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«Perché nella lista dei collaudatori di una diga ci sono almeno sette persone che sono state ai vertici all’Anas, e almeno 36 (trentasei) dirigenti dello stesso ministero? Cosa c’entrano un magistrato e un esperto di conti nel collaudo di una diga?». Corriere della Sera, 1 luglio 2015 (m.p.r.)

Cinque miliardi e 493 milioni di euro: fa impressione soltanto a scriverla, la cifra. Ma nel conto astronomico del Mose di Venezia, il sistema delle dighe mobili concepito per difendere la laguna dall’acqua alta investito anch’esso dallo scandalo della corruzione, si trovano numeri ancora più strabilianti. Sapete quanti sono i collaudatori che sono stati impegnati nella difficile missione di verificare la bontà e la correttezza dei lavori? La lista completa messa a punto dai commissari che gestiscono ora il Consorzio Venezia nuova contiene 130 nomi. Avete letto bene: centotrenta. Se però a questi si sommano quanti per il medesimo Consorzio hanno collaudato lavori lagunari minori collegati al Mose, arriviamo a 316. Trecentosedici, per compensi totali di 19 milioni 818.524 euro e 76 centesimi, dei quali 14,2 per il Mose e il resto per le opere in laguna. È bene precisare che si tratta di incarichi antecedenti scandalo e commissariamento. Alcuni dei nomi più vistosi, per giunta, erano già noti. Lo sguardo d’insieme, tuttavia, apre ora uno squarcio su una delle pratiche più raccapriccianti in voga nel mondo dei lavori pubblici. Tutto legale, s’intende. Ma non per questo meno sconcertante. E scorrendo l’elenco sterminato del Mose vengono in mente tante domande.

La prima: perché nella lista dei collaudatori di una diga ci sono almeno sette persone che sono state ai vertici all’Anas, l’azienda pubblica che si occupa di strade? C’è l’ex amministratore Pietro Ciucci, accreditato di un compenso di 762 mila euro. C’è anche uno dei suoi predecessori: Vincenzo Pozzi, con un milione 127 mila euro. Ci sono poi Piero Buoncristiano (562 mila), Francesco Sabato (394 mila), Alfredo Bajo (244 mila), Massimo Averardi (242 mila) ed Eutimio Mucilli, nominato un paio d’anni fa amministratore delegato della società Quadrilatero Marche Umbria (223 mila). Senza contare l’architetto Mauro Coletta (321 mila), che all’Anas si occupava delle concessionarie autostradali e dal 2012 è passato in forza al ministero delle Infrastrutture. Circostanza che introduce la seconda domanda. Perché fra i collaudatori di un’opera pubblica sulla quale vigila quel ministero ci sono almeno 36 (trentasei) dirigenti dello stesso ministero? Tutto legale, anche qui. Ma come non vedere un conflitto d’interessi grande come una casa, anche alla luce dei 4 milioni 850.282 euro attribuiti a quell’esercito di burocrati? Conflitto non dissimile, peraltro, per gli ex dirigenti dell’Anas retribuiti da un Consorzio a cui partecipano imprese che hanno fatto anche lavori per l’azienda pubblica delle strade.
Qualche nome dei collaudatori ministeriali? Marcello Arredi, ex capo del personale del ministero (259.697 euro il compenso previsto). Luigi Minenza (268.405 euro). Walter Lupi (195.209). Francesco Errichiello, nominato nel 2012 superconsulente per l’Expo 2015 di Milano (294.376). Francesco Musci, fresco di nomina a presidente del Consiglio superiore dei Lavori pubblici (404.197). Bernadette Veca (405.654). Maria Pia Pallavicini (562.154). Nell’elenco figura pure l’attuale presidente del magistrato delle acque di Venezia, l’autorità che sovrintende al Mose, Roberto Daniele: 400.671 euro. Va detto che di quelle somme i dirigenti ministeriali ne percepiscono una parte. Il resto va in un fondo comune. Ma si tratta comunque di cifre considerevoli. Qualcuno di loro, inoltre, arrotonda con i collaudi delle opere minori in laguna. Per esempio Arredi, a cui spettano altri 48.703 euro. O Donato Carlea, che può sommare ai compensi per il Mose (179.853 euro) altri 50.219 euro. Oppure Saverio Ginetto Savio Petracca, con 61.068 euro dal Mose e 6.481 dai lavori lagunari. Nome, quest’ultimo, che evoca un interrogativo: sarà lo stesso Saverio Ginetto Savio Petracca dell’Udc che si è candidato con il centrodestra alla Provincia di Campobasso nel 2011 e con il centrosinistra al Comune di Campobasso tre anni dopo?
Non che nella lista, sia chiaro, manchino i tecnici. Ci sono almeno un paio di espertissimi in materia ferroviaria, quali Carlo Villatico Campbell (565.549 euro) ed Emilio Maraini (94.117 euro): già altissimo dirigente delle Fs ai tempi di Lorenzo Necci, impegnato nella partita dell’alta velocità al fianco di Ercole Incalza, fino a qualche mese fa dominus del ministero delle Infrastrutture. E si trova perfino un geometra, Gualtiero Cesarali (301.004 euro). Fatto che aveva indotto la Corte dei conti a chiedere chiarimenti al predecessore di Daniele, quel Patrizio Cuccioletta travolto dall’inchiesta sul Mose e la corruzione. Sentendosi rispondere: «Vista la presenza degli altri due membri laureati non si ha motivo di dubitare sulla qualificata preparazione della Commissione». I dirigenti delle Infrastrutture non sono gli unici burocrati pubblici ad aver goduto di questo singolare beneficio. Ci sono per esempio due esponenti del Tesoro, come l’ex capo di gabinetto dei ministero dell’Economia Vincenzo Fortunato (552.619 euro) e Mario Basili, revisore dell’Agenzia italiana del Farmaco (99.027).
Si arriva così alla terza domanda: che cosa c’entrano un magistrato e un esperto di conti nel collaudo di una diga? Non è roba da ingegneri? Certo. Se non ci fosse però un trucco che consente di moltiplicare all’infinito il numero degli incarichi e i compensi. Legale, ovvio. Ma sempre un trucco è. Si chiama collaudo tecnico amministrativo: una invenzione della burocrazia per cui non si verificano soltanto la solidità e l’efficienza di un’opera, ma anche le procedure e i prezzi. Insomma, si collaudano le carte. Il più delle volte tutto si risolve in una firma sotto una relazione magari già scritta o assemblata con il copia-incolla. E qui ci fermiamo.
Non prima però di aver raccontato l’ultima chicca. Arrivati al Consorzio Venezia nuova, i commissari hanno scoperto che era stata già costituita la commissione per il collaudo finale di tutta l’opera. E da chi era composta? Da tre persone: Fortunato, Ciucci e Pozzi. Un magistrato (Fortunato), un esperto di finanza (Ciucci) e un solo ingegnere (Pozzi). Le nomine sono state immediatamente revocate. Ma Fortunato non ha abbozzato. Per 15 anni magistrato del Tar, ha impugnato la revoca davanti al Tar, che l’ha rigettata indicando la competenza del giudice ordinario.

«L'archistar (escluso dal cantiere) pronto a revocare la firma dal progetto se diventa solo un centro esclusivo del gruppo Luis Vuitton Moet Hennessy, chiuso alla cittadinanza». Eppure molti dicevano che è tanto intelligente. La Nuova Venezia, 23 giugno 2015

Venezia. L’archistar olandese Rem Koolhaas potrebbe a breve scaricare Benetton. I lavori per ultimare il blindatissimo Fontego dei Tedeschi proseguono a ritmo sostenuto, ma negli ultimi mesi ai referenti dello studio Oma di Koolhaas non è stato permesso entrare in cantiere a controllare, come invece l’accordo iniziale prevedeva.

Lo studio avrebbe dovuto seguire fino al termine (giugno 2016) il recupero della struttura e l’allestimento degli spazi comuni, come la corte interna e la terrazza. Sembra invece che il mandato per coordinare il progetto non sia stato rinnovato da Benetton con la conseguenza che si è ai ferri corti. Per ora, dallo studio di Rotterdam, ci si limita a una telegrafica conferma: «Effettivamente», fanno sapere senza dire una parola in più, «c’è un interrogativo sul proseguimento della partecipazione al progetto». In passato Oma ha firmato e depositato in Comune il progetto di recupero del Fontego e, come si evince anche dal pannello affisso sul Canal Grande, risulta responsabile della voce “Progetto architettonico e coordinamento”. Eppure si dice che, da quando la Rinascente è stata messa da parte ed è subentrato Dfs (Duty free shops) group, divisione del colosso multinazionale Lvmh (Luis Vuitton Moet Hennessy) e leader mondiale della vendita di prodotti extra lusso, le cose siano cambiate.

Prima di tutto si sa che gli interni degli spazi commerciali sono stati affidati da Dfs all’architetto inglese James Fobert, scelta che di fatto avrebbe escluso lo Studio Oma da qualsiasi altro incarico e mettendolo già da parte, per esempio, come supervisione generale. Poi non c’è chiarezza sui motivi che avrebbero spinto Benetton a emarginare Oma, impedendo di entrare in cantiere. Sembra infatti che siano state fatte delle modifiche al progetto non condivise da Oma. A quanto dice chi segue la vicenda fin dall’inizio, la situazione che si respira nell’ultimo periodo sta per esplodere. C’è chi sostiene che il colpo finale sia stato dato dall’uscita di scena delle ex soprintendente Renata Codello che seguiva attentamente lo sviluppo dei lavori. Dall’aria che tira, non è escluso che nei prossimi giorni Oma arrivi addirittura a prendere le distanze dal comportamento di Benetton.

Per adesso le bocche sono cucite, ma è evidente la differenza di approccio concettuale allo store di Dfs e di Oma per capire che qualcosa non sta funzionando. Per quanto ci siano sempre state polemiche sull’uso commerciale dello spazio, Oma ha dichiarato di aver concepito il Fontego pensando alla fruizione da parte della cittadinanza. Dfs Group sembra invece essere più propensa a un luogo esclusivo, con un target di clienti chic. Oltre a queste ipotesi, ci sono dei fatti che attestano la marginalizzazione di Oma e che pongono degli interrogativi. Se il mandato iniziale prevedeva che Oma seguisse fino alla fine il recupero dei lavori, si dovrà spiegare come mai nessuno dell’entourage di Koolhaas può accedere al Fontego e che genere di interventi si stanno facendo all’interno, dato che non viene aperto da molto tempo per fare un punto sul restauro. Il rischio è che, se è vero che Benetton stia escludendo Oma, il risultato finale sia diverso da quello che i veneziani si attendono e da quello che Rem Koolhaas aveva ideato. Se così fosse, l’incomprensione tra le due star con il tempo potrebbe trasformarsi in materia per avvocati e lo Studio Oma dimostrare di essere stato usato e abbandonato.

I colpi di coda dello scorpione: il Commissario prepara le carte per privatizzare il trasporto pubblico, l'uso delle spiagge, e quant'altro. Sarebbe bello se i candidati sindaco ci dicessero subito che cosa faranno se saranno eletti Sindaco. La Nuova Venezia, 7 giugno 2015

VENEZIA. Da quaranta a diciannove. È la «cura dimagrante» sulle aziende partecipate del Comune che il commissario Vittorio Zappalorto e il subcommissario Vito Tatò affidano - per essere realizzato - al nuovo sindaco della città (Felice Casson o Luigi Brugnaro), contenuto nel piano di razionalizzazione delle società comunali che hanno già predisposto, secondo quanto richiesto anche dal Governo e di cui si conoscono ora i dettagli. Il Piano - che se attuato dovrebbe comportare risparmi significativi per la “macchina” comunale, prevede appunto gli accorpamenti di società comunali che svolgono funzioni analoghe, la dismissione di quelle che non svolgono funzioni indispensabili per i fini di Ca’ Farsetti, il mantenimento delle partecipazioni di controllo di quelle invece essenziali, aprendone però il capitale anche ai Comuni che entreranno a far parte della Città Metropolitana. In più, coordinamento tra le varie partecipate e contenimento dei loro costi di funzionamento.

Tra le novità più importanti, la fusione di Actv nella sua capogruppo Avm, l’Azienda veneziana per la mobilità, il cui capitale, ora al 100 per cento del Comune, verrebbe aperto ai soci attuali di Actv, a cominciare dalla Provincia e dal Comune di Chioggia, che hanno chiesto di uscire da Pmv - la società patrimoniale di Actv - e riceverebbero in cambio non soldi, ma azioni della «nuova» Avm, fino a una quota del 20 per cento della società. Avm svolgerebbe così direttamente il servizio di trasporto pubblico locale per Venezia e Chioggia e nell’area extraurbana della provincia centromeridionale. L’Azienda veneziana della mobilità resterebbe anche il socio di maggioranza di Vela, la società degli eventi e del marketing del Comune.

Resterebbero invece sotto il controllo del Comune - ma aperta anche ai Comuni metropolitani, Ames (mense e farmacie), Insula (manutenzione urbana), Venis (informatica) e appunto Vela. Il Comune invece uscirà dal tutto da una controlata come Venezia Spiagge - di cui ha il 51 per cento del capitale - lasciando spazio ai privati, non appena sarà concluso l’iter di autorizzazioni per la proroga delle attuali concessioni balneari marittime sulle spiagge. Cedute anche le quote di minoranza, di abate Zanetti srl 8la scuola del vetro di Murano), Nicelli spa (l’aeroporto del Lido) e anche Promovenezia, Residenza Veneziana e Interporto di Venezia. Ive srl, l’Immobiliare veneziana diventerà l’unica società immobiliare del Comune, assumendo anche il controllo di Vega scarl (la società del Parco scientifico di Marghera).

Per Veritas si seguirà il piano di razionalizzazione già approvato dalla società multiservizi ambientali, che prevede la riduzione delle sue attuali partecipazioni societarie da 21 a 11. Per il Casinò, Zappalorto e Tatò rimandano al piano di riorganizzazione della società in discussione tra azienda e sindacati e indicano - sulla base dei primi risultati di esso - tre strade possibili al nuovo sindaco. Riprendere il progetto della cessione ai privati della gestione del Casinò. Proseguire con la gestione diretta sotto una società interamente controllata dal Comune, Oppure scegliere una strada intermedia: mantere il controllo pubblico del Casinò, ma far entrare nella società un operatore
privato in grado di rilanciarlo a livello internazionale. Per la sopravvivenza della Cmv spa, la società patrimoniale del Casinò, è invece fondamentale, per alleggerire il suo pesante indebitamento, vendere alcune delle sue proprietà immobiliari. Cominciando, forse, dai terreni di Tessera.

«Per non morire, la Serenissima si sta consegnando ai privati ed è sempre più simile a uno showroom. L’arte deve essere accessibile agli sponsor, e lo sponsor è talmente accessibile all’arte che fa come se fosse a casa sua». Il Fatto Quotidiano, 5 giugno 2015

Venezia. Se un pomeriggio d’estate un Visitatore entrasse alle Gallerie dell’Accademia per visitare le nuove sale appena inaugurate, potrebbe fare delle belle scoperte, la più strabiliante che il Tiepolo si è fatto lo smartphone, e ha scelto un Samsung. Ma non anticipiamo troppo. Il Visitatore ha grandi aspettative, e un po’ gli rode, visto che ha appena pagato 15 euro per il biglietto di entrata, più un euro di caparra per poter usufruire di uno dei cinquanta armadietti da palestra di periferia che sono il solo guardaroba disponibile di una delle più prestigiose raccolte d’arte al mondo. Anche l’ingresso è uno dei più cari al mondo; ma di certo ne varrà la pena, pensa il Visitatore, per farsi un’idea di questo primo assaggio del rilancio in grande stile di cui si favoleggia da anni.

Ebbene, la prima sala della nuova Accademia è davvero sbalorditiva, per un museo d’arte. Nemmeno un dipinto, solo enormi megaschermi marchiati Samsung. Che poi, spiegano i depliant, chiamarli schermi è riduttivo: si tratta piuttosto (citiamo) “di totem multimediali grazie ai quali è possibile agevolare la costruzione di un percorso di visita”. Agevoliamoci, pensa il Visitatore sentendosi un po’ capo pellerossa, e al primo sfioramento il totem lo ripaga con la visione di James Ivory, il regista di Quel che resta del giorno, che si mette a raccontare di come girò il suo primo cortometraggio proprio a Venezia, tra le sale dell’Accademia. Ci fa piacere per lui, pensa il Visitatore, ma che c’entra? Poi però Ivory viene al dunque: “L’arte deve essere accessibile a tutti”, osserva; e per questo ringrazia di cuore la Samsung per avere partecipato alla ristrutturazione dell’Accademia con un suo generoso contributo. Dopo la prima sala, che è di fatto uno showroom del leader mondiale dei media digitali, il visitatore passa alle altre quattro; si comincia a vedere qualche dipinto, e qui arriva la sorpresona: ogni quadro ha il suo tablet personale, in modo che, mentre si è davanti ai veri Hayez, Veronese o Tiepolo, si possa smanettare in santa pace sul relativo Samsung piazzato a fianco dell’opera.

A questo punto il Visitatore ha le idee un po’ confuse ma con un punto fermo; l’arte deve essere accessibile a tutti, ma soprattutto deve essere accessibile agli sponsor. Scopre che queste cinque sale costate dieci anni di riunioni, autorizzazioni, progetti e lavori (una media di due anni a sala), non si sarebbero mai potute aprire senza i 600 mila euro offerti dalla Samsung. Bel gesto, ma in cambio di cosa? Il Visitatore scopre anche che nell’allestimento degli spazi, per misteriosi “nuclei tematici”, non si è partiti dalla selezione dei dipinti ma dalle scelte dagli architetti, dai vincoli della burocrazia e forse – ma questo è solo un sospetto – dagli interessi dello sponsor. Di certo, sia questi ambienti totemici, sia l’area espositiva dell’ex Chiesa della Carità dove è allestita una brutta mostra di Mario Merz fanno letteralmente a pugni con le gloriose sale del piano nobile, dove da sempre tutto procede non per “nuclei tematici” ma semplicemente per ordine cronologico; e dove ora Cima da Conegliano, Giovanni Bellini e Giorgione creperanno di invidia. Perché Tiepolo ha il tablet, e noi no?

Finita la visita e salutati i totem, il Visitatore si sposta al ponte di Rialto; e lo trova incoronato da un enorme cartellone che pubblicizza la mostra celebrativa dei 20 anni della linea di moda Marni (socio di maggioranza, Renzo Rosso); una maniera non delle più sobrie per informarlo che il restauro appena iniziato si deve alla generosità dello stesso Rosso a seguito di un accordo firmato dall’ex sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni. Certo che questa città rigurgita di mecenati, pensa il Visitatore; il magnate del lusso Francois Pinault che ha rimesso a nuovo Palazzo Grassi e Punta della Dogana e poi ci ha piazzato le sue collezioni d’arte private; Prada che si è presa Ca’ Corner della Regina collocando la Fondazione al primo piano e gli appartamenti privati al secondo, e ora anche lo storico patron della Diesel...

Poi, attraverso l’associazione Veneziacambia 2015 (un gruppo di cittadini in campo per la difesa dei beni comuni), il Visitatore scopre che, in cambio dei cinque milioni di euro del suo contributo, il mecenate Rosso ha ottenuto dal Comune diverse cosucce; non solo l’affissione sull’assito del cantiere dei manifesti con vista sul Canal Grande, ma anche “la personalizzazione e la brandizzazione” dell'intera struttura del ponte, dei vaporetti che vi transitano, e perfino di due imbarcaderi. A quel punto il Visitatore si chiede come mai i gondolieri non abbiano ricevuto delle apposite salopette in denim griffate Diesel, perché con le tradizionali maglie a righe orizzontali stonano con tutto il resto.

Ma forse c’è tempo per rimediare. Forse bisogna aspettare che il Fontego dei Tedeschi, sventrato delle strutture cinquecentesche, venga trasformato dalla Benetton in un centro commerciale perfino più sontuoso di quello aperto di recente nei pressi del Ponte di Calatrava; solo allora potremo godere dell’effetto sistema dell’intera zona di Rialto.

Imbarcandosi sul vaporetto nero pece brandizzato DIESELREBOOT, il Visitatore ripensa alle Gallerie dell’Accademia, e conclude che quelle nuove sale sono un’eccellente metafora di quanto sta accadendo in tutta Venezia. Per non morire, la Serenissima si sta consegnando ai privati ed è sempre più simile a uno showroom. L’arte deve essere accessibile agli sponsor, e lo sponsor è talmente accessibile all’arte che fa come se fosse a casa sua. Il privato fa il suo mestiere: se gli dai il dito lui non si ferma più, mette i telefonini nella pinacoteca e i manifesti sul Canal Grande; sta al pubblico tenere la barra dritta, vedere la differenza tra un mecenate e uno sponsor, e stabilire i limiti. Per riuscirci però ci vogliono regole certe, istituzioni sane, e soprattutto uno Stato degno di questo nome; la Samsung, la Diesel o qualcun altro si offre per ristrutturarlo?

Qualche anno fa (14 agosto 2009) avevamo pubblicato su eddyburg un antico scritto di Luigi Scano che ripresentiamo adesso per la sua sconvolgente attualità. In calce, una postilla

8 dicembre 2006.TURISMO INSOSTENIBILE

Dall’Egitto a Venezia, proposte vecchie e nuove per governare il turismo, un fenomeno sempre più devastante

Assai recentemente, Paolo Rumiz raccontava (“Egitto, le tombe proibite”, in la Repubblica, 3 dicembre 2006) di avere visitato alcune magnifiche tombe, precluse all’accesso da molti anni, o da molti decenni, nelle Valli dei Re, delle Regine e dei Nobili, nella zona di Luxor, in concomitanza con alcune operazioni attuative di un imponente progetto di riproduzione fotografica ad altissima definizione degli interni, e soprattutto delle pitture murali, della totalità delle tombe delle suddette necropoli. Tale progetto, riferiva il giornalista essergli stato spiegato da Zahi Hawass, segretario generale del Supreme Council of Antiquities del Cairo (una specie di soprintendente archeologico nazionale, a quel che è dato capire), è parte essenziale di un più complessivo programma di riproduzione, monitoraggio, messa in sicurezza (anche attraverso la sottrazione alla fruizione turistica, e comunque generalizzata), di tutte le tombe costituenti il patrimonio archeologico egiziano.

Poiché la pura e semplice presenza fisica, nelle tombe, degli attuali flussi turistici di visitatori, provocherebbe, in tempi più o meno ravvicinati, la totale e ineluttabile distruzione quantomeno delle loro pitture murali, ci si accinge, infatti, proseguivano le spiegazioni fornite dall’illuminato (e potente) soprintendente egiziano, a interdire l’accesso dei fruitori turistici alla quasi totalità delle tombe, dirottandoli verso la visita di “repliche identiche”, e a limitare le visite alle (poche) altre tombe, anche alzando i relativi prezzi. Giacché, concludeva Zahi Hawass, “se devo scegliere tra il turismo e l’archeologia, non ho alcun dubbio. Scelgo l’archeologia”.

Ciò in un Paese, l’Egitto, che, a differenza di buona parte degli altri Paesi della stessa area geografica, non possiede rilevanti risorse naturali (quali innanzitutto il petrolio), e per il quale “il turismo” costituisce non soltanto la prima “industria”, ovvero la prima (con colossali distanze da tutte le altre) fonte di valore aggiunto, e di reddito, ma addirittura l’attività decisiva allo scopo di mantenere le grandi masse popolari ivi abitanti (appena) al di sopra della soglia della più nera povertà e della fame.

Evidentemente, Zahi Hawass, e i dirigenti politici e istituzionali egiziani che gli forniscono supporto, e autorità, hanno ben inteso la “radicalità” che sarebbe pretesa da una coerente interpretazione, e applicazione, di quel principio della “sostenibilità dello sviluppo” che, al contrario, fornisce mera occasione di vaniloqui retorici, e di gargarismi demagogici, a tanta parte dei dirigenti politici e istituzionali italiani (non mi pronuncio su quelli degli altri Paesi dell’opulento Occidente), vale a dire di uno degli otto Paesi maggiormente “industrializzati” (checché ciò voglia dire) del mondo.

Per fare un esempio (tutt’altro che casuale, ma intenzionalmente e faziosamente prescelto, epperaltro, ahimé, nient’affatto connotato da eccezionalità, o da semplice rarità, neppure rispetto all’universo dagli enti locali amministrati dal “centrosinistra”) a Venezia si discetta, oramai, da qualche mese, circa le migliori soluzioni tecniche idonee a porre a carico dei fruitori turistici della città storica lagunare (direttamente, o attraverso l’incremento di talune esazioni gravanti sugli operatori del settore) una quota, più o meno consistente, dell’aumento, addebitabile ai medesimi fruitori turistici, delle spese correnti che devono essere sostenute, dal Comune e dalle aziende strumentali che a esso fanno riferimento, per l’erogazione dei più diversi servizi, e per la manutenzione urbana (per non dire di quelle riconducibili alla cosiddetta “promozione”, nell’accezione più ampia, del turismo, e pertanto interamente finalizzate a vantaggio dei turisti, o, meglio, degli appartenenti alla cosiddetta “filiera turistica”, cioè di tutti coloro che dal fenomeno turistico ricavano profitto, e senza neppure prendere in considerazione il fatto che almeno una parte delle spese per investimenti è condizionata, nella qualità e nella quantità delle opere da realizzare e dei beni da acquistare, e quindi nei costi, dall’esistenza e dall’entità del fenomeno turistico).

Ma tutto il dibattito è stato rivolto all’individuazione delle soluzioni (ritenute) più efficaci, quanto a celerità e a certezza, allo scopo di “fare cassa”, assumendo il duplice vincolo da un lato di non fare gravare troppo gli extracosti generati dal fenomeno turistico sui redditi, non derivanti dallo stesso fenomeno, di quella che, comunque e per ora, resta la larga maggioranza dei residenti nell’intero Comune di Venezia, dall’altro lato di non ledere, se non marginalmente e inavvertibilmente, gli arroccatissimi e fortificatissimi interessi delle categorie, delle sotto-categorie, dei gruppi, dei soggetti, individuali e societari, che, per lucrare sulla fruzione turistica della città storica di Venezia e della sua laguna, da anni e da decenni stanno, come locuste predatorie e voraci, sfregiando, sconciando, divorando, consumando l’una e l’altra.

Mentre si è scartata a priori la scelta di riprendere, e di approfondire, le soluzioni funzionali piuttosto (pur se comportanti anche introiti alle esangui -??? - casse pubbliche locali) a costruire un complesso sistema di regolazione della fruizione turistica della città storica e della laguna (nel cui contesto un elemento irrinunciabile sia la regolazione programmata dell’entità dei flussi turistici, basata innanzitutto sulla possibilità/obbligo di prenotare la fruizione).

Eppure non soltanto gli ora richiamati obiettivi, ma anche le molteplici azioni, e i plurimi interventi, finalizzati al loro perseguimento, erano già, rispettivamente, proclamati e motivati (sotto il profilo dei principi universali, e sotto quello della lettura delle situazioni locali), ed esposti e specificati, nel progetto di “piano comprensoriale” della laguna e dell’entroterra di Venezia varato all’inizio degli anni ’80 del secolo scorso, e integrato dalle osservazioni del Comune di Venezia votate circa un biennio appresso, nonché, con ulteriori specificazioni, nel “piano programma 82/85” dello stesso Comune di Venezia, fortissimamente voluto, e capillarmente curato, dall’allora vice-sindaco Gianni Pellicani (che gli attuali amministratori comunali tanto più trasformano in quel “santino” ch’egli assolutamente non era, quanto più ne tradiscono gli ideali, i principi, le convinzioni).

Eppure, dopo di allora, l’entità e la tipologia della fruizione turistica della città storica e della laguna si sono, rispettivamente, ingigantite e pervertite oltre le più pessimistiche previsioni, sicché, tanto per dirne una, il numero medio giornaliero di presenze nella città storica è oramai poco meno che doppio rispetto a quello che era stato stimato rappresentare il limite di soglia della “sostenibilità socio-economica” negli studi commissionati dal Comune di Venezia all’Università di Ca’ Foscari, alla fine degli anni ’80 del secolo scorso, per valutare gli impatti prevedibili dell’ipotesi di realizzare nell’area veneziana l’”Expò 2000”.

Eppure le opzioni da assumere, e le politiche (di lunga lena, certamente) da attuare, per preservare, nell’interesse dell’intera umanità, presente e futura, il patrimonio costituito dall’integrità fisica e dall’identità culturale della laguna veneziana e dei suoi insediamenti umani, urbani ed extraurbani, sarebbero (per ora) estremamente meno drastiche di quelle che si accingono a intraprendere i responsabili tecnici e i decisori politici egiziani. A Venezia, infatti, nessun sito dovrebbe essere totalmente precluso, mentre di molti (e quindi della città nel suo complesso) si dovrebbe “prenotare” la fruizione: avendone, in contraccambio, la possibilità di fruire dei suoi autentici valori di “bene posizionale”, e non del loro squallido surrogato (con un potenziale slogan pubblicitario: la possibilità di fruire di Venezia e della sua laguna, se non proprio come Johann Wolfgang Goethe, almeno come il Gustav von Aschembach di Thomas Mann).

Ciononostante: nulla. Un intero gruppo dirigente comunale, appecoronato davanti agli interessi delle locuste, predica (e, quel che è peggio, pratica) la crescita illimitata della fruizione turistica. Cioè la distruzione, prima o poi anche materiale, del capitale fisso sociale su cui si basa una rilevantissima attività economica (la riduzione, e quindi l’annullamento, dei valori su cui si fonda la produttività del medesimo capitale interverrebbe assai prima). Si tratta del cieco inseguimento di un necessario suicidio di massa, come nel modello comportamentale dei lemming scandinavi? ma vogliamo scommettere che, alla fine, le locuste non si getteranno nel mare?

P.S. Poiché, parlando delle locuste, ho fatto d’ogni erba un fascio, mi sembra doveroso ricordare, con immenso rimpianto, l’albergatore, e per molti anni presidente degli albergatori veneziani, Ugo Samueli, che perorava le mie stesse finalità di razionamento programmato della fruizione turistica di Venezia, e che funere mersit. Per il vero, ricordo la condivisione delle medesime posizioni anche da parte di qualche altro soggetto, ma poiché si tratta di viventi, non vorrei esporli alle ritorsioni dei predetti appartenenti alla famiglia degli acrididi.

postilla

Non sappiamo se questo testo sia stato pubblicato o no. L'avevamo trovato, qualche anno fa, nell'archivio personale di Gigi, ma senza indicazioni sulla sua pubblicazione cartacea. Neppure abbiamo trovato testi suoi che illustrino la sua proposta, cui fa cenno nel suo scritto del 2006, che definiva "razionamento programmato dell'offerta turistica".

Ne ragionammo a lungo, anche con Gianni Pellicani, alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso. Crediamo che valga la pena di riprendere oggi il filo di quel ragionamento. Ormai la voracità del turismo sregolato di massa è talmente evidente che pullulano le proposte, a volta intelligenti e sulla linea del ragionamento di Gigi, più spesso bizzarre e forse peggiori del male che vorrebbero sanare: come quelle tendenti a recintare Venezia o alcune sue parti, o quelle brutalmente di classe basate sul rendere più costoso l'accesso mettendo dei tornelli ai portoni d'ingresso alla città. Come se non bastassero i recinti sociali, economici e anche fisici che già frammentano la città, e la rigida frontiera che taglia in due il Mediterraneo.
Occorre cercare ancora. Senza dimenticare, come ammoniva Gigi, che risolvere i conflitti annidati dietro questo turismo richiede un lavoro di lunga lena. E senza illudersi che si possa affrontarlo se prima non si hanno le idee ben chiare su quale Venezia vogliamo: per i suoi abitanti e per quelli del pianeta Terra, per quelli di oggi e per quelli di domani.

Riferimenti. Si vedano, precedenti a quello di Scano, l'articolo di Carla Ravaioli, Il turismo inquinante, e di Lodo Meneghetti Coraggiosa Carla Ravaioli.

L'ottusità non perdona. Quella dei decisori veneziani è talmente pronunciata che non si accorge di negare mille anni di storia. «Bloccato il Padiglione Islanda che trasforma la chiesa della Misericordia in tempio islamico “Doveva essere una mostra, non un luogo di culto”». La Repubblica, 22 maggio 2015

VENEZIA
LAPREGHIERAè finita. Il Comune di Venezia ha imposto ieri la chiusura della moschea allestita per la Biennale d’arte nella chiesa di Santa Maria della Misericordia – privata dal 1973 – perché utilizzata senza autorizzazioni come luogo di culto. È questa la principale delle prescrizioni violate dal Padiglione islandese la cui curatrice Nina Magnúsdóttir ha affittato nei mesi scorsi la chiesa nel sestiere di Cannaregio affidandola all’artista svizzero Christoph Büchel.

La sua installazione, chiamata “Moschea della Misericordia”, voleva dare una risposta alle richieste dei ventimila fedeli della comunità musulmana della città, coinvolta nell’allestimento, di avere un luogo nel quale pregare che non fosse un capannone di Marghera. Una vera e propria moschea quindi, che si è prestata a contrapposte interpretazioni fin dal giorno dell’inaugurazione, lo scorso 8 maggio: invito al dialogo o provocazione? Nessuno in città era stato informato dell’apertura – in questi termini – di una moschea in una chiesa, se pur privata, venduta nel 1973 con un decreto firmato dall’allora patriarca di Venezia Albino Luciani, poi diventato Papa Giovanni Paolo I.

Dopo l’analisi degli ulteriori documenti richiesti ai curatori e arrivati mercoledì in municipio è stata comunicata ieri la decisione di revoca delle autorizzazioni che si traducono con la chiusura della moschea, nelle prossime ore. «Hanno presentato le carte per allestire una mostra, non per un luogo di preghiera: hanno giocato sull’ambiguità», spiegano dal Comune, retto da un commissario prefettizio dopo lo scandalo del Mose. Nel corso dei ripetuti controlli fatti dopo l’inaugurazione – aggiungono Comune e prefettura – sono state riscontrate altre violazioni. Riguardano le modalità di ingresso dei visitatori – nei primi giorni erano costretti a togliersi le scarpe e, le donne, invitate a indossare il velo – e il ripetuto superamento del limite massimo di capienza.

Al termine della preghiera di venerdì scorso anche la comunità islamica, messo da parte l’iniziale entusiasmo e valutata l’irritazione del patriarcato, aveva preso le distanze dal padiglione per non interrompere il percorso di dialogo interreligioso con la chiesa veneziana. «Siamo stati ospiti del padiglione, per un’iniziativa che ci sembrava andare nella direzione giusta, della tolleranza», dice ora Mohamed Amin Al Ahdab, architetto e presidente della comunità islamica di Venezia, «ma la reazione della città è stata priva di equilibrio per una moschea destinata a restare aperta sette mesi, il tempo della Biennale. Una moschea provvisoria come una tenda».

Il provvedimento può essere impugnato entro 60 giorni, e la Biennale si augura soluzioni che «possano consentire la riapertura del padiglione espressione della partecipazione dell’Islanda alla Biennale». Altre volte artisti ospiti della città erano intervenuti con installazioni a servizio della comunità. Nel 2012 il russo Arseniy Zhilyaev aveva realizzato una lavanderia gratuita nell’isola della Giudecca. Anche in quel caso erano scoppiate le proteste. Ma solo quando l’installazione era stata chiusa, lasciando i residenti senza la possibilità di lavare i panni gratis.

«Immediata risposta dell’ing. Luigi D’Alpaos: non barricarsi dietro a inutili “no” e non perdere questa straordinaria occasione di riportare dei sedimenti in una laguna "che è già mare e che perde 500.000 metri cubi di sedimenti all’anno"». La Nuova Venezia, 15 maggio 2015 (m.p.r.)

Venezia frena sull’idrovia. La grande opera, del valore di 700 milioni di euro tutti da trovare, metterebbe di certo al riparo da alluvioni il territorio padovano, ma non darebbe ancora garanzie sicure sull’impatto dello scolmatore sulla laguna. È questa la preoccupazione di comitati e associazioni, espressa ieri nel Palazzo Grandi Stazioni di Venezia all’assessore all’Ambiente Maurizio Conte, all’ingegnere Luigi D’Alpaos e al dirigente Settore Suolo della Regione Tiziano Pinato. Immediata la risposta dell’ingegnere padovano che replica ai veneziani di non barricarsi dietro a inutili “no” e di non perdere questa straordinaria occasione di riportare dei sedimenti in una laguna «che è già mare e che perde 500.000 metri cubi di sedimenti all’anno».
Dopo l’aggiudicazione definitiva del bando di gara europeo al padovano Beta Studio e alla società milanese Technital s.p.a. per l’«affidamento del progetto preliminare per il completamento dell’idrovia Padova Venezia come canale navigabile e scolmatore», ieri si sono ribadite ai progettisti le criticità: i comitati chiedono uno studio di impatto ambientale, costi e benefici del progetto e trasparenza sugli effetti nella laguna. Alessandro Campalto, presidente della Conferenza dei sindaci della Riviera, composto da dieci Comuni padovani e veneziani, ha ribadito il loro unanime sì, ma verificando che sia un progetto che porti benefici a tutti. Si è parlato poi del ruolo strategico che potrebbe avere il Porto Off Shore per favorire l’attività industriale di Padova e della necessità di pensare alla navigazione con chiatte e non con navi. Nel progetto è inserito anche lo studio della possibilità di utilizzare l’idrovia come scolmatore del Bacchiglione e non solo del Brenta. Per adesso non ci sono fondi, il Piano Dissesto del premier dirà se ci sono soldi per il Veneto.

«Protesta colorata e pacifica: 70 associazioni e quattro candidati sindaci. Ottavia Piccolo sul palco di Sant’Angelo: "Non danno retta ai cittadini che protestano da anni" 120 mila firme raccolte contro lo scavo del canale Contorta». La Nuova Venezia, 10 maggio 2015 (m.p.r.)

VENEZIA Colorati, pacifici. E più numerosi di sempre. Settanta comitati, oltre tremila persone, hanno sfilato ieri in corteo per due ore da Santa Margherita a Sant’Angelo, passando per le Zattere e

il ponte dell’Accademia. Palloncini colorati, striscioni, musica e slogan. Giovanissimi in prima fila con le lettere colorate: «No grandi navi». Dietro i giovani e i meno giovani del Comitato che ha organizzato la giornata. «Basta con la cricca delle grandi opere», dice il portavoce Tommaso Cacciari, «non diciamo no alle crociere ma non vogliamo in laguna navi troppo grandi e incompatibili. Le soluzioni alternative ci sono, il governo decida». Tra le alternative i comitati escludono lo scavo del nuovo canale Contorta Sant’Angelo. Proposta dell’Autorità portuale, 145 milioni di spesa per approfondire il piccolo canale Contorta e portarlo a dieci metri e mezzo. «Rimedio peggiore del male».

Poche centinaia di metri più in là ci sono i rimorchiatori con i colori elettorali di Luigi Brugnaro, ex presidente di Unindustria, che rilancia la “solidarietà alle navi”. Devono arrivare in Marittima, dicono gli operatori. Ma anche Brugnaro è contrario al Contorta e spinge per il Vittorio Emanuele, così le navi potranno arrivare in Marittima. Minicorteo di quattro rimorchiatori che la Questura all’ultimo momento ha fatto deviare, vietando l’autorizzazione al passaggio in canale della Giudecca. «Sarebbe stata una provocazione», racconta Tommaso Cacciari, «abbiamo assicurato alla Questura che il nostro corteo sarebbe stato pacifico, ma abbiamo chiesto di non essere provocati. Città spaccata in due? Ma non siamo ridicoli, loro erano in venti noi siamo migliaia».
Tanti movimenti, comitati e qualche politico al grande corteo di ieri. In campo Santa Margherita, dietro gli striscioni colorati, si vedono anche alcuni candidati sindaco, i comitati e i centri sociali, singoli con la bandiera, Armando Danella già dirigente della Legge speciale in Comune, i circoli del Pd in fondo al corteo. Ci sono anche i “dissidenti” della Sinistra, espulsi da Rifondazione perché appoggiano in Regione la candidata del Pd Alessandra Moretti: Pietrangelo Pettenò e Sebastiano Bonzio. Maria Rosa Vittadini e Carla Bellenzier di Venezia Cambia. Italia Nostra e Lipu, ma anche comitati venuti da lontano come quelli che combattono in Lombardia gli emungimenti dal sottosuolo che causano terremoti, i vicentini, il comitato contro l’autostrada Orte-Mestre. E poi i “NoMose”, Ambiente Venezia. In tutto le adesioni superano le 70 unità. «Abbiamo raggiunto quota 120 mila con le firme raccolte in rete contro lo scavo del Contorta», dice Luciano Mazzolin.
Intasamento in calle dei Carmini. Da campo Santa Margherita, dove i manifestanti si sono radunati intorno alle 15 crescendo di numero fino a superare le tremila unità. «Siamo tanti, vogliamo che il governo ci ascolti», dice Marco Baravalle di Sale Docs. Si va alle Zattere, poi al ponte dell’Accademia per il rio Terà di Sant’Agnese. Musica e slogan contro le grandi navi, ma anche contro la corruzione e la “cricca delle grandi opere”. A Sant’Angelo sul palco concerto dei “Tre allegri ragazzi morti”. Poi parla Ottavia Piccolo. «Non danno retta ai cittadini, devono mettersi in testa che Venezia le grandi navi non le vuole a San Marco. E che il Contorta è una grande opera che fa male alla laguna. Siamo qui anche per lottare contro la corruzione che spesso si nasconde dietro le grandi opere».
Parlano i candidati sindaci. Un acquazzone improvviso e breve non scoraggia i manifestanti. A sera, chiusura in allegria della protesta. Due anni fa era andata peggio, con gli scontri con la polizia in canale della Giudecca e l’arrembaggio alle barchette con tanto di elicottero a bassa quota. E poi con il “tuffo” alla Giudecca. Proteste per cui molti degli organizzatori hanno ancora pendente un procedimento penale. Tre anni dopo, il corteo è imponente. «Sono passati tre anni dall’incidente della Costa Concordia», dice un esercente di campo Santa Margherita, «e nulla è stato fatto per togliere le grandi navi dal bacino San Marco». Fino al 31 dicembre potranno passare in Bacino solo le navi inferiori alle 96 mila tonnellate di stazza. Ma dopo, senza alternative, la situazione potrebbe peggiorare.

«Sembra che, almeno finché l'atmosfera culturale non cambierà, nessuno parlerà seriamente di salvare Venezia come città dall'eccesso di affollamento». Italianostra-venezia.org, 8 Maggio 2015 (m.p.r.)

Il Corriere del Veneto riferisce l'essenziale di una riunione di esperti del turismo tenutasi ieri 9 maggio presso l'Università di Ca' Foscari, sotto la direzione del professor Jan van der Borg, docente di economia del turismo e autore di uno studio, presentato per l'occasione, sulla gestione dei flussi turistici a Venezia. Il professor van der Borg ha ripetutamente sostenuto, nella sua ventennale carriera di docente, che il numero di turisti a Venezia è largamente eccessivo. Nel 1988 era stato co-autore (assieme all'allora collega Paolo Costa) di uno studio che identificava in sette -dieci milioni l'anno

il numero ottimale di visitatori per una città delle dimensioni di Venezia. Ancora nel 2011 pubblicava un articolo, nel quale denunciava che a Venezia vi sono "dieci milioni di turisti di troppo". Tuttavia non di questo si è parlato (se non proprio di sfuggita) nel convegno di ieri. Gli interventi si sono concentrati sui modi per gestire la massa enorme di visitatori, non sui modi per limitarla. Sembra che, almeno finché l'atmosfera culturale non cambierà, nessuno parlerà seriamente di salvare Venezia come città dall'eccesso di affollamento.

Leggendo l'articolo del Corriere, che qui riportiamo, si troverà una serie di misure proposte: inserire altri terminal turistici a Marghera, a San Giobbe, a San Basilio; riprovare a progettare linee di vaporetti destinate solo ai turisti; addirittura "gestire la rabbia dei veneziani". Molti dei quali, compreso il vostro redattore, si ostinano a non andarsene a vivere altrove solo per non volersi arrendere e perché, come insegna la vita, chi abbandona il terreno rinuncia a salvare anche il poco ancora salvabile.

Leggi l'articolo sul Corriere del Veneto.

Si cominciano a misurare gli effetti del MoSE, i cui lavori hanno già sconvolto equilibri antichi, provocato modifiche disastrose dell’ecosistema, della fauna e della flora, determinato uno squilibrio idraulico pericoloso per la stessa sopravvivenza della Laguna. Una ragionevole Grande Opera sarebbe la demolizione del MoSE e il ripristino della situazione preesistente. La Nuova Venezia, 1° maggio 2015

La laguna è un colabrodo. E nella bocca di porto di Malamocco la corrente e le modifiche dovute ai lavori del Mose hanno scavato buche profonde fino a 50 metri. Una “Fossa delle Marianne” in piena laguna. Che sconvolge equilibri antichi, provoca modifiche dell’ecosistema, della fauna e della flora. E uno squilibrio idraulico pericoloso per la stessa sopravvivenza della laguna. Un timore da tempo avanzato dai pescatori e dagli esperti di morfologìa lagunare. Adesso documentabile, con le fotografie scattate da un appassionato chioggiotto dall’ecoscandaglio a bordo della sua barca.

Nei pressi del Faro Rocchetta, agli Alberoni, il fondale un tempo abbastanza piatto e omogeneo presenta adesso voragini impressionanti. Entrando dal mare in bocca di porto lo strumento segnala dapprima una profondità media di 12-14 metri, con punte di 15. Poi, improvvisamente, all’altezza della conca di navigazione, ecco le prime buche di oltre 30 metri. Si risale a 27,9, poi di nuovo una “fossa” e si precipita a 43,8. Entrando verso il canale dei Petroli, proprio davanti al Faro Rocchetta, nuove buche oltre i 40 metri.
È l’area dove per costruire il Mose e la vicina conca di navigazione il Consorzio Venezia Nuova aveva costruito un terrapieno in sassi. La modifica delle profondità per la posa dei cassoni sul fondale e geotessuti per mantenere nel punto dove saranno posate le paratoie una profondità omogenea, hanno prodotto più avanti le nuove profondità. La forte corrente in entrata, che “sbatte” contro la nuova penisola, e più in generale lo scavo e la modifica dei fondali produce ogni giorno trasformazioni. Da tempo ambientalisti e studiosi lanciano l’allarme. La laguna perde ogni anno circa un milione di metri cubi di sedimenti. Significa che con la marea se ne vanno in mare pezzi importanti della morfologia lagunare e delle barene. Trasformazioni che hanno prodotto un’accelerazione della corrente in entrata al Lido e una velocità maggiore di propagazione. Mentre la corrente calante (dozana) ha una velocità minore.

Secondo alcuni tecnici è anche colpa delle nuove lunate costruite al largo del Lido e di Malamocco. Che hanno anch’esse modificato la circolazione delle acque e delle correnti. Ecosistema in pericolo, dunque. Già nel 2002 l’Atlante della laguna, edito dall’assessorato Ambiente del Comune, segnalava le zone “rosse”, giudicate in pericolo di erosione. Barene che scompaiono, canali sempre più profondi. Da allora nulla si è fatto. E i lavori del Mose hanno nel frattempo aggravato la situazione.

Da qualche giorno, sul cancello dei giardini della Marinaressa, uno splendido spazio alberato di circa 2200 metri quadrati di fronte al bacino di San Marco...>>>

Da qualche giorno, sul cancello dei giardini della Marinaressa, uno splendido spazio alberato di circa 2200 metri quadrati di fronte al bacino di San Marco, sono affissi due cartelli: uno con la scritta “chiuso per restauro”, l’altro con l’annuncio che saranno riaperti in occasione della Biennale d’Arte, che vi allestirà uno dei suoi eventi collaterali.

L’area, di proprietà dell’autorità portuale, è da alcuni anni in concessione al comune, che dopo aver ripristinato percorsi e panchine, sistemato e reimpiantato alberi, nel 2010 l’ha riaperta al pubblico con una grande festa popolare. Ora, a causa del federalismo demaniale, il comune ne diviene proprietario a pieno titolo. Ma non si tratta di una buona notizia. Dal momento che il federalismo demaniale consiste, in realtà, nell’attribuzione ai comuni del ruolo di intermediario nello smantellamento del patrimonio statale, il passaggio di proprietà coincide quasi sempre nella sottrazione di un bene pubblico ai cittadini.

E questo sembra il destino dei giardini della Marinaressa che, situati in una posizione di grande pregio, lungo la riva dei Sette Martiri di fronte alla quale parcheggiano grandi alberghi galleggianti e maxi yachts, sono un’occasione imperdibile per i tanti mecenati a caccia di buoni affari.

Giustamente, lo Yorkshire Sculpture Park, l’associazione inglese che ne è entrata in possesso, ha espresso grande soddisfazione per “l’unica ed eccitante opportunità” di esibire sei grandi sculture in bronzo, legno di cedro e resina poliuretana di Ursula von Rydingsvard in «un parco pubblico con veduta mozzafiato sul bacino e San Giorgio Maggiore». Nell’ottobre del 2014, ha anche reso noto di essersi messa d’accordo con il comune per far ridisegnare il giardino da un progettista di fiducia della stessa associazione.

Poche notizie sono trapelate, invece, dal comune durante la gestione del commissario straordinario Vittorio Zappalorto, che ogni giorno cede ai privati qualche bene pubblico. Quello che si sa è che l’autorità portuale ha chiesto e concordato 5.731 euro per l’occupazione del suolo per i sei mesi di durata della Biennale, pari a 955 euro mensili, e concesso alla società inglese un diritto di prelazione per il futuro.

Qualche cittadino ha protestato, ma in attesa del “garden designer” il giardino è stato devastato. Sono stati tolti alberi senza le necessarie autorizzazioni, nessun progetto è stato discusso e approvato e il commento del dirigente del settore Verde Pubblico è stato: «capisco le proteste dei cittadini che si sono preoccupati, infatti per legge bisogna giustificare la rimozione degli alberi… ma tra poco il giardino sarà bellissimo». Inutili sono state anche le richieste di rispettare le norme del piano regolatore che destina l’area a “parco ad uso pubblico” e non prevede possibilità di concessione ai privati.

Ma ormai, a Venezia, le destinazioni del piano regolatore vengono modificate a nostra insaputa e norme e vincoli vengono cancellate in cambio di quattro soldi o per far piacere agli amici. Pochi mesi fa, una variante urbanistica è stata allegata anche alla convenzione con la quale il commissario ha concesso i Giardinetti Reali a San Marco alla Venice Gardens Foundations.

In un primo momento, il comune aveva individuato il mecenate di turno in Renzo Rosso, il quale però ha preferito sponsorizzare il ponte di Rialto. Così il commissario, senza neppure lanciare il bando per una manifestazione di interesse, ha affidato direttamente la gestione dei Giardinetti alla Venice Gardens, che si è appositamente costituita.

L’accordo prevede che la fondazione, presieduta da Adele Re Rebaudengo spenda 3 milioni e 800 mila euro per interventi che prevedono, oltre alla demolizione di un bunker e alla costruzione di una nuova serra, l’apertura di un collegamento tra i giardini e piazza San Marco, attraverso il museo Archeologico e il Correr.

In cambio, Venice Gardens gestirà, per 19 anni, la coffee house e la nuova serra. Inoltre potrà organizzare all’interno dei giardini, che hanno una dimensione di circa 6 mila metri quadrati, attività di studio e di ricerca, e creerà “una linea di articoli da giardino”. Il commissario ha detto che si tratta di «un miracolo, nato da una volontà comune di restituire alla città i suoi Giardini Reali». Il subcommissario Natalino Manno ha aggiunto «non sono veneziani, ma sono persone di elevata cultura» e la sopraintendente Renata Codello ha definito l’accordo «quasi un regalo di Natale alla città».

Tanto a proposito dei Giardini della Marinaressa che dei Giardinetti Reali, la stampa si è profusa in elogi riconoscenti alla munificenza dei mecenati. “Nuove piante ai Giardini della Marinaressa”, “Mecenati adottano i giardinetti” “ I giardinetti torneranno a splendere” sono alcuni dei titoli con i quali si racconta al cittadino derubato che gli è stato fatto un regalo.

Una «mossa da politico consumato» che probabilmente aiuterà a Felice Casson a vincere le elezioni, ma getterà sconcerto tra i molti che hanno votato per lui alle primarie anche per opporsi alla politica del PMR. La Nuova Venezia, 28 aprile 2015
La mossa è da politico consumato. E ha già provocato molti consensi e qualche critica. Ieri pomeriggio a Mestre, alla vigilia della presentazione della lista, il candidato sindaco del centrosinistra Felice Casson ha annunciato che il suo capolista sarà Nicola Pellicani, avversario sconfitto alle primarie. «Oggi è l’ultimo giorno delle primarie», ha spiegato Casson, «si chiude una fase e se ne apre un’altra». Un segnale lanciato ai “moderati” che avevano combattuto la sua discesa in campo minacciando addirittura scissioni. «Quel problema non c’è mai stato», assicura Casson. Ma adesso Pellicani e il suo seguito di comitati civici mestrini è pienamente recuperato. «Si apre una nuova fase», conferma Pellicani, «alleanza basata sui contenuti, per vincere tutti insieme».
Qualche malumore nel Pd per la scelta repentina, maturata poche ore fa. Il segretario comunale Rosteghin aveva offerto a Pellicani, come del resto a Jacopo Molina un posto nella lista del Pd. «Ma ho scelto la civica di Casson», spiega Pellicani, «perché il senso della mia candidatura era civico, non di partito». Quello che sembrava impossibile solo un mese e mezzo fa adesso si avvera. Miracoli della politica. «Del resto», dice Casson, «nella mia lista ci sono solo persone che non hanno fatto parte di partiti o dell’amministrazione della città».
Rinnovamento, dunque. Parola che adesso tiene insieme i due ex avversari. «Per il lavoro che ha svolto sulla città di terraferma e sulla Città metropolitana», scandisce Casson, «Nicola avrà sicuramente un ruolo di rilievo se vinceremo le elezioni nella prossima amministrazione». Significa che farà l’assessore? Non è detto, frena Casson. «Intanto bisogna prendere i voti, poi si deciderà. La democrazia si basa sui voti». Una sfida per certi versi rischiosa, quella che Pellicani ha ieri accettato. Perché la macchina delle preferenze non ammette distrazioni.
E molti di coloro che lo avevano sostenuto alle primarie, in particolare il Pd, lavoreranno adesso per le loro liste. «Mi metto in gioco», dice l’ex avversario di Casson. Giovanni Pelizzato, annunciato come capolista è adesso sceso al numero 2. Non è stato «sostituito» in corsa, ma «affiancato», ci tiene a precisare Casson, «dal candidato alle primarie». Dopo il programma e le primarie adesso si presentano le liste. E si corre per vincere le elezioni del 31 maggio.
Stamattina Casson presenterà la sua lista. E da lunedì 4 maggio scatterà la corsa al voto. Chiedono a Casson cosa diranno coloro che sono “scesi in campo” perché non c’era più in corsa il candidato moderato, sconfitto proprio dal senatore. «Chiedetelo a loro», sorride, «la dimostrazione è che adesso siamo qua, assieme». Tam tam di malcontento dai centristi? «Non ho mai visto il problema, ma adesso è superato». Chi ha ceduto quote di sovranità per accettare l’alleanza, impensabile prima delle primarie? «Nessuno», dice Casson, «esiste un programma di base accettato da tutti. Su quello lavoreremo per cambiare questa città». E le scintille, quasi gli insulti volati nella campagna delle primarie? «Adesso dobbiamo vincere le elezioni», ha detto Casson.

Svelato l'accordo che il Commissario Zappalorto ha trovato con le Generali. Per il momento bloccato, da un movimento di cittadini, fino all'insediamento della nuova giunta. Dura la reazione di Italia Nostra: «come per il Fontego, si svende il patrimonio pubblico per una mancia”. Due articoli di La Nuova Venezia, 25 aprile 2015 (m.p.r.)


PROCURATIE VECCHIE, SPUNTANO GLI ALLOGGI

di Enrico Tantucci
Ci saranno appartamenti e posti-letto ricavati in una parte delle Procuratie Vecchie su cui è stato rimosso il vincolo di uso pubblico in seguito all’accordo stipulato tra il commissario straordinario Vittorio Zappalorto per il Comune e le Assicurazioni Generali. Non si tratta del complesso di miniappartamenti che le Generali volevano già realizzare diversi anni fa - poi bloccati dal no del Comune alla speculazione edilizia - ma pur sempre di alloggi a uso foresteria che saranno realizzati per essere messi a disposizione degli ospiti delle attività di ricerca, studio e rappresentanza che la compagnia assicuratrice vorrà insediare negli oltre 13 mila metri quadrati di pregiati spazi nel cuore di Piazza San Marco che tornano interamente a sua disposizione. In cambio il Comune riceverà un “obolo” di 3 milioni di euro per la rinuncia all’uso pubblico su tutta l’area e il comodato gratuito ventennale su una porzione di 640 metri quadrati di Procuratie che resteranno a sua disposizione.

L’accordo prevede «l’esclusione delle attività alberghiere», da quelle che potranno essere insediate da Generali negli spazi che tornano a sua disposizione, ma prevede destinazione d’uso commerciale al piano terra, destinazione d’uso direzionale per parte del primo piano e dell’ammezzato attualmente utilizzate direttamente dal Gruppo Generali e destinazione d’uso residenziale per parte del secondo piano e del secondo ammezzato. Ed è qui che saranno realizzati i nuovi alloggi a uso foresteria - al Comune saranno riservati 15 pernottamenti l’anno per i suoi ospiti - il cui numero e dimensione non è precisato, ma è rimandato al progetto di ristrutturazione e riuso che le Generali dovrebbero presentare entro l’anno al Comune e alla Soprintendenza, per iniziare subito i lavori. Gli alloggi potranno essere realizzati purché collegati alle «attività svolte nell’edificio o comunque funzionali alle esigenze di enti pubblici e soggetti privati insediati e perché non assuma carattere prevalente rispetto all’insieme delle destinazioni d’uso private» degli spazi restanti.
Ma niente paura. Alle Generali basterà pagare un po’ di più al Comune per aumentare a suo piacimento le destinazione d’uso privato - previsto dall’accordo al 30 per cento degli spazi totali - rispetto a quelle di interesse generale, che sarebbero l’altro 70 per cento. Con un altro «obolo» di un milione di euro potrà «assoggettare a destinazioni d’uso private tutte le superfici aventi destinazione d’interesse generale (con l’eccezione, per la durata del comodato, degli spazi concessi al Comune di Venezia, col limite dell’uso diretto da parte del Gruppo Generali». Ma se la compagnia assicuratrice sarà un po’ più generosa con il Comune, e gli verserà altri 9 milioni di euro potrà «assoggettare a destinazioni d’uso private tutte le superfici aventi destinazione d’interesse generale, senza limiti d’uso».
Un altro contentino è previsto per il Comune da Generali, in vena di regali: «qualora tutte le superfici utili del Bene fossero assoggettate a destinazioni private, la durata del comodato gratuito sarà prorogata di 10 anni». Da parte loro, le Assicurazioni Generali assicurano che gli alloggi a uso foresteria da realizzare non sono ancora stati precisati nel numero, perché il progetto non è stato ancora concluso e che serviranno comunque agli ospiti delle iniziative culturali o di ricerca organizzati negli spazi delle Procuratie Vecchie. Tutto sta, in base agli accordi, nelle mani delle Generali. Al Comune basta aver monetizzato, sia pure al ribasso.

ITALIA NOSTRA DURISSIMA: «È UN'INDECENZA»

di Enrico Tantucci

«È un’indecenza che si pensi di poter rinunciare all’uso pubblico da parte del Comune per un complesso monumentale come quello delle Procuratìe Vecchie - in cambio, oltretutto, di pochi spiccioli per una compagnia di quel peso economico - e che in più si dia via libera alla realizzazione di alloggi all’interno di esse, sia pure ammantandoli con la giustificazione che si tratterebbe di foresterie ad uso degli ospiti delle iniziative culturali o scientifiche programmate dalle Generali nei nuovi spazi». È il duro giudizio sulla vicenda del presidente della sezione veneziana di italia Nostra Lidia Fersuoch- «Ormai a Venezia si svende il patrimonio pubblico al miglior offerente - insiste Fersuoch - e i 3 milioni che il Comune ricaverà dall’operazione-Procuratìe fanno il paio con i 6, non ancora incassati, per la rinuncia all’uso pubblico sul Fontego dei Tedeschi per realizzare il grande magazzino voluto da Benetton. In più, con la gestione commissariale, queste cose si scoprono solo quanto sono state già decise e mai discusse con la comunità veneziana, senza neppure un minimo di trasparenza».

Anche l’architetto Marco Zanetti, del movimento Venezia Cambia, che ha presentato articolate osservazioni anche in Consiglio di Municipalità sulla cessione dell’uso pubblico delle Procuratìe, conferma tutte le perplessità sulla vicenda degli alloggi ad uso foresteria. «Dalla convenzione» spiega «non è chiaro, né precisato quanti e di che dimensioni saranno e neppure chi ne sarà l’effettivo utilizzatore. Tutto è lasciato volutamente nel vago e nell’incertezza, con un’urgenza sospetta e immotivata con cui è stato adottato questo provvedimento da parte del commissario Zappalorto». Ora la palla passerà al nuovo sindaco, ma sull’operazione Procuratìe Vecchie e i suoi risvolti immobiliari, urge fare piena luce.

Riferimenti:
Tra gli altri si veda su Eddyburg di Paola Somma Di chi è Piazza San Marco?, e i due articoli di Giampietro Pizzo e Luigi Scano in Venezia. Giù le mani da Piazza San Marco

«Un "no" che pesa, quello messo nero su bianco dall’Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, che potrebbe definitivamente portare alla bocciatura del progetto di scavo del nuovo canale Contorta Sant’Angelo». La Nuova Venezia, 24 aprile 2015

Le risposte del Porto non sono sufficienti. Ci sono troppe criticità importanti che restano aperte sul progetto Contorta. Un «no» che pesa, quello messo nero su bianco dall’Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, che potrebbe definitivamente portare alla bocciatura del progetto di scavo del nuovo canale Contorta Sant’Angelo. Lo ha reso noto ieri l’associazione Ambiente Venezia, che invita adesso il governo a «prendere atto dell’irrealizzabilità della proposta dell’Autorità portuale». Le risposte fornite dal Porto alle 134 osservazioni formulate dalla commissione Via del ministero per l’Ambiente, secondo l’Ispra non sono adeguate a fugare i timori. «In oltre l’80 per cento dei quesiti», dice il portavoce Luciano Mazzolin, «le risposte sono giudicate non esaustive e vengono messe in evidenza le criticità dal punto di vista ambientale e della conservazione della laguna. Ci fa piacere che vengano in questa sede scientifica ripresi i contenuti di tante osservazioni inviate dal mondo civile e scientifico. Bisogna adesso archiviare definitivamente questo disastro lagunare e proseguire sulle alternative credibili alle grandi navi come il terminal al Lido già definito progettualmente, unica soluzione che può mantenere l’attività crocieristica a Venezia e coniugare lavoro e salvaguardia dell’ecosistema lagunare».

Sulla vicenda ieri hanno presentato una interrogazione urgente anche i senatori del Pd Laura Puppato e Felice Casson, candidato del centrosinistra a sindaco di Venezia. Chiedono al governo che il rapporto del’Ispra, «organismo scientifico nazionale preposto alla congruità delle risposte fornite dal proponente alle richieste della commissione Via» venga reso pubblico. Chiedono anche garanzie che la valutazione scientifica sia tenuta in debito conto. «Senza condizionare la valutazione finale della commissione e senza venire superata dalla politica, come successo spesso nell’iter del progetto Mose». «Preoccupano le affermazioni del presidente del Porto», scrivono Casson e Puppato, «che annuncia un parere favorevole della commissione Via». I due senatori chiedono infine al presidente del Consiglio, ai ministri delle Infrastrutture e dell’Ambiente «il rispetto dell’impegno di trasparenza e di correttezza, oltre che di celerità, già assunto dal governo dopo la mozione del Senato il 6 febbraio del 2014. «Per garantire l’industria crocieristica, il lavoro e la salvaguardia della laguna». Una battaglia che va avanti.

Alle vigilia della sentenza del Consiglio di Stato su uno dei gioielli di Venezia, minacciati dalla scandalose iniziative del "mecenate" Benetton, l'archistar Koolhaas, il sindaco Orsoni e la sovrintendente Codello oggi pubblicato un saggio che documenta il valore del complesso. La Repubblica, 20 aprile 2015

L’ULTIMO round sul veneziano Fontego dei Tedeschi si gioca la prossima settimana al Consiglio di Stato. Ma intanto rivivono in un piccolo libro la storia di questo stupefacente edificio che sorge accanto al ponte di Rialto e le polemiche sul progetto dell’architetto Rem Koolhaas che lo sta trasformando — il cantiere è già avviato — in un emporio del lusso (la proprietà, il gruppo Benetton, ne ha affidato la gestione ai francesi di Dfs).

Nelle limpide pagine di Nostro Fontego dei Tedeschi Lidia Fersuoch fa scorrere la vicenda dell’edificio realizzato nel Cinquecento. Il Fontego, scrive Fersuoch (archivista, presidente di Italia Nostra veneziana: il libro edito dalla Corte del Fontego viene presentato oggi alla Scoletta dei Calegheri, Campo san Tomà, ore 17,30), è il luogo dove i mercanti teutonici stipano i loro prodotti. È un crocevia di culture, la sua mole imponente è seconda solo a Palazzo Ducale. Intorno al maestoso cortile corrono duecento stanze.

Nell’Ottocento il Fontego subisce manipolazioni e un brutto lucernario va a coprire il cortile. Nel 1925 è acquistato dalle Poste, che avviano lavori di consolidamento, alcuni utili, altri meno. Nel 2008 il Fontego viene venduto al gruppo Benetton, che vuol farne un centro commerciale. Le norme urbanistiche proteggono l’edificio «come in una botte di ferro», scrive Fersuoch: nessuna variazione volumetrica, nel numero dei piani, nella superficie utile lorda, e salvaguardia degli elementi antichi. Ma il Comune, in cambio di 6 milioni, sigla con la proprietà una convenzione che scavalca i vincoli.

Koolhaas presenta un progetto. Il tetto viene scoperchiato e al suo posto si apre una terrazza. Nel cortile è prevista una scala mobile rosso fuoco che demolisce in alcuni punti la balaustra cinquecentesca. Il lucernario viene rialzato e sotto si realizza un piano in vetro e acciaio. Le polemiche sono furenti. Salvatore Settis ne scrive su Repubblica.

Italia Nostra prepara un esposto e Ugo Soragni, direttore regionale dei Beni culturali, spedisce il progetto al comitato di settore del ministero. Che lo boccia.

Koolhaas, diventato curatore della Biennale architettura, lavora a un secondo progetto. Il piano sotto il lucernario è ancora lì. La scala mobile cambia dislocazione. C’è anche la terrazza, che corre lungo la fronte del Fontego. E su una parete della loggia compare un grande foro circolare. Alle polemiche sugli interventi, che secondo due docenti di restauro, Mario Piana e Giuseppe Cristinelli, e Vittorio Gregotti, sarebbero troppo impattanti, si aggiungono le critiche di chi non vede utilità, anzi solo svantaggi, di un emporio del lusso in una città soffocata dal turismo. La firma di Koolhaas è una garanzia per chi è favorevole agli interventi. La soprintendente Renata Codello (ora a Roma) dà l’autorizzazione: l’edificio, dice, è già stato manipolato e può esserlo ulteriormente. In prima istanza il Tar del Veneto rigetta l’esposto di Italia Nostra, sostenendo che il Fontego versione Koolhaas assolve a una “funzione pubblica”. Ma l’ultima parola spetta al Consiglio di Stato.

Venezia: il candidato sindaco che voglia i nostri voti si impegni formalmente a difendere la Laguna, adoperando gli strumenti e le persone adeguate a questo compito. La richieste di una importante rete di associazioni veneziane. Il Gazzettino, 30 marzo 2015
«La Laguna va vincolata contro lo scavo del canale Contorta» «La laguna di Venezia è ufficialmente vincolata, salvaguardata e tutelata, ma dal Mose al progetto di scavo del canale Contorta, soggetta a scempi inenarrabili. Al nuovo sindaco chiediamo un cambiamento radicale e l'impegno di non comportarsi come il suo predecessore. E sollecitiamo la liberta di ricerca: per porre fine a un sistema che al di la dei casi di corruzione e concussione ha goduto dell'appoggio di certa scienza, e perché a dettare le scelte d'ora in avanti non sia più il business».

Forte e chiaro l'invito di Armando Danella di Ambiente Venezia a un aspirante primo cittadino (mai nominato, ma facilmente identificabile nel candidato del centrosinistra Felice Casson) a battersi in prima persona «per la riaffermazione della centralità della laguna e del suo ecosistema». Non meno decisivi, secondo il portavoce dell'associazione, «la messa al bando dai futuri confronti di chi, a cominciare dal Consorzio Venezia Nuova, ha concorso all'affermazione di un sistema devastante. Oltre a una governance unica della laguna e alla più rigorosa applicazione di tutte le direttive comunitarie in materia».
Le richieste di Danella hanno aperto a San Leonardo il dibattito pubblico «Europa chiama Venezia», dove i contenuti delle direttive Ue sono stati approfonditi da Lorenzo Bonometto (Società veneziana di scienze naturali), Maurizio Ferla (Ispra Laguna) e Antonio Rusconi (Gruppo 183).
Constatazione comune il fatto che «queste, pur importantissime, non sono sufficienti. Perché altrettanto fondamentale è come vengono applicate e da chi». E che «la natura va difesa comunque e dovunque, sollecitando una visione più ampia delle direttive 79/409 e 92/43 su specie e ambienti pregiati e di quella 2008/56 su ambiente marino e diversità e qualità dell'aria». Non minore l'attenzione per le direttive «Acque» e «Alluvioni» del 2000 e del 2007: «Qui ci si comporta come non esistessero. Noi, al contrario, vorremmo fossero recepite indipendentemente dalla legge speciale», ha concluso Danella.

Una nota dell’associazione “Venezia Cambia 2015”, del 20 marzo 2015, e una di Luigi Scano del 26 agosto 2001, che è interessante leggere oggi perché racconta come e chi “liberò” le Procuratie vecchie dai vincoli del PRG

Newsletter Venezia Cambia 2015
GIÙ LE MANI DALLE PROCURATIE VECCHIE
di Giampiero Pizzo

Venezia Cambia 2015 ha sventato l'altro ieri il tentativo dei vertici del Comune di svendere le Procuratie Vecchie.

I Direttori delle Direzioni Affari Generali, Patrimonio e Urbanistica hanno redatto e presentato alla Municipalità di Venezia un accordo vergognoso, sottoscritto dal Commissario Zappalorto e dalle Assicurazioni Generali; un accordo con il quale si apprestavano ad adottare una variante urbanistica per la rimozione del vincolo d’uso pubblico gravante sulle Procuratie Vecchie di Piazza San Marco. Si tratta di una decisione che avrebbe consentito, ancora una volta (non è bastato il regalo a Miuccia Prada?) e su ampia scala, la trasformazione in abitazioni di lusso, a fronte di pochi denari per le casse comunali, di un bene comune insostituibile. Il danno per la Città e per l’erario sarebbe enorme.

Il nostro intervento, durante il consiglio della municipalità di Venezia, e i puntuali rilievi di Venezia Cambia 2015 hanno indotto il Commissario a non procedere (va ricordato che la delibera di adozione della variante urbanistica era già stata pubblicata in bozza assieme all’accordo sul sito del Comune) e ad attendere il prossimo Sindaco per ogni decisione in merito.

Venezia Cambia 2015, indignata per la superficialità, l’opacità e per le omissioni dell’accordo, prende sin d’ora le distanze da qualsiasi candidato Sindaco che intenda avallare simili operazioni lesive dell’immagine dell’Amministrazione Comunale. Si tratta di un tentativo grave: per questo Venezia Cambia 2015 propone la rimozione dei tecnici che hanno redatto con tanta incompetenza questo vergognoso documento a spese della città. Vogliamo sperare che il silenzio di tanti politici di lunga data in merito a questa vicenda sia solo dovuto ai troppi impegni pre-elettorali: altrimenti la loro distrazione sarebbe allarmante e imperdonabile.

La nostra Città ha ora più che mai bisogno di onestà e di azioni cittadine come queste; dobbiamo insieme contrastare i bassi e vili interessi di pochi che minano il vivere comune e che pregiudicano il futuro comune.

Venezia vive, Venezia è salva se i suoi cittadini non si arrendono.

La Nuova Venezia, 26 agosto 2001
L’ASSOCIAZIONE POLIS
SULLE PROCURATIE VECCHIE

di Luigi Scano

Le Assicurazioni Generali intendono realizzare nelle Procuratie Vecchie venticinque appartamenti prestigiosissimi e costosissimi. Il Sindaco Paolo Costa ne è contrariato, e pensa di utilizzare le risorse di persuasione morale di cui dispone per indurre le Assicurazioni Generali a rinunciare, graziosamente, all’intento. Del quale sono preoccupati e scandalizzati l’Assessore all’edilizia privata Paolo Sprocati, il Rettore dell’Istituto universitario di architettura Marino Folin, il Direttore dei Civici musei Giandomenico Romanelli, e altri illustri personaggi. I quali tutti, così come il Sindaco, muovono dall’assunto che il progetto delle Assicurazioni Generali sia perfettamente conforme alle disposizioni dei vigenti strumenti urbanistici. La qual cosa è vera, quantomeno per quel che riguarda la possibilità di attivare nelle Procuratie Vecchie un’utilizzazione per abitazioni ordinarie, cioè per comuni appartamenti monofamiliari: ma non sempre è stato così.

Nel piano regolatore per la città storica messo a punto all’inizio del 1990 (all’epoca della “giunta rosso-verde” diretta da Antonio Casellati, con assessore all’urbanistica Stefano Boato), e adottato alla fine del 1992 (all’epoca della giunta diretta da Ugo Bergamo, con assessore all’urbanistica Vittorio Salvagno), nelle “unità edilizie speciali preottocentesche a struttura modulare”, tra le quali erano classificate le Procuratie Vecchie, non compariva tra le utilizzazioni compatibili quella, appunto, per abitazioni ordinarie. In altri termini, non si sarebbero potuti realizzare, nelle Procuratie Vecchie, così come, per esempio, nelle Fabbriche Nuove di Rialto, o nel Palazzo dei X Savi, normali appartamenti.
Quello strumento urbanistico fu, dopo il 1993 (all’epoca della giunta diretta da Massimo Cacciari, con assessore all’urbanistica Roberto D’Agostino) diffusamente e rozzamente rimaneggiato, soprattutto per eliminare i “lacci e laccioli” posti al libero dispiegarsi delle attività economiche. Ne sortì il nuovo piano regolatore per la città storica, adottato alla fine del 1996. Esso da un lato ammise il mutamento dell’uso da quello in atto, compreso quello abitativo ordinario, a un altro uso, in tutte le unità edilizie, per ciascuno dei piani superiori a quello terreno, ove avessero una superficie utile superiore a 120 metri quadrati: cinque o sei mesi fa sui giornali locali si ravvisarono e si dibatterono gli esiti nefasti di tale innovazione in termini di sottrazione di infinite unità immobiliari al loro uso originario e più autentico. Da un altro lato inserì l’utilizzazione per abitazioni ordinarie fra quelle compatibili nelle “unità edilizie speciali preottocentesche a struttura modulare”, nelle quali una tale utilizzazione non aveva mai avuto storicamente luogo.
L’osservazione al nuovo piano presentata dall’associazione Polis, tendente a ripristinare, in questi come in altri casi, le disposizioni del piano del 1990-1992, non fu accolta dal consiglio comunale, la cui maggioranza, com’è noto, era composta dalle stesse formazioni politiche che costituiscono la maggioranza odierna. E Paolo Costa, Paolo Sprocati, Marino Folin, Giandomenico Romanelli, e gli altri illustri personaggi dianzi citati, dov’erano all’epoca? avessero almeno battuto un colpo!

«Comunali. Casson vince le primarie con il 55,6%. Un’indicazione forte contro la politica vecchia e poco trasparente. Quella stagione va chiusa. Giochiamo insieme per vincere». Intervista di Ernesto Milanesi al candidato sindaco del PD veneziano. Il manifesto, 17 marzo 2015

A furor di popolo, cam­biando verso anche al Pd del Naza­reno. Felice Cas­son è il can­di­dato sin­daco del cen­tro­si­ni­stra a Vene­zia. Dome­nica ha trion­fato nei sestrieri quanto nelle isole e in ter­ra­ferma: 7.168 pre­fe­renze che val­gono il 55,62%. Il gior­na­li­sta Nicola Pel­li­cani non è andato oltre i 3.147 voti (24,42%) e Jacopo Molina, l’ultrà di Renzi, si è fer­mato a 2.573 (19,96%).

Un suc­cesso cla­mo­roso, nitido e poli­ti­ca­mente ine­qui­vo­ca­bile. Alle Pri­ma­rie hanno par­te­ci­pato in quasi 13 mila, come nella con­sul­ta­zione di cin­que anni fa e quindi in asso­luta con­tro­ten­denza. La pro­po­sta di “alter­na­tiva in Comune” ha con­vinto la stessa base del Pd, che esige di girare pagina dopo lo scan­dalo Mose. Infine, con Cas­son si con­ferma l’«anomalia» di Vene­zia nei con­fronti della vec­chia guar­dia Ds quanto della “rot­ta­ma­zione” senza com­pli­menti.

Ma è già tempo di orga­niz­zare la cam­pa­gna elet­to­rale “vera”: altri due mesi di incon­tri, con­ve­gni, dibat­titi sem­pre nel solco trac­ciato al momento della can­di­da­tura. Cas­son, 61 anni, è rico­no­sciuto per il pro­filo estra­neo alle logi­che di lobby e salotti. Da magi­strato si è occu­pato di Gla­dio, Tan­gen­to­poli, Petrol­ki­mico e incen­dio della Fenice. Da sena­tore è fra i dis­si­denti Pd e ha voluto Cor­ra­dino Mineo al suo fianco nelle pri­ma­rie. Da appas­sio­nato di basket, sa bene quanto pesano fidu­cia e disci­plina nel gioco di squa­dra.

Dome­nica sera, ha stap­pato la bot­ti­glia del suc­cesso final­mente con un bel sor­riso. E ieri si è risve­gliato… più Felice, anche se già impe­gnato dalle prime riu­nioni come can­di­dato sin­daco dell’intera coa­li­zione. «Abbiamo segnato un bel cane­stro da tre punti, ma dob­biamo tutti insieme gio­care per vin­cere la par­tita che vale Ca’ Far­setti» com­menta.

Chiusa la com­pe­ti­zione delle Pri­ma­rie, qual è il clima?
«Voglio rin­gra­ziare Pel­li­cani e Molina, per­ché si sono subito dimo­strati più che dispo­ni­bili a col­la­bo­rare. Una dimo­stra­zione di quanto il cen­tro­si­ni­stra a Vene­zia sia unito. E mi hanno fatto pia­cere i mes­saggi e le tele­fo­nate che ho rice­vuto dai ver­tici del Pd, dal governo, da sin­daci come Igna­zio Marino».

Cas­son can­di­dato sin­daco, nono­stante Renzi?
Ma no, per carità. Renzi, cor­ret­ta­mente, non è inter­ve­nuto e nem­meno avrebbe potuto. E il Pd sa benis­simo che sono ele­zioni ammi­ni­stra­tive…

Dun­que, qual è la let­tura giu­sta di que­ste Pri­ma­rie?
Un’indicazione espli­cita, forte e per­fino natu­rale con­tro l’apparato della poli­tica vec­chia e soprat­tutto poco tra­spa­rente. Ad ogni ini­zia­tiva pub­blica, i cit­ta­dini lo mani­fe­sta­vano con­ti­nua­mente: vole­vano cam­biare, sul serio e senza più dele­ghe in bianco. La vicenda, giu­di­zia­ria e non, legata al Mose ha lasciato un segno inde­le­bile: la città ha biso­gno di chiu­dere quella sta­gione con una poli­tica dav­vero diversa.

I cas­soni del Mose, ormai, sono pronti…
Nel 2017, secondo gli ultimi annunci, dovrebbe anche comin­ciare a fun­zio­nare. Ma restano sem­pre aperte le que­stioni legate da un lato agli effet­tivi costi di gestione del Mose e dall’altro alla manu­ten­zione delle 78 para­toie fra il Lido e Chiog­gia, che esi­ge­ranno ulte­riori ingenti risorse.

Una “ver­tenza Vene­zia” con il governo?
Diventa indi­spen­sa­bile un “patto con la città”. Da palazzo Chigi dovranno venire a Vene­zia, per­ché oltre al Mose c’è il bilan­cio da far qua­drare (e non certo sulle spalle dei dipen­denti comu­nali e dei cit­ta­dini) insieme al futuro della città più bella del mondo, che neces­sita di cer­tezze da Roma.

Grandi Navi: un altro tema che con­trap­pone il turi­smo di massa alla sal­va­guar­dia della laguna. Che si fa?
L’ho detto subito, pre­sen­tando il pro­gramma. Lo scavo del Canale Con­torta non solo è una distru­zione che va anche con­tro la legge dello Stato, ma sarebbe un’opera sba­gliata dal punto di vista dell’assetto idro­geo­lo­gico. È ciò che, per altro, abbiamo sem­pre soste­nuto quando ci si accu­sava di essere quat­tro gatti con la voca­zione del “Signorno”. Prendo atto volen­tieri che già nelle Pri­ma­rie non era­vamo più soli. E aggiungo che occorre pren­dere una deci­sione in tempi rapidi, ma non sulla testa di Vene­zia…

Il can­di­dato del cen­tro­si­ni­stra che vuol diven­tare sin­daco cosa garan­ti­sce in ter­mini di discon­ti­nuità con il pas­sato?
Pre­messa: non mi sono mai sognato di soste­nere che negli ultimi vent’anni Vene­zia è stata male ammi­ni­strata dal cen­tro­si­ni­stra. Se mai, ci sono stati alcuni che non lo hanno fatto bene. Di certo in giunta ora potrà sedersi solo chi si impe­gna ad ammi­ni­strare a tempo pieno: nes­suno ordina di fare l’assessore e quindi biso­gna dav­vero dedi­carsi a Vene­zia, non un paio di giorni alla set­ti­mana. E viene altret­tanto facile inter­pre­tare la volontà dei cit­ta­dini: addio al manuale Cen­celli, alle logi­che di par­tito o peg­gio ancora di cor­rente. A Ca’ Far­setti ci sarà posto solo per le com­pe­tenze, il merito, la pro­fes­sio­na­lità e la mas­sima trasparenza.

L'abile strategia del padrone extraistituzionale di Venezia: saltare in groppa a uno dei progetti alternativi per le grandi navi e allearsi con gli altri poteri forti per rilanciare il progetto metro Aeroporto-Arsenale-Lido. La Nuova Venezia, 15 marzo 2015

Venezia. Un terminal a San Nicolò, lungo la diga rinforzata per il Mose e a due passi dall'aeroporto Nicelli, in una posizione più riparata grazie anche a una nuova scogliera ad hoc, dove tutte le operazioni potrebbero essere più sicure. In tutto ci sarebbero tre banchine per 8 grandi navi da crociera, più la sublagunare per portare passeggeri e merci dalla città al terminal. E' il piano B per le crociere presentato dal Porto allegato alla documentazione per il canale Contorta.
Paolo Costa, presidente dell'Autorità portuale, l'aveva detto sibillino qualche giorno fa: «Ho invitato Cesare De Piccoli e il suo gruppo a un confronto qui nella nostra sede, saprei io dove fare un nuovo terminal per le crociere alla bocca di porto di Lido». Sembrava una boutade, tanto più che era inserita in un fiume di discorsi in cui l'ex sindaco di Venezia non retrocedeva di un millimetro sul canale Contorta come unica ipotesi alternativa al passaggio delle grandi navi da crociera a San Marco. Ma ora un'attenta lettura dei circa trecento documenti depositati nei giorni scorsi dal Porto alla commissione di valutazione d'impatto ambientale svela che proprio nelle ultime settimane non solo Costa ha pensato molto all'ipotesi Lido, ma si è addirittura rivolto ai «maghi» dei masterplan, la OneWorks di Giulio De Carli, famosa per aver disegnato il piano di sviluppo del Marco Polo e l'intero piano aeroportuale nazionale.
E il risultato di questo vero e proprio studio di fattibilità (senza cifre, però) si può vedere nelle illustrazioni che pubblichiamo. Costa e De Carli hanno immaginato un terminal a San Nicolò, lungo la diga rinforzata per il Mose e a due passi dall'aeroporto Nicelli, in una posizione più riparata grazie anche a una nuova scogliera ad hoc, dove tutte le operazioni potrebbero essere più sicure. In tutto ci sarebbero tre banchine per 8 grandi navi da crociera (6 homeport, cioè che partono e arrivano da Venezia, e 2 in transito), superando così una delle critiche delle compagnie, presentate in conferenza di servizi attraverso un appunto della loro associazione Clia, al piano De Piccoli, che prevedeva solo 5 approdi.
Dal disegno spuntano poi tre terminal crocieristici per lo sbarco-imbarco dei passeggeri, gli accosti per i taxi e le linee pubbliche, i parcheggi e perfino un porto turistico: non bisogna dimenticare che proprio in quell'area, sulla diga del Mose, Piergiorgio Baita e con lui gli altri soci del fondo Real Venice volevano costruire una delle più grandi darsene d'Europa, con i 500 posti barca e 750 posti auto, prima del naufragio dell'operazione EstCapital. Già questo basterebbe per dar fiato alle trombe di ambientalisti e cittadini del Lido, che si vedrebbero arrivare otto bestioni stando alle misure odierne –da più di 30o metri di lunghezza, circa 6o di altezza e 140 mila tonnellate di stazza — davanti alle spiagge meno turistiche ma più amate. Ma non è finita qui. Proprio perché uno dei punti critici del progetto Venis Cruise è la gestione del trasporto di passeggeri e bagagli anche se in quel caso si prevede che il terminal vero e proprio, con check-in e check-out, resti alla Marittima attuale, mentre qui il crocierista si imbarca e sbarca al Lido – nella tavola spunta un quadratino con la scritta «Fermata metropolitana – Terminal crociere».
Ritorna dunque in ballo l'idea della sublagunare, nata nei primi anni Duemila quando sindaco era Costa, ideata dalla Mantovani di Baita. Un'altra tavola allegata ne ipotizza il tracciato: il terminal delle crociere sarebbe il capolinea (salvo un ipotetico prolungamento verso Punta Sabbioni e Jesolo), poi le altre 12 fermate sarebbero Lido Nicelli, Lido, Sant'Elena Biennale, Arsenale, San Marco, Giudecca, San Basilio Zattere, Stazione Marittima, Stazione Santa Lucia, Cannaregio, Murano e l'aeroporto. Totale 20 chilometri e 101 metri di tracciato, da percorrere in 34 minuti. «E' un'ipotesi di tracciato totalmente diversa da quelle del vecchio progetto di sublagunare (Aeroporto-Arsenale, ndr) – scrive OneWorks – che permette di catturare un bacino di utenza ampiamente più grande».
La frequenza oraria prevista sarebbe dai 20 ai 40 treni l'ora e ogni treno - senza conducente, come le metropolitane moderne - avrebbe 3 vagoni («aumentabili a 4») e trasporterebbe tra i 300 e i 500 passeggeri. Secondo lo studio, ci sono infatti oltre 150 mila passeggeri potenziali nei giorni di picco, tra i 105 mila «pendolari», 30 mila crocieristi, 17.400 passeggeri «cittadini» e 2 mila in arrivo dall'aeroporto. Cosa ne fa Costa di tutto questo? Guarda al futuro, se il presente («per 1015 anni») è il Contorta. «Nell'ambito di una valutazione delle alternative che presumono una diversa localizzazione della Stazione Passeggeri, l'analisi dovrà avere un approccio di tipo "multicriteria", con orizzonti temporali necessariamente più lunghi e con maggiori risorse», scrive in una delle osservazioni, a cui sono allegate le tavole.

Riferimenti
Sulla strategia sottesa alla sublagunare si veda una postilla del 2011, sempre valida. I padroni di Venezia sono sempre gli stessi, e i loro ispiratori pure.

Ieri a Torino è stato consegnato il dossier dall’associazione Ambiente Venezia: «Lesi i diritti dei cittadini, ignorate le critiche». Comitati sul piede di guerra anche per quanto riguarda il canale Contorta, altra «grande opera». La Nuova Venezia, 15 marzo 2015

Un esposto sul Mose al Tribunale permanente dei popoli. Si riaccendono i riflettori sulla grande opera. Ieri a Torino una delegazione dell’associazione «Ambiente Venezia» ha consegnato al presidente del Tribunale Franco Ippolito un esposto che chiede l’apertura di un procedimento. «Per accertare», si legge nel documento firmato da Armando Danella, Luciano Mazzolin, Stefano Micheletti e Stefano Fiorin, «se nell’iter del progetto Mose siano stati rispettati i diritti dei cittadini».

Il Tribunale dei popoli – di cui fanno parte i giudici Mireille Fanon Mendes France (Francia), Antoni Pigrau (Spagna), Roberto Schiattarella e Vladimiro Zagrebelsky (Italia) – ha aperto ieri i lavori della sessione dedicata a «Diritti fondamentali, partecipazione delle comunità e grandi opere». Conferenza deedicata alla Tav e alle grandi opere, tra cui il Mose. «Riteniamo che il progetto Mose, in corso di realizzazione», dice Danella, «contenga in sè profili di violazione dei diritti fondamentali che oggi permangono». Tra queste azioni, il comitato include «il contrasto dei movimenti di opposizione e e della comunità scientifica non asservita agli interessi di parte». E le «mancate risposte alle critiche anche circostanziate della pubblica opinione. Soprattutto dopo che la magistratura ha rivelato quel clima malavitoso di corruzione, concussione e finanziamento illecito del Consorzio Venezia Nuova». Infine una «manipolazione e omissione di dati e informazioni per alimentare la continuità dell’errore». I comitati, già autori di altri esposti alla Procura, alla Corte dei Conti e all’Unione europea, chiedono ora che sia il Tribunale internazionale a pronunciarsi. Battaglia che continua, quella sul Mose e sulle garanzie che la collettività chiede per la sua realizzazione e la gestione e manutenzione, che costerà almeno 50 milioni di euro l’anno.
Comitati sul piede di guerra anche per quanto riguarda il canale Contorta, altra «grande opera» proposta dall’Autorità portuale per far entrare le grandi navi in laguna e farle arrivare alla Stazione Marittima dalla bocca di porto di Malamocco. In questi giorni l’Autorità portuale ha inviato al ministero per l’Ambiente le risposte alle 27 pagine di osservazioni della commissione Via. «Risposte esaurienti», secondo il presidente Costa, «per un’opera che si dovrà fare comunque, essendo di pubblico interesse». «L’unica cosa di pubblico interesse è che il governo rimuova il predente Costa», attacca Marco Zanetti di VeneziaCambia2015. Andreina Zitelli ribadisce la richiesta che «vengano pubblicati i 300 file di integrazioni prodotti dal Porto». «È dovere del ministro Galletti, che deve tutelare la laguna e non la crocieristica».

Qui il PDF dell'esposto dell'Associazione Ambiente Venezia

«Gli oppositori del progetto chiedono che tutto non si esaurisca con la pubblicazione di tutta la documentazione, ma si provveda alla riapertura dei termini per le osservazioni». Il Gazzettino, 15 marzo 2015

Recapitate le corpose integrazioni richieste al Porto dal Ministero dell'Ambiente, ora gli oppositori del progetto chiedono che tutto non si esaurisca con la pubblicazione di tutta la documentazione, ma si provveda alla riapertura dei termini per le osservazioni. A sostenerlo è Andreina Zitelli, elemento di spicco del fronte anti-Contorta e docente di valutazione ambientale. All'indomani della richiesta di integrazioni formulata dalla commissione nazionale Via, Zitelli aveva già sostenuto che le tare sollevate dalla commissione erano tante e tali da richiedere una riformulazione totale del progetto.

L'autorità portuale ha invece prodotto una corposa integrazione, nella quale è stato fatto girare nuovamente il modello dinamico della laguna. «Trecento file di integrazioni - specifica Zitelli - richiedono che vengano non solo pubblicati nel sito del Ministero ma anche che si riapra la pubblicazione per nuove Osservazioni. Dato poi le dichiarazioni sulle pretese ragioni di "imperativo interesse pubblico" del Contorta rilasciate dal presidente Paolo Costa rinnoviamo la domanda dell'inchiesta pubblica e riteniamo un dovere da parte del Ministro Galletti di accordarla alla Città di Venezia e, a maggior ragione, per il fatto che il Ministro dell'Ambiente, appunto, ha come primo compito la tutela della laguna».
Zitelli e il fronte che si oppone allo scavo del nuovo canale per far arrivare le grandi navi in Marittima, torna alla carica ricordando che la Commissione aveva chiesto tra le altre cose una nuova e approfondita campagna di caratterizzazione dei sedimenti, poiché il sito di scavo del canale non coincideva con le campagne già svolte nella laguna e prodotte alla Commissione. «Non vorremmo - conclude Zitelli - che si scordasse che é precipuo obiettivo della valutazione di impatto ambientale tutelare un ambiente unico e irripetibile, difeso dalle Direttive europee come quello della laguna. Per risolvere il problema vi sono più ipotesi che vanno valutate e confrontate».

Fra qualche giorno il PD veneziano, i suoi alleati e i cittadini veneziani che, pagando due euro, vorranno partecipare alle primarie, decideranno chi sarà il loro candidato alle elezioni per il sindaco. La Repubblica, 13 marzo 2015, con postilla

Primarie a otto mesi dal patatrac di giugno, quelle che si tengono domenica a Venezia tra gli elettori del centrosinistra. Primarie con tre candidati sindaci del Pd che si contendono un difficile dopo Orsoni, l’ex primo cittadino coinvolto nello scandalo del Mose, dimessosi da sindaco dopo aver chiesto il patteggiamento ed essere stato di fatto sfiduciato dal partito. Primarie vivaci, con scintille soprattutto tra i due aspiranti che, secondo i pronostici, si contendono il primato. Uno è Felice Casson, magistrato che ora siede in Senato con i Democratici (sottofamiglia civatiana). Si era già candidato nel 2005, non alle primarie ma alle elezioni vere, contro Massimo Cacciari. Che lo sconfisse contro ogni pronostico.

Il suo avversario diretto è un giornalista e un figlio d’arte. Si chiama Nicola Pellicani, una vita al giornale la Nuova di Venezia e Mestre, ma soprattutto animatore di quella Fondazione intitolata al padre, già vicesindaco della città, parlamentare del Pci, politico a suo tempo vicinissimo a Giorgio Napolitano, e scomparso nel 2006. Proprio in quell’anno nasce la Fondazione Gianni Pellicani, pensatoio che sforna proposte e progetti per Venezia. Il terzo candidato è un ex consigliere comunale (si è dimesso dopo che Orsoni ha chiesto il patteggiamento, poi negato): l’avvocato 37enne Jacopo Molino, un renziano della prima ora.

Ma la complessa geografia interna al Pd c’entra fino a un certo punto in questa competizione. Pellicani, per dire, rivendica l’appoggio dei renziani, oltre che dei bersaniani: «Mi hanno chiesto di candidarmi dopo che si era già fatto avanti Casson, e così io sono partito con un mese di ritardo, mettendo a disposizione le idee e le soluzioni indicate dalla Fondazione, ho capito che questa esperienza poteva diventare un progetto politico». E il magistrato-senatore: «Con Pellicani c’è l’apparato del partito, con me ci sono le persone». Mentre Molina rivendica un «rinnovamento profondo, ma senza alcun timore di pestare i piedi ai portatori di interessi, che a Venezia sono molti».

Ridotta all’osso, la questione pare semplice, e in questi termini la pone l’ex sindaco Massimo Cacciari, che della Fondazione Pellicani è presidente: «Mi auguro prevalga una candidatura in continuità con le precedenti amministrazioni, che per 25 anni, e al di là della responsabilità personale di Orsoni nella vicenda Mose, hanno sempre governato bene la città; si tratta di contemperare le ragioni della salvaguardia di questo territorio particolarissimo con le sacrosante esigenze di sviluppo, altrimenti Venezia è spacciata; l’unico candidato che può garantire questo esito è Pellicani».

Insomma: secondo Cacciari, Casson punterebbe solo a fare lo “sceriffo” e il “giustiziere”, facendo leva sull’indignazione dei veneziani - soprattutto i 50mila che vivono in laguna, ma ci sono anche i 200mila di Mestre, e Pellicani è mestrino - vestendo i panni del rottamatore con un programma che, sempre per Cacciari, dice solo dei no: «Alle grandi navi, al porto di Marghera, al turismo». Insomma, una candidatura tutta “rossoverde”, e non a caso ad appoggiare Casson c’è anche Rifondazione comunista: un suo ex consigliere comunale, Sebastiano Bonzio, si era candidato alle primarie, ma poi si è ritirato dalla gara. Il “prima”, quel che è successo a Venezia a partire dal 4 giugno, è ben presente nelle riflessioni di Pellicani: «In questa città ci vuole una nuova classe politica, e ci vogliono anche nuovi dirigenti nell’amministrazione; Venezia è bloccata da anni, il Comune non dialogava col Porto e con le categorie produttive e bisogna colmare il gap; questo non significa affatto assecondare alcuni interessi, ma riportare la politica al centro di tutto». Casson ribatte e accusa: «Pellicani dice che in caso di vittoria non avrà assessori della vecchia giunta, che però adesso sono tutti schierati con lui; la gente vuole un cambiamento radicale, e solo io posso assicurarlo: sono l’alternativa non solo a Orsoni, ma anche a tutte le giunte che l’hanno preceduto».

C’è dunque un problema nel Pd, e non da poco. Anche a Venezia alle europee del maggio scorso Renzi è andato benissimo, ma il timore di Pellicani è che se vincesse Casson i «moderati guarderebbero altrove, e infatti il centrodestra tifa per lui». Le categorie produttive osservano e aspettano: Matteo Zoppas, presidente di Confindustria a Venezia, non si esprime e rimanda tutto agli esiti di un sondaggio commissionato tra gli associati, «per capire quali sono le priorità in vista delle elezioni». Più esplicito Vittorio Bonacini, titolare dell’hotel Continental e presidente dell’associazione albergatori: «Tutti i candidati sono rispettabilissimi, ma Pellicani è una persona straordinaria, figlio di un mostro sacro della politica, ma senza tessere di partito; grazie alla sua fondazione, esprime una grande conoscenza della città; solo se vince lui queste primarie, alle elezioni vere arriveranno anche i voti dei moderati: altrimenti a prevalere saranno gli altri».

postilla


Ha ragione Massimo Cacciari: il candidato del PD che meglio potrebbe garantire la continuità con la politica dell'ultimo ventennio è Nicola Pellicani. Molti pensano che quella sia stata una politica nefasta, non tanto per la corruzione provocata dal regime MoSE, quanto per l'asservimento dell'intero centro sinistra ai grandi poteri economici, rappresentato dagli enti del porto e dell'aeroporto, dal Consorzio Venezia Nuova, e dal coacervo d'interessi grandi e piccoli che lucrano sulla mercificazione della città. Pellicani E' certamente il candidato del PD più vicino a questo mondo e ad esse gradito. Ma molti dei veneziani critici dell'establishment che ha condotto Venezia all'attuale degrado ritengono che il rischio non sia solo l'ipotesi Pellicani-sindaco il rischio, ma anche il forte condizionamento che il PD in quanto tale eserciterebbe sull'eventuale affermazione di Casson alle primarie. Si spera che qualche novità positiva emerga dopo le primarie del PD. Non è detto che il candidato scelto con queste primarie (alle quali può partecipare chiunque abbia almeno 16 anni e paghi 2 euro). diventi Sindaco.

«La sicurezza della navigazione perseguita come prioritaria col decreto Clini-Passera può considersi come intervento di rilevante interesse pubblico, per la legge italiana deroga alla normativa comunitaria». E' questo l'interesse pubblico? La Nuova Venezia, 13 marzo 2015 (m.p.r.)

«Il Contorta si può fare anche se avesse un'incidenza negativa sull'ambiente e sul sito di importanza comunitaria. Perché rappresenta un «intervento di interesse pubblico» che la legge prevede sia prioritario». E la tesi sostenuta dal presidente dell'Autorità portuale Paolo Costa nella lettera di accompagnamento alle risposte inviata ieri alla commissione Via. Costa ha scritto ai ministri dell'Ambiente Gianluca Galletti, delle Infrastrutture e Trasporti Lupi, oltre che al presidente della Regione Luca Zaia e al commissario Vittorio Zappalorto.

«La tutela della sicurezza della navigazione», scrive Costa, «perseguita come prioritaria dal governo con il decreto Clini-Passera può essere considerata come intervento di rilevante interesse pubblico, che la legge italiana contempla come deroga alla normativa comunitaria». In mancanza di alternative, insomma, il progetto si potrebbe fare comunque. E le alternative sul tappeto, precisa Costa, non sono ricevibili per motivi «tecnici». Ancora, si tratta di dar corso a una direttiva del Comitatone - l'unico convocato a Roma senza il sindaco, sostituito dal commissario - che non prevede, dice Costa, di individuare «siti alternativi alla Marittima», ma «vie d'accesso alternative alla Marittima». Scartate dal Porto Marghera e il Lido non resterebbe che il Contorta.

Tesi ovviamente contestata dalle associazioni e anche dai candidati sindaci alle primarie Casson, Molina e Pellicani, pur con sfumature diverse. Dunque, avanti con il Contorta. Nella cassa di documenti inviata a Roma per rispondere alle 27 pagine di osservazioni della commissione Via, il Porto ritiene di aver dato con la documentazione integrativa «risposte utili a soddisfare tutti i chiarimenti richiesti». Di più, nella lunga lettera inviata da Costa al governo di ribadisce come lo scavo del canale Contorta non sia affatto uno «sfregio» alla laguna, come sostengono gli ambientalisti e i tanti critici alla grande opera. Ma anzi «un modo per attuare con interventi concreti il Piano morfologico della laguna». Cioè la ricostruzione delle barene che andrebbe fatta utilizzando i milioni di metri cubi di fanghi scavati dai fondali. «Ci sono i 70 milioni di euro necessari, che lo Stato non avrebbe mai messo», dice Costa, «e la qualità dei sedimenti stando agli ultimi studi è compatibile con il suo reimpiego in laguna».

Infine, i tempi. Il ministro per l'Ambiente Gianluca Galletti ha esortato a «concludere l'esame del progetto per giungere all'urgente individuazione di una soluzione alternativa al transito delle grandi navi davanti al bacino San Marco». II Porto ha chiesto che siano rispettati i tempi (entro il 10 aprile) per togliere l'incertezza agli operatori. Ma i comitati studiano ricorsi.

Venezia. «Patrimonio in svendita, doppio esposto. I comitati scrivono al Comune: "Illegittima la concessione alla Biennale di un'area che la Variante destina a uso collettivo: quello spazio deve restare al Comune". Carte in Procura e alla Corte dei Conti». La Nuova Venezia, 8 marzo 2015 (m.p.r.)

Il Giardino delle Vergini come le Procuratie Vecchie e il Fontego dei Tedeschi. Le associazioni stoppano il commissario Zappalorto, e invitano a sospendere la delibera che prevede la concessione alla Biennale dell'area del Giardino delle Vergini, all'Arsenale. «Non si può assegnare a privati un'area che i Piani urbanistici prevedono a standard pubblico», scrive nella diffida inviata a Ca' Farsetti il professor Stefano Boato, a nome delle associazioni e dei comitati Arsenale. I comitati hanno preannunciato un esposto alla Procura e alla Corte dei Conti per danno erariale. Perché secondo loro si tratterebbe di un atto "illegittimo". «Quella concessione», hanno scritto nella diffida inviata al Comune qualche giorno fa, «è incompatibile con le prescrizioni della variante urbanistica. Che prevede per quell'area appunto lo "standard pubblico".
Concessione già rilasciata nel 2008 e adesso in procinto di essere rinnovata. «Ma al momento del passaggio della proprietà al Comune», scrivono i comitati, «si doveva verificare lo stato dell'arte e la legittimità di tutte le concessioni. Comprese quelle delle Tese per le attività e la nuova sede del Consorzio Venezia Nuova». Lettera inviata anche al subcommissario Michele Scognamiglio, responsabile del Patrimonio, e alle dirigenti del Comune Marina Dragotto (responsabile del progetto Arsenale) e Alessandra Vettori, a capo del Patrimonio. L'accusa è quella di "svendere" parti sempre più importanti di patrimonio pubblico in cambio di soldi al Comune a corto di fondi per la modifica dello standard.
È successo con il Fontego dei Tedeschi, venduto dalle Poste a Benetton, dove è stato concesso il cambio d'uso da uffici a commerciale in cambio di qualche giorno di usufrutto del cortile e di sei milioni di euro, dicono. È successo ancora qualche giorno fa con la firma del protocollo d'intesa tra Assicurazioni generali e Comune per le Procuratie vecchie di piazza San Marco. Il Comune potrà utilizzare una minima parte (640 metri quadrati) dei 15 mila metri di superficie dello storico edificio. In cambio le Generali potranno restaurare e "valorizzare" il luogo. Qui la cifra sborsata dal privato è di tre milioni, più 440 mila euro di debito cancellato per gli affitti. Infine, le Vergini. Area destinata a uso pubblico. Dal Piano regolatore e adesso anche dalla proprietà, passata di mano dal Demanio al Comune. Che in realtà il Comune vuole affidare alla Biennale. Stesso discorso per molte isole della laguna, che la Cassa depositi e prestiti vuole mettere sul mercato. «Facciamo un appello ai candidati sindaci», concludono, «non svendete il patrimonio pubblico».
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