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Il tema della qualità urbana insieme alla qualità sociale costituisce un pezzo rilevante della strategia della rete delle Camera del lavoro ma non è ancora diventato pratica sindacale diffusa.

Nel sindacato, da tempo, siamo abituati ad analizzare le trasformazioni del lavoro ovvero il passaggio al “nuovo modo di produzione” che definiamo postfordista.

Ne esaminiamo le conseguenze dal punto di vista della precarizzazione del lavoro, dell'indebolimento dei diritti e delle tutele, della compressione del costo del lavoro.

In generale siamo però meno abituati ad esaminare l'altra conseguenza di questo “nuovo modo di produzione” ovvero lo sviluppo disordinato generato dalla fabbrica postfordista che esternalizza i costi aziendali sulla collettività ovvero sul territorio nell’accezione “ di sistema vivente ad alta complessità esito di molti cicli di territorializzazione” secondo la bella definizione di Alberto Magnaghi.

Tutti noi sappiamo che nella vecchia fabbrica fordista tutto si faceva in casa. La grande fabbrica segnava anche simbolicamente il territorio: Torino era la Fiat, Olivetti era Ivrea, Marzotto si identificava con Valdagno, la Lanerossi era Schio, tanto per rimanere in casa.

Il postfordismo è il rovesciamento di questa impostazione.

Conviene esportare fuori dalla fabbrica una serie di funzioni, si risparmia. È una corsa alla riduzione delle dimensioni produttive, la fabbrica snella tende a procurarsi all'esterno ciò che prima produceva all'interno.

Nasce così l'impresa a rete, il lavoro si disperde nel territorio. Prima le reti erano corte, distrettuali, oggi le reti diventano sempre più lunghe, tendono a stendersi ed articolarsi su scala planetaria, connettendo segmenti di produzione, saperi tecnologici e reti commerciali, dislocate magari in continenti diversi.

Il cambiamento è reso possibile dalla rivoluzione delle nuove tecnologie dell’ I.C.T. che velocizzano le comunicazioni e dalla ricerca del capitale di luoghi di produzione a minor costo del lavoro.

Così la fabbrica postfordista esternalizza, nasce l’impresa rete, il lavoro si disperde nel territorio e nascono come i funghi i capannoni in mezzo alla campagna e nei nuovi P.I.P. della Tremonti concepiti come siti a minor costo.

La fabbrica just in time elimina il magazzino perchè esso viaggia sulle nostre strade congestionate che a loro volta attirano attività commerciali, il tutto genera una mobilità multidirezionale delle merci e delle persone, quasi sempre su mezzi privati che congestiona il traffico e soffoca la nostra esistenza.

Una mutazione gigantesca, formata dalla somma di trasformazioni diffuse e capillari, ha investito negli ultimi decenni il Veneto e l’intera pianura padana. Un diluvio di cemento che ha deturpato uno dei paesaggi più belli d'Europa.

Con mirabile capacità di sintesi scrive il vicentino Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera: “Un blocco di cemento di 1070 metri cubi: è questa la dote portata alla provincia di Vicenza da ogni abitante in più dagli anni 90. Crescita demografica: più 52 mila abitanti pari al 3%. Crescita edilizia: 56 milioni di metri cubi, pari ad un capannone largo 10 metri, alto 10 e lungo 560 km. Ne valeva la pena? Valeva la pena di insultare ciò che resta delle campagne care a Meneghello con giganteschi scheletri di calcestruzzo tirati su spesso solo per fare un investimento incentivato dalle varie leggi Tremonti e oggi tappezzati di cartelli "affittasi capannoni"?"

Ne valeva la pena di tutto questo cemento? Ne valeva la pena di capannoni, nel migliore dei casi, pensati per produzioni povere realizzate con tecnologie semplici, non più in grado di reggere la competizione internazionale?

Eppure, non ci sfugge come declino industriale e boom del mattone siano processi strettamente correlati.

Di fronte ai problemi posti dalla ineludibile riconversione industriale molti hanno scoperto il business degli investimenti immobiliari: Tronchetti Provera e Benetton sono i nomi più noti.

Ma il boom del cemento, soprattutto a Nordest, ha “slabbrato” e paralizzato il tradizionale assetto policentrico del Veneto, determinando il collasso della viabilità. La tangenziale di Mestre è ormai diventata la metafora di questo nuovo modo di produzione.

Si affermano nuovi modi di costruire. Le strade-mercato, una successione lineare di fabbriche ed edifici mostra che ha invaso ormai l’intera pianura padana. Più in generale, quello che un tempo era campagna è diventato un paesaggio reticolare della piccola impresa disseminato di case laboratorio. Nuovi monumenti suburbani crescono come funghi, sono i centri commerciali che sostituiscono le vecchie piazze cittadine.

Un modello di urbanizzazione costoso in termini di distruzione di suolo agricolo, di aumento di spese di energia e di tempo nonché insostenibile da un punto di vista ambientale e scarsamente competitivo rispetto ad altri modelli territoriali.

Una dispersione insediativa per la quale gli americani coniarono il termine “ sprawl town” letteralmente: città sdraiata sguaiatamente.

In sostanza, un ambiente urbano a marmellata sempre più privo di forma e memoria dei luoghi e vissuto come alienante soprattutto dalle nuove generazioni.

Caro Alberto, nella “ sprawl town” dove sta la porta della città?

Confindustria invoca nuove infrastrutture in modo settoriale, ovvero non sistemico. Se c'è un problema di traffico la soluzione è semplice: facciamo una nuova strada, meglio se autostrada. Non occorre essere urbanisti per sapere che "l'errore più grave è quello di pensare di risolvere un problema così grave come quello del traffico isolandolo dal più generale contesto della pianificazione urbanistica territoriale”.

Appunto, la pianificazione urbanistica è mancata soprattutto nel Nord del paese e i risultati sono sotto i nostri occhi.

Il tema della difesa del territorio come bene comune nell’accezione patrimonio fisico, sociale e culturale costruito nel lungo periodo, se messo in correlazione con le dinamiche del postfordismo, può essere terreno per costruire una moderna critica all’attuale fase dello sviluppo capitalistico. Lo sfruttamento dell’uomo sulla natura è un aspetto del più generale sfruttamento dell’uomo sull’uomo e della conseguente ricerca di una diversa ragione dello sviluppo. Un discorso ecologico cioè non può essere disgiunto da un discorso sociale e viceversa. Per questo l’innovazione delle procedure urbanistiche va considerata, valutata e giudicata all’interno di un programma sociale centrato su nuove regole di convivenza.

Quindi se la coscienza di luogo è minacciata dalle devastazioni ambientali prodotte dal capitale, mi chiedo se su questo terreno non sia possibile costruire una nuova coscienza di classe. Se cioè non sia possibile un incontro tra il movimento sindacale e i tanti comitati, associazioni, gruppi, spesso nati spontaneamente attorno a un evento, una minaccia, un progetto. Perchè da questo incontro possa nascere una nuova coscienza collettiva, essa non può che essere fondata sulla consapevolezza dell’impossibilità del mercato di risolvere i problemi derivanti dal carattere intrinsecamente sociale e collettivo della città e del territorio, in contrasto con il carattere individualista proprio dell’ideologia che sta alla base del sistema capitalistico, ovvero dell’attuale sistema economico sociale.

giacimenti patrimoniali locali per modelli di sviluppo peculiari e unici” di cui ha parlato Magnaghi.

Ma questo obiettivo, a mio parere, non potrà essere raggiunto senza una politica capace di tagliare le unghie alla rendita che passa attraverso una riforma del regime dei suoli e il rilancio del metodo della pianificazione urbanistica, ponendo fine alla sciagurata pratica dell’urbanistica contrattata. Essa ha determinato, osservata da Nordest tre dinamiche:

Ricostruire una città umana significa eliminare la congestione, restituire alle piazze la loro funzione originaria di luogo d’incontro, di scambio di esperienze, significa rendere accessibile per i deboli, come per i forti, i luoghi della vita collettiva ed i luoghi della vita privata, significa fare della città il luogo nel quale i differenti ceti, i differenti mestieri, funzioni sociali, differenti etnie, abitudini, culture si mescolano e si scambiano reciproci insegnamenti. La visione è un invito alla socialità, se possibile alla socievolezza, la città come luogo della libertà e della crescita personale”.

E’ una visione che, tradotta nel nostro linguaggio più consueto, si propone di affermare il diritto all’ambiente, alla mobilità, alla casa, al lavoro, alla salute, all’istruzione e poi anche opportunità formative e culturali.

Nota. Testo scritto da Oscar Mancini per il convegno "Terra futura" (Firenze, maggio 2007)

Le diverse origini semantiche di territorio e paesaggio



Paesaggio e territorio hanno una diversa semantica. La questione non ha solo un significato etimologico, ma assume un’importanza operativa nel momento che le politiche sul paesaggio sono sempre più rivolte ai cittadini come attori - ne fanno fede la Convenzione europea sul Paesaggio, ne sono prova i comitati che si mobilitano per difendere il loro paesaggio.

Ritorneremo su questo punto nelle conclusioni. Per ora ci basta accennare che il paesaggio nasce come presa di distanza dal “paese”, vale a dire come momento di contemplazione e riflessione sul territorio. Si deve, inoltre, aggiungere che sia territorio che paesaggio sono termini che si riferiscono a concetti, sono cioè paradigmi che servono ad estrarre da una realtà preintesa e non definita alcuni caratteri significativi rispetto alle intenzioni del soggetto; conseguentemente non esistono concetti univoci e consolidati, bensì relativi e variabili a seconda delle epoche, del senso comune, degli apparati disciplinari, della cultura e delle pratiche reali all’interno dei quali il termine viene concretamente definito.

Dal nostro punto di vista, cioè di pianificatori e progettisti che operano sul territorio è, inoltre cruciale quale concetto di paesaggio sia assunto negli apparati legislativi che tendono più che a sostituire un concetto con un altro ad operare una stratificazione dei diversi paradigmi, peraltro spesso non definiti e perciò con non pochi aspetti controversi se non addirittura contraddittori.

Tutto il territorio è (anche) paesaggio?



Vorrei iniziare questa riflessione a proposito dei rapporti tra i concetti di paesaggio e quelli di territorio – riflessione che è finalizzata ad evidenziare le conseguenze sul piano operativo dei diversi concetti utilizzati - con una domanda apparentemente banale: tutto il territorio è paesaggio? o sono “paesaggi” solo alcuni territori dotati di particolari caratteristiche e valori? Se rivolgete questa domanda agli esperti della disciplina paesaggistica nella stragrande maggioranza dei casi vi sarà risposto che ovviamente tutto il territorio è anche paesaggio e che non esistono solo paesaggi belli, ma anche paesaggi degradati o, più spesso, paesaggi della quotidianità - paesaggi che senza avere caratteri di particolare valore, tuttavia raccontano una loro storia e presentano una loro identità. Tuttavia la risposta non è così scontata se ancora negli anni ’80 del secolo scorso – in occasione del dibattito che fu aperto dalla approvazione della L 431/85 (la cosiddetta legge Galasso) che istituiva i piani paesistici (o piani urbanistico-territoriali con particolare considerazione dei valori paesistici-ambientali) – uno dei più autorevoli geografi italiani – Lucio Gambi – sosteneva che non tutto lo spazio è territorio e non tutto il territorio è paesaggio. Solo un territorio costruito con cognizione e coscienza dai propri abitanti, secondo Gambi, poteva essere definito come “paesaggio”. Gambi metteva in evidenza due fattori che, a sua avviso erano costituivi del concetto di paesaggio. Il primo è la sua costruzione sociale; il secondo è che questa costruzione sociale è avvenuta o avviene seguendo certe regole condivise che fanno sì che “un paesaggio” presenti una identità definita che si traduce anche in una riconoscibilità visiva.

A ben considerare questo paradigma di paesaggio è una versione storico-geografica del paesaggio inteso come territorio dotato di valore estetico e di testimonianze storico culturali – cioè il concetto di paesaggio che deriva dalla tradizione legislativa italiana, in una certa misura accolto nella legge 1497 del ’39 e che tutt’ora presiede alla individuazione dei cosiddetti “beni paesaggistici” e all’applicazione dei relativi vincoli.

La tendenza generalizzata dei pianificatori è – come si è accennato – di eliminare queste caratteristiche di valore dalla nozione di paesaggio e tuttavia questa posizione apre problemi rilevanti – sia sul piano concettuale sia sul piano operativo – problemi che in buona parte devono ancora essere risolti, a meno, ovviamente di elidere completamente il concetto di paesaggio in quello di territorio.

La definizione della Convenzione europea del paesaggio

L’importanza politica, la problematicità operativa



I concetti di paesaggio che attribuiscono questa “qualità (l’essere paesaggio) alla totalità del territorio e non soltanto ad alcune parti dotate di specifici valori trovano un fondamentale riferimento nel primo articolo della Convenzione europea del paesaggio siglata nel 2000, recepita con modifiche dal Codice dei beni culturali del paesaggio e da qui entrata nella legislazione regionale e nel PIT adottato. La Convenzione recita, infatti: " Paesaggio” designa una determinata parte di territorio, così come è percepita dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall'azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni”.

E’ evidente che la definizione implica che ciascuna parte del territorio è (anche) paesaggio dal momento che “un paesaggio” è “un territorio” così come è percepito dalle popolazioni. La definizione è indubbiamente importante da un punto di vista politico perché pone le “popolazioni” al centro della nozione di paesaggio, ma apre problemi spinosi dal punto di vista della pianificazione. In particolare occorre rispondere a tre domande:

a) come articolare il territorio in “determinate parti”?

b) cosa significa percepire un territorio (o se si preferisce un territorio percepito)?

c) quali popolazioni?

La prima e la terza domanda sono evidentemente collegate; la questione potrebbe essere risolta se il territorio fosse nella realtà attuale articolato in ambiti ciascuno dei quali riferito ad una specifica società locale, qualcosa di simile a quanto poteva essere osservato nel mondo preindustriale. Ma ai nostri giorni le articolazioni del territorio significative dal punto di vista dei caratteri paesaggistici e ambientali – ad esempio le unità di paesaggio con cui i piani provinciali, sia pure con criteri estremamente difformi articolano il territorio – non hanno alcuna relazione con specifiche società locali. Lo stesso concetto di società locale, intesa in senso comunitario, è contraddetto da stili di vita e comportamenti in cui il territorio viene vissuto come una rete fatta di relazioni e di nodi, piuttosto che di aree compatte. D’altra parte le circoscrizioni amministrative, in particolare i Comuni, che potrebbero essere considerati almeno in certi casi gli embrioni di nuove forme di socializzazione comunitaria hanno confini che quasi mai coincidono con delimitazioni paesaggistiche o ambientali significative. Non possiamo, quindi, nell’Italia contemporanea immaginarci una corrispondenza fra forme di organizzazione fisica del territorio e forme di organizzazione socio-culturale e probabilmente una stretta corrispondenza fra le due realtà non è mai esistita neanche nel passato se non in qualche particolare valle alpina o appenninica.

In altri termini, quali sono le “popolazioni” del Chianti, o della Val d’Orcia o della Versilia o della Lunigiana (faccio riferimento agli ambiti di paesaggio identificati dal Piano d’inquaramento territoriale della Toscana)? Sono solamente gli abitanti? O la gente che comunque ha un interesse (economico, culturale, affettivo) rispetto a questi territori?. Interessata ai destini delle colline di Fiesole o della Val d’Orcia o dei Monti del Chianti o delle coste toscane non è forse una popolazione assi più vasta, a volte una popolazione distribuita a livello mondiale? Perché dovremmo disinteressarci di un paesaggio in cui non abitiamo ma che amiamo e con cui sentiamo legami di appartenenza? Dobbiamo immaginarci un territorio in cui ognuno si sente padrone in casa propria come negli antichi municipi?

Infine, anche ammettendo che ogni popolazione decida rispetto allo specifico territorio in cui è insediata, dobbiamo ammettere che non vi è – salvo casi eccezionali – un’unica percezione del territorio stesso. Le percezioni non sono mai “ingenue” sono sempre mediate da apparati culturali e da interessi. Una ricerca sul Montalbano – un rilievo collinare montuoso ben definito da un punto di vista morfologico e con una sua identità storica - condotta recentemente ha dimostrato che gli abitanti hanno rispetto al paesaggio di questo territorio valori e d interessi diversi a seconda che siano coltivatori diretti, imprenditori agricoli, residenti stranieri, residenti pendolari e anche a seconda dell’età e della cultura all’interno di ciascun gruppo? Quale percezione deve prevalere? Quale è il paesaggio del Montalbano nel momento che si riconosce che il paesaggio non è un percezione immediata ma una costruzione culturale?

Lascio il compito di rispondere esaurientemente a queste domande ai sostenitori entusiasti della convenzione europea del paesaggio; qui mi limito ad osservare che i principi della Convenzione non possono essere applicati sic et simpliciter, ma hanno bisogno di un’elaborazione politica e culturale di non poco conto. Torniamo dunque al problema cui abbiamo accennato all’inizio di queste note, accettando dalla Convenzione europea in prime battuta l’idea che tutto il territorio sia paesaggio, senza affrontare per ora i nodi problematici aperti dalla definizione contenuta nel primo articolo dalla Convenzione stessa. Possiamo notare che nella legislazione italiana e specificatamente nel Codice dei beni culturali e del paesaggio siano presenti entrambe le nozioni. Il paesaggio come territorio dotato di particolare valore, nella normativa riguardante i beni paesaggistici e il paesaggio/territorio che si manifesta in tutte le possibili forme (dall’eccezionalità al degrado) negli articoli che riguardano la pianificazione paesaggistica. Qui si apre un’altra contraddizione sostanzialmente non risolta nel PIT toscano e che inevitabilmente ci riporta alla questione iniziale cioè alla distinzione fra i concetti di territorio e paesaggio. Distinzione che negli anni ’60-’70 del secolo scorso era stata risolta assorbendo completamente la nozione di paesaggio in quello del territorio (il paesaggio da molti urbanisti veniva addirittura considerato una frivolezza borghese) ma che viene riproposta in modo esplicito ed ineludibile dalla normativa vigente quando recita che:

"Lo Stato e le regioni assicurano che il paesaggio sia adeguatamente conosciuto, tutelato e valorizzato. A tale fine le regioni, anche in collaborazione con lo Stato, nelle forme previste dall'articolo 143, sottopongono a specifica normativa d'uso il territorio, approvando piani paesaggistici, ovvero piani urbanistico-territoriali con specifica considerazione dei valori paesaggistici, concernenti l'intero territorio regionale, entrambi di seguito denominati "piani paesaggistici".

I piani paesaggistici, in base alle caratteristiche naturali e storiche, individuano ambiti definiti in relazione alla tipologia, rilevanza e integrità dei valori paesaggistici.

"Al fine di tutelare e migliorare la qualità del paesaggio, i piani paesaggistici definiscono per ciascun ambito specifiche prescrizioni e previsioni ordinate"

(Art. 135 del Codice)



Il Codice sottolinea in più punti la specificità della disciplina paesaggistica rispetto a quella urbanistica e territoriale. Questa indicazione fondamentale non incontra problemi quando si riferisce a parti altrettanto specifiche del territorio, come i “beni paesistici” o le aree vincolate ex lege dell’art. 142. Le difficoltà e i problemi nascono quando il piano paesaggistico interseca e si sovrappone alla “normale” pianificazione territoriale, come nella definizione degli ambiti paesaggistici (che coprono tutto il territorio) per cui il decreto prescrive che siano individuate “...le linee di sviluppo urbanistico ed edilizio compatibili con i diversi livelli di valore riconosciuti e con il principio del minor consumo del territorio, e comunque tali da non diminuire il pregio paesaggistico di ciascun ambito, con particolare attenzione alla salvaguardia dei siti inseriti nella lista del patrimonio mondiale dell'UNESCO e delle aree agricole”.

Riassumendo: sembra che il Codice preveda una doppia disciplina paesaggistica. Una riservata ai beni e alle aree di particolare valore culturale o ambientale e una a tutto il territorio. Ed è questa seconda tipologia di disciplina che incontra notevoli difficoltà nella sua traduzione in termini di piano perché la distinzione fra paesaggio e territorio e quindi di ciò che è soggetto all’una o l’altra disciplina è quanto mai problematica.

Ricapitolando i termini del problema. All’art. 136 del Codice si dice che:

1. Ai fini del presente codice per paesaggio si intendono parti di territorio i cui caratteri distintivi derivano dalla natura, dalla storia umana o dalle reciproche interrelazioni;

2. La tutela e la valorizzazione del paesaggio salvaguardano i valori che esso esprime quali manifestazioni identitarie percepibili.

Inoltre, riassumendo altri articoli del codice stesso:

3. La disciplina paesaggistica riguarda l’intero territorio ed è specifica;

4. La disciplina paesaggistica è sovraordinata e cogente rispetto alla normale pianificazione urbanistica e settoriale.

Dunque sembrerebbe che la “traduzione” della Convenzione europea nel Codice possa essere la seguente. “ Paesaggio” sono i valori del territorio espressi come manifestazioni identitarie percepibili (da chi?). da cui segue che: La pianificazione paesaggistica è specifica anche se integrata con la normale pianificazione territoriale ed è volta alla tutela e valorizzazione di quei valori del territorio che sono percepiti come identitari (da parte delle popolazioni)".

La disciplina paesaggistica nel PIT della Regione Toscana



Vediamo ora come il Piano di Indirizzo Territoriale adottato tratta la disciplina paesaggistica. Impresa non semplice perché questa, anche se ha il suo cuore nello Statuto del PIT (la disciplina del PIT) è tuttavia distribuita in varie parti del piano:

Nello Statuto del territorio, la disciplina (specifica) paesaggistica è distribuita in modo ineguale nelle diverse invarianti e irregolarmente all’interno di ciascuna invariante. E’ praticamente assente nella prima invariante “ la città policentrica toscana”, del tutto assente nelle invarianti “ la presenza industriale” e “ le infrastrutture di interesse unitario regionale”, scarsamente presente nell’invariante “ il patrimonio costiero”, mentre appare ripetutamente nell’invariante “ il patrimonio collinare”. Va da sé che l’invariante “ I beni paesaggistici di interesse unitario regionale” si occupi di paesaggio nel senso di oggetti o aree dotati di un particolare valore, cioè nell’accezione restrittiva della nozione di paesaggio cui abbiamo fatto cenno all’inizio di queste note.

Non voglio in questa sede operare una disamina puntuale degli articoli e di commi dello Statuto che hanno un riferimento in qualche modo al paesaggio. In sintesi possono essere avanzate le seguenti notazioni.

A) Nonostante l’affermazione di principio che tutto il territorio è anche paesaggio, sembra che questa qualità sia riservata quasi esclusivamente al territorio collinare, mentre è assente nelle altre parti del territorio regionale e soprattutto nel territorio urbanizzato.

B) La tutela del paesaggio è quasi integralmente espressa come raccomandazioni ed indirizzi ai piani provinciali e comunali. Vale a dire che a livello regionale non vi è alcuna norma immediatamente prescrittiva, se si fa eccezione di un comma che riguarda il “ patrimonio collinare”che a seguito delle osservazioni presentate è stata estesa anche al patrimonio costiero:

- Il comma 8 dell’art 21 che recita: “ Nelle more degli adempimenti comunali recanti l’adozione di una disciplina diretta ad impedire usi impropri o contrari al valore identitario di cui al comma 2 dell’art. 20, sono da consentire, fatte salve ulteriori limitazioni stabilite dagli strumenti della pianificazione territoriale o dagli atti del governo del territorio, solo interventi di manutenzione, restauro e risanamento conservativo, nonché di ristrutturazione edilizia senza cambiamento di destinazione d’uso, né eccessiva parcellizzazione delle unità immobiliari”.

Tuttavia il valore prescrittivo della norma (che suona come una disposizione di salvaguardia) è condizionato dall’individuazione, ancorché provvisoria, dell’ambito in cui si applica (cioè dei confini del “ patrimonio collinare”), mentre sembra che una simile definizione non sia prevista nel PIT.

C) Le direttive e gli indirizzi contenuti nello Statuto sono genericamente rivolti alla tutela di valori paesaggistici (a volte definiti come identitari), ma quasi mai individuano con precisione questi valori. Un’eccezione è costituita dall’art 22 dove sono individuate alcune risorse del patrimonio collinare aventi valore paesaggistico. Tuttavia la norma si limita ad impegnare la Regione, le Province e i Comuni ad una corretta gestione di tali risorse.

D) La tutela del patrimonio collinare (continuiamo a riferirci a questa invariante strutturale, perché è l’unica che con i limiti già accennati appaia una disciplina specificatamente paesaggistica) si basa quasi esclusivamente su valutazioni ex-post dei progetti di trasformazione sulla base di criteri peraltro ambigui e facilmente eludibili, ad esempio:

a) la verifica pregiudiziale della funzionalità strategica degli interventi sotto i profili paesistico, ambientale, culturale, economico e sociale e – preventivamente – mediante l’accertamento della soddisfazione contestuale dei requisiti di cui alla lettere successive del presente comma;

b) la verifica dell’efficacia di lungo periodo degli interventi proposti sia per gli effetti innovativi e conservativi che con essi si intendono produrre e armonizzare e sia per gli effetti che si intendono evitare in conseguenza o in relazione all’attivazione dei medesimi interventi;

c) la verifica concernente la congruità funzionale degli interventi medesimi alle finalità contemplate nella formulazione e nella argomentazione dei “metaobiettivi” di cui ai paragrafi 6.3.1 e 6.3.2 del Documento di Piano del presente Pit.

d) la verifica relativa alla coerenza delle finalità degli argomenti e degli obiettivi di cui si avvale la formulazione propositiva di detti interventi per motivare la loro attivazione, rispetto alle finalità, agli argomenti e agli obiettivi che i sistemi funzionali - come definiti nel paragrafo 7 del Documento di Piano del presente Pit - adottano per motivare le strategie di quest’ultimo.”

In sostanza, lo statuto del PIT assegna ai Comuni il compito di verificare la congruità degli interventi che loro stessi propongono rispetto alla loro “funzionalità strategica”, agli “effetti innovativi e conservativi”, all’“efficacia di lungo periodo” alla “congruità funzionale”, e ad altri requisiti ancora più indecifrabili. E’ difficile immaginare che un Comune dichiari una propria previsione – magari lungamente contrattata - come non strategica, non innovativa, non funzionale e non efficace nel lungo periodo e che “le finalità degli argomenti e degli obiettivi di cui si avvale la formulazione propositiva dell’intervento non sia coerente con le finalità degli argomenti e degli obiettivi adottati dai sistemi funzionali del PIT”, il tutto dopo una verifica condotta e certificata magari dagli stessi estensori del piano.

Generalizzando l’esempio emerge l’idea che sta alla base di tutto il PIT. Il PIT non prescrive che le trasformazioni del territorio debbano corrispondere a regole statutarie - le regole con cui questi territori sono stati costruiti nel corso della storia e che definiscono a tutt’oggi la loro sostenibilità e la loro identità (ad esempio: nei territori collinari gli insediamenti devono porsi sulle dorsali e mai sulle pendici dei versanti; devono essere aderenti agli insediamenti esistenti e non creare nuovi poli di urbanizzazione; non devono utilizzare il tipo insediativo della lottizzazione); l’idea del PIT è, invece, che tutto si possa fare sulla base di verifiche rispetto a criteri estremamente vaghi se non fumosi, verifiche svolte a posteriori da parte degli stessi Comuni proponenti.

Impossibile un esame dettagliato della disciplina paesaggistica contenuta nel PIT e distribuita, come è stato notato - in una molteplicità di documenti. Tuttavia, in questo quadro complicato è doveroso proporre un esame, ancorché sintetico, delle descrizioni e direttive contenute nelle schede riferite agli ambiti paesaggistici e ai relativi obiettivi di qualità, componenti fondamentali del piano paesaggistico secondo il Codice.

Il territorio regionale è articolato i 38 ambiti paesaggistici. Per ogni ambito è stata preparata una scheda organizzata come una griglia in cui le diverse componenti territoriali (insediamenti e infrastrutture, territorio rurale, geologia, idrografia, ecc.) sono incrociate con i caratteri strutturali ed ordinari del territorio e con i valori relativi alla loro qualità ambientale, storico-culturale ed estetico-percettiva. Infine ogni scheda contiene, sempre per le stesse componenti, l’individuazione delle “relazioni strutturali e delle tendenze in atto” e degli obiettivi di qualità paesaggistica.

Il contenuto delle schede è abbastanza vario, perché si tratta di un tentativo di sistematizzazione di quanto poteva essere ricavato dai documenti esistenti in particolare dai PTC che sono estremamente diversificati sia per quanto riguarda l’approfondimento dei quadri conoscitivi, sia per quanto riguarda l’incisività e l’efficacia della normativa. In ogni caso è apprezzabile l’inquadramento metodologico delle schede che cerca di introdurre elementi di chiarezza concettuale in un panorama obiettivamente complicato.

Quanto agli obiettivi di qualità alcuni hanno un carattere specificatamente paesaggistico, altri riguardano politiche di natura economica e funzionale tuttavia in qualche modo legate agli obiettivi precedenti. Le schede sono chiaramente disomogenee, soprattutto per quanto riguarda l’identificazione dei “valori”, che in larga parte sono desunti dai decreti relativi ai vincoli paesaggistici esistenti. Sono evidentemente incomplete nell’identificazione delle relazioni strutturali e tuttavia possono essere prese come base di una disciplina paesaggistica, come elementi di uno statuto in cui la distinzione concettuale fra territorio e paesaggio possa produrre risultati positivi piuttosto che confusione e sostanziale inefficacia.

Inutile aggiungere, data l’impostazione generale del PIT che le schede rimandano alle Province e ai Comuni una loro traduzione operativa.

Conclusioni



Accettando in linea di principio la nozione di paesaggio contenuta nella Convenzione del paesaggio e recepita (sia pure in modo contraddittorio) nel Codice, vale a dire che si intenda per “paesaggio” i valori identitari del territorio, così come sono percepiti ed elaborati culturalmente dalle popolazioni comunque interessate (il cui nucleo è evidentemente costituito dagli abitanti), una disciplina specificatamente paesaggistica non può che basarsi sul riconoscimento di questi valori identitari. Tuttavia - sono sicuro che questa mia affermazione susciterà la contrarietà di alcuni esperti di paesaggio (mi auguro non di tutti) - la relazione fra paesaggio e popolazioni non può avere una natura meramente fenomenologica e riferita al presente.

Vi è una curiosa contraddizione fra il concetto di paesaggio come “eredità culturale e memoria” da tutelare e rinnovare e l’idea che chi abita qui e ora il nostro pianeta debba decidere cosa sia da considerare risorsa e cosa sia da buttare. Occorre quindi, quando si tratta di paesaggio, cioè di valori identitari del territorio, abbandonare il concetto di “risorsa” a favore del concetto di “patrimonio”. Il paesaggio perciò dovrebbe essere concettualizzato come patrimonio territoriale, cioè come un sistema costituito da strutture di lunga durata e delle regole inerenti la loro conservazione e trasformazione. Nella definizione di queste strutture e regole hanno voce le popolazioni attuali, ma anche quelle del passato, cioè coloro che le hanno faticosamente costruite e gestite, lasciandole a noi come eredità, e le popolazioni future, cioè quelle cui si riferiscono i concetti di sostenibilità. Definire lo statuto del territorio significa perciò individuare le strutture e le regole che formano il patrimonio territoriale che intendiamo trasmettere alle generazioni future, non come eredità immodificabile, ma come una combinazione di invarianti, cioè elementi da conservare nei loro caratteri costitutivi e di regole che devono presiedere alla loro trasformazione, regole che sono iscritte in parte nel loro codice genetico e in parte devono essere scritte di nuovo per rispondere ai problemi posti dall’innovazione tecnologica, dalla competizione, dal mercato.

Il territorio è quindi “un tutto” un sistema complesso, da cui i diversi punti di vista - ambientale, funzionale, paesaggistico - estraggono alcuni elementi e alcune relazioni come significative rispetto a specifiche intenzioni pragmatiche e anche semplicemente culturali e contemplative. Perciò il punto di vista ambientale legge il territorio come sistema di ecosistemi. Il punto di vista funzionale come complesso di risorse con le loro performances; il punto di vista del paesaggio legge il territorio – per ripetere le parole con cui Gian Franco di Pietro introduce il Piano territoriale di coordinamento di Arezzo - come “ l’unica impalcatura (territoriale) che sussiste... il luogo riconoscibile, la dimora, la grande casa comune, la dove si torna e si riconosce, la fonte del senso di appartenenza”.

Questa frase che a me sembra particolarmente felice sintetizza alcune qualità specifiche del concetto di paesaggio che finora abbiamo cercato di spiegare. La profondità storica, la strutturalità, l’essere fonte del senso di identità e di appartenenza. Senso di identità e di appartenenza che in certi casi sono dati, dove le trasformazioni della società locale hanno avuto una certa sedimentazione e in altri deve essere costruito. Lo statuto del territorio – come piano paesaggistico – articolato in diversi livelli strutturali che possono accordarsi con diversi livelli istituzionali - è una grande occasione per rendere attuali le identità storiche e per costruire nuovo senso di appartenenza.

In eddyburg:

- il testo e alcune riflessioni sulla convenzione europea del paesaggio sono contenute nella cartella BBCC, paesaggio, ambiente;

- critiche e commenti relativi al nuovo PIT della Regione Toscana sono raccolte nella cartella dedicata alla vicenda di Monticchiello.

Il debutto

In Sardegna, ancora fino a mezzo secolo fa, le strade che portano al mare sono quelle di sempre, pochi tratturi percorribili con disagio pure dai pastori.

I sardi non hanno abitato volentieri in prossimità dei litorali. Il mare ha portato invasori e malattie e nel tempo non ci sono stati motivi in grado di convincere la popolazione a insediarsi nei pressi dei litorali, verso i quali i pregiudizi hanno resistito a lungo. Poi, quando il mare non è più un pericolo, ha prevalso un sentimento di sostanziale disinteresse nei confronti di spiagge e scogliere. Dove, ancora al tempo di “Sapore di sale”, non succede quasi nulla, e nessuno crede che un giorno quei luoghi selvaggi saranno usati per redditizi investimenti immobiliari. I viaggiatori più attenti, che giungono in Sardegna nei primi decenni del Novecento, osservano con stupore come le risorse dell’ isola non siano state ancora sfruttate in chiave turistica, nonostante gli esempi della Sicilia. e della Corsica. Così c’è chi pensa, come lo studioso Maurice Le Lannou, che quei paesaggi, così lontani dal Continente, resteranno ancora per molto tempo fuori dai circuiti, “le sue strade sconosciute alle lunghe file di pullman zeppi di gente”.

Nessuno all’epoca coglie appieno il senso di queste considerazioni. Di turismo si parla con disincanto, e i sardi che scrivono dell’isola, per spiegarla agli istranzos, dimenticano di dare informazioni sugli ambienti costieri, molti dei quali sono sconosciuti anche alle comunità locali, almeno a quelle che abitano nei paesi dell’interno. Ma il turismo arriva a un certo punto anche in Sardegna, d'improvviso. E trova impreparata la sua classe dirigente, che appena intravista questa prospettiva, si prodiga per agevolarla senza incertezze e senza precauzioni. Da tempo si auspica che l’isola muova velocemente i suoi passi nella competizione per lo sviluppo del Mezzogiorno. La grande povertà dei sardi è la condizione sempre evocata nei discorsi politici, presupposto di patti, non sempre nell’ interesse comune, da contrarre per combattere la disoccupazione. Si pensa di promuoverla la Sardegna ed escono i libri in bianco e nero a cura della Regione, che celano la precarietà degli insediamenti, timbrati per il passaggio dei disinfestatori e le insufficienze infrastrutturali, mitigano i dati sull'emigrazione, offrono versioni pittoresche del banditismo.

Nel frattempo Pasquangela Crasta malediceva la famiglia per via dell'usanza che nelle divisioni patrimoniali vedeva penalizzate le femmine, alle quali andavano di solito le terre vicine al mare. E odiato i fratelli, fortunati eredi delle vigne esauste di cannonau e dei pascoli di collina.

Cortigiani e turisti

Anita Ekberg si bagna nella vasca di fontana di Trevi, e non nelle acque di Gallura, quando il giovane Aga Khan è arrivato in Sardegna. Si diffonde in fretta il mito del principe benefattore, che può contare sulla presenza a Porto Cervo di esponenti delle casate nobiliari ( da Margaret d’Inghilterra ai coniugi di Liegi), dei veri ricchi ( mister Miller della Banca mondiale), di attrici del calibro di Ingrid Bergman, tutti suoi ospiti.

Le coste isolane, sono pronte per entrare nel giro delle cose da vendere. La politica decide di fare conto sulla grande intrapresa turistica, per poli di sviluppo E non si fa granché per fare crescere le iniziative a conduzione familiare, per suscitare lo sviluppo dal basso, come diciamo oggi ( il gruppo di Rovelli – la Sir – sta già provvedendo alle prime assunzioni a Porto Torres, alimentando il sogno infranto della chimica).

Le notizie sui movimenti in corso arrivano a speculatori e faccendieri che intuiscono di poter contare a lungo sull’onda della reclame. I costi delle aree sono bassi e ce n’è per tutti. Per contro è debole la volontà di governare il territorio, come se la politica avesse deciso di stare a guardare, compiaciuta, la calca attorno alla mercanzia. Così chiunque venga in Sardegna per fare affari, ha buon gioco: i timbri per sancire la legittimità di progetti di qualunque foggia, si ottengono in fretta.

Così ognuno presenta i suoi conti. Nei primi anni Settanta “Costa Smeralda” progetta la sua crescita (370.000 vani), mettendo in secondo piano l’attività ricettività. Una circostanza che non emerge; e prende forza l’idea secondo cui il tornaconto del turismo è proporzionale alle case edificate, e mai è evidenziata adeguatamente la grande, sostanziale differenza, tra palazzinari e albergatori o pizzaioli.

I comuni e la Regione stanno al gioco e rilanciano. La previsione di crescita, pari a oltre settanta milioni di metri cubi darealizzare un po’ dappertutto, è una quantità abnorme che comincia a preoccupare le persone di buo senso. D’altra parte i segni della frenetica attività edilizia di quegli anni sono evidenti un po’ dappertutto. Si riconosce nei paesaggi alterati, in alcune marine brutalmente cancellate, il procedere rapido e sciatto di chi ha sfruttato la congiuntura favorevole. Il trattamento iniquo toccato a Pasquangela Crasta si è volto nel frattempo a vantaggio. I figli hanno venduto le terre poco buone battute dal vento salmastro per un bel po’ di soldi. Il villaggio realizzato nei luoghi detestati, fronte mare, è frequentato dai divi della televisione, e a Pasquangela viene ogni tanto il sospetto che gli istranzos abbiano fatto un ottimo affare.

Resistenze alle riforme

Negli anni Ottanta. “Costa Smeralda” non è più il giocattolo del principe. E’ un'agguerrita impresa che tratta alla pari con le istituzioni, nello sfondo il dibattito per l’approvazione della legge urbanistica regionale e dei primi Piani paesistici. L' iter si conclude nel 1993 tra polemiche e ambiguità. Sono fissati i principi di tutela erga omnes ma si offrono i presupposti per derogare sui casi che contano. “Costa Smeralda” che influisce molto sul processo di formazione delle decisioni della Regione insieme al progetto di “Costa Turchese” della famiglia Berlusconi, sempre in Gallura.

Le altre imprese fanno il tifo, confidando nell’effetto domino. Si spera di bucare il sistema delle regole attraverso qualche accordo in deroga con le parti pubbliche. Mediante un procedimento impudentemente fondato sull’eccezione: difficile da realizzare, nonostante la linea di alcuni soggetti in causa che confina con la subordinazione agli interessi privati. La partita si trascina negli ultimi dieci anni con vari tentativi di accordo. L’obiettivo è la rivalsa nei confronti di una stagione di riforme – specie il vincolo di inedificabilità nella fascia dei 300 metri dal mare – con il proposito di eliminarle.

Ma la strumentazione, pure lacunosa, è più stabile di quanto non appaia. E saranno proprio i gravi difetti – denunciati da un’ associazione ambientalista – a persuadere i giudici della necessità di invalidare i Piani paesistici. Con la conseguenza di un vuoto dilazionato pericolosamente ( e consapevolmente). Trascorrono quasi due legislature – maggioranza di centrosinistra prima, poi di centrodestra – senza che si avvii il processo per ripristinare la legalità. Un vantaggio di cui si giovano in molti, com’ è ovvio, senza che si sappia garnchè di una fase oscura nella storia della Regione.

Gli anni recenti

Soru ha esposto le sue idee nel 2004 e i più allenati al linguaggio della politica hanno tra l'altro colto l’alto livello dello sdegno per il malgoverno dei territori costieri. Mettere un freno all’aggressione a quei paesaggi è l'obiettivo dichiarato. Punto in evidenza nel programma del centrosinistra, molto esitante al riguardo, che poi ha vinto le elezioni, com’ è noto.

C’è chi ha auspicato la inconcludenza di sempre – tra ritardi e conflitti – mentre il malcontento è attizzato, sindaci di destra in prima linea, qualcuno di sinistra nelle retrovie. Ma il Piano è stato approvato. Uno strumento dichiaratamente intransigente. Un passo rilevante, una svolta per la tutela del paesaggio sardo, con riconoscimenti importanti nei confronti del modello, che mette la Sardegna all’avanguardia tra le regioni italiane, la prima a cimentarsi con il Codice Urbani.

Il paesaggio, bene comune, è al centro del progetto e le trasformazioni ammesse sono pochissime, mai per fare case da vendere. I territori che non hanno subito modifiche saranno conservati. Si vuole dare la certezza di ritrovarla integra quella spiaggia, quella scogliera, quella campagna: ai sardi prima che ai turisti. Sono previsti progetti estesi di riordino urbanistico per rimediare a forme di degrado. L'idea di fondo è quella di valorizzare e potenziare gli insediamenti esistenti, soprattutto quelli abitati tutto l'anno, in grado con pochi accorgimenti, di dare ospitalità meglio dei finti villaggi frontemare. Ai quali fa pericolosamente da controcanto lo spopolamento progressivo dei paesi dell’interno: il più cupo degli squilibri, con prevedibili effetti nel territorio e nel corpo sociale.

Circola la domanda riguardo al reale consenso sul progetto, posta proprio per via dell'intransigenza senza eccezioni ( protestano i proprietari di piccoli appezzamenti in agro che vedono nelle opportune limitazioni la negazione di un diritto atavico). Nello sfondo i mugugni sui rapporti tra i poteri, dato che il presidente esercita il suo limitando mediazioni pur di attuare il programma. E ancora: ci si chiede com’è che il Piano, avversato con forza dai tifosi del neoliberismo, non susciti passioni nella sinistra sarda.

Vedremo nei prossimi mesi il grado di consenso attorno al progetto anche alla luce delle modalità attraverso cui i comuni costruiranno le loro proposte di pianificazione e dalle quali potranno venire idee per migliorare il Piano paesaggistico. Molto dipende da come le forze politiche si atteggeranno ( i detrattori sono al lavoro, molte le cause al Tar di imprese e comuni di destra). L’auspicio è quello di consegnare alle generazioni future un'isola bellissima che non può consentirsi altri sprechi.

I nipoti di Pasquangela sono quasi tutti disoccupati o camerieri per un mese.

Per chi vuole approfondire, ampio materiale disponibile nella cartella SOS Sardegna

Premessa



Condivido il desiderio di fare chiarezza, in primo luogo sulle parole. D’accordo, quindi, a contrastare la temibile deriva che, mediante la progressiva scialbatura dei termini (nel senso proprio di “confini”, in questo caso dei significati), ne produce prima l’omologazione e poi il lento di-senso, talvolta semplicemente per caso, senza intenzionalità da parte di alcuno. Ma talaltra no: in quest’ultima circostanza sarei anche disposto a menare, se solo potessi identificare i responsabili.

Con questo animo, e giacché di glossario si deve trattare, propongo quattro lemmi (a-d) che cercano anche di rispondere alle sollecitazioni/domande sul modesto testo che ho inviato per la documentazione preparatoria. Trattano tutti, ovviamente, dello stretto ambito storico-archeologico, né potrei avventurarmi altrove, e sono rappresentati da parole singole o locuzioni ormai indissolubili, sui quali si è da tempo manifestato un qualche tipo di di-senso. Aggiungo un neologismo (e) che mi servirà per affrontare, a voce, un ragionamento più ampio.



Archeologia del paesaggio



Riassumo qui quanto scritto nel testo preparatorio perché la definizione precisa degli strumenti di indagine può tornare utile per inquadrare anche le relative visioni disciplinari. La grande fortuna della definizione landscape archaeology inizia già da quando il termine, in senso epistemologico, cavalcava e, ad un tempo, contribuiva a costruire il definitivo riconoscimento degli strumenti propri dell’Archeologia nel momento cruciale del suo affrancamento dalla Storia, in riferimento ad una archeologia che guardasse ai contesti (e non solo per distinguere le pratiche di ricerche condotte direttamente sul terreno ma senza il ricorso allo scavo). Nel testo preparatorio ho scritto che, guardando con attenzione ai termini che formano la definizione originaria nonché alla sua traduzione italiana, e confrontandoli con i risultati delle ricerche che vi afferiscono, occorre prendere atto che, in realtà, tali ricerche non si occupano - né pervengono alla ricostruzione - di “paesaggi”, semmai di “assetti territoriali antichi”. Perché una archeologia, o storia, del paesaggio, dovrebbe occuparsi della sequenza delle rappresentazioni culturali dello spazio vissuto, considerando nella sua dimensione diacronica anche lo sguardo delle compagini umane sui luoghi che hanno frequentato o abitato stabilmente. Una ricerca sulle antiche percezioni, dunque, imperniata sulle pratiche della sacralizzazione dello spazio, sulle sue descrizioni, sul discernimento, sulla razionalizzazione e sulle fobie, e non (o non solo) tesa esclusivamente alla ricostruzione dell’assetto insediamentale e del suo funzionamento economico in un momento dato (il “paesaggio” nuragico, romano, medievale…), scelto in base allo specifico indirizzamento tematico della ricerca (tradotto: in base alla formazione disciplinare del gruppo di ricerca); oppure, ma con senso corrispondente, a formare una sequenza di istantanee di alcuni di questi “momenti”, colti nel loro sviluppo e “scelti”, di solito, in funzione dell’indice più alto di attestazioni materiali sul terreno.

Sembra in fondo che, per chiarire l’oggetto specifico di questo tipo di ricerca, sia meno ambigua l’espressione braudeliana “Archeologia dello spazio”, che ha però avuto scarsa fortuna. E lo sarebbe soprattutto quella nostrana, “Topografia Antica”, se non pagasse un debito inestinguibile ad un pestifero provincialismo intellettuale. Detto questo, occorre però affermare con forza che, a prescindere dal nome che la identifica, è su questo tipo di analisi che si è basato il primo superamento dello stadio tassonomico della conoscenza archeologica territoriale, attraverso il quale si è entrati nello spazio delle relazioni (cfr. sotto s.v. “Contesto”) dei processi di formazione, sviluppo, dismissione dei “sistemi” urbani e territoriali.



Patrimonio (giacimento, bene, risorsa) culturale…



Il politicamente-corretto ha prodotto nel linguaggio quotidiano involucri ipocriti per parole vecchie ma oneste, che l’uso vernacolare aveva forse reso ruvide (…ma sei cieco?, sembri uno spazzino! non fare l’handicappato…) ma certo non insignificanti, producendo contestualmente l’ironico fiorire di caricature (a partire dal non-trombante monicelliano all’ultimo, geniale, diversamente bianco), che infine ci hanno portato a percepire queste ormai usuali perifrasi come più volgari e offensive degli originali. Ma ancor peggio sono i neologismi finalizzati alla persuasione, anche se coniati a fin di bene. Ad esempio, questa apprensiva attenzione nel sottolineare mediante le parole che i “beni” culturali sono, appunto, beni, non vi sembra voler coprire il fatto che non lo sono affatto o, almeno, non nel senso “produttivo” del termine? Sembra volerci convincere che un qualcosa che risorsa economica non è né vuole essere, lo sia e, ad un tempo, dell’urgenza che sia percepita come tale. Una sorta di giustificazione di tanta (troppa?) attenzione e troppo (sic!) denaro dedicati a cose che stanno lì e non producono e, anzi, talvolta impicciano. Come se, ad un certo punto, la naturalezza con la quale si diceva monumento, opera d’arte, bel paesaggio, la serena ammissione di un gradevole vizio con la quale si era affrontato a viso scoperto “il culto moderno del monumento”, fosse stata pervasa dal senso di colpa derivante da sindrome di improduttività industrial-turistico-commerciale, e costretta a cercarsi un alibi. Col rischio che il primo commercialista di passaggio la prendesse sul serio, quella perifrasi, ben pensando di venderseli, i giacimenti-beni-risorse. Per persuadere con le parole sarebbe assai meglio impegnarci tutti con qualcosa del tipo “eredità” culturale, che fa pur sempre riferimento ad un patrimonio, ma implicitamente indica anche una responsabilità per il futuro e l’impegno per meritarla. E tacitamente insinua l’incertezza di esserne i veri destinatari.



Conservazione/tutela



Il problema non è qui nella perdita di significato, o nel fraintendimento delle parole, ma nel fatto che, nell’uso quotidiano e soprattutto mediatico, siano ormai considerate sinonimi. L’affermazione, specie per gli addetti ai lavori, è ovvia, così come la differenza tra i due termini, ma una riflessione su di essi può rivelarsi utile. Si dirà: la tutela non può che mirare alla conservazione e dunque decidere di tutelare equivale a manifestare l’intento di conservare: la sinonimia è dunque ammissibile. Ma se il serbare originario vale il nostro conservare, il cum-serbare latino rafforza il senso di appartenenza, suggerendo una volontà di portare “con sé”, magari “per sempre”. Questa funzione si pone in evidente parallelo con lo scopo del “monumento” letto, ricordando prima Arnaldo Momigliano e poi Lucien Fevre, come “ammonimento”, cioè prodotto della storia - principalmente della storia fatta da e per i “potenti” della terra - che intende ammonire, per ricordare ma anche per spingere il consenso in una direzione predeterminata. Mentre la tutela, intesa come protezione, insegnamento, cura, ma anche come potestà e responsabilità, subito rimanda, specie nella percezione del quotidiano, a contesti educativi (il vecchio tutore, ma anche il tutore ortopedico): in altre parola da applicare a qualcosa che può, anzi deve, crescere, svilupparsi, modificarsi, oltre (e forse a prescindere da) l’atto tutelante. Nel conservare si nasconde l’intento di fissare qualcosa ad un punto dato per serbarne memoria, dalla scala del personale a quella globalizzata: conservare fa dunque parte del lato immobile delle culture, quello della tradizione e delle identità (cfr. F. Remotti, Contro l’identità, Laterza, Roma.-Bari 2006). Tutelare dissimula invece la possibilità - e la volontà - di un progetto di modifica, insito nel flusso di una vitalità incontenibile anche se, come nel nostro caso, legata a qualcosa che vivo non è più. Insomma: attenzione alla sinonimia, che rischia di smorzare il potenziale progettuale dell’opera di tutela e ridurne il suo già arduo obiettivo all’accantonamento statico di oggetti vecchi (o al loro restauro, ma questo è un altro discorso). Infine, una suggestione: Marc Augè ci ricorda il significato originario di seduzione, da se-ducere, attrarre a sé, convincere, trascinare: corrispondente certo ma, direi, oppositivo al cum-serbare. La seduzione del paesaggio, e non solo quella estetica (la sua arguzia, direbbe Farinelli) è la più radicata delle seduzioni, che trascina (seduce) soprattutto per il suo carattere continuamente mutante. Pericoloso, dunque, tentare di immobilizzarla “conservandola”.

Contesto (storico, archeologico…)



L’archeologia “contestuale”: un’altra definizione che, durante la stagione delle rivendicazioni epistemologiche, intendeva imprimere un corso non “object oriented” (come direbbero gli informatici) alla ricerca storica sul territorio. Partiamo a dal livello conoscitivo: ho scritto nel testo introduttivo che un catasto delle presenze archeologiche allo stato grezzo, in assenza cioè di sintesi interpretativa, risulta essenziale nella prassi della tutela puntuale (oggettuale), ma del tutto insufficiente sia per l’individuazione dei paesaggi “storici”, sia per la salvaguardia paesaggistica, sia, come è ovvio, per gli effetti di queste pratiche sulla pianificazione urbanistica e territoriale. Proprio da questo punto di vista l’attenzione per i contesti sarebbe, a tutti gli effetti, soluzione ad un tempo teoricamente pregnante e pragmaticamente operativa. Il problema semmai è dar conto di questa ingombrante aggettivazione - storico? archeologico? - in applicazione ad un cum-textum, ambito di relazioni culturali para e supra testuali, appunto, che difficilmente può essere esente da un coinvolgimento di tipo storico. Insisto su questo punto, e sulla impossibilità (nonché sul pericolo insito nel) distinguere i paesaggi “storici” dagli altri: io tento di “sviluppare l’idea nelle sue conseguenze operative (ecco l’urbanista…)” ma voi provate a mettervi nei panni di uno storico del territorio, o di un amministratore della tutela che giornalmente è chiamato a operare questa scissione tra sacro e sacrificabile. E soprattutto proviamo a circostanziare non tanto le risposte, quanto le domande che il Progetto dovrebbe rivolgere alla Storia, in funzione della semplice osservazione che la conoscenza dei processi storici che hanno determinato la forma dei luoghi nei quali si vive, dovrebbe servire a garantire non tanto la conservazione di quelli più meritevoli (e chi lo decide?) quanto l’equilibrio, o almeno il compromesso, tra rispetto dei processi passati e necessaria evoluzione di forme e funzioni, attraverso rinnovati processi e non mediante il congelamento di alcuni che abbiano il solo requisito di essere, per qualche verso, previi.

Cioè superare, e insisto anche su questo punto, la consolidata opinione che un contesto “storico” sia un contenitore di oggetti storici particolarmente evidenti e, possibilmente, fisicamente ben conservati. E questo vale anche per il Progetto “storico” per eccellenza, l'unico che elegga la memoria culturale e i suoi feticci ad assoluti protagonisti: il progetto di tutela, di recupero, di valorizzazione. Anzi: il travaglio del pensare per “monadi” e non per “contesti” tipico della nostra cultura e da questa proiettato su secoli, ormai, di legislazioni sui Beni Culturali, è in questo caso esasperato - in modo che talvolta sfiora il ridicolo - dal contrasto tra un apparato legislativo (la Convenzione Europea, ma anche, in certe parti, lo stesso Codice Urbani) che dice di guardare alla tutela del contesto ed una oggettiva difficoltà ideologica e culturale a capire (prima ancora di far capire) i Contesti. I quali, peraltro, sono caratterizzati in modo maledettamente ineluttabile dal non essere tutelabili attraverso la conservazione in vitro delle loro singole componenti. Quali esse siano.



Cronodiversità



Il neologismo, infine. Colpito dalla buffa coincidenza tra le definizioni di biodiversità e quelle di “sfera del diritto territoriale” offerte da N. Irti (Norma e luoghi, Laterza, Roma-Bari 2006), nonché profondamente invidioso della fortuna comunicativa (oltre che scientifica) della Biodiversità, ho coniato il neologismo, che tento di spiegare nel testo introduttivo. Qui vorrei solo richiamare la giusta osservazione di Edoardo a un mio scritto, che riporto integralmente:

“oltre a documentare la presenza della storia sul terreno, sarebbe necessario spiegare […] la sensazione positiva che provoca nell’uomo contemporaneo l’essere immerso in un contesto che in qualsiasi modo riconosce come “storico”, a prescindere dalla certificazione scientifica di questo stato”. Mi sembra contraddittorio con la definizione del paesaggio come “percezione”. Se nella valutazione del paesaggio domina la sensazione, per quale ragione occorre documentarne le presenze storiche? E se tutti paesaggi sono storia, tutti i paesaggi di conseguenza dovrebbero suscitare sensazioni positive: belli o brutti, di eccellenza o degradati, significanti o amorfi”.

Con il fine di tentare di fare chiarezza su questo punto, che neppure a me è ben chiaro (come è ben evidente!). Da un lato, razionalmente, cerco di orientare il senso della mia disciplina verso una visione meno “per monadi” di quella che, per tradizione e per tipo di cultura, la disciplina stessa mi impone. Mi si chiede, allora, giustamente: “ma perché occorre documentare le singole presenze storiche?”. Semplice: perché è questo il mio mestiere e non posso rinnegarlo: quel tipo di ricerca mi fornisce le basi giuste per sviluppare qualsiasi tipo di ragionamento successivo; inoltre: perché esiste una Legge che ne impone la salvaguardia singola (diretta) e, in modo perfettibile, anche quella contestuale (indiretta). La posso contestare nei modi e nei termini ma la devo osservare e, anzi, oggi sono tenuto a farla osservare; per farlo non posso che documentare secondo tradizione, cioè punto per punto. Però: posso orientare la mia ricerca (e, perché no, provare a ri-orientare anche la Legge) nel tentativo di contribuire al progetto di un futuro che mi piaccia di più: lascio allora, irrazionalmente, lo stretto ambito disciplinare e provo a volgermi al paesaggio - che è qualcosa di più e di più complesso sia della ricostruzione storica di uno o più assetti territoriali antichi, sia della “percezione” di insider o outsider, del dettato di convenzioni e codici, delle “definizioni” di geografi, ecologi, giuristi, archeologi... Mi rendo allora conto che, malgrado le mie affermazioni di principio circa la storicità insita in tutti i paesaggi, ce ne sono alcuni - vi prego perdonatemi - più storici di altri. E, contemporaneamente: a) capisco la mia contraddizione, b) scorgo una diffusa condivisione di questa esperienza percettiva, c) intuisco che non dipende assolutamente dalla presenza di nuraghi, pievi, necropoli etrusche e villaggi medievali, d) soprattutto mi rendo conto che questa prospettiva è cambiata nel tempo e cambia, rapidissima anche se quasi inavvertibile, in continuazione. Oggi brutto domani bello, la storia, nel paesaggio, lavora con l’inganno: che “fascinosa bellezza” quella miniera abbandonata sulla riva del mare che, se progettata oggi, sarebbe considerata un eco-mostro; e che disastro ambientale l’organizzazione centuriale romana nel momento in cui veniva imposta ai paesaggi dei celti o dei nuargici. La cronodiversità, esattamente come la biodiversità, è garanzia di vita (culturale) sulla terra: occorre manutenerla ma non si può prevederne l’evoluzione, né istituirla ex novo, né bloccarla in una sua fase.

Vorrei in questa sede proporre una riflessione sul concetto di paesaggio traendo spunto da una mia recente esperienza. Questa è consistita nella partecipazione a un comitato di esperti nominati dalla giunta regionale della Sardegna al fine di fornire consulenza alla redazione del Piano Paesaggistico Regionale (d’ora in poi PPR, www.sardegnaterritorio.it/pianificazione/pianopaesaggistico).

Oggi si discute molto in Sardegna di piani e di identità paesaggistica. Anche pensando al paesaggio, l’identità, se è anche altro, non può non essere un progetto del futuro in rapporto col passato nel contesto del resto del mondo. Che lo si sappia o meno, è sempre così. Se le identità sono soggettivamente plurime, e lo sono sempre, può essere considerato urgente sviluppare il senso della comunità di tutti i sardi, il senso dell’appartenenza e dell'unità di passato e futuro che lega l'insieme dei sardi al di là delle proprie diversità interne. Questo affinché un nuovo patriottismo sardo (non etnicisticamente sostanzialista e fissista) diventi supporto e impegno a farci riscoprire il senso della cittadinanza, sarda italiana europea mediterranea e planetaria, ma anche il senso della legalità e dell’impegno civile, senza di che ogni pianificazione non può avere fondamento stabile e unitario. Un piano che si dice paesaggistico comporta prima di tutto promozione di attività in campo politico, sociale, culturale, economico, scientifico, artistico e così via.

Anche nel caso specifico della pianificazione paesaggistica, promuovere l’identità come rapporto e progetto deve significare promuovere, gestire e amministrare luoghi e occasioni d'incontro tra le diverse discipline scientifiche, tecnologiche e artistiche, favorendone lo studio complessivo, la diffusione e anche la formazione di professionalità specifiche oltre ad un’utilizzazione collettiva.

Identità e paesaggio sono nozioni tanto poco dicibili quanto molto efficaci e onnipresenti. Il concetto stesso di paesaggio, mutuato dalla Convenzione Europea del Paesaggio del 2000 e definito come “una determinata parte di territorio, così come è percepita dalle popolazioni…”, se ci ha fatto discutere, non è però by-passabile. Questa percezione delle popolazioni locali, che genera il loro paesaggio e ne fonda territorialmente l’identità, sembra ad alcuni troppo rispettosa di percezioni paesaggistiche non condividibili, le quali infatti anche in Sardegna producono i danni che tutti lamentiamo. Eppure il paesaggio deve pensarsi come un processo di percezione di un territorio, senza implicare che ogni percezione (e azione che ne consegua) sia positiva e rispettabile. Infatti ogni percezione è da considerare, e da tenere in conto, come forza in campo, senza di che si continuano a fare errori "centralistici" o "illuministici" o “dirigistici” (Gambino, Romani, Camporesi). Conoscere gli elementi della percezione comune del proprio paesaggio da parte di una popolazione, e le diversità interne di questa percezione, è condizione imprescindibile per la pianificazione, soprattutto quando di quelle percezioni si voglia sia utilizzare e sia mutare qualche aspetto. Tenere conto della percezione delle popolazioni è condizione politicamente neutra, preliminare a ogni piano. Ma non ci sono solo teste da cambiare in fatto di percezioni correnti sarde sul paesaggio, ci sono certo elementi del senso comune vecchio e nuovo in fatto di paesaggio che possono giocare un ruolo positivo anche in fase di pianificazione, per non fare la fine del Parco del Gennargentu. Non si può programmare un aggiornato senso comune sardo paesaggistico fingendo che nelle teste dei sardi di oggi ci sia tabula rasa di percezioni, gusti, abitudini e codici emotivi in fatto di paesaggio. Essi infatti pur se più o meno espliciti, anzi di solito molto impliciti e anche per ciò potenti ed efficienti, giocano un ruolo nel bene e nel male. I pianificatori devono almeno essere coscienti del fenomeno, se non anche attrezzati a riconoscerlo e ad affrontarlo, con la consapevolezza dello stato della Sardegna di oggi che guarda al suo futuro.

Per struttura geologica, associazioni florofaunistiche e segni della storia umana, la varietà frantuma il paesaggio sardo, vero mosaico geo-bio-antropico. Ma come il mosaico in figura, anche il paesaggio sardo è percepibile nella sua unità, fatta, per esempio, dalle presenze unificanti di orizzonti larghi e piatti (e forme arrotondate), dove è caratteristica la macchia mediterranea (con innovazioni come il ficodindia o l’eucalipto), o le lagune costiere con faune tipiche. E sono solo esempi di tratti unificanti. L’unità si deve anche ai segni della preistoria (come, per esempio, le migliaia di nuraghi in tutta l’isola), della storia (come le chiesette romaniche spesso solitarie), o ai modi della presenza umana, a lungo quasi nulla in buona parte delle coste, che ha stabilizzato ovunque un habitat accentrato e rado (con distinzione netta tra abitato e disabitato), dove dominano i segni della lunga durata delle due grandi attività della cerealicoltura e della pastorizia (Angioni e Sanna), con l’openfield ma anche coi muretti a secco, e gli effetti dell’azione dell’incendio estivo e del maestrale che piega tutto il piegabile a sud-est.

La Convenzione Europea del Paesaggio, salutata subito in tutta Europa come felicemente innovativa, definisce il paesaggio “una determinata parte di territorio, così come è percepita dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni”. Credo che non ci sia antropologo culturale che non sia di questo parere, quando pensa al paesaggio o si sforza di definirlo (a me, a conferma, è venuta spesso in mente la pagina di Ernesto De Martino sul Campanile di Marcellinara), sebbene anche l’antropologo sia pronto a osservare che ritenere il paesaggio una percezione (soprattutto visiva) delle popolazioni non implica per forza il riconoscimento di un valore positivo. In ogni caso però, tale percezione sarebbe utilizzabile sì come valore positivo, ma comunque sempre da rilevare e analizzare. Infatti anche nel caso che una certa percezione del paesaggio sia ritenuta inadeguata, arretrata o comunque negativa vi si può intervenire, se non altro perché si può criticare e modificare meglio ciò che meglio si conosce, si documenta, si analizza. Sempre nella Convenzione di Firenze, l’antropologo non può non apprezzare il mettere insieme la nozione di paesaggio con quelle di processo e di dinamica, e quindi di progetto. L’urbanista, il territorialista, il naturalista non hanno, mi pare, difficoltà a pensare la processualità e la dinamicità nel paesaggio e nella sua percezione, quando si tratti di progettualità e pianificazione esplicita e programmatica. Più difficile è farsi prendere sul serio quando si tenti di mettere in evidenza che le dimensioni dinamiche e processuali del paesaggio, ma più in generale le dinamiche e i processi territoriali, hanno aspetti oscuri e impliciti che non sono meno importanti di quelli chiari ed espliciti e propri dei vari specialismi abituati giustamente a partire dalla rilevazione e dall’analisi per arrivare al progetto, al piano, alla norma, alla sua applicazione. Vanno affrontati, infatti, con forme e modalità diverse di costruzione della conoscenza. C’è anche qui un problema di "ricostruzione” del modo di conoscere il territorio, che è ancora tenacemente fondato sulla conoscenza analitica, e basato su percorsi lineari che conducono dall’analisi al progetto e che in un certo senso affidano a grandi apparati informativi il ruolo di sistema nervoso centrale della conoscenza territoriale.

La definizione di paesaggio della Convenzione Europea di Firenze viene riproposta nella sua sostanza nella legge 42/2004 o Codice Urbani (Trentini), e prenderla sul serio, in parola, spinge a chiedersi, com’è successo nel caso del PPR sardo, quando si parla di percezione del paesaggio a chi, a quali ceti o strati o classi delle popolazioni locali occorra prestare attenzione, e magari dare voce e credito. Riflettere sul paesaggio come percezione, latamente sensoriale e soprattutto visiva, posta subito a intendere che anche in piccole porzioni di territorio le percezioni sono tanto stratificate e differenziate almeno tanto quanto è stratificata socialmente e culturalmente la popolazione locale o comunque interessata a quel territorio. In effetti le comunità locali, soprattutto nelle coste, ma anche nei paesi dell’interno, attraverso i rappresentanti democraticamente eletti, in Sardegna molto spesso si sono fatte interpreti, “piuttosto che delle sensibilità profonde e dei valori del paesaggio storicamente configuratosi dall’integrazione tra uomo e ambiente, di gruppi ed interessi che nulla avevano a che fare con la tutela del paesaggio come bene ambientale di interesse strategico collettivo e sovra-comunale” (Relazione Tecnica, www.sardegnaterritorio.it/pianificazione/pianopaesaggistico).

Spesso si è fatto cenno ai potentati dell’economia turistica internazionale, che cercano di determinare la configurazione generale del paesaggio, e se è così, "non si comprende perché a ciò non debbano concorrere anche le istituzioni sovra-comunali e le istituzioni scientifiche che indagano sui processi degli ecosistemi e sulle conseguenze nella lunga durata degli interventi sul territorio". Concepire il paesaggio come percezione dei diretti interessati o comunque interessati a un territorio, lungi dal semplificare generalizzando, pone di fronte alla complessità dei problemi e richiede, operativamente non solo in quanto pianificatori, cercare di attingere una “integrazione delle percezioni dei vari soggetti ed una sintesi che recepisca l’interesse generale”, magari slegato dagli interessi contingenti di parte più o meno leciti. Intendere il paesaggio come percezione, dunque, a parte tutta la miriade di altre osservazioni, costringe a tenere conto dei ruoli di ognuno e di organizzare la partecipazione democratica ai processi di pianificazione paesaggistica, evitando il più possibile il prevalere casuale o di mero potere lobbistico, anch’essi legati e coerenti con interpretazioni soggettive del paesaggio e quindi anche a interessi sul territorio. La visione dinamica del paesaggio come percezione obbliga poi a una pianificazione in cui anche la fantasia visiva, applicata al futuro, previdente e quasi preveggente, abbia ruolo progettuale primario (Assunto, Cazzani, Ritter).

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Giulio Angioni è ordinario di Antropologia Culturale all’Università di Cagliari, studioso della Sardegna, specialmente contadina e pastorale, e della storia degli studi antropologici: www.giulioangioni.net.

Beni/merci

Beni e merci sono termini che si riferiscono ai medesimi oggetti. Si tratta di punti di vista diversi. Se considero, a esempio, una pagnotta o una casa o un paio di scarpe dal punto di vista dell’utilità che ne traggo, quell’oggetto è per me un bene; se invece lo considero come qualcosa da scambiare con qualche altra cosa (magari per guadagnarci sopra), allora è giusto definirlo come merce. Il bene è destinato all'uso, la merce allo scambio. In riferimento a questa distinzione gli economisti classici parlavano di “valore d’uso” e “valore di scambio”, grosso modo coincidenti con il valore degli oggetti inteso come bene o come merce.

Naturalmente ci sono beni che non sono merci: l’aria, l’acqua, l’amicizia, la solidarietà, sono certamente beni, ma non sono merci.

Produzione/consumo; consumo/fruizione

Nell’attività economica si distinguono due momenti principali: la produzione (che è l’attività di formazione di beni nuovi mediante l’impiego di beni esistenti, ivi compresi il lavoro e la cultura del produttore) e il consumo (che è l’impiego dei beni prodotti,o di altri beni esistenti in natura, da parte del produttore o del processo produttivo). Il produttore consuma abiti, cibo, aria e acqua, cultura e altri beni materiali o immateriali; il processo produttivo consuma materie prime, naturali o a loro volta prodotte da un altro processo produttivo, e lavoro.

È opportuno distinguere il consumo, destinato al proseguimento del processo produttivo, dalla fruizione, finalizzata invece alle esigenze dell’uomo. Si tratta della medesima attività, ma, per riprendere una distinzione già fatta, quando parliamo di consumo ci riferiamo alla merce (e al valore di scambio), quando parliamo di fruizione ci riferiamo al bene (e al valore d’uso).

Reddito: rendita, profitto, salario

A differenza di quanto accadesse qualhc decina d’anni fa, nel linguaggio corrente (ma anche in quello politico e amministrativo) oggi reddito e rendita sono termini tra loro molto confusi; spesso si adopera l’uno come sinonimo dell’altro. Nel governo del territorio, in tutti i suoi aspetti, la rendita assume un significato molto importante, quindi è necessario definirla con sufficiente precisione.

L’economia classica distingue tre forme di reddito (cioè di guadagno). La rendita è il reddito derivante a un soggetto per il fatto che è proprietario di un bene, utile e scarso (questi due requisiti definiscono un bene “economico”); egli può cederne o meno l’uso (o la proprietà) a qualcuno che lo desideri o ne abbia bisogno. Il profitto è il reddito derivante a un soggetto (il capitalista) che associa diversi elementi (materie prime, lavoro, impianti fissi etc.) e organizza un processo produttivo finalizzato alla produzione di merci. Il salario è il reddito percepito dal soggetto (il proletario) che mette a disposizione, per un determinato periodo di tempo, la sua capacità di lavorare.

La rendita fondiaria è quella che deriva dalla proprietà di una terra (fondo); quella edilizia dalla proprietà di un edificio: la rendita immobiliare comprende l’una e l’altra. La rendita immobiliare è costituita dalla rendita assoluta e dalla rendita relativa o di posizione. La prima corrisponde al minimo comune denominatore di tutte le rendite immobiliari in quella determinata area, la seconda dipende dalla maggiore o minore appetibilità di quel determinato immobile rispetto agli altri.

La rendita non puà essere eliminata del tutto. Essa però può essere fortemente controllata e ridotta da un’attenta politica urbanistica, mentre è aperto da oltre un secolo il dibattito sull’opportunità che la rendita immobiliare, che dipende dalle decisioni e dagli investimenti della collettività (storica e attuale), torni alla collettività mediante la politica fiscale.

Sviluppo / crescita

Sviluppo è un termine ambiguo. Per meglio dire, è adoperato in modi diversi, e assume diversi significati. E’ un termine relativo, che acquista un significato positivo o negativo a seconda del fenomeno cui si riferisce. È certamente positivo lo sviluppo intellettuale di una persona, è certamente negativo lo sviluppo di una malattia.

Nel linguaggio corrente, il termine sviluppo è riferito all’economia, alla crescita cioè di una serie di dati quantitativi a loro volta correlati a grandezze che si ritengono funzionali al benessere umano, come l’occupazione, il reddito delle persone, il fatturato delle imprese, la quantità di merci prodotte. Espressioni quali sviluppo ineguale o sviluppo squilibrato esprimono l’idea che lo sviluppo possa avere anche aspetti negativi e innescare processi non giusti, ma raramente si critica il fatto che concetto di sviluppo sia stato ridotto a quello di crescita quantitativa.

Ora è dimostrato che lo sviluppo, inteso nel significato corrente, provoca (ha già provocato) danni gravi e minacce paurose al destino del genere umano. Da qui è nata una riflessione e - in sede internazionale - il tentativo di correre ai ripari. Pur senza criticare a fondo il concetto di sviluppo (e i concreti processi economici e sociali in cui esso si manifesta) la Commissione mondiale per l'ambiente e lo sviluppo dell'ONU ha proposto una mediazione, espressa nel termine sviluppo sostenibile.

Sostenibile / durevole

Per sviluppo sostenibile si intende uno sviluppo che «soddisfi i bisogni dell'attuale generazione senza compromettere la capacità di quelle future di rispondere ai loro». È certamente – come dimostrano gli stessi testi ufficiali - una "definizione di compromesso". Gia ai tempi della Commissione dell’Onu che coniò il termine (1989) la sostenibilità non era contraddittoria con la crescita, sebbene esprimesse chiaramente la convinzione che le condizioni del pianeta impongono del “limiti” allo sviluppo economico. Sebbene sia certamente un compromesso avanzato e una definizione severa, non esprime ancora pienamente una critica di quella ideologia della crescita indefinita che è congeniale al modo capitalistico di produzione. Ma è difficile che una critica siffatta potesse trovare consenso unanime all'interno dell'Assemblea generale dell'ONU.

Quanto compromesso fosse avanzato è comunque testimoniato dalle successive trasformazioni del termine. Mentre originariamente la sostenibilità era riferita all’ambiente, e in particolare alla sua componente naturale, successivamente si è parlato della necessità di garantire alla sviluppo sostenibilità ambientale, economica, sociale. La scarsità delle risorse non pone quindi limiti invalicabili alla crescita, pochè non è stabilita nessuna priorità alla sostenibilità ambientale ma essa è posta sullo stesso piano di quella sociale e, soprattutto, di quelle economica. Si sa che nel conflitto tra ambeinte ed economia à la seconda che vince. Di fatto che oggi, nel linguaggio corrente, "sostenibile" è divenuto un sinonimo di "sopportabile", arretrando un bel po' dalla severità della definizione elaborata dai saggi coordinati da Gro H. Brundtland. Nella lingua francese il concetto di sviluppo sostenibile viene sostituito da quello di “developpement durable”, “sviluppo durevole”, che forse esprime meglio il concetto originario.

Risorse / patrimonio

Tra le definizioni di risorsa che più si avvicinano all’uso nel linguaggio corrente vi è questa: “i mezzi di cui si dispone e che possono costituire sorgente di guadagno e di ricchezza” (Il Nuovo Zingarelli, 1983). Cioè il termine risorsa suggerisce un’utilizzazione economica del bene, disponibile o accumulato naturale o frutto del lavoro dell’uomo. Il termine patrimonio è apparentemente molto simile: “complessodi elementi materiali e non materiali, di valori e simili, aventi origini più o meno lontane nel tempo, peculiari di una persona, una collettività, una nazione”. Strettamente connesso al termine patrimonio è però l’dea della conservazione e della trasmissione agli eredi. Non a caso il francese patrimoine è declinato nell’inglese heritage, eredità. Significative le definizioni francesi (Larousse, Dictionnaire de la langue française, 1989): “Ensemble des biens de famille reçus en heritage” e “Bien commun d’une collectivité, d’un groupe humain, de l’humanité consideré comme un héritage transmis par les ancètres” (“Insieme dei beni di famiglia ricevuti in eredità” e “ Beni comuni d’una collettività, d’un gruppo umano, dell’umanità, considerato come un’eredità trasmessa dagli antenati”).

Il termine risorsa evoca quindi l’dea di uno sfruttamento economico del bene, della sia trasformazione in merce, della sua commercializzazione, mentre il tyerminme patrimonio contiene in sé l’idea della conservazione e della trasmissione, e in qualche misura quella dell’appartenenza a una comunità: dalla famiglia, allargata verso i posteri, della comunità, dell’umanità intera.

Comune/individuale; pubblico/privato

Nel linguaggio corrente si tende a confondere privato con individuale e comune (o collettivo) con pubblico. Sono termini tra i quali è bene distinguere: parlo di comune e individuale quando mi riferisco all’uso, parlo invece di privato e pubblico quando mi riferisco alla proprietà e alla gestione.

Così, per esempio, un servizio di trasporto collettivo, autobus o treno, può essere organizzato o gestito da un soggetto pubblico (il comune, la provincia o un’azienda appartenente a enti pubblici), ma anche da un soggetto privato. E un mezzo di trasporto individuale, come a esempio la bicicletta, può essere messo a disposizione dei cittadini da un soggetto pubblico, come avviene in molte città europee.

Ambiente, territorio, paesaggio

Ambiente, territorio, paesaggio sono termini usati spesso come equivalenti. Sarebbe utile invece distinguerli, poiché si riferiscono ad aspetti differenti della medesima realtà.

In ecologia l’ambiente, secondo Mario Di Fidio, è «l’insieme dei fattori abiotici (fisici e chimici) e biotici (animali e vegetali) in cui vivono i diversi organismi ed in particolare l’uomo» (Dizionario di ecologia, Milano, Pirola, 1996, p. 40). Con riferimento specifico alla società umana, l’ambiente ha assunto un significato più ampio: esso è tutto ciò che riguarda l’uomo, lo può influenzare e, viceversa, può esserne influenzato.

Per territorio intendiamo invece una porzione di ambiente delimitata da un confine. Sovente si tratta di un confine amministrativo a cui corrisponde, in genere, un ente definito, appunto, territoriale. Secondo Piero Bevilacqua il territorio è la «natura degli storici: vale a dire l’ambito territoriale e spaziale, regionalmente delimitato, entro cui uomini e gruppi, formazioni sociali determinate, vengono svolgendo le proprie economie, in intensa correlazione e scambio con esso» (Tra natura e storia. Ambiente, economie, risorse in Italia, Roma, Donzelli, 1996, p.9. ).

Il termine paesaggio esprime in ultima analisi la forma del territorio, il suo aspetto esterno, fisico. È stato definito e interpretato a partire da considerazioni prevalentemente estetiche, oppure di tipo geografico, riferite a una serie di variabili più estesa di quelle percepibili visivamente, come il clima, la morfologia, l’idrologia e la vegetazione, per arrivare ad abbracciare nuovamente il rapporto fra l’ambiente naturale e l’azione dell’uomo. Così, a esempio, per Emilio Sereni il paesaggio agrario è «quella forma che l’uomo, nel corso e ai fini delle sue attività produttive agricole, coscientemente e sistematicamente imprime al paesaggio naturale» (Storia del paesaggio agrario italiano, Roma-Bari, Laterza, 1984, p. 21).

Negli anni più recenti si è posta l'attenzione sul ruolo del paesaggio come elemento che caratterizza l’identità di una determinata popolazione, e quindi anche al modo in cui il paesaggio è percepito dalla popolazione che lo vive.

Alla domanda che intitola il seminario odierno viene voglia di rispondere: “Tutti in teoria, nessuno in pratica”.

Perché è questa, purtroppo, l’esperienza di chi cerca – da semplice cittadino, ancorché talvolta organizzato insieme ad altri in associazioni, comitati, ecc. - di cimentarsi nell’arduo compito di impedire almeno gli scempi più vistosi, le distruzioni più assurde, le speculazioni più evidenti.

1. Un po’ di storia. Il PURG del ’78 e la sua (mancata) attuazione

Vediamo il caso della mia Regione, il Friuli-Venezia Giulia, un tempo additata come modello in Italia proprio in fatto di pianificazione del territorio. Fu la prima, infatti (in realtà la seconda, dopo l’Umbria), a dotarsi di uno strumento di pianificazione che oggi si direbbe d’”area vasta”, vale a dire il Piano Urbanistico Regionale Generale (PURG) approvato nel 1978.

Un piano, certo, ancora “sviluppista”, anche se va tenuto conto che a PURG ormai pronto si verificò il terremoto del Friuli del maggio ’76, il quale – come tutte le “emergenze”, almeno in Italia – produsse da un lato la conseguenza di irrobustire la forte corrente di pensiero ostile all’urbanistica in quanto tale. Dall’altro lato, con l’enfatizzazione del successo dei sindaci nel gestire la ricostruzione, pose le basi psicologiche e politiche per una progressiva enfatizzazione del ruolo delle comunità locali nelle scelte territoriali.

Il PURG avrebbe potuto, tuttavia, rappresentare una buona base di partenza nel senso di una gestione del territorio “sostenibile” o meglio fondata sul principio della tutela della biodiversità e quindi delle reti ecologiche (più che delle sole aree protette intese in senso tradizionale), avendo previsto il sistema degli ambiti di tutela ambientale (76) e dei parchi regionali (14), estesi su circa il 30 % del territorio regionale. Un sistema, va detto e sottolineato, che nasceva da un forte coinvolgimento nella stesura del piano delle migliori conoscenze scientifiche allora disponibili in merito alle valenze ambientali presenti sul territorio regionale.

Un sistema che non sarebbe stato difficile, volendo, far evolvere verso un’autentica “rete ecologica” (in parte lo era già). Si preferì invece ripiegare su una gestione molto tradizionale e burocratica della materia, delegando ogni iniziativa sui parchi e gli ambiti di tutela ai Comuni e trasformando così un’idea originale e innovativa nell’ennesima occasione per la spartizione più o meno clientelare – e casuale - di incarichi per la progettazione di piani e per la realizzazione di opere pubbliche, non di rado discutibili (il prolungamento della “Napoleonica” in Comune di Trieste, ad esempio). Risultato : alcuni “parchi di carta” e nessuna effettiva tutela degli ecosistemi.

E ovviamente neppure del paesaggio.

Senza contare che talvolta fu la stessa Giunta regionale a decretare la “morte” di alcuni ambiti di tutela, a vantaggio di interessi economici privati evidentemente ben rappresentati in sede politica (è accaduto ad alcune preziose aree naturali della pianura friulana, distrutte dalla sciagurata politica dei riordini fondiari).

L’esperienza fallimentare di quegli anni avrebbe potuto essere di insegnamento almeno per evitare di ricadere in errori analoghi. Era infatti del tutto evidente come non fosse saggio affidare al livello comunale (in una sorta di devolution ante litteram) la responsabilità della gestione di un patrimonio tanto prezioso, quanto delicato e soggetto ad innumerevoli pressioni e minacce.

E invece la successiva legge urbanistica regionale, la n. 52 del 1991, rappresentò un ulteriore decisivo passo verso la rinuncia della Regione – a vantaggio dei Comuni – ad un ruolo “forte” sia nella pianificazione territoriale, sia nella tutela del paesaggio. Basti riflettere alla sub-delega ai Comuni (senza indirizzi e direttive di sorta) della competenza sulle autorizzazioni paesaggistiche e all’autentico abominio cui sono oggi ridotte gran parte delle Commissioni Edilizie Integrate comunali.

Una rinuncia, va ricordato, non accompagnata da alcun contrappeso istituzionale, come avrebbe potuto essere ad esempio un rafforzamento della trasparenza e della partecipazione (che è anche, inevitabilmente, controllo) da parte dei cittadini, insieme all’inserimento organico del ruolo di alcuni organi dello Stato (le Soprintendenze, ad esempio) nell’elaborazione dei piani.

Per tacere del fatto che fu completamente ignorato un problema sostanziale : l’inadeguatezza tecnica e strutturale di molti Comuni (quelli più piccoli, in primo luogo, che sono però la stragrande maggioranza) a gestire attività e procedure complesse come quelle relative ai PRGC ed ai PRPC (Piani regolatori particolareggiati comunali).

Il tutto nell’assenza totale di un quadro di riferimento sovracomunale o d’area vasta, perchè il PTRG (Piano territoriale regionale generale) previsto dalla 52/1991 in sostituzione del PURG, com’è noto, non ha mai visto la luce. Benché, com’è forse meno noto, fosse stata prodotta in funzione del PTRG medesimo una copiosa – e costosa – serie di studi preparatori e lo stesso PTRG fosse in realtà pronto nella seconda metà degli anni ’90 (in due versioni successive, come hanno spiegato altri relatori di questo convegno).

Nel frattempo alcune importanti novità, che avrebbero dovuto indurre la Regione ad adottare un approccio più consapevole rispetto ai valori ambientali (magari riprendendo, sviluppando e soprattutto applicando sul serio le previsioni già contenute nel PURG), erano pur intervenute.

Prima fra tutte la cosiddetta legge “Galasso” (431/1985) sulla tutela del paesaggio.

Invece, non soltanto non fu colta la fondamentale novità di questa legge, che concepiva il paesaggio meritevole di tutela non più come meri “quadri naturali” identificati da vincoli puntuali, bensì come insieme di ambienti naturali (le aree costiere, i fiumi, i laghi, le montagne, i boschi, ecc.) da assoggettare in quanto a tutela e specifica pianificazione.

Non soltanto ci si rifiutò di cogliere questo aspetto, ma ci si attardò in un miope arroccamento a difesa dell’”autonomia” regionale, contro le “ingerenze” statali, arrivando ad impugnare la legge davanti alla Corte Costituzionale.

Un errore tragico – se di mero errore si trattò – la cui responsabilità ricade ovviamente sulla classe politica al potere in quegli anni, ma anche sul livello tecnico dirigenziale.

Nel frattempo e da allora in poi, naturalmente, l’urbanistica – comunale – ha marciato (e marcia) a pieno ritmo, producendo gli effetti che ognuno può constatare de visu sul territorio.

A dirigerla non c’era ovviamente un quadro di riferimento generale, né un sistema organico di tutele per l’ambiente naturale ed il paesaggio (inesistenti entrambi, come si è detto). C’erano - e ci sono – inevitabilmente soltanto gli interessi, più o meno organizzati di categorie, lobbies, gruppi economici grandi, piccoli e piccolissimi, tutti adeguatamente rappresentati nelle amministrazioni comunali.

Tant’è che il processo di formazione e discussione di un PRGC (o di un PRPC) si riduce spesso - di fatto - ad un penoso gioco autoreferenziale, senza alcun momento di reale trasparenza, tra sindaci e consiglieri (spesso soltanto alcuni consiglieri) comunali, più o meno “ispirati” dai diretti interessati alle trasformazioni, con professionisti e funzionari ridotti al ruolo di notai di decisioni altrui.

Tutto (o quasi) legittimo, beninteso, “legale” e nel rispetto delle regole canoniche. Nulla a che vedere con l’abusivismo anarchico dilagante in altre parti d’Italia. E tuttavia gli effetti negativi sul territorio non sono molto dissimili da quelli che si possono notare in una regione giustamente vituperata per la sua dissennatezza urbanistica, come il vicino Veneto.

Basti pensare a cos’è diventata l’area del pordenonese, oppure all’incredibile congerie di centri commerciali – con relative infrastrutture - a nord di Udine, tanto per citare solo due esempi.

Anche qui, come in Veneto (e non solo), un’allucinante sfilata di capannoni ed edifici dalle più svariate destinazioni, disseminati lungo le statali e le provinciali, al di fuori di qualsiasi logica, con le inevitabili (e queste sì logiche !) conseguenze : congestione viabilistica, scomparsa del paesaggio agrario, spreco di territorio, ecc.

Nessuno, men che meno i Comuni, ha saputo resistere alla spinta verso la proliferazione di zone produttive o “miste” artigianali-commerciali, o artigianali poi trasformatesi in commerciali, o commerciali tout court, qua e là sul territorio. Non si è voluto costruire un serio coordinamento delle scelte insediative, per evitare almeno che ogni Comune si costruisse (con soldi pubblici, si badi !) la propria zona artigianale e poi anche quella commerciale, con tutto l’inevitabile corredo di infrastrutture viarie e non.

Nessuno, neppure le organizzazioni agricole, che pensasse ad una vera tutela del suolo coltivabile di fronte all’inarrestabile espansione del cemento e dell’asfalto.

O meglio, qualcuno c’era (e c’è ancora) : i soliti rompiscatole ambientalisti, riuniti in associazioni (quelle “storiche”, su questi temi : WWF e Italia Nostra, in pratica, e basta), oppure in comitati spontanei di cittadini. Ma si sa, gli ambientalisti sono fondamentalisti per antonomasia, non hanno in mente lo “sviluppo”, soltanto i “vincoli”…

La natura ed il paesaggio, in un simile contesto, non potevano certo aver sorte diversa dal resto del territorio.



2. I PRGC dell’area triestina



Conviene soffermarsi, per ragioni che diverranno più chiare in seguito, soprattutto su alcuni esempi tratti dalla realtà del capoluogo regionale, Trieste, e del – minuscolo ma prezioso - territorio circostante.

Una serie di piani regolatori, nella seconda metà degli anni ’90, ha disegnato il futuro del territorio nei tre Comuni costieri della provincia triestina.

Il PRGC di Trieste, approvato nel ’97, nacque con l’intento dichiarato apertamente dal sindaco di allora (Riccardo Illy) di servire “al rilancio dell’attività edilizia triestina, da troppo tempo in crisi”. Non per nulla, assessore all’urbanistica nel periodo cruciale della discussione sul PRGC, fu nominato dal sindaco un uomo di punta del locale Collegio Costruttori (l’ing. Cervesi) ... Gli effetti concreti di quel piano sono sotto gli occhi di tutti, specie lungo la fascia costiera.

Va ricordato che la Regione tentò, intervenendo con gli strumenti limitati di cui disponeva in base alla citata legge urbanistica del ‘91, di porre rimedio almeno alle storture più evidenti del piano nelle aree di maggior pregio ambientale. Ne derivò un’asperrima battaglia politico-legale tra il sindaco (oggi presidente) e la Giunta regionale di allora, condotta dal primo in nome dell’”autonomia” comunale e – purtroppo – vinta davanti al Consiglio di Stato alla fine del ’99, proprio per la mancanza del piano paesistico previsto dalla “Galasso”. Come si vede, gli errori – politici e tecnici – prima o poi si pagano : il guaio è che di solito non li paga chi li ha commessi e in definitiva li paga l’ambiente.

Il PRGC di Muggia (approvato nel 1999) nasce invece sotto il segno dello “sviluppo turistico”, inteso naturalmente nell’accezione italiana, e quindi prevede colate di cemento, interramenti a mare, nuovi porti nautici e quant’altro lungo tutto il piccolo tratto di costa salvatosi (in parte) dagli scempi compiuti nei decenni passati (grazie alle giunte comunali “di sinistra” di allora). Il piano contiene sì un’analisi abbastanza accurata delle valenze naturalistiche e paesaggistiche, ma le contraddice sovrapponendovi previsioni edificatorie assolutamente inammissibili.

Il PRGC di Duino-Aurisina, sempre del ’99, pur con qualche cedimento e ingenuità, è l’unico a fondarsi su una profonda analisi dei valori ambientali e culturali ed a porsi programmaticamente l’obiettivo di tutelare con rigore lo straordinario patrimonio racchiuso su un territorio piccolo ma estremamente complesso e diversificato (ma anche piuttosto mal gestito fino ad allora).

Manco a dirlo, questo è il piano che corre i maggiori rischi di essere svuotato e stravolto dall’amministrazione comunale in carica.

Nessun esito, pur avendone in teoria la potenzialità, ha avuto il tentativo della Regione (tardo frutto della breve stagione in cui un barlume di consapevolezza si era fatto strada ai vertici della Giunta) di redigere un piano paesaggistico – ancorché sotto falso nome – per l’intera fascia costiera triestina.

Correva l’anno 2000 ed al potere c’era una Giunta di centro-destra, nefasta certo per molti aspetti (compreso un tentativo subito abortito di mettere mano alla legge urbanistica in combutta con i peggiori figuri dell’INU nazionale), ma mai quanto quel che sarebbe venuto dopo.

Ci ha pensato infatti, qualche anno dopo, il neo-eletto presidente della Regione (Illy, sempre lui…) a decretare – in aperto spregio della legislazione statale in materia - che il piano paesaggistico della costiera triestina “…non saranno inserite previsioni che contrastino o contraddicano gli strumenti urbanistici dei comuni interessati”, affossandolo quindi sul nascere.

Non sia mai che a qualcuno venga in mente di rivedere la villettizzazione prevista dal PRGC di Trieste proprio in quell’area!



3. L’urbanistica e il paesaggio in Friuli Venezia Giulia nell’era di Illy



Nel programma della Giunta Illy, sui temi della pianificazione territoriale e del paesaggio non c’è nulla, e assai poco anche su quelli ambientali. C’è parecchio invece per quanto concerne le politiche industriali, l’innovazione e la competitività del sistema produttivo regionale, ecc.

Un sintomo abbastanza chiaro, per chi l’avesse voluto cogliere, dell’indirizzo che il nostro intendeva dare all’attività dell’amministrazione regionale.

Gli atti successivi non facevano che confermare l’impressione di una Giunta intenta a rispondere soprattutto alle “esigenze” – spesso soltanto presunte - del sistema produttivo, così come rappresentate dalle istanze organizzate dello stesso (Confindustria in primis, ovviamente).

Ecco quindi, similmente a quanto fatto a Trieste per compiacere la lobby dei costruttori, l’enfasi estrema sulle infrastrutture di trasporto (ferrovie ad alta velocità, ma anche – e soprattutto – strade ed autostrade) e su quelle energetiche (elettrodotti, rigassificatori per GNL).

Il tutto, ben inteso, anche quando aveva ed ha ovvie e pesanti ricadute territoriali, paesaggistiche ed ambientali, al di fuori di qualsiasi quadro programmatico e pianificatorio: l’infrastruttura come postulato, come a priori. Non quindi un approccio problematico, che cerchi di capire – il più possibile oggettivamente, sulla base di studi, analisi costi-benefici, valutazioni strategiche e di impatto ambientale – quali e quante infrastrutture servano davvero al Friuli Venezia Giulia e siano compatibili con i valori irrinunciabili del suo territorio, bensì il progetto dell’opera come punto di arrivo che non si può discutere, al quale vanno subordinati piani e strumenti di tutela.

E’ per questo che il WWF, avendo iniziato subito un scrupoloso monitoraggio sull’attività della Giunta Illy in campo ambientale, ha infine riassunto le proprie valutazioni in un documento organico (v. allegato 1), inviato a tutti i possibili “portatori di interesse” e referenti istituzionali (anche nazionali), senza però –apparentemente – suscitare particolari reazioni nel mondo politico, neppure da parte della cosiddetta “sinistra radicale”.

L’impostazione politico-culturale della Giunta Illy porta talvolta anche a situazioni al limite del grottesco, come quella in cui il nostro diventa addirittura “certificatore di qualità paesaggistiche”. Accade a Sistiana, febbraio 2005, quando il presidente della Regione incontra il sindaco di Duino-Aurisina (un ex collega, in fondo…) e l’imprenditore privato (un altro collega…) che in quella baia vorrebbe realizzare un ignobile mega-progetto turistico-immobiliare e “attesta” l’alto valore paesaggistico dell’intervento, proponendo addirittura. delle “migliorie” (peraltro ridicole o impossibili a realizzarsi). Di fronte ad un progetto, si badi bene, tenuto segreto a tutti (ma non a lui) allora e per molto tempo anche dopo.

Ma bisogna pur aiutare le iniziative imprenditoriali.

Inutile dire che gli uffici regionali competenti in materia, di fronte a tanto autorevole certificazione, si sono prontamente adeguati….

Del resto, ancor prima a Lignano, la pineta di proprietà dell’EFA (carrozzone pseudo-assistenziale ma in realtà immobiliare, di proprietà della Curia di Udine), pur assoggettata a vincolo paesaggistico nei primi anni ’90 proprio per decisione della Regione, è stata sventrata per far posto ad alcuni edifici sportivi privati (che avrebbero potuto benissimo trovar posto altrove). In questo caso, non si è esitato ad applicare la normativa regionale sui lavori pubblici ereditata dalla precedente amministrazione di centro-destra, trattandosi sì di un intervento privato, ma sostenuto da un contributo regionale e quindi parificato ad un’opera di pubblica utilità. Una normativa, ça va sans dire, che permette di scavalcare agevolmente piani e vincoli ed è assai sbrigativa sotto il profilo delle valutazioni ambientali e paesaggistiche.

Non che il nostro sia del tutto allergico alla pianificazione, beninteso. Basta che i piani siano costruiti a sua immagine e somiglianza e cioè contengano tutto ciò che lui vuole (infrastrutture, ecc.) e non contengano ciò che non vuole (vincoli paesaggistici o ambientali insuperabili, ad esempio). Ecco quindi che, di fronte ad alcune – grosse - difficoltà insorte nell’iter di un progetto che gli sta particolarmente caro, cioè la linea ferroviaria ad alta velocità Venezia – Trieste, spunta improvvisamente l’urgenza (neppure accennata, come detto, nel programma di Giunta) di un Piano Territoriale Regionale. O meglio, di una legge che ne indichi finalità e procedure. L’obiettivo vero è però un altro, come vedremo.

Ecco, quindi, il solerte assessore alla pianificazione territoriale (nonché all’energia, alla mobilità e alle infrastrutture di trasporto…), Sonego, approntare di gran carriera quella che sarebbe diventata poi la legge regionale 30 del 2005. La quale all’art. 5 espone sinteticamente tutte le proprie “coordinate culturali”: l’economicismo di fondo, la confusione dei piani e degli obiettivi, la demagogia e l’indeterminatezza delle enunciazioni. E’ infatti questo, probabilmente, il primo caso in cui ad un Piano territoriale si impongono “equi-ordinate” finalità strategiche quali “la conservazione e la valorizzazione del territorio regionale, anche valorizzando le relazioni a rete tra i profili naturalistico, ambientale, paesaggistico, culturale e storico” insieme alle “migliori condizioni per la crescita economica del Friuli Venezia Giulia e lo sviluppo sostenibile della competitivita’ del sistema regionale”.

Che cosa significhi poi, anche dal mero punto di vista semantico, “lo sviluppo sostenibile della competitivita’ del sistema regionale”, è questione troppo ardua per essere risolta dalle modeste capacità del sottoscritto e richiederebbe ben altre doti esegetiche.

Ma tant’è, così si scrivono le leggi oggi in Friuli Venezia Giulia.

I contenuti “programmatici” della legge 30 sono stati successivamente ripresi, pari pari, nella nuova legge urbanistica regionale, la n. 5 del 2007, che ha sostituito la precedente n. 52 del ’91.

Per una disamina puntuale del testo normativo, si veda l’allegato 2, riferito in realtà al disegno di legge originario; le modifiche introdotte in fase di approvazione non sono però tali da mutare la sostanza dell’articolato e quindi neppure il giudizio del WWF su di esso. Un altro importante commento alla legge regionale 5/2007 è quello del compianto Luigi Scano, pubblicato su www.eddyburg.it

Naturalmente, il vero obiettivo della legge 30 era ben altro. Vale a dire le infrastrutture. Il Capo II della legge è infatti costruito con l’obiettivo dichiarato di “preservare la possibilità di realizzare infrastrutture strategiche ovvero di dotare la Regione di strumenti che ne facilitino la realizzazione”. Ecco quindi, sempre rigorosamente al di fuori di qualsiasi previsione pianificatoria, strumenti come la sospensione provvisoria dell’edificabilità “sulle domande di concessione o di autorizzazione edilizia in contrasto con progetti che siano stati dichiarati di interesse regionale”. La dichiarazione spetta, ovviamente, alla Giunta regionale. Il testo originario del disegno di legge indicava esplicitamente alcuni di questi progetti strategici: le “opere ferroviarie di attuazione del Corridoio V e quelle ad esso complementari” e le “opere del nuovo collegamento stradale Cervignano-Manzano e quelle ad esso complementari”. Indicazioni poi espunte, per pudore, nel testo definitivo.

Con tali premesse, appariva abbastanza chiaro cosa ci si potesse aspettare dal PTR.

Il piano vero e proprio è stato preceduto da un – corposissimo – “Documento preliminare al PTR”, sul quale è stato anche avviato un pretenzioso quanto vuoto ed insulso “processo partecipativo”, ispirato (si vorrebbe far credere) ai principi di Agenda 21.

Si rimanda al commento di dettaglio del WWF su tale elaborato (v. allegato 3). Basti dire che dalle 550 (!) pagine del documento non emerge alcun indirizzo chiaro, per quanto concerne elementi imprescindibili di ogni serio strumento di pianificazione territoriale, come le questioni ambientali e del paesaggio: imprescindibili specie per un PTR che si vorrebbe abbia anche valenza di piano paesaggistico!

Invece, anche qui, emerge con assoluta evidenza l’approccio essenzialmente economicistico alle questioni territoriali e l’enfasi sulle infrastrutture strategiche, accanto a “perle” di assoluto valore umoristico – ancorché involontario – quali l’impagabile finalità del Piano consistente nell’“offrire sostegno alla zootecnia ed al pascolo (con reintroduzione di cavalli, mucche, ovini che a livello di coscienza collettiva contribuiscono a ‘fare paesaggio’)”.

Men che meno, si rinvengono nel documento preliminare, indicazioni forti in merito ad una concezione moderna del paesaggio e dell’ambiente naturale, concezione che pur era presente – almeno in nuce – nel PURG del 1978. Una concezione, cioè, che si incentri sulla tutela degli ecosistemi, più che di singole “isole” di pregio naturalistico, che di conseguenza punti alla tutela e al recupero delle connessioni funzionali tra gli ecosistemi stessi attraverso un sistema di reti ecologiche e di corridoi naturalistici (tenuto conto, ovviamente, della straordinaria concentrazione di biodiversità presente – malgrado tutto - nel pur limitato territorio regionale). Una concezione, va riconosciuto, ardua da accettare per chi concepisce il futuro del Friuli Venezia Giulia essenzialmente come “piattaforma logistica” e le “reti” le vede rappresentate soltanto da strade, ferrovie ed elettrodotti…

Naturalmente, però, le infrastrutture non possono attendere i tempi, inevitabilmente lunghi, di un PTR. Ecco quindi che, a latere di tutto ciò, si percorrono anche altre strade.

Una di questa è quella che punta ad estorcere al Governo impegni – politici ed economici – per le cose che interessano. Ecco allora il Protocollo d’intesa tra la Regione Friuli Venezia Giulia e la Presidenza del Consiglio dei Ministri, predisposto la scorsa estate dal presidente della Regione raccogliendo anche i contributi di vari esponenti politici di maggioranza ed opposizione e – ahinoi – sottoscritto dal Presidente del Consiglio il 6 ottobre 2006.

Il commento del WWF sul Protocollo è reperibile all’allegato 4. Qui basti rimarcare che, in perfetta continuità con quanto detto prima a proposito di infrastrutture, il Protocollo contiene una nutrita “lista della spesa” relativa alle opere – viarie – che la Regione chiede di finanziarie, ovvero di sostenere nelle successive fasi progettuali, ovvero di agevolare (è il caso della superstrada Sequals-Gemona) mettendo in riga i funzionari recalcitranti che in qualche Soprintendenza si ostinano a non volersi sottomettere ai desiderata dei sindaci e delle categorie economiche. Il tutto, al solito, prescindendo da qualsiasi pianificazione o programma, come dimostra il caso eclatante del collegamento autostradale tra la A 23 e la A 27 attraverso il traforo della Mauria, opera – voluta da alcuni ambienti economici soprattutto veneti - inserita a forza nel Protocollo soltanto perché “prevista” da un’intesa estemporanea stipulata nell’aprile 2004 tra il presidente del Friuli Venezia Giulia, quello del Veneto ed il ministro delle Infrastrutture. Sono questi gli unici atti programmatici che contano e che devono prevalere, secondo il nostro, su qualsiasi piano e programma.

Il guaio è che finiscono per prevalere anche su elementari considerazioni di sostenibilità tecnico-economica delle opere (per non parlare della sostenibilità ambientale), sulle doverose esigenze di coinvolgimento ed informazione dei cittadini, scavalcando di fatto perfino procedure di valutazione pur prescritte da Direttive europee come la V.A.S..

Proprio come accade con la linea ferroviaria ad alta velocità Venezia –Trieste.

Al Protocollo ha fatto seguito quest’anno un “atto aggiuntivo”, che ne aggiorna alcuni contenuti senza mutare la sostanza, né l’approccio politico-culturale di fondo. Stiamo tentando, in questi giorni, di far percepire ai decisori politici nazionali, l’inopportunità di assecondare Illy su questo terreno, ma la battaglia è in salita: già alcuni parlamentari eletti in Friuli Venezia Giulia hanno assicurato pieno sostegno all’atto aggiuntivo e lo stesso Prodi ha di recente promesso che lo firmerà quanto prima, sia pure previa verifica tecnica sui contenuti.

Bisogna però pur produrre uno straccio di piano, anche perché lo prescrivono le normative nazionali, almeno per quanto concerne il paesaggio (D. Lgs. 42/2004 e s.m.i.). Ovviamente, bisogna che il piano corrisponda, almeno nella forma, a quanto previsto dalle norme statali. Ecco allora intervenire l’Intesa interistituzionale tra la Regione, il Ministro per i beni e le attività culturali ed il Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare “per l’elaborazione congiunta del piano territoriale con specifica considerazione dei valori paesaggistici”, predisposta dal solerte Sonego e inviata per la sottoscrizione a Roma.

Un sintomo di rinsavimento? Mica tanto, perché il testo dell’Intesa proposto dalla Regione prevedeva (art. 3) che gli “indirizzi preliminari e generali di cui tener conto nell’elaborazione del PTR” siano costituiti, ovviamente, dal “Documento preliminare al PTR”, quello delle 550 pagine di cui sopra, con mucche, cavalli e ovini che contribuiscono a fare paesaggio.

Per fortuna, in extremis, qualcuno a livello ministeriale ha pensato bene di cassare questo punto. Ora si tratta di vedere se gli organi ministeriali (per il MBBAACC si tratta della Direzione regionale per il Friuli Venezia Giulia), ai quali è stato affidato il compito di seguire l’iter del PTR, avranno la forza di riappropriarsi del proprio ruolo, mettendo un freno alla deriva “sviluppista” ed infrastrutturale del Friuli Venezia Giulia. In fondo, a tutt’oggi, la competenza prevalente in merito alla tutela del paesaggio appartiene allo Stato e la Regione Friuli Venezia Giulia non ha certo ben meritato finora, in questo campo.

L’esame del PTR, disponibile in bozza ma non ancora adottato, è in corso e da un primo esame si può dire che quanto prodotto dagli uffici regionali non si discosta granché dal “Documento preliminare” citato prima.

E’ da augurarsi che non intervengano pressioni politiche, dirette o indirette, ad interferire con il lavoro dei tecnici dei ministeri, incaricati di interagire con gli uffici regionali nella definizione dei contenuti del PTR.

Un segnale pericoloso in questo senso è però rappresentato da quanto accaduto di recente.



4. Di nuovo Sistiana



Succede infatti che una parte (quella più corposamente edilizia, manco a dirlo) del progetto “segreto” per la cosiddetta valorizzazione turistica dalla baia di Sistiana, ottenga l’autorizzazione paesaggistica dal Comune di Duino-Aurisina. Qui si potrebbe aprire un – penoso – capitolo sul funzionamento delle Commissioni Edilizie Integrate, ma è meglio rinviarlo ad un altro momento.

Succede poi che il nuovo Soprintendente BPAASAE del Friuli Venezia Giulia, l’arch. Rezzi, annulli l’autorizzazione comunale, con una corposa e dettagliata motivazione, evidenziando in particolare la difformità della relazione paesaggistica presentata rispetto a quanto previsto nel DPCM 12/12/2005.

Plaudono gli ambientalisti, ma il sindaco è in campagna elettorale e l’argomento baia di Sistiana ne diventa il clou. Tanto che a pochi giorni dal voto il sindaco rilascia una nuova autorizzazione paesaggistica, anche perché nel frattempo il Comune ha incassato parte degli oneri di urbanizzazione dai proponenti del progetto…

Il sindaco viene rieletto con buon margine, ma un paio di mesi dopo il Soprintendente annulla per la seconda volta l’autorizzazione, rincarando la dose nelle motivazioni: il progetto era infatti rimasto tale e quale e così pure la relazione paesaggistica.

Pochi giorni dopo, è di passaggio a Trieste per un convegno di Confindustria sul turismo il ministro Rutelli, il sindaco di Duino-Aurisina e Illy colgono l’occasione al volo per perorare con lui la causa del progetto di Sistiana, che ora “è fatto bene” garantisce personalmente il presidente (già autoinvestitosi del ruolo di esperto paesaggista, come si è visto, cfr. sopra par. 3).

Il tentativo di mettere nell’angolo il Soprintendente è palese e spudorato. Vi si associa anche il sottosegretario agli interni (!), in quanto triestino e, soprattutto, fedelissimo di Illy (fu presidente del Consiglio comunale quando Illy era sindaco).

Piccolo dettaglio, tutto sommato irrilevante visti i tempi che corrono: il sindaco di Duino-Aurisina è di Forza Italia e guida una giunta di centro-destra, mentre il centro-sinistra – in teoria lo stesso schieramento che sostiene Illy - è all’opposizione.

Rutelli se la cava invitando il sindaco a rivolgersi ai superiori romani del Soprintendente. Pare però che l’incontro richiesto con l’arch. Cecchi non abbia ancora avuto luogo.

Intanto il Comune di Duino-Aurisina ha presentato ricorso al TAR contro l’annullamento dell’autorizzazione paesaggistica. Il WWF e Italia Nostra si affiancheranno all’Avvocatura dello Stato nel sostegno alla Soprintendenza e ha chiesto che il ministero faccia altrettanto (v. all. 5).

Il sindaco di ha però dichiarato il Consiglio comunale che anche la Regione interverrà nel giudizio, a fianco del Comune.

Se una Giunta regionale si comporta così per un progetto, è pensabile che non metta in moto tutte le leve politiche a sua disposizione anche per ottenere un trattamento di favore sul PTR?



5. Conclusioni



Tutto ciò può aiutare a dare risposta alle domande che compaiono nel programma della Scuola a proposito del tema di questo seminario?

Probabilmente solo in parte.

Il problema vero non sono infatti gli accorgimenti normativi e procedurali che consentano di meglio equilibrare il rapporto tra i vari poteri, oppure che garantiscano un corretto rapporto tra i cittadini e le istituzioni, oppure ancora che definiscano il rapporto tra la tutela e le decisioni sulle trasformazioni.

Beninteso, modifiche anche rilevanti alle norme attuali – sia in campo urbanistico, sia in quello paesaggistico, sia in quello ambientale – sono senz’altro necessarie e del resto sono state anche già proposte (si pensi ad esempio alla proposta di legge prodotta proprio da Eddyburg in materia di pianificazione del territorio). Tra queste, tengo a sottolineare l’urgenza di una modifica del Codice dei beni culturali e paesaggistici, che restituisca al Ministero BBAACC e alle Soprintendenze la facoltà di intervenire nel merito delle autorizzazioni paesaggistiche rilasciate da Comuni e Regioni e non più soltanto per vizi di forma come oggi accade.

E’ chiaro altresì, ed è stato più volte ricordato autorevolmente in varie sedi, che un ripristinato ruolo di effettivo controllo sui beni paesaggistici da parte del Ministero BBAAC, non può assolutamente prescindere dal deciso potenziamento delle strutture periferiche (e non solo) dello stesso, oggi ridotte in condizioni di vergognosa indigenza.

Si potrebbe continuare a lungo, elencando le tante proposte di riforma necessarie ed urgenti.

Il problema vero, si sarebbe detto un tempo, è però la “volontà politica” di farle queste riforme e di farle funzionare. Volontà che non c’è, a quanto posso vedere, né a livello centrale, né – come credo di aver dimostrato – neppure a livello locale (almeno per quanto riguarda la mia Regione), anzi.

C’è piuttosto esattamente la volontà opposta, cioè quella di utilizzare tutti gli strumenti e gli organi istituzionali per asservirli agli interessi economici predominanti. C’è in buona sostanza la completa sottomissione del ceto politico - di centro-sinistra come di centro-destra - agli interessi delle lobbies confindustriali e immobiliari (quasi sempre coincidenti).

C’è anche l’asservimento sostanziale dei media a questo contesto politico-economico. Con la conseguente assuefazione della maggior parte dell’opinione pubblica al “pensiero unico” dominante.

Non scopro nulla, sia chiaro.

Però mi pare questo il nodo principale che bisogna provare a sciogliere, se si vogliono cambiare veramente le cose.

Il come farlo è problema che supera le mie capacità di immaginazione. Quel che so è che vale la pena di impegnarsi ad analizzare i problemi e battersi per diffondere con ogni mezzo l’informazione: qualcuno che ascolta prima o poi lo si trova e posso garantire che questa è un’attività che da molto fastidio al “Palazzo”. Prova sufficiente, credo, per concludere che è anche un’attività utile.

Nella sezione SOS Carso una ricca documentazione sulle vicende della Baia di Sistiana richiamate nel testo.

Nella pagine di eddyburg sono disponibili anche il testo della nuova legge urbanistica e una disamina critica di Luigi Scano.

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