L’altro giorno a Grosseto al convegno «L’albergo non è una casa» un alto, elegante ufficiale della finanza, in divisa, ha raccontato una delle storie più losche nell’ambito di abusi edilizi che mi sia capitato di ascoltare. Il tono della voce studiato per non tradire nessuna emozione accentuava l’aspetto veramente incredibile e anche grottesco su come poteri locali, funzionari pubblici che dovrebbero certificare la perfetta rispondenza alla legge dei contratti di compravendita delle case e imprenditori d’assalto, che sembrano arrivati dall’isola della Tortuga, si sono messi d’accordo per truffare i cittadini e lo Stato e farsi passare per benefattori.
In Toscana la straordinaria bellezza dei luoghi, quell’atmosfera incantevole in cui sono immerse le colline, il modo con cui l’uomo ha saputo inserirsi nella natura mantenendo un perfetto equilibrio non vanno protetti e mantenuti solo per il piacere di pochi esteti. Costituiscono le fondamenta dell’economia locale, basata da sempre sui forestieri, senza i quali non saprebbero a chi vendere i caci, la finocchiona, le terrecotte, il panforte, l’olio buono e il vino buono e tutto il resto. Il paesaggio in Toscana può essere paragonato a quello che rappresenta lo Stock Exchange per New York o la Ford per Detroit o i grandi vini per Bordeaux. Ecco perché qualsiasi manomissione del territorio «plus qu’un crime, ça à étè une erreur», come dicono benissimo i francesi, dove errore sta per cazzata: il classico modo di darsi la tradizionale zappa sui piedi.
Sembra incredibile ma in Toscana continuano a farsi male con questa zappa, anche se le vicende edilizie variano molto da zona a zona. In questa regione, che dovrebbe avere più sensibilità di altre, le cose vanno molto peggio che in Emilia Romagna, il cui governo ha dato interpretazione restrittiva delle norme che regolano in generale l’urbanistica. Qui invece sta dilagando un fenomeno abbastanza nuovo, almeno in queste dimensioni soprannominate: «Viva le RTA», intese come residenze turistico alberghiere, ovvero come costruire quello che non si può costruire, nei terreni vincolati al verde, pagando meno tasse, e fregando turisti con promesse non mantenute e privati con contratti fasulli. Queste RTA vengono usate come grimaldello per aprire porte che altrimenti resterebbero chiuse. Un esempio: il piano regolatore proibisce di costruire in una certa area di solito tra le più amene per riservarla al verde pubblico, escludendo tassativamente edifici di qualsiasi genere. Niente paura. Si fa una finta ricognizione delle capacità ricettive della città, si scopre di aver bisogno di altri posti letto per i turisti e a ruota si presenta una domanda per una o più installazioni di che, in deroga al piano regolatore, prevede l’insediamento proprio nelle zone proibite e molto ambite dagli speculatori. A questo punto si lancia una campagna in favore dell’insediamento per allargare le potenzialità del paese, che non trova molti oppositori: si faccia avanti chi è contro il turismo in Italia?
Naturalmente tutti o quasi tutti sono a favore, in buona o in cattiva fede e con rapidità si dà inizio ai lavori dell’albergo. I due aspetti più strabilianti di tutta la faccenda, che è tutta straordinaria, sono almeno due: il primo è la sicurezza e la tracotanza con cui i costruttori mettono mano fin dall’inizio a edifici con appartamenti privati, senza simulare di stare costruendo un’RTA e quando la palazzina è finita si passa alla vendita ai privati senza mettere in scena nemmeno per qualche giorno la parvenza di un albergo con camerieri e insegne turistiche. Il secondo aspetto è rappresentato dai contratti di compravendita, che nei casi migliori sono stilati dai notai con uno stile che riecheggia la prosa dell’Azzeccagarbugli di manzoniana memoria, in cui si dice tutto e il contrario di tutto. E nei casi peggiori certificando il falso quando si rassicura il compratore affermando che lui ha la piena proprietà dell’immobile.
Mi risulta che in Toscana almeno un ufficiale della finanza ha chiesto alla magistratura di mandare nelle patrie galere qualcuno di questi notai meno coscienziosi, diciamo così, ma la sua richiesta non è stata accettata. Come finale paradossale di tutta l’operazione i costruttori in questo modo non solo truffano gli acquirenti, ma anche lo Stato venendo a pagare meno tasse.
L’ufficiale parlava della propria area di competenza, che era quella di Massa Carrara, ma il fenomeno è diffuso quasi ovunque in Italia. Quanto alle giunte che dovrebbero sorvegliare con occhio attento ad ogni minimo tentativo di manomettere il territorio, sembra che stiano perennemente con la testa dentro uno scatolone di sabbia. Come spiegare altrimenti lo strano comportamento dei comuni della Toscana che dovevano chiedere ai costruttori la tassa prevista per il cambiamento d’uso degli edifici: quasi tutti, con eccezione di Pisa e di altri due centri minori, si sono dimenticati di chiederla. Era uno sforzo superiore alle loro possibilità.
Cominciamo dall'idrovia, "concepita nel 1965, doveva servire a togliere i troppi camion dalle strade e abbattere l'inquinamento. Invece ci costruiranno su un lato una strada camionabile: dopo il danno, la beffa". Quando parla del canale mai completato, con enorme spreco di denaro pubblico, si infervora il cavaliere Antonio Canova, presidente del Comitato di salvaguardia del territorio. Il sodalizio è nato a maggio con una assemblea di oltre 500 abitanti e i sindaci di Vigonovo, Saonara, Fossò, Camponogara, Dolo e Mira, cioè dell'hinterland tra Padova e Venezia; e il 13 dicembre scorso sono scesi in piazza.
La storia è molto di più di una bega del Nord-est. E non è soltanto un problema di traffico. Perché accanto alla beffa idrovia-camionabile si sta giocando un'altra partita. "C'è da denunciare un altro pericolo", annuncia il consigliere provinciale dei Verdi di Padova, Paolo De Marchi: "La Regione sta covando in segreto il progetto di un maxi porto off-shore, 18 chilometri al largo delle foci del Po di Rovigo". Lunga 528 metri e larga 156, la piattaforma artificiale servirà per l'attracco delle grandi navi portacontainer. E diventerà il luogo di smistamento, su battelli più piccoli, dei container destinati ai porti di Ravenna, Chioggia, Venezia, Trieste, Slovenia e Croazia, dove i mostri navali con chiglie profonde 25 metri non possono attraccare. "Visto che l'idrovia non l'hanno completata, per trasportare poi i container da Venezia verso l'entroterra ci sarà un fiume continuo di camion anche sulla strada che vogliono costruire sulla sponda destra", spiega il sindaco di Saonara, Andrea Buso. Saranno necessarie, si teme, una nuova strada statale, detta Romea commerciale, che affianchi la esistente Romea tra Mestre e Ravenna, e una nuova autostrada a lato di quella già ingolfata dal traffico tra Padova e Venezia.
Non basta. Sono in doppio allarme anche i pescatori del Polesine, già in scompiglio per la costruzione, nello stesso tratto di mare davanti al delta del Po, del rigassificatore previsto dal governo. Alessandro Faccioli, vicepresidente di Federcoopesca, che nella zona conta 1.500 associati più 24 cooperative, parla chiaro: "Tra il traffico delle grandi navi e le zone di rispetto attorno al porto off-shore e al rigassificatore, lo specchio di mare dove poter pescare si ridurrà ancora di più. Importeremo dalla Cina anche il pesce?".
Nonostante le proteste, in Regione è dato per scontato che la costruzione della piattaforma inizierà l'anno prossimo. Merito di quattro robusti genitori: Consorzio Venezia Nuova, Autorità del Porto di Venezia, Consorzio Interporto di Rovigo e impresa Mantovani. Il costo è notevole, almeno 500 milioni di euro. "Ma sono disposte a finanziarci Bnl, Monte dei Paschi, Unicredit e Sanpaolo", spiegano il presidente dell'Interporto di Rovigo, Mario Borgatti, e l'ingegnere capo dei progettisti della Mantovani, Piergiorgio Baita.
Con buona pace dell'idrovia Padova-Venezia: dal lontano1965 sono stati spesi oltre 100 milioni di euro per scavare solo parte del tracciato e costruire tutti i ponti per le strade che dovrebbero attraversarla (e che oggi attraversano l'aria). L'anno scorso Padova, città con due fiumi e vari canali, a causa delle forti piogge ha rischiato grosso un'altra volta. Il Comune ha diramato istruzioni alla popolazione su come comportarsi in caso di alluvione. E uno studio del docente di ingegneria idraulica Luigi D'Alpaos dimostra che in mancanza dello sfogo a mare assicurato dall'idrovia completata, Padova rischia danni enormi. "Ben maggiori dei 50-100 milioni necessari a completare questa benedetta idrovia osteggiata dalle lobby delle auto e dei pedaggi autostradali", conclude Carlo Crotti, presidente dell'associazione Salvaguardia idraulica del territorio padovano e veneziano.
Veneto City, il colosso che scuote il Nordest
di Adriano Favaro
L'esempio del terzo Veneto , il futuro di una regione che deve esporre le sue eccellenze. Capitale che sfida Parigi, Barcellona, Londra. O l'esempio del cuore di pietra in cui si è trasformata questa regione che, dopo i capannoni, pretende di sviluppare ancora cemento, torri e alberghi in mezzo alla campagna. Perfino il nome di questa operazione è simbolo del doppio che rappresenta: "Veneto City ". Doppio perché da quando si è cominciato a discutere del progetto - una delle più grandi operazioni edilizie mai pensate in Italia, su un'area di oltre 50 campi da calcio, nei comuni di Dolo, Pianiga e Mirano a metà strada tra Padova e Mestre, in Riviera del Brenta - il fronte dei no e dei sì è diventato subito scottante.
Il progetto "documento preliminare" è arrivato - 80 pagine - in municipio di Dolo lo scorso ottobre. "È la nuova vetrina del Veneto e dell'Italia del Nord" hanno detto i promotori. Con in testa Luigi Endrizzi, ingegnere (sua l'idea dell'Ikea, Padova) che conserva il suo stile: «Non abbiamo presentato un progetto e ora non facciamo interviste o discorsi. La questione è nelle mani dei Comuni interessati e alle istituzioni: loro devono scegliere». Il complesso comprende una specie di Parco scientifico, Ikea e Cinecity; torre telefonica-tv e alcuni alberghi.
La decisione apre un problema per il Nordest: possono 20, 40, 60 consiglieri comunali decidere di un'opera che sposta il baricentro socio-economico di una regione?
Vi dovrebbero lavorare diecimila persone, 60-70 mila auto. Si pensa anche di spostare la stazione ferroviaria di Arino. Il territorio della City è nel cuore degli incroci del nuovo Veneto: passante, autostrada, ferrovia.«C'era già l'edificabilità - spiega Endrizzi - Proponiamo un'opera di alto profilo». La Regione non ha fatto mosse ufficiali. Un anno fa il governatore Giancarlo Galan (ad un Rotary) ha esposto le sue idee: «Veneto City non è un mostro che sconvolge il territorio. L'agricoltura qui ormai non ha più senso, lo sviluppo passa per la logistica». Bene se non ci fosse di mezzo la Porto Marghera da risanare, area dismessa che aspetta il rilancio. Area per la quale Massimo Cacciari, sindaco di Venezia, non si risparmia. Dal 2006 dice: «Non sprechiamo territorio». Aggiungendo: «Fare Veneto City è un'idea delirante». La primavera scorsa alla fiera immobiliare di Milano: «Stop a Veneto City. Il futuro è a Marghera. Ai bordi della laguna ci sono duemila ettari da riutilizzare». A Milano la Regione era assente e molti hanno letto in questo il braccio di ferro Galan-Cacciari. Quest'ultimo poi all'Unione industriali veneziani ha posto domande precise. E il presidente Antonio Favrin: «La piattaforma logistica la vogliamo a Marghera; ma con che governance?».
Tradotta la considerazione è: chi ci dà garanzie? Il Comune, la Regione? Chi governa? Giusta domanda anche alla luce delle considerazioni di Fabio Gava, assessore all'industria: «Il rilancio di Porto Marghera va bene. In questo modo Venezia verrà riconosciuta "capitale". Del resto che la città non ha mai guardato al territorio». In attesa Veneto City è riuscito a dividere.
«É un intervento insensato - commenta Edoardo Salzano, uomo di sinistra, docente universitario, per anni assessore al Comune di Venezia - Continuano a costruire cose che mi sembrano molto brutte sulle sponde del Brenta: quel canale è una meraviglia».
Anche l'architetto Guglielmo Monti, sovrintendente ai Meni architettonici del Veneto Orientale è perplesso: «Si può parlare male di questa iniziativa, così come quella della "città della moda". Dal mio punto di vista sono due pericoli per il territorio, minacce nel senso che se si costruiscono grossi centri si svuoteranno gli altri, i più vecchi. Io devo salvaguardarli invece. In decenni di capannoni non si è imparato niente. Sembra essere tornati ad un nuovo Far West edilizio. Il mio potere? Poco. Il paesaggio è protetto fino a 150 metri dai bordi dell'acqua del Brenta. Dopo no. Il fatto è che qui si sono sviluppate forme di commercio e rendite finanziarie che esulano da turismo e agricoltura, che sono le grandi vocazioni di questa terra».
Lo sviluppo "ecocompatibile" è invocato anche dai sindaci di questa Riviera presa nello strabismo veneziano-padovano, da decenni arrancante nel rilancio di un'identità che nemmeno le ville più belle del mondo (sempre chiuse) riescono a darle.Salzano sa che i comuni di Dolo, Pianiga e Mirano si aspettano molto dalla "City" (Ici da decine di milioni). «Qui i soldi arrivano, guastano e vanno via. Lavorerà qualche manovale da fuori. Queste operazioni immobiliari non danno niente alla società». Però dovrebbe essere la vetrina del Veneto. «Se il veneto ha bisogno di cose moderne le faccia a porto Marghera. Qui serve pensare alla crisi dell'industria. É stato molto più facile fare soldi con l'immobiliare che investire in ricerca. Fiat e Pirelli hanno dirottato sull'immobiliare per anni». E se i palazzi fossero firmati da Foster o Piano? «'Ste robe le chiamano "mattone col pennacchio". Ma sono sbagliate e basta. Temo che qui nemmeno il pennacchio...».
Non può approvare l'ingegner Endrizzi: «Quell'area è già lottizzabile. Meglio una incerta lottizzazione, un capannone dopo l'altro o un piano preciso? Decidano i comuni. La nostra idea è tutta da discutere e concordare, con un tavolo ampio dove oltre a Regione ci siano Provincia di Venezia, Comuni, Autostrade, Ferrovie, i protagonisti dello sviluppo di quest'area». Dove i terreni (ex agricoli) sono saliti anche sei volte di prezzo.
Furibondo è Ivone Cacciavillani: «Faccio l'avvocato e dico che occorre essere seri nelle norme urbanistiche. Forse Veneto City sarà la cosa più bella del mondo ma deve esserci coerenza tra le norme della Pubblica Amministrazione. Quante cose non vanno, non è tollerabile quello che sta accadendo qui e altrove. Prenda Padova: luoghi dove ci sono negozi invece destinati a verde pubblico e si rimedia tutto (dopo) con una variante. Andremo avanti a tutte le corti del mondo. Servono modifiche ai piani? Siano fatte secondo legge e non attraverso chissà quali cambi per avere qualche euro di Ici. Se però si creano 10mila posti di lavoro ci saranno 10 mila al mattino; e la sera. Più che il "Turco infame" e l'"Innominabile" (termine che Cacciavillani usa per Napoleone) la Serenissima è stata distrutta e affossata da Cini e Volpi. Invoco chiarezza in tutti gli atti amministrativi».
Insomma di variante in variante le aree agricole non dovrebbero diventare edificabili magari dopo che le ha acquistate qualcuno.
Anche Rosanna Brusegan, la docente che con "Italia Nostra" ha dato vita al confronto pubblico di sabato a Dolo - ore 15,30 all'ex macello - chiede una cosa simile: «Le amministrazioni devono parlare: finora ho trovato solo silenzioso. Desidero trasparenza per i gesti che impegnano nel futuro questa terra. Le uniche fonti di informazioni sono i giornali. Sono offesa nella mia dignità di cittadina, vogliamo sapere».
La politica locale una risposta l'ha già data: il presidente della provincia di Venezia Davide Zoggia (Pd) lo scorso anno ha detto: «Sì a Veneto City, d'accordo col comune di Dolo, ma solo dentro le aree già destinate per quel ruolo dal piano regolatore. Nessuna variante cioè».
Il sindaco di Dolo Antonio Gaspari (Margherita) - era vicesindaco durante il mandato di Claudio Bertolin il primo cittadino che fermò per due anni il progetto di Veneto City cercando di avere più informazioni possibili - non nasconde il suo assenso: «Veneto City deve essere opportunità, non pericolo». E poi si è buttato alla ricerca di un pool di esperti per avere chiarezza sugli effetti dell'opera. A Dolo intanto le opposizioni (Forza Italia, socialisti e Udc) rumoreggiano. L'attuale vicesindaco, Adriano Spolaore (ex ds) è un altro politico che apprezza Veneto City e che non si pone il dubbio se si tratti di una mostruosa opportunità per il terziario o di un mostro ecologico.Appoggia e a volte sopravvanza il suo sindaco che sostiene il progetto, in linea col piano territoriale provinciale: «Veneto City è una risorsa e non una speculazione» sostiene appena - ottobre 2007 - Endrizzi presentò la proposta per la del quale Bepi Stefanel, uno degli imprenditori interessanti aveva detto: «Un sistema stellare, del quale il pianeta principale sarà costituito dal centro servizi dedicato a ricerca, innovazione, marketing e analisi dei nuovi mercati».
«Qualsiasi futuro ormai è di stile metropolitano»
di Stefano Micelli
(A.F.) Stefano Micelli è docente universitario, presidente del Coses, il Consorzio formato dalla Provincia e dal Comune di Venezia per lo studio di economia e società.
Veneto City: orizzonte o scempio del futuro?
«La Provincia di Venezia corre su due dorsali, terraferma segnata dal passante e la gronda lagunare. In questo momento il passante ricolloca il futuro su quattro ruote: ogni casello diventa un polo di attrazione straordinario».
Mentre la laguna...
«In questo momento è vista e vissuta in termini di "tutela e turismo". Non si può pensare ad altro futuro per quest'area che è l'altra faccia della medaglia del Veneto che si sviluppa».
Un'area che vive ancora con "sussidi".
«Negli ultimi 500 anni la tutela della laguna è stata legata allo sviluppo delle iniziative, anche commerciali in terraferma».
Quindi il rilancio di Marghera?
«Non è solo uno sbilanciamento di una polarità ma un modo diverso di pensare ad ambiente e territorio che affidiamo a leggi speciali. Per Marghera serve il rilancio di attività compatibili con gli ambienti lagunari: residenziale, logistica (porto), turistico (completando accoglienza e ricezione anche in Marghera)».
Il futuro non sembra passare facilmente per Marghera?
«Oggi la dorsale del passante avrà un futuro di per sè. È la dorsale acquatica che ha problemi. Anche perché finora (vedi lancioni) la tutela è pubblica il guadagno privato. Pensare a Marghera vuol dire pensare al futuro della laguna».
Tornando a Veneto City...«Meglio così che cinque "mini Veneto City", uno ad ogni casello»
Le dispiacerebbe...
«Perdere l'attenzione su "laguna-Marghera". Un'area sulla quale il mondo ha fatto tesoro, da Barcellona a Valencia hanno guardato a noi».
Cosa manca?
«La sensazione che ho io è che qui manchi uno scatto culturale».
L'asse Padova-Venezia?
«Oggi chi governa le due città non ha più spirito solo "municipale". Io lotto perché ci sia un solo biglietto (tram, treno, bus..) per le due città Per chi ha 40 anni Padova e Venezia sono un'unica esperienza»
Condivido lo sforzo di presentare il territorio in modo visibile a chi viene da fuori?
«Chi viene da fuori deve avere "segnali di Metropoli". Mi chiedo perché no a Marghera? Lo deve decidere la politica. Non possiamo permetterci che gli altri continuino a vederci come somma di piccoli campanili. Il nostro spazio non può continuare a d agire senza una "cifra" metropolitana. La crescita oggi è da metropoli: che qui, o altrove, si deve fare».
«La faccenda non ci piace diciamo no a quel mostro»
(A.F.) Davvero quello il luogo ideale per il futuro del Veneto? Se parlate con Maurizio Franceschi, Confesercenti di Venezia sentite subito il no. Lo stesso che da anni usan Albonetti (Confesercenti del Veneto): «Marghera attende il riscatto». Lo stesso di Nicola Rossi, Confesercenti di Padova: «No a Veneto City, non s'ha da fare». E' in questo dibattito che nasce anche l'idea di spostare la fiera di Padova a Dolo. Uno sbarco che parrebbe non sgradito a Vittorio Casarin (Presidente della provincia di Padova e uomo che conta nella società autostradale): «Serve una fiera interprovinciale», ha fatto sapere. Che queste però non siano prove di città metropolitana lo sostiene anche Ferruccio Macola della "GL Events, Fiera di Padova: «Il mercato dice che Veneto City oggi non è un grande investimento; forse fra 15 anni. Ma se la politica dice che si va a Dolo noi andiamo».
Replica di Fernando Zilio, Ascom padovana: «Noi categorie alimentiamo la Fiera. Perché andarcene? Chi paga»? A Padova il dibattito è intenso. Dice l'assessore Ivo Rossi: «Veneto City? Come mandare gli operai in campagna: un non luogo». Riprende Maurizio Franceschi Confesercenti di Venezia: «Il problema resta la gestione del territorio Veneto, città diffusa. Dobbiamo riguardare al "policentrismo" che aveva un ruolo. C'è una regione marmellata. Le città devono garantire le funzioni». Perché se si continuano a realizzare strutture «e non parlo solo di commercio ma anche di intrattenimento - insiste Franceschi - ovviamente si svuota la città di funzioni. Senza dimenticare in queste faccende la mobilità. Il passante sta risolvendo problemi ma ne vediamo anche gli aspetti negativi. È partito Veneto City ma chi ci dice che ad ogni casello non si voglia fare una cittadella del commercio?». Domanda giusta. «Mai possibile - aggiunge Franceschi - che gli interventi di questo tipo non debbano essere visti su scala regionale, con una programmazione che dica quali debbano essere i nuovi poli». Confcommercio dice che il Veneto che verrà ha bisogno di un'accelerata sulla programmazione: «Si sta ripetendo quello che si è fatto finora: tanti investimenti immobiliari e vai. Così, senza un programma. Io dico che grande distribuzioni e le multisale (che rischiano di diventare baracconi) dovrebbero ormai entrare nelle città». Insomma guerra ai non-luoghi fino al punto, per Franceschi di dire: «Di Veneto City dò un giudizio molto negativo: crea occupazione ma si mangia lo spazio. Toglierà funzioni e ruolo alle città. E si risanerà anche Marghera? E il "Marco Polo City"? In questo grande outlet manca il governo del territorio».
Articoli di Monica Ceravolo, Francesco Spini e Armando Zeni, Francesco La Licata, Alfio Caruso, e una nota dell’agenzia ANSA
Calcestruzzi, manette per mafia
Test su strade e ponti a rischio per l’uso di materiale di scarsa qualità
L’accusa: usavano miscele di calcestruzzo «allungate» e di bassa qualità per risparmiare e creare al contempo fondi neri che in Sicilia rappresentavano il trenta per cento del fatturato e sarebbero stati utilizzati per finanziare i clan mafiosi, mentre nel resto d’Italia avrebbero avuto scopi ancora da accertare. È la tesi della Dda di Caltanissetta che ha chiesto ed ottenuto dal gip il sequestro dell’intera Calcestruzzi spa e l’arresto dell’amministratore delegato Mario Colombini e di altre tre persone: Fausto Volante, direttore di zona per la Sicilia e la Campania, sospeso dalla società nei mesi scorsi, Francesco Librizzi, già capo area per la Sicilia, e Giuseppe Giovanni Laurino, ex dipendente, anche lui capo area per la Sicilia. Truffa, frode in pubbliche forniture, intestazione fittizia di beni, con l’aggravante di aver agevolato l’attività di Cosa Nostra: queste le ipotesi di reato. Sono previsti test su alcune opere che potrebbero essere «a rischio».
“Calcestruzzi favoriva Cosa Nostra”
di Monica Ceravolo
PALERMO. Nei cantieri della «Calcestruzzi spa» sarebbe stato prodotto calcestruzzo di scarsa qualità che, venduto per buono, consentiva di creare fondi neri per finanziare Cosa nostra. Di questa truffa criminale sarebbe stato a conoscenza l’amministratore delegato della società, Mario Colombini, arrestato ieri mattina insieme con Fausto Volante, direttore di zona per la Sicilia e la Campania, e i due ex dirigenti, Francesco Librizzi e Giuseppe Giovanni Laurino.
L’ordine di custodia cautelare è firmato dal gip di Caltanissetta su richiesta del procuratore aggiunto di Caltanissetta, Renato Di Natale, e dal pm della Direzione distrettuale antimafia, Nicolò Marino, che ha coordinato l’inchiesta sull’azienda bergamasca, che fa parte del gruppo Italcementi.
Ai quattro indagati sono stati contestati i reati di truffa, inadempimento di contratti di pubbliche forniture e intestazione fittizia di beni, con l’aggravante di avere agevolato la mafia. Il giudice ha pure ordinato il sequestro della Calcestruzzi. L’azienda, presente su tutto il territorio nazionale, ha 10 direzioni di zona, 250 impianti di betonaggio, 23 cave e 21 impianti di selezione di inerti. Beni per un valore di 600 milioni di euro. Nei computer, secondo gli inquirenti, ci sarebbe la prova della truffa, con una doppia tabella.
E la scoperta del cemento depotenziato ha fatto aprire un altro, allarmante capitolo: quello delle opere a rischio. Sarà infatti necessario controllare la staticità delle opere realizzate con quel materiale. E’ per questo che, nei mesi scorsi il gip aveva ordinato il sequestro del nuovo palazzo di giustizia di Gela, il Porto Isola-Diga Foranea di Gela, la strada a scorrimento veloce Licata-Torrente Braemi e lo svincolo di Castelbuono-Pollina sul tratto autostradale A20 Palermo-Messina. Ma non basta: i consulenti dei pm esamineranno alcuni tratti della Tav, il nuovo palazzo della Provincia di Milano, il nuovo ponte sul Po di San Rocco al Porto (Lodi) e la chiesa di San Paolo Apostolo a Pescara.
Confindustria in una nota fa sapere che segue la vicenda «con piena fiducia nell’operato della magistratura». «Confindustria è certa che l’azienda saprà fornire tutti gli elementi utili a fare chiarezza, anche alla luce del fatto che la stessa società, per evitare rischi di commistioni o pratiche distorsive, ha dato vita nei mesi scorsi a una Commissione di garanzia presieduta dall’ex procuratore Piero Luigi Vigna».
Il presidente di Confindustria di Bergamo, Alberto Barcella, sostiene che non vi sono estremi di provvedimenti contro l’azienda perché giudica positivamente le azioni della società. Ivan Lo Bello, il presidente di Confindustria Sicilia, da cui è partita la proposta di mettere alla porta gli imprenditori che si piegano al racket della mafia, invita l’azienda a collaborare. Il gruppo che fa capo alla famiglia Pesenti sottolinea: «Italcementi conferma la propria linea di piena collaborazione con l’autorità giudiziaria ribadendo una linea di rifiuto di qualsivoglia contiguità con fenomeni di criminalità».
Un impero costruito sull’Italia del boom
di Francesco Spini e Armando Zeni
MILANO. Carta e cemento. Già, perché se oggi l'interesse nell'editoria dei Pesenti - la famiglia che attraverso Italcementi controlla Calcestruzzi -, come azionisti nella Rcs-Corriere della Sera, è uno dei tanti, importante sì ma non certo il principale, all’inizio di tutto fu proprio la carta. Quella che usciva dalla cartiera di Alzano, a due passi da Bergamo: carta da pacchi, niente a che vedere con i giornali - quelli verranno dopo -, seguita con l'amore da un piccolo imprenditore poco più che artigiano, Antonio, il capostipite dei Pesenti, le radici saldamente ancorate nel passato contadino della famiglia ma la testa già proiettata nel futuro imprenditoriale. Muore giovane, Auntonio, e lascia una famiglia numerosa.
Comincia così la storia dei Pesenti, che oggi guidano un gruppo che fattura sei miliardi di euro, produce oltre 70 milioni di tonnellate di cemento l’anno in 22 Paesi distribuiti su quattro continenti. Ma che da decenni sono tra i protagonisti della finanza italiana, con posizioni importanti in Mediobanca, dove siedono nel patto di sindacato tra i soci industriali, in Rcs, nella Mittel, in UniCredit dove Carlo Pesenti è consigliere di amministrazione.
Quando i Pesenti muovono i primi passi, la situazione era quella dell'Italia di metà Ottocento, non ancora unita, solo con le prime avvisaglie di un'industria che prende forma spesso trainata da gruppi stranieri, francesi, tedeschi, che nell'Italia ancora vergine vedono sbocchi importanti. Succede anche per il cemento che, a quel tempo, dalle parti di Bergamo, futura roccaforte cementiera dei Pesenti, nessuno conosceva: ci pensarono i francesi ad aprire una fabbrica di calce. E fu lì che, come dire, il destino dei Pesenti cambiò.
Lasciata la cartiera, nel 1864 a Calzo prende forma - con Augusto, figlio di Antonio - il primo nucleo della futura Italcementi. Il nome è un programma, Società bergamasca per la fabbricazione del cemento e della calce indraulica, che solo sessant'anni dopo, alla vigilia della Marcia su Roma, prese il nome di Italcementi, più conciso, più italico. E qui entra in scena Carlo, il Pesenti che fece grande - anche se alla fine rischiò di azzerarlo - il gruppo.
Gli anni di Carlo «primo» sono gli anni del primo e del secondo boom del cemento, gli anni delle prime grandi infrastrutture dell'Italia che voleva il suo «posto al sole» e che, dopo la guerra, doveva ricostruire. L'Italcementi è lì, tra i big, cresce, si rafforza, moltiplica gli utili. Carlo, uomo tutto d'un pezzo, infaticabile lavoratore, zero (o quasi) ferie, nessuna concessione mondana, inflessibile amministratore («Sono le piccole spese - diceva - che ti mandano in malora»), cattolico fervente (ogni giorno, prima del lavoro, la messa) sfrutta i grandi profitti del cemento e li investe. Diversifica. Compra banche perché le banche servono, diceva, banche a Bergamo e banche a Milano (l'Ibi). Compra assicurazioni, la Ras, una delle maggiori che già allora cercava di tener testa alle Generali. Compra giornali, come Il Tempo di Roma. E a un certo punto compra anche la Lancia.
Uomo tutto d'un pezzo, Carlo Pesenti, geloso delle sue prerogative di uomo d'industria e di finanza, deciso in tempi in cui la trasparenza era termine sconosciuto nella finanza. Memorabili le sue assemblee che si aprivano e chiudevano (nonostante si trattasse di società quotate) in un lampo senza mai soddisfare le (poche) domande di qualche sprovveduto azionista di minoranza. Solitario cavaliere dell'imprenditoria italiana del dopoguerra. Odiato e amato. Accentratore infaticabile, incapace di delegare.
Tant'è che quando morì, nel 1984, molti immaginarono il diluvio: gli succedette il figlio Giampiero che a cinquant'anni era stato tenuto fuori da tutto. In realtà, grazie anche all’alleanza con la Mediobanca di Enrico Cuccia - con un legame che resiste tuttora, con la presenza della famiglia tra i grandi soci -, Giampiero fu l’uomo che salvò - allora - il gruppo sommerso da una montagna di debiti: senza clamori cedette il cedibile, le banche, la Ras, e tenne ferma la barra sul cemento.
E’ un protagonista della «finanza cattolica», grande amico di Giovanni Bazoli - siedono insieme nel consiglio della finanziaria bresciana Mittel -, ma in ottimi rapporti anche con Alessandro Profumo. Si deve a lui, al taciturno Giampiero, amante del basso profilo, poco spazio all'immagine, poche interviste, zero presenzialismo, la seconda vita del gruppo nel cemento: l'espansione all'estero, le acquisizioni.
Il grande passo avviene nel ‘92 con l’acquisizione di Ciments Francais. Italcementi diviene una multinazionale, con le presenze odierne nell’Europa dell’Est, in Egitto, in Kuwait, in Cina. Nel ‘97 l’affare italiano che probabilmente oggi rimpiangeranno: l’acquisto della Calcestruzzi dalla Compart. Fuori dal cemento ancora i giornali, il Corriere, dove oggi Giampiero presiede il Patto di sindacato. Al resto, da anni, pensa il figlio Carlo, quinta generazione dei Pesenti, dal 2004 consigliere delegato del gruppo.
Il cemento che fa tremare la Tav
di Francesco La Licata
CALTANISSETTA. Il palcoscenico è vecchio come la storia della mafia: le cave, il movimento terra, cemento e calcestruzzo, i padroncini che caricano e scaricano. Anche i luoghi sono antichi: Riesi che evoca boss d’altri tempi come Peppe Di Cristina, la campagna di Gela popolata di «stiddari» in funzione di «antimafia militare». Ma questo è solo lo sfondo, su cui si muovono personaggi moderni e interessi contemporanei. L’ambiente che dà vita ad una storia attuale e che offre i più classici degli artifici imprenditoriali e contabili su cui poggia l’illegalità diffusa. Solo che da queste parti l’illegalità prende connotazioni particolari - la mafia, appunto - e si articola per regole squisitamente «siciliane». E così accade che alcuni dirigenti ed impiegati della Calcestruzzi spa (fa capo all’Italcementi di Bergamo) ricoprano - almeno nelle conclusioni della magistratura di Caltanissetta - anche il ruolo di boss del territorio, intimamente legati ai vertici di Cosa nostra.
Per che fare? Semplice, nella risposta dei giudici: «Spremere soldi a palate, truccando la qualità e la quantità del prodotto offerto ai committenti, per finanziare la mafia». Il tutto mediante «sovrafatturazioni di prestazioni di servizio; sottofatturazioni del calcestruzzo prodotto», quindi «fornendo prodotto di qualità difforme dai capitaloti di appalto per la costruzione di opere pubbliche e private» e «acquisendo la materiale gestione di aziende fittiziamente intestate a terzi». In sostanza, dicono i magistrati, la gestione della produzione della Calcestruzzi spa era affidata ad alcuni personaggi che fornivano materiale scadente falsificando la documentazione e la contabilità. E perciò, sparse per l’Italia e per la Sicilia, ci sarebbero opere pubbliche che corrono rischi di instabilità per via del calcestruzzo «depotenziato». Il Tribunale di Gela, per esempio, e la «veloce» di Licata e ancora la Diga Foranea di Porto Isola a Gela, lo svincolo autostradale di Castelbuono e un lotto della Palermo-Messina. Era in programma anche un’intensa attività in vista dei lavori per la costruzione del Ponte di Messina e per questo si riponeva grande attenzione verso l’impianto di San Michele di Ganzeria. Anche questo, però, sfortunatamente era finito nel gorgo melmoso della poco edificante gestione di Francesco Librizzi, sospettato di collusione con gli amici degli amici e in particolare col capo Ciccio La Rocca. Un altro poco rassicurante gestore risulterebbe Giuseppe Laurino, indicato come «la testa» che governava, tra Gela e Riesi, la truffa mafiosa.
Ma i dubbi dei magistrati sulla «tenuta» delle opere non si limitano alla Sicilia. A sentire uno dei «collaboratori» (utilissime le dichiarazioni di Salvatore Paterna e Carlo Alberto Ferrauto, entrambi ex dipendenti e sospettati di mafia) che hanno aiutato gli investigatori a capire, il sistema non poteva sopravvivere senza la distrazione compiacente della sede centrale di Bergamo. E perciò i controlli saranno estesi ad una serie di lavori sparsi per l’Italia, per esempio alla Tav di Anagni dove - quando era in servizio Paterna - fu fornito un tipo di calcestruzzo(il RCK15) che richiedeva 270 Kg. di cemento per ogni m3 e in effetti ne conteneva 150 Kg. Ma i controlli dovranno essere «a sorpresa», perchè sembra che ai periti del Tribunale si tenda a fornire campioni astutamente selezionati. Nelle gallerie, per esempio, bisogna addentrarsi perchè agli estremi il calcestruzzo è «a posto», le colate taroccate stanno verso il centro.
La truffa poggiava, come hanno spiegato i due «pentiti», sull’esistenza di due diverse schermate del computer che, di volta in volta, fornivano una «ricetta» ad uso esterno (che certificava la buona qualità del prodotto) ed un’altra ad uso interno che serviva a calcolare il deficit di cemento, per poterlo poi giustificare nelle giacenze in magazzino, e l’eccesso di «additivi». A parere dei magistrati questo «patrimonio informatico» non poteva essere destinato ad uso esclusivo dei «locali». Si spiega così il decreto di sequestro valido per tutti gli stabilimenti del territorio nazionale. E, d’altra parte, che - sulle vicende siciliane - vi fosse un dibattito interno alla Italcementi è dimostrato dall’intensa attività telefonica di dipendenti e dirigenti, anche dopo una prima ondata di arresti, di licenziamnti e allontanamenti, qualche volta non difinitivi. Illuminante, in proposito, un colloquio tra Fausto Volante (responsabile per Sicilia e Calabria) e un padroncino che si riteneva discriminato dall’azienda e perciò minacciava: «Ve lo dico, geometra... Ve lo dico spassionatamente, se io vado via dalla Calcestruzzi succede una bomba, perchè... ma non in Sicilia, ma qua anche in Campania, perchè qua c’è una melma, c’è una corruzione...una corruzione tremenda... tremenda...».
Un ruolo ambiguo viene assegnato all’amministratore delegato Mario Colombini, già rappresentante legale della Calcestruzzi spa di Ravenna (Gruppo Ferruzzi). I giudici lo accusano di aver chiuso più di un occhio all’epoca della intestazione fittizia «sottoscritta da Volante e Ferraro (indiziato mafioso)» della cava di contrada Palladio. Questa convinzione deriva anche da una serie di intercettazioni telefoniche ed ambientali che confermano la consapevolezza di Colombini riguardo all’operazione. Il 31 luglio 2006, al telefono, addirittura «ammette di averla avallata», ma «sorprendentemente sostiene di non ricordare nemmeno più per quale motivo». Poi tradisce preoccupazione, come quando parlando con la moglie, trapela che ha ricevuto una riservata dalla Italcementi. «In particolare da tale Carlo (identificabile in Carlo Pesenti, chiosano i magistrati)».
Le mani sull’edilizia
di Alfio Caruso
Fu Vito Ciancimino a insegnare a picciotti e compari l’importanza del calcestruzzo, delle società edilizie e di quelle sbancamento terra. Servono per aggiudicarsi gli appalti, per far la cresta sui lavori, per ripulire il danaro proveniente dal traffico di droga. Il figlio del barbiere di Corleone, che non aveva fatto fortuna in America, nei suoi quattro anni da assessore pubblico rilascia circa 3000 licenze edilizie, e che sarà mai se l’80 per cento di esse è monopolizzato da un muratore, da un venditore di carbonella, da un guardiano di cantiere? Se poi vengono spazzate via le magnifiche ville liberty, compreso quel gioiello di Villa Deliella, abbattuta in una notte, è il prezzo da pagare al progresso.
Cinquant’anni dopo niente è cambiato. Gli appalti servono a ripulire circa 9 miliardi di euro l’anno. L’aggiunta di piccoli accorgimenti tattici, allungare il cemento armato né più né meno come avveniva con il vino, consente d’impinguare il business. Per un boss avere le mani dentro la calce rappresenta la migliore garanzia di partecipare alla spartizione della torta. Almeno così è stato fino al crollo del vertice mafioso, fino alla resipiscenza di una classe imprenditoriale per la quale Cosa Nostra non è più un buon affare. E in questo senso la Calcestruzzi Spa, azzerata ieri da un’inchiesta giudiziaria di lungo percorso, ha costituito nell’ultimo quarto di secolo una tipica storia di connivenze e complicità.
L’inizio è rappresentato da tre fratelli: Salvatore, Nino e Giuseppe Buscemi. Secondo le migliori tradizioni si erano spartiti i compiti: Giuseppe era medico, Nino faceva l’imprenditore, Salvatore guidava il mandamento di Passo di Rigano-Boccadifalco-Uditore. Alta mafia per tradizione familiare e consolidati rapporti con la Palermo delle professioni, delle banche, della nobiltà. Interessi così intrecciati da consentire a Nino Buscemi di conoscere in anticipo l’ordine di cattura che il 29 settembre 1984 lo mandava in galera assieme ad altri 365 mafiosi. L’urgenza di Nino non fu di sottrarre se stesso ai rigori della legge, bensì la sua società, la Calcestruzzi Palermo, che in una manciata di ore cambiò proprietà. Venne acquistata dalla Calcestruzzi Ravenna, stella di prima grandezza nel firmamento della Ferruzzi holding.
Il sodalizio tra le due dinastie divenne solido: Nino e Giuseppe Buscemi figuravano soci paritari dei romagnoli nella Finsavi. Quando rapirono la salma di Serafino Ferruzzi con richiesta di riscatto miliardario, i suoi famigliari bussarono ad alcune porte siciliane. Malgrado un’improvvisa fioritura di cadaveri nel Ravennate, la salma non fu restituita, ma nessuno pretese più quattrini. Nel ’97 i magistrati siciliani avanzarono il sospetto che le società off-shore legate ai Gardini-Ferruzzi avessero aiutato Cosa Nostra a ripulire centinaia di miliardi. Indimenticabile la riunione della primavera ’88 negli eleganti uffici della Calcestruzzi in via Mariano Stabile a Palermo: era il famoso tavolo degli appalti con il riconoscimento del 2 per cento alle «famiglie» incaricate di sovrintendere ai lavori e dello 0,80 a Riina. Nella cena di festeggiamento dell’accordo zu Totò pronunciò la triste frase: «Sono come lo Stato, anch’io riscuoto le tasse». Quella stessa sera, a poche centinaia di metri, la presunta società civile siciliana faceva la fila per ammirare i sessanta quadri attribuiti a Luciano Leggio. Le opere d’arte andarono via come il pane, prezzo minimo: quindici milioni.
Eppure la Calcestruzzi trovò nuovi padroni, continuò a vincere appalti, proseguì a incamerare profitti, a servire da schermo a intese che la procura di Caltanissetta giudica illecite. D’altronde l’importanza del mattone è dimostrata dal record di case abusive, circa 250 mila, detenuto dalla Sicilia. Da trent’anni pochi generosi combattono per salvare tesori quali l’Oasi del Simeto, la Valle dei Templi. Nel piano di riordino delle coste, benedetto da Cuffaro appena eletto, non rientrarono soltanto i pochissimi che avevano edificato sui terreni del demanio.
A Palermo Pizzo Sella sarebbe un incantevole angolo di verde se non fosse stato devastato da 193 mila metri cubi di cemento. A costruire centinaia di villette fu una società all’ombra di Michele Greco, il papa. Un sostituto procuratore con la faccia e i modi dell’antipatico, Alberto Di Pisa, ebbe l’esistenza frantumata alla vigilia di far luce sulle torbide connivenze. Da sindaco Leoluca Orlando Cascio ogni inverno prometteva che in estate le ruspe avrebbero fatto piazza pulita. In otto anni fu abbattuto un solo rudere. Nel 2002 il Comune rilevò Pizzo Sella per demolire le villette. Nel 2004 l’assessore alla Legalità, Michele Costa, figlio del procuratore ucciso nell’80, si dimise per l’impossibilità di ottemperare all’impegno. Politici, sindacalisti, professori universitari, architetti da un paio di anni si battono uniti per fare un pernacchio alle sentenze emesse dalla Cassazione, dal Tar, dal Consiglio di giustizia amministrativa.
ANSA
La Calcestruzzi spa in previsione della realizzazione del Ponte sullo Stretto aveva aperto a Messina uno stabilimento. Secondo quanto emerge dalle indagini, la societa’ di Bergamo era sicura che avrebbe fornito il calcestruzzo all’impresa chiamata a realizzare il ponte. Il particolare emerge dall’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Caltanissetta che ieri ha portato all’arresto dell’amministratore delegato della societa’ bergamasca, Mario Colombini. Il dichiarante Salvatore Paterna, ex dipendente dell’azienda, arrestato e condannato per mafia nei mesi scorsi, ha dichiarato ai pm che: ’’La Calcestruzzi Spa apri’ l’impianto di Messina in previsione della costruzione del ponte sulla stretto; del resto Impregilo ex Girola spa ha sempre lavorato con la Calcestruzzi’’. Paterna ha fatto capire agli inquirenti che la Calcestruzzi voleva me
Affari & Finanza
Cantiere Italia, i soldi e i sogni
di Adriano Bonafede
C’è di tutto e per tutti: autostrade, ponti, linee ferroviarie ad alta velocità, superstrade, persino dighe. Se si dovesse prendere alla lettera il programma enunciato da Berlusconi durante la campagna elettorale, l’Italia si dovrebbe trasformare, da Nord a Sud, in un immenso cantiere. Del resto i piani d’investimento ci sono, molte opere considerate fondamentali sono già state iniziate o sono sulla rampa di lancio. A questo punto basterebbe soltanto dare una spinta, mettere sul piatto più soldi e, soprattutto, velocizzare il tutto: proprio quello che i costruttori si aspettano adesso dal nuovo presidente del Consiglio e dal governo.
A dare un’occhiata alle opere in corso di realizzazione o di progettazione, balza agli occhi il gigantesco sforzo finanziario pensato, se non proprio messo in atto, dallo Stato e dalle sua varie articolazioni, dall’Anas alle Ferrovie, dalle regioni alle concessionarie autostradali. Ci sono in ballo decine di miliardi di euro per oltre 40 opere ritenute prioritarie che dovrebbero essere ultimate, secondo il "Primo programma delle infrastrutture strategiche", da qui al 20142016, con punte anche nel 2017.
Il tanto chiacchierato Ponte sullo Stretto, con una previsione di costi per 6,10 miliardi (ma il prezzo dell’acciaio è tanto lievitato in questi ultimi mesi da rendere questa cifra ormai solo indicativa), non è l’opera più faraonica in programma. Ad esempio, la ‘dorsale jonica, la SS106, ha un budget di costi stimati in 15,3 miliardi per 491 chilometri. C’è poi la tratta ferrovia ad alta velocità MilanoTorino, da ultimare entro il prossimo anno, il cui costo è stimato in 7,78 miliardi. Di poco inferiore l’impegno finanziario previsto per l’autostrada SalernoReggio Calabria, 7,57 miliardi.
Tra le opere in programma di cui si è parlato molto sui giornali in questi anni c’è il sistema Mo.Se. di dighe per bloccare l’acqua alta a Venezia (costo stimato 4,27 miliardi), da ultimare entro il 2012. E c’è la Pedemontana Lombarda, un lavoro che dovrebbe costare alla collettività 4,66 miliardi. L’alta velocità ferroviaria la fa da padrona: ci sono varie tratte (MilanoBologna, MilanoVerona, BolognaFirenze, MilanoGenova, tanto per citarne alcune) ciascuna delle quali vale intorno ai 5 miliardi. Il ‘corridoio 5’ europeo, ovvero La TorinoLione, ha un costo stimato in 4,7 miliardi.
Insomma, a guardare sulla carta l’Italia sembra tutta un cantiere. I colossi italiani del settore, a cominciare da Impregilo e Astaldi, e dalle imprese che fanno capo alla Lega Coop riunite nel Consorzio Ccc, hanno le mani in pasta un po’ ovunque. Le alleanze sono ‘ a geometria variabile’, e qualche volta le imprese che si contendono un’opera con una guerra all’ultimo prezzo si ritrovano a collaborare in altri frangenti.
Impregilo, ad esempio, ha vinto di recente la gara per la Pedemontana Veneta (un lavoro da sempre caldeggiato dalla Lega Nord) proprio contro le cooperative riunite nel Consorzio Ccc. Ma sul passante di Mestre le due imprese sono tranquillamente socie come se niente fosse. E sul Ponte di Messina, che ancora deve cominciare, c’è, insieme a Impregilo, anche la Cmc (una delle principali imprese della Lega Coop). Ancora il Ccc è in società al 50 per cento con Pizzarotti sulla Brebemi (autostrada BresciaBergamoMilano), mentre Pizzarotti è socio di Impregilo sulla Pedemontana Lombarda. Astaldi è socia di Impregilo sulla Pedemontana Lombarda ma sulla linea C della metropolitana di Roma è general contractor. Condotte privilegia molto il rapporto con Impregilo, di cui è socia nei raggruppamenti di imprese per due lotti della SalernoReggio Calabria e per il Ponte di Messina.
Dunque tutte le imprese sono posizionate, come i concorrenti prima di una gara, per la ripartenza delle opere pubbliche. Il governo Berlusconi deve ora reimpostare le priorità e, si sa, ha gusti diversi rispetto all’esecutivo Prodi. Intanto, per prima cosa, ha annunciato la ripresa del Ponte sullo Stretto. Cosa che ha fatto immensamente piacere al trio Salvatore LigrestiMarcellino Gaviofamiglia Benetton che insieme controllano Impregilo, l’impresa che aveva vinto la gara poi congelata dal governo di centro sinistra.
Il ritorno di Berlusconi ridisegna di fatto la mappa del potere nel mondo delle costruzioni. Ligresti e Gavio, non è un mistero, avevano salutato il possibile ritorno del Cavaliere al governo, già prima delle elezioni politiche, con grande entusiasmo. Il perché è presto detto: oltre alle grandi opere in cui Impregilo è coinvolta, i due hanno separatamente molti altri interessi da soddisfare. Ligresti ha, tramite Immobiliare Lombarda (controllata da FondiariaSai) una serie di investimenti da fare a Milano, che ora saranno moltiplicati per quattro dopo l’annuncio di Expo 2015. Un governo amico sarà di giovamento. La stessa cosa può dirsi per Marcellino Gavio, che tramite le sue concessionarie autostradali (la MilanoTorino in primo luogo) e le sue società di costruzione (tra cui la Grassetto che un tempo fu di Ligresti) potrà ricevere benefici dalla ‘sintonia’ con il nuovo governo.
Oggettivamente il mondo della cooperazione non sembra avvantaggiato dal governo Berlusconi, che nell’esperienza precedente tra il 2001 e il 2006 aumentò la tassazione su questo genere di imprese. Ma il nuovo clima bipartizan promette bene. Non sembra più il tempo per guerre di questo tipo. Anche perché le cooperative sono presenti massicciamente nelle opere infrastrutturali del centro nord. Condotte, invece, attraversa per conto suo un momento difficile: mentre era in corso un complesso piano di ristrutturazione, sono arrivati dei problemi sul fronte giudiziario. La Todini, guidata dalla spumeggiate Luisa Todini, è ora impegnata nella Variante di Valico FirenzeBologna, che sarà finita entro il 2011 per un costo stimato di 3,12 miliardi.
Astaldi è in questo momento, e come molte altre imprese di costruzione, più impegnata all’estero che in Italia: circa il 62 per cento del fatturato. Ma resta la speranza di una ripresa delle grandi opere nel nostro paese: infatti se si guarda il suo portafoglio lavori, si scopre che per il 60 per cento è ancora concentrato in Italia.
Questo però significa una cosa sola: all’estero i lavori si prendono e si portano a termine, in Italia si prendono ma sembrano non finire mai. «È questo il vero problema dell’Italia spiega Paolo Buzzetti, presidente dell’Ance le opere cominciano ma non si va avanti se non molto, troppo lentamente. Da una nostra indagine risulta che per gli appalti oltre 50 milioni di euro ci vogliono in media 67 anni per finire mentre in Gran Bretagna ne bastano 23. È il momento di dare una svolta. Le decisioni devono essere prese in tempi rapidi, e i progetti devono essere fatti meglio: sono quasi sempre sbagliati perché sono degli schemi di massima».
Insomma, i lavori pubblici italiani sono come delle ouvertures a cui non segue mai la sinfonia vera e propria. «C’è tanta carne al fuoco, ma il fuoco è basso», dice Piero Collina, presidente del Consorzio Ccc. «La storia dei nostri appalti è fatta di lungaggini burocratiche, di ricorsi su ricorsi, di continui stop and go dovuti anche alle resistenze locali».
I costruttori riconoscono che il primo Berlusconi, con la Legge Obbiettivo, ha fatto qualcosa per velocizzare le procedure. Ma non è bastato, e ora più che mai non basta più. «Su project financing (finanziamento privato dei progetti, NdR) dice Romano Galossi, membro di presidenza dell’Ancpl e sull’offerta economicamente più vantaggiosa vanno fatti degli immediati aggiustamenti».
Ma, oltre alle procedure e alle lungaggini da correggere, c’è anche un molto più semplice problema di soldi. Ci sono davvero? Ai costruttori corre un brivido su per la schiena: sarà che Berlusconi vuole rilanciare i grandi lavori, ma al momento ha stornato i fondi inizialmente destinati al Ponte sullo Stretto (e che il governo Prodi aveva poi assegnato ad altre infrastrutture nel Sud) a coprire lo sgravio Ici sulla prima casa. Insomma anche i costruttori vedono che le casse dello Stato sono messe male. Non c’è dubbio: c’è ancora uno scarto fra i sogni degli imprenditori e la realtà. Chissà se Berlusconi saprà davvero colmarlo.
la Repubblica
Superstrade, dighe e cantieri eterni ecco l´Italia delle opere incompiute
di Davide Carlucci
MILANO - La grande scritta "vergogna" sul cavalcavia è stata cancellata. Ma il completamento della superstrada della val Camonica non è ancora ripartito. Fermo dai tempi di tangentopoli: fu un ministro di quell´era, il bresciano Gianni Prandini, a volerla e fu una storia di mazzette a inguaiare la ditta costruttrice a bloccare i lavori. Era il 1992 e quattro anni dopo il sottosegretario Antonio Bargone previde la conclusione dell´opera nel 1998. Dieci anni dopo è successo di tutto - anche la morte di un camionista, nel 2005, per il crollo della rampa di un viadotto - ma di cantieri riaperti nel tratto tra Capodiponte e Forno Aglione neanche a parlarne. «La ripresa era annunciata prima per l´autunno, poi per la primavera - dice Guido Cenini, di Legambiente - l´estate è alle porte e siamo ancora con i camion e le auto incolonnate che passano davanti alle case, causando un inquinamento pazzesco. E dire che siamo partiti, negli anni Sessanta, con l´idea di un´autostrada che doveva collegare il Bresciano con la Germania... ».
Ma siamo in Italia, la nazione delle incompiute, imprese ambiziose che al dunque non arrivano mai. Tormentoni che si rinnovano a ogni campagna elettorale: la chiusura dell´anello ferroviario di Roma, era d´attualità già nel 1993, quando Francesco Rutelli si candidò per la prima volta a sindaco ed è tornata a esserlo quest´anno. Progetti immaginifici, come la "strada dei due mari": dovrebbe collegare il Tirreno all´Adriatico ma si riduce a rari brandelli di strada a quattro corsie tra Fano e Grosseto. Di eterni cantieri è piena la Calabria, dalla mai abbastanza vituperata (dagli automobilisti) Salerno-Reggio Calabria, alla statale 106 che porta a Taranto lungo lo Ionio. Un monumento allo spreco è la diga sul Menta, pensata nel 1979 per dare acqua a Reggio, lavori iniziati nel 1985, costi sestuplicati rispetto al progetto originario, completamento previsto nel 2011 e tutti che ancora si chiedano se serva davvero. Asciutto anche l´invaso del Pappadai, in Puglia, in costruzione dagli anni ‘80, costato già 400 milioni di euro. Il primato però è della Sicilia: le opere interrotte risultano 168 su un totale di 357 censite in tutt´Italia. E solo a Giarre, se ne contano ben 12, dalla piscina olimpionica al teatro comunale.
Ovunque va lentissima l´alta velocità ferroviaria: non solo in val di Susa, ma anche tra Milano e Novara, tra Firenze e Bologna (con l´incognita del sottoattraversamento del capoluogo toscano) e tra Genova e Milano, dove un´inchiesta giudiziaria terminata con una prescrizione - erano coinvolti il senatore Pdl Luigi Grillo e il costruttore Marcellino Gavio - ha contribuito ad allungare i tempi. Sorte comune a tantissime altre opere, come la linea 6 della metropolitana di Napoli, ferma anch´essa dai tempi di Tangentopoli e inaugurata solo in parte. Ma a Napoli sono fermi da tempo immemore anche la bonifica dell´area ex Italsider di Bagnoli, la cittadella della polizia e l´ospedale del mare nel quartiere Ponticelli-San Giovanni. L´elenco delle strutture sanitarie o assistenziali mai finite - o in grave ritardo nei lavori, come l´ospedale di Cona, inaugurato nel 1990 da papa Giovanni Paolo II, e l´orfanotrofio di Vercelli, inaugurato dopo 33 anni - in Italia, è lunghissimo. E tra le opere lasciate a metà c´è anche un borgo: Consonno, nel Comasco, doveva essere una specie di Disneyland. Ora è un paese fantasma.
la Repubblica
L’ospedale-scandalo in costruzione da 50 anni
di Giuseppe Caporale
È un palazzo di cinque piani in costruzione dal 1958 ma che non è mai stato aperto. Lo Stato, per questo ospedale, ha già speso oltre venti milioni di euro. Non solo, ogni anno l´Azienda sanitaria locale investe altri soldi per adeguare la struttura ai cambiamenti delle normative, per sostituire gli impianti che con il tempo, nel corso di questi 50 anni, si sono ovviamente deteriorati.
Eppure, l´ospedale Padre Pio (questo il nome voluto dal sindaco Giovanni Palumbo nel 1997 con tanto di cerimonia solenne) non è mai entrato in funzione. Vuoi per i parametri dei piani sanitari regionali, vuoi per gli eterni ritardi nei lavori. Persino ora, la Asl e la Regione continuano a stanziare fondi: da pochi giorni hanno deliberato altri quattro milioni di euro per l´ulteriore messa a norma. La quarta. Il nuovo sindaco in scadenza di mandato, Donato Agostinelli (Udeur), promette che questa sarà la volta buona.
Si muore maledicendo l´ospedale della vergogna, a San Bartolomeo in Galdo, nel beneventano. Qui, nella valle del Fortore, si vive nel terrore di aver bisogno dello Stato, di aver bisogno dell´ospedale. Quando scatta l´emergenza è un terno al lotto. Una corsa contro il tempo che quasi nessuno riesce a vincere. Troppo lontano il 118 (impiega almeno 30 minuti solo per arrivare), troppo lontani gli ospedali (Lucera a 45 minuti, Campobasso a 50 minuti, Benevento a 90 minuti di distanza). E così, lungo il tragitto, si muore. Per un infarto lieve o per un incidente che altrove sarebbe banale.
Ma l´assurdo di questa vicenda è che qui l´ospedale c´è, eccome.
La prima pietra fu posizionata nel 1962 dall´allora sindaco Aldo Gabriele. I lavori furono ultimati intorno alla metà degli anni settanta, dopo una prima catena di ritardi, dovuti anche ad un terremoto. I nostalgici ricordano ancora la prima clamorosa protesta, quella del "comitato di agitazione permanente", che nel 1980 inviò oltre mille cartoline all´allora presidente della Repubblica, Sandro Pertini, per chiedere l´immediata apertura della struttura. Seguì un corteo con le bandiere di tanti partiti di allora: pci, dc, psi. Poi più nulla. Tanti padrini politici, tante promesse, ma la struttura non è mai entrata in funzione. Una settimana fa l´ultimo decesso per colpa dell´ospedale della vergogna (una mamma con tre figli piccoli, morta per un problema cardiaco). E questa volta il grido di dolore e rabbia, è arrivato dal parroco del paese, don Franco Iampietro. «Basta… Sono stanco di accompagnare al cimitero persone che hanno l´unica colpa di essere nate qui», ha scritto il parroco in una lettera aperta alle istituzioni «l´ospedale mai aperto è un vuoto monumento alla disonestà e all´incapacità di chi ne è stato, e ne è l´artefice. Cosa deve fare questa gente per farsi ascoltare? Deve organizzare una rivolta?». A rispondere, l´attuale sindaco Agostinelli. «Apriremo nel 2009 ma sarà un country hospital: ci saranno due ambulanze per l´emergenza, guardia medica, e ottanta posti di riabilitazione gestiti da un privato». Ma non ci sarà il pronto soccorso. E così, lo Stato prima ha impiegato 50 anni per costruire un ospedale, e ora che potrebbe entrare in funzione, ha deciso che non serve più. Va riconvertito, non sarebbe economico. E nella valle del Fortore si continua a morire, maledicendo quel monumento allo spreco e alla vergogna.
Milano Se il dialogo sulla legge elettorale tra Walter Veltroni e Silvio Berlusconi ha frenato di fronte alla seconda bozza Bianco e poi si è fermato al precipitare della crisi di governo che pure ha provocato, in quel di Segrate il Partito democratico e Forza Italia vanno a braccetto da un bel po'. Anzi adesso addirittura si tengono per mano.
Arrivare al grande idillio è stato semplice: da un lato il sindaco forzista Adriano Alessandrini aveva da tempo intenzione di smarcarsi dai riottosi alleati, in particolare la Lega nord, che aveva mal digerito l'approvazione da parte della giunta dell'edificazione di un nuovo centro commerciale; dall'altro il neopartito veltroniano non ha mai nascosto il fastidio di un'alleanza con i partiti della sinistra alternativa, tanto che a fine novembre sul blog del Partito democratico segratese è uscito un intervento del coordinatore del Pd per l'area Milano sud Augusto Schieppati dal più che mai esplicito titolo «Sinistra radicale nun te reggae più».
E allora pochi giorni fa, il 16 gennaio, i gruppi consiliari di Forza Italia, Alleanza nazionale e Partito democratico hanno sottoscritto un documento, un accordo di legislatura, in base al quale le tre forze politiche si impegnano a lavorare insieme. Dando totale fiducia al sindaco forzista, visto che nel preambolo si legge che le forze politiche sottoscrittrici «constatano che non esistono rilevanti differenze per quanto riguarda le impostazioni programmatiche relative alle grandi tematiche che riguardano la città», «rilevano che occorre il formarsi di una collaborazione pragmatica e non ideologica tra le forze politiche responsabili presenti in consiglio comunale» e, dulcis in fundo, «concordano nel superare le logiche di schieramento e di condividere il programma del sindaco, opportunamente aggiornato e arricchito con alcune istanze e priorità portate avanti dai sottoscrittori e in particolare dal Partito democratico». Et voilà, l'inciucio è servito. Certo, in cambio di questa sua «genuflessione» al sindaco, il Partito democratico ottiene la possibilità, insieme a Forza Italia e An, di «concordare la definizione di una nuova compagine di giunta, al fine di attuare le indicazioni programmatiche sopra indicate». Che, tradotto dal politichese, vuol dire che il Pd avrà un assessore, e i bene informati dicono sia proprio quello Schieppati che già da tempo «nun reggae più» la sinistra alternativa.
La «grosse coalition» in salsa lombarda lascia tuttavia strascichi e malumori sia a destra che a sinistra. La Lega ha già fatto sapere che se la firma del protocollo sarà il primo passo per far fuori i lumbard dalla giunta, allora il Carroccio metterà in discussione tutte le realtà della provincia milanese dove il centrodestra governa con l'aiuto della lega. E da sinistra arrivano strali contro «l'inaccettabile inciucio» dalla coordinatrice provinciale milanese di Sinistra democratica Chiara Cremonesi, che accusa il Pd di «aver tradito il patto con gli elettori del centrosinistra», e dai Verdi regionali, che parlano di «sciagurato accordo per la condivisione e la spartizione del potere e della speculazione edilizia per cementificare la cittadina».
Se si pensa che la Lombardia è stata in tempi passati anticipatrice di quanto sarebbe accaduto poi a livello nazionale (senza andare a Depretis e al trasformismo basta pensare al craxismo degli anni Ottanta e all'accordo forzista con la Lega nel decennio successivo), è facile immaginare cosa potrebbe accadere da qui a poco in Italia. Del resto, il luogo è anche altamente simbolico: Segrate, cittadina di oltre 30mila abitanti nell'hinterland milanese, ha visto nascere Canale 5, Publitalia e l'impero mediatico del Cavaliere. E, sulla strada Rivoltana che tange la cittadina, giusto lo scorso anno è stata rimessa a nuovo la sede storica della Mondadori, che Berlusconi si è conquistato al termine di una lunga battaglia legale nota alle cronache più giudiziarie che culturali come la guerra di Segrate. In più, in un paesino vicino, c'è un parco giochi chiamato «Minitalia»: i bambini possono vedere tutte le bellezze del nostro paese in miniatura. E i loro genitori possono ammirare in consiglio comunale il «piccolo inciucio», in attesa che prenda forma quello grande, a Roma.
Nota: si può anche perdonare, a questo interessante articolo tutto sommato più attento alla politica politicante che al territorio su cui si esercita, lo svarione di collocare il parco a tema Minitalia "in un paesino vicino" a Segrate. Per la cronaca e la coerenza con i temi di questo sito, precisiamo che Capriate si trova a diversi svincoli autostradali di distanza, oltre il fiume Adda e in provincia di Bergamo. Per chi vuole andarci a fare inciuci, quasi di fronte al casello autostradale e al parco a tema c'è il comodissimo "Gugliel Motel" (f.b.)
Italia Nostra chiede un nuovo regolamento urbanistico, che ponga fine alla cementificazione incontrollata e preveda una seria riqualificazione del centro storico. Questa la posizione dell’associazione emersa durante il convegno promosso in San Girolamo - «Identità da salvare, Lucca e il suo territorio» - al quale hanno partecipato numerosi esperti del campo dell’urbanistica e il sindaco Mauro Favilla.
La posizione di Roberto Mannocci, presidente della sezione Lucca di Italia Nostra è netta: «Il Regolamento urbanistico approvato nel 2004 non è stato capace d’indicare un progetto di città, consente ai singoli operatori la libertà di scegliere cosa e come costruire, lasciando in pratica la pianificazione alle regole del mercato e del guadagno. E una città pianificata in base alle regole del mercato non è una città». La preoccupazione di Mannocci è supportata da alcuni dati su quanto si è costruito (9 milioni di euro di oneri di urbanizzazione incassati dal Comune anche nel 2007) e su quanto ancora si può costruire. O recuperare: basta pensare - sono dati forniti dall’architetto Gilberto Bedini, uno dei consulenti del sindaco sull’urbanistica - ai 600mila metri cubi dei grandi contenitori pubblici nel centro storico o ai 700mila metri cubi di edifici da recuperare (fra pubblici e privati) fuori dalle Mura.
Cifre su cui riflettere. Non a caso, nei vari interventi il denominatore comune è stata l’avversione al modello di centro storico come “parco divertimenti”: «Il turismo di massa può uccidere una città d’arte: Lucca deve evitare di diventare come Venezia e Firenze, dove gli abitanti non sono più padroni della loro città» sostiene il presidente nazionale di Italia Nostra, Giovanni Losavio. Anche se Lucca negli ultimi decenni ha visto un costante calo di residenti nel centro storico, oggi poco più di 9mila, con lo spostamento massiccio nella periferia e conseguente cementificazione delle campagne. Tra le molte proposte emerse, spicca l’idea dell’urbanista Vezio De Lucia, in passato consulente della Provincia, che propone la creazione di una “linea rossa” che circondi le zone agrarie oltre la quale sia proibito costruire, obbligando di conseguenza ad un riutilizzo più razionale degli spazi già edificati. E, infatti - osserva Mannocci - «a Lucca Italia Nostra propone da anni la creazione di maggiori servizi per i cittadini del centro, come la creazione di una “cittadella alimentare” al mercato del Carmine o il ritorno dentro le mura degli uffici».
In questa ottica di recupero e sviluppo sostenibile del territorio, l’architetto Gilberto Bedini, elenca alcune di quelle che dovrebbero essere le linee guida di un nuovo regolamento urbanistico: la conservazione degli spazi verdi, anche non coltivati, rimasti intatti all’interno delle aree urbane (come nella zona di Sant’Anna), il riutilizzo degli edifici “recuperabili”, come la Pia Casa e il mercato del Carmine, appunto. Per quanto riguarda la politica dei “grandi contenitori”, definiti da Mannocci un possibile «volano per lo sviluppo della città», è prospettato un intervento importante, ancora però da definire. Gli spazi disponibili sono enormi: tra edifici del centro e fuori dalle Mura è da recuperare complessivamente una superficie utile di 383mila metri quadri, per un volume complessivo di 1 milione e 300mila metri cubi.
Due bei debutti per il neo-ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo: a livello internazionale è andata a chiedere a nome dell’Italia una riduzione dei parametri fissati a Kyoto contro le emissioni di gas serra, ritenendoli troppo alti per noi; a livello interno ha cancellato per decreto la commissione tecnica per la valutazione dell’impatto ambientale (Via) composta da elementi capaci e quindi «scomodi». Tale cancellazione ha più di un risvolto inquietante. Intanto essa è stata infilata nel decreto legge sui rifiuti, pur essendo materia "assolutamente estranea ai contenuti e ai motivi di necessità e di urgenza che hanno portato alla redazione del decreto legge sui rifiuti" (l’osservazione critica, assai pertinente, è dell’ufficio legislativo del Wwf). Inoltre l’azzeramento tecnico-scientifico è stato motivato, tragicomicamente, col "contenimento della spesa pubblica" poiché riduce da 60 a 50 i componenti della detta commissione tutta da rinominare nei prossimi tre mesi dai nuovi ministri (il vero titolare della grandi manovre ambientali sembra Altero Matteoli, ministro per le Infrastrutture, autore di un Codice per l’ambiente mai abbastanza deprecato).
Va detto subito che il numero di 60 componenti non nasceva a caso: ci sono valutazioni ambientali e valutazioni ambientali strategiche, o VAS (per i grandi progetti soprattutto), volute dalla direttiva europea per la quale, attenzione, il governo Berlusconi è stato già condannato per il mancato recepimento. Le VAS richiedono esami delicati, dettagliati, approfonditi, e quindi tecnici in grado di svolgerli seriamente e nei tempi dovuti. Esigenza riconosciuta pure dal TAR. Evidentemente, ora si vogliono invece valutazioni "semplificatissime", quindi ultraveloci, compiute da tecnici più allineati al nuovo corso Prestigiacomo-Matteoli di quelli testé "cancellati". All’articolo 7 del decreto sui rifiuti si fa capire anche un’altra cosa allarmante: con il decreto legge col quale sarà rifatta (su misura) la nuova commissione per la VIA sarà pure riordinato il Ministero medesimo. Altra decisione quanto meno sorprendente. Siamo in realtà ad uno sbrigativo spoil-system "esteso impropriamente", nota sempre il Wwf, "oltre che agli incarichi apicali della pubblica amministrazione di nomina politica, anche ad una commissione tecnica", con l’aggravante dell’uso della decretazione di urgenza. Ma quale urgenza poi? Con questa "cancellazione" della commissione tecnica si perdono in realtà mesi e mesi, si vanificano lavori delicati (appunto) in corso di esame. Decreto legge quindi da bocciare su tutta la linea.
Ma la voce che gira negli ambienti ministeriali è che Altero Matteoli voglia portare presso di sé, cioè alle Infrastrutture, la valutazione d’impatto ambientale, soprattutto in materia di grandi opere, come l’amatissimo Ponte sullo Stretto col quale - l’ha ridetto l’altro giorno Silvio Berlusconi - "passerò alla storia". E Matteoli con lui, s’intende.
Dal canto suo, l’onorevole Sandro Bondi ha debuttato davanti alla commissione Cultura della Camera con una audizione da maratoneta durata oltre cinque ore. Ha cercato di "volare alto" per evitare le secche della difficile situazione finanziaria. Ha detto una cosa importante: non retrocederà dal Codice Rutelli per i beni culturali e il paesaggio al più debole e ambiguo Codice Urbani sulla stessa materia. Bondi condivide "pienamente il pensiero del professor Salvatore Settis" secondo il quale il nuovo Codice è "un importante passo avanti nell’attuazione della Costituzione repubblicana. Può esserlo. Dipende da noi". Il neo-ministro si è pure detto impressionato da "città devastate dalla bruttezza e dal degrado" : "la bruttezza e il degrado generano violenza. Per questo dobbiamo investire nella bellezza". Sante parole. Come quelle in cui Bondi assicura che avvierà una collaborazione con le Regioni "mediante l’inserimento di più specifici contenuti prescrittivi e mediante la redazione di nuovi piani paesaggistici" Ma, come ha già notato su questo giornale Stefano Miliani, tanta buona volontà deve fare i conti con…Tremonti e con la manovra finanziaria che, secondo il "Sole 24 Ore" di giovedì 5 veleggia "verso i 35 miliardi", da coprire riducendo anche le spese, già quanto mai asfittiche, destinate ai Beni e alle attività culturali (Bondi ha riconosciuto che per queste voci fondamentali spendiamo appena lo 0,28 per cento del bilancio dello Stato, cioè 2,3 miliardi di euro, ponendoci "agli ultimi posti tra gli Stati europei"). Per compensare infatti il taglio dell’Ici, il ministro dell’Economia ha tolto ai Beni culturali 4,9 milioni di euro e altri 7,7 ne sottrarrà ai fondi speciali. Il taglio più contraddittorio e più pesante riguarda tuttavia proprio il paesaggio sul quale le intenzioni del neo-ministro sembrano così incoraggianti. Dalle parole ai fatti il clima cambia: sinora è confermata la cancellazione dei 15 milioni all’anno per un triennio che Rutelli aveva destinato all’abbattimento di "ecomostri", dalle torri del Villaggio Coppola a Pinetamare al grande scheletro cementizio dell’isola ligure di Palmaria, e via elencando. Se così fosse, saremmo davvero alle beffe.
In tanta austerità - che rischia di bloccare del tutto la già zoppicante macchina del Ministero nelle "ordinarie" attività di tutela e di restauro (ci sono Soprintendenze dove sono già finiti i soldi del 2008 per francobolli e telefoni) - spunta l’idea di un nuovo direttore generale (ce ne sono già una quarantina al MiBAC) il quale, secondo Bondi, dovrebbe fungere da super-coordinatore dei 3.500 musei italiani. Un grande manager con relative stock options? Un iperdirettore di musei pescato non si sa dove? Per spremere più introiti da biglietti e ingressi, forse. Che non è il compito dei musei per buona parte gratuiti proprio per la fondamentale funzione culturale ed educativa che essi svolgono.
Ma anche all’onorevole Bondi, ahimé, piace molto l’identificazione cultura-turismo culturale. Che invece sono cose diverse: l’una è la "materia prima", che ha valore in sé al di là dei ricavi che se ne possono trarre, e l’altro è uno degli utilizzi della medesima. Così si rischia invece di ridurre tutto a mercato. E poi, i musei statali sui quali il Ministero potrebbe agire sono un quinto di tutti i musei italiani anche se, in più d’un caso, risultano i maggiori. Ci sono infatti i musei comunali, prevalenti al Centro-Nord (dai Capitolini al Castello Sforzesco, dai genovesi Palazzo Rosso e Bianco all’Archeologico di Bologna, a tutti i musei bresciani). Poi vengono i Diocesani, gli Ecclesiastici ormai più di 600. Un coordinamento nazionale sembra francamente arduo e problematico. A meno che non si debba recuperare qualche supercritico specialista in comunicazione oggi in panchina dopo aver cercato, invano per ora, di salire in Campidoglio. Mentre l’attuale, stimato direttore generale del MiBAC, Giuseppe Proietti, mi risulta ancora in attesa di riconferma.
Il ministro degli interni s'è accorto che la prostituzione è materia delicata e che ci vogliono almeno una quindicina di giorni prima di legiferarci sopra, e così il geniale emendamento Berselli-Vizzini sguscia dal decreto sicurezza e passa al disegno di legge, o forse agli archivi. Gli stessi Berselli e Vizzini del resto, un attimo prima di passare alla storia, si sono accorrti che appiccicare il loro geniale emendamento in coda al decreto sicurezza correva il rischio di essere incostituzionale. I geniali emendatori e il ministro non potevano accorgersene prima? Sì, se avessero un'idea di che cosa vuol dire legiferare. Ma non ce l'hanno. Da quando ha messo piede in parlamento quattordici anni fa, la (non più) nuova destra italiana capitanata da Silvio Berlusconi crede che legiferare significhi sparare l'annuncio eclatante di una cosa che non si può fare, farlo rimbalzare su tutte le tv e le gazzette del regno, far sognare agli italiani una soluzione magica effetto di una bacchetta magica, e infine non farne nulla o quasi. Fino alla volta successiva, quando il copione ricomincia da capo.
La prostituzione è un problema, come sempre e oggi, in tempo di mercato globale e mercificazione totale, più di sempre? Un emendamento e via, le prostitute diventano «socialmente e moralmente pericolose», vengono sbattute in galera o al confino e come per incanto spariscono dalle strade e dalla vista. Poi si scopre che la prostituzione, come tutte le cose di questo mondo, è l'effetto di una catena di rapporti complessi - nella fattispecie, rapporti di sesso, di potere e di danaro -, che la bacchetta magica non funziona, che usarla contro l'elemento finale della catena, cioè le prostuitute di strada, senza attaccare gli altri, cioè i clienti e gli organizzatori del traffico, è delirante, e il problema resta lì dov'era.
Nel frattempo però è stato raggiunto il risultato più importante, che non riguarda affatto il problema della prostituzione ma la semina mediatica del convincimento che le prostitute sono persone socialmente e moralmente pericolose, che basterebbe sbatterle in galera o al confino per levarsele di torno e che se il governo non lo fa è perché qualcuno, generalmente da sinistra, glielo impedisce. Dopodiché scatta l'immancabile sondaggio sulla percezione del rischio-prostituzione, dal quale risulterà che la maggioranza degli italiani ritiene che le prostitute sono moralmente e socialmente pericolose, che bisogna sbatterle in galera o al confino o nelle case chiuse e che il governo voleva farlo ma non gliel'hanno fatto fare. E così la tavola è apparecchiata per il prossimo sussulto, le prostitute restano dove sono, i clienti e gli sfruttatori pure, senza che né l'opinione pubblica né il governo né il governo ombra ne abbiano tratto un solo elemento di conoscenza su: chi e perché si prostituisce; qual è il grado di disumanità di un mercato del lavoro che convince molte donne, soprattutto immigrate, che fra prostituirsi per 400 euro a notte e lavorare per 400 euro al mese è meglio prostituirsi; qual è il grado di alienazione che le porta sempre più spesso a sostenere che prostituirsi «è un lavoro come un altro»; qual è il grado di feticismo che porta molti uomini a preferire il sesso a pagamento al sesso implicato in una qualche relazione; chi e quanto ci guadagna e ci lucra sopra organizzando racket e sfruttamento; quali provvedimenti si potrebbero tentare per rendere tutto ciò meno disumano, ascoltando quello che le prostitute hanno da dire e magari da proporre, e hanno varie volte detto e proposto.
E' un copione disperante che si ripete da settimane a turno, sugli immigrati, sui rom, sulle prostitute, sui trans. Pare proprio che nel belpaese altra idea non circoli che quella di ripristinare la filosofia del grande internamento riveduta e corretta: tutti in galera o nei cpt, immigrati, rom, prostitute, trans, piccoli delinquenti (i grandi no, restano a piede libero) e tutti quelli che possono interpretare la parte dei devianti nella commedia della all'italiana della normalità benpensante. In attesa che ricompaia anche la nave dei folli, l'ultimo sondaggio (Demos-Coop, su Repubblica di ieri) ci avverte che tutti gli italiani pensano che la criminalità sia in vorticoso aumento, due su dieci temono di essere rapinati, cinque hanno paura degli stranieri, otto vogliono sgombrare i campi rom, sei invocano le ronde e tutti i poliziotti e le videocamere. Gli emendamenti slittano, ma intanto ben scavato, vecchia talpa.
«Il Pd non può non essere ambientalista. La sfida che ci attende è quella del rigore per lasciare ai nostri nipoti un paesaggio almeno come l’abbiamo trovato». Vittorio Emiliani, giornalista, tessera Pd, grande paladino del bello e dell’ambientalismo, fiero oppositore del partito del mattone, a cominciare dalla sua Capalbio...
Dove l’anima del Pd che si batte contro il piano strutturale sembra maggioritaria rispetto a quella ambientalista.
Cosa ne pensa?
«Lasciamo perdere. Di Capalbio ho detto anche troppo in passato. A me interessa fare un discorso più generale sul Pd».
Prego.
«La proposta dell’ambientalismo del fare non mi convince: la trovo mite e subalterna al berlusconismo. Non c’è bisogno di aggiungere all’ambientalismo il verbo fare. Difendere le ragioni dell’ambiente non significa non fare, ma fare bene, secondo regole precise. Sono proprio le regole che dobbiamo recuperare. In questo sono d’accordo con Giorgio Ruffolo».
Che dice?
«Che un partito di sinistra come il Pd deve condurre due grandi battaglie: il recupero dell’interesse pubblico, distrutto dal berlusconismo, e la difesa dell’ambiente. Moralità e ambientalismo devono essere i due caratteri di fondo che contraddistinguono l’identità di sinistra».
Nel Pd quale anima prevale: ambientalista o sviluppista?
«Lo sapremo quando daranno la parola agli iscritti».
Provi intanto a giudicare quella dei dirigenti.
«Mi sembra un ambientalismo molto diluito. Veltroni ha cooptato il vertice di Legambiente che esprime una posizione ambientale molto blanda rispetto ad esempio a Italia Nostra e al Wwf».
C’è Realacci.
«Anche lui ex presidente di Legambiente, sostenitore di um ambientalismo ragionevole, molto soft».
E allora come comporre le due anime?
«Non sarà facile. L’unica strada percorribile sarà l’intesa su questioni concrete».
Tipo?
«Che posizione assumerà il Pd sul progetto di revisione della legge urbanistica? Che dirà del ministro Prestigiacomo che ha esordito chiedendo l’abbassamento dei parametri di Kyoto? E se Bondi rivedrà in senso peggiorativo il codice dei Beni culturali approvato da Rutelli?».
Bondi ha applaudito la posizione di Asor Rosa su Monticchiello.
«Mero tatticismo, furbizia».
In Toscana - da Viareggio all’Elba - il Pd perde voti là dove si esprime una voglia di mattone. E Conti irride Asor Rosa dicendo che dopo le sue polemiche a Monticchiello il centrosinistra ha aumentato i voti. Gli sviluppisti portano voti e gli ambientalisti li fanno perdere?
«Può anche darsi che nell’immediato sia così. Che il mattone paghi di più. Ma la sinistra deve guardare all’interesse generale. Battersi contro il conflitto di interessi non porta voti, ma allora cosa si fa? Si lascia perdere? Difronte al paesaggio abbiamo doveri che riguardano le future generazioni. Non possiamo limitare lo sguardo alle urne elettorali. Anche perché le battaglie giuste prima o poi pagano sempre...».
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I prezzi del cibo vanno alle stelle, milioni sono affamati e altri milioni lo saranno in paesi dove il riso si vende a tazze e non più a sacchi, i ristoranti servono pasta perché costa meno, tutti i redditi se ne vanno in calorie. La crisi mondiale del cibo è una sciagura. Ma i titoli di grano e mais vanno alle stelle, miliardi si spostano dalla borsa valori alla borsa merci, si acquistano campi e fertilizzanti e mietitrebbie e persino rimorchi e cargo. La crisi mondiale del cibo è un'opportunità.
Toccherebbe capire le cause ma gli organismi di riferimento hanno altro da fare. Qualche governo ha messo tasse sull'export, prima mangiamo e poi vendiamo il resto: anatema dell'Organizzazione mondiale del commercio. Qualche altro critica i sussidi agli agricoltori ricchi: anatema della Banca mondiale. L'Onu dovrebbe mettere d'accordo affaristi e affamati ma non ce la fa perché è un fantasma e la sua moral suasion giace sepolta da qualche parte nel deserto dell'Iraq.
Eppure mezzo mondo ha fame dunque meno barriere doganali, più liberalizzazione e avanti con ogm, energia atomica, agrocarburi. E' la cosa più oscena: chi ha creato il problema (la fame) decide la soluzione (meno tasse, più ogm). Soprattutto deciderà il G8, che non è un'istituzione internazionale ma un abusivo oligopolio che si identifica per alto censo, pelle bianca e dotazione nucleare. Dovrebbe riunirsi clandestinamente come le organizzazioni malavitose, scrisse qualcuno, invece questo pianeta è suo. Ne custodisce gelosamente il disordine.
A 62 anni si è serenamente spenta la signora Repubblica. Il 2 di giugno, suo compleanno, si è svolta invece della festa una commemorazione funebre. Al suo posto si è insediata la monarchia, sua antica rivale. Le tributa ossequio una corte di ex repubblicani bisognosi di benevolenza. Non solo le alte cariche di uno stato secondario, non solo i sedili desolati della supposta opposizione, ma la libera informazione che dirama i liberi bollettini di nostrosovrano.
A sommesso contrasto si ascoltano le voci critiche dell'Onu e dei vescovi d'Italia contro le illegittime invenzioni giuridiche contro gli stranieri colpevoli di viaggio senza titolo. Si tratta di voci provenienti dall'estero, dipendendo i vescovi nostrani da un'altra sovranità. In patria l'ossequio è compatto.
Più interessante diventa il caso di Napoli e dei suoi scarti esposti. Napoli è una città monarchica. In avvio di repubblica,anni '50, eleggeva a suo rappresentante un impresario navale, per brevità chiamato ammiraglio, che la voleva riportare a regno. Napoli è una città anarchica: i re la dovevano lasciare in pace.Feste, farina e forca esaurivano il compito assegnato. Napoli ha questa doppia faccia, più spagnola che italiana. Nella Spagna monarchica prese piede più che altrove il movimento anarchico.
Nostrosovrano ha deciso di giocarsi l'avvio di regno a Napoli. E' una piazza delicata. Le statue dei re esposte davanti a Palazzo Reale hanno il numero chiuso.Napoli è difficile da espugnare proprio perchè non ha difese naturali. L'inespugnabilità si è trasferita nei suoi cittadini.
A Chiaiano si svolge un cruciale contrappunto. Da un lato, esterno, monarchico e sbirresco, si vuole imporre la dannazione di una discarica in un'area porosa e fitta di ospedali. Dall'altro lato,interno, c'è l'unanimità di un popolo paziente e civile che ha pure votato in buona parte per nostrosovrano. Non passeranno perchè la salute pubblica, il diritto all'incolumità non sono trattabili. Non passeranno perchè a Chiaiano si è costituita la repubblica disciolta altrove. Le decisioni sono prese dall'assemblea, le autorità locali, elette, partecipano e si attengono alle scelte prese. Non passeranno perchè si tratta di una rivolta compatta ma di forza quieta e ragionevole: ha accettato di trattare, di aspettare le conclusioni delle perizie scientifiche, di smobilitare la barricata nel frattempo.
Sa rispettare i patti, perciò è repubblica.
Scherzi della storia. Mentre il mondo diventa carogna, chiude i confini, dirotta il cibo per farne carburante, alza muri alti quattro metri per impedire che entrino negli Stati Uniti non i terroristi ma i campesinos disperati in cerca di un lavoro che c’è (perché lo fanno solo i campesinos disperati), proprio in quel momento - in questo momento - compare sulla scena americana un candidato nero.
Ah, ma attenti. Non solo di discutibile etnia diversa, ma anche figlio di immigrato da Paese sospetto (il Kenya), nato da un matrimonio misto che i più condannano, e identificato da un nome che può bloccare la folla in attesa in qualunque cancello di immigrazione (se quei cancelli, nei Paesi che si vantano di essere civili, fossero ancora aperti).
Si chiama Barack Obama.
Chi gli vuole male e intende denigrarlo pronuncia intero tutto il suo nome - Barack Hussein Obama - Perché si percepisca tutta la sua estraneità e diversità. Chi non può sopportare il nuovo evento ha fatto circolare la voce che forse il candidato - Dio ce ne scampi - non è neppure cristiano. Poi si è scoperto che era cristiano, ma legato a una Chiesa e a un pastore così aspramente militanti, così (si direbbe in Italia) di sinistra radicale, da fare impressione e scandalo per le brave persone miti, middle class e bianche d’America, nelle pianure della Bibbia, nelle città degli operai, nei sobborghi borghesi, di cui di solito si dice “benpensanti”. Ma le brave persone miti, middle class e bianche d’America hanno continuato a votare per lui, immigrato, meticcio, e appartenente a una Chiesa sbagliata.
Scherzi della storia. Ore prima della proclamazione di un simile candidato, un aspro editoriale del New York Times descriveva in questo modo l'America ai giorni di George W. Bush. «Un giorno non riconosceremo noi stessi per ciò che stiamo facendo oggi: una nazione di immigrati tiene in schiavitù un'altra nazione di immigrati (il riferimento è ai clandestini, ndr), sfrutta il loro lavoro, ignora la loro sofferenza, ci condanna a restare fuori legge, li arresta e li espelle quando finge di scoprirli, con incursioni improvvise nelle case e nelle fabbriche, sparge terrore indiscriminato trattando lavoratori da criminali, mentre altri criminali-lavoratori prendono il loro posto illegale e fruttuoso, fino al rastrellamento, alla prigione, alla espulsione successiva. Un'America che attribuisce come unica identità di esseri umani che lavorano la condizione di clandestini; macchia di vergogna la nostra identità, la nostra storia». Scherzi della storia. In quell'America si sono fatti avanti, dal lato umano e liberale di un'America che non è morta con Martin Luther King e con Robert Kennedy, un candidato donna, con lo slancio straordinario e infaticabile di Hillary Clinton (la stessa Hillary Clinton che aveva scritto l'unica legge che avrebbe garantito completa assistenza sanitaria anche ai più poveri).
E un candidato nero che ha avuto il coraggio di dire: «Io sono questa America. Mentre la mia nonna bianca mi teneva stretto, bambino nero estraneo in tutto alla sua vita, decisa a difendermi da ogni male, aveva paura se gente nera si avvicinava a noi, incuriosita da quel piccolo nero stretto a una donna bianca, che si ritraeva con diffidenza». Nelle elezioni primarie ha vinto Barack Obama. È il candidato del Partito Democratico per la presidenza degli Stati Uniti. Chi lo ha sentito parlare crede di sapere perché. Dice che la forza gentile di Martin Luther King e il senso di giustizia non negoziabile di Robert Kennedy sono tornati con il giovane senatore che viene dal Kenya a guidare gli americani.
Gli americani ascoltano e vedono, con lui, con quella sua capacità immediata e istintiva di evocare il sogno, un altro Paese. Vedono un'America che forse c'è stata, un'America, pensano in molti, che può essere il futuro senza rabbia, senza vendette, senza solitudine, senza paure, senza guerre, senza l'orrore degli esclusi, sfruttati e cacciati. Scherzi della storia. Gli sta davanti, come avversario, un uomo bianco immensamente per bene che non vuole avere niente a che fare con l'America repubblicana che lo precede. Cerca anche lui un Paese pulito e rispettato, legato di nuovo ad amici alleati invece che ad alleati servi, con cui tentare di realizzare insieme una politica umana, in un mondo decente che si allontana dalla morte.
Troppa speranza? Per un giorno, non è peccato. Oggi, mentre scrivo, è il giorno in cui Robert Kennedy è stato ucciso, esattamente 40 anni fa. È un giorno perfetto per sognare.
Come osservava Pierre Bourdieu più di trent’anni fa (La distinzione), i rapporti sovraordinazione/ subordinazione e la riproduzione delle divisioni e delle gerarchie sociali oggigiorno tendono sempre più a fare assegnamento sulla seduzione piuttosto che sulla regolamentazione normativa, sulla produzione dei desideri più che sulla coercizione, sulle public relation piuttosto che sulla sorveglianza. Questa fiducia, possiamo aggiungere, aumenta di pari passo con il passaggio da una "società di produttori" a una "società di consumatori". Come tutti i modelli di ordinamento sociale, quello che sta venendo alla luce - non più costruito secondo il modello della "fabbrica fordista", ma secondo quello di un centro commerciale, e che viene fatto funzionare attraverso i meccanismi descritti da Bourdieu - identifica in modo differente i gruppi della società che sono inadatti all’inclusione. Invece delle "classi pericolose", ribelli o rivoluzionarie - che puntano a neutralizzare o ad assumere il controllo dei mezzi di coercizione e a ridefinire la normativa - sono i "consumatori imperfetti" - individui e categorie di individui insensibili alla seduzione e/o incapaci di agire in base ai loro desideri per scarsità o mancanza di risorse - a essere classificati come inadatti a essere inclusi nella società (questa classificazione è appropriatamente espressa attraverso la definizione di sottoclasse = al di sotto, e dunque al di fuori, dell’ordinamento di classe).
Nella loro forma originaria, ipotizzata da Jeremy Bentham e retrospettivamente indicata da Michel Foucault, i meccanismi panoptici di dominazione, miranti a immobilizzare il sorvegliato, a tenerlo al suo posto e dentro il regime comportamentale routinario, a impedirne la fuga o la deviazione, oggi si limitano e si concentrano esclusivamente sugli "inadatti" (leggi: coloro che sono insensibili ai dispositivi di controllo applicati alla maggioranza della popolazione). Destinati in passato a essere applicati universalmente (appropriati ed efficaci per i dipendenti delle fabbriche e degli uffici, per i soldati nelle caserme, gli scolari, i pazienti degli ospedali e delle cliniche per malattie mentali, i detenuti, gli indigenti negli ospizi), oggi questi meccanismi vengono utilizzati soprattutto nei luoghi di detenzione: in più, l’enfasi posta nella dichiarata finalità della sorveglianza si è spostata dalla imposizione di una particolare routine comportamentale alla prevenzione di fughe e danni.
Come suggeriva Thomas Mathiesen, nel caso della "maggioranza", l’applicazione della strategia della dominazione del "controllo-attraverso-la-sorveglianza" è passata dal "tutti guardano tutti", ai "pochi che guardano tutti", per giungere infine alla fase "tutti guardano alcuni". Mentre si è riposto il controllo sociale nella "scatola degli attrezzi", la coercizione esercitata attraverso la seduzione e le pubbliche relazioni (la sorveglianza popolare di divi e celebrità, di persone in vista trasformate in oggetti di ammirazione e di emulazione) ha sostituito il controllo generale da parte dei rappresentanti dell’autorità.
La tendenza individuata e descritta da Mathiesen è senz’altro importante, sebbene non sia l’unica e, probabilmente, nemmeno la principale deroga nella ininterrotta storia dell’impiego tradizionale della sorveglianza. Anche all’interno del "nocciolo duro" dell’ordine sociale rimane valido lo schema "pochi che guardano molti": semmai, ora esso diventa più onnipresente, più sofisticato e tecnologicamente meglio attrezzato che in passato, e ha fatto ulteriori progressi sulla strada che porta alla completa liberalizzazione e privatizzazione. Cosa ancora più importante, questo schema si è rivolto verso un obiettivo radicalmente differente. La sua funzione principale e generale è quella di mantenere fuori gli outsider, gli indesiderabili, piuttosto che tenere dentro (leggi: dentro l’area disciplinata normativamente e dentro la routine obbligatoria) gli insider (leggi: quelli già altrimenti, adeguatamente disciplinati).
Possiamo dire che "Big Brother" e i suoi rappresentanti e plenipotenziari, sempre più numerosi, sono stati reimpiegati per contribuire all’esclusione e impedire il "ritorno degli esclusi" di una moltitudine in rapida crescita di categorie: immigrati sgraditi, improbabili clienti di centri commerciali, mendicanti invadenti, ospiti non invitati di comunità residenziali con accesso controllato, abitanti di banlieue e di ghetti urbani nei centri cittadini, gente a cui le banche non concedono crediti, eccetera. In poche parole, la funzione del Secondo Big Brother è quella di mantenere a tenuta stagna la linea che separa gli inadatti dagli adatti: una metafora concretizzata recentemente attraverso gli addetti alla sicurezza aeroportuale, che confiscano le bottiglie d’acqua minerale. Il primo Big Brother manteneva gli occhi fissi sulle uscite: quelli dei suoi discendenti sono concentrati sulle entrate.
La sorveglianza destinata a mantenere le entrate inaccessibili è presentata, pubblicizzata e venduta all’opinione pubblica sotto l’etichetta della loro sicurezza. Il fatto che il concetto di "sicurezza" sia definito e si manifesti principalmente in compiti come l’esclusione di tutti quelli ritenuti "inadatti" (cioè, controproducenti o semplicemente indifferenti al funzionamento senza intoppi dei meccanismi di controllo sociale attualmente impiegati) difficilmente viene dichiarato in modo esplicito negli articoli pubblicitari. Ciò nonostante, la cosa è fin troppo evidente nella pratica ed è ben facile da dedurre. Gli oggetti di una sorveglianza onnipresente e invadente sono indotti ad accettare l’intimo collegamento tra esclusione e sicurezza e dunque ad accettare, tranquillamente e senza risentimenti, la strategia messa in atto (quindi la realtà di incursioni sempre più radicali nella nostra privacy); ad accettare di essere costantemente sotto sorveglianza; ad accettare i benefici effetti dell’esclusione, malgrado la sua bizzarria morale. Per ridurre ulteriormente la possibilità di risentimenti, le persone sono invitate a partecipare attivamente "al gioco": per esempio, votando per allontanare gli indesiderabili dallo show del Grande Fratello.
Una volta diventata principalmente un mezzo di esclusione, la sorveglianza assegna contemporaneamente ai membri della società il ruolo di colpevoli e di bersagli, di carnefici e di vittime. Trasforma le sue potenziali vittime o "perdite collaterali" in suoi complici attivi o passivi o in spettatori solidali. Paradossalmente, ma con ottimi risultati, ciò fa crescere gli "interessi acquisiti" delle potenziali vittime nella perpetuazione e nell’ulteriore inasprimento della strategia di dominio del "controllo-attraverso-la-minaccia-dell’esclusione".
L’onnipresenza dei dispositivi di sorveglianza, oggi, ha raggiunto la fase in cui essa è ormai auto-sostentata e auto fecondante. La quantità e dimensione, la visibilità e l’invadenza di tali dispositivi, bastano a creare e alimentare un’atmosfera da "fortezza assediata" e una forma mentis da emergenza permanente: che a sua volta alimenta e legittima la richiesta di un’ulteriore, accelerata diffusione di tali dispositivi e rafforza il favore popolare per le misure promesse per accogliere tali richieste. La sorveglianza, oggi, è un "setaccio" al servizio della propria perpetuazione: un setaccio che serve a isolare i bersagli appropriati della sorveglianza (gli indesiderabili) da quelli che potrebbero/dovrebbero essere lasciati fuori (perché hanno superato il test di non indesiderabilità). Gli esclusi, tuttavia, non sono stati addestrati all’arte della autodisciplina e sono disabituati a praticarla: perciò hanno bisogno di comprare la sorveglianza per riempire il vuoto lasciato dalla scomparsa della sorveglianza fornita dalla società. Da ciò deriva l’attuale "boom della consulenza", la domanda sempre crescente di "consulenti", dal vivo o telematici, ma, in entrambi i casi, altrettanto disorganizzata quanto coloro che li richiedono. Il sorprendente successo del sito Facebook trae vantaggio da questa tendenza.
Magari oggi correggerà in parte le sue parole. Capita spesso. Ma, se si prende sul serio e alla lettera quel che ha detto Silvio Berlusconi a Napoli, non c´è dubbio che l'esecutivo – come già s'era paventato – voglia tirare avanti per la sua strada con un paradigma di governo che "militarizza" la politica e l'applicazione della decisione; un canone che sospende temporaneamente l'esercizio della norma anche in violazione della legge e della Costituzione.
Dinanzi alla catastrofe dei rifiuti non smaltiti di Napoli e della Campania, Berlusconi rivendica il diritto e il dovere di declinare la "governabilità" come decisione assoluta e non partecipata. Il presidente del Consiglio non ha alcuna intenzione – come pure era parso a molti – di mitigare l'"eccedenza autoritaria" del suo piano e del decreto legge che lo sostiene. Al contrario, evocando una «destrutturazione dello Stato» e la minaccia di «un'anarchia», lo irrobustisce, lo "incarognisce" e annuncia il ruolo decisivo – nell'operazione – dell'Esercito. Saranno i militari del Genio a gestire gli impianti di combustibile da rifiuti (CdR), abbandonati dall'impresa privata (la Fibe) che si è vista decapitare le direzioni dagli arresti della magistratura. I soldati proteggeranno le discariche (e questo si sapeva) e in più – è una novità – «saranno chiamati a garantire anche l'accesso ai siti: non è accettabile alcun divieto di transito alle istituzioni della Repubblica. In gioco ci sono le regole minime per non passare dalla democrazia all'anarchia». «Chiaiano sarà definita zona militare», dice Berlusconi.
Si può immaginare allora che cosa accadrà presto in quella periferia di Napoli. Teatro dei violenti scontri della scorsa settimana, l'"ultimo chilometro" – dalla rotonda della Rosa dei Venti che conduce al Poggio Vallesana e alla Cupa del Cane, dove sono le cave di tufo che ospiteranno la discarica – sarà "militarizzato". L'Esercito, e non più la polizia, ne proteggerà la percorribilità impedita per alcuni giorni dalle barricate dei comitati di protesta. Berlusconi è stato categorico, forse imprudente, forse consapevole della sua sfida: «Dalle relazioni che abbiamo, siamo sicuri della idoneità di Chiaiano». In realtà, le analisi tecniche del suolo sono in corso soltanto da quattro giorni e, alla vigilia, ne sono stati ritenuti necessari venti per un responso rigoroso. L'anticipo della sentenza non potrà che riaccendere gli animi e in serata, a Chiaiano già si urlava contro «la beffa del governo».
Berlusconi è stato liquidatorio contro ogni ipotesi di correzione del decreto per evitare i profili di incostituzionalità che magistrati e costituzionalisti hanno rilevato nella creazione di un "commissario giudiziario" (titolare di tutte le inchieste ambientali della regione, potrà scegliersi il pubblico ministero più "affidabile", in deroga alle ordinarie regole di assegnazione) e di un "processo penale napoletano" (inedita la figura di un giudice collegiale per le indagini preliminari). Taglia corto Berlusconi: «Un ordine dello Stato non può vivere in un empireo e pensare alle leggi come ad un moloch assoluto. Le leggi devono essere adattate per far vivere meglio i cittadini». Anche questo s'era intravisto. L'emergenza napoletana si definisce ora compiutamente come «uno stato d´eccezione», come un «vuoto del diritto» che interrompe la norma e trasforma il diritto in una «prassi» dove la decisione «non può essere mai interamente determinata dalla norma». È in questo scarto che nascono le torsioni costituzionali che Berlusconi non riconosce. Il governo si sceglierà allora i magistrati che dovranno controllare le sue iniziative. I campani saranno meno protetti dalla legge. Ciò che è "tossico" altrove, non lo sarà in Campania. Ciò che altrove è considerato "pericoloso", qui non lo sarà. Le regole di tutela ambientale e salvaguardia sanitaria qui non saranno in vigore o lo saranno affievolite. Come ha scritto Stefano Rodotà «viene aggirato l'articolo102 della Costituzione, che vieta l'istituzione di giudici straordinari o speciali. Vengono creati nuovi reati di ampia interpretazione che finiscono per restringere il diritto di manifestare liberamente. La garanzia dei diritti costituzionalmente garantita è degradata. La legalità costituzionale è complessivamente incrinata». «È un dovere che lo Stato faccia definitivamente lo Stato», conclude il presidente del Consiglio.
Berlusconi agita, dunque, lo spadone intenzionato a tagliare i nodi istituzionali e sociali della catastrofe napoletana con un solo, deciso colpo netto. Senza curarsi (o intenzionalmente approfittandone) degli strappi alla Costituzione, agli ordinamenti, alla partecipazione sociale. Ne nasceranno molte polemiche e conflitti, e se ne parlerà ancora nel minuto. Quel che in queste ore, però, bisogna chiedersi è se questa incrudelita accelerazione avvantaggi la soluzione della crisi napoletana o costituisce un problema in più alla somma di inestricabili problemi che già ci sono. Nei giorni scorsi, era sembrato che il governo volesse abbassare i toni, accogliere le obiezioni. Le teste d'uovo erano al lavoro in Parlamento per correggere con un maxi-emendamento le "eccedenze" mentre responsabilmente l'Associazione nazionale magistrati dichiarava al ministro della Giustizia la sua disponibilità a trovare le soluzioni più adeguate ad «accompagnare» lo sforzo urgente del governo. L'annuncio dell'«uso della forza dello Stato» chiude ogni spazio di mediazione. Berlusconi può vantare nel suo arroccamento il beneplacito dell'opposizione, l'intesa delle istituzioni locali e soprattutto la drammaticità della crisi. Nei prossimi giorni, sapremo se sono elementi sufficienti per piegare con «la forza» le popolazioni e far dimenticare le manomissioni costituzionali e lo sbaraglio del potere di controllo di una magistratura indipendente.
Ha il «Che» tatuato sul braccio, ma quell'icona non ha nulla a che vedere con la partecipazione all'azione in difesa del suo territorio. Dario è un uomo vero e non c'è da dubitare che dica il vero, conosce le vie, gli angoli, gli uomini e le donne del Pigneto e non ne tollera più il degrado a causa di una «riqualificazione urbana» che caccia i vecchi abitanti per lasciar posto a chi è disposto a investire cifre astronomiche per una casa in un un salotto dell'intellighentzia un po' radical e molto chic. Ha deciso di intervenire perché il radicamento nel territorio legittima la sua aspirazione a rappresentarlo, visto che le forze politiche, senza nessuna distinzione tra destra e sinistra, si comportano come forze di occupazione, negando ai «vecchi abitanti» l'esercizio di poter decidere delle proprie vite.
Quella di Dario è l'orgogliosa dichiarazione di appartenenza a un territorio e alla comunità che lo abita in piena sintonia con lo spirito del tempo dominante, a nord come a sud, a est come a ovest.
Ma il territorio non esiste. Esistono luoghi e forme di vita inseriti in un rapporto dialettico con flussi di capitale che vogliono conformare quelle relazioni sociali alle compabilità economiche decise sempre altrove. Da questo punto di vista il Pigneto è paradigmatico del nesso instabile, flessibile e contrattuale tra il globale e il locale. Un quartiere viene coinvolto in un progetto di valorizzazione economica per attrarre professionisti, operatori culturali e i migranti destinati ai lavori precari e servizi a bassa qualificazione di cui hanno bisogno gli «abbienti». Una dinamica omologa a quanto avviene in molti quartieri di Milano o nella metropoli diffusa che è il nord-est.
Il sistema politico ha lasciato fare, cercando tuttalpiù di avviare uno scambio politico con le imprese coinvolte nel flusso di capitale. Andate pure avanti, ma almeno garantite qualche servizio sociale per la popolazione residente: questo è stato il refrein da alcuni lustri a questa parte. Ma i flussi di capitale non tollerano ostacoli. Da qui i punti di frizione con i «residenti». E se a Milano, la metropoli deve arrivare con i migranti sotto controllo alla grande avventura dell'esposizione universale, al Pigneto il livello di guardia è stato superato quando le forme di vita consolidate - livelli di salario e di reddito, di accesso al mercato del lavoro, di informalità delle norme del vivere associato - hanno percepito che di quel flusso di capitale rimaneva ben poco per loro residenti. Da qui l'individuazione, questa sì fascista, di un nemico dello status quo, che non è in chi governa e orienta il flusso di capitale, ma in chi vuol nuotare in quel flusso di capitale.
Il paradigma del territorio usato per spiegare tanti fenomeni va analizzato attentamente per smontarlo, perché occulta i rapporti sociali dominanti, lo svuotamento del governo in amministrazione dell'esistente. E che alimenta un populismo postomoderno dove la comunità vede i carnefici rivendicare un'eterogenesi dei fini con le proprie vittime.
In questo nostro tempo, dove sono i maestri e chi, nella vita civile, userebbe questa parola senza almeno una punta d’ironia, se non anche di dileggio? Maître sopravvive senza discredito in francese, nel settore culinario, alberghiero e forense, mentre il femminile, maîtresse, sembra un residuo di romanzo ottocentesco. Il maître de conférence è semplicemente un aiutante del professore che svolge quelle che noi avremmo definito un tempo "esercitazioni", prima di diventare agrégé. Ma chi si lascerebbe oggi definire impunemente maître à penser, espressione che suona pretenziosa e gonfia, allo stesso modo di "maestro di vita"? Meister, che richiama tempi andati di corti principesche e domestici alle dipendenze (i Kappelmeister), oppure gilde e congreghe medievali (i Meistersinger wagneriani, ad esempio), è da tempo fuori uso, come lo sono i mondi cui allude.
Il "gran maestro" delle logge massoniche o degli ordini cavallereschi appartiene a piccole cerchie iniziatiche e, da queste, non esce facilmente all’aria aperta.
I tempi sono cambiati. Il "magister" che insegnava nelle aule universitarie è diventato il professore, un termine di per sé maestoso, ma ormai totalmente volgarizzato come equivalente a insegnante. Residua il maestro elementare, con l’iniziale minuscola, e questa sopravvivenza meriterebbe un esame, prima che una qualche circolare ministeriale lo faccia sparire, sostituendolo con "operatore" di qualche cosa. In generale, però, possiamo dire che i maestri si sono ritirati dalla vita civile pubblica. Se vi faranno ritorno, sarà perché saremo entrati in un’epoca diversa dalla nostra e perché avremo fatto un ripensamento su noi stessi.
George Steiner, nei saggi raccolti sotto il titolo La lezione dei maestri (Garzanti, 2004) ha messo in guardia circa i pericoli che questa parola, il maestro - monumentale, gerarchica, prescrittiva - porta in sé. Il pericolo maggiore consiste nel viluppo del rapporto maestro-discepolo in vischiosità sentimentali. Il desiderio del maestro di piacere al discepolo, di "sedurlo" con la sua personalità, un desiderio che può portare allo schiacciamento di quella di quest’ultimo; il desiderio del discepolo, a sua volta, di primeggiare, di essere il più vicino al suo cuore, di oscurare o annullare tutti gli altri. (...)
Le degenerazioni dei rapporti interni alle "scuole", che possono portare ad altrimenti impensabili meschinità, sono ben note. Il mondo accademico ne è una miniera. Ne traggo solo un piccolo esempio, dal mio campo di studi. Il grande giurista Hans Kelsen, nella sua Autobiografia (in Scritti autobiografici, a cura di M. G. Losano, Diabasis, 2008) riferisce del suo incontro a Heidelberg con Georg Jellinek, certo uno dei massimi "maestri" del diritto pubblico a cavallo tra il XIX e il XX secolo e lo racconta così: Jellinek «era circondato da un impenetrabile gruppo di allievi adoranti, che lusingavano in modo incredibile la sua vanità. Ricordo ancora la relazione di uno dei suoi studenti preferiti, costituita quasi esclusivamente da citazioni degli scritti dello stesso Jellinek. Dopo quella riunione potei accompagnare Jellinek a casa e, cammin facendo, mi chiese che cosa ne pensavo di quella relazione. Io rimasi molto sulle mie e Jellinek ne fu visibilmente irritato. Affermò che era stata una relazione eccellente e predisse un grande futuro accademico al suo autore: ma questi – aggiunge Kelsen maliziosamente - nel corso della sua carriera accademica, ha prodotto soltanto pochi scritti mediocri».
Ecco un rischio di questo rapporto malato, la mediocrità all’ombra della megalomania. Quello citato è solo un piccolo episodio di miseria accademica. Ma, spostandoci ad altro campo, il campo del magistero politico, il quadro, da ridicolo può farsi tragico. Il rapporto fideistico col maestro, depositario di una verità ch’egli solo conosce, può condurre a tragedie che annullano la personalità dei deboli e conducono perfino all´omicidio. (...)
La radice di queste degenerazioni sta nel rapporto meramente bilaterale tra il maestro e il discepolo. Se non è filtrato, reso oggettivo da un terzo fattore comune, esso finisce per ridursi a una relazione personale ineguale di fedeltà, in cui tutte le deviazioni irrazionalistiche diventano possibili, e, soprattutto, si viene perdendo di vista il fine in vista del quale tale rapporto ha ragione di instaurarsi: la ricerca di qualcosa che sta fuori tanto del maestro quanto del discepolo. Se manca questo elemento, la persona del maestro diventa l’oggetto dell’attaccamento del discepolo e la persona del discepolo diventa l’oggetto dell’attenzione del maestro. L’amore della verità – usiamo questa parola con la minuscola – viene a essere sostituito dall’autocompiacimento dell’uno attraverso l’altro, cioè da manifestazioni di narcisismo. (...)
Il maestro è ridicolmente anacronistico. Sembra non essercene bisogno, sembra anzi un ingombro nella società egualitaria dei grandi numeri, propria del nostro tempo, che propone bensì modelli di successo, ma, per così dire, di successo applicativo, non creativo. La via del perfezionamento personale, della conoscenza, della sperimentazione e della consapevolezza, e quindi anche della critica e della ribellione, la via che indicano i Maestri, non è confacente a questa società. (...) Questa società non ha dunque bisogno di maestri. Sono pateticamente inutili. I mezzi attraverso cui si trasmettono conoscenze e si formano coscienze si chiamano maestra-televisione, maestra-pubblicità, maestra-comunicazione, maestra-moda, ecc. Queste sì sono maestre ugualitarie, stanno sul nostro stesso piano, usano il nostro stesso linguaggio, si prestano a essere comprese da tutti senza sforzi, sono adatte alla società dei grandi numeri, sono perciò pienamente democratiche. Che c´è di meglio? (...)
E invece no. Le cose non stanno affatto così. Non si tratta di aristocrazia contro democrazia, ma di due concezioni della democrazia, l’una in opposizione all’altra. L’una, la potremmo definire democrazia critica; l’altra, acritica. La democrazia critica pone se stessa sempre necessariamente in discussione, non è mai paga e tronfia, sa riconoscere i suoi limiti e sa correggere i suoi sbagli. È un sistema capace di auto-correzione, in vista di un bene o di una verità non assoluti ma relativi al momento e alle condizioni date e alle capacità ch’esso ha di padroneggiarle. Il suo senso è dato da questa tensione, tra ciò che si è e ciò che, in meglio, si potrebbe essere; il suo ethos, la molla che lo mette in movimento, è l’esigenza di colmare questa distanza.
La democrazia critica non assume, come sua massima, il detto vox populi, vox dei, per l’implicita supposizione di infallibilità ch’essa comporta. Considera un cedimento a un’inaccettabile ideologia della democrazia anche l’espressione, spesso ripetuta con leggerezza, secondo cui la maggioranza ha sempre ragione, e ciò non perché la maggioranza abbia presumibilmente torto, come ritiene ogni pensiero antidemocratico ed elitario che divide la società in migliori (i pochi) e peggiori (i tanti), ma perché semplicemente, nella democrazia critica è bandito il concetto stesso di ragione, contrapposto a torto. La maggioranza non ha né ragione né torto; ha invece diritto di decidere perché si ritiene che le decisioni che riguardano tutti siano assunte, se non da tutti, almeno dal maggior numero. È una questione di distribuzione e assunzione di responsabilità, non di ragione o di torto.
Questo modo di concepire la democrazia comporta la capacità di estraniarci da noi stessi, di uscire dalla nostra pelle per poterci osservare per quello che siamo e confrontarci con quello che non siamo e vorremmo essere. Essere al tempo stesso soggetto e oggetto, cioè la coscienza di se stessi, è forse ciò che di più difficile possiamo immaginare, nella vita individuale e, a maggior ragione, in quella collettiva. Quando si dice "la lezione dei maestri", si dice innanzitutto distanza tra noi, come soggetti, e noi, come oggetti, cioè coscienza critica. La funzione del maestro, nella democrazia critica, non è un lusso, è una necessità vitale.
Tutto il contrario, nella democrazia acritica. Se la maggioranza ha sempre ragione, se la sua volontà è infallibile come quella divina, la voce ammonitrice del maestro è semplicemente un inutile fastidio, come quella del grillo parlante che Pinocchio, che non vuol sentir parola, schiaccia con un colpo di martello. Non c’è bisogno di maestri in questa democrazia, ma di ideologi, di comunicatori, di propagandisti o di pubblicitari, cioè di quelle false maestre (televisione, pubblicità, moda, ecc.) di cui s’è detto. Esse non creano tensione, allontanano da noi l’inquietudine del dubbio, ci fanno credere che ciò che siamo sia anche ciò che non possiamo non essere, che dove siamo non possiamo non essere. Ci fanno stare in pace con noi stessi, perché ci privano della coscienza di noi stessi e ci trasformano da soggetti in oggetti.
I maestri non esistono se non ci sono discepoli. Non sono i maestri a creare i discepoli, ma i discepoli a creare i maestri. Quando tra noi, potenziali discepoli, incominciano a porsi domande di senso ed esigenze di ethos, allora possono comparire i maestri. Questo – porre domande inevase e far valere esigenze insoddisfatte - è il compito di chi crede che valga la pena di impegnarsi per una democrazia con gli occhi aperti su se stessa e sul suo futuro, cioè per una forma di convivenza che coltivi l’inquietudine non come un vizio, ma come una virtù.
Abbiamo di fronte a noi degrado della vita pubblica, deterioramento della democrazia, inquietudine senza sbocco per l’avvenire e incapacità generalizzata di indicare prospettive diverse dal tirare in qualche modo a campare per allontanare soltanto il momento di una crisi che, non possiamo non saperlo, prima o poi verrà. In quel momento, la presenza o l’assenza di un magistero civile sarà determinante.
Stefano Rodotà (Repubblica) e Valerio Onida (Sole24ore) scovano strappi e buchi nel pacchetto di provvedimenti preparato dal governo «per dare più sicurezza al Paese».
La nascita di un diritto della diseguaglianza, con il reato di immigrazione clandestina, trasforma «una semplice condizione personale» in reato ignorando l'accertata o presunta pericolosità sociale, dimenticando che in uno Stato democratico «lo strumento penale e la pena detentiva non sono utilizzabili ad libitum dal legislatore» (Rodotà). L'incostituzionalità delle circostanze aggravanti da infliggere a chi «si trova illegalmente sul territorio nazionale» dà vita a un doppio binario di giudizio per il cittadino italiano e lo straniero, che paga - con la maggiore severità della pena - soltanto la sua «condizione soggettiva» (Onida).
Sono interpretazioni neutrali dei principi costituzionali e delle norme esistenti. Forse si può, forse è addirittura necessario andare oltre questo confine «tecnico» affrontando, con radicalità, il paradigma che affiora in questi provvedimenti che connotano il governo di destra. Forse, potremmo familiarizzare con quel ci attende. Con una formula provvisoria, lo si può definire la «militarizzazione della decisione».
Proprio alla luce dei rilievi giuridico-costituzionali di Rodotà e Onida si può dire come, per il governo, il diritto non sia la norma, soltanto la decisione lo è. C'è al fondo dei provvedimenti dell'esecutivo una sorta di decisionismo schmittiano, una concezione del diritto che privilegia, rispetto alla norma, «il suo aspetto di prassi rivolta a una decisione», quasi in antagonismo alla legge. Per l'esecutivo di Berlusconi non appaiono pertinenti e vincolanti i precetti dello Stato di diritto né lo Stato né il diritto. Quel che conta per i ministri è «dare risposte all'insicurezza dei cittadini»; è «decidere», «interpretare il potere costituente del popolo» per usare la formula di Carl Schmitt. Quest'urgenza - vissuta, raccontata, immaginata come estrema o improrogabile - è sufficiente a creare «uno stato d'eccezione», un «vuoto», quel «vuoto del diritto» che sospende la norma e trasforma il diritto in «prassi, processo, cioè in qualcosa la cui decisione non può essere mai interamente determinata dalla norma». Naturale che saltino fuori distorsioni, incostituzionalità, un «diritto penal-amministrativo della diseguaglianza».
C´è in questo esito un presupposto inedito per l´Italia e perversamente moderno perché, come ha scritto Giorgio Agamben, «la creazione volontaria di uno stato d´eccezione permanente è divenuta una delle pratiche essenziali degli Stati contemporanei, anche quelli cosiddetti democratici». Questa condizione crea un sostanziale svuotamento della partecipazione politica a vantaggio della verticalizzazione della decisione politica (il ricorso al decreto legge). Sollecita la «militarizzazione» della sua applicazione, anche in opposizione alle leggi e in violazione della Costituzione.
Appare coerente, allora, che il primo Consiglio dei ministri si sia tenuto a Napoli e abbia affrontato il collasso della raccolta dei rifiuti in Campania e le questioni dell'immigrazione.
Napoli è la città che rende più credibile - quasi indiscutibile - la creazione dello «stato d'eccezione». In quell'area metropolitana si misurano, senza apparenti limiti la catastrofe delle istituzioni; il fallimento delle amministrazioni del centro-sinistra; l'arretratezza della società civile; l'impotenza dello Stato; la pervasività dei poteri criminali; lo sfacelo di ogni rapporto di cooperazione; la frattura di ogni strategia della fiducia. Questo paesaggio rovinoso, minacciato da calamità sanitarie, consente di realizzare, con diffuso consenso, quel «vuoto del diritto» che sospende temporaneamente l'esercizio della norma. Autorizza a declinare la «governabilità» come decisione assoluta e non partecipata fino a ipotizzare l'uso delle forze armate per applicarla. La militarizzazione della decisione, appunto.
È coerente che, nella città della spazzatura non smaltita, si siano affrontate anche le questioni dell'immigrazione perché se i rifiuti minacciano l'integrità di Napoli, i «rifiuti umani», gli «scarti» della modernità, gli «esuberi» impauriscono la società e inceppano la vita dello Stato. Così anche in questo caso sarà legittimo, in forza della necessità, la sospensione dell'ordinamento giuridico, la produzione di quel «vuoto» che inghiotte anche i principi costituzionali, la dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, la convenzione europea dei diritti, il patto internazionale sui diritti civili e politici, liquidando per decreto lo «stato d'emergenza» in cui gli «scartati» sono costretti a vivere. Necessitas legem non habet.
Lo «stato d'eccezione» è creato, voluto, organizzato volontariamente. È una scelta politica. È strategia. Quindi concederà di non guardare alle regioni meridionali oppresse dalle mafie. Berlusconi, che ha glorificato come eroe Vittorio Mangano, un mafioso, in campagna elettorale, potrà non vedere quei pericoli e riservare soltanto poche, pleonastiche righe al ricordo di Giovanni Falcone («La ricorrenza dell'eccidio di Capaci è un momento di memore riflessione»). Per la creazione artefatta e permanente di uno stato d'eccezione, per la militarizzazione delle decisioni, per il nuovo, modernissimo «paradigma di governo», sarà più urgente nominare i direttori dei servizi segreti e affidarli alle cure di De Gennaro.
Un agente in divisa (festa della Polizia, 16 maggio, ore 10.30) si è staccato dalla sua pattuglia, si è accostato per dire: «Sono di sinistra. Mi dicono che sono l’unico. Mi aiuti a capire. Dove ho sbagliato?».
Poco prima in un altro crocevia due signori bene in arnese non tanto più giovani di me si erano piazzati alle mie spalle il più vicino possibile, e fingevano di conversare ad alta voce.
Uno: - Ha vinto Berlusconi, se lo devono mettere in testa i comunisti. Ha vinto Berlusconi.
L’altro: - Eh santo Dio, finalmente ce li siamo levati dalle palle. Per sempre, hai capito, per sempre.
Uno: - Era ora. ’Sti comunisti del cazzo che ci stavano rovinando... ’Sti comunisti di Prodi!
Alcuni giorni prima, a Fiumicino, di ritorno dal Salone del Libro, mentre ero intruppato nella piccola folla che camminava verso il ritiro bagagli, due signori, più manager che pensionati, cercavano di restare vicini per farsi sentire in una cantilena tipo “Hare Krishna” «Per fortuna ha vinto Berlusconi... per fortuna ha vinto Berlusconi. Passa parola ai comunisti...». Con loro c’era un bambino serio, con il suo zainetto, probabilmente in trasferta tra padre e madre, tra una casa e l’altra. Oltre a me, era il solo a essere imbarazzato.
Nella libreria Mondadori di via del Corso si è accostata una signora, anche lei con un bambino per mano. Dice: «Dateci una parola di speranza». Ci siamo salutati con un sorriso.
La sera prima, di fronte al televisore per guardare una memorabile puntata di “AnnoZero” (quella in cui Travaglio ha spiegato che nei Paesi democratici ci si ispira all’emendamento della Costituzione americana che vieta al governo di censurare la stampa affinché la stampa possa censurare il governo) vengo sorpreso da questo scambio di battute fra il sindaco Ds-Pd di Salerno De Luca e il sottoministro leghista Castelli.
De Luca: - Prima di tutto dobbiamo imparare dalla Lega Nord, imparare dal loro rapporto col territorio, dalla forza del loro linguaggio... lo dico a tutti ma vedo che la sinistra fa spallucce.
Castelli: - Ma no, no, quelli di sinistra non fanno spallucce. Adesso le piegano le spalle.
Lo stesso sottoministro Castelli, poco prima, dopo avere ascoltato un appassionato, civile intervento di Stefano Rodotà contro la barbarie dei rastrellamenti notturni e delle invasioni alle quattro del mattino nei campi legali abitati da Rom di cittadinanza italiana e monitorati da posti fissi di polizia, ha detto con espressione beata: «Avete notato? da quando ci siamo noi non sbarcano più».
Michele Santoro ha dovuto pazientemente ricordargli che cinquanta clandestini erano morti in mare appena pochi giorni prima. Ma non ha cancellato quell’aria di trionfo sul viso di Castelli. Ognuno ha le sue ragioni di felicità. Per fortuna, si è spostata la telecamera.
Proprio in quelle ore dal Libano (pensate, dal Libano) il nuovo ministro della Difesa La Russa, camuffato da capo a piedi in divisa da combattimento ha annunciato che l’ordine pubblico in Italia (ovvero l’argine forte e risoluto contro l’incontenibile orda degli immigrati e dei clandestini, che, come si sa, straripano lungo i viali e assediano minacciosi le chiese cristiane) sarà mantenuto dai pattuglioni composti da esercito e polizia. Soldati armati per le strade di Milano, di Torino, di Roma. È sempre più evidente che alcuni, nel nuovo, agile governo di Berlusconi Quinto, lavorano a trasformare i loro sogni in un incubo, con la loro Notte dei cristalli e i loro pogrom. Le foto dell’assedio, della fuga, dell’incendio di Ponticelli hanno guadagnato la prima pagina del New York Times di giovedì scorso. Noi italiani abbiamo immagini buone e meno buone di noi nel mondo. Ma crudeli e razzisti mai. Adesso Gentilini e Borghezio hanno vinto su Primo Levi e Piero Calamandrei.
* * *
Per caso, subito dopo “AnnoZero”, subito dopo l’immagine di un Paese in cui la voce di Stefano Rodotà resta la sola a indignarsi dell’incendio dei campi nomadi, ho ascoltato a Radio Radicale un frammento del loro archivio. Hanno ritrasmesso, proprio quella sera (notte dal 15 al 16 maggio) una riflessione di Emma Bonino sull’immigrazione che mette in luce la cieca e sorda xenofobia della Lega che ormai è il vero motore del governo di destra, mentre gli altri si dedicano a teatrali cerimonie di potere nello stesso tempo assoluto e benevolo. La Bonino ti fa capire quanto sia piccola la testa dei tanti Castelli leghisti e neo-leghisti, e la disinformazione profonda che sono riusciti a radicare in Italia. I filmati di “AnnoZero” ci hanno mostrato, in fiorenti città emiliane senza criminalità, il furore razzista di brave signore e di ex militanti di tutte le gradazioni della sinistra.
La Bonino divide la sua riflessione in tre parti. «Loro», «noi» e «il che fare». «Loro», gli immigrati devono essere visti prima di tutto, a partire dai dati: in 10 anni si è messo in moto un flusso fisso di 150 milioni di esseri umani che vengono e continueranno a venire per non morire. È un due per cento della popolazione del mondo che tenta e continuerà a tentare, contro qualunque politica di contenimento, dal mondo della penuria a quello del lavoro.
Quel due per cento potrà aumentare, se continuiamo a permettere che la penuria diventi fame e che un minimo di speranza lasci il posto alla disperazione. Ma niente al mondo potrà fermare un flusso che nessuno regola e nessuno contiene. Ed è ridicolo affermare che quel flusso lo decidiamo noi. La Bonino ricorda che centinaia di chilometri di muro fra Stati Uniti e Messico non hanno fermato un solo messicano clandestino. Poi Emma Bonino propone due punti che sembrano sfuggire, in Europa, a ogni governo, nonostante siano noti ed evidenti. Il primo è che le rimesse degli emigranti sono quasi sempre la parte più importante del Pil dei Paesi da cui fuggono. Dunque nessun accordo bilaterale potrà mai funzionare, neppure a pagamento. Le rimesse sono somme immense e non si possono negoziare contro il ritorno di spossessati.
Il secondo punto è che il mondo agiato, anche quando non è governato da politici immersi nelle xenofobia, che diventano «impresari della paura», non compra neppure uno spillo dal mondo povero. Non compra, ma preme e ricatta per vendere nel mondo povero in prodotti del mondo agiato.
In questo modo lavora alacremente a mantenere stabile quel flusso fisiologico che si stabilisce da solo e che nessun governo può regolare.
Poi - nella riflessione della Bonino - ci siamo «noi». «Noi» siamo l’Europa e gli Stati Uniti. L’atteggiamento è psicotico. Noi, le stesse persone, li vogliamo per lavorare e nessuno va per il sottile se sono clandestini. Meglio, li paghi meno.
«Noi» però siamo gli stessi che non li vogliono vicini, non li vogliono in città, non li vogliono vedere, li accusano di tutti i reati, li preferiscono in prigione, invocano l’espulsione.
La via d’uscita? Concentrare tutte le risorse, morali, materiali, legali e tecniche sull’unico percorso possibile non per bontà ma per necessità: l’integrazione.
È stata una bella sorpresa apprendere che la riflessione pubblica di Emma Bonino sulla immigrazione che ho ascoltato da Radio Radicale, subito dopo avere visto il sindaco già di sinistra De Luca e il sottoministro Castelli scambiarsi effusioni da guerrieri con grinta che sanno come trattare gli indigeni, aveva questa data: 12 dicembre 2002. Come si vede non tutta la civiltà marcia allo stesso passo.
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Ma adesso, ai nostri giorni, da noi, mentre continuano brutte e difficili guerre nel mondo (Iraq, Afghanistan) mentre resta la minaccia dell’Iran e rialza la testa la doppia guerra del Libano (contro il Libano e contro Israele) e non si sa quale sarà, fra poco, il destino dell’Egitto e quello del Pakistan, ma anche il prezzo del petrolio e la tenuta della grande finanza americana, troppo posseduta dai «fondi sovrani» cinesi e arabi, adesso il ministro della Difesa italiano annuncia soldati armati contro i Rom in Italia, una misura che ricorda gli ultimi giorni della Repubblica di Weimar. E intanto molti sindaci «di sinistra» offrono le loro ronde di cittadini come pegno per la loro resa agli «impresari di paura» della Lega Nord. E gli «impresari di paura» della Lega Nord vanno a giurare fedeltà alla Padania nella squallida messa in scena teatrale di Pontida. Resta da domandarsi come possa un gruppo xenofobo locale eletto in un’area sola del Paese sulla base di un impegno per quell’unica area, sanzionato da un giuramento, governare tutto il resto del Paese che non conosce quel partito, non lo ha votato e non poteva votarlo. Infatti la Lega fuori dal Nord non presenta né liste né candidati.
Sorprende che nessun costituzionalista si sia posto il problema se si può governare un Paese in nome e per conto di un progetto di secessione da quel Paese.
Non risulta che i secessionisti scozzesi, che pure hanno ottenuto la devolution, possano governare a Londra.
E cominciamo a scoprire che le accuse di Berlusconi a Casini (ci impediva di governare) non erano infondate.
Adesso, infatti, sono gli avvocati di Berlusconi a lavorare per conto della Lega alfine di dare all’Italia una vergogna in più: il reato di clandestinità. La vergogna si rivela due volte. La prima perché accusa e macchia di un reato persone innocenti che sono note, listate, rintracciabili in quanto da anni stanno tentando di percorrere i crudeli labirinti della legge Bossi-Fini. Hanno presentato i documenti e si sono - in tal modo - autodenunciati.
Ed è vergogna perché i clandestini lavorano e tengono in piedi intere aziende e senza di loro molti settori dell’industria italiana smettono di produrre.
Dovremo ricordarci di queste date, di questi giorni, di questo anno. Al contrario di quanto è avvenuto negli anni 60 in America, dove Martin Luther King si è messo alla testa del Movimento dei diritti civili, qui, in questa Italia, fra campi nomadi bruciati, famiglie con bambini in fuga, case distrutte con la gente dentro («stranieri», si intende, è accaduto già varie volte, fra inchieste imprecise e colpevoli non rintracciati) si è messo in marcia un potente movimento contro i diritti civili. A capo ci sono i ministri della Lega secessionista, che lavora alacremente a dividere e danneggiare l’Italia. E ci sono i servizi legali del «Popolo delle Libertà» (cioè di casa Berlusconi) e ciò che resta di An disciolta nell’acido berlusconiano.
Chi ha capito tutto è Fini. Dirige la Camera abbronzato e annoiato, dà risposte sbadate, mostra poco orgoglio e poco interesse per il posto che gli hanno assegnato. Ha capito che l’involuzione sembra soft, sarà durissima. M non riserva per lui alcun posto nella catena del potere.
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Scrive Massimo Franco sulla prima pagine del Corriere della Sera del 14 maggio che occorre «sconfiggere quanti continuano a ritenere più comodo lo scontro». Vorrei assicurare il collega che non è così comodo. Anche perché basta la minima critica, il più cauto dissenso per parlare di «scontro». La solitudine si rivela anche un po’ pericolosa, come dimostra l’aggressione a colpi di casco del ragazzo «comunista» a piazza San Giovanni a Roma, la sera di venerdì 16 maggio. Poi però il sindaco Alemanno gli manda la sua solidarietà. E questo è il massimo di civiltà in cui puoi sperare in questo momento.
Infatti ti capita non raramente di ricevere lettere come questa: «Egregio (?) sig. Colombo Furio, sono un simpatizzante leghista di lunga data: le scrivo queste righe per esprimere il mio più totale disprezzo sia per quello che dice in Tv nelle trasmissioni condotte dai suoi soci-amici, sia per quello che scrive sul suo vergognoso organo di disinformazione che è l’Unità. Mi domando come faccia il Pd ad accettare che un personaggio come lei faccia parte dei suoi rappresentanti. E non capiscono che lei apre bocca solo per spargere sempre veleno e rancore contro il Berlusca. È veramente autolesionistico da parte di Veltroni averle dato una poltrona. Con totale disistima. La saluto. E mi raccomando: continui a scrivere. Paolo da Milano». Sì, grazie. Conto di continuare a farlo.
Si è parlato molto, negli ultimi anni, della casta politica e delle sue cecità, dei suoi privilegi. Si è parlato della distanza che la separa dal cittadino, dal suo quotidiano tribolare. Si è parlato assai meno della malattia, vasta, che affligge l’informazione e il compito che essa ha nelle democrazie. Compito di chiamare i poteri a render conto, tra un voto e l’altro. Compito d’abituare l’opinione pubblica non a inferocirsi, ma a capire le complicazioni, a esplorarne le radici, a scommettere con razionalità su rimedi non subito spettacolari. Compito di formare quest’opinione, cosa che spetta all’informazione in quanto «mezzo che mette il cittadino a contatto con l’ambiente che sta al di fuori del suo campo visuale»: lo scriveva Walter Lippmann nei primi Anni 20, e la missione è sempre quella.
La malattia non è solo italiana, sono tante le democrazie alle prese con un’informazione che fallisce la prova, che al cittadino non rende visibile l’invisibile, che dal potere politico si fa dettare l’agenda, le inquietudini, gli interessi prioritari. Che è vicina più ai potenti o alle lobby che ai lettori. Che alimenta il clima singolare che regna oggi nelle democrazie: come se vivessero un permanente stato di necessità - di guerra - dove per conformismo si sospendono autonomie, libertà di dire. La grande stampa Usa si è fatta dettare l’agenda da Bush, per anni. La stampa francese per anni s’è dedicata ai temi prediletti da Sarkozy.
Quel che ci rende originali non è dunque la malattia. È il fallire del sistema immunitario, che altrove generalmente funziona. Non sappiamo liberarci dalle patologie, dalle loro cellule.
Siamo immersi in esse con compiacimento, con il senso di potenza che dà l’ebbro sentirsi in branco: lo straordinario conformismo che disvelò Jean-François Revel (Pour l’Italie, 1958) non è scemato. In Italia c’è poca auto-stima ma anche poca analisi di sé. Un romanzo spietato come Madame Bovary è da noi impensabile. Quanto all’informazione, nulla che somigli alle autocritiche dei giornalisti Usa sull’Iraq, emerse quando Katrina travolse New Orleans. L’informazione italiana non produce anticorpi atti a ristabilire un contatto con la società. Il risultato è palese, oggi, e lo storico Adriano Prosperi lo descrive con nitidezza: nel Palazzo «un venticello dolce di mutuo rispetto tra maggioranza e opposizione, un gusto della correttezza (...) un’aria di intesa e di pace». Fuori, intanto: una guerra tra poveri, e pogrom moltiplicati contro rom e diversi (la Repubblica, 16-5). Il guaio è che anche la stampa è Palazzo: incensa serenità politiche ritrovate e scopre, d’improvviso, una società inferocita da tempo, ormai indomabile dalla destra che l’ha sobillata.
L’enorme polemica suscitata da alcune affermazioni televisive del giornalista Marco Travaglio è sintomo di questa malattia, assieme alla violenza, impressionante, con cui alcuni si scagliano contro di lui (in primis un grande professionista d’inchieste giudiziarie come Giuseppe D’Avanzo). Il Paese traversa tifoni, e i giornalisti trovano il tempo di scannarsi a vicenda come fossero nell’ottocentesca Zattera della Medusa. Chi ha visto il quadro di Géricault, al Louvre, ricorderà la cupa zattera, dove pochi naufraghi pensarono di salvarsi a spese di altri. Su simile zattera sono oggi i giornalisti, mangiandosi vivi. L’istinto della muta è forte in tempi di necessità, di Ultimi Giorni dell’Umanità.
Ignoranza e mancanza di memoria sono tra i mali che impediscono di smettere il cannibalismo tra giornalisti e di suscitare un’opinione pubblica informata. Si ignora quel che succede nel Paese, e da quanto tempo. Il pogrom di Ponticelli non è un evento nuovo. Violenze di mute cittadine contro il capro espiatorio già sono avvenute il 2 novembre 2007, quando squadracce picchiarono i romeni dopo l’assassinio di Giovanna Reggiani. Già il 21-22 dicembre 2006 presidi cittadini incendiarono un campo nomadi a Opera presso Milano, approvati da un consigliere comunale leghista, Ettore Fusco, ora sindaco. E non erano violenze nate da niente, avevano anch’esse album di famiglia che chi ha memoria conosce: la tortura di manifestanti no-global a Genova nel 2001; gli sgomberi dei campi Rom attuati brutalmente dal Comune di Milano nel giugno 2005; le parole del presidente del Senato Pera contro i meticci nell’agosto 2005; le complicità del governo Berlusconi nel rapimento di Abu Omar e nella sua consegna ai torturatori egiziani.
Erano pogrom anche quelli del 2006-2007, e gli oppositori di allora non sapevano che a forza di aizzarli avrebbero suscitato i mostri che adesso, grazie all’allarme europeo, devono condannare. La perdita di memoria è stupefacente, ramificandosi s’espande. D’un tratto Berlusconi è «un’altra persona», al pari di suoi amici come Dell’Utri, Schifani. Non hanno dovuto fare ammenda: sono altre persone perché il conformismo fa letteralmente magie. Non si ricorda quel che è stato Berlusconi ancora ieri: come quotidianamente ha delegittimato Prodi, trascinando dietro di sé l’informazione. Di conflitto d’interesse non si parla più. Non si ricordano i trascorsi dei suoi uomini. I rapporti con la mafia o il vivere vicino a essa sono pur sempre una loro macchia. Travaglio ha avuto il cattivo gusto di non uniformarsi, di dirlo a Fabio Fazio su Rai3. Sta pagando per questo.
Fa parte del conformismo giornalistico il fascino per il potere (il vizio infantile descritto nel libro di Scalfari: non solo i buoni vincono ma chi vince è buono). E anche se il fascino esiste altrove, in Italia è diverso: proprio perché lo Stato è debole, la massima irriverenza verso le cariche repubblicane si mescola non di rado a riverenze esagerate (verso il presidente del Senato, anche verso il Capo dello Stato). L’usanza non esiste in regimi presidenziali come America e Francia.
Travaglio è un professionista che ha molto investigato, ma ve ne sono altri: Abbate che ha indagato su mafia e politica, o Peter Gomez, Gian Antonio Stella, Elio Veltri, Carlo Bonini, Francesco La Licata. Anche D’Avanzo è fra essi, e per il lettore non è chiaro perché si sia tanto accanito contro Travaglio, il cui carattere non è più spigoloso di altri astri giornalistici. Travaglio si è chiesto come mai un politico dal passato non specchiato sia presidente del Senato. Non è illegittimo. Ha violato il sacro della carica, ma la prossimità di Schifani alla mafia è già stata descritta da Lirio Abbate e Peter Gomez ne I Complici - in libreria dal marzo 2007 - senza che mai sia stata sporta querela. Berlusconi s’avvia a esser osannato allo stesso modo, metamorfizzandosi in tabù. L’antiberlusconismo non è più una normale presa di posizione politica; sta divenendo un insulto che disonora oppositori e giornalisti. Qui è l’altra originalità italiana. Nessuno si sognerebbe in America di accusare il New York Times o i democratici di anti-bushismo, nessuno in Francia denuncerebbe l’anti-sarkozismo di Libération o dei socialisti. Da noi lo spirito dell’orda è tale che ieri era indecente difendere Prodi, oggi è indecente attaccare Berlusconi.
Le precipitose scuse di Fabio Fazio non erano necessarie. Più appropriato è quello che ha detto dopo, su La Stampa del 13 maggio: «L’idea che si immagini sempre il complotto, la trama, fa pensare che non possa esistere la normalità; è come se non si riuscisse a concepire che in Italia c’è chi lavora autonomamente. Noi giornalisti non siamo dipendenti della politica. Semmai questo è un atteggiamento proprietario che ha la politica nei confronti dei cittadini». Che cos’è la normalità, per il giornalista? È non farsi intimidire, non lasciarsi manipolare dalla violenza con cui il presidente della Camera Fini giustifica, in aula, gli attacchi a Di Pietro («dipende da quel che dici»). È lavorare solo per i lettori: via maestra per fabbricarsi gli anticorp
COMINCIO questa mia rassegna settimanale dei principali fatti e misfatti politici con una citazione. E’ tratta da un libro di Alexis de Tocqueville, "La democrazia in America" scritto due secoli fa e ormai diventato un classico. L’ha ricordato Umberto Eco nella sua "bustina" sull’ Espresso di venerdì.
«Nella vita di ogni popolo democratico c’è un passaggio assai pericoloso, quando il gusto per il benessere materiale si sviluppa più rapidamente dell’abitudine alla libertà. Arriva un momento in cui gli uomini non riescono più a cogliere lo stretto legame che unisce il benessere di ciascuno alla prosperità di tutti. Una nazione che chieda al suo governo il solo mantenimento dell’ordine è già schiava in fondo al cuore e da un momento all’alto può presentarsi l’uomo destinato ad asservirla. Non è raro vedere pochi uomini che parlano in nome di una folla assente o distratta e che agiscono in mezzo all’universale immobilità cambiando le leggi e tiranneggiando a loro piacimento sui costumi. Non si può fare a meno di rimanere stupefatti di vedere in quali mani indegne possa cadere anche un grande popolo». Aggiungo per doverosa completezza l’avvertenza che spesso compare in certi film che trattano problemi e casi di stretta attualità: «Ogni riferimento a personaggi reali è infondato o puramente casuale».
Abbiamo assistito ed assistiamo, dopo la vittoria del centrodestra ad una profonda trasformazione del leader di quella parte politica, da pochi giorni asceso per la quarta volta in 14 anni alla presidenza del Consiglio. Tanto è stato demagogico e iracondo nelle sue precedenti apparizioni e tanto appare oggi uno statista pensieroso del bene comune. Molti dubitano della sincerità di questa trasformazione.
Un campione intervistato da "Sky Tg24" su questo tema, rispondendo alla domanda «è sincero o è bugiardo?» ha dichiarato per l’82 per cento «è bugiardo». Una parte consistente del campione è formata evidentemente da persone che appena pochi giorni prima avevano votato per lui. Ciò rende estremamente pertinente l’analisi di Tocqueville.
Ma io non credo – e l’ho già scritto domenica scorsa – che Silvio Berlusconi, bugiardo per antonomasia, in questo caso menta. E’un grande attore e un grande venditore del suo prodotto, cioè di se stesso, e come tutti i grandi attori si immedesima completamente con ciò che dice. Nel momento in cui decide di assumere e interpretare il personaggio dello statista, quella maschera diventa vera, diventa realtà, l’attore si comporta da statista e lo è. Quindi va preso sul serio. Del resto in politica le parole sono pietre ed è precluso fare il processo alle intenzioni.
Tuttavia la memoria delle maschere assunte in precedenza rimane e deve rimanere perché l’attore può cambiar maschera a suo piacimento e in qualunque momento se gli ostacoli che incontra lungo la strada si rivelino troppo difficili e troppo ostici ai suoi interessi e alle sue ambizioni. Il grande attore non ha convinzioni proprie e una propria identità: si immedesima nella parte e quella è la sua forza. Finita una recita ne comincia un’altra; talvolta interpreta due parti e due personaggi diversi e addirittura contrapposti. In queste situazioni pirandelliane Berlusconi ci si ritrova molto bene e tutti noi, cittadini di questo Paese, dobbiamo ricordarcelo.
Ho detto che il grande attore non ha convinzioni proprie o, se pure ne ha, esse sono irrilevanti di fronte alla sua personalità recitante. Ma quando la recita è finita le sue pulsioni istintuali affiorano e determinano i suoi comportamenti. Abbiamo imparato a conoscerle, le pulsioni istintuali di Berlusconi che è sulla scena nazionale da ormai trent’anni. Il neo-statista va preso sul serio e gli si può e anzi gli si deve fare un’apertura di credito; del resto le elezioni le ha vinte e la sua legittimità è piena e fuori discussione. Non altrettanto la sua tempra morale e politica. Perciò con lui la disponibilità deve andare di pari passo alla memoria vigile e al riscontro costante tra parole e fatti, tra intenzioni e realizzazioni.
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La sua campagna elettorale e quella dei suoi alleati Bossi e Fini è stata costruita soprattutto sul tema della sicurezza. Gli errori del centrosinistra su questo tema sono stati molti e gravi: la maggioranza si è più volte sfaldata, i dirigenti della sinistra radicale hanno frequentemente bloccato provvedimenti di energica prevenzione e di necessaria repressione predisposti a suo tempo dal ministro dell’Interno Giuliano Amato in accordo con Prodi. La magistratura, le sue lentezze e i suoi riti hanno fatto il resto e la delinquenza ha goduto di una diffusa impunità. Non tale tuttavia da rappresentare una minaccia nazionale. Se essa è balzata al primo posto nelle preoccupazioni degli italiani ciò è avvenuto perché la percezione di quella minaccia e la paura che ne è derivata sono state cavalcate senza risparmio e senza ritegno dai triumviri del centrodestra.
Cecità di fronte al fenomeno della micro-delinquenza da parte della sinistra radicale, eccitamento della paura da parte della destra: in queste condizioni i richiami alla ragione e al senso di responsabilità dei democratici sono caduti nel vuoto.
Immediatamente dopo la vittoria elettorale di Berlusconi è scoppiata la sindrome delle ronde di strada, della repressione fai-da-te, del giustizialismo di quartiere. Nelle province di camorra la criminalità organizzata si è trasformata in giustizialismo di piazza: la manovalanza camorrista ha preceduto la polizia e i carabinieri, l’assalto ai campi rom è venuto prima delle leggi in corso di redazione da parte del nuovo ministro dell’Interno il quale, in accordo con il sindaco di Milano e con quello di Roma, ha anche istituito la nuovissima figura del "Commissario ai rom".
Che cosa debba fare un commissario addetto ad un’etnia è un mistero, ma una cosa è certa: si tratta di un’inutile e pericolosissima criminalizzazione d’una collettività.
Maroni si affanna da qualche ora a ridimensionare gli aspetti abnormi di queste sue iniziative strombazzate a pieno volume durante la campagna elettorale. Il reato di immigrazione clandestina, che costituiva uno dei punti forti della predicazione leghista, ha dovuto essere depennato di fronte alle obiezioni del capo dello Stato e dell’opinione pubblica europea, ma resta un contesto non solo repressivo ma persecutorio che eccita ancora di più la gente di mano e il teppismo della destra estrema.
L’altro ieri a Napoli uno stuolo di mamme scarmigliate e urlanti voleva scacciare alcuni handicappati-rom che per una notte erano stati ricoverati in un convitto dopo l’incendio del campo di Ponticelli. «Bruciarli no, ma scacciarli sì e subito» urlavano quelle mamme ed una in particolare che era la più agitata. Si è poi saputo che è la moglie del boss camorrista di quel quartiere.
A questo siamo arrivati, ma c’è una logica nella follia d’aver cavalcato la paura fino a questo punto: poiché miracoli in economia non se ne potranno fare, bisognava suscitare un nemico interno sul quale scaricare le tensioni e doveva essere un nemico capace di concentrare su di sé l’immaginario della nazione. Ora quell’isteria dell’immaginario ha preso la mano da Napoli a Verona e può dar luogo a conseguenze assai gravi.
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Walter Veltroni ha fatto bene ad incontrare Berlusconi a Palazzo Chigi venerdì mattina. Dal resoconto fatto dallo stesso segretario del Pd risulta che abbiano toccato vari e importanti argomenti: dalle riforme istituzionali da fare insieme ai programmi dei due schieramenti che restano invece, come è giusto che sia, fortemente conflittuali.
In particolare hanno parlato di Rai (qui la conflittualità è massima) di sostegno dei salari (anche su questo punto non c’è stato accordo) di legge elettorale europea (istituzione d’una soglia di sbarramento del 3 per cento).
Non si è parlato invece di sicurezza, per riguardo (così è stato detto) alle prerogative del Capo dello Stato cui spetta di controfirmare i decreti e i disegni di legge.
A noi non sembra una buona cosa avere escluso dall’agenda di questo primo incontro il tema della sicurezza. Al dà degli specifici provvedimenti di prevenzione e di repressione che si dovranno adottare, resta una visione d’insieme che riguarda – come scrive Tocqueville nella citazione sopra riportata – «il gusto di civiltà e di libertà».
La nostra visione di cittadini democratici mette strettamente insieme la legalità, la protezione dei cittadini, la certezza delle pene, la repressione rigorosa della giustizia di strada e delle ronde «volontarie», l’opposizione più ferma ad ogni criminalizzazione di etnie e di collettività.
Questo avremmo voluto che il segretario del Pd dicesse a titolo di premessa nel suo primo incontro con il presidente del Consiglio. Sappiamo che questa visione e questi valori appartengono interamente al patrimonio etico-politico di Veltroni e del partito da lui guidato. Vogliamo sperare che siano condivisi anche da Silvio Berlusconi nella sua nuova veste di statista. Ma se ci si deve impegnare in una politica di dialogo istituzionale, questi valori non possono essere sottaciuti e dati per noti; vanno viceversa proclamati e la loro condivisione va posta come premessa e condizione indispensabile al dialogo. Se non fossero condivisi e tradotti in atti legislativi e in linee guida amministrative conformi, il dialogo non potrebbe e non dovrebbe evidentemente aver luogo.
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Poche altre cose vogliamo aggiungere a proposito delle riforme istituzionali che maggioranza ed opposizione dovranno portare avanti insieme.
Ben venga il riconoscimento da parte di Berlusconi del governo-ombra come interlocutore del governo governante. Ma non c’è soltanto il Partito democratico all’opposizione, sicché se si vorrà formalizzare questa novità bisognerà volgere al plurale quella parola perché tutte le opposizione hanno il diritto di interloquire. Oppure non si formalizzi nulla e si aumentino piuttosto i poteri di controllo del Parlamento in pari misura ai maggiori poteri che è giusto riconoscere al presidente del Consiglio, capo dell’Esecutivo.
E’passato quasi sotto silenzio (se si esclude il lucido articolo di Ignazio Marino su «Repubblica» di venerdì) il fatto che nel nuovo governo non esiste più il dicastero della Sanità, derubricato come parte del dicastero del «Welfare» affidato ad un sottosegretario o vice ministro che sia.
La derubricazione d’un ministero le cui attribuzioni sono sotto l’usbergo della Costituzione sotto forma del diritto alla salute di tutti i cittadini, è incomprensibile e inaccettabile. Capisco che la derubricazione possa esser gradita ai presidenti delle Regioni più ricche ma proprio per mantenere la parità di prestazioni sanitarie secondo il bisogno e non secondo il reddito che la Costituzione sancisce, non si può abolire il ministero della Salute e disossare il Servizio sanitario nazionale.
Questa materia riporta l’attenzione sul federalismo fiscale, altro tema delicatissimo che fa parte di quelle riforme da fare insieme tra maggioranza ed opposizione.
Bossi ha programmato da tempo la sua secessione dolce del Lombardo-Veneto basata su un federalismo fiscale spinto all’estremo e Berlusconi, Tremonti e Fini gli hanno dato carta bianca. Dove ci può portare questo salto nel buio in termini politici ed economici è ancora del tutto ignoto. I primi studi effettuati da economisti indipendenti mostrano squilibri fortissimi tra Nord e Sud, tra regioni ricche e regioni povere, tra entrate tributarie incassate e fonti di reddito che le generano.
Il federalismo fiscale si ripercuote anche su alcuni principi costituzionali, sul Senato federale, sulla composizione e i poteri della Corte Costituzionale. Se non ci sarà accordo su queste complesse e delicatissime questioni il governo dovrà procedere da solo e poiché non dispone della maggioranza necessaria per leggi di natura costituzionale dovrà ricorrere ad un referendum che spaccherebbe il Paese in due.
Ci pensi bene il neo-statista di Palazzo Chigi. Noi ci auguriamo che la sua sopravvenuta saggezza gli porti consiglio e gli dia la forza di far marciare i suoi alleati in accordo con lui anziché lui in accordo con loro. In caso contrario la strada sarà tutta in salita e non sarebbe un bene per un Paese che ha bisogno di crescere crescere crescere. Crescere soprattutto moralmente, signor presidente del Consiglio, perché questa è ormai diventata la nostra principa
Come spesso accade, e purtroppo, fra la magniloquente declamazione dei valori e la modesta pratica di guidare decentemente un´assemblea parlamentare corre una distanza che il presidente Fini, ieri mattina, ha illustrato nel peggiore dei modi; allorché, rispondendo all´onorevole Di Pietro che protestava per le interruzioni, ha detto: «Ovviamente dipende da quel che si dice». «Ovviamente», no; e per niente affatto, «dipende».
Ed è un vero peccato che questa specie di bislacca proposizione presidenziale sia piovuta, con tanto di applausi dai banchi del centrodestra, dallo scranno più alto di Montecitorio ad appena due settimane dal discorso di insediamento di Fini; quando fra immancabili propositi di pacificazione e calorosi richiami alle radici cristiane, il neo eletto solennemente annunciò che avrebbe garantito «l´assoluta parità fra tutti i deputati».
La retorica è un´arte, ma pure un tic che mette a nudo le magagne del potere. Richiesto di un commento su quella frase, il presidente della Camera dei deputati ha replicato che si trattava di «domande fuori luogo». E anche qui: fin dal nome il Parlamento è un luogo, appunto, che a partire dai suoi massimi rappresentanti dovrebbe ispirare umiltà e cortesia, specie se sotto pressione. Questo per le forme, e un po´ anche per l´esempio, virtù invero un po´ dimenticata.
Per quanto riguarda invece il merito della faccenda non sembra poi così fuori luogo far presente che in aula le opinioni sono generalmente libere; e che consentire la loro espressione, a prescindere dai battibecchi e dagli ululati che innescano, dovrebbe essere merito e vanto di chi presiede.
Questo ieri non è accaduto. Non solo, ma rivedendo la scenetta, lascia sgomenti l´immediata determinazione o la saccente naturalezza con cui Fini, forse ancora non calato nel suo ruolo, ha pronunciato quella frase, o meglio se l´è lasciata scappare di bocca come se fosse l´unica a venirgli in mente. Poi sì, certo, a essere maliziosi - e assai poco revisionisti - si potrebbe andare avanti a lungo; fino a richiamare il modo in cui il presidente della Camera Alfredo Rocco richiamò all´ordine il deputato Giacomo Matteotti nell´ultima seduta della sua vita: «Onorevole, non provochi incidenti e concluda!», come pure: «Se ella vuole parlare, continui, ma prudentemente!».
Ma forse, senza scomodare la storia patria, conviene rileggersi il celebrato discorso d´intronazione, là dove Fini ritenne di ammonire l´Italia sui pericoli del relativismo e sull´«errata convinzione che libertà significhi pienezza di diritti e assenza di doveri». Con la postilla, magari, che fra i doveri del presidente c´è di presiedere come un arbitro, che non valuta né le azioni né il livello di gioco delle squadre.
Interruzioni, d´altra parte, sempre ci sono state e sempre ci saranno. Nella fornita biblioteca di Montecitorio i componenti del nutrito staff di Fini troveranno senza meno un´ampia pubblicistica al riguardo, dal sapido «Viva ilarità in Parlamento. L´umorismo politico da Cavour a De Nicola» del Zingali (Ala, 1950) ai due volumi (il primo fece 23 edizioni) di Andreotti, «Onorevole... stia zitto» (Rizzoli, 1987 e 1992). Potranno quindi farne istruttive schede da porre in visione al presidente. Per quanto riguarda i tempi più recenti c´è da dire che chi è interrotto comunque non manca di prendersela con il presidente. Per cui Craxi, una volta, disse a un missino che lo infastidiva: «Dategli un bicchiere di vino!»; Amato sbattè il pugno sul banco contro Spadolini; e una volta Lamberto Dini se ne uscì sbraitando nel microfono un sonoro «E cazzo!».
Ma non è giusto buttarla in burletta. Oltre a prendere le misure del suo nuovo lavoro, possibilmente senza alterigia e prosopopea, è bene che Fini tenga presente che nonostante i vari, ripetuti e sinceri proclami c´è un bel pezzo d´Italia che non è immediatamente disposto a dimenticare quella che è stata la sua cultura politica e istituzionale.
Per cui freme e magari fraintende quando egli dice: «Non credo che gli Usa siano pronti a una presidenza di Obama, non fosse altro perché è nero». O un po´ si preoccupa quando, colto da un empito spettacolare, organizza tour elettorali chiedendo i documenti a extracomunitari venditori ambulanti di accendini. Allora, del resto, non era ancora presidente della Camera. Ma quando lo è diventato, sarà che non funziona la comunicazione, sarà che tutto pesa di più, ma fattosi prigioniero della più vana e gratuita nevrosi comparativa, non si è risparmiato di osservare che «i fatti di Torino» erano più gravi «di quelli di Verona».
Ieri il numero con Di Pietro, e la tirata d´orecchie di Casini, che nel tempo del relativismo rischia addirittura di figurare come un gigante d´imparzialità, l´ultimo strenuo difensore della Repubblica parlamentare dei liberi discorsi e delle interruzioni necessitate.
Il governo ha preparato il piano sicurezza in cinque punti. Non è chiarissimo quali sono. Solo due o tre cose sono chiare. Prima, la condizione, drammatica, di clandestinità (cioè immigrazione irregolare) diventa un reato penale. Si va in prigione perché si è ladri, o assassini, o truffatori, o violentatori oppure perché si è stranieri. Secondo, i cosiddetti Cpt (centri di permanenza temporanea per persone extracomunitarie senza permesso di soggiorno) diventano centri di detenzione. Più o meno, campi di concentramento. Terzo - e questa è la novità storicamente più rilevante - a Milano (per ora) viene nominato dal ministro dell'Interno un commissario straordinario «all'emergenza rom». Perché diciamo che è storicamente rilevante? Perché per la prima volta dal 1938 entra, in un provvedimento ufficiale di un governo europeo, il concetto di razza, concetto che era stato bandito (e anche assai vituperato) dopo il nazismo e la persecuzione contro gli ebrei e - appunto - i rom. Nel 1938, in Italia, fu prima pubblicato il «manifesto della razza», compilato da un certo numero di scienziati non molto illustri né famosi, tutti assai fedeli al regime fascista, nel quale si rilanciava il concetto di «razza»; e successivamente furono varate le leggi speciali che negavano a ebrei e rom (e a chiunque non fosse di razza ariana) moltissimi diritti (compresi diritti di proprietà, di matrimonio di residenza e altro).
La nomina del commissario ai rom, naturalmente, non ha lo stesso valore persecutorio che ebbero le leggi del '38. Costituisce però la rottura di due tabù, che da allora nessuno più aveva osato infrangere: l'idea stessa di razza, e il principio che ogni persecuzione sia illegale.
Perché introduce il concetto di razza? I rom, come sapete, sono un popolo che non ha nazione, che non ha terra, è un gruppo che non è definibile per mestiere o età o città o altro. Definire i rom «una emergenza», di conseguenza, è un atto che indiscutibilmente si basa sul concetto di razza. Violando peraltro la dichiarazione sulle razze approvata dall'Unesco nel 1950 - a completamento della dichiarazione universale sui diritti della persona - nella quale si precisava che le razze non esistono. E dunque che non si possono fare leggi ad hoc, né nominare commissari ad hoc.
Naturalmente la natura razzista del provvedimento (razzista in senso tecnico, senza dare valore politico o morale a questo termine) assume un significato più grave perché va a colpire il popolo che - dopo gli ebrei - è quello che più di tutti gli altri fu devastato dallo sterminio razzista. E verso il quale, di conseguenza, le classi dirigenti europee dovrebbero avere un enorme debito morale e anche un discreto senso di colpa.
Il secondo tabu che viene rotto è quello della persecuzione. Nelle dichiarazioni di soddisfazione per la nomina del dottor Gian Valerio Lombardi, prefetto di Milano, a «commissario anti-Rom», si intuisce che l'obiettivo è quello di spianare tutti gli accampamenti dei rom intorno a Milano, che attualmente ospitano diverse decine di migliaia di persone. Raderli al suolo. E questo senza un piano per dare alloggio a queste persone, che dunque si troverebbero senza casa, senza servizi essenziali, anche - probabilmente - senza la possibilità di lavorare, e dunque, oggettivamente perseguitati.