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Sabato 16 gennaio 2009

Tessera City decolla nella notte

di Alberto Vitucci

Una raffica di contestazioni, ricorsi, accuse di illegittimità. Ma alla fine la delibera su Tessera city ha avuto la maggioranza. Nella notte si discuteva ancora di mozioni e emendamenti. Ma l’orientamento emerso già in commissione nel pomeriggio non lasciava spazio a dubbi: una maggioranza trasversale - anche il Pdl con il Pd - sostiene il megaprogetto del Quadrante di Tessera. Che adesso entro il 18 gennaio sarà restituito alla Regione per l’approvazione definitiva. Un accordo di ferro tra il sindaco Cacciari, il presidente della Regione Galan e il presidente della Save Enrico Marchi firmato nel 2008. Un iter ripreso dopo quattro anni di «stop» alla delibera aprovata nel 2004 dalla giunta Costa. E adesso la nuova Tessera prende forma. Un milione e 200 mila metri cubi di nuovi edifici, stadio e nuovo casinò, alberghi, centri sportivi e del divertimento, centri commerciali, uffici. Una nuova città in gronda lagunare che il sindaco Cacciari ha difeso a spada tratta. Firmando lui stesso la delibera in giunta superando così anche le perplessità dell’assessore all’Urbanistica Gianfranco Vecchiato. Alla fine a sostenere il progetto la maggioranza dei consiglieri del Pd e del Pdl. Contro, il leghista Alberto Mazzonetto, che ha presentato una mozione (respinta) per il ritiro definita illegittima. Molina e Casson (Pd), Caccia (Verdi), Bonzio (Rifondazione), Italia dei valori (Filippini, Lastrucci, Guzzo), Gruppo Misto (Conte e Pepe). Perplessità anche nel Pdl. Cesare Campa è uscito dall’aula, il presidente Renato Boraso (Pdl) ha proposto 25 osservazioni, tutte respinte e una mozione che prevede la riduzione delle cubature dei nuovi edifici. Approvata invece la mozione proposta da Pomoni (Pdl) e Borghello (Pd) per suggerire alla giunta di tener conto degli impatti delle nuove strutture commerciali e ricettive sull’equilibrio commerciale e turistico. Istanza che era stata ribadita nel pomeriggio dai rappresentanti di commercianti e albergatori.

Il sindaco Cacciari ha illustrato per la terza volta in due giorni dati e ragioni della delibera. «Per noi il percorso è legittimo», ha detto, forte del parere espresso dall’avvocatura civica e dal dirigente di Urbanistica Oscar Girotto, «non si può rinviare, perché il termine posto dall’articolo 46 è perentorio. Ognuno è libero di ricorrere al Tar contro la delibera se la ritiene illegittima, ma io mi prendo la responsabilità di andare avanti». Il pubblico ci guadagna, secondo Cacciari, perché con questa operazione potrà costruire a costo zero il nuovo stadio coperto e il Casinò, oltre al bosco di 100 ettari e il il valore dei suoi terreni aumenta. Altri 17 mila metri quadrati andranno per lo stadio coperto, 50 mila metri quadri per le strutture commerciali 150 mila per gli uffici, poi il palasport e centro congressi. «I dettagli e le cubature saranno discussi quando si parlerà del Pat, il Piano di assetto del territorio», dice Cacciari, «ma intanto questo progetto non lo possiamo fermare».

Quanto alle Olimpiadi, il sindaco precisa: «Le Olimpiadi sono arrivate dopo, e se la candidatura sarà accettata», dice, «potremo aggiungere anche piscina e palasport oltre al villaggio olimpico. In caso contrario la candidatura non andrà avanti, perché solo un matto può pensare di portare a Marghera, dove le aree sono ancora inquinate, il grande pubblico e le discipline sportive». Un tema, quello delle Olimpiadi, che deve aver convinto anche la Lega in Regione - tra i principali sostenitori dei Giochi 2020 - a non spendersi troppo per fermare la delibera. Anche se il partito veneziano ha sostenuto apertamente la battaglia del consigliere Mazzonetto. «La Confindustria dice che tutto va bene, non sono d’accordo», ha detto ieri Boraso, «non possiamo aggiungere metri cubi al territorio. In quell’area ci sono già i metri cubi dell’Aev, Dese, Campalto, Veneto city». Dibattito e polemiche nella notte.

Domenica 17 gennaio

Le aree del Casinò valorizzate

un «jackpot» da 140 milioni di euro

di Enrico Tantucci

Operazione che assesta in un «battibaleno» i conti della società

Un «jackpot» patrimoniale da circa 140 milioni di euro. E’ quello che ha «vinto» istantaneamente la Casinò spa con l’approvazione in consiglio comunale alla Variante al Prg che dà il via al famoso Quadrante di Tessera, anche se manca ancora l’ultimo sì della Regione per la definitiva ufficializzazione. I circa 400 mila metri quadri di terreni agricoli di proprietà della Marco Polo srl - la controllata della casa da gioco, che avrà il compito di costruire stadio e nuovo casinò nell’area - si sono infatti tramutati, dopo il sì alla Variante, in terreni edificabili, con un incremento di valore commerciale di quasi una ventina di volte, rispetto a quello precedente, intorno agli 8 milioni di euro.

Il risultato è appunto il possesso di un’area pregiata - a due passi da Venezia e dalla laguna - che vale appunto ora (ed è destinata a crescere) intorno ai 140 milioni di euro, anche se da essa andranno poi “scontati” gli oneri di urbanizzazione relativi alla costruzione di Casinò e Stadio, per alcune decine di milioni di euro.

Non a caso, la Casinò spa starebbe ora pensando a una possibile fusione con la Marco Polo srl, per portare i benefici nel proprio bilancio 2010 che è comunque a questo punto “blindato” - al di là dei tagli di spesa già programmati e della riduzione di circa 6 milioni di euro del contribuito assicurato al Comune sui propri incassi con la convenzione modificata, che porta a circa 93 milioni e mezzo di euro il «tesoretto» per Ca’ Farsetti, rispetto agli iniziali 107 milioni annui - senza necessità di ricapitalizzazioni.

Si era chiuso con un «rosso» di circa 20 milioni di euro il bilancio consuntivo 2008 della casa da gioco, ma il passivo non si era scaricato sulle casse di Ca’ Farsetti, grazie all’operazione di ricapitalizzazione già attuata dalla Casinò spa, aumentando il capitale sociale da 8 a 48 milioni di euro, con il conferimento patrimoniale dell’ex Casinò del Lido e degli arredi di Ca’ Vendramin Calergi da parte del Comune. Successivamente, il capitale era stato ulteriormente elevato oltre i 60 milioni di euro.

Anche il consuntivo 2009 - dopo il forte calo degli incassi nell’ultimo anno - vedrà il bilancio della Casinò spa in passivo di qualche milione di euro, ma l’operazione di valorizzazione patrimoniale sui circa 400 mila metri quadri di terreni del quadrante di Tessera porrà la società presieduta da Mauro Pizzigati in una situazione di tutta tranquillità sul piano economico, nonostante l’andamento degli incassi. Il 2010 è però partito piuttosto bene, con una media di circa 800 mila euro al giorno di incasi e gli ultimi dati statistici resi noti Giocomews mostrano che nel biennio «orribile» 2008-2009, il Casinò veneziano è quello che - dopo Campione - ha retto meglio alla crisi delle case da gioco italiane, seguita da Sanremo e Saint-Vincent, pur con una flessione vicina al 16 per cento nei due anni.

E, in prospettiva - con il nuovo Casinò all’americana in stile Las Vegas da realizzare, con albergo, a Tessera - altri introiti arriveranno dalla vendita dell’attuale Casinò di terraferma di Ca’ Noghera, destinato probabilmente a trasformarsi da casa da gioco in megacentro commerciale, anch’esso ceduto a caro prezzo.

Postilla

La città quale il mondo l’ha conosciuta e amata sta crepando. Annotiamone quattro episodi hard dell’imprevista agonia. 1) Le gigantesche opere che sono state realizzate alle Bocche di porto, utili solo ai cementieri e al consorzio che li rappresenta, poiché le barriere mobili non funzioneranno mai e le condizioni della laguna stanno peggiorando. 2) Le “valorizzazioni immobiliari” che avvengono al Lido, con il pretesto di trovare finanziamenti per il nuovo Palazzo del cinema (un alacre ex assessore della giunta Cacciari e un nuovo commissario straordinario che sarà nominato da Berlusconi concorreranno in questa operazione). 3) L’avvio, di un pesante insediamento in margine alla Laguna, oggi chiamato Tessera City, una vecchia idea di De Michelis avanzata alla fine degli anni 80, ripresa e portata alla vittoria dalla coppia bipartisan Massimo Cacciari e Giancarlo Galan. 4) Una metropolitana sublagunare che lega Tessera City a Venezia e al Lido (scaricando altre migliaia di turisti nella città storica) per ricucire il tutto e agevolare la “valorizzazione immobiliare” degli antichi sestieri. Questi sono gli elementi materiali del contesto nel quale Venezia corre verso la sua definitiva scomparsa. Allegramente, fra poco è carnevale.

La vicenda di Tessera City è esemplare dell’arroganza e della presunzione d’impunità dei suoi protagonisti, come del resto del disprezzo che i governanti dimostrano per la legalità. Una rapida sintesi degli avvenimenti basterà a dimostrarlo. Nel 2004 il comune di Venezia approvò una variante che raddoppiava i volumi già previsti dal vigente PRG per la realizzazione di uno stadio e numerosi annessi (commercio, ricreazione, ricettività, uffici ecc.). Passarono gli anni: la Regione non approvò, e il comune non sollecitò. Nel frattempo avvenivano transazioni immobiliari nelle aree circostanti, dove si comprava a prezzi agricoli. A un certo punto il maggiore proprietario (la Save s.p.a, che gestisce l’aeroporto), cui si accodò subito la società di proprietà comunale che gestisce il casinò, presentò alla Regione una ulteriore “osservazione” alla variante del 2004. Avvennero incontri pubblici tra i rappresentanti delle due società, il sindaco Cacciari e il presidente Galan, nei quali i quattro concordarono trionfalmente ed approvano il piano presentato dalle società.

La Regione restituisce nel 2009 la variante del 2004 al Comune e gli dice: te l’approvo, se tu accetti formalmente la nuova soluzione delle società.

Una procedura mai vista: una osservazione presentata da privati quattro anni dopo l’approvazione della variante, concordata coram populo dai portatori d’interessi pubblici e privati: una modifica non marginale (si tratta del raddoppio della cubatura già raddoppiata); una modifica non nell’interesse pubblico (i promotori dichiarano che la modifica serve perché “bisogna produrre risorse”). Oltre un milione di metri cubi sul margine della Laguna, in una delle aree definite a più alto rischio idraulico dell’intero Veneto. Un mega-affare senza nessuna relazione con qualsiasi analisi dei fabbisogni locali. Affari, e basta.

Il sindaco-filosofo dichiara (vedi il Gazzettino del 16 gennaio) “è il giorno più bello della mia vita”. Anche per i proprietari delle azioni della società che gestisce il casinò: le azioni sono aumentate in poche ore del 20%, e il casinò ha vinto “un jackpot patrimoniale da circa 140 milioni di euro”.

Here English Translation

Malgrado molti dubbi scientifici e il temuto forte impatto negativo sull’ambiente, il progetto chiamato Modulo Sperimentale Eletromeccanico (MoSE) per barriere mobili contro il flusso di marea alle bocche di porto della Laguna di Venezia, per proteggere la città contro il fenomeno dell'acqua alta, è in costruzione. Tuttavia, un recente studio ha evidenziato la necessità di una revisione del progetto.

La prima pietra del Mose è stata posata il 14 maggio 2003 dal Primo Ministro Berlusconi. Il progetto fu contestato dal Comune di Venezia, dalla maggior parte delle associazioni locali per la salvaguardia della città e dell'ambiente naturale della Laguna, da parecchi esperti scientifici e da una grande parte della cittadinanza.

Nel 2005 il Comune di Venezia ha proposto al Governo italiano diversi progetti alternativi al Mose, tutti molto meno costosi e con minor impatto ambientale (http://www2.comune.venezia.it/MoSE-doc-prg/à 6). Questi non sembrano essere stati presi in seria seriamente considerazione dal Governo italiano, che ha preferito continuare i lavori per il MoSE.

Nel 2009, dopo aver speso nei lavori preliminari (la maggior parte per il dragaggio e la costruzione di dighe) circa la metà dei 6 miliardi di dollari preventivati inizialmente, non è ancora partita la costruzione degli enormi cassoni di calcestruzzo, ai quali dovrebbero essere attaccate 79 paratie. Ancora più grave, manca ancora un piano esecutivo complessivo dell’intero progetto. Secondo i progettisti del Mose, ciascuna paratia dovrebbe essere sollevata tramite l'immissione di aria compressa e lasciata oscillare in modo indipendente con le onde. Un dettaglio essenziale, è però il fatto che la struttura delle cerniere che dovranno collegare le paratie ai cassoni e controllare il flusso dell'aria compressa immessa, non è mai stata illustrata e sembra essere ancora in fase di studio. Qualcuno potrebbe chiedersi come un progetto di tale importanza, ancora non definito in alcune parti essenziali, possa aver ottenuto le necessarie autorizzazioni amministrative in Italia ed anche un importante prestito finanziario dalla Comunità Europea.

La possibilità di oscillazioni non uniformi delle paratie sotto l’azione delle onde, permetterebbe l'accesso di un flusso di acqua marina nella Laguna anche a paratie chiuse, è stata la più forte critica indirizzata ai progettisti del Mose. Secondo un rapporto di esperti internazionali [Collegio di Esperti di Livello Internazionale, 1998], l’aumento del livello d’acqua in Laguna è stato stimato in 0,27 cm/h nel caso in cui le paratie non oscillassero; 0,46 cm/h in caso di relative rotazioni di 20° (caso considerato come possibile) e di 2,09 cm/h per rotazioni di 30° (caso considerato come improbabile).

Per simulare il verificarsi di certi eventi meteorologici estremi del passato con le barriere mobili pienamente operative, è stata usata una stima molto prudente di aumento del livello della Laguna di 1 cm/h, includendo le forti piogge cadute sulla Laguna e sul suo bacino idrologico, mentre forti venti persistenti sul Mar Adriatico stavano creando onde nei passaggi della Laguna. È stato dimostrato che in parecchi casi, con una crescita del livello del mare di soli 20-30 cm, le inondazioni per molte ore consecutive delle zone più basse di Venezia, non possono essere evitate dalle barriere del Mose [Pirazzoli, 2002; Pirazzoli and Umgiesser, 2006].

Un gruppo di sostenitori del Mose [Bras et al., 2002], che ha studiato il progetto su incarico del Governo Italiano, ha contestato queste asserzioni affermando che “le paratoie sono state progettate in modo tale da prevenire ampie rotazioni oscillatorie”.

Per fare un confronto, l'aumento del livello medio del mare per l'anno 2100 è previsto variabile tra 0.5 e 1,4 m (Rahmstorf, 2007; vedi anche www.ozean-klima.de per la presentazione di M. Vermeer e S. Rahmstorf alla conferenza sul clima, Copenhagen, marzo 2009), con il valore più plausibile attorno agli 80 cm [Pfeffer et al., 2008].

Più recentemente, uno studio commissionato dal Comune di Venezia alla Compagnia francese Principia R.D. ha messo a confronto il comportamento idrodinamico delle paratie del MoSE con le paratie a gravità di un progetto che era stato proposto come alternativo al MoSE. È risultato (http://www2.comune.venezia.it/mose-doc-prg/ à 12) che con alcune condizioni di onda ripida con altezza significativa superiore ai 2 metri, non rare nell'area, le paratie del MoSE presentano un comportamento instabile. In questo caso la risposta caotica con un'alta amplificazione dinamica delle oscillazioni delle paratie del MoSE non permette una progettazione affidabile delle connessioni delle paratie stesse ai cassoni. In queste condizioni, al contrario di quanto affermato dai sostenitori del Mose [Bras et al., 2002], il flusso di acqua marina nella Laguna attraverso le paratie potrebbe aumentare fino ad un livello che non può essere definito da un modello.

Probabilmente non è troppo tardi per trovare il coraggio di proporre, invece di un rattoppo del vecchio inadeguato progetto, una drastica revisione, sia attraverso una soluzione più diffusa, come proposto dal Comune di Venezia, che permetterebbe di guadagnare provvisoriamente qualche decennio con costi ridotti; o direttamente attraverso una soluzione più drastica che prenda in considerazione l’aumento del livello medio mare nel prossimo futuro e i nuovi modelli climatici. Nel secondo caso, sarebbe necessario che il nuovo sistema di chiusure temporanee sia convertibile, quando l’alluvione diventa inevitabile, in una separazione impermeabile della Laguna dal mare.

Bibliografia

Bras, R.L, D. R. F. Harleman, A. Rinaldo, and P. Rizzoli, Obsolete? No. Necessary? Yes. The Gates will Save Venice, Eos, 83, Pages 217, 224, 2002.

Collegio di Esperti di Livello Internazionale. Report on the mobile gates project for the tidal flow regulation at the Venice lagoon inlets, Venice, June 1998, 48 p.

Pfeffer, W.T., J.T. Harper, and S. O’Neel, Kinematic Constraints on Glacier Contributions by the 21st-Century Sea-Level Rise. Science, 321, 1340-1343, 2008.

Pirazzoli, P.A., Did the Italian Government Approve an Obsolete Project to Save Venice? Eos, 83, 20, Pages 217, 223, 2002.

Pirazzoli, P.A., and G. Umgiesser, The Projected “MOSE” Barriers Against Flooding in Venice (Italy) and the Expected Global Sea-level Rise, Journal of Marine Environmental Engineering, 8, 247-261, 2006.

Rahmstorf, S., A Semi-Empirical Approach to Projecting Future Sea-Level Rise, Science, 315, 368-370, 2007

Paolo Antonio Pirazzoli è ricercatore al Centre National de la Recherche Scientifique, Meudon, France. E-mail:
pirazzol@cnrs-bellevue.fr

FOR A REVISION OF THE ITALIAN PROJECT TO SAVE VENICE

In spite of many scientific uncertainties and the strong negative impacts feared for the environment, the project called the Experimental Electromechanical Module (MoSE) for mobile flood barriers at the inlets of the lagoon of Venice, to protect the city from storm surges, is under construction. However, a recent study has shown that a revision of the project is becoming necessary.

The foundation stone of MoSE was set on 14 May 2003 by Prime Minister Berlusconi, The project was contested by the municipality of Venice, most local associations for the safeguard of the city and of the ecological environment of the lagoon, several scientific experts and a wide range of general people.

In 2005, the municipality of Venice proposed to the Italian government several projects alternative to the MoSE, all much less expensive and with lesser environmental impacts (http://www2.comune.venezia.it/MoSE-doc-prg/à 6). They do not seem to have been seriously considered by the Italian government, which preferred to continue the works for the MoSE.

In 2009, after spending in preparatory works (mostly for dredging and for the building of dykes) about one half of U.S.$ 6 billion initially scheduled, the construction of the huge concrete caissons to which 79 gates should be attached has not yet started. More seriously, a complete plan of execution for the whole project is still missing. According to the MoSE designers, each gate is expected to be raised by injecting compressed air and to oscillate independently with waves. However, an essential detail, the design of the hinges that should connect the gates to the caissons and control the flow of injected compressed air, has not been illustrated and seems to be still under study. One may wonder how such an important project, still undefined in certain essential parts, could have obtained the necessary administrative authorizations in Italy and even an important financial loan from the European Community.

The possibility of non uniform oscillations of the gates with waves, permitting a flow of sea water into the lagoon even when the gates are closed, was the main criticism addressed to the MoSE planners. According to a report by international experts [Collegio di Esperti di Livello Internazionale, 1998], the resulting increase in the lagoon water level has been estimated at 0.27 cm/hr if the gates do not oscillate, 0.46 cm/hr for relative rotations of 20° (case considered as possible), and of 2.09 cm/hr for rotations of 30°(case considered as unlikely).

By simulating the occurrence of certain storms of the past with the flood-gates fully operational, the very prudential estimate for an increase in the lagoon level of 1cm/hr was used, including heavy rainfall occurred over the lagoon and its hydrological basin, while persistent strong winds over the Adriatic Sea were creating strong waves in the lagoon passes. It was shown that in several cases, with a sea-level rise of only 20 to 30 cm, flooding for many consecutive hours of the lowest parts of Venice could not be avoided by the MoSE barriers. [Pirazzoli, 2002; Pirazzoli and Umgiesser, 2006]. A team of MoSE supporters [Bras et al., 2002], which have studied the project on behalf of the Italian government, disputed these assumptions. They stated that “the gates are engineered to prevent large oscillatory rotations”.

For comparison, the global sea-level rise by the year 2100 is expected to vary between 0.5 and 1.4 m (Rahmstorf, 2007; see also www.ozean-klima.de for the presentation by M. Vermeer and S. Rahmstorf at the climate conference, Copenhagen, March 2009), with a more plausible value of about 80 cm [Pfeffer et al., 2008].

More recently, a study commissioned by the municipality of Venice to the French Company Principia R.D. has compared the hydrodynamic behavior of MoSE gates to that of the gravity gates of a project that had been proposed as an alternative to MoSE. It appears (http://www2.comune.venezia.it/mose-doc-prg/ à 12) that for certain steep wave conditions with significant height >2 m, not rare in the area, an unstable behavior is obtained for the MoSE gate. In this case the chaotic response with high dynamic amplification of the oscillations of the MoSE gate does not permit a reliable design of the connection of the gate to its caisson. In these conditions, contrary to the statements of MoSE supporters [Bras et al., 2002], the flow of sea water into the lagoon through the gates would increase to a level that cannot be specified by modelling.

It is probably not too late to have the courage to carry out, instead of a patch up of the inadequate old project, a drastic revision, either towards a more diffuse solution, as proposed by the Municipality of Venice, that would make it possible to provisionally gain a few decades with limited costs; or directly towards a harder solution that would take more into account the near-future sea-level rise predicted by recent and new climatic models. In the latter case, it would be necessary for a new system of temporary closures to be converted, when flooding would become unavoidable, into a watertight separation of the lagoon from the sea.

References

Bras, R.L, D. R. F. Harleman, A. Rinaldo, and P. Rizzoli, Obsolete? No. Necessary? Yes. The Gates will Save Venice, Eos, 83, Pages 217, 224, 2002.

Collegio di Esperti di Livello Internazionale. Report on the mobile gates project for the tidal flow regulation at the Venice lagoon inlets, Venice, June 1998, 48 p.

Pfeffer, W.T., J.T. Harper, and S. O’Neel, Kinematic Constraints on Glacier Contributions by the 21st-Century Sea-Level Rise. Science, 321, 1340-1343, 2008.

Pirazzoli, P.A., Did the Italian Government Approve an Obsolete Project to Save Venice? Eos, 83, 20, Pages 217, 223, 2002.

Pirazzoli, P.A., and G. Umgiesser, The Projected “MOSE” Barriers Against Flooding in Venice (Italy) and the Expected Global Sea-level Rise, Journal of Marine Environmental Engineering, 8, 247-261, 2006.

Rahmstorf, S., A Semi-Empirical Approach to Projecting Future Sea-Level Rise, Science, 315, 368-370, 2007

Paolo Antonio Pirazzoli is a researcher at Centre National de la Recherche Scientifique, Meudon, France. E-mail : pirazzol@cnrs-bellevue.fr

Il progetto è stato bocciato in sede tecnica. Ma i soldi sono garantiti lo stesso. Succede alla sublagunare, che il governo e la Regione hanno definito «infrastruttura prioritaria». Promettendo 290 milioni.

Italia Nostra annuncia battaglia. «Vogliamo avviare una campagna a livello nazionale», dice Alvise Benedetti, ricercatore veneziano e consigliere nazionale dell’associazione, «per sensibilizzare l’opinione pubblica. Si stanno ignorando dubbi e critiche e si va avanti comunque. Occorre avere studi sull’impatto, anche sul tessuto residenziale della città».

Sulla linea della prudenza anche Piergiorgio Baita, amministratore della Mantovani che sta costruendo il Mose e principale azionista privato del gruppo che si è candidato all’opera con il sistema del project financing. «Non siamo ancora alla fase esecutiva», dice, «la sublagunare non è una cosa semplice, la città è divisa. Io naturalmente sono per fare l’opera, ma il percorso è lungo. I problemi minori come sempre in questi casi sono quello tecnico e quello economico». Non preoccupano le imprese i forti rilievi tecnici avanzati anche dalla Soprintendenza e dai vigili del fuoco, che hanno chiesto che il progetto sia rivisto per motivi di sicurezza. E nemmeno le incognite sul caranto, lo strato di pietra su cui poggiano i fanghi della laguna e la città di Venezia. Dibattito aperto anche dal punto di vista ambientale, perché gli 8 chilometri di percorso da Tessera all’Arsenale avrebbero bisogno di almeno dieci uscite di sicurezza, piattaforme di cemento in mezzo alla laguna. Un’opera gigantesca con stazioni e tapis roulants alle Fondamente Nuove, che stravolgerebbe per sempre un paesaggio millenario per far risparmiare qualche minuto, portando in città milioni di turisti in più. Ma i soldi sono già stati messi da parte.

Postilla

Un’intera cartella di eddyburg.it è dedicata alla “ Metropolitana sublagunare. Ricordiamo che il progetto di metropolitana sub lagunare è connesso all’altro grande progetto, Marco Polo City, previsto da una potente lobby sul margine della Laguna, in corrispondenza dell’aeroporto di Tessera: identico a quello per lo sfruttamento del territorio proposto vent’anni fa dal Consorzio Venezia Expo. Una ipotesi folle, che - in questo clima dominato da una consonanza bipartisan per le grandi opere e i grandi affari – procede senza incertezze. A danno di noi tutti. Vedi anche l’’editoriale de l ’Unità del 13 giugno 1990.

L’ex ministro Lunardi l’aveva depennata perché «inutile e pericolosa». L’ex presidente del Magistrato alle Acque si era rifiutata di firmare il progetto. Ma la diga foranea del Lido adesso rispunta. E il Comitato tecnico di magistratura l’ha «resuscitata» approvandola 7 anni dopo la bocciatura.

C’è un piccolo giallo dietro la nuova opera che il Consorzio Venezia Nuova si appresta a realizzare in mare, fuori della bocca di porto di Lido. Il progetto originario del Mose non prevedeva queste «opere complementari», dighe foranee in massi e calcestruzzo orientate a scirocco. Aggiunte nel 2002 su richiesta del Consiglio comunale, che intendeva così percorrere una sorta di strada alternativa al Mose, chiedendo la riduzione delle maree con il rialzo dei fondali e le cosiddette opere di «dissipazione». Le dighe dovevano servire infatti per ridurre l’entità della marea entrante e dunque le acque alte di almeno 4 centimetri. In realtà, dicono a Ca’ Farsetti, sono state realizzate come protezione delle conche di navigazione costruite a Malamocco e riducono le acque alte solo di 1 centimetro e 3 millimetri. Alla fine nel Comitatone del 2002, il ministro Lunardi aveva dichiarato che la diga al Lido non si sarebbe fatta. Perché non utile ai fini della salvaguardia e dannosa per l’ambiente come rilevato dagli studi dell’epoca. E si sarebbe invece attuato il terminal dei petroli in mare, primo passo per ridurre l’inquinamento e anche le profondità dei fondali in laguna.

La riga sul progetto della scogliera al Lido era stata sostituita da un tratteggio. Troppe le controindicazioni, soprattutto per la modifica delle correnti e l’erosione, che si temeva avrebbe potuto danneggiare i litorali. Ma i dubbi evidentemente sono stati superati, e il progetto è stato ora portato al Comitato dal presidente del Magistrato alle Acque Patrizio Cuccioletta e approvato, pur con l’indicazione di verificare i dubbi espressi dal Comune sull’efficacia dello sbarramento.

Quasi ultimata la scogliera a Malamocco, in corso i lavori per quella di Chioggia, adesso rispunta anche la diga del Lido. 43 milioni di euro la spesa prevista, per realizzare circa un chilometro di barriera verso sud est. Una cifra consistente, soprattutto in periodi in cui non arrivano soldi per la manutenzione della città e Insula, la società del Comune che si occupa del restauro di rive, ponti e fondamenta, rischia la chiusura. Tagli anche ai fondi ordinari del Magistrato alle Acque e ai contributi per i restauri ai privati, fermi da anni. Che il Comune ha annunciato di reintrodurre se da Roma arriveranno i 29 milioni di euro promessi da un anno, necessari a proseguire le opere di manutenzione dell’intera città. I lavori del Mose intanto proseguono, finanziati nel 2009 con 1200 milioni di euro, in totale circa 3500 in sette anni sui 4700 previsti.

Inquinano più di una colonna di tir, oscurano il profilo della città. Sono le navi che attraccano a Santa Marta, caricano migliaia di villeggianti e si fanno trainare fino all'Adriatico. Veri e propri residence galleggianti, dove a fare la parte degli immobiliaristi ci sono gli armatori. Ecco cosa si nasconde dietro il primo homeport d'Europa

Oscurano il profilo della città più bella del mondo. Fanno «saltare» le televisioni nelle case. Innescano un piccolo tsunami nel bacino San Marco. E assorbono l'elettricità dei sestrieri. Oltretutto, inquinano peggio di una colonna di Tir in tangenziale. Le gigantesche navi da crociera sono un business per Venezia. Attraccano a Santa Marta, caricano migliaia di passeggeri nella città-galleggiante e si fanno trainare dai rimorchiatori fino all'Adriatico. Andata e ritorno: uno "spettacolo" mozzafiato per chi sta a bordo; una "tortura" senza fine per i veneziani.

È l'ultima frontiera del turismo di massa nella città-cartolina per antonomasia. Un viaggio con vista sul Canal Grande con un ticket che non contabilizza però l'impatto reale dei nuovi Titanic. Ingegneria navale applicata all'immobiliarismo da residence. «Bestioni» lunghi 300 metri, alti 50, con cabine attrezzate per almeno 3.000 passeggeri, supermercati, casinò, piscine, palestre e sale cinema e ascensori panoramici. Atmosfere da sogno con i ponti illustrati da Milo Manara e le copie del Caffè Florian, come a bordo della Costa Atlantica. Scafi da 90 mila tonnellate governati da un equipaggio di oltre mille uomini e gestiti da un "reggimento" di cuochi, medici, camerieri e uomini della security. Una città nella città che salpa e attracca, da sponde sempre più ormeggiate sul filo del rasoio. Dietro le turboeliche del denaro ci sono armatori che pagano profumatamente servizi portuali e tasse d'ogni genere perché Venezia non ha prezzo nell'immaginario dei croceristi (16% americani, un quarto italiani, il resto europei con gli spagnoli in crescita).

Crociere sempre a gonfie vele, tanto che il terminal della laguna si prenota come primo homeport d'Europa. Intanto, diventa l'undicesimo scalo turistico al mondo: nel 2008 un milione 215.088 passeggeri; quest'anno si registra un incremento del 15%. Significano 2 milioni di bagagli movimentati, 33 mila persone nel picco stagionale e circa 35 mila auto in sosta nei piazzali dell'isola del Tronchetto. Tradotto alla cassa, vuol dire un giro d'affari da 220 milioni di euro all'anno.

Una partita che sembra giustificare la "stazza" del faraonico investimento per il nuovo bacino Sant'Angelo: 100 milioni di euro per una futuristica stazione marittima a ridosso del Canale dei Petroli. Nel progetto, 5 mila metri quadri chiusi da una "sponda" lunga mezzo chilometro. Dovrebbe essere pronto nel giro di tre anni. Servirà a far attraccare le future Queen Mary, veri e propri "incrociatori" in grado di movimentare 10 mila passeggeri "a toccata". Nel conto dell'espansione ci sono anche 50 milioni di euro per il potenziamento tecnico dello scalo e altri che 17 permetteranno il riatto di due terminal e la posa di una passerella mobile al terminal Isonzo.

Le crociere d'oro, però, sono come un maremoto. Tanto che il mareografo sul campanile di piazza San Marco è tutt'altro che serenissimo. Registra puntualmente le «scosse» ogni volta che le navi attraversano il bacino da Sant'Elena alle Zattere, e viceversa. E perfino il PM10 oscilla verso l'alto quando i mega-comignoli sbuffano smog nel cielo della laguna.

I veneziani che abitano a Dorsoduro, lungo il canale solcato dai giganti del mare, hanno dichiarato guerra alle grandi navi. «Devastano rive, fondamenta e fondali. Spostano enormi masse d'acqua che poi vanno a scaricarsi direttamente sulla città». E' la denuncia del Coordinamento dei comitati di quartiere di Santa Marta, Castello e Sacca Fisola. Sotto accusa (oltre al micidiale effetto "risucchio e pistone" amplificato dalla stazza delle navi), soprattutto gli energivori motori diesel da 50 mila kilowatt: rimangono accesi 24 ore al giorno per alimentare gli impianti e la frenetica vita di bordo.

Così la centralina Arpav installata sull'isola di Sacca Fisola, a 200 metri dalla stazione marittima, rileva valori di particolato maggiori di quelli registrati ai bordi della tangenziale di Mestre. E all'Agenzia per l'ambiente ammettono senza difficoltà che il traffico portuale nei moli è responsabile della diffusione del 10% del totale dell'emissioni di micropolveri dell'intera provincia. «Pensare che quel "mostro" del Marco Polo, il terzo aeroporto d'Italia per volumi di traffico, emette "solo" lo 0,5 % del Pm10 del veneziano» fanno notare gli abitanti delle zone esposte.

Un dislocamento più che ingombrante, non solo nelle darsene. Anche perché i transatlantici ormeggiati in laguna non chiudono gli occhi nemmeno di notte. I radar installati nelle plance automatizzate emettono senza sosta potenti radiazioni elettromagnetiche. Non servono sofisticati strumenti di rilevazione per misurare gli effetti delle antenne navali: è sufficiente entrare in uno dei "casermoni" di Santa Marta dietro alla vecchia stazione marittima dove non si riceve nemmeno il segnale Rai.

Ma il pericolo maggiore è che questo spicchio di laguna si trasformi presto in un vero e proprio braccio di mare: «Per far transitare le navi da crociera bisogna scavare i fondali, in aperto contrasto con la legge speciale di salvaguardia di Venezia. C'è il rischio di scuotere tonnellate di fanghi inquinati, scarti di lavorazione delle industrie del Petrolchimico» precisano al comitato. Respingono la monetizzazione del primato marittimo veneziano: «L'autorità portuale vorrebbe costruire un muro di separazione tra le banchine e il quartiere di Santa Marta. In cambio, offre al Comune il tradizionale piatto di lenticchie». Nella fattispecie, un migliaio di posti auto nella nuova rimessa d'appoggio del traffico passeggeri programmata dagli ingegneri del Porto.

Per far quadrare il pesante cerchio, si profila una tassa sul traffico navale: una sorta di risarcimento per riparare i danni dell'onda del turismo che si abbatte su rive e fondazioni tutelate dalla Soprintendenza veneziana. E c'è chi teme il patto tra Comune e i napoletani della Msc-crociere, prima compagnia nel Mediterraneo: oltre 200 mila euro per sponsorizzare il Carnevale e la promessa di utilizzare carburante "verde" durante la navigazione nel bacino San Marco.

A Venezia la battaglia contro le grandi navi non è pregiudiziale: «Non siamo contro le attività turistiche o portuali. Ma a favore della costruzione di un avamporto in mare. Come hanno fatto le autorità dei maggiori scali marittimi inseriti nei grandi agglomerati urbani, e come da tempo richiesto dalla municipalità di [Venezia-]Murano-Burano in un ordine del giorno votato dal Consiglio. Intanto bisogna imporre al naviglio di ogni dimensione e genere il divieto di usare i generatori di bordo durante la sosta in banchina, e contemporaneamente allestire appositi attracchi a Porto Marghera».

A primavera, a Venezia si vota. Massimo Cacciari, sindaco-filosofo ormai più che deluso dal Pd, ha annunciato da tempo l'intenzione di chiudere con Ca' Farsetti. Il centrodestra accarezza l'idea di "riconquistare" il potere come ai bei tempi del pentapartito: si vocifera la candidatura a sindaco del ministro Renato Brunetta (ma anche del governatore Giancarlo Galan). La nave del PdL è pronta ad abbordare il municipio, buttando definitivamente a mare ciò che resta del centrosinistra.

La maledizione di Venezia: troppi turisti, pochi abitanti. «E dov’è la novità? Non certo la differenza tra 60.000 residenti e 59.999». Massimo Cacciari, sindaco di Venezia, con una battuta ironica, sdrammatizza il segnale d’allarme. Ovvero gli ultimi dati sulla «fuga» della popolazione dal centro storico lagunare. Ormai ridotto a «una collezione di monumenti» (questa, invece, è la sintesi dell’ex primo cittadino, Paolo Costa, oggi presidente del Porto). Per l’esattezza, il numero dei residenti segnalato dall’Ufficio statistica del Comune (rilevazione del 21 di ottobre) è 59.984. Cifra più cifra meno non fa la differenza, ma a preoccupare è la tendenza. Se ne va circa un abitante al giorno. Irreversibile. Così, l’andare sotto i 60.000 assume anche un significato simbolico. Venezia e i suoi abitanti, insomma, sono numericamente assimilabili ai nuclei di Molfetta, Crotone, Vigevano. Messi insieme, i veneziani doc riempirebbero lo stadio di Firenze.

La curva dell’erosione, lenta e costante, tradotta in cifre: 174.000 (Venezia e Giudecca) nel 1951, circa 100.000 nel ’78. 80.000 nel 1989, 70.000 nel ’96. Fatto sta che un gruppo di «indigeni » (riuniti nel sito venessia. com) si prepara a celebrare li funerale della città. Il sindaco- filosofo, c’è da scommetterlo, bollerà la cerimonia come folklore. Cacciari del resto, non è pessimista. Sostiene, infatti, che oggi non ha senso considerare il centro storico staccato da Mestre, da Marghera. Poiché quel che succede a Venezia, più o meno succede anche a Milano e a Roma: per varie ragioni, la gente tende a trasferirsi nelle cinture urbane. Il fatto è — e qui starebbe la differenza — che a Venezia il distacco fisico tra centro e periferia è ben visibile: il ponte della Libertà unisce/ divide la terraferma dalla città lagunare. Ma che cos’è rimasto, obiettano altri, del tessuto urbano? I veneziani fuggono, chiudono le botteghe storiche, gli artigiani danno forfait. Victor Gómez Pin, docente di Filosofia a Barcellona, si è aggiudicato il Premio 2009 dell’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti, con un articolo pubblicato dal País , che denuncia le ricadute negative dello spopolamento della storica e famosa Serenissima.

«Venezia — scrive — si svuota di veneziani e si popola di centinaia di migliaia di turisti che dall’alba al tramonto vagano, guida alla mano, alla ricerca di qualche briciola dell’anima cittadina...». Luca Marzotto, amministratore delegato di Zignago holding, quest’anima riesce a vederla. «Il mio lavoro è a Portogruaro, ma da qualche anno vivo a Venezia — racconta —. Qualche disagio c’è, tuttavia il contesto è così affascinante che ne vale la pena». L’imprenditore Luigino Rossi e la moglie Roberta risiedono in Laguna, soprattutto per i bambini. «I pericoli sono inesistenti, le scuole sono buone, non c’è traffico», spiega lei. «Certo, non tutti possono permetterselo, la vita è costosa», ammette lui. Rossi, che è anche presidente di uno dei 24 Comitati privati per la salvaguardia di Venezia, rilancia una proposta, che già fece capolino in passato: «Dobbiamo far diventare Venezia una città speciale, una sorta di porto franco. Ciò servirebbe non solo ad attrarre capitali, utili per la vita di questa città fragile, ma le agevolazioni fiscali ed altri benefici ne stimolerebbero il ripopolamento ».

Paolo Costa punta invece sul lavoro. «È una mia vecchia idea, in cui continuo a credere — afferma l’ex sindaco —. Per trattenere i veneziani, ma anche i forestieri, occorre creare un tessuto produttivo moderno, che attragga colletti bianchi. Servono, però, agibilità, trasporti veloci, Ecco perché ritengo indispensabile la metropolitana sublagunare». «Vene­zia con pochi abitanti langue nel degrado sociale e materiale — osserva Elio Dazzo, neopresi­dente dell’Apt —. Meno buro­crazia e più agevolazioni aiute­rebbero a portare abitanti nel centro. Inoltre, si potrebbero in­centivare taluni settori. Penso alla creazione di atelier, di aree urbane per residenze di artisti». Il lamento sulla città in decli­no, a onor del vero, riemerge puntualmente quando cala il si­pario sulla sfavillante stagione mondana e culturale. Non si di­ceva, infatti, nei mesi scorsi, du­rante la Biennale, la Mostra del Cinema, mentre si inaugurava, tra folla e consensi, Punta della Dogana del magnate Pinault, «com’è grande Venezia»? Mari­no Folin, presidente della Fon­dazione Iuav, invita (come il sindaco Cacciari) a smetterla di vedere il bicchiere mezzo vuo­to. «Venezia non è mai stata vi­tale come ora — asserisce —. La fuga? Le statistiche sono fuorvianti. Abitare a Venezia non significa per forza avere la residenza. Moltissimi, italiani e stranieri, la abitano molti mesi l’anno. E’ linfa nuova che spaz­za via i luoghi comuni».

Sarà pur vero che la nonostante tutto ancora bella Venezia, come molte volte è accaduto nella sua lunga e spesso luminosa storia, ci sorprende sempre. Talora anche con effetti speciali e trovate circensi. Ma c’è da restare allibiti, o semplicemente divertiti, dipende dai punti di vista, ascoltando le chiacchiere di questi giorni

(chiacchiere, parlare di progetti pare francamente eccessivo) sul futuro della città che fu dei Dogi. C’è chi propone di fare una metropolitana subacquea che corra in mezzo ai granchi sotto la laguna, chi vuole allargare il ponte della Libertà per farlo diventare nientemeno che un boulevard (!) con negozi e terrazze, e chi sogna addirittura le Olimpiadi (!). Manca solo il matto che proponga di asfaltare i canali per farne piste di pattinaggio.

Sulle Olimpiadi poi, sarà il magico effetto dei cerchi, la fantasia si è scatenata. C’è chi le vuole allargare anche a Padova e a Treviso, chi a tutto il Veneto, chi all’intero Nord Est, e qualcuno persino a tutta l’Italia sull’asse Venezia-Roma «che tanto sono vicine». Senza sapere (o fingono di non sapere?) che le rigide regole olimpiche internazionali prevedono che possano candidarsi solo singole città, e che tutti gli impianti, dicasi tutti, debbano stare obbligatoriamente nel raggio di otto chilometri.

Molto difficile che si possa pensare a Venezia, che non ha alcun impianto sportivo che possa definirsi neanche lontanamente olimpico, e che anche ammesso che volesse costruirli tutti ex novo in qualche punto imprecisato del suo territorio (Tessera? Marghera?) dovrebbe fare un mutuo di decine di miliardi che di questi tempi nemmeno il Padreterno sarebbe disposto a concedere. Impensabile.

Ma ciò che più inquieta è il perché di tutte queste idee balzane. Il primo motivo che viene alla mente è il più logico, ed è, per alcuni, un movente interessantissimo: sono tutte fantasie costosissime che andrebbero ad arricchire enormemente chi deve costruire il costruibile. Nel passato di questa città, ma anche nel presente, ci sono molti esempi, e non certo tutti positivi, che si potrebbero fare al riguardo. E questo è comunque l’unico motivo plausibile. Leggermente disgustoso ma plausibile. Perché, tolta la voglia smisurata di denaro, per certi versi anche comprensibile in tempi di magra come gli attuali, l’unico altro effetto che sortirebbero queste gigantesche diavolerie, sarebbe quello di gonfiare ulteriormente di milioni di turisti una città che già soffoca per troppo turismo e che rischia di morirvi strangolata.

Basta pensare che tra alcuni anni, anche indipendentemente dai giochi, dai metrò e dai boulevard, pioveranno comunque sulla laguna altri milioni di turisti che si andranno ad aggiungere, con inevitabili e facilmente immaginabili problemi, ai venti milioni e passa di turisti attuali. Con il risultato che la città sarà ancora più invivibile, e non soltanto per i sempre più esigui residenti, e verrà definitivamente consegnata nelle mani del turismo di massa e dei suoi allegri sfruttatori. Defunta come comunità civile e risorta come parco giochi.

Dietro questo «obiettivo unico», mai dichiarato apertamente come soluzione finale, anzi pubblicamente confutato ma privatamente perseguito tenacemente da tempo, rimane un’altra amara constatazione: che come avvenne vent’anni fa in occasione della candidatura perdente di Venezia per l’Expo (contestata anche da chi adesso sostiene le Olimpiadi, guarda come il tempo cambia le cose), la classe dirigente veneziana, sia politica che imprenditoriale, sembra puntare a vendere sogni proibiti, per la maggior parte irrealizzabili (e quindi solo fumo) anziché pensare a fare con semplicità e umiltà quelle cose normali legate alla soluzione dei problemi quotidiani del vivere civile di una comunità e di una città normale.

Ma Venezia forse non è una città «normale». Probabilmente non lo è mai stata. Sicuramente non lo è più. E allora largo ai sogni. Il più bello sarebbe se il prossimo sindaco ci risparmiasse giochi, boulevard, metrò e altre bizzarrie. Scendesse dalle nuvole e tornasse coi piedi per terra. Anzi, nell’acqua. Con o senza stivali.

La cronaca

Cacciari ha ufficializzato

la candidatura al Coni

VENEZIA.. Formalizzata la candidatura di Venezia per ospitare i Giochi Olimpici del 2020. Il sindaco di Venezia, Massimo Cacciari, ha inoltrato ieri al presidente del Coni, Giovanni Petrucci «A nome del sistema delle rappresentanze politiche, sociali, economiche di Venezia e della sua area metropolitana in maniera compatta e univoca», la richiesta formale di candidatura di Venezia a ospitare la 32ª edizione dei Giochi olimpici estivi, nel 2020. Il sindaco ricorda come l’assegnazione dei Giochi del 2016 a Rio de Janeiro ha di fatto reso possibile il ritorno dei Giochi Olimpici in Europa nel 2020, per la consuetudine dell’alternanza tra continenti, e ha quindi ricordato che lo scorso 2 ottobre, assieme al presidente e al vicepresidente della giunta regionale del Veneto, e al presidente di Confindustria Veneto, ha annunciato l’intenzione della candidatura. Ancora, ha ricordato come Venezia, oltre alla storia millenaria e al fascino universale è meta di milioni di turisti da tutto il mondo, è una della grandi capitali della cultura e della ricerca artistica, e capitale di un territorio che da decenni è all’avanguardia in tutti i settori economici, sociali, scientifici, e sportivi. Il sindaco ha quindi scritto che «la città di Venezia ha la consapevolezza di poter esprimere un progetto di candidatura olimpica in grado di: rispondere a tutti i requisiti fissati dalla Carta Olimpica e dagli elevati standard richiesti da un evento olimpico; disegnare e realizzare un progetto olimpico di assoluta professionalità e credibilità, sia sotto il profilo organizzativo che sotto quello della sostenibilità economico-finanziaria; poter rappresentare in modo autorevole, innovativo, sostenibile e, ci auguriamo, efficace il nostro Paese nella lunga e articolata corsa all’assegnazione del prestigioso evento». Cacciari ha quindi assicurato che «la struttura del già costituito Comitato Venezia 2020 si adopererà nei prossimi mesi per predisporre tutta la documentazione, le analisi e le procedure funzionali alla presentazione di un dossier da sottoporre alla valutazione degli organi competenti del Coni».

Il giorno dopo aver annunciato a sorpresa di voler candidare Venezia e l’area metropolitana alle Olimpiadi del 2020, il sindaco Massimo Cacciari snocciola progetti e idee, con un’avvertenza: Venezia non farà solo da richiamo per un evento che si celebrerà altrove. E’ entusiasta il filosofo mentre elenca le potenzialità del territorio veneziano, un triangolo che va da Marghera al Lido a Tessera: «Tutti i progetti già in corso a Venezia sono perfettamente coerenti con l’organizzazione dei Giochi olimpici», dice pensando per prima cosa al Quadrante di Tessera, l’area dove sorgerà il nuovo stadio, oltre che il Casinò, ma dove potrebbero trovare sede anche molte altre strutture sportive. «Penso ad esempio a una piscina olimpionica », aggiunge. Ma un altro pensiero molto suggestivo riguarda le aree dismesse di Porto Marghera, dove il sindaco vorrebbe far sorgere il futuro villaggio olimpico.

C’è però una questione che preme molto a Cacciari e riguarda il ruolo della città lagunare in questa partita «metropolitana», dove sono chiamate a giocare un ruolo decisivo anche Padova e Treviso. Il timore è che il nome di Venezia venga sfruttato come specchietto per le allodole, per promuovere la candidatura presso il Cio, ma che poi le gare olimpiche si disputino tutte distanti dalla laguna. «Di Venezia non sarà usato soltanto il nome – avverte –. Qui si vuole creare un progetto tutti insieme e il nostro territorio ha le caratteristiche per ospitare gare e infrastrutture. Le Olimpiadi possono essere un’occasione per la città e per tutta l’area metropolitana per dare una definitiva sistemazione alle infrastrutture, alla mobilità, alla ricettività. C’è un disegno in prospettiva che riguarda tutto questo».

Un disegno non improvvisato. Venerdì quando il primo cittadino veneziano aveva annunciato l’ipotesi candidatura, sembrava quasi una boutade. Invece si è capito ben presto che dietro c’è un progetto che parte da lontano. «Ci lavoravamo da mesi ma siamo riusciti a custodire il segreto — racconta con un pizzico di soddisfazione —. Ora le istituzioni lavoreranno insieme agli imprenditori e a tutti gli attori economici interessati. E’ chiaro che occorreranno degli investimenti per la progettazione, ma deve essere altrettanto chiaro che gli enti pubblici non metteranno un euro, soldi non ce ne sono ».

Entrando nello specifico veneziano, le strutture già previste sono quelle che gravitano nella zona di Tessera dove sarà costruito il nuovo stadio, ma dove si prevede sorga una vera e propria cittadella dello sport. «Qui si potrebbe realizzare anche la piscina olimpionica», insiste il sindaco. Tessera poi, fa notare Cacciari, sarà il punto d’arrivo dell’Alta velocità, dato che proprio davanti all’aeroporto sarà collocata, in futuro, la nuova stazione dei treni super veloci. E se davvero in laguna si realizzerà la sublagunare, di cui si è tornati a dibattere proprio in questi giorni, il cerchio si chiuderà: con il metrò che da Tessera corre sotto acqua, il centro storico veneziano e il Lido diventerebbero improvvisamente vicinissimi.

Così collegato, anche il Lido entrerebbe nella partita olimpica: «Nel tratto di mare antistante il litorale potrebbero sicuramente essere disputate tutte le gare di vela. Mentre il canottaggio no, perché per il campo di gara – ricorda Cacciari – serve l’acqua dolce». Ma c’è un’altra partita molto ambiziosa che si può giocare sull’altro vertice del triangolo, e cioè a Porto Marghera. Il sindaco tiene a precisare: «Gli spazi disponibili sono tanti, ma sono quelli delle aree già dismesse dalle attività industriali, non fraintendiamo. Che a qualcuno non venga in mente di approfittare per dismettere ciò che è tuttora in attività». Fatta la premessa, a Marghera nelle suggestioni del filosofo potrebbe sorgere il villaggio olimpico, con tutti gli spazi per alloggiare gli atleti delle diverse squadre nazionali. «Perché no? Sarebbe un’area perfetta ». Perfetta, come la prospettiva di sviluppo che, secondo Cacciari, potrebbe derivare dalle Olimpiadi in salsa veneta. «Tutta l’area metropolitana potrebbe diventare motore economico dello sviluppo del territorio. E Venezia potrebbe esserne la guida, così come oggi – conclude – lo è già sul piano culturale ».

Postilla

La guida a destra caratterizza sempre di più Venezia. Del resto già qualche tempo fa dalle file degli ex Pci si erano levate voci che rimpiangevano l’arresto che, nel 1990, il Pci e molte altre forze della politica, della cultura e della società veneziana, italiana ed europea avevano saputo intimare alla devastazione dell’Expo 2000, auspicato dai poteri forti di allora. Ma di i poteri dele capita2lismo parassitario e rentier di oggi la politica, almeno a Venezia, è succube, travestita da mosca cocchiera. Così continuano a non capire (o a far finta) che realizzare una Expo o unìOlimpiade a Venezia sarebbe come invitare un elefante a visitare una cristalleria. Al di là delle apparenze partitiche, la destra che sembra comandare oggi non è quella dei Bruno Visentini o degli Ashley Clark, che insieme a molti altri (alla maggioranza del Parlamento italiano) si opposero allora alla devastazione annunciata di una Expo in Laguna. É la destra becera, che apre la strada ai Brunetta.

C’era una volta la Punta della Dogana. Un punto cardinale, un luogo magico. L’ombelico di Venezia, della laguna, un tempo dell’intero Adriatico. L’anti-monumento verso cui guardano tutti i monumenti, a incominciare dalle chiese del Palladio che si affacciano sul Bacino di San Marco. Se uno vuole capire che cosa è urbanistica vada a fare quattro passi su quel triangolo di terra che separa le acque del Canal Grande da quelle del canale della Giudecca. Credo che pochi edifici al mondo siano riusciti meglio ad integrare contesto ambientale, funzionalità, estetica. Un controcanto tra il massimo del barocco (e del sacro) del cupolone di marmo della Madonna della Salute di Baldassarre Longhena e l’essenzialità piana, bassa della teoria dei saloni di mattoni, depositi di granaglia e mercanzie varie (navate di una cattedrale laica al lavoro e ai mercati) che formano la Dogana da Mar disegnata (nel 1677) da Giuseppe Belloni, un ingegnere idraulico, “sottoposto del Magistrato alle Acque”, che per rispetto di tanto contesto e nella consapevolezza dell’azzardo dell’inserimento si è concesso (oltre all’essenziale) solo un simbolico segno architettonico, una torretta che fa da piedistallo ad un mappamondo (una sfera dorata, un punto luminoso) e una fortuna alata che ancora oggi segna la direzione del vento ai naviganti. Insomma uno dei tanti contrasti che catturano il cuore e la testa del visitatore della città d’acqua che ha ispirato Calvino per parlare della città, di qualsiasi città immaginabile.

Non solo. L’edificio in sé risolve in pianta – con evidenza assoluta – una tensione tra la proiezione dell’angolo acuto del triangolo che si slancia in mezzo al Bacino di San Marco, e le capriate ortogonali dei magazzini, scansite dalle grandi porte d’acqua sovrastate da archi nei due prospetti, come onde mosse dalla prua della nave Dogana. Un “taglio” a pelo d’acqua e una “increspatura” ortogonale lunga otto capriate a scalare. Cesure e congiunzioni.

Una lettura così facile e persino banale della “fabbrica della Dogana” che si faceva al primo esame di restauro della indimenticata professoressa Egle Trincanato all’Istituto universitario di architettura. Un corso che evidentemente non ha frequentato l’archistar Tadao Ando, giapponese “architetto autodidatta”,” meglio noto per edifici che ha progettato interamente” (come si legge onestamente nella, brutta, pubblicazione, Punta della Dogana François Pinault Fondation, Beaux arts èdition, 12 Euro), grande esperto di cemento, tanto da averlo definito “il marmo del XX secolo”, giunto in laguna compreso nel pacchetto “chiavi in mano” (restauro, allestimento, gestione) del nuovo centro espositivo permanente d’arte contemporanea che lo Stato italiano nelle sue varie articolazioni istituzionali e sfaccettature politiche (ministeri, sopraintendenze, Regione, Comune) ha deciso di appaltare, offrendo in concessione per 99 anni la Punta della Dogana a privati facoltosi. Ma a presentarsi sono stati solo due “collezionisti”: la più nota fondazione Guggenheim e, il vincitore, François Pinault, già subentrato alla famiglia Agnelli nella gestione di palazzo Grassi.

Non sappiamo e non vogliamo discutere qui se Venezia avesse più bisogno di un nuovo museo d’arte, piuttosto che di una adeguata sede per l’Accademia delle Belle Arti, o per gli archivi storici, o per sevizi sociali ai residenti o d’accoglienza per turisti, che potrebbero accampare qualche diritto di prelazione essendo la vera moderna mercanzia della città. Basti sapere che nessun dibattito ha coinvolto le assemblee elettive e tantomeno i cittadini. La questione è che il progetto del signor Ando ha letteralmente sventrato due degli antichi capannoni (per costruirci un cubo del suo prezioso cemento armato), tagliato in due in altezza altre capriate, oscurato con una grata di bande di ferro intrecciato tutti i portali, compresi i finestroni del “belvedere”, interdetto l’entrata principale dalla Torre, aperto lucernai, fatto sparire pavimentazioni antiche, montato uno scatolotto di vetro sulla fondamenta a protezione della scultura di Charles Ray, Boy with Frog. Prossimamente saranno eretti due obelischi (in cemento, vera ossessione di Ando) sul campo della Madonna della Salute, contro cui si sta però battendo Italia Nostra.

14 mesi il tempo del restauro, 20 milioni di euro il costo dei lavori, cinque mila metri quadrati la superficie utile per esporre le passioni private accumulate da un multimiliardario con un patrimonio stimato dalla rivista americana Forbes nel 2007 in 14,5 miliardi di dollari, questo lo rende il 34esimo uomo più ricco del mondo. Grande amico dell'ex-Presidente della repubblica francese Jacques Chirac e dell’ex ministro alla cultura Jean-jacque Aillagon, che di François Pinault scrive sul suddetto catalogo una agiografia esilarante: “Nessun atavismo lo predisponeva, nessuna eredità lo invitava, nessun contesto lo determinava. E’ dunque una sorta di libero arbitrio o, ad ogni modo, una singolare capacità di non opporre alcuna resistenza inutile alla grazia, al richiamo, alla vocazione che lo stimolavano, che gli ha permesso (sempre a François Pinault, ndr) di fare dell’arte la passione essenziale di una vita, peraltro già piena”. Un tempo queste parole venivano usate per principi e papi che si distinguevano per mecenatismo. Con il neoliberalismo i grandi committenti diventano gli imprenditori. Ma come un tempo - quando si studiava, oltre che il restauro anche la storia sociale dell’arte - ci permettiamo di mettere in discussione il loro disinteresse. Dovete sapere che il nostroFrançois Pinault possiede e gestisce la catena di vendita e produzione di beni di lusso PPR ed è anche proprietario della holdingArtemis S.A.che possedeva Converse (ora di proprietà della Nike), Samsonite, il Vail Ski Resort nel Colorado e la prestigiosa casa d'aste Christie's. Insomma compra e vende marchi, inventa e promuove mode, gusti, stili di riferimento. In una società tecnologicamente avanzata come la nostra, dove le difficoltà non risiedono più nel produrre (a quello ci pensano i nuovi proletari di Cindia) ma nel riuscire a vendere, la creatività, le dimensioni immateriali, gli attributi simbolici ed estetici sono ciò che più fa aumentare di valore le merci. Gli oggetti materiali sono solo supporti poveri, quel che conta nella produzione di plusvalore è la capacità delle merci di attrarre e stimolare i consumatori, di allargare i mercati, di accelerare l’obsolescenza dei messaggi. Questo, signori, è biocapitalismo; quello che ti legge nel cervello e che ti scorre nelle vene.

Nel signor Pinault l’arte come forma di esplorazione dei sentimenti umani si fonde magnificamente con l’arte di espandere i propri business. Peccato che per farlo abbia deciso di appropriarsi di uno dei più bei luoghi del mondo e di adattarlo alle proprie finalità, megalomani e banalizzanti. Peccato che le istituzioni culturali (sopraintendenze, università, commissioni di salvaguardia) siano ridotte a zerbini dei promotori/costruttori. Peccato che le istituzioni politiche intendano il loro ruolo come ufficiali liquidatori del suolo e dei beni pubblici.

I numeri scritti in rosso, rosso come l´allarme che sta suonando in città, scorrono sul tabellone luminoso che hanno messo nella vetrina di una farmacia tra le aspirine e i pannoloni. I veneziani che passano ci buttano sempre un occhio. Perché la cifra scritta sul tabellone diminuisce costantemente. Meno uno quasi ogni giorno che passa. Si misura la temperatura della città all´antica farmacia «Morelli» di campo San Bartolomio, ai piedi del ponte di Rialto, davanti alla statua di papà Goldoni. E il termometro segna febbre alta. Perché il «contatore della popolazione» aggiorna in tempo reale il numero degli abitanti rimasti nel centro storico. Sempre di meno. Adesso sono 60.052. Il numero più basso della sua storia. La città che fu dei Dogi sta inesorabilmente scivolando sotto la soglia dei 60mila, ritenuta la quota minima vitale per potersi considerare ancora una città e non solo un baraccone per turisti.

Quei birboni di www.venessia. com, un vivace sito cittadino, si stanno già organizzando. Il giorno che la città scenderà sotto i 60mila abitanti, le faranno il funerale. Un «funerale della residenza» con tanto di bara e corteo funebre per «il caro estinto abitante veneziano». Lo spopolamento, problema serio, serissimo, e mai risolto. L´esodo dal centro storico di Venezia, che nel 1400 era arrivato a contare 200mila abitanti (tra cui 11mila cortigiane), e ne aveva ancora 160mila nel 1930, va avanti inesorabile da decenni, al ritmo di 1.000-2.000 abitanti l´anno che se ne vanno. Nel 1966 il centro storico aveva ancora 121mila abitanti. Negli ultimi 40 anni si sono dimezzati. E i demografi prevedono che se andrà avanti così, nel 2030 Venezia non avrà più abitanti. Sarà occupata solo da frotte di turisti.

Colpa soprattutto dei prezzi elevati delle case. Ma colpa anche degli alti costi di manutenzione di edifici spesso vecchi, malandati, aggrediti dall´umidità. E colpa degli effetti perversi del turismo, che trasforma le case in locande (negli ultimi anni hanno aperto 706 nuove insegne), e rende difficile la vita di tutti i giorni, perché i vaporetti sono stracarichi, gli osti esosi, e boutique eleganti e negozietti di paccottiglie hanno preso il posto di panettieri, macellai, fruttivendoli, calzolai e sarti. Ma è colpa anche del fatto, sostiene il Sindaco Massimo Cacciari, che «le funzioni terziarie, che dovevano prendere il posto di quelle dismesse, non si sono insediate, e intanto la pressione turistica è diventata insostenibile». Un problema comune a molti centri storici, aggiunge il sindaco, che invita i veneziani a «smettere di piangersi addosso» per tentare invece di reagire invertendo la tendenza. Bisogna «uscire dalla monocultura turistica», spiega. Attivando nuove funzioni, attraendo imprenditori nel campo delle nuove tecnologie, favorendo la residenza e l´insediamento di campus universitari. Il Comune ha avviato una politica di «social housing» per mettere entro tre anni 1.200 alloggi «a canone sostenibile» a disposizione del ceto medio, che è quello più penalizzato. Proprio quello che se ne va.

Postilla

Le cause immediate della diminuzione degli abitanti sono correttamente (e, bisogna aggiungere, facilmente) individuate dal bravo giornalista. Ma nessuno ricorda che vi sono state, negli anni passati, tre scelte politiche che sono all’origine di quelle cause.

In primo luogo, l’abolizione di quelle norme del piano regolatore del centro storico che consentivano di tutelare la destinazione delle abitazioni a residenza ordinaria, impedendo la trasformazione dell’edilizia residenziale ad alberghi e altre attività ricettive.

In secondo luogo, il rifiuto di adottare politiche capaci di governare il turismo riconducentolo a quantità e tipolgie adeguate alle caratteristiche della città storica (che non è né Parigi né Disneyland) e, anzi, il massimo sforzo a incentivarlo e a promuovere la “merce” Venezia con ogni mezzo (adesso continuano a insistere perfino con la metropolitana!).

Infine, il dirottamento su opere del tutto inutili (il ponte di Calatrava)i finanziamenti che il contribuente italiano paga a Venezia perché la città sia restaurata: a cominciare dagli alloggi dei residenti.

La città e i turisti, ci vuole il commissario

di Giacomo Cosua

Sono i veneziani che devono trattare meglio i turisti o viceversa? Polemica infinita, ma forse le soluzioni ci sono. Lo spunto arriva dall’Associazione veneziana albergatori che chiede a residenti e operatori del settore di dimostrarsi un po’ più aperti, gentili e disponibili nei confronti degli ospiti. E le reazioni piovono, con critiche e proposte, dimostrando quanto l’argomento sia sempre un nervo scoperto.

Secondo Ernesto Pancin, segretario dell’Aepe (pubblici esercenti), i turisti a Venezia sono i benvenuti, anzi è «senza senso» parlare di intolleranza da parte della cittadinanza nei loro confronti. «I turisti che vengono con la giusta cultura di ciò che significa essere a Venezia sono coloro che riescono ad accrescere il valore di questa città. Queste polemiche sul fatto che a Venezia la cittadinanza sia scortese con lo straniero arrivano sempre d’estate, magari da testate come il Times; gli inglesi sono solo invidiosi». Pancin non nega il fatto che qualcuno sia maleducato, ma «sono solo casi singoli».

Secondo Roberto Magliocco, presidente dell’Ascom Venezia, invece il problema è serio e articolato. E i flussi vanno regolamentati: «L’Actv dovrebbe differenziare il servizio tra turista e veneziano, non è possibile che i pendolari usino lo stesso mezzo pubblico degli ospiti, sempre sovraffollato». E poi una richiesta alle guide: «Bisogna che facciano fare alle comitive percorsi studiati in modo da ridurre i disagi al minimo, facendo camminare nelle calli più strette i turisti due a due oppure in fila indiana».

Sempre secondo il presidente dell’Ascom, «bisognerebbe mettere vigili sui ponti più affollati e divieti e sensi unici nelle calli per i turisti. D’altra parte capisco anche chi, per esempio, arriva al Tronchetto e non trova i servizi minimi di accoglienza: basti pensare all’assenza di wc.... E’ ora di finirla di vedere il turismo come un danno - aggiunge Magliocco - solo il sindaco ha capito che è una ricchezza».

Dal presidente dell’associazione Piazza San Marco, Alberto Nardi, arriva una proposta: «Ci vorrebbe, al posto dell’assessore al Turismo che cambia a ogni elezione, un commissario al Turismo che programmi la politica di attenzione a questo fenomeno chiave per l’economia cittadina». Nardi non giustifica alcun tipo di maleducazione da parte dei commercianti e dei residenti, e spiega: «Venezia è come una Ferrari che però viene guidata come una utilitaria. E’ ora di inserire professionalità e competenza in città in tutti i servizi legati al turismo, facendo sì che si riesca a gestire al meglio sia il decoro sia la domanda».

Renato Morandina, presidente Apt, scherza: «L’unico commissario valido è Montalbano». Poi aggiunge serio: «Bisogna fare una politica di crescita che ritorni a gestire le risorse al meglio, offrendo servizi in linea con i prezzi. Così si eviterebbero le lamentele dei turisti. Per questo ci vuole professionalità tra gli addetti».

Infine, ecco l’assessore Augusto Salvadori: «I turisti a Venezia sono i benvenuti, a patto che rispettino le norme di comportamento, sacre in una una città millenaria; inoltre il veneziano ha diritto vaporetti dove potersi sedere».

«Mandiamo gli operatori a lezione di bon ton»

di Giovanni Cagnassi

Albergatori veneziani e della costa a scuola di bon ton. Parola del presidente di Federalberghi Veneto, Marco Michielli, che dalla sua Bibione conferma: «Hanno ragione i turisti a lamentarsi e l’Ava a sollevare il problema: a Venezia, e anche nelle località lungo la costa veneziana, si sorride poco agli ospiti».

L’appello dell’Ava, che ha chiesto ai veneziani maggior gentilezza e disponibilità nei confronti dei turisti di tutto il mondo, vede Michielli perfettamente concorde.

Michielli, cosa si può fare per essere più gentili e sorridenti?

«Beh, prima di tutto si può imparare: e mi riferisco all’organizzazione di corsi di formazione specifici che rientrano nel campo della comunicazione, ma servono soprattutto a imparare come dare una sensazione di benessere, di serenità».

C’è chi lo fa meglio di noi?

«Sicuramente sulla costa romagnola è tutto molto diverso. La gente sorride, è felice e te lo fa capire quando arrivi anche al casello dell’autostrada. Poi penso alla Thailandia, un Paese dove la gente stenta a sopravvivere eppure è sempre felice e serena e accoglie i turisti a braccia aperte».

Ma forse c’è chi è anche peggio di noi.

«Direi di sì: se i veneziani non sorridono, figuriamoci i friulani...».

Ma c’è una differenza tra Venezia e le altre località della costa veneziana: da Jesolo a Bibione, da Caorle a Sottomarina?

«Non mi pare che non ci sia alcuna differenza. Qui tutti hanno il “muso”. Il mio sogno è invece di vedere anche lo spazzino che la mattina sorride al turista e gli dice buon giorno, lo stesso il vigile, magari con una fascia che indica che può essere anche interprete. Possiamo compiere molti passi avanti in questo senso».

E’ sempre stato così nella terra della Serenissima?

«No, il nostro modello è la locanda veneziana del ’500 che aveva fatto scuola. Se andiamo a scartabellare libri e archivi, scopriamo che loro già sapevano fare turismo e sorridevano esattamente come oggi fa la costa romagnola. Questo deve tornare il nostro obiettivo».

E cosa è cambiato nei secoli?

«La nostra economia era fondata sull’agricoltura, e il contadino non ha molto da ridere, piuttosto lavora sotto il sole cocente. Poi sono arrivate le fabbriche e anche gli operai non hanno tanto da stare allegri, soprattutto oggi. Dobbiamo tornare alla nostra anima commerciale, alla cortesia e alla trasmissione di una vera serenità che è fondamentale per chi fa turismo a certi livelli. Solo questo può salvarci nel futuro dalla concorrenza di altri Paesi che si affacciano nel panorama internazionale del turismo».

Pensiamo solo alla Croazia: se si spargesse la voce che, oltre ai prezzi più bassi e all’acqua turchese la gente ha anche imparato a essere gentile, per la costa veneziana sarebbero davvero dolori.

«La sublagunare sarebbe letale»

di Alberto Vitucci

«La sublagunare? Per Venezia potrebbe essere letale. Perché farà aumentare il numero di turisti mordi e fuggi, già oggi oltre i 20 milioni l’anno, e avrà un impatto pesantissimo sull’equilibrio di questa città». Beppe Caccia, capogruppo dei Verdi in Consiglio comunale, apre le ostilità sul grande progetto, di nuovo in discussione in questi giorni dopo qualche anno di oblìo. E firma una interpellanza urgente al sindaco Massimo Cacciari per chiedere quali siano le intenzioni della sua giunta sul futuro della grande opera. E’ vero che Caccia era in giunta con Paolo Costa quando, quattro anni fa, la sublagunare venne definita «di interesse pubblico». E che il sindaco Cacciari aveva predicato «discontinuità» rispetto a quella politica. Oggi Cacciari, pur molto perplesso sull’opera, è più prudente. E Caccia va all’attacco. «Giusto chiedere la Valutazione di Impatto ambientale nazionale, come ha fatto il sindaco», dice, «dovremo avere l’assoluta certezza che non buchino il caranto e non sfascino il territorio. Ma c’è anche il problema dell’impatto turistico». «La mobilità», conclude Caccia, «non può essere slegata dall’idea di città che vogliamo».

Intanto c’è chi come il consigliere regionale dell’Udc Francesco Piccolo chiede che la sublagunare sia prolungata fino al Lido e a Pellestrina. «Non ha senso limitarsi al tubo fra Tessera e l’Arsenale», dice. A lanciare per primo l’idea del treno subacqueo fu nel 1990 il sindaco democristiano - oggi compagno di partito di Piccolo - Ugo bergamo. Allora la proposta venne affossata sotto l’onda della protesta della cultura mondiale.

E c’è anche chi ricorda come fra Tessera e l’Arsenale sarebbe invece molto più conveniente una nuova linea di motonave. «Lo avevo proposto qualche anno fa, lo ha proposto inascoltata anche la Municipalità», dice il capogruppo di Rifondazione a Ca’ Loredan Sebastiano Bonzio, «c’è già il terminal a San Francesco della Vigna, e una motonave porta in un’ora il doppio di passeggeri di quanto gli studi hanno previsto per la sublagunare». E’ la famosa «opzione zero», che molti studiosi dei trasporti hanno indicato come ottimale. Perché il problema, secondo gli esperti, non è certo quello di come portare più gente a venezia.- ma di gestirli una volta che siano arrivati. Invece si va avanti con il rpogetto, affidato nel 2003 a una cordata di imprese con capofila la Mantovani (la stessa del Mose), con Sacaim, Actv, Bnl, Net Engineering, Studio Altieri, metropolitane milanesi. 450 milioni di euro per costruire il nuovo tunnel da Tessera all’Arsenale.

Postilla

Chi passa qualche giorno a Venezia, e magari c'era già stato anni prima, è certamente sgomento per il degrado cui il turismo ingovernato (o governato da meri interessi bottegai) condanna la città. Questa non è più riconoscibile. Se è ancora in parte vivibile, lo è solo perchè sopravvive ancora la forma urbis costruita nei secoli della Serenissima: chi è venuto dopo ha tolto, non ha donato nulla.

Gli operatori del degrado non sono solo i bottegai che conducono a Venezia torme e carovane, nè quelli che - per guadagnare un po' di più - vendono paccottiglia globale. Colpevoli non sono soltanto quanti promossero l'eliminazione del controllo pubblico sui cambi di utilizzazione degli immobili e parti di essi, o se ne resero complici.

Colpevoli del degrado progrediente sono anche, e forse più di tutti, quanti governando la città hanno scelto di privilegiare gli interessi economici di qualche potente categoria (gli albergatori, i commercianti, i mediatori d'affari, i mercanti d'arte, e il "blocco turistico" che attorno di essi si aggrega) che da questo turismo traggono beneficio, contro la qualità della città lagunare.

La qualità di Venezia e questo turismo sono incompatibili.Possibile non accorgersene? Possibile non comprendere che questo turismo va combattuto, e sostituito con un diverso tipo di attività? O che, quanto meno, va governato, e in primo luogo ridimensionato e reso meno incompatibile con la città? Il dibattito che gli articoli qui riportati testimoniano è invece tutto sotto il segno dell'auspicata crescita dei flussi e delle presenze, della maggiore efficienza e cortesia degli noperatori. E se qualcuno si occupa del "decoro", si limita a chiedere che i turisti non si mostrino a petto nudo. Nessuno che pensa, per esempio, e vietare carovane di decine di persone in una città che è a dimensione d'uomo, e non di branco.

Se qulcosa si programma, sono infrastrutture che questo turismo possano agevolare ulteriormente. La metropolitana sublagunare, che riceve consensi inaspettati e provoca solo sparute resistenze, è una di queste.

Non sembra lontano il giorno in cui bisognerà dire: addio Venezia!

Una persona normale, non un turista ma una persona che vive e lavora a Venezia o viene da fuori per lavorare, e voglia prendersi una bottiglietta d’acqua da mezzo litro la paga due euro e cinquanta. In quasi tutti i bar di Venezia. Un lusso l’acqua. L’alternativa è prendere una pausa di un’ora, anziché di dieci minuti e andare in uno dei luoghi più rari e ricercati in laguna: un supermercato. Un lusso un supermercato.

Se a Venezia si arriva di notte, o di giorno, ma con qualche problema col bagaglio e un impiccio di salute personale, si può prendere il taxi acqueo. Per un tempo di percorrenza di circa tre-quattro minuti la tariffa è, se si chiede con un certo dialetto veneziano o con una cadenza del tutto lagunare, dai 40 ai 60 euro. Un lusso il taxi.

Sto facendo esempi di beni primari: acqua e trasporti. Non sto parlando di cinema, due sale in tutta la città, di librerie o di bagni pubblici che pure scarseggiano.

Ma ci sono cose che a Venezia non mancheranno mai: ponti, musei e negozi. I ponti sono più di 400, ma da qualche settimana se ne è aggiunto uno: il ponte di Calatrava. Un vero lusso per la città, con un costo di 12 milipni di euro e una infinità di tempo e polemiche che ancora non si spengono. La città museo-a-cielo-aperto di musei ne ha una moltitudine, l’ultimo arriverà a giugno 2009 e sarà il “Centro d’Arte Contemporanea di Punta della Dogana – François Pinault Foundation”: un costo di 20 milioni di euro di solo lavori su una superficie di 4290mq. Un polo del lusso, con lavori di lusso e collezioni di lusso. D’altronde tutto ciò arriva da François Pinault, che di lusso se ne intende.

Ma l’ultima notizia in questo campo è l’acquisto da parte del Gruppo Benetton del “Fontego dei tedeschi”, ovvero lo storico palazzo delle poste ai piedi di Rialto. Oltre dieci mila metri quadrati che tutte noi speravamo andasse a H&M o Zara, così da poterci permettere qualche acquisto nella città in cui viviamo. Invece no, con 53 milioni di euro Benetton non farà un negozio della propria marca (che tra l’altro è già lì vicino a soli venti metri in un palazzo storico di tre piani) bensì una galleria stile Galeries Lafayette, con negozi di lusso. Come se di negozi Armani e simili la città non fosse già piena. Un altro polo del lusso.

Cammino per la mia città e guardo le carovane di turisti giornalieri che ciondolano ovunque, osservo i giapponesi con grandi sacchetti con la scritta Versace, vedo palazzi storici, come il bellissimo palazzo delle entrate in campo sant’Angelo, che stanno cambiando sesso e diventano alberghi di lusso. Non mi stupisco più quando vedo i topi scorrazzare nelle calli, ma mi stupisco se vedo un gatto: un bene di lusso se l’associazione che da venti anni li sterilizza non ha beccato i suoi genitori.

Mi fermo di fronte ai manifesti di mostre e biennali che tappezzano la città e mi sorprendo a vedere la faccia di Cacciari che si versa l’acqua da una caraffa e dice “io bevo l’acqua del sindaco”. Anch’io bevo e pago cara quell’acqua. Caro sindaco, ogni anno Venezia nel centro storico registra tra i mille e i milleseicento residenti in meno… Tra qualche anno, per te, avere un cittadino sarà un lusso. Ma non ti mancheranno ponti, musei e negozi.

Quarant’anni dopo, l’alluvione è corporea, asciutta e costante. E’ fatta di milioni di passi che consumano, di mani che toccano, di umori che corrodono ma che rendono talmente bene e in modo talmente ecumenico da farla sembrare un’alluvione salvifica. La prima contraddizione è la più fragorosa. Con i 15 milioni di turisti che arrivano ogni anno in laguna ci mangiano in molti, e in molti ci banchettano, quindi è assai dura per la stragrande maggioranza dei veneziani dire che i turisti sono sgraditi o, peggio, nocivi.

I turisti ci sono sempre stati ma poichè il numero dei veneziani si è dimezzato mentre gli spazi della città sono rimasti pressochè uguali, la differenza al netto se la sono pappata i foresti. Nessuno, a onore del vero, li ha fermati. Venezia, anzi, continua ad accoglierli come se non avesse aspettato altro tutta la vita, sgranando una varietà di attrazioni come fosse una maga che fa giochi di prestigio su se stessa.

Con tre stanze e un bagno decente, oplà, gli appartamenti si trasformano in bed & breakfast. Con sette stanze si ha diritto a un alberghetto. Con un palazzo dismesso si può ambire a un albergone a cinque stelle. Compri un cinema e fai un ristorante. Prendi una panetteria e la converti in un emporio di maschere. Hai un banchetto della frutta e spunta un trabiccolo di souvenir. Incredibilmente, sembra che ancora ci sia posto per tutti.

Però fino a un certo punto. Gli stessi albergatori ora guardano perplessi al proliferare dei bed & breakfast. Mille posti letto in più in un anno, così, come fosse niente. A modo suo, tuttavia, il B&B ha ancora qualcosa di umano perchè per legge nel B&B il veneziano dovrebbe anche abitarci. Nell’appartamento invece no e ogni appartamento in più per i turisti è un appartamento in meno per i residenti.

Ora che il problema del turismo è anche e soprattutto fisico è rispuntata la manfrina del ticket. La città, corentemente, si è subito spaccata e si è fatto un gran baccano puramente teorico anche se il sindaco Cacciari propende per il sì visto che nelle casse del Comune non c’è un euro.

Prima, però, dovrà farla digerire a categorie - come ad esempio quella degli esercenti - refrattarie a tassare ulteriormente i turisti che saranno anche sporcaccioni però a Venezia pagano anche l’aria che respirano. Per interrompere il meccanismo perverso che lega la città ai suoi ospiti qualcuno dice che ci vorrebbe un genio o un pazzo che non guarda gli interessi di nessuno. Qualcuno, come spiega Franca Coin, in grado di rompere l’immobilismo che paralizza Venezia. «Ho grande rispetto per Cacciari, però qui non succede nulla - dice Franca - Un turismo con 15 milioni di visitatori è una ricchezza fantastica ma perchè nessuno è in grado di gestirla?».

Prendi i rifiuti. La sola Piazza San Marco produce ogni giorni venti metri cubi di monnezza prodotta dai turisti. In tutto il centro storico sono 70 mila tonnellate all’anno. Ogni pendolare costa a Vesta un euro al giorno. Però per fare la pipì non in un sottoportico, ogni pendolare spende un euro a minzione. A fine giornata è un salasso.

Quarant’anni dopo, per l’acqua alta ci sono sedici sirene, un centralino automatico, cinque chilometri di passerelle, stivali di gomma floreali col tacco e Sms che arrivano in tempo reale a 7.300 abbonati. Per l’alluvione fisica ci sono sei vigili a Piazzale Roma e sei in Piazza San Marco. Ci sono cartelli che suggeriscono il comportamento da adottare ma, poco elegantemente, sono stati attaccati sui bidoni delle immondizie.

Ieri, 4 novembre di quarant’anni dopo, la massima era di 77 centimetri. Con la minima, i palazzi mostravano le gengive nere delle fondamenta ma ai turisti piacevano lo stesso anche perchè la foto era gratis.

Molte cose sono già state dette sui meriti e i demeriti della Finanziaria 2007. Personalmente credo che la manovra non solo costituisca un passo importante nel tentativo di risanare i conti dello Stato, ma introduca anche una serie di innovazioni interessanti nel sistema della finanza pubblica italiana. Una di queste innovazioni, a mio avviso, è la altrettanto discussa tassa turistica.

Per capire fino in fondo il concetto di tassa turistica, è necessario impostare la questione correttamente. Innanzi tutto, va ricordato che le imprese turistiche già oggi contribuiscono pienamente al mantenimento del sistema Italia: un sistema che consiste di tantissimi sottosistemi regionali, provinciali e locali, che ricevono dallo Stato una parte delle entrate fiscali in base a delle procedure precise. Anche se è vero che queste procedure attualmente penalizzano le città turistiche, in quanto basate soprattutto sul peso della popolazione residente, occorre al più presto modificare i criteri di re-distribuzione del gettito nazionale, tenendo conto in modo esplicito dell’importanza del peso turistico per il mantenimento della qualità dei servizi pubblici locali. Insomma, va sensibilmente ridotta la differenza tra tasse pagate dai sistemi turistici e i trasferimenti che essi ricevono.

Chi attualmente non contribuisce in modo equo al mantenimento della città turistica non è l’industria turistica, bensì il visitatore stesso e in particolare quello che va e viene in giornata. La visita di un qualsiasi luogo turistico genera una tale soddisfazione rispetto al costo sostenuto per godersi la città, che il turista beneficia di quello che gli economisti chiamano il surplus del consumatore, ossia la differenza tra quello che una persona è disposta a pagare e quello che realmente paga. Non solo, il prezzo pagato per la visita non tiene affatto conto dei costi che la loro vista provoca per la città. Lo scopo della tassa turistica dovrebbe essere quello di ridurre il surplus del consumatore, rendendo la visita alla città turistica meno interessante per chi non è disposto a pagare per «l’esperienza» - in particolare i turisti «mordi e fuggi» - avendo, così, un impatto disincentivante sull’afflusso di visitatori «pendolari» e contribuendo, allo stesso tempo, alle entrate del sistema locale.

Per essere effettivamente utile alle destinazioni turistiche, tale ticket turistico dovrebbe avere alcune caratteristiche precise. In primo luogo, la tassazione dovrebbe privilegiare i visitatori più preziosi e penalizzare quelli meno desiderati. Più precisamente, i più preziosi sono quelli pernottanti e i meno desiderati gli escursionisti. Tutte le variazioni sulla tassa di soggiorno sinora proposte vanno contro questo semplice principio. In secondo luogo, la tassa non dovrebbe frustrare o falsificare il funzionamento dei processi concorrenziali. Non si possono colpire, ad esempio, soltanto alcuni operatori all’interno di un settore, oppure introdurre una tassa sui servizi pubblici, favorendo quindi il privato, o peggio ancora, tassare il regolare risparmiando l’abusivo. L’ultima regola fondamentale è che la tassa sia effettivamente di scopo, cioè che le entrate non vadano a finire nel solito calderone della spesa, ma vengano utilizzate per migliorare la qualità del sistema turistico stesso.

La risposta attuale della Finanziaria in questo senso è decisamente parziale. L’articolo che introduce la tassa turistica e che porta il titolo promettente «Contributo Comunale di Ingresso e di Soggiorno» in effetti parla soltanto di soggetti che prendono alloggio in via temporanea in strutture ricettive, dimenticandosi del tutto del contributo di ingresso. Vanno, di conseguenza, chieste urgentemente una serie di modifiche all’attuale testo, allargando le possibilità di tassazione anche ad altre tipologie di visitatori. Tali modifiche non comprometterebbero gli obbiettivi che il governo si è prefissato, ma metterebbero i sistemi turistici in condizione di introdurre tasse eque e efficienti, che non siano necessariamente variazioni sulle classiche imposte di soggiorno. Come si legge nella Finanziaria, la destinazione del contributo a «interventi di manutenzione urbana e valorizzazione dei centri storici» è (in teoria) perfettamente compatibile con quello che si intende con tassa di scopo. Credo sia opportuno che, in cambio della indispensabile collaborazione dell’industria turistica con le amministrazioni comunali nella riscossione della tassa, anche l’identificazione degli interventi prioritari sia fatta di comune accordo.

Per la città di Venezia, una delle priorità potrebbe essere quella di investire, finalmente, gran parte del ricavato in un riordino intelligente del sistema degli accessi. Gestire il flusso turistico vuol dire effettuare una separazione a monte, filtrando i flussi di traffico, separando quello turistico da quello non turistico prima che arrivino a piazzale Roma. Una volta rese attraenti, Finanziaria permettendo, queste aree di sosta possono diventare, di per sé, il servizio turistico che ingloba, in qualche modo, il ticket turistico. Ribadisco, infine, che l’idea della «prenotabilità» della visita alla città non deve essere abbandonata.

Jan van der Borg
janvanderborg@libero.it

Postilla

In conclusione del suo articolo van der Borg si riallaccia a un dibattito che si svolse a Venezia, in occasione della proposta di tenere nella città lagunare l’Expo mondiale. E sarebbe molto utile che il dibattito riprendesse proprio sul tema del “razionamento programmato dell’offerta turistica”, che dovrebbe costituire l’obiettivo strategico e il quadro di riferimento delle specifiche politiche. Il tema d’intreccia inevitabilmente con alcune questioni centrali dei nostri anni:

1. come accettare i limiti che l’esauribilità delle risorse pone alla società? Risorsa esauribile è l’acqua, ma anche il patrimonio storico, anche le società cui la loro vita è intrecciata.

2. come costringere i governanti a rendere trasparenti i costi che il turismo provoca, le categorie sociali che li pagano e quelle che beneficiano delle “entrate”?

3. come far sì che i costi vengano pagati da chi ne beneficia, e non scaricati sul quidam che paga le tasse o soffre per la congestione e i prezzi della vita?

Van der Borg ha espresso, una volta ancora, le sue valutazioni e proposte. Ne aspettiamo altre.

Il servizio è aperto da un corsivo di Michele Fullin dedicato a raccogliere le opinioni (per fortuna tutte contrarie) alla stravagante proposta di un albergatore il quale vorrebbe promuovere l’apertura- a pagamento – delle case dei veneziani ai turisti.

IL BOOM DELL'EXTRALBERGHIERO NEGLI ULTIMI 10 ANNI

(da.sca.) Due date: 1962 e 1997. Sono gli anni in cui vengono approvati il Prg del Comune di Venezia e la Variante per la Città antica. La prima importante delibera (sindaco Favaretto Fisca, giunta Dc) blocca di fatto l'aumento delle strutture ricettive per turisti e persino i passaggi di categoria. Trentacinque anni dopo, l'amministrazione Cacciari adotta la Variante che viene approvata in Regione alla fine del 1999. Gli effetti di questa delibera, nata con lo scopo di salvaguardare le caratteristiche strutturali e distri butivedegli edifici veneziani e la residenza, sono in realtà di segno opposto. La nascita di attività alberghiere ed extralberghiere viene agevolata, si riducono i requisiti personali del titolare e quelli tecnici delle strutture, viene dato vigore al cambio d'uso degli immobili e si autorizza la trasformazione degli edifici in esercizi ricettivi. Risultato: in centro storico in poco più di tre anni la ricettività aumenta del 30 per cento, gli esercizi extralberghieri (sud divisi in ben 12 tipologie) registrano un grande balzo, passano da una sessantina a quasi 500 e soprattutto, si stima, in questa fase sono state sottratte alcune centinaia di appartamenti al precedente uso abitativo residenziale.

Tutto questo lo dice, chiaramente, uno studio del Coses, il Centro ricerche controllato da Provincia e Comune. La ricerca, pubblicata nell'aprile 2004. si chiama "Venezia sistema turismo: le dinamiche dell'offerta" (a cura di Zanon, Barbiani, Aliprandi). Da Cacciari 1997 a Cacciari 2006, dunque: nemmeno dieci anni dopo l'amministrazio ne comunale, tramite l'assessore Bortolussi, chiede ora regole certe per limitare il proliferare di strutture che tolgono residenzialità. Ma l'impressione è che si chiuda la stalla quando i buoi sono scappati. Nel frattempo l'extralberghiero è proliferato, ma so prattutto sono proliferate le strutture abusive. Che la realtà sia andata in contrasto alle intenzioni della Variante, lo dice lo stesso studio del Coses. È vero che ad esempio quella Variante, limata poi da un'altra delibera del 2003, escludeva il cambio di destinazione da abitativo a ricettivo se l'unità immobiliare era inferiore ai 120 metri quadrati, ma è altrettanto vero che la delibera, scrive il Coses, «include una norma che prevede che non possa essere interrotto l'iter delle richieste già presentate all'ammunistrazione», che negli anni si sono moltiplicate. Insomma, con una mano si è tolto e con l'altra si è dato. La legge, poi, è stata aggirata con mille escamotage. Nell'ultimo decennio c'è stato l'ultimo decennio c'è stato chi ha be­neficiato dei contributi di Legge spe­ciale per i restauri per ristrutturare immobili poi destinati al turismo e a goderne, tra gli altri, sono state anche le categorie artigiane che operano nel settore. «Non ci si può stupire - dice infatti lo studio - nel constatare che le operazioni di ristrutturazione volte a incrementare l'offerta ricettiva abbia­no attraversato un periodo di eccezio­nale effervescenza... Con l'adozione della Variante al Prg della Città anti­ca, quanti nel frattempo avevano ma­turato progetti imprenditoriali nel set­tore alberghiero, hanno colto l'occa­sione per realizzarli». Dunque, ricapi­tolando, chi ci ha guadagnato di più nella trasformazione urbana che si è realizzata negli ultimi decenni? L'elenco è semplice: gli albergatori, i quali hanno vissuto una continua cre­scita (visto che, con l'aumento della domanda turistica, il tasso di utilizza­zione delle strutture ricettive è passa­to dal 50 per cento alla fine degli anni Settanta al 70 per cento del 1997); le imprese del settore edile con il loro indotto e i subappalti legati all"'effer­vescenza" del mercato delle ristruttu­razioni; i proprietari di immobili che hanno beneficiato di una bolla specu­lativa con i prezzi lievitati grazie alla

trasformazione turistica di edifici «che un tempo erano destinati al set­tore terziario» (lo dice sempre il Co­ses); la grande finanza immobiliare che «ha manifestato particolare inte­resse per l'investimento nel settore turistico che, in termini di valore, si è apprezzato ancora più del settore de­gli uffici». Senza contare le altre cate­gorie legate al turismo.

E chi ci ha perso? Anche qui le con­clusioni sono nelle parole del Coses. Il proliferare di appartamenti turistici più o meno alla luce del sole, ha eroso zone sempre più "veneziane". «La rin­corsa a utilizzare tutto lo spazio che si rende disponibile - scrive il Centro studi - sottraendolo a precedenti fun­zioni urbane, spinge gli operatori a collocare ovunque unità ricettive, fin negli angoli più remoti: i nuovi eserci­zi, soprattutto extralberghieri, sono un numero molto rilevante e le zone centrali, o lungo gli assi più importan­ti, sono già sature». Il risultato è, come dimostra il grafico in alto, che l'espan­sione turistica erode sestieri popolari come Castello, Cannaregio e alcune isole della laguna. Il confronto tra chi ci ha guadagnato e chi ci ha perso è quindi la risposta a chi si chiede per­ché, in tanti anni, la tendenza non si sia mai invertita.

I BENEFICI DEL SETTORE RICETTIVO

NON SEMPRE SI RIVERSANO SULLA CITTÀ

di Isabella Scaramuzzi

La legge arriva fin dove può. Molto più potenti sono la pressione economica e il talento per l'abuso. Storia vecchia. La polemica sul B&B infuria nuovamente su Venezia, ma è come i tornado negli Usa: fre uenti, dannosi, poi passano. Ci siamo abituati. Ciò detto, quando si tratta di abusi, di frodi, di violazioni patenti delle leggi perché prendersela con le regole? Se la dizione 'propria abitazione' della legge attuale sui B&B fosse interpretata come abitazione in cui il conduttore ha la propria residenza anagrafica la regola sarebbe chiara anche se forse insufficiente. Venezia la salunga sull'abilità di intestare seconde e terze case ad anziane zie che fingono di risiedervi. Ignorare la legge e frodare il fsco non significano che la legge sia cattiva o confusa. Non dico niente di nuovo neppure se ricordo che le unità abitative non sono affittacamere ed entrambi non sono B&B: mescolare tutto l'extralberghie.ro in un gran calderone, straccia ogni pretesa di ragionamento utile sull'espansione della ricettività - il vero tema- e sulle imprese di conduzione, in un sistema economico che nella nostra provincia e nel capoluogo è uno dei più rilevanti e dei più facili'.

La straordinaria dinamica dei posti letto, in comune, si è manifestata a ridosso del nuovo piano regolatore, nel 1999; un combinato disposto tra regole urbanistiche locali e regole turistiche regionali, poiché anche la legge regionale 49 è del 1999. Su entrambe le regole, si è stesa la benedizione del Giubileo 2000, che ha 'drogato' in tutto il Paese, una esplosione di ricettività, anche alberghiera, spesso generosamente sovvenzionata.

E’ successo, insomma, al volgere del secolo, quello che per quasi 30 anni non era accaduto, l'aumento dei posti letto in città antica, e con essi la possibilità che molti dei pendolari 'involontari' (i tanto criticati mordi e fuggi) potessero pernottarvi, avendo più scelta nel rapporto qualità prezzo. Il blocco dell'offerta era stato spesso indicato come una tra le ragioni di overflow della domanda: si andava a dormire a Mestre, ad Abano o a Jesolo anche perché Venezia era satura o troppo esosa. Adesso che ci sono almeno 4.000 mila nuovi posti letto (per stare solo alle cifre ufficiali), tutti si lamentano lo stesso.

In quello che si definisce lo 'spirito della legge', il B&B, e anche l'affittacamere e le unità abitative non classificate, dato il vincolo rigido del numero di letti, sono pensate come attivi tà famigliari, non Iva, destinate per definizione ad integrare redditi. Sono una delle soluzioni più immediate per catturare i henefici della pressione turistica, che non conosce declino in un luogo altamente attrattivo. Diciamo che diffondono tali benefici, senza chiedere eccessi di investimento o di specializzazione imprenditoriale: in questi termini possono anche essere la porta di accesso ad attività più strutturate. secondo la fisiologia della crescita economica.

Possiamo discutere, come si era cominciato a fare nel 1999 (che anno catartico!), con lo studio del Coses sulle 'case dei turisti' (Manente e Scaramuzzi, 1999, Il Mulino Bologna), sulle convenienze economiche, fi scali, sociali di queste forme quasi-imprenditoriali, quest' area malva dell'economia turi stica che, sul litorale veneziano, è straordinariamente rilevante. Nel caso della città antica, dovremmo discutere se la manutenzione, costosissima, della risorsa primaria e insostituibile costituita dal patrimonio immobiliare veneziano sia 'pagata' anche da questi quasi-imprenditori o dai loro 'sostituti impropri': le società di comodo o gli albergatori in incognito, con la bauta per non essere riconosciuti. Abusi, elusioni e frodi a parte è questo uno dei modi in cui il turismo conserva Venezia.

Postilla

Gli eventi sintetizzati nella nota di da.sca. sono senz'altro esatti: per la prima volta la stampa locale fa il punto di una situazione grave della città storica, e ne attribuisce le responbsabilità ai veri responsabili. Ma trascura un elemento che rende più chiaro il quadro.

La variante al PRG per la città storica approvata dalla Regione nel 1999, cui giustamente lo studio del COSES atribuisace la responsabilità del boom degli affittacamere, è il risultato di una profonda deformazione compiuta dalla prina Giunta Cacciari di uno strumento urbanistico che era stato formato e adottato dalle giunte che l'avevano preceduto con obiettivi radicalmente diversi. Il nuovo piano per la Città storica, di cui la Giunta Rigo-Pellicani (assessore all'urbanistica Edoardo Salzano) aveva preparato gli elaborati tecnici, che la Giunta Casellati (assessore all'urbanistica Stefano Boato) aveva completato e portato all'attenzione del Consiglio comunale e della città, che la giunta Bergamo (assessore Vittorio Salvagno) aveva fatto adottare al Consiglio comunale, fu revocata dalla giunta Cacciari (assessore Roberto D'Agostino) e profondamente snaturata proprio eliminando le norme che avrebbero consentito una rigorosa tutela della residenzialità contro l'invasione del turismo. I particolari sono raccontati nelle denunce, ad opera soprattutto di Luigi Scano, una delle quali è inserita qui.

Servirà alle grandi navi che dovranno trasportare le paratoie del Mose. E’ già in fase di costruzione una passerella larga tre metri sulle mura esterne dello storico complesso

Un nuovo molo in laguna dietro le mura dell’Arsenale nord. Per ospitare le grandi navi da cinquanta metri (jack up) che dovranno trasportare le paratoie del Mose. E una passerella larga tre metri sulle mura esterne dello storico complesso. Sono cominciati da qualche giorno, nell’area tra l’Arsenale e il Canale delle navi, i lavori di preparazione di quel tratto di laguna, che sarà «occupata» dai mezzi del Mose. Bricole transennate con la plastica arancione e bandierine piantate per avvisare i naviganti. Sul fondo sono già stati piantati decine di cilindri in metallo e calcestruzzo che dovranno sostenere la nuova struttura. Una parte di laguna che cambia aspetto. Verso San Michele e le Vignole, mezzi del Consorzio sono all’opera per ricavare le «barene artificiali». Isole dove mettere i fanghi scavati dalle bocche di porto di Lido. Un progetto che ha sollevato molte critiche e che attende di essere discusso in Comune e in Municipalità.

I lavori intanto proseguono anche fuori dell’Arsenale. La mura del lato nord è stata tagliata in due punti per consentire l’accesso diretto dai bacini all’acqua. La parte dell’Arsenale Novissimo è stata affidata in concessione al Consorzio Venezia Nuova per trent’anni dal governo Berlusconi nel 2005. I bacini di carenaggio serviranno per la manutenzione della paratoie del Mose, che dovranno essere periodicamente sollevate dal fondo e trasportate proprio all’Arsenale per la manutenzione. Per fare questo il Consorzio ha fatto costruire due grandi navi, i jack up, lunghe cinquanta metri, che saranno ormeggiate nella nuova «darsena» esterna dell’Arsenale. In quella storica, da dove sono state sfrattate le barche tradizionali dell’Associazione Arzanà, sono già ormeggiate le navi che lavorano alla bocca di porto. Il Consorzio avrà in uso anche alcuni dei capannoni storici (Tese) che sono stati in parte restaurati. Per raggiungerli si sta ricostruendo anche la passerella sul lato verso la laguna nord. Ma intanto i lavori proseguono. La nuova «darsena» per le meganavi è già stata autorizzata dal Comitato tecnico di Magistratura, presieduto da Patrizio Cuccioletta. Un sì di massima era arrivato lo scorso anno dalla Commissione di Salvaguardia per un progetto che proponeva di adeguare il molo, utilizzato fino a qualche anno fa per la manutenzione delle navi, per imbarcazioni più grandi. Lavori che proseguono mentre sul Mose la polemica non si placa. Mentre il Consorzio ha iniziato la sperimentazione delle cerniere delle paratoie, uno studio commissionato dal Comune alla società Principia ha concluso che in condizioni di mare agitato il Mose diventa un sistema instabile e rischia di non funzionare perché l’acqua entra tra una paratoia e l’altra. /article/articleview/13598/0/178/

Per ovvie esigenze redazionali La Nuova Venezia ha ridotto l’articolo dalle oltre 10mila battute originarie a circa 5mila. Inseriamo perciò anche il testo integrale, cortesemente trasmessoci dall’autore

Dando seguito alle raccomandazioni fatte qualche anno fa da alcuni cattedratici del settore marino offshore, il Comune ha commissionato uno studio volto ad analizzare il comportamento dinamico del progetto Mose (che contrasta la marea entrante con la spinta della paratoia inclinata verso la laguna). Lo studio è stato affidato alla Società francese Principia, uno dei leader mondiali nella modellazione e calcolo dinamico dei sistemi marini complessi in moto ondoso, studiosi recentemente contattati dallo stesso Consorzio Venezia Nuova per una consulenza. Sono state esaminate due frequenze del picco d’onda, dove si concentra la massima energia del mare irregolare. Con lo spettro di 8 sec la paratoia MoSE manifesta un comportamento caratterizzato da instabilità dinamica. La instabilità dinamica comporta una incontrollata amplificazione dell’oscillazione della paratoia che mette in discussione la efficacia stessa della barriera al contenimento della marea.

Nel caso di sistemi dinamicamente instabili al moto ondoso non è possibile identificare un dimensionamento attendibile delle strutture, delle cerniere e dei connettori. In tali condizioni non è neanche possibile utilizzare la sperimentazione in vasca su modelli in scala ridotta, come dicono gli esperti. I risultati dello studio sulla paratoia dimostrano che risulta instabile con mare irregolare e quindi confermano l’errore del Comitato Tecnico di Magistratura che ha approvato il progetto definitivo (8 novembre 2002). E contraddicono anche le conclusioni del Gruppo di lavoro che ha valutato negativamente le alternative al progetto Mose il 28 novembre 2006. Il progetto Mose prevede che la «parte femmina» delle cerniere resti al fondo, imbullonata al cassone di fondazione, per la vita dell’opera (100 anni). Allo stato dell’arte non si ha esperienza di una vita operativa così lunga per un organo meccanico sollecitato come questo e istallato sott’acqua. E oggi c’è la certezza che la paratoia Mose è instabile.

Il giorno dell’approvazione del progetto Mose in Commissione di Salvaguardia (20.1. 2004) in rappresentanza del Ministero dell’Ambiente ho inutilmente illustrato i problemi di inaffidabilità del progetto depositando agli atti dodici documenti che documentavano la «inaffidabilità della gestione delle paratoie» e la inaffidabilità del funzionamento del sistema di paratoie e la possibilità del fenomeno di entrata in risonanza delle paratoie. Ricordo inoltre che, nelle riunioni svoltesi a palazzo Chigi nel novembre 2006 per la verifica del progetto Mose e dei progetti alternativi, il Comune di Venezia presentò un dossier in undici punti sugli «Aspetti critici strutturali del Mose»; in particolare il primo punto era relativo alla «Instabilità intrinseca del Mose» e il secondo alla «Criticità dei connettori».

In quella occasione fui incaricato di presentare il documento ufficiale del ministero dell’Ambiente che in particolare recita quanto segue: «Valutazione dei progetti alternativi:...A.r.c.a. (cassoni autoaffondanti). Il progetto risulta particolarmente interessante perché permette di evitare quasi completamente gli impatti ambientali e paesaggistici...i criteri base sono la sperimentalità, la gradualità e la reversibilità. Analoghe valutazioni positive sono state date dalle Soprintendenze e dalla Direzione Regionale per i Beni culturali e paesaggistici sulla Paratoia a gravità, che funziona con la forza di gravità del peso proprio a differenza del Mose, e richiede pertanto struttura delle paratoie, basi di alloggiamento e impianti molto meno impegnativi. Di queste problematiche si è impedita la verifica.

Questi aspetti dovrebbero essere posti al centro di una revisione del Progetto che però non può essere fatta dalle stesse persone e strutture che hanno fino ad oggi già approvato più volte il Progetto Mose. Occorre individuare un gruppo di esperti estremamente competenti in tecnologie off shore in posizione terza per poter valutare in termini scientifici e tecnici posizioni molto diversificate e su taluni aspetti contrapposte. Il ministero dell’Ambiente è della convinzione che prima di procedere alla fase esecutiva il Progetto di Salvaguardia di Venezia e della sua Laguna debba essere adeguatamente modificato. Appare infatti auspicabile l’elaborazione di una radicale variante al progetto definitivo che recepisca compiutamente le indicazioni della deliberazione assunta dal Consiglio dei Ministri del 15.3.2001.

E come prescriveva il ministero dell’Ambiente «è indispensabile riesaminare il progetto Mose dal punto di vista strutturale, funzionale e gestionale».

In quella occasione il governo Prodi non ascoltò i rilievi critici e le alternative. Ora si dispone di un nuovo autorevole studio che conferma e ulteriormente approfondisce e dimostra la gravità delle criticità del progetto Mose. Il nuovo governo, con visione lungimirante e strategica, saprà assumere decisioni adeguate e intervenire per raddrizzare la barra di questa navigazione a vista prima di finire sulle secche o peggio sulle scogliere?

Il testo integrale dell’articolo

Nel 2005-2006 il Comune di Venezia ha effettuato una valutazione del MoSE e dei progetti alternativi e i risultati avevano evidenziato aspetti critici strutturali del MoSE. Dando seguito alle raccomandazioni fatte in quella occasione da alcuni cattedratici del settore marino offshore, il Comune ha commissionato uno studio volto ad analizzare il comportamento dinamico del progetto MoSE (che contrasta la marea entrante con la spinta della paratoia inclinata verso la laguna)e per confronto anche quello del progetto “Paratoia a gravità” (che agisce grazie al solo peso della paratoia inclinata verso il mare). Lo studio è stato affidato alla Società francese Principia, uno dei leader mondiali nella modellazione e calcolo dinamico dei sistemi marini complessi in moto ondoso, studiosi recentemente contattati dallo stesso Consorzio Venezia Nuova per una consulenza.

Il documento descrive la metodologia, le assunzioni numeriche e gli strumenti usati per le analisi, che rappresentano lo stato dell’arte più avanzato nella modellazione idrodinamica e nell’interazione tra più corpi in moto ondoso. Sono state esaminate due frequenze del picco d’onda, dove si concentra la massima energia del mare irregolare. Con lo spettro di 8 sec la paratoia MoSE manifesta un comportamento caratterizzato da instabilità dinamica. Lo studio ha dimostrato che la instabilità inizia con condizioni che hanno una probabilità di verificarsi molto alta, che si sono già verificate due volte nei 4 anni di registrazione dei parametri d’onda.

La instabilità dinamica comporta una incontrollata amplificazione dell’oscillazione della paratoia ed una “risposta caotica con elevata amplificazione dinamica” che mette in discussione la efficacia stessa della barriera al contenimento della marea. Nel caso di sistemi dinamicamente instabili al moto ondoso non è possibile identificare un dimensionamento attendibile delle strutture, delle cerniere e dei connettori. In tali condizioni non è neanche possibile utilizzare la sperimentazione in vasca su modelli in scala ridotta che, data l’impossibilità di modellare correttamente gli effetti viscosi, non consente un trasferimento diretto dei dati misurati al sistema vero in scala reale (aspetto evidenziato anche dagli Esperti internazionali che esaminarono il progetto di massima del MoSE).

L’analisi della schiera di paratoie, effettuata tenendo conto di una differenza di 2 metri tra i livelli mare-laguna. ha dimostrato che l’interazione idrodinamica tra le 20 paratoie ha una notevole influenza sui moti relativi tra paratoie adiacenti.

In conclusione dallo studio risulta che:

- il sistema instabile (MoSE) non può essere analizzato neppure con i software di simulazioni più avanzati esistenti e non è possibile ottenere risultati affidabili per un progetto corretto;

- la paratoia MoSE richiede un sistema di controllo attivo continuo dell’acqua di zavorra.

I risultati dello studio sulla paratoia isolata del MoSE dimostrano che risulta instabile con mare irregolare e quindi confermano l’errore del Comitato tecnico di magistratura che ha approvato il progetto definitivo (8 novembre 2002) quando afferma che “ la instabilità dinamica viene introdotta dalla schiera di paratoie e si verifica solo con onde regolari e non si ha con il mare irregolare”. E contraddicono anche le conclusioni del Gruppo di lavoro che ha valutato negativamente le alternative al progetto MoSE (Relazione del 28 novembre 2006) e che il giorno dopo nella veste di Comitato tecnico di magistratura ha approvato la sua stessa relazione.

Si consideri in particolare che:

- lo studio fatto ha dimostrato rilevanti criticità funzionali della paratoia MoSE, anche con condizioni di mare relativamente ricorrenti: ci si chiede con quali criteri e con quali carichi sono state dimensionate queste cerniere.

- il progetto MoSE prevede che la “parte femmina” delle cerniere resti al fondo, imbullonata al cassone di fondazione, per la vita dell’opera (100 anni); allo stato dell’arte non si ha esperienza di una vita operativa così lunga per un organo meccanico sollecitato come questo ed istallato sott’acqua; deve garantire che non si verifichino nel tempo delle vie d’acqua che porterebbero all’allagamento del tunnel sottostante;

- a suo tempo si era da più parti espressa pubblicamente la necessità che un componente così essenziale e critico come i connettori del Mose fosse opportunamente progettato, collaudato e qualificato per l’uso prima di dare inizio al progetto esecutivo ed alla costruzione dell’opera; oggi c’è la certezza che la paratoia MoSE è instabile. Le normali tecniche di progettazione non permettono di definire i carichi trasmessi alla base di fondazione per mezzo delle cerniere e quindi i carichi di progetto. Per un motivo molto semplice: nessuno progetta un sistema instabile. Allorquando si individua che un sistema è instabile il progettista ne cambia le caratteristiche perché diventi stabile.

Giunti a questo punto di consapevolezza, devo ricordare che il giorno dell’approvazione del progetto MoSE in Commissione di salvaguardia (20.1. 2004) in rappresentanza del ministero dell’Ambiente ho inutilmente illustrato i problemi di inaffidabilità del progetto depositando agli atti dodici documenti tra cui in particolare tre che documentavano la “Inaffidabilità della gestione delle paratoie” (rapporto del CNR italiano e CNRS francese), la “Inaffidabilità del funzionamento del sistema di paratoie” e la possibilità del fenomeno di entrata in risonanza delle paratoie (relazione e lettera dell’ing. Di Tella inviate al Magistrato alle acque e alla Commissione di salvaguardia); criticità già inutilmente da me contestate all’ing. Scotti (progettista del MoSE) in sede di sotto-Commissione di salvaguardia.

Ricordo inoltre che, nelle riunioni svoltesi presso il governo a Roma (a palazzo Chigi) nel novembre 2006 per la verifica del progetto MoSE e dei progetti alternativi, il Comune di Venezia presentò, tra gli altri documenti, un dossier in undici punti relativi agli “Aspetti critici strutturali del MoSE”; in particolare il primo punto era relativo alla “Instabilità intrinseca del MoSE” e il secondo alla “Criticità dei connettori”.

In quella occasione fui incaricato di presentare il documento ufficiale del Ministero dell’Ambiente che in particolare recita quanto segue.

“Valutazione dei progetti alternativi:

A.R.C.A. (cassoni autoaffondanti). Il progetto risulta particolarmente interessante perché permette di evitare quasi completamente gli impatti ambientali e paesaggistici…i criteri base sono la sperimentalità, la gradualità e la reversibilità (come da prescrizione di legge speciale) e la stagionalità (i cassoni si installano a settembre e si rimuovono a marzo) … analoghe valutazioni positive sono state date dalle Soprintendenze e dalla Direzione Regionale per i Beni culturali e paesaggistici’.

Paratoia a gravità. Il progetto prevede un tipo di paratoie ‘intrinsecamente stabili’ che funziona con la forza di gravità del peso proprio (funzionamento diverso da quelle del MoSE ‘intrinsecamente instabili’ che agiscono per spinta creata di momento in momento dagli impianti) e richiedono pertanto struttura delle paratoie, basi di alloggiamento e impianti molto meno impegnativi. La Sovrintendenza per i Beni Archeologici ritiene il progetto decisamente poco impattante e particolarmente flessibile, permette di seguire in modo quasi perfetto l’attuale profilo dei fondali con la riduzione drastica dei volumi di dragaggio previsti dal MoSE”.

“Relativamente al progetto MoSE e alle criticità irrisolte:

“Queste problematiche, in parte aggiuntive a quelle che hanno portato, nel 1998, alla Valutazione di impatto ambientale negativa, sono state formalmente poste dal rappresentante di questo Ministero nella Commissione di salvaguardia nel gennaio 2004 ma se ne è impedita la verifica rinviando ad una risposta scritta (dopo la votazione) da parte del Presidente del Magistrato alle Acque (ing. Piva) che non è mai pervenuta. Sono documentati e depositati agli atti della Commissione i quesiti relativi al …funzionamento e inaffidabilità tecniche del sistema di paratoie … inaffidabilità della gestione delle paratoie.

“Questi aspetti dovrebbero essere posti al centro di una revisione davvero competente del progetto in quanto investono problemi strutturali altamente specialistici. Come richiesto dal Comune questa revisione non può però essere fatta dalle stesse persone e strutture che hanno fino ad oggi già approvato più volte il Progetto MoSE. Occorre individuare un gruppo di esperti estremamente competenti in tecnologie off shore in posizione “terza” per poter valutare in termini scientifici e tecnici posizioni molto diversificate e su taluni aspetti contrapposte.

“Il Ministero dell’Ambiente è della convinzione che prima di procedere alla fase esecutiva il Progetto di Salvaguardia di Venezia e della sua Laguna debba essere adeguatamente modificato.

“Appare infatti auspicabile l’elaborazione di una radicale variante al progetto definitivo che recepisca compiutamente le indicazioni della deliberazione assunta dal Consiglio dei Ministri del 15.3.2001 e sia adeguato ai criteri di gradualità e reversibilità ed in grado si affrontare i problemi lagunari in una ottica di stagionalità.

“In relazione alle competenze di questo Ministero, i riscontri di cui sopra relativi all’avanzamento dei cantieri, appaiono di tutta gravità dal punto di vista contabile, della legittimità delle autorizzazioni e del danno ambientale.

“Nel cercare soluzioni più idonee a rispondere alla compatibilità ed alla funzionalità per la salvaguardia di Venezia è indispensabile riesaminare il progetto Mo.S.E. dal punto di vista strutturale, funzionale e gestionale in quanto non vi sono certezze dimostrate innanzitutto in termini di funzionalità, affidabilità, gestibilità nel tempo”.

In quella occasione il governo Prodi non ascoltò i rilievi critici e le proposte alternative. Ora si dispone di un nuovo autorevolissimo studio che conferma e ulteriormente approfondisce e dimostra la gravità delle criticità del progetto MoSE. Il nuovo Governo, con visione lungimirante e strategica, saprà assumere decisioni adeguate ai problemi rilevati e intervenire per raddrizzare la barra di questa navigazione “a vista” prima di finire sulle secche o peggio sulle scogliere

Quanto costa il monopolio? In tempi di tagli ai finanziamenti e di scarse risorse per gli enti locali, si fanno i conti in tasca al Consorzio Venezia Nuova. Pool di imprese che ha dal 1984 la concessione unica delle opere di salvaguardia. E i finanziamenti garantiti dallo Stato per la realizzazione del Mose e di altri interventi in laguna come i marginamenti, le barene, gli scavi dei canali industriali, le nuove rive delle Zattere, Giudecca, Fondamente Nuove. Rilievi che animano la polemica politica di fine luglio. Ma che sono scritti nero su bianco sulla recente ordinanza della Corte dei Conti sullo stato di avanzamento dei lavori in laguna. La relazione finale firmata da Antonio Mezzera e dal presidente nazionale della Corte Tullio Lazzaro, avanza pesanti rilievi sulla gestione della salvaguardia. E soprattutto sui costi lievitati, su consulenze e collaudi affidati «con scarsa trasparenza e un rapporto sbilanciato a favore del concessionario».

Mose. Il costo della grande opera, scrivono i giudici contabili, è passato da 2700 milioni di euro a 4271, adesso il «prezzo chiuso» è stato aggiornato a 4 miliardi e 700 milioni. Dei costi originari circa la metà (1200 milioni su 2700) se ne vanno in «oneri tecnici e per il concessionario, somme a disposizione e Iva».

Gli oneri. Da sempre tutti i lavori affidati al Consorzio Venezia Nuova costano il 12 per cento in più. Gli «oneri del concessionario» consentono di mantenere la struttura organizzativa e comunicativa del Consorzio Venezia Nuova. «Ingenti appaiono gli oneri di concessione», scrivono ancora i giudici nella loro ordinanza. E aggiungono: «Alcune di tali risorse si sarebbero potute utilizzare per il rafforzamento dell’apparato amministrativo pubblico». Una percentuale, il 12 per cento, che era stata ridotta qualche anno fa dall’allora presidente del Magistrato alle Acque Felice Setaro al 10.

Gli appalti. Per il particolare status di concessionario unico il Consorzio non ha bisogno di indire gare d’appalto per l’affidamento dei lavori. Che vengono assegnati quasi sempre alle imprese che compongono il pool, a conminciare dall’azionista di maggioranza Mantovani spa. Un altro punto che fa lievitere i costi. Non si applica infatti ai lavori la procedura del massimo ribasso, come invece succede per gli interventi di restauro appaltati da Comune o da Insula, la società di manutenzione di Ca’ Farsetti. E secondo l’Ance la media dei ribassi si aggira intorno al 15-20 per cento del valore dell’appalto.

I costi. E’ il punto finito nel mirino dei giudici contabili. Che hanno messo sotto accusa proprio la procedura della concessione unica, abolita dalle leggi europee e nazionali ma rimasta in essere per il Mose. «Sotto il profilo dell’economicità dell’agire amministrativo», scrivono nell’ordinanza, «suscita perplessità che la determinazione delle voci di costo e dell’elenco prezzi sia stata rimessa al concessionario».

I poteri. Polemica rilanciata in questi giorni dall’economista Giavazzi. «Chi comanda in città è chi ha i soldi, cioè il Consorzio Venezia Nuova», ha detto. Polemica a cui se ne aggiunge un’altra. In periodo di carenza di fondi, con il Comune costretto a chiudere i suoi cantieri perché i finanziamenti non arrivano, si riapre il dibattito sui costi del Mose. «La situazione di monopolio ha portato al lievitare dei costi e la mancanza di alternative non ha consentito di studiare soluzioni più economiche.

«Di questo la politica si deve occupare», dice il senatore del Pd Felice Casson, che da pm aveva avviato numerose inchieste proprio sul monopolio della salvaguardia in laguna.

Postilla

Questi sono i maggiori costi che si valutano per la sciagurata decisione, presa da Franco Nicolazzi, ministro per i Lavori pubblici, venticinque anni fa (e confermata da Antonio Di Pietro, Paolo Costa, Romano Prodi, Silvio Berlusconi) di assegnare a un consorzio di imprese private gli studi, le sperimentazioni, la progettazione e l’esecuzione delle opere nella Laguna. Ma nessuno mette in conto i costi giganteschi che si dovranno pagare (e che pagheremo noi e i nostri posteri) per la gestione manutenzione del complicatissimo sistema, se mai dovesse entrare in funzione. E neppure quelli, che pagherà l’intera umanità, per la distruzione di quell’ecosistema, assolutamente unico al mondo, costituito dalla Laguna di Venezia.

Infine, come non indignarsi se si considera che il Comune di Venezia, che si lamenta di non avere le risorse per i restauri degli edifici, ha investito i finanziamenti della legge speciale per Venezia nella costruzione dell’inutile ponte di Calatrava? Se ne stima il prezzo in 15 milioni di euro.

Si legga l’articolo di Luigi Scano su La nascita e i primi anni del Consorzio Venezia Nuova. Per approfondire, il suo libroVenezia. Terra e acqua, Corte del fòntego editore, Venezia 2009.

Grandi opere, Venezia è snobbata

di Alberto Vitucci

Niente soldi per il treno dell’aeroporto. E nemmeno per gli altri interventi infrastrutturali veneziani, che aspettano le risorse dei privati. Nell’ultimo Dpef, il Documento di programmazione economica 2009-2011 approvato dal governo, le sorprese non mancano.

L’unica voce che mantiene la promessa di spesa è quella del grande progetto Mose. Un’opera definita strategica dal governo, finanziata dall’ultimo Cipe (il Comitato per la programmazione economica) con 800 milioni di euro. Anche qui però l’erogazione dei soldi non sarà immediata. Sono soltanto ottanta i milioni di euro resi disponibili nel 2009. Altri 320 dovrebbero arrivare con la Finanziaria 2010, 240 con il 2011. I residui 160, si legge nelle tabelle del ministero, «saranno erogati dopo il 2011». In totale così il Mose potrebbe disporre di 3 miliardi e 132 milioni di euro su una previsione iniziale di 4270 milioni, adesso «adeguata» dal Magistrato alle Acque a 4 miliardi e 700 milioni, con un aumento del prezzo chiuso di mezzo miliardo. Da dove arriveranno i soldi mancanti? Nella colonna «Fabbisogno da reperire» il Dpef calcola un miliardo e 27 milioni, che diventerà un miliardo e mezzo quando l’Avvocatura darà il via libero definitivo all’aumento proposto dal Magistrato alle Acque. Soldi che in questo caso dovrebbero essere anticipati dalla Bei, la Banca europea degli investimenti. Che attende a sua volta il via libera del nuovo parlamento europeo sulle modalità di restituzione del maxiprestito. Intanto i lavori del Mose continuano, anche se per avviare la gara internazionale per la produzione delle paratoie e delle parti elettromeccaniche si dovranno attendere i nuovi finanziamenti.

Mose a parte, non sono molti i fondi stanziati nel documento di programmazione pluriennale in favore di opere e infrastrutture veneziane. Praticamente fermo il collegamento ferroviario con l’aeroporto Marco Polo. Il suo avvio è previsto per il 2013. E nel frattempo sui 223 milioni e 92 mila euro necessari per costruire la nuova rete ferroviaria metropolitana ne è stato stanziato soltanto uno, sotto la voce «Altre fonti statali». Mancano dunque all’appello 222 milioni e 92 mila euro. Caselle bianche anche per le opere complementari del Passante di Mestre, che erano state inserite negli interventi del «Corridoio V». Non ci sono soldi nemmeno per il contestato progetto di sublagunare. La prima idea risale agli anni Novanta, il progetto approvato dalla gunta Costa e dal Cipe nel marzo del 2005. Un rinvio che in questo caso può non dispiacere alle molte voci critiche, che sollecitano prima dei finanziamenti, un serio dibattito sull’utilità e le controindicazioni della grande opera.

Mentre vengono finanziate decine di opere in Lombardia e la prima tranche del Ponte sullo Stretto (circa 2 miliardi di euro, contro i 408 milioni previsti per la ricostruzione in Abruzzo), mancano all’appello anche i fondi dello Stato su Pedemontana e Nuova Romea. La stragrande maggioranza dei costi è a carico in questo caso dei privati. Con il sistema del Project Financing, già utilizzato ad esempio per costruire il nuovo Ospedale di Mestre. Garantiti infine i i fondi per il nuovo palazzo del Cinema (20 milioni a carico dello Stato, gli altri 59 degli enti locali).

Firmato l’accordo con Milano

e l’Expo «torna» in laguna

di Alberto Vitucci

L’Expo torna a Venezia. Dopo la bocciatura della candidatura di vent’anni fa, ieri il sindaco Cacciari ha firmato a Milano un protocollo d’intesa con Letizia Moratti, sindaco di Milano e commissario straordinario per l’Expo di Milano 2015. Nell’era degli spostamenti globali si prevede che tra sei anni saranno decine di milioni i visitatori previsti all’Esposizione universale lombarda. E buona parte di questi non rinunceranno di certo a visitare Venezia. Ecco allora l’accordo di collaborazione. Venezia mette a disposizione di Milano il suo sistema di «prenotazione e controllo dei flussi», il Venice connected ideato dal vicesindaco Michele Vianello. Altra collaborazione riguarda la cultura e le mostre, con un’intesa che dovrà essere perfezionata fra la Triennale presieduta da Davide Rampello e la Biennale di Paolo Baratta. «Venezia sarà un polo territoriale strategico alla buona riuscita dell’evento», si legge nel documento. «le nostre due realtà possono fare squadra», dice il sindaco Massimo Cacciari. Si tratta anche di programmare per tempo l’enorme flusso di visitatori che rischia di mandare in tilt soprattutto la città d’acqua, già assediata da venti milioni di visitatori l’anno. «E nel 2015 il flusso aumenterà moltissimo soprattutto per le persone provenienti dall’Est e dal lontano Oriente», dice Cacciari. In una Esposizione dedicata al Pianeta e all’energia per la vita si tratta anche di rinforzare le infrastrutture e i trasporti senza sfasciare il territorio già compromesso in alcune parti di Veneto e Lombardia. Il no all’Expo in laguna di vent’anni fa era stato motivato allora proprio dalla preoccupazione di un forte impatto dei visitatori sulla fragile realtà veneziana. (a.v.)

Immobili, il Comune non è in grado di salvaguardarli

«Venduti anche per salvarli»

di Enrico Tantucci

«Abbiamo deciso di vendere questi immobili, non solo per ottenere risorse per investimenti, ma anche perché - per molti di loro - non siano più in grado di garantirne la conservazione e evitarne il degrado, nelle attuali condizioni economiche. E’ il caso, ad esempio, dell’ex Osteria Nardi di Sant’Erasmo o della Villa di Mazzorbetto. Meglio allora, che finiscano nelle mani di privati che perlomeno ne assicureranno il mantenimento, come è avvenuto, ad esempio, per Ca’ Sagredo, trasformato in hotel». Così l’assessore al Patrimonio Mara Rumiz ha spiegato ieri in Commissione consiliare la decisione del Comune di costituire il fondo immobiliare che metterà in vendita diciotto “pezzi” del suo patrimonio, di cui undici con cambio di destinazione d’uso per favorirne la valorizzazione. L’introito previsto, dopo le varianti, sarebbe di poco più di 98 milioni di euro, ma - è stato spiegato ieri - ci si attende, rivolgendosi al mercato e con la vendita delle quote del fondo, un ulteriore”utile” di circa 10 milioni di euro. Ieri l’esame - presente anche l’assessore al Bilancio Michele Mognato - ha riguardato gli immobili che saranno posti in vendita in centro storico e nelle isole: Palazzo San Cassiano e Palazzo Diedo, l’area di Piazzale Roma che si trova presso la Manifattura Tabacchi, la Casa del Boia, ex ridotto di Mazzorbo a Mazzorbetto, un’area verde al lido alle Terre Persem, l’ex Osteria Nardi a Sant’Erasmo e Palazzo Gradenigo. Proprio sui palazzi San Cassiano e Diedo, che occupano ancora uffici giudiziari che dovranno poi essere trasferite nella nuova Cittadella della Giustizia all’ex Manifattura Tabacchi, l’assessore Rumiz ha fatto ieri una precisazione importante. «Abbiamo approvato in Giunta un emendamento - ha spiegato - che prevede che i palazzi restino a disposizione degli uffici giudiziari fino al completamento della Cittadella della Giustizia fissato per il 30 giugno 2012. Previsto anche che il ricavato della vendita di Palazzo Diedo vada a finanziare proprio una parte del secondo stralcio dei lavori della Cittadella della Giustizia, per il quale non ci sono ancora i finanziamenti». Forti perplessità espresse da alcuni consiglieri - il Verde Beppe Caccia e Sebastiano Bonzio di Rifondazione - sulla volontà del Comune di vendere la Casa del Boia, che ora ospita la Casa della Laguna, chiedendo lo stralcio per la vendita di questo immobile. Rumiz ha replicato dicendo che la Casa della Laguna troverà una sede adeguata all’interno degli uffici comunali che si trovano in Campo Manin. Sulle polemiche legato alle destinazioni alberghiere di diversi immobili, l’assessore ha fatto notare come ormai sia lo stesso mercato a orientarsi piuttosto verso la richiesta di residenza di fascia elevata e che comunque la gamma di destinazioni d’uso per ogni immobile, dovrebbe consentire per ciascuno di essi la scelta più redditizia. Tra pochi il fondo, legato al bilancio 2009, approderà in Consiglio comunale. (e.t.)

Postilla

Bene. Il governo senza saperlo fa qualcosa di positivo per Venezia. Non finanzia la metropolitana sublagunare, ottimo strumento per accrescere rendite private e incentivare il turismo distruttivo. Non finanzia qualche infrastruttura autostradale nella Terraferma, che aggraverebbe lo scempio di delicati territori. Finanzia ma rinvia il MoSE, progetto “strategico” per entrambi ni versanti dello schieramento neoliberista, lo promosse ieri Prodi lo sbandiera oggi Berlusconi (ma intanto la bestiale opera è ferma, perché ancora non sanno come fare le cerniere che dovrebbero lasciar aprire e chiudere i giganteschi portelloni d’acciaio).

Il Comune, allora, corre ai ripari. Volgendo in positivo le ragioni che condussero comune, parlamento nazionale e parlamento europeo a rinunciare all’Expo2000, si allea con Milano per portare a Venezia con nuove infrastrutture le torme dei visitatori “mordi e fuggi”. E rivela che i beni pubblici immobiliari sono venduti perché non ci sono risorse per mantenerli. Conferma candidamente le tesi di chi dice che l’urbanistica non serve per migliorare le condizioni di vita nella città, ma per vendere meglio: i palazzi saranno messi sull mercato “con cambio di destinazione d’uso per favorirne la valorizzazione. Lo diceva Lefebvre oltre 40 anni fa, quando parlava dell’urbanistica degli imprenditori: “Essi realizzano per il mercato, in vista di un guadagno. La novità è che essi non vendono più alloggi o immobili, ma urbanistica. Con o senza ideologia, l’urbanistica diventa valore di scambio”.

Una domanda: chi pagherà, o sta pagando, i 15 milioni di euro per l’inutile ponte di Calatrava? Non sarà mica con i soldi della legge speciale per Venezia, che erano finalizzati al restauro della città e non alle piccole Grandi Opere del regime?

Una formula matematica stabilisce la soglia di tolleranza massima della città

di Roberta De Rossi

VENEZIA. Centocinquantamila persone, tante ne può sopportare Venezia ogni giorno. E’ il risultato di una ricerca del Coses, che ha elaborato una formula matematica per «salvare» la città. Uno studio complesso per dare la possibilità al Comune di gestire il turismo. Oltre la capacità «pedonabile» di 150 mila persone la situazione diverrebbe insostenibile. E non si parla solo di turisti, ma anche di abitanti veri, lavoratori, studenti e, appunto, visitatori. In pratica il modello proposto prevede un numero massimo di 75 mila abitanti, senza andare a scapito dell’economia del turismo o della popolazione studentesca. Il vicesindaco Michele Vianello: «Questo studio sfata l’opinione che sia stato il turismo a scacciare i residenti dal centro storico». Gli albergatori e commercianti commentano: «Venice Connected non basta, mancano le infrastrutture per gestire i flussi di turisti».



Centocinquantamila persone. Tante è in grado di reggerne - fisicamente - Venezia: cioè, tante ne possono al massimo «camminare» tra Piazzale Roma e la stazione verso Rialto e piazza San Marco, lungo l’asse più frequentata della città. Poi il sistema città diventa ingestibile: 150 mila persone è, infatti, la capacità quotidiana «pedonabile» a Venezia. E non si parla ovviamente solo di turisti, ma di abitanti, studenti, lavoratori pendolari, e, appunto, visitatori, mordi-e-fuggi o pernottanti.

È questo un «valore vincolo» assunto dal Coses per elaborare il modello matematico richiesto dal Comune per sapere fino a quale soglia il turismo è sostenibile con la città. Un valore intrecciato con altre voci (items), frutto dell’analisi di una cascata di dati su capacità dei servizi pubblici, andamento della residenza, destinazione degli immobili, popolazione studentesca, impatto economico del turismo: un rapporto di 140 pagine. Naturalmente, al variare di una delle voci che compongono il modello, variano le altre. Con alcuni limiti: come quello di fissare in 75 mila il numero massimo di abitanti che Venezia potrebbe avere senza andare a scapito dell’economia del turismo o della popolazione studentesca. Tutto deve stare in equilibrio: al Comune scegliere se aprire il rubinetto del turismo pernottante (ma a 25 mila si ha saturazione) o degli studenti. Il totale deve tendere a 150 mila.

Stando all’oggi, non potendo - per ovvii motivi - «abbattere» qualche migliaio dei 60 mila residenti in occasione di picchi del turismo, le politiche dell’amministrazione dovrebbero quindi intervenire sulle altre voci, sia in termini strutturali che tenendo conto del calendario della stagionalità.

Di questo ha parlato ieri il vicesindaco e coordinatore del tavolo Turismo Michele Vianello, nel presentare insieme alla direttrice del Coses Isabella Scaramuzzi il modello «Turismo sostenibile», ricerca firmata insieme a Di Monte, Pedenzini e Santoro.«Noi abbiamo fornito al Comune un modello, che incrocia diverse variabili della sostenibilità urbana della città», spiega Scaramuzzi, «non diamo numeri del tipo “quale è la soglia massima di turisti” per Venezia, perché è una relazione tra diverse variabili e diversi tipi di popolazione equivalente: è l’amministrazione comunale che deve fare le scelte. Certo, c’è un vincolo di capacità di mobilità di 150 mila persone».

«Questo studio sfata l’opinione diffusa che sia stato il turismo a scacciare i residenti dal centro storico», ha sottolineato Vianello, che ancora non ha sciolto la riserva sull’offerta che gli è stata fatta di diventare direttore del Parco scientifico tecnologico Vega, «non è quindi limitando gli accessi alla città che si contrasta l’esodo. Certo, invece, sono evidenziate criticità come la stazione ferroviaria - variabile ingovernabile per l’amministrazione - o il fatto che l’apertura del Ponte di Calatrava ha spostato tutto il flusso su un’unica asse». Come governare il sistema città e trovare un punto di equilibrio? «Sostenendo l’insediamento della popolazione studentesca che, è dimostrato, non ha “rubato” case ai veneziani, e incentivandone la permanenza professionale con strumenti che permettano a queste persone di lavorare, relazionarsi e trovare abitazioni. Quanto al turismo, bisogna proseguire sulla strada del governo telematico dei flussi». E si torna a Venice Connected - con il sistema delle tariffe differenziate in base al semaforo delle giornate più o meno calde di attrattività di Venezia - che nell’ultimo mese ha registrato 531 mila contatti per 3 mila transazioni, del valore di 85 euro di media: «Finora l’offerta era solo quella pubblica e ce n’è anche troppa, dobbiamo semplificare. A giorni poi entreranno nel portale anche tour operator e albergatori, con i quali abbiamo chiuso le intese e a quel punto, conclude Vianello.

Lanciato anche un altro progetto, che s’intreccia con l’operazione «Cittadinanza digitale», banda larga e wifi gratuito per i residenti: «iVenice» rinascita a nuova vita della tessera «imob». «La giunta approverà il 22 le linee applicative del progetto», conclude il vicesindaco, «per trasformare la tessera imob - oggi una card solo a vocazione trasportistica - in una chiave di accesso a una piattaforma di servizi, ai quali il “cittadino digitale” potrà accedere anche attraverso una serie di terminali in città. Così per iscrivere i figli all’asilo nido, segnalare problemi di manutenzione urbana o far giungere petizioni dirette al Comune». «Fare rete», ha chiosato il sindaco Cacciari, «significa anche stabilire le priorità: possiamo avere le migliori tecnologie, ma se l’uomo pone ossessivamente l’accento su piccoli dettagli dei malfunzionamenti, si compromettono i risultati. E le priorità sono salvaguardia, oggi drammatica, organizzazione della formidabile economia del turismo, politica della residenza».

«Mancano le infrastrutture per gestire i flussi»

di Giacomo Cosua

I commenti di albergatori ed esercenti. Italia Nostra: «Bene gli studi, ma nessuno da anni prende decisioni»

I flussi turistici a Venezia: una risorsa o un problema? Un dibattito quello sulla gestione del turismo che tiene banco in città da molti anni, con soluzioni ipotizzate di tutti i tipi: dal ticket d’ingresso in città sul Ponte della Libertà al ticket volontario per l’ingresso in Piazza San Marco. Le proposte negli anni sono state diverse, ma in realtà poche sono risultate applicabili. Gli studi del Coses - con il loro «Modello logico di sostenibilità urbana per il turismo a Venezia» - hanno evidenziato come la città tra abitanti, visitatori e pendolari riesca a «sopportare» circa 150 mila persone al giorno: un numero che nei momenti di maggiore afflusso, come il Carnevale, Venezia supera largamente.

«Certamente lo studio del Coses è interessante», spiega Claudio Scarpa, direttore dell’Associazione Veneziana Albergatori, «quello che sta facendo Michele Vianello attraverso Venice Connected e con le altre formule di gestione del turismo, è sicuramente un passo avanti: peccato che si sia occupato di un asset strategico per la città solo così tardi a metà legislatura, abbiamo perso troppo tempo». «I turisti non sono tanto da limitare, quanto da gestire», sottolinea Scarpa, «sono d’accordo sul non incentivare il turismo pendolare quanto un turismo più attento. Speriamo che la direzione intrapresa sia quella giusta, anche se c’è ancora tanto da fare».

Ernesto Pancin, direttore dell’Aepe, che di certo non ha interesse nel veder limitato il numero di turisti in città, spiega: «Sono trent’anni che si discute a Venezia sul governo dei flussi, ben venga Venice Connected: è un ottimo strumento e siamo contenti che Vianello lo abbia creato, ma rimane ad ogni modo sul piano virtuale. Stiamo aspettando da troppo delle infrastrutture per la gestione degli accessi che non ci sono, non è tanto una questione di quanti turisti devono arrivare, ma di come gestirli». Tutti, quindi, puntano l’accento sulla mancanza di adeguate infrastrutture, situazione per quanto riguarda la gestione dei flussi inadeguata sul versante ferroviario. La ricerca del Coses ha evidenziato come la stazione a Santa Lucia, pur registrando un terzo degli arrivi in città, sia uno degli elementi con maggiori criticità. Una variabile, secondo l’amministrazione comunale non governabile direttamente. Il professor Gherardo Ortalli di Italia Nostra polemizza: «Si continuano a fare ogni anno studi sul turismo, con cifre eloquenti, ma rimangono tutti sul tavolo, nessuno prende poi decisioni», denuncia il professore. «Non servono tanti giri di parole, basta sedersi a un bar a Venezia, per capire che la situazione è diventata ingovernabile già da tempo».

Postilla

Ahimè, la cifra di 150mila persone, proposto come limite massimo di ammissibilità delle presenze contemporanee a Venezia dalla direttrice del COSES, è assunto dagli attuali reggitori come obiettivo da raggiungere e, semmai, superare. Vogliamo intanto ricordare alcune cose, che probabilmente fuori da Venezia non sono note (e a Venezia sono dimenticate).

1. Nel 1989 due persone qualificate (il rettore pro tempore di Ca’ Foscari, Paolo Costa, e lo studioso nederlandese Jan van den Borg), in occasione del dibattito sull’accettabilità dell’EXPO 2000 a Venezia, calcolarono in 22mila il numero di non residenti che la città avrebbe potuto decentemente ospitare. Oggi questo numero è portato a 75mila (in aggiunta a 75mila residenti). Segno dei tempi. Ma chi assume ciome scenario quello della folla compatta tra piazzale Roma e Rialto si rende cionto che la capienza di una città come Venezia non si misura con gli stessi parametri adottati per uno stadio?

2. Il vicesindaco Michele Vianello, delegato a seguire l’attività turistica, ha detto: «Questo studio sfata l’opinione che sia stato il turismo a scacciare i residenti dal centro storico». Incredibile. Come se gli abitanti normali di Venezia non fossero stati cacciati, o non siano impossibilitati ad abitare nella città storica, perché gli affittacamere, le locande e gli alberghi, realizzati grazie alla colpevole cancellazione da parte del Comune nelle tutele sulla residenza ordinaria, hanno eliminato il mercato delle abitazioni “normali”. Come se tutti i locali e i servizi, pubblici e privati, destinati ai residenti non fossero scomparsi nella stragrande maggioranza, sostituiti da infinite botteghe di junk d’ogni origine e forma, pizzerie, rivendite di Cocacola e finte maschere. Come se le condizioni dei servizi pubblici per il trasporto non fossero impraticabili per i cittadini molte settimane all’anno e in molte ore della giornata. Come se le svendite del patrimonio immobiliare pubblico non fosse un ulteriore incentivo a rendere la città invivibile per i suoi abitanti. Come se il volto della città, la sua anima e il suo corpo, non fossero ogni giorno più sfigurati da un turismo brado, del tutto abbandonato a se stesso e anzi promosso e incentivato dagli amministratori. Una giunta berlusconiana difficilmente riuscirebbe a fare di peggio. Forse, anzi, la mercificazione sarebbe più attenta a non ridurrebbe troppo il valore (economico) del capitale.

Il modo in cui gli amministratori locali hanno accolto la ricerca del COSES fa pensare che, dopo oltre venti anni, nessuno ha la volontà e l’intelligenza di procedere a quella saggia politica di contenimento programmato del turismo che un altro vicesindaco, Gianni Pellicani, aveva proposto e che Luigi Scano, suo collaboratore, aveva definito “razionamento programmato dell’offerta turistica”. A mo’ di ulteriore commento rinviamo alla lettora dell’articolo di Scano, Turismo insostenibile. Si tratta di una questione –quella del turismo e delle altre forze che stanno distruggendo Venezia - a proposito della quale, in questa sede, si può solo lanciare un grido d’allarme. Ci torneremo presto.

Dalla ricerca della Uil, Venezia si piazza

in vetta alla graduatoria

delle città con gli affitti più alti

(Pl.T.) Venezia si conferma al vertice tra le città con gli affitti più cari anche secondo il rapporto casa redatto dalla Uil e relativo al primo semestre 2008 con una spesa media per le famiglie di 1.470 euro mensili. Un carico per le famiglie nettamente superiore a quella che è la media degli affitti nelle grandi città italiane che non raggiungerebbe i mille euro mensili, fermandosi a quota 923 euro. Solo Roma sarebbe più cara, con affitti medi che sfiorano i 1.800 euro al mese. E di nuovo Roma, insieme a Milano, precede Venezia anche per il costo del mattone al metro quadrato. Analizzando emerge «quanto sia arduo per una famiglia italiana acquistare un'abitazione» secondo la Uil. Nella città lagunare la spesa media sarebbe di 4.600 euro al metro quadrato, a Milano di 4.850, nella capitale si sfonda la quota dei 5mila euro, con una spesa media di 5.150 euro al metro quadrato. E in tutte e tre le città il costo del mattone va ben oltre il doppio del costo medio registrato nei capoluoghi che si ferma a 2.230 euro al metro quadrato.

Il rapporto del sindacato su Famiglia, reddito, casa ha utilizzato come campione di riferimento una famiglia composta da due lavoratori dipendenti, con due figli a carico, che percepisce un reddito lordo annuo pari a 36.000 euro e vive in affitto in un appartamento di 70 mq in una delle città capoluogo di regione. E ne viene fuori che la spesa per l'affitto si mangerebbe quasi il sessanta per cento del reddito di una famiglia veneziana. «Occorre collocare al centro dell'agenda politica è stato il commento ai dati del segretario confederale della Uil Guglielmo Loy - il problema della casa quale diritto innegabile del cittadino perseguendo un piano programmatico e non solo emergenziale». Ma, al di là del dato, stupisce l'incremento che avrebbero avuto gli affitti confrontandoli con le stime del rapporto della Uil dell'anno scorso, secondo cui la stessa locazione, nel 2007, non costava più di 1.153 euro mensili. In entrambi i casi gli affitti di Venezia sono distanti anni luce da quelli registrati, ad esempio, a Catanzaro, dove una famiglia se la cava con 271 euro al mese. «Insomma, la crisi del mercato immobiliare non ha inciso più di tanto sui costi per acquistare una casa commenta Carlo Garofolini, presidente di Adico (Associazione difesa consumatore) ma di riflesso ha accentuato l'aumento dei canoni medi di locazione, proprio a seguito della stagnazione nella realizzazione di nuove abitazioni e nel volume di compravendite, motivato anche dal caro mutui».

La città si spopola? Non è colpa del turismo

Presentati i primi risultati

di un nuovo studio del Coses.

Il vicesindaco: «Sfatiamo un luogo comune»

di Michele Fullin

Il turismo non è la causa prima dell'esodo della popolazione veneziana dalla città storica, semmai è un fattore che solo indirettamente ha influenzato le dinamiche della popolazione. Lo afferma uno studio, ancora in fase di elaborazione, compiuto dal Coses e commissionato dall'amministrazione comunale, i cui risultati sono stati anticipati ieri nel corso di una riunione del Comitato dei garanti dell'Ufficio studi dell'Associazione veneziana albergatori. Isabella Scaramuzzi, direttrice del Coses, ha illustrato i risultati e i metodi seguiti, pur raccomandando di considerare che la ricerca è ancora in corso e che va ancora perfezionata.

«Siamo partiti da alcuni luoghi comuni, quelli delle chiacchiere da bar - ha osservato ieri in una delle splendide sale affrescate di palazzo Sagredo - per capire se è vera l'affermazione "I turisti scacciano i residenti" . Una verifica tra le serie storiche della popolazione residente e delle presenze turistiche dal 1951 al 2007 ha mostrato una forte correlazione tra le dinamiche: la residenza cala, il turismo cresce. Ma null'altro. Ricorrendo all'esplorazione statistica abbiamo scoperto che l'influenza del turismo sul calo della residenza sia stata quasi nulla. So che è per certi versi sconvolgente, ma i numeri dicono che è così».

Tra gli albergatori le reazioni sono state abbastanza discordanti, ma quasi tutti hanno condiviso l'idea che comunque il turismo, magari indirettamente, abbia contribuito allo spopolamento pur riconoscendo che le cause principali sono legale all'esodo degli anni Sessanta e alla dinamica demografica negativa del periodo successivo. Venezia, insomma, è una città che non attira famiglie in grado di riprodursi e su questo bisogna porsi molte domande.

Una volta ripristinato il rigore del ragionamento, il vicesindaco e coordinatore alle politiche del turismo Michele Vianello ha avuto campo libero nell'esporre la sua medicina per la gestione del turismo, inteso come unica risorsa per l'innovazione e lo sviluppo a Venezia. La "rivoluzione" di Vianello passa su Internet ed è rivolta ad intercettare i turisti e segmentarli in diverse fasce, ognuna con una propria domanda e un proprio mercato.

«Quello che proporremo sarà una serie di politiche di incentivazione e disincentivazione. Inutile mettere barriere e cancelli: non servirebbero a niente e sarebbero illegittimi. Ciò che possiamo fare è però incentivare i "turismi" a venire in città nei periodi di minore affollamento vendendo un pacchetto unico in cui sono comprese le prenotazioni di garage, visite ai musei, eventi speciali e ovviamente gli alberghi e i mezzi pubblici. La filosofia è questa: chi prenota e viene quando lo desideriamo noi entrerà a Venezia e avrà anche uno sconto. Chi decide all'ultimo momento di venire il primo Maggio resterà fuori da palazzo Ducale».

L'intenzione per il futuro sul più visitato tra i musei sembra essere proprio questa: visite solo su prenotazione. Come peraltro accade da molti anni ad esempio con l'Alhambra di Granada.

All’istituto veneto

Legge speciale, non tutto è da salvare

di Pierluigi Tamburini

«Non solo non ci sono fondi per Venezia, ma con questi chiari di luna penso che non ce ne saranno mai più» sono le parole con cui il sindaco Massimo Cacciari chiude il suo intervento al convegno su Venezia. Immagine, futuro, realtà, problemi iniziato ieri all'Istituto veneto e che si chiuderà oggi. Un convegno aperto dal monito del presidente dell'Istituto, Leopoldo Mazzarolli. «Norme uniche per una città unica, quelle per la salvaguardia della laguna, ma alcune hanno avuto un effetto controproducente facendo scappare l'investimento privato ha sottolineato E se Venezia nella storia è stata capace di tutelare se stessa, è da vedere se ciò sarà possibile all'interno della città metropolitana».Il presidente di Arsenale spa Roberto D'Agostino ha invece tracciato un quadro ottimistico nel rapporto tra gli anni Novanta - «quando chiudevano contemporaneamente la Junghans, le Conterie a Murano e la Fincantieri all'Arsenale, bruciava la Fenice e il Malibran era chiuso» - e oggi «con San Giuliano passato da discarica a parco e il porto che marcia bene».A raffreddare l'ottimismo è stato l'intervento del sindaco. «Durante la mia prima giunta erano stanziati 300 milioni di euro in tre anni per la legge speciale ha argomentato ridotti attualmente a 40 mentre per il prossimo anno, garantiti, ce ne sono solo 5». E a fronte delle difficoltà finanziarie, ha proseguito il sindaco, «solo gli... ed evito la parola, possono storcere il naso di fronte alle pubblicità a San Marco. Senza quelle pubblicità, senza i due milioni che ci da Lancia, da quei palazzi cadrebbero i marmi. Voi li avete due milioni di euro? Se me li date tolgo la Lancia da Palazzo Ducale. Finchè non me li date, la tengo, e siete pregati tutti di non protestare».Duro l'attacco al governo. «Di fronte alla megaballa del federalismo fiscale, di cui si parla senza attuarlo, c'è una nuova centralizzazione di cui la punta dell'iceberg è l'Ici sottratta ai comuni, senza alternative è stato l'affondo ho chiesto a Tremonti, dopo il taglio dell'Ici sulla prima casa, almeno di poter utilizzare in loco l'Ici raccolta dalle seconde e terze case. Silenzio. Possibilità di imporre una tassa di soggiorno o almeno di tenerci in città l'Iva raccolta a Venezia sul turismo? Silenzio. Se si taglia la legge speciale, è possibile almeno ricevere qualche bene demaniale da gestire, visto che fin troppi sono inutilizzati, a partire dall'Arsenale? Silenzio».

Ma Vianello "affonda" il terminal di Fusina

Ora si punta su piazzale Roma e stazione

(m.f.) Marcia indietro dell'amministrazione comunale sulla politica dei terminal. Tutti i flussi turistici arrivano sul polo piazzale Roma-stazione e sarà lì che il Comune ha intenzione di investire. «Abbiamo inutilmente e per anni cercato di mandare i turisti a Fusina - ha detto il vicesindaco Michele Vianello - ma non c'è verso: tutti vogliono arrivare a Venezia e noi dobbiamo prenderne atto. I numeri sono questi: ogni anno alla stazione arrivano 8 milioni e mezzo alla stazione, 2,7 al Tronchetto, 1,8 con i bus di linea uno a piazzale Roma con l'auto. Il terminal è quello che il ponte di Calatrava ha unificato ed è quello che abbiamo il dovere di organizzare».

Entro fine mese, intanto, Vianello presenterà agli operatori turistici due importanti iniziative. La prima riguarda la strategia tariffaria di incentivazione-disincentivazione per il 2009. «Un semplice numero ricevuto all'atto della prenotazione - aggiunge Vianello - permetterà di usufruire di una serie di servizi e sconti in maniera molto più ampia rispetto alle solite card. Le tariffe pubbliche saranno differenziate secondo il periodo: vuoi venire a Ferragosto? Paghi il doppio. Vuoi venire il mercoledì delle Ceneri? Paghi la metà».

L'iniziativa Suite Venezia, riservata ad una ristretta fascia di clienti esclusivi (300mila persone in tutto il mondo) sarà invece portata avanti con due presentazioni in grande stile: il 24 di questo mese a New York e il 27 a Città del Messico.

«Questo club - prosegue Vianello - è stato individuato e per il prossimo anno abbiamo dei pacchetti pronti per testare il gradimento. Naturalmente è un pacchetto aperto a tutti gli operatori, purché assicurino la massima qualità, che poi sarà garantita dal marchio del Comune. Presenteremo alla Bit di Milano uno spazio tutto nostro per la promozione di questo progetto, anche perché non possiamo annegare in mezzo alla pur qualificata, ma molto differente, offerta veneta. Io vedo l'Expo del 2015 come una grande opportunità per Venezia - conclude - e mi piacerebbe che la gestione dei flussi turistici fosse affidata proprio a Venezia per il lavoro che sta facendo».

Postilla

Incredibile. Gli affitti a Venezia sono tra i più alti d’Italia (una ricerca della Uil). C’è una correlazione statistica tra crescita del turismo e calo della residenza, ma “non è vero che il turismo caccia la residenza” (Coses). Chissà come mai. Non è vero quello che tutti sanno: che migliaia di alloggi sono diventati locande e camere affittate ai turisti; che salumerie, fornai, macellai, fruttivendoli, mercerie, negozi di ferramente e casalinghi scompaiono ogni settimana, e che aumentono le pizzerie, le gelaterie, i negozi di maschere vetri e altre forme di junk; che i prezzi d’ogni bene o servizio quotidiano sono più cari che altrove; che le porzioni di suolo pubblico occupati da caffè e ristoranti, all’aperto o coperti da ingombranti tendoni di plastica, si allargano sempre di più.

Guai a mettere in difficoltà la “vocazione turistica” della città sulla Laguna.

Sindaco e vicesindaco sono saltati in groppa allo studio “scientifico” nel quale si dimostra che il turismo non incide affatto sulle condizioni di vita della città (“sono chiacchiere da bar”) per rilanciare con grinta la loro ideologia. Inutile mettere cancelli, ha detto il vicesindaco, cerchiamo invece di spalmare il turismo su tutto l’anno, perché “il turismo è l’unica risorsa per l’innovazione e lo sviluppo”. E il sindaco Cacciari ha dichiarato con enfasi che il turismo “è una risorsa straordinaria e strategica per la città, capace di creare valore aggiunto come la chimica di Porto Marghera” (sic).

Con rabbia ha poi protestato, in un pubblico incontro, contro chi ritiene che sia un elemento di degradazione profonda coprire per mesi e mesi i palazzi dell’area marciana e del Canal Grande con gigantesche pubblicità di Dolce e Gabbana o della Lancia. “Senza quelle pubblicità, senza i due milioni che ci da Lancia, da quei palazzi cadrebbero i marmi. Voi li avete due milioni di euro? Se me li date tolgo la Lancia da Palazzo Ducale. Finchè non me li date, la tengo, e siete pregati tutti di non protestare”. Nessuno sembra avergli risposto che avrebbe potuto risparmiare i milioni inutili del ponte di Calatrava. Ma avrebbe a sua volta replicato che il ponte serve ad incrementare ancora il turismo, “risorsa straordinaria e strategica” senza la quale la città morirebbe.

Su quale sia il turismo desiderato non si è sentito molto, i pochi accenni sono a un turismo di lusso (l’iniziative Suite Venezia, riservata a una ristretta fascia di clienti esclusivi). E’ invece sconvolgente sentire il vicesindaco proclamare l’abbandono dell’intelligente progetto di utilizzare per i flussi turistici il sistema di terminal in Terraferma: un progetto condiviso da tutti fin dal 1971 e mai messo seriemente in opera, che avrebbe consentito di decongestionare l’attuale casbah di Piazzale Roma e governare meglio i flussi turistici. Oggi la congestione è l’obiettivo e la spontaneità lo strumento. Basta che i turisti aumentino, in tutti i mesi dell’anno.

La città è una merce, i suoi reggitori mercanti. A Venezia più che altrove.

Venezia sempre più a misura di turista, nonostante gli sforzi del Comune per invertire la tendenza e tutelare la residenza. Lo certifica il rapporto annuale dell’Osservatorio Casa, riferito al 2008, presentato ieri a Ca’ Farsetti dall’assessore alle Politiche della Residenza Mara Rumiz, insieme alla ricerca commissionata al Coses sulla mobilità residenziale della città antica (di cui riferiamo a parte). Alcuni dei moltissimi dati forniti fotografano la situazione. Nell’ultimo anno gli alloggi turistici, quasi tutti concentrati in centro storico, sono aumentati di quasi il 20 per cento, ma anche affittacamere (+ 6,3 per cento) e bed &Breakfast (+8 per cento) hanno proseguito la loro crescita esponenziale. Gli sfratti sono invece aumentati del 17 per cento rispetto all’anno precedente e mentre quelli per finita locazione diminuiscono, quelli per morosità sono aumentati del 32 per cento: dai 193 del 2007 ai 255 del 2008. «Un dato drammatico - ha sottolineato l’assessore Rumiz - perché questi sfratti sono evidentemente legati all’impoverimento delle famiglie e anche se per legge questo tipo di sfratti non sono assistibili, è evidente che il Comune dovrà intervenire». Contemporaneamente, cresce il numero delle abitazioni occupate da non residenti in modo più o meno continuativo: sono ormai il 26 per cento, quasi un terzo dell’intero patrimonio abitativo della città. Erano poco più del 9 per cento solo cinque anni fa. Si tratta, evidentemente, non solo di studenti universitari fuori sede, ma anche di fasce di persone che per lavoro o per turismo fanno periodicamente base a Venezia. Il Comune fa quel che può e non a caso l’assessore Rumiz ha ricordato la politica di realizzazione di alloggi in social housing iniziata da tempo - prossimi interventi quelli al Coletti con sessanta nuovi alloggi, conme alla Celestia, oltre a quelli all’ex Caserma Manin - proprio per tutelare il ceto medio che non può aspirare a una casa del Comune, ma non è sufficientemente agiato da comprare una casa a Venezia o anche a pagare i canoni di affitto attuali (vedi gli sfratti per morosità). Lo stesso Coses, come ha sottolineato ieri il direttore Isabella Scaramuzzi, invita ormai a considerare Venezia alla stregua di un quartiere nel più vasto ambito della città metropolitana, come fosse Manhattan rispetto a New York. E non a caso si è insistito molto ieri sul concetto di “dimoranti”, rispetto a quello di residenti in centro storico, ampliando così la base demografica rispetto a quella quota 60 mila che nel giro di un paio di mesi siamo destinati ad abbattere. Prospettiva difficile da accettare per quei veneziani che credono ancora di vivere nella propria città. Ci si potrebbe consolare con il fatto che per il secondo anno consecutivo i residenti del Comune di Venezia sono aumentati: 1105 in più (lo 0,41 per cento). Ma la crescita è tutta legata all’ondata deii nuovi cittadini extracomunitari - grazie a cui manteniamo lo stesso livello di servizi - e non riguarda, comunque, Venezia, che continua a perdere inesorabilmente abitanti.

Mercato fermo, ma i prezzi calano poco

Ottomila euro al metro quadro tra l’Accademia e San Marco

Il mercato immobiliare è in buona parte fermo, mai i prezzi - nonostante la crisi - calano molto poco, soprattutto a Venezia, sempre secondo l’Osservatorio Casa. Il leggero calo (-3,8) per cento dei prezzi riguarda gli immobili in aree di pregio o in aree centrali (-6.3 per cento), Circa il 70 per cento delle transazioni riguarda la terraferna, mentre Castello Ovest e Cannaregio sud sono le zone più vivaci sul piano delle compravendite in centro storico. In controtendenza, invece, gli affitti che negli ultimi sei mesi del 2008 sono cresciuti del 2,4 per cento.


Il mercato immobiliare veneziano è ormai diviso in quattro fasce. Al vertice, con valori vicini agli 8 mila euro al metro quadro sono Dorsoduro est - tra la Salute e l’Accademia - e San Marco. La seconda fascia riguarda Santa Croce, San Polo, Dorsoduro Ovest e Cannaregio sud, oltre a Lido centro, con quotazioni tra i 6 mila e i 7 mila euro al metro quadro. Nella terza fascia sono compresi Cannaregio nord, Castello, Sant’Elena e Giudecca, oltre al Lido semicentro, con valori compresi tra i 5 e i 6 mila euro al metro quadro. Le aree considerate di minor pregio sul piano delle quotazioni immobiliari sono Murano, Burano e Lido periferia, con un valore medio compreso tra i 4 mila e i 4500 euro al metro quadro. Per immobili nuovi a Mestre i valori variano da oltre 4 mila euro al metro quadro nelle zone di pregio a poco più di 2600 euro per le aree periferiche. In centro il valore medio si attesta ad oltre i 3500 euro al metro quadro, mentre in semicentro tocca i 3 mila euro. Per gli affitti, a Dorsoduro est e San Marco - per un alloggio di 80 metri quadri - il canone medio è rispettivamente di 1760 e 1880 euro al mese. (e.t.)

Se ne vanno le famiglie arrivano i single

Se ne vanno da Venezia famiglie e arrivano soprattutto single o persone che si staccano, probabilmente per lavoro, dal loro nucleo originario, Lo dice l’indagine del Coses sulla mobilità residenziale del centro storico tra 261 famiglie che negli ultimi anni sono entrate o uscite da Venezia.

Entrano più giovani e persone con titoli di studio o qualifica professionale medio-alta e se la città non ha perso attrattiva, la sua situazione abitativa la penalizza. Il 69 per cento di chi se n’è andato giudica la casa attuale migliore di quella che aveva a Venezia, mentre tra chi arriva, solo il 42 per cento pensa di aver migliorato la sua condizione abitativa. La nostalgia resta, perché a distanza di tre-cinque anni oltre la metà (il 58 per cento) degli intervistati tornerebbe volentieri a Venezia, soprattutto i giovani terrafermieri. Ma i prezzi proibitivi degli alloggi lo rendono impossibile. Nel quinquennio 2004-2008 poco meno di 8400 persone si sono trasferite a Venezia e altre 9400 se ne sono andate. Complessivamente la questione casa è responsabile della metà degli abbandoni di Venezia, l’altra metà ha fatto, semplicemente, una scelta diversa. (e.t.)

Per comprendere meglio, leggi questa postilla , questo articolo sul turismo, e quest’altro sulla distruzione del Piano regolatore precedente alla Giunta Cacciari

Franco Mancuso, Venezia è una città. Come è stata costruita e come vive, introduzione di Francesco Erbani, Corte del Fòntego editore, Venezia 2009, 22,00 €. Un nuovo libro che completa il libro di Luigi Scano, Venezia. Terra e acqua, delle stesse edizioni.

L’unica cosa gratuita è forse l’ottimismo. Per il resto il libro “Venezia è una città”, scritto con competenza professionale e passione civile dall’architetto veneziano Franco Mancuso (Corte del Fontego editore), è una vera e documentatissima summa sul farsi città di quella che in origine fu una misera costellazione di sparsi insediamenti di profughi disperati.

Ancora un altro libro su Venezia?, potrà dire qualcuno, ma avrebbe torto: Mancuso, infatti, docente di Progettazione urbanistica allo Iuav, guarda alla città con l’occhio del professionista più che dello storico, e racconta da una prospettiva in qualche modo inedita come con pochi materiali e inventando una sorta di arte del riciclo ante litteram i veneziani abbiano costruito case e palazzi, e come questa architettura, eretta non sulla terra ma sull’acqua resa terra, sia stata nello stesso tempo urbanistica, abbia cioè dettato le forme della città, e come questo processo, pur nel mutare delle forme esteriori, abbia sempre seguito delle regole che i veneziani hanno elaborato nei secoli per rispondere ai problemi posti da un’ambiente unico e particolare.

Mancuso identifica la regola delle regole, mostra cioè il metodo che solo può dare ragione delle tante domande che Venezia pone, ed esso in fondo è semplice, mutuato dalla secolare gestione della laguna, e si può riassumere in una sola parola: sperimentazione. “Scomenzàr”, dicevano i veneziani: ovvero avviamo un intervento in laguna e vediamo che succede, poi decidiamo se andare avanti. Per questo ancor oggi molti canali a Venezia si chiamano “scomenzera”.

Oggi forse questa prudenza si direbbe “sostenibilità”, “conservazione degli equilibri”, e sembra l’uovo di colombo, ma la chiave del successo non è tanto nel metodo in sé quanto nell’avere la forza di applicarlo, perché il suo primo e fondamentale corollario è il subordinare l’interesse parziale, l’utile contingente, all’interesse collettivo e al bene futuro. E il secondo corollario è il poter tornare indietro. Hai detto niente!

Visto il metodo, Mancuso ha anche mostrato come la Modernità lo abbia stravolto, cominciando a piegare nell’Ottocento la laguna alle ragioni della portualità e nel Novecento la gronda lagunare alle esigenze dell’industralizzazione. Rotture traumatiche e irreversibili, che ancora producono i loro effetti, alle quali se ne assommano di nuove, che Mancuso elenca: la pesca della vongola verace, che qualche apprendistra stregone ha introdotto nel 1983 in laguna, condotta con metodi distruttivi; il Mose, “che nulla ha – avverte Mancuso – degli essenziali caratteri della gradualità, della sperimentalità e della reversibilità”; le grandi navi da crociera, incompatibili con la città, per le quali l’Autore si augura un avamporto in mare ma che invece, come è stato annunciato in questi giorni, l’Autorità Portuale continuerà a far entrare in laguna; un turismo invadente e onnivoro, che travolge coi suoi numeri immensi residenzialità e servizi.

Ebbene, qui può cascare l’asino: è proprio l’aver svelato il metodo e l’aver visto come la Modernità lo abbia stravolto a non giustificare l’ottimismo di Mancuso il quale, dopo aver descritto col puntiglio di un innamorato tradito come Venezia stia perdendo le sue funzioni di città, si dice certo che “Venezia è ancora una città”. E con lui lo dice nella sua bella prefazione anche Francesco Erbani, convinto che Venezia “città non può che restare in futuro”.

Davvero ne sono sicuri? Davvero ne siamo sicuri? Il libro verrà presentato dall’Autore il 7 ottobre prossimo all’Ateneo Veneto: sarà una buona occasione per discutere se i segnali di recupero, che pure ci sono e che Mancuso ha indicato, siano sufficienti a fermare una tendenza alla non città o alla città cartolina di se stessa che ad altri sembra invece irreversibile.

Se non trovate il volume in libreria potete chiederlo direttamente all'editore, Corte del Fòntego

Dal marzo scorso una megapubblicità, firmata Roccobarocco, mette in bella vista due gambe, una borsetta e un paio di scarpe. Normalità dei tempi d’oggi se non comparisse sulla facciata della chiesa di San Simeon Piccolo, dirimpetto alla stazione ferroviaria. In quella chiesa ogni domenica viene celebrata la messa preconciliare in latino. Monsignor Antonio Meneguolo del Patriarcato grida: «E’ uno scandalo». E, scagliandosi contro la Soprintendenza: «Quella megapubblicità è mostruosa e immorale. Noi non c’entriamo nulla. L’ha autorizzata la Soprintendenza stipulando un contratto. Ne è nato un contenzioso. Il danno morale da noi subìto è grave». A nome della Diocesi il sacerdote ha più volte affermato: «Cercar soldi con la pubblicità è squallido». Adesso incalza: «E c’è di peggio. Il contratto è scaduto lo scorso 31 marzo. Significa che la ditta si sta facendo pubblicità gratuitamente». La Soprintendenza mal sopporta le rimostranze di monsignor Meneguolo. La responsabile, Renata Codello, ribatte: «Mi dispiace tanto, ma noi non abbiamo mai autorizzato quella pubblicità». Infatti la soprintendente si è rivolta alla polizia municipale. Il comandante Marco Agostini spiega: «A seguito della denuncia abbiamo avviato due procedimenti, l’uno finalizzato al pagamento di una multa quantificabile in cinquanta euro, l’altro alla rimozione del cartellone pubblicitario con la conseguente spesa di qualche migliaio di euro. Quest’ultimo iter burocratico, di competenza della Direzione Tributi, si concluderà presumibilmente entro il 15 maggio». Sintetizza monsignor Meneguolo: «L’ammontare della multa, cinquanta euro, è una cifra davvero ridicola e certamente non sarà devoluta a noi». Le parole del sacerdote aprono altre polemiche. L’architetto Codello ricorda alla Curia la continua difficoltà di reperimento dei fondi per restaurare edifici d’arte. In particolare la soprintendente replica al delegato diocesano: «Non può permettersi di criticare così l’operato di un ente pubblico. La cosa scandalosa è che non siamo noi a volere la pubblicità. Benvengano le sponsorizzazioni, unico mezzo che ci permette di restaurare gli edifici. Se la diocesi mi mette a disposizione fondi propri, tolgo qualsiasi pubblicità. Di certo non potevamo abbandonare a se stessa San Simeon Piccolo, lasciata proprio dalla Curia transennata per anni con una facciata che veniva giù a pezzi. Là il Patriarcato non ha mai tirato fuori un euro. La Chiesa, ribadisco, è della Curia e noi mettiamo i soldi». Poi sul recente scempio a Torcello chiede al monsignore: «Perché vuol mettere le macchinette per la distribuzione di bibite e panini dentro la Basilica? Non si può predicare bene e razzolare male». In città ci sono numerosi esempi di «interventi disinvolti e scorretti». La soprintendente ne ricorda alcuni, già segnalati a suo tempo: «L’altare, la cattedra marmorea e il leggio nella chiesa di Santo Stefano; l’organo nuovo nella chiesa di San Salvador, da noi mai autorizzato. Ricordo che l’introito dell’otto per mille per i beni culturali della Chiesa è dieci volte maggiore di quello assegnato ai beni culturali dello Stato».

Postilla

Una volta era così:

Per molti anni è stata così:


Adesso (3 maggio 2009) è così:

Ma c'è di peggio. A piazza San Marco, di cui l'attuale sindaco aveva proclamato la "sacralità", ecco che c'è:


Dicono: solo così si trovano i soldi per i restauri. Rispondiamo: l'inutile ponte di Calatrava costa tra i 10 e i 15 milioni di €, del Comune

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