze e culture innovative per un'impresa del genere. Perché dovremmo solo consolarci con l'andare senza stivaloni per tre o quattro volte all'anno: come si fa a non capirlo, caro Indovina?
La lunga querelle sui mezzi più idonei a salvare Venezia e il suo ambiente, sulla quale è tornata qui, con molta onestà e disincantata premura per una città che ama, Rossana Rossanda, incomincia con l'alluvione del novembre 1966. Si capì allora, traumaticamente, quanto manomesso fosse stato l'ambiente lagunare nel corso di un secolo. Ci si accorse che Venezia sprofondava, soprattutto perché, per usi industriali, se ne succhiava l'acqua dal sottosuolo. L'emungimento - cioè il prelievo d'acqua - fu quindi fermato e la subsidenza rallentò fin quasi a cessare. Si scoprì che l'entroterra cominciava a essere stravolto dallo sviluppo del nascente «modello Nordest», e scaricava disordinatamente in laguna troppa acqua (inquinata, peraltro). Per rimediare a quel dissesto non si fece nulla, anzi. Ancora oggi, perciò, in Veneto, le alluvioni avvengono in grandissima parte nella regione e non in laguna. Se il Mose fosse la soluzione, ce ne vorrebbe uno per ogni corso d'acqua, dalle Alpi ai litorali.
In terzo luogo, ma in realtà per primo, il '66 rivelò le devastanti manomissioni subite da una laguna ridotta nello spazio (dagli interramenti per usi industriali e urbani) e nella quale entrava una crescente massa d'acqua a velocità sempre maggiore, appiattendone il fondo, azzerandone la morfologia secolare (che, con la sua trama di canali e rii e barene e velme, «addomesticava» l'onda di marea e la diluiva gradualmente). Si corse, parzialmente, ai ripari e vennero, tra l'altro, concepiti e via via realizzati molti interventi (cosiddetti «diffusi») che non sono affatto «minori» come spesso si dice (quando non si dice, vaneggiando, che da trent'anni a Venezia si parla e basta). Alcuni sono davvero ciclopici: ricostruire le barene, scavare e reinventare canali e rii, rifare le rive, le fondamenta, sollevare parti sempre maggiori di città! Sono attività complesse e impegnative, che hanno anche aperto nuove prospettive di lavoro e di ricerca. Salvare (e studiare) Venezia è diventato così anche un volano per nuove dimensioni socioeconomiche e nuove attività tecnologico-scientifiche. E' la questione cruciale che segnala Rossanda quando pone il tema di come stia evolvendo, o degenerando, la città. In realtà, Venezia sfuggirà infine al destino di trasformarsi in un «parco a tema» solo aprendosi a nuove prospettive, e a nuovi cittadini, legati a nuove funzioni (come quelle citate), come ha sempre fatto nella storia. Per questo, accanto alla tutela del suo residuo popolo tradizionale, deve saper essere fino in fondo «città globale» e, per così dire, deve saper inventare nuovi veneziani, «chiamandoli» da tutto il mondo con le opportunità e con l'ambiente che può loro offrire. E' questo che può farne una città del futuro, e non la reliquia, più o meno tutelata, di ciò che fu. La partita è drammaticamente aperta e la politica e le istituzioni dovrebbero giocarla con lucidità e lungimiranza, non solo in laguna.
Da ultimo, dopo il '66, si capì che un altro grave rischio, il più globale fra tutti, incombeva: quello derivante dal mutamento del clima e cioè dall'aumento del livello dei mari (eustatismo). Si cominciò così a pensare di intervenire alle tre bocche di porto (Lido, Malamocco, Chioggia) dalle quali l'Adriatico entra in laguna. Secondo la legge speciale per Venezia - i cui estensori, quasi come gli antichi savi, sapevano che l'ecosistema lagunare è uno di quei luoghi in cui «anche gli angeli dovrebbero esitare prima di poggiare un piede», pur essendo un luogo in cui naturale e artificiale agiscono sempre insieme: si legga, o rilegga, su questo, ad esempio, il più bel libro sulle origini della Serenissima, Venezia. Nascita di una città di Sergio Bettini, appena ristampato da Neri Pozza - secondo la legge, dunque, questi interventi dovrebbero essere «graduali, sperimentali, reversibili». Il Mose non è niente di tutto questo: è un intervento drastico e definitivo, irreversibile. Per questo fu contestato, già alle origini, dal Consiglio superiore dei lavori pubblici negli anni '80, dalla commissione statale Valutazione di impatto ambientale (Via) nel 1998, dai ministeri dell'Ambiente, dei Beni culturali e della Ricerca scientifica a più riprese (e fino ad oggi). Queste valutazioni negative, di tipo tecnico-scientifico, sono state sempre superate solo con decisioni politiche che hanno eluso i nodi critici evidenziati e non hanno mai degnato di vera attenzione le soluzioni alternative proposte. Il Consorzio Venezia Nuova ha una tale capacità di promozione - con soldi pubblici - dell'opera che ha avuto, senza gara, l'esclusiva di realizzare e finanche di controllare (bell'esempio di controllore-controllato), da far apparire quantomeno improbabili le alternative, malgrado siano proposte da tecnici di vaglia e da imprese che altrove le hanno sperimentate efficacemente (mentre il Mose, pensato più di vent'anni fa, non è mai stato sperimentato da nessuna parte: Venezia farà da cavia e da paziente insieme!).
Non ho lo spazio, qui, per parlarne diffusamente. Ma non potrebbe il manifesto dedicare una mezza pagina a qualche scheda sulle alternative? O a mostrare come, se fosse stato operativo, in tutto il 2005 (più o meno come negli anni precedenti) il Mose avrebbe funzionato per 4 ore soltanto, dato che il metro e dieci cm. di marea sul medio mare, misura dalla quale entrerebbe in funzione (al modico costo di oltre 4 miliardi di euro, e di decine di milioni annui di ostica manutenzione di una macchina stabilmente poggiata sul fondo lagunare, pesantemente compromesso, come le sponde, dall'intervento). Viceversa, se la soglia per la messa in funzione fosse stata abbassata, ad esempio a 80 cm di marea, sempre nel 2005 il Mose avrebbe chiuso la laguna per 61 volte, compromettendo il vitale scambio con il mare e stroncando l'economia portuale (decisiva per la città). Essendo un sistema rigido, il Mose è infatti condannato o a servire pochissimo (come sarebbe stato in questi anni) o, se la frequenza delle chiusure aumentasse (se si abbassasse la soglia della messa in funzione o se il mutamento del clima producesse, come è probabile, un aumento del livello dei mari) a essere inservibile o controproducente (perché servirebbe allora un sistema diverso, capace di consentire comunque lo scambio mare-laguna, senza il quale l'effetto palude sarebbe garantito). Il Mose, quindi, è la via sbagliata per difendere Venezia in una fase nella quale certi calcoli sono ancora approssimativi (ad esempio, la reale misura del mutamento climatico: qui si parla di centimetri e decimetri e la variazione è decisiva per capire come agire). Le alternative proposte consentono, invece, alcuni degli stessi vantaggi che garantisce il Mose (come l'interruzione, quando serve, dello scambio mare-laguna) senza avere il suo impatto duro e irreversibile. Ripeto: non potrebbe il manifesto approfondire questo tema? Sarebbe l'unico giornale nazionale a farlo. Su Venezia si straparla spesso, ma di questo aspetto cruciale - le alternative al Mose, per evitare di vagliare seriamente le quali il governo Prodi ha eluso l'impegno sottoscritto da tutti nel programma dell'Unione - si parla pochissimo con serietà. Non è un po' strano?
Un’anticipazione
de l n. 45 di Carta, 9 dicembre 2006
Non meraviglia che Francesco Indovina e Rossana Rossanda, nei loro interventi a favore del MoSE, abbiano ritenuto irrilevante il vulnus ambientale che quel progetto arreca a un ecosistema unico al mondo.
Molti di noi soffrono per l’incapacità del pensiero politico di individuare un soggetto sociale capace di assumere oggi il ruolo salvifico che il proletariato svolse nella dialettica del sistema capitalistico-borghese. E’ comprensibile che ciò induca a conservare la bussola dell’operaismo come unico strumento d’orientamento. Da qui a diffidare delle posizioni che criticano le basi del modello economico di cui il proletariato è parte, e a negare la novità delle questioni poste dall’ambientalismo (in particolare, la critica a uno sviluppo basato sull’indefinita produzione di merci), il passo è breve.
Meraviglia invece che autorevoli esponenti della sinistra trascurino due aspetti altrettanto rilevanti della questione: l’illegittimità di numerosi passaggi della gestazione e realizzazione del progetto; la distorsione del sistema dei poteri operata con l’attribuzione al Consorzio Venezia Nuova (un pool di imprese private di costruzione) di compiti e risorse pubblici. Sul primo punto in eddyburg.it abbondano i materiali di conoscenza; sul secondo un’analisi accurata sarebbe molto utile.
eddyburg
Mario Santi
Ricorderai quel canale che divide S. Marta dalla Marittima, collegando Piazzale Roma al Porto. Si chiama rio della Scomenzera.
E' un paradigma di metodo per affrontare gli interventi su quell'organismo delicato che è la Laguna. I veneziani lo chiamarono così perché cominciarono ("scomenzar") a scavare, avviarono il passaggio delle acque, e conclusero l'opera solo quando furono certi che non c'erano effetti negativi. La Repubblica di Venezia disponeva di grandi idraulici, ma negli interventi in Laguna chiese sempre alla scienza di lavorare con il vincolo della reversibilità delle opere: si prova, si studiano gli effetti sull'equilibrio del sistema, si va avanti e si conclude.
Non può essere obiettivo di una breve lettera rifarsi alla grande produzione scientifica e sistemica - non ti devo certo convincere io che qualsiasi opera va valutata anche per gli effetti collaterali che produce - che hanno indotto la gran parte della città a cercare in ogni modo di difendersi dal Mose.
Utilizzo solo questo apologo per dirti dello stupore e del dolore provocato in me, e in molti amici e compagni, dal leggere sul manifesto parole così semplicistiche a sostegno dei tre argomenti che metti in campo per dichiarare quel "sono per il Mose per diversi motivi" che mi ha agghiacciato.
Le fondazioni. interventi come l'isola artificiale che ci porterà via la spiaggia del Bacan, tutto nel Mose è il contrario dell'ipotesi "sperimentale e reversibile" che ci voleva.
Questo è il metodo che ci ha conservato la Laguna, e per "limitare e rallentare l'impatto delle molto alte maree" erano state messe in campo dal Comune alcune "ipotesi alternative" (tutte dotate del carattere fondamentale delle reversibilità).
Secondo molti pareri queste opere, se unite agli "interventi diffusi" e complementari, che tu stessa ritieni utili e necessari, sono in grado di creare lavoro in misura forse maggiore, e sicuramente più stabile, del Mose. Penso a interventi di sistematica manutenzione urbana e lagunare - quello fondamentale è costituito dal riequilibrio idrodinamico - interramento canale dei petroli ed espansione della marea nelle parti intercluse, come le valli da pesca.
Metodologia dell'amministrazione. E' vero, non tutto è limpido nel processo che porta a formare le decisioni, e spesso non c'è coerenza nel comportamento dei singoli politici. Ma devo dirti che questo episodio mi induce soprattutto una amara riflessione sull'impotenza della politica di rappresentanza. Ma come: il "governo amico" ha un mandato programmatico a rispettare l'orientamento delle comunità locali e passa sopra a questo e all'assenza di una Valutazione d'Impatto Ambientale (poi ci lamentiamo per l'atteggiamento dell'Europa nei confronti della nostra capacità di by passare le regole …), per servire un "blocco dei produttori" (il Consorzio Venezia Nuova, controllore e controllato) che ormai nelle sue ramificazioni ha messo le mani sulla città, nel controllo dei suoi processi di trasformazione e delle sue rendite e, fortunatamente non del tutto, sul suo ceto intellettuale.
Paolo Lanapoppi*
ah, che dispiacere! Se perfino lei, che stimo tanto per dirittura morale e acutezza d'ingegno, ritiene buona cosa la costruzione del Mose a Venezia, vuol dire proprio che i gruppi dei contrari al progetto non sono stati capaci di mostrare le loro ragioni, le quali pure sono così lampanti. Vuol dire che la macchina di relazioni pubbliche del consorzio costruttore è arrivata fino alle vene capillari della società italiana, fino a giornali come il Manifesto e a guardiani attenti come lei.
Me ne dispiace per Venezia, ma anche per i lettori del Manifesto che questa volta non hanno ricevuto una buona informazione ma soltanto l'eco di quelle (interessate, bisogna dirlo) ubiquamente diffuse da raffinati consulenti mediatici.
Io non posso certo opporre la mia semplice esperienza di veneziano alla forza di convinzione che emana dalla sua autorità. Però mi pare giusto rapidamente rispondere ai tre punti che hanno spinto lei a convincersi per il sì.
Primo: Venezia lentamente affonda. Questo però non è più vero. Il fenomeno è stato interrotto anni fa sospendendo i pompaggi d'acqua dal sottosuolo. Le previsioni per i livelli futuri sono molto incerte.
Secondo:il Mose può portare a Venezia del personale altamente specializzato accanto ai troppi camerieri e simili. E' vero che il livello culturale della città continua a decadere. Ma la sua soluzione sarebbe come bombardare San Pietro per poter poi mandare a Roma dei bravi architetti e restauratori.
Terzo: se ne parla da troppo tempo. Ma questa sarebbe una ragione egualmente valida per decidere per un no definitivo.
Sono ragioni così deboli che resto sorpreso. Perché dalla parte opposta ce ne sono altre molto più importanti.
Primo. Non si tratta di "salvare"Venezia ma di impedire la risalita di cinque-dieci centimetri di acqua in molte parti della città due volte l'anno. L'alluvione del 1966 non c'entra per niente.
Secondo. Lo stesso risultato si può ottenere con opere sperimentate e reversibili, come tra l'altro richiederebbe (condizionale degli italiani) la legge.
Terzo. L'opera costa 4,5 miliardi, che diventeranno di più, mentre non troviamo 200 milioni per bonificare la grande area di Marghera da decenni d'inquinamento industriale e liberarla dal pericolo chimico.
Quarto. L'ambiente sarà irrimediabilmente degradato dalla mastodontica opera, con i suoi immensi cassoni di cemento, le decine di migliaia di pali, la perdita dei sedimenti lagunari, l'aumento di velocità delle maree in entrata e in uscita.
Quinto: Le spese di manutenzione saranno centinaia di milioni l'anno, mentre fondazioni e rive della città si sgretolano implacabilmente sotto l'azione delle eliche dei motori e non ci sono fondi né cultura politica per impedirlo. Da questo sì, bisognerebbe salvare la città.
Ma vorrei che lei ci dicesse una cosa: chi è stato questa volta ad informarla sui dettagli? E perché questa volta lei non ha voluto controllare la serietà, forse il disinteresse, di quelle informazioni?
Venezia
Cristiano Gasparetto
Che bello sarebbe se gli ambientalisti e tutti i contrari alla costruzione del MoSE, per salvare la vita ad una garzetta fossero disposti a sacrificare Venezia ed i suoi abitanti, a sollevare l'intera Piazza San Marco; se, con evidente ulteriore stupidità, pensassero che la chiusura delle bocche di porto con dighe mobili, ipso facto, trasformerebbe la laguna in un lago! E altrettanti bello sarebbe se, a dispetto di tutte le analisi scientifiche e tecniche comparative si potesse pensare che il MoSE fosse un sistema ad alta tecnologia, già sperimentato, modificabile e reversibile all'occorrenza, come prescrivono il buon senso e le leggi. O se una commissione di esperti non l'avesse collocato al 13° posto su 14 ipotesi ad esso alternative .
Sarebbe molto facile scegliere in che campo stare, mentre, cara Rossana, non saprei proprio scegliere se sia meglio sperare di affondare lentamente nelle acque della laguna veneziana con il MoSE o, senza, essere travolti da una nuova grande mareggiata: perché questa è la sola alternativa che tu prospetti.
E' evidente che le cose non stanno così.
Il MoSE è un sistema che non combatte le cause delle aumentate alte maree in laguna (per altezza e frequenza) ma ne combatte (e malamente) gli effetti perché su 87 acque alte che hanno invaso piazza San Marco nel 2003 ne farebbe risparmiare 3 o 4; perché è costosissimo (4,2 miliardi do euro per costruirlo e 630 milioni ogni anno, per 100 anni, per la manutenzione); perché non è sufficientemente sicuro in condizioni estreme; perché, se le condizioni meteorologiche sfavorevoli si prolungassero molto, l'acqua continuerebbe a salire in laguna da 3 a23 cm. ogni 11 ore; perché durante la costruzione ma soprattutto dopo, con un livello marino esterno aumentato per l'effetto serra, renderebbe assolutamente non competitivo il porto di Malamocco - con le conseguenti difficoltà all'economia di Porto Marghera e quindi alla sua bonifica e riconversione (con mare esterno cresciuto di 30 cm, in tre anni le chiusure potrebbero essere 548 con la perdita all'ingresso di 5.014 navi: studi CNR depositati in Comune)-.
Il MoSE è assolutamente illegittimo, violando - come riscontrato dal Comune di Venezia - norme di Piani Regolatori Comunali e Territoriali e direttive ambientali europee (è in corso una procedura d'infrazione del Parlamento Europeo); non ha avuta la necessaria Valutazione d'Impatto Ambientale favorevole (ne è stata fatta una, con esito assolutamente negativo, annullata per vizi formali, che non è stata mai rifatta); i lavori vengono eseguiti senza che sia stato approvato un progetto esecutivo complessivo, come previsto per ogni opera pubblica.
Ma se non ci fossero alternative, saremmo forse obbligati alla sua costruzione. Le alternative però ci sono e sono tutte verificabili.
L'aumentata frequenza ed altezza delle acque alte in laguna, nell'ultimo secolo e mezzo, è dipesa essenzialmente da lavori che hanno, a vario titolo, ridotto di un terzo la capacità del bacino lagunare, variandone la morfologia e, per questo, facendo aumentare quantità e forza dell'acqua entrante dal mare. Studi ed analisi di ricercatori ed idraulici, universitari e dei CNR italiano e francese, assunte dallo stesso comune di Venezia, dimostrano che è possibile ridurre di 17-21 cm. tutte le maree. Bisogna ridurre i fondali alle tre bocche di porto, in ragione dell'uso differenziato delle stesse e utilizzare navi-porta da collocare periodicamente nella stagione invernale per rallentare ulteriormente l'accesso e la forza della marea. Bisogna riaprire al flusso di marea le valli da pesca (come prevede da decenni la Legge Speciale). Con tutto ciò si riporta l'intera laguna alla situazione mareale di metà Ottocento: qualche alta marea, molto contenuta d'altezza, ogni uno-due anni. L'innalzamento del fondale alla bocca di Lido precluderà l'ingresso al bacino di san Marco alle meganavi, che sono un pericolo per la città, ma è possibile costruire uno specifico avamporto galleggiante in mare. Salvata così la laguna dalle acque alte la si salverà anche nel suo complesso (come obbliga, inascoltata, la legge) riducendo la perdita di milioni di metri cubi di sedimenti dei fondali (sabbie sottili e fanghi in sospensione) inducendo virtuosamente una naturale ricostruzione morfologica.
Per finire, cara Rossana, il vero punto su cui tutti interrogarsi, è come sia potuto accadere di arrivare ad una situazione simile, con un via libera dato dal Governo, a maggioranza, disattendendo l'accordo con le Istituzioni locali previsto nel Programma dell'Unione ed a opere complementari iniziate.
La verità è che l'opera non poteva essere pensata, studiata, progettata e realizzata dallo stesso soggetto: il Consorzio Venezia Nuova è un pool di poteri così forte da essere entrato trasversalmente in tutte le istanze decisionali, e da aver cooptato, con la forza economica, intelligenze, indipendenze e informazione in tutte le aree politiche. Non è tanto una questione di libera concorrenza, come l'Europa continuamente predica ma mai verifica. E' invece una questione di interesse generale: la laguna rappresenta un bene comune e come tale va studiata e vi si interviene con opere pubbliche, trasparenti, condivise, congrue con norme e leggi vigenti, tecnicamente sperimentate e efficienti.
Come vedi, cara Rossana, in questo mio ragionare non ho mai usato la parola ambiente: non era proprio necessario.
Necessario è invece continuare ad essere -quando serve- dalla parte del torto.
L’articolo di Rossana Rossanda è riportato qui. Vedi anche le note di eddyburg sul settimanale Carta, n. 23 e n. 42. Inoltre, i numerosi materiali contenuti nella cartella di eddyburg dedicata al MoSE. Le lettere di Santi, Lanapoppi e Gasparetto sono tratte dal sito di Carta, e precisamente qui.
Io sto con il Mose, vi spiego perché
Francesco Indovina - il manifesto, 29 novembre 2006
Mi schiero completamente con Rossana Rossanda sulla questione del Mose. Sostengo da tempo che i problemi di Venezia potrebbero essere la sua fortuna, nel senso che la loro soluzione potrebbe creare quella diversa base economica unico strumento per evitare che Venezia diventi (o lo è già?) un «parco turistico». Il Mose è una di queste occasioni, combattuta in nome di una «laguna» che poi le alternative di cui si è parlato vogliono definitivamente e completamente artificializzare . Sarebbe lungo elencare le contraddizioni della battaglia no-Mose, ma alcune bisogna pur ricordarle. Si è sostenuto per anni che non fosse necessario separare, temporaneamente, mare e laguna, infatti sarebbero stati sufficienti le opere di ricostruzioni di velme e barene, l'apertura delle valli da pesca, ecc. per ridurre le maree. Poi, finalmente, la scienza, che le riteneva non adeguate allo scopo, è prevalsa, ma, tuttavia, acora oggi si propongono restringimenti rilevanti ai canali alle bocche con gravissime conseguenze sulla qualità delle acque e sulla vivificazione della laguna. Si è presentato il Mose sia come «opera vecchia e superata» che come «opera insicura» perché non sperimentata in nessuna parte del mondo, quindi si presume troppa innovativa. La comunità nazionale ha privilegiato Venezia, rispetto ad altre situazioni di crisi - c'è bisogno di parlare di Napoli? - ma di questo sacrificio non si vuole ricavare il bene che può venire alla città. La trasformazione non dovrebbe essere al primo posto della «sinistra»? O è meglio che Venezia degradi ulteriormente tra bancarelle, souvenir, B&B, alberghi di lusso e negozi griffati? Il Mose non è la soluzione a tutto questo ma può fornire un contributo. Come si fa a non capirlo?
La Rossanda: sì al Mose, scusate ma difendo Venezia
redazionale - Corriere della Sera, 29 novembre 2006
Alfonso Pecoraro Scanio non è sorpreso, «e perché mai?, con il massimo rispetto per l'autorevolezza di Rossana Rossanda, la sua è la classica espressione della cultura industrialista che appartiene alla tradizione comunista, la fiducia illimitata nel cosiddetto progresso che non a caso ha provocato disastri nell'Est europeo, la denigrazione antropocentrica della natura che ha portato l'uomo ad alterare i cicli naturali e distruggerli».
Detto in una parola: il Mose di Venezia. Che il ministro verde dell'Ambiente, si sa, non ama, ma che la giornalista e scrittrice, sul manifesto di ieri (foto a sinistra), ha difeso a dispetto del suo giornale, «chiedo scusa, ma mi importa più il destino dei veneziani, oggi così precario, che quello d'una garzetta», ovvero i piccoli aironi della Laguna.
Per la Rossanda, Venezia è il posto delle fragole. Nel suo libro La ragazza del secolo scorso ha raccontato l'infanzia con la sorella Mimma, in casa di zia Luisa e zio Pierino al Lido «ispezionato da San Nicoletto a Malamocco, undici chilometri col rombo del mare da una parte e la quiete della laguna dall'altra». La città divenuta «la mia città», più tardi rifugio dai bombardamenti, luogo della giovinezza.
Così la Rossanda difende il progetto Mose, che non risolve ma almeno «rallenta l'impatto» delle alte maree. Un'opera «di alta tecnologia che porta e comporta lavoro qualificato». E di cui si parla «da almeno tre lustri» come in un «gioco dell'oca». Il che, ribatte Pecoraro Scanio, «è piuttosto un argomento contro: se è una cosa così buona e giusta, com'è che da anni trova un dissenso così vasto? E proprio dai veneziani che dovrebbero beneficiarne? Com'è che spacca il Consiglio dei ministri e la comunità scientifica?».
Sul manifesto c'era già la risposta del prc Gennaro Migliore. Nella sinistra radicale si discute. Ma per il ministro dell'Ambiente è questione di cultura, «quello della Rossanda mi sembra un approccio ideologico e dirigista, l'intellettuale di sinistra che dice cosa è bene per i cittadini che non capiscono». Un approccio che è «il contrario dello sviluppo sostenibile». E l'obiezione di Venezia che è in sé artificiale? «Rivela un'idea caricaturale degli ambientalisti. Noi vogliamo più tecnologie e modernità, non meno. Sono stati presentati progetti alternativi più economici e avanzati. È il Mose a essere vecchio di vent'anni: una specie di Meccano, privo di uno studio dell'impatto sul fondo lagunare, che rischia di farci spendere miliardi di euro per avere un rottame subacqueo».
Cara Rossana, il Mose non salverà Venezia
Cara Rossanda, i miei amici veneziani (cui spero darai atto di essersi sempre battuti coerentemente) chiamano la laguna un ambiente naturale artificialmente conservato. Quelle opere idrauliche storiche - deviazione dei fiumi sversanti in laguna, costruzione dei Murazzi a difesa dalle mareggiate, rigorosa conservazione della morfologia tipica - sono servite a conservare un ambiente unico al mondo. Quando atterro al Marco Polo rimango sempre esterrefatto dagli arabeschi che i canali e i canaletti formano tra le «barene», quasi dei disegni frattali, dentro cui emergono per incanto Murano, Torcello, Burano, decine di altre isolette e infine l'inconfondibile forma urbis del «pesce» di Venezia. Continuo sempre a pensare (d'accordo con Cesco Chinello, che ha guardato Venezia dal punto di vista del movimento operaio) che tra gli emblemi di un'industrializzazione forzata e cieca del secolo scorso ci sia (con la «mia» Bagnoli) proprio la collocazione del più grande polo dell'industria pesante e poi chimica dentro la laguna. E' la portualità industriale, ora anche quella passeggeri, ad aver imposto l'escavo dei canali che mettono in collegamento mare e laguna. Profondità e larghezze del tutto insostenibili per i delicati equilibri geomorfologici lagunari.
Ambientalisti e studiosi insistono nel dirci che se c'è una cosa di cui avere paura per la sopravvivenza statica degli insediamenti lagunari è l'erosione: una quantità enorme di materiali solidi (erosi dai fondali) viene ad ogni marea rimossa e trasportata in mare. Tanto che oggi la laguna è diventata una baia, un braccio di mare aperto e sempre più esposto alla violenza dei flussi. Ecco perché ho affermato che il Mose, intervenendo solo sulle bocche di porto così come sono e solo nelle occasioni di «acque alte» eccezionali, non risolverà il problema della «salvezza» di Venezia. Ma, al contrario, apre la strada ad un'inevitabile, progressiva artificializzazione del bacino lagunare. L'idea che gli ingegneri idraulici hanno è quella di separare e chiudere la laguna centrale in un anello di ferro e cemento, che costerà «appena» 4 miliardi di euro. E' un'immagine troppo forte? Perché allora non intervenire con opere sperimentali, rimovibili, meno impattanti e meno costose, prima di affondare ciclopiche fondazioni di cemento armato e incernierare gigantesche paratoie d'acciaio di cui non si conosce nemmeno il progetto definitivo, senza una valutazione tecnica compiuta del loro funzionamento e del loro impatto, così come richiesto dal comune di Venezia? E' possibile che opere del genere siano approvate per via politica dagli esecutivi centrali di governo, blindando persino il voto del Comitato misto intergovernativo di indirizzo e di controllo? Che la più grande opera di difesa del suolo sia assegnata in esclusiva ad un ufficio periferico del ministero delle infrastrutture (magistrato alle acque e non all'autorità di bacino idrografico) evitando ogni dialogo con il ministero dell'ambiente?
Possiamo, infine, ritenere che l'Unione discuta di grandi opere come ha fatto il governo precedente? Quale partecipazione? Quale confronto, aperto e pubblico, tra vari progetti? I manifestanti convenuti a Roma erano uniti da tanti «No» (NoTav, NoPonte, NoMose, ecc.). Ogni «no» ci parla di una diversa attesa democratica e, se posso, di una critica alla «neutralità» della tecnica nei processi di governo. Ultima precisazione: le opere fin qui realizzate, nell'ipotesi del comune, non sarebbero state inutili, quindi sprecate. Il nodo del dissenso - almeno con noi di Rifondazione e con il Comitato No Mose - è soprattutto su ciò che verrà fatto.
Per tutto il resto sono d'accordo: il sindaco non si è battuto per inserire lo stop al Mose, così come si è riusciti a fare per il Ponte sullo Stretto nel programma; la concessione unica a un consorzio di imprese private è stato un errore che anche l'Unione europea ha sanzionato. Ma, soprattutto, la città storica si sta trasformando in un «parco tematico».
Gennaro Migliore
capogruppo Prc Camera dei deputati
Venezia affonda pian piano il Mose almeno rallenta
Caro Gennaro Migliore,
davvero il Mose trasformerebbe la laguna in un lago artificiale? Per via di un sistema di paratie che fuori dai momenti di eccezionale marea, quando si alzano a frangere l'onda in entrata, giacciono sul fondale delle bocche di porto? Io sono per il Mose per molti diversi motivi.
Primo ed essenziale: Venezia lentamente affonda, si chiama subsidenza, probabilmente dovuta per una modifica dell'entroterra e delle sue falde freatiche, forse conseguenza di uno sfruttamento agricolo e di una edificazione selvaggia, dei quali non sento parlare; le maree adriatiche lentamente salgono, per ragioni che non conosco ma nessuno nega; dalla metà del secolo scorso l'altezza della marea che copre gran parte della città può assumere, come nel 1966, la natura d'un disastro. Nessuno degli studi che, restando veneziana nell'animo, ho consultato nega che sia così. Venezia è in preda a un doppio fenomeno che oggi come oggi è nei tempi lunghi irresolubile.
Neanche il Mose lo risolve. Si limita a rallentare l'impatto delle molto alte maree. Neanche le altre misure proposte - necessarie, come la pulitura dei canali e il rialzo, già in parte effettuato, di alcune fondamenta (mi è riuscito sorprendente un progetto di rialzo di tutta piazza San Marco) - sono risolutive. Sono necessari ma, mi sembra, complementari al Mose, non potendosi rialzare la città d'un metro e mezzo.
Secondo. Il Mose è un'opera di alta tecnologia che porta e comporta lavoro qualificato, cosa di cui Venezia crudelmente manca. Quale altro polo industriale è stato proposto e messo in opera? Marghera è un'opera, assai discutibile, degli anni '30, malamente agganciata alla città; il suo Petrolchimico ha avvelenato chi ci abitava e la laguna, le fabbriche degli anni '50 e '60 sono sparite o in crisi, la città è un gigantesco museo saccheggiato dalle multinazionali degli alberghi per un'orda di turisti più o meno screanzati, che da' lavoro a un esercito di camerieri e, chiamiamoli così, operatori turistici, e perfino a migliaia di affittacamere che spellano gli studenti, i quali vi frequentano le università e poi fuggono verso lidi che offrano qualche lavoro. Un'idea di Venezia vivente non l'ho sentita né dal mio amico Massimo Cacciari, né da Gianfranco Bettin che cerca nobilmente di renderne meno inumana la sottostante miseria.
Terzo. C'è una metodologia dell'amministrazione che dovrebbe essere una cosa seria. Mi piacerebbe sapere chi decide e come e per quanto tempo: sono quasi tre lustri che sento parlare del Mose, ne leggo i materiali e le decisioni delle commissioni di esperti, lo stesso studio del progetto è stato imponente e l'avvio dell'opera è iniziato senza che né Paolo Costa né Massimo Cacciari vi si opponessero. Perché Cacciari si oppone ora? Forse l'opera non andava fatta, forse non andava affidata al Consorzio Venezia Nuova, forse sarebbe stato meglio effettuarla come opera pubblica sovvenzionata da stato e regione e leggi speciali (ancorché, salvo la sottoscritta, chi ventila più idee così desuete?), eccetera.Ma non andava deciso prima di cominciare? Il rimpallo fra comune, forze politiche, consorzio e ambientalisti sembra una variante del gioco dell'oca. Capisco che Mario Pirani scriva: non parlatecene più.
Un solo motivo non mi sembra neanche da discutere. Chiedo scusa anche al manifesto, ma mi importa più il destino dei veneziani, oggi così precario, che di quello d'una garzetta che pure è bellissimo scorgere ogni tanto su una barena. Lunga vita alle garzette, ma non parliamo di laghi artificiali che non c'entrano niente. Del resto, non c'è un manufatto urbano più artificiale di Venezia, tanto è effimera una laguna. I dogi deviarono ben tre fiumi per tirare su la mia incantata città. Sarebbe stato meglio se non lo avessero fatto?
Rossana Rossanda
Prodi si allea con Galan e il Mose non si ferma - In Comitatone Cacciari messo all’angolo dal premier. Zittite le rimostranze di Pecoraro
VENEZIA. Il progetto Mose va avanti. Passa la linea di Prodi e del ministro Di Pietro, e il Comitatone approva a maggioranza il «no» ai progetti alternativi proposti dal sindaco Massimo Cacciari. Tre i voti a favore del documento del governo, con un’inedita alleanza tra il premier Prodi, il presidente forzista del Veneto Giancarlo Galan e il sindaco leghista di Jesolo Francesco Calzavara. «No» di Venezia, astenuti Mira e Chioggia. Una riunione durata un’ora, che si è conclusa alla fine con l’approvazione dell’ordine del giorno «di consolazione» presentato dal Comune, che ha chiesto la garanzia dei fondi per la manutenzione della città e nuovi criteri per il monitoraggio dei lavori in laguna e i loro effetti sull’ambiente.
Il governo ha espresso un solo voto, confermando la posizione assunta a maggioranza in Consiglio dei ministri nonostante l’opposizione dei ministri Fabio Mussi (Ricerca scientifica) e Alfonso Pecoraro Scanio (Ambiente). Il ministro dell’Ambiente ha espresso alcune osservazioni di merito, ma Prodi lo ha zittito. «Non sono argomenti da Comitatone, si tratteranno in altra sede». Alla fine della riunione, Pecoraro è stato durissimo. «Il Mose spacca il Comitatone dopo aver spaccato il Consiglio di ministri», dice, «si è approvata un’opera sbagliata. Il mio ministero continuerà a vigilare su tutti gli aspetti normativi e sul rispetto delle norme europee».
Lo scontro. Clima pesantissimo, e un po’ di nervosismo nella nutrita rappresentanza veneziana ma anche tra gli ingegneri del Magistrato alle Acque. «E’ andata come avevamo previsto», commenta non molto soddisfatto il sindaco Cacciari, «bene l’approvazione dell’ordine del giorno su controllo, che speriamo sia un controllo terzo e indipendente». Esulta il presidente Galan: «Voglio scrivere il nome di Prodi insieme al mio sui Murazzi», dice applaudendo l’intervento di Prodi. Il sindaco Cacciari parla dieci minuti. Ribadisce la posizione critica del Comune. «Ripete i dubbi anche scientifici sul progetto. Chiede che venga messo tutto a verbale perché «ognuno si prenda le sue responsabilità».
Parla Prodi. E’ il presidente del Consiglio Prodi a introdurre i lavori. Legge l’introduzione della relazione del ministro Di Pietro. Poche righe, tanto per dire che «non sono emersi nuovi elementi sui progetti alternativi», dunque si va avanti col Mose. Poi annuncia che il governo si esprimerà con un «voto unitario». Non c’è spazio per il dibattito. Il sindaco Cacciari legge la sua relazione, ma poi si passa ai voti sulla proposta del governo, assenti i ministri Rutelli e Bianchi. Votano a favore Prodi, Galan e Calzavara. Contro Cacciari, si astengono i sindaci di Chioggia (Guarnieri) e Mira (Marcato). «Sconfitto? non direi, quello che abbiamo detto resta a verbale», dice Cacciari, «Il Mose ha formidabili criticità, e rischia di essere già vecchio fra vent’anni. Perché senza finanziamenti i lavori dureranno fino al 2026». E ricorda che «certo non è la prima volta negli ultimi tempi che mi trovo in disaccordo con il governo Prodi».
Felice. Galan si dice «felice» per la vittoria del partito del fare. Cita le Corbusier, Wright e Kahn per dimostrare come «Venezia sia spesso ostile al nuovo». E applaude il ministro Antonio Di Pietro, convinto sostenitore delle dighe mobili. «Bisogna andare avanti con quel progetto perché non ci sono alternative», dice l’ex pm a fine seduta, «lo abbiamo approvato a maggioranza perché qualcuno si è astenuto». Una decisione storica, secondo gli esponenti veneti di Forza Italia, «sconcertante» per gli ambientalisti, che annunciano ricorsi.
E ora? Cosa succederà adesso? I lavori del Mose vanno avanti, con i fondi già stanziati dal governo Berlusconi (1500 milioni in tre anni). La Finanziaria 2007 ne ha stanziati altri 100. I lavori proseguono alle tre bocche di porto, e potrebbero entrare tra qualche mese nella fase «irreversibile» dello scavo dei fondali e della cementificazione. Un tema di cui si discuterà ancora al ministero per l’Ambiente e nelle commissioni di Camera e Senato, che avevano approvato una risoluzione mai considerata dal governo.
L’ultimo dossier: «Fate un grave sbaglio»
Altri tre esperti consultati da Ca’ Farsetti avvertono: troppe incognite
VENEZIA. Un nuovo studio sulle criticità del progetto Mose, firmato da tre illustri cattedratrici. Nuovi dati sull’eustatismo, con il livello del mare in aumento che potrebbe rendere vecchio il Mose e aumentare i problemi per l’ambiente e l’attività portuale tra pochi anni. In mattinata, prima di partire per Roma, il sindaco Massimo Cacciari ha consegnato ai giornalisti una copia della sua proposta di ordine del giorno (poi bocciato dal Comitatone) e il nuovo dossier sul Mose. Non soltanto le proposte alternative, ma la richiesta di mettere in pratica le sperimentazioni già decise dal governo Amato nel 2001 e mai avviate. E un duro atto di accusa al ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro. Una lettera inedita firmata da Marco Rugen, ingegnere presidente di sezione del Consiglio superiore dei Lavori pubblici che ricorda come nel 1990 il Consiglio diede parere negativo al progetto del Mose. Dunque Di Pietro ha detto il falso? «Vedete voi», se l’è cavata Cacciari. Che ha definito il materiale «di altissimo livello scientifico, utile, comunque vada, a chiarire le responsabilità e a vigiliare su come saranno fatti i lavori». Insomma, una conclusione «scientifica» di quanto si era deciso nel Comitatone di luglio.
Le sperimentazioni. Il Comune ripropone gli interventi sperimentali, «in parte alternativi a quelli in corso di realizzazione alle bocche di porto». «I nostri progetti rispondono ai principi di sperimentalità, gradualità e reversibilità previsti dalla legge», dice Cacciari. Il progetto proposto dal Comune prevede la riduzione della sezione e il rialzo dei fondali alle bocche di porto e l’utilizzo di barriere stagionali e rimovibili. Senza effetti negativi sulla morfologìa lagunare si potrebbero ridurre così quasi tutte le alte maree, si legge nel rapporto, dando il tempo necessario per verificare i diversi scenari derivanti dai cambiamenti climatici.
Eustatismo. Tutti gli scenari parlano di un aumento del livello dei mari di 50 centimetri nel 2100. Così gli scenari per le attività portuali si modificano radicalmente.
Le procedure. Secondo il Comune non è «tutto posto» come ha riferito Di Pietro al Consiglio dei ministri e i pareri sul Mose non sono stati tutti positivi. Lo dimostra la relazione dell’ingegnere Marco Rugen, che ricorda la bocciatura del 1990. Resta anche il «no» della commissione Via del 1998. «Il Mose non ha Valutazione di impatto ambientale e nemmeno un progetto esecutivo che impedisce di controllare lavori e finanziamenti», scrivono gli esperti.
I soldi. «Il Mose è il progetto più costoso sul tappeto, con l’incognita della manutenzione di strutture tutte subacquee. Quest’anno ha avuto 100 milioni di euro dalla Finanziaria. Con questo ritmo per finirlo ci vorranno almeno 20 anni».
I rischi. «Troppe le criticità del progetto Mose non ancora risolte», scrive Cacciari. E allega gli studi di tre eminenti studiosi, il professor Antonio Campanile, ordinario di strutture offshore all’Università di Napoli, il professor Giovanni Benvenuto, docente di Ingegneria navale all’Università di Genova, e l’ingegner Artuto Colamussi, tra i consulenti del Consorzio Venezia Nuova negli anni Ottanta. «La nostra soddisfazione», ha detto il sindaco è che a livello autorevolissimo sono stati confermati gli studi del gruppo di lavoro del Comune».
Una battuta del premier Romano Prodi è destinata a lasciare qualche coda polemica, nell’accesissimo dibattito di questi giorni sul Mose, dopo il via libera all’intervento (a maggioranza, sponsor il ministro Di Pietro) da parte del Consiglio dei ministri: «Non si fanno le cose imponendo», ha detto Prodi, «ma al contrario serve il metodo del colloquio, del dialogo con la gente che dovrà convivere con questi investimenti. Ciò è l’unico metodo che li rende possibili», «come hanno dimostrato la Tav e il Mose di Venezia, serve il metodo del colloquio» con la società civile.
Il premier parlava da Algeri e, nello specifico, della necessità di procedere con la realizzazione in Italia di nuovi impianti di gassificazione, che si portano appresso molte proteste da parte della popolazione. Ed ha citato il Mose come esempio di «dialogo con al società civile»: eppure proprio il fatto che il governo abbia deciso a prescindere dalla posizione delle amministrazioni locali è la critica che è stata subito mossa da più parti, tanto che il sindaco Cacciari ha annunciato l’intenzione di presentarsi al Comitatone del 22 novembre con un documento che ribadirà punto per punto le richieste avanzate dal Consiglio comunale al governo, per studiare nel dettaglio i progetti alternativi al Mose, liquidati invece da Di Pietro come impraticabili. Il Consiglio «ha forse messo troppo frettolosamente conclusione al confronto», «non tenendo conto dei rilievi e indicazioni del Consiglio comunale» ha commentato Cacciari. Altro che concertazione. Semmai il Comitatone dovesse poi dare il via libera all’intervento, il sindaco chiederà che sia un organismo «terzo», diverso dal Magistrato alle Acque, a vigilare sui cantieri.
Gli ambientalisti, intanto, non sono domi: ieri, Assemblea permanente No-Mose, ragazzi dei centri sociali, fronte rosso-verde, hanno discusso per ore su come continuare la «resistenza». La partita non è del tutto persa: il tutto per tutto - ne sono convinti - si giocherà nella riunione del Comitatone. E chissà che anche la Madonna della Salute non dia una mano: per il 21 novembre, infatti, è organizzata la mobilitazione più massiccia. Niente barricate, per carità: la festa più amata dai veneziani - lo promettono - non verrà turbata. Sarà solo «più informata».
«Diamo appuntamento alle 15 di martedì prossimo, in campo San Barnaba, a tutti quelli che credono che il Mose sia un mostro pericoloso», spiega Luciano Mazzolin, dell’Assemblea permanente No-Mose, «alle oltre 12 mila persone che hanno sottoscritto la petizione che abbiamo inviato alla Comunità europea, che ha aperto una procedura d’infrazione contro l’Italia per come ha gestito la fase di autorizzazione dei cantieri in un’area protetta. In base a quanti saremo, ci sparpaglieremo in tutta la città, occupando i campi centrali, per proseguire fino all’ultimo nella nostra campagna informativa. Invitiamo le persone anche a venire in barca, per un corteo acqueo».
Questa volta non sarà Maometto (in questo caso, gli ambientalisti) ad andare alla montagna (la seduta del Comitatone è stata convocata a Roma). I No-Mose lo assicurano: non protesteranno nella Capitale, il 22 novembre. In compenso parteciperanno - per ampliare quanto più possibile la campagna informativa, oramai alle ultime battute - alle manifestazioni di studenti e Cobas contro la Finanziaria, in programma il 17 novembre sia a Venezia sia a Padova.
Il mondo politico reagisce alla notizia di un eventuale blocco dei soldi, 200 milioni, destinati alle bonifiche di Marghera. In primis insorgono i Verdi, con l'appoggio del gruppo parlamentare guidato da Luana Zanella, del sottosegretario all'Economia Paolo Cento e del ministro dell'Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio: «L'esecutivo non deve ripetere lo scippo del Governo Berlusconi contro Marghera e Venezia». Lo stesso ministro all'Ambiente, infatti, dice che «sarebbe gravissimo se questa finanziaria non sbloccasse i fondi per la bonifica di Porto Marghera. Il ministro Padoa-Schioppa ed il Governo di centrosinistra devono rimediare agli errori fatti in precedenza. Se così non fosse, ci sarebbero gravi conseguenze anche di natura penale per il Governo».
Si unisce alla protesta il sindaco Massimo Cacciari: «Una roba da procedimento penale, un'iniziativa palesemente illegittima. Ho appreso con sconcerto che oltre 185 milioni di euro, versati negli ultimi due anni dalle imprese come contributo per le bonifiche a Porto Marghera, non sono mai stati trasferiti dal Ministero del Tesoro per gli interventi cui è destinata. Ciò vanifica tutti i grandi sforzi compiuti dal Comune di Venezia per coinvolgere i privati in interventi di estrema urgenza e necessità per l'ambiente e per l'economia, blocca ogni ulteriore transazione e gli stessi versamenti già previsti per il 2007, espone l'amministrazione a ricorsi e a rivalse da parte delle imprese e a denunce per i mancati interventi. Ma, soprattutto, il mancato trasferimento di quei fondi comporterà pesanti riduzioni negli interventi per la messa in sicurezza delle aree interessate e per il completamento dei marginamenti e quindi per la lotta all'inquinamento e la salvaguardia della laguna e dell'ambiente. Spero in un immediato atto concreto del Governo».
Il Presidente della Provincia, Davide Zoggia, chiede che «con la Finanziaria si sblocchino i fondi per le bonifiche di Porto Marghera». Zoggia, in collaborazione con i parlamentari veneziani dell'Unione, Laura Fincato, Luana Zanella, Andrea Martella, Paolo Cacciari e Rodolfo Viola, si è attivato presso il Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio, Enrico Letta, perché i fondi ottenuti dallo Stato a titolo di risarcimento di danno ambientale prodotto dalle industrie di Porto Marghera siano inseriti nell'apposito capitolo della legge Finanziaria e messi immediatamente a disposizione. «Letta mi ha assicurato massimo impegno del Governo su questo e alte possibilità di inserire in Finanziaria l'emendamento proposto da Laura Fincato, Luana Zanella, Paolo Cacciari, Andrea Martella e Rodolfo Viola». Il consigliere regionale del Prc Pietrangelo Pettenò ricorda che «dopo la sentenza scandalo del maxiprocesso per il Petrolchimico di Marghera, che mandò assolti tutti i vertici della chimica italiana dall'accusa di strage, ora c'è un nuovo, gravissimo fatto: mancano all'appello i 450 milioni di euro, parte dei 700 milioni di risarcimenti pagati da Enichem e Montedison per aver inquinato con gli scarichi aria, suolo, sottosuolo e acque lagunari, e che lo Stato doveva impegnare nelle bonifiche».
Troppe carenze e illegittimità sull’iter del Mose. «Il progetto attuale è diverso da quello approvato, e aveva bisogno di autorizzazioni mai concesse. Tutto questo non è emerso dalla relazione del ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro». Nuovo colpo di scena nella vicenda Mose. Il ministro per l’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio ha inviato ieri al presidente Prodi e a tutti i ministri e membri del Comitatone una lettera durissima. In allegato una relazione del direttore generale Bruno Agricola che ricorda all’ex pm Di Pietro il «mancato rispetto di alcune norme di legge».
Un colpo di scena che riapre i giochi dopo il «blitz» della settimana scorsa, quando il governo aveva approvato a maggioranza - con il voto contrario di tre ministri fra cui quello dell’Ambiente - il via libera al Mose e il «no» alle alternative proposte dal Comune. «Nella nota predisposta dal direttore generale», scrive il ministro, «si sollevano questioni sostanziali e giuridiche relative alla relazione presentata dal ministro Di Pietro al Consiglio del 10 novembre e approvato a maggioranza dallo stesso Consiglio». «Ritengo opportuno», conclude Pecoraro Scanio, «che in occasione della riunione del Comitatone prevista per il 22 novembre venga valutato quanto segnalato». Una presa di posizione molto netta, e soprattutto un attacco frontale all’ex magistrato di Mani Pulite. Che non avrebbe tenuto conto, nella sua relazione ai ministri, degli obblighi previsti dalla legge. Il primo, scrive Agricola, è quello della Valutazione di Impatto ambientale nazionale. «I siti di prefabbricazione dei cassoni in calcestruzzo», scrive l’alto funzionario, «non erano previsti nel progetto di massima, sono stati inseriti nel 2002 e realizzati senza le approvazioni che la normativa vigente prevede come necessarie». «La modifica dei cantieri», scrive ancora il direttore generale, «realizzati in aree protette, quanto meno non ha seguito tutte le procedure autorizzative previste». Altra carenza è quella del progetto esecutivo e del monitoraggio, che la legge affida al ministero: «La mancata gestione di un’opera come il Mose potrebbe innescare danni amvbientali ben più gravi di quelli attesi per la sua realizzazione».
Insomma, muro contro muro. E stavolta non soltanto politico, ma supportato da precise contestazioni formali. Come reagirà il governo? Potrebbe decidere di tirar dritto, ma la situazione si complica anche per il «no» deciso del Comune, l’appello di una decina di senatori dell’Ulivo che hanno chiesto a Prodi di rispettare le indicazioni della commissione Ambiente.
Ieri si è aggiunta anche un appello al Parlamento firmato dai presidenti nazionali della maggiori associazioni ambientaliste. Fulco Pratesi (Wwf), Carlo Ripa di meana (Italia Nostra), Giuliano Tallone (Lipu) e Fabrizio Vigni (Sinistra ecologista). Chiedono che il governo riveda la sua posizione e tenga conto della posizione degli enti locali (Provincia e Comune) e del dissenso espresso dai ministri sulla grande opera.
Infine, le alternative. Fernando De Simone, architetto e rappresentante in Italia del gruppo Tec-Norconsult, ha invitato i ministri Di Pietro e Pecoraro Scanio a visitare la diga mobile di Rotterdam. «E’ l’unica che funziona, l’hanno preferita al Mose, non ha meccanismi sott’acqua. Perché non vengono a vederla prima di decidere?»
ROMA. La lista è lunga, lunghissima. E molto costosa: 60 miliardi di euro in 5 anni. Ma il ministro alle Infrastrutture Di Pietro non sembra curarsene. Eccolo, dunque, il «master plan» delle grandi opere ritenute prioritarie dal governo Prodi. Riecheggia l’elenco infinito della Legge obiettivo che fu di Berlusconi. Infatti, per la provincia di Venezia non manca nulla: ecco il Passante («in avanzata fase di realizzazione») e le sue opere complementari, la terza corsia sull’A4 tra Quarto d’Altino e Villesse, l’Alta velocità, i collegamenti ferroviari tra Corridoio 5 e aeroporto Marco Polo, la nuova Romea. Poi, per Venezia, la sistemazione del nodo ferroviario tra centro storico e Mestre e la Sublagunare, «opera indispensabile». Infine, per togliere ogni residuo dubbio, pure il Mose.
VENEZIA. Mose, Nogara mare, Grande Raccordo Anulare di Padova, Terza corsia della Venezia Trieste, Pedemontana veneta, e, ovviamente, Passante di Mestre con le sue opere complementari e anche la Sublagunare: sono queste alcune delle principali opere che il nuovo piano delle priorità presentato ieri dal ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro indica per il Veneto. È il frutto della lunga rivisitazione del programma delle opere di Berlusconiana memoria che Di Pietro ha fatto sulla base di alcune priorità: disegnare una rete di collegamenti infrastrutturali strategici.
E ancora completare le opere avviate e che sono già a buon punto di realizzazione, mettere in cantiere quelle che sono condivise da tutti i livelli regionali, subregionali e nazionale. Si tratta di un lavoro di scrematura che ha il pregio di stabilire delle priorità ma che è solo un primo passo: perché non indica quali sono le fonti di finanziamento e cioè dove si troveranno i soldi per metterle in cantiere o mandarle in porto. È però una prima indicazione su che cosa ha intenzione di fare il governo dell’Unione quanto a infrastrutture. Ecco le priorità per il Veneto individuate per il prossimo quinquennio.
Mose. Il documento descrive a lungo i lavori previsti dal programma di difesa dalle acque alte e gli interventi alle bocche di porto per costruire le conche di navigazione. Alla fine indica che l’intervento è inserito in legge Obbiettivo per un costo stimato di 4 miliardi e 271 milioni. Le risorse assegnate sono 1.579 miliardi. Ne mancano 2.691.
Passante di Mestre e opere complementari. L’opera viene messa a pieno titolo nel nuovo piano. Nel documento si dice quel che ormai si sa da tempo e che cioè l’Anas deve risolvere il problema del mutuo da contrarre per finanziarlo. Quanto alle opere complementari, invece, si dovrebbe essere a posto perché il bilancio regionale e quello statale hanno già stanziato 106 milioni di interventi.
Nogara Mare. L’intervento è oggetto di finanza di progetto e la quota di contributi pubblici è già inserita nel bilancio regionale. La Regione chiede però che l’opera venga inserita in legge Obiettivo solo per procedure.
Grande Raccordo anulare di Padova. Il costo dell’intervento è di 600 milioni, le risorse assegnate pari a 560 e gli altri 40 milioni sono stati già stanziati dalla Regione.
Terza corsia Venezia-Trieste. È anche essa inserita in legge Obiettivo con finanziamenti approvati dal Cipe per un costo stimato di 373 milioni risorse assegnate per 78 milioni e un fabbisogno residuo di 295 milioni che tiene conto degli extracosti derivanti delle interferenze con la linea Tav.
Pedemontana veneta. Inserita nella legge Obbiettivo con finanziamenti approvati dal Cipe per un costo stimato di 1.989 milioni con risorse che sono interamente assegnate.
Tangenziali venete. Sono le opere complementari e parallele all’A4 tra Verona, Vicenza e Padova. È in corso di presentazione alla Regione Veneto una proposta di finanza di progetto per un importo complessivo di 1.250 milioni senza richiesta di contributo pubblico. È necessario mettere l’opera in legge Obiettivo solo per le procedure.
Valdastico Nord. Il costo dell’intervento che decongestiona il nodo autostradale di Verona e l’autostrada del Brennero fino a Rovereto è previsto in 1.350 milioni e la Regione chiede che venga messo in legge Obiettivo.
Oltre alle opere autostradali, che contemplano anche la Nuova Romea, sono elencate quelle necessarie a completare l’alta velocità ferroviaria. Una luna lunga serie di finanziamenti che per ora non si sa dove trovare.
Non può essere il Magistrato alle acque a controllare i cantieri del Mose, serve un "soggetto terzo". L'Ufficio di piano? Se rivisto e corretto, perché no? «Vediamo, discutiamo insieme», dice Massimo Cacciari. Che sulla salvaguardia di Venezia è già passato alla «fase 2»: visto che sul Mose ha deciso tutto il governo e che la concertazione non c'è stata, che almeno il Comune sia «adeguatamente informato da un organismo veramente terzo di come procedono i lavori».
Occhio: il sindaco non intende lasciar passare l'affronto subito da Palazzo Chigi. L'ha detto prima ai capigruppo di maggioranza, poi in una improvvisata conferenza stampa: «Ho riferito ai capigruppo il lavoro svolto in questi mesi e quant'è avvenuto al tavolo tecnico che si è riunito soltanto due volte. Il rimpianto è che questo confronto molto tecnico e altamente scientifico non sia avvenuto prima e che in tutti questi anni si sia andati in un'unica direzione per un unico progetto». Finché, venerdì scorso, il voto del consiglio dei ministri «ha messo forse troppo frettolosamente conclusione a questo confronto». Un confronto, ribadisce Cacciari, che non era ancora terminato, visto l'ultimo malloppo di carte («una memoria molto articolata») presentato da Ca' Farsetti sulle criticità del Mose e rimasto evidentemente sul tavolo. «Può darsi che questo confronto si tenga nel Comitatone - dice, non troppo convinto, il sindaco - ma comunque non sarebbe un confronto tecnico scientifico». Sta di fatto che la «conclusione» della vicenda registrata con il voto del consiglio dei ministri «non tiene conto dei rilievi e delle indicazioni del consiglio comunale di Venezia» Cacciari prende l'ordine votato a larghissima maggioranza lo scorso 5 giugno ed elenca: la concertazione non c'è stata, la possibilità di verificare soluzioni più semplici e meno onerose era solo iniziata («E dei costi Mose e della sua manutenzione non si è neanche parlato»), le sperimentazioni non ci sono state... Insomma, di quel che chiedeva Ca' Farsetti il governo Prodi non è che abbia dimostrato grande attenzione: «Dovrò ribadire in Comitatone che all'ordine del giorno del consiglio comunale non si è risposto in maniera adeguata». Ridire come? Verbalmente o con un documento? Cacciari glissa: «Valuteremo». Ma la posizione di Venezia la farà mettere ai voti? «Non lo so».
Quel che sa - e dice - è che «se il Comitatone ribadirà la posizione già assunta dal consiglio dei ministri, allora bisognerà avviare la fase 2». Primo punto della fase 2: l'informazione. «Essere adeguati informati - dice Cacciari - da un organismo veramente terzi di come procedono i lavori sia alle bocche di porto sia per quanto riguarda l'aspetto morfologico e il disinquinamento della laguna». Sottolinea: non è solo il Comune ad aver lamentato la carenza di notizie, «anche alcuni ministeri, l'Ambiente ad esempio, hanno denunciato la mancanza di informazioni». Quale potrebbe essere l'organismo terzo, super partes? Cacciari fa un solo nome, quello dell'Ufficio di piano, facendo capire che comunque la sua composizione andrebbe rivista. Dice: «Non è indifferente come si fanno le opere che si decidono di fare, a maggior ragione se i flussi finanziari non sono sufficienti. Io porrò la questione in Comitatone, si vedrà. In Comitatone non c'è solo il Comune, ci sono anche altri soggetti».
Dopodiché - premesso che dell'indagine della magistratura non intende occuparsi, «tanto - gli fa eco Felice Casson - quell'indagine non porterà a nulla») «sottovoce» il sindaco pone un «problemino»: «Ho incontrato il commissario del Piemonte per la Tav, ha detto che gli sembrava del tutto logico far uscire la Tav dalla legge obiettivo, ripetere la valutazione di impatto ambientale, riavviare la concertazione con gli enti locali. Domando: qual è la differenza tra la Tav e il Mose?».
VENEZIA. Comitatone a Roma, il 22 novembre. Dopo il colpo di spugna sulle alternative al Mose, Palazzo Chigi convoca l’attesa riunione che dovrà decidere sul futuro della salvaguardia. Il governo ha deciso di andare avanti con i lavori alle bocche di porto. Ma i ministri Mussi e Pecoraro Scanio annunciano battaglia. E il sindaco Cacciari presenterà un ordine del giorno da mettere ai voti.
Riunione. Ne ha parlato ieri mattina in una riunione dei capigruppo di maggioranza, in cui si è deciso di ribadire la linea già approvata dal Consiglio comunale del 5 giugno scorso. «Verifica approfondita delle alternative» (che il Consiglio dei ministri ha bocciato con il voto contrario di tre ministri, Pecoraro, Mussi e Ferrero, e l’astensione di altri due, Bianchi e Damiano). Ma anche il monitoraggio ambientale dei lavori in corso, l’avvio di sperimentazioni con sistemi reversibili per fermare l’acqua alta e l’approccio sistemico alla salvaguardia della laguna. Significa che il Comune, pur prendendo atto che il governo ha deciso di accelerare, non rinuncia a esporre le sue ragioni e appoggia la linea del sindaco. Una linea a cui si è associato ieri anche Sebastiano Bonzio di Rifondazione.
Il sindaco. «Ognuno si prenderà le proprie responsabilità - ribadisce Cacciari - sul documento chiederò che si vada ai voti». Posizione illustrata anche a una delegazione dell’Assemblea permanente «No Mose», che è stata ricevuta in municpio. «E’ un’altro schiaffo alla città - dice il portavoce Luciano Mazzolin - si è deciso di mandare avanti un progetto inutile senza ascoltare 12.500 persone che hanno firmato la petizione per bloccare i lavori, il sindaco di questa città e i tanti tecnici che hanno espresso dubbi. Ci riuniremo allo Iuav e decideremo il da farsi. Manifestazioni per il giorno della Saluite o a Roma lo stesso giorno del Comitatone».
La sfida. Una partita che molti considerano ancora aperta. «Dobbiamo tentare in tutti i modi - dice il capogruppo dei Verdi Beppe Caccia - di evitare una decisione scellerata, che imporrebbe sulla testa della città un progetto sbagliato, inutile, dannoso e costosissimo. Insomma, il bidone del secolo». «Il governo detto sì al Mose - spiega il segretario dei Ds Michele Mognato - noi eravamo convinti delle alternative ma ora occorre che il Comune sia protagonista sul fronte del monitoraggio dei cantieri e sul miglioramento ambientale».
I precedenti. Ma la battaglia non si ferma. E c’è chi ricorda che non è la prima volta che il governo tira dritto davanti alle osservazioni negative di organi tecnici sul progetto Mose. Era successo nel 1990 con Prandini dopo la bocciatura del Consiglio superiore dei Lavori pubblici, nel 1999 e 2001 con i governi D’Alema e Amato che avevano rinunciato a sostenere la Valutazione di impatto ambientale negativa del ministero.
Aventi tutta. Intanto i lavori proseguono. E ieri il precomitato di magistratura, esperti e ingegneri del Magistrato alle Acque riuniti a palazzo Dieci Savi, ha dato il via libera ad altri 3 progetti esecutivi che riguardano il Mose. Due per la bocca di Malamocco, con le protezioni ai fondali per preparare la base dei cassoni. Uno per il secondo stralcio del porto rifugio di Treporti, in bocca di Lido. Qui dovranno essere costruiti i grandi cassoni in calcestruzzo che saranno poi sistemati sui fondali della laguna. Un cantierie che in un primo momento non era previsto al Lido. «Ma la commissione di Salvaguardia ha deciso così», dice la presidente Piva. Così al Lido, verso Punta Sabbioni, dovrebbe cominciare l’attività di costruzione dei manufatti largi fino a 150 metri per 30. Saranno posati sul fondo su 12 mila pali in calcestruzzo. Dai fondali della laguna saranno estratti milioni di metri cubi di materiale, sostituiti con 8 milioni di metri cubi di calcestruzzo. L’intervento «pesante» che prelude all’ultima fase di costruzione del Mose: la posa delle paratoie. Intanto alle tre bocche proseguono i lavori preliminari, per le conche e i porti rifugio, e di preparazione al Mose vero e proprio, già finanziati con 1200 milioni di euro dal Cipe.
Blitz a Palazzo Chigi, passa il via libera al Mose
di Alberto Vitucci
VENEZIA. Uno schiaffo in piena regola. E un brusco altolà del «partito democratico» al suo sindaco filosofo. Con un blitz a sorpresa, il Consiglio dei Ministri ha bocciato ieri la proposta del sindaco Cacciari di avviare progetti alternativi al Mose. Proprio quando si era arrivati nel vivo del confronto tecnico sulle carenze del progetto, il governo ha deciso di accelerare. «Non sono emersi elementi nuovi che inducano a modificare il progetto originario», ha riferito il ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro. Una forzatura che ha provocato aspre polemiche e apre una frattura nella maggioranza di governo.
Dissidi. Contro la proposta di Prodi e Di Pietro hanno infatti votato due ministri che fanno parte del Comitatone, il titolare dell’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio e il ministro della Ricerca scientifica Fabio Mussi, che si è dissociato dal rapporto del Corila favorevole al Mose, oltre al ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero di Rifondazione. E si sono astenuti in due, Alessandro Bianchi, il titolare dei Trasporti del Pdci, anch’egli membro di diritto del Comitatone («Non ho visto le carte», ha dichiarato) insieme al ministro del Lavoro Cesare Damiano. Favorevoli gli altri venti ministri, Margherita e Ds al gran completo. Assente il vicepremier Rutelli.
Promesse. Eppure in campagna elettorale i segretari dei partiti dell’Ulivo avevano più volte promesso: «Sul Mose faremo come dice Cacciari. Ogni decisione sarà presa ascoltando le comunità locali». Invece ieri è arrivato il blitz, che ha colto di sorpresa molti ministri, lasciato di stucco mezzo Comitatone, esperti e funzionari che avevano esaminato studi e dossier nelle due riunioni dei giorni scorsi a Palazzo Chigi. Al termine del secondo incontro, mercoledì sera, il segretario generale della presidenza del Consiglio Carlo Malinconico aveva assicurato che i documenti sarebbero stati esaminati con risposte scritte. Invece, 24 ore dopo, il ministro Di Pietro ha portato la delibera in Consiglio.
Il blitz. A suggerire l’accelerazione forse il timore di arrivare spaccati al prossimo Comitatone, che dovrebbe essere convocato entro fine mese. Ma anche, suggeriscono i malevoli, il timore di arrivare al confronto tecnico decisivo che avrebbe potuto aprire nuovi scenari. Dunque, la politica ha detto stop. Era già successo nel 1990, quando il Comitatone presieduto dal ministro dc Gianni Prandini aveva superato il voto negativo del Consiglio Superiore dei Lavori pubblici sul primo progetto Mose. E nel 1999 e 2001, quando i governi D’Alema e Amato avevano deciso di superare la Valutazione di impatto ambientale negativa sul Mose rinunciando anche a fare appello contro la bocciatura del Tar Veneto.
Il futuro. Cosa succederà adesso? I lavori già approvati vanno avanti, e il Consorzio Venezia Nuova può ora proseguire nell’attività, in attesa dei nuovi finanziamenti (mancano 2700 milioni di euro). La decisione definitiva sul Mose sarà presa in Comitatone, anche se la delibera approvata ieri dal governo mette quasi la parola fine alla speranza di valutare ipotesi alternative.
I rischi. Ma quella di ieri è una decisione che rischia di lasciare il segno. Non più tardi di due mesi fa le commissioni Ambiente di Camera e Senato avevano chiesto al governo di fermare i lavori del Mose, ritenuti illegittimi, per consentire l’esame delle alternative. Adesso i parlamentari tornano all’attacco. «Checché ne dica il ministro Di Pietro, i progetti alternativi non sono stati esaminati», ha detto ieri il presidente della commissione Ambiente del Senato Tommaso Sodano, «perché questo governo deve imitare il livello di approssimazione megalomane di Berlusconi?» «Il progetto Mose è sbagliato. Speriamo che al prossimo Comitatone il governo possa rivedere la decisione», dice il ministro Pecoraro, «e mostrare maggiore capacità di ascolto per gli esperti che chiedono di non buttare i soldi dei contribuienti in fondo alla laguna».
SCONFITTO MA BATTAGLIERO: «NON MI DIMETTO»
Cacciari medita la contromossa: «Ci vediamo in Comitatone»
VENEZIA. «Uno schiaffo al sottoscritto? Non è detto che sia così. Adesso porteremo un ordine del giorno in Comitatone. Voteremo su quello». Non è per nulla di buon umore, il sindaco Cacciari. Ha appreso in tarda mattinata del blitz del Consiglio dei ministri. Che ha spazzato in un attimo migliaia di pagine di osservazioni e di studi, critiche e dibattiti, e detto «stop» alle alternative. Una battaglia persa per tutti coloro che credevano nelle alternative al Mose meno costose e meno distruttive per l’Ambiente. E un brutto colpo anche per il sindaco filosofo, che si era speso molto su questo tema. Ma a Roma non ha avuto ascolto.
Ieri si era sparsa anche la voce, subito smentita dall’interessato, che il sindaco deluso stia meditando le dimissioni. Intanto nel pomeriggio, dopo aver parlato al telefono con i ministri Pecoraro e Mussi, si è riunito con il suo staff per dar forma all’ordine del giorno.
E’ una battaglia ormai persa?
«C’è nobiltà anche nella sconfitta».
Insomma la decisione definitiva del governo è ormai presa.
«Non so, non mi pare proprio per quanto ci riguarda».
Ma il Consiglio dei ministri ha votato.
«Tocca al Comitatone decidere. Stiamo preparando un ordine del giorno da portare al Comitatone per farlo votare. Lì ci confronteremo».
Il ministro Di Pietro dice che non sono emersi elementi nuovi per modificare il progetto Mose. Significa che non ha letto i vostri dossier?
«Alla fine dell’ultima riunione, mercoledì sera, il segretario della Presidenza del Consiglio si era impegnato a riferirci i risultati dei confronti tecnici».
Invece il governo ha scelto la strada del Mose e scartato le alternative.
«Su questo chiederemo chiarimenti. Il segretario generale avrà pure riferito a Prodi il risultato degli incontri». (a.v.)
Imbarazzo nell’Unione. Galan ringrazia il premier
di Roberta De Rossi
VENEZIA. Se ogni dibattito sul Mose provoca normalmente un profluvio di commenti, questa volta dai banchi di Quercia e Margherita i più tacciono.
Qualche sassolino se lo toglie il Polo, per quanto il gusto della vittoria renda il governatore Giancarlo Galan moderato nei toni. Niente lazzi per gli sconfitti: «Ringrazio il governo Prodi per quanto deciso oggi dal Consiglio dei ministri e che conferma la costante attenzione per la salvaguardia e la difesa fisica di Venezia sempre avuta dai Parlamenti e dai governi nazionali che si sono succeduti dal 1966 ad oggi alla guida del nostro Paese». Chi invece non rende l’onore delle armi è il consigliere comunale azzurro Michele Zuin: «Visto l’accanimento anti-Mose del sindaco Cacciari, non mi resta che chiederne le dimissioni».
Nella maggioranza, a intervenire polemicamente è il fronte rosso-verde. «Una decisione molto, molto grave, non basata su un esame approfondito della vasta documentazione presentata dal Comune e condivisa dal ministero dell’Ambiente», commenta delusa la deputata verde e assessora alla Cultura, Luana Zanella, «spero che Prodi sia davvero consapevole dell’impatto sui destini della città e che il Comitatone valuterà le possibili iniziative per contrastare questa chiusura. E’ molto grave che i cantieri procedano, vista la loro dubbia legittimità».
Stessa linea molto critica per il parlamentare di Rifondazione, Paolo Cacciari, che si dice «particolarmente amareggiato». «Quella del governo è stata una valutazione grave e sbagliata», osserva, «perché contraddice quanto scritto nel programma dell’Unione sulla concertazione tra enti locali e governo sulle grandi opere. E’ sbagliata perché il Mose - straordinariamente costoso e impattante - è destinato a squilibrare ancora di più il rapporto mare-laguna. La decisione finale è del Comitatone: il Comune prenda posizione netta contro i lavori».
Per mesi, la sezione veneziana dell’Italia dei Valori si è schierata a favore dei progetti alternativi, liquidati invece dal ministro Di Pietro. C’è un certo imbarazzo. Il senatore veneziano Massimo Donadi sottolinea «come la decisione sia stata presa a maggioranza dal Consiglio dei ministri. Siamo sempre stati convinti che anche un intervento alle bocche di porto sia necessario per la protezione di Venezia, ma quello che ci stava a cuore e che non si proseguisse nei lavori senza una valutazione tecnica precisa delle alternative. A questo punto, dobbiamo ritenere ci sia stata».
A parlare, per i Ds, è il segretario provinciale Michele Mognato: «E’ una grande responsabilità quella che si è assunta il governo. I ds veneziani hanno forti riserve sul progetto, perché è indispensabile una visione sistemica della salvaguardia; il ripristino dei meccanismi finanziari della Legge speciale per attività di salvaguardia ambientale, socio-economica e disinquinamento; la continuità 365 giorni all’anno del porto. Si è dato solo risposta al ripristino dei finanziamenti, reinseriti in Finanziaria dopo 5 anni. Le criticità espresse, anche dal Comune, dovevano essere oggetto di approfondimenti ulteriori, per non trascurare i presupposti fondamentali della Legge speciale: gradualità, reversibilità, sperimentazione per tutti gli interventi, Mose compreso». Per il capogruppo in Comune della Margherita, Piero Rosa Salva, «le responsabilità sono di chi le ha. Il Consiglio comunale aveva espresso una posizione intelligente, chiedendo di verificare le alternative. La decisione è stata presa prima di ultimare le verifiche? Ci pare significativa una rapidità così». «Bisogna rammentare che sul Mose», spiega Patrizia Fantilli, dell’Ufficio legale del Wwf Italia, «la Commissione europea ha inviato una lettera di messa in mora il 19 dicembre per violazione della Direttiva habitat. E’ quindi aperta una procedura di infrazione nei confronti dell’Italia: il Mose è un’opera dannosa, non piace né all’Unione europea né ai veneziani». «Non si capisce perché il governo, anche a costo di una spaccatura interna, debba andare avanti come uno schiacciasassi», chiosa Roberto Della Seta, presidente di Legambiente, «Una fretta inspiegabile che ha impedito un confronto serio su tutte le possibili soluzioni». Sulle barricate l’Assemblea NoMose: «Sono i potentati economici a condizionare le scelte della politica», commenta il sindacalista Salvatore Lihard, «che non ha ascoltato né Parlamento, né Comune, né tecnici».
«Fermare i lavori alle bocche di porto e modificare il progetto Mose, avviando opere sperimentali, graduali e reversibili contro l’acqua alta». Un rapporto durissimo quello inviato ai membri del Comitatone dal ministero per l’Ambiente. Annunciato alla riunione tecnica della settimana scorsa e ora protocollato su carta intestata. Che sarà oggi sul tavolo del preComitatone, convocato nel pomeriggio a palazzo Chigi. Il confronto-scontro prosegue, e oggi a Roma ci sarà la task force di esperti guidata dal sindaco Massimo Cacciari, con l’ingegnere idraulico dell’Università di Padova Luigi D’Alpaos. Nel primo vertice il Comune ha contestato le tesi del Magistrato alle Acque e del Consorzio. E ha proposto modifiche progettuali che ridurrebbero da subito le acque alte di 20 centimetri in attesa di certezze maggiori sull’aumento del livello del mare. Adesso a dar man forte alle tesi del Comune arriva il ministero per l’Ambiente. «Il ministero dell’Ambiente ha competenze di legge dirette sulle opere e sui programmi di salvaguardia», si legge nel rapporto della segreteria tecnica del ministro, «e condivide la proposta del Comune di Venezia di sospendere l’attuazione del progetto Mose e avviare le attività sperimentali». Una parte del rapporto è dedicata alle carenze procedurali e alla mancanza di autorizzazioni dei cantieri aperti alle bocche. La mancanza della Valutazione di impatto ambientale e la mancanza di un progetto esecutivo generale. Carenze gravi, secondo il ministero, perché «i lavori fin qui eseguiti sono stati autorizzati in modo improprio e non rispondente alla normativa vigente. Non basta, perché secondo il ministero esistono anche «difformità urbanistiche e impatti sull’ambiente, oltreché violazioni delle normative europee sulle aree Sic già contestati dall’Unione europea, che ha aperto una procedura di infrazione contro il governo italiano. Il rapporto tecnico punta infine il dito sulle «criticità irrisolte» del progetto Mose. E critica pesantemente il Corila, il Consorzio ricerca laguna «cui è stato affidato il monitoraggio dei lavori alle bocche che non prende in considerazione e non analizza gli aspetti ambientali relativi agli impatti diretti e indiretti, del progetto Mose».
Si annuncia dunque uno scontro piuttosto acceso. perché il Magistrato alle Acque e il Consorzio Venezia Nuova, con i nuovi consulenti, sono decisi a sostenere le loro tesi. E il Consorzio risponde al sindaco Cacciari, che aveva avvertito: «I veneziani sappiano che il Mose non eliminerà le acque alte, ma solo quelle eccezionali, una o due volte l’anno». «Il Mose è in grado di fermare tutte le acque alte», replica il pool di imoprese, «i 110 centimetri oggi definiti corrispondono alla quota in cui si è deciso di rialzare la città e possono essere modificati in qualsiasi momento». Una tesi però contestata dagli oppositori del Mose. Perché aumentando il numero delle chiusure aumentano anche i problemi ambientali della laguna e i danni all’economia del porto.
Oggi pomeriggio intanto secondo round tecnico nella sala verde di palazzo Chigi. «Potrebbe anche non bastare l’incontro di oggi, vedremo», dice il sindaco Cacciari, «in ogni caso finalmente ci si confronta nel merito». E il Comune annuncia nuovi studi critici e alternativi.
Il confronto «tecnico» voluto da Cacciari, in attesa del Comitatone decisivo che si dovrà svolgere entro novembre, potrebbe però trasformarsi in polemica politica. Alla riunione di oggi ha annunciato la sua presenza anche il presidente della Regione Giancarlo Galan, da sempre convinto sostenitore del progetto del Consorzio Venezia Nuova.
Quando ero piccolo, come tutti i bambini, amavo riascoltare sempre le stesse favole e tormentavo mia nonna perché si prestasse alla insistente richiesta. Non sempre venivo esaudito perché quando era troppo stufa dell´abituale «c´era una volta...», se ne usciva con una specie di cantilena, assai popolare a Venezia, sua città d´origine, che suonava così: «Questa è la storia del sior Intento/ che dura tanto tempo/ che mai no se destriga/ vusto che te la conta/ o vusto che te la diga?». La filastrocca mi è tornata alla mente, forse per la sua matrice lagunare, di fronte a un´altra storia infinita, l´ennesima rimessa in discussione del Mose, il sistema di dighe mobili, che rappresenterebbe l´unica vera misura di salvaguardia della Serenissima nel caso, niente affatto scongiurato, che si ripetesse una «acqua granda» come quella che quarant´anni orsono – il 4 novembre 1966 – rischiò di distruggere la città (vedi il servizio di Roberto Bianchin su "Repubblica" del 2 u.s.). Si tratta ormai di una vicenda grottesca, almeno per quanto riguarda il defatigante gioco dell´oca che si ripete da decenni, tendente a rinviare ogni volta alla casella di partenza il compimento dell´opera.
Ricapitolo per i lettori: nel 1973 il Parlamento vara la prima legge speciale per la salvaguardia di Venezia da future catastrofi; nel 1984 esce una seconda legge speciale che definisce la concessione al consorzio chiamato ad operare; nel 1989 il progetto preliminare del Mose è approvato; nel 1992 è la volta della terza legge speciale; nel 1994 il progetto riceve l´avallo del Consiglio superiore dei Lavori pubblici; tra il 1995 e il 1998 si esplicitano tutte le procedure di valutazione dell´impatto ambientale. Fra l´altro, di fronte alla complessità del tema, il giudizio venne rimesso ad un comitato internazionale di esperti scelti tra le più prestigiose università del mondo e il verdetto fu ancora una volta favorevole al Mose. Comunque durante il lunghissimo iter si sono succeduti studi, sperimentazioni, confronti tra ipotesi diverse, verifiche, ricorsi e approvazioni istituzionali. Infine nell´aprile del 2003 i lavori partirono con tutti i crismi.
Dopo tre anni e mezzo più di un quarto del progetto è stato completato. Settecento lavoratori, destinati al raddoppio, vi sono impegnati.
L´occupazione indiretta è di quattro volte tanto. I cantieri stanno procedendo alle tre bocche di porto. 40 imbarcazioni di appoggio sono operative. È già stata realizzata un´isola artificiale che servirà da struttura intermedia, ai lati sono in costruzione le strutture profonde destinate ad alloggiare le paratoie. La costa è stata ridisegnata con la costruzione di due porti per il ricovero e il transito delle piccole imbarcazioni nei momenti di chiusura delle dighe. Già ampiamente perfezionata è la grande conca di navigazione che consentirà il passaggio di grandi navi anche quando le paratoie del Mose fossero alzate per l´acqua alta. Ampi tratti dei fondali sono stati rafforzati. Il costo dell´impianto e delle opere connesse è previsto a «prezzo chiuso» in 4 miliardi 271 milioni di euro. Di questi è già stato speso circa 1 miliardo. Fra sei anni, a fine lavori, Venezia non solo sarà al sicuro dai disastri tipo New Orleans ma anche dalle acque alte di livello medio-alto che con sempre maggiore frequenza la invadono. Ma tra il dire e il fare, in questo caso, non c´è di mezzo il mare ma la ragion politica. Le pressioni dell´ambientalismo radicale, la stimabile preoccupazione di non sbagliare e, forse, l´idea che i finanziamenti potrebbero venire meglio impiegati per opere di immediata resa hanno suggerito al sindaco Cacciari di riproporre, malgrado l´avanzamento dei lavori, ben 11 progetti alternativi. Il governo li ha sottoposti a tutte le strutture tecniche ministeriali.
Quasi tutti i pareri espressi finora confermano che nessuna alternativa meglio del Mose assicurerebbe Venezia dalle inondazioni catastrofiche e dalle acque più alte. Però non basta e si profila un prosieguo di istruttoria.
Sarebbe, peraltro, opportuno chiedersi per quale motivo il Paese dovrebbe accollarsi il pesante onere finanziario della salvaguardia, una volta negata la realtà della minaccia che grava su Venezia. Ma quel che soprattutto mi sfugge è perché gli ambientalisti con i quali spesso concordo (ho scritto per primo contro il ponte di Messina) in questo caso manifestino tanta avversione: il Mose è un´opera di prevenzione; si basa sul principio di precauzione; è concepita a scomparsa sott´acqua per non offendere il paesaggio. Risponde cioè a valori ambientalistici fondamentali. E allora perché no?
Postilla
"Tutto è già stato detto, ma siccome nessuno ascolta, bisogna sempre ricominciare" A.Gide. E allora rinviamo chi vuol conoscere a una lettura dei documenti pubblicati nella cartella dedicata al MoSE. Il guaio è che sono più quelli che leggono Pirani di quelli che frequentano i siti dove si dicono le cose, e si producono i documenti, che non piacciono al Consorzio Venezia Nuova.
Le alternative sono fattibili, e costano un terzo delle dighe mobili. Sarà questa la proposta che il sindaco Massimo Cacciari farà al tavolo tecnico della Salvaguardia, convocato per il 2 novembre a palazzo Chigi. Una carta in favore dei progetti alternativi al Mose, che è finito nuovamente sotto la lente dell’Unione europea. Il presidente della commissione Petizioni di Bruxelles Marcin Libicki ha infatti comunicato all’Assemblea permanente No Mose che è stato avviato l’esame della petizione presentata al Parlamento europeo nel marzo scorso con cui si chiedeva «un intervento urgente in difesa della laguna». E ora la commissione ha avviato un’indagine preliminare sul Mose. Che va ad aggiungersi alla procedura di infrazione aperta due anni fa, per cui il sindaco ha chiesto di essere sentito dal Parlamento europeo.
Ieri intanto Cacciari ha riunito il suo gruppo di esperti, che gli hanno presentato il lavoro fatto fino ad ora. La principale novità riguarda lo studio dell’Istituto di idraulica dell’Università di Padova, coordinato dall’ingegnere Luigi D’Alpaos. Che ha dimostra come con alcuni interventi relativamente semplici si possa ridurre l’acqua alta di 20 centimetri in breve tempo. Significa, dicono i tecnici di Ca’ Farsetti, che la gran parte delle acque medio alte (fino a 105-110 centimetri) sarebbero annullate. Ma adesso è quasi ultimato anche il progetto che il Comune presenterà alla Presidenza del Consiglio.
La proposta è quella di modificare il progetto Mose. Riutilizzando gran parte delle opere preliminari fin qui costruite. Ma al posto dei cassoni e della cementificazione dei fondali si dovrebbe utilizzare il sistema alternativo. A Punta Sabbioni è prevista una diga trasversale, che oltre ad avere un effetto di riduzione della corrente e della marea sarebbe utilizzata come banchina per far approdare al largo le grandi navi. Il canale di bocca potrebbe essere così rialzato a quote di un secolo fa, passando da 12 a7 metri e riducendo l’apporto di acqua in laguna. Nella parte restante della bocca - circa 300 metri - si potrebbero istallare le «paratoie a gravità», soluzione progettata dall’ingenere Vincenzo Di Tella, autore di piattaforme off shore in tutto il mondo, oppure soluzioni simili già presentate. In ogni caso «reversibili e rimovibili d’estate, quando le acque alte non ci sono», dicono gli esperti. Le paratoie sarebbero installate non più sulle basi in calcestruzzo con la difficile manutenzione subacquea, ma su navi affondate che sarebbero rimosse in estate. Costo globale degli interventi, poco più di un miliardo di euro, circa un terzo di quanto costerebbe il Mose da qui in avanti, già finanziato per 1500 milioni di euro, a cui ne mancano ancora 3100.
Una tesi che il Comune è ora intenzionato a portare avanti fino al Comitatone. Dopo la visita del sottosegretario Enrico Letta in laguna e l’accordo sul «tavolo tecnico» sembra ormai scongiurata l’ipotesi di una clamorosa rottura in Comitatone, con la possibilità che fossero presentati ordini del giorno contrapposti o un voto contrario del Comune. Il ministero per l’Ambiente ha annunciato più volte di condividere la linea illustrata dal sindaco. Il ministero delle Infrastrutture con i suoi gruppi di lavoro ha invece respinto la proposte alternative. Ma il ministro Di Pietro ha in parte addolcito il suo «no». «Deciderà il Comitatone, se qualcuno che ha titolo vuole modificare il progetto noi lo faremo. Anche se bisogna stare attenti a non buttare un lavoro fatto a metà».
I lavori del Mose sono stati realizzati fino ad oggi per il 22 per cento (opere preliminari) finanziati per il 35 per cento.
Nel 2001, appena insediatosi, il governo Berlusconi cercò in tutti i modi di dare attuazione ad una scelta, quella relativa alla realizzazione del Mo.SE., già condivisa da tutti Una scelta già supportata da tutti i processi autorizzativi; una scelta che, proprio su richiesta del mondo ambientalista fu verificata ed approvata dai massimi esperti internazionali del settore. Il governo Berlusconi cercò, riuscendoci, di mettere fine ad un assurdo itinerario che dal 1963 al 2001 non aveva avviato concretamente nessuna iniziativa per la salvaguardia della laguna veneta e della città di Venezia. Dopo l'alluvione del 1963, cioè dopo 37 anni, i governi che si erano succeduti avevano affrontato questo reale dramma per il patrimonio del pianeta solo cercando di approfondire studi, di ottenere autorizzazioni, ma mai avevano dato avvio ai lavori, mai avevano trovato le risorse necessarie per porre fine al tragico e sistematico evento dell’acqua alta. Un evento che negli anni ‘60 si verificava circa 8-10 volte l'anno con una soglia di 30 centimetri e che oggi si verifica oltre 70 volte con soglie che superano i 100 centimetri. Questa urgenza nell'avvio concreto delle opere relative al Mo.SE era, d'altra parte, supportata dal fatto che il Governo Amato, in data 15.03.2001, concluse e approvò definitivamente tutte le questioni afferenti alla Valutazione di lmpatto Ambientale. Se esaminiamo tutte le date successive e tutti gli impegni assunti da un apposito organismo istituzionale, presso la presidenza del Consiglio, scopriamo quanto sia stata capillare e diffusa la fase legata alla approvazione definitiva del progetto. In proposito è utile ricordare che: - in data 6.12.2001 il Comitato Misto si è espresso, analogamente a quanto deciso dal consiglio dei Ministri del 15.3.2001 prima richiamato, in merito alla compatibilità delle opere sotto il profilo ambientale; - in data 3.04.2003 il Comitato di lndirizzo Coordinamento e Controllo ha deliberato all'unanimità che si procedesse allo sviluppo della progettazione esecutiva ed alla conseguente realizzazione delle opere, e ciò sulla base dei pareri dei Comuni interessati e della Regione Veneto, espressi ai sensi dell'art. 3 comma 4 della L. 139/1992; - in data 26.01.2004 la Commissione per la salvaguardia di Venezia ha approvato il progetto definitivo, anche tenendo conto del positivo parere del ministero per i Beni e le Attività Cultarali del3.12.2003.
Ebbene la progettazione esecutiva e la realizzazione degli interventi è stata attuata secondo il programma approvato all'unanimità dal Comitato Misto in data 6.06.2003, che prevedeva lo sviluppo della progettazione e dei lavori per stralci esecutivi. Il progetto, inserito nel 1° Programma delle lnfrastrutture Strategiche di cui alla L. 443/2001, è stato altresì valutato dal CIPE in data 29.11.2002 e supportato finanziariamente,finora, per circa 1.700 milioni di euro. La conferma della validità della intera operazione e della legittimità di tutti gli atti è fornita da sentenze del TAR del Veneto (Sentenze nn. 2480/2004, 2481/2004, 2482/2004 e2483/2004) e del Consiglio di Stato (Sentenza n. 1102/2005).
Ieri la VIII Commissione della Camera dei Deputati ha approvato un ordine del giorno in cui, tra l'altro, impegna il Governo “a prendere immediatamente tutte le necessarie iniziative volte ad evitare che siano realizzate quelle parti del progetto che prevedono lavori non coerenti con eventuali modifiche o che portino il Mo.SE ad uno stadio di irreversibilità». Cioè la Commissione, Ambiente, Territorio e lavori Pubblici della Camera, pur di bloccare una scelta approvata dal governo Berlusconi, è disposta a ridiscutere e quindi a compromettere in modo irreversibile il futuro della città di Venezia. Questa follia, che caratterizza un numero limitato di parlamentari, diventa un vero ricatto per l'attuale Governo, propinato da minoranze che approfittano della loro indispensabilità per diventare interlocutori forti.
Di fronte a simili azioni non è sufficiente una immediata presa di posizione della Casa delle Libertà, ma è necessario ed urgente un approfondimento concettuale su cosa sia la democrazia in un Paese civile. Occorre cioè che i cittadini siano informati di quanto sia vincolante il ricatto delle frange interne all'attuale maggioranza nella gestione del potere. Sono sicuro che l'Unione Europea chiederà ai governo i motivi di un simile comportamento. Noi non possiamo e non dobbiamo rimanere indifferenti di fronte a questo atto di irresponsabilità, non ce lo perdonerebbero le generazioni future.
Una puntuale replica di Luigi Scano alle piccole verità e grandi bugie di Lunardi
Soldi solo per il Mose. E la città chiude. «La situazione è drammatica», denuncia l’assessore ai Lavori pubblici Mara Rumiz, «la città non ha prospettive se non si interviene subito per la sua salvaguardia socioeconomica». Un messaggio chiaro al governo in vista del Comitatone di fine settembre. «Siamo certi che il governo Prodi», scandisce l’assessore, «troverà il modo di onorare i suoi impegni».
Significa che dalla prossima riunione del Comitatone il Comune si aspetta non soltanto una svolta sulla questione del Mose, con l’esame delle proposte alternative e la verifica dei cantieri. Ma anche nuova linfa finanziaria per gli interventi della manutenzione. Negli ultimi quattro anni il meccanismo della Legge Obiettivo ideato dal ministro Lunardi ha fatto sì che tutte le risorse disponibili per Venezia finissero al Mose e al Consorzio Venezia Nuova attraverso il Cipe. Solo una piccola quota dei fondi (circa il 10 per cento) veniva destinato alle necessità di Comune e Regione. «Nel 2006», spiega l’assessore, «non abbiamo avuto un euro. E se la tendenza continua così sarà un disastro». Significa, in concreto, che il Comune dovrà bloccare gli interventi e i cantieri di Insula per lo scavo dei rii e la manutenzione urbana. Ma anche che dovrà essere ulteriormente ridimensionato il programma per il restauro di case, il recupero abitativo che dovrebbe fermare l’inarrestabile emorragia degli abitanti dalla città storica.
«Questa è la vera emergenza della città», dice la Rumiz, «e per continuare il nostro programma abbiamo bisogno di risorse».
La richiesta del Comune, a parole già accettata dal governo, è stata quella di ripristinare l’antico meccanismo della Legge Speciale. In ogni Legge Finanziaria viene inserito il rifinanziamento della Legge, con fondi attribuiti direttamente agli enti interessati e la possibilità di contrarre mutui quindicennali.
Aveva funzionato piuttosto bene fino al 2002, anno di entrata in vigore della legge Obiettivo.
Da allora il meccanismo è cambiato. I soldi vengono dati direttamente al Cipe per il capitolo delle «grandi opere» e distribuiti poi dal Comitato interministeriale per la programmazione economica. Al Comune negli ultimi anni sono arrivate soltanto le briciole (circa 150 milioni di euro dei 1500 destinati alle imprese del Consorzio per il Mose) e nel 2006 non è stato stanziato nulla. Allarme rilanciato all’ultimo Comitatone dal sindaco Cacciari. Adesso la situazione è drammatica. Perché in assenza di garanzie precise, molti interventi di restauro alle case e ai grandi palazzi storici dovranno essere rinviati o sospesi.
Se ne parlerà al prossimo Comitatone, che sarà convocato a Venezia entro la fine di settembre.
All’ordine del giorno anche la richiesta del Comune di modificare il progetto Mose e valutare le alternative possibili, meno costose e secondo gli esperti di Ca’ Farsetti ugualmente efficaci per proteggere la città dalle acque alte.
I VAPORETTI che la sera portano via i turisti sono stracolmi. Ma poche luci sono accese nelle case. E piano piano si spegneranno tutte. Il conto alla rovescia, nella città che fu dei Dogi, è cominciato, e nel 2030 qualcuno taglierà il nastro della città fantasma. Tra 24 anni, se l’esodo che continua inarrestabile da 40 anni andrà avanti a questi ritmi, Venezia non avrà più neanche un abitante. Solo frotte di turisti. Sono 18 milioni l’anno già oggi, 50mila in media al giorno.
E tra vent’anni rischiano di essere il doppio. Residenti zero, turisti centomila. E allora il destino, sempre temuto, di diventare la Disneyland d’Italia, sarà compiuto. Si apriranno i cancelli la mattina e si chiuderanno la sera, e non sarà più uno scandalo, anzi sarà normale, far pagare il biglietto per entrare. Ma Venezia all’anno zero, senza più la sua gente, la cantilena del suo dialetto, non sarà più una città. Solo la quinta di un antico teatrino di marmi e di merletti abbandonato sull’acqua per il passatempo di legioni di turisti di tutto il mondo.
Il disastro annunciato è raccontato dalla fredda voce delle cifre dei tabulati dell’anagrafe comunale. Dal 1966 a oggi, dall’anno dell’alluvione di cui il 4 novembre ricorre il quarantennale, il centro storico di Venezia ha perso la metà dei suoi abitanti: erano 121mila nel ‘66, sono 62mila oggi, e 3mila di questi sono stranieri. Il calo, negli ultimi quarant’anni, è stato sempre costante - come è stato costante l’innalzamento del livello del mare: salito di 5 centimetri negli ultimi 5 anni - e non si è mai arrestato: 102mila abitanti nel ‘76, 84mila nell’86, 69mila nel ‘96. Se ne sono andati mediamente mille abitanti l’anno, con punte di mille e cinquecento, e un picco di quasi duemila raggiunto adesso: nel solo 2005 hanno lasciato la città lagunare 1.918 abitanti. Un nuovo, inquietante, campanello d’allarme. «Stiamo andando oltre il livello di guardia - dice l’assessore comunale alla casa Mara Rumiz - superato questo, Venezia non sarà più una città normale, ma si trasformerà in una mera meta turistica, e perderà il suo fascino anche per i turisti stessi».
Gli esperti di movimenti demografici prevedono che l’esodo da Venezia continuerà e le cifre aumenteranno: nei prossimi anni lo spopolamento potrebbe stabilizzarsi su una cifra leggermente superiore a quella attuale, intorno a una perdita media di 2.000-2.500 abitanti l’anno. Se sarà così, e non vi sono motivi per pensare che vada diversamente perché non si intravedono ancora segnali precisi di un’inversione di tendenza, nel 2030 lo spopolamento sarà completato, e Venezia rimarrà deserta. O meglio, vuota di abitanti ma piena di turisti. Non confortano neanche le cifre dell’intera popolazione del Comune, anch’essa in calo in tutto il territorio. Non è solo Venezia che perde abitanti, calano anche quelli delle isole dell’estuario (dai 51mila del 1966 ai 31mila di oggi) e quelli di Mestre e della terraferma: da 193mila a 176mila. In quarant’anni l’intero Comune ha perso 100mila abitanti, scendendo da 365mila a 269mila. «Pochi per la città capoluogo del Veneto e che vuol essere un punto di riferimento nazionale e internazionale per la qualità di servizi e l’offerta culturale», dice l’assessore.
Perché se l’esodo della popolazione è il male più grave di Venezia, l’emergenza più acuta, più ancora dell’invasione turistica, dell’acqua alta e del pericolo di nuove alluvioni, la prima causa che lo ha determinato è proprio il problema della casa. Non solo perché dopo l’alluvione vennero abbandonati 16mila pianiterra divenuti inabitabili, ma perché i costi delle abitazioni sono diventati insostenibili per i residenti. Oggi una casa a Venezia, in un mercato dominato da cittadini stranieri con maggiori possibilità economiche, viene venduta dai 6 agli 8mila euro al metro quadro, mentre per un appartamento di 80 metri quadri in affitto nelle zone del centro vengono chiesti in media 2mila euro al mese. Inoltre gli sfratti sono molti, e tante case diventano locande e bed & breakfast. Negli ultimi anni, secondo l’Osservatorio Casa del Comune, ce n’è stata un’autentica invasione: ben 706 appartamenti del centro storico sono stati trasformati in alloggi per turisti. Al Comune, che è proprietario di 4.839 alloggi pubblici, sono giunte quest’anno 2.835 nuove domande di cittadini veneziani che chiedono di diventare inquilini di una casa pubblica.
Ma ad accrescere le difficoltà di chi decide di rimanere a vivere a Venezia, si aggiungono la velocità del degrado delle abitazioni, gli alti costi di manutenzione di case spesso vecchie, malandate, aggredite dall’umidità, e i disagi provocati ai residenti dall’onda del turismo: dalle difficoltà per salire su un vaporetto stracarico a quelle di trovare un ristorante "normale" a prezzi normali. Se l’esodo ha spopolato e invecchiato la città (un quarto della popolazione ha più di 64 anni), l’eccesso di turismo ne ha cambiato i connotati. Basta vedere che chiudono i negozi che segnano la vita di tutti i giorni: panettieri, macellai, fruttivendoli, droghieri, calzolai, fabbri, falegnami, sarti, merciaie. Perfino le vecchie osterie. Al loro posto aprono boutiques grandi firme, multinazionali del fast food, botteghe di paccottiglie, bancarelle di maschere di Taiwan, merletti di Burano della Cina, vetri di Murano della Romania. E la città, sempre più stravolta e invivibile, è dominata da clan rapaci di osti e affittacamere, intromettitori e battitori abusivi, gang di motoscafisti, corporazioni di gondolieri avidi e bancarellari furbi. Grida, divieti, proteste, denunce, non bastano. Ogni sera c’è una luce che si spegne e una finestra che si chiude.
Ora è l´Europa a dire no al Mose "Viola le direttive ambientali"
BRUXELLES - Altri guai, e stavolta dall´Europa, per il «Mose» di Venezia. Non solo non ci sono i soldi per finirlo, secondo quanto ha detto il governo italiano, ma il grande sistema di dighe mobili attualmente in costruzione, pensato per salvare la città dalle acque alte, non convince nemmeno l´Europa che lo «processerà» sui banchi di Bruxelles. La risposta alle contestazioni della Commissione Europea, inviata dall´ex sottosegretario alla Presidenza del consiglio Gianni Letta sul finire del governo Berlusconi, non è bastata a fugare i dubbi e a far archiviare la procedura di infrazione aperta lo scorso dicembre dall´Europa contro l´Italia, accusata di aver violato la direttiva Cee sul deterioramento degli habitat e la conservazione degli uccelli selvatici. E intanto un fascicolo sui lavori del Mose lo ha aperto anche la Procura di Venezia: «Faremo tutti gli accertamenti necessari in modo da stabilire se siano stati commessi eventuali reati penali» dice il Procuratore Vittorio Borraccetti.
«La Commissione non ha ancora preso una decisione sul seguito da dare alla procedura di infrazione», spiega il commissario europeo per l´ambiente Stavros Dimas. Sul suo tavolo, la pratica Mose si è arricchita di due nuovi dossier. Uno gliel´ha inviato il sindaco di Venezia Massimo Cacciari, per denunciare «la manomissione dell´ambiente naturale che sta provocando sostanziali alterazioni morfologiche dell´ambiente lagunare e dei litorali, per molti aspetti irreversibili», e la «non conformità degli interventi del Mose con la strumentazione urbanistica vigente», che hanno prodotto la «perdita di porzioni di habitat di interesse comunitario». Per Cacciari, il caso del Mose è «ancora più grave» che per altre opere, perché «si sta procedendo senza un progetto d´insieme approvato». Colpa, dice, sia dei governi di destra che di sinistra, che «hanno voluto proseguire su una strada sbagliata, dando avvio a una costosissima impresa senza avere la più pallida idea da dove tirar fuori i soldi».
L´altro dossier l´hanno inviato alla Ue le stesse associazioni che avevano chiesto la procedura di infrazione: Wwf, Lipu, Italia Nostra, Verdi, Ecoistituto del Veneto. In un documento di 24 pagine di «controdeduzioni» agli 11 punti delle tesi di Letta, giudicate «infondate, parziali, insufficienti, omissive», in cui il governo Berlusconi dichiarava di aver «pienamente preso in considerazione le esigenze della salvaguardia degli equilibri ambientali», chiedono che il progetto del Mose venga «interamente riformulato», e che la procedura di infrazione «non venga archiviata» perché i rischi di perdita di habitat e di «valori biogeografici faunistici» che deriverebbero dalla costruzione delle opere «sono da considerarsi altamente significativi e in parte irreversibili».
Non solo. Secondo i tecnici del ministero dell´ambiente, «potrebbe essere un elemento ostativo» all´archiviazione della procedura di infrazione, la «mancata formalizzazione dell´individuazione dell´intera laguna di Venezia come zona di protezione speciale Zps» secondo la direttiva Cee. Gli ambientalisti propongono una moratoria delle opere «irreversibili» del Mose, per valutare soluzioni alternative di minore impatto e di costi più contenuti. Secondo Cacciari, «siamo ancora in tempo a utilizzare quanto realizzato fino ad ora con le opere complementari, ripensando radicalmente i passi futuri». «Menagramo, nessuno chiuderà i cantieri» gli ribatte il presidente veneto Giancarlo Galan. Ma gli ambientalisti sperano che, se non sarà la mancanza di fondi, il Mose lo fermerà l´Europa. Per proteggere gli uccelli.
Ca´ Roman, l´isola dei cento uccelli che vuole fermare la Grande Opera
CA´ ROMAN (Venezia) - Canta il gheppio, un falco dalle piume chiare tra il marroncino e l´arancione, appollaiato in cima a un pioppo, e sembra che rida. Non fosse maledettamente seria, infatti, la questione sarebbe comica. Perché un pugno di uccellacci e uccellini è stato capace di fare quello che non è riuscito a decenni di polemiche, proteste, denunce, assalti ai cantieri: mettere i bastoni tra le ruote del Mose. È stata l´isola dei cento uccelli a spingere l´Europa a «processare» l´Italia per non aver adottato, nella costruzione del grande sistema di dighe mobili, «misure idonee» a prevenire l´inquinamento e il deterioramento dell´habitat e le «perturbazioni dannose agli uccelli». «La Repubblica Italiana è venuta meno agli obblighi derivanti dalla direttiva Cee sulla conservazione degli uccelli selvatici» scrive Julio Garcia Burgues della direzione ambiente della Commissione Europea al presidente del Wwf Fulco Pratesi che per primo aveva sollevato la questione nel 2003 con una denuncia.
Nessuno aveva pensato ai tanti, tantissimi uccelli dell´isoletta di Ca´ Roman, che dal 1989 è un´oasi della Lipu e dal 2000 un sito protetto «di importanza comunitaria», dove non si può staccare neanche la foglia di una pianta. Un´isoletta sperduta, disabitata, quasi inaccessibile, a cavallo tra mare e laguna, fra Chioggia e Pellestrina, alla quale è legata da un «murazzo», una scogliera lunga e stretta messa dai Dogi due secoli fa a protezione delle onde. Quarantuno ettari di spiaggia, dune e bosco, con una battigia lunga due chilometri e profonda cento metri, una giungla rigogliosa, quasi tropicale, nell´interno, un forte antico in rovina, il Barbarigo, e una sfilza di vecchi bunker di cemento armato avanzati dall´ultima guerra.
Ma soprattutto uccelli, uccelli dappertutto e di tutti i tipi. L´isola è un concerto di uccelli che cantano, svolazzano, giocano, amoreggiano e fanno il nido. Camminando per gli unici due sentieri che attraversano la boscaglia, così fitta che sembra di montagna, pare di stare dentro a una voliera. «Un autentico paradiso naturale - dice Federico Antinori della Lipu - questa è la zona più intatta di tutta la laguna. Ma la costruzione del Mose, con la realizzazione di una conca di navigazione che si sta mangiando tre ettari di litorale, e di un terrapieno di sette ettari alto due metri e mezzo, comporterà la perdita di almeno la metà delle aree di nidificazione di molti uccelli, l´estinzione di insetti unici al mondo, e la distruzione delle dune». Vicino alla diga dove stanno costruendo la conca, la sagoma di due gru gigantesche e i rumori del cantiere, hanno già allontanato gli uccelli da questa parte dell´isola.
Ne hanno contate ben 108 specie in questa gigantesca voliera all´aria aperta, dall´airone cenerino allo zigolo delle nevi. Alcune sono rarissime e in via di estinzione. Diciannove di queste sono state inserite nella «direttiva uccelli» della Cee: vi sono quelle che nidificano nell´oasi, come il fraticello (da 100 fino a 300 le coppie che si riproducono), il fratino, il martin pescatore e il misterioso, mimetico e crepuscolare «succiacapre», così chiamato dai pastori che lo vedevano volare sopra le greggi e credevano che andasse a bere il latte delle capre. E vi sono anche numerose specie migratrici, come la strolaga, il marangone del ciuffo, il falco pecchiaiolo, il nibbio bruno, il beccapesci, la balia dal collare.
«Qui stanno tranquilli perché non viene mai nessuno - dice Antinori - anche adesso che è estate, non essendoci alcuna struttura, i turisti sono inesistenti, e i bagnanti rarissimi». Qualche gruppo di case in verità c´è, ben nascosto dalla vegetazione. Una colonia di suore canossiane, abbandonata da dieci anni, e un villaggetto di una parrocchia padovana che nella stagione dei bagni ospita una piccola comunità di disabili. Tutto qua. Non un bar, né un negozio, né uno stabilimento balneare. Arrivarci, del resto, se non si ha una barca, è quasi impossibile. Il vaporetto che da Pellestrina va a Chioggia ferma solo «su richiesta» e solo un paio di corse al giorno. Tornare indietro è ancora peggio. Un cartello, sull´unico vecchio e spoglio pontile dell´isola, informa che bisogna telefonare alla direzione dei vaporetti se si vuole che il battello che arriva da Chioggia si fermi a raccoglierti. E´ proprio questa solitudine che ha fatto dell´isola, selvaggia e bellissima, il paradiso degli uccelli. Ma il loro canto adesso è cancellato dai motori delle ruspe del cantiere del Mose. Il gheppio sbatte le ali grandi e vola via gridando.
LIDO. Colpo di acceleratore sui lavori del Mose dopo l’esito del Comitatone. Il Magistrato alle acque ha firmato due ordinanze di limitazione del traffico acqueo nei pressi della bocca di porto di Lido per consentire la piena realizzazione dell’isola artificiale prevista al centro di essa.
L’isola sta sorgendo accanto al sistema di dighe mobili, e avrà tre livelli diversi, ospitando in quello più basso le strutture e i macchinari che dovranno sorgere in mezzo alla laguna come mezzi di supporto alle paratoie, comprese le torrette di regia da dove dovrebbero in futuro essere azionate e controllate le dighe. L’isola e di otto ettari sorgerà davanti al bacàn di Sant’Erasmo e sarà alta tre metri con una parte di sette per incernierare le paratoie.
Gli edifici per il controllo delle paratoie saranno appunto interrati. I lavori che sono già in corso riguardano la realizzazione del nucleo centrale dell’isola - con la creazione di un terrapieno delimitato da scogliere e delle sponde verso Treporti e San Nicolò che ospiteranno una delle “spalle” delle relative schiere. A ridosso dell’isola, dal lato laguna, viene anche realizzato il canale navigabile che consentirà il collegamento fra Treporti e san Nicolò, quando le paratoie saranno in funzione. La principale delle ordinanze firmate in questi giorni dal presidente del Magistrato alle Acque Maria Giovanna Piva prevede che da giovedì scorso e per un periodo di trenta mesi si svolgano i lavori per la formazione della spalla Ovest e degli argini di coronamento per la realizzazione delle opere di sostegno a parete vericale lungo il canale di Treporti dell’«isola Novissima», come è stata definita. Per questo - precisa l’ordinanza - sino al 31 gennaio 2009 è interdetta la navigazione, l’accosto, e la sosta nella zona dei bassi fondali dove inizia la divergenza dei canali San Nicolò e treporti, a circa 2100 dall’ingresso della Bocca di San Nicolò verso la laguna. In quest’area sono infatti previste le operazioni di versamento dei materiali lapidei necessari alla realizzazione dell’isola e di dragaggio. Il periodo di trenta mesi di interdizione al traffico acqueo - piuttosto abbondante se limitato alla creazione della sola spalla Ovest della nuova isola - sembra in realtà “tarato” sui tempi complessivi di realizzazione del sito, fortemente contestato dagli ambientalisti.
Secondo il Magistrato alle Acque si tratta comunque di lavori già autorizzati e che non rappresenterebbero, dunque, una”fuga in avanti“ rispetto agli interventi alle bocche di porto, come temuto dal Comune. Sono già partite le prime opere per la predisposizione degli alloggiamenti delle paratoie mobili e per la protezione del fondale.
Il Magistrato alle Acque ha firmato anche una seconda ordinanza che limita il traffico acqueo per tre mesi nella zona di basso fondale di fronte al litorale di Punta Sabbioni, nella zona del porto rifugio - nel Comune di Cavallino-Treporti - dove saranno compiuti lavori di bonifica di possibili ordigni bellici presenti nell’area.
L’area è a ridosso della sponda nord-est della nuova isola artificiale, e anche queste opere di bonifica sono dunque preparatorie alla sua piena realizzazione. Sulla base dell’isola artificiale erano sbarcati solo pochi giorni fa i rappresentanti dell’l’Assemblea permanente No Mose per denunciare «lo scempio e i danni irreversibili che si stanno facendo in laguna».
Gli ultimi tre giorni di una vicenda impressionante: il 19 luglio le attese, il 20 luglio le speranze, il 21 luglio il calcio nei denti. In fondo, una domanda da eddyburg al ministro Di Pietro
19 luglio 2006
Comitatone sul Mose, è già braccio di ferro
di Alberto Vitucci
Il primo rapporto dei Noe sui cantieri del Mose già sul tavolo del ministro per l’Ambiente. Un appello al governo delle associazioni ambientaliste perché i lavori alle bocche di porto siano fermati. E il tentativo del Comune di convincere il Comitatone a «verificare e sperimentare soluzioni alternative, altrettanto efficaci e molto più economiche». Si scalda il panorama politico alla vigilia del Comitatone, convocato per domani alle 17 a palazzo Chigi alla presenza del presidente del Consiglio Romano Prodi.
A quanto si è appreso a Roma, sarà una riunione piuttosto breve, senza documenti all’ordine del giorno. Ma avrà una valenza politica molto importante. Il nuovo governo dovrà infatti valutare la richiesta che viene dalle comunità locali e la proposta del sindaco Massimo Cacciari. Cambiare rotta e distribuire i finanziamenti per la manutenzione della città, dice il sindaco. E fermare i lavori ritenuti «non compatibili» con scenari alternativi, come i nuovi scavi dei fondali e i lavori di spalla, le palancole, i terrapieni e gli sbancamenti in corso al Lido e a Malamocco.
Una proposta che comincia a essere esaminata in queste ore dal governo e dai vari ministri. Pecoraro Scanio, responsabile dell’Ambiente, si è già detto disponibile a «valutare le richieste di Cacciari, che saranno senz’altro fondate». Così il ministro Mussi, diessino responsabile della Ricerca scientifica e il viceministro Cesare De Piccoli, delegato dal ministro Bianchi come rappresentante del ministero dei Trasporti. Disponibilità al dialogo anche da Francesco Rutelli. «Sul Mose si fa come dice Cacciari», aveva promesso in campagna elettorale. Più cauto il ministro Antonio Di Pietro, che si è affidato al parere dei suoi funzionari. Il suo consigliere Aurelio Misiti (presidente del Consiglio superiore quando fu approvato il progetto di massima del Mose) e Maria Giovanna Piva, presidente del Magistrato alle Acque. La proposta avanzata dal ministero delle Infrastrutture potrebbe essere quella di far esaminare le proposte del Comune al Consiglio superiore dei Lavori pubblici. Ma Ca’ Farsetti preme perché il «tavolo» sia composto da un rappresentante di tutti gli enti presenti in Comitatone. Contrario a qualsiasi ipotesi di modifica è il presidente della Regione Giancarlo Galan, che difende a spada tratta la linea del governo Berlusconi. «Cos’è cambiato rispetto a quando il progetto Mose è stato approvato? E’ stato eletto un nuovo sindaco? Se ci sono idee nuove dicano chi paga. Non valuterà qualche consiglio di saggi, ma chi ha il dovere di farlo, cioè il Consiglio superiore dei Lavori pubblici. Perché lo Stato dovrebbe fermare una infrastruttura che sta crescendo?».
Ma i dubbi sul Mose aumentano. E proprio ieri Wwf, Italia Nostra, Lipu, Sinistra ecologista e Vas hanno inviato un appello a Romano Prodi perché «ascolti le ragioni delle comunità locali, cambiando rotta rispetto al governo Berlusconi». Gli scavi in corso, scrivono gli ambientalisti, «hanno già modificato le correnti e gli equilibri idraulici, con la conseguenza che in laguna, come già successo per il canale dei Petroli, entrerà ancora più acqua, aumenteranno lo squilibrio della laguna e le acque alte».
Gli scavi, insieme alla movimentazione di migliaia di tonnellate di fanghi, sono anche l’oggetto dei rilievi compiuti su ordine del ministro dell’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio dai carabinieri del Nucleo di tutela ambiente comandati dal colonnello Michele Sarno. Foto, rilievi e documenti che nei prossimi giorni saranno esaminati dal ministero per verificare se tutto si sia svolto a norma di legge.
20 luglio 2006
Il confronto a palazzo Chigi «Scavi fermi fino a ottobre»
di Alberto Vitucci
Per Mose e salvaguardia è il giorno della verità. Il primo Comitatone del nuovo governo Prodi si riunisce oggi alle 17 a palazzo Chigi. Si dovrà decidere delle richieste avanzate dal Comune di Venezia, la verifica sui cantieri aperti della grande opera e l’esame delle alternative. E il governo si troverà di fronte alla proposta del sindaco Massimo Cacciari di sospendere alcuni cantieri giudicati «incompatibili» con eventuali alternative e modifiche del progetto.
L’ipotesi è quella di «congelare» alcuni lavori di scavo e sbancamento, approfittando anche delle ferie estive, per riconvocare un Comitatone «operativo» a fine settembre. Per quella data la commissione mista fra gli enti dovrà sottoporre ai ministri la verfica dell’impatto e le soluzioni alternative. E sull’esito della riunione di oggi si gioca anche la credibilità del sindaco Cacciari e dello stesso governo. In campagna elettorale i leader del centrosinistra, da Rutelli a Fassino, avevano infatti promesso: «Le grandi opere e il Mose si faranno concertandole con gli enti locali interessati».
Intanto si contano le forze in campo, mentre ognuno muove le sue corazzate. Al tavolo del Comitatone siedono oggi oltre a Prodi, cinque ministri (Rutelli, Di Pietro, Pecoraro Scanio, Mussi e il viceministro De Piccoli in rappresentanza del ministro Alessandro Bianchi), il presidente del Veneto Giancarlo Galan, i sindaci di Venezia e Chioggia (Massimo Cacciari e Fortunato Guarnieri), oltre a due rappresentanti dei comuni di gronda (i sindaci di Mira Roberto Marcato e di Cavallino Erminio Vanin).
Si dovrà anche discutere dei finanziamenti. Un altro argomento che va nella direzione delle richieste avanzate da Cacciari. Negli ultimi tre anni infatti i fondi della Legge Speciale sono stati dirottati tutti sul progetto Mose, lasciando a secco la città. Ora si punta a recuperare per la manutenzione e le sperimentazioni buona parte dei 380 milioni di euro promessi al Consorzio Venezia Nuova dal Cipe e dal governo Berlusconi.
Intanto alla commissione ambiente di Palazzo Madama i senatori Ferrante, Ronchi e Casson hanno presentato una proposta di risoluzione per chiedere al governo di «rivalutare il progetto Mose coinvolgendo la comunità locale e valutando il pesante impatto che i lavori stanno provcando». Interrogazioni anche alla Camera, mentre è stata aperta, su sollcitazione del ministero per l’Ambiente, anche un’indagine sugli scavi e la movimentazione dei fanghi nei cantieri. E Legambiente denuncia: «Il Consorzio vuole arrivare al punto di non ritorno e accelera i lavori. E solo grazie alle associazioni ambientaliste si scopre che in laguna ci sono cantieri senza autorizzazione. O sono iniziati prima di averle».
21 luglio 2006
Di Pietro gela Cacciari: «Il Mose non si ferma»
di Alberto Vitucci
ROMA. La verifica sui cantieri del Mose e sulle alternative si farà entro il 30 settembre. Ma i lavori «continuano secondo la programmazione decisa». Tocca al sottosegretario Enrico Letta spiegare la conclusione di un Comitatone da cui il il sindaco Cacciari si aspettava certo molto di più. Il nuovo governo ha accolto solo in minima parte le sue proposte. Chiusura netta dal ministro Antonio Di Pietro, che ha escluso la possibilità di sospendere i lavori. Alla fine la mediazione di Letta, e una evidente delusione del sindaco. Felice il presidente della Regione Galan: «Questo governo ha senso dello Stato».
Doveva essere una riunione lampo, giusto il tempo per dare il via alla commissione e per decidere una sospensione dei lavori giudicati «incompatibili», come lo scavo dei canali in corso al Lido. Ma le diversità di opinione tra i ministri hanno prolungato il dibattito. Quasi due ore, con un rapido saluto del premier Romano Prodi, e di Francesco Rutelli, vicepresidente e ministro dei Beni culturali, che hanno lasciato in anticipo la riunione. A un certo punto fuori dalla sala Verde di palazzo Chigi si sono sentite le urla tra Cacciari e Di Pietro. La proposta del sindaco si è incagliata sull’intransigenza del nuovo ministro, che ha adottato la stessa linea del suo predecessore Lunardi.
«I lavori non si sospendono», ha tagliato corto Di Pietro, gelando gli entusiasmi degli altri ministri e del sindaco, «lo si fa solo in presenza di provvedimenti. Perché ci sono le penali, la Corte dei conti, il danno erariale». Stessa tesi sostenuta da Galan e dai legali del Consorzio Venezia Nuova, presenti alla riunione. I lavori vanno avanti. Anche se il 30 settembre, al più ai primi di ottobre, il Comitatone tornerà a riunirsi per decidere sulle alternative.
La commissione. A fare le verifiche, ha precisato Letta, sarà la Presidenza del Consiglio, che porterà avanti una «seria istruttoria sui progetti e sulle alternative che il sindaco ha proposto, coinvolgendo tutte le altre amministrazioni e gli organismi tecnici». Soltanto due mesi di tempo perché, ha sottolineato Letta, «si devono evitare incertezze sull’opera, sul suo completamento, sui costi ed eventuali penali». La Regione canta vittoria. «I progetti li valuta il Consiglio superiore dei Lavori pubblici» scandisce Galan «e non chi non è titolato a farlo. Comunque li dovranno mandare anche a noi».
L’allargamento. In apertura, Enrico Letta annuncia che il Comitatone ha deciso di ammettere al suo interno due nuovi membri, il presidente della Provincia e il sindaco di Cavallino Treporti. Al più presto si provvederà a modificare in questo senso la legge istitutiva, la 798, che non dava loro diritto di partcepiazione e di voto.
Finanziamenti. Dopo tre anni di Legge Obiettivo si cambia in parte registro. «I finanziamenti del Cipe», spiega il sottosegretario Letta, «saranno ora distinti tra quelli della Legge Speciale e quelli della grande opera. Dai 380 milioni di euro stanziati pochi giorni prima delle elezioni dal governo Berlusconi ne saranno stornati 40-50 per la manutenzione della città. Ma gli altri andranno «ovviamente al Mose», ha precisato Letta.
La linea. Per la prima volta negli ultimi anni a spiegare l’esito del Comitatone ai giornalisti, in sala stampa di palazzo Chigi scende solo il sottosegretario Letta. Niente ministri, il sindaco Cacciari scuro in volto è in fondo tra il pubblico, il presidente Galan se al ride dietro la porta. Segno evidente delle divisioni in seno al Comitatone. «La conclusione è stata condivisa da tutti», si affretta a precisare il sottosegretario alla Presidenza, «anche se come sapete ci sono opinioni diverse. E’ stata una discussione ampia, e ci siamo presi 60 giorni di tempo. Per dare modo di approfondire senza mettere in discussione l’opera».
L’illusione. L’esame delle alternative comincerà senza fermare i cantieri. Questo nonostante in mattinata la commissione Ambiente del Senato avesse approvato, voto unanime del centrosinistra, una risulouzione che chiedeva al governo di sospendere i lavori giudicati incompatibili con altre proposte e le pressanti richieste di comitati e ambientalisti. Il timore è adesso che si arrivi a esaminare le proposte in presenza del punto di «non ritorno».
I ministri. Favorevoli alla moratoria chiesta da Cacciari si erano dichiarati pur con toni diversi il responsabile dell’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio, il ministro della Ricerca Fabio Mussi, il viceministro dei Trasporti Cesare De Piccoli. Ma Di Pietro ha opposto un fermo «no», Rutelli - che aveva promesso sostegno a Cacciari in campagna elettorale - se n’è andato prima del tempo. E il presidente forzista del veneto Giancarlo Galan si è trovato stavolta d’accordo con la linea «morbida» scelta dall’esecutivo di centrosinistra.
21 luglio 2006
Zuin (Fi): «Ora il sindaco si dia una calmata» Dl e Ds sperano ancora
VENEZIA. «Una decisione coerente con le indicazioni del Consiglio comunale e con il buon senso. A questo punto il sindaco Cacciari dovrebbe darsi una calmata. Il suo governo gli ha dato una regolata e lui deve prenderne atto». Ampiamente soddisfatto per la decisione del Comitatone sul proseguimento dei lavori del Mose, Michele Zuin di Forza Italia: «Mi pareva assurdo che su pressione ormai praticamente solo del sindaco si bloccasse un’opera regolarmente finanziata e decisa. Fare il Mose non significa rifare la facciata di un condominio. Quando metti in campo lavori simili, con un cronoprogramma e ditte che si sono impegnate, non si può mandare tutto all’aria solo perché 4 scalmanati decidono che l’opera non si deve fare».
Prudenza da parte di Piero Rosa Salva della Margherita. «Si valutano le alternative al progetto e si va avanti con i lavori? Evidentemente il governo considera che il cronoprogramma di questi due mesi non costituisca un elemento di irreversibilità - spiega - altrimenti sarebbe contradditorio il fatto che contemporaneamente si va avanti e si studiano alternative. Chiederemo che lunedì in Consiglio comunale Cacciari relazioni su quanto è stato detto a Roma e allora potremo valutare la vicenda con maggiore chiarezza».
Dai Ds Michele Mognato cerca la parte buona delle decisioni del Comitatone. «Si è ripristianto un meccanismo di finanziamento per la città svincolato dal Mose - dice -. Sembra anche che tra governo ed enti locali si sia instaurato un rapporto diverso, fatto di maggiore concertazione. Per quanto riguarda il proseguimento del Mose, vedremo quali sono i lavori che vanno avanti».
Delusione su tutto il fronte, invece, da parte del Wwf nazionale: «Sarebbe stato più logico fermare le ruspe, rischiamo ogni giorno danni irreversibili alla laguna. Questo compromesso aggrava la situazione. Ora ci appelleremo all’Ue: i motivi della messa in mora dell’Italia sul Mose sono tuttora validi».
21 luglio 2006
Battaglieri gli attivisti: ora le ruspe le fermeremo noi
di Simone Donaggio
LIDO. «Si è concretizzata la peggior previsione possibile. Il risultato del Comitatone, anche se ora si dovrà capire fino in fondo quali sono i risvolti di quanto stabilito a Roma, è una catastrofe. I partiti e i ministri di questo governo di centrosinistra dovranno adesso spiegare alla gente di Venezia quali sono le elucubrazioni mentali che hanno portato a queste clamorose decisioni». Arriva come uno schiaffo per i membri dell’assemblea permanente NoMose la notizia, battuta dalle agenzia di stampa poco prima delle otto di ieri, che dal Comitatone di Palazzo Chigi la tanto attesa moratoria per il blocco e la verifica sui cantieri del Mose non ci sarà. Anzi i lavori andranno avanti come programmato e delle richieste di verifica avanzate da Cacciari ne riparlerà il Comitatone di settembre. Una vera batosta che arriva quando da poco meno di tre ore si era conclusa con successo l’occupazione di ventiquattro ore del cantiere alla bocca di San Nicolò, messa in atto da un centinaio di attivisti che erano riusciti a bloccare le ruspe fino alla «smobilitazione», avvenuta alle 17. Ma la battaglia non finisce e, nonostante la delusione, gli attivisti già pensano ad altre forme clamorose di protesta. «Se non è stata la politica a fermare le ruspe», dice Luciano Mazzolin portavoce dei NoMose, «vorrà dire che dovranno essere i cittadini a farlo. Siamo comunque di fronte a una scelta assurda. A settembre il Comitatone taglierà il nastro di altri pezzi di opera finiti, altro che valutazione dei cantieri: si rischia di essere già al punto di non ritorno e di dover pagare il prezzo di questo mostro illegale. Temevamo che dal Comitatone non sarebbe uscita nessuna decisione, ma è andata peggio del previsto». «Rutelli», incalza Tommaso Cacciari, «ha più volte detto che le grandi opere sarebbero state fatte solo col consenso degli enti e delle popolazioni locali, criterio che con Venezia s’è deciso di non rispettare».
Ministro Di Pietro, lei ha detto :«I lavori non si sospendono, lo si fa solo in presenza di provvedimenti. Perché ci sono le penali, la Corte dei conti, il danno erariale». Ha mai riflettuto sul danno erariale che deriva dal fatto che l'opera non potrà mai funzionare perchè è obsoleta, inutile e perchè nessuno ha deciso chi pagherà le spese, ingentissime, del funzionamento? Se non si è documentato, in questa cartella potrà trovare abbondante materiale: ma non lo faccia selezionare dai suoi consiglieri...