«Perché nella lista dei collaudatori di una diga ci sono almeno sette persone che sono state ai vertici all’Anas, e almeno 36 (trentasei) dirigenti dello stesso ministero? Cosa c’entrano un magistrato e un esperto di conti nel collaudo di una diga?». Corriere della Sera, 1 luglio 2015 (m.p.r.)
Cinque miliardi e 493 milioni di euro: fa impressione soltanto a scriverla, la cifra. Ma nel conto astronomico del Mose di Venezia, il sistema delle dighe mobili concepito per difendere la laguna dall’acqua alta investito anch’esso dallo scandalo della corruzione, si trovano numeri ancora più strabilianti. Sapete quanti sono i collaudatori che sono stati impegnati nella difficile missione di verificare la bontà e la correttezza dei lavori? La lista completa messa a punto dai commissari che gestiscono ora il Consorzio Venezia nuova contiene 130 nomi. Avete letto bene: centotrenta. Se però a questi si sommano quanti per il medesimo Consorzio hanno collaudato lavori lagunari minori collegati al Mose, arriviamo a 316. Trecentosedici, per compensi totali di 19 milioni 818.524 euro e 76 centesimi, dei quali 14,2 per il Mose e il resto per le opere in laguna. È bene precisare che si tratta di incarichi antecedenti scandalo e commissariamento. Alcuni dei nomi più vistosi, per giunta, erano già noti. Lo sguardo d’insieme, tuttavia, apre ora uno squarcio su una delle pratiche più raccapriccianti in voga nel mondo dei lavori pubblici. Tutto legale, s’intende. Ma non per questo meno sconcertante. E scorrendo l’elenco sterminato del Mose vengono in mente tante domande.
«L'archistar (escluso dal cantiere) pronto a revocare la firma dal progetto se diventa solo un centro esclusivo del gruppo Luis Vuitton Moet Hennessy, chiuso alla cittadinanza». Eppure molti dicevano che è tanto intelligente. La Nuova Venezia, 23 giugno 2015
Venezia. L’archistar olandese Rem Koolhaas potrebbe a breve scaricare Benetton. I lavori per ultimare il blindatissimo Fontego dei Tedeschi proseguono a ritmo sostenuto, ma negli ultimi mesi ai referenti dello studio Oma di Koolhaas non è stato permesso entrare in cantiere a controllare, come invece l’accordo iniziale prevedeva.
Lo studio avrebbe dovuto seguire fino al termine (giugno 2016) il recupero della struttura e l’allestimento degli spazi comuni, come la corte interna e la terrazza. Sembra invece che il mandato per coordinare il progetto non sia stato rinnovato da Benetton con la conseguenza che si è ai ferri corti. Per ora, dallo studio di Rotterdam, ci si limita a una telegrafica conferma: «Effettivamente», fanno sapere senza dire una parola in più, «c’è un interrogativo sul proseguimento della partecipazione al progetto». In passato Oma ha firmato e depositato in Comune il progetto di recupero del Fontego e, come si evince anche dal pannello affisso sul Canal Grande, risulta responsabile della voce “Progetto architettonico e coordinamento”. Eppure si dice che, da quando la Rinascente è stata messa da parte ed è subentrato Dfs (Duty free shops) group, divisione del colosso multinazionale Lvmh (Luis Vuitton Moet Hennessy) e leader mondiale della vendita di prodotti extra lusso, le cose siano cambiate.
Prima di tutto si sa che gli interni degli spazi commerciali sono stati affidati da Dfs all’architetto inglese James Fobert, scelta che di fatto avrebbe escluso lo Studio Oma da qualsiasi altro incarico e mettendolo già da parte, per esempio, come supervisione generale. Poi non c’è chiarezza sui motivi che avrebbero spinto Benetton a emarginare Oma, impedendo di entrare in cantiere. Sembra infatti che siano state fatte delle modifiche al progetto non condivise da Oma. A quanto dice chi segue la vicenda fin dall’inizio, la situazione che si respira nell’ultimo periodo sta per esplodere. C’è chi sostiene che il colpo finale sia stato dato dall’uscita di scena delle ex soprintendente Renata Codello che seguiva attentamente lo sviluppo dei lavori. Dall’aria che tira, non è escluso che nei prossimi giorni Oma arrivi addirittura a prendere le distanze dal comportamento di Benetton.
Per adesso le bocche sono cucite, ma è evidente la differenza di approccio concettuale allo store di Dfs e di Oma per capire che qualcosa non sta funzionando. Per quanto ci siano sempre state polemiche sull’uso commerciale dello spazio, Oma ha dichiarato di aver concepito il Fontego pensando alla fruizione da parte della cittadinanza. Dfs Group sembra invece essere più propensa a un luogo esclusivo, con un target di clienti chic. Oltre a queste ipotesi, ci sono dei fatti che attestano la marginalizzazione di Oma e che pongono degli interrogativi. Se il mandato iniziale prevedeva che Oma seguisse fino alla fine il recupero dei lavori, si dovrà spiegare come mai nessuno dell’entourage di Koolhaas può accedere al Fontego e che genere di interventi si stanno facendo all’interno, dato che non viene aperto da molto tempo per fare un punto sul restauro. Il rischio è che, se è vero che Benetton stia escludendo Oma, il risultato finale sia diverso da quello che i veneziani si attendono e da quello che Rem Koolhaas aveva ideato. Se così fosse, l’incomprensione tra le due star con il tempo potrebbe trasformarsi in materia per avvocati e lo Studio Oma dimostrare di essere stato usato e abbandonato.
I colpi di coda dello scorpione: il Commissario prepara le carte per privatizzare il trasporto pubblico, l'uso delle spiagge, e quant'altro. Sarebbe bello se i candidati sindaco ci dicessero subito che cosa faranno se saranno eletti Sindaco. La Nuova Venezia, 7 giugno 2015
VENEZIA. Da quaranta a diciannove. È la «cura dimagrante» sulle aziende partecipate del Comune che il commissario Vittorio Zappalorto e il subcommissario Vito Tatò affidano - per essere realizzato - al nuovo sindaco della città (Felice Casson o Luigi Brugnaro), contenuto nel piano di razionalizzazione delle società comunali che hanno già predisposto, secondo quanto richiesto anche dal Governo e di cui si conoscono ora i dettagli. Il Piano - che se attuato dovrebbe comportare risparmi significativi per la “macchina” comunale, prevede appunto gli accorpamenti di società comunali che svolgono funzioni analoghe, la dismissione di quelle che non svolgono funzioni indispensabili per i fini di Ca’ Farsetti, il mantenimento delle partecipazioni di controllo di quelle invece essenziali, aprendone però il capitale anche ai Comuni che entreranno a far parte della Città Metropolitana. In più, coordinamento tra le varie partecipate e contenimento dei loro costi di funzionamento.
Tra le novità più importanti, la fusione di Actv nella sua capogruppo Avm, l’Azienda veneziana per la mobilità, il cui capitale, ora al 100 per cento del Comune, verrebbe aperto ai soci attuali di Actv, a cominciare dalla Provincia e dal Comune di Chioggia, che hanno chiesto di uscire da Pmv - la società patrimoniale di Actv - e riceverebbero in cambio non soldi, ma azioni della «nuova» Avm, fino a una quota del 20 per cento della società. Avm svolgerebbe così direttamente il servizio di trasporto pubblico locale per Venezia e Chioggia e nell’area extraurbana della provincia centromeridionale. L’Azienda veneziana della mobilità resterebbe anche il socio di maggioranza di Vela, la società degli eventi e del marketing del Comune.
Resterebbero invece sotto il controllo del Comune - ma aperta anche ai Comuni metropolitani, Ames (mense e farmacie), Insula (manutenzione urbana), Venis (informatica) e appunto Vela. Il Comune invece uscirà dal tutto da una controlata come Venezia Spiagge - di cui ha il 51 per cento del capitale - lasciando spazio ai privati, non appena sarà concluso l’iter di autorizzazioni per la proroga delle attuali concessioni balneari marittime sulle spiagge. Cedute anche le quote di minoranza, di abate Zanetti srl 8la scuola del vetro di Murano), Nicelli spa (l’aeroporto del Lido) e anche Promovenezia, Residenza Veneziana e Interporto di Venezia. Ive srl, l’Immobiliare veneziana diventerà l’unica società immobiliare del Comune, assumendo anche il controllo di Vega scarl (la società del Parco scientifico di Marghera).
Per Veritas si seguirà il piano di razionalizzazione già approvato dalla società multiservizi ambientali, che prevede la riduzione delle sue attuali partecipazioni societarie da 21 a 11. Per il Casinò, Zappalorto e Tatò rimandano al piano di riorganizzazione della società in discussione tra azienda e sindacati e indicano - sulla base dei primi risultati di esso - tre strade possibili al nuovo sindaco. Riprendere il progetto della cessione ai privati della gestione del Casinò. Proseguire con la gestione diretta sotto una società interamente controllata dal Comune, Oppure scegliere una strada intermedia: mantere il controllo pubblico del Casinò, ma far entrare nella società un operatore
privato in grado di rilanciarlo a livello internazionale. Per la sopravvivenza della Cmv spa, la società patrimoniale del Casinò, è invece fondamentale, per alleggerire il suo pesante indebitamento, vendere alcune delle sue proprietà immobiliari. Cominciando, forse, dai terreni di Tessera.
«Per non morire, la Serenissima si sta consegnando ai privati ed è sempre più simile a uno showroom. L’arte deve essere accessibile agli sponsor, e lo sponsor è talmente accessibile all’arte che fa come se fosse a casa sua». Il Fatto Quotidiano, 5 giugno 2015
Venezia. Se un pomeriggio d’estate un Visitatore entrasse alle Gallerie dell’Accademia per visitare le nuove sale appena inaugurate, potrebbe fare delle belle scoperte, la più strabiliante che il Tiepolo si è fatto lo smartphone, e ha scelto un Samsung. Ma non anticipiamo troppo. Il Visitatore ha grandi aspettative, e un po’ gli rode, visto che ha appena pagato 15 euro per il biglietto di entrata, più un euro di caparra per poter usufruire di uno dei cinquanta armadietti da palestra di periferia che sono il solo guardaroba disponibile di una delle più prestigiose raccolte d’arte al mondo. Anche l’ingresso è uno dei più cari al mondo; ma di certo ne varrà la pena, pensa il Visitatore, per farsi un’idea di questo primo assaggio del rilancio in grande stile di cui si favoleggia da anni.
Ebbene, la prima sala della nuova Accademia è davvero sbalorditiva, per un museo d’arte. Nemmeno un dipinto, solo enormi megaschermi marchiati Samsung. Che poi, spiegano i depliant, chiamarli schermi è riduttivo: si tratta piuttosto (citiamo) “di totem multimediali grazie ai quali è possibile agevolare la costruzione di un percorso di visita”. Agevoliamoci, pensa il Visitatore sentendosi un po’ capo pellerossa, e al primo sfioramento il totem lo ripaga con la visione di James Ivory, il regista di Quel che resta del giorno, che si mette a raccontare di come girò il suo primo cortometraggio proprio a Venezia, tra le sale dell’Accademia. Ci fa piacere per lui, pensa il Visitatore, ma che c’entra? Poi però Ivory viene al dunque: “L’arte deve essere accessibile a tutti”, osserva; e per questo ringrazia di cuore la Samsung per avere partecipato alla ristrutturazione dell’Accademia con un suo generoso contributo. Dopo la prima sala, che è di fatto uno showroom del leader mondiale dei media digitali, il visitatore passa alle altre quattro; si comincia a vedere qualche dipinto, e qui arriva la sorpresona: ogni quadro ha il suo tablet personale, in modo che, mentre si è davanti ai veri Hayez, Veronese o Tiepolo, si possa smanettare in santa pace sul relativo Samsung piazzato a fianco dell’opera.
A questo punto il Visitatore ha le idee un po’ confuse ma con un punto fermo; l’arte deve essere accessibile a tutti, ma soprattutto deve essere accessibile agli sponsor. Scopre che queste cinque sale costate dieci anni di riunioni, autorizzazioni, progetti e lavori (una media di due anni a sala), non si sarebbero mai potute aprire senza i 600 mila euro offerti dalla Samsung. Bel gesto, ma in cambio di cosa? Il Visitatore scopre anche che nell’allestimento degli spazi, per misteriosi “nuclei tematici”, non si è partiti dalla selezione dei dipinti ma dalle scelte dagli architetti, dai vincoli della burocrazia e forse – ma questo è solo un sospetto – dagli interessi dello sponsor. Di certo, sia questi ambienti totemici, sia l’area espositiva dell’ex Chiesa della Carità dove è allestita una brutta mostra di Mario Merz fanno letteralmente a pugni con le gloriose sale del piano nobile, dove da sempre tutto procede non per “nuclei tematici” ma semplicemente per ordine cronologico; e dove ora Cima da Conegliano, Giovanni Bellini e Giorgione creperanno di invidia. Perché Tiepolo ha il tablet, e noi no?
Finita la visita e salutati i totem, il Visitatore si sposta al ponte di Rialto; e lo trova incoronato da un enorme cartellone che pubblicizza la mostra celebrativa dei 20 anni della linea di moda Marni (socio di maggioranza, Renzo Rosso); una maniera non delle più sobrie per informarlo che il restauro appena iniziato si deve alla generosità dello stesso Rosso a seguito di un accordo firmato dall’ex sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni. Certo che questa città rigurgita di mecenati, pensa il Visitatore; il magnate del lusso Francois Pinault che ha rimesso a nuovo Palazzo Grassi e Punta della Dogana e poi ci ha piazzato le sue collezioni d’arte private; Prada che si è presa Ca’ Corner della Regina collocando la Fondazione al primo piano e gli appartamenti privati al secondo, e ora anche lo storico patron della Diesel...
Ma forse c’è tempo per rimediare. Forse bisogna aspettare che il Fontego dei Tedeschi, sventrato delle strutture cinquecentesche, venga trasformato dalla Benetton in un centro commerciale perfino più sontuoso di quello aperto di recente nei pressi del Ponte di Calatrava; solo allora potremo godere dell’effetto sistema dell’intera zona di Rialto.
Imbarcandosi sul vaporetto nero pece brandizzato DIESELREBOOT, il Visitatore ripensa alle Gallerie dell’Accademia, e conclude che quelle nuove sale sono un’eccellente metafora di quanto sta accadendo in tutta Venezia. Per non morire, la Serenissima si sta consegnando ai privati ed è sempre più simile a uno showroom. L’arte deve essere accessibile agli sponsor, e lo sponsor è talmente accessibile all’arte che fa come se fosse a casa sua. Il privato fa il suo mestiere: se gli dai il dito lui non si ferma più, mette i telefonini nella pinacoteca e i manifesti sul Canal Grande; sta al pubblico tenere la barra dritta, vedere la differenza tra un mecenate e uno sponsor, e stabilire i limiti. Per riuscirci però ci vogliono regole certe, istituzioni sane, e soprattutto uno Stato degno di questo nome; la Samsung, la Diesel o qualcun altro si offre per ristrutturarlo?
Qualche anno fa (14 agosto 2009) avevamo pubblicato su eddyburg un antico scritto di Luigi Scano che ripresentiamo adesso per la sua sconvolgente attualità. In calce, una postilla
Dall’Egitto a Venezia, proposte vecchie e nuove per governare il turismo, un fenomeno sempre più devastante
Assai recentemente, Paolo Rumiz raccontava (“Egitto, le tombe proibite”, in la Repubblica, 3 dicembre 2006) di avere visitato alcune magnifiche tombe, precluse all’accesso da molti anni, o da molti decenni, nelle Valli dei Re, delle Regine e dei Nobili, nella zona di Luxor, in concomitanza con alcune operazioni attuative di un imponente progetto di riproduzione fotografica ad altissima definizione degli interni, e soprattutto delle pitture murali, della totalità delle tombe delle suddette necropoli. Tale progetto, riferiva il giornalista essergli stato spiegato da Zahi Hawass, segretario generale del Supreme Council of Antiquities del Cairo (una specie di soprintendente archeologico nazionale, a quel che è dato capire), è parte essenziale di un più complessivo programma di riproduzione, monitoraggio, messa in sicurezza (anche attraverso la sottrazione alla fruizione turistica, e comunque generalizzata), di tutte le tombe costituenti il patrimonio archeologico egiziano.
Ciò in un Paese, l’Egitto, che, a differenza di buona parte degli altri Paesi della stessa area geografica, non possiede rilevanti risorse naturali (quali innanzitutto il petrolio), e per il quale “il turismo” costituisce non soltanto la prima “industria”, ovvero la prima (con colossali distanze da tutte le altre) fonte di valore aggiunto, e di reddito, ma addirittura l’attività decisiva allo scopo di mantenere le grandi masse popolari ivi abitanti (appena) al di sopra della soglia della più nera povertà e della fame.
Evidentemente, Zahi Hawass, e i dirigenti politici e istituzionali egiziani che gli forniscono supporto, e autorità, hanno ben inteso la “radicalità” che sarebbe pretesa da una coerente interpretazione, e applicazione, di quel principio della “sostenibilità dello sviluppo” che, al contrario, fornisce mera occasione di vaniloqui retorici, e di gargarismi demagogici, a tanta parte dei dirigenti politici e istituzionali italiani (non mi pronuncio su quelli degli altri Paesi dell’opulento Occidente), vale a dire di uno degli otto Paesi maggiormente “industrializzati” (checché ciò voglia dire) del mondo.
Per fare un esempio (tutt’altro che casuale, ma intenzionalmente e faziosamente prescelto, epperaltro, ahimé, nient’affatto connotato da eccezionalità, o da semplice rarità, neppure rispetto all’universo dagli enti locali amministrati dal “centrosinistra”) a Venezia si discetta, oramai, da qualche mese, circa le migliori soluzioni tecniche idonee a porre a carico dei fruitori turistici della città storica lagunare (direttamente, o attraverso l’incremento di talune esazioni gravanti sugli operatori del settore) una quota, più o meno consistente, dell’aumento, addebitabile ai medesimi fruitori turistici, delle spese correnti che devono essere sostenute, dal Comune e dalle aziende strumentali che a esso fanno riferimento, per l’erogazione dei più diversi servizi, e per la manutenzione urbana (per non dire di quelle riconducibili alla cosiddetta “promozione”, nell’accezione più ampia, del turismo, e pertanto interamente finalizzate a vantaggio dei turisti, o, meglio, degli appartenenti alla cosiddetta “filiera turistica”, cioè di tutti coloro che dal fenomeno turistico ricavano profitto, e senza neppure prendere in considerazione il fatto che almeno una parte delle spese per investimenti è condizionata, nella qualità e nella quantità delle opere da realizzare e dei beni da acquistare, e quindi nei costi, dall’esistenza e dall’entità del fenomeno turistico).
Ma tutto il dibattito è stato rivolto all’individuazione delle soluzioni (ritenute) più efficaci, quanto a celerità e a certezza, allo scopo di “fare cassa”, assumendo il duplice vincolo da un lato di non fare gravare troppo gli extracosti generati dal fenomeno turistico sui redditi, non derivanti dallo stesso fenomeno, di quella che, comunque e per ora, resta la larga maggioranza dei residenti nell’intero Comune di Venezia, dall’altro lato di non ledere, se non marginalmente e inavvertibilmente, gli arroccatissimi e fortificatissimi interessi delle categorie, delle sotto-categorie, dei gruppi, dei soggetti, individuali e societari, che, per lucrare sulla fruzione turistica della città storica di Venezia e della sua laguna, da anni e da decenni stanno, come locuste predatorie e voraci, sfregiando, sconciando, divorando, consumando l’una e l’altra.
Mentre si è scartata a priori la scelta di riprendere, e di approfondire, le soluzioni funzionali piuttosto (pur se comportanti anche introiti alle esangui -??? - casse pubbliche locali) a costruire un complesso sistema di regolazione della fruizione turistica della città storica e della laguna (nel cui contesto un elemento irrinunciabile sia la regolazione programmata dell’entità dei flussi turistici, basata innanzitutto sulla possibilità/obbligo di prenotare la fruizione).
Eppure non soltanto gli ora richiamati obiettivi, ma anche le molteplici azioni, e i plurimi interventi, finalizzati al loro perseguimento, erano già, rispettivamente, proclamati e motivati (sotto il profilo dei principi universali, e sotto quello della lettura delle situazioni locali), ed esposti e specificati, nel progetto di “piano comprensoriale” della laguna e dell’entroterra di Venezia varato all’inizio degli anni ’80 del secolo scorso, e integrato dalle osservazioni del Comune di Venezia votate circa un biennio appresso, nonché, con ulteriori specificazioni, nel “piano programma 82/85” dello stesso Comune di Venezia, fortissimamente voluto, e capillarmente curato, dall’allora vice-sindaco Gianni Pellicani (che gli attuali amministratori comunali tanto più trasformano in quel “santino” ch’egli assolutamente non era, quanto più ne tradiscono gli ideali, i principi, le convinzioni).
Eppure, dopo di allora, l’entità e la tipologia della fruizione turistica della città storica e della laguna si sono, rispettivamente, ingigantite e pervertite oltre le più pessimistiche previsioni, sicché, tanto per dirne una, il numero medio giornaliero di presenze nella città storica è oramai poco meno che doppio rispetto a quello che era stato stimato rappresentare il limite di soglia della “sostenibilità socio-economica” negli studi commissionati dal Comune di Venezia all’Università di Ca’ Foscari, alla fine degli anni ’80 del secolo scorso, per valutare gli impatti prevedibili dell’ipotesi di realizzare nell’area veneziana l’”Expò 2000”.
Eppure le opzioni da assumere, e le politiche (di lunga lena, certamente) da attuare, per preservare, nell’interesse dell’intera umanità, presente e futura, il patrimonio costituito dall’integrità fisica e dall’identità culturale della laguna veneziana e dei suoi insediamenti umani, urbani ed extraurbani, sarebbero (per ora) estremamente meno drastiche di quelle che si accingono a intraprendere i responsabili tecnici e i decisori politici egiziani. A Venezia, infatti, nessun sito dovrebbe essere totalmente precluso, mentre di molti (e quindi della città nel suo complesso) si dovrebbe “prenotare” la fruizione: avendone, in contraccambio, la possibilità di fruire dei suoi autentici valori di “bene posizionale”, e non del loro squallido surrogato (con un potenziale slogan pubblicitario: la possibilità di fruire di Venezia e della sua laguna, se non proprio come Johann Wolfgang Goethe, almeno come il Gustav von Aschembach di Thomas Mann).
Ciononostante: nulla. Un intero gruppo dirigente comunale, appecoronato davanti agli interessi delle locuste, predica (e, quel che è peggio, pratica) la crescita illimitata della fruizione turistica. Cioè la distruzione, prima o poi anche materiale, del capitale fisso sociale su cui si basa una rilevantissima attività economica (la riduzione, e quindi l’annullamento, dei valori su cui si fonda la produttività del medesimo capitale interverrebbe assai prima). Si tratta del cieco inseguimento di un necessario suicidio di massa, come nel modello comportamentale dei lemming scandinavi? ma vogliamo scommettere che, alla fine, le locuste non si getteranno nel mare?
P.S. Poiché, parlando delle locuste, ho fatto d’ogni erba un fascio, mi sembra doveroso ricordare, con immenso rimpianto, l’albergatore, e per molti anni presidente degli albergatori veneziani, Ugo Samueli, che perorava le mie stesse finalità di razionamento programmato della fruizione turistica di Venezia, e che funere mersit. Per il vero, ricordo la condivisione delle medesime posizioni anche da parte di qualche altro soggetto, ma poiché si tratta di viventi, non vorrei esporli alle ritorsioni dei predetti appartenenti alla famiglia degli acrididi.
postilla
Non sappiamo se questo testo sia stato pubblicato o no. L'avevamo trovato, qualche anno fa, nell'archivio personale di Gigi, ma senza indicazioni sulla sua pubblicazione cartacea. Neppure abbiamo trovato testi suoi che illustrino la sua proposta, cui fa cenno nel suo scritto del 2006, che definiva "razionamento programmato dell'offerta turistica".
«Immediata risposta dell’ing. Luigi D’Alpaos: non barricarsi dietro a inutili “no” e non perdere questa straordinaria occasione di riportare dei sedimenti in una laguna "che è già mare e che perde 500.000 metri cubi di sedimenti all’anno"». La Nuova Venezia, 15 maggio 2015 (m.p.r.)
«Protesta colorata e pacifica: 70 associazioni e quattro candidati sindaci. Ottavia Piccolo sul palco di Sant’Angelo: "Non danno retta ai cittadini che protestano da anni" 120 mila firme raccolte contro lo scavo del canale Contorta». La Nuova Venezia, 10 maggio 2015 (m.p.r.)
il ponte dell’Accademia. Palloncini colorati, striscioni, musica e slogan. Giovanissimi in prima fila con le lettere colorate: «No grandi navi». Dietro i giovani e i meno giovani del Comitato che ha organizzato la giornata. «Basta con la cricca delle grandi opere», dice il portavoce Tommaso Cacciari, «non diciamo no alle crociere ma non vogliamo in laguna navi troppo grandi e incompatibili. Le soluzioni alternative ci sono, il governo decida». Tra le alternative i comitati escludono lo scavo del nuovo canale Contorta Sant’Angelo. Proposta dell’Autorità portuale, 145 milioni di spesa per approfondire il piccolo canale Contorta e portarlo a dieci metri e mezzo. «Rimedio peggiore del male».
«Sembra che, almeno finché l'atmosfera culturale non cambierà, nessuno parlerà seriamente di salvare Venezia come città dall'eccesso di affollamento». Italianostra-venezia.org, 8 Maggio 2015 (m.p.r.)
Il Corriere del Veneto riferisce l'essenziale di una riunione di esperti del turismo tenutasi ieri 9 maggio presso l'Università di Ca' Foscari, sotto la direzione del professor Jan van der Borg, docente di economia del turismo e autore di uno studio, presentato per l'occasione, sulla gestione dei flussi turistici a Venezia. Il professor van der Borg ha ripetutamente sostenuto, nella sua ventennale carriera di docente, che il numero di turisti a Venezia è largamente eccessivo. Nel 1988 era stato co-autore (assieme all'allora collega Paolo Costa) di uno studio che identificava in sette -dieci milioni l'anno
il numero ottimale di visitatori per una città delle dimensioni di Venezia. Ancora nel 2011 pubblicava un articolo, nel quale denunciava che a Venezia vi sono "dieci milioni di turisti di troppo". Tuttavia non di questo si è parlato (se non proprio di sfuggita) nel convegno di ieri. Gli interventi si sono concentrati sui modi per gestire la massa enorme di visitatori, non sui modi per limitarla. Sembra che, almeno finché l'atmosfera culturale non cambierà, nessuno parlerà seriamente di salvare Venezia come città dall'eccesso di affollamento.
Leggi l'articolo sul Corriere del Veneto.
Si cominciano a misurare gli effetti del MoSE, i cui lavori hanno già sconvolto equilibri antichi, provocato modifiche disastrose dell’ecosistema, della fauna e della flora, determinato uno squilibrio idraulico pericoloso per la stessa sopravvivenza della Laguna. Una ragionevole Grande Opera sarebbe la demolizione del MoSE e il ripristino della situazione preesistente. La Nuova Venezia, 1° maggio 2015
La laguna è un colabrodo. E nella bocca di porto di Malamocco la corrente e le modifiche dovute ai lavori del Mose hanno scavato buche profonde fino a 50 metri. Una “Fossa delle Marianne” in piena laguna. Che sconvolge equilibri antichi, provoca modifiche dell’ecosistema, della fauna e della flora. E uno squilibrio idraulico pericoloso per la stessa sopravvivenza della laguna. Un timore da tempo avanzato dai pescatori e dagli esperti di morfologìa lagunare. Adesso documentabile, con le fotografie scattate da un appassionato chioggiotto dall’ecoscandaglio a bordo della sua barca.
Da qualche giorno, sul cancello dei giardini della Marinaressa, uno splendido spazio alberato di circa 2200 metri quadrati di fronte al bacino di San Marco...>>>
Da qualche giorno, sul cancello dei giardini della Marinaressa, uno splendido spazio alberato di circa 2200 metri quadrati di fronte al bacino di San Marco, sono affissi due cartelli: uno con la scritta “chiuso per restauro”, l’altro con l’annuncio che saranno riaperti in occasione della Biennale d’Arte, che vi allestirà uno dei suoi eventi collaterali.
L’area, di proprietà dell’autorità portuale, è da alcuni anni in concessione al comune, che dopo aver ripristinato percorsi e panchine, sistemato e reimpiantato alberi, nel 2010 l’ha riaperta al pubblico con una grande festa popolare. Ora, a causa del federalismo demaniale, il comune ne diviene proprietario a pieno titolo. Ma non si tratta di una buona notizia. Dal momento che il federalismo demaniale consiste, in realtà, nell’attribuzione ai comuni del ruolo di intermediario nello smantellamento del patrimonio statale, il passaggio di proprietà coincide quasi sempre nella sottrazione di un bene pubblico ai cittadini.
E questo sembra il destino dei giardini della Marinaressa che, situati in una posizione di grande pregio, lungo la riva dei Sette Martiri di fronte alla quale parcheggiano grandi alberghi galleggianti e maxi yachts, sono un’occasione imperdibile per i tanti mecenati a caccia di buoni affari.
Giustamente, lo Yorkshire Sculpture Park, l’associazione inglese che ne è entrata in possesso, ha espresso grande soddisfazione per “l’unica ed eccitante opportunità” di esibire sei grandi sculture in bronzo, legno di cedro e resina poliuretana di Ursula von Rydingsvard in «un parco pubblico con veduta mozzafiato sul bacino e San Giorgio Maggiore». Nell’ottobre del 2014, ha anche reso noto di essersi messa d’accordo con il comune per far ridisegnare il giardino da un progettista di fiducia della stessa associazione.
Poche notizie sono trapelate, invece, dal comune durante la gestione del commissario straordinario Vittorio Zappalorto, che ogni giorno cede ai privati qualche bene pubblico. Quello che si sa è che l’autorità portuale ha chiesto e concordato 5.731 euro per l’occupazione del suolo per i sei mesi di durata della Biennale, pari a 955 euro mensili, e concesso alla società inglese un diritto di prelazione per il futuro.
Qualche cittadino ha protestato, ma in attesa del “garden designer” il giardino è stato devastato. Sono stati tolti alberi senza le necessarie autorizzazioni, nessun progetto è stato discusso e approvato e il commento del dirigente del settore Verde Pubblico è stato: «capisco le proteste dei cittadini che si sono preoccupati, infatti per legge bisogna giustificare la rimozione degli alberi… ma tra poco il giardino sarà bellissimo». Inutili sono state anche le richieste di rispettare le norme del piano regolatore che destina l’area a “parco ad uso pubblico” e non prevede possibilità di concessione ai privati.
Ma ormai, a Venezia, le destinazioni del piano regolatore vengono modificate a nostra insaputa e norme e vincoli vengono cancellate in cambio di quattro soldi o per far piacere agli amici. Pochi mesi fa, una variante urbanistica è stata allegata anche alla convenzione con la quale il commissario ha concesso i Giardinetti Reali a San Marco alla Venice Gardens Foundations.
In un primo momento, il comune aveva individuato il mecenate di turno in Renzo Rosso, il quale però ha preferito sponsorizzare il ponte di Rialto. Così il commissario, senza neppure lanciare il bando per una manifestazione di interesse, ha affidato direttamente la gestione dei Giardinetti alla Venice Gardens, che si è appositamente costituita.
L’accordo prevede che la fondazione, presieduta da Adele Re Rebaudengo spenda 3 milioni e 800 mila euro per interventi che prevedono, oltre alla demolizione di un bunker e alla costruzione di una nuova serra, l’apertura di un collegamento tra i giardini e piazza San Marco, attraverso il museo Archeologico e il Correr.
In cambio, Venice Gardens gestirà, per 19 anni, la coffee house e la nuova serra. Inoltre potrà organizzare all’interno dei giardini, che hanno una dimensione di circa 6 mila metri quadrati, attività di studio e di ricerca, e creerà “una linea di articoli da giardino”. Il commissario ha detto che si tratta di «un miracolo, nato da una volontà comune di restituire alla città i suoi Giardini Reali». Il subcommissario Natalino Manno ha aggiunto «non sono veneziani, ma sono persone di elevata cultura» e la sopraintendente Renata Codello ha definito l’accordo «quasi un regalo di Natale alla città».
Tanto a proposito dei Giardini della Marinaressa che dei Giardinetti Reali, la stampa si è profusa in elogi riconoscenti alla munificenza dei mecenati. “Nuove piante ai Giardini della Marinaressa”, “Mecenati adottano i giardinetti” “ I giardinetti torneranno a splendere” sono alcuni dei titoli con i quali si racconta al cittadino derubato che gli è stato fatto un regalo.
Svelato l'accordo che il Commissario Zappalorto ha trovato con le Generali. Per il momento bloccato, da un movimento di cittadini, fino all'insediamento della nuova giunta. Dura la reazione di Italia Nostra: «come per il Fontego, si svende il patrimonio pubblico per una mancia”. Due articoli di La Nuova Venezia, 25 aprile 2015 (m.p.r.)
PROCURATIE VECCHIE, SPUNTANO GLI ALLOGGI
ITALIA NOSTRA DURISSIMA: «È UN'INDECENZA»
«È un’indecenza che si pensi di poter rinunciare all’uso pubblico da parte del Comune per un complesso monumentale come quello delle Procuratìe Vecchie - in cambio, oltretutto, di pochi spiccioli per una compagnia di quel peso economico - e che in più si dia via libera alla realizzazione di alloggi all’interno di esse, sia pure ammantandoli con la giustificazione che si tratterebbe di foresterie ad uso degli ospiti delle iniziative culturali o scientifiche programmate dalle Generali nei nuovi spazi». È il duro giudizio sulla vicenda del presidente della sezione veneziana di italia Nostra Lidia Fersuoch- «Ormai a Venezia si svende il patrimonio pubblico al miglior offerente - insiste Fersuoch - e i 3 milioni che il Comune ricaverà dall’operazione-Procuratìe fanno il paio con i 6, non ancora incassati, per la rinuncia all’uso pubblico sul Fontego dei Tedeschi per realizzare il grande magazzino voluto da Benetton. In più, con la gestione commissariale, queste cose si scoprono solo quanto sono state già decise e mai discusse con la comunità veneziana, senza neppure un minimo di trasparenza».
Anche l’architetto Marco Zanetti, del movimento Venezia Cambia, che ha presentato articolate osservazioni anche in Consiglio di Municipalità sulla cessione dell’uso pubblico delle Procuratìe, conferma tutte le perplessità sulla vicenda degli alloggi ad uso foresteria. «Dalla convenzione» spiega «non è chiaro, né precisato quanti e di che dimensioni saranno e neppure chi ne sarà l’effettivo utilizzatore. Tutto è lasciato volutamente nel vago e nell’incertezza, con un’urgenza sospetta e immotivata con cui è stato adottato questo provvedimento da parte del commissario Zappalorto». Ora la palla passerà al nuovo sindaco, ma sull’operazione Procuratìe Vecchie e i suoi risvolti immobiliari, urge fare piena luce.
Riferimenti:
Tra gli altri si veda su Eddyburg di Paola Somma Di chi è Piazza San Marco?, e i due articoli di Giampietro Pizzo e Luigi Scano in Venezia. Giù le mani da Piazza San Marco
«Un "no" che pesa, quello messo nero su bianco dall’Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, che potrebbe definitivamente portare alla bocciatura del progetto di scavo del nuovo canale Contorta Sant’Angelo». La Nuova Venezia, 24 aprile 2015
Le risposte del Porto non sono sufficienti. Ci sono troppe criticità importanti che restano aperte sul progetto Contorta. Un «no» che pesa, quello messo nero su bianco dall’Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, che potrebbe definitivamente portare alla bocciatura del progetto di scavo del nuovo canale Contorta Sant’Angelo. Lo ha reso noto ieri l’associazione Ambiente Venezia, che invita adesso il governo a «prendere atto dell’irrealizzabilità della proposta dell’Autorità portuale». Le risposte fornite dal Porto alle 134 osservazioni formulate dalla commissione Via del ministero per l’Ambiente, secondo l’Ispra non sono adeguate a fugare i timori. «In oltre l’80 per cento dei quesiti», dice il portavoce Luciano Mazzolin, «le risposte sono giudicate non esaustive e vengono messe in evidenza le criticità dal punto di vista ambientale e della conservazione della laguna. Ci fa piacere che vengano in questa sede scientifica ripresi i contenuti di tante osservazioni inviate dal mondo civile e scientifico. Bisogna adesso archiviare definitivamente questo disastro lagunare e proseguire sulle alternative credibili alle grandi navi come il terminal al Lido già definito progettualmente, unica soluzione che può mantenere l’attività crocieristica a Venezia e coniugare lavoro e salvaguardia dell’ecosistema lagunare».
Sulla vicenda ieri hanno presentato una interrogazione urgente anche i senatori del Pd Laura Puppato e Felice Casson, candidato del centrosinistra a sindaco di Venezia. Chiedono al governo che il rapporto del’Ispra, «organismo scientifico nazionale preposto alla congruità delle risposte fornite dal proponente alle richieste della commissione Via» venga reso pubblico. Chiedono anche garanzie che la valutazione scientifica sia tenuta in debito conto. «Senza condizionare la valutazione finale della commissione e senza venire superata dalla politica, come successo spesso nell’iter del progetto Mose». «Preoccupano le affermazioni del presidente del Porto», scrivono Casson e Puppato, «che annuncia un parere favorevole della commissione Via». I due senatori chiedono infine al presidente del Consiglio, ai ministri delle Infrastrutture e dell’Ambiente «il rispetto dell’impegno di trasparenza e di correttezza, oltre che di celerità, già assunto dal governo dopo la mozione del Senato il 6 febbraio del 2014. «Per garantire l’industria crocieristica, il lavoro e la salvaguardia della laguna». Una battaglia che va avanti.
Alle vigilia della sentenza del Consiglio di Stato su uno dei gioielli di Venezia, minacciati dalla scandalose iniziative del "mecenate" Benetton, l'archistar Koolhaas, il sindaco Orsoni e la sovrintendente Codello oggi pubblicato un saggio che documenta il valore del complesso. La Repubblica, 20 aprile 2015
L’ULTIMO round sul veneziano Fontego dei Tedeschi si gioca la prossima settimana al Consiglio di Stato. Ma intanto rivivono in un piccolo libro la storia di questo stupefacente edificio che sorge accanto al ponte di Rialto e le polemiche sul progetto dell’architetto Rem Koolhaas che lo sta trasformando — il cantiere è già avviato — in un emporio del lusso (la proprietà, il gruppo Benetton, ne ha affidato la gestione ai francesi di Dfs).
Nelle limpide pagine di Nostro Fontego dei Tedeschi Lidia Fersuoch fa scorrere la vicenda dell’edificio realizzato nel Cinquecento. Il Fontego, scrive Fersuoch (archivista, presidente di Italia Nostra veneziana: il libro edito dalla Corte del Fontego viene presentato oggi alla Scoletta dei Calegheri, Campo san Tomà, ore 17,30), è il luogo dove i mercanti teutonici stipano i loro prodotti. È un crocevia di culture, la sua mole imponente è seconda solo a Palazzo Ducale. Intorno al maestoso cortile corrono duecento stanze.
Nell’Ottocento il Fontego subisce manipolazioni e un brutto lucernario va a coprire il cortile. Nel 1925 è acquistato dalle Poste, che avviano lavori di consolidamento, alcuni utili, altri meno. Nel 2008 il Fontego viene venduto al gruppo Benetton, che vuol farne un centro commerciale. Le norme urbanistiche proteggono l’edificio «come in una botte di ferro», scrive Fersuoch: nessuna variazione volumetrica, nel numero dei piani, nella superficie utile lorda, e salvaguardia degli elementi antichi. Ma il Comune, in cambio di 6 milioni, sigla con la proprietà una convenzione che scavalca i vincoli.
Koolhaas presenta un progetto. Il tetto viene scoperchiato e al suo posto si apre una terrazza. Nel cortile è prevista una scala mobile rosso fuoco che demolisce in alcuni punti la balaustra cinquecentesca. Il lucernario viene rialzato e sotto si realizza un piano in vetro e acciaio. Le polemiche sono furenti. Salvatore Settis ne scrive su Repubblica.
Italia Nostra prepara un esposto e Ugo Soragni, direttore regionale dei Beni culturali, spedisce il progetto al comitato di settore del ministero. Che lo boccia.
Venezia: il candidato sindaco che voglia i nostri voti si impegni formalmente a difendere la Laguna, adoperando gli strumenti e le persone adeguate a questo compito. La richieste di una importante rete di associazioni veneziane. Il Gazzettino, 30 marzo 2015
«La Laguna va vincolata contro lo scavo del canale Contorta» «La laguna di Venezia è ufficialmente vincolata, salvaguardata e tutelata, ma dal Mose al progetto di scavo del canale Contorta, soggetta a scempi inenarrabili. Al nuovo sindaco chiediamo un cambiamento radicale e l'impegno di non comportarsi come il suo predecessore. E sollecitiamo la liberta di ricerca: per porre fine a un sistema che al di la dei casi di corruzione e concussione ha goduto dell'appoggio di certa scienza, e perché a dettare le scelte d'ora in avanti non sia più il business».
Una nota dell’associazione “Venezia Cambia 2015”, del 20 marzo 2015, e una di Luigi Scano del 26 agosto 2001, che è interessante leggere oggi perché racconta come e chi “liberò” le Procuratie vecchie dai vincoli del PRG
Newsletter Venezia Cambia 2015
GIÙ LE MANI DALLE PROCURATIE VECCHIE
di Giampiero Pizzo
Venezia Cambia 2015 ha sventato l'altro ieri il tentativo dei vertici del Comune di svendere le Procuratie Vecchie.
I Direttori delle Direzioni Affari Generali, Patrimonio e Urbanistica hanno redatto e presentato alla Municipalità di Venezia un accordo vergognoso, sottoscritto dal Commissario Zappalorto e dalle Assicurazioni Generali; un accordo con il quale si apprestavano ad adottare una variante urbanistica per la rimozione del vincolo d’uso pubblico gravante sulle Procuratie Vecchie di Piazza San Marco. Si tratta di una decisione che avrebbe consentito, ancora una volta (non è bastato il regalo a Miuccia Prada?) e su ampia scala, la trasformazione in abitazioni di lusso, a fronte di pochi denari per le casse comunali, di un bene comune insostituibile. Il danno per la Città e per l’erario sarebbe enorme.
Il nostro intervento, durante il consiglio della municipalità di Venezia, e i puntuali rilievi di Venezia Cambia 2015 hanno indotto il Commissario a non procedere (va ricordato che la delibera di adozione della variante urbanistica era già stata pubblicata in bozza assieme all’accordo sul sito del Comune) e ad attendere il prossimo Sindaco per ogni decisione in merito.
Venezia Cambia 2015, indignata per la superficialità, l’opacità e per le omissioni dell’accordo, prende sin d’ora le distanze da qualsiasi candidato Sindaco che intenda avallare simili operazioni lesive dell’immagine dell’Amministrazione Comunale. Si tratta di un tentativo grave: per questo Venezia Cambia 2015 propone la rimozione dei tecnici che hanno redatto con tanta incompetenza questo vergognoso documento a spese della città. Vogliamo sperare che il silenzio di tanti politici di lunga data in merito a questa vicenda sia solo dovuto ai troppi impegni pre-elettorali: altrimenti la loro distrazione sarebbe allarmante e imperdonabile.
La nostra Città ha ora più che mai bisogno di onestà e di azioni cittadine come queste; dobbiamo insieme contrastare i bassi e vili interessi di pochi che minano il vivere comune e che pregiudicano il futuro comune.
Venezia vive, Venezia è salva se i suoi cittadini non si arrendono.
La Nuova Venezia, 26 agosto 2001
L’ASSOCIAZIONE POLIS
SULLE PROCURATIE VECCHIE
di Luigi Scano
Le Assicurazioni Generali intendono realizzare nelle Procuratie Vecchie venticinque appartamenti prestigiosissimi e costosissimi. Il Sindaco Paolo Costa ne è contrariato, e pensa di utilizzare le risorse di persuasione morale di cui dispone per indurre le Assicurazioni Generali a rinunciare, graziosamente, all’intento. Del quale sono preoccupati e scandalizzati l’Assessore all’edilizia privata Paolo Sprocati, il Rettore dell’Istituto universitario di architettura Marino Folin, il Direttore dei Civici musei Giandomenico Romanelli, e altri illustri personaggi. I quali tutti, così come il Sindaco, muovono dall’assunto che il progetto delle Assicurazioni Generali sia perfettamente conforme alle disposizioni dei vigenti strumenti urbanistici. La qual cosa è vera, quantomeno per quel che riguarda la possibilità di attivare nelle Procuratie Vecchie un’utilizzazione per abitazioni ordinarie, cioè per comuni appartamenti monofamiliari: ma non sempre è stato così.
Un successo clamoroso, nitido e politicamente inequivocabile. Alle Primarie hanno partecipato in quasi 13 mila, come nella consultazione di cinque anni fa e quindi in assoluta controtendenza. La proposta di “alternativa in Comune” ha convinto la stessa base del Pd, che esige di girare pagina dopo lo scandalo Mose. Infine, con Casson si conferma l’«anomalia» di Venezia nei confronti della vecchia guardia Ds quanto della “rottamazione” senza complimenti.
Ma è già tempo di organizzare la campagna elettorale “vera”: altri due mesi di incontri, convegni, dibattiti sempre nel solco tracciato al momento della candidatura. Casson, 61 anni, è riconosciuto per il profilo estraneo alle logiche di lobby e salotti. Da magistrato si è occupato di Gladio, Tangentopoli, Petrolkimico e incendio della Fenice. Da senatore è fra i dissidenti Pd e ha voluto Corradino Mineo al suo fianco nelle primarie. Da appassionato di basket, sa bene quanto pesano fiducia e disciplina nel gioco di squadra.
Domenica sera, ha stappato la bottiglia del successo finalmente con un bel sorriso. E ieri si è risvegliato… più Felice, anche se già impegnato dalle prime riunioni come candidato sindaco dell’intera coalizione. «Abbiamo segnato un bel canestro da tre punti, ma dobbiamo tutti insieme giocare per vincere la partita che vale Ca’ Farsetti» commenta.
Chiusa la competizione delle Primarie, qual è il clima?
«Voglio ringraziare Pellicani e Molina, perché si sono subito dimostrati più che disponibili a collaborare. Una dimostrazione di quanto il centrosinistra a Venezia sia unito. E mi hanno fatto piacere i messaggi e le telefonate che ho ricevuto dai vertici del Pd, dal governo, da sindaci come Ignazio Marino».
Casson candidato sindaco, nonostante Renzi?
Ma no, per carità. Renzi, correttamente, non è intervenuto e nemmeno avrebbe potuto. E il Pd sa benissimo che sono elezioni amministrative…
Dunque, qual è la lettura giusta di queste Primarie?
Un’indicazione esplicita, forte e perfino naturale contro l’apparato della politica vecchia e soprattutto poco trasparente. Ad ogni iniziativa pubblica, i cittadini lo manifestavano continuamente: volevano cambiare, sul serio e senza più deleghe in bianco. La vicenda, giudiziaria e non, legata al Mose ha lasciato un segno indelebile: la città ha bisogno di chiudere quella stagione con una politica davvero diversa.
I cassoni del Mose, ormai, sono pronti…
Nel 2017, secondo gli ultimi annunci, dovrebbe anche cominciare a funzionare. Ma restano sempre aperte le questioni legate da un lato agli effettivi costi di gestione del Mose e dall’altro alla manutenzione delle 78 paratoie fra il Lido e Chioggia, che esigeranno ulteriori ingenti risorse.
Una “vertenza Venezia” con il governo?
Diventa indispensabile un “patto con la città”. Da palazzo Chigi dovranno venire a Venezia, perché oltre al Mose c’è il bilancio da far quadrare (e non certo sulle spalle dei dipendenti comunali e dei cittadini) insieme al futuro della città più bella del mondo, che necessita di certezze da Roma.
Grandi Navi: un altro tema che contrappone il turismo di massa alla salvaguardia della laguna. Che si fa?
L’ho detto subito, presentando il programma. Lo scavo del Canale Contorta non solo è una distruzione che va anche contro la legge dello Stato, ma sarebbe un’opera sbagliata dal punto di vista dell’assetto idrogeologico. È ciò che, per altro, abbiamo sempre sostenuto quando ci si accusava di essere quattro gatti con la vocazione del “Signorno”. Prendo atto volentieri che già nelle Primarie non eravamo più soli. E aggiungo che occorre prendere una decisione in tempi rapidi, ma non sulla testa di Venezia…
Il candidato del centrosinistra che vuol diventare sindaco cosa garantisce in termini di discontinuità con il passato?
Premessa: non mi sono mai sognato di sostenere che negli ultimi vent’anni Venezia è stata male amministrata dal centrosinistra. Se mai, ci sono stati alcuni che non lo hanno fatto bene. Di certo in giunta ora potrà sedersi solo chi si impegna ad amministrare a tempo pieno: nessuno ordina di fare l’assessore e quindi bisogna davvero dedicarsi a Venezia, non un paio di giorni alla settimana. E viene altrettanto facile interpretare la volontà dei cittadini: addio al manuale Cencelli, alle logiche di partito o peggio ancora di corrente. A Ca’ Farsetti ci sarà posto solo per le competenze, il merito, la professionalità e la massima trasparenza.
L'abile strategia del padrone extraistituzionale di Venezia: saltare in groppa a uno dei progetti alternativi per le grandi navi e allearsi con gli altri poteri forti per rilanciare il progetto metro Aeroporto-Arsenale-Lido. La Nuova Venezia, 15 marzo 2015
Riferimenti
Sulla strategia sottesa alla sublagunare si veda una postilla del 2011, sempre valida. I padroni di Venezia sono sempre gli stessi, e i loro ispiratori pure.
Ieri a Torino è stato consegnato il dossier dall’associazione Ambiente Venezia: «Lesi i diritti dei cittadini, ignorate le critiche». Comitati sul piede di guerra anche per quanto riguarda il canale Contorta, altra «grande opera». La Nuova Venezia, 15 marzo 2015
Un esposto sul Mose al Tribunale permanente dei popoli. Si riaccendono i riflettori sulla grande opera. Ieri a Torino una delegazione dell’associazione «Ambiente Venezia» ha consegnato al presidente del Tribunale Franco Ippolito un esposto che chiede l’apertura di un procedimento. «Per accertare», si legge nel documento firmato da Armando Danella, Luciano Mazzolin, Stefano Micheletti e Stefano Fiorin, «se nell’iter del progetto Mose siano stati rispettati i diritti dei cittadini».
Qui il PDF dell'esposto dell'Associazione Ambiente Venezia
«Gli oppositori del progetto chiedono che tutto non si esaurisca con la pubblicazione di tutta la documentazione, ma si provveda alla riapertura dei termini per le osservazioni». Il Gazzettino, 15 marzo 2015
Fra qualche giorno il PD veneziano, i suoi alleati e i cittadini veneziani che, pagando due euro, vorranno partecipare alle primarie, decideranno chi sarà il loro candidato alle elezioni per il sindaco. La Repubblica, 13 marzo 2015, con postilla
Primarie a otto mesi dal patatrac di giugno, quelle che si tengono domenica a Venezia tra gli elettori del centrosinistra. Primarie con tre candidati sindaci del Pd che si contendono un difficile dopo Orsoni, l’ex primo cittadino coinvolto nello scandalo del Mose, dimessosi da sindaco dopo aver chiesto il patteggiamento ed essere stato di fatto sfiduciato dal partito. Primarie vivaci, con scintille soprattutto tra i due aspiranti che, secondo i pronostici, si contendono il primato. Uno è Felice Casson, magistrato che ora siede in Senato con i Democratici (sottofamiglia civatiana). Si era già candidato nel 2005, non alle primarie ma alle elezioni vere, contro Massimo Cacciari. Che lo sconfisse contro ogni pronostico.
Il suo avversario diretto è un giornalista e un figlio d’arte. Si chiama Nicola Pellicani, una vita al giornale la Nuova di Venezia e Mestre, ma soprattutto animatore di quella Fondazione intitolata al padre, già vicesindaco della città, parlamentare del Pci, politico a suo tempo vicinissimo a Giorgio Napolitano, e scomparso nel 2006. Proprio in quell’anno nasce la Fondazione Gianni Pellicani, pensatoio che sforna proposte e progetti per Venezia. Il terzo candidato è un ex consigliere comunale (si è dimesso dopo che Orsoni ha chiesto il patteggiamento, poi negato): l’avvocato 37enne Jacopo Molino, un renziano della prima ora.
Ma la complessa geografia interna al Pd c’entra fino a un certo punto in questa competizione. Pellicani, per dire, rivendica l’appoggio dei renziani, oltre che dei bersaniani: «Mi hanno chiesto di candidarmi dopo che si era già fatto avanti Casson, e così io sono partito con un mese di ritardo, mettendo a disposizione le idee e le soluzioni indicate dalla Fondazione, ho capito che questa esperienza poteva diventare un progetto politico». E il magistrato-senatore: «Con Pellicani c’è l’apparato del partito, con me ci sono le persone». Mentre Molina rivendica un «rinnovamento profondo, ma senza alcun timore di pestare i piedi ai portatori di interessi, che a Venezia sono molti».
Ridotta all’osso, la questione pare semplice, e in questi termini la pone l’ex sindaco Massimo Cacciari, che della Fondazione Pellicani è presidente: «Mi auguro prevalga una candidatura in continuità con le precedenti amministrazioni, che per 25 anni, e al di là della responsabilità personale di Orsoni nella vicenda Mose, hanno sempre governato bene la città; si tratta di contemperare le ragioni della salvaguardia di questo territorio particolarissimo con le sacrosante esigenze di sviluppo, altrimenti Venezia è spacciata; l’unico candidato che può garantire questo esito è Pellicani».
Insomma: secondo Cacciari, Casson punterebbe solo a fare lo “sceriffo” e il “giustiziere”, facendo leva sull’indignazione dei veneziani - soprattutto i 50mila che vivono in laguna, ma ci sono anche i 200mila di Mestre, e Pellicani è mestrino - vestendo i panni del rottamatore con un programma che, sempre per Cacciari, dice solo dei no: «Alle grandi navi, al porto di Marghera, al turismo». Insomma, una candidatura tutta “rossoverde”, e non a caso ad appoggiare Casson c’è anche Rifondazione comunista: un suo ex consigliere comunale, Sebastiano Bonzio, si era candidato alle primarie, ma poi si è ritirato dalla gara. Il “prima”, quel che è successo a Venezia a partire dal 4 giugno, è ben presente nelle riflessioni di Pellicani: «In questa città ci vuole una nuova classe politica, e ci vogliono anche nuovi dirigenti nell’amministrazione; Venezia è bloccata da anni, il Comune non dialogava col Porto e con le categorie produttive e bisogna colmare il gap; questo non significa affatto assecondare alcuni interessi, ma riportare la politica al centro di tutto». Casson ribatte e accusa: «Pellicani dice che in caso di vittoria non avrà assessori della vecchia giunta, che però adesso sono tutti schierati con lui; la gente vuole un cambiamento radicale, e solo io posso assicurarlo: sono l’alternativa non solo a Orsoni, ma anche a tutte le giunte che l’hanno preceduto».
C’è dunque un problema nel Pd, e non da poco. Anche a Venezia alle europee del maggio scorso Renzi è andato benissimo, ma il timore di Pellicani è che se vincesse Casson i «moderati guarderebbero altrove, e infatti il centrodestra tifa per lui». Le categorie produttive osservano e aspettano: Matteo Zoppas, presidente di Confindustria a Venezia, non si esprime e rimanda tutto agli esiti di un sondaggio commissionato tra gli associati, «per capire quali sono le priorità in vista delle elezioni». Più esplicito Vittorio Bonacini, titolare dell’hotel Continental e presidente dell’associazione albergatori: «Tutti i candidati sono rispettabilissimi, ma Pellicani è una persona straordinaria, figlio di un mostro sacro della politica, ma senza tessere di partito; grazie alla sua fondazione, esprime una grande conoscenza della città; solo se vince lui queste primarie, alle elezioni vere arriveranno anche i voti dei moderati: altrimenti a prevalere saranno gli altri».
postilla
Ha ragione Massimo Cacciari: il candidato del PD che meglio potrebbe garantire la continuità con la politica dell'ultimo ventennio è Nicola Pellicani. Molti pensano che quella sia stata una politica nefasta, non tanto per la corruzione provocata dal regime MoSE, quanto per l'asservimento dell'intero centro sinistra ai grandi poteri economici, rappresentato dagli enti del porto e dell'aeroporto, dal Consorzio Venezia Nuova, e dal coacervo d'interessi grandi e piccoli che lucrano sulla mercificazione della città. Pellicani E' certamente il candidato del PD più vicino a questo mondo e ad esse gradito. Ma molti dei veneziani critici dell'establishment che ha condotto Venezia all'attuale degrado ritengono che il rischio non sia solo l'ipotesi Pellicani-sindaco il rischio, ma anche il forte condizionamento che il PD in quanto tale eserciterebbe sull'eventuale affermazione di Casson alle primarie. Si spera che qualche novità positiva emerga dopo le primarie del PD. Non è detto che il candidato scelto con queste primarie (alle quali può partecipare chiunque abbia almeno 16 anni e paghi 2 euro). diventi Sindaco.
«La sicurezza della navigazione perseguita come prioritaria col decreto Clini-Passera può considersi come intervento di rilevante interesse pubblico, per la legge italiana deroga alla normativa comunitaria». E' questo l'interesse pubblico? La Nuova Venezia, 13 marzo 2015 (m.p.r.)
«Il Contorta si può fare anche se avesse un'incidenza negativa sull'ambiente e sul sito di importanza comunitaria. Perché rappresenta un «intervento di interesse pubblico» che la legge prevede sia prioritario». E la tesi sostenuta dal presidente dell'Autorità portuale Paolo Costa nella lettera di accompagnamento alle risposte inviata ieri alla commissione Via. Costa ha scritto ai ministri dell'Ambiente Gianluca Galletti, delle Infrastrutture e Trasporti Lupi, oltre che al presidente della Regione Luca Zaia e al commissario Vittorio Zappalorto.
«La tutela della sicurezza della navigazione», scrive Costa, «perseguita come prioritaria dal governo con il decreto Clini-Passera può essere considerata come intervento di rilevante interesse pubblico, che la legge italiana contempla come deroga alla normativa comunitaria». In mancanza di alternative, insomma, il progetto si potrebbe fare comunque. E le alternative sul tappeto, precisa Costa, non sono ricevibili per motivi «tecnici». Ancora, si tratta di dar corso a una direttiva del Comitatone - l'unico convocato a Roma senza il sindaco, sostituito dal commissario - che non prevede, dice Costa, di individuare «siti alternativi alla Marittima», ma «vie d'accesso alternative alla Marittima». Scartate dal Porto Marghera e il Lido non resterebbe che il Contorta.
Tesi ovviamente contestata dalle associazioni e anche dai candidati sindaci alle primarie Casson, Molina e Pellicani, pur con sfumature diverse. Dunque, avanti con il Contorta. Nella cassa di documenti inviata a Roma per rispondere alle 27 pagine di osservazioni della commissione Via, il Porto ritiene di aver dato con la documentazione integrativa «risposte utili a soddisfare tutti i chiarimenti richiesti». Di più, nella lunga lettera inviata da Costa al governo di ribadisce come lo scavo del canale Contorta non sia affatto uno «sfregio» alla laguna, come sostengono gli ambientalisti e i tanti critici alla grande opera. Ma anzi «un modo per attuare con interventi concreti il Piano morfologico della laguna». Cioè la ricostruzione delle barene che andrebbe fatta utilizzando i milioni di metri cubi di fanghi scavati dai fondali. «Ci sono i 70 milioni di euro necessari, che lo Stato non avrebbe mai messo», dice Costa, «e la qualità dei sedimenti stando agli ultimi studi è compatibile con il suo reimpiego in laguna».
Infine, i tempi. Il ministro per l'Ambiente Gianluca Galletti ha esortato a «concludere l'esame del progetto per giungere all'urgente individuazione di una soluzione alternativa al transito delle grandi navi davanti al bacino San Marco». II Porto ha chiesto che siano rispettati i tempi (entro il 10 aprile) per togliere l'incertezza agli operatori. Ma i comitati studiano ricorsi.
Venezia. «Patrimonio in svendita, doppio esposto. I comitati scrivono al Comune: "Illegittima la concessione alla Biennale di un'area che la Variante destina a uso collettivo: quello spazio deve restare al Comune". Carte in Procura e alla Corte dei Conti». La Nuova Venezia, 8 marzo 2015 (m.p.r.)