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«Bisogna costruire edifici belli e sostenibili. Rispettando i luoghi e utilizzando i materiali della tradizione. Mettendo l'uomo al centro dei progetti, per fermare il vandalismo distruttivo che avanza sotto le mentite spoglie dello sviluppo». Un vero «Manifesto della nuova architettura» il discorso tenuto ieri dal principe Carlo d'Inghilterra, ospite d'onore al convegno sulla «Rigenerazione industriale della laguna». Intervento applauditissimo, una lezione di alto livello sull'architettura e il rispetto dell'ambiente. Poca retorica e molte indicazioni pratiche per «vincere insieme la grande sfida». Con un decalogo per la «costruzione di nuovi edifici in zone vecchie». Carlo è arrivato ieri, poco prima delle 14, alla nuova Stazione passeggeri 103 della Marittima.

Un corteo acqueo composto da nove motoscafi e un arrivo in stile «James Bond», sotto l'occhio attento di Scotland Yard. Carlo era accompagnato dal Console generale a Milano sir Lawrence Birstow-Smith, è stato accolto in banchina dall'assessore Mara Rumiz, dal presidente del Porto Paolo Costa e dal presidente della Vtp Sandro Trevisanato, che gli hanno donato una scultura in vetro di Archimede Seguso a forma di ancora. Nella sala convegni ad attenderlo un centinaio di imprenditori, giornalisti, addetti ai lavori, tra cui il rettore dell'Iuav Carlo Magnani. Tutti istruiti sulle modalità rigide del cerimoniale britannico. Non rivolgere per primi la parola al principe, attenderlo in piedi, chiamarlo sempre «Altezza reale».

Ma quando il principe arriva, sorridente in abito grigio e cravatta blu, il protocollo viene messo da parte. Tocca a Massimo Colomban, industriale e presidente di Vega, rivolgere in un inglese un po' zoppicante il saluto al principe e proiettargli una ventina di foto con tutti i progetti di sviluppo in corso, dal Waterfront alla Punta Dogana e all'Arsenale, dall'ospedale al Mare alla futura porta di Gehry. Quasi come una lectio magistralis, il principe spiega in sette cartelle di discorso la sua filosofia del restauro e dello sviluppo. «Venezia non può vivere soltanto della sua bellezza e non può diventare un parco tematico», attacca, «bisogna sviluppare le zone post industriali unendo il meglio del vecchio e del nuovo». Carlo parla della sua Fondazione per la Costruzione dell'Ambiente, attiva da 25 anni, che finanzia il recupero di centri storici e la rigenerazione di terreni inquinati dal petrolio nel Galles. Ed ecco i cinque punti. Il primo, riconoscere che la sostenibilità è un processo a lungo termine, cent'anni e non venti. Dunque è necessario «costruire in maniera adattabile e flessibile, riutilizzando vecchi edifici dove possibile».

Terzo, rispettare i luoghi in termini di materiale utilizzato, proporzioni, clima, ecologìa e metodi costruttivi. Quarto, costruire con eleganza, rispettando gli elementi tradizionali e utilizzando tecniche moderne. Quinto, creare complessi armoniosi. Si deve costruire creando edifici che le persone vogliono utilizzare, e le tecniche antiche vanno sfruttate non solo per la bellezza ma per i benefici ambientali che offrono. Ecco l'esempio della «San Giobbe house», dove il restauro è stato fatto rispettando i vecchi pavimenti, porte, finestre, e risparmiando energìa». Un altro esempio è quello degli slum di Mumbai. Anche lì, dice Carlo, «si intuisce una grammatica di pianificazione invece assente dai blocchi di marmo senza volto dei nuovi condomini». L'uomo al centro del progetto, è il messaggio del principe. In tempi di ecomostri e speculazioni edilizie, c'è da imparare.

Postilla

Chissà se, dopo aver visto il ponte di Calatrava e ammirato le facciate pubblicitarie di piazza San Marco, gli hanno fatto visitare anche l’ammasso di cemento, calcare, vetro e asfalto di VEGA, Parco scientifico tecnologico e luogo dell’innovazione.

Ecco il ponte di Calatrava:

ed ecco alcune immagini della piazza San Marco ridotta a merce:

e infine un insediamento contemporaneo, luogo dell’innovazione:

Un grande business. Che potrebbe avere come contropartita la rottura definitiva dell’equilibrio lagunare. La nuova frontiera per la «Venezia del futuro» riguarda i fondali, quote e i canali di accesso al porto. Una disputa sulle profondità che torna in questi giorni alla ribalta. «Scavare i fondali a quote troppo elevate è la prima causa dell’aumento delle acque alte, dell’erosione delle barene e dunque della scomparsa della laguna», ripeteva lo scomparso Pino Rosa Salva, protagonista delle battaglie per la salvaguardia di Venezia e presidente di Italia Nostra. Parola d’ordine rilanciata anche dalle associazioni e dal ministero per l’Ambiente. Il nuovo obiettivo, annunciato sabato mattina a Fusina dal presidente del Porto Paolo Costa, è quello di scavare il canale dei Petroli fino a 14 metri, il resto del canale Malamocco Marghera a quota -12. «Non avrebbe alcun effetto idraulico indesiderato», assicura Costa, «e ci consentirebbe di portare in laguna le navi oceaniche di ultima generazione». Linea condivisa anche dal Pdl veneziano che propone di realizzare un nuovo porto commerciale a San Leonardo. E la polemica infuria, non solo da parte ambientalista.

Meno 11. Il commissario straordinario per i fanghi Roberto Casarin ha illustrato ieri tre anni di interventi per scavare il canale - che si interra ogni anno essendo artificiale - fino alla quota di meno undici metri. E’ questa secondo lui la quota massima possibile, come del resto autorizzato dalla commissione di Salvaguardia due anni fa.

I fanghi. Un metro in più di profondità nel canale di Marghera significa almeno un milione di metri cubi di fanghi. Un problema quasi irrisolvibile la loro collocazione - oltre alla spesa - visto che la laguna è ormai satura e per stoccare i fanghi è stata utilizzata l’isola delle Tresse, e poi il Molo Sali e adesso l’area dei Moranzani.

Il Prg del porto. Nonostante il Palav preveda il suo adeguamento dal 1995, il Prg portuale è rimasto quello del 1963, a dispetto della Legge speciale che prevede tra l’altro il mai attuato estromissione del traffico delle petroliere dalla laguna.

Le grandi navi. Studi e pronunciamenti di Comune e ministero per l’Ambiente prevedono che la bocca di Lido sia portata a 9 metri di profondità, Malamocco a 12. Invece adesso si scava fuori del Lido fino a meno 12 per garantire l’accesso anche alle navi da crociera di enorme generazione. A Malamocco il Mose sarà fissato a meno 14, così come la conca di navigazione e si vuole portare anche il canale dei Petroli a meno 14 (oggi è a 13, con buche più profonde), nonostante vi sia un progetto del Magistrato alle Acque per ridurne la profindità.

L’idraulica. Dei progetti del Comune per il rialzo dei fondali per limitare il numero di acque alte non si parla più. «Si affrontano solo gli effetti delle acque alte con opere inutili come il Mose», scrive Italia Nostra, «ma non si affrontano le cause. E la prima di queste è lo scavo dei canali, che aumenta i volumi scambiati tra mare e laguna». Il dibattito è aperto.

Postilla

Dietro c’è una strategia infame. Approfondiscono i canali, così entra più acqua marina, c’è più spesso acqua alta in città, e i mass media aiutano a consolidare la sensazione (errata) che il Mose è indispensabile per “salvare la città”. Contemporaneamente, consolidano l’abnorme passaggio delle “le navi oceaniche di ultima generazione” - dei transatlantici per turisti - così aumento la commercializzazione della città. E magari provano a vendere i fanghi, che non so come mettere, come “materie prime seconde” per costruire qualche isola artiificiale sulla quale – magari – realizzare qualche albergo di lusso.

«Quello scavo potrebbe provocare problemi statici e mettere a rischio la tenuta del ponte di Calatrava (foto)». Lo dice senza mezzi termini l’assessore all’Urbanistica Gianfranco Vecchiato. Di mestiere fa l’architetto e anche da tecnico il via libera alla possibilità di realizzare «piani interrati» a piazzale Roma proprio non gli va giù. «Sono preocupato», dice, «e poi questo è un brutto segnale che diamo alla città». Il problema è anche politico. Dopo la spaccatura dell’altra sera in Consiglio comunale, con il via libera all’emendamento presentato da Saverio Centenaro (contro il parere di Vecchiato e con l’appoggio del sindaco Cacciari) sulla possibilità di scavare, l’assessore ha deciso di dire basta. «Giovedì (oggi, ndr) chiederò in giunta che si faccia chiarezza su una serie di questioni che così non possono continuare». Tra i punti di contrasto non c’è soltanto piazzale Roma. Ma anche il Pat (Piano di assetto del territorio) e il dibattito sulla sublagunare, dove la linea della giunta da contraria e diventata attendista. «I Piani urbanistici sono una cosa seria, dobbiamo assumere una posizione univoca su alcune cose», dice Vecchiato, «non è possibile che ognuno dica il suo pensiero in libertà mentre gli atti che abbiamo approvato magari vanno in direzione opposta».

Vecchiato è stato letteralmente spiazzato dall’intervento del sindaco Cacciari. Che lo ha smentito in aula, appoggiando la proposta di modifica fatta dal consigliere dell’opposizione. Così mentre si discuteva la delibera per porre nuovi limiti ai servizi igienici e limitare in qualche modo l’invasione degli affittacamere, sono arrivati gli emendamenti che Centenaro, presidente della commissione Urbanistica che da un anno sta esaminando la delibera, ha depositato pochi minuti prima del dibattito. «Uno scandalo», secondo il verde Beppe Caccia. E una norma ad personam, perché come ha ammesso in aula lo stesso Centenaro si dà così il via libera al progetto di nuovo albergo con garage interrato adiacente all’hotel Santa Chiara. Il proprietario è Elio Dazzo, presidente dell’Aepe (associazione dei Pubblici esercizi), i progettisti due architetti molto conosciuti, il presidente dell’Ordine Antonio Gatto, componente della commissione di Salvaguardia nominato da Ca’ Farsetti e Dario Lugato, progettista delle nuove Conterie a Murano. Nell’area ai piedi del ponte di Calatrava dovrebbe essere costruito un nuovo albergo. Il sindaco Cacciari si è subito detto d’accordo con l’ipotesi, che sana un lungo contenzioso con Dazzo per i terreni «scambiati» tra privati e Comuneù+. Ma nell’area il Piano particolareggiato ancora non c’è. E le previsioni del Piano erano del tutto diverse. Ed ecco la polemica. «Una vergogna», dice il verde Beppe Caccia, «ai privati si concede tutto».

Adesso Vecchiato è deciso a porre la questione politica. Da sempre le grande scelte della città sono state delineate nei Piani urbanistici, discusse e poi applicate. Negli ultimi anni si tende sempre di più ad approvare Varianti ad hoc, Conferenze dei servizi e stralci di progetto anche quando si tratti di progetti enormi come la nuova Marittima, l’Ospedale al Mare e il palazzo del Cinema, tessera city. Un sistema che accelera i tempi ma sottrae i grandi progetti al dibattito.

Cinque milioni di euro. Tanto sarebbero costati studi e rilievi fatti in questi anni dal gruppo di imprese che si era candidato a realizzare la tratta di sublagunare Tessera-Arsenale. Una cifra che ora Massimo Albonetti, presidente della Camera di commercio, chiede al Comune. «Se la sublagunare non si farà», ha detto parlando a un convegno, «quei soldi li dovrà mettere Ca’ Farsetti».

«Stupidaggini», sbotta il sindaco Massimo Cacciari, «il Comune ha fatto la sua parte. Ha ribadito che quel progetto è di interesse pubblico modificando però la convenzione, che adesso non prevede più rischi per le casse comunali. Se trovano i soldi e non ci sono ostacoli di impatto ambientale vadano avanti. Ma noi non siamo vincolati a fare l’opera». Una vicenda che rischia di infiammare ancora una volta la politica veneziana. La giunta Cacciari non ha mai preso una posizione chiara nel merito della sublagunare, ma si è limitata alla «riduzione del danno». Stralciando dalla delibera la parte che prevedeva ad esempio che le perdite fossero a carico del Comune. Adesso la politica e le lobby favorevoli al tunnel spingono. E l’opposizione alla nuova grande opera cresce. Sono state raccolte oltre 12 mila firme di cittadini contrari. Italia Nostra lancia l’allarme per l’ennesimo sfregio alla città storica. Il capogruppo dei Verdi in Consiglio comunale Beppe Caccia ha scritto ieri al sindaco Cacciari chiedendo la sospensione dell’iter. E la convocazione di una riunione di maggioranza.

Il progetto. In questo momento l’incartamento con il progetto per la sublagubnare Tessera-Arsenale è negli uffici dell’assessore alla Mobilità Enrico Mingardi. Nei prossimi giorni sarà inviato a Roma per essere ammesso ai finanziamenti della Legge Obiettivo.

L’origine. Di sublagunare si parla da almeno vent’anni. Un progetto Tessera-San Marco-Lido venne bocciato nel 1990 sull’onda della protesta internazionale. Nel 2002 la giunta Costa lo aveva inserito tra quelli di interesse pubblico. Una riga aggiunta al Piano triennale degli Interventi approvata dal Consiglio comunale. E così l’iter è andato avanti, anche se nel merito il Consiglio comunale non si è mai pronunciato. Il governo l’ha inserita nella Legge Obiettivo e la giunta Cacciari non lo ferma nel nome della «continuità amministrativa».

Dubbi geologici. Uno studio dei geologi della Provincia reso noto in questi giorni rivela come il sostrato lagunare sia in realtà molto più fragile di quanto si pensava fino ad oggi. Strati sabbiosi in mezzo al caranto che rendono rischiosa la costruzione di gallerie e grandi scavi. «Non c’è problema», assicurano i progettisti, «abbiamo fatto anche noi i nostri rilievi».

La cordata. Nel 2003 si era fatta avanti una cordata di imprese per concorrere al project financing. Tra queste la Mantovani (la stessa del Passante, del nuovo Ospedale e del Mose), la Sacaim, Studio Altieri e Net Engineering. Capocordata l’Actv, allora presieduta da Valter Vanni con il 35 per cento delle quote. «Dovranno vendere subito», aveva detto Cacciari il giorno del suo insediamento. Ma le quote sono ancora di Actv. L’accordo preliminare già concluso con Mantovani non procede. I privati chiedono, ovviamente, la sicurezza che l’opera si faccia.

Il nuovo progetto. Seicento milioni di euro per risparmiare dieci minuti rispetto ai mezzi acquei. Così si avanzano proposte per allungare il tracciato e aumentare la redditività del progetto. Fino al Lido, addirittura fino a Chioggia. La spesa a quel punto raggiungerebbe i 2 miliardi.

Le alternative. Oltre alle obiezioni di natura geologica e ambientale (megastazioni e uscite di sicurezza in mezzo alle case e alla laguna) vi sono i dubbi di natura trasportistica. Non è mai stata fatta peraltro un’analisi comparativa con i mezzi acquei. E oggi un collegamento di linea Actv fra Tessera e Arsenale non esiste. Ma l’iter va avanti. «La mobilità in questa città», azzarda l’assessore Mingardi, «non potrà ancora reggere a lungo in queste condizioni».

Postilla

Nel 1990 si riuscì a sconfiggere la proposta di realizzare a Venezia lì’Esposizione mondiale del 2000, perchà il Parlamento europeo e quello italiano convennero che sarebbe stata un’iniziativa devastante per la città. Vent’anni dopo tornano alla carica. Il progetto di metropolitana sub lagunare è infatto connesso all’altro grande progetto, Marco Polo City, previsto da una potente lobby sul margine della Laguna, in corrispondenza all’aeroporto di Tessera: lo stesso identico progetto di sfruttamento del territorio proposto allora dagli architetti del Consorzio Venezia Expo. Lo hanno ammesso pubblicamente non solo esponenti DS (oggi favorevoli all’impresa) ma lo stesso Gianni De Michelis, a suo tempo fervido promotore e facilitatori dell’Expo. (Vedi l’’editoriale de l ’Unità del 13 giugno 1990)

La relazione della Sezione Centrale di controllo della Corte dei Conti sulla gestione delle amministrazioni potrebbe aprire finalmente una nuova stagione per quanto riguarda i problemi della Laguna di Venezia e della sua salvaguardia. La scrupolosa analisi compiuta mette in evidenza una serie di gravi problemi che da oltre un ventennio accompagnano i lavori di costruzione delle dighe mobili che sarebbero destinate a difendere Venezia dalle acque alte.

L’immagine che ne esce è di assoluta evidenza e estremamente preoccupante. In oltre cento pagine si segnalano i costi crescenti, l’assenza di una valutazione di impatto ambientale positiva, la sostanziale mancanza di un vero progetto esecutivo nonostante la massa di denari già spesi e i molti pesanti interventi già compiuti, il tutto accompagnato da "compensi inusuali". Si evidenzia altresì l’inosservanza dei principi relativi alla "parità di trattamento e trasparenza" per un’opera tra le più impegnative in corso nel Paese.

Il monopolio del Consorzio Venezia Nuova protrattosi per un ventennio viene finalmente denunciato in tutta la sua gravità, con le conseguenze avute (e che ancora permangono) quanto a mancanza di concorrenzialità e di confronto di idee e progetti alternativi.

Naturalmente tutto ciò comporta la contestabilità di quanto operato da organi dello Stato italiano, committente e quindi primo responsabile delle scelte compiute: a livello governativo e attraverso il suo organo periferico, il Magistrato alle Acque. Per tutto quanto finalmente chiarito, Italia Nostra deve essere grata una volta di più alla Magistratura e a quei suoi componenti che spesso appaiono come ultimo riferimento possibile per drammatiche questioni di salvaguardia del patrimonio culturale.

Nel contempo Italia Nostra deve ricordare con forte rammarico che quanto oggi evidenziato dalla relazione della Corte dei Conti corrisponde a ciò che la nostra associazione segnala da oltre vent’anni con denunce, interventi e ricorsi a livello locale, nazionale ed europeo. In questa prospettiva è magra consolazione che la ragionevolezza di tante delle nostre critiche, non volute ascoltare, venga ora confermata ad altissimo livello.

Rimane poi aperta (ma anche questo è evidenziato dalla relazione della Corte dei Conti) la questione dell’utilità degli enormi e costosissimi interventi, la cui efficacia potrà essere paradossalmente valutata soltanto dopo la loro conclusione. Per il momento l’unica certezza è la irreparabile alterazione già compiuta a danno della realtà lagunare.

Italia Nostra – Sede nazionale

Italia Nostra – Sezione di Venezia

Roma-Venezia, 28 febbraio 2009

Un regime di monopolio che dura da oltre vent’anni, in contrasto con le norme comunitarie. Costi lievitati e ritardi accumulati. Incarichi e collaudi affidati con «scarsa trasparenza», controlli non sufficienti esercitati dalla Pubblica amministrazione. Un duro atto di accusa quello pubblicato ieri dalla sezione centrale di controllo della Corte dei Conti. Che se non fermerà il Mose mette nero su bianco dubbi e critiche fino ad oggi sempre respinti dal Magistrato alle Acque e dal suo concessionario Consorzio Venezia Nuova. E potrebbe influire sul proseguimento dei lavori e sulla gestione dell’opera. Perché risulta ormai indifferibile, scrivono i giudici, «aprire il mercato alla concorrenza».

La sentenza. Un’ordinanza di cinquanta pagine, corredata da centinaia di note a margine, firmato dal magistrato istruttore Antonio Mezzera e dal presidente nazionale Tullio Lazzaro. Ci sono voluti quattro mesi per dare il via libera a un prvvedimento istruttorio concluso con l’udienza del 23 ottobre scorso. Qualche modifica al testo è stata effettuata in Camera di Consiglio, e - caso inusuale - l’indagine «avocata» a sè dal presidente in persona. «E’ un caso molto delicato», aveva detto Lazzaro. Adesso il provvedimento è pubblico. Gli atti sono stati inviati a Magistrato alle Acque, Regione e Comuni interessati. Che hanno trenta giorni di tempo per motivare alla Corte l’eventuale «non ottemperenza» ai rilievi contestati. Entro sei mesi gli enti dovranno poi comunicare alla Corte e al Parlamento le misure adottate. E la sentenza sarà inviata alla Procura regionale per eventuali provvedimenti sul possibile danno erariale.

Monopolio. «L’affidamento a trattativa privata senza gara pubblica e l’assenza di un confronto tecnico ed economico tra diverse soluzioni progettuali», si legge nell’o rdinanza, «ha reso impossibile mettere a confronto soluzioni alternative, con la maggior parte degli studi e delle ricerche affidati al concessionario. L’obbligo derivante dalle direttive comunitarie del rispetto dei principi di parità di trattamento e trasparenza che si realizza con gare pubbliche non risulta ancora osservato».

I costi. In 25 anni i costi dell’opera sono passati da da 1540 a 4271 milioni di euro. «Si sono incrementati», recita il provvedimento, «per per una serie di cause come le continue rimodulazioni, l’introduzione di nuove opere, indeterminatezza progettuale. Un rischio di spesa ancora presente, aggravato dal sistema dei mutui». Anche i costi di manutenzione e gestione, scrivono i magistrati, «potrebbero risultare superiori alle stime».

La concessione. La Corte dei Conti aveva ritenuto nel 1983 «illegittima» la convenzione firmata dallo Stato con il Consorzio Venezia Nuova perché in contrasto con le norme europee. Ma un anno dopo era arrivata la legge 798, e l’incarico era stato affidato. «Gli oneri di concessione», recita l’ordinanza, «appaiono ingenti (il 12% contro il 10 fissato come tetto massimo dalla legge del 1989). Risorse che si sarebbero potute utilizzare per il rafforzamento dell’apparato amministrativo del concedente». Negli anni il concessionario è venuto meno alle sue funzioni di controllo.

I collaudi. Altro punto nero dell’attività di salvaguardia di questi anni, secondo i giudici contabili, riguarda i collaudi, milioni di euro dispensati a consulenti esterni. «Per questi e per le direzioni dei lavori si chiede maggiore trasparenza, e si impone una rigorosa attività di controllo al fine di di riequilibrare un rapporto sbilanciato a favore del concessionario».

Impatto ambientale. «Un’opera di tale rilevanza e impatto», recita l’ordinanza, «ubicata in un contesto di enorme delicatezza e di eccezionale complessità risulta priva di una Valutazione di impatto ambientale positiva». Un punto in favore degli ambientalisti e dei ricorsi presentati negli anni da Comune e ministero per l’Ambiente.



Progetto a stralci. Critica finale: manca un progetto esecutivo generale. Causa di «polemiche e aumenti dei costi».

L'inchiesta sul Mose scotta, meglio affidarla al presidente. Ma la sentenza della Corte dei Conti con i rilievi contabili sulla grande opera idraulica è nel cassetto da ottobre. "Molto singolare", dice il responsabile dell'Ufficio legale del Wwf Italia Stefano Lenzi, "su questa vicenda bisogna fare chiarezza". Succede che il presidente della Corte dei Conti Tullio Lazzaro, con procedura piuttosto inusuale, ha avocato a sé la firma del procedimento intentato dalla Corte dei conti sulle procedure contabili del progetto Mose. Istruttoria avviata due anni fa dal magistrato Antonio Mezzera, che aveva inviato al Consorzio Venezia Nuova e al Magistrato alle Acque 57 contestazioni formali. Sui costi, lievitati dai 1.540 milioni di euro del progetto di massima ai 4.271 milioni di oggi. Sull'indennità spettante al concessionario, il 12 per cento (invece del 10 fissato come tetto dalla legge 183 del 1989). Sui controlli e il mancato esame delle alternative proposte dal Comune di Venezia. Indagine complicata, ci vuole tempo, ma è questione di giorni, dice Lazzaro, che intanto ha firmato con il governo protocolli di intesa sul controllo delle opere pubbliche. Il senatore del Pd Felice Casson ha presentato una interrogazione al premier Berlusconi. "Troppi poteri al presidente", dice, "così i controlli sulla spesa pubblica non si faranno più".

Alcune immagini raccolte in un powerpoint spiegano abbastanza bene che cosa si intende per riduzione della città a merce. Il caso illustrato è Venezia, una città-simbolo delle città d’arte, dove da tutto il mondo si accorre per ammirare uno dei più insigni monumenti del patrimonio dell’umanità.

Si sa che a Venezia si oppongono da molti decenni due diverse concezioni, orientata l’una promuovere l’omologazione di Venezia a qualsiasi altra città e a renderla in tal modo “moderna”, e l’altra a sostenere che la modernità di Venezia sta nel suo particolare rapporto tra storia e natura, che la rende, al tempo stesso, una città unica al mondo e una città in grado di insegnare al mondo come si può regolare virtuosamente quel rapporto.

Si direbbe che gli omologatori hanno vinto, benché il sindaco attuale sia un filosofo che ha spesso teorizzato la tesi opposta. Lo testimoniano molti eventi: ci siamo occupati del ponte di Calatrava, un oggetto inutile e costosissimo (e tra l’altro neppure bello e dotato di errori tecnici impensabile in una città ricca di ponti come Venezia). Lo testimonia adesso il larghissimo uso - che comune e sovrintendenza hanno promosso e consentito - di ignobili pannelli pubblicitari, di dimensione tale da cancellare, letteralmente, i palazzi sui quali sono installati.

Guardate il file allegato, scaricabile qui sotto. E consolatevi pensando che magari qualcuno verrà a dirvi che solo cancellando quei palazzi si potevano trovare i soldi per restaurarli. E allora, “per connessione di materia”, vi verrà in mente di chiedere perché non si siano investiti allo scopo la dozzina di milioni che saranno pagati, a consuntivo, per il ponte di Calatrava.

Emerge con prepotenza una verità della quale tutti dovrebbero rendersi conto. Le risorse della città possono essere adoperate per renderla più giusta e più bella per i suoi abitanti, permanenti o temporanei, oppure più redditizia per i mercanti che approfittano del suo uso per fare quattrini. La città come bene comune, oppure la città come merce. Venezia indica, con straordinaria efficacia, quest’ultima strada.

Sul ponte di Calatrava vedi una lettera al manifesto e un articolo su Carta. Sul turismo a Venezia e la sua capacità degradatrice vedi molti articoi nella cartella Vivere a Venezia. Sulle ragioni della modernità di Venezia vedi uno scambio di lettere.

Si parlava d’acqua, di acque alte, di grandi progetti, di immensi cantieri, di spese anche più grandi, e si è finiti a parlar d’uccelli. Capita che si divaghi. Per esempio, Al Capone lo hanno beccato, negli Stati Uniti, non perché aveva rubato o ucciso ma perché non aveva pagato le tasse. Così, a Venezia, mentre sembra che nulla e nessuno possa mettere i bastoni tra le ruote alla costruzione del semibiblico «Mose» contro le acque alte, ecco che si attende trepidi il responso di una commissione europea invitata a pronunciarsi sul tema: tutto quel baccano che stanno facendo per il Mose alle bocche di porto della laguna veneta sta davvero sballando le consuetudini degli uccelli del luogo o di quelli semplicemente in transito? Sembra una barzelletta, ma non lo è; lo ha capito perfino il ministro Brunetta che si è sentito in obbligo di scrivere una lettera a un quotidiano per dire che questa storia degli uccelli sfrattati gli sembra una battuta che non fa ridere. E che, ovviamente, è in gioco ben di più; quindi, si facessero da parte con queste obiezioni i nemici del Mose, i guastatori, quelli del partito del «no», alla salvaguardia della Serenissima ci pensano loro, quelli del «sì». Filerebbe, se in quella «fastidiosa» barricata di «resistenti» non fosse possibile riconoscere: il sindaco, Massimo Cacciari, la giunta, la maggioranza di centrosinistra, tutte le organizzazioni ambientaliste, una serie di autorevoli scienziati, i «no global», una buona parte della popolazione ancora sensibile ai problemi di un territorio che non si esaurisce tra i marmi di piazza San Marco e un pugno di botteghe.

Brunetta e i suoi colleghi di governo se la prendono con questo fronte, lo incalzano; in realtà si divertono a sparare sulla Croce Rossa: è il fronte che ha perso la partita, i giochi per loro sono chiusi, una stagione se n’è andata, le cose marciano in direzione contraria ai desideri di una cultura oggi perdente ma antica e degna.

Il sindaco, per esempio, sembra furibondo: «Sono stato sconfitto», sentenzia Cacciari fuori da ogni garbo politico. E spiega perché: «Bisognava affrontare la questione con una logica di sistema che prevedesse anche degli interventi alle bocche di porto, non solo quelli. Invece, si è data priorità assoluta a quel provvedimento di difesa. Ci siamo battuti affinché qualunque cosa messa in opera in laguna fosse sottoposta ai criteri di sperimentalità e di reversibilità. Niente da fare». E adesso che si fa? «Per quanto mi riguarda, stando così le cose, sono il primo a volere che il Mose sia fatto presto».

Lo si capisce. Però su questi temi eccoci di fronte a un paio di eventi che in qualche modo marcano un’epoca: la vicenda veneziana dimostra da un lato come oggi l’autonomia locale conti meno di zero anche quando si debba definire l’assetto territoriale, la sua difesa, lo sviluppo. In secondo luogo, la sconfitta di cui parla Cacciari è prima di tutto culturale e dice molto di quali siano i pensieri guida di questa Italia: non è più il tempo dell’approccio organico ai problemi, passino invece gli interventi e i rimedi a colpi di scure, quelli che tagliano la testa al toro. Riduzionismo e spettacolarizzazione, anche qui al potere, «con il contributo di destra e sinistra - commenta il sindaco - nel quadro di un imbarbarimento totale della dimensione della politica». Cacciari, ma non solo lui a Venezia, non dimentica che è stato proprio un governo di centrosinistra, e in particolare Antonio Di Pietro, allora ministro ai Lavori Pubblici, a dare la stura definitiva al Mose e alla contestata procedura del «taglione»: c’è l’acqua alta? Chiudi le bocche di porto e fregatene dell’ecosistema squilibrato e sempre meno in grado di tamponare da sé il fenomeno.

C’è chi, pur sullo stesso fronte, lamenta che il Comune di Venezia si sia mosso tardi sulla questione. È il professor Gherardo Ortalli, di Italia Nostra, molto ascoltato in città. «Non siamo cassandre: cerchiamo solo di recuperare ragionevolezza al corso delle cose. Quello che la costruzione del Mose ha fin qui prodotto è un’alterazione fortissima dell’equilibrio della laguna. Stiamo marciando a tappe forzate verso l’artificializzazione di ogni soluzione, molto costosa e molto irreversibile. Mentre lo Stato si ritira dalle sue prerogative, il Consorzio amministra un monopolio e nessuno e niente è in grado di dire se quello che sta facendo è giusto o sbagliato».

Allora, sentiamo il Consorzio, mano e mente del progetto, ma qui ti rispondono che il solo soggetto in grado di dare risposte autorevoli è il Magistrato alle acque. Istituto antico, un tempo potentissimo, ora meno, emanazione dello Stato, da poco diretto da Patrizio Cuccioletta mandato in laguna dal ministro Matteoli. Qualche settimana fa, in un’intervista rilasciata ad Alberto Vitucci della Nuova Venezia, Cuccioletta aveva affermato e non aveva poi smentito che «un monitoraggio oggi non avrebbe senso, le opere ancora non ci sono». Monitoraggio sta per controllo continuo. Ora, invece, ci ha detto che si seguono con attenzione gli effetti delle opere del Mose sull’ecosistema ma tuttavia, per quanto riguarda la variazione della velocità delle correnti sostiene che «bisognerà vedere cosa accade a lavori finiti».

La velocità delle correnti è fondamentale: scavano il fango e lo portano via, possono rendere impossibile la navigazione, decidono in quanto tempo la laguna può riempirsi d’acqua, decidono in pratica se la città va sotto. Auguri. Il Magistrato alle Acque è un entusiasta: «Da fuori ci ammirano per quello che stiamo facendo, le obiezioni appartengono a un dibattito francamente provinciale». Ah sì? E il fatto che esista ancora un Canale dei Petroli che con le sue profondità e la sua linearità sta spianando la laguna centrale mentre si chiudono le bocche di porto? «È vero, ma è un altro problema».

Magari lo fosse. Intanto, alle bocche di porto il cemento si sostituisce alle barene, crescono muraglioni impressionanti e piattaforme che devastano l’ordine naturale delle cose. E gli uccelli se ne vanno altrove.

L’EQUILIBRIO DELLA LAGUNA

CHE CHI TOCCA MUORE

L’accusa alle aziende di Marghera: hanno sottratto milioni di tonnellate di acqua sotto la piattaforma su cui poggia Venezia provocandone l’abbassamento. Poi è stato scavato il canale dei petroli, una specie di aspira-tutto gigante che sta livellando la laguna centrale

Conviene riepilogare, sennò non si capisce niente di questa matassa. Cominciando dalla laguna, che non è un catino pieno d’acqua, ma un sistema molto complesso in perenne movimento, elastico, come una spugna, e come una spugna ricco - sempre meno da qualche decennio a questa parte - di resistenze interne (bassi fondali, velme, barene, canali tortuosi) che frenano la velocità dell’acqua che penetra in laguna dall’alto Adriatico.

L’acqua alta non è che un fenomeno socialmente rilevante giusto a Venezia, strana città che se ne sta da millenni nell’unica laguna urbanizzata della terra. La laguna, tutte le lagune, vanno in una direzione: sono destinate a interrarsi. Il corso d’acqua dolce che le ha create, col tempo le cancella e le copre di terra. Così i veneziani di un tempo, approfittando dell’assenza di Brunetta, decisero di deviare dalla laguna la foce del fiume Brenta per impedire proprio questa sorte naturale. Ma, tolto di mezzo il fiume, ecco che il destino della laguna si inclina in senso opposto: senza apporto continuo di sabbia, governa l’erosione progressiva di quel sistema di resistenze alle escursioni di marea, e di conseguenza tende a trasformarsi in un braccio di mare. Questo è il pendolo naturale delle cose.

È importante saperlo, perché questa consapevolezza è stata, con successo, il fondamento dell’azione politica sul territorio della Serenissima Repubblica. Per intendersi: tagliavano la testa a chiunque avesse modificato anche in minima parte la libera circolazione delle acque. Pena di morte a parte: erano pazzi o sapevano quel che facevano? Avrebbero comunque - per il piacere della cronaca - tagliato la testa ai responsabili dei seguenti interventi: 1) nel corso degli ultimi cento anni, è stato sottratto alla laguna un terzo della sua superficie, abbassando drasticamente i tempi di invaso; 2)le grandi aziende di Porto Marghera hanno munto milioni di tonnellate d’acqua sotto la piattaforma su cui poggia Venezia provocandone l’abbassamento; 3) è stato scavato il canale dei petroli, profondissimo e lineare: una specie di aspira-tutto gigante che sta livellando la laguna centrale, ossia cancellando rapidamente quelle famose resistenze.

Fermiamoci qui. Con una spiegazione supplementare: il sistema delle resistenze opera facendo in modo che in laguna, a Venezia, ci sia sempre un livello d’acqua inferiore rispetto a quello che, nello stesso istante, si registra davanti ai lidi. Più lungo, in virtù di queste resistenze, è il tempo di invaso, meno acqua alta vedremo in Piazza San Marco. Fatte salve le occasioni eccezionali, le inondazioni. Ecco spiegata l’apparente cattiveria dei veneziani con chi sgarrava in questa materia e insieme la tenacia del fronte che si è opposto, e si oppone, al «Mose», accusato di pensare alle acque alte a Venezia fregandosene del suo ecosistema, in pratica applicando tre enormi rubinetti alle bocche di porto che mettono la laguna in comunicazione con l’alto Adriatico.

Una volta piazzati, resteranno dove sono, salta il concetto prudente della reversibilità. L’intero progetto, dicono al Consorzio di imprese che se ne sta occupando, costerà quattro miliardi e trecento milioni di euro. Ne hanno già spesi circa la metà e si vedono.

Postille

(1) Massimo Cacciari dice: «Bisognava affrontare la questione con una logica di sistema che prevedesse anche degli interventi alle bocche di porto, non solo quelli. Invece, si è data priorità assoluta a quel provvedimento di difesa. Ci siamo battuti affinché qualunque cosa messa in opera in laguna fosse sottoposta ai criteri di sperimentalità e di reversibilità. Niente da fare». Dimentica di dire che quel modo di affrontare la questione è previsto da una legge dello Stato, la quale ha recuperato il vecchio principio della Repubblica Serenissima secondo il quale ogni intervento il Laguna deve essere “graduale, sperimentale, reversibile”. La legge 29 novembre 1984, n.798 stabilisce che gli obiettivi degli interventi sulla Laguna devono essere «volti al riequilibrio della laguna, all’arresto e all’inversione del processo di degrado del bacino lagunare e all’eliminazione delle cause che lo hanno provocato, all’attenuazione dei livelli delle maree in laguna, alla difesa con interventi localizzati delle insulae dei centri storici, e a porre al riparo gli insediamenti urbani lagunari dalle acque alte eccezionali, anche mediante interventi alle bocche di porto con sbarramenti manovrabili per la regolamentazione delle maree» (vedi l’articolo di Luigi Scano su eddyburg La nascita e i primi anni del Consorzio Venezia Nuova).

Un’altra legge dello Stato, la legge 24 dicembre 1993, n.527, prescrive che "il Governo è delegato ad emanare, entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, uno o più decreti legislativi, diretti a razionalizzare l'attuazione degli interventi per la salvaguardia della laguna di Venezia con l'osservanza di princìpi e criteri che dovevano comportare la restituzione alla Regione, alla provincia e ai comuni delle competenze inizialmente affuidate al consorzio di imprese. Nessuno ne fece nulla. Come osservava Luigi Scano, l’Italia è un paese davvero singolare. «Se un impiegatucolo dell'anagrafe comunale si rifiuta di consegnarmi il certificato di nascita commette il reato di omissione di atti di ufficio, ed è passibile delle sanzioni di cui al relativo articolo del codice penale. Se un generale compie atti contrari alla volontà espressa dal Governo, o non provvede a quanto dallo stesso Governo ordinatogli, è definito (anche dai media) "fellone", ed è passibile delle sanzioni, variabili in rapporto alle diverse fattispeci concrete, di cui ai relativi articoli del codice penale militare (di pace o di guerra). E se un Ministro (cioé un componente di quello che il notorio estremista Charles-Louis de Secondat barone de La Brède e de Montesquieu ha definito come "esecutivo") omette di "eseguire" ciò che è stato deciso dal Parlamento (cioè da quello che lo stesso pericoloso sovversivo francese ha chiamato "potere rappresentativo", della volontà popolare democraticamente espressasi)? Si "lascia perdere"? si "chiude un occhio"? questo sì a me pare porre il problema "necessario e urgente" di "un approfondimento concettuale su cosa sia la democrazia in un Paese civile"!» (vedi l’articolo di Luigi Scano per eddyburg , Piccole verità e grandi bugie dell'ex ministro Lunardi)

(2) Gherardo Ortalli, il benemerito dirigente di Italia Nostra veneziana, sbaglia quando dice «Non siamo cassandre». Come quelli che denunciano l’inutilità e il danno del MoSE Cassandra, nelle sue profezie, vedeva il futuro: aveva ragione, le sue profezie erano verità anticipate nel tempo.

(3) La storia della laguna di venezia e del MoSE è davvero lunga e complessa. Jop la racconta bene, ma con la necessaria sintesi. Chi ne vuole sapere di più può rovistare nella ricchissima documentazione raccolta su eddyburg, in questa cartella /article/archive/178/ dedicata alla Laguna e al MoSE. Lì si scopriranno magagne, illegittimità, sopraffazioni, disattenzioni e miopie che hanno caratterizzato l’atteggiamento di quasi tutte le autorità che si sono cimentate con il problema. Ancora oggi, nessuno sa quanto precisamente costerà il funzionamento e la manutenzione del complesso sistema di regolazione, e chi ne pagherà le spese.

Quaranta milioni di piedi che «consumano» ogni anno i masegni della città. Acque alte e maree che crescono e calano quattro volte al giorno e premono su fondazioni e murature secolari, «svuotando» il sottosuolo. Senza contare gli urti del moto ondoso, il degrado e l’incuria, la salsedine. Una città delicata che ha bisogno di manutenzione continua. E che adesso rischia il tracollo per mancanza di fondi. E’ l’allarme lanciato ieri sera all’Ateneo veneto dal presidente di Insula spa Paolo Sprocati e dall’assessore comunale ai Lavori pubblici Mara Rumiz. «C’è un pericolo reale», ha detto Sprocati aprendo il convegno dal titolo «Lavori interrotti», «cioè che si interrompa il percorso virtuoso della manutenzione iniziato dodici anni fa, che aveva risollevato la città da 40 anni di degrado».

Non si tratta soltanto di fermare i cantieri e ridurre i lavori programmati. «Alcune parti della città sono davvero a rischio», dice Sprocati. Muri pericolanti, ponti lesionati, pietre che cedono sotto la forza dell’acqua.

Filmato. Per dare un’idea al pubblico della situazione del sottosuolo è stato proiettato ieri un filmato della durata di 5 minuti realizzato dallo studio Scibilia. Foto delle rive e delle pavimentazioni compromesse, storia dei lavori di certosina manutenzione dei muri di sponda, confrontati con la situazione precedente al 1996. E una radiografia del delicato «sostegno» dei palazzi, mattoni e pietra d’Istria messi a rischio dalle correnti e dalla salsedine. Non le acque alte eccezionali, ma l’acqua che sui palazzi ci sta ogni giorno.

Risposte. «La salvaguardia di questa città», dice Sprocati, «non può avere risposte soltanto su un punto, cioè il Mose. Occorre un intervento di sistema che tanga conto della salvaguardia complessiva». «Basta dare soldi solo al Mose e alle grandi opere», ha detto il presidente dell’Ance Lionello Barbuio, «l’emergenza ora è la cura di questa città». Un tema su cui l’amministrazione Cacciari batte da tempo. Ma da almeno sei anni, dall’entrata in vigore della legge Obiettivo, i fondi della Legge Speciale sono stati dirottati al Mose. E per la manutenzione e le difese locali i finanziamenti sono stati tagliati, così come i contributi ai privati. «Per le imprese artigiane è un disastrto», ha ribadito il segretario Cgia Gianni De Checchi. «Senza la certezza dei fondi», ha detto ancora Sprocati, «si lasciano a metà importanti opere di difesa locale dalle acque alte come le insulae di Burano e Pellestrina».

Interventi. L’assessore ai Lavori pubblici Mara Rumiz ha insistito sulla necessità di dare priorità ai lavori di manutenzione della città, elencando gli interventi fatti negli ultimi anni dall’amministrazione nonostante la penuria delle risorse. La soprintendente Renata Codello sul fatto che con i pochi fondi a disposizione, anche enti pubblici come la Soprintendenza hanno fatto negli ultimi anni ricorso all’aiuto di sponsor privati. «Le imprese devono impegnarsi ad avviare la manutenzione programmata», ha detto, «una volta fatto un restauro bisogna seguirne l’evoluzione».

San Marco. A dimostrazione di quanto bisogno ci sia di una manutenzione quotidiana delle pietre è la situazione in cui versano rive e masegni di piazza San Marco. Ma anche luoghi meno centrali, dove la pietra d’Istria spesso viene distrutta grazie anche all’incuria e ai mancati interventi di manutenzione ordinaria. E poi riparare il danno costa dieci volte tanto.

Soldi. Dagli anni Novanta, quando il flusso dei finanziamenti per la manutenzione toccava anche cifre record di 2-300 miliardi di lire (150 milioni di euro) il flusso si è progressivamente ridotto. Zero euro nel 2006, pochi spiccioli nel 2007. E il piano venticinquennale per lo scavo dei rii deve essere rivisto. Dal 1997 ad oggi sono stati scavati dai 170 rii della città 300 mila metri cubi di fanghi con 34 chilometri di canali dragati, 53 chilometri e mezzo di rive restaurate, 150 mila mq di masegni recuperati e la pavimentazione rialzata. Un lavoro enorme, non ancora finito. C’è bisogno di continuità per il futuro. Altrimenti la città d’acqua sarà davvero a rischio.

Con la tranquilla consuetudine con cui al cader delle prime nevi il lettore di provincia legge il titolo di sempre, "La bianca visitatrice è tornata", così il primo dicembre i telespettatori hanno guardato le immagini di Venezia semi sommersa dall´acqua alta. I cronisti spiegavano tranquilli che il mareografo di Punta della Salute aveva raggiunto i 156 cm di marea, tutti i pianterreni erano rimasti sommersi e la città isolata.

Si era sommata, infatti, la marea astronomica prevista (quella derivante dagli allineamenti tra terra, sole e luna), con l´ulteriore ondata dovuta alla bassa pressione e al vento. Nella grande alluvione del 4 novembre 1966 l´altezza delle acque fu di 194 cm, 38 cm in meno dell´ultimo primo dicembre.

Anche questa volta, se lo scirocco avesse seguitato a soffiare, avremmo potuto vivere una analoga catastrofe. Mi ha colpito in un telegiornale l´esclamazione di un passante che lamentava l´inefficienza del Mose: «Ci avevano raccontato che ci avrebbe salvato dall´acqua alta ed invece siamo stati traditi una volta ancora!» Non è certo un dovere civico essere informati, ma, per contro, è un diritto non essere disinformati dalla Tv pubblica. Disinformazione subìta da alcuni milioni di tele spettatori, visto che il cronista non si è sentito in obbligo di precisare che le paratoie mobili del Mose non avrebbero potuto ergersi contro l´urto delle maree per il semplice fatto che non sono state ancora installate. Certo, se il progetto non fosse stato continuamente rimandato, bloccato, rivisto, contestato da una assurda opposizione che avanzava continui piani alternativi (13 a cantieri già in funzione), bocciati in sede tecnica, sottoposto a dieci ricorsi al Tar e all´Unione europea (per la presunta minaccia alla tranquillità delle gabianelle), interrotto da manifestazioni inalberanti lo slogan onnicomprensivo «no Mose, no Tav, no global», il sistema per la messa in sicurezza di Venezia sarebbe stato completato da almeno 3 anni. Il progetto preliminare del Mose risale, infatti, al 1989 e quello di massima fu approvato nel 1994. Se per ragioni o meglio per s-ragioni del tutto politiche la messa in cantiere non fosse stata ostacolata in ogni modo, malgrado un comitato di tecnici di grande fama internazionale avesse ribadito essere quella la soluzione migliore, le paratie sarebbero già oggi in funzione. Si può, invece, ragionevolmente affermare che il test Mose costituisce la prova scientifica sulla giustezza dell´intuizione di Walter Veltroni circa la necessità di liberare il movimento riformista dalle pastoie di una sinistra paralizzante.

Non stupisce, perciò, che i «noMose» abbiano in questi giorni chiesto per l´ennesima volta la sospensione dei lavori... «causa, a loro avviso, del recente maggior afflusso di acqua in laguna». Debbo confessare che stento a comprendere tanto odio inveterato per una grande opera pubblica priva di qualsivoglia impatto paesaggistico, come potrebbe essere per un edificio fuori scala o una autostrada, di ogni emissione dannosa (il caso dei termovalorizzatori) o pericolosa (i rigassificatori, le centrali nucleari), o di un impianto sconvolgente per l´ambiente (come l´alta velocità). Nulla di tutto ciò: le paratoie mobili se ne stanno sott´acqua, invisibili per la maggior parte dell´anno e verrebbero alzate, all´occorrenza, per le ore necessarie. Il loro scopo unico è la salvaguardia di Venezia, attraverso un sistema che i migliori scienziati e tecnici ambientalisti hanno giudicato ottimale. Solo il riflesso ideologico di un negativismo ad oltranza può spiegare la cecità di una simile opposizione. Meno spiegabile la ripetitività sciocca con cui una parte dei mass-media seguita a riprenderne le giaculatorie. Se il primo dicembre il Mose fosse stato in funzione Venezia e Chioggia sarebbero restate all´asciutto e così tutte quelle volte in cui l´acqua supera i 110 cm (31 volte tra il 1966 e il 1975, 55 volte, con un crescendo pauroso, negli ultimi dieci anni).

P. S.: Cacciari obietta che il pericolo vero, dai 140 cm in su, avrebbe una cadenza di 23 anni, calcolando che tanti ne sono passati dal 1986, quando fu raggiunto un livello simile a quello del 1 dicembre.

Ragionamenti simili li fecero a New Orléans, prima che le maree la distruggessero. In realtà nei sistemi complessi, come i flussi climatici nell´epoca dell´effetto serra, si arriva a stabilire l´alta probabilità di un effetto devastante, ma non si può prevedere quando. In laguna le acque hanno superato 9 volte in 40 anni anche di molto il limite di guardia. Quando andranno oltre? Per Venezia non vorremmo scoprirlo il giorno dopo.

Postilla

Ci risiamo. Ancora una volta Mario Pirani disinforma. Dimentica che il MoSE non funziona, per ora, perché non si sono i soldi per completarlo, e neppure i progetti esecutivi. Dimentica che nessuno sa ancora quanto costerà la gestione dei complessi, delicati e non sperimentati meccanismi e, soprattutto, chi la pagherà, anno per anno. Dimentica che sono stati avanzati dubbi molto forti (in sede scientifica) sull'efficacia del MoSE ad affrontare i problemi della crisi climatica e sulla obsolescenza dell'intero progetto.

E dimentica che le decisioni pubbliche nell’ambito delle quali è stato licenziata, con un colpo di mano del ministro Nicolazzi, l’operazione Mose-Consorzio Venezia Nuova, prescrivevano una serie ampia di altri interventi, molto meno costosi, cha avrebbero restituito al bacino lagunare la capacità di assorbire acque alte medie e medio-alte senza provocare inconvenienti agli utilizzatori dei piani terra.

Peccato che, invece di affidarsi alla disinformazione di uno tra le decine di intervistati sulla strada, non abbia letto il documento, emesso tempestivamente all’indomani dell’acqua alta (il 1° dicembre) nel quale tutte queste cose vengono ricordate. Per i nostri lettori (e anche per Mario Pirani) lo alleghiamo qui sotto. E per altre informazioni sul MoSE e la Laguna rinviamo alla ricca documentazione raccolta in questa stessa cartella.

Cade sul ponte di Calatrava, annuncia causa al Comune. Rosa Simoncini, 48 anni di Musile non dimenticherà facilmente quel 19 ottobre quando, verso le 19.40, assieme alle amiche Federica Deirossi e Donatella Ambrosin, è divenuta l’ennesima «vittima» del ponte veneziano. Una caduta che le è costata 5 fratture al viso e un’operazione maxillo-facciale con tanto di placca allo zigomo destro.

Proprio in quel momento, quando si è rivolta a un bar di piazzale Roma per chiedere del ghiaccio, è passato il sindaco Cacciari. Alle sue rimostranze sul ponte, le ha risposto: «La prossima volta faccia a meno di percorrerlo». Rosa adesso chiederà un risarcimento dei danni.

Erano le 19.40 circa quando le tre amiche hanno percorso il ponte per dirigersi verso un ristorante in centro. La prima a cadere è stata Rosa, poi Federica è barcollata e anche Donatella, ma loro non sono cadute. Rosa invece è rimasta sdraiata a pancia in giù, immobile. «Sono letteralmente volata sul ponte - racconta - ricordo che non c’era illuminazione, non un lampione acceso neanche sul marciapiede e tutto il tratto fino alla stazione del treno. Sono caduta alla sommità, sul vetro, da dove non si vedono gli scalini. Sono praticamente planata con la faccia su un gradino: 3 botte in testa per fortuna senza conseguenze, 5 fratture al viso. Ho subito un intervento chirurgico maxillofacciale all’ospedale dell’Angelo, con riassestamento dello zigomo e applicazione di una placca alla mascella. Pensavamo che alla stazione ci fosse almeno una farmacia. Niente. La polizia della stazione non poteva farci entrare perché aveva degli arresti. Allora siamo tornate a San Donà, per andare al pronto soccorso, fermandoci prima in un piccolo bar a chiedere del ghiaccio». E qui si inserisce l’episodio del sindaco. «Sedute al bar - ricorda Rosa - abbiamo visto il sindaco passarci davanti. Gentilmente, l’ho fermato. Mi presento e gli dico che sono appena caduta sul ponte. Non finisco la frase e mi risponde: “E allora?”. Ci resto male e rispondo: “Allora vedrò cosa mi sono fatta, ma l’ho fermata per dirle che è pericoloso perché completamente al buio, in parecchi inciampavano o si attaccavano al corrimano”. La sua risposta è stata: “Stia più attenta, io l’ho fatto un centinaio di volte. Lei faccia meno di farlo”. Ha girato le spalle e se ne è andato. Tutto questo sotto gli occhi delle mie amiche e di alcuni clienti del bar, rimasti attoniti». Adesso Rosa sta un po’ meglio, ma i danni subiti sono gravi e con il suo legale chiede un risarcimento. Il Comune le ha già chiesto le foto di quella serata scattate con i telefonini.

«A Venezia ci vado spesso - conclude Rosa - e non sono mai caduta da un ponte, parlo di quelli seri. Comunque da quel giorno non sono più andata a Venezia e non ho più intenzione di passare per il ponte di Calatrava perché ho paura».

Stop al villaggio del Mose a Santa Maria del Mare. Una «pausa di riflessione» per studiare meglio le alternative e verificare una possibile soluzione concordata con il Comune. E’ il primo, per certi versi clamoroso, atto del nuovo presidente del Magistrato alle Acquie Patrizio Cuccioletta. All’indomani della sentenza del Tar del Veneto che ha respinto i ricorsi presentati dal Comune e dal Wwf, il Comitato Tecnico di Magistratura era riunito a palazzo dei Dieci Savi per approvare il progetto del villaggio per 500 operai, approvato dalla commissione di Salvaguardia nonostante l’opposizione del Comune. Invece è arrivato il colpo di scena. Rinvio alla prossima seduta. «L’ho fatto per rispetto del sindaco e dell’istituzione Comune», spiega il presidente, «se dobbiamo agire con spirito di collaborazione le soluzioni vanno in qualche modo concordate». Un cambio di atteggiamento apprezzato a Ca’ Farsetti. Adesso Cuccioletta promette: «Il Comune ha chiesto approfondimenti, e mi pare giusto dare il tempo per farli. Avrei rinviato il progetto anche se il Tar non si fosse espresso in quel modo». «Il Tar ha ridicolizzato il Comune», se la ride il presidente della Regione Giancarlo Galan, da sempre fra i tifosi del Mose, «speriamo che Cacciari rinsavisca. Il suo opporsi al Mose è deleterio, perché non si tolgono fondi a Venezia».

Ma ecco adesso rispuntare le alternative al villaggio, proprio come proponeva il Comune. Otto mesi fa la burrascosa seduta della Salvaguardia, presieduta da Galan, che aveva bocciato le alternative contando anche sul parere favorevole della Soprintendenza nonostante sull’area insistano quattro vincoli paesaggistici oltre a quelli previsti dal Piano regolatore e dal Palav, il Piano di area della laguna.

Adesso non è l’organo che dovrebbe tutelare la laguna (la Salvaguardia) ma il Magistrato alle Acque, ente proponente, che si dice disposto a discutere. Tra le alternative presentate dal Comune e nemmeno prese in esame allora c’era la sistemazione in grandi navi ancorate al largo oppure il riuso delle ex colonie degli Alberoni, da tempo abbandonate.

Intanto il Comune ha annunciato il ricorso al Consiglio di Stato sulla presunta «illegittimità» del via libera dato dalla Salvaguardia al villaggio e al grande cantiere del Mose a Santa Maria del Mare. Secondo Ca’ Farsetti mancava per quelle autorizzazioni l’autorizzazione paesaggistica. I giudici amministrativi (presidente Bruno Amoroso) hanno motivato il loro no con il ritardo nella presentazione dei ricorsi. E soprattutto con il fatto che un loro accoglimento «avrebbe pregiudicato l’intero iter di realizzazione del progetto Mose, da tempo definito e consolidato». Argomentazione che convince poco i legali del Comune. E’ possibile in ogni caso che dopo la «svolta» di ieri si possa arrivare a un accordo, magari sulla quantificazione dei danni ambientali (il Comune aveva chiesto 120 milioni di euro) e dunque a un ritiro del ricorso. Ieri intanto il Comitato tecnico di Magistratura ha approvato un progetto da 6 milioni di euro presentato dal Consorzio Venezia Nuova per lavori di ammodernamento dell’Arsenale (gru e bacini di carenaggio).

Stop alle maxipubblicità nell’area marciana e in Canal Grande sui ponteggi per i restauri. Sarà questo il tema della «raccomandazione» principale che i Comitati privati per la salvaguardia di Venezia - che da quarant’anni contribuiscono alla tutela artistica e monumentale del centro storico - indirizzeranno oggi alla città e alle autorità competenti, nella loro XXXVI Riunione Annuale che si terrà - in forma pubblica - a Palazzo Zorzi, sede dell’Ufficio veneziano dell’Unesco. Un tema che è già stato affrontato ampiamente ieri - anche alla presenza della sovrintendente ai Beni architettonici e paesaggistici di Venezia Renata Codello - nella sessione privata a porte chiuse e che fa seguito anche alla lettera preoccupata su questo tema che gli stessi Comitati avevano indirizzato di recente al sovrintendente e al sindaco Massimo Cacciari.

«Abbiamo avuto assicurazioni dal sovrintendente - commenta il presidente dei Comitati Alvise Zorzi - che non è prevista l’installazione di tabelloni pubblicitari luminosi in Piazza San Marco per i prossimi restauri in programma. Inoltre è stata accettata dalla stessa Soprintendenza e dal Comune la nostra proposta di creare un Comitato consultivo di esperti che valutino di volta in volta le richieste di sponsorizzazioni pubblicitarie legate agli interventi di restauro nell’area marciana. E’ questa un’iniziativa che crediamo possa dare risultati positivi per la tutela dell’immagine della città».

Ciò non vuol dire, però, che le pubblicità dell’area marciana spariranno del tutto, perché la prima preoccupazione della Soprintendenza è quella di garantire l’integrità e la tutela degli edifici, con costi che ormai spesso solo sponsor privati sono in grado di sostenere. «La dottoressa Codello - spiega ancora Zorzi - ci ha ribadito che è prioritario assolvere gli scopi istituzionali di tutela dei monumenti, anche se questo, per avere i fondi necessari, imponga la presenza di messaggi pubblicitari dello sponsor».

Si ragionerà, dunque, soprattutto sulla forma, le caratteristiche e le misure delle presenze pubblicitarie che - se eccessive, come quelle presenti attualmente - rischiano tra l’altro di essere un «boomerang» per le stesse aziende, per le critiche su di esse che rischiano di attirare. Non a caso, per i primi mesi del nuovo anno il Comune non avrebbe trovato sponsor, disposti a ricoprire i ponteggi della facciata di palazzo ducale sul rio della Canonica.

L’altro tema su cui i Comitati Privati si impegneranno nei prossimi anni sarà quello della manutenzione degli edifici storici, più che del restauro vero e proprio. «E’ questa - spiega ancora Zorzi - la vera emergenza della città in questo momento e per questo i Comitati si impegneranno a intervenire nuovamente su quegli edifici già restaurati in passato, ma che cominciano ad accusare i segni del tempo». L’impegno di questi organismi - che nulla chiedono per i loro interventi a favore della città - è dunque destinato a continuare con lo stesso impegno del passato.

Postilla

A moderare gli effetti più palesi (e forse non più gravi) dell mercificazione della città forse basterebbe un po’ di buon senso. Se comune e stato decidessero che, nella città stodica di Venezia, nessuna pubblicità commerciale può avere dimensioni superiori a quelle di un pannello di tot centimetri per tot centimetri, e se gli spazi disponibili sui ponteggi dei restauri fossero uno per edificio, le aziende correrebbero ad accapparrarseli pagano la stessa cifra che pagano oggi per le gigantesche lenziìuolate pubblicitarie.

Sublagunare da Tessera al Lido, e poi a Chioggia, passando per la «pancia del Mose». Mentre in laguna si discute sull’utilità e la compatibilità della nuova grande opera, in Regione il futuro è già disegnato. Il nuovo Ptrc, il Piano territoriale di coordinamento, prevede già il contestato collegamento dei treni sotto la laguna. I soldi non ci sono, i pareri favorevoli nemmeno, ma l’idea intanto va avanti. E insieme alla sublagunare ecco concretizzarsi anche Veneto city, due milioni di metri cubi di cemento fra Dolo, Mira e Pianiga. «Tutto concertato con gli enti locali», assicura la Regione. «Ma per piacere, su questi due punti non è stato concertato proprio niente», sbotta il sindaco Massimo Cacciari. Lui ha sempre espresso forti dubbi sull’utilità (e i costi) del Mose e sulla sublagunare. E anche su Veneto city, colata di cemento che oltre a mangiarsi un altro pezzo del territorio veneto che si dice di voler salvare potrebbe compromettere il riuso delle aree industriali dismesse di Porto Marghera. Un Ptrc che, secondo l’assessore regionale all’Urbanistica Renzo Marangon, dovrebbe entrare in vigore entro Natale e poi trovare applicazione nei vari Pat, i Piani di assetto del territorio dei Comunei.

«Questo Piano, al di là delle generiche enunciazioni di principio», scandisce il consigliere regionale dei Verdi Gianfranco Bettin, «è la traduzione veneta di quello che anche a livello nazionale fa la destra, la peggiore destra europea. Hanno messo in discussione il Piano europeo per combattere l’effetto serra, che altri Paesi a guida conservatrice come Germania e Francia hanno invece accettato. E qui presentano questi piani». «Veneto City», continua Bettin, «è un progetto di devastazione dell’area centrale della provincia che produrrà cementificazione, ma anche il definitivo intasamento del traffico e il fallimento del rilancio di Marghera, dove gli spazi ci sono. Quanto alla sublagunare, si parla senza aver fatto prima valutazioni di impatto ambientale ed economiche».

Sulla sublagunare il centrodestra spinge. Quattro anni fa il ministro Lunardi aveva promesso all’allora sindaco Paolo Costa finanziamenti a carico del Cipe. E adesso che il centrodestra è al governo a Roma e in Regione la via sembra più facile. Restano le perplessità di Comune e Provincia. «La Regione ha già disegnato il tracciato della nuova sublagunare e loro lo ritengono condizionante», dice Gianfranco Vecchiato, assessore comunale all’Urbanistica, «ma noi non abbiamo concordato nulla. Solo il fatto che l’asse Venezia-Padova debba essere centrale, catalizzatore di nuovi trasporti e della nuova economia. Sulla sublagunare ci sono molte verifiche in corso per la tratta Tessera-Arsenale. E con questi chiari di luna e con i tagli ai bilanci non mi pare che si possano trovare le risorse per un’opera del genere». Enrico Mingardi, assessore alla Mobilità del Comune, ha ricevuto qualche giorno fa il nuovo progetto dalla cordata di imprese che si sono proposte per portare avanti il project financing. Il Comune aveva espresso nel suo studio molte perplessità sul progetto originario, come del resto la Provincia.

«Ma la procedura deve andare avanti», dice Mingardi, «il Comune nel 2002 aveva dichiarato l’opera di pubblica utilità, e adesso annullare tutto vorrebbe dire un contenzioso con le imprese per almeno 8 milioni di euro». A inserire la frase della «pubblica utilità» del progetto sublagunare nel Piano triennale delle opere era stato nel 2002 l’assessore ai Lavori pubblici della giunta Costa, l’Avvocato dello Stato Marco Corsini. Un documento poi votato dal Consiglio comunale, che aveva provocato la presentazione della prima offerta. Cordata formata da Actv, Mantovani (stessa impresa di Passante, Mose e Ospedale di Mestre), Studio Altieri, Net Engineering, Bnl, Metropolitane Milanesi, Sacaim. Con la giunta Cacciari Actv è uscita dalla cordata, cedendo le quote a Mantovani. Del progetto il Consiglio comunale non ha mai discusso. In compenso il tracciato compare su tutti i documenti ufficiali di Regione e Camera di commercio. E la polemica continua.

Nel 2002 ogni veneziano aveva «a testa» 209,5 turisti (tra pernottanti ed escursionisti). Nel 2006, a fronte di 21 milioni e mezzo di visitatori, il rapporto con il numero dei residenti è salito addirittura a 1 a 349, con 60 mila visitatori in media al giorno e poco più di 61 mila residenti. Il confronto con Roma - dati del Ciset, il Centro internazionale di studi sull’economia del turismo - sa persino di paradosso: contando il solo numero dei turisti pernottanti, ogni residente nella Capitale ha in «dote» 8,9 turisti a testa, ogni veneziano (inteso come residente nel comune) ne ha 23,6, ogni abitante della città storica la bellezza di oltre 53 foresti. Una convivenza decisamente affollata.

D’altro canto, il turismo è economia. Sempre il Ciset ha calcolato un fatturato annuale di 1,5 miliardi di euro: ogni visitatore che dorme in città spende in media 150-180 euro (il 46% per l’alloggio, contribuendo con 1095 milioni al budget complessivo del settore); un escursionista improprio che dorme in terraferma, ma ha Venezia nel suo obiettivo, spende tra i 43 e i 51 euro al dì (180 milioni, il 12% del fatturato); l’escursionista puro non meno di 31-38 euro a testa (il 15% del fatturato, pari a 225 milioni).

Come chiunque ha sperimentato in questi anni, è in questo incontro-scontro di dati - l’economia e il peso dell’impatto che ricade su ogni residente - che sta il grosso dei problemi della città storica: trovare il punto di equilibrio, anche quanto a spese dei servizi. Temi che, negli ultimi giorni, si sono intrecciati con altri due dati. Da una parte, la tendenza al ribasso del mercato turistico veneziano (che risente delle congiunture negative internazionali), dall’altra l’introduzione dell’imposta di scopo tra le possibilità di autonomia economica per i Comuni previste dal ddl sul federalismo. Di ieri, il comunicato preoccupato degli albergatori veneziani dell’Ava che - pur a fronte di un settembre buono quanto ad arrivi, rispetto al difficile trend del 2008 - registrano un crollo di dieci punti nell’occupazione dei posti letto, scesa dal 90,28% del settembre 2007 all’80,53% di quest’anno. «Un calo accompagnato anche dal ridimensionamento del ricavo per camera, nell’ordine del 13,21%», sottolinea il presidente Franco Maschietto, «le flessioni più evidenti si sono osservate nel centro storico dove, a fronte di una variazione negativa di quasi 14 punti nel tasso di occupazione delle camere, si è osservata una decrescita dei ricavi del 14,64%». Flessioni dimezzate a Mestre.

Complessivamente, tra gennaio e settembre, il calo delle presenze (quindi delle notti) è stato dell’11,83%, quello dei guadagni del 13%.

Calo di visitatori, certo, ma anche boom nel numero dei posti letto nei nuovi alberghi, ma in particolare nel più economico settore extralberghiero: dal 2000 ad oggi - dati Ciset - Bed&breakfast e affittacamere siano cresciuti del 450%.

«Una flessione c’è stata e sarà certamente confermata anche nel 2009, data la congiuntura», osserva Mara Manente, direttrice del Ciset, «ma credo soprattutto che ci sarà uno spostamento a favore degli escursionisti, che arrivano a Venezia per un giorno o pernottano in alberghi dell’entroterra. Comunque, come Ciset non abbiamo ancora elaborato lo scenario ufficiale per il 2009, perché la situazione è troppo volatile».

«C’è una necessità di governance del turismo e il bisogno che questo settore contribuisca al mantenimento della città», prosegue Manente, «la tassa di scopo è un’opportunità, per quanto da calibrare con attenzione, non rivolta solo ai turisti, ma anche agli operatori privati, agli enti pubblici. Certo il momento non è dei più propizi, data la negativa congiuntura internazionale, ma d’altra parte il Comune non può spendere a sua volta. Bisogna coinvolgere tutti i soggetti interessati». (r.d.r.)

Ponte di Calatrava, si cambia. Più precisamente, saranno sostituiti ventiquattro gradini: via le pedate in vetro troppo scivolose, in arrivo le pedate di pietra più sicure. L’ha proposto l’architetto catalano il quale, evidentemente stufo di ricevere mail, lettere e fax circa le continue cadute sulla sua lucente creatura, ha optato per la soluzione più drastica.

«Un lavoro per niente complicato e costoso - spiegano i suoi tecnici - smontaggio e montaggio sono possibili in una sola notte, due al massimo se si vuole tenere il ponte sempre aperto. La decisione spetta unicamente alla direzione dei lavori, che supponiamo vorrà intervenire quanto prima».

Detta così sembra facile, ma a Ca’ Farsetti hanno fatto un balzo dalla sedia. Nessuno aveva mai sentito parlare di cambio di gradini, di altre spese, di ulteriori lavori, di viabilità interrotta ma solo di segnaletica. Strisce gialle per terra e cartelli informativi ai piedi del ponte.

«Ho appreso delle proposte dello studio Calatrava mentre i nostri uffici sono già al lavoro su una diversa ipotesi - dichiara l’assessore ai Lavori pubblici Mara Rumiz - Un’ipotesi legata alla segnaletica, per aumentare il livello di attenzione degli utenti e migliorare la percezione dei gradini nei cambi di passo conseguenti al cambio di larghezza della pedata attraverso puntuali elementi correttivi che non risultino invasivi. Ipotesi che ritengo meno complessa della sostituzione di parti del ponte, meno costosa e oltretutto modulabile, suscettibile cioè di eventuali e ulteriori aggiustamenti».

E intanto c’è chi, come il capogruppo di An in Municipalità, Pietro Bortoluzzi, punta il dito e spara: «Calatrava ammette di aver sbagliato a disegnare gli scalini del ponte».

A questo punto, però, le parti dovranno incontrarsi e decidere il da fare, e anche in tempi rapidi, visto che sul ponte - forse anche un po’ per l’effetto domino - si continua a cadere come peri.

«Il problema della caduta di persone resta - continua la Rumiz - meno di dieci, in venti giorni, sono ricorse alle cure del Pronto soccorso, come ha puntualizzato il primario che comunque ha ricordato che ogni settimana i casi di questo tipo sono “diversi”, visto che a Venezia le cadute sui ponti sono naturali».

E così, per non essere più subissato di mail su questo che si è fatto male di qua e quell’altro che si è fatto male di là, Calatrava propone una soluzione radicale.

«Com’è noto alcuni gradini hanno larghezza doppia rispetto a quelli che precedono e a quelli che seguono - scrive lo studio dell’architetto in un comunicato - I doppi gradini marcano appunto il cambio di larghezza delle pedate e, in questi punti, il pavimento del ponte è diviso in tre corsie: ai lati vetro antiscivolo e al centro pietra. Secondo il direttore dei lavori Salvatore Vento i più distratti o le persone con problemi alla vista possono non percepire immediatamente il cambio di ritmo della pedata e dunque rischiano di cadere. Si tratta evidentemente di una questione che appartiene al settore percettivo e che ha pertanto carattere del tutto soggettivo».

Visto che sul ponte bisogna mettere mano, si provvederà anche ad agevolare gli ipovedenti. Due le proposte dell’architetto da presentare per la scelta alle associazioni di non vedenti: alzare di tre centimetri il pavimento davanti ai parapetti per una superficie di sessanta centimetri quadrati e installare sul pavimento dei mercatori d’acciaio o di gomma del tipo utilizzato per i non vedenti, in modo che possano intercettarli con il piede o con il bastoncino».

Intanto, però, il ponte della Costituzione fa il pienone, segno che - oltre a essere bello - è anche utile e, dopo tante polemiche, non guasta.

La Venezia versione Disneyland fa discutere, come la reazione del sindaco Massimo Cacciari che ha duramente polemizzato, definendole «i peggiori luoghi comuni» sia le osservazioni dell’economista britannico John Kay - vincitore, con un articolo pubblicato sul Times sul degrado turistico della città e sui mezzi per contrastarlo, del premio giornalistico sulla città, bandito dall’Istituto Veneto di Scienze, Lettere e Arti - sia con la giuria. Una giuria guidata dal presidente dell’Istituto Leopoldo Mazzarolli e di cui fanno parte storici dell’arte e studiosi di valore: da Pierre Rosenberg ad Antonio Paolucci, da Wolfgang Wolters a veneziani di diritto e d’adozione come Alvise Zorzi, Gherardo Ortalli, lady Frances Clarke. E proprio Alvise Zorzi, presidente dei Comitati privati per la salvaguardia di Venezia, replica con misura, ma anche con fermezza alla reazione polemica di Cacciari contro la denunciata «disneylandizzazione» della città, che è in parte sotto gli occhi di tutti.

«Mi trovo d’accordo - commenta - con l’analisi del professor Kay, anche se egli evoca in modo paradossale l’utilità dei gestori di Disneyland al posto degli amministratori per affrontare i problemi legati alla pressione turistica su Venezia e alla trasformazione che la città sta subendo. Il premio dell’Istituto Veneto, attraverso il riconoscimento assegnato a questo articolo, intende fare non da critica ma da sprone ai nostri amministratori, perché affrontino finalmente questi problemi, di cui si parla da anni ma senza risultato». Zorzi entra anche nel merito: «Credo che un sistema di regolazione dei flussi turistici a Venezia non sia più rinviabile, assieme a misure concrete che favoriscano il mantenimento e l’arrivo di attività produttive alternative al turismo, perché Venezia non è solo questo. Non è certo colpa solo del Comune, ma quando sento che l’assessore alla Produzione culturale Luana Zanella dichiara che Venezia è la periferia di Mestre, mi cascano le braccia. La mercificazione della città è evidente, tutto è ormai consentito, purché ci sia un ritorno economico: basta vedere le insegne pubblicitarie sui monumenti». Anche il presidente dell’Istituto Veneto Leopoldo Mazzarolli concorda: «Il nostro Premio non ha altre finalità che quelle di stimolare il dibattito su Venezia, per questo mi hanno stupito e mi sono spiaciute le parole di Cacciari, perché quello articolo ha certo un tono provocatorio, ma per aiutare ad affrontare i problemi della città, che sono sotto gli occhi di tutti». Anche Italia Nostra esprime «sconcerto» per le reazioni di Cacciari. «Far passare il grido di allarme di un economista di rilievo internazionale per il cattivo scritto di un mediocre giornalista - commenta Giovanni Losavio, presidente dell’associazione ambientalista - significa non averne capito il senso. Chiunque abbia letto l’articolo, non può non riscontrare il tono provocatorio e paradossale scelto da John Kay per criticare la discutibile gestione amministrativa di Venezia. Parlare di Venezia come “parco tematico” significa denunciare la deriva che la città sta vivendo, travolta da un turismo fuori controllo e malamente gestito». (e.t.)

Qui un’ampia sintesi dell’articolo di John Kay, su l’Indipendente, ripresa da Patrimonio SOS http://www.patrimoniosos.it/rsol.php?op=getarticle&id=21063

Il Ponte di Calatrava? Già progettato a Venezia oltre quattrocento anni fa, da Cristoforo Sabbadino, grande ingegnere e proto dell’Ufficio delle Acque della Serenissima. Nella sua celebre pianta di Venezia, concepita nel 1557, compare infatti sul Canal Grande tra Santa Chiara e la zona del Corpus Domini - oggi corrispondente al piazzale di Santa Lucia - un ponte tracciato per collegare le due rive in corrispondenza di quello realizzato oggi dal famoso architetto catalano, che tanto fa discutere.

Quel ponte - che sarebbe stato il secondo sul Canal Grande, dopo quello di Rialto, allora ancora in legno e ben prima di quello degli Scalzi - non fu poi mai realizzato, ma è singolare che nel furioso dibattito che da anni è in corso in città sulla funzionalità e la collocazione dell’opera di Calatrava, nessuno si sia ricordato che già negli anni d’oro della Repubblica Veneta un collegamento simile era stato concepito e disegnato su una delle piante più conosciute della cartografia antica veneziana. Lo ha notato, ora, una giovane docente di Storia dell’Architettura dell’Iuav, la dottoressa Elena Svalduz, consultando per una ricerca la copia della pianta del Sabbadino conservata alla Biblioteca Marciana, accanto alle altre due che possiede invece l’Archivio di Stato.

«La pianta, ben nota alla critica - spiega - raffigura il cosiddetto “piano” per Venezia elaborato nel 1557 da Cristoforo Sabbadino, come proto dell’Ufficio delle Acque, l’organismo che controllava l’assetto delle aree marginali della città. E’ considerato un vero e proprio piano regolatore, che concepisce e disegna la città come un complesso urbano in trasformazione, in anticipo sui tempi rispetto alla moderna pianificazione urbanistica. Per la città di Venezia è il primo progetto d’insieme, di cui sono previste tanto le ricadute fisiche, quanto quelle d’economiche. A completamento del disegno manoscritto, infatti, l’autore riporta il computo dettagliato delle superfici e del volume di fango necessario per ottenerle».

Era, quella, una Venezia da circa 180 mila abitanti, in crescita, che dopo il boom edilizio della prima metà del Cinquecento e la saturazione delle aree centrali disponibili, cercava nuovi terreni per l’edificazione, reperibili solo ai limiti della città. Da qui anche interventi contemporanei di riequilibrio, come la bonifica dei terreni paludosi, con l’uso dei fanghi asportati dai canali per consentire una migliore circolazione dell’acqua. «Sulla scia di una serie di provvedimenti volti a rettificare i bordi della città - spiega ancora la dottoressa Svalduz - Sabbadino disegna una fondamenta continua in pietra, larga più di 17 metri, lungo l’intero perimetro urbano. Allo sbocco dei canali sono previsti ben trentasei nuovi ponti, uno dei quali sul Canal Grande tra Santa Chiara e il Corpus Domini, grosso modo in corrispondenza di quello progettato da Calatrava, oggi in corso di realizzazione. Lungo le rive è delineato un sistema di canali prolungati in linea retta nelle aree recuperate, fino a immettersi nei due nuovi canali scavati sul retro della Giudecca e a lato delle attuali Fondamente Nuove, per vivificare quelli interni e per convogliare il flusso delle maree lungo i bordi». In anticipo sui moderni project financing, quelle concepite dall’ingegner Sabbadino erano opere pubbliche a costo zero. Secondo i suoi calcoli, infatti, la vendita dei nuovi terreni strappati alle acque e resi edificabili, avrebbe consentito di coprire le spese relative tanto alla realizzazione della lunga banchina con i suoi ponti, quanto alle opere di escavo dei canali perimetrali. Ma a cosa sarebbe servito il “ponte di Calatrava” versione Sabbadino? Al collegamento pedonale verso la terraferma, nell’area vicino al convento di Santa Chiara, dove sarebbe stato ricavato un nuovo bacino acqueo, una sorta di terminal per il trasporto fluviale per le barche «da Padoana et Vicentina», come si legge sulla pianta. Un ponte spostato un po’ più a ovest rispetto a quello ora realizzato e che in fondo giustifica anche sul piano storico il nome di Ponte de la Zirada che il Comune vuole attribuire ora al suo “gemello”.

Sul dibattito attorno alla proposta di realizzare a Venezia nel 1997 l'Expo mondiale, riceviamo e volentieri pubblichiamo un intervento di Edoardo Salzano, presidente dell’Istituto Nazionale di Urbanistica.



Nell'ultimo dei suoi interventi sulla proposta «Expo a Venezia» ( Repubblica del 19 novembre), Bruno Visentini accenna al problema dell'Arsenale, il quale, secondo gli sponsor e i sostenitori della proposta, dovrebbe costituire la clliegina sulla torta dell'Esposizione internazionale 1997 (sempre che, non prevalendo il buon senso, la manifestazione debba tenersi effettivamente a Venezia). E nella sua recente intervista a questo giornale (26 novembre) Gianni De Michelis dichiara che la localizzazione dell'Expo all'Arsenale è «una scelta abbastanza obbligata» (come quella di disporre sulla sponda lagunare una grande Disneyland). Il riferimento all'Arsenale mi sembra particolarmente utile per far comprendere come a Venezia servano ben altre cose che non l'Expo, e come anzi le volontà (o velleità) che stanno dietro quest'ultima abbiano già allontanato la soluzione già alcuni rilevanti problemi. Valgano i fatti.

Nel 1982, promotore l'allora ministro per i Beni Cultura li, Enzo Scotti, il Comune e i tre ministeri interessati (Difesa, Beni Culturali e Finanze) avevano raggiunto un accordo volto a riaprire alla città l'Arsenale, oggi largamente inutilizzato, per una serie di utilizzazioni pienamente rispettose del carattere monumentale e della struttura storica del complesso, e funzionali rispetto a una strategia di rilancio economico di Venezia: si trattava di offrire spazi alla cantieristica minore, di fornire una sede ai laboratori del Consiglio nazionale delle ricerche già presenti a Venezia rafforzandone la consistenza con un nuovo istituto volto allo studio e alla sperimentazione della cantieristica, e infine di restituire alcuni spazi al servizio del patrimonio culturale della città.

Sulla proposta non si andò avanti, con gli approfondimenti e le verifiche che sarebbero state necessarie. Essa fu di fatto bloccata solo perché il ministro De Michelis e i suoi uomini vi opposero la velleità di utilizzare l'Arsenale come una grande struttura in cui arte contemporanea e mercato, innovazione tecnologica e incentivazione di tradizionali flussi turistici, convenienze private e sostegni pubblici, avrebbero dovuto accomodarsi come un pulcino di struzzo nel guscio d un uovo di passero.

E' la proposta nota come «Beaubourg all'Arsenale»: la città la respinse, ma essa fu tale da paralizzare ogni iniziativa per tl recupero dell'Arsenale. Tant'è che oggi il grande complesso è ancora vuoto e chiuso, e se i grandi progettisti internazionali chiamati da De Michelis a progettare una faraonica piramide sulle antiche strutture del Sansovino e del Da Ponte hanno ripiegato i loro disegni e sono tornati a New York, restano anche largamente inutilizzati i finanziamenti destinati dallo Stato alla liberazione degli spazi e a un corretto restauro delle strutture arsenalizie.

Rievocare questa vicenda è utile oggi. La proposta «Expo a Venezia» è infatti una chiara enfatizzazione della proposta «Beaubourg all'Arsenale»: ne esprime la stessa «linea di pensiero», è funzionale alla stessa strategia, è gravida degli stessi rischi. In realtà, ciò che si vuole è dare un piglio «moderno» all'antica prassi di vendere la «merce» Venezia sul mercato internazionale, sollecitando i più potenti interessi economici mondiali con l'intenzionne di manovrarli, ma in concreto lasciando a essi di foggiare il futuro della città. E', insomma, offrire la «vetrina» costituita dal prestigio di Venezia per esporre qualsiasi prodotto vendibile, e adoperare la sinergia tra le attrattive della città lagunare e la capacità di richiamo delle grandi «firme» dell'economia mondiale per i incrementare ulteriormente t flussi dei visitatori (e dei potenziali consumatori). In definitiva, ciò che ci si propone è di sfruttare il «giacimento» costruito da secoli di cultura e lavoro così come si sfrutta una miniera di carbone: con la prospettiva, se non l'intenzione, di disperdere in fumo ogni frammento.

Ma il rischio maggiore non è che una simile proposta si realizzi. Già il presidente della Giunta regionale, il Dc Carlo Bernini, ha compiuto due non indifferenti correzione di rotta rispetto all'impostazione demichelislana (e Bernini rappresenta una forza politica che, come dice Visentini, se è subalterna a Venezia, è però egemone. nel Veneto). La prima, è di spostare l'epicentro della proposta Expo dà Venezia alla terraferma. La seconda, è di sottrarre la proposta all'esclusivo gioco degli interessi privati e di ricondurla nelle sedi istituzionali. La mia opinione e che allontanare di qualche chilometro l'Expo da Venezia non scongiurerebbe l'accelerazione del degrado della città, inevitabilmente provocato da sterminati flussi turistici; del resto, utilizzare l'Arsenale non come cuore dell'Expo, come vorrebbe De Michelis, ma come sua «biglietteria», come ha proposto Bernini, provocherebbe identici guasti.

Tuttavia, se sulla proposta sponsorizzata da De M1chelis e da Bernini, si aprirà una riflessione seria, poco permeabile agli immediati tornaconti economici e alle miopie munìcipalistiche, fondata sui fatti e su valutazioni realistiche (proprio come quella che Visentini auspica) sarà facile dìmostrare che la contraddizione tra l'Expo e Venezia e la conservazione del patrimonio culturale della città non è sanabile.

C'è da credere, quindi, che i rischi più gravi saranno scongiurate. Non sarà scongiurato però, se e finché della questione si continuerà a discutere, il rischio di distrarre una volta ancora l'attenzione, l'impegno, le risorse, il tempo, dalla soluzione dei problemi reali di Venezia. Che non sono pochi, e che troppe volte (l'Arsenale insegni) sono stati lasciati a marcire perchè al lavoro paziente e quotidiano, teso a costruire soluzioni ragionevoli realistiche, attento ai consensi possibili e già maturi, si è preferita la fuga in avanti di proposte a volte fantasiose spesso devastanti sempre naufragate nell'impotenza.

Premio Attila 2008 a Paolo Costa. Ieri alla Mostra del Cinema i comitati «No Mose, No Dal Molin, coordinamento contro le grandi Navi» hanno proiettato il loro documentario «Venezia Crepa», sui danni «irreversibili e irreparabili» prodotti negli ultimi anni alla città e alla laguna. I lavori del Mose che sono in corso ma anche i progetti della sublagunare e i lavori per l’aeroporto americano Dal Molin a Vicenza.

«Molte erano le candidature, tutte autorevoli e degne di menzione», si legge in un comunicato, «come Prodi, Berlusconi, Galan e Lunardi, la presidente del Magistrato alle Acque Maria Giovanna Piva, la soprintendente Codello e il presidente di Arsenale spa Roberto D’Agostino». «Alla fine», spiegano i comitati, «l’ha spuntata Paolo Costa».

Nei suoi molteplici incarichi, di ex ministro, ex sindaco, parlamentare europeo e adesso presidente del Porto, Costa «ha contribuito a far approvare progetti e opere che hanno cuasato o causeranno danni irreversibili alla città». Ecco allora il Mose, dighe mobili e colate di cemento da 4300 milioni di euro, passato a Roma con il voto favorevole dell’allora sindaco Paolo Costa nonostante il voto contrario, la sera prima, del Consiglio comunale. Il sostegno al progetto di sublagunare, definito dalla giunta nel 2002 «di pubblica utilità» mentre porterà in città altri milioni di turisti e costi a carico della collettività.

E infine la nomina a presidente dell’Autorità portuale, primo atto del nuovo governo Berlusconi, contro le candidature proposte dal Comune e dalla Provincia. «Un esempio di difesa delle lobby per portare avanti progetti spesso non voluti dalle comunità locali, espropriandole di ogni decisione», scrivono i comitati.

Una «nomina» che Paolo Costa - in questi giorni a Bruxelles dove presiede ancora la commissione Trasporti dell’Unione europea - ha accolto con ironia. «Attila io? Forse dovrebbero cambiare il nome del premio. Attila era famoso perché dove passava il suo cavallo non cresceva più un filo d’erba. Al contrario io ho cambiato il progetto del Dal Molin, e ho salvato il grande prato verde». Quanto a Mose e sublagunare, Costa si dice «orgoglioso» di averli sostenuti. «Il Mose andava fatto, alternative non ce ne sono. La sublagunare è l’unico modo per salvare questa città e creare nuovi accessi. Tra quelli che considerano misfatti si sono dimenticati del Passante e del ponte di Calatrava».

Ma i comitati si dicono pronti a dimostrare che il premio è «meritato». Ieri lo hanno spiegato ai gionalisti di mezzo mondo, durante la proiezione di «Venezia Crepa», il documentario-inchiesta di 30 minuti realizzato dall’ associazione Ambiente Venezia e Multimedia records proiettato alla Biennale nella rassegna «Industry». Una raccolta d’autore dei danni provocati alla laguna dai lavori del Mose, dal moto ondoso, dalle Grandi Navi. «Progetti demenziali che distruggeranno questa città per favorire le grandi lobby», accusa Luciano Mazzolin.

Il premio Attila intanto («sezione speciale Nord Est») sarà consegnato stamattina a Paolo Costa dai comitati promotori. L’appuntamento è per le 14.30 alla stazione di Santa Lucia.

A sentir loro, ci sarebbe un gruppo di benefattori che per puro amore della laguna gestiscono in perdita una ventina di aziende faunistiche venatorie su 1.600 ettari di valli da pesca (bacini arginati con acque a livello controllato che coprono un terzo della intera laguna), con relativi “casoni”, “botti” da caccia, cavane. Si chiamano Zacchello, Andrea Riello, Vitaliano Rossi, Giuseppe Stefanel, Ferruzzi, Marzotto, Foscari Widman e altri fortunati. Panto, meno fortunato, si recava in valle in elicottero. Servono per incontri conviviali (Galan è un noto frequentatore) e spensierata vita familiare all’aria aperta. “Le valli non sono un guadagno, al massimo un blasone”, ha dichiarato il noto avvocato prof. Orsoni, dopo aver intascato le parcelle dai presunti “proprietari”.

Per sapere che le valli da pesca sono proprietà demaniale inalienabile basta leggere una delle tante ricerche storiche condotte fin dal dopoguerra. Da ultimo, in edicola si trova ancora una pubblicazione di Elvi Longhin, edita dalla Provincia di Venezia. Non solo la Serenissima Repubblica di Venezia, ma anche lo stato asburgico Lombardo-Veneto e il Regno d’Italia avevano ben delimitato le acque dalla terra ferma. Anche lo Stato repubblicano con una sentenza del tribunale superiore delle acque pubbliche del 1950 stabiliva intelligentemente che: “la laguna veneta costituisce un sistema idraulico unitario che non consente distinzioni tra le singole componenti le quali invece nel loro complesso organico dimostrano attitudine a fini di pubblico interesse di tutta la laguna nella sua interezza, comprese le valli costituenti la così detta laguna morta”. Gli studi scientifici sugli ecosistemi di transizione, sulle biocenosi e la biodiversità non hanno fatto che confermare l’unitarietà dell’ambiente lagunare. Infine la legge speciale per la salvaguardia di Venezia del 1973 imponeva una gestione del regime delle acque integrato anche nelle valli.

Come sia potuto accadere che le varie amministrazioni dello stato (Magistrato alle Acque in primis) abbiano nel corso degli anni chiuso tutti gli occhi di fronte a translazioni immobiliari e fondiarie del tutto illegittime fa parte del capitolo connivenze e mala-amministrazione pubblica.

Per contro, se le cose oggi finalmente sembrano prendere un verso diverso, il merito va riconosciuto ad uno sparuto gruppo di ambientalisti (Lega per l’Ambiente con Angelo Mancone, Natura Viva con Pino Sartori, Urbanistica Democratica con Giorgio Sarto, i Verdi con Michele Boato) che iniziarono una vertenza giudiziaria a fine anni ’80, guidati dagli studi di un appassionato funzionario provinciale del Lido, Sergio Sartori, e al tenace avvocato Luca Partesotti. Gli esposti furono presi sul serio da un integerrimo avvocato dello Stato, Michele Botta, che dopo alterne vicende sono giunti ora alla sentenza di secondo grado della Corte d’Appello, presieduta da Nicola Greco. Anche la causa penale è stata portata fino in Cassazione con l’accertamento della demanialità delle valli.

Insomma, finalmente, i tribunali hanno ristabilito un principio vitale per la Laguna. Gli attuali tenutari usurpatori – pur prosciolti in sede penale - sono chiamati a restituirle e a pagare le indennità di occupazione mai versate. Uno studio della Intendenza di Finanza di qualche anno fa aveva calcolato un risarcimento di 400 milioni di euro, più interessi. Ma di questo si occuperà il tribunale civile con separato giudizio.

Tutto bene, quindi? Una battaglia di giustizia e di salvaguardia dell’ambiente giunta a buon fine?

C’è da superare ancora il terzo grado in Corte suprema di Cassazione, ma soprattutto c’è la canea mediatica e politica sollevata dai signorotti “estromessi” dai lori fondi che chiede a gran voce una iniziativa legislativa a sanatoria. Vari deputati della destra avevano già tentato negli anni passati. E solo grazie ad una attenta interdizione era stato possibile impedire la ennesima alienazione di un bene pubblico. Le tesi a favore della privatizzazione si riferiscono al fatto che le pubbliche amministrazioni non sarebbero in grado di sostituirsi nella gestire delle valli con efficienza e criteri di conservazione ambientale. Alle istituzioni pubbliche mancherebbero i denari (anche se i potenziali produttivi della vallicoltura semintensiva non sembrano affatto irrisori) e soprattutto le capacità tecniche. Questo secondo punto è sicuramente vero. Le prove storicamente date dal magistrato alle Acque sono semplicemente disastrose. Del resto, al di là del nome magniloquente, si tratta di un ufficio periferico del Ministero alle infrastrutture (ex Lavori Pubblici), la cui vocazione è appaltare lavori al Consorzio privato di imprese Venezia Nuova.

Per trasformare questa vittoria giudiziaria in un reale passo avanti nella battaglia per la salvaguardia della laguna occorrerebbe un ente di gestione di scopo, con una missione specifica, come esistono in tutti gli ambienti con grandi valenze naturali in pericolo di degrado irreversibile. Servirebbe il Parco. Se fossimo in un paese a normale sensibilità civica e ambientale, la proclamazione della demanialità delle valli dovrebbe essere la molla per far scattare una iniziativa locale, delle associazioni, delle comunità dei residenti, dei Comuni, della Provincia, della Regione per rivendicare l’uso sociale e pubblico di una risorsa naturale, paesistica, economica che non ha pari al mondo. Una occasione unica. Ci sono esempi vicini (le valli polesane autogestite dalle cooperative di miticoltori) e lontani (il parco naturale delle Camargue sul delta del Rodano) che ci mostrano come si potrebbe fare. Anni fa la Giunta Galan non volle inserire le valli da pesca tra i beni dell’odiato stato centrale da trasferire alle regioni: gli amici non andavano disturbati. Né la Regione ha mai voluto rispettare le sue stesse leggi e istituire un parco della laguna. La legge nazionale sui parchi ha proprio nell’omissione della laguna di Venezia uno dei suoi punti più deboli. Del resto non mi pare che nemmeno la Provincia e i nove Comuni che si affacciano sulla laguna (Campagnalupia escluso, con i suoi ottimi esempi di valle Averto e valle Millecampi) abbiano alcuna intenzione di occuparsi dei loro beni pubblici. L’unica speranza è che associazioni e comitati così fortemente impegnati contro il Mose, il transito delle grandi navi e altre devastazioni turistico-industriali, sappiano anche occuparsi propositivamente delle inestimabili ricchezze che ancora contiene la laguna veneziana.

Paolo Cacciari

Dopo i precedenti interventi di Italia Nostra che denunciavano le gravi alterazioni in atto alla Punta della Dogana, in uno dei luoghi veneziani più prestigiosi e ricchi di storia, il commento pessimistico di molti è stato che la triste vicenda forse non era ancora finita e che “il peggio non è mai morto”. Italia Nostra riteneva che quanto già al momento noto, con alterazioni e interventi di grande pesantezza, fosse un limite impossibile da superare. Purtroppo dobbiamo ricrederci.

Le ultime notizie parlano, fra l’altro, di due obelischi di cemento alti ben dieci metri da erigere a pochi passi dall’ingresso dell’edificio. In riferimento al vago carattere cimiteriale che gli obelischi spesso richiamano, qualcuno ha commentato che potrebbero valere come simbolo funerario dedicato ad un luogo di eccezionale valore oltraggiato in quei suoi antichi caratteri che avevano resistito per secoli.

Italia Nostra ama anche l’ironia, ma non è disposta ad apprezzare più di tanto le battute che irridono a scelte comunque di grave pesantezza. Rimane invece fermissima nel condannare tutta un’operazione che negli anni ha fatto della Punta della Dogana ciò che sta diventando. La faccenda – lo si ricordi – inizia quando gli organi dello Stato decidono di spostare dalla Dogana in Terraferma uffici con funzioni d’interesse pubblico che lì si svolgevano da secoli. Non sapendo progettare il futuro una volta di più si colpiva il passato. E posti di lavoro venivano tolti ad una Venezia già pericolosamente proiettata verso una miope monocultura di mero sfruttamento turistico.

Si ricorda altresì come le autorità amministrative centrali e locali e gli stessi organi di controllo che dovrebbero tutelare Venezia (in particolare la Commissione di Salvaguardia e le Soprintendenze), non abbiano saputo impedire alterazioni fortissime delle strutture monumentali. Con scarsa fantasia l’unica destinazione che si è saputo trovare per un manufatto di tale valore culturale è stata quella di sede espositiva: un’altra! nella città che ne ha la massima quantità in proporzione al suo tessuto urbano e che intanto continua ad espellere gli abitanti senza risolvere il problema vitale della residenza.

Con scarsa fantasia ci si è pure impegnati a “nobilitare” l’operazione in atto con il richiamo del grande architetto (senza che il ponte di Calatrava abbia insegnato qualcosa)! E si è scelto un operatore (Tadao Ando) che non ha nulla veramente a che fare con la cultura della grande edilizia veneziana e che è noto ovunque per l’uso del cemento!

Non a caso, dunque, dieci metri per due di obelischi di cemento rischiano di essere il segno di un ulteriore gravissimo sfregio alla qualità civile di Venezia. Se un monumento dovranno essere, gli obelischi lo saranno non in lode a un architetto che ha deciso di collaborare a un progetto che viola la cultura veneziana; non lo saranno nemmeno a lode di un ricco signore che può comprarsi palazzi e beni per metterci quello che desidera; non lo saranno nemmeno alle autorità pubbliche che hanno approvato queste scelte. Saranno il monumento alla memoria di una ulteriore offesa al patrimonio culturale di una città straordinaria ma sempre più indifesa.

Ecco perché dobbiamo vergognarci

di aver detto "no"

Venezia 2000, Milano 2015. Tre lustri non sono niente, anche se è passato un secolo, la rabbia resta uguale. Sono contentissimo per Milano. 20 miliardi di euro e 70mila posti di lavoro, una vittoria italiana, una sconfitta per la turca Smirne. Con tutta la simpatia per Smirne città mediterranea. Mi offende sentire che Milano punterà in pieno sulla dimensione acquea dei Navigli. Sì, Milano punta sull'acqua per la futura Expo. Giuseppe De Rita uno dei principali intellettuali che si sbilanciarono assieme a Renzo Piano per Venezia oggi scrivono che " Venezia 2000 fu suicidata da una campagna di stampa ben concentrata da goliardiche raccolte di firme e dal prudente ritiro da parte del Governo di allora". Fu preferita Saragozza. La Venezia delle contesse e del Fronte del No vinse la sua partita. Anch'io che all'epoca scrivevo per il Gruppo dell'Espresso nei quotidiani locali, ho fatto parte a quella campagna. Una vera schifezza di cui vergognarsene. Con quei soldi, con il Magnete di Renzo Piano. con i grandi progetti, Venezia e il Veneto avrebbero bonificato Porto Marghera, restituito dignità al sestiere di Castello, recuperato in pieno l'Arsenale, fatto sistema tra le realtà urbane di Padova e Treviso. Oggi che Milano punta sulla sua acquaticità mi vengono in mente le Cassandre degli anni Novanta, i Soloni universitari di allora. Venezia avrebbe subìto la peste di 50 mila visitatori al giorno! Oggi che i turisti sono oltre 20 milioni quegli intellettuali anti-Expo dovrebbero fare pubblica ammenda. Abbiamo sbagliato. l piano urbanistico di Leonardo Benevolo del 1995 era illuminato e utile per la comunità veneziana. Quante occasioni perse dalla insipienza degli amministratori locali. Per curiosità storica ho recentemente letto le cronache del Gazzettino del 1955: alla inaugurazione del cavalcavia ferroviario di Mestre, raddoppiato, tagliava il nastro tricolore il presidente della Repubblica Giovanni Gronchi. I lavori erano stati coordinati dalla provincia di Venezia presieduta dal democristiano Armando Favaretto Fisca. Ebbene, il sindaco comunista Giobatta Gianquinto non vi partecipa per protesta perchè l'opera era "una cattedrale nel deserto". Opera inutile, per le auto private, come inutile era costruire le nuove autostrade. E' passato mezzo secolo e i tempi dettano giustizia. Del povero Giuseppe Volpi, sepolto per pietà ai Frari dalla volonta del futuro papa Giovanni XXIII°, fu scritto che "causò i disastri di Porto Marghera e l'acqua alta". Non è giunto forse il tempo di ripensare il nostro futuro?

(Maurizio Crovato)

Venezia "porto franco"?

Inizia a farsi strada un'idea di autonomia

(da.sca.) Potrebbe essere una nuova sfida per testare la forza della classe politica locale. Comunque un progetto di lungo respiro: Venezia porto franco o, comunque, con una qualche autonomia fiscale e legislativa che dia agli amministratori locali gli strumenti per governare meglio la città. Il tema era stato lanciato a gennaio dall'assessore Mara Rumiz proprio sul Gazzettino, ma non era stato raccolto, passato quasi sotto silenzio. L'assessore aveva citato Barcellona a proposito del tetto alla trasformazione degli edifici residenziali in turistici, un limite che la città catalana ha potuto applicare in forza di una sua autononomia legislativa.«Oggi - aveva detto Mara Rumiz - si deve dare un nuovo valore alla specificità veneziana, parlare non solo di trasferimenti finanziari, ma anche dell'introduzione di normative specifiche per la città, per garantire non solo la sua salvaguardia, ma anche per incentivare attività economiche diverse dal turismo, per portare nuova residenzialità».

Un appello alle forze politiche locali, che se a livello regionale puntano su un federalismo fiscale conaltre sfumature, a livello veneziano hanno glissato. Qualche giorno fa, però, sul sito di Fondaco, società che si occupa di comunicazione istituzionale e di marketing, l'amministratore Enrico Bressan ha ripreso la palla.

«Lo strumento fiscale - scrive Bressan - è l'unico in grado oggi di garantire e programmare il futuro di Venezia. Risorse finanziarie pubbliche per mantenere e valorizzare la città non ce ne sono e quindi è necessario, e non più rinviabile, pensare all'innovazione e a strumenti che possano generarne di alternative. Sono necessari interventi strutturali per evitare il continuo spopolamento ed avviare una stagione di progettazione. E l'unico modo per affrontare e risolvere questi problemi è quello che Venezia diventi fiscalmente zona franca».

«È necessario - aggiunge Bressan - un fisco capace di trattenere coloro che vogliono vivere in città: dall'esenzione totale per l'acquisto della prima casa all'esenzione totale per chi affitta, dalla deducibilità integrale del canone di locazione (sia per residenti che per studenti, questi ultimi finiti gli studi potrebbero decidere di fermarsi definitivamente a Venezia e facendo così magari qualche bella testa pensante anziché andare in cerca di nuovi lidi potrebbe rimanere qui) alla deducibilità totale per coloro che fanno interventi di restauro. Agevolazione massima per le aziende che desiderano aprire una loro sede in città (sia nel centro storico che nelle aree dove è necessaria la riqualificazione urbanistica) questa volta però in modo serio (sedi reali e non fantasma come avviene nei paradisi fiscali) con un periodo minimo garantito di residenza (10 anni) e l'obbligo di offrire nuovi posti di lavoro e quindi nuove opportunità per i giovani. L'esempio in Europa lo abbiamo: l'Irlanda. Da ultimo per reddito pro capite e prodotto interno lordo è diventato in pochi anni il Paese con il più alto tasso di sviluppo perché ha saputo attrarre con misure fiscali intelligenti la disponibilità di numerose multinazionali senza che l'ambiente subisse stravolgimenti».In conclusione, dice l'amministratore di Fondaco «prima dei soldi, è necessario attrarre intelligenze e competenze in forza delle quali individuare i migliori percorsi di sviluppo. Così Venezia può ritornare ad essere la città del futuro. L'invito che rivolgiamo alle istituzioni, a tutti i livelli, è quello di chiedere all'Unione Europea una deroga speciale per il territorio comunale di Venezia (forse in quella sede incontreremo maggiore sensibilità e quindi maggiore chance che tutto ciò si realizzi). Un provocazione, un'utopia, un sogno, forse di tutto un po' ma per raggiungere grandi risultati è necessario pensare in grande

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Tre aree: l'area delle ...

Tre aree: l'area delle nazioni, il network delle idee, quello della produzione. Un'invasione stimata tra i 45 e i 26 milioni di turisti tra il 1° marzo e il 30 giugno 2000, con una presenza media di 250mila persone al giorno. Erano questi alcuni dei dati dell'Expo 2000 che si sarebbe dovuta tenere a Venezia, un "sogno" che stimolò anche la fantasia dei creativi. Ci fu chi, come gli architetti Emilio Amnasz e Antonio Foscari, arrivò a immaginare uno stadio in mezzo alla laguna raggiungibile sia con l'auto che con la barca, spettacoli su padiglioni e teatri galleggianti, percorsi acquei illuminati. Si parlò di numero chiuso per regolare gli afflussi in città e accessi gestiti con sistemi elettronici. La sede strategica dell'Expo doveva essere l'area delle nazioni, prevista a bordo della laguna nella zona di Marghera o in quella di Tessera, con rivalutazione del waterfront.

Il network delle idee avrebbe invece dovuto trovare posto all'Arsenale, vero e proprio cuore della manifestazione in centro storico con dibattiti, confronti, centro di produzione, cervello operativo e sede espositiva. Il network della produzione, la sede espositiva vera e propria, avrebbe invece coinvolto il Veneto, soprattutto il sistema fieristico, da Verona a Padova. Il tema dell'Esposizione doveva essere l'equilibrio del sistema Terra, facendo di Venezia la città simbolo di una nuova cultura. Si parlava, allora, di risorse in arrivo per 5mila miliardi di lire dell'epoca, praticamente una mini Finanziaria.

L'intera manifestazione, poi, avrebbe avuto ricadute sul territorio, con l'acceleraizone del Piano regionale di coordinamento e del Piano regioinale dei trasporti. Per gestire i flussi si pensava a una ExpoCard per controllare gli arrivi nei giorni di maggiore affluenza. Tema tornato (o rimasto) d'attualità.

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«Venezia porto franco, ...

«Venezia porto franco, con una sua autonomia legislativa e fiscale? Una proposta difficile, quasi impossibile da far passare».Il vicesindaco Michele Vianello è scettico, perché si tratterebbe di una riforma pesante, per la quale la classe politica locale e italiana dovrebbe impegnarsi a livello europeo. Eppure, su un altro fronte, questo impegno c'è.Proprio ieri i presidenti di Friuli-Venezia Giulia e Veneto, Illy e Galan, hanno rilanciato l'Euroregione. Progetto istituzionale certo diverso da quello di una Venezia "a statuto speciale", però indicativo del fatto che, quando un obiettivo è condiviso, non esistono steccati di parte. L'importante, insomma, è crederci.E Illy ci crede a tal punto da affermare che «se non arriverà il "via libera" da Roma per l'Euroregione, noi la costituiremo lo stesso». Non solo, ma Illy ribadisce anche che continuerà «a essere al fianco di Galan e degli altri presidenti delle Regioni a statuto ordinario nel pretendere che il nuovo titolo quinto della Costituzione, modificato nel 2001, venga attuato pienamente, che significa anche realizzare il federalismo, incluso quello fiscale».

A dargli manforte, lo stesso Giancarlo Galan, il quale afferma di ritrovarsi «nell'ormai tradizionale sintonia accanto al Friuli-Venezia Giulia». Tuttavia, secondo il governatore, non basta l'impegno di Illy e Galan perché si realizzino Euroregione e federalismo fiscale».«Ciò che desidero per davvero - conclude Galan - è che attorno alla costituzione dell'Euroregione (Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Carinzia, Slovenia, Croazia e Contea dell'Istria) si formi una forte unità tra tutte le forze politiche del Friuli Venezia Giulia e del Veneto, e lo stesso avvenga a livello nazionale».

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«Per carità, "pentimento" ...

«Per carità, "pentimento" è una parola grossa. Però con il senno di poi la spinta modernizzatrice dell'Expo a Venezia poteva far comodo...».La vittoria di Milano nella competizione per l'Esposizione universale 2015 ha riaperto nel vicesindaco Michele Vianello e tra alcuni degli "exposcettici" una ferita non ancora così antica da essersi rimarginata, quella dell'Expo 2000. Resta ancora un pericolo evitato per Venezia o, alla luce delle lodi che piovono in capo al sindaco milanese Letizia Moratti, è diventata un'occasione mancata?Tra gli anni Ottanta e Novanta la città si logorò nel dilemma e alla fine i dubbi ebbero la meglio, scoraggiando il governo di allora a sostenere la candidatura veneziana. «Un caso unico - commenta oggi Nereo Laroni, sostenitore dell'Expo al fianco di Gianni De Michelis, eletto europarlamentare tra i socialisti proprio nel 1989 dopo l'esperienza di sindaco tra il 1985 e il 1987 - Ricordo politici locali e italiani spendersi addirittura contro Venezia...».

A una ventina di anni di distanza, c'è dunque chi rilegge le sue convinzioni di allora, come Vianello. O anche, in parte, come il viceministro ai trasporti Cesare De Piccoli, vicesindaco tra il 1987 e il 1990.

«Il "no" all'Expo allora era basato su due motivazioni - spiega De Piccoli - Il primo ideologico: c'era chi respingeva una certa idea di modernità. Il secondo, e io lo scrissi chiaramente all'epoca, era dovuto alla convinzione che Venezia non era compatibile con un evento simile, non lo avrebbe sopportato. Lo vediamo anche oggi: Venezia non regge il peso dei grandissimi eventi, figuriamoci un'Expo che in 4 mesi avrebbe portato in città 30 milioni di visitatori. Certo, il "no" giustificato con l'antimodernità non era però condivisibile. De Michelis forse vide in prospettiva, sbagliò chi sottovalutò la spinta propulsiva dell'Expo».

Michele Vianello invece conserva i ritagli e i documenti di allora, ha tenuto i verbali delle riunioni del Pci, i documenti, gli ordini del giorno in consiglio comunale.Oggi il Pci non esiste più. «E mi diverte vedere - insinua Laroni - che chi allora faceva parte del partito del "non fare", come Cacciari, oggi è diventato più morbido, presenta progetti su Tessera con la Save di Marchi. Perfino Bertinotti plaude al successo di Milano...».

«È vero - ammette Michele Vianello - l'Expo allora avrebbe dato alla città un'utile e necessaria spinta di modernizzazione, avrebbe portato a Venezia una grande firma come Renzo Piano, avrebbe innovato un tessuto infrastrutturale. Invece vent'anni fa hanno prevalso i veti ideologici. Perché? Per il semplice motivo che vedevamo nell'Expo un acceleratore di quei processi di degrado che poi, però, si sono verificati lo stesso».A partire dalla deriva turistica, che puntualmente c'è stata. Così scriveva nel 1990 il professor Edoardo Salzano, urbanista dello Iuav e fiero oppositore all'Expo: «Ora, dopo aver perso 5 anni a contrastare una proposta sbagliata, si può ricominciare a lavorare per risolvere i problemi, ma nella direzione opposta: per governare il turismo, anziché per esaltarlo, per difendere le attività ordinarie della città, per costruire le ragioni e le occasioni di uno sviluppo economico e sociale non effimero». Parole e speranze che oggi appaiono tradite dai fatti. E lo ammette lo stesso Salzano, che a 78 anni continua a studiare e a produrre idee con il suo sito web Eddyburg. «È vero - ammette Salzano - allora c'era quella convinzione, ma la città poi ha preso un'altra direzione. Personalmente sono deluso dalla classe politica che si è succeduta da allora, non si è saputo indirizzare la città verso uno sviluppo positivo, legato alla sua tradizione e alla sua vocazione. La deriva di Venezia ci è sotto gli occhi quotidianamente. Ho nostalgia dei "vecchi" amministratori, di Gianni Pellicani e anche di Gianni De Michelis che, Expo a parte, negli anni Settanta sapeva guardare lontano. Oggi manca proprio questo: la lunga prospettiva. La politica è diventa conquista di voti a breve termine».Tuttavia sull'Expo Salzano non ha cambiato idea. «Continuo a pensare che sarebbe stata un danno per Venezia - conclude - Anzi, a mio avviso è un pericolo anche per Milano. Il giorno dopo la notizia della vittoria, i terreni sui quali si costruirà avevano già decuplicato il loro valore. E penso alle conseguenze che l'Esposizione milanese potrà avere anche su Venezia».

Proprio per compensare questo impatto, il sindaco Cacciari ha chiesto che una parte delle risorse stanziate per l'Expo del 2015 arrivi anche a Venezia. «Più che soldi - corregge De Piccoli - coglierei l'occasione per mettere alla prova la classe politica del nord, lombarda e veneta, alla vigilia delle elezioni. L'Expo di Milano deve essere l'occasione per ricalibrare le priorità nelle infrastrutture. L'asse Torino-Milano ha già beneficiato dell'effetto Olimpiadi del 2006, ora le risorse a disposizione per l'Alta Velocità si destinino prioritariamente a completare il collegamento Milano-Venezia, finendo la linea mancante Verona-Padova. Si tratta di una decina di miliardi in gioco. Questa sarebbe una risposta concreta per far entrare nel gioco anche il Veneto e Venezia. È necessario entrare subito nel Comitato per l'Expo e far valere in quella sede le istanze del Veneto. A fianco di questo progetto, poi, viene da sè una seria organizzazione e gestione dei flussi, perché è impensabile che chi andrà a Milano nel 2015 non venga a fare una visita a Venezia».

L'Expo, dunque, come grande occasione. Anche se si tratta di quella di Shangai del 2010, dove Venezia è stata chiamata a partecipare con alcuni progetti. «Noto però - osserva Laroni - che tra i "fiori all'occhiello" di Venezia non è stato inserito il Mose. Strano: non vuol dire che, anche se Cacciari è contrario, non si possa presentare al mondo un'opera unica e altamente significativa come quella. E noto anche come si sia dimenticato che solo due settimane fa si voleva chiedere alla Fenice di non andare in tour in Cina per la repressione in Tibet, mentre ora si osanna la missione a Shangai. Evidentemente prevale l'opportunismo politico».

«E comunque - conclude Laroni - i fatti dimostrano che venti anni fa avevamo ragione. Oggi si sono presentati trionfalmente progetti come le bonifiche, il quadrante di Tessera, le varie infrastrutture, che l'Expo avrebbe accelerato. Invece tutto è stato ritardato di un ventennio...».

E a venti anni fa torna Mario Rigo, sindaco socialista tra il 1975 e il 1985, che ricorda come allora «non ci fu una posizione di contrarietà del consiglio comunale», ma un irrigidimento di Ca' Farsetti «perché - racconta Rigo - il progetto dell'Expo fu presentato a scatola chiusa, con una società di privati già costituita, senza alcun coinvolgimento del Comune».

«Cosa ben diversa - osserva Rigo - da quanto avvenuto con Milano, dove la spinta propulsiva è venuta proprio dal sindaco Moratti. Nel caso di Venezia il sindaco non venne assolutamente coinvolto, addirittura si era già dato l'incarico a Renzo Piano per il famoso "Magnete" che doveva diventare il simbolo architettonico dell'Expo 2000».

(Davide Scalzotto)

Postilla

C’è chi, come De Rita e Laroni, era già allora tra i promotori dell’Expo a Venezia. C’è chi allora l’aveva combattuta, e ora si pente. Nulla di male. I tempi sono cambiati, i principi pure. Il pensiero unico ha conquistato larghissima parte del mondo della politica (e non solo). In realtà è proprio nei primi anni 90, quando si evitò a Venezia la sciagura dell’Expo, che i tempi cambiarono. Le parole d’ordine che erano state di Craxi, e che Berlinguer aveva sdegnosamente respinto, divennero gli slogan di gran parte degli ex PCI. Una “modernizzazione” a base di grandi infrastrutture e di grandi occasioni d’investimento, un’omologazione che cancelli ogni diversità (anche se la diversità è quel gioiello d’equilibrio che si chiama Venezia), una rincorsa a inseguire tutto ciò che può aumentare il PIL (anche se, come il turismo, distrugge giorno per giorno ciò che tocca): questi i “valori” di oggi. Evidentemente diversi da quelli che si nutrivano quando si combatteva l’Expo; a meno che, già da allora non si ignorasse in nome di che cosa lo si faceva. (e.s.)

Qui l’editoriale de l’Unità con il quale si annunciava il ritiro della candidatura italiana all’Expo 2000

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