loader
menu
© 2026 Eddyburg

Venezia chiama l’Unesco. E l’Unesco risponde. Ma stavolta dalla laguna non si chiede di ottenere la protezione di qualche monumento. Al contrario. Si chiede se non sia il caso di escludere la città di San Marco dalla World Heritage List, l’elenco dei siti culturali di importanza mondiale. Il motivo? La lunga serie di manomissioni attuate o in programma nell’area lagunare.

È Italia Nostra che si è rivolta all’organismo incaricato dall’Onu per cultura, patrimonio storico-artistico e naturale. La lettera è firmata da Lidia Fersuoch, che guida la sezione veneziana dell’associazione, e dalla presidente nazionale Alessandra Mottola Molfino. «La laguna è in serio pericolo di veder distrutte le sue forme caratteristiche», si legge. La risposta dell’Unesco è stata rapida: faremo indagini e decideremo. Ma intanto contro l’iniziativa di Italia Nostra si è scagliato il sindaco Giorgio Orsoni che se l’è presa con chi «va in giro per il mondo a lanciare appelli inutili e dannosi».

I pericoli che gravano su Venezia sono di due tipi, sostiene Lidia Fersuoch. In primo luogo un turismo massacrante, alimentato negli ultimi tempi da gigantesche navi da crociera che attraversano il bacino di San Marco e il Canale della Giudecca. In secondo luogo, una serie di progetti, avviati o in cantiere. Il Mose, per esempio, il sistema di paratie contro l’acqua alta, le cui opere sono in costruzione (l’isola artificiale alla bocca del Lido grande 13 ettari). Oppure «il centro portuale a Dogaletto-Giare, all’interno della laguna, circa tre milioni di container in una regione dove esistono già tre interporti, tutti sottoutilizzati», aggiunge Fersuoch. «Quella è una zona dal fondale bassissimo, in cui sopravvivono diverse barene, le terre sommerse dalle maree». Lidia Fersuoch cita anche le cementificazioni al Lido, nell’area dell’ex Ospedale a Mare, dove sorgerà un complesso residenziale, commerciale e alberghiero. Di fronte all’insediamento è previsto un porto turistico grande 50 ettari, quanto l’isola della Giudecca. L’area è stata venduta dal Comune per realizzare il nuovo Palazzo del Cinema. Che però non si farà più.

Venezia e la laguna hanno un destino inscindibile, sottolinea Alessandra Mottola Molfino: «Questo è un concetto molto chiaro all’Unesco, che ha incluso la laguna nel patrimonio da proteggere tanto quanto le chiese e i palazzi della città».

La critica di Italia nostra alla situazione veneziana è stata ripresa dalla rivista Newsweek international, nell'articolo Italy's Ancient Monuments and Cultural Heritage Crumbling

Il Comune di Venezia vuole approvare il Pat entro fine estate, massimo per settembre. Ma ha fatto i conti senza la Provincia. »Il Pat che ci hanno presentato, così com'è non lo approveremo mai». E siccome la Provincia da gennaio di quest'anno ha tutte le competenze urbanistiche (mentre prima c'entrava anche la Regione), o le due istituzioni trovano un accordo, oppure il Piano di assetto del territorio (Pat appunto), Venezia se lo può sognare. La settimana prossima ci sarà un incontro molto importante sulla vicenda: si ritroveranno da un lato la presidente della Provincia, Francesca Zaccariotto e il vicepresidente, Mario Dalla Tor con i loro tecnici, dall'altro il sindaco Giorgio Orsoni, l'assessore all'Urbanistica, Ezio Micelli, e i tecnici di Ca' Farsetti. La Provincia verificherà se le richieste di modifica e di inserimento avanzate negli ultimi incontri sono state accolte modificando il Pat. La Provincia non può pretendere di fare la programmazione urbanistica del Comune, è un'invasione di campo impropria. «Però può e deve pretendere che i vari Pat dei comuni siano armonizzati tra loro - spiega il vicepresidente Mario Dalla Tor -. Questo stiamo facendo, questo abbiamo l'obbligo di fare».

Avete chiesto delle modifiche al Comune di Venezia, quindi non vi piace il Pat che sindaco e giunta vogliono, invece, approvare. «Ci sono questioni tecniche che stridono e, se posso permettermi, c'è anche un'impostazione vecchia che sta dietro a quel documento di programmazione urbanistica. Sembra un Prg, un banale piano regolatore, e invece un Pat deve essere uno strumento che vola alto che ha il coraggio di fare scelte per i prossimi 20 o 30 anni. Non certo le scelte di far costruire qui o li. Dev'essere il sogno per la città che sarà».

Tecnicamente cosa c'è che non va? «La "Super Castellana" che finisce nel nulla, Porto Marghera che non ha identità, il Quadrante Tessera che non si capisce come e quando partirà, interi quartieri di Mestre da riqualificare, il collegamento mancato tra aree verdi con i Comuni vicini. E, soprattutto, si prevede troppa nuova cubatura, mentre quella nuova già realizzata è per la maggior parte di scarsa qualità». Volete impedire che Venezia costruisca nuovi edifici, ma intanto approvate Veneto City. «Noi vogliamo che in tutta la provincia si finisca di consumare territorio agricolo. Quindi, progetti già approvati a parte, pretendiamo che non si costruisca più un metro cubo su superfici libere. Mestre ha interi quartieri con edifici degli anni Cinquanta o Sessanta. Potrebbe favorire i crediti edilizi, dare incentivi per demolire e ricostruire mentre, in cambio, il privato realizza un'area verde ai confini del centro.

Se la città diventa bella, se Porto Marghera guarda al futuro, il costruttore e l'imprenditore vengono volentieri, altrimenti scappano anche quelli che ci sono. E, d'altro canto, ci sono già intere aree ferme, l'ex Umberto I, Todini in via Ulloa, Campus in via Torino... Nessuno costruisce. In Provincia siamo 860 mila abitanti e c'è già cubatura approvata per 300 mila nuove persone, mentre le previsioni ottimistiche parlano di 80 mila nuovi residenti. Venezia, in queste condizioni, conta di concedere nuova edificazione?».

Oggi, 2011, la laguna di Venezia, e con questa la stessa città, sono sotto attacco. Un sapiente governo delle trasformazioni ambientali, cominciato già dai primi abitanti del settimo secolo, ha fatto sopravvivere fino ai giorni nostri, sia pur profondamente mutato, un ecosistema lagunare, per propria costituzione fragile quant'altri mai. Un dato per tutti: nel 1600 c'erano 255 kmq. di barene (terre basse ciclicamente coperte dalle maree) che nel 1970 si erano ridotti a soli 64; ma il problema non è solo quantitativo; cercheremo di illustrare, connettere e motivare diversi fronti di un attacco che può essere mortale per questo bene dell'umanità.

Quanto alla città in sé, il rischio non è tanto la distruzione fisica di case e palazzi (“conservati” ma comunque strutturalmente e morfologicamente modificati) ma della perdita di una comunità vivente che li usi nella vita quotidiana perché violentemente espulsa da un turismo pervasivo e distruttivo. Per la laguna, il rischio è la sua trasformazione in un braccio di mare di omogenea profondità i cui rapporti col mare aperto si sono totalmente artificializzati. Artificiali sono divenute molte delle barene. Artificiali le loro sponde sommerse che, una volta costituite da fanghi organici, limi, sedimenti e vegetazione alofila, state trasformate, per proteggerle dall'erosione, in rive di sassi sommersi contenuti in sacchi di plastica quando non da palificate continue rinforzate con materiali sintetici. L'erosione delle sponde e la perdita dei sedimenti costituenti i fondali sono divenute potenti per le trasformazione fisiche che laguna ha subito in questi ultimi 150 anni ma anche per le nuove micidiali correnti provocate dalle sole opere complementari già realizzate per il MoSE., che promettono male per quando l'intera opera fosse mai realizzata. Di fatto è la fine di una vita biologica lagunare, capace anche di propria autodepurazione organica, una fine che costringerebbe anche alla formazione di un nuovo sistema artificiale, munito di grandi tubazioni e depuratori, per lo smaltimento dei reflui organici.

In questa precarietà per la conservazione di una civiltà e storia cittadina e di un ecosistema lagunare sapientemente antropizzato da secoli, si collocano e vanno valutate alcune attualissime proposte di modificazione del territorio:

− Tessera City, come impropriamente viene chiamata la mega lottizzazione di 1.800.000 metri cubi con i suoi “incentivi” edificatori: Tram, Metropolitana Sublagunare, fermata dell'Alta Velocità ( box 1);

− la Linea ad Alta Velocità (TAV), con fermata a Tessera ( box 2);

− la Metropolitana Sublagunare da Tessera alle Fondamente Nuove e Arsenale di Venezia e poi...( box 3).

I box allegati ne illustrano sinteticamente la storia ed i poteri che l'anno costruita. Valutiamone ora le conseguenze che potranno derivarne in relazione alla salvaguardia sia della città di Venezia che della laguna ed il comportamento dell'Amministrazione Comunale nell'esercizio di governo di queste trasformazioni.

Per quanto detto su Tessera City, appare con evidenza che il comune di Venezia, probabilmente con l'intento di potenziare i propri introiti tramite la controllata società del Casinò, ha innescato una procedura che lo ha condotto, per fare cassa, ad accettare il ricatto della società aeroportuale SAVE, e a consentire tutte le trasformazioni d'uso speculativo di territori di proprietà e acquisiti attorno all'aeroporto. Col cambio recente del Sindaco, che pur precedentemente si era espresso problematicamente sull'intera operazione, è stato deciso di approntare uno strumento pianificatorio (PAT) totalmente nuovo nel quale, riconosciuta l'illegittimità della precedente procedura, viene inserita a pieno titolo la trasformazione del quadrante Tessera per farne -come si dice- la città del divertimento e dello sport, con tutti gli annessi speculativi commerciali ed alberghieri. Tessera offrirà opzioni d'investi-mento speculativo assai competitive rispetto ad investimenti di bonifica e recupero dell'area ex industriale di Marghera, rendendo ancor più complesso il rilancio di una politica produttiva “vera”ed ecocompatibile da contrapporre a quella ormai distruttiva del turismo predatorio di Venezia. Un micidiale consumo di suolo ora agricolo ed un mancato recupero di aree già profondamente infrastrutturate che sono già coste enormi investimenti alla collettività.

Riguardo all'Alta Velocità ( TAV), il Comune, non approvando né bocciando il tracciato in galleria sotto il bordo della laguna, ne ha chiesto una comparazione con tracciati alternativi ma ha comunque inserito nel Piano Urbanistico (PAT) l'ipotesi di attraversamento con una linea ad Alta Velocità per sole persone senza valutare le procedure approssimative che hanno portato al progetto preliminare voluto dalla Regione, senza esprimersi sull'esclusione di una Alta Capacità che tolga traffico merci dalle strade e sull'assurdità di lasciare senza collegamento passeggeri la stazione di Mestre-Venezia per costituire una fermata all'aeroporto pur con un traffico passeggeri bassissimo e quando era già previsto un collegamento a Venezia e a tutta la regione ogni 10 minuti con la metropolitana di superficie.. Ma quel che più ambientalmente preoccupa è che se la TAV dovesse arrivare a Tessera, non potrebbe farlo che in una profonda galleria di 8-9 km. a 30 metri di profondità, tagliando trasversalmente tutte le falde d'acqua sotterranee che tengono in pressioni i terreni su cui posa Venezia. Ci sarà la ripresa di una subsidenza che già, per prelievi d'acqua per usi industriali degli anni '60, aveva sprofondata la città per più 10 cm.

Riguardo alla metropolitana sublagunare, il PAT traccia un ambiguo collegamento - che definisce primario - tra il lato nord di Venezia e Tessera, battezzando, per l'occasione, quest'ultima “Porta Est”. La nuova linea di collegamento, quasi esclusivamente per turisti, viene così riconosciuta come strategica. Ne deriverà un potenziamento senza controllo di questa attività ma soprattutto del turismo peggiore, quello definito “mordi e fuggi”, che potrà con questo mezzo arrivare in città il mattino ed uscirne la sera con un aggravio antropico insostenibile a discapito della mobilità e fruizione della città da parte dei residenti, dei pendolari per lavoro e degli studenti. Materialmente le carrozze, che sono quelle del tram, correranno, in una o due gallerie, sotto gli strati di argille fossili costipate (caranto) che reggono i fondali della laguna, le isole ed i suoi centri abitati, compromettendo definitivamente l'intera laguna. Basti ricordare che nell'unico punto dove il caranto è stato manomesso, il porto di Malamocco, si è creata una voragine di più di 40 metri di profondità. Ma altrettanto devastanti saranno gli sbarchi in città, le vie di fuga in centro alla laguna con manufatti innalzati molti metri sopra il livello dell'acqua per evitarne allagamenti. L'arrivo di milioni di turisti aggiuntivi, sbarcati di fronte a strade e calli larghe spesso meno di due metri, produrranno abbattimenti di porzioni intere di città. Quando nell'ottocento arrivò a Venezia il treno fu necessaria la costruzione della Strada Nova che, larga decine di metri, attraversa tutta la città fino a Rialto; quando ai primi del '900 si costruì il ponte automobilistico e Piazzale Roma, un pezzo intero di città fu abbattuto e fu aperto il Rio Novo.

Il territorio e la città costituiscono l'ambiente reale nel quale i cittadini vivono. Salvaguardia e sviluppo sono in sé parole vuote se non vengono calate all'interno di una strategia di governo delle trasformazioni. Il nuovo Piano Urbanistico (PAT) non si interroga sufficientemente sulle questioni dirimenti delle emergenze della laguna e della città di Venezia per le quali turismo, quadrante di Tessera, TAV e sublagunare sono tra le più rilevanti. Se non governate saggiamente, contribuiranno ad un'ulteriore trasformazione della laguna in un vero e proprio braccio di mare con la definitiva perdita anche della sua natura biologica.

Tessera City: la storia / box 1



Per Tessera City si intende una vasta area agricola da urbanizzare a lato dell'attuale aeroporto Marco Polo situato sulla gronda lagunare veneziana. Dovrebbe comprendere una seconda pista aeroportuale, uno stadio con tutti gli annessi per sport e fitness, un nuovo casinò con annesso albergo e attività ludiche: 1.800.000 metri cubi di cosiddette Attività Varie con alberghi, uffici, supermercati e quant'altro di commerciale e effimero.

Nel 1995 il Piano Regolatore di Venezia prevede a lato dell'aeroporto Marco Polo un'area per un nuovo stadio che avrebbe potuto essere costruito col credito sportivo. Nel 1999 una variante al Piano aumenta le funzioni insediabili nell'area e prevede una linea di metropolitana subacquea dall'aeroporto a Venezia, Fondamente Nuove e Arsenale. Nel 2004 una nuova variante al Piano Regolatore, prevede la costruzione comunale diretta dello stadio e per finanziarlo ne raddoppia l'area prevedendovi le cosiddette attività varie cioè tutte destinazioni speculative per innalzare il valore dei terreni e fare cassa e costruire, con la propria società partecipata, anche un nuovo Casinò con annesso grande albergo. Nel 2005 la SAVE, società proprietaria dell'aeroporto compra a prezzo agricolo le aree a lato del previsto Stadio per una possibile nuova pista aerea e attività speculative annesse. Nel contempo la Regione Veneto tiene bloccata la variante al PRG del 2004 del Comune. Nel 2007 le società SAVE e del Casino presentano direttamente in Regione una loro Variante al PRG che, spostando la collocazione dello Stadio, quadruplica ancora le aree edificabili in una zona che dovrebbe essere dichiarata inedificabile perché, con piogge abbondanti, vi si accumulano anche 172 cm. d'acqua. Si pensa di porvi “riparo” spostando un pezzo rilevante del costruendo bosco di Mestre che dovrebbe così sgrondare in area pubblica l'acqua della mega-lottizzazione privata. Questa procedura è assolutamente illegittima perché tale proposta sarebbe dovuta eventualmente arrivare al Comune che, se accettata, doveva inoltrarla alla Regione. Nel 2008 viene stipulato un accordo tra il sindaco Massimo Cacciari e il Governatore regionale Galan accettando di fatto le proposte SAVE-Casinò con lo spostamento dello Stadio. Si consente con ciò la quadruplicazione della cubatura speculativa edificabile (1.800.000 mc. su 500.000 mq.) e il possibile raddoppio della pista aeroportuale. Vengono sconvolti tutti i trasporti con l'arrivo di un tram cittadino che, dopo un percorso di 4 km. in piena campagna, entra nel mega tubo della sublagunare per Venezia a partire da una stazione interna all'aeroporto dove confluiscono l'Alta Velocità e la Metropolitana Regionale di superficie. Questo servizio da solo può connettere funzionalmente Venezia con l'intera regione rendendo così inutili tutte le altre modalità. L'insediamento, per la sua dimensione e caratteristiche d'uso, indurrà un pesante traffico automobilistico e, per la sua collocazione sulla bretella stradale che lo collega alla tangenziale di Mestre, lo riverserà inevitabilmente su questa strada appena decongestionata con la costruzione del passante autostradale. Italia Nostra nell'ultima seduta della Commissione Urbanistica Consiliare, dichiarò direttamente a Cacciari, la non liceità della procedura ma il Sindaco, incurante, la fece approvare dal Consiglio e la invia in Regione. Ora è tutto bloccato perché la Commissione di Salvaguardia di Venezia non ha approvato la Variante al Piano in assenza dell'istruttoria comunale, che i tecnici si sono rifiutati di fare, e di quella regionale con annessa dichiarazione ufficiale sulla legittimità delle procedure. Sulla stampa è apparsa una dichiarazione del nuovo Governatore Zaia alla SAVE che conferma l'impossibilità procedurale d'approvazione.

La TAV, treno ad Alta Velocità

nell'attraversamento dell'area veneziana: la storia /box 2



In Veneto nel 2004 riprende un dibattito sull'Alta Velocità che fa seguito all'intenso confronto degli anni '97-2000. La Regione, in vista della sua scadenza elettorale del 2005 produce una Bozza di Piano Regionale dei Trasporti, adottato in Giunta, mai portato in Consiglio e mai sottoposto a valutazione specialistica. Pur vigendo ancora il vecchio Piano, è a questa Bozza che tutti si riferiscono come facciamo anche noi. Per il superamento del nodo ferroviario assai complesso di Mestre con un tracciato per l' Alta Velocità (TAV) da Milano a Trieste, vengono fatte tre ipotesi:

− una, a Nord di Mestre, lungo una ferrovia dismessa, vecchio tronco militare solo in parte in uso, che raccoglie le radiali ferroviarie da Padova, Castelfranco, Treviso e San Donà;

− una sotterranea, diretta che collega Padova e Trieste;

− una che, superata la stazione di Mestre verso Venezia, punta a est entrando in galleria, sotto il bordo della laguna, per congiungersi alla Metropolitana Regionale di Superficie (SFMR) in una stazione dentro l'aeroporto e poi prosegue, a ridosso della città romana di Altino, per superare il Sile ed andare oltre.

Non fu operata alcuna comparazione e la Regione effettuò una scelta a favore della stazione all'aeroporto di Tessera finanziando un progetto preliminare alla società di progettazione Italfer. Si è configurata così una linea proveniente da Milano, per soli passeggeri e senza possibilità per le merci, fino alla fermata all'aeroporto. Tracciato che salta, secondo la società aeroportuale SAVE, la stazione Meste-Venezia. Successivamente prosegue nella bassa pianura quasi fino a Portogruaro; in Friuli si affianca all'autostrada e successivamente alla linea esistente fino a Monfalcone. Da qui, in due gallerie sotto il Carso, sconfina per la Slovenia a Divacia dove dovrebbe avvenire l'intersezione tra la linea Lubiana-Capo d'Istria e il così detto progetto ferroviario 6 Lione-Budapest, uno dei 30 progetti prioritari europei. Il progetto complessivo è assai composito (linee nuove ed affiancamenti all'esistente) ma non manifesta alcuna strategia per il futuro. Assai indicativa è una dichiarazione di Moretti, amministratore di FS, in risposta alla Regione, che così sintetizziamo: i treni TAV non sono un servizio pubblico ma treni per il business, collocati ove è possibile fare utili, che seguono il libro bianco dei trasporti della Comunità Europea nel privilegiare, per ottenere alta velocità, solo le grandi città. Chi vuole fermate ravvicinate - rivolto alla Regione Veneto-, se le faccia assieme ai treni! E poi: noi guardiamo a nord più che verso la Slovenia perché, con Belgrado, sarà importante forse per una integrazione della Turchia non prima degli anni 2050. Possiamo con serenità concludere che il grande progetto TAV, quando esce a est da Venezia, è ancora tutto da decidere.

Appaiono comunque opportune alcune considerazioni sull'Alta Capacità (trasporto di merci da dirottare dalle strade alla ferrovia) e Alta Velocità (trasporto veloce di passeggeri). L'intero progetto preliminare, non solo per quanto attiene al nodo di Venezia-Mestre ma per l'intera tratta, riguarda esclusivamente i passeggeri. L'offerta che viene fatta è infatti per un totale di 24 treni/giorno, ossia un treno ogni 2 ore per senso di marcia (sic!); di fatto una linea molto poco utilizzata quando per le merci si prevedere un servizio ben più sostanzioso di 116-138 treni/giorno. Si configura così un servizio di linea, in nuova sede, con impatti e costi conseguentemente alti ma debole per i pochissimi passeggeri trasportati. L'unica giustificazione tecnica potrebbe venire dall'utilizzo della linea anche per il traffico merci che invece viene assolutamente precluso dalla scelta dell'alta velocità a 240 km./ora. Al proposito appare viziosa ogni ambiguità: a oggi, in Italia, non è stato possibile utilizzare per il trasporto di merci nessuna linea realizzata per la TAV, specializzata a 240 km./ora,! E' bene comunque ricordare che queste sono solo offerte di traffico del progetto preliminare ma che non esistono in assoluto previsioni del traffico in numero di passeggeri o tonnellate di merci trasportate, carenza assai grave per una scelta ponderata. Appare comunque evidente come l'unica possibilità per le merci sia far passare i treni a nord di Mestre lungo la linea dismessa e parzialmente interrotta detta “dei Bivi”. Ma di questa possibilità, che dovrebbe prevedere modi e percorsi ristrutturativi, non c'è traccia alcuna nel progetto. Come non appare neppure l'ipotesi progettuale di utilizzare un'unica linea (di giorno per i passeggeri e di notte per le merci, con treni che viaggino alla media velocità di 130/140 km./ora) che potrebbe essere ricavata con opportune ristrutturazioni dai percorsi esistenti, con rilevanti risparmi e riduzione d'impatti. Per quanto riguarda le velocità infine, ecco un dato, che ci sembra eclatante, per tutti: i tempi di percorrenza per la tratta da Mestre-Venezia a Trieste, con velocità diversificate in ragione dei tracciati, per la TAV sono di 52 minuti contro i 58 utilizzando la vecchia linea rammodernata ! Sei soli minuti in più ma quale il risparmio economico e di suolo e quanto minori gli impatti sull'ambiente?

La metropolitana sublagunare: la storia/ box 3



L'idea di collegare in profondità la Venezia insulare con la terraferma ha una lunga storia che comincia con un comitato di studi che, all'inizio del secolo scorso, proponeva una galleria di 3.600 metri ad una profondità di 9-10 metri. Successivamente, dagli anni '60, si proposero altri diversi progetti prima di arrivare a quello odierno. Diversi, ma tutti accomunati dal non aver saputo cogliere, di Venezia, le diversità che ne configurano la cifra identificativa anche rispetto ad altre città pur belle. Una di queste diversità è il rapporto che essa intrattiene col tempo: un rapporto tutto speciale, che rifiuta ogni omologazione soprattutto basata sulla velocità.

Ma è proprio per proporre una mobilità rapida, che alla fine del 1999 il Comune di Venezia e la Camera di Commercio, con un protocollo d'intesa, promuovono uno studio di fattibilità per una metropolitana subacquea da realizzare in project financing. Nel 2002 si costituisce un' Associazione di Imprese dietro all'ACTV, società per i trasporti locali partecipata dal Comune, che presenta un progetto di collegamento sublagunare Mestre-Venezia. Nel 2003, per cercare un finanziamento pubblico, la Giunta veneziana dichiara il progetto“di pubblico interesse” e nel 2004 viene considerato “infrastruttura strategica” e inserito nell'elenco CIPE come opera che si può realizzare direttamente in variante ad ogni diversa previsione urbanistica. Comincia da allora un percorso, contraddittorio e ondivago da parte del Comune che “convenziona” con i promotori, nel 2004, un progetto da 270 milioni, assumendosi fino al 90% del rischio per eventuali mancati introiti. Ma nel 2009 firma una nuova convenzione, su una previsione di spesa aumentato a 420 milioni, (+40%), affermando di essersi liberato così dall'obbligo del ripiano finanziario per possibili perdite d'esercizio. Nella verità il promotore è l' ACTV, sua partecipata al 36% e ogni sua perdita sarà, proporzionalmente, perdita dell'Amministrazione. L'autosufficienza gestionale è una controversia perenne dell'intera operazione, perché da tutte le analisi appare evidente come non sia economicamente sostenibile. Ma, per poter sottoscrivere una nuova convenzione che ne diminuisce il coinvolgimento economico, il Comune accetta tre pesantissime condizioni. I promotori, presentando un nuovo piano economico, potranno insindacabilmente aumentare il costo dei biglietti per i non residenti, potranno ottenere il prolungamento della Convenzione quarantennale e“modificare, migliorare, potenziare ed estendere” il piano dell'opera (di fatto farla come e dove vorranno). Il Comune inoltre si impegna a sostenere la macro speculazione immobiliare di Tessera con annessa fermata del treno ad alta velocità (TAV), per potenziare il bacino d'utenza del trasporto subacqueo. L'opera è di fatto economicamente insostenibile, a servizio quasi esclusivo dei turisti come rilevato anche dal Piano del Traffico del Comune e costringe il Comune a cedere la sua sovranità sul governo delle trasformazioni dell'intera area.

Costruttivamente la sublagunare si sviluppa su un percorso di 8 km., con 7 fermate: Favaro (est di Mestre), Aeroporto e Tessera (Tessera City), Murano, Fondamente Nuove e Ospedale, Arsenale (Venezia), prevedendo la possibilità di proseguire fino al Lido ed oltre. Tre sono i vettori che la percorrono , con frequenza di 7-8 minuti e capaci di 200-300 persone. Oltre alle stazioni di fermata, si prevedono 2 vie di fuga emergenti in piena laguna, molto elevate sul pelo dell'acqua, come anche le fermate veneziane, per evitare allagamenti. I mezzi corrono in una sola galleria a notevole profondità con possibilità di un punto di interscambio.

I Vigli del Fuoco si sono già espressi sulla sicurezza, bocciando l'unicità del tubo e geologi della Regione e della Provincia, in uno studio recente, hanno confermato il grave rischio di intaccare, con lo scavo in profondità, l'integrità della piattaforma di argille fossili (caranto) che, pur in maniera disomogenea, sostengono fondo lagunare, isole e costruzioni dei centri abitati.

Postilla

La conferenza stampa di Italia nostra ha suscitato grande interesse sulla stamoa estera, e reazioni stizzite degli amministratori locali (i materiali sono presentati nel sito della sezione veneziana dell'associazione, che costituisce un ottimo riferimento alle vicende della città e del suoterritorio). La relazione di Gasparetto, insieme a quelle di Luigi d'Alpaos e di Lorenzo Bonometto, distribuite nell'occasione, hanno costitutito un ricco dossier sulle condizioni attuali della città cui la stamoa internazionale ha dato ampia rilevanza. Finalmente la questione di Venezia è tornata all'attenzione del mondo, non per decantare le "magnifiche sorti e progressive" del MoSE, ma per conoscere i problemi veri della città, i rischi che corre, il degrado che è in atto per colpa di politiche stupide, miopi ed espressive di quel neoliberismo straccione che prevale in Italia.

Alle tre emergenze cui dedica il suo dossier Gasparetto ce ne sarebbe da aggiunfgere una quarta: quella della democrazia . C'è da chiedersi infatti quale democrazia sopravviva in una città (e in una regione) dove decidono tutto i commissari speciali cui le istituzioni cedono i loro poteri (si veda il commissario Spaziante al Lido di Venezia) e i grandi gruppi privati vengono chiamati a fare i mecenati e in cambio comprano i pezzi strategici della città (vedi il libretto di Paola Somma, Benettown , della piccola e coraggiosa casa editrice Corte del Fontego).

Per finanziare la costruzione a Venezia di un nuovo Palazzo del Cinema da cento milioni (iniziali), è stata concepita una complessa operazione immobiliare con la dismissione di un vecchio ospedale, anomalie e procedure poco trasparenti, nomina di un commissario governativo e aste vinte dalle aziende che già costruiscono le dighe del Mose. Alla fine, in un crescendo dei costi e cambi di progetto, verrà cementificata l'intera isola del Lido. Senza che sia costruito alcun Palazzo del Cinema. Una storia esemplare di sprechi, ma con un probabile utile record per il fondo privato che ha realizzato l'operazione.

Il progetto del Palazzo del Cinema di Venezia

Sette anni fa la Biennale, allora presieduta da Davide Croff, lanciò un concorso internazionale per realizzare il nuovo Palazzo del Cinema al Lido di Venezia. Il progetto vincente sarebbe costato circa cento milioni di euro. L’anno successivo (era il 2006) il Governo si impegnò a cofinanziare l’opera nell'ambito delle celebrazioni dei 150 anni dell'Unità d'Italia con un contributo di circa 40 milioni. La cifra non finanziata dal Governo sarebbe stata a carico del Comune di Venezia e della Regione Veneto. A gestire tutta l’operazione venne chiamato non il sindaco di Venezia, ma un commissario governativo con poteri inizialmente limitati al nuovo palazzo del cinema e poi via via estesi a tutta l’isola del Lido.

Vecchi ospedali e nuovi fondi

Per reperire i fondi necessari, che Comune e Regione certo non avevano, si mise in piedi un'operazione immobiliare. Con la regia del commissario, il Comune (a quel tempo retto dal sindaco Massimo Cacciari) avrebbe acquistato dalla Ulss (Unità locale socio sanitaria) 12 del Veneto (e quindi dalla Regione) il vecchio ospedale del Lido. Una variante del piano regolatore, approvata in anni precedenti, già consentiva un cambio di destinazione di alcuni edifici del complesso ospedaliero. Il Comune avrebbe esteso questo cambio di destinazione a tutta l’area dell’ospedale e lo avrebbe venduto moltiplicandone il valore.

Così avvenne. Per arrivare alla vendita furono necessarie due gare delle quali la prima andò deserta, mentre la seconda -indetta con tempi brevissimi, meno di tre mesi, in modo da rendere pressoché impossibile la partecipazione di grandi gruppi immobiliari esteri - si concluse con un prezzo di circa 72 milioni di euro. L’acquirente è il fondo immobiliare Real Venice gestito dalla società EstCapital del quale sono azionisti alcune delle imprese che stanno costruendo le dighe del Mose: Mantovani e Condotte. Del prezzo di vendita, 32 milioni sarebbero andati alla Ulss, il resto al Comune, una cifra non lontana da quanto necessario per contribuire alla costruzione del nuovo Palazzo del Cinema, sebbene ancora insufficiente.

In base a queste premesse venne fatto l’appalto per la costruzione del Palazzo del Cinema.

Errori procedurali

In questa semplice sequenza vi è già una serie di errori procedurali: (i) un commissario senza che vi sia nessun motivo di emergenza; (ii) l’estensione dei poteri del commissario (nel frattempo era stato nominato Vincenzo Spaziante, un funzionario della Protezione civile) cui vengono accordati pieni poteri su tutto il Lido, anche in deroga alla normativa vigente e nonostante l’opposizione del nuovo sindaco di Venezia Giorgio Orsoni; (iii) la distrazione di risorse Ulss per fini non sanitari: l’ospedale è stato venduto dall’Ulss al Comune per 32 milioni e da questi rivenduto per 72 - un’incauta vendita da parte dell’Ulss: infatti il piano regolatore già prevedeva, almeno in parte, il cambio di destinazione.

…E anomalie

Comunque, fatto l'appalto, iniziano i lavori per il nuovo Palazzo del Cinema e il commissario, in attesa che il Comune incassi, comincia l’opera utilizzando i fondi destinati dallo Stato. Rapidamente, ma non prima di aver speso 37 milioni, come dichiarato da Spaziante il 16 giugno scorso (nessuno sembra stupirsi di come sia stato possibile spendere 37 milioni di euro per fare un buco, se pur grande) si scoprono, nel sottosuolo dell’area, dei rifiuti in amianto. Evidentemente, le cose erano state fatte così in fretta che nessuno aveva pensato di fare delle verifiche. I costi lievitano al di là dei 100 milioni inizialmente previsti. Poiché i soldi nessuno li ha, il commissario abbandona il progetto. "Non c’è altra via, con la sola finanza pubblica non saremmo riusciti ad arrivare alla fine, visti i costi aggiuntivi dovuti alla presenza dell’amianto – spiega all’Ansa il ministro Galan – finora sono stati spesi 37 milioni e quello che è stato realizzato con quei 37 milioni dovrà essere ricompreso nel nuovo progetto". Non mi è ovvio come, dato che verrà costruita una sala cinematografica, invece di un grande Palazzo del Cinema.Sacaim, l’impresa che si vede cancellare i lavori per il Palazzo del Cinema, chiede al commissario un risarcimento di 50 milioni. Come scrive La Nuova Venezia l’impresa “non ci sta a fare da capro espiatorio per il grande pasticcio del PalaCinema”.

Il progetto cambia ancora

Le disavventure del progetto non finiscono qui. La cubatura promessa al fondo di EstCapital consentiva la costruzione di due grandi torri: nessuno aveva osservato che dietro all'ospedale c'è un aeroporto, che con quelle torri avrebbe dovuto esser chiuso. Conclusione: le torri non si possono fare. EstCapital chiede di essere compensata. Il commissario, interpretando in modo un po’ lato i suoi poteri, acconsente alla costruzione di una darsena per imbarcazioni turistiche, lungo una delle bocche di porto del Lido - proprio là dove si sta costruendo il Mose, con evidenti economie di scala, essendo gli azionisti di EstCapital, e quindi le imprese che presumibilmente costruiranno nell’area del vecchio ospedale, le stesse che stanno costruendo il Mose. Una darsena per un migliaio di barche, la cui dimensione sarebbe analoga all’isola della Giudecca. La rinegoziazione del contratto consente al commissario di alzare il prezzo e ottenere una cifra più vicina a quella di cui il Comune avrebbe dovuto disporre se si fosse costruito il Palazzo del Cinema. Dai 72 milioni iniziali il prezzo di vendita dell’area dell’ospedale lievita a 81 milioni: alla Ulss sempre 32, al Comune 49.

Ma agli acquirenti la compensazione non basta: chiedono al commissario di poter acquistare ed edificare anche il bel parco della Favorita, adiacente all'ospedale. Il commissario fissa un prezzo, 20 milioni, che EstCapital ritiene troppo elevato: quell’asta va deserta (per ora).

Conclusione: l'isola del Lido verrà stravolta senza alcun motivo perché non si costruirà alcun palazzo del cinema. Il Comune (se la Corte dei Conti non obietterà) incasserà 49 milioni, dai quali occorre detrarre i 37 pagati dai contribuenti per fare il buco. Potrebbe andare a finire che l’isola del Lido è stata cementificata per un incasso netto di soli 12 milioni - o con una perdita netta di 38 milioni, se il giudice obbligherà il commissario a pagare alla Saicam il risarcimento chiesto dall’impresa.

Quanto guadagna l’immobiliarista privato?

La cosa straordinaria è che queste cifre sono briciole rispetto all’utile presumibile del fondo che ha fatto l’operazione immobiliare. Azzarderò un calcolo, premettendo che i numeri sono solo stime, ma non credo lontanissime dal vero. I metri quadrati realizzabili nell’area dell’ospedale sono, come detto, circa 70mila; il valore atteso della vendita è stimabile intorno ai 7mila euro/mq, il che porta ad un valore lordo complessivo della vendita vicino a 500 milioni di euro; il costo di realizzazione è stimabile in 140 milioni di euro (2mila euro/mq), ai quali si possono aggiungere oneri vari per 20 milioni di euro, per un totale di 160 milioni di euro; il costo di acquisto dell’area, come detto, è stato 81 milioni di euro; il costo complessivo dell’operazione è quindi 240 milioni di euro circa; l’utile atteso dell’ordine di 260 milioni di euro, senza contare la darsena e i profitti delle imprese che costruiranno.

Signor sindaco, non sarebbe opportuno che Lei usasse i poteri autorizzativi in capo al Comune per impedire questa operazione disastrosa per Venezia?

Postilla

É la logica dei commissari straordinari, baby. Vincenzo Spaziante è stato nominato commissario straordinario, con pieno consenso bipartisan, per la realizzazione del Palazzo del cinema e dei convegni, inserito nell’elenco delle opere celebrative del 150° anniversario dell’unità d’Italia. I suoi poteri sono stati estesi, con pieno consenso bipartisan, a tutte le opere necessarie per lo sviluppo economico del Lido di Venezia. É una logica devastante (condivisa dai riformisti di destra e di sinistra) che ha visto spesso quelli che dovrebbero essere i garanti dei diritti democratici (i sindaci, e in generale gli eletti) complici o promotori dell’abolizione della democrazia. Si veda il libretto del sottoscritto, Lo scandalo del Lido, nella fortunata collana Occhi aperti su Venezia dell’editore Corte del Fontego. (e.s.)

Una voragine al posto dello storico bosco e lavori fermi: è quello che resta del progetto per il Nuovo Palazzo del Cinema. Avviato al solito in "emergenza" dal vice di Bertolaso. E per finanziare l'opera si stanno svendendo gioielli della laguna, dove costruire ancora

LIDO DI VENEZIA - Un grande buco, anzi una voragine pietosamente recintata e coperta da una plastichetta di cantiere. Intorno, dove un tempo brillava il verde brunito di una pineta, il vento alza mulinelli di polvere bianca. A quasi tre anni dall'inizio dei lavori, la voragine è tutto quel che c'è del Nuovo Palazzo del Cinema, una delle grandi opere infilate fra le celebrazioni dell'Unità d'Italia, che quell'appuntamento ha già saltato e che chissà se vedrà mai la luce. O chissà come, visto che siamo alla quinta revisione del progetto e a ogni revisione si toglie un pezzo. Giancarlo Galan, neoministro dei Beni culturali, ex governatore della Regione Veneto, era qui davanti al Casinò il 28 agosto del 2008. Sistemava la prima pietra del nuovo edificio. Con lui l'allora sindaco di Venezia, Massimo Cacciari, l'ex ministro Sandro Bondi e il presidente della Biennale Paolo Baratta. Dalla prima pietra alla pietra tombale. Ora, trentatré mesi dopo, Galan fa sapere che per il Palazzo del Cinema serve un'idea nuova, che i costi sono troppo elevati e che così non si va da nessuna parte.

Un pasticcio. Al Lido di Venezia si sta consumando una vicenda esemplare. Per pagare i suoi costi (all'inizio 130 milioni) si è scelto di vendere alcune delle porzioni più pregiate del territorio isolano, come la vasta area dell'Ospedale a Mare con la sua spiaggia di finissima sabbia chiara. Un'area pubblica, ora privatizzata. Qui, costringendo al trasloco anche l'ultimo presidio sanitario, sorgeranno un complesso residenziale e alberghiero e si allestirà un porto per 1.000 barche, grande 50 ettari, più o meno la superficie di un'altra isola della laguna, la Giudecca. Un vero stravolgimento del Lido, striscia di terra lunga e stretta che chiude la laguna veneziana, luogo di leggendarie vacanze ai primi del Novecento, quando vennero edificati villini e palazzine liberty. Poi, dal dopoguerra, una lenta crisi, niente più mondanità internazionale salvo durante il Festival del Cinema. Qui il verde è ancora tantissimo, soprattutto nelle punte estreme dell'isola, verso Malamocco e gli Alberoni e verso San Nicolò. Dove, appunto, sorgerebbe il porto. Contro la frenesia edificatoria che sta abbattendosi sul Lido sono nati comitati di cittadini, sono stati lanciati appelli e sono partiti esposti e denunce alla magistratura. Il Comune è con l'acqua alla gola. Se non vende i suoi tesori rischia di non poter più saldare i conti del Palazzo del Cinema. E finirebbe fallito. Il sistema per finanziare l'edificio fu promosso dal sindaco Cacciari ed è poi stato ereditato dall'attuale amministrazione di Giorgio Orsoni. Che ora prende tempo e lascia trapelare soluzioni alternative: limitare le nuove edificazioni, ristrutturando il vecchio Palazzo del Cinema e creando collegamenti tra gli edifici esistenti.

Straordinarie le manomissioni al paesaggio, straordinarie le procedure. La costruzione del Palazzo del Cinema è stata commissariata e affidata a un dirigente della Protezione civile, Vincenzo Spaziante, che ha poteri straordinari, come se il Lido dovesse fronteggiare una calamità naturale. Spaziante è stato vice di Guido Bertolaso e fra gli artefici del progetto C. a. s. e. dopo il terremoto dell'Aquila. Al Lido non vigila solo sul cantiere, ma ha competenza su tutti gli affari immobiliari che ruotano intorno all'operazione, l'Ospedale a mare e non solo. È un sindaco ombra ed è come se l'isola fosse privatizzata e sottratta alle ordinarie competenze comunali: per le varianti urbanistiche, per esempio, si salta il passaggio in Consiglio comunale. Ma la vicenda trascina anche una scia di personaggi incontrati nelle inchieste giudiziarie sulla "cricca": grande del Palazzo del Cinema era Angelo Balducci, l'ex presidente del Consiglio superiore dei Lavori pubblici finito in carcere, e in varie fasi del progetto troviamo impegnati Fabio De Santis e Mauro Della Giovampaola, anche loro arrestati, e le cui notti veneziane all'Hotel Gritti erano allietate, stando agli accertamenti dei magistrati, da escort inviate da Diego Anemone.

Il cantiere del Palazzo del Cinema, affidato alla Sacaim, una delle imprese più potenti a Venezia e nel Veneto, si è impantanato perché, ai primi scavi è venuto fuori amianto. E più si scavava più ci si imbatteva nella micidiale sostanza. I costi in questi tre anni sono impazziti: fra progettazioni e lavori si è già speso 35 milioni. Troppo per avere solo una voragine e per la pazienza dei lidensi, già minata dalla distruzione di una delle più belle pinete dell'isola, centotrenta alberi sbaraccati. Che la pineta non si dovesse radere al suolo erano convinti anche i progettisti del Palazzo del Cinema (Rudy Ricciotti e lo studio 5+1AA).

Ma l'argomento che ora inquieta gli abitanti del Lido (circa sedicimila persone) è un altro: il Palazzo del Cinema chissà quando l'avremo, ma intanto galoppano i progetti immobiliari che servivano a pagare l'opera fantasma. Ci troveremo un territorio stravolto, dicono, in cambio di che cosa? L'area dell'Ospedale a Mare è stata acquistata da un fondo immobiliare, Est Capital, sorto per iniziativa di un ex assessore della giunta Cacciari, Gianfranco Mossetto. Il quale esibisce sfarzosi progetti per far tornare il Lido, dice, ai fasti di un secolo fa. La prima mossa il gruppo l'ha compiuta nel 2007, acquistando i due gioielli del turismo lidense, l'Hotel des Bains e l'Hotel Excelsior e il Forte di Malamocco, un complesso militare austriaco costruito a metà Ottocento. Il Des Bains, scenario dei turbamenti di Gustav von Aschenbach nella Morte a Venezia di Thomas Mann, è in ristrutturazione da due anni. L'albergo verrà trasformato parzialmente in residence, ma i lavori sono fermi e non si sa quando riprenderanno. Anche il Forte di Malamocco è investito da un progetto: 32 ville, un albergo, una piscina e altre attrezzature. Anche se non rientrano nell'operazione finanziaria per il Palazzo del Cinema, questi interventi cascano fra le competenze di Spaziante, che nei fatti, insieme a Est Capital, sta disegnando il futuro del Lido. A poche decine di metri dall'Ospedale a Mare c'è l'area della Favorita, quasi due ettari di terreno. Il Comune, che ne è proprietario, vorrebbe vendere anche questa e anche questa finirebbe cementificata. Ma per il momento le offerte non raggiungono i 20 milioni richiesti: si sono fatti avanti i comitati ambientalisti, offrendo la cifra simbolica di un euro, un gruppo romano (8 milioni) e la solita Est Capital (10 milioni).

I comitati protestano, preparano documenti e ricorsi amministrativi. È sorto un sito (www.unaltrolido.com). Con loro è schierato l'attuale rettore dello Iuav (Istituto universitario architettura Venezia), Amerigo Restucci. Un urbanista di fama, Edoardo Salzano, ex assessore e animatore del sito www.eddyburg.it, ha scritto un instant book intitolato Lo scandalo del Lido (edito da La Corte del Fontego). In questi giorni è il porto il bersaglio delle più vivaci polemiche. Salvatore Lihard, portavoce dei comitati lidensi, ha presentato alla Regione un dossier di Osservazioni per la Valutazione di impatto ambientale. E anche l'assessorato all'Ambiente del Comune, retto da Gianfranco Bettin, è giunto a conclusioni molto preoccupate sul porto. È di Bettin il paragone fra la nuova darsena e l'isola della Giudecca. Ma altri punti destano perplessità, dalle eventuali conseguenze sulla pesca alla percezione dell'orizzonte che verrà deformata dagli alberi delle barche. All'inizio di questa settimana, infine, il Consiglio comunale ha votato una mozione all'unanimità (ma gli esponenti del Pdl sono usciti dall'aula) in cui si chiede di superare il regime commissariale e di chiarire che sorte avrà il Palazzo del Cinema. Che resterà per chissà quanto tempo ancora solo una voragine.

I libri della nuova collana di minilibri di Corte del Fòntego, “Occhi aperti su Venezia”, sono visibili e acquistabili qui

Via libera al Palacinema low cost

di Alberto Vitucci

Del progetto iniziale è rimasto solo il «buco». Un cratere pieno di amianto, con reperti archeologici ottocenteschi. Lavori fermi perché costa smaltire le sostanze inquinanti. «Quel nuovo Palacinema è una strada morta, serve un’idea nuova», ha detto a sorpresa il neoministro Galan. Il Codacons ha presentato una nuova denuncia alla Corte dei Conti: «Chi pagherà i danni alla città?»

Il «Sasso», progetto vincitore del concorso lanciato dalla Biennale nel 2005, non si farà più. Un altro sasso muove in queste ore le acque ferme della politica veneziana. E’ quello lanciato a sorpresa dal neoministro ed ex governatore Galan. «Ha messo la prima pietra insieme a me e Bondi, non credo che la sua sia una posizione di contrarietà», commenta l’ex sindaco Massimo Cacciari, «forse Galan vorrà rivedere il progetto, risparmiare qualcosa visti i costi della bonifica, non credo abbia cambiato idea e voglia tornare indietro rispetto all’idea di un nuovo Palazzo del Cinema». L’attale sindaco Giorgio Orsoni ha accolto la provocazione. «Se lo dice il ministro bisogna rifletterci», dice. In realtà si sta già discutendo di come uscire dal pasticcio. Idea del Comune sarebbe quella di limitare al minimo le nuove edificazioni, ristrutturare con i fondi disponibili il vecchio palazzo, creare collegamenti tra gli edifici esistenti. E recuperare il «buco» trasformandolo in parcheggio. L’amianto sarebbe ricoperto di cemento e il problema disinquinamento risolto. Una dichiarazione di resa rispetto alle intenzioni più volte espresse - anche dallo stesso Galan - per il nuovo Palacinema. Il presidente Codacons annuncia nuovi esposti. «Vogliamo che si faccia chiarezza sullo spreco di denaro pubblico compiuto», dice, «la decisione del ministro Galan conferma i nostri dubbi». Un altro esposto firmato dai comitati è già stato presentato in Procura. Si torna indietro, dunque. Perché la presenza dell’amianto, sostanza con cui venivano fabbricati a inizio secolo i tetti delle capanne delle spiagge, è stata trovata in quantità superiori al previsto. Materiali sotterrati di cui nessuno aveva evidentemente verificato la presenza prima di partire con i lavori. Un vero fallimento, il nuovo PalaCinema. Opera che doveva essere finanziata dallo Stato, inaugurata per il 150esimo dell’Unità d’Italia nel marzo scorso. Invece il palazzo del Cinema non c’è, i costi sono lievitati (si è tornati alla cifra di 130 milioni). I soldi finora li hanno messi Regione e Comune. Quest’ultimo con la vendita dell’Ospedale al Mare e la concessione alla cordata di Est Capital del progetto della nuova darsena. Lunedì il commissario Spaziante illustrerà ai cittadini del Lido il progetto della darsena da 1000 posti barca a San Nicolò. Giovedì sarà il sindaco Orsoni a incontrare la Municipalità. Tema, PalaCinema e grandi progetti.

Cantiere fermo già a giugno ed emergenza finanziaria: i soldi non bastano più

di Enrico Tantucci

Edificio rialzato e uso fiera - La nuova soluzione: rinuncia alla parte interrata e alle bonifiche

Potrebbe trasformarsi in un polo fieristico oltre che in una sala cinematografica, il Palacinema riveduto e corretto, realizzato con una soluzione low-cost, che non preveda più la parte interrata dell’edificio, ma solo la Sala grande da circa 2 mila posti, in superficie. Ma intanto già a giugno il cantiere in corso si fermerà, in attesa di capire come andare avanti.

Dopo lo stop all’attuale progetto di Palazzo del Cinema, per i suoi costi insostenibili, decretato di fatto dal ministro dei Beni Culturali Giancarlo Galan, il commissario Vincenzo Spaziante - in parte spiazzato dall’uscita del ministro, che segue l’appello del sindaco Giorgio Orsoni per la mancanze di risorse necessarie al cantiere - sta già abbozzando la soluzione alternativa. Lo scavo si fermerà più o meno alla profondità attuale - tra i 3 e i 5 metri - senza arrivare ai circa 10 metri previsti, lasciando l’amianto dov’era e risparmiando così gli altissimi costi della bonifica. Si rinuncerà così a buona parte degli spazi interrati - comprese le altre due sale cinematografiche - previste dal progetto iniziale del”Sasso” (la forma concepita dai progettisti per il Palacinema). L’idea di Spaziante, per non perdere in cubatura, sarebbe quella di riguadagnare quegli spazi in altezza, elevando di circa 5 metri tutto l’edificio.

Intanto la Sacaim - l’impresa che ha vinto l’appalto da 52 milioni per il Palazzo del Cinema, al netto di tutti i costi aggiuntivi delle bonifiche e di altre opere - continua a lavorare in cantiere e attende istruzioni. Se tutto dovesse bloccarsi sarebbe probabilmente inevitabile la richiesta da parte sua a Governo, Comune e Regione - i firmatari dell’accordo di programma - di un congruo risarcimento danni.

Ma l’idea di Galan, Spaziante e Orsoni non è quella, comunque, di «cancellare» il Palazzo del Cinema, ma di realizzarlo in versione ridotta, limitando i costi e destinandolo ad un uso più intensivo rispetto a quello garantito con la Mostra del Cinema. L’idea che starebbe emergendo sarebbe appunto quello di un polo fieristico, trovabdo per esso anche nuovi investitori dal territorio. Lo stop anticipato del cantiere - legato anche all’avvicinarsi del periodo organizzativo della Mostra del Cinema - servirà anche a riordinare le idee. Ma la vera incognita del Palacinema, anche rivisto, non è l’amianto: è la mancanza dei fondi necessari per realizzarlo, visti anche i problemi legati alla”partita” dell’ex Ospedale al Mare, tra il complessso turistico, la nuova darsena e l’area della Favorita che non è stata ancora venduta e lo sarà solo a trattativa privata e a un prezzo più basso. Se i soldi dal Comune non arriveranno - come pare probabile - in misura sufficiente, qualcuno dovrà pur garantirli per completare l’opera ed evitare contenziosi. E il problema torna, inevitabilmente, nelle mani del Governo e del ministro Galan.

«É un progetto sciagurato, giusto fermarlo»

I comitati propongono il rilancio dell’isola.

Ma senza il commissario straordinario

«Abbandonare subito quello sciagurato progetto e pensare davvero al rilancio del Lido, senza svendere le aree alla speculazione dei privati». Il coordinamento delle associazioni del Lido torna all’attacco. «Dobbiamo cogliere l’occasione», dice il portavoce Salvatore Lihard, «per ridiscutere tutto. Il ministro Galan ha ragione, quel progetto è morto, va ripensato completamente. E noi ne eravamo stati facili profeti. Adesso occorre coraggio, e una nuova idea per rilanciare la Mostra del Cinema»». Le associazioni ambientaliste del Lido (Difesa dei Murazzi., Rocchettam Estuario Nostro, Codacons, Italia Nostra, Lipu, vegetariani, Pax In Aqua) insieme al Movimento per la Difesa della Sanità pubblica avevano inscenato fin dall’inizio manifestazioni e inviato esposti alla magistratura e alla Corte dei Conti. «Fermate lo spreco di denaro pubblico», dicevano. Le foto dei grandi striscioni con su scritto «Vergogna», esposti alla Mostra del Cinema di settembre avevano fatto il giro del mondo. «Ma nessuno ci ha ascoltato», dice Lihard.

La protesta era iniziata all’indomani dell’abbattimento della pineta e dei 130 alberi a lato del palazzo del Cinema per far posto al cantiere della Sacaim. Un «sacrificio» ambientale che secondo i comitati non avrebbe nemmeno prodotto buoni risultati per la collettività. «+ nuovo Palacinema-palazzo dei Congressi» dice Lihard, «i è rivelato un’operazione fallimentare. E il grande buco del cantiere, dove i lavori sono stati sospesi più volte per il ritrovamento di amianto nel sottosuolo, rende difficile da due anni la vita del Lido.

«Occorre rilanciare l’attività convegnistica al Lido», continua Lihard, «proporre un’idea diversa di sviluppo e sospendere la vendita dell’area verde dell’ex Favorita, che va riconsegnata al Comune».

Anche l’operazione di trasformazione di Des Bains ed Excelsior ad opera dei nuovi padroni, la Finanziaria Est Capital, ha prodotto secondo i comitati «la perdita di 250 lavoratori e diu professionalità che se ne sono andate in altre località». Infine, i comitati ribadiscono la loro richiesta di rimuovere il commissario straordinario Vincenzo Spaziante, nominato dal governo nel marzo del 2009. «Doveva garantire la rapida realizzazione di un’opera per il 150esimo dell’Unità, ma così non è stato: per i progetti del Lido non ci serve un commissario». (a.v.)

Postilla

Ha ragione Lihard, il portavoce dei comitati del Lido: occorre ridiscutere tutto. Questo succederebbe in qualsiasi comunità democratica. C’è da dubitare che accada a Venezia, a proposito del suo Lido, dove è stato costruito un fortissimo intreccio tra potentati politici ed economici, tra interessi istituzionali e interessi privati, che è stato raccontato dai giornali locali passo per passo (ed è ora raccolto in un libretto di E. Salzano, Lo scandalo del Lido , edito in questi giorni dalla Corte del Fontego). I nodi principali dell’intreccio sono costituiti dal commissario straordinario Vincenzo Spaziante, nominato per la realizzazione del nuovo palazzo del cinema, opera inclusa nelle manifestazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, dall’ex assessore comunale alla cultura Mossetto, poi fondatore e oggi presidente della società d’investimenti finanziari e immobiliari Est Capital, e dal sindaco di Venezia Massimo Cacciari, oossi sostituito da Giorgio Orsoni. Il palazzo del cinema è solo un tassello di un’ampio programma di trasformazione fisica e funzionale dell’isola, che prevede lo smantellamento dell’Ospedale al mare e la sua trasformazione in un complesso di residenze e attrezzature turistiche, il parco della Favorita, anch’esso trasformato in ville e alberghi, la trasformazione i un lussuoso residence del forte di Malamocco, la “valorizzazione immobiliare” (residenze e supermercato) del Parco delle Rose, in una nuova darsena per 1000 barche alla radice del molo del Lido e in altre trasformazioni minori. Questo complesso di interventi immobiliari è in contrasto con gli strumenti di pianificazione, urbanistica e paesaggistica, vigenti. Perciò, per realizzarli, occorre qualcuno quale, nel regime attuale, sia consentito di derogare da leggi, regolamenti, piani e altri fastidiosi “lacci e lacciuoli”. Ecco l’idea che ha trovato tutti concordi, a partire dal sindaco di Venezia: attribuire al commissario straordinario, nominato per il palazzo del cinema, poteri su tutte le trasformazioni immobiliari da realizzare nell’isola del Lido per il suo “sviluppo”.

In una comunità democratica, oltre a riaprire una discussione aperta sul deestino del palazzo del coinema, si revocherebbero subito i poteri “ultrastraordinari” affidati al commissario Spaziante. Accadrà? É prudente dubitarne.

Il super esperto: vecchio, poco utile e costerebbe 650 milioni

Il progetto di sublagunare non sta in piedi. Stavolta non sono gli ambientalisti a dirlo ma gli stessi consulenti che Comune e Camera di commercio - proponente della grande opera nel 1999 - avevano incaricato di uno studio che doveva essere «risolutivo».

Questo almeno era stato l’obiettivo indicato lo scorso anno dal sindaco Giorgio Orsoni e dal presidente della Camera di commercio Giuseppe Fedalto quando avevano annunciato un «approfondimento conoscitivo». Ci si aspettava forse un via libera per andare avanti con la progettazione, avviata nel 2003. Invece è arrivata la doccia fredda. Il rapporto finale firmato dall’esperto di trasporti e docente Iuav Agostino Cappelli, non lascia spazio a interpretazioni. «Dati da aggiornare, che risalgono agli anni Novanta e non forniscono elementi utili per una valutazione dell’utilità del progetto». Ma soprattutto uno stato di fatto che non fa emergere quello che starebbe alla base del grande progetto: la domanda di mobilità.

«Tra Santa Lucia e piazzale Roma», si legge nello studio, «l’offerta tra bus e treni arriva a 540 mila posti in un giorno. La sublagunare ne offre solo 24 mila». Da quella direzione la domanda per gli arrivi in città è bassa. I turisti preferiscono andare per via acqua e godersi lo spettacolo della laguna, i pendolari sono pochi e si accontenterebbero di un trasporto su acqua più veloce.

Dunque le certezze si assottigliano. Il professore ne ha parlato qualche settimana fa nel corso si una riunione riservata con sindaco e presidente della Camera di commercio. E gli studi, che dovevano essere divulgati in dicembre, sono ancora nel cassetto. Troppi i dubbi e le incertezze di un progetto che forse non è stato sufficientemente approfondito prima di essere dichiarato (nel 2002 dalla giunta Costa) di «interesse pubblico». Ecco perché lo stesso Orsoni - assessore al patrimonio di quella giunta, che aveva inserito la sublagunare nel programma elettorale al pari del candidato del Pdl Renato Brunetta - adesso ha tirato il freno. «Per dire in tutta onestà che è un progetto conveniente per la città», dice il professor Cappelli, «bisognerebbe ripensare tutto». E dunque rifare le procedure e la progettazione.

C’è chi pensa addirittura a prolungare il tragitto proposto (da Tessera all’Arsenale passando per le Fondamente Nuove) fino al Lido e Chioggia. Ma si tratta di un altro progetto, non quello dichiarato di interesse pubblico e sottoposto al Cipe.

Che fare nel frattempo? Dal momento che è evidente la necessità di migliorare e velocizzare i collegamenti tra Venezia e Tessera, il professor Cappelli suggerisce di valutare anche un miglioramento dei trasporti «via acqua». E di comparare bene i costi dell’opera rapportati all’uso di mezzi acquei ecologici. «Il costo della sublagunare da Tessera ad Arsenale», scrive il consulente della Camera di commercio, «è lievitato per soli aggiornamenti di prezzi dai 350 milioni di euro del 2001 ai 650 dell’anno scorso. La sua tecnologìa forse non è adeguata a supportare grandi quantità di persone. Dunque, dal punto di vista trasportistico quel progetto non va bene. Un giudizio tecnico netto. Che mette seri ostacoli sul proseguimento di una grande opera che i veneziani non hanno mai visto con entusiasmo.

Raccolte quattromila firme per il referendum

Il comitato: «Si pronunci la città, è un’opera che ne cambia il volto

Quattromila firme raccolte in pochi giorni per proporre al Comune un referendum sulla sublagunare. Il comitato presieduto da Davide Livieri è stato fondato da poche settimane, e adesso ha lanciato una campagna per raccogliere al più presto le diecimila firme necessarie a presentare la richiesta al Comune. «Notiamo con curiosità», dice Livieri, «che da quando è partita la nostra mobilitazione e la raccolta di firme, i cosiddetti poteri forti della città si sono pronunciati per accelerare la realizzazione dell’opera». «Noi non abbiamo idee precostituite», dice Livieri, «ma riteniamo che su un’opera del genere, che potrebbe modificare la vita della città per i prossimi decenni, debbano essere i cittadini a pronunciarsi. L’unico vero potere forte per noi è il Consiglio comunale, che rappresenta i cittadini».

Banchetti per la raccolta delle firme sono stati aperti in questi giorni a Santi Apostoli e in campo San Giovanni e Paolo. presto ne arriveranno altri. Al comitato interpartitico di Livieri (ne fanno parte anche esponenti della Lega, della sinistra ed ex del Pd e del Pdl) si sono uniti anche gruppi politici come i grillini, associazioni ambientaliste e comitati di cittadini.

«Vogliamo sapere i costi e benefici di quest’opera», dicono i consiglieri del nuovo comitato per il referendum Franco Nordio, Ernesto Peschiuta, Bernardo Lancia e Ivo Papadia, «i cittadini non possono essere informati di queste decisioni a fatto compiuto. Non si può continuare a imporre opere faraoniche di dubbia utilità a una città che cade a pezzi, senza soldi per la manutenzione e per i servizi ai cittadini». (a.v.)

Postilla

La metropolitana sub lagunare non è una follia, ma un tassello d’una strategia che sta diventando sempre più chiara. L’obiettivo è di costruire nuove ricchezze private, e consolidare alcune di quelle esistenti, attraverso una sempre più spinta mercificazione di Venezia. Si tratta di attirare sempre più investitori nei settori (l’immobiliare e il turistico) nei quali più facilmente si possa vendere l’immagine della eccezionale bellezza della città: un’immagine che peraltro le nuove iniziative corrodono sempre più velocemente, così come peggiorano la qualità della vita per i residenti stabili.

La città storica è sempre più degradata dalle folle di turisti che la invadono, ormai in tutti i periodi dell’anno, lasciati bradi nella città senza alcuna politica di oculato governo dell’offerta e della domanda. La monocultura turistica sta rendendo sempre più fragile l’economia cittadina. Il degrado fisico aumenta per ogni meganave che arriva nel Bacino di San Marco. La riduzione dello stock edilizio disponibile per i cittadini e la città si riduce per l’aumento della ricettività turistica, agevolato dall’improvvida liberalizzazione delle norme urbanistiche. La bellezza dei monumenti e dei paesaggi urbani che essi caratterizzano scompare sotto i giganteschi cartelloni pubblicitari.

Intanto, il capitale finanziario sviluppa grandi operazioni immobiliari: da Benetton che acquista pezzi della città storica e realizza un vero e proprio piano urbanistico personale, alla società di gestione finanziaria e immobiliare Est Capital che colonizza il Lido di Venezia. Tra i protagonisti delle operazioni in corso le imprese di costruzione che stanno costruendo il MoSE. Nella Terraferma, mentre il vastissimo complesso di Porto Marghera offrirebbe giganteschi spazi a razionalizzazioni intelligenti di aree preziose per le possibilità di recupero ambientale e per lo sviluppo di funzioni non più devastanti per la salute e la sicurezza fisica, si promuove invece l’urbanizzazione di nuove aree e la densificazione di quelle esistenti: dalla “città nuova” di Tessera, sul margine della Laguna in un’area di massimo rischio idraulico, ai grattacieli previsti a Mestre.

La funzione strategica della metropolitana sub lagunare non è quella di agevolare la mobilità degli abitanti e dei visitatori: ben meno dispendioso, più connaturato con la bellezza e la possibilità di godimento che la città offre, sarebbe la riorganizzazione dei servizi acquei, per i quali esistono da anni intelligenti progetti elaborati da tecnici di grande vakore, a partire da Guglielmo Zambrini. Ma la funziona strategica è quella di collegare i tre poli del progetto di accaparramento della città: la nuova città di Tessera, la Città storica (attraverso il suo “vuoto” più prestigioso: l’Arsenale) e il Lido. Sottratto, quest’ultimo, al potere istituzionale del Comune mediante la figura del commissario straordinario, pretestuosamente dotato di funzioni smisurate. Anche per questo è interessante il fatto che si manifestino opposizioni provenienti da più fronti: da un lato, un intellettuale che, incaricato dai promotori dell’opera, esprime con onestà e rigore il punto di vista della tecnica (rinunciando, a differenza di moltissimi altri, di svolgere il ruolo di “facilitatore”), dall’altro lato un movimento popolare (avviato dalla rete “Io Decido”, a sua volta promossa da un gruppo di donne associato nel comitato “Geografia di genere”) cha ha avviato la procedura per l’indizione di un referendum.

Venezia. AChioggia durante la sagra del patrono una band locale cantava facendo la parodia di Ramazzotti: “Mose-Mosè, più bella cosa non c’è”. Secondo i pescatori chioggiotti, già in crisi da un pezzo, quando le dighe del Mose saranno definitivamente incassate nelle bocche di porto manderanno all’aria quel poco di economia della pesca che ancora sopravvive. È un’ipotesi, una delle tante legate a questa opera di eccellente ingegneria (“Sicuramente la più imponente in costruzione oggi in Italia” dice Giorgio Orsoni, sindaco di Venezia) che si trascina però tra dubbi e polemiche da almeno vent’anni. Polemiche scatenate soprattutto dai Verdi e dalle associazioni ambientaliste, che ormai hanno perso la battaglia. “È vero, abbiamo perso, ma le obiezioni sull’impatto ambientale e sull’effettiva efficacia dell’opera restano” è il giudizio di Gianfranco Bettin, assessore all’Ambiente della giunta veneziana e oppositore da sempre del Mose. Ora i dubbi si estendono anche alla data di fine lavori: non sarà più il 2014 come si è sempre detto finora, ma secondo Giovanni Mazzacurati, dg del Consorzio Venezia Nuova, concessionario unico dell’opera, “c’è da augurarsi che finiscano entro il 2015”.

Sono cambiate al rialzo anche le risorse necessarie per costruire le paratie mobili e i cassoni che staranno per cento anni affondati in Laguna a proteggere le tre bocche di porto che si affacciano al mare – Malamocco, Chioggia e Lido-Treporti – dal pericolo delle acque alte. Fino a un anno fa il progetto costava 4 miliardi e 200 milioni di euro, ora siamo arrivati a 4,7. Una quota che comprende il recupero delle coste dal mare e il sistema dei 35 cassoni di calcestruzzo grandi come condomini che saranno affondati a maggio 2012 nelle bocche di porto. Ma si arriva a 5 miliardi e 600 milioni considerando le opere aggiuntive richieste dall’Unione europea (“l’Europa ha chiesto una serie di misure compensative” dice l’architetto Flavia Faccioli del consorzio) e gli insediamenti ambientali.

Il tutto per mettere in funzione la grande architettura del Mose, poi ci sono i costi di manutenzione (secondo Faccioli 25 milioni l’anno ma è una stima al ribasso, ne costerà almeno 30). “I lavori del Mose assorbono risorse enormi, ma sono un esempio straordinario di capacità organizzativa che l’Italia sta dando al mondo” sembra giustificare i costi da capogiro il sindaco Orsoni.

Risorse che finora lo Stato ha erogato per i due terzi concedendo al Mose 3 miliardi e 700 milioni, prima attraverso la Legge Speciale e ora con la Legge Obiettivo per le grandi opere (quella che comprende il mai cominciato Ponte sullo Stretto di Messina). Mancano ancora all’appello 1 miliardo e ottocento milioni, anche se al Consorzio lamentano un rallentamento complessivo dei finanziamenti nell’ultimo anno, ma assicurano di contare sul Dpef in arrivo. “L’avanzamento dei lavori è al 60 per cento in termini di spesa su costo e al 90 per cento quanto all’incidenza sul territorio”, spiega l’architetto. Ai 5,6 miliardi di costo complessivo si devono aggiungere poi quelli per la ricostruzione e la manutenzione di spiagge, barene e velme, gli isolotti della laguna, per altri 11 miliardi di euro complessivi “extra-Mose”.

Un lavoro immenso fatto dal Consorzio Venezia Nuova (“con l’alta sorveglianza del Magistrato alle Acque”) che ha combattuto e vinto – almeno per ora – la battaglia per costruire un’opera impressionante, alla quale sono tuttora contrari una buona parte del mondo accademico e uno schieramento politico trasversale che va dall’ex sindaco Cacciari ai verdi al Pd a parte della Lega, che però abbozza. “Non si sa se il Mose sarà all’altezza del mutamento climatico dei prossimi anni” dice Bettin. Tradotto: nessuno è in grado di stabilire se i flussi delle maree nei prossimi cento anni saranno costantemente al di sopra di una certa soglia, e quindi provocheranno l’innalzamento delle paratie per lungo tempo interrompendo il flusso mare-laguna, o peggio non assolvendo al compito. “Il Mose è progettato per funzionare qualche volta all’anno non di più” chiosa Bettin.

Poi ci sono i dubbi sulla sostenibilità ambientale: gli enormi cantieri una volta terminati i lavori saranno smantellati. Quello di Malamocco, costruito su una piattaforma artificiale, sarà completamente sradicato dalle fondamenta. Insomma il Mose, 18 chilometri di cantiere sul mare che danno lavoro a tremila persone compreso l’indotto, rischia di essere la prova del fuoco di questi strani tempi: se funziona diventerà l’opera ingegneristica più celebrata, in caso contrario sarà lo spreco di soldi pubblici più clamoroso degli ultimi 20 anni. “Ho dubbi su tante cose ma sul Mose nessuno, dormo sogni tranquilli” è sicura l’architetto Faccioli, beata lei. Suona meno rassicurante il direttore del cantiere di Malamocco, che alla domanda: “Fra cent’anni cosa succederà, bisognerà rifare tutto? Chi toglierà questi blocchi enormi dalla Laguna?” ha risposto: “Boh, fra cent’anni chi lo sa... Lei ci sarà? Io no”. E forse nemmeno Venezia.

Mille posti barca, 500 posti auto, ristorante. I comitati: «No alla privatizzazione dell’isola»

Via all’iter per l’approvazione della nuova darsena di San Nicolò. Il progetto di Est Capital dell’architetto Carlo Magnani, ex rettore del’Iuav, è stato illustrato ieri mattina alla Conferenza dei servizi presieduta dal commissario Vincenzo Spaziante.

Nel pomeriggio illustrazione alla Tethis dell’Arsenale, primo atto per aprire la procedura di Valutazione di impatto ambientale, che è stata «abbreviata» e ridotta a 30 giorni. Entro il 23 maggio dovrano essere presentate le osservazioni, il 31 maggio potrebbe essere approvata definitivamente insieme ai progetti per l’ex Ospedale al mare. 980 barche, anche yacht di lusso di grandi dimensioni, 500 posti auto lungo la diga. E poi ristorante, palestra, officine, yachting club, supermercato e uffici. E una nuova strada larga venti metri che porterà le auto a ridosso dei posti barca. Tutto sul lato mare della diga sud di San Nicolò. Parere favorevole della Soprintendenza, che ha apprezzato il «miglioramento del progetto dal punto di vista paesaggistico» e la riduzione dei posti barca, all’inizio 1500.

E’ uno dei tasselli dell’accordo stretto tra Est Capital e il Comune. Strada ormai quasi obbligata per Ca’ farsetti per incassare i soldi della compravendita dell’Ospedale al Mare e provare a sanare il bilancio. Ma i comitati non ci stanno. Ieri a Tethis hanno ascoltato la relazione del commissario Spaziante e dell’architetto Magnani, che ha annunciato un nuovo «parco» a ridosso del Mose. «Certo questo progetto è meno peggio di prima», dice Salvatore Lihard della Cgil, «ma resta il fatto che vioene così privatizzata una parte della nostra isola e del mare, e si insiste a metere una struttura che gli abitanti non accettano». Indice puntato anche sui lavori fatti dal Consorzio Venezia Nuova e dal Magistrato alle Acque che adesso saranno utilizzati dalla darsena, come la diga foranea (45 milioni di euro) che era stata stralciata perché ritenuta inutile. Adesso servirà a proteggere la darsena. «Ma il molo appena rifatto dovrà essere buttato via», dice Lihard, «e poi siamo preoccupati dall’inquinamento che mille barche porteranno alle nostre spiagge». Ma il percorso sembra ormai segnato. A volere la darsena sono le imprese che lavorano al Mose (Mantovani, Condotte, Fincosit) che hanno investito in questo grande progetto milioni di euro. Ieri la Conferenza dei servizi ha anche approvato alcuni studi per gli scavi del PalaCinema, la bonifica dell’isola della Certosa, dove è stato approvato il progetto di recupero dell’architetto Tobia Scarpa per il nuovo parco e un nuovo campeggio per la colonia Morosini.

Postilla

In dispregio della pianificazione urbanistica e paesaggistica, calpestando le prerogative degli istituti della democrazia, prosegue la privatizzazione e la “valorizzazione” del Lido di Venezia: tassello di un più vasta strategia di mercificazione del territorio veneziano. Lo strumento adoperato è il “commissario straordinario”, i cui poteri – occasionati dall’inserimento del palazzo del cinema nelle opere promosse per l’anniversario dell’Unità d’Italia – si sono progressivamente estesi all’intera isola, con il beneplacito del Comune (sindaco Massimo Cacciari prima, Giorgio Orsoni ora, entrambi di centrosinistra). Il motore economico dell’operazione è la società di gestione immobiliare Est Capital, fondata e presieduta dell’ex assessore alla cultura della prima giunta Cacciari. All’impresa concorrono attivamente rilevanti personalità della cultura accademica: l’autore del progetto è l’ex rettore dell’IUAV: non è il primo docente della prestigiosa università che ha concorso fruttuosamente a “mitigare” e adornare le alcuni dei più discussi interventi del grande capitale finanziario-immobiliare, espresso dalle imprese aggregate nel Consorzio Venezia Nuova, costituito per progettare, sperimentare e realizzare il MoSE.

La crisi che investe il Casinò di Venezia, come per gli altri Casinò d’Italia, risente inevitabilmente della crisi economica globale dovuta alle scarse disponibilità e liquidità della clientela, ma anche ha fattori strettamente legati alla gestione, e all’incertezza sulle strategie future per un suo rilancio.

Per il Casinò di Venezia c’è da sottolineare che gli incassi sarebbero assai inferiori se non ci fosse una stabile e costante clientela cinese, ormai più di un terzo degli accessi quotidiani nelle sedi di Ca’ Noghera e Ca’ Vendramin. Un dato confortante ma decisamente preoccupante se per incanto questo tipo di clientela non ci fosse più.

Questo per dire che la situazione potrebbe essere persino peggiore di quella che constatiamo da un po’ di tempo a questa parte, e penso sia sbagliato in questa contingenza economica, uscirne solo con dei tagli o riducendo i costi del personale senza provocare una reazione sindacale che danneggerebbe pesantemente la già difficile situazione.

Al contrario serve un rilancio della casa da gioco, un rilancio che passa inevitabilmente per la nuova casa da gioco votata dal precedente consiglio comunale con la variante al Prg di Tessera, preceduta da una lunga e delicata intesa fra Comune, Regione e Save, ed è augurabile che l’attuale amministrazione la faccia propria per intero senza apportare modifiche sostanziali che ne allungherebbe enormemente i tempi di approvazione e di realizzazione, in attesa che la Regione si esprima per la definitiva ufficializzazione.

Deve essere chiaro che questo è un passaggio obbligato oltre che delicato strategicamente per mantenere una fonte di entrate fondamentali per il bilancio comunale e per tutti i servizi che da tale fonte ne deriva alla città nel suo insieme, tra l’altro in un contesto di pesanti tagli alla finanza pubblica da parte del governo agli enti locali, una ragione in più per fare presto senza stravolgimenti significativi che ne snaturino l’impianto e l’intesa faticosamente raggiunta a suo tempo.

Se nella malaugurata sorte il così denominato Quadrante di Tessera non dovesse trovare una condivisione nell’attuale maggioranza di Ca’ Farsetti al punto tale da stravolgerne l’impostazione originaria, non resterà che prendere in considerazione lo scioglimento del cda del Casinò spa e riportare la gestione nelle mani dirette del Comune, unico modo forse per ridurre i costi della gestione e della società.

Un’ipotesi che francamente non condivido ma che forse qualcosa farebbe risparmiare, del resto non tutti i Casinò sono gestiti da spa. Il nodo perciò è ancora una volta politico e politicamente va affrontato e possibilmente risolto

Postilla

Ricordiamo che cos’è “Quadrante Venezia”, riprendendo alcuni brani dall’eddytoriale 137 su Tessera City (altra denominazione per Quadrante Venezia).

«È una vecchia idea di Gianni De Michelis, attivissimo colonnello di Benito Craxi, avanzata alla fine degli anni 80 nel quadro della proposta di realizzare a Venezia l’Expo 200. Questa proposta allora fu bocciata dai parlamenti europeo e italiano, che raccolsero l’allarme partito da Venezia. Oggi il progetto dell’insediamento sul margine della Laguna è stato ripreso e portato alla vittoria dalla coppia bipartisan Massimo Cacciari (sindaco di centrosinistra della città) e Giancarlo Galan (presidente di centrodestra della Regione). […]

«La vicenda di Tessera City è esemplare. Essa testimonia l’arroganza e la presunzione d’impunità dei suoi protagonisti, e il disprezzo che i governanti dimostrano per la legalità. È una vicenda complessa, ma l’essenziale si comprende anche attraverso una rapida sintesi. Nel 2004 il comune di Venezia approvò una variante che raddoppiava i volumi già previsti dal vigente PRG per la realizzazione di uno stadio e numerosi annessi (commercio, ricreazione, ricettività, uffici ecc.) accanto all’aeroporto Marco Polo, a Tessera. Passarono gli anni: la Regione non approvò (come avrebbe dovuto entro tempi brevi), e il comune non sollecitò (come per suo conto sarebbe stato obbligato a fare). Nel frattempo si completavano transazioni immobiliari nelle aree circostanti, dove si comprava a prezzi agricoli. A un certo punto il maggiore proprietari (la Save s.p.a, che gestisce l’aeroporto), cui si accodò subito la società di proprietà comunale (ma il sindaco ha recentemente proposto di vole vendere parte consistente delle azioni a privati) che gestisce il casinò, presentarono alla Regione una ulteriore “osservazione” alla variante del 2004. Avvennero incontri pubblici tra i rappresentanti delle due società, il sindaco Cacciari e il presidente Galan, nei quali questi ultimi dichiararono trionfalmente di condividere il piano presentato dalle società.

«Nel 2009 (cinque anni dopo!) la Regione restituisce la variante del 2004 al Comune e gli dice: te l’approvo, se tu accetti formalmente la nuova soluzione delle società. Una procedura mai vista: una osservazione presentata da enti d’interesse privato (perché tale è anche il casinò, benché oggi la proprietà sia ancora del comune) anni dopo l’approvazione della variante, che è fatta propria dai portatori d’interessi pubblici. Eppure si tratta di una modifica non marginale (si tratta del quadruplicamento della cubatura iniziale del Prg, e del raddoppio di quella della Variante), e una modifica non nell’interesse pubblico (i promotori dichiarano ufficialmente che la modifica serve perché “bisogna produrre risorse”), apportati a un piano con forzando le procedure di garanzia previste dalle leggi vigenti.

«Tutto questo per collocare oltre un milione di metri cubi sul margine della Laguna, in una delle aree a più alto rischio idraulico dell’intero Veneto. Un mega-affare senza nessuna relazione con qualsiasi analisi dei fabbisogni locali. Una logica meramente affaristica: una gigantesca estensione della prassi di molti comuni di vendere pezzi di territorio per fare cassa, svolgendo il ruolo di apripista per gli interessi privati. Il sindaco-filosofo dichiara (vedi il Gazzettino del 16 gennaio) “è il giorno più bello della mia vita”. Anche per i proprietari delle azioni della società che gestisce il casinò: il loro valore è aumentato in poche ore del 20%.»

Nonostante qualche iniziale distinguo la giunta attuale (sindaco Orsoni, assessore all’urbanistica Micelli) sembra determinata a dfendere quel progetto, con argomentazioni deliranti e nel quadro di una più generale cementificazione, presentata come occasione per attrarre investimenti dall’Oriente!. Ne riparleremo.

«Da maggio 2012 Msc crociere posizionerà a Venezia la prossima ammiraglia, la Msc Divina che potrà trasportare fino a 4200 passeggeri, aumentando ancora il volume di traffico generato dalla nostra compagnia in quello che consideriamo il nostro home port, il porto di riferimento». Questo l’annuncio di Massimo Bertoldero, area manager Nord Est della compagnia di navigazione, l’altra mattina a bordo della Msc Magnifica nell’ambito del convegno sul futuro del turismo balneare. «Anche noi - ha detto Bertoldero - vogliamo partecipare alla sfida di rilanciare il turismo in questo periodo di crisi. Per quanto ci riguarda le aspettative sono ottime con un boom di prenotazioni su Venezia, tanto che già adesso siamo praticamente quasi al 100% di copertura dei posti fino a giugno».

Il manager ha poi confermato l’impegno della compagnia sul porto di Venezia con 113 scali previsti nel corso del 2011 per un totale di circa 500 mila passeggeri. Impegno non solo estivo ma che copre l’intero anno con il posizionamento di tre navi, Magnifica, Musica e Armonia e tra settembre e ottobre anche con la Msc Opera che proporrà crociere di 12 giorni verso il Mar Nero.

Sul fronte del turismo balneare però non sono mancate le prese di posizione di fronte ad un business, quello delle crociere, in piena espansione e che qualcuno comincia a guardare con diffidenza. «Il settore delle crociere per noi è un competitor - ha detto con chiarezza il sindaco di Jesolo, Francesco Calzavara - perché se una famiglia spende duemila euro per andare in crociera poi non avrà molti altri soldi da spendere da noi». Il manager della Msc ha invece ricordato l’indotto generato dalla presenza del mezzo milione di passeggeri nell’intera area veneziana.

Sul margine della Laguna di Venezia, in un’area protetta dalla legge speciale del 1973 e dal Palav (un piano regionale con valenza di piano paesaggistico, sostitutivo del Piano comprensoriale mai definitivamente approvato) sta sorgendo un grande insediamento. Esso si aggiunge ai numerosi altri di cui si discute nell’area veneziana, frutto di una strategia largamente bipartisan che vede in uno “sviluppo” affidato alle infrastrutture d’ogni genere, al cemento, all’asfaltooo – e soprattutto agli affari immobiliari stimolati dall”economia di carta” – il futuro della regione e della sua classe dirigente. Dal giornale e dal sito di uno dei più combattivi comitati di cittadini (CAT - Comitati ambiente e territorio della Riviera del Brenta e del Miranese) riprendiamo un servizio sull’argomento.

La storia

Tutto inizia quando la Giunta di Giancarlo Galan, in scadenza di mandato, ha approvato un progetto strategico che individua proprio l’area in questione come ideale per lo sviluppo della “logistica”. Guarda caso, la collocazione di questa piattaforma si trova a due passi dal tracciato della cosiddetta “Romea commerciale” e al termine dell’altra autostrada in progetto, la famigerata “camionabile”.

Il disegno della Regione sembrava aver perso quota quando, pochi mesi fa, il Presidente dell’Autorità Portuale di Venezia ha avanzato decisamente l’idea di fare “massa critica” tra i porti dell’alto Adriatico, con l'obiettivo di attrarre le grandi navi provenienti dal canale di Suez e dall’Oriente. Secondo lo studio commissionato da Paolo Costa, infatti, il transito delle merci attraverso l'Adriatico e poi via ferro verso l'Europa centrale e orientale, sarebbe molto competitivo perché consentirebbe di risparmiare tempo, soldi e impatti ambientali (emissioni) rispetto all'attuale rotta che dal Mediterraneo risale fino ai porti del nord Europa. Insomma il nord-est potrebbe diventare uno degli accessi privilegiati delle merci verso i mercati del vecchio continente, arrivando a movimentare fino a 10 milioni di container (TEU) entro il 2020. Il progetto è già in fase avanzata e prevede per Venezia la costruzione di una piattaforma in mare aperto (Off-Shore) per l'attracco delle grandi navi fuori dalla Laguna; da qui le merci dovrebbero proseguire su chiatte fluvio-marittime per essere spacchettate e poi spedite in treno a partire da aree già attrezzate o predisposte come Porto Marghera, Chioggia, Porto Levante. Un'operazione potenzialmente interessante sia per gli aspetti legati alla riconversione di ampie zone industriali dismesse, sia per l'impulso che potrebbe dare al trasporto ferroviario e via acqua piuttosto che su gomma, sia per la creazione di nuovi posti di lavoro.

Ma gli eventi improvvisamente sembrano virare a favore della rendita immobiliare e della devastazione ambientale, da quando è rispuntata sul tavolo la proposta del Polo Logistico a Dogaletto, proposta dapprima ricevuta da Paolo Costa da parte della Alba srl proprietaria dei terreni, e poi trasmessa dallo stesso Costa al Sindaco di Mira Michele Carpinetti.

Il progetto, infatti, non solo consumerebbe 460 ettari di suolo libero invece di privilegiare la riqualificazione delle aree abbandonate di Porto Marghera, ma utilizzerebbe come infrastrutture di connessione proprio la camionabile e la romea commerciale.

Una assurdità se si pensa che completando i 13 km di Idrovia che mancano, si potrebbero far proseguire le chiatte verso l'interporto di Padova, integrando così nel sistema anche questo scalo (recentemente potenziato e dotato di terminal ferroviario).

I veri interessi in gioco

In realtà l'operazione Dogaletto ha tutta l'aria di essere una grande speculazione. A trarne i maggiori benefici sarebbero la società Alba srl del romagnolo Franco Gandolfi, proprietaria dei terreni agricoli sui quali dovrebbero essere stoccati i containers e anche della valle da pesca Miana Serraglia. Basti pensare che con il solo cambio di destinazione d'uso da zona agricola (E) a zona produttiva (D7), il valore del fondo schizzerebbe dagli attuali 7,5 euro/mq a 40-50 euro/mq, facendo guadagnare alla società almeno 165 milioni di euro in un solo colpo. Una cifra, questa, che comunque è sottostimata, visto che il progetto della Alba srl prevede anche ampie aree destinate a uso commerciale, direzionale e residenziale.

Ma la realizzazione del polo logistico interessa anche alla società GRA spa, che avendo in concessione la camionabile per 40 anni, si assicurerebbe un grande flusso di camion e quindi anche di denaro derivato dai pedaggi. Forse è bene ricordare a questo proposito che nel consiglio di amministrazione della stessa società GRA siedono uomini legati al PdL (Vittorio Casarin), alla Lega Nord (Attilio Schneck) e al PD (Lino Brentan); e che tra gli azionisti ci sono sia le imprese della “cricca” veneta come la Mantovani spa di Piergiorgio Baita, sia le Cooperative “rosse”.

Il dibattito a Mira

L'idea della piattaforma per i container vicino ad una delle zone più belle della Laguna veneziana ha sollevato un vespaio di polemiche. Immediata la presa di posizione contraria di CAT, ma anche della Federazione della Sinistra, della Lega Nord mirese, e poi delle due importanti associazioni dei cacciatori e dei cavanisti, così come di Italia Nostra e Legambiente.

Favorevole e convinto il PdL con in testa il consigliere Paolino D'Anna; mentre nel PD il fronte è meno compatto: decisamente a favore il Sindaco Michele Carpinetti sostenuto da buona parte del suo partito, ma non mancano i distinguo e i “mal di pancia” di alcuni esponenti e di vari militanti. Incredibile e assurda la posizione morbida e più che possibilista di Sinistra Ecologia e Libertà che può contare in Giunta su ben due assessori (Stefano Lorenzin e Silvia Carlin).

Questa volta però Il fronte del NO è molto ampio, variegato, e combattivo: la strada scelta è quella del Referendum popolare per mettere definitivamente la parola fine a questo progetto assurdo e devastante.

Il linguaggio è moderato, la sostanza durissima. Un severo atto di accusa verso gli interventi di salvaguardia in laguna quello di Luigi D’Alpaos, uno dei più importanti ingegneri idraulici italiani.

«Fatti e misfatti di idraulica lagunare» il titolo del suo ultimo volume, pubblicato dall’Istituto veneto di Scienze, lettere ed Arti. Saggio storico, ma più ancora una durissima critica verso la politica della salvaguardia degli ultimi anni. Che non ha risolto i problemi idraulici del bacino lagunare. Anzi, li ha in molti casi aggravati. Tralasciando soluzioni semplici per «salvare» la morfologìa lagunare. Come il trasporto di sabbie dei fiumi e resistenze fisse alla marea alle bocche di porto. Sala piena, almeno 250 persone ieri a palazzo Franchetti per sentire la relazione di D’Alpaos. «Opera importante», ha detto l’assessore all’Ambiente Gianfranco Bettin, «che spiega l’impatto delle opere in corso e traccia scenari futuri. Per salvare Venezia non solo dalle acque ma nelle acque». D’Alpaos, che fu allievo di Augusto Ghetti, l’ingegnere del Vajont e del Progettone del 1982, cita Cristoforo Sabbadino, grande ingegnere idraulico del Cinquecento. «La laguna ha tre nemici, i fiumi, il mare e l’uomo. E spesso le voglie ingorde delli homini, come le chiamava Sabbadino, e gli interessi particolari hanno prevalso sugli interessi generali». D’Alpaos fa un appello agli scienziati a «tenere la schiena dritta». A esercitare più la scienza del dubbio delle «malposte certezze di ingegneri operosi che animati da sacro furore del fare» operano spesso scelte sbagliate. Riferimento, nemmeno tanto velato, ai grandi interventi del Consorzio Venezia Nuova e del Magistrato alle Acque («Solo un ricordo» della passata autorità di controllo). Si riprendono le critiche al Mose in vista di un innalzamento del livello del mare. Ma soprattutto gli «errori», i progetti approvati per stralci, con la tecnica del «fai e poi aggiusta». Ecco allora la mancata apertura delle valli da pesca. E, ancora, il grande errore del Canale dei Petroli. Che se non aumenta direttamente le acque alte, scandisce D’Alpaos, «è comunque il responsabile della devastazione della morfologìa lagunare. E pensare che c’è qualcuno che pensa anche di scavarlo e approfondirlo». Il problema vero, spiega ancora l’ingegnere, è quello dei sedimenti, che escono dalla laguna, trasformandola sempre più in un braccio di mare e distruggendo le barene. A poco servono, continua D’Alpaos, le opere artificiali pensate come «addobbo estetico». Mentre gli interventi in corso hanno aumentato la velocità delle correnti alle tre bocche di porto e stanno provocando «macrovortici ed erosione dei fondali». Anche i nuovi moli foranei, sostiene l’ingegnere, rallentano la marea in uscita. Non sono stati costruiti pensando alla riduzione della marea, come aveva chiesto il Comitatone, ma per difendere le paratoie dall’effetto risonanza in caso di mare agitato. Insomma la salvaguardia, assicura l’ingegnere, è tutta da ripensare.

Il Coordinamento è promosso dall’associazione “Geografia di genere”, con il sostegno della rete AltroVe e l’adesione di numerose associazioni e comitati dell’area veneziana.

Il 25 febbraio scorso alcune associazioni cittadine sono state invitate dall’assessore Micelli a una delle illustrazioni del Piano di Assetto Territoriale (Pat) che l’assessore sta proponendo in questo periodo, da lui stesso definita come «intensa fase di presentazione e condivisione con tutta la cittadinanza».

Il Pat ha come finalità quella di stabilire le grandi direttrici strategiche (economiche, sociali, territoriali) che orienteranno nei prossimi anni tutti gli interventi di trasformazione e conservazione dei luoghi, nonché le tutele e i vincoli da applicare alle diverse porzioni di territorio, in relazione alle loro caratteristiche morfologiche, ambientali, paesaggistiche e alle loro qualità storiche e culturali.

Nonostante sia stato affermato che le linee guida che hanno ispirato il nuovo Piano di Assetto

Territoriale tendano a promuovere lo sviluppo sostenibile e a non consumare ulteriormente il suolo, in realtà questo Pat prima di tutto inizia immaginando un’unica grande città che oltre a Venezia si estende a inglobare Treviso e Padova, e il cui centro sembra essere stato fissato nell’area di Tessera, polo attrattivo del nuovo costruito e snodo della mobilità pubblica, a cui confluiscono Tav, Smfr (Sistema Metropolitano Ferroviario Regionale), tram e sublagunare.

Questo disegno avrà un forte impatto sulla vita quotidiana e sulle relazioni sociali dei cittadini: proprio per questo riteniamo che la cittadinanza debba essere informata e interpellata e che il dialogo verta non sull’astrattezza dei progetti, ma sui veri bisogni e sulle aspettative di benessere e di qualità della vita espressi dai cittadini che costituiscono il primo obiettivo di un’amministrazione comunale e sui quali vanno disegnati i piani di sviluppo e di governo del territorio. Le circa cinquanta persone selezionate che hanno partecipato all’incontro avvenuto a porte chiuse, hanno assistito a un brillante monologo di un’ora e mezza, che nelle intenzioni dell’assessorato rappresenta la più ampia condivisione con tutti i «portatori d’interesse».

Il Pat è stato illustrato finora ai rappresentanti degli enti territoriali sovraordinati, ai consiglieri comunali e di municipalità, ai rappresentanti delle associazioni di categoria, ai componenti di alcune associazioni scelte all’interno dell’immensa costellazione del volontariato cittadino: essi non possono rappresentare davvero tutti gli interessati alla trasformazione dell’abitare, della mobilità, della qualità della vita che il piano va a condizionare.

Ci chiediamo in quale momento si interpelleranno e ascolteranno i cittadini. E’ bene chiarire innanzitutto che queste riunioni non si configurano all’interno delle pratiche di democrazia partecipativa: la partecipazione non può essere ridotta a incontri di enunciazione di decisioni già consolidate. L’iter di approvazione del piano prevede che, a seguito dell’adozione da parte del consiglio comunale, si possano presentare osservazioni nei successivi sessanta giorni, ma sappiamo che difficilmente esse verranno tenute nell’adeguata considerazione, soprattutto se vanno a incidere profondamente nell’impianto complessivo della pianificazione così disegnata. Pensiamo che temi così rilevanti richiedano invece un diverso livello di approfondimento e di discussione attraverso il coinvolgimento di tutti i cittadini, a cui devono essere forniti con modalità semplici gli strumenti per conoscere i dati oggettivi e gli obiettivi che si vogliono perseguire, le problematiche a cui si vuol dare soluzione e le strade individuate per farlo.

Un processo partecipativo non si fa proponendo scelte già fatte a cui si può solo assentire o dissentire. Si fa coinvolgendo dall’inizio la cittadinanza attraverso assemblee pubbliche e tavoli di lavoro specifici a partire dai bisogni espressi e dando diritto di intervenire con richieste e proposte, a cui l’Amministrazione dovrebbe rispondere discutendo delle possibili alternative. Governare il territorio con equità e partecipazione ha bisogno di tempo e di ascolto. Se l’amministrazione vorrà intraprendere questa strada potrà contare su molti cittadini disposti a seguirla ed appoggiarla. E troverà in molte associazioni e nel coordinamento «Io decido» dei collaboratori critici ma propositivi e disposti a svolgere un ruolo di attivatori della cittadinanza.

Sui sedici milioni e seicentomila euro di danni al Bilancio dello Stato che la Guardia di Finanza di Venezia ha segnalato, per l’anno 2010, alla Corte dei Conti, ben quattordici riguardano l’operazione ponte della Costituzione o ponte di Calatrava che dir si voglia. Ponte salito all’onore delle cronache di recente per l’impresa di un 23enne che, nel cuore della notte, lo ha percorso a bordo della Polo del padre, che poi ha parcheggiato a San Geremia. Per questo danno milionario all’Erario, la Guardia di Finanza ha segnalato nove persone alla Corte dei Conti. Tra cui diversi tecnici e funzionari deol Comune del periodo delle giunte di Paolo Costa e di Massimo Cacciari. La notizia in sè è forte, anche perchè in teoria quei quattordici milioni di euro dovrebbero essere restituiti da chi verrà individuato quale responsanbile dalla Corte dei Conti. In teoria naturalmente. La pratica è ben diversa. Anche perchè difficilmente le persone indicate, possono mettere assieme una tale quantità di denaro. Va sottolineato che il Procuratore capo della corte Davide Scarano non ha ancora valutato tutto il materiale inviato dal Nucleo di polizia tributaria di Venezia. Se l’opera in sè è costata qualche cosa più di undici milioni di euro, fa specie che il danno sia superiore. Gli investigatori della Finanza hanno fatto le pulci su tutti gli incartamenti che hanno girato intorno alla creatura dell’architetto catalano Santiago Calatrava; dai progetti iniziali, alle consulenze successive e a quelle svolte, quando si è scoperto che il ponte pesava troppo per le rive che lo dovevano sostenere. Dentro sono conteggiate anche le perizie ordinate dalla stessa Corte Dei Conti. (c.m.)

Le notizie che giungono in questi giorni attraverso la stampa confermano che la città sta precipitando molto velocemente e in modo quasi scientifico verso trasformazioni che ne rovineranno per decenni a venire la bellezza, la straordinaria unicità, la poesia del vivere e dell’abitare. Sta tutto, o quasi tutto, scritto nel Piano per l’Assetto del Territorio, il famoso PAT che il sindaco Orsoni ha messo a punto e intende far approvare e implementare quanto prima. Intanto ne vengono gettate le basi attraverso incontri, accordi, compra-vendite, in qualche caso delibere.

La settimana scorsa si è avuta notizia che il Consiglio dei ministri ha approvato la proposta di Legge speciale per Venezia del ministro Brunetta. Una legge fatta da un economista, che vede nello sviluppo economico il principale traguardo da raggiungere anche a scapito dell’ambiente, della qualità della vita, della natura stessa del luogo da proteggere.

Intanto il sindaco Orsoni ha raggiunto un primo accordo con Enrico Marchi, direttore della Save: mettendo fine a esitazioni e ambiguità, si andrà avanti con la realizzazione del Quadrante di Tessera, con le costruzioni di natura ricettiva e residenziale (un milione di metri cubi di edifici privati, 15 chilometri quadrati di cemento), con il parcheggio per 28.000 automobili e con il tratto di sublagunare tra Tessera e le Fondamente Nuove. Ciò significa ridurre una parte del territorio mestrino a dormitorio per turisti di poche ore e intasare oltre ogni dire Calle del Fumo e le callette attigue. Significa anche dare il via al primo tratto di un progetto molto più ambizioso: è di pochi giorni fa la notizia che la Camera di Commercio sta premendo vigorosamente perché si attui l’altro tratto di sublagunare, quello a cui tiene veramente: il tratto Jesolo-Cavallino-Lido-Pellestrina-Chioggia, che permetterà agli alberghi del litorale di funzionare tutto l’anno come dormitorio, ancora una volta, per turisti diretti a Venezia. Solo ad essere molto ingenui si può pensare che la sublagunare non finisca per prendere proprio quella forma.

La stampa ha anche annunciato che la Vtp (Venezia terminal passeggeri) ha deliberato di investire 17 milioni di euro per la costruzione di nuove banchine portuali destinate alle grandi navi da crociera. Il porto ne potrà ospitare ben otto contemporaneamente, con un numero di passeggeri variante tra i 1.500 e i 3.000 ciascuna. Altre 15-20 mila persone al giorno. E quelli, dove li metteremo?

La EstCapital diretta, com’è noto, dall’ex assessore Mossetto ha siglato gli acquisti del Lido. Ancora zona ricettiva al posto dell’Ospedale al Mare, e darsena per 1.500 imbarcazioni a San Nicolò. Altre costruzioni al Forte di Malamocco. L’opposizione degli abitanti del Lido, ottomila firme su ventimila abitanti, è stata ignorata.

L’associazione degli industriali e l’Autorità portuale diretta dall’ex sindaco Paolo Costa si stanno disputando le zone (da bonificare) dell’ex area industriale di Marghera. L’insediamento di attività produttive in quella zona sembra assolutamente desiderabile, e potrebbe anzi segnare la vera rinascita economica del veneziano, come Italia Nostra auspica da tempo. Ma si faranno le cose con capacità di programmazione e con un piano fondato sul rispetto per l’ambiente e la residenzialità per i lavoratori? Non sembra proprio, se il sindaco Orsoni ha già dichiarato che il Comune assegnerà gli spazi direttamente e scegliendo tra i candidati caso per caso. Non dunque una programmazione, un polo tecnologico o innovativo. Intanto i quasi cento ettari della Montefibre sono già stati acquistati dall’Autorità portuale e diverranno parcheggio per i milioni di container che si spera di attrarre nel porto offshore da costruire con la benedizione (e con i fondi) della Legge speciale di Brunetta.

Sviluppo economico? Può darsi. Ma anche i capannoni del trevigiano sono sviluppo economico, e ora si capisce quanto meglio sarebbe stato programmarli in centri organizzati, senza distruggere un paesaggio che era stato quello di Giorgione e di Cima. Venezia può e deve rinascere, ma con queste premesse: preservare l’integrità dell’ambiente, la qualità della vita degli abitanti e il godimento anche estetico di abitanti e turisti.

Si può fare? Sì, facilmente. Basta pianificare uno sviluppo ordinato per Marghera e ridurre i flussi turistici. Basta negare ogni permesso di costruire altre attrezzature per un turismo che è già non solo abbondante, ma eccessivo. Non lo dice Italia Nostra; lo dice Piero Marzotto, presidente dell’Ente Italiano per il Turismo: Venezia, ha detto, è iper-spremuta. Il promotore del turismo italiano ha detto, lui in persona, che abbiamo già troppo turismo. Intanto la stampa continua ad annunciare che nuove strutture stanno sorgendo, nuovi milioni di turisti stanno arrivando.

Cultura>Turismo>Immobiliarismo>Affari

Ciò che sta accadendo al Lido di Venezia è l’illustrazione di un modello di uso del territorio e di sviamento dei poteri tipico dell’Italia d’oggi. É caratterizzato da un connubio tra cultura e affari del quale il turismo e l’immobiliarismo costituiscono il cemento. É promosso e sostenuto da uno schieramento politico bipartisan, nel quale il pro-motore è nel centrosinistra veneziano.

Il connubio tra cultura e affari non è nuovo a Venezia. Ma diventa uno strumento di governo alla fine del secolo breve. Risale agli anni novanta, quando nella prima giunta Cacciari (1993-1997) divenne assessore alla cultura e al turismo Gianfranco Mossetto, docente di scienza delle finanze a Ca’ Foscari, più tardi (2003) fondatore, e da allora presidente, della società di gestione finanziaria EstCapital «attiva nella gestione dei fondi immobiliari e nei servizi connessi alle attività immobiliari»[1].

Di Mossetto si ricorda ancora una battuta-shock: «Quanto rende al metro quadro un museo?». Pose questa domanda, appena insediato, ai suoi collaboratori, che ancora la ricordano.

«Che i musei potessero, anzi dovessero rendere, all'epoca, era ancora un'idea da pionieri. Che in prospettiva, poi, la città si sarebbe dovuta vendere pezzi del suo patrimonio, sembrava una fantasia. Nessuno, poi, avrebbe potuto immaginare che a gestire queste operazioni sarebbe stato proprio Mossetto»[2].

La vicenda in corso oggi al Lido di Venezia testimonia efficacemente come quel connubio, oltre a costituire un potente agente della degradazione del paesaggio e della vivibilità, sia promosso e praticato da larghe intese tra le forze politiche degli “opposti” poli: espressione fattuale di un pensiero unico che domina ormai larghe porzioni dell’Italia. Su questa vicenda è utile soffermarsi perché il modello svela, nell’isola cantata da Tomas Mann e Luchino Visconti, tutto il suo potenziale distruttivo, ad opera di protagonisti spesso insospettabili.

Il primo e il secondo protocollo d’intesa

Non so quando il progetto culturale e immobiliare per il Lido venne concepito, sebbene le vicende recenti, se si avrà la pazienza di seguirne il racconto, lasciano comprendere chi ne siano i concettori. Esso riguarda una serie di operazioni immobiliari che trasformeranno radicalmente l’assetto dell’isola del Lido indipendentemente dagli strumenti di pianificazione e dalle regole della democrazia.

Il Lido di Venezia è una lingua di terra, lunga 12 km, che separa (con l’isola di Pellestrina e la penisola del Cavallino) la Laguna dell’Adriatico. É un quartiere di Venezia, dove abitano circa 16mila residenti, cui si aggiunge una consistente popolazione fluttuante sia durante l’estate che nei periodi degli eventi speciali (tra i quali il festival del cinema). Le due aree strettamente collegate da un’operazione immobiliare pubblico/private sono nella parte centrale, e distano tra loro un paio di chilometri: il vasto compendio dell’ex Ospedale al Mare, a nord-est del Gran Viale, e il complesso Palazzo del cinema-Casino, a sud-ovest. Ma sono interessati al progetto anche il Forte Malamocco, un complesso a circa 6 km a nord-est dal Gran Viale, un’area collocata lungo quest’ultimo e la grande viabilità dell’area centrale.

É nel 2006-2007 che il progetto turistico-immobiliare entra negli atti amministrativi delle istituzioni coinvolte. L’anno precedente la Biennale e il Comune avevano concluso un concorso internazionale per la progettazione del Nuovo palazzo del cinema[3].

Nel 2006 il governo Prodi definisce il contenuto degli interventi per il 150° anniversario dello stato italiano e vi inserisce il Palazzo del cinema di Venezia. Nello stesso anno (12 gennaio) il Comune, la Regione e l’Ulss12 veneziana firmano un protocollo d’intesa che definisce il destino dell’ex Ospedale al mare. L’Ulss vuole dismettere l’ospedale sia per finanziare il nuovo ospedale di Mestre sia per assicurare «il reperimento delle risorse necessarie per garantire il mantenimento quantitativo del servizio sanitario prestato alla cittadinanza del Lido e di Pellestrina in un quadro di crescente livello qualitativo». Il Comune, per conto suo, è interessato alla «valorizzazione dell’area» e garantirà che la sua destinazione, «ferma restando l’attenzione per la residenzialità, si inquadri in un più ampio progetto di valorizzazione culturale, ricettiva e turistica del Lido e di Pellestrina», poiché «la valorizzazione dell’area rappresenta un’occasione per il rilancio della vocazione culturale, turistico-ricettiva del Lido anche quale volano per lo sviluppo economico dell’isola»[4].

Nel protocollo la “valorizzazione” dell’area, che sarà promossa dal Comune con un’apposita variante di Prg, è esplicitamente legata alla realizzazione del Nuovo palazzo del cinema e dei convegni, anche mediante la destinazione a tale opera dei contributi di concessione e degli oneri di urbanizzazione che il comune otterrà dalle edificazioni sull’ex area ospedaliera. L’Ulss, cui è affidata la realizzazione del Nuovo palazzo del cinema, «procederà mediante un’unica procedura concorsuale volta ad individuare un soggetto imprenditoriale che, in un contesto unitario, possa acquisire la proprietà dell’ex ospedale al mare, per attuarvi le iniziative immobiliari consentite, […] a progettare e realizzare il Nuovo palazzo del cinema».

In altre parole, si vende il complesso dell’Ospedale al mare, previa modifica delle destinazioni urbanistiche, per poter realizzare un nuovo Palazzo del cinema “più bello e più grande che prìa”.

I comitati per la difesa della sanità pubblica si mobilitano contro la vendita del complesso dell’Ospedale al mare. Questo è stato chiuso definitivamente nel 2003, ma è rimasto in funzione il padiglione Rossi (Monoblocco), utilizzato per le attività socio-sanitarie distrettuali e un punto di Primo intervento, strutture ritenute una risorsa importante non solo per gli abitanti dell’isola ma per l’intera collettività, data la presenza di attrezzature sanitarie legate alla riabilitazione e alla talassoterapia. I comitati denunciano in particolare le anomalie della procedura e alcuni vizi relativi alla liquidazione di un patrimonio ottenuto da donazioni vincolate all’uso sanitario. Né i comitati si sentono garantiti da una serie di frasi contenute nell’intesa, nelle quali si proclama la finalizzazione dell’accordo anche al miglioramento del sistema sanitario.

Intanto il Comune si rende parte attiva nella realizzazione del Nuovo palazzo del cinema. Nel febbraio 2009, si abbatte la pineta (132 alberi sani) antistante il Palazzo del cinema, «sotto la quale hanno passeggiato attori e registi, oltre a intere generazioni di lidensi che, d'inverno, hanno imparato ad andare in bicicletta»[5]. I comitati e le associazioni sono colti di sorpresa; da poco era stata costituito un coordinamento tra i comitati e le associazioni ambientaliste che costituirà l’unica opposizione al progetto: un osso duro per i nuovi padroni del Lido. Si organizza ugualmente una protesta popolare, nel corso della quale vengono raccolte 2.600 firma contro l’abbattimento della pineta[6].

Nell’agosto 2006, in attuazione dell’intesa di gennaio, l’Ulss emette un avviso pubblico[7] col quale dichiara di voler alienare il compendio immobiliare dell’ ex Ospedale al mare del Lido «sottoscrivendo apposito contratto di compravendita […] con un soggetto, munito di idonei requisiti di capacità economico-finanziaria e organizzativo-gestionale, al quale verrà richiesto» di progettare, eseguire il 1° lotto del Nuovo palazzo del cinema, ed eventualmente gestirlo per un massimo di anni 20. Si presentano sette offerte, tra cui le maggiori imprese italiane del ramo[8].

L’anno si chiude con la costituzione, da parte del governo Prodi, di una commissione interistituzionale per la realizzazione del nuovo palazzo del cinema e con l’impegno del Ministero per i beni e le attività culturali (ministro è Rutelli) di contribuire con 20 milioni di € al finanziamento.

I comitati segnalano e denunciano l’anomalia amministrativa: dopo la nuova decisione del governo il vecchio protocollo d’intesa non vale più. Occorre perciò rinegoziare il protocollo d’intesa, ciò che avviene nel maggio 2007. Rispetto al precedente protocollo viene introdotta una modifica significativa. Non soltanto i sottoscrittori s’impegnano a ricorrere «agli strumenti di semplificazione dell’attività amministrativa e di snellimento dei procedimenti» e di «rimuovere ogni ostacolo procedurale in ogni fase procedimentale di decisione e controllo», ma il Ministero «si impegna a promuovere la nomina di un commissario straordinario preposto alla realizzazione in fase attuativa di tutti gli interventi oggetto del presente accordo»[9].

L’apporto dello stato non è solo nel contributo finanziario, ma anche nella fornitura dello strumento che gioverà a sfuggire regole che rallentino il fare, o ne impediscano alcuni modi: il commissario straordinario.

Le ordinanze di Berlusconi

Il disegno - tracciato dal sindaco Cacciari e dal presidente della regione Galan, e arricchito dal ministro Rutelli - riparte presto. Presidente del Consiglio dei ministri è di nuovo Berlusconi. Appena può il premier si adopera per attuare le intese raggiunte a Venezia. Il 23 novembre 2008 il Comitato interministeriale per le manifestazioni del 150° anniversario dell’Italia approva definitivamente gli interventi delle infrastrutture da realizzare in 9 città, tra le quali è confermato il Nuovo palazzo del cinema di Venezia, presentato come progetto innovativo per un sistema integrato convegnistico e cinematografico.

Intanto il comune conclude la formazione di una variante di PRG per il Lido, approvata il 15 settembre 2008. Ma poco dopo il Berlusconi emana una raffica di ordinanze, sempre in conformità alle intese promosse dal comune, le quali peraltro scavalcano completamente le procedure ordinarie che lo stesso comune aveva avviato, a partire dal PRG.

Nel marzo 2009 il dott. Vincenzo Spaziante, funzionario della Protezione civile, è nominato Commissario delegato alla realizzazione del Nuovo palazzo del cinema e dei congressi di Venezia[10]. Poteri pieni, anzi, pienissimi e molto estesi. Con successive ordinanze del luglio 2009 e del marzo 2010 si stabilisce (sempre in esplicita attuazione del famoso protocollo bipartisan) che il mini-Bertolaso non solo provvede al Nuovo palazzo del cinema e dei congressi, ma «assume le iniziative e adotta i provvedimenti occorrenti per la realizzazione di ogni altro intervento nella medesima isola del Lido [parole successivamente modificate con la seconda ordinanza in “allo sviluppo dell’isola del Lido”] territorialmente, urbanisticamente, ambientalmente o funzionalmente correlato, anche su proposta di soggetti privati». La decisione del commissario è subordinata solo all’approvazione da parte di una Conferenza di servizi presieduta da un funzionario della Regione «cui sono chiamate a partecipare tutte le amministrazioni coinvolte»[11].

In aprile una nuova ordinanza precisa ulteriormente i poteri del Commissario e i limiti della partecipazione dei soggetti alla Conferenza di servizi. Il Commissario

«è altresì autorizzato a procedere, in nome e per conto del Comune di Venezia, all’espletamento di procedure selettive accelerate finalizzate alla dismissione e rifunzionalizzazione dell’Ospedale al mare ubicato nel territorio del medesimo Comune e alla acquisizione dei conseguenti proventi per la realizzazione del Nuovo palazzo del cinema e dei congressi di Venezia».

Egli può indire

«apposite conferenze di servizi, convocandole con almeno sette giorni di preavviso. Qualora alla conferenza di servizi il rappresentante di un’amministrazione invitata sia risultato assente, o, comunque, non dotato di adeguato potere di rappresentanza, la conferenza delibera prescindendo da tali elementi. Il dissenso manifestato in sede di conferenza dei servizi deve essere motivato e recare, a pena di non ammissibilità, le specifiche indicazioni ritenute necessarie ai fini dell’assenso. In caso di motivato dissenso espresso da un’amministrazione preposta alla tutela ambientale, paesaggistico- territoriale, del patrimonio storico-artistico od alla tutela della salute dei cittadini, la determinazione è subordinata, in deroga all’articolo 14, comma 4, della legge 7 agosto 1990, n. 241, e successive modifiche ed integrazioni, ad apposita delibera del Consiglio dei Ministri da assumere entro sette giorni dalla richiesta».

E, naturalmente, «le determinazioni della conferenza di servizi costituiscono, ove occorra, variante alle previsioni dei vigenti strumenti urbanistici»[12].

Altre deroghe sono consentite da ulteriori ordinanze, accettate, se non richieste, dal Sindaco.

É abolito il parere della Commissione per la salvaguardia di Venezia, che è stata istituita dalla legge speciale per venezia del 1973, quindi non può essere scavalcata dai “normali” poteri del Commissario straordinari. Ma dieci suoi membri hanno sollevato questioni sulla legittimità degli atti del Commissario eccedenti l’ambito del Nuovo palazzo del cinema e dell’Ospedale al mare[13]. Ecco allora provvida l’ordinanza del 15 settembre, che consente al Commissario di bypassare la Salvaguardia, cui evidentemente partecipano soggetti non condizionabili [14].

E si arriva a derogare dallo Statuto comunale su un punto di grande rilevanza democratica: un’ordinanza del luglio 2009 stabilisce che il Commissario può derogare all’articolo 21 dello statuto comunale, il quale prescrive che

«la partecipazione del Sindaco o di un suo delegato alle conferenze di servizi, agli accordi di programma o ad altri istituti o sedi dove debba esercitare competenze del Consiglio o della Giunta presuppone un mandato vincolante dell'organo collegiale competente che fissa gli indirizzi dell'amministrazione con riserva di ratifica da parte della stessa»[15].

Sulla base di questi poteri, conferiti dagli ukase del premier avallati – anzi, provocati – dal Sindaco, il progetto di “valorizzazione” turistico-immobiliare prosegue a piene vele. Scrive La Nuova Venezia: «la nuova urbanistica del Lido sembra di fatto commissariata e, nel nome del nuovo Palacinema, si procede spediti con progetti che nulla con esso hanno a che fare»[16].

Un attore di rilievo: EstCapital

EstCapital era stata costituita nel 2003, proprietari Gianfranco Mossetto e Federico Tosato. Si trasforma in EstCapital Group nel 2007. Acquisisce in quegli anni i due maggiori alberghi del Lido (l’Excelsior e il Des Bains), il lungomare che li collega e il Forte di Malamocco.

Quest’ultimo, realizzato dagli austriaci alla metà del xIX secolo, è tutelato da vincoli monumentali e paesaggistici. Il Piano d‘area della Laguna (Palav, efficace ai sensi della legge Galasso) stabilisce che «sono consentiti esclusivamente interventi di manutenzione e restauro e devono essere mantenuti i caratteri significativi del contesto storico-paesistico connesso». EstCapital chiede l’approvazione di un progetto che prevede la realizzazione di 32 ville, ciascuna dotata di garage, un albergo, piscina e altre attrezzature turistiche. Mossetto supera le iniziali resistenze della sovrintendente ai beni architettonici e paesaggistici di Venezia. Come informa la stampa la sovrintendente Renata Codello dice si all’intervento, il quale rientra così nel “pacchetto” di quelli sottoposti alla sola valutazione derogatoria della Conferenza di servizi, «Grazie ai poteri in deroga affidati al commissario di governo per il Palacinema Vincenzo Spaziante, si spazia ora in altre direzioni nell’autorizzare progetti sull’isola»[17]

Le associazioni ambientalistiche protestano sottolineando come

«verrebbero occupati, complessivamente, oltre 20mila mq di un sito tutelato sacrificando i depositi di munizioni, la casamatta, la vecchia cisterna, la cappella e, temiamo, anche numerose specie arboree di pregio paesaggistico come olmi, lecci, gelsi bianchi e pioppi neri.
Il progetto è stato purtroppo approvato, di massima, nell’ambito di una Conferenza di Servizi, con (incredibilmente) l’autorizzazione anche della stessa Soprintendenza competente. Tale Conferenza si Servizi avrebbe il potere (altro incredibilmente) di superare il voto della Commissione per la Salvaguardia, istituita ai sensi della Legge Speciale di Venezia, che ha chiesto invano il proprio coinvolgimento, in quanto la Presidenza del Consiglio dei Ministri ha attribuito al Commissario straordinario Vincenzo Spaziante (Protezione Civile), nominato per la realizzazione del nuovo Palazzo del Cinema, anche il potere (ugualmente incredibile) di realizzare vari interventi per la “valorizzazione” del Lido»[18]

Nel maggio 2009 il Commissario era arrivato a Venezia. All’indomani del suo arrivo Gianfranco Mossetto rendeva esplicito il suo disegno. Scrive la Nuova Venezia, sintetizzando un’intervista:

«Rifare interamente la viabilità del Lido, valorizzando anche sotto il profilo turistico, in cambio del via libera alle ristrutturazioni di Excelsior e Des Bains, ma anche alla realizzazione degli altri interventi previsti sull’isola dall’Estcapital di Gianfranco Mossetto, che si candida anche a gestire il polo congressuale legato al nuovo Palacinema e conferma l’interesse a partecipare alla gara per l’acquisto dell’area dell’ex Ospedale al Mare. E’ questo lo scambio con il Comune e le altre autorità messo sul tappeto dall’economista già assessore al Turismo e alla Cultura e che l’estensione dei poteri al commissario di governo Vincenzo Spaziante potrebbe ulteriormente accelerare»[19].

Oltre alle proprietà già acquisite Mossetto s’impegna a rifare tutta la viabilità della parte più prestigiosa del Lido, a riorganizzare gli stabilimenti balneari e, naturalmente, a partecipare all’operazioni immobiliare e gestionale del Nuovo palazzo del cinema e dei congressi e dell’ex Ospedale al mare.

Commenta il direttore generale della Ulss12: «il progetto di Mossetto e di EstCapital per il Lido mi sembra intelligente e interessante in un’ottica di capitalismo turistico, con aspetti anche di interesse pubblico, ma segna la resa completa del Comune, che affida il futuro dell’isola ai privati».

Il pacchetto di progetti d’interesse della EstCapital e del commissario straordinario viene discusso alla conferenza di servizi alla fine del settembre 2009. Essa approva tutto: gli alberghi Des Bains ed Excelsior, il Forte Malamocco, nonché i criteri generali del bando di gara per l’assegnazione del complesso dell’ex Ospedale al mare.

Il Commissario straordinario, anche in nome e per conto del Comune, pubblica il 5 ottobre 2009 il bando di gara al quale, entro il termine del 16 novembre (poi prorogato di una settimana), gli interessati sono invitati a presentare le offerte. Alla scadenza è presente la sola offerta, quella della cordata costituita da EstCapital, Mantovani corredata da tutti i documenti richiesti, compresi i progetti preliminari. Questi vengono esaminati e approvati dalla Conferenza di servizi e di conseguenza nel dicembre 2009 Spaziante, in quanto commissario straordinario e in quanto rappresentante («per conto») del Comune, e il dott. Federico Tosato, vicepresidente della EstCapital, firmano la “promessa di vendita” mediante la quale il compendio dell’ex ospedale al mare diventerà di proprietà di EstCapital.

L’appetito vien mangiando. Da poco è stato firmato l’accordo ed ecco la prima grana: il nodo della Favorita.

«La cosiddetta Area 2 del progetto dell’area dell’ex Ospedale al Mare si stende per circa 19 mila metri quadrati e comprende verde pubblico e attrezzature sportive (campi da tennis e da calcio, strutture del Cral) comprese tra via Marco Polo e via dell’Ospizio Marino. La delibera già votata nel settembre del 2008 dal Consiglio comunale per il Parco della Favorita, all’interno dell’accordo di programma per la riqualificazione del Lido prevedeva per gli oltre 13 mila metri quadrati dell’area la destinazione a «verde sportivo» e un’altezza massima per due edifici da recuperare, tra i 10 e 12 metri. Ma la Favorita è entrata invece successivamente nella piena disponibilità edificatoria di EstCapital per ospitare tre torri e una trentina di ville, aumentando notevolmente le volumetrie iniziali»[20].

Tenta la mediazione il nuovo sindaco Giorgio Orsoni (che in campagna elettorale si era dichiarato contro la prassi dei commissari straordinari) e ottiene qualcosina. Del resto, anche l’Ente per la sicurezza del volo - vista la vicinanza con l’aeroporto Nicelli - ha chiesto una limitazione delle altezze degli edifici. Si deve rinviare la stipula del rogito tra Comune e EstCapital. Questa chiede di recuperare altrove ciò che deve cedere alla Favorita: il Comune dia via libera ad un eventuale abbattimento del Monoblocco (l’unico elemento ospedaliero che si era deciso di mantenere) e consenta la realizzazione di una darsena a San Nicolò.

Ma ecco un’altra grana: si scopre che nell’area dell’ex ospedale c’è un giacimento di rifiuti tossici.

«Si è scoperto che l’ospedale è più inquinato di Marghera, dice un addetto ai lavori. Costi della bonifica, circa 10 milioni che le imprese non intendono pagare. Se non pagano, il rogito slitta e si blocca tutto. Il Comune non può incassare i soldi per il Palazzo del Cinema e i 40 milioni di euro che ha già messo in bilancio. Dunque, si chiude per bancarotta e arriva il commissario. Una situazione drammatica. Chi ha venduto un terreno senza farci le analisi? Chi lo ha acquistato senza sincerarsi che fosse a posto? E, ancora: chi ha messo in piedi un progetto da centinaia di milioni di euro senza le garanzie appropriate? Materia di inchieste e approfondimenti futuri»[21].

Aspettando che qualcuno apra un’inchiesta EstCapital rilancia l’amo, e il Comune abbocca: agli operatori sarà concesso anche di realizzare una grande darsena e di utilizzare il presidio sanitario rimasto, nonostante le assicurazioni proclmate dal sindaco Cacciari pochi mesi prima:

«La situazione si sblocca, dicono in sostanza le imprese, se arriva il via libera ai due “progetti aggiuntivi”. La grande darsena in mare, attaccata al molo sud del Lido, davanti alla spiaggia libera di San Nicolò. Occorre scavare e realizzare un porticciolo. Un grande business. Che andrebbe unito al “cambio d’uso” del Monoblocco. Il Comune aveva rassicurato i comitati che quell’edificio sarebbe rimasto a uso sanitario. Ma nel mezzo di nuova residenza, hotel, piscine un centro sanitario potrebbe stonare. Meglio spostarlo altrove e trasformare anche il Monoblocco in appartamenti per turisti. Secondo business»[22].

L’affare s’ingrossa

Proseguono le proteste del coordinamento delle associazioni e dei comitati del Lido. Redigono un elenco in stile Saviano-Fazio, ispirato ai valori di «legalità, democrazia, rispetto delle regole e salvaguardia del proprio territorio».

L’elenco, presentato il 1 dicembre 2010 nella sede della Municipalità, alla presenza del Sindaco e del Commissario, è un volantino in cui si elencano i costi e i benefici dell’operazione Ospedale al Mare-Palazzo del Cinema:

«130 piante d’alto fusto già abbattute nel parco vincolato dell’ex Casinò; la svendita delle aree dell’Ospedale al Mare, l’abbattimento del Monoblocco, il cui restauro era costato 5,6 milioni di euro; la perdita della piscina per talassoterapia, della radiologia, del day surgery; la cementificazione della Favorita; l’aumento esponenziale nel traffico e dei nuovi edifici nell’isola; la distruzione di una parte dell’area Sic della spiaggia di San Nicolò con la realizzazione di una megadarsena privata da 1750 posti. E infine la limitazione della volontà popolare, espressa con oltre 8 mila firme».

Quali i benefici? si chiedono comitati. Eccoli:

«Una sala cinematografica da 2500 posti, la cui utilità per il rilancio della Mostra del Cinema è stata pubblicamente messa in dubbio anche da addetti ai lavori, tra cui il docente Adriano Donaggio, per anni capo Ufficio stampa della Biennale, e il rettore del’Iuav Amerigo Restucci, del Cda Biennale».

A questo bilancio, del tutto negativo, dovrebbero seguire decisioni drastiche. E il coordinamento dei comitati e delle associazioni chiede il ritiro del bando di gara per la vendita dell’Ospedale, la conferma della presenza delle funzioni sanitarie al Monoblocco e la tutela dell’ambiente del Lido. E le dimissioni del commissario straordinario Vincenzo Spaziante per «palese inadempienza del mandato: del nuovo palazzo del Cinema che doveva essere pronto nel marzo 2011 ed invece ad oggi c’è solo una grande fosso».

Mentre la Giunta Orsoni si affanna a chiudere la trattativa per poter incassare qualcosa dal mercimonio che è stato fatto dalla Giunta Cacciari (e che, in omaggio alla continuità amministrativa e politica, e ai soldi, non ha voluto tentar di cancellare) ecco che qualcun altro prova ad approfittare dello strumento messo in opera per aggirare regole, istituzioni, trasparenza e democrazia: il Commissario straordinario. Non c’entra affatto con la trasformazione dell’Ospedale al mare e con la realizzazione del Nuovo palazzo del cinema, ma è un tassello (insieme alle proprietà della società di Mossetto: agli alberghi Excelsior e Des Bains, la strada lungomare, il Forte Malamocco) del progetto immobiliarista che qualcuno ha disegnato per il Lido di Venezia: anche i proprietari del Parco delle Rose, un vasto complesso immobiliare nella parte centrale del Lido, vogliono che, in deroga ai piani comunali, la loro succulenta proprietà venga trattata dalla Conferenza di servizi gestita dal Commissario.

Si tratta di una vasta area lungo il Gran Viale, oggi occupata da una grande area verde dove insistno una pizzeria e una sala Giochi circa 4 mila metri cubi di edifici. Secondo la stampa locale «i vecchi edifici saranno tutti demoliti, gli alberi di alto fusto tagliati perché ritenuti di scarso pregio e in parte malati. La cubatura sarà quasi sestuplicata». L’intenzione dei progettisti e del promotore immobiliare è quello di «costruire una sorta di “magnete urbano” che oggi al Lido manca, al posto del “vuoto urbano” rappresentato dall’area nello stato attuale. I grandi tetti sporgenti avranno la funzione di calamitare appunto l’attenzione di chi sbarca a Santa Maria Elisabetta, la costruzione a H con i due grandi fabbricati e la torre centrale quella di permettere comunque il passaggio e la fruizione pubblica». Una «scommessa» secondo il proprietario. «Una speculazione immobiliare secondo i comitati che chiedono quale sarà il vantaggio dell’isola derivante da questa operazione» [23].

L’anno si chiude con un’operazione in extremis. La gara pubblica è andata deserta. Il contratto viene stipulato con negoziazione privata, preceduto dall’approvazione di tutti i progetti (è rinviato solo il Parco delle rose) da parte della conferenza di servizi: atto di garanzia per l’acquirente cui la stipula del rogito era subordinata. Voci trionfanti raccontano che così “si è salvato il bilancio comunale”: si potrà procedere all’inutile spesa del Nuovo palazzo del cinema.

Il rettore dell’Iuav, Amerigo Restucci, era da tempo esplicitamente critico delle iniziative lidensi. Come membro del consiglio d’amministrazione della Biennale aveva a suo tempo sostenuto che il megaprogetto del Nuovo palazzo del cinema e dei congressi era inutile, che con una spesa molto minore era possibile utilizzare gli edifici esistenti[24]. Ma tant’è: quando dietro la grandeur dell’immagine ci sono grandi affari l’ innovazione è irresistibile. Per realizzare un’opera inutile si promuove il degrado dell’ ambiente lidense e si calpesta la democrazia. É pieno d’amarezza l’augurio di capodanno di Restucci:

«Purtroppo dalle notizie che appaiono sulla stampa odierna a proposito del completo stravolgimento di una delle zone più interessanti, oltre che cariche di valori storici e ambientali come il Lido di Venezia, scaturisce un senso di amarezza e di sfiducia in un futuro segnato da regole e rispettoso di quanto a tutt’oggi, a fatica, si è salvaguardato»[25].

Il Lido nel progetto per Venezia

una conclusione

Il Lido è solo un tassello in un progetto territoriale e sociale che interessa l’intero territorio comunale. Le tracce di questo progetto affondano in decenni passati: più precisamente, nei lontani anni Ottanta del secolo scorso, quando uno dei più lucidi protagonisti della vita politica veneziana, l’intramontato Gianni De Michelis, lanciò la sua proposta di realizzare a Venezia l’Esposizione universale del 2000. Il progetto fu bloccato. Non esistevano allora i comitati, le associazioni avevano forse meno peso, ma la società civile era più reattiva e la politica più responsabile. Alcuni elementi di quel progetto li ritroviamo oggi, come ne ritroviamo l’anima.

Questa è indubbiamente nell’intreccio cultura-turismo. Una cultura, più precisamente, intesa come tema, od occasione, di grandi eventi che richiamassero cospicue quantità di visitatori avvalendosi dell’ elevate qualità, e della universale rinomanza, della città serenissima: anzi, sfruttandole a piene mani. Componenti importanti di quel progetto erano l’utilizzazione espositiva (cioè il versante mercantile della cultura) dell’Arsenale e la trasformazione dell’area di Tessera, tra l’aeroporto e la Laguna in un “magnete” capace di animare, catalizzare, connettere i grandi flussi che provenivano (e sempre più copiosi sarebbero provenuti) dal mondo con la città sorica (e lì, in una prospettiva non tanto lontana, il suo Lido).

L’Arsenale era in mano pubblica, le aree di Tessera no (e neppure gran parte di quelle del Lido). Non a caso quindi l’area di Tessera è rimasta nel gioco, ha acquistato un peso crescente, ha provocato un consistente mercato di aree agricole, ed è stata alla fine benedetta da un accordo pubblico-privato assolutamente bipartisan: l’accordo stipulato tra Galan, presidente berlusconiano della Regione, Cacciari, sindaco di centrosinistra della città, e il proprietario della società aeroportuale. L’accordo ha dato luogo a una variante di PRG surrettizia, rimasta a giacere tra comune e regione per quattro anni, in attesa che si raggiugesse l’accordo patrimoniale e funzionale.

Ai tempi della proposta demichelisiana dell’Expo la connessione infrastrutturale tra Tessera e l’Arsenale non era ancora definita, né, a maggior ragione, quella per il Lido. Ma ecco che negli anni Novanta, con un rigurgito di ottocentesco slancio tecnologico, un gruppo promotore propone la realizzazione di una metropolitana, infilata sotto la Laguna, diretta prima a raggiungere la città storica e poi, in progress, il Lido.

Il disegno non è ancora completo. Per renderlo ancora più accattivante per gli “investitori” (cioè per i gruppo che, grazie ai decisori pubblici, vede aumentare da cento a mille il valore dei terreni acquistati) qualcuno decide che la grande infrastruttura ferroviaria che collegherà Lisbona a Kiev nel tratto italiano deve toccare Tessera. Non tutti sono d’accordo. Tra i critici qualche rappresentante della Regione, adesso divenuta leghista, che vorrebbe che la TAV toccasse anche qualche altra località…balneare. Comunque, come scrive un esperto, allo stato degli atti

«delle tre alternative di tracciato - affiancamento alla linea storica, il cosiddetto quadruplicamento, unanimemente scartato; l'affiancamento alla A4, la soluzione ideale da Torino a Verona per compattare il corridoio infrastrutturale - la scelta cade invece sulle terre basse e molli delle bonifiche orientali. Soluzione più lunga, più lenta e più costosa»[26].

Molte altre tessere compongono il mosaico che minaccia di stringere Venezia sempre più in un cappio di cemento, ferro e asfalto, governato dagli affari. Bisognerà raccontarlo e denunciarlo in tutti i suoi aspetti. Alcuni già abbastanza noti all’opinione pubblica veneziana e nazionale (come il MoSE, il degrado pubblicitario dei monumenti, la dismissione dell’edilizia pubblica), altri meno.

La discussione del Piano di assetto territoriale consentirà di valutare in un unico quadro tutto ciò che si prepara. Ma la vicenda del Lido, se da un lato rivela la pervasività e la forza dei poteri che spingono a trasformare la cultura in cemento, dimostra anche che queste trasformazioni possono essere contrastate solo se cresce la protesta che parte dalle condizioni di vita determinate da quelle trasformazioni. E questa può crescere se – oltre a rendere sempre più ampia la consapevolezza delle conseguenze delle scelte territoriali – si saprà dimostrare che un altro Lido, e un’altra Venezia, sono possibili.

Venezia, 8 gennaio 2011

[1] http://www.estcapital.it/

[2] Roberta Brunetti, “L'ex assessore con la passione per il risiko degli immobili”, il Gazzettino, 24 novembre 2009

[3] Il 1° settembre 2005 era stato proclamato vincitore uno dei dieci gruppi partecipanti, quello costituito dallo studio genovese “5+1” e Rudy Ricciotti”

[4] Protocollo d’intesa ecc. 12 gennaio 2006. Firmato dal presidente dalla Regione Veneto Galan, dal sindaco di Venezia Cacciari, dall’amministratore dell’Ulss12 Padoan.

[5] Luca Ferrari, Ore 7,45, giù il primo albero, Corriere del Veneto, 13 febbraio 2009

[6] Il Coordinamento delle Associazioni Ambientaliste del Lido di Venezia (“Per un altro Lido”) era nato nel settembre 2008 proprio per contrastarel'abbattimento della pineta del Casinò. Di esso fanno parte Associazione Murazzi, Associazione Rocchetta, Associazione il Villaggio, Associazione vegetariana, Italia Nostra Venezia, Codacons Veneto, Lipo Venezia, Estuario nostro, Pax in acqua.

[7] Avviso indicativo per la richiesta di soggetti interessati all’acquisto dell’area Ospedale al mare.

[8] Acquamarcia di Caltagirone, Torso, Sacaim, Gemmo, CCC di Ravenna, Astaldi, Mantovani, Maltauro, Condotte, Condotte d’acqua ecc.

[9] Protocollo d’intesa ecc., 9 maggio 2007. Firmato da Rutelli, Galan, Cacciari, Padoan.

[10] Ordinanza del presidente del consiglio dei ministri n°3746/2009

[11] Ordinanze del presidente del consiglio dei ministri n° 3791/2009 e n°3856/2010

[12] Ordinanza del presidente del consiglio dei ministri n°3759/2009.

[13] Cfr. Enrico Tantucci, “Lido, Salvaguardia contro Spaziante”, La Nuova Venezia, 25 settembre 2009.

[14] Ordinanza del presidente del consiglio dei ministri n°3807/2009.

[15] Ordinanza del presidente del consiglio dei ministri n°3792/2009

[16] Enrico Tantucci, “Forte Malamocco: c’è il via libera”, La Nuova Venezia, 4 settembre 2009

[17] ibidem.

[18] Le denuncia è stata firmata dalle seguenti associazioni: LIPU Venezia, Estuario Nostro, Italia Nostra Venezia, Pax in Aqua, Associazione per la difesa dei Murazzi, Associazione Rocchetta e dintorni, Associazione Vegetariana, Comitato per la Revisione della Viabilità del Lido, Ecoistituto del Veneto Alex Langer, Amico Albero, Associazione Il Villaggio, Venezia Civiltà Anfibia, Codacons Veneto, Legambiente Venezia. É stata bubblicata dal sito web PatrimonioSOS ne, novembre 2009.

[19] Enrico Tantucci, “Mossetto propone lo scambio«Ditemi di si e rifarò il Lido», La Nuova Venezia, 13 maggio 2009.

[20] Enrico Tantucci, “L’Ospedale al Mare in Procura”, La Nuova Venezia,

[21] Alberto Vitucci, “La darsena in cambio della bonifica”, La Nuova Venezia, 6 agosto 2010

[22] Ibidem

[23]Alberto Vitucci, “Lido di Venezia. Parco delle rose, ecco il progetto”, La Nuova Venezia, 29 dicembre 2010.

[24]Lorenzo Mayer, “Restucci: Il Palacinema? Non serve proprio a nulla”, il Gazzettino, 15 settembre 2009.

[25] Amerigo Restucci, “L’augurio: I piani per il Lido siano discussi con tutti”, La Nuova Venezia, 31 dicembre 2010

[26] Franco Migliorini, “Europa a Passarella”, Il Corriere del Veneto, 14 ottobre 2010.

La prima legge speciale per Venezia ebbe una storia. La storia della nuova legge speciale, ammesso che serva, rischia di diventare una farsa. Quella volta, quando impiegarono sette anni, dal 1966 al 1973, per fare la prima legge speciale, servì tanto tempo perché il lavoro da fare per stenderne il testo fu titanico. Interminabili riunioni a ogni livello, incontri e scontri, polemiche e baruffe, trattative e mediazioni. Il risultato fu un compromesso. Ma dignitoso. Quella legge, comunque la si giudichi, fu costruita con l’apporto positivo di tutte le forze politiche, con il consenso dei tre maggiori partiti di allora di maggioranza e di opposizione, la Dc, il Psi, il Pci, e con un grande lavoro di squadra dei parlamentari veneziani. Sarà che a quell’epoca erano all’opera, nei vari schieramenti, intelligenze tali da far impallidire i molti sprovveduti di oggidì, fatto sta che di questi tempi sembra proprio impossibile si possa ripetere, intorno alla nuova legge, un percorso virtuoso come quello di allora.

Il grande dibattito pubblico di quarant’anni fa si è ridotto a un chiacchiericcio da osteria. Nei casi migliori, da salotto. La gran parte dei veneziani sembra indifferente quando non anche rassegnata. Comunque sempre incazzata. Con tutti. E le proposte che vengono fuori, pure lodevoli nelle intenzioni, sembrano più iniziative isolate, partorite da conventicole ristrette, orfane di un vero confronto cittadino. E nessun accordo politico si intravede all’orizzonte. Anche perché non è obiettivamente facile dialogare con questa maggioranza di governo.

Così accade che un ministrino fantuttone si scrive la sua leggina da solo, un compitino modesto che non accontenta nessuno. Un altro partito di governo tenta di farsi la sua chiedendo consigli al popolo di Internet. E il maggiore partito di opposizione non solo non riesce a predisporre un testo alternativo condiviso, ma si mette a litigare con alcuni dei suoi che almeno ci hanno provato, e una leggina, buona o cattiva, per conto loro l’hanno scritta. Poi un altro gruppetto di parlamentari dello stesso partito si scrive la sua di leggina. E altri, nella gran confusione mentale, faranno lo stesso.

Si capisce, da queste incoraggianti premesse, che sarà molto problematico, quasi chimerico, il varo di una nuova legge speciale, anche qualunque. Sempre ammesso, come si diceva, che una nuova legge speciale sia davvero utile. Ammesso, e non concesso, che sia stata davvero utile la prima, quella che definiva il caso-Venezia «di preminente interesse nazionale», e che fissava due obiettivi strategici: la salvaguardia fisica dal pericolo di nuove alluvioni, e la rivitalizzazione del tessuto socio-economico della città. Il primo obiettivo non è stato ancora raggiunto, il secondo è fallito. Peggio: al posto della «rivitalizzazione» è subentrata la «devitalizzazione».

Chissà di quale bacchetta magica avrà bisogno la nuova legge speciale per fare meglio della prima. Ma forse bastano i soldi. Forse conta più avere i soldi che raggiungere degli obiettivi. Dove vadano poi a finire, i soldi, e per fare che cosa, è un altro discorso. Intanto dateci i soldi, chiedono tutti, dateci leggi e poteri speciali.

Una legge speciale la chiede anche Firenze, lei non l’aveva avuta dopo l’alluvione, poverina, adesso gliel’ha promessa anche il premier. E i soldini speciali li ha chiesti e ottenuti anche Roma, perché è Capitale, s’intende. Ma ne avrà bisogno anche Milano, che ha l’Expo, Napoli che ha i rifiuti, Torino che ha la Fiat, Bologna che ha i tortellini e Palermo che ha il mare. Nessuno, da Nord a Sud, vuole rinunciare alla sua pretesa di essere «speciale». Come non vogliono rinunciarci le regioni a statuto speciale, anche se sarebbe il tempo di chiedersi se hanno ancora un senso, invece di incoraggiare le spinte di quei paesi e città, adesso anche intere province, che per nobili motivi economici chiedono di traslocare dalle regioni «normali» a quelle «speciali». Non sarebbe male finirla con queste specialità più presunte che vere. False, in buona parte. False come le «specialità veneziane» fabbricate a Taiwan che si vendono sui banchetti della città che fu Serenissima.

Forse sarebbe meglio concentrarsi nel fare vecchie cose «normali» anziché sognare nuove leggi speciali. Anche perché l’unica «specialità» rimasta a Venezia sono quei ventidue milioni di girovaghi che ingrassano osti e locandiere.

Lido di Venezia - Lenzuola bianche ai balconi, caroselli di macchine, un lungo corteo durante la Mostra del Cinema che inaugura mercoledì e un esposto alla magistratura. Sono le iniziative al Lido di Venezia contro la costruzione in un´area dell´isola di grande pregio, l´ex Ospedale a mare, di un enorme complesso residenziale, turistico e commerciale che costringe al trasloco anche l´ultimo presidio sanitario. Ma è tutto il Lido oggetto di fermenti edificatori: si ristrutturano l´Hotel des Bains, che diventerà in parte residence, e l´Excelsior, si mette mano al Lungomare e si programmano villette e un albergo nell´ottocentesco Forte di Malamocco. Nel frattempo il placido orizzonte dell´isola è stravolto dalle gru che scavano i fondali per piazzarvi i cassoni del Mose. Per chi li propone, gli interventi segnano la rinascita di questa lingua di terra che chiude la laguna e che all´inizio del Novecento fu luogo di mondanità internazionale. Per altri è lo stravolgimento, a fini speculativi, di un territorio ancora molto verde.

La vicenda dell´Ospedale a mare è un garbuglio: con i soldi ricavati dalla cessione dell´area a un gruppo di imprese private, il Comune di Venezia pagherà la costruzione del nuovo Palazzo del Cinema, che la Biennale chiede da tempo. Il progetto era nel pacchetto delle opere previste per le celebrazioni dell´Unità d´Italia. Lo caldeggiava Angelo Balducci, poi arrestato per il G8 alla Maddalena, e lo seguivano Fabio De Santis e Mauro Della Giovampaola, pure loro finiti in carcere. Ma, nonostante sia sotto l´egida di uno dei tanti commissari della Protezione civile (Vincenzo Spaziante, vice di Guido Bertolaso, fra gli artefici del Progetto Case a L'Aquila), il cantiere è fermo. C´è solo un cratere recintato che inquieterà gli spettatori della Mostra del cinema. Sono stati abbattuti settanta pini tutelati e il Parco delle Quattro Fontane n´è uscito sfigurato: una decimazione che gli architetti vincitori della gara (Rudy Ricciotti e lo studio 5+1AA) giurano di non aver mai suggerito. D´altronde tutto il progetto è stato ridimensionato. Ma il punto vero è che l´appuntamento con il 2011 verrà bucato: il Palazzo del Cinema è stato sfilato dall´elenco di opere che celebrano l´Unità.

Tanto sfascio per nulla? No. Nel frattempo l´operazione finanziaria e immobiliare resta in piedi. È un pasticcio, che in questi giorni svela l´intrico della sua trama. A un certo punto della trattativa ci si è accorti che l´area dell´ospedale aveva bisogno di una bonifica. Deve pagarla il Comune, dicevano le imprese. O, in cambio, dobbiamo avere altre concessioni: una darsena e, soprattutto, il grande edificio al centro dell´area, detto il Monoblocco. Fra il sindaco Giorgio Orsoni, che ereditava accordi presi da Massimo Cacciari, e le imprese (la EstCapital di Gianfranco Mossetto, ex assessore di Cacciari negli anni Novanta, e poi Mantovani e Condotte, colossi del mattone, impegnati nella partita Mose) si è aperto un contenzioso che è stato appena risolto. I costruttori pagheranno la bonifica, ma avranno quel che volevano: altro spazio per tirar su palazzi e il porto turistico. Senza questa intesa il Comune non avrebbe potuto girare un soldo per il Palazzo del Cinema e avrebbe rischiato la bancarotta. Un piccolo particolare: sia l´allora sindaco Cacciari che Spaziante - diventato commissario di tutti i progetti del Lido - avevano assicurato che nel Monoblocco sarebbe rimasto un presidio ospedaliero.

Il nuovo mercato e le aree di via Torino: «Un regalo ai privati» - L’occupazione alla Cini come denuncia «Il Comune ci rimette»

Le Varianti urbanistiche fanno solo l’interesse dei privati. E invece della pianificazione oggi si usa un po’ troppo l’«urbanistica concordata». Accuse pesanti quelle lanciate da Francesco Sanvitto, architetto di sinistra con simpatie leghiste. Che ha organizzato domani una clamorosa protesta bipartisan alla rassegna Urban promo, in corso alla Fondazione Cini nell’isola di San Giorgio.

Un gruppo di consiglieri comunali di varie tendenze (Lega, Grillini e altri) occuperanno nel pomeriggio la sede del convegno per protestare contro le ultime operazioni immobiliari. «Esposte in mostra come fossero grandi conquiste», dice l’architetto. Protesta sostenuta da un voluminoso dossier: nel mirino ci sono le operazioni immobiliari private autorizzate dal Comune negli ultimi anni con una semplice Variante urbanistica. Dal Lido a Tessera, da Cavergnago a via Torino. Scambi di terreni, vendita di patrimonio pubblico, operazioni di «valorizzazione» affidate ai privati. Materiale già oggetto di un esposto alla Procura e ora rimesso sotto i riflettori dal combattivo architetto.

Il caso che non mancherà di riaccendere polemiche è quello del mercato di via Torino, sfrattato dall’amministrazione per consentire a una società privata (la Venice campus di Piergiorgio Baita, presidente della Mantovani) di realizzare sei torri, 190 mila metri cubi di residenze di lusso, darsena e servizi, attività commerciali e una casa dello studente da 350 posti. progetto di Plinio Danieli. «Da questa operazione», scrive l’architetto, «il Comune ci ha soltanto rimesso, e il mercato non ha ancora una sede». Fatti due conti, Sanvitto spiega che il valore dell’operazione nell’area del Comune poteva raggiungere i 76 milioni di euro. Il costo del nuovo mercato realizzato in area industriale (650 euro per metro quadrato) non sarebbe stato superiore a 15 milioni di euro, più gli imprevisti. Insomma il Comune, scrive il Grande accusatore, ci avrebbe guadagnato 50 milioni. Ma non è andata così. E accettando lo scambio il Comune ha fatto un bel regalo alla società. Che ha offerto per il vecchio mercato Ortofrutticolo di via Torino 46 milioni 230 mila euro, da cui ha detratto anche i 2 milioni e mezzo per la bonifica. Alla fine 43 milioni 730 mila euro. Il costo del nuovo mercato è di 36 milioni di euro (l’area viene valutata 10 milioni perché in area parificata a centro commerciale. Alla fine, sostiene il professionista, all’amministrazione sono rimasti soltanto 7 milioni 730 mila euro e nel frattempo il Comune si è accorto che l’area offerta in cambio dal Grande Benefattore (il privato) non è adatta a ospitare il mercato perché non ha nemmeno accesso all’acqua. Per rientrare almeno in parte il Comune è stato costretto a metterla in vendita concedendo un’altra Variante urbanistica per cambiarne la destinazione d’uso da impianti a commerciale e direzionale. In sostanza, si legge nel dossier messo a punto dall’architetto, «si è stravolta un’area destinata allo sviluppo universitario con quasi mille residenti in più senza servizi. «Fuori da ogni logica urbanistica, in modo illegittimo e nel solo interesse del privato», sostiene Sanvitto.

Anche l’area di Cavergnago sarà trasformata da servizi a centro commerciale, con qualche problema di immissione sulla già congestionata statale 14 Triestina. La battaglia politica e legale, promette Sanvitto, è soltanto all’inizio.

Due edifici di cinque piani più due piani interrati con supermercato e garage. Una torre centrale con grande tetto spiovente, una piazzetta e 3 mila metri quadrati di verde pubblico. Ecco il nuovo Parco delle Rose.

La parte centrale del Gran Viale che oggi ospita pizzeria, sala Giochi e una grande area verde con dentro edifici per circa 4 mila metri cubi è destinata a cambiare completamente volto. Appartamenti e palazzine come al Lido non sono per nulla tipiche. I vecchi edifici saranno tutti demoliti, gli alberi di alto fusto tagliati perché ritenuti di scarso pregio e in parte malati. La cubatura sarà quasi sestuplicata (dagli attuali 4.40 metri cubi ai 23.00 del nuovo progetto). Un’altra parte dell’isola che si trasforma.

Il progetto definitivo sarà approvato con i poteri straordinari del commissario Vincenzo Spaziante il 30 dicembre. «Che c’entra questo progetto privato con l’interesse pubblico e l’Ospedale al Mare?» chiedono i comitati. Secondo l’imprenditore calabrese Antonio Di Martino si tratta della «valorizzazione» di una parte degradata del Gran Viale. E il commissario Spaziante, calabrese pure lui, nominato dal governo tre anni fa per seguire i progetti del nuovo palazzo del Cinema in vista del 150esimo dell’Unità d’Italia, ha inserito la proposta tra quelle da approvare giovedì. Il progetto elaborato dallo studio Folin con studio a San Marco (architetti Fabrizio Folin e Eleonora Bonotto) e da Open Lab (architetti Deferrard, Pivetta e geometra Lorenzi) è stato commissionato dallì’immobiliare Adm, con sede in via Gioacchino Murat 46 a Lamezia Terme. L’intervento viene definito «riqualificazione urbanistica e residenziale dell’area Parco delle Rose», tra il Gran Viale Santa Maria Elisabetta e viale Zara.

Secondo gli architetti si deve costruire una sorta di «magnete urbano» che oggi al Lido manca, al posto del «vuoto urbano» rappresentato dall’area nello stato attuale. I grandi tetti sporgenti avranno la funzione di calamitare appunto l’attenzione di chi sbarca a Santa Maria Elisabetta, la costruzione a H con i due grandi fabbricati e la torre centrale quella di permettere comunque il passaggio e la fruizione pubblica. Una «scommessa» secondo Di Martino. «Una speculazione immobiliare» secondo i comitati che chiedono quale sarà il vantaggio dell’isola derivante da questa operazione. Gli elaborati sono stati presentati in Comune, Soprintendenza e all’Ufficio del commissario. Verranno valutati nelle prossime ore e portati all’approvazione nella seduta di giovedì.

Cristiano Gasparetto Una speranza per Venezia

Due proposte alternative per rinnovare la legislazione per la salvaguardia di Venezia in un articolo pubblicato (parzialmente) sul quotidiano Terra, 14 dicembre 2010

Quattro Novembre 1966: condizioni meteorologiche avverse, con piogge torrenziali in tutto il Veneto e maree con venti eccezionali sulle coste dell’alto Adriatico, fanno entrare dalle tre bocche di porto della laguna di Venezia un’ altrettanto eccezionale quantità d’acqua. I fiumi attorno alla laguna rompono in più punti gli argini come le enormi onde marine quelli, naturali ed artificiali, che separano il mare dalla laguna ed altra acqua entra. Sei ore dopo, la marea uscente non riesce a scaricarsi in mare perché bora e scirocco, i venti dominanti, tappano le bocche portuali e la marea successiva entra, sommandosi alla precedente. Centonovantaquattro centimetri sul livello medio del mare la marea che sommerge Venezia e i centri lagunari abitati in quella aqua granda, come poi verrà chiamata quella catastrofe sfiorata.

L’Italia e il mondo, la cultura e la politica si interrogano su come sia potuto succedere. Il dibattito è lungo e complesso, centrato più sul che fare che sulla prioritaria ricerca delle cause. Comunque, soprattutto per una particolare congiuntura politica (Venezia apriva la pista del primo centrosinistra tra Dc e socialisti) e, forse, per le sensibilità personali di deputati e senatori locali, con la collaborazione di tutte le forze politiche, nel 1973 col numero 171 viene approvata una legge che ancora oggi, per antonomasia, viene chiamata la legge speciale per la salvaguardia di Venezia alla quale altre due, con lo stesso spirito, seguiranno (798/1984 e 139/1992). Senza enfatizzare e con il distacco anche del tempo, possiamo oggi dire che senza quelle leggi speciali Venezia non si sarebbe salvata fino ad oggi: per la prima volta, anche rispetto a leggi speciali precedenti che il Parlamento aveva adottato, nella 171/1973 si inseriva la città di Venezia nel suo contesto territoriale (il comprensorio lagunare) e si coglieva il decisivo nesso tra la società formata dalle popolazioni di quello specifico territorio e le sue condizioni di vita: di fatto tra condizioni occupazionali e servizi al vivere sociale. Ciò che rende ancora oggi non solo importante questa legge ma imprescindibile, anche per una sua revisione, è stato l’ inserimento di Venezia per un verso nel sistema ambientale di cui essa stessa è divenuta parte - come una antropizzazione virtuosa e salvifica testimonia-; per un altro, l’ inserimento della città nel più ampio e complesso contesto sociale dei suoi abitanti. Abitanti per i quali, condizioni di lavoro e di vita associata diventano garanzia, necessaria anche se non sufficiente, di presidio e controllo delle strutture che costruiscono la città fisica. Inevitabilmente ne consegue che ogni salvaguardia reale (come il nome delle legge recita) comporta che, per intervenire in questo territorio, vengano istituite norme, indicazioni, indirizzi come pure proibizioni e incentivi. Questo di fatto è contenuto nelle tre leggi speciali. E sono disposizioni tutte ancora valide oggi, anche se le mutate condizioni possano suggerirne l’aggiornamento. Ciò non significa che tutti gli interventi attuati siano stati giusti e virtuosi ma certamente il contrario: tutti gli interventi che in questi anni hanno modificato dannosamente l’ambiente e peggiorato i modi di vivere si sono realizzati aggirando, eludendo e, spesso, violando la legge. L’esempio più eclatante è stata la decisione di passare alla realizzazione del MoSE (lo sbarramento mobile alla bocche di porto che dovrebbe evitare le acque alte) senza le procedure e le verifiche che la legge imponeva.

All’inizio dell’estate, il Ministro Brunetta ha deciso che la legge speciale andava rifatta perché superata dai fatti e quindi solo appesantimento burocratico alla procedure d’intervento. E’ un classico: per smantellare norme e procedure di salvaguardia si inizia sempre a dire che sono superflue e che rallentano il fare. La realtà è che il Ministro in due riunioni di un’ora (!) “ha sentito” le Istituzioni, le corporazioni dette portatrici d’interessi e qualche Associazione; a tutti ha chiesto di esprimersi sulla sua nuova strategia per Venezia, perché prima dell’inverno voleva portare in Parlamento una nuova proposta di legge. Ecco la nuova strategia proposta. La salvaguardia della città e della laguna è ormai raggiunta con la costruzione del MoSE (sorvolando, tra l’altro, che il MoSE non è ancora cominciato e sono state realizzate solo le sue opere complementari). Rimane “solo” il problema economico costituito essenzialmente da uno Stato non assistenzialista che non vuole e non può più dare finanziamenti alla città e da una zona ex industriale e operaia (Porto Marghera) che, una volta bonificata dai veleni sepolti dalle industrie del passato, deve rinascere rilanciando soprattutto la sua vocazione portuale. Venezia oggi ha la sua nuova opportunità, pari se non maggiore di quella che nel passato l’ha resa grande sui mari: è lo snodo dei traffici del “mondo che conta” nel terzo millennio e che dalla Cina risalgono Suez fino all’alto Adriatico, per incrociarsi, appunto, a Venezia con il grande asse Est-Ovest (TAV Barcellona Kiev). Grande occasione da non perdere e dalla quale un nuovo e travolgente sviluppo garantirà tutte le ricadute economiche che serviranno, appunto, a società e città.

La bozza di legge che il Ministro ha già presentata alla stampa, articola questa strategia. Strategia che in realtà è una sbornia visionaria perchè vuole rilanciare lo stesso sviluppo che ha degradato e avvelenato il territorio di Porto Marghera, allo stato attuale inutilizzabile. Sviluppo che ha profondamente modificato l’ecosistema lagunare fino a ridurlo quasi a un braccio di mare e che ha aumentato frequenza e altezza delle acque alte che sommergono sempre più spesso i centri abitati. Sviluppo, ancora, che ha ridotto l’economia veneziana a una monocultura turistica “mordi e fuggi” ma che ha, nel frattempo, svuotato la città dei suoi abitanti (da 150.000 del dopoguerra ai 59.000 attuali) facendo entrare 21 milioni e mezzo di visitatori e promettendone altri. Sviluppo, infine, che per cercare di risolvere le acque alte, prodotte dalle precedenti trasformazioni “produttive” della laguna, inventa la megaopera “salvifica”, il MoSE. Opera dalla costosissima realizzazione (il prezzo “chiuso” previsto di 4,27 miliardi di euro è ad oggi lievitato a 5,49, con un aumento di 1,22 miliardi) e gestione (60 milioni di euro ogni anno). Opera comunque inefficace a proteggerci dalle acque alte dopo la sua realizzazione - la cui data rimane tra l’altro problematica - perché con particolari condizioni di altezza e frequenza di onde in mare, l’acqua più alta del mare entrerà comunque in laguna, provocando ancora quelle acque alte che si sarebbero dovute evitare. Ad un aumentare del livello marino esterno per l’effetto serra di “soli” anche 30-35 cm. (dati considerati come molto probabili nei prossimi anni dagli scienziati più seri), le paratie del MoSE dovrebbero chiudere anche per 150-200 giorni all’anno, vanificando così ogni possibilità di rilancio portuale per Marghera. E, con questo, una possibile economia per Venezia, alternativa a quella turistica.

Venerdì 10, ospitato in una sala del Municipio di Venezia, il Senatore Felice Casson del Partito democratico, in una conferenza stampa appositamente convocata, ha comunicato che, due giorni prima, aveva depositata alla Camera un disegno di legge per la riforma della legislazione speciale per la salvaguardia di Venezia e della sua laguna e ne ha brevemente illustrato scopo e contenuti.

Lo scopo è stato quello di dimostrare che una strategia alternativa non solo è possibile ma che solo una alternativa reale al tipo di sviluppo, presente nella “Bozza Brunetta” vuole normare, è realistica perché ripropone l’intuizione della Legge Speciale 1973: il legame stretto tra territorio e società per cui o entrambi si salvano o entrambi si disgregano

Il disegno di legge presentato da Casson è stato elaborato con il contributo di esperti, universitari (era presente il rettore Amerigo Restucci dell’Università Iuav di Venezia) e non, che in questi anni si sono molto impegnati sui temi della salvaguardia del territorio e dei suoi abitanti e con quello di molte associazioni vitali e vigilanti nell’analisi delle trasformazioni.

A breve entreremo nel merito dei contenuti di questa nuova proposta e delle modalità che prevede perché ci sembra decisivo per la salvezza di Venezia ricercare quell’ unità che già in passato si era trovata. Conoscenza della complessità del territorio e limpido confronto sulla proposta ne sono comunque la condizione. A tal fine gli antefatti che qui abbiamo ripreso, ci sono sembrati opportuni.

Il Corriere del Veneto

Ore 7.45, giù il primo albero

addio alla pineta del Casinò

di Luca Ferrari

Ore 7.45, crolla il primo pino davanti all'ex Casinò del Lido. A sera la piccola pineta del lungomare, sotto la quale hanno passeggiato attori e registi, oltre a intere generazioni di lidensi che, d'inverno, hanno imparato ad andare in bicicletta, non esiste più.E' il primo segno forte dei lavori per la costruzione del nuovo palazzo del Cinema, quello che è stato soprannominato il «sasso» e che dovrebbe essere pronto per il 2011.

Le seghe elettriche sono entrate in funzione ieri mattina, in ritardo sulla tabella di marcia di qualche giorno. «Dispiace sempre quando si abbattono degli alberi — dice il presidente della Municipalità del Lido, Giovanni Gusso — ma bisogna saper guardare in prospettiva. Così agendo, abbiamo la garanzia della Mostra del Cinema, il cui indotto economico nei quindici giorni è di venti milioni di euro nel nostro territorio, abbiamo delle prospettive di ricaduta economica-occupazionale, le garanzie della costruzione del nuovo futuro del Lido, il tutto comunque dentro parametri di compatibilità e sostenibilità ». Pochi giorni fa Veritas ha iniziato la piantumazione di 143 alberi in varie zone dell'isola dalla piscina al parco giochi di Ca' Bianca — bagolari, lecci, frassini, pini, querce — a indennizzo verde del taglio, ma questo non è bastato a placare le polemiche. «Non vogliamo stravolgere niente, ma valorizzare quello che c'è», agggiunge Gusso.

Le associazioni ambientaliste, però, non mollano. Già martedì scorso durante un'assemblea affollatissima sulla questione del verde cittadino, Salvatore Lihard, a più riprese aveva bacchettato il consiglio della Municipalità per l'assenza. E puntuali ieri, non appena è iniziata a circolare la notizia del taglio dei pini, sono arrivati gli esponenti delle realtà ecologiche. Federico Antinori, presidente della Lipu Venezia,è arrivato per primo. «Gli ambientalisti non sono contro il Palazzo del Cinema, noi chiedevamo che venisse costruito rispettando ambiente e paesaggio. Per noi l'ideale era che si facesse con il minor consumo possibile del suolo e si usassero strutture già esistenti. Se avessero usato l'edificio dell'ex- Casinò, si sarebbe evitati tanti problemi». Dopo una giornata molto difficile, verso sera, i rappresentanti delle associazioni locali hanno deciso di mobilitarsi con altre forme di protesta. «Non ci arrenderemo».

Il Gazzettino

Pini marittimi, la scure è mattiniera

di Lorenzo Mayer

Abbattuti i pini marittimi in lungomare Marconi per far posto al nuovo Palazzo del cinema. Ieri mattina, di buon ora, verso le 7, è iniziato l’intervento di tecnici e addetti del cantiere che, secondo quanto previsto dal programma dei lavori, hanno dato il via all’operazione con il taglio di 66 pini, piantati nel 1941. Ma anche sul numero complessivo di alberi tagliati è “guerra” di numeri. Le associazioni ambientaliste continuano a sostenere che, a conti fatti, alla fine dei lavori gli alberi sacrificati saranno non 66 ma 140. Ieri mattina sul posto, a sorvegliare la situazione, sono arrivati anche carabinieri, polizia e vigili urbani. L’area, già da alcuni giorni era stata opportunamente recintata, e la prima fase dell’abbattimento, che verrà completata oggi, ha riguardato 50 pini. Anche gli ambientalisti sono stati presi un po’ in contropiede da una mossa così repentina. Quando, intorno alle 9.30, nell’isola si è sparsa la voce che l’abbattimento era partito a gran ritmo, per i contrari che si sono mobilitati in queste settimane, raccogliendo 2.500 firme, era ormai troppo tardi per tentare di qualsiasi forma di protesta. Sono arrivati sul posto, tra gli altri, Paolo Fumagalli e Giovanni Battista Vianello, del coordinamento delle associazioni ambientaliste che con una piccola telecamera ha girato alcune riprese, Federico Antinori della Lipu, il consigliere in municipalità dei Verdi, Roberto Romandini, oltre ad un piccolo gruppo di persone. Ieri sera alle 18.30, poi, il coordinamento si è dato appuntamento per un’altra riunione d’urgenza. «Stiamo piangendo per quanto si sta consumando – ha detto Fumagalli – ma non finisce qui. I responsabili di questa operazione la pagheranno cara, politicamente, quando si andrà a votare tra un anno. Inoltre nei prossimi giorni studieremo altre proteste e iniziative». Ci sono anche voci di albergatori contrari alla collocazione del nuovo Palazzo. «Sono sotto choc – ha aggiunto una delle proprietarie dell’hotel “Quattro Fontane” che sarà a pochi passi dalla nuova opera. – quella pineta era stata voluta da mio padre».

Il direttore dei lavori, architetto ingegner Manuel Cattani, precisa alcuni punti: «Abbiamo iniziato con gli abbattimenti esattamente come era previsto, non appena la pioggia è cessata e c’erano le condizioni per intervenire. Inoltre prima, come avevamo promesso, sono arrivate le nuove alberature che verranno piantumate nelle zone già stabilite dalla municipalità come compensazione ambientale per questo sacrificio. Entro lunedì, martedì termineremo gli abbattimenti con il frazionamento delle ramaglie».

La Nuova Venezia

Motoseghe in azione, abbattuta la pineta

di Simone Bianchi

LIDO. Il profumo di resina è tutto ciò che rimane dei pini del piazzale dell’ex Casinò. Ieri mattina lo si sentiva a grande distanza avvicinandosi al cantiere dove verrà costruito il nuovo Palazzo del cinema. Le motoseghe che hanno compiuto l’operazione di abbattimento sono entrate in funzione sin dalle 7. Come scheletri inermi circa 60 alberi, che per decenni hanno adornato il piazzale, giacevano a terra, caduti sotto l’azione delle lame all’interno di quella sorta di bunker realizzato con cemento e grate di ferro per delimitare il cantiere e, probabilmente, evitare intrusioni da parte degli ambientalisti. Un fortino al quale mancava solo filo spinato; fuori poliziotti, vigili e carabinieri sorvegliavano l’andamento dei lavori.

Si temeva, infatti, un massiccio intervento di protesta da parte delle associazioni ambientaliste; ma la mobilitazione non c’è stata.

L’azione. Le forze dell’ordine erano state informate del «blitz» programmato dagli operai delle ditte incaricate fin dalle 16 di mercoledì; il Coordinamento ambientalista dell’isola lo temeva soltanto e ieri rimasto colto di sorpresa, lasciando il campo libero alla devastazione autorizzata. Appena 6-7 attivisti hanno potuto seguire con occhi e orecchie l’abbattimento di decine di pini, filmando e fotografando l’andamento delle operazioni per poi lanciare il loro grido di indignazione sui siti internet, su Facebook e su You-tube.

Le firme. Gli altri 2.600 che avevano aderito alla petizione contro il taglio degli alberi ieri non c’erano e, come con l’Ospedale al Mare - che aveva già visto i cittadini mobilitarsi anni fa - anche stavolta i comitati hanno perso, almeno in parte, l’ennesima battaglia popolare. Mentre le benne delle ruspe raccoglievano ciò che dei pini rimaneva una volta caduti a terra, i vigili urbani verificavano i permessi della ditta, peraltro tutti in regola, in attesa di un sopralluogo anche da parte del Corpo Forestale.

Disperazione. «Abbiamo saputo cosa stava accadendo quando ormai lo scempio era stato già compiuto» dice Salvatore Lihard, del citato Coordinamento, mentre la notizia viene diffusa tra gli ambientalisti via sms. Il vento solleva la polvere e la segatura derivata dal taglio, il sole illumina l’area che prima, per decenni, era stata il regno incontrastato dell’ombra. A dar voce agli alberi ci sono soltanto i volantini affissi ovunque col celebre dipinto dell’«Urlo» di Munch, passato da cartello dell’espressionismo nordico a quello di denuncia ambientalista.

Spiazzati. «Cosa faremo adesso? - si chiede Federico Antinori della Lipu - Faremo tesoro di questa esperienza per tentare di salvaguardare altre zone verdi dell’isola e in pericolo. Qui al Casinò non possiamo purtroppo fare più nulla, ma smentisco categoricamente chi va dicendo che gli ambientalisti hanno avvallato il progetto perché si realizzasse l’opera tra i pini anziché nel giardino del Casinò vincolato dal Palav. Tutti volevamo, se proprio fosse stato necessario, che il quarto Palazzo del cinema e dei congressi finisse altrove e non qui. Ma ora i problemi sono dei politici locali che hanno promosso questo scempio, il cui comportamento sarà preso in considerazione dai cittadini alle prossime elezioni».

Accuse. E Paolo Fumagalli, uno dei promotori della protesta ambientalista rincara: «Mi chiedo perché si sia dovuti arrivare a questo disastro. Le 2.600 persone che hanno firmato la petizione manifestavano il loro dolore per questi alberi. Adesso compreremo azioni della Carive per poter dire la nostra e mettere i bastoni tra le ruote al sindaco Massimo Cacciari nella vendita dell’ex Ospedale al Mare, visto che alcuni padiglioni sono lasciti di fondazioni e per i quali non era previsto il cambio d’uso». Ieri sera riunione d’urgenza del Coordinamento ambientalista per decidere le prossime mosse.

L’eventuale decisione dell’IUAV di vendere una delle due sedi più significative per il rapporto con la città (Ca’ Tron e Ca’ Badoer) si iscriverebbe certamente nell’attuale tendenza prevalente nella società: privilegiare la quantità sulla qualità, il presente sul futuro, il privato sul pubblico, il valore di scambio sul valore d’uso; trasformare il cittadino in cliente, il lavoratore in consumatore, il servizio pubblico (dalla scuola al trasporto, dall’università all’ospedale) in azienda privata; cancellare dalla vita della società tutto ciò che non è riducibile a merce, e dalle istituzioni tutto ciò che non produce ricchezza privata.

Se questa tendenza non viene contrastata il destino dell’università è già scritto. Essa completerà la sua trasformazione da luogo destinato alla formazione di intellettuali (cioè di persone capaci di guardare al presente con la libertà e le capacità necessarie per criticarlo e individuare le possibilità del futuro) a macchina capace di fornire la forza lavoro necessaria per proseguire lo sviluppo attuale. I patrimoni culturali, materiali e immateriali, dei quali essa è depositaria saranno ridotti a quanto serve nell’immediato a quanti ne sostengono il costo: gli sponsor e i clienti.

Le gravi difficoltà di bilancio di cui l’IUAV soffre oggi dipendono certamente anche da questa tendenza. Sarebbe però – a mio parere – del tutto sbagliato assumere la decisione sul modo di affrontarle senza una preventiva valutazione politica del contesto, e del modo in cui l’IUAV vi si colloca. Tanto più che, come la lettera di Stefano Boato argomenta, esistono alternative diverse: si può decidere se vendere uno degli edifici “storici”, oppure un’area nella quale i progetti, delineati e finanziati in anni in cui gli occhi erano ancora bendati, prevedevano la realizzazione di nuove costruzioni di prestigio.

A me sembra indubbio quale debba essere la scelta. L’università (come tutte le istituzioni) può resistere alla tendenze in atto unicamente se rafforza i suoi legami con la società, se si collega alle altre realtà analogamente minacciate, se è capace di dimostrare la sua utilità nel collaborare alla critica e alla proposta di soluzioni alternative. A questo fine, abbandonando l’illusione di un prestigio basato sulle magnificenze architettoniche in un futuro improbabile, mi sembra indispensabile per l’IUAV rafforzare - anziché dismettere - le sedi che hanno le potenzialità e la tradizione di “servizio alla società”, esaltarne il valore di centri di informazione, formazione e diffusione di sapere critico alle realtà sociali, farne dei luoghi di elaborazione di proposte utili per una società rinnovata.

P.S. - Gli organi dirigenti dell’IUAV, come informa il rettore, hanno deciso di basare le loro decisioni su un’analisi costi benefici affidata a una commissione di economisti. Si spera che non sarà solo sulla base dei conti economici che la decisione sarà presa. Non sarebbe, oltretutto, una bella lezione.

(In calce la lettera di Stefano Boato che ha aperto il dibattito, e argomenta le alternative possibili)

© 2026 Eddyburg