Titolo originale: A look back: planner Ed Bacon – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
Edmund N. Bacon, l’ultimo di una generazione di urbanisti di forte impegno è scomparso il 14 ottobre. Come Robert Moses a New York o Edward Logue a Boston, Bacon ha lasciato un’impronta incancellabile sulla città di Filadelfia negli anni del dopoguerra. Come direttore generale della City Planning Commission dal 1949 al 1970, ha rivitalizzato un centro in decadenza con un insieme di strategie paragonabili a quelle di Sisto V per Roma nella visione progettuale di obiettivi.
Negli anni ’50 Bacon iniziò a trasformare una malconcia vecchia zona fra Independence Hall e il fiume Delaware, eliminando il mercato delle carni e isolati di case in linea in decadenza per Society Hill. Edifici storici del XVIII e XIX secolo furono rinnovati, aggiunti edifici negli spazi vuoti, inseriti parchi e percorsi pedonali; il tutto culminante nelle alte torri ad appartamenti di I.M. Pei. A ovest della sede del municipio, sostituì alla stazione di Broad Street della Pennsylvania Railroad, e alla “Muraglia Cinese” del viadotto lungo otto isolati, il Penn Center: un complesso per uffici nello stile del Rockefeller Center, collegato ai trasporti pubblici, con piazze, corti ribassate, grandi viali pedonali.
Come ha osservato Alex Garvin, ex vicepresidente della Lower Manhattan Development Corporation, nel 2003, “Nel 1970, i proprietari avevano recuperato più di 600 elementi storici di Society Hill, i valori immobiliari erano più che raddoppiati, e la popolazione aumentata di un terzo”. Le attività riempivano i palazzi per uffici dei centro, e cominciò un rinascimento che, anche se piuttosto duro a volte, fu rivoluzionario per i suoi tempi.
Bacon ebbe l’energia e la semplice volontà di collaborare con amministrazione e costruttori privati per rende re possibili le cose. “Utilizzò un insieme di disparate idee urbanistiche, come demolizioni o tutele puntuali, mettendo il tutto insieme in un unico progetto” dice G. Craig Schelter, che collaborò con Bacon nella commissione urbanistica, prima di diventarne a sua volta capo negli anni ‘80.
Le audaci trasformazioni urbanistiche di Bacon, non sorprende, disturbarono molti. Per esempio, il suo contenere il deflusso dei ceti medi e alti dalla città, attirando giovani e agiati dal suburbio verso il centro e Society Hill non aiutarono i poveri. Circa 1.000 famiglie furono spostate dalla gentrification di Society Hill. E nei grandi progetti urbani sviluppati in altezza non ci fu spazio per gli architetti più creativi di Filadelfia, Louis Kahn – che presentò schizzi di massima per il Penn Center negli anni ’50, come membro del Citizens Advisory Committee – o Venturi Scott Brown – che collaborò a stroncare l’idea molto alla Moses di Bacon per un’autostrada urbana veloce lungo South Street. Bacon preferì architetti come Vincent Kling e Emery Roth, che progettarono anonime torri per uffici da inserire nel piano del grandioso Penn Center. Anche abbattere il terminal ferroviario del 1893 e la Muraglia Cinese significò distruggere l’opera di Frank Furness, ora l’architetto del XIX secolo più stimato di Filadelfia.
Al cune delle altre visioni di Bacon – la rivitalizzazione di Market Street East, una via commerciale e a uffici che collega City Hall a Independence Mall e che era andata deprimendosi negli anni – impiegarono più tempo a consolidarsi. Un piano per trasformare Chestnut Street in un passeggio pedonale si limitò ad accelerare la trasformazione di quella che un tempo era una via commerciale in una fascia di attività a basso profilo. E Penn’s Landing, il progetto per 15 ettari di colmata sulle rive del fiume per attività varie, non ha sviluppato in pieno il proprio potenziale, in parte per il collocamento della Intestate 95 parallela alla sponda, che rende difficile per i pedoni raggiungerla (Bacon la voleva sotterrata, ma lo fu solo in parte a causa dell’alto costo).
Dopo aver preso la laurea in Architettura alla Cornell University nel 1932, Bacon lavorò a Shanghai e studiò urbanistica con Eliel Saarinen a Cranbrook, prima di tornare a Filadelfia nel 1939 come direttore esecutivo della Housing Authority. Uomo dalle decisioni sempre nette, Bacon si arruolò in Marina durante la seconda guerra mondiale, anziché registrarsi come obiettore di coscienza. Nel 1947, si unì all’amico architetto Oscar Stonorov (allora socio di Louis Kahn) per progettare la “ Better Filadelfia Exhibition” ai grandi magazzini Gimbel, dove Bacon presentò idee urbanistiche basate su grandiose vedute, sequenze percettive, sistemi per il movimento pedoni, modalità di trasporti interconnesse. Nel corso di questi anni portò la sua famiglia nella città che stava trasformando: sei figli, tra cui Karin Bacon, ora progettista e organizzatrice di eventi, e Kevin Bacon, l’attore, vivevano in una casa di città a Locust Street.
Dopo le dimissioni dalla City Planning Commission nel 1970, Bacon diventò vicepresidente dello studio Mondev di Montreal, e insegnò in varie università. In questi anni Bacon, sempre un combattente, rimase impegnato nelle questioni urbanistiche di Filadelfia. Ruppe i rapporti con Willard Rouse quando Rouse costruì Liberty Place, violando il gentlemen’s agreement secondo cui nessun edificio poteva superare i 150 metri della statua di William Penn sulla cima di City Hall.
Alla cerimonia di commemorazione di Bacon a Filadelfia il 23 ottobre, il sindaco Street ha annunciato che intendeva proporre una risoluzione al legale municipale per cambiare lo statuto, in modo che il responsabile dell’urbanistica potesse avere un posto fisso nel gabinetto del sindaco, anziché un ruolo solo consultivo.
A trentacinque anni dal pensionamento di Bacon, l’eredità della sua direzione è ancora evidente (compresa l’istituzione della Ed Bacon Foundation nel 2004) anche se le filosofie dell’urbanistica e i modi di attuazione hanno subito grandi mutamenti. Pianificare ora significa tener maggior conto dei gruppi di abitanti, che ritenevano come si dedicasse troppa attenzione alle grandi visioni autocratiche, a spese delle comunità e delle abitazioni economiche. E anche se la partecipazione dei privati ai progetti di trasformazione urbana fu tanto importante nella rinascita della Filadelfia di Bacon, ora, coi finanziamenti statali e federali sempre più ristretti, questo tipo di alleanze ha portato spesso ai un’influenza determinante dei privati nella progettazione della città. Nondimeno, come osserva Schelter, “Bacon fu la persoone perfetta per la Filadelfia dell’epoca”.
Nota: il testo originale al sito di Architectural Record; qui su Eddyburg uno dei primi articoli dopo la scomparsa, e qualche link (f.b.)
Noi preoccupati da sempre del disinteresse della stampa per le questioni ambientali non ci possiamo più lamentare. C’è stato il Living Planet Report 2006 del WWF, poi prima che quello finisse nel dimenticatoio è uscito l’Observer con il Rapporto di Sir Nicholas Stern commissionato da Blair, e subito appresso Nairobi... La prima volta, che io ricordi, che l’ambiente è stato per più di una settimana di seguito su tutti i giornali. Su Liberazione si sono seguiti gli editoriali di Piero Sansonetti, Ritanna Armeni e Carla Ravaioli mentre Sabina Morandi forniva il suo quotidiano contributo di informazioni preziose, e poi le corrispondenze sul vertice in Africa (ennesimo fallimento, tra l’altro, con l’ulteriore rinvio di qualunque decisione importante)... In tutti i casi: a me questa sembrava una buona occasione per far fare un passo in avanti al modo di ragionare delle sinistre al riguardo.
Provo a spiegarmi. Carla Ravaioli notava che da buon economista Nicholas Stern, per esser certo di richiamare l’attenzione sul suo Rapporto, ha provato a tradurne i risultati in quattrini. Al di là dei guasti climatici, degli scioglimenti di ghiacci, delle desertificazioni avanzanti, dei 200 milioni di profughi scacciati da terre sempre più inaridite, ha sparato la cifra di 3,68 trilioni di sterline (5,5 trilioni di Euro, il 20% del Pil mondiale) come prezzo per il mancato intervento sul mutamento climatico. E’ stata quella la cifra strombazzata da tutti i giornali. Evidentemente lo ha fatto perché è consapevole che quello dei soldi è il solo linguaggio comune a tutte le sfere di potere del mondo.
Approccio al problema che comporta il rischio però (è questa la critica di Ravaioli) che anche le soluzioni vengano ricercate soltanto attraverso strumenti economici, oltreché tecnologici: rifiutando ancora una volta cioè di imboccare la strada più giusta, che è quella di sgombrare le nostre menti dai criteri monetari come unico metro per valutare le cose e deciderci a perseguire le finalità dichiaratamente anti-economiciste - della maggior possibile riduzione degli sfruttamenti di risorse terrestri nei cicli correnti di produzione-e-consumo.
Vorrei provare adesso a riprendere il filo del discorso da un altro capo messo in particolare evidenza da Ritanna Armeni. Quello della dimostrazione data da Stern dell’impossibilità materiale per un solo paese, per importante che sia, di incidere in misura apprezzabile sulla soluzione di questi problemi fintantoché gli altri seguitano a non darsene per intesi. La conclusione che ne discende “o tutti insieme o nessuno” a me sembra peggio che catastrofica. Significa in pratica un invito a tutti a non far niente di niente, perché tanto non servirebbe... Probabilmente è per questo che Stern mette avanti la questione dei soldi: perché ritiene meno difficile metter d’accordo le grandi potenze economiche che i singoli Stati. Cadendo però nell’altro rischio che Ravaioli denuncia: che dall’interesse delle Multinazionali, che vedono nella questione ambientale soltanto una nuova occasione di guadagni e di affari, non possa venire in sostanza niente di buono. Anche perché, aggiungerei, non è affatto detto che sia più facile metter d’accordo i colossi economici che le Nazioni.
Ritanna Armeni, nel ricordare le conclusioni di Stern sulla necessità di “un accordo globale di tutti i paesi del mondo per un intervento immediato e pianificato”, mette in evidenza che questo significa riconoscere a tutto l’ambiente fisico planetario il carattere di “bene comune”. Un’idea di sinistra, d’accordo, positiva teoricamente, ma che non mi sembra possa arrivare a nascondere lo sconforto profondo che ci deriva dall’impossibilità materiale di fare praticamente alcunché per levarci davvero dai guai. La convinzione che ormai “non ci resta che piangere”.
Sta di fatto che il genere umano non s’è mai trovato di fronte a una tragedia futura-prossima di questa portata. Trilioni di sterline a parte: si tratta né più né meno della sopravvivenza per popoli interi. Sappiamo infatti che c’è già chi pensa a salvare sé stesso a spese della distruzione degli altri: c’era anche questa tra le motivazioni dei neocons statunitensi nel loro tentativo (fortunatamente fallito, come stiamo vedendo) di procedere a suon di bombe alla conquista del mondo. Già nel 1970 il sociologo USA Garret Hardin scriveva “se non ce n’è per tutti meglio a noi soli, e che crepino gli altri”)... Mentre l’idea solidaristico-socialista del pari diritto di tutti alla vita si scontra dovunque con difficoltà continuamente crescenti.
Già, perché qui sta il busillis. Giorgio Ruffolo parlava su la Repubblica di “gigantesco problema di ristrutturazione sociale, riorganizzazione politica e ripensamento etico della società umana”. E in quell’editoriale del 25/10 Sansonetti metteva in discussione la natura stessa del capitalismo, “che porta nel suo dna un enorme definitivo difetto: la dittatura della crescita dei consumi e quindi il rischio di rovina del pianeta”.
Vedete dov’è che voglio andare a parare? Da quel che ci dice Ritanna Armeni sull’ambiente fisico “bene comune” e dalle parole di Sansonetti sulla messa in crisi del capitalismo, mettendo insieme due- più-due mi sembra risulti evidente che, se c’è ancora una qualche speranza di riportare a vivibilità questa Terra (niente è recuperabile al cento per cento, d’accordo, ma niente è mai nemmeno completamente perduto), sta oggi nel realizzare una nuova forma di comunismo che basi la ricerca di equità nella ripartizione dei beni su motivazioni profondamente diverse da quelle passate. Un comunismo lontano, cioè, dal contesto ipotizzato da Marx di ricchezza complessiva in aumento, e fondato invece sulla realtà dello squilibrio crescente fra popolazione mondiale e risorse, e quindi sull’assioma lapalissiano che se le risorse scarseggiano la sola cosa ragionevole e decente da fare è metterle in comune e ripartirle fra tutti il più equamente possibile.
Come dire che in un momento tanto drammatico di situazione di bilico per il futuro del genere umano, la sola speranza di salvezza è “spostata a sinistra”. Dipenderà da noialtri - così frastornati ed incerti finora sul nostro destino sgombrarci la testa da qualunque residuo di fisime economiciste mutuate dai nostri avversari, abbracciare convinti l’idea della messa in comune del bene unitario rappresentato dalla biosfera terrestre, trasmettere ad altri la nostra convinzione, batterci senza sosta e senza quartiere contro il mostruoso aggregato degli interessi capitalisti ostinati a non voler vedere quel che sta cambiando sotto i loro stessi occhi, ristabilire i valori della solidarietà interumana, unire le forze per la ricostituzione ancora possibile della vivibilità della Terra...
Che dite? Sto vaneggiando? Può darsi. Ma se si riflette alle difficoltà che abbiamo incontrato finora nel definire la nostra idea di rifondazione di un comunismo del XXI° Secolo, se poniamo mente a quanto si sta rivelando problematico individuare una linea di pensiero e di azione per la Sinistra Europea, non è difficile accorgerci che ci si sta offrendo se pure in extremis e quando già quasi-tutto sembra perduto una prospettiva di validità incontestabile. E che noi soli attenzione possiamo portare avanti. Un compito storico per le sinistre come non l’hanno mai avuto, che ci piomba addosso già quasi-fuori dal tempo massimo. Il che lo rende ci piaccia o meno ancor più impegnativo.
Chiaro che questo è un discorso che va approfondito e verificato portandolo avanti. Troppe cose ci sarebbero ancora da dire...
Limitiamoci a una. Che per tentar di risolvere la questione ambientale le “terapie morbide” non bastano più. Beninteso: sperimentare energie alternative, razionalizzare edilizia e trasporti, riciclare i rifiuti e quant’altro sono cose che vanno fatte. E’ quel che hanno cominciato a capire (Ravaioli ricorda) perfino i potentati economici pronti a metter le mani sul nuovo business-ambiente... Ma non è questo (quantomeno non questo soltanto) che serve. E’ produrre di meno, è consumare di meno, è ritornare per certi aspetti a condizioni pre-industriali di parsimonia nei comportamenti. E’ adattarci definitivamente all’idea (ricordate la polemica dell’anno scorso su queste pagine?) di sostituire un sistema basato sui consumi crescenti con un sistema industrial-produttivo “in decrescita”. In aperto contrasto con gli interessi economici dominanti nel mondo e con la mentalità che c’è dietro. E’ dedicare d’ora in avanti gran parte delle forze lavorative mondiali al risanamento ambientale: rimboschimenti, risanamenti idrogeologici, ripuliture e quant’altro.
In altre parole: è rifiutare una volta per tutte e per sempre di lasciarci guidare da criteri di competitività e concorrenza. E’ mettere realmente alla base di tutte le nostre scelte politiche la solidarietà fra gli esseri umani. E’ batterci contro la rete oppressiva e violenta dei potentati economici che detengono i massimi poteri nel mondo. Cose da far tremare soltanto a pensarle, d’accordo. Ma che rappresentano per la sinistra (di questo faremo bene a convincerci, per quanto difficile ed ostico sia) la più grande occasione storica che le si sia mai presentata per assumere il ruolo protagonista in una travagliatissima fase della vicenda umana.
Senza cadere in eccessi di catastrofismo né di retorica: a me sembra che ci si prospetti se saremo capaci di tenerci all’altezza dei problemi reali la possibilità di dedicarci a una missione certamente drammatica, ma forse decisiva per la prosecuzione dell’avventura umana su questo pianeta.
Quattro articoli di Liberazione
per Fabrizio Giovenale
Piero Sansonetti
E’ morto Fabrizio Giovenale. Aveva 88 anni. E’ morto la sera del 21 dicembre, proprio quando noi abbiamo iniziato lo sciopero dei giornali. I lettori di Liberazione lo conoscono benissimo. Sanno quanto fosse difficile spiegare bene, come lo faceva lui, perché l’ambientalismo è diventato un pilastro per ogni politica di sinistra. Fabrizio, credo, è stato il padre più importante dell’ambientalismo italiano, uno dei primi a scoprire quanto fosse stretto il legame che unisce la difesa dell’ambiente alla lotta per la giustizia sociale. Lui ci ha fatto capire come e perché il sistema capitalistico - il liberismo moderno - non è compatibile con la difesa dell’ambiente. E come la distribuzione equa delle ricchezze - e dunque la lotta contro gli eccessi di accumulazione - è fondamentale per salvare le risorse della terra, cioè il futuro del pianeta.
Su questo giornale, anche recentemente, Fabrizio è stato protagonista di battaglie culturali “epiche”, di dibattiti di altissimo livello. Per esempio quello che abbiamo ospitato nell’estate del 2005, aperto da un suo articolo di formidabile lucidità, e che ha visto impegnati - con grande passione e persino con punte di faziosità - da una parte quelli che la politologia chiama gli “ambientalisti” e dall’altra quelli che chiama gli “operaisti”. Per operaisti si intendono i sostenitori della crescita economica come condizione indispensabile per la giustizia sociale; gli ambientalisti invece - come Fabrizio - sostengono che l’urgenza di un nuovo modello di società può ammettere anche fasi di contenimento dello sviluppo economico e persino di decrescita.
Fabrizio odiava il pil, la politica del pil, l’economia del pil, la religione del pil. Sentiva che il pil, cioè quello che lui riteneva un feticcio, era diventato la bussola di tutti - il cuore del pensiero unico - e deviava le idee della sinistra spedendole su un binario
Non so come faremo da ora in avanti, noi di Liberazione. Fabrizio aveva una capacità di scrittura, una efficacia nel sollevare i temi, nel dirigere le discussioni, nello spiegare i processi più complicati, che nessuno di noi ha. Il giornale perde non solo uno dei suoi collaboratori più prestigiosi: perde una penna che è molto difficile sostituire.
Ho conosciuto recentemente Fabrizio. Solo quando sono arrivato a Liberazione, nel 2004. Prima sapevo chi era (era stato anche amico di mio padre, negli anni ’70 e ’80, quando lavorava al ministero dei lavori pubblici ed era una delle teste più intelligenti del socialismo lombardiano), e con lui ho avuto un rapporto prevalentemente telefonico. Però davvero intenso. Perchè lui, quando ti chiamava, non voleva solo proporti un articolo, voleva parlare delle grandi questioni, dire la sua opinione e sentire la tua, proporti la visione del mondo, aiutarti a costruire delle idee. Era difficile non volergli bene, non farsi conquistare da questo vecchio, con la voce ormai un po’ fioca, ma col cervello sempre in movimento, e con idee nuove, giovani, fresche, assolutamente anticonformiste.
Roberto Musacchio
Fabrizio Giovenale è stato un uomo importante. Importante per la sua famiglia, per sua moglie Marina, i suoi figli e i suoi nipoti. A questi ultimi ha dedicato alcuni suoi scritti a simboleggiare la sua straordinaria capacità di attraversare le generazioni guardando sempre, da ambientalista, a quelle future. Lo è stato per noi, donne e uomini della politica, delle sinistre e dell’ambientalismo italiano che abbiamo avuto il privilegio e il piacere di essergli vicino con quella sua capacità unica di offrire i contributi più ricchi e preziosi con una disponibilità totale e una assoluta semplicità. Fabrizio era egualmente presente agli appuntamenti più solenni e prestigiosi come alle riunioni più comuni e ordinarie. Ma lui è stato un uomo importante per questo Paese, l’Italia. Lo dico con convinzione e senza alcuna retorica sapendo quanto ne fosse lontano e insofferente. Giovenale è stato un dirigente di primo piano di importanti strutture pubbliche; ha collaborato in gabinetti di ministri nell’esperienza del primo centrosinistra; è stato alla guida di associazioni ambientalistiche storiche, nuove e nuovissime; ha accompagnato le sinistre italiane in modo ricco e creativo. E’ stato un uomo di fortissima impronta morale in cui l’etica non era astratta ma si concretizzava in un senso del pubblico come bene comune e un amore per la fisicità e la materialità di questo pubblico, e cioè l’ambiente, il territorio, le città. L’ambientalismo è stato per lui esattamente l’espressione di questa etica pubblica. In nome di essa ha instancabilmente operato da dirigente pubblico, da politico ambientalista, da uomo di cultura. Ha denunciato le miserie e le stoltezze delle classi dirigenti che specie in questo paese nella degradazione dell’ambiente hanno mostrato tutta la loro mancanza di senso civico. Ma ha anche costantemente incalzato le sinistre, criticato senza sconti le culture industrialiste, le povertà culturali o la meschinità di compromessi privi di sguardi sul futuro. Lo ha fatto con una grande capacità di conoscenza delle cose concrete, l’ambiente e le sue leggi; e con una incessante opera di ricerca e di innovazione di pensiero. Per questo è stato naturale trovarsi assieme in questi ultimi quindici anni della sua vita nell’impresa di rifondare contemporaneamente un ambientalismo e una sinistra critici. Lui che aveva dato tanto di se a Italia Nostra e a Legambiente si impegnava ora nella costruzione della Sinistra Rossoverde e del forum ambientalista. Lui uomo di sinistra si trovava accanto a noi di Rifondazione comunista e della Sinistra europea. E questo trovarsi insieme non avveniva in momenti saltuari ma in un impegno quotidiano e minuzioso. Né questa nuova impresa della sua vita lo aveva sottratto agli altri soggetti di impegno di anni precedenti con cui aveva sempre mantenuto una relazione convinto che occorresse comunque mantenere un profilo unitario. Anche perché voleva che provassimo a cambiarlo questo Paese sprofondato del berlusconismo. Ne sentiva un’urgenza testimoniata da tanti suoi scritti come l’ultimo libro che volle uscisse prima delle elezioni con bellissimo titolo “La risalita”. Ma questa propensione unitaria si accompagnava a una grande radicalità e acutezza di pensiero. Le sue elaborazioni critiche della globalizzazione e sul valore dell’economia locale e dei beni comuni sono tra il meglio della cultura altermondialista in cui lui si trovava a proprio agio. Giovenale è stato anche uno scrittore importante, giornalista, saggista, uomo di cultura militante, quotidiana, fuori da ogni torre d’avorio. Un uomo bello che amava il suo paese e la sua città, Roma, e il mondo. Rendere omaggio a questa tua vita importante è il minimo che possiamo fare insieme a dirti che ti vogliamo bene e che continueremo a sentirti vicino nel fare le cose che ci hai insegnato.
Sabina Moranti
Fabrizio Giovenale se n’è andato il 21 dicembre scorso, dopo una lunga vita piena d’affetti, d’impegno e di riflessioni lucide e profonde sulle quali si sono formate più generazioni di ambientalisti. La morte però, rende egoisti e chi ha conosciuto Fabrizio non può che sentirsi un po’ più solo, come se fossimo stati abbandonati dalla guida sicura di una mente ben ancorata alla realtà, una mente critica e lucida ma anche in grado di conservare e dispensare a piene mani una speranza combattiva. Personalmente non ho avuto la fortuna di formarmi alla sua scuola come tanti urbanisti diventati in seguito famosi Antonio Cederna o Vezio De Lucia, tanto per citare i più noti e il nostro rapporto è nato giusto qualche anno fa, in seguito alla lettura di alcuni articoli che lo avevano spinto a contattarmi. Rassicurata e lusingata da un “tifo” così autorevole, mi sono volentieri lasciata coinvolgere in un confronto serrato durante il quale, malgrado la differenza generazionale, abbiamo scoperto una comunanza di vedute che stupiva entrambi. Per quanto mi riguarda, ho attinto a piene mani dal suo ottimismo, un ottimismo tanto concreto quanto informato e nient’affatto ingenuo.
Ero prevenuta, lo ammetto. Non mi aspettavo in un ottantenne tanta lucidità e tanta capacità di tenere il passo con gli eventi. Ogni volta che ci parlavi, Fabrizio aveva sempre letto il libro appena uscito, la rivista più contestata, l’articolo più discusso, e argomentava con un entusiasmo e un’umiltà che fanno difetto a molti quarantenni. Non c’era traccia in lui dell’arroganza che scaturisce dall’aver fatto tante cose importanti. Le sue esperienze di politica istituzionale fu a capo del servizio studi e programmazione dei Lavori pubblici durante gli anni d’oro del primo centro sinistra, quando le riforme si facevano sul serio non l’hanno né corrotto né sfiduciato ma sono probabilmente alla base di quella concretezza che ha continuato a mostrare in tutti i suoi scritti.
Ai dilettanti di ogni categoria Fabrizio insegnava quella serietà che forse solo una formazione scientifica può garantire. Ai professionisti della scienza e dello sviluppo cercava di insegnare invece che non esistono solo le strade già tracciate e che l’utopia non è un sogno da lasciare ai poeti ma un impegno, una responsabilità della politica che non rinuncia a cercare di trasformare l’esistente. In La risalita, libretto pubblicato in fretta e furia da Punto Rosso durante la scorsa campagna elettorale, Fabrizio aveva individuato alcune strade per risalire dalla spirale distruttiva che il mondo sembra avere imboccato. Il punto di vista di Giovenale, com’è noto, è sempre stato quello rosso-verde, il che non significa soltanto poter vantare una militanza durata mezzo secolo ma avvertire con forza l’impellenza di una crisi ambientale divenuta sempre più evidente eppure, paradossalmente, sempre più lontana dagli orizzonti della politica. Com’è possibile che la politica abbia rinunciato a ogni tentativo di regolare l’espansione di una globalizzazione basata su di una crescita cieca e meramente quantitativa incapace di fare i conti con i limiti fisici del pianeta? Ma soprattutto si chiedeva Fabrizio - come invertire questa tendenza?
Con parole leggere e scrittura colloquiale Fabrizio metteva, come si dice, i piedi nel piatto. Per esempio invitando, nel suo ultimo scritto, a interrogarsi su alcune questioni a lungo rimandate, come ad esempio «la deformazione economica della laicità illuminista» che ha fortemente influenzato la sinistra anche perché «la dottrina marxista, che ha guidato l’azione delle sinistre nel mondo per un secolo e mezzo, si fonda sulla stessa interpretazione economicista della realtà del capitalismo suo antagonista» ovvero, sempre per dirla con le sue parole, si è trattato di «contendersi il manico della padella per cuocere la stessa frittata». Però, sosteneva Fabrizio, la stagione delle guerre permanenti insieme all’accelerazione delle crisi ambientali riporta alla ribalta quell’intuizione basata su di un’idea di società «intesa come equa distribuzione dei beni collettivi quanto come limitazione dei diritti individuali su di essi», limitazione che però va direttamente in rotta di collisione con quell’idea dello sviluppo illimitato condivisa dalla maggior parte della sinistra.
Il problema è che per sperare ancora nella pace, per uscire dallo sfruttamento neo-coloniale dei popoli e delle risorse del sud del mondo, o anche semplicemente per dar da mangiare a tutti quanti, non ci sono scorciatoie: bisogna abbandonare il paradigma dominante e imboccare drasticamente la via della decrescita, ovvero abbracciare con forza «l’idea di ridurre i consumi delle risorse terrestri (e cioè delle materie prime per le lavorazioni industriali) che incontrava e incontra l’ostilità del “popolo di sinistra”». Lungi dal coltivare, sia per l’Italia che per l’Europa nella sua interezza, la rincorsa della competitività a ogni costo, Fabrizio suggeriva di abbracciare decisamente un altro modello, diventarne i campioni e poi magari “venderlo” altrove. Come? Premiando ad esempio il “ciclo corto” (ovvero i cicli locali di produzione e consumo) e favorendo il rimpiazzo delle risorse mancanti, in primo luogo metalli e petrolio, attraverso ogni tipo di agevolazione fiscale che sostenga le iniziative di risparmio energetico sia nella produzione che nell’edilizia di riconversione e di diffusione delle rinnovabili. Tutto ciò, oltre a prepararci per la crisi alimentare causata dal simultaneo aumento della popolazione planetaria e dall’esaurimento dei combustibili fossili (che sono alla base dell’agricoltura industrializzata), restituisce sovranità agli Stati e sottrae il controllo alle gigantesche multinazionali, le prime beneficiarie della globalizzazione.
Decrescita, beni comuni, giustizia climatica, ri-localizzazione delle imprese. Per quanto poco utilizzate nel nostro paese, queste sono le parole d’ordine dei movimenti antagonisti di mezzo mondo, parole che riescono perfino a trovare udienza nella politica istituzionale, lì dove ha preso il potere una sinistra non troppo asservita agli interessi delle grandi corporation. In Italia, dove anche chi aveva la competenza e l’esperienza per fare questi discorsi come Fabrizio ha imboccato la strada della subalternità culturale, queste sono ancora parolacce perfino in casa comunista. Fabrizio chiamava “sogni” le sue arrischiate panoramiche, aggiungendo che sognare è un diritto e insieme un dovere per chi non s’accontenta dell’esistente e percepisce l’orrore di una crisi ecologica terminale. Volentieri raccogliamo il testimone dalle mani di uno che, questo dovere, se lo è accollato fino alla fine. Anche se, senza di lui, sognare sarà molto più difficile.
Franco Russo
Di Fabrizio Giovenale, del suo pensiero e dei suoi propositi testimoniano i suoi libri, articoli, documenti; delle sue molteplici attività, ci parleranno a lungo le organizzazioni politiche e le associazioni ambientaliste di cui è stato partecipe e ispiratore. Io lo ricordo quando venne, a metà degli anni ’80 al cinema Andrea Doria, nel quartiere Trionfale di Roma, occupato per impedire la sua trasformazione in centro commerciale (e ci riuscimmo). Giovenale sostenne con la sua autorità e intelligenza quella lotta che continuava le iniziative per difendere la città dallo scempio urbanistico e anticipava quelle per darle un nuovo volto proprio attraverso la conservazione delle sue straordinarie risorse storiche, architettoniche, ambientali. Sindaco Petroselli, fu con Cederna e La Regina tra i più convinti sostenitori del parco urbano dei Fori imperiali da congiungere a quello dell’Appia, per salvare così i monumenti romani e aprire il più grande sito archeologico del mondo. Fabrizio pensava a una città capace di innovarsi preservando storia e natura, anzi si sforzava sempre di immaginare come rinaturalizzare l’ambiente urbano e conservare le grandi testimonianze del passato. Negli ultimi anni spiegava come la riforestazione e la cura del territorio sarebbero state le vere modernizzazioni per il nostro paese. Parchi urbani e parchi archeologici, ridisegno della città per riavvicinare luoghi del lavoro e luoghi della vita, per superare i ghetti dormitori e il vuoto di sera nei quartieri degli uffici: la sua inventiva era inesauribile, e la sua produzione di proposte non si fermava davanti agli interessi costituiti. Per questo è stato sempre a sinistra, cercando in questo ‘luogo’ le risorse per le sue azioni culturali e politiche.
Nasce socialista lombardiano, impegnato come dirigente del Ministero dei lavori pubblici, sostenne con determinazione i tentativi di riforma urbanistica dei primi anni ’60 del secolo scorso. Protagonista di Italia nostra, vera fucina dell’ambientalismo italiano, poi tra gli ispiratori di Legambiente vissuta come un’esperienza della nuova società civile impegnata in un processo di trasformazione oltre i limiti dell’agire politico tradizionale. Quando sentì che questa operazione si scontrava con nuovi limiti, giustificati con le compatibilità del presente, Fabrizio già con alle spalle decenni di impegno, ma giovane come sempre di mente e di cuore, si lanciò in nuove avventure senza paracadute.
Alla fine degli anni ’80, Fabrizio con altri ambientalisti di rango Nebbia, Ravaioli, Falqui, De Lucia, Ricoveri, Amendola, Bettini, Berdini, Prestipino, Molinari dà vita ad associazioni, gruppi di lavoro, iniziative che, pur senza avere dimensioni di massa, hanno avuto la forza di suscitare e orientare le diffuse mobilitazioni sul territorio e di salvaguardare il nucleo di innovazione culturale del pensiero ambientalista. Il pensiero ambientalista era per Fabrizio la via per costruire la sinistra alternativa e la base per individuare le vie della trasformazione del capitalismo. Partecipò, con Nebbia, alla rinascita dell’Università verde a Roma, voluta da L. Nieri al Podere rosa, per insegnare e diffondere le idee dell’ambientalismo rossoverde. Continua fu la sua polemica con l’economicismo della sinistra tradizionale, che vedeva riaffiorare anche nelle nuove formazioni politiche, e con l’idea gemella dello ‘sviluppo sostenibile’ che giudicava un’illusione perché non metteva in discussione l’illimitatezza propria del capitalismo globalizzato. Prese parte, con pazienza e tolleranza, alle diverse aggregazioni a cui demmo vita per espandere e dare consistenza politica al pensiero rossoverde; puntuale a tutti gli appuntamenti nelle sedi più disagiate, ha legittimato i nostri sforzi, è stato il nostro ‘padre nobile’, la cui intelligenza ci aiutava a trovare il filo culturale delle nostre ipotesi e delle cose da intraprendere.
Scriveva libri di analisi teorica ma anche documenti politici, si cimentava con le questioni organizzative e con la povertà dei nostri mezzi: se oggi si può parlare di rossoverdi, lo si deve in gran parte a Fabrizio. Era un laico convinto, e questo gli consentiva di dialogare anche con coloro di cui non condivideva le posizioni o da cui si era separato u2212 forte di un accorto scetticismo che gli evitava di cadere in posizioni dogmatiche. Anche il suo stile affabile, cordiale lo rendeva prezioso in mondi difficili, inclini a dividersi piuttosto che trovare le comunanze; non aveva ambizioni di potere: gli bastava, a ragione, la sua autorevolezza, intelligenza e cultura, che lo rendevano ‘oggetto del desiderio’ di tutti. Non a caso scriveva su diversi organi di stampa della sinistra, sempre mantenendo le sue posizioni chiare, impegnate, motivate. Nel tragitto degli anni ’90, attraverso il Forum ambientalista, ci siamo incontrati con Rifondazione comunista, dove ambientalisti di antico impegno Musacchio innanzitutto e dirigenti politici come Gianni, Sentinelli, Vinci hanno saputo cogliere la ricchezza delle proposte e il potenziale di innovazione del pensiero rossoverde. Fabrizio ci ha dato la forza di avviare nuovi percorsi, che venivano illuminati dalla sua ricerca intellettuale che non si è mai fermata, se non con la sua morte. Io gli sarò sempre grato della sua fiducia, e del tempo che ci ha dedicato. Sono sicuro che ha avuto una splendida vita, piena di affetti l’amore di una intera esistenza con Marina -, e tesa sempre al futuro che vedeva nei suoi figli e nei suoi nipoti a cui ha dedicato un bellissimo libro.
Titolo originale: Edmund Bacon, 95, Urban Planner of Philadelphia, Dies – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
Edmund N. Bacon, uno dei principali urbanisti del dopoguerra, che ha ricostruito gran parte di Filadelfia, è morto venerdì nella sua casa. Aveva 95 anni.
La morte è stata annunciata dalla figlia, Elinor Bacon.
Direttore esecutivo della City Planning Commission di Filadelfia dal 1949 al 1970, Bacon ha avuto sulla sua città natale un’influenza paragonata da alcuni a quella di Robert Moses nel suo lungo regno su New York.
Rappresenta, anche un’epoca finita, quando gli urbanisti erano considerati delle celebrità, come oggi il figlio minore di Bacon, l’attore Kevin. Nel 1964 Bacon fi ritratto sulla copertina della rivista Time nel numero dedicato al rinnovo urbano in America. Nel 1965 Life dedicò un’altra copertina alla sua opera. Del 1967 il suo libro, Design of Cities, tuttora considerato un testo fondativo per l’urbanistica contemporanea.
Il suo segno su Filadefia risulta forse più evidente nel Penn Center, enorme insediamento nel centro città degli anni ’50 e ‘60. Il complesso, che comprende uffici e alberghi, era il più grande che si fosse visto in città dagli anni ‘20.
Sostituendo la cosiddetta Muraglia Cinese, insieme di ferrovie sopraelevate che dividevano la città, Bacon intendeva fissare una solida spina est-ovest. Aggiunse edifici nell’area attorno alla Stazione della 30° Strada al margine occidentale del centro città. Le idee del progetto di Bacon portarono anche agli insediamenti di Market East, Penn’s Landing, Society Hill, Independence Mall e Far Northeast. “Univa una filosofia demolisci-ricostruisci da urban renewal all’inizio della cultura della conservazione storica” scrisse Paul Goldberger sul New York Times nel 1988.
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Il suo lavoro di urbanista non fu sempre giudicato positivamente dalla critica. Nel 1998 Herbert Muschamp scrisse sul New York Times che il Penn Center era “famigerato come uno dei primi esempi di disastrosa urbanistica moderna: discutibile nella geometria essenziale dei suoi edifici, la sua scarsa considerazione per la vitalità della strada tradizionale”.
Dal punto di vista personale, Bacon era noto per essere pungente, come può verificare chiunque nel documentario del 2003 My Architect, sul leggendario architetto Louis Kahn. Nel film, realzizzato dal figlio di Kahn, Nathaniel, Bacon difende vigorosamente – a dire il vero in modo irritabile – la sue decisione di respingere il progetto urbano di Kahn per Filadelfia.
Vigilò sempre attentamente sugli elementi storici fondamentali della città; per esempio, favorì il mantenimento di un tetto all’altezza massima degli edifici di Filadelfia, onorando la tradizione secondo cui nessuno poteva superare i 150 metri, ovvero l’altezza della statua di William Penn sopra il palazzo comunale. “Una volta infranta, non esiste più” dichiarò Bacon nel 1984.
Contrario al grattacielo One Liberty Place, si rifiutò di partecipare alla cerimonia di apertura del cantiere del 1986 e tolse il saluto al suo amico Willard G. Rouse III, che lo costruiva. “Credo che sia molto, molto distruttivo, il fatto che lui, lui solo abbia scelto di distruggere una tradizione storica che ha conferito belle e regolari forme alla città”, dichiarò Bacon all’epoca.
Contemporaneamente, si scontrava coi conservazionisti per la demolizione e ricostruzione di tanta parte della città.
Nativo di Filadelfia, Bacon aveva conseguito un bachelor in architettura alla Cornell University nel 1932, e poi continuato gli studi alla Cranbrook Academy of Art di Bloomfield Hills, Michigan, con l’architetto e urbanista finlandese Eliel Saarinen. Lavorò come architetto in Cina e a Filadelfia, prima di diventare urbanista municipale a Flint, Michigan
Da Flint, Bacon si spostò a Filadelfia come direttore della Housing Association, per cui progettò l’Esposizione Better Philadelphia del 1947, una mostra di piani e progetti modello. Fu anche fra i primi membri del City Policy Committee, protagonista del movimento politico riformista di Filadenfia.
Dopo le dimissioni dalla City Planning Commission nel 1970, Bacon fu vicepresidente della Mondev International Ltd., studio di urbanistica privato. Produsse anche Understanding Cities, una serie di film sull’urbanistica.
Fu professore associato all’Università della Pennsylvania, e insegnò anche a quella dell’Illinois a Urbana-Champaign. I riconoscimenti ricevuti comprendono tra l’altro lo American Institute of Planners Distinguished Service Award e il Philadelphia Award.
Oltre a Elinor, che abita a Washington, e a Kevin, che vive a New York, Bacon lascia altri quattro figli: Karin e Michael, a New York; Hilda, a Cherry Hill, New Jersey; e Kira, a Vashon, Washington, oltre a sei nipoti e un pronipote.
Bacon ha continuato sino alla morte a sostenere le proprie idee per Filadelfia, con modifiche a Independence Mall, Penn’s Landing e la Benjamin Franklin Parkway negli anni ‘90. Nel 2002 aveva protestato per la proibizione degli skateboard nel parco urbano di LOVE, nell’area orientale della parkway, attraversandolo illegalmente su proprio su uno skateboard.
Nota: il testo originale al sito del New York Times ; per capire meglio il contesto dell'opera di Edmund Bacon, si veda per esempio il saggio (disponibile online) di Mimi e John Lobell: The Philadelphia School 1955-1965 - A Sinergy of City, Profession and Education (f.b.)
Lo conobbi quarant’anni fa, nel mio primo giorno di lavoro al servizio studi e programmazione del ministero dei Lavori pubblici dove ero stato destinato dopo aver vinto un concorso per urbanista del genio civile. Avevo deciso di intraprendere la carriera ministeriale avendo seguito con appassionato interesse l’inchiesta condotta dal ministero sulla frana di Agrigento dell’estate del 1966. L’architetto Fabrizio Giovenale era il capo del servizio, veniva dall’Ina casa, l’ente benemerito che, a partire dal 1950 realizzò alcuni dei migliori interventi di edilizia pubblica del primo dopoguerra (e dissennatamente sciolto all’inizio degli anni Settanta). Ministro dei lavori pubblici era il socialista Giacomo Mancini, erano gli anni d’oro del primo centro sinistra, una stagione attraversata da un’autentica e operativa volontà di riforma in campo sociale ed economico. Il servizio studi era incardinato nella direzione generale dell’urbanistica, regno incontrastato di Michele Martuscelli, uomo potentissimo che controllava l’attività urbanistica ed edilizia di tutti i comuni italiani. Era diventato famoso per aver curato, per conto di Mancini, l’indagine sulla frana di Agrigento provocata dalla turpe speculazione edilizia che aveva snaturato la città dei templi. Il dibattito che si sviluppò alla Camera mise sotto accusa la Democrazia cristiana e, più in generale, la sordida alleanza fra speculatori e amministratori che non era una prerogativa di Agrigento ma riproponeva la situazione di tutte le città italiane, con l’eccezione di Bologna e dintorni e di pochi altri luoghi.
Al termine del dibattito parlamentare, Mancini mise mano al provvedimento poi noto come “legge ponte”, che doveva avere carattere temporaneo: un ponte verso quell’organica e compiuta riforma che ancora stiamo aspettando. Giovenale partecipò attivamente alla stesura della legge ponte, che non fu una misura marginale, anzi, con il passare degli anni, ha assunto un rilievo cruciale nella vicenda urbanistica nazionale. Obbligò tutti i comuni a dotarsi di un piano, moralizzò l’istituto della lottizzazione e inventò i cosiddetti standard urbanistici, quelli che, trentotto anni dopo, la controriforma proposta da Maurizio Lupi, deputato milanese di Forza Italia, intendeva condannare a morte. A Giovenale si devono in particolare le norme puntuali ed efficaci relative alla tutela dei centri storici, tema allora non certo popolare. Se in Italia, a differenza degli altri paesi europei (e di questo dovremmo essere fieri), i centri storici sono stati conservati, anche se ormai prevalentemente occupati da funzioni improprie, lo si deve a quelle rigorosissime prescrizioni e all’indiscussa competenza di Giovenale: è un suo grandissimo merito di cui credo che pochi siano informati.
Alla successiva stesura degli standard urbanistici, con Martuscelli, Giovenale e il presidente del Consiglio superire dei lavori pubblici, Vincenzo Di Gioia, partecipò il meglio della cultura urbanistica italiana, Mario Ghio (che si impegnò moltissimo), Giovanni Astengo, Edoardo Detti, Luigi Piccinato, Giuseppe Campos Venuti, Alberto Todros, Marcello Vittorini, fra i più giovani Edoardo Salzano. Mi colpì il fatto che Campos, Salzano, Todros e altri erano comunisti, esponenti dell’opposizione, eppure perfettamente integrati nell’attività ministeriale. Era consociativismo? In un certo senso, sì. Ma penso che raramente l’interesse pubblico sia stato così efficacemente perseguito come in quelle circostanze. Il nostro lavoro era seguito da un gruppo di giornalisti che potrei definire specializzati, fra i quali Antonio Cederna, Vittorio Emiliani, Vito Raponi. L’approvazione del decreto sugli standard (forse l’atto più importante dell’urbanistica italiana contemporanea) fu preceduta da ripetute riunioni, caratterizzate da aspri scontri, in particolare con alcuni sindaci e costruttori che contestavano l’obbligo di prevedere negli strumenti urbanistici congrui spazi per il verde pubblico, considerato un lusso, uno spreco che l’Italia non poteva permettersi.
Dopo l’esperienza del servizio studi del ministero, per qualche tempo Giovenale fu direttore generale dell’Ises – istituto per lo sviluppo dell’edilizia sociale, un ente pubblico che si occupò in particolare della ricostruzione dei comuni della valle del Belice distrutti dal terremoto del gennaio del 1968 – dove lavorava anche Marcello Fabbri, un altro importante protagonista dell’urbanistica progressista, recentemente scomparso – e so della sua partecipazione alle vivaci assemblee che si svolgevano nei consigli comunali dei comuni disastrati per discutere della forma dei nuovi abitati. Si occupò a lungo d’Italia nostra, di cui fu anche vicepresidente, ma non tollerava il disimpegno politico che prevaleva allora in quell’associazione. Partecipò alla fondazione della Lega per l’ambiente (che ebbe origine da una costola dell’Arci). Poi si dedicò all’ambientalismo a tempo pieno, a mano a mano estendendo il campo dei suoi interessi e del suo proselitismo dall’urbanistica all’ecologia, scrivendo moltissimo, soprattutto su Avvenimenti e poi su Liberazione, fino a pochi giorni prima della morte, contestando con determinazione l’economicismo della sinistra, affrontando anche i temi terribili della crisi ecologica terminale e del destino dell’umanità.
Giovenale, anzi Fabrizio (appena lo conobbi, mi disse subito di darci del tu, cosa che mi parve stupefacente, venivo da un’attività privata dove vigevano rapporti molto formali) fu dunque il mio primo e impareggiabile maestro di urbanistica. L’urbanistica era tutt’uno con la politica (che l’urbanistica è una parte della politica l’ho imparato da lui). Mi fece capire che non si può non essere schierati. Era un militante socialista della sinistra di Riccardo Lombardi, severamente critico verso l’inclinazione ai compromessi e ai vantaggi personali che cominciava a dilagare nel Psi, ma non fu mai anticomunista come succedeva a tanti suoi compagni. Il lavoro ministeriale non era chiuso nelle stanze di Porta Pia ma si dilatò subito al mondo dall’associazionismo, del volontariato, dei poteri locali: l’Arci, l’Uisp (indimenticabile il rapporto con Giuliano Prasca), le Acli, l’Udi (che fornì un contributo importantissimo per la definizione degli standard), la Cgil e alcuni sindaci e assessori che sperimentavano l’urbanistica partecipata furono nostri interlocutori abituali. Mi fu anche maestro di scrittura, un maestro severissimo. Leggendo la mia prima relazione, disse che dovevo impegnarmi con zelo per raggiungere un livello accettabile per un funzionario dello Stato. Insisteva per la semplicità e la chiarezza del linguaggio. In seguito, lavorando con altri, ero stupito del fatto che non mi correggessero con pignoleria, come faceva Fabrizio, ogni riga delle cose che scrivevo.
Se ho raccontato di me medesimo è solo per testimoniare la straordinaria attitudine di Fabrizio nella formazione dei giovani, che è il modo migliore, come ha ricordato eddyburg, di operare “per il futuro di noi tutti”.
L’italia possibile di Manlio Rossi-Doria
Il "finito di stampare" reca la data del 17 gennaio 1981. Appena due mesi dopo il tremendo terremoto del 23 novembre 1980, il Centro studi di Portici diretto da Manlio Rossi-Doria aveva già pronto un volume con un’indagine puntigliosa dell’area investita dal sisma – quasi trecentomila ettari fra Campania e Basilicata – , una sua descrizione geografica, economica e antropologico-culturale, un’indagine che si chiudeva indicando una serie di direttrici da seguire per la ricostruzione.
È in questa esperienza di studio militante, di analisi e di concretezza politica rigorosamente concepita sui campi lunghi della storia, che si condensano il metodo e la personalità stessa di Rossi-Doria, economista agrario, meridionalista e uomo di battaglie civili di cui in questi giorni ricorre il centesimo anniversario della nascita (ieri la sua figura è stata commemorata a Roma da Giorgio Napolitano durante un convegno organizzato dal Senato e dall’Animi, Associazione nazionale per gli interessi del Mezzogiorno d’Italia).
Rossi-Doria nasce a Roma, figlio di un assessore della giunta radicale di Ernesto Nathan, ma a diciannove anni le sue passioni lo conducono verso il Mezzogiorno, dove si iscrive alla facoltà di Agraria di Portici. È il luogo dove il Sud viene indagato al riparo dalle grandi sintesi storiche e ideologiche che lo descrivono come un universo compatto: Rossi-Doria studia chimica, botanica, entomologia, microbiologia, mineralogia e geologia. In Val d’Agri, in Lucania, impara da Eugenio Azimonti, un grande agronomo, come si conduce un’azienda, quali sono le pratiche colturali e zootecniche. Azimonti è anche autore di un libro, Il Mezzogiorno qual è, che contiene già nel titolo un programma d’azione avverso alle fumisterie o alle illusioni che deformano la percezione della realtà.
Il Mezzogiorno e la sua arretratezza. I paesaggi coperti di immensi possedimenti fondiari in mano a poche persone, incolte e incapaci di migliorare. I terreni abbandonati, la miseria contadina, una natura ostile: sono questi gli spezzoni d’immagine che si stampano nei suoi occhi e che il giovane studioso porta con sé nel carcere fascista, dove resta dal 1930 al 1935, nel confino in Basilicata – dove partecipa alle discussioni che conducono Eugenio Colorni, Ernesto Rossi e Altiero Spinelli a scrivere il Manifesto di Ventotene – nel partito d’Azione e poi nella Resistenza romana.
Nel ‘44 al Nord la guerra continua, ma Rossi-Doria ha lo sguardo concentrato sugli elementi di fondo che attraversano la società italiana, con o senza il fascismo. E ammonisce quei compagni azionisti convinti che nel ventre del Sud vibri un fermento rivoluzionario: «Ormai», scrive in una lettera a Leo Valiani, «camminavo tenendo davanti agli occhi la diversa prospettiva che la rivoluzione non ci sarebbe stata, che il vecchio avrebbe preso il sopravvento sul nuovo, che la sinistra sarebbe stata sempre sconfitta sino a quando non avesse imparato a fare i conti con la realtà e ad acquistare le doti dei cavalli dal fiato lungo».
L’argomento razionale, la sua verificabilità, la costante messa in discussione dei dati acquisiti sono i cardini della sua mentalità di studioso e di politico. L’analisi e la passione civile. Rossi-Doria partecipa al dibattito sulla riforma agraria, alla fine degli anni Quaranta, spinge affinché lo Stato rompa gli assetti proprietari, distribuendo le terre a chi le avesse fatte fruttare. Critica l’opposizione dei comunisti e fra il ‘49 e il ‘52 lavora in Calabria, cura gli espropri e gli accorpamenti delle particelle fondiarie. Ma poi rimane molto scettico quando constata che la Democrazia Cristiana oltre che avviare lo sviluppo dell’agricoltura, agevolando la formazione di moderne aziende, intende soprattutto creare una truppa di piccoli contadini proprietari del solo terreno, incapaci però di renderlo produttivo, perché senza mezzi e senza cultura, una truppa che avrebbe ingrossato l’elettorato clientelare e le file dell’emigrazione (non è un caso che qualche anno dopo Rossi-Doria sarà l’autore di un rapporto-denuncia sugli scandali di quel grande baraccone che era la Federconsorzi).
Rossi-Doria rifiuta di chiudersi entro confini specialistici e anzi pratica un dialogo fitto fra i saperi tecnico-scientifici e quelli umanistici. Prima della guerra ha collaborato con i grandi artefici delle bonifiche, fra i quali Arrigo Serpieri, e ha appreso quanto fosse difficile riportare fertilità in luoghi paludosi senza indagare, oltre che le condizioni fisiche dei suoli, anche la storia degli uomini e delle loro pratiche, i rapporti sociali, le abitudini culturali.
È la stessa attitudine che ispira l’indagine nelle zone colpite dal terremoto dell’80. Rossi-Doria ha settantacinque anni, è ancora mentalmente agilissimo e non sopporta i luoghi comuni che si abbattono sulle regioni piagate, quasi un secondo sisma. Sente dire che quella è una civiltà che andava estinguendosi, infetta dalla miseria e ormai senza storia, senza destino se non quello di distruggere e sbaraccare tutto, gli uomini e le bestie, di trasferire i paesi altrove e di avviare uno sviluppo industriale tutto incentivato e che non avesse alcun rapporto con i saperi locali: una specie di tabula rasa urbanistica e sociale. È il solito Mezzogiorno di cui molti parlano, che pochi conoscono, salvo le sue classi dirigenti che lo conoscono bene ma hanno l’occhio lungo sugli affari e sui modi per conservare potere.
Le frasi del rapporto (il volume si intitola Situazione, problemi e prospettive dell’area più colpita dal terremoto del 23 novembre 1980 ed è edito da Einaudi) sono dettate da limpidità di stile, dall’umile e ironica consapevolezza del sapiente rispetto allo sfoggio magniloquente: «Il dato che deve far meditare di più coloro che all’improvviso sono venuti in contatto durante l’ultimo mese con questi luoghi e questa gente, è di trovarsi in una regione antica, di antica e solida civiltà». Qui le popolazioni hanno vissuto per secoli «con la durezza e la modestia delle migliori società contadine d’Europa, accompagnate da un tenore di vita e da una dignità superiori a quelle allora esistenti altrove». Altro che civiltà in coma, che attende l’eutanasia delle ruspe: «Si è avuto, negli ultimi anni, un notevole consolidamento e rinnovamento dell’agricoltura, una diffusione delle attività terziarie tipica di una società in sviluppo e persino il sorgere (sia pure nelle forme sommerse tanto frequenti oggi anche altrove) di nuove piccole iniziative industriali». La ricetta di Rossi-Doria e dei suoi collaboratori, detta molto sinteticamente, esclude trasferimenti di popolazione e prevede interventi capillari, molto dettagliati e aderenti allo statuto dei luoghi, seguendo il motto: "per problemi diversi, politiche diverse".
La strada che viene intrapresa è tutta diversa: il cemento invade colline e vallate, i centri storici (non tutti, ma quasi) si svuotano, le aree industriali sono allestite su terreni golenali, le aziende nascono già morte, le opere pubbliche sono inservibili, i paesi senz’anima. E, dopo una pausa che durava da decenni, i più giovani tornano a emigrare. Le terapie proposte da Rossi-Doria, una specie di cura omeopatica che facesse perno sulle risorse di un organismo debilitato, ma non morente, restano sul fondo, ma non pietrificate, avvolte dalla nebulosa delle politiche e degli affari, eppure capaci di of
Un grande merito del libro di Marco Biraghi (Progetto di crisi: Manfredo Tafuri e l’architettura contemporanea, Edizioni Marinotti, pagg. 318, euro 22) è certamente quello di aver dedicato un lavoro di trecento pagine al più intrigante e geniale storico dell’architettura italiano dell’ultimo mezzo secolo: Manfredo Tafuri. Scomparso undici anni or sono e rapidamente dimenticato, dopo il numero doppio di Casabella da me diretta del gennaio 1995.
Tafuri era nato a Roma nel 1935 ed ha insegnato all’Istituto Universitario di Venezia dal 1968. Collaboratore della rivista Contropiano ed autore di una monografia sul suo maestro Ludovico Quaroni, i suoi testi, a partire da Teoria e storia dell’architettura del 1968 (una delle analisi più acute ed inventive della nozione di avanguardia in architettura), Progetto ed utopia (1973), La storia dell’architettura italiana dal ‘44 all’85, La sfera e il labirinto (1980), sino a Raffaello architetto del 1984, a Venezia ed il Rinascimento (1985) ed a Ricerca del Rinascimento sono analizzati da Biraghi con acutezza critica, che, giustamente, soggiace anche al fascino del modo di scrivere per ribaltamento e rotture del grande storico.
Dopo l’introduzione dedicata all’idea tafuriana di storia come progetto in opposizione sia allo storicismo positivista sia alla critica prescrittiva («Il modo con cui guardo ai fenomeni storici può dirsi progettuale anche se continuo a rifiutare qualsiasi categoria operativa», scriveva Tafuri nel 1980), l’interpretazione di Biraghi del lavoro storico-critico di Tafuri (la distinzione tra le due attività era per lui impossibile e la critica non deve porsi come semplice ornamento delle opere) si concentra, come propone il titolo del libro, sull’idea di "progetto di crisi", come incessante costruzione di ipotesi critiche sugli avvenimenti dell’architettura interconnessi con il mondo storico delle mentalità e delle condizioni di produzione, che hanno il compito di lavorare sullo spazio di relazione e quindi sulle divergenze e le contraddizioni ideologiche della stessa architettura.
Il metodo storico di Manfredo Tafuri gli permette di parlare sempre delle questioni del presente anche quando, o forse specialmente quando, egli parla con grande rigore investigativo del Sansovino a Venezia o delle vicende della chiesa di San Giovanni dei Fiorentini a Roma (le poche pagine introduttive del libro sul Rinascimento a Venezia ne sono un esempio).
Biraghi percorre nel suo studio (con abbondanza di citazioni filosofiche) le varie fasi del percorso di Tafuri, con i giudizi critici su Louis Kahn e Robert Venturi, sulla linguistica strutturale, sui temi delle tecniche e delle politiche della realtà; concludendo giustamente con un giudizio di decisa appartenenza del pensiero di Tafuri alla cultura ed al progetto moderno. Un’appartenenza senza illusioni, ma credo, per quello che l’ho conosciuto, senza disperazioni.
Giustamente Biraghi si chiede però ad un certo punto se «la crisi che scuote incessantemente l’analisi storico-critica è la medesima a cui è stato sottoposto il reale» e se, aggiungo io, proprio negli anni recenti, dopo la sua morte non abbiamo fatto coincidere le due cose e che quindi, proprio il lavoro storico di Tafuri abbia (non tanto inconsciamente) previsto come, a partire dal piano inclinato delle nuove condizioni, l’architettura sarebbe finita nel cinismo del "gioco delle perle di vetro"; anche se dobbiamo constatare che le perle sono diventate false e persino il vetro è fatto di materia plastica, cioè la finzione dell’arte è divenuta finzione del suo stesso essere pratica artistica.
La "crisi del referente" di cui Tafuri ha sovente scritto (a partire da Robert Klein) con tanta acutezza, dopo cinque secoli di contraddizioni irriducibili si è finalmente risolta incollandosi entusiasticamente, e con vantaggi, alla condizione postsociale, e mettendo in questione l’ontologia stessa della nostra pratica artistica.
«Non è compito della storia», scriveva Tafuri in Ricerca del Rinascimento, «ricomporre l’infranto ma neanche identificarsi con i vincitori e con l’apologia del presente».
L'immagine è tratta da www.archfranzine.fiume10
Relazione ufficiale preparata per il ciclo di seminari Verso il Piano di indirizzo territoriale 2005-2010 , organizzati dalla Regione Toscana e dalla Sezione toscana dell’Inu. Primo incontro su “La buona urbanistica”, Capalbio 15 settembre 2006.
Non esiste l’urbanistica buona, esistono i buoni amministratori.
Se alla Toscana è stato riconosciuto qualche merito negli assetti e negli usi del territorio, si deve agli uomini e alle donne che fin dalla Ricostruzione seppero governare con capacità e lungimiranza prima le trasformazioni dello sviluppo economico e sociale, poi il consolidamento di una struttura territoriale che è ancora il patrimonio più prezioso su cui contare.
E’ a questo progetto politico e culturale, a cui contribuirono partiti, intellettuali, settori professionali, funzionari pubblici, sindacati, che ci si dovrebbe riferire quando si parla di modello toscano di pianificazione territoriale: non uno schema da riprodurre meccanicamente.
Ci chiediamo ancora se il cosiddetto modello toscano di pianificazione territoriale possa ambire a divenire riferimento per l’intero Paese, quanto meno utile indirizzo di riforma nazionale.
Ci dobbiamo confrontare con altre domande.
La prima: questo modello, che ha fatto della Toscana un territorio di eccellenza, può contare su capacità politiche, culturali, amministrative e tecniche – malgrado la proliferazione degli strumenti e delle procedure, la pervasività burocratica, il continuo mutamento di disposizioni e indirizzi – per contrastare – se contrastare si deve! – le iniziative di un’economia nuova che proprio su quella eccellenza fa aggio per piazzare sul mercato mondiale insediamenti ricadenti in zone dichiarate patrimonio culturale dell’umanità?
Si deve prendere atto della divaricazione tra gli strumenti che pretendono essere di governo del territorio – tuttavia mi chiedevo nel librino dello scorso anno: Chi governa, cosa? Chi effettivamente governa? – e il valore che il nuovo capitalismo (appunto globale) annette a territori (a luoghi, a città) come quello toscano, per strategie che non possono essere definite (unicamente) rendita immobiliare, tanto meno speculazione edilizia – quella che la politica urbanistica combatteva 50/40 anni fa – e che si avvalgono di progetti di qualità (anche su questo fronte la battaglia risulta persa)?
Il territorio deve costituire una vertenza nazionale per la nuova compagine governativa che fino ad oggi ha dimostrato scarso interesse per questo fronte di scontro economico e sociale?
Sussistono le condizioni e le capacità politiche, amministrative, economiche e sociali generatrici di quel modello? Quali suoi fondamenti risultano “esportabili”, se non è un fenomeno “locale” prodotto da quelle particolari condizioni? Se la pianificazione territoriale non è separabile dalla conquista e dalla gestione del potere, a seguito delle trasformazioni politiche e culturali il modello è destinato al collasso (ma non lo riteniamo un esito scontato)?
Pretendere di innovare e di progredire senza cambiamenti radicali è illusorio: per quanto possa dispiacerci, dobbiamo congedarci dal modello toscano di pianificazione territoriale?
Nondimeno l’operatività della pianificazione non è mai stata pre-stabilita, imposta, calata dall’alto; si è fatta nell’esperienza politica, amministrativa e tecnica, da cui scaturiva la condivisione di criteri, indirizzi, convinzioni, regole, che nel tempo hanno dato luogo a una riconoscibile figura di piano.
E’ emersa da questo piano la forma del territorio toscano: la Toscana dell’odierno immaginario collettivo, la Toscana come è percepita universalmente, non solo dal turista ma anche dalla popolazione autoctona.
Se il successo di un’operazione si giudica dai risultati, si può definire urbanistica buona il risultato di una parte consistente della storia del territorio che copre i 50 anni dal 1945 al 1995, durante i quali l’urbanistica pretende la propria autonomia dalla programmazione economica, in quanto tesa a realizzare il disegno del territorio regionale.
La separazione della pianificazione territoriale dall’urbanistica, già presente nella legge regionale del 1995, sancita definitivamente dalla 1/2005, se da un lato ha dato luogo ad un proficuo chiarimento, ben individuando le finalità e i contenuti degli strumenti di pianificazione, ha contemporaneamente disperso l’urbanistica, annullando il piano come forma, figura del territorio, come disegno, strumento compositivo dello spazio che ha rappresentato la grande tradizione degli architetti-urbanisti italiani: Giovannoni, Piacentini, Piccinato, Quaroni.
Edoardo Detti soleva dire che un piano bello è necessariamente un piano buono.
La crisi è anche di una figura professionale, divaricando il solco tra architettura, sempre più autoreferenziale e l’urbanistica che ne era il presupposto (nel 1935, Piccinato sosteneva la “netta subordinazione dell’architettura al fatto urbanistico”).
Quando si immagina la Toscana – il grande porto, la piattaforma logistica, le fasce infrastrutturali nord-sud, est-ovest, gli interporti, le ferrovie metropolitane, le città –, si sta disegnando il territorio regionale, si propone una forma territoriale, si rilancia sul tavolo l’assetto urbanistico.
Ma nella 1/2005 gli atti conformativi – che danno luogo all’assetto, al disegno, alla forma –, sono presenti solo a livello comunale (regolamento urbanistico, piani attuativi, piani complessi di intervento).
Quanto tempo c’è voluto per creare la cultura, inscindibilmente urbana e rurale, del territorio toscano? Un artefatto prezioso da conservare, pur senza pretesa di verità.
Quando può dirsi conclusa l’evoluzione del territorio toscano? Quando la cultura del territorio toscano si stabilizza in un patrimonio indisponibile? Quando la società regionale, nel suo insieme, trascurando aspetti e situazioni pur rilevanti, assume la conservazione integrale come riferimento stabile della politica territoriale?
La rottura del secolare legame città/campagna, dopo il termine della mezzadria e l’esodo dalla campagna, per un momento profila un collasso territoriale e sociale che la stabilizzazione della cultura del territorio, pur privata dei suoi motivi strutturali, per cause fortuite ma soprattutto per la scelta responsabile della classe dirigente toscana, in breve evita.
Più che in termini economici e sociali, quanto accade e si consolida attiene a una coscienza collettiva diffusa, trasfusa in un patrimonio politico e culturale che caratterizzerà da allora in poi la società toscana, delineandone una figura riconoscibile nel complessivo panorama italiano, le cui trasformazioni territoriali avrebbero allontanato il resto del Paese dalla Toscana.
Ricorrerà da allora l’immagine di isola, inevitabilmente felice in contrapposizione alle vicende cariche di traumatismi e di costi che investono le altre regioni italiane.
Tanto più la situazione è eccezionale o almeno tale la si giudica, tanto più viene difesa con l’energia che a volte sfiora l’arroganza, pur necessaria a fronte di interventi di puro sfruttamento dell’eccellenza ambientale; l’allarme di documenti recenti di varia provenienza, in merito ai mutamenti economici, sociali e territoriali che vengono avvertiti come una minaccia alla quiete e al benessere finora assicurati, provano quanto si fosse convinti di vivere in un isolamento dei cui vantaggi possono godere i toscani ma anche coloro che provengono da altrove, confidenti di una felicità territoriale in gran parte reale ma in qualche misura dovuta anche a un mito astutamente creato.
Le reazioni, a volte scomposte, di chi ha perso un progetto, invece di insistere sulle peculiarità regionali e di affermare l’eccezionalità di una cultura, sembrano rivolgersi verso prospettive estranee, lasciando in un contenzioso diretto, senza pervasive mediazioni politiche, coloro – in primo luogo gli amministratori locali –, che si trovano a dover decidere in merito all’irruzione sui propri territori di iniziative nei cui confronti possono avvertire di essere privi di tale progetto; per altro verso non indifferenti sia per migliorare i magri bilanci comunali sia per affidarsi a una speranza di sviluppo. Dover contare esclusivamente sulle proprie capacità negoziali, concentrate necessariamente sulla contingenza, può aprire brecce nelle condizioni di minore avvertenza e comunque distrae dalla necessità di un progetto politico complessivo di cui si avverte l’insufficienza se non la mancanza.
Appunto un modello: per questo motivo, il riferimento al dialogo.
Il dialogo non è praticabile in presenza di una pretesa di verità assoluta; è altrettanto necessario che gli interlocutori riconoscano un patrimonio comune di diritti e di valori, pur nella convinzione che ciascun individuo è responsabile del suo progetto di vita.
Esiste tuttavia un limite oltre il quale comprensione e tolleranza decadono in rinuncia (ai diritti) e dispersione (dei valori).
Distratti dagli aspetti procedurali, non abbiamo colto la innovazione contenuta nella legge regionale del 2005 sul governo del territorio: la netta separazione tra pianificazione territoriale e urbanistica, tra piano e progetti, l’abbandono del modello di piano suddiviso tra parte strutturale e parte operativa, presente nella legge regionale del 1995, che nel passaggio in corso tra piani strutturali e regolamenti urbanistici, sta identificando il regolamento urbanistico con un piano, se non con il piano regolatore generale di cui ripete contenuti e fisionomia.
Un’ambiguità rintracciabile nella legge del 2005, vuoi perché ripropone il regolamento urbanistico come piano, vuoi perché non libera il piano strutturale dalla parte strategica, dando modo di confondere ancora una volta piano e progetti.
I tre strumenti di pianificazione territoriale (regionale, provinciale, comunale) sono inoltre simili: nei tre compaiono una parte statutaria e una strategica e nei tre lo statuto del territorio ha gli stessi contenuti, come matriosche.
Cosa si propone? Di togliere dagli strumenti di pianificazione territoriale (piano di indirizzo territoriale regionale, piano territoriale di coordinamento provinciale, piano strutturale comunale) il contenuto strategico, spogliando inoltre il regolamento urbanistico dalla connotazione di piano, assimilato a un testo di regole urbanistiche e edilizie.
Lo strumento di pianificazione territoriale si riconosce esclusivamente nello statuto del territorio: quel qualcosa di immutabile, identificabile con la cultura del territorio toscano, nella consapevolezza della sua storicità.
Malgrado la complessità, non sempre evidente, della definizione e dei contenuti dello statuto del territorio negli articoli della legge regionale, lo statuto del territorio risulta essere compiutamente uno strumento di pianificazione territoriale.
Lo statuto contiene le invarianti strutturali che sono elementi cardine della identità dei luoghi, di cui lo statuto stabilisce le regole d’uso, i livelli di qualità e le relative prestazioni; persegue la tutela del territorio ai fini dello sviluppo sostenibile e a questo fine si compone di un nucleo di regole, vincoli e prescrizioni.
Individua inoltre i sistemi territoriali e funzionali che definiscono la struttura del territorio, e ha valore di piano paesaggistico.
Lo statuto del territorio è il contenuto della pianificazione territoriale regionale, provinciale, comunale; l’urbanistica opera esclusivamente in ambito comunale. Come è noto, negli strumenti di pianificazione territoriale non risultano localizzazioni edificatorie, non si conoscono le aree ma nemmeno gli intorni (le utoe) di edificazione; determinate aree divengono edificabili solo al momento del progetto (indifferentemente d’iniziativa pubblica o privata): è il progetto che rende edificabile un’area e quindi soggetta a regime fiscale (Dl 223/2006, art. 36, comma 2).
Le strategie degli strumenti di pianificazione sono confutabili, controvertibili, soggette a mutamenti anche in tempi brevi, non lo statuto del territorio.
Solo lo statuto del territorio è pubblico, attiene alla totalità sociale.
Lo statuto del territorio (il piano pubblico) è per così dire, bendato nei confronti delle iniziative, dei programmi, dei progetti, degli usi delle risorse a fini di sviluppo e delle prestazioni che da esse si attendono: in generale dei propositi e delle azioni dei soggetti pubblici e privati che operano sul territorio (è qualcosa di simile alla “posizione originaria” di Rawls, nella quale gli individui, all’oscuro della loro posizione nella società), stabiliscono le regole.
I progetti (programmi d’impresa, pubblica o privata) non sono predisposti, non fanno parte del piano: rispondono alle esigenze e agli interessi (alle strategie) di coloro (indifferentemente soggetti pubblici o privati) che li promuovono, in modi anche concorrenziali. Essi fanno i conti non tanto con la disponibilità di beni e risorse, quanto con la capacità (Amartya Sen), con le funzioni che si è in grado (si è capaci di) esercitare effettivamente con quei beni e quelle risorse.
I progetti presuppongono la fiducia nei confronti di coloro che li attivano e la loro responsabilità personale: questo indirizzo limita la pervasività burocratica, ostacolo all’innovazione, fonte di formalismi e moltiplicatrice di strumenti e procedure.
Queste conclusioni non pretendono una terza legge regionale dopo che due leggi si sono succedute in breve tempo sottoponendo amministratori, tecnici, operatori a un notevole impegno di risorse, scelte e decisioni; nondimeno non acquietano la domanda essenziale: quanto l’apparato di strumenti di pianificazione territoriale e di atti di governo del territorio, oltre che di procedure, risponde, è adeguato alla nuova tipologia di sviluppo?
Si avverte che la legge dello scorso anno non ha determinato quel sussulto politico e culturale che seguì la precedente legge.
Indubbiamente non ci si poteva attendere una reazione paragonabile a quella di dieci anni fa: la stagione dei nuovi strumenti urbanistici avviata dalla 5, non è affatto conclusa (è noto che mancano ancora alcuni piani strutturali e molti regolamenti urbanistici, mentre viene dato fondo alle previsioni dei precedenti piani regolatori). Inoltre la 1 è stata considerata modifica e integrazione della precedente legge: per questo motivo non è considerata il riferimento per le nuove linee di sviluppo (i contenuti del PIT in circolazione profilano – o no? - un congedo dalla 1, malgrado le affermazioni di coerenza).
La pianificazione ha tempi lunghi: c’è voluto mezzo secolo per sostituire la 1150 con le leggi regionali di riforma della pianificazione; gli assetti e gli usi del territorio toscano sono stati governati per 50 anni con utensili poveri: la legge del 1942, le zone omogenee e gli standard del Dm. 1444.
Di nuovo, gli strumenti di pianificazione definiti dalla legge vigente sono adeguati alla governance della città globale? Sono capaci di governarne le contraddizioni? Rispondono alle esigenze del cittadino-produttore (produttore politico, economico, culturale)? Sono utilizzabili da parte della società del rischio?
La domanda è tanto più plausibile se si “visiona” l’intera regione come città globale - non una sua parte -, in cui urbano e rurale sono connessi, inscindibili, ovunque presenti contemporaneamente. L’urbano storico – le città, i borghi, i nuclei, persino i casolari sparsi - non sopravvivrebbe se non fosse emergenza di un contesto rurale, della campagna: Anghiari è, insieme, l’edificato entro le mura e la collina di cui fa parte, fino a comprendere la piana della famosa battaglia: la collina è indisponibile.
La piana di Bagno a Ripoli è altrettanto indisponibile della collina di Anghiari!
La collina a sé stante, non esiste; separarla dal territorio e sottoporla come tale, a tutela, a salvaguardia – tutt’altra cosa dalla conservazione –, non ne garantisce l’incolumità; la salvaguardia può essere disattesa (accade, e questa non è buona urbanistica), anche in nome di un’equivoca architettura di qualità.
Il metaobiettivo della collina è la metafora (l’allusione) del territorio (della cultura del territorio toscano): la norma di PIT che lo riguarda darebbe corpo al divieto di ulteriore impegno di suolo per insediamenti, contenuto già nella 5, ma rimasto inascoltato.
Un criterio di pianificazione che per altro prende atto dell’assenza di una grande capitale regionale, di un forte baricentro urbano, dovuta alla costante, a mio giudizio voluta ma anche per motivi storici, estraneità di Firenze nei confronti del territorio regionale.
I comuni toscani sono molto più di centri politico-amministrativi: per un verso sono un patrimonio di democrazia, di appartenenza civica, per altro verso i depositari della cultura urbana, di formazione storica, costituenti con le loro identità la fisionomia della città globale toscana, definibile come un insieme piuttosto che un sistema.
Già Foscolo aveva paragonato la Toscana tutta a un giardino: è pacifico che nessuno vuole morire giardiniere, ma l’immagine illumina uno stato di eccellenza, oggi piazzato sul mercato mondiale, a volte con risultati insoddisfacenti. La conservazione del territorio è un dovere per la società toscana: la premessa dell’innovazione e della creatività del nuovo corso di sviluppo.
Il modello toscano di pianificazione territoriale che qui si ripropone in quanto espressione di un’irrinunciabile cultura del territorio, non è il procedimento unico o il quadro conoscitivo, la valutazione integrata o la perequazione: è anche questo certo, ma è oltre. È ancora un progetto politico e culturale per una possibile classe dirigente.
In ricordo di Romano Viviani
di Giuseppe De Luca
«Fare Urbanistica? Prima di tutto cultura e poi politica». E’ con queste parole che Romano chiudeva una lunga lettera di risposta ad alcuni miei rilievi epistolari fatti in occasione dell’uscita di uno dei suoi numerosi asciutti e densi “libricini” (Postposturbanistica della casa editrice Alinea) nell’inverno del 1997. In queste poche parole può racchiudersi l’esperienza di vita e di lavoro accademico, professionale e politico di Romano Viviani. Scomparso improvvisamente, martedì 21 novembre all’età di 79 anni, nel pieno di una intensa attività di lavoro come pianificatore. Aveva appena visto adottare il Piano strutturale e relativo Regolamento edilizio e urbanistico di Gioia Tauro, era occupato all’aggiornamento del Piano territoriale di coordinamento della Provincia di Siena, alla redazione dei Piani strutturali e relativi Regolamenti Urbanistici di Sassetta, Capoliveri, Monteverdi, del Regolamento Urbanistico di Signa, all’avvio del Quadro conoscitivo di Palmi; ma anche di una selezionata attività di progettista, l’ultimo in ordine di tempo l’ampliamento della Fiera di Massa Carrara (inaugurata qualche settimana addietro); nonché di una altrettanto intensa attività di esploratore “sul campo” – come amava definirla – sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo.
Non frequentava più le aule universitarie da molti anni, un po’ le mancavano, ma continuava a dare assistenza a studenti e giovani laureati, convinto com’era che il sapere tecnico oltre ai percorsi formativi accademici trovasse ninfa rigenerante soprattutto nell’incrocio con le pratiche del reale quando, ponendo interrogativi e prospettando soluzioni, si libera dall’aureola elitaria, per miscelarsi, contaminandosi fino a mettersi in discussione, nelle comunità e nei territori della quotidianità. Di questo sua attività di indagatore amava parlare e discutere a lungo, quasi a voler testare la sua capacità di interpretazione, condividendola, e confrontandola con l’altrui pensiero. Non ho avuto mai l’occasione di lavorare direttamente con lui professionalmente. Ho lavorato molto, moltissimo intellettualmente e su diverse ricerche, facilitato in questo dall’aver diviso e condiviso da molti anni lo spazio di lavoro e il desinare giornaliero. Questo suo “giovanile” spirito irrequieto emergeva in maniera istintiva, nel commento di letture o documenti di piano, nello scambio di numerose lettere (pur avendo le stanze attigue), negli schizzi e schemi che affidava alla provvisorietà del tovagliolo di carta, ma soprattutto dalla consuetudine di trasferire le sue riflessioni in documenti, molti dei quali destinati alla stampa.
«Urbanistica è politica» continuava a ripetermi; e «il piano lo strumento per darle senso». Concepiva il piano come un processo cooperativo interistituzionale che tramite azioni specifiche doveva tendere a correggere il tessuto economico e sociale esistente, più che la forma della città e del territorio. Rivendicando, in tal modo, una sorta di “politicità” essenziale nell’operare tecnico, di “olivettiana” memoria. Se urbanistica è politica, di conseguenza, il piano non può che essere pubblico. Questo il suo più forte messaggio che lo accosta ai grandi pensatori del Novecento, proiettandolo al futuro. Solo il piano pubblico, infatti, può affrontare le questioni dell’equità distributiva e della regolamentazione del mercato, di quello edilizio prima di tutto. Il piano pubblico, nella visione di Romano, non era altro che un progetto implicito di governo del territorio, non solo di urbanistica. Un piano atto a indicare i solchi da seguire e al contempo la matrice con la quale controllare quanto avviene nella quotidianità, lasciando alla libera estrinsecazione dell’azione privata la trasposizione del progetto implicito in progetto di trasformazione esplicito.
Proprio per questo, continuava a dire, l’attenzione deve essere rivolta verso «la cultura politica e l’apparato amministrativo», sono loro infatti che svolgono un ruolo essenziale nella costruzione del progetto implicito, che danno cittadinanza alle idee di trasformazione, che «conservano attivamente» e «costruiscono» i paesaggi e il territorio. La disciplina, gli strumenti, il sapere tecnico stratificato hanno certo un peso e un ruolo significativo nella definizione delle politiche pubbliche e nel loro trasferimento in piani, programmi e progetti. Ma è la sensibilità della cultura delle classi dirigenti, dei politici e degli amministratori che dà vibrazione e gambe al governo pubblico delle città e dei territori.
Questo è il percorso che Romano ha praticato e che lascia a noi, alla maniera dei grandi maestri, come insegnamento.
“Lucio Gambi è il più grande geografo italiano, il primo dell’Italia democratica”, così me lo definì, molti anni fa, un addetto ai lavori qual era Francesco Compagna, direttore di “Nord e Sud”. Ebbene, questo scienziato di straordinario valore è scomparso senza che i grandi giornali, in tutt’altre faccende affaccendati, gli abbiano dedicato, a quanto ne so, una riga di ricordo. Così va l’Italia. Eppure Gambi, legato ai geografi francesi, curatore dei volumi sulla megalopoli americana di Jean Gottmann, impresse ai nostri studi di geografia umana un’autentica svolta, a partire dagli anni ’50. “La polemica che da vari anni sto conducendo contro le impostazioni tradizionali di una geografia calcificata in un antiquato schematismo…”, scrisse nei primi anni ’60 parlando delle trasformazioni di Ravenna dove era nato nel 1920. Nemico quindi di una geografia come “disciplina puramente descrittiva e misurativa di oggetti e fenomeni”.
Lucio – posso chiamarlo così per aver avuto lunga consuetudine con lui – veniva dall’esperienza formativa della Resistenza alla quale aveva partecipato come azionista. Di lui si ricorda, prima che s’incamminasse verso gli alti studi, la creazione in Romagna di una radio popolare che seguiva in diretta i processi ai gerarchi fascisti. Un impegno politico che, sia pure espresso in termini culturali, non venne mai meno. Negli anni cruciali e febbrili del Movimento, dopo il ’68, Gambi fu, con Marino Berengo e Franco Catalano, il docente che più si espose, alla Statale di Milano, nel partecipare al tentativo di dare un altro senso all’Università sin lì “baronale”, con la cattedra lontana, a volte lontanissima, dagli studenti.
Poi – pur mantenendo sempre casa a Firenze - tornò nella sua terra, cioè in Emilia-Romagna avendo cattedra a Bologna. Dove fu anche il primo presidente dell’Istituto Regionale dei Beni Culturali, che negli intendimenti dei fondatori doveva essere un organismo di alta qualità scientifica al servizio della programmazione e della pianificazione regionale. Uno dei dati di fondo della vita e del magistero di Lucio Gambi, fra l’altro oratore suadente e lucido scrittore, rimase sempre la visione larga, planetaria, dei problemi della geografia umana e, insieme, l’interesse puntato sui problemi della storia e dell’esistenza, individuale e collettiva. Convissero in lui gli studi sulla megalopoli e quelli sulla casa rurale dell’Appennino o della pianura, la vasta monografia sulla Calabria, oppure il lavoro di gran mole su Milano (una delle fatiche più recenti) e la partecipazione al convegno locale, per esempio sulla marineria romagnola, adriatica in generale, dal quale, grazie anche alla sua regìa, doveva poi scaturire, a Cesenatico, il solo museo galleggiante dedicato alla gente del mare, alle sue barche con le vele giallo ocra e rosso scuro, a losanghe, coi simboli di famiglia.
Una volta disse che “difronte alla complessità della realtà umana, la ricostruzione di un paesaggio topografico è poco più di un elementare schizzo”. Un’idea, quest’ultima, che riprese mentre componeva il magistrale affresco della introduzione alla Storia d’Italia di Einaudi. Un modo laico di porsi di fronte alla storia. Lucio Gambi aveva speso molte delle proprie energie nello studio del paesaggio umano, osservandolo, studiandolo in una fase di trasformazione tanto profonda - per esempio, la estirpazione della “piantata” di pianura, risalente agli Etruschi e ai Celti - da prefigurarne la scomparsa. Specie in quella pianura resa dalle macchine sempre più piatta e pelata. Era uomo di improvvise accensioni, con gli umori tipici delle sue origini. Un anno, al premio Cervia per l’Ambiente, dove lui era in giuria, dopo la cerimonia nel piccolo, delizioso teatro della città delle saline e delle pinete, proprio in un enorme magazzino dei “pignaroli”, alla Bassona, si tenne una cena affollatissima. Siccome faceva già un freddo autunnale, il sangiovese corse generosamente. Alla fine, insomma, un coro intonò la famosa canzona degli “scariolanti” ravennati, i braccianti della bonifica, che già nella notte si avviano al lavoro con le carriole (“A mezzanotte in punto/ si sente un gran rumor”) e, nell’attacco, il noto geografo Lucio Gambi, alzatosi in piedi, esibì, da solista, una nitida voce tenorile.
Nota: Di Lucio Gambi, su eddyburg_Mall un contributo sul tema delle circoscrizioni amministrative (f.b.)
Titolo originale: Jane Jacobs, Social Critic Who Redefined and Championed Cities, Is Dead at 89 – Scelto e tradotto per eddyburg_Mall da Fabrizio Bottini
Jane Jacobs, scrittrice e studiosa che aveva rivolto il suo sguardo penetrante e profondo alla danza sui marciapiedi delle strade nel suo Greenwich Village, in un libro che ha sfidato e trasformato il modo in cui la gente guarda le città, è morta ieri a Toronto, dove si era trasferita dal 1968. Aveva 89 anni.
Si trovava in ospedale, ha detto una lontana cugina, Lucia Jacobs, che non ha riferito particolari sulle cause specifiche del decesso.
Col suo libro, The Death and Life of Great American Cities, scritto nel 1961, la Jacobs aveva raggiunto l’enorme risultato di andare oltre le proprie fulminanti critiche alla pianificazione urbanistica del XX secolo, proponendo principi radicalmente nuovi per ripensare le città.
In un’epoca in cui sia il senso comune che il pensiero più ispirato auspicavano di radere al suolo gli slum per aprire nuovi spazi urbani, le indicazioni della Jacobs erano per più diversificazione, densità, dinamismo: di fatto, verso un maggior affollamento di persone e attività insieme, in una gioiosa confusione urbana.
La sua critica alle città del paese spesso viene accorpata al lavoro di scrittori che negli anni ’60 scuotevano le fondamenta della società americana: l’attacco di Paul Goodman alle scuole; l’aspro ritratto della povertà di Michael Harrington; il fuoco di sbarramento di Ralph Nader contro l’industria automobilistica; o lo spietato percorso di Malcolm X attraverso le divisioni razziali dell’America, solo per citarne alcuni. E ancora oggi, continua ad influenzare una terza generazione di studiosi.
" Death and Life" prescriveva tre raccomandazioni base per realizzare varietà locale: 1. La strada, o distretto, doveva svolgere numerose funzioni. 2. Gli isolati dovevano avere dimensioni limitate. 3. Gli edifici dovevano essere diversi per età, condizioni, usi. 4. La popolazione doveva essere addensata.
La tesi della Jacobs si sviluppava attraverso letture eclettiche e approfondite. Ma la cosa più irresistibile era la descrizione della vita quotidiana osservata dalla casa sopra il negozio di dolciumi al 555 di Hudson Street, vicino all’incrocio con l’11°.
In quelle descrizioni, scende a portare la spazzatura, in bambini vanno a scuola, lavanderia e barbiere stanno aprendo le serrande, le donne escono a chiacchierare, i portuali entrano al bar del quartiere, gli adolescenti tornano da scuola e si cambiano per uscire con gli amichetti, e un altro giorno è passato. Qualche volta succede qualcosa di diverso: uno zampognaro appare in una sera di febbraio, per la gioia di chi si raccoglie ad ascoltarlo. Vinci o estranei, tutti si sentono al sicuro perché non sono mai soli.
"La gente che conosce bene queste strade animate di città sa com’è" scriveva la Jacobs.
Robert Caro, storico, ha dichiarato ieri in una intervista che la Jacobs non era certo la prima ad enfatizzare l’importanza del vicinato e della comunità. "Ma nessuno l’aveva mai raccontato in modo tanto brillante prima" ha aggiunto. "Diede voce a qualcosa che aveva bisogno di essere raccontato".
Alcuni critici hanno usato aggettivi come "trionfante" o "germinale" per descrivere " Death and Life". Altri, non pochi dei quali col dente avvelenato, sono stati meno gentili. Lewis Mumford, critico e storico sviscerato dalla Jacobs nel libro, scrisse in una recensione sul New Yorker che dimostrava “filisteismo estetico e vendetta”.
Le battaglie di cui ha acceso la scintilla sono ancora in corso, e le critiche erano probabilmente inevitabili, visto che un lavoro tanto ambizioso veniva da una persona che non aveva nemmeno terminato gli studi superiori, né aveva un ruolo professionale nel settore.
Indiscutibilmente, il libro fu una sfida radicale al pensiero corrente, come nel caso di Silent Spring di Rachel Carson, uscito l’anno successivo e che contribuì a lanciare il movimento ambientalista, o The Feminine Mystique di Betty Friedan, che influenzò profondamente i rapporti fra i sessi, del 1963.
Come queste due altre scrittrici, anche la Jacobs riuscì ad evocare prospettive nuove. Alcuni le liquidarono come dilettantismo, ma per molti altri si trattò di un punto di vista non solo accettabile, ma improvvisamente ed eminentemente ragionevole.
"Quando un intero campo di riflessione sta andando dalla parte sbagliata, quando l’applicazione routinaria del pensiero corrente ha prodotto risultati disastrosi come credo avvenisse per l’urbanistica e le trasformazioni urbane degli anni ’50, allora probabilmente toccava a qualcuno dal di fuori indicare l’evidenza" ha scritto Alan Ehrenhalt nel 2001 su Planning, la rivista della American Planning Association.
"Ecco cosa fece Jane Jacobs 40 anni fa" ha concluso.
Azioni, non solo parole
Jane Jacobs non si limitò alle parole. Nel 1961, insieme ad altri contestatori fu allontanata da un’udienza della City Planning Commission su un progetto di urban renewal per il Greenwich Village a cui si opponevano, dopo che si erano alzati dai posti a sedere e avevano raggiunto la presidenza.
Nel 1968, fu arrestata con accuse di sommossa e comportamenti criminali, per il disturbo di una seduta dedicata all’approvazione di un’autostrada urbana che avrebbe tagliato in due la Lower Manhattan e distrutto un tessuto centinaia di famiglie e attività. La polizia sostenne che aveva cercato di strappare il nastro con le trascrizioni stenografiche.
La battaglia contro quell’autostrada lanciò la signora Jacobs in una battaglia impari contro Robert Moses, l’immensamente potente autocrate e grande costruttore dell’epoca. Gli oppositori vinsero.
La Jacobs si trasferì a Toronto nel 1968 per l’opposizione alla Guerra in Vietnam e per evitare il servizio militare ai suoi due figli in età di leva, impegnandosi rapidamente anche nelle battaglie urbane locali. Si trovò quasi subito alla guida di una lotta per fermare una freeway anche qui.
Divenne un’apprezzata intellettuale di frontiera, caratteristica con la sua faccia rotonda, il sorriso birichino, le scarpe da tennis, la frangetta e gli occhiali spessi. Ma Roger Starr, ex amministratore per l’edilizia popolare a New York City spesso avversario della Jacobs, fa notare la tempra d’acciaio dietro quella gentilezza.
"Che personaggio, caro e dolce, che non era" ha detto.
Dopo essere stata allontanata dall’udienza della Planning Commission nel 1961, sono le sue stesse parole a sottolineare l’atteggiamento indomito. "Siamo stati solo uomini e donne spintonati" dichiarò.
Ma scontrarsi col governo, anche essere arrestata insieme a Susan Sontag e Allen Ginsberg durante una protesta contro la leva obbligatoria, era qualcosa che, dichiarava, era stata obbligata a fare di fronte a decisioni “spaventose”.
Quello che odiava di più, di questa attività, era il fatto che le togliesse tempo alla scrittura, a quello che definiva il suo modo di pensare. E almeno in cinque ambiti di riflessione lo faceva in modo profondo e innovativo: urbanistica, storia della città, economia regionale, moralità dell’economia e natura dello sviluppo economico.
Ciascuno dei suoi libri principali portava naturalmente al successivo. Partendo dal rapporto fra le persone e la città, analizzò il ruolo delle città nella nazione, i rapporti delle nazioni l’una con l’altra, il ruolo di ciascuna in un mondo di principi morali in conflitto, e infine la crescita economica in quanto sviluppo di organismi biologici.
Un piccolo libro del 1980 che sosteneva la separazione del Quebec creò una certa tensione in Canada, e una memoria del 1996 che curò sull’esperienza di una nipote insegnante nell’Alaska rurale, impressionò la critica per la sua semplice saggezza.
Ma fu " Death and Life", pubblicato da Random House, a scuotere il mondo dell’architettura e dell’urbanistica.
Da un lato, era il primo attacco progressista all’idea progressista di urban renewal. Contemporaneamente, il critico del New York Times Brooks Atkinson ci lesse una visione antica della comunità che paragonò a quella del Grover's Corners immaginato da Thornton Wilder. La stessa Jacobs riteneva che l’attualità rinnovata del libro stesse nel suo scavare in profondità la natura umana, come in un buon romanzo.
Nel 2003, Herbert Muschamp, principale critico di architettura del Times, scrisse che il libro della Jacobs era stato "uno degli eventi più traumatici del XX secolo per l’architettura" anche perché metteva in secondo piano l’importanza della progettazione.
Negli anni più recenti, era diventato di ispirazione per architetti e urbanisti che avevano abbracciato il cosiddetto New Urbanism, tentativo di promuovere l’interazione sociale inserendo caratteri “jacobsiani”, come i negozi al pianterreno, nei complessi suburbani.
Patrick Pinnell, architetto di questa corrente, dice che " Death and Life" ha rappresentato l’ultima espressione di ottimismo sulle città americane. Già nel 1974, John E. Zuccotti, allora presidente della New York City Planning Commission, definì la Jacobs profetica, e sé stesso "neo-jacobsiano" annunciando un approccio alle trasformazioni urbane più sensibile e attento alla piccola dimensione. La Jacobs era nata Jane Butzner il 4 maggio 1916, a Scranton, Pennsylvania. Suo padre era medico e la madre insegnante. Ha ricordato di essere stata un’alunna indisciplinata, che faceva stupidaggini come gonfiare e far scoppiare sacchetti di carta in refettorio. Preferiva leggere libri sotto il banco che ascoltare l’insegnante.
In un’intervista a Azure del 1997, ha raccontato la sua abitudine di immaginarsi conversazioni con Thomas Jefferson mentre faceva commissioni. Quando non riusciva a pensare più a niente da dirgli, lo sostituiva con Benjamin Franklin.
"Anche lui, come Jefferson, era interessato a cose elevate, ma pure a piccolo cose terrra-terra" raccontava, "come il motivo per cui il vicolo dove stavamo passeggiando non era asfaltato. Si interessava di tutto, e quindi era una compagnia interessante".
Anni dopo, capì di aver sviluppato il proprio talento per esporre idee complesse in termini semplici, proprio facendo pratica con l’immaginario Franklin. Si guadagnò anche un altro amico interiore grazie a Alfred Duggan, romanziere storico inglese. Era Cerdic, capo sassone. Anni dopo, continuava a chiacchierare con lui sbrigando faccende in casa.
"C’erano solo due cose in casa che gli erano familiari" scriveva; "il fuoco (anche se non capiva il camino) e la spada," souvenir della Guerra Civile. "Tutto il resto dovevo spiegarglielo".
Non volendo andare al college, trovò un posto non retribuito come giornalista di rubriche femminili per The Scranton Tribune. Nel 1934, raggiunse a New York la sorella, di sei anni più anziana, e trovò lavoro nel settore arredamenti di Abraham & Straus, grande magazzino di Brooklyn. La sorella abitava in cima a un edificio di sei piani senza ascensore a Brooklyn Heights.
La metropolitana porta verso il lavoro
Ogni giorno, Jane saliva sulla metropolitana e sceglieva a caso una fermata per scendere a cercar lavoro. Dato che le piaceva il suono “Christopher Street”, scese lì e trovò prima un appartamento al Greenwich Village, e subito dopo un posto di segretaria in una fabbrica di dolciumi.
Lavorò come segretaria cinque anni. Le sorelle non avevano molti soldi, e spesso sopravvivevano a fiocchi d’avena e banane, come ha ricordato la Jacobs in un’intervista a Metropolis Magazine del 2001.
Cominciò allora, a scrivere articoli, prima per una rivista del settore metalli. Vendeva gli articoli in varie zone della città, come quella delle pellicce, a Vogue, guadagnando 40 dollari a pezzo quando ne prendeva 12 la settimana come segretaria. Pubblicò tra l’altro pezzi domenicali per il New York Herald Tribune e altri articoli per Q Magazine sui tombini.
Anche se lavorava, frequentò la School of General Studies della Columbia University per due anni, corsi di geologia, zoologia, diritto, scienze politiche ed economia. Nel 1944, mentre lavorava allo Office of War Information, partecipò a una festa nell’appartamento di una delle colleghe d’ufficio. Fra gli ospiti c’era Robert Hyde Jacobs Jr., architetto specializzato nella progettazione di ospedali. Era aprile, si sposarono in maggio.
La Jacobs ha raccontato a Azure che non avrebbe mai scritto nessun libro senza l’incoraggiamento del marito. Fu lui a decidere che la famiglia si spostasse a Toronto nel 1968, dopo che i figli avevano dichiarato che sarebbero andati in prigione piuttosto che prestar servizio in Vietnam. Mr. Jacobs è morto nel 1996. Jane Jacobs lascia i figli, James, a Toronto, e Ned, a Vancouver; la figlia, Burgin Jacobs, a New Denver, British Columbia, e una nipote.
Sorgono sospetti
Nel 1952, Jane Jacobs trova un lavoro da giornalista per Architectural Forum, dove rimarrà dieci anni. Questo le da’ un punto di vista da cui osservare i progetti di urban renewal. Durante una visita a Filadelfia, nota che le strade di un quartiere sono deserte, mentre quelle di una zona più vecchia lì vicino sono affollate.
"Così, sono diventata sospettosa sull’intera faccenda" ha raccontato al Toronto Star nel 1997. "L’ho fatto notare al progettista, ma era assolutamente disinteressato. Non gli interessava, quanto funzionassero le cose.
"Non gli interessava quanto piacesse alla gente. Aveva un’idea completamente estetizzante, staccata da tutto il resto".
I dubbi crescono quando William Kirk, allora direttore dello Union Settlement a East Harlem, le insegna nuovi modi per guardare ai quartieri. Inizia a considerare le idee urbanistiche correnti, ovvero la demolizione di fabbricati bassi nei quartieri poveri e la loro sostituzione con alti edifici ad appartamenti e spazi aperti, come una specie di fede superstiziosa, non diversa da quella della medicina del XIX secolo sui salassi.
"Esistono qualità anche più sinistre dell’esplicita bruttezza o del disordine" scrisse in Death and Life, "si tratta dalla disonesta maschera del falso ordine, ottenuto ignorando o abolendo quello autentico che lotta per esistere ed essere osservato”.
William H. Whyte, direttore di Fortune e autore di libri sulla vita urbana oltre al celebrato " Organization Man," chiese nel 1958 alla signora Jacobs di scrivere per Fortune un articolo sui centri urbani. Il saggio, ristampato poi in The Exploding Metropolis (Doubleday, 1958), si trasformò nella traccia del suo primo libro.
"Progettare una città da sogno è facile" concludeva. "É ricostruirne una vitale, che richiede fantasia".
L’articolo su Fortune attirò l’attenzione della Rockefeller Foundation, che le offrì una borsa per tutto il 1958 per scrivere sulle città. Due rinnovi della borsa e tre anni più tardi, terminava il manoscritto di Death and Life sulla macchina da scrivere Remington che userà sino alla morte.
Le sue apparentemente semplici ricette per la diversificazione dei quartieri, le dimensioni degli isolate, densità di popolazione e mescolanza di edifici hanno rappresentato un grande ripensamento dell’urbanistica moderna. Si accompagnavano alla feroce condanna degli scritti di urbanisti come Sir Patrick Geddes o Ebenezer Howard, oltre all’architetto Le Corbusier e a Lewis Mumford, che sostenevano torri aggraziate al centro di meravigliosi spazi aperti. Mumford si trattenne per un anno, prima di rispondere in un articolo per il New Yorker, sardonicamente intitolato " Home Remedies for Urban Cancer".
"Come una squadra di operai che spazza via tutte le abitazioni di un quartiere, buone o cattive che siano” scriveva Mumford, "lei spazza via dall’esistenza qualunque auspicabile innovazione urbanistica dell’ultimo secolo, insieme a qualunque altra idea alternativa, senza nemmeno tentare una valutazione critica".
Più forma che sostanza?
Anche il critico di architettura Paul Goldberger, pur esprimendo profonda ammirazione per la Jacobs in un articolo sul New York Times del 1996, ammette che possa aver sovrastimato l’importanza della forma fisica delle città.
"Qualche volta anche le grosse e brutte torri funzionano benissimo” scrive.
Il libro successivo della Jacobs, The Economy of Cities (Random House, 1969), metteva in discussione l’idea che le città nascessero su una base economica rurale; piuttosto, sosteneva, erano le economie rurali ad essere costruite direttamente attraverso quelle delle città. Poi venne The Question of Separatism: Quebec and the Struggle for Sovereignty (Random House, 1980). Sosteneva che Canada e Quebec sarebbero stati meglio ognuno per conto suo, secondo l’idea generale che piccolo è bello.
Si tuffò nel profondo dei rapporti fra città ed economia con Cities and the Wealth of Nations: Principles of Economic Life (Random House, 1984), dove sosteneva che i governi nazionali indeboliscono le economie delle città, considerate i motori naturali dello sviluppo.
Il suo Systems of Survival: A Dialogue on the Moral Foundations of Commerce and Politics (Vintage, 1994) guarda ai fondamenti morali del lavoro esaminando diversi sistemi di valori. The Nature of Economies (Modern Library, 2000) paragona l’attività economica a un ecosistema. Il suo ultimo libro, Dark Age Ahead (Random House, 2004), sostiene che la cultura nordamericana è al collasso, suggerendo modi per invertire la tendenza.
Negli ultimi anni, in Canada si sono organizzate conferenze in onore di Jane Jacobs. Per gli abitanti di New York, la sua immagine è ancora quella della famosa foto con birra e sigaretta alla White Horse Tavern del Greenwich Village, oltre ai ricordi dei suoi racconti sulle nefandezze municipali in qualche assemblea al Village. Per generazioni di urbanisti, architetti, studiosi delle città, quella della Jacobs resta un’influenza germinale.
Forse pensava a sé stessa come ad un’avventuriera intellettuale in grado di seguire il proprio brillante, spesso donchisciottesco istinto, verso territori sempre più affascinanti.
In Systems of Survival, uno dei suoi personaggi si preoccupa di non essere competente.
"Perché non noi?" risponde l’uomo che ha invitato tutto il gruppo. "Se ci stanno provando persone più competenti, meglio per loro. Ma siamo capaci anche noi, no?"
Nota: la comparazione fra le "rivoluzionarie" Jacobs, Rachel Carson e Betty Friedan, qui su Mall in un recente articolo da The Nation ; interessante anche la comparazione fra i giudizi della Jacobs e i temi specifici della città europea in questo articolo di Jonathan Glancey dal Guardian ; da un altro numero di The Nation un ragionamento sulla metodologia scientifica della Jacobs (f.b.)
here English version
Si mette mano ad una nuova legge urbanistica per molte ragioni che possono spingere verso una riconfigurazione della precedente piuttosto che verso una semplice integrazione. Ed è stato il caso della L. 20/2000.
Si parla di un naturale logoramento dell’apparato giuridico di fronte all’evoluzione dell’ordinamento, conseguenza del mutamento istituzionale: si pensi alle sollecitazioni che negli ultimi anni sono venute dal processo di integrazione europea o da protocolli di ancora più vasta scala, come quelli sul clima o sul commercio.
Un’altra sollecitazione ciclicamente invocata è quella che viene dai nodi irrisolti della struttura normativa e dalle lacune aperte dalle decisioni giurisprudenziali: uno per tutti il tema degli espropri e dell’indennizzabilità dei vincoli.
Ma la sollecitazione più forte che vorrei portare alla attenzione del dibattito politico e disciplinare (nella occasione che si presenta ora di “correggere il tiro” dopo la fase di rodaggio) è quella che viene dal profondo mutamento sociale che è in corso nel Paese, eco sensibile di quanto avviene nel Mondo.
Sollecitazione che pone innanzitutto problemi di efficienza del sistema istituzionale, delle sue regole, delle sue performances amministrative, in un clima di crescente austerità per la finanza locale.
Da questa sfida a riportare il Paese in efficienza l’urbanistica non può chiamarsi fuori e deve innovare le proprie tecniche e le proprie pratiche.
La ricerca di forme praticabili di cooperazione intercomunale - leggibile nel testo regionale di revisione - è una risposta che va nella direzione giusta.
Così come l’utilizzo di modalità perequative che consentano di mobilizzare le inerzie di una “attuazione senza esproprio”.
Così come gli accordi - espliciti e trasparenti - con gli interessi privati in campo, specie nelle operazioni di riqualificazione.
Così come la promozione di accorte forme di integrazione verticale tra le istituzioni che mettano in valore le risorse in mano ai sistemi regionali e alle comunità locali.
Così come dovrebbe esserla (una risposta) la costruzione di percorsi decisionali tempestivi che sappiano coniugare la velocità della decisione con l’assunzione di responsabilità politica e amministrativa nei confronti dei suoi esiti.
La tesi che voglio sostenere è in prima istanza quella che senza un deciso recupero di efficienza non c’è spazio (non si generano risorse reali) per nessuna prospettiva seria di coesione sociale e di sostenibilità ambientale.
Il Paese, il suo paesaggio, si mostra ormai profondamente segnato da una trama sempre meno riconoscibile (nella sua matrice costitutiva) e sempre meno funzionale, anche quando - e sono i casi più numerosi - pienamente legittimata nei suoi presupposti normativi.
Siamo proprio, come dice Marco Revelli, una società a fine corsa? Questo mi pare un quesito cui anche noi urbanisti dobbiamo dare una risposta, cercando le ragioni disciplinari per la rigenerazione di un impegno civile in cui si riconoscano ampi strati della società.
Torniamo, per servire alla domanda, alle sollecitazioni del mutamento sociale di questo inizio secolo.
Innanzitutto registriamo una inaspettata ripresa della crescita della popolazione nelle regioni del centro nord e anche nei loro cuori urbani, dopo vent’anni e più di diffusione suburbana.
Una popolazione invecchiata ormai più per l’aumento della speranza di vita che per la pur drastica riduzione della natalità, ora peraltro in ripresa.
Una popolazione organizzata in nuclei famigliari sempre più ristretti e più atipici (più distanti, per intenderci, dal modello di famiglia del Mulino Bianco ...).
Una popolazione che anche per questo registra una modificazione strutturale dei propri consumi dove pesano sempre più le quote destinate ai consumi indivisibili (le spese per la casa e per i mezzi di trasporto, ripartite su un numero sempre più esiguo di componenti) rispetto a quelli più fortemente individualizzati, sacrificati dalle minori risorse rese disponibili nei bilanci famigliari dalla bassa crescita e dal permanere di un elevato livello di pressione fiscale.
Una popolazione con un forte ricambio anagrafico che tende a modificare il rapporto di identità con i luoghi e pone interrogativi pressanti alle politiche di coesione.
Una popolazione segnata ormai irreversibilmente dalla presenza di una componente straniera che ha coperto i vuoti nel mercato del lavoro ma soprattutto ha risposto alla domanda di servizi di cura che né le risorse fisiche delle famiglie né le risorse finanziarie del sistema di welfare erano ormai in grado di garantire: le badanti dell’est europeo sono state il fattore più rilevante per evitare una crisi verticale del modello di vita della nostra società “affluente”.
Già nel titolo la proposta di legge di iniziativa della Giunta Regionale per la modifica e l’integrazione della legge urbanistica e di quella sulla riqualificazione urbana si mostra sensibile a queste sollecitazioni e ha il merito di riportare il tema della casa e della sua domanda sociale al centro della attenzione.
Mi pare che questa vada senz’altro registrata come la novità più interessante del nuovo disegno di legge.
Ovviamente questa innovazione di prospettiva si deve misurare con la diversa capacità di adeguamento che la struttura degli articolati della 20 e della 19 mostrano.
La 19 registra il nuovo standard del 20% di edilizia sociale come prestazione immediatamente eseguibile dai suoi PRU, una volta che sia costruita la condivisione sociale necessaria e varata la nuova disciplina.
Più complesso appare l’adattamento della 20 nella quale l’assorbimento del 20% di edilizia sociale è demandato ai PSC di futura formazione ed è reso più complesso dal suo allineamento allo standard di servizi piuttosto che ad una opportuna misura perequativa.
In ballo è la tempestività e l’efficacia di una manovra fondiaria per troppo tempo sottovalutata (e sotto-praticata) che deve rispondere alla domanda abitativa di una quota ormai non più marginale di famiglie che non sono in grado di sostenere l’onere del costo di mercato (affitti o mutui) dell’accesso ad una abitazione decorosa.
Ma è proprio della nuova figura del PSC che si dovrà tornare a parlare per l’importanza che ad esso si attribuisce, a ragione quando si vuole mettere in risalto l’importanza delle questioni strategiche e strutturali che deve governare, in modo meno convincente quando lo si chiama a risolvere l’annosa vicenda della sentenza della Corte Costituzionale sulla onerosità della reiterazione dei vincoli, questione risolta di fatto dalla perequazione.
Una nuova figura che è chiamata finalmente a misurarsi esplicitamente con i temi della sostenibilità (e della sua valutazione), dovendo rendicontare il “rendimento ambientale” del piano, in particolare dimostrare la sua consapevolezza sulle questioni fondamentali della sostenibilità sociale ( welfare/casa/piano dei servizi), dei nuovi modelli di mobilità, della minimizzazione del consumo delle risorse primarie irriproducibili e del prelievo sostenibile di quelle rinnovalbili.
Pochi anni prima della nuova legge ci è capitato di costruire una esperienza di pianificazione intercomunale per la Città del Rubicone, quando di reti locali – tema oggi all’ordine del giorno - non parlava quasi nessuno e di approccio strutturale (e strategico) al piano comunale parlavano solo i modenesi.
Più tardi, a Bologna, l’aggettivazione “strategico” accanto a strutturale ci sembrò un modo per suggerire un modello di piano – oggi pare quasi assodato - che risultasse trasparente, selettivo, negoziale, sostenibile, integrato e che consentisse al capoluogo regionale di recuperare senza danni un ritardo di molti anni nello sviluppo delle strategie del governo urbano (e metropolitano).
La costruzione (l’impianto) di un piano strategico e strutturale siffatto, dovrebbe durare un anno o poco più, per consentire il mantenimento di quella “mobilitazione straordinaria” di energie morali, intellettuali professionali e politiche che devono centrare diagnosi convincenti e condivise e avviarle a soluzione con strumenti e strategie non solo urbanistiche.
Senza l’alibi di quadri conoscitivi ipertrofici e con una VAS/VALSAT che funzioni.
I PSC della 20 - non v’è dubbio - stanno durando assai di più. Tra i compiti di una riforma della 20 che voglia anche rispondere alle esigenze di riportare a una efficienza “solidale” il Sistema Regionale, quello di disegnare procedure e di attribuire compiti, coerenti con questa esigenza di tempestività efficace, non è sicuramente il minore.
In buona sostanza c’è da riflettere su una forma piano che non butti via – con l’acqua sporca - anni di esperienza nella gestione del piano nella sua dimensione regolativa e conformativa dei diritti (RUE+POC = piano dei suoli) ma introduca nel modo giusto quella dimensione strategica di cui avvertiamo la carenza.
C’è bisogno quindi di mettere in campo uno strumento (PSC = masterplan?) che tratti efficacemente di sostenibilità, che risolva positivamente la complessità dei rapporti interistituzionali, che agisca immediatamente sullo strumento vigente, in quanto questo sia in contrasto con quello, uno strumento che individui gli ambiti di intervento e le azioni di riqualificazione da avviare su corsie preferenziali, e che impegni gli attori politici e le discipline tecniche a rendere evidenti, e perciò stabili e condivisi, i contenuti strategici e strutturali da trasferire poi al “disegno” del piano dei suoli.
Una nuova dimensione del Piano e del suo processo, che richiede particolari investimenti in cultura, tecnologia e organizzazione per realizzarsi compiutamente, ma che non può costringere i comuni a raddoppiare tempi e costi senza che questo corrisponda ad un effettivo, proporzionale, miglioramento dei risultati.
Qui i materiali sul progetto di legge in discussione
È all’esame della giunta regionale il PdL "Governo e riqualificazione solidale del Territorio". Presentato dall’assessore Gilli, prevede la modifica di quattro leggi, tra le quali anche la LR20/2000, "Disciplina generale sulla tutela e l´uso del territorio".
Qui sotto i link ai documenti illustranti il PdL (relazione, articolato, testo coordinato delle leggi vigenti con le modifiche proposte), in formato .doc e .pdf (d.v.)
Il testo della legge proposta da un gruppo di amici di Eddyburg.it nel maggio 2006 è stata presentata al Senato l’8 novembre 2006, con il titolo ”Principi fondamentali in materia di pianificazione del territorio” (S 1144) da un gruppo di senatori di Rifondazione comunista-Sinistra europea (Tommaso Sodano, Salvatore Bonadonna, Giovanni Russo Spena, Daniela Alfonzi, Maria Celeste Nardini, Tiziana Valpiana, Milziade Caprili), dell’Ulivo (Cesare Salvi, Paolo Brutti, Giovanni Bellini), del Gruppo Insieme con l'Unione Verdi - Comunisti Italiani (Dino Tibaldi). Alla Camera dei deputati la proposta è stata presentata il 19 dicembre 2006 con il titolo “"Riforma della legislazione urbanistica" (C 2086), dal deputato Gennaro Migliore e altri (Rifondazione comunista – Sinistra europea).
Il testo e altri documenti nella cartella Una proposta di Eddyburg; in particolare qui il testo della legge e qui la relazione, come presentate dagli amici di eddyburg.
Parco Ticino, Rapporto n. 1 – gennaio 1980/dicembre 1980, Presentato dal Presidente del Parco Lombardo della Valle del Ticino alla Assemblea del Consorzio in osservanza all’adempimento previsto all’articolo 11/e dello Statuto Consortile, 14 febbraio 1981
[...] 1980, l’anno dell’approvazione del P. T .C.
Il 1980 è stato caratterizzato dall’approvazione del Piano Territoriale di Coordinamento del territorio della Valle del Ticino (P.T.C.) con la Legge della Regione Lombardia n. 33 del 22.2. 1980.
È stata un’operazione di particolare impegno politico, tecnico e am- ministrativo, anche per i caratteri di novità che essa presentava.
L’avvio iniziale fu dato con la legge regionale n. 2/1974 istitutiva del Parco. Venne costituito il Consorzio delle 3 Province e dei 46 Comuni che ricevette incarico dalla Regione di procedere alla preparazione e formazione del piano territoriale.
Fu costituito un ufficio del piano, che si avvalse dell’apporto di consulenze scientifiche specializzate. Il lavoro di indagine conoscitivi e di progettazione fu svolto particolarmente negli anni 1976/1977. Progettisti incaricati del piano furono: arch. Maurice Cerasi, arch. Paolo Favole, arch. Empio Malara, arch. Roberto Rizzini. Fu fatta una indagine conoscitiva sufficientemente approfondita delle varie parti del territorio. La natura consortile dell’ente di pianificazione impose un continuo rapporto con gli enti locali, con le associazioni di categoria e con i cittadini coinvolti dalle previsioni di pianificazione. Furono svolte numerose riunioni di sub-area con la partecipazione dei rappresentanti di tutti i Comuni. Si ebbero incontri e approfondimenti di studio.con le associazioni sindacali, con le associazioni degli industriali, con le associazione degli operatori in agricoltura, con i rappresentanti delle associazioni venatorie.
Per assicurare il maggior apporto alla partecipazione degli enti locali associati, il Consorzio inviò a tutti i Comuni e alle Province consorziate, una “proposta preliminare di piano”. Raccolse, nella primavera del 1978, una serie di osservazioni espresse da vari Consigli comunali. Sulla base di questo materiale venne definita la proposta di piano adottata dall’ Assemblea del Consorzio all’unanimità, il l° luglio 1978.
Accanto all’impegno di tutti i membri del Consiglio Direttivo, la fase di progettazione del piano raggiunse un risultato positivo per l’opera instancabile del Presidente del Consorzio, dott. Alberto Semeraro e dei Vice-Presidenti sen. Ambrogio Colombo e avv. Italo Maggioni.
Il P.T.C. venne quindi adottato dalla Giunta Regionale il 28 novembre 1978 e pubblicato agli albi delle Province e dei Comuni consorziati, il 2 gennaio 1979. Fu data facoltà, a chiunque ne avesse avuto interesse, di presentare formali osservazioni. Ne pervennero n. 156, di cui n. 46 da parte dei Comuni consorziati sulla base di deliberazioni dei rispettivi Consigli comunali, e n. 110 da parte delle Associazioni di categoria e di privati cittadini.
Dopo attenta analisi, le controdeduzioni del Consorzio furono deliberate, ancora un voto unanime, dalle assemblee del 19 marzo e del 15 giugno 1979. Il progetto definitivo del P.T.C., formato da planimetrie e da norme di attuazione, venne quindi riadottato dalla Giunta regionale il 2 luglio 1979 e portato all’approvazione del Consiglio regionale nella seduta del 22 novembre 1979. In contradditorio con i rappresentanti del Consorzio vennero introdotte alcune modifiche alle norme del Piano nel corso dell’esame compiuto dalla VI e dalla VII Commissione del Consiglio regionale.
Essendo sopravvenute osservazioni da parte del Governo in merito alla formulazione di alcune norme, il testo definitivo del P. T .C. venne deliberato definitivamente il 22 marzo 1980 (legge regionale n. 33, pubblicata sul Bollettino Ufficiale della Regione Lombardia i128 marzo 1980). Da quella data hanno preso efficacia le relative disposizioni.
All’impegno politico degli organi del Consorzio (assemblea, consiglio direttivo, ufficio di presidenza), e all’apporto collaborativo degli enti locali, e delle associazioni è da ascriversi principalmente il merito di aver portato all’approvazione del primo Piano Territoriale della Regione Lombardia.
Agli organi regionali va dato atto di aver seguito con interesse e cori impegno i lavori di redazione del P. T .C. e ai tecnici di aver svolto un proficuo lavoro di approfondimento.
L’attività di gestione del Parco è appena avviata. Il primo anno di esercizio sembra dimostrare che il Consorzio, avvalendosi della fattiva collaborazione degli Enti Locali associati è in grado di dare un contributo per migliorare le condizioni ambientali e naturali del territorio della Valle del Ticino.
Vi sono però molte difficoltà ed occorre un lavoro costante e tenace. I problemi sono molteplici e spesso difficili da risolvere anche per la novità dei compiti affidati al Consorzio e la necessità di esperimentare le adatte soluzioni.
La prospettiva di recuperare il degrado ambientale esistente e offrire alla gente che vi abita condizioni di vita migliori e più civili è un obiettivo rilevante ed è quello che giustifica e dà un senso precario all’azione del consorzio. Nessuno ha la bacchetta magica in mano, Sono necessari anni di paziente impegno.
[...] 5. Aeroporto della Malpensa
Si è ritenuto di particolare importanza insistere presso gli organi regionali perche venissero portate a compimento le quattro ricerche da tempo deliberate in merito alle prospettive future per l’ampliamento dell’aero- porto della Malpensa. È risultato chiaro, anzitutto, anche per la precisa dichiarazione acquisita in sede Ministeriale, che l’ipotesi di un “super aeroporto” non ha ragioni di essere di fronte alle previsioni di un modesto incremento del traffico aereo nel sistema aeroportuale milanese nei prossimi anni.
Si è anche insistito perché le scelte relative all’aeroporto della Malpensa fossero stabilite e coordinate con quelle relative ai lavori di ammodernamento dell’aeroporto di Linate.
Negli ultimi mesi dell’anno la British Airport Autority e la Italairport S.p.A. hanno consegnato i risultati delle loro indagini.
Il Consorzio del Parco si é riservato di esprimere il proprio parere allorché saranno conosciuti i dati relativi alle altre ricerche ancora in svolgimento ed in particolare quelle relative al.le zone interessate dall’inquinamento acustico in connessione con i nuovi tracciati stabiliti per le piste.
Il Consorzio ha tenuto un costante collegamento con i Comuni associati.
[...] 7. Servizio Urbanistico
Con l’entrata in vigore della legge regionale n. 33 del 24 marzo 1980, di approvazione del Piano Territoriale di Coordinamento, il Consorzio ha assunto una più chiara funzione di coordinamento e di gestione del territorio del Parco. Tale funzione ha comportato l’impegno ad approfondire e a dare continuità al processo di pianificazione avviato con il Piano Territoriale di Coordinamento, promuovendo, pur nel rispetto dell’autonomia comunale, una visione coordinata della tutela dell’ambiente, dello sviluppo dell’economia e della qualificazione degli aggregati urbani.
L’applicazione in concreto della normativa del Piano Territoriale di Coordinamento ha permesso, da una parte, una prima verifica del criteri generali adottati, e, dall’altra, l’avvio di studi specifici di settore, con i quali sarà possibile in futuro mettere a fuoco nuovi obiettivi particolari.
La gestione del Piano Territoriale di Coordinamento ha comunque permesso di approfondire l’esperienza del coordinamento sovracomunale.
Si può giudicare positiva la funzione che il Consorzio ha svolto nel tentativo di applicare i criteri, elaborati nella redazione del Piano Territoriale di Coordinamento, ai problemi reali che il Parco vive e che in genere, superano il contesto locale per avere appunto un’ampia rilevanza di ordine territoriale. Si pensi ad esempio al problema dell’accrescimento urbano a scapito delle aree agricole, del controllo qualitativo degli effetti deg1i insediamenti produttivi, della salvaguardia delle aree di pregio ambientale.
Commissione urbanistica speciale e servizio urbanistico
L’attività della Commissione Urbanistica, nell’arco del 1980 è consistita nell’esame di 435 pratiche “edilizie” e di 30 pratiche “urbanistiche”.
La Commissione Urbanistica è stata convocata 25 volte, cioè mediamente ogni 15 giorni circa. Il lavoro prepraratorio per l’esame degli strumenti urbanistici e degli interventi edilizi sottoposti al parere del Consorzio è stato svolto dal “Servizio Urbanistico “. L’Ufficio ha redatto l’istruttoria delle pratiche a partire dalla loro ricezione al protocollo sino all’invio del parere sottoscritto dal Presidente del Consorzio, effettuando, dove necessario, ispezioni o verifiche sul territorio e restando disponibile per illustrazioni e chiarimenti richiesti dalle Amministrazioni Comunali o dal pubblico.
Il compito di coordinamento urbanistico si è attuato non solo nei contatti con i Comuni, le Province e la Regione, ma anche nella partecipazione al lavoro svolto dal Consorzio in altri settori ed in particolare nella redazione del regolamento zootecnico, in materia di convenzioni, di cave e per il piano dei sentieri. È stata anche curata la redazione della cartografia a colori in scala 1:100.000 del Piano Territoriale di Coordinamento.
Strumenti urbanistici generali
I Piani Regolatori esaminati (5 Piani Regolatori Generali e 11 varianti a Piani di Fabbricazione), hanno riportato tutti un parere favorevole sebbene la congruità con il Piano Territoriale di Coordinamento non fosse sempre precisamente verificata. Ciò è dovuto al fatto che tali strumenti sono stati studiati in periodo precedente all’entrata in vigore del Piano.
Questi strumenti dovranno comunque essere revisionati entro 3 anni, limite posto dalle norme di attuazione del Piano Territoriale di Coordinamento per 1’adeguamento di tutti i piani comunali. Più evidente è stato il tentativo del Piano Territoriale di Coordinamento di definire gli aggregati urbani con perimetri continui evitando le conurbazioni, cioè lo sviluppo continuo dei centri edilizi.
Per quanto riguarda i centri numerati, la normativa ha aperto un problema che dovrà essere approfondito: esso riguarda la valutazione dei perimetri delle zone dette di “iniziativa comunale” che, in sede di Piano regolatore i singoli comuni possono proporre. Qualche difficoltà si è avuta, poi, riguardo all’individuazione dei perimetri dei centri storici, poiché spesso le Amministrazioni Comunali hanno ritenuto troppo ampio il perimetro individuato dal Piano Territoriale di Coordinamento.
Programmi attuativi
I programmi pluriennali di attuazione esaminati sono stati 7, e non sempre hanno riportato pareri di conformità con le indicazioni del Piano Territoriale, specie nei casi in cui tali programmi risultavano attuativi di previsioni contenute in Piani di Fabbricazione di “vecchia redazione”.
Il criterio, adottato dalla Commissione Urbanistica, di limitare le previsioni insediative di tali strumenti al 20% della popolazione residente, sebbene sia stato opportuno per questo primo periodo, va probabilmente rimesso in discussione per definire più puntualmente criteri qualitativi che si aggiungano alle valutazioni quantitative.
Piani esecutivi: Piani di lottizzazione, Piani di Edilizia Economica Popolare, Piani Particolareggiati
I Piani di questo tipo; pervenuti al Consorzio, sono solo 7 in quanto la legge n° 44/79 prescrive il parere favorevole del Consorzio solo nei casi in cui tali strumenti interessino aree esterne ai perimetri di Iniziativa Comunale orientata. In sostanza essi si riferiscono ai centri numerati. Si tratta in genere di centri abitati interessanti sotto il profilo storico-architettonico e dal fatto che tali centri sono circondati da un territorio di pregio ambientale, caratterizzato spesso da elementi di valore come il ciglio del terrazzamento, i Navigli, ecc.
Interventi di zona B (zona di riserva orientata) Gli interventi in zona B sono stati rilevanti e comunque si sono limitati ai casi previsti dalla normativa. Le uniche richieste non accolte sono state quelle relative al tempo libero, in attesa che vengano avviati i piani di settore.
Rilevanti sono invece stati gli interventi richiesti per l’attracco di pontili e barconi sulle sponde fluviali, ai fini di insediare attività legate al tempo libero. Il Consorzio ha respinto tutte le richieste per nuovi interventi presentate dopo l’entrata in vigore del Piano Territoriale in attesa della scelta dei Piani di Settore.
Interventi in zona C (parco agricolo-forestale) e G (zona agricola)
In queste zone gli interventi più massicci sono risultati quelli legati all’attività del settore primario (agricoltura). Le richieste di ampliamento di fabbricati di servizio all’attività agricola sono state 80 e ciò dimostra la forte tendenza in atto a sostituire le attrezzature edilizie esistenti con strutture più adeguate alle esigenze di livello tecnologico raggiunto.
Si è cercato in proposito di limitare gli interventi di demolizione dei fabbricati esistenti che spesso presentavano caratteristiche storico-architettoniche di rilievo e di controllare la qualità dell’accostamento delle nuove tipologie edilizie con i caratteri degli insediamenti rurali esistenti. Tuttavia, occorre un approfondimento di tale problematica.
Gli insediamenti rurali abbandonati, e spesso fatiscenti, sono stati oggetto anche di richieste di cambiamento di destinazione d’uso che, in base alla normativa attualmente vigente, il Consorzio non ha potuto accogliere.
Numerose sono state le richieste di ampliamento di edifici residenziali occupati nella misura non superiore ai 150 m c (29 domande).
La verifica dei requisiti richiesti dalla normativa ha permesso di controllare il fenomeno della “seconda residenza” che taluno potrebbe tentare di realizzare mediante tali interventi in contrasto con il Piano.
Nelle zone C (parco naturale agricolo-forestale) non si sono verificate richieste di introduzione di nuovi insediamenti produttivi secondari o terziari se non in un caso (Torre d’Isola), dove la risposta del Consorzio è stata negativa. Più numerosi del previsto (70) sono stati specie nella parte centro-settentrionale del Parco, i casi di ampliamento di attività produttive già esistenti. La verifica della compatibilità ambientale di tali insediamenti, affidata alla attestazione di esperti iscritti in competenti albi professionali, ha destato in alcuni casi qualche perplessità.
Infine va segnalata la notevole diffusione di richieste per la realizzazione di recinzioni (37).
Interventi in area di tutela speciale D3 (area di tutela ambientale e paesistica)
Nella zona D3 gli interventi sono stati abbastanza contenuti (7), e motivati in genere da esigenze specifiche di imprenditori agricoli. In alcuni casi sono risultati in contrasto con gli obiettivi che il Piano Territoriale di Coordinamento persegue in tali zone. Tuttavia il peso di tali interventi non appare rilevante.
Interventi nei “centri numerati”
Gli interventi edilizi nei centri numerati, al di fuori di Piani esecutivi citati al punto 3, non sono stati numerosi e non hanno evidenziato problemi di particolare rilievo. in quanto sono parsi effettivamente motivati da esigenze specifiche della popolazione residente, legate allo sviluppo naturale di tali centri. Non si sono cioè verificate rilevanti pressioni generate dal fenomeno della seconda residenza.
Interventi all’interno del perimetro IC (Iniziativa Comunale orientata)
Le richieste in queste zone (23) sono in generale relative ad interventi di ampliamento di attività produttive. I Comuni richiedono il parere del Consorzio sul certificato di compatibilità ambientale.
Interventi nei centri storici
Le richieste pervenute al Consorzio sono solo 9, ma le norme di attuazione del Piano Territoriale prescrivono il parere del Servizio Beni Ambientali della Regione Lombardia, per cui è probabile che i Sindaci abbiano rinviato le richieste di parere direttamente alla Regione.
Interventi dell’Enel
Numerose sono state le richieste dell’Enel (16) riguardanti l’allacciamento di nuove linee elettriche, in genere di bassa tensione. Con particolare riguardo si sono considerati gli attraversamenti delle zone di riserva orientata e del fiume.
Nota: per ovvi motivi di spazio, la serie completa degli estratti dai Rapporti è allegata di seguito in file PDF (f.b.)
Parco_Ticino_Rapporti_Eddyburg
Per inquadrare il disegno di legge sulla riforma della pianificazione territoriale in Friuli Venezia Giulia, in un contesto che ne spieghi le motivazioni e le finalità, è opportuno partire dal suo retroterra “storico”.
Fase 1: Il PRGC
Cominciamo quindi col dire che “c'era una volta un sindaco”, il quale governava una città di mare all'estremo nord est d'Italia, appoggiato da una maggioranza di partiti “progressisti”. Questo sindaco decise che una delle priorità della città, economicamente un po' assopita (al pari di molte altre in Italia) e politicamente – fino ad allora – tutt'altro che progressista, era il rilancio dell'edilizia. I costruttori, ovviamente, avevano parte rilevante in questa decisione.
Detto fatto, il sindaco prese un piano regolatore – in elaborazione da alcuni anni e affidato dai suoi predecessori all'architetto (1) di fiducia di un politico nazionale appena caduto in disgrazia per ignominiose vicende di tangenti (2) - e dopo aver sostituito di volata un assessore recalcitrante (3) ne affidò il “perfezionamento” ad un nuovo assessore assai competente (4), in quanto organico al Collegio costruttori. Costui riuscì a portarlo molto vicino all'approvazione, ma qualcuno dei consiglieri “progressisti”, malgrado tutto, recalcitrava, osando addirittura proporre modifiche al piano ispirate alle critiche che gli ambientalisti propugnavano da tempo. Critiche che prendevano di mira il dimensionamento eccessivo del piano (progettato per una città di 270 mila abitanti, che invece ne contava 220 mila, in diminuzione ulteriore), le massicce edificazioni previste nelle aree più belle e preziose sotto il profilo paesaggistico e naturalistico come sull'altopiano carsico e sulla costa (14 nuove zone di espansione residenziale – cioè villettizzazione massiccia – soltanto nella fascia costiera!), la pressochè nulla tutela per vaste aree urbane caratterizzate da edifici di pregio storico-architettonico, ecc.
Alla fine però il sindaco impose la propria volontà ed anche i consiglieri critici finirono per votare il piano. Il sindaco però rimase assai scontento di tutta la vicenda e si dimise in anticipo dalla carica, costringendo il Comune ad elezioni anticipate, alle quali stavolta si presentò con una lista di “fedelissimi” che portava il suo nome e fu rieletto.
C'era però in quel tempo anche una Regione, governata dalla stessa maggioranza progressista del sindaco, che tuttavia conservava ancora un po' di orgoglio per un'urbanistica di cui un tempo – ormai lontano - era stata faro in tutta la nazione. Ai tecnici regionali e all'assessore di allora (5) il piano regolatore del sindaco triestino non piaceva proprio e fecero quindi quel che la legge regionale consentiva ed era stato fatto in altri casi (ma non in tutti, purtroppo): imposero alcune modifiche, laddove il piano confliggeva platealmente con il paesaggio da tutelare: alcuni gruppi di ville sulla costiera, alcune sciagurate previsioni edificatorie in Carso, ecc.
Mal gliene incolse! Il sindaco si adombrò alquanto e innescò una violenta polemica con la Regione “matrigna e prevaricatrice”, irrispettosa della sacra autonomia comunale (e della sua persona), castrante di fronte alle prospettive di “sviluppo” della città, ecc. Giunse addirittura a chiede le dimissioni degli assessori originari della sua città, che sedevano nella Giunta regionale, per costringere quest'ultima a sciogliersi.
Ne sortì una battaglia legale, durata un paio d'anni e conclusa da una decisione del Consiglio di Stato (6), il quale diede torto alla Regione, perchè ribadì quanto gli ambientalisti andavano predicando – inascoltati - da oltre un decennio: occorre un piano paesaggistico (previsto da una legge dello Stato (7) fin dal 1985), che quella Regione – pur un tempo all'avanguardia - non aveva però mai voluto fare. Soltanto dotandosi di tale strumento, le modifiche ai piani regolatori comunali motivate da esigenze di tutela del paesaggio possono considerarsi legittime.
Il sindaco però la raccontò diversa – e tanti continuano a farlo tuttora – vale a dire spacciando quella decisione del CdS come una vittoria fondamentale dell'autonomia comunale contro il “centralismo” della Regione.
Intanto, l'effetto pratico fu però la reviviscenza delle previsioni devastanti che la Regione aveva modificato, come chiunque dia uno sguardo, ad esempio, alla fascia costiera triestina (perchè è ovviamente di Trieste che narra la storia) può facilmente constatare de visu. Dettaglio non privo di importanza: quasi tutti gli interventi edilizi previsti dal piano regolatore sono firmati dall'ex assessore all'urbanistica che il sindaco volle fortissimamente a gestire la fase cruciale del piano.
Assessore nel frattempo sostituito nella carica da un'attivissima ingegnere (8), poi assurta a ben maggiori incarichi anche politici (attuale assessore all'ambiente e pianificazione nella Provincia triestina, nonché consulente della Regione per la stesura del PTR), diligente nel gestire l'attuazione del piano fino alla scadenza del mandato del sindaco.
Fine della storia? No, soltanto l'antefatto, perchè la storia che più ci interessa comincia ora.
Dopo un paio d'anni alla Camera come deputato del gruppo misto, ancorchè eletto grazie all'appoggio del centro-sinistra (il che non impedì al nostro di apprezzare e votare la “legge obiettivo” di Berlusconi e Lunardi), ecco infatti l'ormai ex sindaco di Trieste diventare presidente della Regione Friuli Venezia Giulia. Correva l'anno 2003.
Fase 2: Infrastrutture, territorio e paesaggio in FVG
Nel programma della nuova Giunta sui temi della pianificazione territoriale e del paesaggio non c’è nulla, e assai poco anche su quelli ambientali. C’è parecchio invece per quanto concerne le politiche industriali, l’innovazione e la competitività del sistema produttivo regionale, ecc.
Un sintomo abbastanza chiaro, per chi l’avesse voluto cogliere, dell’indirizzo che il nostro intendeva dare all’attività dell’amministrazione regionale.
Gli atti successivi non facevano che confermare l’impressione di una Giunta intenta a rispondere soprattutto alle “esigenze” – spesso soltanto presunte - del sistema produttivo, così come rappresentate dalle istanze organizzate dello stesso (Confindustria in primis, ovviamente).
Ecco quindi, similmente a quanto fatto a Trieste per compiacere la lobby dei costruttori, l’enfasi estrema sulle infrastrutture di trasporto (ferrovie ad alta velocità, ma anche – e soprattutto – strade ed autostrade) e su quelle energetiche (elettrodotti, rigassificatori).
Il tutto, ben inteso, anche quando aveva ed ha ovvie e pesanti ricadute territoriali, paesaggistiche ed ambientali, al di fuori di qualsiasi quadro programmatico e pianificatorio: l’infrastruttura come postulato, come a priori. Non quindi un approccio problematico, che cerchi di capire – il più possibile oggettivamente, sulla base di studi, analisi costi-benefici, valutazioni strategiche e di impatto ambientale – quali e quante infrastrutture servano davvero al Friuli Venezia Giulia e siano compatibili con i valori irrinunciabili del suo territorio, bensì il progetto dell’opera come punto di arrivo che non si può discutere, al quale vanno subordinati piani e strumenti di tutela.
Con questa impostazione, si giunge però anche a situazioni ridicole, come quella in cui il nostro diventa addirittura “certificatore di qualità paesaggistiche”. Accade a Sistiana, febbraio 2005, quando il presidente della Regione incontra il sindaco di Duino-Aurisina (un ex collega, in fondo…) e l’imprenditore privato (un altro collega…) che in quella baia vorrebbe realizzare un ignobile mega-progetto turistico-immobiliare e “attesta” l’alto valore paesaggistico dell’intervento, proponendo addirittura. delle “migliorie” (peraltro ridicole o impossibili a realizzarsi). Di fronte ad un progetto, si badi bene, tenuto segreto a tutti (ma non a lui) allora e tuttora segreto oggi. Ma bisogna pur aiutare le iniziative imprenditoriali. Inutile dire che gli uffici regionali competenti in materia, di fronte a tanto autorevole certificazione, si sono prontamente adeguati….
Poco importa, naturalmente, che la pianificazione paesaggistica regionale sia, come detto, inesistente e che l’unico timido tentativo di costruirne una, proprio per la fascia costiera triestina, sia stato seppellito già nel 2003 dal nostro con la perentoria affermazione (recepita in delibera di Giunta) secondo cui nel PTRP con valenza di piano paesaggistico per la costa triestina “…non saranno inserite previsioni che contrastino o contraddicano gli strumenti urbanistici dei comuni interessati” (9). Non sia mai che a qualcuno venga in mente di rivedere la villettizzazione prevista dal PRGC di Trieste proprio in quell’area!
Del resto, ancor prima a Lignano, la pineta di proprietà dell’EFA, assoggettata a vincolo paesaggistico nei primi anni ’90 proprio per decisione della Regione, è stata sventrata per far posto ad alcuni edifici sportivi privati (che avrebbero potuto benissimo trovar posto altrove). In questo caso, non si è esitato ad applicare la normativa sui lavori pubblici (10), trattandosi sì di un intervento privato, ma sostenuto da un contributo regionale (11) e quindi parificato ad un’opera di pubblica utilità. Una normativa, ça va sans dire, che permette di scavalcare agevolmente piani e vincoli ed è assai sbrigativa sotto il profilo delle valutazioni ambientali e paesaggistiche.
Non che il nostro sia del tutto allergico alla pianificazione, beninteso. Basta che i piani siano costruiti a sua immagine e somiglianza e cioè contengano tutto ciò che lui vuole (infrastrutture, ecc.) e non contengano ciò che non vuole (vincoli paesaggistici o ambientali insuperabili, ad esempio). Ecco quindi che, di fronte ad alcune – grosse - difficoltà insorte nell’iter di un progetto che gli sta particolarmente caro, cioè la linea ferroviaria ad alta velocità Venezia – Trieste, spunta improvvisamente l’urgenza (neppure accennata, come detto, nel programma di Giunta) di un Piano Territoriale Regionale. O meglio, di una legge che ne indichi finalità e procedure. L’obiettivo vero è però un altro, come vedremo.
Ecco, quindi, il solerte assessore Sonego approntare di gran carriera quella che sarebbe diventata poi la legge regionale 30 del 2005. La quale legge all’art. 5 espone sinteticamente tutte le proprie “coordinate culturali”: l’economicismo di fondo, la confusione dei piani e degli obiettivi, la demagogia e l’indeterminatezza delle enunciazioni. E’ infatti questo, probabilmente, il primo caso in cui ad un Piano territoriale si impongono “equi-ordinate” finalità strategiche quali “la conservazione e la valorizzazione del territorio regionale, anche valorizzando le relazioni a rete tra i profili naturalistico, ambientale, paesaggistico, culturale e storico” insieme alle “migliori condizioni per la crescita economica del Friuli Venezia Giulia e lo sviluppo sostenibile della competitivita’ del sistema regionale” (12).
Che cosa significhi poi, anche dal mero punto di vista semantico, “lo sviluppo sostenibile della competitivita’ del sistema regionale”, è questione troppo ardua per essere risolta dalle modeste capacità del sottoscritto e richiederebbe ben altre doti esegetiche. Ma tant’è, così si scrivono le leggi oggi in Friuli Venezia Giulia.
Naturalmente, il vero obiettivo della legge 30 era ben altro. Vale a dire le infrastrutture. Il Capo II della legge è infatti costruito con l’obiettivo dichiarato di “preservare la possibilità di realizzare infrastrutture strategiche ovvero di dotare la Regione di strumenti che ne facilitino la realizzazione”(13). Ecco quindi, sempre rigorosamente al di fuori di qualsiasi previsione pianificatoria (comprese le previsioni del futuro PTR!), strumenti come la sospensione provvisoria dell’edificabilità “sulle domande di concessione o di autorizzazione edilizia in contrasto con progetti che siano stati dichiarati di interesse regionale”. La dichiarazione spetta, ovviamente, alla Giunta regionale. Il testo originario del disegno di legge indicava esplicitamente alcuni di questi progetti strategici: le “opere ferroviarie di attuazione del Corridoio V e quelle ad esso complementari” e le “opere del nuovo collegamento stradale Cervignano-Manzano e quelle ad esso complementari” . Indicazioni poi espunte, per pudore, nel testo definitivo.
Con tali premesse, appariva abbastanza chiaro cosa ci si potesse aspettare dal PTR. Il PTR, beninteso, non c’è ancora. Esiste, per il momento, soltanto un – corposissimo – “Documento preliminare al PTR”(14), sul quale è stato anche avviato un pretenzioso “processo partecipativo” ispirato (si vorrebbe far credere) ai principi di Agenda 21.
Anche il commento di dettaglio del WWF su tale elaborato è compreso nella cartellina. Qui basti dire che dalle 550 (!) pagine del documento non emerge alcun indirizzo chiaro, per quanto concerne elementi imprescindibili di ogni serio strumento di pianificazione territoriale, come le questioni ambientali e del paesaggio: imprescindibili specie per un PTR che si vorrebbe abbia anche valenza di piano paesaggistico!
Invece, anche qui, emerge con assoluta evidenza l’approccio essenzialmente economicistico alle questioni territoriali e l’enfasi sulle infrastrutture strategiche, accanto a “perle” di assoluto valore umoristico – ancorché involontario – quali l’impagabile finalità del Piano consistente nell’“offrire sostegno alla zootecnia ed al pascolo (con reintroduzione di cavalli, mucche, ovini che a livello di coscienza collettiva contribuiscono a ‘fare paesaggio’)”.
Men che meno, si rinvengono nel documento preliminare, indicazioni forti in merito ad una concezione moderna del paesaggio e dell’ambiente naturale, concezione che pur era presente – almeno in nuce – nel PURG del 1978,. Una concezione cioè che si incentri sulla tutela degli ecosistemi, più che di singole “isole” di pregio naturalistico, che di conseguenza punti alla tutela e al recupero delle connessioni funzionali tra gli ecosistemi stessi attraverso un sistema di reti ecologiche e di corridoi naturalistici (tenuto conto, ovviamente, della straordinaria concentrazione di biodiversità presente – malgrado tutto - nel pur limitato territorio regionale). Una concezione, va riconosciuto, ardua da accettare per chi concepisce il futuro del Friuli Venezia Giulia essenzialmente come “piattaforma logistica” e le “reti” le vede rappresentate soltanto da strade, ferrovie ed elettrodotti…
Date le premesse, si attende ovviamente con ansia la stesura effettiva del PTR, per vedere come simili “finalità” si possano poi tradurre in contenuti pianificatori.
Naturalmente, però, le infrastrutture non possono attendere i tempi, inevitabilmente lunghi, di un PTR. Ecco quindi che, a latere di tutto ciò, si percorrono anche altre strade.
Una di questa è quella che punta ad estorcere al Governo impegni – politici ed economici – per le cose che interessano. Ecco allora il Protocollo d’intesa tra la Regione Friuli Venezia Giulia e la Presidenza del Consiglio dei Ministri, predisposto la scorsa estate dal presidente della Regione raccogliendo anche i contributi di vari esponenti politici di maggioranza ed opposizione e – ahinoi – sottoscritto dal Presidente del Consiglio il 4 ottobre scorso.
Il commento del WWF sul Protocollo è disponibile nella cartellina. Qui basti rimarcare che, in perfetta continuità con quanto detto prima a proposito di infrastrutture, il Protocollo contiene una nutrita “lista della spesa” relativa alle opere – viarie – che la Regione chiede di finanziarie, ovvero di sostenere nelle successive fasi progettuali, ovvero di agevolare (è il caso della Sequals-Gemona) mettendo in riga i funzionari recalcitranti che in qualche Soprintendenza si ostinano a non volersi sottomettere ai desiderata dei sindaci e delle categorie economiche. Il tutto, al solito, prescindendo da qualsiasi pianificazione o programma, come dimostra il caso eclatante del collegamento tra la A 23 e la A 27 attraverso il traforo della Mauria, opera – voluta da alcuni ambienti economici soprattutto veneti - inserita a forza nel Protocollo soltanto perché “prevista” da un’intesa estemporanea stipulata nell’aprile 2004 tra il presidente del Friuli Venezia Giulia, quello del Veneto ed il ministro delle Infrastrutture. Sono questi gli unici atti programmatici che contano e che devono prevalere, secondo il nostro, su qualsiasi piano e programma.
Il guaio è che finiscono per prevalere anche su elementari considerazioni di sostenibilità tecnico-economica delle opere (per non parlare della sostenibilità ambientale), sulle doverose esigenze di coinvolgimento ed informazione dei cittadini, scavalcando di fatto perfino procedure di valutazione pur prescritte da Direttive europee come la V.A.S. (15).
Proprio come accade con la linea ferroviaria ad alta velocità Venezia –Trieste.
Pur tuttavia, uno straccio di piano bisognerà pur produrlo, non foss’altro perché ormai l’iter del PTR è avviato e dei soldi – non pochi, si può immaginare – sono stati spesi, per consulenze e altro, ma anche perché lo prescrivono le normative nazionali, almeno per quanto concerne il paesaggio (D. Lgs. 42/2004 e s.m.i.). Che fare? Ovviamente, bisogna che il piano corrisponda, almeno nella forma, a quanto previsto dalle norme statali. Ecco allora intervenire l’Intesa interistituzionale tra la Regione, il Ministro per i beni e le attività culturali ed il Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare “per l’elaborazione congiunta del piano territoriale con specifica considerazione dei valori paesaggistici”, predisposta dal solerte Sonego (16) e inviata per la sottoscrizione a Roma.
Un sintomo di rinsavimento? Mica tanto, perché il testo dell’Intesa proposto dalla Regione prevede (art. 3) che gli “indirizzi preliminari e generali di cui tener conto nell’elaborazione del PTR” sono costituiti, ovviamente, dal “Documento preliminare al PTR”, quello delle 550 pagine di cui sopra, con mucche, cavalli e ovini che contribuiscono a fare paesaggio.
C’è quindi di che temere, a meno che… A meno che nei Ministeri competenti qualcuno non trovi il buon senso per ridiscutere il tutto e soprattutto per riappropriarsi del proprio ruolo, mettendo un freno alla deriva “sviluppista” ed infrastrutturale del Friuli Venezia Giulia. In fondo, a tutt’oggi, la competenza prevalente in merito alla tutela del paesaggio appartiene allo Stato e la Regione Friuli Venezia Giulia non ha certo ben meritato finora, in questo campo.
Fase 3: ?
Il disegno di legge “Sonego” (vale a dire il n. 212, presentato l’8 novembre 2006), dal quale siamo partiti, appartiene al futuro, nel senso che il suo iter deve appena cominciare.
Per quanto detto sopra, tuttavia, motivazioni e finalità appaiono facilmente identificabili.
Da un lato, infatti, viene abrogata pressoché interamente la L.R. 30/2005, fatta eccezione – ovviamente - per i soli articoli “importanti”, vale a dire quelli finali sulle infrastrutture strategiche e sui progetti delle opere di interesse regionale. L’abrogazione è però solo apparente (17), perché i contenuti e la stessa dizione degli articoli abrogati, salvo marginali modifiche di forma, sono riprodotti invariati nel nuovo testo. Così è anche, quindi, per l’ ”equiordinazione delle finalità strategiche”, delle continuano a far parte anche le già citate “migliori condizioni per la crescita economica del Friuli Venezia Giulia e lo sviluppo sostenibile della competitivita’ del sistema regionale”.
Si aggiunge però una completa rivisitazione degli strumenti urbanistici anche a livello comunale, solo accennata nella L.R. 30/2005 (18). Viene quindi in sostanza abrogata la L.R. 52/1991, sostituita da una disciplina che introduce una congerie di strumenti del tutto nuovi. Oltre al citato PTR, infatti, sono previsti il PSC (Piano Strutturale Comunale), il POC (Piano Operativo Comunale) ed il PAC (Piano Attuativo Comunale), ma anche il DPP (Documento Preliminare di Piano), la “Conferenza di pianificazione”, l’”Intesa di pianificazione”, senza dimenticare l’Unione Speciale di Pianificazione e conservando anche i piani regionali di settore ed i piani territoriali infraregionali, previsti dall’attuale L.R. 52/1991.
In sintesi, secondo il WWF il disegno di legge 212 è inaccettabile perché:
- non si pone esplicitamente l’obiettivo prioritario di tutelare il territorio ed il suolo (in particolare quello agricolo) arrestandone il consumo;
- favorisce anzi, anche ricorrendo agli strumenti della perequazione e della compensazione urbanistica e territoriale, pratiche perniciose di “urbanistica contrattata” funzionali esclusivamente agli interessi della speculazione immobiliare;
- non chiarisce in alcun modo la definizione del confine tra le competenze di Regione e quelle dei Comuni per quanto concerne la “pianificazione della tutela e dell’impiego delle risorse essenziali di interesse regionale”;
- complica irrazionalmente le procedure di formazione degli strumenti urbanistici di livello comunale (PSC, POC, PAC, Intese, ecc.);
- limita fortemente le possibilità di partecipazione del pubblico alla formazione degli strumenti urbanistici (19), senza precisare in alcun modo modalità e strumenti per l’implementazione delle metodologie di Agenda 21 e le procedure di VAS (richiamate solo formalmente nel ddlr) nella formazione e nella valutazione degli strumenti urbanistici;
- incentiva forme di pianificazione sovracomunale funzionali principalmente all’ulteriore cementificazione del territorio (cfr. art. 26, c. 2, lett. a).
In più, per quanto concerne la gestione delle competenze relative alla tutela del paesaggio, viene confermata – peggiorandola – l’attuale situazione, che vede la delega ai Comuni di competenze delicatissime, senza alcun indirizzo neppure per quanto concerne il funzionamento delle Commissioni consultive locali (art. 45), dalle quali scompare anche l’obbligo (previsti dalla L.R. 52/1991 per le Commissioni Edilizie Integrate) di ricorrere ad alcuni esperti designati dalle associazioni ambientaliste.
Chi ha approfondito il funzionamento delle attuali Commissioni Edilizie Integrate, ha potuto verificare agevolmente la totale arbitrarietà di quanto vi accade in molti Comuni (convocazioni ai componenti oggi per domani, ordini del giorno comunicati il giorno stesso della seduta, assenza di verbali, ecc.). Il che avrebbe dovuto indurre la Regione ad assumere per lo meno qualche funzione di indirizzo e controllo, mentre invece si va nella direzione opposta.
Da un certo punto di vista, comunque, il ddlr 212 potrebbe essere letto anche come un tentativo di recupero di competenze – almeno rispetto alla prassi attuale - da parte della Regione, per quanto concerne la pianificazione delle “risorse essenziali di interesse regionale”.
In teoria, infatti, il PTR potrebbe dare origine ad un vero piano paesaggistico “valorizzando le relazioni a rete tra i profili naturalistico, ambientale, paesaggistico, culturale e storico”(20), e potrebbero essere puntualmente definite le competenze regionali nel settore fornendo nel contempo precisi indirizzi vincolanti alla pianificazione sub-regionale per la tutela di queste risorse, assumendo come fondamento la già citata tutela e ricostruzione delle reti ecologiche.
Sarà così? Viste le premesse ricordate sopra, mi permetto di dubitarne, specie di fronte a reiterate dichiarazioni dell’ottimo assessore Sonego, secondo le quali “il territorio è dei Comuni”, mentre obiettivo della politica urbanistica regionale è “una Regione più ricca e più felice”.
C’è quindi da temere che anche in futuro il panorama, ad esempio, della pianura friulana sarà sempre più caratterizzato dalla triade “capannoni-pioppeti-antenne per cellulari”.
Il WWF, naturalmente, non intende rassegnarci a ciò auspica che, anche grazie ad occasioni di dibattito come quella odierna, chi può (e deve) si faccia sentire, affinchè nelle menti dei legislatori si facciano strada idee coerenti con la tutela del patrimonio ambientale e storico-culturale del Friuli Venezia Giulia, il quale non merita di essere abbandonato nelle mani della perversa commistione di gretti interessi economici e politici oggi prevalente a livello locale come a quello regionale.
(1) L'arch. Paolo Portoghesi
(2) Si tratta ovviamente di Bettino Craxi
(3) L'ing. Cargnello, dimessosi per non aver voluto accettare i mercanteggiamenti sulla base dei quali veniva costruendosi il PRGC
(4) L'ing. Giovanni Cervesi
(5) Mario Puiatti
(6) Decis. n. 1763/99 dell’8 giugno 1999
(7) La L. 431/1985, c.d. “Galasso”
(8) L'ing. Ondina Barduzzi
(9) Cfr. DGR 3148 del 17 ottobre 2003
(10) La L.R. 14 del 2002, fortemente voluta dalla Giunta di centro-destra
(11) Si tratta di 4 milioni di Euro!
(12) L.R. 30/2005, art. 5, c. 1
(13) L.R. 30/2005, art. 9, c. 1
(14) Nella stesura del quale ha avuto parte rilevante l’ex assessore all’urbanistica del Comune di Trieste, ing. Ondina Barduzzi
(15) Cfr. Direttiva 2001/42/CE
(16) Cfr. DGR n. 1873 del 28 luglio 2006
(17) L’abrogazione risponde essenzialmente all’esigenza di “togliere di mezzo” quella parte della L.R. 30/2005 che aveva suscitato un ricorso (fondato) alla Corte Costituzionale da parte dell’UPI.
(18) Che infatti rinviava (art. 1, c. 2) ad una futura legge il ”riordino organico della normativa regionale in materia di pianificazione territoriale e urbanistica”.
(19) “Chiunque” può formulare osservazioni soltanto sul POC (art. 21, c. 2),ma non sul PTR (art. 9, c. 5), né sul PSC (art. 16, c. 5), né sui PAC (art. 23). Su questi ultimi le osservazioni non sono proprio ammesse, mentre sugli altri strumenti di cui sopra il diritto di formularle è riservato a soggetti “selezionati” (enti ed organismi pubblici, soggetti portatori di interessi diffusi “riconosciuti in ambito regionale”, soggetti nei confronti dei quali le previsioni del piano sono destinate a produrre effetti diretti)
(20) Art. 7, c. 1, lett. a) del ddlr 212
Abbondante materiale sugli argomenti trattati nel testo è disponibile nel sito del WWF Friuli - Venezia Giulia (sezione “documenti”)
Cronologia ragionata di “Malpensa 2000” dal 1982 al 2002
(a cura di COOMXP2000, Per la tutela dei diritti delle popolazioni locali alla vita, alla casa, alla salute e all’ambiente salubre: http://digilander.libero.it/coomxp2000)
1982
07 Aprile: La Giunta Regionale, con atto deliberativo n. 15872, approva il nuovo PRG aeroportuale elaborato dalla S.E.A.-ItalAirpot. La caratteristica principale del nuovo PRG è costituita dal fatto che ora la terza pista è ruotata di 21 gradi rispetto alle due attuali, con ciò incuneandosi ancor più in pieno Parco del Ticino. L’approvazione regionale è tuttavia subordinata alla necessità di effettuare alcuni approfondimenti sul progetto S.E.A. Le principali verifiche richieste (sempre a posteriori) sono relative agli aspetti ambientali, agli effetti indotti sul territorio ed al programma degli investimenti e dei meccanismi di finanziamento dell’opera nel suo complesso.
26 Aprile : la Gazzetta Ufficiale n. 125 dispone la pubblicazione, per 60 giorni consecutivi, presso gli uffici del comune di Osmate (Varese), delle mappe relative alle limitazioni delle costruzioni e degli impianti nelle zone circostanti l’aeroporto della Malpensa. Le mappe in questione aggiornano quelle già emesse nell’agosto del 1977, sempre presso il comune di Osmate, e definiscono: “... le zone soggette a limitazioni circostanti l’aeroporto di Milano-Malpensa giusto quanto previsto dall’art. 715 ter della legge 4 febbraio 1963 n. 58, che apporta modificazioni agli articoli dal 714 al 717 del Codice della Navigazione”. Entro il termine di 120 giorni, chiunque vi abbia interesse potrà, con atto motivato, produrre opposizione al Ministero dei trasporti e al DM 28 gennaio 1966 (G.U. n. 41) L’emissione di mappe ed informazioni sulla limitazione delle costruzioni nelle aree attorno a Malpensa, risale addirittura al settembre 1977 (G.U. 249).
29 Aprile: il Consorzio dei Comuni convoca una assemblea pubblica per decidere quale atteggiamento prendere nei confronti della decisione regionale di realizzare la “Grande Malpensa”. I Sindaci si trovano davanti a due alternative: la prima è quella di respingere il progetto di ampliamento aeroportuale e nel contempo di opporsi ad ogni aumento indiscriminato di traffico sulle due piste esistenti, la seconda è quella di accettare l’ipotesi di ampliamento solo a precise condizioni che la Regione dovrà garantire con una Legge Quadro. Le principali richieste, sempre le stesse da anni, sono:
-il completamento degli studi ambientali promessi; -la definizione dei limiti dell’ampliamento; -l’accertamento della compatibilità e valutazione dell’impatto ambientale di detto limite; -la definizione di una pianificazione urbanistica e territoriale esaustiva di quanto si intenda realizzare all’esterno dell’aeroporto.
A prevalere, nonostante la disillusione degli amministratori locali circa l’affidabilità regionale, è la seconda ipotesi.
28 Luglio: anche le ACLI (Associazione Cattolica Lavoratori Italiani) della provincia di Varese, prendono posizione su Malpensa con un documento di forte critica nei confronti della Giunta Regionale Lombarda. Nello scritto l’associazione evidenzia il comportamento scorretto della Giunta regionale che prima avvia uno studio di verifica sulla necessità o meno di ampliare l’aeroporto, e poi prende la decisione di dare il via libera al potenziamento di Malpensa, prescindendo dallo studio commissionato.
Luglio-Agosto: chiude per lavori di ampliamento e ammodernamento l’aeroporto di Linate. Di conseguenza tutto il traffico aereo viene trasferito su Malpensa. La regione Lombardia coglie l’occasione per promuovere una serie di studi ed indagini atti ad approfondire e a determinare le qualità e le quantità dei fenomeni indotti dall’ampliamento di Malpensa relativamente ai problemi di salvaguardia ambientale.
1983
20 Aprile : si parla di un imminente disegno di legge che il Governo si appresta a presentare per finanziare l’ampliamento della Malpensa. Immediata la reazione dei Comitati di Lotta che rilasciano alla stampa un comunicato che ribadisce la contrarietà alla realizzazione di una mega struttura senza la benché minima e preventiva verifica ambientale.
Maggio: il Consorzio dei Comuni, ormai apertamente allineato con il volere regionale, si appresta a preparare un Piano Regolatore Generale Intercomunale compatibile con il progetto S.E.A.-ItalAirport.
04 Giugno: secondo Convegno dei Comitati di Lotta contro l’Ampliamento della Malpensa. Dopo dieci anni di lotta i comitati di base fanno il punto della “situazione Malpensa” inserendola nel più generale contesto territoriale già degradato dalla presenza di impianti nocivi per l’ambiente e per la salute (Cave, discariche, inceneritori). Richiamando la precedente indagine sull’inquinamento atmosferico, viene presentata una indagine epidemiologica campione, svolta tra la popolazione residente attorno allo scalo aeroportuale, realizzata grazie alla operativa collaborazione del Gruppo Permanente di lavoro per la tutela della salute e del territorio del Consorzio Sanitario di Zona Busto Arsizio 2/est Castellanza. I dati che emergono sono allarmanti:
- il rumore rappresenta per la stragrande maggioranza della popolazione una fonte certa di rischi per la salute; -la causa di maggior rumore è individuata in modo inequivocabile nel rumore degli aerei; -tutti i disturbi più importanti denunciati sono direttamente riferibili al rumore.
E’ la dimostrazione della necessità di dare avvio ad una più compiuta indagine epidemiologica tra le popolazioni dell’area di Malpensa, come richiesto dalla mozione approvata nel convegno del 1979 ed anche dal voto unanime dell’assemblea del Consorzio Urbanistico dei Comuni nel luglio del 1982.
1984
27 Febbraio: viene consegnato ai Comuni del Consorzio il documento della Regione Lombardia contenente la proposta di un terzo P.R.G. di Malpensa senza l’ipotesi della terza pista. Il forte impatto ambientale con il Parco del Ticino e con l’ecosistema ivi consolidato, nonché l’aggressione di una significativa porzione di territorio vincolato a parco agricolo forestale, congiuntamente ad altre motivazione tecniche-aeronautiche, convincono la Regione a non realizzare più la terza pista. Terza pista sino ad allora definita “ecologica” dalla S.E.A. Il documento contiene inoltre le verifiche e gli approfondimenti che la Regione si era impegnata a compiere con la deliberazione di approvazione di massima del P.R.G. S.E.A.-ItalAirport, nel 1982. La verifica ambientale, incentrata sull’analisi dell’inquinamento atmosferico, acustico e sulla modificazione dell’ecosistema, è basata sui dati raccolti nel corso dei mesi di luglio ed agosto del 1982. Nella circostanza, la chiusura di Linate per l’esecuzione dei lavori di ammodernamento dello scalo, comportò il trasferimento di tutto il traffico aeroportuale su Malpensa che raggiunse i 300 voli giornalieri di media. A detta regionale ciò rappresentava una anticipazione, seppur temporanea, di quella che sarebbe stata l’attività aeroportuale futura di Malpensa, e quindi uno scenario adatto per il monitoraggio dei fenomeni ambientali. In realtà il periodo è troppo breve per poter osservare eventuali modifiche significative dell’ambiente naturale: ne consegue che i rilievi ottenuti non sono del tutto attendibili. Inoltre gli studi non comprendono una indagine epidemiologica soggettiva con la popolazione, per verificare la corrispondenza degli indici tecnici di misurazione del rumore con la situazione di benessere o disagio realmente vissuta dagli abitanti della zona. Manca altresì uno studio di valutazione dell’aumento dell’inquinamento prodotto dall’aeroporto rispetto alla situazione preesistente o tra prima e dopo il periodo in esame. Ciononostante, le considerazioni e le valutazioni emerse dagli studi in questione vengono accettate dalla Regione che così le riassume:
Inquinamento acustico. Sono stati rilevati i livelli di rumore sulle zone di sorvolo dei centri abitati più interessati, verificando condizioni di inquinamento acustico sostanzialmente diverse a seconda delle procedure e delle rotte di decollo e di sorvolo degli aeromobili impiegati. E’ stata accertata l’effettiva possibilità di costituire un sistema di monitoraggio a terra per il prelievo ed il confronto dei livelli di rumore al fine di identificare le modalità più idonee per la riduzione dell’inquinamento acustico e per la costruzione delle curve di isodisturbo relative ai vincoli territoriali di cui alla L.R. n.91/80.
Inquinamento atmosferico. Sono state rilevate le emissioni di gas combustibile durante le operazioni di decollo ed atterraggio degli aerei, la previsione di ricaduta di tali dispersioni, l’inquinamento medio al suolo, i confronti con altre forme di emissioni. I risultati hanno confermato una trascurabile incidenza degli scarichi aerei sul tasso di inquinamento globale della zona che rimane complessivamente modesto. Modificazioni ambientali dell’ecosistema. E’ stata compiuta una indagine sulla fauna che non ha evidenziato eventuali alterazioni o compromissioni a carico della popolazione animale imputabili all’incremento di attività aerea. Inoltre è stata compiuta una indagine su vegetazione e flora che ha permesso di accertare l’assenza di fatti manifesti ed immediatamente percepibili di alterazione, da imputare all’inquinamento atmosferico derivato dall’incremento di attività aerea.
Rumorosità dei vari tipi di aeromobili. Sono stati rilevati i livelli di rumorosità prodotti al suolo in fase di atterraggio, rullaggio e decollo dei vari aeromobili. E’ stato verificato come sia in atto effettivamente la tendenza alla riduzione del livello di emissione acustica (a parità di potenza installata) sugli aerei di nuova generazione. La verifica sugli effetti indotti territoriali e sull’accessibilità a Malpensa viene prevista attraverso tre iniziative regionali:
1. la formazione di un piano esecutivo d’area delle zone interessate dallo sviluppo aeroportuale;
2. l’approvazione del Piano Regionale dei Trasporti con il collegamento su rotaia alla nuova aerostazione;
3. la formazione di un Piano regionale della viabilità, che definisca precisi interventi di accessibilità su gomma da e per Malpensa.
Con i richiami al D.D.L predisposto dal Ministero dei Trasporti per gli aeroporti di Roma e di Milano, la Regione affronta anche il problema degli investimenti necessari alla copertura finanziaria del progetto del nuovo aeroporto. Come abitudine nazionale la copertura finanziaria è incerta. Solo un rimando a future iniziative politiche regionali e di parte S.E.A., potrà (forse) consentire il reperimento dei finanziamenti anche per lo studio ed il rilevamento dei fenomeni indotti sul territorio, comprese le conseguenti misure di tutela e prevenzione.
Maggio: il Ministero dei Trasporti approva in linea tecnica il collegamento ferroviario FNM tra Milano e l’aeroporto di Malpensa.
21 Giugno: il Consorzio dei Comuni risponde al documento regionale evidenziando la novità positiva della definitiva rinuncia alla realizzazione delle terza pista. Inoltre, nell’affermare la stretta connessione esistente tra dimensione aeroportuale e compatibilità ambientale, richiede il completamento degli studi sul territorio e la chiusura notturna dello scalo. Il tutto si conclude con il via libera alla S.E.A. per la stesura di un nuovo P.R.G. che tenga conto delle indicazioni regionali e dei Comuni. E’ il preludio alla terza revisione del P.R.G. aeroportuale: nasce “Malpensa 2000”.
Ottobre: l’Assessorato al Coordinamento per il Territorio della Regione Lombardia, licenzia un rapporto preliminare che contiene le linee di indirizzo per la formazione del Piano Esecutivo d’area di Malpensa. Vale la pena riportare alcuni passaggi della relazione di sintesi dello studio in parola proprio per dimostrare come i tentativi di pianificazione del territorio successivamente intrapresi hanno completamente ignorato le indicazioni contenute nel rapporto preliminare. Una ulteriore riprova dell’ennesima presa in giro ai danni delle popolazioni locali. “Rapporto preliminare Malpensa. Per la formazione del Piano Esecutivo dell’ambito territoriale interessato dall’aeroporto”.
1. Il significato del rapporto preliminare. E’ un rapporto di proposte e di previsioni di impatto da offrire agli enti interessati, alle forze politiche, sociali e culturali della Regione, affinché esprimano le loro valutazioni ed avanzino proposte che possano essere utili alla definizione ed alla riorganizzazione del sistema territoriale interessato prima che esso venga definito in atti formali, affinché i Comuni ed in particolare i cittadini direttamente investiti dagli effetti indotti partecipino alle scelte di piano facendo pervenire “osservazioni e opposizioni” prima e non dopo la adozione dei vari atti formali di intervento sul territorio. Nell’ambito del dibattito in corso esistono però alcune scelte che si presume non saranno più messe in discussione e possono quindi essere considerate alla stregua di “punti fermi”. Essi sono: 1. il ruolo di Malpensa come secondo aeroporto intercontinentale italiano e come aeroporto internazionale affiancato a Linate; 2. il dimensionamento della sua capacità (8 milioni di passeggeri/anno), basato sulle previsioni di traffico elaborate dalla BAI(British Airport International) e sulla capacità limite di Linate (ritenuta di circa 6/6,5 milioni di passeggeri/anno); Omissis ….
2. Gli obiettivi di pianificazione. Gli obiettivi che il Piano Esecutivo dovrà perseguire riguardano essenzialmente: la valutazione degli effetti ambientali degli interventi prendendo in esame proposte alternative;
Omissis ….
3. Individuazione dell’ambito territoriale oggetto del Piano Esecutivo. L’individuazione dell’ambito territoriale che dovrà essere oggetto del Piano Esecutivo Regionale è stata operata secondo due linee conduttrici fondamentali, che tengono conto dei due principali ordini di problemi: quello ambientale ed urbanistico e quello relativo alla struttura della mobilità. L’ambito territoriale così individuato comprende 19 comuni, appartenenti alle provincia di Varese e di Milano: il Piano Esecutivo interesserà quindi una superficie complessiva di 27.987 Ha e coinvolgerà circa 248.263 abitanti (dato censimento 1981). …
4. Soggetti e procedure. Il Piano Esecutivo investe un territorio più ampio del Consorzio Urbanistico Volontario e del Consorzio Parco del Ticino … per cui l’Ente territorialmente competente non può che essere la Regione Lombardia. … Dal punto di vista procedurale il ricorso al Piano Esecutivo regionale è previsto dall’art. 18 della L.R. n. 33/1980 in attuazione dell’art. 30 della L.R. 51/1975.
1985
26 Marzo: la Regione Lombardia formalizza con uno specifico atto deliberativo (n. 2031/85) i criteri ed i suggerimenti da fornire a S.E.A. per la redazione del un nuovo P.R.G. di Malpensa.
19 Aprile: partendo dai risultati delle verifiche effettuate, il Consiglio di Amministrazione della S.E.A. approva un nuovo P.R.G. aeroportuale denominato “Malpensa 2000”. Gli accertamenti ambientali, pomposamente richiamati in premessa al nuovo progetto aeroportuale, altro non sono che i già citati studi del luglio-agosto 1982. Questo consente alla S.E.A. ed alla Regione di affermare: “...di aver raggiunto la convinzione che lo sviluppo previsto per l’aeroporto di Malpensa è compatibile con il territorio limitrofo, anche senza considerare l’ipotesi di costruzione della terza pista”.
27 Giugno: mentre le questioni ambientali di Malpensa vengono trattate in modo così pressapochista, in Europa, dopo un dibattito durato anni, viene emanata la Direttiva CEE/337 sulla Valutazione di Impatto Ambientale.
22 Agosto: si procede ad una ulteriore legge di finanziamento parziale per Malpensa, attraverso l’emanazione della legge 449 “Interventi di ampliamento e di ammodernamento da attuare nei sistemi aeroportuali di Roma e Milano”. Sono 480 i miliardi che lo Stato destina per la realizzazione della Grande Malpensa.
23 Dicembre: con nota n. 212781 la Direzione Generale Aviazione Civile del Ministero dei Trasporti, trasmette alla Regione Lombardia la proposta di P.R.G. di “Malpensa 2000” per l’espressione del parere di competenza così come dettato dalla Legge 449/85.
1986
22 Aprile : La Giunta Regionale, con propria deliberazione n, IV/8121, trasmette gli atti relativi al P.R.G. di “Malpensa 2000” al Consiglio Regionale proponendo la formulazione di parere positivo sul progetto di ampliamento aeroportuale.
03 Giugno: il Consiglio regionale approva il P.R.G. di “Malpensa 2000” (Atto IV/274) stabilendo l’obbligo di realizzare, a cura della S.E.A.:
- uno studio di impatto ambientale comprensivo dei fenomeni indotti per ogni tranche di interventi finanziati o posti in esecuzione;
- il dimensionamento dello sviluppo aeroportuale a 8 milioni di passeggeri; subordinando ogni futura espansione alla piena operatività dello scalo di Linate;
- la redazione di un piano d’area ;
- la chiusura notturna dello scalo.
- L’attuazione di uno studio di impatto ambientale relativamente all’ambito territoriale attorno a Malpensa verrà successivamente affidato alla Provincia di Varese mediante l’attribuzione di specifica delega funzionale per la realizzazione del Piano Esecutivo d’Area.
08 Luglio: viene istituito il Ministero dell’ambiente e si comincia a dare attuazione alla Direttiva europea sulla VIA, la 337/85. L’art. 6 della L.349 impegna infatti il Governo a presentare in Parlamento un disegno di legge di attuazione della direttiva 337/85/CEE. L’impegno non verrà mantenuto e questo consentirà a Sea di sottrarre il progetto di ampliamento della Malpensa alle severe verifiche ambientali del protocollo previsto dalla normativa comunitaria.
Dicembre: in ottemperanza al disposto della delibera regionale 274 del 3 Giugno, Sea incarica la società Produzione Ambiente e Risorse (PAR) di elaborare uno Studio di Impatto Ambientale sulla richiesta di ampliamento dell’aeroporto della Malpensa. Il 16 del corrente mese, il ministero dei Trasporti approva la convenzione che regola i rapporti tra il ministero dei Trasporti e SEA per la realizzazione di Malpensa 2000
1987
13 Febbraio : il Ministero dei Trasporti, con decreto n. 903, approva definitivamente il Piano regolatore di Malpensa 2000 Marzo: Sea presenta i risultati finali dello Studio di Impatto Ambientale elaborato dalla società PAR. Pur non essendo ancora stata adottata a livello nazionale la normativa CEE n. 331/85 concernente la valutazione dell’impatto ambientale di determinati progetti pubblici e privati, Sea e PAR dichiarano di aver comunque fatto riferimento alla direttiva comunitaria per l’elaborazione dello studio ambientale (Rapporto di sintesi - capitolo 1.3). In realtà non è così. La direttiva comunitaria viene disattesa nei suoi aspetti metodologici più significativi, a partire dall’elaborazione di scenari di sviluppo alternativi ivi compreso l’opzione zero.
13 Marzo: viene siglato il protocollo d’intesa tra Regione e Provincia di Varese per la redazione del piano esecutivo di Malpensa così come previsto dalla delibera regionale del giugno 1986. La Regione, attribuendo alla Provincia di Varese la delega alla pianificazione del territorio, per ovvie ragione di competenza territoriale, non può che limitare il campo d’impatto dello strumento urbanistico al solo ambito territoriale dei Comuni limitrofi allo scalo, vanificando in tal modo le sensate indicazioni di metodo contenute nello studio preliminare dell’ottobre 1984.
26 Novembre: Con deliberazione n. 262 la Provincia di Varese assegna alla società Techint Compagnia Tecnica Internazionale Spa di Milano, l’incarico professionale per la redazione del Piano Esecutivo d’Area Malpensa.
Dicembre: la Legge Finanziaria 1988 stanzia nel triennio 1988/1990 altri 480 miliardi per il progetto Malpensa 2000.
1988
La Regione Lombardia affida al Nucleo di valutazione degli Studi V.I.A. Pilota - struttura tecnica costituita nel 1984 - il compito di esaminare e valutare gli studi di Impatto Ambientale Sea/PAR relativi alla realizzazione dell’ampliamento dell’aeroporto di Milano Malpensa.
Maggio: mentre il CIPE delibera un finanziamento di 207,6 miliardi per una prima parte delle opere ferroviarie FNM di Saronno Malpensa, il Nucleo di valutazione degli Studi V.I.A. Pilota, con una propria relazione, evidenzia diverse carenze di metodo e di merito dello studio Sea/PAR e ravvisa la necessità di elaborare ulteriori studi specialistici che diverranno oggetto di uno specifico protocollo d’intesa Sea/Regione che verrà siglato il 3 novembre 1988. Alcuni passaggi della relazione del Nucleo di valutazione degli Studi V.I.A., sono particolarmente significativi nell’evidenziare i limiti e le carenze dello studio Sea/PAR. In particolare laddove si “ammette” che gli studi si sono dovuti adeguare al dato di fatto dell’esistenza di un progetto di ampliamento già deciso, venendo così meno al loro principale obiettivo: l’analisi preventiva degli impatti anche al fine di eventuali alternative progettuali.
26 luglio: con atto IV/35081 la Giunta Regionale approva la relazione del Nucleo VIA e predispone la bozza di protocollo d’intesa fra Regione e Sea, contenete impegni ritenuti “indispensabili” affinché i lavori dell’ampliamento possano prendere avvio.
25 Ottobre: il ministro dei Trasporti, Giorgio Santuz, con decretazione n. 093 e 093, approva i primi due progetti del pacchetto Malpensa 2000: “infrastrutture di volo e piste di raccordo” e “recinzioni e posti di guardia”.
03 Novembre: viene siglato il protocollo d’intesa Sea/Regione che prevede l’elaborazione degli studi indicati nella relazione del Nucleo Via e che hanno natura preventiva rispetto alla realizzazione degli interventi.
1989
07 Febbraio : con atto n. 39387 la Giunta regionale della Lombardia istituisce un gruppo di lavoro tecnico con l’obiettivo, entro fine anno, di formulare proposte di aggiornamento delle rotte di sorvolo, delle procedure di decollo e dell’uso del suolo nelle aree in prossimità dello scalo della Malpensa. La Commissione non giungerà a nessuna determinazione!
15 Febbraio: aderendo ad uno specifico ordine del giorno, presentato dal consigliere Zanatto (componente dei Comitati di Lotta), il Consiglio Comunale di Somma Lombardo prende in esame la relazione del Nucleo regionale V.I.A. sullo studio di impatto ambientale della Sea/Par e delibera: “di chiedere al fine di non vanificare definitivamente il lavoro V.I.A. fin qui prodotto, al Ministero dei Trasporti, al Ministero dell’Ambiente, di concerto con la Regione Lombardia, la sospensione dell’av vio dei lavori (nuovo assetto delle piste, recinzione - riferimento Piani Esecutivi, approvati dal Ministero dei Trasporti) fino all’esaurimento degli Studi suelencati”.
02 Giugno:con delibera del Consiglio Direttivo n. 5, il Consorzio dei Comuni di Malpensa (C.U.V.) approva una propria proposta di nuove rotte di decollo da sottoporre alla valutazione della regione Lombardia . Si stabilisce che le nuove rotte di decollo, in funzione delle piste, abbiano lo scopo di minimizzare il disturbo sui centri abitati e, pertanto, si rende necessario proibire il passaggio su tali zone o, in alternativa, sorvolare gli stessi oltre i duemila piedi. Il C.U.V. individua adeguate aree di decollo/atterraggio dove l’inquinamento acustico, con opportune procedure antirumore, assistite da specifica normativa, può essere accettabile. Inoltre il C.U.V. chiede la specializzazione delle piste: pista a Nord per i decolli, pista Sud per gli atterraggi. Ciò nell’ottica dell’attivazione finale dell’Aeroporto, così come previsto nella delibera regionale.
17 Luglio : la Provincia di Varese presenta il Piano esecutivo d’area di Malpensa. L’elaborato, che prende in considerazione un’area di 180 chilometri quadrati con 200 mila residenti, si basa su una previsione di sviluppo aeroportuale di 12 milioni di passeggeri, ed è articolato in dieci punti:
1. accelerare la realizzazione di Malpensa 2000 per evitare che si sviluppi e si consolidi la concorrenza degli altri scali europei; 2. cogliere l’opportunità aeroportuale per progettare una ristrutturazione urbanistica dell’area; 3. creare la “città di Malpensa”, ovvero un nuovo sistema urbano costituito dagli undici Comuni compresi nell’ambito del Piano; 4. valorizzare il posizionamento di Malpensa nell’area regionale e interregionale; 5. avviare un processo di crescita urbana nella fascia di territorio regionale che da Malpensa giunge sino a Bergamo, in prospettiva della futura realizzazione della Pedemontana; 6. creare il Parco della Malpensa come carattere strutturale del nuovo sistema urbano e in continuazione fisica del Parco del Ticino; 7. caratterizzare il modello insediativo con la prevalente conferma dei nuclei esistenti senza ulteriore impegno di aree libere; 8. creare una maglia viaria a reticoli che possa anche assolvere alle esigenze della mobilità locale; 9. puntare sull’innovazione nello sviluppo dei settori produttivi; 10. puntare sui caratteri della modernità e dell’internazionalità nell’habitat e nei sevizi.
Basta questo decalogo, in alcuni punti davvero mistificatorio, per vanificare i propositi dichiarati in premessa, ovvero la limitazione degli effetti negativi dell’insediamento aeroportuale. Infatti il Piano, costato un miliardo e 200 milioni, si presenta come uno strumento per stimolare gli appetiti speculativi dei Comuni, alcuni dei quali, ormai rassegnati all’ineluttabilità di “Malpensa 2000”, puntano ad utilizzare lo strumento del P.T.E.A., per privilegiare la soluzione-monetizzazione dei propri problemi territoriali. Il Piano, da strumento per la valutazione ambientale e la pianificazione esterna del territorio intorno all’aeroporto, si trasforma in un formidabile strumento di baratto con le Amministrazioni locali, ratificandone in modo acritico le scelte urbanistiche. La Grande Malpensa come “bastone” e il piano d’area come “carota” tanto per essere chiari !
Nota: la Cronologia completa è scaricabile da qui in formato PDF; sul tema di Malpensa e i suoi vari incroci con la politica e la questione ambientale, si veda qui anche l'estratto da un recente libro di Giorgio Bocca (f.b.)
Il dibattito promosso dall’Associazione “Italia Nostra” e dalla Rivista “Città e Società”, tenutosi al Piccolo Teatro di Milano la sera del 9 aprile, ha dimostrato, per l’importanza degli argomenti addotti dalle interessanti relazioni che sono state presentate, per la vivacità stessa con la quale si è svolto, per l’eco che ha suscitato nell’opinione pubblica, la necessità di un ben più approfondito esame delle conseguenze che il progettato ampliamento dell’aeroporto di Malpensa può provocare. Al dibattito erano stati invitati, ed avevano garantito la loro partecipazione, i rappresentanti dei due Enti dai quali dipendono le decisioni su questo problema; la S.E.A. - Società Esercizi Aeroportuali - (della quale il Comune di Milano possiede 1’80% delle azioni), che ha predisposto il progetto di ampliamento, e la Regione, che ha la responsabilità del controllo e del coordinamento di tutte le iniziative che si svolgono sul suo territorio. L’assenza verificatasi all’ultimo momento di questi due fondamentali interlocutori, motivata con argomentazioni polemiche, pretestuose ed inaccettabili da una parte, evasive dall’altra, ha lasciato senza risposta gli inquietanti interrogativi emersi dal dibattito, concernenti soprattutto il metodo seguito fino ad oggi nell’esame dei problemi e nell’assunzione delle deliberazioni riguardo ad un argomento di tale rilievo.
Considerato che una decisione non sufficientemente meditata può provocare delle gravissime conseguenze, sia nei confronti degli 80.000 cittadini che oggi vivono all’interno dell’area influenzata direttamente dal movimento degli aerei, sia nei confronti della sopravvivenza della Brughiera del Ticino, una delle ultime risorse naturali della parte più congestionata dell’area lombarda, sia, infine, per tutti gli effetti indiretti di natura urbanistica che l’ampliamento dell’aeroporto può provocare, “Italia Nostra” e “Città e Società” ritengono che a quegli interrogativi debba essere data un’ampia e rasserenante risposta. In particolare risulta necessario chiarire i seguenti aspetti del problema:
● dato che la motivazione fondamentale addotta per giustificare l’ampliamento dell’aeroporto (con un incremento di passeggeri-anno dagli 800 mila attuali a 9 milioni e mezzo) è la necessità di attrezzare uno scalo aereo intercontinentale nell’Italia Settentrionale, si chiede se è stato svolto un approfondito studio, sul modello del “Roskill Report” inglese, dal quale risulti che in tutta l’area padana non esistono alternative più valide alla scelta di Malpensa;
● dato che gli effetti economici indotti da un simile ampliamento sono tali da ripagare i costi d’impianto e da incentivare l’insediamento attorno all’aeroporto di attività commerciali, industriali, di magazzinaggio e trasporto per almeno 30-40 mila nuovi posti-lavoro, si chiede se sia stato previsto ed avviato lo studio di un Piano urbanistico comprensoriale inserito in un valido e già accertato quadro di pianificazione regionale, in grado di prevedere quelle attrezzature per il territorio adeguate alle esigenze di un simile abnorme sviluppo; e se ciò sia compatibile con gli obiettivi di riequilibrio territoriale che la Regione si propone di raggiungere;
● dato che l’aeroporto di Malpensa è situato all’interno del comprensorio naturalistico costituito dalle Brughiere del Ticino e del Gallaratese, si chiede se sia stata verificata l’entità delle perdite che le opere progettate provocherebbero nella consistenza naturalistica della zona, con la conseguente inevitabile compromissione del costituendo “Parco della Valle del Ticino”;
● dato che a tutt’oggi non risulta che tali fondamentali verifiche siano state svolte, si richiede un deciso intervento da parte degli organi più direttamente responsabili, e in particolare del Consiglio Regionale Lombardo e del Consiglio Comunale di Milano (nella sua qualità di principale azionista della S.E.A.), affinché non vengano prese deliberazioni ne autorizzate opere di ampliamento fino a quando non saranno chiariti di fronte all’opinione pubblica i problemi sopra delineati. “Italia Nostra” e “Città e Società” ritengono quindi opportuno richiamare sul caso di Malpensa la personale attenzione di tutti i responsabili e di tutti coloro che sono interessati alla realizzazione di un corretto ed equilibrato assetto del territorio lombardo, nella fiducia che essi vorranno farsi promotori e partecipanti di quel sereno e meditato dibattito che si rende indispensabile come approccio :allo studio e come avviamento alla soluzione di un problema di tanta importanza e gravità.
Provincia di Milano
Parco del Ticino
A – PROPOSTE
1) Denominazione dell’iniziativa: Parco del Ticino.
2) Area interessata: superficie approssimativa: ha 8.550. Comuni interessati (n. 14): Nosate, Castano Primo, Cuggiono, Bernate, Boffalora, Magenta, Robecco, Abbiategrasso, Ozzero, Morimondo, Motta Visconti, Robecchetto, Besate; di cui complessivamente: di proprietà agricola: ha 2.550 circa; di proprietà privata (riserve): ha 6.000 circa.
3) Motivi per i quali si propone la tutela: Uno dei paesaggi più tipici per caratteri del fiume, vegetazione, tipi di insediamento storico ed artistico, interesse faunistico-ittico.
4) Caratteristiche degne di rilievo
● geomorfologiche: terreni alluvionali e fontanili;
● naturalistiche: pioppeti, bosco naturale tipico fluviale padano, lanche e stagni;
● paesaggistiche: brughiera a Nord (Nosate e Castano Primo) e da Boffalora a Morimondo ambientazione di complessi storici, di ville e chiese;
● monumentali, architettoniche: Ponte Vecchio di Magenta, tutte le ville 1400-1800 lungo il Naviglio Grande, Abbazia di Morimondo, Ville a Cuggiono;
● archeologiche: ritrovamenti preistorici, palafitticoli, da Turbigo verso Nord lungo il Ticino, tracce di focolari longobardi nella bassa di Morimondo;
● biotopi: garzaie di Morimondo; essenze principali: rovere, farnia, carpine e pioppo bianco.
Organismi: Enti locali ed Associazioni che hanno sostenuto e sostengono l’iniziativa: Ass. Forestale Lombarda, Ispettorato Forestale, Provincia, Associazione Comuni Est Ticino, Italia Nostra, Camera di Commercio, Amici del Po, W.W.F., T.C.I., Ente Provinciale Turismo.
B – VINCOLI IN ATTO
1) Stato di fatto della pianificazione urbanistica relativa all’area meritevole di tutele, per Comune:
a) Comuni di Besate, Turbigo, Ozzero, Motta Visconti, Cuggiono: P.d.F. approvato. Vincoli di piano per l’area tutelabile: verde agricolo; verde privato ed in minima parte vede pubblico, verde di conservazione forestale;
b) Comune di Magenta: P.R.G. adottato. Vincoli di piano per l’area tutelabile: verde agricolo; verde privato ed in minima parte vede pubblico, verde di conservazione forestale;
c) Comune di Robecchetto: P.d.F. adottato. Vincoli di piano per l’area tutelabile: verde agricolo; verde privato ed in minima parte vede pubblico, verde di conservazione forestale;
d) Comune di Abbiategrasso: P.R.G. in progetto. Vincoli di piano per l’area tutelabile: verde agricolo; verde privato ed in minima parte vede pubblico, verde di conservazione forestale;
e) Comuni di Nosate, Castano primo, Bernate, Morimondo, Boffalora, Robecco: P.d.F. adottato. Vincoli di piano per l’area tutelabile: verde agricolo; verde privato ed in minima parte vede pubblico, verde di conservazione forestale.
2) Vincoli esistenti:
f) vincoli idrogeologici: superficie ha 1.035 circa, localizzati nei comuni di: Besate, Morimondo;
g) vincoli monumentali, edifici protetti: in tutti i comuni per chiese, ville lungo il Ticino e Naviglio Grande, Abbazia di Morimondo, Sovraintendenza a i Monumenti;
h) riserve di caccia: superficie ha 6.000 circa, localizzate in tutti i 14 comuni;
i) colture forestali in atto: superficie ha 3.500 circa, localizzate in tutti i 14 comuni.
C – SITUAZIONE DI FATTO ATTUALE E VARIE
1) Stato di fatto delle opere e degli insediamenti, in atto o in progetto, che possono compromettere l’azione di tutela:
a) insediamenti industriali: Turbigo, Magenta, Robecco;
b) insediamenti di tipo civile: Turbigo, Magenta;
c) infrastrutture viarie e ferroviarie, impianti di risalita, strutture trasportistiche: tranne che nei comuni sopracitati ed in più nel comune di Bernate non si ritiene che l’attuale viabilità e la ferrovia possano suscitare insediamenti compromettenti il Parco. Ovviamente sarà da ristrutturare la viabilità interna primaria e secondaria e lo studio di una strada paesistica;
d) miniere, cave e torbiere: cave di ghiaia e sabbia recuperabili a terreno normale lungo il corso del fiume; circa 10 cave, escluse quelle lungo il letto.
2) Note e varie: La fascia a parco va riferita al più vasto comprensorio che fiancheggia il Ticino da Sesto Calende al Po. Si sollecita una ambientazione protettiva e turisticamente valida delle ville e gli abitati lungo il Naviglio Grande, Tangenziale al Parco Ticino e poi in particolare sarebbero da curare la riserva naturale di Motta Visconti, il parco lungo l’autostrada a Boffalora, le attrezzature sportivo-ricreative ad Abbiategrasso.
3) Bibliografia: Il futuro del Ticino, Ente Prov.le del Turismo; La difesa del Ticino, Sezione Pavese di Italia Nostra; Le Brughiere Lombarde, Assoc. Forestale Lombarda, 1966; Lo studio verde, Atti del Collegio Regionale Lombardo Architetti, 1964.
Milano, 14 maggio 1973. [...]
Provincia di Pavia
Comprensorio del Ticino
A – PROPOSTE
1) Denominazione dell’iniziativa: Comprensorio del Ticino.
1 - Area interessata: superficie approssimativa ha 17.000. Comuni interessati: Cassolnovo, Vigevano, Borgo San Siro, Zerbolò, Carbonara, San Martino Siccomario, Pavia, Travacò , Valle Salimbene, Bereguardo, Torre d’Isola, Gambolò.
2 - Motivi per i quali si propone la tutela: Protezione dell’area fluviale e delle zone boscose circostanti, nonché degli scorci panoramici ambientali ancora intatti, L’area costituisce un polmone verde per la città di Milano, Pavia e Vigevano.
3 - Caratteristiche degne di rilievo:
● naturalistiche;
● paesaggistiche;
● monumentali, architettoniche;
● biotopi: Bosco dei Negri in comune di Pavia, Bosco di Zerbolò, Bosco di Bereguardo e della Zelata.
4 - Organismi, Enti ed Associazioni che hanno sostenuto e sostengono l’iniziativa: Comune interessato, Ente Turismo, Camera di Commercio, C.A.I., Italia Nostra.
B – VINCOLI IN ATTO
1 - Stato di fatto della pianificazione urbanistica relativa all’area meritevole di tutela, per Comune:
a) Comune di Cassolnovo : P.d.F. approvato. Il Comune non è soggetto a P.R.G. obbligatorio;
b) Comune di Vigevano : P.R.G. adottato, P.d.F. adottato. Il Comune è soggetto a P.R.G. obbligatorio;
c) Comune di Borgo San Siro : P.d.F. adottato. Il Comune non è soggetto a P.R.G. obbligatorio;
d) Comune di Zerbolò : P.d.F. adottato. Il Comune non è soggetto a P.R.G. obbligatorio;
e) Comune di Carbonara Ticino : P.d.F. in progetto. Il Comune non è soggetto a P.R.G. obbligatorio;
f) Comune di San Martino Siccomario : P.d.F. adottato. Il Comune non è soggetto a P.R.G. obbligatorio;
g) Comune di Pavia : P.R.G. approvato. Il Comune è soggetto a P.R.G. obbligatorio;
h) Comune di Travacò Siccomario : P.d.F. adottato. Il Comune non è soggetto a P.R.G. obbligatorio;
i) Comune di Valle Salimbene : P.d.F. adottato. Il Comune non è soggetto a P.R.G. obbligatorio;
l) Comune di Bereguardo : P.d.F. adottato. Il Comune non è soggetto a P.R.G. obbligatorio;
m) Comune di Torre d’Isola : P.d.F. approvato. Il Comune non è soggetto a P.R.G. obbligatorio;
n)Comune di Gambolò : P.d.F. adottato. Il Comune non è soggetto a P.R.G. obbligatorio.
2 - Vincoli esistenti:
a) vincoli paesaggistici, ai sensi della legge 29 giugno 1939, n. 1497, localizzati nei comuni di: Cassolnovo, Vigevano, Borgo San Siro, Zerbolò, Pavia, Travacò Siccomario, Mezzanino, Bereguardo, Torre d’Isola, Gambolò;
b) vincoli monumentali, edifici protetti: Castello Cassolnovo, Vigevano, Castello Zerbolò, Pavia, Chiesa Parrocchiale di Travacò, Castello di Bereguardo, Castello di Parasacco di Zerbolò, Palazzo Botta di Torre d’Isola, Villa Cavagna Sangiuliani a Zelata e Palazzo Moino in Bereguardo;
c) riserve di caccia: superficie ha 7.000 circa, localizzati nei comuni di: Cassolnovo, Vigevano, Borgo San Siro, Zerbolò, Bereguardo, Carbonara Ticino, Travacò, Torre d’Isola, Pavia;
d) colture forestali in atto, localizzate nei comuni di: Pavia, Zerbolò, Bereguardo, Borgo San Siro, Vigevano.
C – SITUAZIONE DI FATTO ATTUALE E VARIE
1) Stato di fatto delle opere e degli insediamenti in atto o in progetto, che possono compromettere l’azione di tutela:
a) insediamenti industriali: insediamenti e scarichi industriali in prossimità dei maggiori centri;
b) insediamenti di tipo civile: forti spinte insediative, specialmente nei comuni di Pavia e Torre d’Isola;
c) infrastrutture viarie e ferroviarie, impianti di risalita, strutture trasportistiche: nodo ferroviario a Pavia, ponti ferroviari sul Ticino a Pavia e Vigevano. Il perimetro è delimitato dalle strade statali dell’Est Ticino e dei Cairoli ed è solcato da una buona rete di strade provinciali e comunali bitumate;
d) miniere, cave e torbiere: cave di sabbia e ghiaia in Ticino e nel terrazzamento circostante.
Pavia, 1 giugno 1973.
Proposta di individuazione delle aree meritevoli di tutela naturalistica: area del Ticino (a cura dell’Ufficio Tecnico dell’Amministrazione provinciale di Pavia)
Quella del Ticino è la maggiore area fluviale a bosco tuttora esistente in Lombardia; la sua importanza è primaria sia sotto il punto di vista naturalistico sia da quello paesaggistico. La vasta bibliografia ormai esistente sull’argomento esonera dal dilungarsi, in questa sede, per illustrare quali siano i pregi specifici del vasto comprensorio che, adeguatamente tutelato, verrebbe ad assolvere ad una funzione sociale non facilmente surrogabile.
La superficie totale dell’area proposta è di circa ettari 16.920 ed interessa i comuni di Cassolnovo, Vigevano, Borgo San Siro, Zerbolò, Carbonara Ticino, San Martino Siccomario, Pavia, Travacò Siccomario e Mezzanino in sponda destra e di Bereguardo, Torre d’Isola e Pavia in sponda a sinistra.
Quasi tutti i comuni citati hanno la porzione del loro territorio rivierasco del Ticino sottoposta a vincolo paesaggistico da parte della Soprintendenza dei Monumenti per la Lombardia (presenza di castelli, cascinali, fattorie).
La perimetrazione grafica dell’area è stata desunta da elementi forniti direttamente dal prof. Vaccari ed è stata poi visionata ed approvata dai rappresentanti della Camera di Commercio, C.A.I, e Italia Nostra. [...]
Provincia di Varese
Considerazioni urbanistiche generali in merito alla identificazione di parchi naturali in Lombardia richiesta dalla Regione Lombardia
[...] Ci riferiamo per il Ticino alla sola sponda lombarda. La popolazione al 1 gennaio 1970 dei dodici comuni compresi nell’area era di circa 80.000 abitanti. Gli strumenti urbanistici vigenti al giugno 1970 prevedono una estensione edificata capace di contenere 900.000 abitanti. Molti comuni prevedono la edificazione fino sulla sponda del Ticino, moli prevedono l’insediamento di zone industriali a ridosso o lungo il fiume o nell’area del bacino.
Quasi tutti i comuni prevedono la privatizzazione totale dell’area boscata e delle sponde; le zone libere e comunque destinate alle attrezzature collettive sono irrisorie. Questa situazione proviene oltre che dalle pressioni locali sugli amministratori comunali, dalla mancanza di conoscenza del territorio da parte della Regione. I Comuni pertanto si trovano ad operare scelte assolutamente settoriali e miranti pur sempre ad utilizzare e consumare il territorio e il Fiume per scopi particolaristici.
La proposta di legge regionale per la costituzione di un parco lungo la valle del Ticino (apparsa sul numero di aprile del Giornale della Lombardia e successivamente fatta propria da Italia Nostra e dal World Wildlife Fund), dal punto di emissione dal Lago Maggiore, fino alla confluenza col Po, ci rammenta che l’intervento pubblico su di un fiume può anche essere qualcosa di diverso dalla costruzione di centrali idroelettriche, o di ponti ferroviari e carrai. Si delinea così una filosofia della gestione pubblica degli elementi naturali ben diversa da quella, cui siamo abituati, che postula in essi unicamente vincoli e risorse per attività produttive, si tratta, da parte degli istituti che rappresentano la collettività, di istituire controlli, commissionare progetti, appaltare opere, per rispondere a una domanda in fondo non molto precisata e in gran parte da scoprire, e che solo in prima approssimazione possiamo chiamare “di uso del tempo libero”, “di fruizione del verde e della natura”, “turistica” e così via.
Uno dei compiti del Piano regionale di intervento urbanistico (strumento attuativo del Parco del Ticino, secondo la proposta di legge)dovrà essere, secondo noi, proprio quello di inventare e scoprire, attraverso un accurato vaglio di tutti i sintomi palesi o impliciti, i tipi di fruizione del territorio fluviale, le ragioni che spingono e potrebbero spingere verso il fiume gli abitanti delle fasce urbano rivierasche, compresa Milano, per arrivare a individuare così i tipi di intervento sulle infrastrutture e sulla forma fisica del territorio interessato congruenti con la domanda.
Non è, questa nostra rubrica, il luogo più adatto per entrare nel merito giuridico-urbanistico della proposta di legge.
Quello che qui ci interessa, è sottolineare l’occasione, che si presenta, di un intervento creativo su di un materiale geografico insolito per il nostro paese e per la nostra epoca, intervento mosso da soggetti e operatori altrettanto insoliti per questo compito. Infatti, anche se questa legge sembra soprattutto uno strumento protettivo (anti inquinamento, anti disboscamento, anti cave), non vorremmo per questo che sfuggisse ai lettori la principale ragion d’essere di un intervento pubblico di questo genere: la strumentalizzazione della accessibilità pubblica, collettiva, al territorio interessato.
Non ci importa qui contrapporci ai sacerdoti delle cattedrali ecologiche, con il loro “ odi profanum vulgum”, e con le loro puzze al naso. Nel nostro paese siamo bravissimi a creare false contrapposizioni, come quelle appunto fra la distruzione di risorse naturali e la loro intangibilità assoluta, ignorando ciò che è non ceto una via di mezzo, ma semplicemente il vero problema, cioè la fruizione collettiva di quelle risorse. Protezione e fruizione collettiva delle risorse naturali non sono termini in opposizione, mentre lo sono protezione e appropriazione privata. Solo una presa di coscienza collettiva dei valori della Valle del Ticino potrà dare alla collettività e quindi alle pubbliche amministrazioni la forza politica per proteggere tali valori.
Non si dimentichi che gli operatori primi nella costruzione del Parco sono, nella proposta di legge, le amministrazioni locali.
E come si può credere che si sviluppi una coscienza collettiva dei valori di certe risorse naturali, senza una presa di possesso collettiva di queste risorse, e una abitudine alla continua riscoperta collettiva di questi valori?
Ecco allora che gli interventi pubblici attraverso i quali si dovrà concretizzare la forma fisica del Parco del Ticino si devono pensare come i punti di appoggio di questa presa di possesso collettiva, e la forma fisica che scaturirà da essa sarà la traccia dell’uso collettivo (non si spaventino i sacerdoti delle cattedrali ecologiche, zone di intangibilità ci dovranno essere certamente, è solo un problema di regolamento); esattamente come i castelli del Reno sono stati il punto di appoggio e la traccia fisica di un possesso feudale per un uso militare.
Per questi motivi vogliamo qui ricordare la stimolantissima sventagliata di invenzioni tipologiche e formali posta a conclusione del già citato studio di Cerasi e Marabelli, con la quale gli autori intendevano prefigurare, al di là di un semplice elenco di attrezzature sociali e collettive, la presa di possesso civile del territorio fluviale.
Non deve sembrare fuori luogo questa anticipazione dell’immagine, quando ancora si deve avere la legge approvata, redatto il piano generale e i piani particolareggiati, e ancora devono essere compiuti gli altri passi di un iter per forza lungo e difficile: l’immagine è necessaria per aiutare a rendere più concreti gli obiettivi, e per non perderli di vista strada facendo.
Abbiamo detto che ciò che più ci interessa in questa proposta di legge è la prospettiva di una reinvenzione e ristrutturazione fisica di una risorsa maturale, compiuta da una categoria di operatori pubblici che è istituzionalmente la più vicina alla collettività, cioè dalle amministrazioni locali, sulla spinta di una forte domanda per l’utilizzazione collettiva non-produttiva di tale risorsa. Con questo, ci rendiamo conto di andare al di là della stessa proposta di legge, o almeno del suo testo inteso alla lettera. Se esso ha infatti il merito di essere concreto e realistico circa la possibilità di una sua attuazione, è, proprio per questo, condizionato da una serie di fattori al contorno, che vanno dal regime giuridico della proprietà dei suoli (la proposta si collega alla legge 865, cioè alla legge della riforma per la casa, come all’unico strumento possibile) al regime finanziario delle regioni (tenute a stecchetto dallo Stato).
Fra i due obiettivi, a nostro parere, lo ripetiamo, inscindibili, della protezione e della fruizione collettiva diretta, la proposta ripiega sul primo, nell’impossibilità di perseguire pienamente il secondo.
Il valore di questa proposta di legge sarebbe allora quello di configurare uno strumento intermedio: in attesa di tempi migliori, che permettano di aprire al pubblico i fondi chiusi e le sponde privatizzate, impediamo almeno che i proprietari lottizzino.
Tuttavia, per questo verso, anche tenuto conto realisticamente di tutti i condizionamenti di cui si è detto, il testo della proposta di legge secondo noi può essere migliorato: e vediamo come.
Anzitutto, nel primo articolo, là dove la legge dichiara il suo obiettivo specifico e le sue motivazioni essenziali, non devono apparire solo le ragioni conservativo-protezionistiche, come avviene nel testo attuale. Diciamo questo non perchè ci interessa un’etichetta più ricca di svolazzi, ma perchè sappiano che nelle vicende della applicazione di una legge è di aiuto poter richiamare i suoi obiettivi generali, se essi sono espressi con chiarezza.
Successivamente, il testo della proposta legge classifica tre tipi di territorio in scala decrescente di intangibilità. Di questi, solo il terzo tipo (zone di uso pubblico) ammette l’esproprio e conseguente controllo pubblico delle aree; e allo scopo si stanziano dei fondi. Di che controllo pubblico, però, si tratta?
Gli operatori sono i Comuni e consorzi di Comuni; lo strumento di acquisizione è l’esproprio per pubblica utilità, con indennizzo a prezzo agricolo; delle aree espropriate, però, una metà è ceduta in proprietà e l’altra in diritto di superficie.
A chi saranno cedute le aree?
Si dice che devono essere cedute per “uso pubblico”; d’altronde lo strumento giuridico a cui si fa riferimento è l’art. 27 della legge 865, là dove si descrivono i piani delle aree da destinare a insediamenti produttivi, e dove si specifica che gli impianti produttivi possono essere di carattere industriale, artigianale, “commerciale” e “turistico”.
Si può quindi presumere che i concessionari delle aree di uso pubblico saranno operatori commerciali e turistici, e quindi nella generalità dei casi, l’uso pubblico sarà subordinato al pagamento di una consumazione o di un biglietto.
Quello che manca allora nella proposta di legge è una previsione di costituzione di parchi pubblici veri e propri, in proprietà ai comuni e consorzi.
Eppure la legge 865 prevede chiaramente (art. 9) che l’esproprio a prezzo agricolo per pubblica utilità sia applicato anche per la realizzazione di parchi pubblici e di parchi nazionali, e gli stanziamenti previsti dalla proposta di legge possono ben servire anche a questo, oltre che a mettere in moto le operazioni di “valorizzazione turistica” della zona.
La differenza fra destinazione turistica e destinazione sociale è molto forte, non deve sfuggire a nessuno.
Nel mese di aprile del 1972 il periodico regionale edito a Milano Il Giornale della Lombardia si assumeva il compito di lanciare una proposta di legge di iniziativa popolare per la costituzione di un “Parco della Valle del Ticino”. Lo Statuto della Regione Lombardia prevede infatti la possibilità che una proposta di legge venga avanzata da un’iniziativa popolare che deve concretarsi nella raccolta di almeno 5.000 firme autenticate da un notaio per poter essere ufficialmente presentata agli organi legislativi della Regione stessa, ai fini di una sua discussione ed eventuale approvazione da parte del Consiglio Regionale.
Si riporta qui di seguito il testo della proposta di legge per il suo indubbio interesse, sia da un punto di vista tecnico, per gli importanti contenuti attinenti a problemi di tutela di ambienti naturali, sia dal punto di vista della possibilità di una attiva partecipazione dell’opinione pubblica all’elaborazione di una politica nuova nel campo dell’assetto territoriale.
I - La regione lombarda ritiene che la valle del Ticino sia un bene del patrimonio culturale da tutelare per il suo notevole interesse pubblico a motivo delle caratteristiche morfologiche naturali ed estetiche, con particolare riguardo alla flora ed alla fauna.
Per provvedere alla conservazione della valle ed alla sua utilizzazione per fini sociali, culturali, turistici e di ricreazione dei cittadini lombardi, è istituito il Parco regionale della valle del Ticino. Il parco comprende i terreni interessati dal corso del fiume: da Sesto Calende sino alla confluenza col Po, con la larghezza media di m. 2.000 su ciascuna sponda, semprechè ricadenti nel territorio lombardo, con l’esclusione delle zone comprese nell’aggregato urbano, perimetrato ai sensi della legge 6-8-1967, n. 765. Il comprensorio comprende inoltre le zone di brughiera quale parte integrante sotto il profilo morfologico e naturalistico della valle del Ticino.
Con decreto del presidente della Giunta regionale, da adottarsi entro tre mesi dall’entrata in vigore della presente legge, sentite le Amministrazioni locali interessate, la larghezza della zona del parco può essere ampliata o diminuita in relazione alle caratteristiche naturali dei territori interessati.
II - Il territorio del parco è oggetto di un piano regionale di intervento urbanistico che prevede le seguenti zone:
a) zone di “riserva integrale”, nelle quali il territorio è conservato nella sua integrità, fatti salvi gli interventi per opere di protezione e di miglioria degli elementi naturali;
b) zone di “riserva generale”, nelle quali è vietato costruire nuove opere edilizie, ampliare le costruzioni esistenti, eseguire opere di trasformazione del territorio. In queste zone può essere consentito utilizzare il terreno per boschi, coltivazioni agricole, a pascolo, e possono essere costruite opere di protezione e di miglioria degli elementi naturali;
c) zone di “uso pubblico” costituite da:
- poli di servizio nei quali sono concentrate le attrezzature di interesse turistico funzionali alle esigenze del parco;
- aree di autoparcheggio;
- percorsi pedonali per l’accesso al fiume;
- zone pedonali continue lungo le sponde del fiume.
III - Al piano è annesso il regolamento del parco con cui la regione provvede a disciplinare nel territorio del parco l’esercizio delle attività, l’uso dei boschi, la caccia e la pesca, lo smaltimento dei rifiuti nelle zone di uso pubblico; nonché ad escludere la coltivazione delle cave e miniere, la riduzione del regime delle acque, lo svolgimento di attività pubblicitarie, assicurando nel contempo la tutela della quiete, del silenzio, dell’aspetto dei luoghi.
IV - Il piano di intervento urbanistico è approvato dalla regione lombarda, sentite in conferenze di servizio le amministrazioni locali interessate, entro diciotto mesi dall’entrata in vigore della presente legge.
Il progetto di piano e le allegate norme regolamentari devono essere depositate nella Segreteria dei Comuni il cui territorio è interessato anche in parte dal parco, per la durata di trenta giorni consecutivi, durante i quali chiunque ha facoltà di prenderne visione. Fino a trenta giorni dopo la scadenza del periodo di deposito chiunque abbia interesse può proporre osservazioni sulle quali le singole amministrazioni comunali controdedurranno entro i successivi sessanta giorni, formulando anche le proprie osservazioni. Le determinazioni regionali in ordine alle osservazioni devono essere motivate.
Il piano regionale di intervento urbanistico ha vigore a tempo indeterminato e può essere variato seguendo le procedure fissate nella presente legge per la prima approvazione del piano.
I Comuni il cui territorio sia compreso in tutto o in parte nell’ambito del piano regionale di intervento urbanistico, sono tenuti a uniformare a questo il rispettivo strumento urbanistico (piano regolatore generale o programma di fabbricazione).
Presso la Regione è costituita la commissione dei parchi regionali lombardi composta da sette membri nominati fra gli esperti in ecologia, quattro dei quali da parte della Regione e gli altri tre da parte del CNR e delle associazioni naturalistiche.
V - Per gli interventi urbanistici di esecuzione delle previsioni del piano regionale, i Comuni si consorziano volontariamente ai sensi dell’art. 27 della legge 22 ottobre 1971 n. 865, procedendo alla formazione di piani particolareggiati di intervento.
I Consorzi dei Comuni saranno retti da statuti proposti dai Comuni stessi e da approvarsi dalla Regione. Gli statuti devono prevedere in ogni caso una rappresentanza per la Regione, per la provincia, e dovranno assicurare nella rappresentanza dei Comuni anche la presenza delle minoranze consiliari.
All’atto dell’approvazione, la Regione verificherà la rispondenza degli statuti ai fini istitutivi del parco, nonché l’ampiezza dei territori consorziati per assicurare una equa distribuzione fra i consorzi dei vantaggi e degli oneri che derivano dalla istituzione del parco.
Il piano particolareggiato di intervento, formato dal consorzio di cui al precedente articolo, disciplina l’uso dei suoli, nonché gli interventi per la gestione delle zone di uso pubblico, e ciò anche su deleghe dei poteri conferiti dalle Regioni e dai Comuni. Le zone riservate all’uso pubblico sono espropriate dai consorzi secondo quanto previsto dall’art. 27 della legge n. 865 del 1971. La autorizzazione della Regione alla formazione del piano particolareggiato di intervento è concessa soltanto ai Comuni consorziati ai sensi di quanto disposto dal presente articolo.
Il consorzio utilizza le aree espropriate per la realizzazione di zone di uso pubblico in misura pari al 50% mediante la cessione in proprietà e per la rimanente parte mediante la concessione del diritto di superficie. Sia nel caso di cessione in proprietà che di concessione del diritto di superficie, la aggiudicazione avverrà sulla base di progetti edilizi e gestionali attuativi delle indicazioni del piano regionale del parco e del piano particolareggiato di esecuzione.
VI - La Regione stanzia nei propri bilanci annuali, a partire dal primo esercizio, la somma di L. 150 milioni per la gestione ordinaria del parco. Nel primo esercizio una quota parte di tale somma sarà destinata alle spese di studio e progettazione del piano regionale e dei piani consortili di esecuzione. Stanzia inoltre la somma di L. 200.000.000 a favore dei consorzi dotati del piano particolareggiato di intervento per l’esproprio delle zone riservate ad uso pubblico. Stanzia ancora la somma di L. 150.000.000 quale contributo sui ratei di ammortamento e interessi dei mutui contratti per la realizzazione di programmi di iniziativa pubblica o privata nelle zone di uso pubblico.
Per le opere di sistemazione idrogeologica, per le necessità della lotta all’inquinamento e per ogni altro intervento attuativo della legge in vigore, la Regione svolgerà il necessario coordinamento con lo Stato o conb gli altri enti pubblici ai quali le leggi vigenti affidano competenze.
VII - Fintanto che non sarà decorso il termine previsto per l’approvazione del piano regionale, nel territorio del parco della valle del Ticino è vietata qualsiasi trasformazione di uso del suolo, per il detto periodo sono fatte salve le iniziative in atto.
Subito dopo la pubblicazione del testo della proposta di legge il Consiglio Regionale Lombardo di Italia Nostra, condividendone i motivi ispiratori e gli obbiettivi di fondo, decideva di appoggiare l’iniziativa e, in collegamento con altre associazioni naturalistiche e protezionistiche, indiceva una conferenza stampa nella quale veniva diramato il comunicato qui sotto riportato in cui, all’espressione della solidarietà nei riguardi dell’iniziativa specifica, veniva richiesto all’Ente Regione l’avviamento di una azione politica globale per la tutela della natura e per la creazione di parchi regionali in Lombardia.
L’Associazione Italia Nostra, l’Associazione Nazionale World Wildlife Fund, il Club Alpino Italiano, la Lega Mondiale contro la distruzione degli uccelli, la Federazione Italiana Pesca Sportiva e i sottoscritti cittadini,
considerato che le risorse naturali del territorio della Regione lombarda sono gravemente compromessa da una espansione urbanistica incontrollata, sotto la spinta di uno sviluppo economico erroneamente considerato unico fine della nostra società;
che la conservazione e la pubblica fruizione programmata dei superstiti beni naturali costituisce una delle fondamentali risorse per garantire ai cittadini un più civile livello di vita;
che con l’entrata in funzione delle Regioni i cittadini hanno acquisito la facoltà di intervenire direttamente nella determinazione del loro futuro anche per quanto riguarda l’utilizzazione del territorio ai fini sociali e di equilibrio ecologico;
che in questo quadro è già stata formulata dal Giornale della Lombardia una concreta proposta di legge di iniziativa popolare per la creazione di un parco sul fiume Ticino
dichiarano di appoggiare la proposta per il “Parco della Valle del Ticino” e
chiedono che la Regione, nell’ambito di una politica essenzialmente volta allo sviluppo dei servizi sociali, imposti e realizzi una rigida tutela del superstite patrimonio naturalistico del territorio regionale, in accordo con altre Regioni finitime. Più specificamente
chiedono
a)che venga sollecitamente approvata dal Consiglio regionale la proposta di legge relativa al “Parco della Valle del Ticino”;
b) che vengano avviati immediatamente contatti con la Regione Piemonte per l’estensione del Parco anche alla parte della valle ricadente nel territorio di quella Regione;
c) che successivamente siano realizzati analoghi Parchi lungo le sponde degli altri fiumi lombardi;
d) che, previo censimento di tutti i beni naturali, si adottino immediatamente le opportune norme di salvaguardia, in vista dei successivi provvedimenti tesi a stabilire un’organica e globale politica del verde;
e) che vengano annualmente stanziati nel bilancio regionale adeguati fondi per la realizzazione di tale politica.
Tale comunicato veniva poi considerato quale testo di una petizione da proporre alla firma dei cittadini lombardi e da presentare anch’essa, come manifestazione di partecipazione popolare, agli organi regionali.
Sia la proposta di legge che la petizione iniziavano subito il loro iter per la raccolta delle firme; agli inizi del mese di settembre, esso risultava già compiuto soprattutto per quanto riguarda la prima che aveva già ottenuto l’adesione, più che sufficiente anche per ottemperare al dispositivo statutario regionale, di oltre 7.000 persone.
Ai primi di ottobre, presentata la proposta alla Regione, avveniva un incredibile e doloroso colpo di scena i cui risvolti negativi non possono essere qui sottaciuti: l’Uffici di Presidenza del Consiglio Regionale Lombardo, competente per Statuto ad esaminare la legittimità delle proposte di legge di iniziativa popolare, decideva di respingere la proposta medesima in quanto talune delle sue disposizioni fondamentali, in contrasto con lo Statuto stesso della regione, “prevedono in modo diretto e immediato vincoli e restrizioni alla proprietà fondiaria nell’ambito di un territorio concretamente delimitato”.
La presa di posizione ha immediatamente suscitato fortissime reazioni contrarie a livello di organismi di ogni genere nonché della pubblica opinione: non sembrava credibile, infatti, che il primo tentativo di convogliare la partecipazione popolare sulla traccia di una proposta tendente a realizzare un migliore assetto territoriale attraverso la creazione di un Parco di salvaguardia naturalistica in una delle zone più paesisticamente interessanti della Regione, potesse essere così brutalmente bloccato per motivi, peraltro discutibili, di irregolarità formale.
Il Consiglio Regionale Lombardo di Italia Nostra, unitamente alle altre associazioni che avevano appoggiato l’iniziativa della proposta di legge, emettevano subito un comunicato stampa che qui si riporta integralmente:
L’Associazione Italia Nostra, l’Associazione Nazionale World Wildlife Fund, il Club Alpino Italiano
preso atto con sorpresa e disappunto che la proposta di legge di iniziativa popolare per la costituzione di un “Parco della Valle del Ticino”, a cui esse avevano dato il loro appoggio, è stata considerata inammissibile dall’Ufficio di Presidenza del Consiglio Regionale Lombardo per ragioni di carattere giuridico-formale e procedurale,
denunciano il fatto che l’interpretazione data in ordine ai limiti dell’iniziativa popolare ai sensi dell’articolo 60 dello Statuto regionale rischia di compromettere ogni possibilità di iniziativa popolare legislativa in materia urbanistica e di tutela ambientale e paesistica,
chiedono che il consiglio Regionale Lombardo sia investito dell’interpretazione dell’articolo 60 dello Statuto, tenendo presente che la partecipazione dei cittadini alle scelte di governo del territorio rappresenta uno dei punti fondamentali dell’azione regionale,
propongono comunque che, al fine di superare l’ostacolo frapposto alla sollecita costituzione del “Parco della Valle del Ticino”, le forze politiche presenti in Consiglio Regionale ripresentino la proposta sottoscritta da oltre 8.000 cittadini nel testo originario, per sottolineare il rispetto della mobilitazione popolare manifestatasi in tale proposta, impegnandosi a mantenere nella discussione della legge i tempi previsti per le leggi di iniziativa popolare. In sede di Consiglio Regionale, come d’altra parte i promotori dell’iniziativa avevano preannunciato, potranno essere apportate tutte le necessarie modifiche migliorative al testo proposto.
Le predette Associazioni ritengono che soltanto così potrà essere dimostrata nei fatti concreti l’esistenza di una reale volontà di realizzare una politica di tutela e valorizzazione dell’ambiente in Lombardia.
Nonostante lo smacco subito, appare evidente che l’iniziativa deve ritenersi tuttora valida e proponibile; l’organo che ha effettuato la bocciatura meglio avrebbe fatto se avesse inviato comunque la proposta di legge al dibattito del Consiglio Regionale, dove ogni miglioramento tecnico del testo è naturalmente possibile ed auspicabile e la stessa Associazione è pronta a parteciparvi attivamente.
Ora, tuttavia, è opportuno che la proposta di legge venga ripresentata attraverso i canali normali, perchè possa realmente essere portata al vaglio di una discussione democratica dell’organo elettivo regionale al fine di non disattendere una richiesta che ha ottenuto l’avallo di una così folta rappresentanza della cittadinanza e perché non si perda altro tempo nell’avviare a soluzione il problema della tutela di una delle superstiti zone ancora naturalisticamente importanti della Lombardia.
(a cura del Consiglio regionale lombardo di “Italia Nostra”)
Regione Lombardia, Legge Regionale 9 gennaio 1974, n. 2: Norme Urbanistiche per la tutela delle aree comprese nel piano generale delle riserve e dei parchi naturali di interesse regionale. Istituzione del parco lombardo della valle del Ticino (B.U. 10 gennaio 1974)
Titolo II – NORME SPECIALI PER LA SALVAGUARDIA DEL PARCO LOMBARDO DELLA VALLE DEL TICINO
Art. 8 – Piano territoriale del parco lombardo della valle del Ticino – Il parco lombardo della valle del Ticino è area compresa nel piano generale delle riserve e dei parchi naturali di interesse regionale […]
Art. 9 – Il territorio del parco lombardo della valle del Ticino è delimitato dai confini amministrativi del seguenti comuni:
Provincia di Varese: Arsago Seprio, Besnate, Cardano al Campo, Castrate Sempione, Ferno, Gallarate, Golasecca, Lonate Pozzolo, Samarate, Sesto Calende, Somma Lombardo, Vergiate, Vizzola Ticino.
Provincia di Milano: Abbiategrasso, Bernate Ticino, Besate, Boffalora Ticino, Cassinetta di Lugagnano, Castano Primo, Cuggiono, Magenta, Moribondo, Motta Visconti, Nosate, Ozzero, Robecchetto con Induno, Robecchetto sul Naviglio, Turbigo, Vanzaghello.
Provincia di Pavia: Bereguardo, Borgo San Siro, Carbonara Ticino, Cassolnovo, Gambolò, Garlasco, Groppello Cairoli, Linarolo, Mezzanino, Pavia, San Martino Siccomario, Torre d’Isola, Travacò Siccomario, Valle Salimbene, Vigevano, Villanova d’Ardenghi, Zerbolò.
La regione assume l’iniziativa di coordinare il piano territoriale del parco lombardo della valle del Ticino con le iniziative di pianificazione dell’area che verranno eventualmente avviate dalla regione Piemonte.
Art. 10 –Costituzione del consorzio tra gli enti locali interessati – I comuni indicati nel precedente Articolo 9, nonché le amministrazioni provinciali di Varese, Milano e Pavia, riuniti in consorzio provvedono a svolgere le funzioni previste […].
Art. 11 – Misure speciali di salvaguardia –… fino all’approvazione da parte della regione del piano territoriale di coordinamento … i comuni dovranno rispettare le seguenti norme:
● nelle fasce fluviali, per la profondità delimitata dalla allegata planimetria, che è parte integrante della presente legge, non è consentita alcuna edificazione ad eccezione dei nuclei abitati nelle perimetrazioni ex lege 6 agosto 1967, n. 765, debitamente approvate, del restauro e della ricostruzione degli edifici esistenti, dell’edificazione di attrezzature tecniche e residenziali strettamente necessarie all’esercizio dell’attività agricola e zootecnica, purché non inquinanti. Non saranno altresì consentite: l’apertura di nuove cave; le recinzioni delle proprietà se non con siepi a verde; la chiusura degli accessi al fiume, il mutamento del tipo di coltivazione e piantumazione in atto salvo le normali rotazioni agricole e la pioppicoltura.
2 - il rinnovo delle concessioni di cave in atto ed il loro ampliamento è subordinato al parere favorevole del consorzio […]
3 – La costruzione di strade ed infrastrutture in genere, sia pubbliche che private, anche se previste dagli strumenti urbanistici, dovranno essere autorizzate dalla regione, come pure le nuove richieste di utilizzo delle acque del Ticino:
● nelle zone esterne al perimetro dei centri abitati, per i comuni sprovvisti di strumento urbanistico vigente, e nelle zone agricole o equiparate, per i comuni dotati di strumento urbanistico vigente, saranno consentite soltanto strutture edilizie strettamente pertinenti alla conduzione dei fondi agricoli con volumetria non superiore a 0,03 mc/mq;
● nelle fasce fluviali, di cui all’allegata planimetria, è vietato l’esercizio della caccia, il rinnovo e il rilascio di nuove concessioni di riserve di caccia;
● è altresì vietata la navigazione da diporto con natanti aventi motore di potenza superiore a 20 HP.
4 – i sindaci sono responsabili ai sensi dell’art. 32 della legge 17 agosto 1942, n. 1150 del rispetto delle speciali misure sopra indicate.
Giancarlo De Carlo - La vocazione del Ticino
La fascia di territorio che corre lungo il Ticino da Sesto Calende al Po costituisce uno dei paesaggi italiani più pregiati per i caratteri del fiume, i tipi della vegetazione, i variati modi di insediamento. Rappresenta un ecosistema del tutto particolare nella differenziata gamma del paesaggio nazionale e deve perciò essere considerato un bene culturale unico e quindi inalienabile. La sua alienabilità è confermata dalla funzione che questa fascia di territorio svolge nella intera area metropolitana milanese, soprattutto se si tiene conto di come questa funzione possa essere sensibilmente sviluppata sfruttando le possibilità della area in un coordinato programma urbanistico regionale.
Il primo e il secondo schema del Piano Intercomunale Milanese avevano suggerito infatti che tutta la fascia del Ticino fosse tutelata e destinata ad attività di tempo libero: cioè, ad attrezzature per la cultura e per lo svago al servizio della popolazione che, nell’area di influenza di Milano, lavora ed abita in una condizione di depressione ambientale sempre più deplorevole.
Tutelare la fascia del Ticino significa sottoporla ad un controllo normativo efficiente che dovrebbe vincolarla a “parco fluviale”, in analogia a quanto è stato fatto per i parchi nazionali del Gran Paradiso, dell’Abruzzo, dello Stelvio e del Circeo. Ma anche questo vincolo non potrebbe in alcun modo essere sufficiente se non fosse integrato in un sistema più generale di pianificazione territoriale.
La fascia del Ticino può essere salvata se la si protegge dalla distruzione, ma anche se allo stesso tempo si utilizzano al massimo le sue capacità vocazionali.
Proteggerla dalla distruzione significa impedire gli insediamenti indiscriminati, conservare il verde, tutelare i valori ambientali e soprattutto eliminare la folle distruzione che deriva dall’inquinamento delle acque fluviali. Utilizzare le sue capacità vocazionali significa dotarla di attrezzature per il tempo libero e la cultura, rigorosamente appropriate ai suoi caratteri, e integrarla per questa via in un nuovo sistema territoriale equilibrato, esteso a tutta le regione.
[...]
Proposte elaborate dalla Sezione pavese di Italia Nostra per organizzare e difendere il territorio del Ticino
L’ambiente naturale del Ticino, come ambiente da preservare e da organizzare per attività umane, può essere diviso in due fasce di territorio, la prima comprendente le rive e i terrazzi fluviali, la seconda più larga.La prima fascia, che fa tutt’uno col fiume anche da un punto di vista ecologico, costituisce un vero e proprio bene territoriale prezioso e insostituibile, che può restare al servizio degli uomini solo a patto di mantenere inalterate le sue caratteristiche naturali. Non può dunque servire che per un tempo libero condizionato da un rispetto assoluto per la natura, ivi compreso il silenzio.La seconda fascia, invece, deve essere destinata a funzioni tali: a) da non compromettere l’integrità territoriale della prima; b) da congiungerla armonicamente col resto del territorio. Queste sono, d’altra parte, le funzioni che la identificano.Per quanto riguarda la prima fascia, ne segue che, nel quadro di una politica generale e specifica di difesa della qualità delle acque, dei greti e dei fondali, si tratta di qualificarla giuridicamente in modo analogo ai parchi nazionali, ossia con la sola misura giuridica che attua un rispetto integrale della natura. A fianco di ciò, si tratta inoltre di apprestare degli accessi esclusivamente pedonali mediante sentieri di terra battuta, di creare, sul limite esterno, dei parcheggi automobilistici non visibili dal fiume né dalle strade esterne e di escludere ogni altra opera.I punti nei quali si accede già alle rive del fiume con strade automobilistiche di traffico che lo attraversano, non potrebbero essere facilmente sottoposti a una disciplina così rigida. Questi punti, già incalzati da un tempo libero del tutto indisciplinato, ove fossero accuratamente delimitati, potrebbero servire da utili valvole di sfogo.Per quanto riguarda la seconda fascia, ne segue che si tratta di escludere assolutamente l’insediamento di industrie e di destinarla invece: a) a residenze specializzate, che dovrebbero in linea di massima sfruttare adattandola, l’architettura spontanea del posto; b) ai soli servizi connessi con tale funzione. I mezzi politico-legislativi sono dunque, in questo caso, quelli del piano territoriale regionale dal punto di vista della localizzazione generale delle funzioni, e dei piani intercomunali comprensoriali, a carattere di tutela paesistica dal punto di vista della realizzazione pratica.
Risoluzione sulla difesa del Ticino votata da più di duemila cittadini liberamente convenuti al Teatro Fraschini la sera del 2 marzo 1967
I cittadini di Pavia, di Vigevano e degli altri Comuni rivieraschi del Ticino, riuniti in assemblea al Civico Teatro Fraschini di Pavia il 2 marzo 1967
presa in esame
la grave incombente minaccia di inquinamento delle acque e di distruzione dell’ambiente naturale del Ticino a seguito della costruzione dello scolmatore cosiddetto di nord-ovest;
affermano
che il Ticino per qualità e quantità d’acqua deve essere almeno conservato nelle condizioni attuali;
chiedono
alle Amministrazioni, agli Enti, ai parlamentari della regione:
1- di intervenire presso il Governo per ottenere la definitiva rinuncia al progetto di scaricare in Ticino le acque di magra dell’Olona e degli altri corsi d’acqua del Nord-Milano
2- di procedere alla nomina di una commissione di esperti che studi l’effettivo grado di inquinamento delle acque di piena dell’Olona, allo scopo di stabilire se anche il deflusso di tali acque in Ticino non sia da vietare
3 - di prendere in esame la possibilità di utilizzare il tratto di scolmatore già costruito per scaricare nel Ticino, in caso di acqua di piena, le acque del Naviglio Grande in luogo di quelle dell’Olona, ottenendo gli stessi effetti
4- di ottenere l’immediata sospensione della costruzione del II tronco dello scolmatore e del III tronco recentemente appaltato, e la interruzione della istruttoria relativa al tratto fra Olona e Seveso;
invitano
i parlamentari della regione ad adoperarsi per ottenere l’emanazione:
a) di una legislazione adeguata sulle acque che imponga la depurazione all’origine degli scarichi industriali, la distinzione tra fiumi non inquinabili come il Ticino e corsi d’acqua nei quali possono essere tollerati diversi gradi d’inquinamento;
b) di una legge che proibisca tassativamente l’uso dei detersivi non biodegradabili;
invitano
a) le Amministrazioni e gli Enti interessati a chiedere – come prima e parziale misura a breve termine – alla Sopraintendenza ai Monumenti che ponga il vincolo paesistico sulle zone rivierasche del Ticino;
b) “Italia Nostra” a formulare una proposta di destinazione della zona del Ticino a parco fluviale in quanto bene territoriale comune;
c) le Amministrazioni e gli Enti interessati a nominare un gruppo di lavoro che elabori tale progetto, da inserire, ad opera delle stesse Amministrazioni, nel programma del C.R.P.E. e nel piano territoriale della regione lombarda;
raccomandano
alle Amministrazioni e agli Enti interessati di chiedere la urgente convocazione del Comitato Provinciale di coordinamento delle acque.
[Indice completo dell’opuscolo - Tip. Fusi, Pavia 1968]
Mario Albertini (Presidente della Sezione pavese di Italia Nostra), Introduzione
Giancarlo De Carlo, La vocazione del Ticino
Mario Pavan (Direttore dell’Istituto di Entomologia Agraria dell’Università di Pavia), Difesa ad oltranza contro gli inquinamenti
Eugenio De Fraja Frangipane (Direttore dell’Istituto di Ingegneria sanitaria del Politecnico di Milano), Un programma per la tutela delle acque
Giuseppe Mariani (già Presidente della Sezione Idraulica del Consiglio Superiore dei lavori Pubblici), Le acque di rifiuto e la legislazione
Sergio Baratti (rappresentante del Collegio Ingegneri e Architetti della provincia di Pavia), Una soluzione alternativa al problema delle acque di piena del Nord-Milanese; L’inquinamento dell’onda di piena dell’Olona e del Severo
Proposte elaborate dalla Sezione pavese di Italia Nostra per organizzare e difendere il territorio del Ticino
Risoluzione sulla difesa del Ticino votata da più di duemila cittadini liberamente convenuti al Teatro Fraschini la sera del 2 marzo 1967
Siro Brambilla (Presidente della Sezione provinciale pavese della Federazione Nazionale Pesca Sportiva), Il parere dei pescatori
Oddo Carboni (rappresentante regionale lombardo della Federazione Italiana della Caccia), La voce dei cacciatori
Inseriamo qui di seguito la parte iniziale della relazione introduttiva di Patrizia Colletta al convegno nazionale “Il governo del territorio: la sfida della qualità e della innovazione”, Firenze 16 ottobre 2006, il cui testo integrale è allegato in formato .pdf. In calce le osservazioni di E. Salzano
VERSO LA RIFORMA DEL GOVERNO DEL TERRITORIO
Il tema del governo del territorio ha una grande rilevanza per far esprimere al “sistema Paese” le sue potenzialità, determinate dalla complessità e dalla ricchezza del patrimonio urbano, infrastrutturale, storico-artistico, ambientale e paesaggistico. Solo declinando questi temi in un’ottica di sviluppo sostenibile è possibile costruire una ipotesi di modernizzazione e di innovazione del Paese.
Uno dei punti fondamentali per il rilancio del Paese e per l’azione del Governo è rappresentato dalla sostenibilità ambientale, economica e sociale delle politiche e delle strategie che interessano il territorio e la sua sicurezza, il sistema delle città e delle infrastrutture la qualità dell’ambiente urbano, la riconversione ecologica del sistema produttivo.
Per vincere questa sfida è necessario pensare alla qualità del territorio, delle città e della produzione, come uno dei “motori” per far ripartire l’Italia, coniugando le opportunità della modernizzazione con il limite delle risorse non rinnovabili, a cominciare dal suolo, dall’aria e dall’acqua con le politiche di solidarietà, di equità e di inclusione sociale.
Per affrontare il tema del governo del territorio, dei suoi principi e delle sue regole, è necessario partire dalle condizioni che hanno determinato le trasformazioni subite dal territorio e dalle città in questi anni, ma anche dalle scelte effettuate e dagli strumenti che abbiamo utilizzato per “governare il cambiamento”. Significa anche oggi rendere esplicito e positivo il tema della “leale collaborazione” tra le istituzioni titolari di diverse competenze che contribuiscono a determinare le decisioni democratiche, condivise e trasparenti sugli obiettivi dello sviluppo e della trasformazione del territorio, rendendo consapevoli i cittadini dell’effetto di tali scelte.
Il ruolo delle Regioni è stato determinante, molte di queste hanno avviato significativi percorsi legislativi, con riforme di nuova generazione in virtù delle responsabilità che la Costituzione ha loro assegnato.
Il dibattito sul governo del territorio è ormai avviato da più di dieci anni. In questo periodo, si sono registrati alcuni fatti di particolare rilevanza, passaggi istituzionali e di mutamento della società italiana; questi elementi sono utili per l’impostazione del nostro ragionamento e riguardano:
- il contesto istituzionale e politico di riferimento del quadro legislativo nazionale costituito dalla Legge 1150 del 1942, del tutto diverso e antitetico a quello attuale, che si è poi evoluto nella realtà dello sviluppo immobiliare del dopoguerra e dei successivi periodi di contrazione economica, con la modificazione dei modelli insediativi e della produzione, che hanno provocato una “stratificazione” normativa, spesso di settore, che rende oggi particolarmente complessa e contraddittoria l’azione di pianificazione del territorio;
- il progressivo e sempre più deciso riformismo regionale ha visto dal 1995 ad oggi l’introduzione e la sperimentazione operativa di strumenti, regole e istituti che possono costituire una solida base di partenza;
- in ultimo, l’esperienza – con aspetti positivi e negativi – prodotta con le diverse generazioni di programmi complessi e integrati, i quali si sono inseriti, progressivamente, all’interno delle regole di pianificazione delle regioni.
Oggi abbiamo le premesse e le condizioni per riorganizzare, ottimizzare e innovare una disciplina che vede coinvolte tutte le istituzioni dello Stato e che è centrale rispetto al tema della competitività e della coesione in ambito europeo per le nostre città e per i sistemi territoriali.
Un passaggio importante lo abbiamo fatto nel programma dell’Unione nel quale si considera il territorio un grande patrimonio per … la sua ricca biodiversità, per la sua qualità ambientale e paesistica, per la presenza diffusa di beni culturali, storici e archeologici. Rappresenta quindi una risorsa fondamentale per la qualità della vita e dello sviluppo presente e futuro.
L’ampio dibattito nelle sedi politiche e culturali che si è aperto sui diversi disegni di legge ha prodotto elementi di informazione, di conoscenza e di esplicitazione dei diversi temi che formano la disciplina del governo del territorio.
Le stesse iniziative politiche svolte nell’ambito delle attività del Dipartimento Politiche della sostenibilità dei DS negli ultimi due anni e il dibattito alla Festa nazionale dell’Unità di Pesaro, del settembre scorso, hanno contribuito in modo sostanziale all’ulteriore avanzamento della proposta programmatica.
L’approccio è stato quello di elaborare le scelte con il contributo e il sostegno di chi, come le nostre amministrazioni e istituzioni, si cimentano quotidianamente sulle scelte politiche di governo locale, valorizzando le esperienze e il patrimonio del confronto politico e culturale, rappresentato anche dai contenuti delle nostre proposte di riforma presentate nelle scorse legislature.
Proponiamo quindi, di consolidare il percorso di confronto e di dialogo con i nostri rappresentanti nelle istituzioni a partire dagli enti locali, nella comunità scientifica e accademica, nel mondo della rappresentanza sociale e ambientalista, oltre che nel mondo economico e dei portatori di interessi diffusi, al fine di predisporre una legge sul “governo del territorio” che rappresenti un punto di vista avanzato e condiviso di una questione così complessa.
Alcuni temi di riflessione:
- la necessità di coordinare e allineare la normativa nazionale sul “governo del territorio” alla realtà istituzionale rinnovata e alle esperienze regionali, rendendola sinergica con le discipline interconnesse e con quelle settoriali (ambiente, tutela e valorizzazione dei beni paesistico-ambientali, aree protette…, infrastrutture e mobilità) e inquadrando le regole in un sistema coerente e condiviso di “principi”;
- l’esigenza di programmare lo sviluppo e la trasformazione del territorio, delle infrastrutture e delle nostre città, tenendo conto della programmazione e degli indirizzi comunitari, con la partecipazione dello Stato, delle regioni, delle province, dei comuni e delle città metropolitane per costituire un “sistema unico coordinato” del governo del territorio;
- la possibilità di creare le condizioni per rafforzare la capacità di governo del territorio da parte delle Amministrazioni locali per la riqualificazione della città, la manutenzione del territorio, per lo sviluppo dell’impresa agricola multifunzionale e la prevenzione dai rischi naturali e antropici.
La riforma costituzionale del Titolo V, approvata dal centrosinistra, ha costruito un sistema complesso di materie e funzioni che hanno attinenza allo sviluppo e alla trasformazione del territorio, con una diversa attribuzione delle funzioni legislative in via esclusiva, concorrente e, in parte, anche residuale. Riconnettere e rendere sinergici tutti gli aspetti che contribuiscono alla qualità della vita dei cittadini è un compito della riforma del governo del territorio attuata da un sistema istituzionale nazionale, regionale e locale coeso che agisca con programmi, piani, misure e strumenti coerenti e sinergici.
I soggetti protagonisti di questa azione di rinnovamento e di nuova capacità di gestione del territorio sono principalmente le regioni e gli enti territoriali i quali devono trovare in una legge quadro per il governo del territorio gli elementi costitutivi e i principi fondamentali al fine di operare con riferimenti di certezza e omogeneità, ma dotati della necessaria flessibilità per consentirne la declinazione in base alle diverse situazioni economico-sociali e ambientali dei territori regionali.
Ma la complessità della materia e la sua interconnessione con diverse altre comporta tuttavia, una formulazione normativa differenziata e dinamica, in particolare per quanto riguarda gli elementi e i requisiti minimi da rendere omogenei sul territorio nazionale.
In questo senso, il disegno di legge sul governo del territorio dovrà essere il risultato di un processo di discussione dal “basso verso l’alto” volendo costruire, anche nel metodo di formazione della legge, quegli elementi di condivisione e di concertazione indispensabili e ineludibili di qualsiasi scelta riguardante lo sviluppo e la trasformazione del territorio.
Se le funzioni legislative concorrenti e quelle amministrative sono attribuite alle Regioni vi sono alcuni aspetti di competenza esclusiva dello Stato, che devono essere espressi con norma di dettaglio, si tratta delle dotazioni territoriali per la garanzia dei livelli minimi essenziali, del diritto di proprietà, della parità nel processo di pianificazione e attuazione fra diritti pubblici e diritti privati, della fiscalità urbanistica.
Il dibattito che si è svolto fino ad oggi ha consolidato una serie di orientamenti.
La legge non deve prefigurare modelli “astratti” o standardizzati, ma favorire le migliori pratiche già in essere, assumendo queste come riferimenti per far progredire il complesso delle normative, degli strumenti, dei metodi e dei processi di governo del territorio.
Infatti, l’attuazione della funzione di “governo” alla luce della nuova Costituzione risiede nella capacità di governare il territorio programmandone lo sviluppo, l’assetto e l’uso del suolo, in connessione con le tematiche di tutela e valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici e delle risorse ambientali.
La proposta di riforma del governo del territorio dovrà allora contenere:
- la definizione dei principi e delle finalità del governo del territorio;
- il sistema di relazione tra i soggetti istituzionali e il coordinamento tra le diverse materie ricomprese nel governo del territorio e quelle connesse di tutela e valorizzazione dei beni paesaggistici e culturali, dell’ambiente nonché la programmazione economica e quella del sistema infrastrutturale;
- la disciplina della pianificazione, i contenuti, gli strumenti e le relative modalità di attuazione;
- la disciplina edilizia e le regole per la legalità del territorio.
Il documento di Patrizia Colletta prosegue sviluppando i punti ora elencati; si veda il testo integrale allegato in formato .pdf. Qui di seguito la nota di Edoardo Salzano
OSSERVAZIONI ALLA RELAZIONE DI PATRIZIA COLLETTA
Cara Patrizia, hai cortesemente chiesto il mio parere sul tuo documento del 13 ottobre. Ho colto lo sforzo di tener conto di tutte le posizioni, anche quelle che finora sono state tenute ai margini. Ma leggo anche molte ambiguità, e qualche passaggio francamente preoccupante. Ecco qualche rapida osservazione, seguendo l’ordine del tuo testo.
Sostenibilità ambientale, economica e sociale
Fin dall’inizio del tuo testo ti riferisci alla “sostenibilità ambientale, economica e sociale delle politiche e delle strategie che interessano il territorio ecc.”. Mi sembra che con questa espressione il termine “sostenibilità” perde il significato, compromissorio ma severo, che aveva nell’accezione della Commissione Brundtland, e diventi sinonimo di “sopportabile”.
Non è questione solo terminologica. Mentre nell’accezione ONU rinvia a una precisa nozione di limite non superabile nell’uso delle risorse ambientali, e pretende la giustificazione di ogni utilizzazione di una risorsa ambientale non sostituibile, nell’accezione che adoperi le risorse ambientali, indipendente da ogni loro limite e sostituibilità, diventano qualcosa che va adoperato tenendo conto di non gravare sulle simmetriche esigenze dell’economia (quale?) e della società (quale?).
Insomma, nell’accezione che tu adotti “sostenibile”, divenuto “sopportabile”, è attributo a qualsiasi meccanismo di crescita indefinite di alcunché: dalla crescita nasceranno anche le risorse utili per mitigare, addolcire, imbellettare, rendere “sopportabili”, gli effetti degli sprechi di risorse che episodicamente commuovono i direttori dei giornali.
Programmi complessi e integrati
Più avanti (p. 2) ti riferisci a “l’esperienza – con aspetti positivi e negativi - prodotta con le diverse generazioni di programmi complessi e integrati, i quali si sono inseriti, progressivamente, all’interno delle regole di pianificazione delle regioni”.
Mi sembra un giudizio troppo neutrale. Non credo che si possa dimenticare che lq stragrande maggioranza di quegli strumenti è stata adoperata per violare le regole urbanistiche, avvantaggiare la proprietà immobiliare, ottenendo contropartite sociali irrisorie e mobilitando risorse private del tutto marginali.
Se si vuole continuare ad adoperare strumenti simili (invece di dare analoghi contenuti agli strumenti tipici della pianificazione attuativa) occorrerebbe ribadire con forza che essi devono essere rigorosamente conformi gli strumenti urbanistici formati con le procedure garantiste ordinarie.
“Parità fra diritti pubblici e diritti privati”
A proposito delle “funzioni esclusive dello Stato” (p. 3-4) affermi la necessità di garantire la “parità nel processo di pianificazione e attuazione fra diritti pubblici e diritti privati”. Mi sembra un evidente scivolone lessicale. La titolarità pubblica della pianificazione, e quindi l’originaria disparità tra diritti pubblici e diritti privati in questo campo, mi sembra implicito nel concetto stesso di pianificazione urbanistica democratica.
Del resto tu stessa, poco più avanti, affermi (con parole limpide) che “il principio di pianificazione, espresso in relazione ai diversi livelli istituzionali, deve garantire la funzione pubblica di tale attività, salvaguardando i beni comuni e consentendo l’uguaglianza dei diritti e dei doveri all’uso e al godimento degli stessi beni”.
Consumo di suolo
Scrivi che “gli atti di governo del territorio dovranno fondare le proprie previsioni sul principio di sostenibilità, sulla necessità di preservare le risorse non rinnovabili e essenziali, limitando in particolare il consumo di suolo non urbanizzato, favorendo il recupero delle risorse degradate e garantendo una efficace tutela e valorizzazione del patrimonio paesaggistico, storico e culturale, nonché la riduzione dei consumi e l’incremento dell’efficienza energetica (p. 5).
Giusto, ma adoperare – a proposito del concumo di suolo – il termine “limitando” mi sembra di una debolezza estrema, se si tiene conto dei processi reali. Vogliamo davvero arrestare lo sprawl, la dispersione insediativi, l’espansione indefinita della “repellente crosta di cemento e asfalto”. E allora bisogna prescrivere e rigidamente applicare regole che prescrivano la rigorosa dimostrazione della necessità sociale di ogni sottrazione di un metroquadrato di terra alle utilizzazioni non urbane.
Assetto territoriale nazionale
Parli giustamente della necessità di una “stretta connessione tra la programmazione economica, quella infrastrutturale e per la mobilità con la pianificazione del territorio”. Sostieni che “sarebbe utile pensare che annualmente il Governo, nella sede della Conferenza Stato-Regioni, possa concertare un Documento di programmazione del territorio, assegnando le priorità di intervento e di investimento per il perseguimento degli obbiettivi di coesione territoriale, dando così certezza sia agli enti territoriali che alle imprese e ai cittadini”. Ma credo che prima della programmazione annuale sia necessario quello che le leggi dello Stato già prevedono fin dal 1977, cioè la formazione di un documento che definisca “i lineamenti dell’assetto territoriale nazionale”, dove le diverse esigenze (tutele, infrastrutture di vario tipo, altre politiche territoriali nazionali) trovino la loro composizione.
Pianificazione strutturale
Scrivi che “é ormai consolidata l’esigenza di assegnare agli strumenti di pianificazione un doppio livello, con un piano di governo del territorio strategico strutturale, non conformativo della proprietà e l’altro operativo, che invece conforma il regime dei suoli e dà attuazione alle previsioni”.
Sono stato tra i primi a proporre e a sperimentare il “doppio livello”, quindi figurati se non sono d’accordo. Ma credo che prima di promuoverne la generalizzazione bisognerebbe verificare in che modo è stato applicato nelle diverse legislazioni regionali. Secondo me malissimo (almeno a considerare l’esperienza della Toscana, che conosco meglio), nonostante le potenzialità della proposta.
Il fatto è che la pianificazione strutturale dovrebbe essere rigida per quanto riguarda le tutele, partire dal livello regionale e provinciale, essere verificata nell’attuazione dei suoi precetti. Tieni conto che nella pratica viene impiegata per evitare qualsiasi verifica regionale sulle scelte concrete di trasformazione del suolo.
Pubblico/privato
Scrivi: “è importante definire le regole per la collaborazione tra il pubblico e i soggetti privati, il partenariato pubblico-privato per l’attuazione degli interventi, in un quadro di riferimento strategico a regia pubblica definita dal piano, con modalità che tutelino la concorrenza, la trasparenza dei procedimenti e la partecipazione dei soggetti privati ai quali affidare, anche per la capacità imprenditoriale e l’efficienza, il miglioramento e l’innovazione nei processi di trasformazione urbanistica ed edilizia” (p. 7).
Il piano non deve dare solo “un quadro di riferimento strategico”: deve dare localizzazioni, quantità, regole, modi e tempi per l’insieme delle trasformazioni territoriali. Non deve essere solo “a regia pubblica”, nel senso che non deve comporre interessi diversi (ciooè gli interessi forti dei diversi poteri immobiliari), ma deve essere “pubblico” tout court, ed esprimere l’interesse generale.
Diritti edificatori
Scrivi: “anche sulla definizione dei contenuti minimi della proprietà e l’equa attribuzione dei diritti edificatori è importante che la legge statale, data la competenza esclusiva della materia, offra un quadro di riferimento chiaro e articolato per le amministrazioni locali” (p. 8).
Secondo me non ha senso fare un passo indietro rispetto alla situazione di diritto attuale. E oggi una giurisprudenza costante conferma che i diritti edificatori nascono SOLO con il rilascio dell’atto abilitativo. Piani generali e attuativi non conferiscono OGGI alcun “diritto”, tanto meno “edificatorio”. Vogliamo fare questo regalo alla rendita? Non ne riesco a comprendere la ragione. Magari la ragione c’è, e io non la vedo: discutiamone.
“Modalità espropriative, perequative e compensative”
Scrivi ancora che le amministrazioni locali “ tenendo conto delle ristrettezze di bilancio, potranno dare attuazione alle previsioni e garantire le necessarie dotazioni territoriali con interventi diretti, modalità espropriative, perequative e compensative” (p. 8). Questo è un punto chiave: non giuridico né tecnico, ma prima d’ogni altra cosa politico.
L’unica perequazione e compensazione pulita è quella che si fa, a partire dal 1967, all’interno dei piani attuativi conformi ai piani urbanistici generali. Le “dotazioni territoriali” si ottengono accollandole agli utilizzatori mediante la cessione delle aree e gli oneri di urbanizzazione, i quali devono essere vincolati alla realizzazione delle urbanizzazioni previste dai piani. Tutto questo c’era già nelle “leggi di riforma” (quando le riforme erano una cosa abbastanza seria), occorre ricordarlo e, là dove il berlusconismo lo ha appannato, restaurarlo.
Quando gli espropri si devono fare si fanno: le leggi relative all’indennità espropriative erano state progressivamente migliorate, non so se poi le cose sono cambiate ma anche qui, se è necessario, vanno restaurate e fatte funzionare quelle che c’erano. Il problema vero è come far sì che i costi delle urbanizzazioni (che devono essere interamente pagate dall’operatore immobiliare) non vengano accollate al consumatore finale (affitto) in aggiunta alla rendita immobiliare: ma questo è un problema di prelievo fiscale. Il Governo Prodi sembrava voler andare in questa direzione: imbocchiamo la strada opposta?
Già, perchè l’altra “perequazione” è semplicemente un regalo alla rendita immobiliare. Esamina i numerosissimi casi. L’operazione che sta andando avanti in larga scala, in tutte le regioni d’Italia, è questa: il regalo di edificabilità agli immobiliaristi in cambio di “crescita”, e della cessione di qualche pezzo d’area destinato a standard: qualche pezzo cui magari per qualche anno si potrebbe rinunciare, lasciandola (o destinandola) a verde agricolo (che non è un vincolo “di tipo espropriativo”, e che spesso può essere un vincolo “ricognitivo”). Pezzi storici di “aree a standard” saranno sottratti per sempre alla fruizione pubblica per consentire alla città di “crescere” inutilmente: guarda la mia nota su Carta di domani).
Su questo argomento (l’uso perverso della perequazione) aprirò una campagna in eddyburg. Mi piacerebbe se anche tu vi partecipassi.
Edoardo Salzano, Venezia 25 ottobre 2006
Riforma urbanistica: dal fallimento della L.R. 30/2005 un nuovo disegno di legge anacronistico e disorganico
Sta per essere sottoposto all’esame dell’Assemblea delle Autonomie e, successivamente, del Consiglio regionale il disegno di legge regionale “Riforma dell’urbanistica e disciplina dell’attività edilizia e del paesaggio” (DDLR n. 2114/2006), che il WWF Friuli Venezia Giulia ha preso in esame nel dettaglio.
Salta immediatamente all’occhio come il DDLR 2114/2006 abroghi i primi 8 articoli della legge regionale n. 30 del 13 dicembre 2005, cosiddetta “Legge Sonego”, sulla quale il WWF aveva espresso forti critiche. Tale legge, presentata come base della riforma urbanistica regionale e del nuovo Piano Territoriale Regionale, è stata anche impugnata dall’Unione delle Province Italiane e dal Governo. Il DDLR di riforma ora presentato, a distanza di soli 9 mesi, è un segno evidente che le critiche mosse allora dal WWF erano ampiamente motivate, mentre per contro la politica regionale in materia urbanistica appare confusa e priva di chiare linee di intervento.
L’attuale disegno di legge, tuttavia, non appare migliorativo rispetto alla precedente legge regionale 30. Esso non si pone esplicitamente l’obiettivo prioritario di tutelare il territorio e il suolo (in particolare quello agricolo) arrestandone il consumo, come prevedono invece molte normative di altre Regioni italiane. Al contrario introduce pratiche perniciose di “urbanistica contrattata”, quali la perequazione e la compensazione urbanistica e territoriale, che appaiono funzionali esclusivamente agli interessi della speculazione immobiliare.
Il disegno di legge non affronta poi il problema fondamentale della ripartizione delle competenze urbanistiche tra Regione e Comuni, che rinvia a non meglio precisati futuri strumenti normativi. In riferimento alla riforma dei Piani regolatori comunali, il DDLR complica irrazionalmente le procedure di formazione e moltiplica gli strumenti urbanistici di livello comunale (PSC, POC, PAC, Intese, ecc.). Inoltre fa ricadere quasi completamente sui Comuni – attraverso l’incentivazione di forme di pianificazione sovracomunale – le competenze sulla pianificazione d’area vasta, che perdono così la loro funzione di coordinamento e rischiano di favorire un’ulteriore cementificazione del territorio.
Da ultimo, il disegno di legge limita fortemente le possibilità di partecipazione del pubblico alla formazione e valutazione degli strumenti urbanistici, senza precisare in alcun modo l’implementazione delle metodologie di Agenda 21 e le procedure di Valutazione Ambientale Strategica (VAS), richiamate solo formalmente nel testo. Così come non prevede un utilizzo delle possibilità offerte dagli strumenti informatici, per favorire la condivisione delle conoscenze e incentivare la partecipazione del pubblico all’attività di pianificazione.
Postilla
Se qualche speranza si poteva riporre nel Consiglio delle Autonomie, alla prova del voto, nella riunione del 19 ottobre, essa è rimasta delusa: il Consiglio si è espresso all’unanimità a favore dell’approvazione “con raccomandazioni” del disegno di legge.
Nel comunicato stampa, apparso sul sito della Regione, si legge che l’assessore Sonego, al termine della riunione, ha espresso la propria soddisfazione dichiarando che “Il voto unanime del Consiglio delle Autonomie è un viatico positivo per una rilevante riforma”.
Da quanto per ora si sa “Il disegno di legge che la Giunta invierà al Consiglio manterrà la bipartizione della pianificazione territoriale tra Regione e Comune, la Provincia avrà la funzione di predisporre quadri conoscitivi e strategici di area vasta”.
Per conoscere gli effettivi contenuti, e soprattutto in cosa realmente consista la reintroduzione di competenze per le Province e quali siano ruolo e elementi distintivi di tali “quadri conoscitivi e strategici di area vasta” bisogna aspettare il testo modificato; appena sarà disponibile, si ritornerà sull’argomento (d.v.).
A dieci anni dalla morte c’è un ritorno di attenzione verso Antonio Cederna, come dimostra anche la riedizione de «I vandali in casa» curata da Francesco Erbani. Ci è mancato, il contributo di Cederna. Il movimento che si batte per la tutela delle coste, i sardi, gli devono molto: senza le sue denunce chissà quanti altri scempi si vedrebbero in giro per la Sardegna. La sua assenza ha pesato nel confronto di questo decennio di cui sarebbe stato informatissimo, per la propensione ad affezionarsi ai luoghi che visitava.
Qualcuno ha notato un aspetto rimasto in ombra: che un intellettuale nato al Nord e trasferito a Roma si fosse innamorato della «città più bella e più complessa del mondo», preoccupato dei pericoli che correva fino al punto di dedicare ad essa la gran parte dei suoi studi e delle sue attenzioni di archeologo-urbanista. La sua generosa disponibilità a muoversi continuamente, lo portava a riflettere con puntuale attenzione, e con molta rabbia, sulla progressiva distruzione del paesaggio del Bel Paese (di cui rischia di restare solo l’etichetta di un formaggio, aveva detto in uno dei tanti dibattiti); un’attenzione che ha sempre sottinteso il senso unitario del paesaggio italiano e avvertito il rischio di una irreversibile perdita di scenari differenti ma collegati da vicende storiche comuni.
Per tanti anni ha scritto sul Mondo di Pannunzio, poi sull’Espresso e sul Corriere della Sera, quindi su La Repubblica articoli di fuoco contro gli scempi di località più o meno note delle diverse regioni italiane. Le sue denunce sono arrivate, provvidenziali (o sgradite), ad interessare moltissimi casi variamente ubicati. Contro gli sventramenti di Roma e le speculazioni sull’Appia antica, per la tutela dei centri storici, per l’istituzione di vincoli su aree a rischio ecc. Una linea coerente di interventi che ha contribuito a far crescere una più estesa ed articolata nozione di bene culturale.
Ha iniziato a occuparsi della Sardegna tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta. Quando era sulla cresta dell’onda l’iniziativa dell’Aga Khan in Gallura. E quasi tutti applaudivano senza riserve e passava inosservato il fatto che il Programma di fabbricazione di Arzachena - una previsione spropositata in riva al mare di 370.000 vani - era redatto dal progettista di fiducia del principe, inaugurando la sciagurata teoria della coincidenza degli interessi dell’azienda Costa Smeralda con quelli pubblici.
Cederna, irritato dalla «speculazione d’assalto» alle coste sarde, prefigurava con la metafora della città lineare l’esito che in parte si realizzerà. «E’ un’impresa - scriveva - che abbiamo definito di speculazione e di colonizzazione perché si è avvalsa della depressione economica della zona [...] Un’impresa che si è giovata in parte della compiacenza pubblica e che oggi [...] ad altro non mira che alla massima, diffusa edificabilità per ottenere il massimo profitto nel mercato dei terreni. Una impresa destinata a provocare difficoltà e distorsioni economiche senza scampo».
Tra il 1970 e il 1972 scrive diversi articoli sui lavori in corso nelle coste sarde sul Corriere diretto da Giovanni Spadolini (che più tardi, nel 1975, costituiranno la struttura di un capitolo del libro «La distruzione della natura in Italia» intitolato «I nuovi saraceni in Sardegna»). La sua denuncia arriva inattesa a guastare il clima di consenso unitario sulle iniziative di Karim e apre qualche breccia nel silenzio sulle prospettive di sviluppo di questa impresa. Soprattutto provoca nel 1970 il famoso incontro a Cagliari tra rappresentanti di ministeri, della Casmez e delle Soprintendenze che esprimono contrarietà alla proposta chiedendone il ridimensionamento. Un atto che segna la prima la prima minaccia sdegnata del principe di lasciare l’isola.
Due articoli pubblicati nel luglio del ‘70 scatenano la reazione del giovane Aga Khan che cita una prima volta il quotidiano milanese per danni provocati alla immagine dell’ azienda, per proseguire con altre querele per articoli e interviste successive contro Cederna, Giorgio Bassani all’epoca presidente di Italia Nostra e Giorgio Bocca. Lo stesso Cederna si lamenta a posteriori della «gazzarra dei giornali sardi» che da una parte raccontano di una congiura dei milanesi a danno dell’isola, dall’altra insinuano un inesistente interesse dei Crespi, proprietari del Corriere, a spostare il baricentro degli investimenti a sud della regione.
Nonostante lo sdegno di altri commentatori (su alcuni quotidiani italiani e anche su Le Nouvel Observateur) l’assalto alle coste non si ferma e specialmente i propositi negli anni Ottanta sembrano inarrestabili. La Nuova Sardegna pubblica il dicembre del 1982 e il gennaio del 1983 un’inchiesta curata interamente da Cederna dedicata alle previsioni dei comuni costieri. Il clima è mutato e questo nuovo intervento colpisce l’opinione pubblica; anche perché i dati che nel frattempo vengono forniti dalla Regione non possono lasciare indifferenti: 70 milioni di metri cubi - specialmente case da vendere - incombono dappertutto e si osserva amaramente che il fenomeno denunciato tempo addietro si è esteso, il danno è gravissimo e potrebbe assumere dimensioni estreme.
Si apre, anche a seguito di queste denunce, la fase che condurrà ai risultati noti, dalla legge urbanistica al piano paesistico del ‘93, durante la quale non mancheranno interventi schierati - ancora su La Nuova Sardegna- utili per incoraggiare gli atteggiamenti più consapevoli e rigorosi. La grande lezione di Antonio Cederna è più che mai attuale, la sua linea di conservazione radicale del paesaggio trova oggi eco in Sardegna anche nella politica, che lui guardava con diffidenza.