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Quaranta cadaveri e un centinaio di dispersi, che non troveremo mai, nel mare di Sicilia. Persone, esseri umani, che fuggono dai loro paesi, raggiungono la costa meridionale del Mediterraneo. È una storia di sterminio di massa che si ripete e continuerà. Di chi è la responsabilità di questa strage continua? Nostra, della nostra globalizzazione aperta a tutti i movimenti di capitali, ma chiusa - fino all'omicidio di massa - alle persone, a quelli che non riescono a vivere nei loro paesi e a rischio di morte tentano di sbarcare nel nostro mondo ricco e benestante. Magari solo per mendicare, ma in un paese ricco la mendicità può dare da vivere.

È una tragedia, ma essendo una tragedia di poveracci non diventa mai un nostro problema. Al massimo si cerca di eludere il problema con più vigilanza, con sbarramenti di motovedette e guardie.

Questi disperati migranti non c'erano un tempo o il fenomeno era meno rilevante. Oggi queste popolazioni sono più povere, alla disperazione, perché nei loro paesi la popolazione è cresciuta e perché le loro produzioni sono state distrutte dalla nostra crescita di produttività. Perché la nostra globalizzazione è stata quella dei paesi benestanti, quasi il club dei signori. E - va detto - nei nostri paesi benestanti la globalizzazione finanziaria e mercantile ha accresciuto il distacco tra poveri e ricchi. E i nostri poveri, quelli che lavorano a salario a tempo determinato, o in nero, temono l'arrivo di altri poveri, ancora più poveri e più disposti a lasciarsi sfruttare per un tozzo di pane.

Gli imperi coloniali non ci sono più, ma viene da dire che siamo andati al peggio. Non ci sono più le colonie, ma c'è la colonizzazione volontaria di tutti quelli che nei loro paesi non riescono più a vivere e tentano di farsi individualmente colonizzare nei nostri paesi ricchi.

Questi movimenti migratori sono diventati una costante tragica dei nostri tempi e quel che sorprende è che non ci sia nessuna iniziativa non dico democratica, ma almeno umanitaria. Pensiamo solo a rafforzare le frontiere e basta. Tacciono i governi, tacciono anche i partiti di opposizione e qui da noi tace anche la Chiesa cattolica, quelli che tentano di arrivare mica sono cristiani!

Questa tragedia degli emigranti - donne, bambini e uomini condannati ad affogare nel nostro bel Mediterraneo - non sembra toccare la sensibilità delle nostre società, dei nostri politici, dei nostri intellettuali. Un'insensibilità che segna il nostro grado di imbarbarimento.

Nel dialetto subalpino circolava una metafora romanesque: «l’hanno cambiato a balia»; forse lo dicono ancora d’uno che improvvisamente risulti diverso (i dialetti e relativa sapienza vanno estinguendosi); l’ubriacone diventa asceta, il codardo compie gesta eroiche et similia.

Stanno nel fisiologico le metamorfosi lente operate da lunghi esercizi (Freud le chiama forme reattive, Reaktionsbildungen). Qui è innaturalmente fulminea. Tale appariva la conversione del Caimano in homme d’Etat pensoso, equanime, altruista. Impossibile, natura non facit saltus. Nessuno cambia d’un colpo a 72 anni, tanto meno l’egomane insofferente delle regole (etica, legalità, grammatica, buon gusto), specie quando sia talmente ricco in soldi e voti da mettersele sotto i piedi. Era molto chiaro dall’emendamento pro Rete4, in barba alla disciplina della concorrenza, ma i cultori del cosiddetto dialogo perdonano tutto o quasi.

Nell’aria del solstizio, lunedì sera 16 giugno, Leviathan (nome biblico del coccodrillo archetipico) batte due colpi. Partiamo dall’arcinoto retroscena. Come gli capita spesso, soffre d’antipatiche rogne giudiziarie: in un dibattimento milanese prossimo all’epilogo è chiamato a rispondere del solito vizio, definibile lato sensu "frode"; stavolta l’accusa è d’avere pagato David Mills, avvocato londinese, affinché dichiarasse il falso su fondi neri esteri; l’aveva incautamente svelato l’accipiens. Inutile dire quanto gli pesi la prospettiva d’una condanna: il massimo della pena è otto anni, art. 317 ter c. p., o sei, se fosse applicato l’art. 377 (indurre al falso chi abbia la facoltà d’astenersi); appare anomala l’ipotesi d’un presidente del Consiglio interdetto dai pubblici uffici, né sarebbe pensabile l’insediamento al Quirinale nell’anno 2013; punta lì, lo sappiamo, in un’Italia ormai acquisita, patrimonio familiare, dépendance Mediaset. La posta è enorme. Altrettanto i mezzi con cui risponde al pericolo.

Esiste un dl sulla sicurezza pubblica. Palazzo Madama lavora alla conversione in legge. Gli emendamenti presentati dai soliti yes men prevedono la sospensione d’un anno dei processi su fatti ante 1 luglio 2002, la cui pena massima non ecceda i 10, pendenti tra udienza preliminare e chiusura del dibattimento; così tribunali e corti sbrigheranno il lavoro grosso. Lo dicono senza arrossire i presentatori del capolavoro e lo ripete Leviathan nella lettera al presidente del Senato, sua devota creatura, annunciando un secondo passo, ripescare l’immunità dei cinque presidenti, dichiarata invalida dalla Consulta quattro anni fa.

Sarà sospeso anche uno dei processi inscenati a suo carico «da magistrati d’estrema sinistra»: gliel’hanno detto gli avvocati; che male c’è?; un perseguitato politico deve difendersi; e ricuserà il presidente del tribunale, lo rende noto en passant. Ma è puro caso che l’emendamento gli riesca comodo. La ratio sta nell’interesse collettivo. Discorso molto berlusconiano, chiunque glielo scriva. Tra un anno sarà immune: se non lo fosse ancora, basterebbe allungare la sospensione; tra cinque da palazzo Chigi scala Monte Cavallo, sono due passi; nel frattempo vuol essersi riscritta la Carta vestendo poteri imperiali (davanti a lui, Charles-Louis-Napoléon, III nell’ordine dinastico, è un sovrano legalitario). In sede tecnica riesce arduo definire questo sgorbio, tanto straripa dalla sintassi legale. Ciurme parlamentari sfigurano il concetto elementare della legge: va al diavolo la razionalità immanente i cui parametri indica l’art. 3 Cost.; l’atto rivestito d’abusiva forma legislativa soddisfa solo l’interesse personale del futuro padrone d’Italia.

Vengono in mente categorie elaborate nel diritto amministrativo: «le détournement du pouvoir»; mezzo secolo fa Francesco Carnelutti configurava l’ipotesi «eccesso di potere legislativo». Siamo nel regno dei mostri, studiato dal naturalista Ulisse Aldrovandi. L’espediente appare così sguaiatamente assurdo in logica normativa, da sbalordire l’osservatore: perché sospendere i processi su fatti ante 1 luglio 2002, mentre seguitano i posteriori?; e includervi i dibattimenti alla cui conclusione manchi un giorno?; tra 12 mesi l’ingorgo sarà più grave, appena ricadano nei ruoli. Che nel frattempo il taumaturgo d’Arcore abbia quadrato il cerchio allestendo una giustizia rapida, è fandonia da imbonitori: la pratica abitualmente, quando non adopera le ganasce; o forse sottintende una tacita caduta nella curva dell’oblio; spariscono e non se ne parla più, amnistia anonima. Oltre alla patologia amministrativa, l’incredibile pastiche ne richiama una civilistica: il dolo, nella forma che Accursio chiamava «machinatio studiosa», stretta parente della frode, tale essendo la categoria sotto cui è definibile l’epopea berlusconiana (avventuriero piduista, impresario delle lanterne magiche, grimpeur d’affari risolti con trucchi penalmente valutabili, intanato in asili fiscali a tenuta ermetica, spacciatore d’illusioni elettorali): gli emendamenti galeotti hanno come veicolo un dl firmato dall’ignaro Presidente della Repubblica su materie nient’affatto analoghe, e s’era guardato dal dire cosa covasse; in nomenclatura romana, dolus malus.

Gli sta a pennello l’aggettivo tedesco «folgerichtig», nel senso subrazionale: ha dei riflessi costanti (finto sorriso, autocompianto, barzelletta, morso, digestione); non tollera le vie mediate; sceglie d’istinto la più corta, come il caimano quando punta la preda. Con questa sospensione dei processi sotterra l’azione obbligatoria: Dio sa cos’avverrà nei prossimi cinque anni ma gli obiettivi saltano all’occhio: la vuole à la carte; carriere distinte, ovvio; Procure agli ordini del ministro, sicché il governo disponga della leva penale; procedere o no diventa scelta politica (se ne discorreva nella gloriosa Bicamerale sotto insegna bipartisan: Licio Gelli, fondatore della P2, rivendicava i diritti d’autore riconoscendo le idee del suo «Piano» d’una «rinascita democratica» anno Domini 1976; l’ancora invisibile demiurgo frequentava la loggia in quarta o quinta fila). A quel punto nessuno lo smuoverebbe più se fosse il superuomo cantato dai caudatari, invulnerabile dal tempo. Le altre due mete è chiaro quali siano: prima, uscire dall’Unione europea, compagnia scomoda; seconda, moltiplicare lo smisurato patrimonio. Sul quale punto nessuno con la testa sul collo ha dubbi: anni fa gli contavano 40 mila vecchi miliardi; crescono come la vorace materia prima evocata da Anassimandro.

SARNO (SA) - Niente più licenze edilizie, per almeno sei mesi. Troppe le duecentottanta concesse negli ultimi anni: il territorio di Sarno, massacrato dieci anni fa dall’alluvione che uccise 137 persone, non sopporta altro cemento. Compreso quello abusivo, che continua a invadere anche le zone più a rischio. Stefano Boeri detta le sue condizioni. Dal 2002 l’architetto milanese lavora al piano regolatore del comune campano (il vecchio piano risale al 1972 e la bozza di un altro piano venne trovata negli anni Novanta a casa del camorrista Pasquale Galasso). Ma con l’attuale giunta di centrodestra si è arrivati a un punto di rottura: si discuterà stasera, in Consiglio comunale, se ci si avvarrà ancora della consulenza di uno dei più autorevoli progettisti italiani e dei suoi propositi di bloccare la cementificazione, legale e illegale, nella piana agricola. O se invece si continuerà a consumare suolo. Se non avrà garanzie Boeri rinuncerà all’incarico, lasciando in balìa di sé stesso un territorio fra i più martoriati, dove la memoria dell’alluvione racconta di palazzi costruiti in luoghi in cui ogni regola e persino il buonsenso lo impedivano.

Sarno è impantanata in un paradosso. Da una parte c’è l’architetto che redige un piano. Dall’altra c’è il Comune, che gli ha dato l’incarico di mettere ordine in una sconsiderata espansione edilizia e che elargisce concessioni all’insaputa dell’architetto e spesso in contrasto con il piano. La cifra di duecentottanta permessi dal 2004 la fornisce il sindaco, Amilcare Mancusi. «L’edilizia è una delle principali attività della città», spiega il primo cittadino. Ma la piana agricola, che ospita colture di pregio, è un fitto cantiere dove le villette sono spacciate per edifici rurali. E ciò accade nonostante a Sarno ci siano 30mila abitanti, come nel 1970. «È vero», insiste il sindaco, «ma abbiamo il nuovo ospedale e molti insediamenti industriali: non è detto che la popolazione non aumenti». Un altro dei cardini del piano di Boeri è il recupero delle case abbandonate del centro storico, un appartamento su dieci. «Ma per questa operazione ci vuole molto più tempo», è la replica di Mancusi.

La frenesia edilizia è incessante e, secondo alcuni tecnici, in contrasto con il piano territoriale adottato dalla regione Campania, che per le aree agricole prevede rigide misure di tutela. Alla seduta di stasera si arriva dopo un lungo braccio di ferro. Boeri ha scritto anche una lettera a Giorgio Napolitano: il caso di Sarno è considerato esemplare di un certo modo di abbandonare i territori più delicati a un destino di pericolo immanente. E che le ferite in Campania possano riaprirsi lo segnala l’Ordine dei geologi, il cui presidente regionale, Francesco Russo, indica duecentoventi zone a rischio idrogeologico, fra le quali centoventi con caratteristiche simili alle rapide colate di fango che seppellirono Sarno. Più suolo si impermeabilizza con il cemento, più le acque piovane non sono smaltite correttamente, più aumentano i rischi di alluvioni e frane.

Fra le scelte controverse dell’amministrazione, votata dall’intero Consiglio comunale, c’è anche quella di concedere l’abitabilità a tutti i piani interrati di edifici fuori del centro storico. «È una decisione di cui abbiamo saputo a cose fatte», spiega Boeri, «senza considerare, vista la tragedia di dieci anni fa, i rischi che corre chi va a vivere lì». «Quei locali erano già usati come tavernette», risponde Mancusi, che accusa Boeri di ritenersi il dominus delle scelte politiche della città, «che invece spettano al Consiglio comunale».

L’ultimo capitolo spinoso è l’abusivismo. Lo stesso sindaco ammette che il fenomeno non si è esaurito e investe anche i lembi più pericolosi del territorio. Attualmente sono oltre seimila le domande di condono. «Ma gli insediamenti illegali non sappiamo neanche dove siano», lamenta Boeri, «soprattutto quelli che non rientrano in nessuna sanatoria. Abbiamo chiesto una mappa, ma non siamo mai riusciti a ottenerla».

«Regime leggero», democrazia non più antifascista ma a-fascista nonché a-politica, aveva disgnosticato giovedì scorso Fausto Bertinotti nella sua analisi delle «ragioni della sconfitta». Un fine settimana e il tema si è arroventato, complici da un lato un'uscita di Giulio Tremonti sull'impoverimento dei ceti medi che comporterebbe un rischio di fascismo, dall'altro le decisioni del governo su intercettazioni, esercito a guardia della sicurezza, emendamento salva-Berlusconi.

Per Eugenio Scalfari (Repubblica), queste ultime sono la prova che «non sarà fascismo, ma è un allarmante incipit verso una dittatura che si fa strada in tutti i settori sensibili della vita democratica, complici la debolezza dei contropoteri, la passività dell'opinione pubblica e la sonnolenta fragilità delle istituzioni»; ragion per cui il Pd farebbe bene a decidere che non c'è più alcuna possibilità di dialogo con il governo. Per Piero Sansonetti (Liberazione) Tremonti ha ragione oltre le sue intenzioni: il rischio-fascismo s'è già inverato in una «svolta illiberale e autoritaria», che comprende l'interruzione della curva di crescita delle libertà collettive e individuali, alcune rotture dello stato di diritto, la semplificazione del sistema politico a spese del pluralismo e della rappresentanza, il ritorno del classismo, la sostituzione dei valori di solidarietà e giustizia sociale con principi gerarchici e d'ordine.

Giudizi che le cautele di tre storici (Piero Melograni, Emilio Gentile, Lucio Villari) intervistati dal Corsera, convinti che il fascismo sia un fenomeno novecentesco non riproducibile oggi, non bastano a controbilanciare. Non chiamiamolo fascismo, ma il problema di una frattura fascistoide della democrazia costituzionale, di un salto di forma della Repubblica (che non coincide con il gioco della sua numerazione in prima, seconda e terza), c'è ed è sotto la vista di chiunque non guardi, per dirla alla Kubrik, «a occhi completamente chiusi».

Il problema, però, non è solo di nome e nemmeno solo di diagnosi, ma di analisi, e ha ragione Paolo Franchi, sul Corsera di ieri, a farlo presente. Gli appelli al risveglio delle opposizioni, scrive Franchi, suonano tanto drammatici quanto poco convincenti, «forse perché sono poco convincenti le analisi che li sorreggono», e anche perché di un rischio-regime si parla dal '94 in poi a ogni governo Berlusconi, senza che fin qui - e per fortuna - questo rischio si sia effettivamente inverato. «Denunciare con parole di fuoco il rischio che quello che non è capitato finora stia per succedere adesso è sicuramente più facile, ma altrettanto sicuramente meno produttivo, che guardare impietosamente dentro questo quindicennio e dentro se stessi per provare a essere oggi sul serio opposizione, domani governo. Era davvero inevitabile che la transizione italiana avesse un esito di destra?».

Domanda ineludibile, eppure a tutt'oggi quasi improponibile, come se per rispondere mancasse la profondità storica - ma 15 anni a far data da Tangentopoli, quasi 20 a far data dall'89, cominciano a essere tanti - o la coerenza di un'ipotesi di interpretazione politica. Eppure senza porsela e senza tentare di rispondere, è difficile se non impossibile sia la valutazione della deriva di regime, sia l'indicazione di una prospettiva di opposizione o di alternativa. Perché è vero - e Franchi forse lo sottovaluta - che il quadro di oggi è per certi versi peggiore di quello del '94: per la scomparsa della sinistra (non solo radicale) dalla scena, per la tendenza alla stabilizzazione, e non come nel '94 alla destabilizzazione, del sistema che il voto del 13 aprile ha espresso. Ma è altrettanto vero - e questo invece lo sottovaluta Scalfari - che le derive di regime che oggi hanno libero corso nell'attività di un governo privo di opposizione erano già tutte, ma proprio tutte presenti nella vittoria berlusconiana del '94. E che dal '94 a oggi, non c'è stata nell'opposizione a Berlusconi né chiarezza né costanza su quanto e come andassero avversate e contrastate.

Per scomporre in altre domande la domanda sull'esito della transizione: era inevitabile affidarsi a una soluzione giudiziaria della fine della «prima Repubblica» all'inizio degli anni '90? Era inevitabile partecipare alla delegittimazione della Costituzione giocherellando con riforme che di fatto servivano solo a disfare lo stato sociale e a rafforzare i poteri dell'esecutivo? O derubricare l'importanza di alcune libertà (si vedano le vicende della legge 40 e dei Pacs) per tenersi buone le gerarchie vaticane? O credere fino in fondo alle metamorfosi democratiche di Fini, o alle buone ragioni settentrionaliste di Bossi? O accettare e incoraggiare forma e vocazione dell'attuale Pd? Era inevitabile (già dalle leggi d'emergenza di fine anni 70) considerare opzionali i vincoli dello stato di diritto? Soprattutto: era inevitabile sacrificare alla «normalità» della democrazia maggioritaria lo svuotamento della democrazia costituzionale? Sono solo alcuni esempi di domande possibili e obbligate. Non s

Nel mezzo della luna di miele che la maggioranza degli italiani credeva di vivere con il nuovo governo, la vera natura del berlusconismo emerge prepotente, uguale a se stessa, dominata da uno stato personale di necessità e da un’emergenza privata che spazzano via in un pomeriggio ogni camuffamento istituzionale e ogni travestimento da uomo di Stato del Cavaliere. No. Berlusconi resta Berlusconi, pronto a deformare lo Stato di diritto per salvaguardia personale, a limitare la libertà di stampa per sfuggire alla pubblicazione di dialoghi telefonici imbarazzanti, a colpire il diritto dell’opinione pubblica a essere informata sulle grandi inchieste e sui reati commessi, pur di fermare le indagini della magistratura. La Repubblica vive un’altra grave umiliazione, con le leggi ad personam che ritornano, il governo del Paese ridotto a scudo privato del premier, la maggioranza parlamentare trasformata in avvocato difensore di un cittadino indagato che vuole sfuggire al suo legittimo giudice, deformando le norme.

In un solo giorno – dopo la strategia del sorriso, il dialogo, l’ambizione del Quirinale – Silvio Berlusconi ha chiamato a raccolta i suoi uomini per operare una doppia azione di sfondamento alla normalità democratica del nostro sistema costituzionale. Sotto attacco, la libertà di informazione da un lato, e l’obbligatorietà dell’azione penale dall’altro. Per la prima volta nella storia repubblicana, il governo e la sua maggioranza entrano nel campo dell’azione penale per stravolgerne le regole e stabilire una gerarchia tra i reati da perseguire. Uno stravolgimento formale delle norme sulla fissazione dei ruoli d’udienza, che tuttavia si traduce in un’alterazione sostanziale del principio di obbligatorietà dell’azione penale. Principio istituito a garanzia dell’effettiva imparzialità dei magistrati e dell’uguaglianza dei cittadini. La nuova norma berlusconiana (presentata come un emendamento al decreto-sicurezza, firmato direttamente dai Presidenti della I e II commissione di Palazzo Madama) obbliga i giudici a dare «precedenza assoluta» ai procedimenti relativi ad alcuni reati, ma questa precedenza serve soprattutto a mascherare il vero obiettivo dell’intervento: la sospensione «immediata e per la durata di un anno» di tutti i processi penali relativi ai fatti commessi fino al 31 dicembre 2001 che si trovino «in uno stato compreso tra la fissazione dell’udienza preliminare e la chiusura del dibattimento di primo grado».

È esattamente la situazione in cui si trova Silvio Berlusconi nel processo in corso davanti al Tribunale di Milano per corruzione in atti giudiziari: con l’accusa di aver spinto l’avvocato londinese Mills a dichiarare il falso sui fondi neri della galassia Fininvest all’estero. Quel processo è arrivato al passo finale, mancano due udienze alla sentenza. Si capisce la fretta, il conflitto d’interessi, l’urgenza privata, l’emergenza nazionale che ne deriva, la vergogna di una nuova legge ad personam. Bisogna ad ogni costo bloccare quei giudici, anche se operano "in nome del popolo italiano", anche se il caso non riguarda affatto la politica, anche se il discredito internazionale sarà massimo. Bisogna con ogni mezzo evitare quella sentenza, guadagnare un anno, per dar tempo all’avvocato Ghedini (difensore privato del Cavaliere e vero Guardasigilli-ombra del suo governo) di ripresentare quel lodo Schifani che rende il premier non punibile, e che la Consulta ha già giudicato incostituzionale, perché viola l’uguaglianza dei cittadini: un peccato mortale, in democrazia, qualcosa che un leader politico non dovrebbe nemmeno permettersi di pensare, e che invece in Italia verrà presentato in Parlamento per la seconda volta in pochi anni, a tutela della stessa persona, dalla stessa moderna destra che gli italiani hanno scelto per governare il Paese.

Con ogni evidenza, per l’uomo che guida il governo non è sufficiente vincere le elezioni, e nemmeno stravincerle: non gli basta avere una grande maggioranza alle Camere, parlamentari tutti scelti di persona e imposti agli elettori, una forte legittimazione popolare, mano libera nel dispiegare legittimamente la sua politica. No. Ancora una volta a Berlusconi serve qualcosa di illegittimo, che trasformi la politica in puro strumento di potere, il Parlamento in dotazione personale, le istituzioni in materia deformabile, come le leggi, come i poteri della magistratura. È una coazione a ripetere, rivelatrice di una cultura politica spaventata, di una leadership fuggiasca anche quando è sul trono, di un sentimento istituzionale che abita la Repubblica da estraneo, come se fosse un usurpatore, e non riesce a farsi Stato, vivendo il suo stesso trionfo come abusivo. Col risultato di vedere il Capo dell’esecutivo chiedere aiuto al potere legislativo per bloccare il giudiziario. Qualcosa a cui l’Occidente non è abituato, un abuso di potere che soltanto in Italia non scandalizza, e che soltanto l’establishment italiano può accettare banalizzandolo, per la nota e redditizia complicità dei dominati con l’ordine dominante, che è a fondamento di ogni autoritarismo popolare e di ogni democrazia demagogica, come ci avviamo purtroppo a diventare.

Questo uso esclusivo delle istituzioni e della norma, porta fatalmente il Premier ad un conflitto con il Capo dello Stato, garante della Costituzione. Napolitano era già intervenuto, nelle forme proprie del suo ruolo, contro il tentativo di introdurre la norma anti-prostitute nel decreto sicurezza, spiegando che non si vedeva una ragione d’urgenza. Poi aveva preso posizione per la stessa ragione contro l’ingresso nel decreto della norma che porta i soldati in strada a svolgere compiti di polizia. Oggi si trova di fronte un emendamento che addirittura sospende per un anno i processi penali e ordina ai magistrati come devono muoversi di fronte ai reati, una norma straordinaria inserita come "correzione" in un decreto che parla di tutt’altro. Che c’entra la sospensione dei processi con la sicurezza? Qual è il carattere di urgenza, davanti ai cittadini? L’unica urgenza – come l’unica sicurezza – è quella privatissima e inconfessabile del premier. Una stortura che diventa un abuso, e anche una sfida al Capo dello Stato, che non potrà accettarla. Come non può accettarla il Partito Democratico, che ieri con Veltroni ha accolto la proposta di Scalfari: il dialogo sulle riforme non può continuare davanti a questi "strappi" della destra, perché non si può parlare di regole con chi le calpesta.

Nello stesso momento, mentre blocca i magistrati e ferma il suo processo, Berlusconi interviene anche sulla libertà di cronaca. Il disegno di legge sulle intercettazioni presentato ieri dal governo, infatti, non impedisce solo la pubblicazione delle intercettazioni telefoniche, con pene fino a 3 anni (e sospensione dalla professione) per il cronista autore dell’articolo e fino a 400 mila euro per l’editore. Le nuove norme vietano all’articolo 2 la pubblicazione "anche parziale o per riassunto" degli atti delle indagini preliminari "anche se non sussiste più il segreto", fino all’inizio del dibattimento. Questo significa il silenzio su qualsiasi notizia di inchiesta giudiziaria, arresto, interrogatorio, dichiarazione di parte offesa, argomenti delle difese, conclusioni delle indagini preliminari, richiesta di rinvio a giudizio. Tutto l’iter investigativo e istruttorio che precede l’ordinanza del giudice dell’udienza preliminare è ora coperto dal silenzio, anche se è un iter che nella lentezza giudiziaria italiana può durare quattro-sei anni, in qualche caso dieci. In questo spazio muto e segreto, c’è ora l’obbligo (articolo 12) di "informare l’autorità ecclesiastica" quando l’indagato è un religioso cattolico, mentre se è un Vescovo si informerà direttamente il Cardinale Segretario di Stato del Vaticano, con un inedito privilegio per il Capo del governo di uno Stato straniero, e per i cittadini-sacerdoti, più cittadini degli altri.

Se il diritto di cronaca è mutilato, il diritto del cittadino a sapere e a conoscere è fortemente limitato. Con questa norma, non avremmo saputo niente dello spionaggio Telecom, del sequestro di Abu Omar, della scalata all’Antonveneta, della scalata Unipol alla Bnl, del default Parmalat, della vicenda Moggi, della subalternità di Saccà a Berlusconi, dei "pizzini" di Provenzano, della disinformazione organizzata da Pollari e Pompa, e infine degli orrori della clinica Santa Rita di Milano. Ma non c’è solo l’ossessione privata di Berlusconi contro i magistrati e i giornalisti (alcuni). C’è anche il tentativo scientifico di impedire la formazione di quel soggetto cruciale di ogni moderna democrazia che è la pubblica opinione, un’opinione consapevole proprio in quanto informata, e influente perché organizzata come attore cosciente della moderna agorà. No alla pubblica opinione (che non sappia, che non conosca) a favore di opinioni private, meglio se disorientate e spaventate, chiuse in orizzonti biografici e in paure separate, convinte che non esista più un’azione pubblica efficace, una risposta collettiva a problemi individuali.

A questo insieme di individui –di cui certo fanno parte anche gli sconfitti della globalizzazione, la nuova plebe della modernità – il populismo berlusconiano chiede solo una vibrazione di consenso, un’adesione a politiche simboliche, una partecipazione di stati d’animo, che si risolve nella delega. La cifra che lega il tutto è l’emergenza, intesa come orizzonte delle paure e fine del conformismo, del politicamente corretto, delle regole e degli equilibri istituzionali. Conta decidere (non importa come), agire (non conta con che efficacia), trasformare l’eccezione in norma. Il governo, a ben guardare, non sta militarizzando le strade o le discariche, ma le sue decisioni e la sua politica. Meglio, sta militarizzando il senso comune degli italiani, forzandolo in un contesto emergenziale continuo, con l’esecutivo trasformato per conseguenza da organo ordinario in straordinario, che opera in uno stato d’eccezione perenne. Così Silvio Berlusconi può permettersi di venire allo scoperto in serata, scrivendo in una lettera a Schifani che la norma blocca-processi «è a favore di tutta la collettività», anche se si applica «a uno tra i molti fantasiosi processi che magistrati di estrema sinistra hanno intentato contro di me per fini di lotta politica». È il preannuncio di una ricusazione, in una giornata come questa, vergognosa per la democrazia, con il premier imputato che rifiuta il suo giudice mentre ne blocca l’azione. A dimostrazione che Berlusconi è pronto a tutto. Dovremmo prepararci al peggio: se non fosse che il peggio, probabilmente, lo stiamo già vivendo.

Qui gli articoli di D'Avanzo e di Scalfari. E, per ricordare come è fatto il lupo, c'è una vecchia cartella a lui dedicata

ROMA - «Esiste il rischio che si arrivi alla dittatura della maggioranza. O meglio alla dittatura dei leader, del Re Sole e del Re Ombra». Arturo Parisi non riesce ad attenuare i toni. Soprattutto non fa niente per allontanare l´allarme già lanciato su Repubblica da Eugenio Scalfari e Giuseppe D´Avanzo. Per diradare la nebbia che avvolge i provvedimenti del governo Berlusconi. Che, a suo giudizio, gettano un´ombra sinistra sul prossimo futuro. Soprattutto se il Partito democratico non smetterà di «cercare solo il riconoscimento da parte della maggioranza».

Dalla casa bolognese, l´ex ministro della Difesa chiede al suo partito di impostare l´opposizione in tutt´altro modo. Nei giorni scorsi non aveva nascosto le critiche. Ora invoca una svolta. Per riconquistare la sua «autentica funzione». Prendendo atto dei pericoli che la democrazia italiana sta attraversando e spostando in una fase successiva il dialogo sulle riforme. «Sono d´accordo con Scalfari dalla prima all´ultima riga. Descrive una dinamica che tocca tutto il Paese e non solo la maggioranza. E che è partita dalla caccia indiscriminata al rumeno dopo l´omicidio Reggiani ed è arrivata alle ronde "democratiche" di cui sento parlare a Milano». Il tutto provocato da una «sindrome dell´emergenza» che viene alimentata di giorno in giorno. Una paura giustificata? Parisi si ferma, cerca di calibrare ogni parola. Ma ogni verbo diventa un fendente: «È alimenta da fattori esterni. La catena paura-emergenza-poteri straordinari produce altra paura e quindi la richiesta di altre misure straordinarie. La militarizzazione, in effetti, è una sintesi di quel che accade. Impiegare 2500 soldati non può provocare ripercussioni immediate ma lancia un messaggio. La gente pensa: "allora la situazione è davvero critica"». Nel lungo periodo, cioè, l´effetto può essere la restrizione delle libertà? Il silenzio stavolta dura diversi secondi, poi Parisi sospira: «Il rischio, appunto, è che la richiesta di una restrizione delle libertà nasca dalla gente».

Un pericolo che fa paventare «un potenziale eversivo suscitato dalla paura e che mette capo all´accentramento dei poteri dell´esecutivo». Con un´aggravante: «Chi è preposto al governo è esposto a domande che vengono da settori e gruppi portatori di una cultura democratica inadeguata». Una frase che sembra avvalorare la tesi di chi parla di "deriva fascista". L´ex ministro, però, mette le mani avanti: «I termini vanno pesati». Non vuole fare analogie rispetto al Ventennio. Parla, però, di «corto circuito dei processi democratici». Che in questo caso penetra le sue radici nel rapporto che si è instaurato tra maggioranza e opposizione: «L´allarme più forte, come ricorda Scalfari, riguarda l´asservimento dei Parlamenti al volere della "Corona". Dobbiamo riconoscere che l´accentramento di poteri nel centrodestra sta giustificando anche l´accentramento dei poteri nel centrosinistra. All´esautoramento dei parlamentari da parte dei ministri del Re Sole corrisponde un esautoramento dei parlamentari da parte dei ministri-ombra del Re Ombra. Entrambi sono coinvolti nella stessa dinamica paura-emergenza-risposta emergenziale».

Il cuore del problema, dunque, per Parisi è rappresentato dal dialogo tra Veltroni e Berlusconi. In particolare il tentativo del segretario di Piazza Santa Anastasia di farsi riconoscere «come titolare esclusivo del ruolo di oppositore». Una strada che offre al Pd una «rendita di posizione, ma certo non aumenta le probabilità di rappresentare un´alternativa agli occhi degli elettori. C´è l´illusione che la forza dell´opposizione venga dal riconoscimento da parte della maggioranza». Si confonde «alternanza con alternativa» senza far salire le chance di vincere le elezioni al prossimo turno. E invece «Walter dovrebbe farsi riconoscere dagli elettori prima che da Berlusconi. Il confronto sulle riforme dovrebbe svolgersi solo dopo che il Pd si è assicurato il riconoscimento degli elettori. E questo fino ad ora non mi sembra avvenuto». Anzi, ammonisce Parisi alzando per un momento il tono della voce, le conseguenze saranno inevitabili: «una democrazia bloccata», proprio come avveniva nella Prima Repubblica con il pentapartito e il Pci. «Se la maggioranza è debordante e l´opposizione è inadeguata - avverte - è evidente che la democrazia, come noi la conosciamo, è a rischio. C´è una degenerazione. Se non una dittatura della maggioranza, una distorsione profonda. Se non fosse per la presenza della Lega da una parte e dell´Idv e dell´Udc dall´altra, bisognerebbe assumere che la trama tra il Sole e l´Ombra ha messo in moto una dinamica preoccupante». «Per questo - chiude Parisi - condivido dalla prima all´ultima riga quello che ha scritto Eugenio Scalfari».

Postilla

Veramente Scalfari non aveva paragonato Berlusconi al Re Sole, ma alla "parrucca del Re Sole". E poi, concludendo l'analogia, ha scritto: "Il Re Sole. Ma qui il sole non c’è. C’è fanghiglia, cupidigia, avventatezza, viltà morale". Essere l'Ombra non del Re Sole, ma di una realtà fatta di "fanghiglia, cupidigia, avventatezza, viltà morale" è davvero un po' avvilente...

«Berlusconi vuole dimostrare che per governare la crisi italiana è costretto per necessità a separare lo Stato dal diritto. Come se il Paese attraversasse una terra di nessuno. Il soldato come questurino, il giudice come chierico, il giornalista come laudatore: sono le tre figure di una scena politica che minaccia di trasformare il senso della nostra forma costituzionale. Sono i fantasmi di un tempo sospeso dove il governo avrà più potere e il cittadino meno diritti, meno sicurezza, meno garanzie». Così ha scritto ieri Giuseppe D’Avanzo su questo giornale [qui in eddyburg].

Purtroppo questo suo giudizio fotografa esattamente la realtà. Non sarà fascismo, ma certamente è un allarmante "incipit" verso una dittatura che si fa strada in tutti i settori sensibili della vita democratica, complici la debolezza dei contropoteri, la passività dell’opinione pubblica e la sonnolenta fragilità delle opposizioni.

Questa sempre più evidente deriva democratica, che si è profilata fin dai primi giorni della nuova legislatura ed è ormai completamente dispiegata davanti ai nostri occhi, ha trovato finora il solo argine del capo dello Stato. Giorgio Napolitano sta impersonando al meglio il suo ruolo di custode della Costituzione. L’ha fatto con saggezza e fermezza, dando il suo consenso alle iniziative del governo quando sono state dettate da necessità reali come nella crisi dei rifiuti a Napoli, ma lo ha negato nei casi in cui le emergenze erano fittizie e potevano insidiare la correttezza dei meccanismi costituzionali. Sarebbe tuttavia sbagliato addossare al presidente della Repubblica il peso esclusivo di arginare quella deriva: se la dialettica si riducesse soltanto al rapporto tra il Quirinale e Palazzo Chigi la partita non avrebbe più storia e si chiuderebbe in brevissimo tempo. Bisognerà dunque che altre forze e altri poteri entrino in campo.

Bisogna denunciare e fermare la militarizzazione della vita pubblica italiana della quale l’esempio più clamoroso si è avuto con i provvedimenti decisi dal Consiglio dei ministri di venerdì sulla sicurezza e sulle intercettazioni: due supposte emergenze gonfiate artificiosamente per distrarre l’attenzione dalle urgenze vere che angustiano gran parte delle famiglie italiane.

E’ la prima volta che l’Esercito viene impegnato con funzioni di pubblica sicurezza. Quando fu assassinato Falcone e poi, a breve distanza di tempo, Borsellino, contingenti militari furono inviati in Sicilia per presidiare edifici pubblici alleviando da quelle mansioni la Polizia e i Carabinieri affinché potessero dedicarsi interamente alla lotta contro una mafia scatenata.

Ma ora il ruolo che si vuole attribuire alle Forze Armate è del tutto diverso: pattugliamento delle città con compiti di pubblica sicurezza e quindi con poteri di repressione, arresto, contrasti a fuoco con la delinquenza.

Che senso ha un provvedimento di questo genere? Quale utilità ne può derivare alle azioni di contrasto contro la malavita? La Polizia conta ben oltre centomila effettivi, altrettanti ne conta l’Arma dei carabinieri e altrettanti ancora la Guardia di finanza. Affiancare a queste forze imponenti un contingente di 2.500 soldati è privo di qualunque utilità.

Se il governo si è indotto ad una mossa tanto inutile quanto clamorosa ciò è avvenuto appunto per il clamore che avrebbe suscitato. Tanto grave è l’insicurezza delle nostre città da render necessario il coinvolgimento dell’Esercito: questo è il messaggio lanciato dal governo. E insieme ad esso l’eccezionalità fatta regola: si adotta con una legge ordinaria una misura che presupporrebbe la dichiarazione di una sorta di stato d’assedio, di pericolo nazionale.

Un provvedimento analogo fu preso dal governo Badoglio nei tre giorni successivi al 25 luglio del ‘43 e un’altra volta nel ‘47 subito dopo l’attentato a Togliatti. Da allora non era più avvenuto nulla di simile: la Pubblica sicurezza nelle strade, le Forze Armate nelle caserme, questa è la normalità democratica che si vuole modificare con intenti assai più vasti d’un semplice quanto inutile supporto alla Pubblica sicurezza.

* * *

Il disegno di legge sulle intercettazioni parte dalla ragionevole intenzione di tutelare con maggiore efficacia la privatezza delle persone senza però diminuire la capacità investigativa della magistratura inquirente.

Analoghe intenzioni avevano ispirato il ministro della Giustizia Flick e dopo di lui il ministro Clemente Mastella, senza però che quei provvedimenti riuscissero a diventare leggi per la fine anticipata delle rispettive legislature.

Adesso presumibilmente ci si riuscirà ma anche in questo caso, come per la sicurezza, il senso politico è un altro rispetto alla «ragionevole intenzione» cui abbiamo prima accennato. Il senso politico, anche qui, è un’altra militarizzazione, delle Procure e dei giornalisti.

Le Procure. Anzitutto un elenco dei reati perseguibili con intercettazioni. Solo quelli, non altri. E’ già stato scritto che lo scandalo di Calciopoli non sarebbe mai venuto a galla senza le intercettazioni. Così pure le scalate bancarie dei "furbetti". Ma moltissimi altri. Per chiudere sul peggiore di tutti: la clinica milanese di Santa Rita, giustamente ribattezzata la clinica degli orrori.

Le intercettazioni poi non possono durare più di tre mesi. Non c’è scritto se rinnovabili e dunque se ne deduce che rinnovabili non saranno. Cosa Nostra, tanto per fare un esempio, è stata intercettata per anni e forse lo è ancora. Tre mesi passano in un "fiat", lo sappiamo tutti.

I giornalisti e i giornali. C’è divieto assoluto alla pubblicazione di notizie fin all’inizio del dibattimento. Il deposito degli atti in cancelleria non attenua il divieto. Perché? Se le parti in causa o alcune di esse vogliono pubblicizzare gli atti in loro possesso ne sono impedite. Perché? Non si invochi la presunzione di innocenza poiché se questa fosse la motivazione del divieto bisognerebbe aspettare la sentenza definitiva della Cassazione. Dunque il motivo della secretazione è un altro, ma quale?

In realtà il divieto non è soltanto contro giornali e giornalisti ma contro il formarsi della pubblica opinione, cioè contro un elemento basilare della democrazia. Il caso del Santa Rita ha acceso un dibattito sull’organizzazione della Sanità, sul ruolo delle cliniche convenzionate rispetto al Servizio sanitario nazionale. Dibattito di grande rilievo che potrebbe aver luogo soltanto all’inizio del dibattimento e cioè con il rinvio a giudizio degli imputati. L’eventuale archiviazione dell’istruttoria resterebbe ignota e così mancherebbe ogni controllo di opinione sul motivo dell’archiviazione e su una possibile critica della medesima. Così pure su possibili differenze di opinione tra i magistrati inquirenti e l’ufficio del Procuratore capo, sulle avocazioni della Procura generale, su mutamenti dei sostituti assegnatari dell’inchiesta. Su tutti questi passaggi fondamentali la pubblica opinione non potrebbe dire nulla perché sarebbe tenuta all’oscuro di tutto.

Sarà bene ricordare che il maxi-processo contro "Cosa Nostra" fu confermato in Cassazione perché fu cambiato il criterio di assegnazione dei processi su iniziativa del ministro della Giustizia dell’epoca, Claudio Martelli, allertato dalla pressione dei giornali in allarme per le pronunce reiterate dell’allora presidente di sezione, Carnevale. Tutte queste vicende avvennero sotto il costante controllo della stampa e della pubblica opinione allertata fin dalla fase inquirente. Falcone e Borsellino non erano giudici giudicanti ma magistrati inquirenti. Mi domando se avrebbero potuto operare con l’efficacia con cui operarono senza il sostegno di una pubblica opinione esaurientemente informata.

Le gravi penalità previste da questa legge nei confronti degli editori costituiscono un gravame del quale si dovrebbero attentamente valutare gli effetti sulla libertà di stampa. Esso infatti conferisce all’editore un potere enorme sul direttore del giornale: in vista di sanzioni così gravose l’editore chiederà a giusto titolo di essere preventivamente informato delle decisioni che il direttore prenderà in ordine ai processi. Di fatto si tratta di una vera e propria confisca dei poteri del direttore perché la responsabilità si sposta in testa al proprietario del giornale.

Si militarizza dunque il giudice, il giornalista ed anche la pubblica opinione.

* * *

Ha ragione il collega D’Avanzo nel dire che questi provvedimenti stravolgono la Costituzione. Identificano di fatto lo Stato con il governo e il governo con il "premier". Se poi si aggiunge ad essi il famigerato lodo Schifani, cioè il congelamento di tutti i processi nei confronti delle alte cariche dello Stato, l’identificazione diventa totale.

Qui il nostro discorso arriva ad un punto particolarmente delicato e cioè al tema dell’opposizione parlamentare.

Parlo di tutte le opposizioni politiche. Ma in particolare parlo del Partito democratico.

Negli ultimi giorni il Pd e Veltroni quale leader di quel partito hanno assunto su alcune questioni di merito atteggiamenti di energica critica nei confronti del governo. La luna di miele di Berlusconi è ancora in pieno corso con l’opinione pubblica e con la maggior parte dei giornali ma è già svanita in larga misura con il Partito democratico. Salvo un punto fondamentale, più volte ribadito da Veltroni: il dialogo deve invece continuare sulle riforme istituzionali e costituzionali.

E’ evidente che questa "riserva di dialogo" condiziona inevitabilmente il tono complessivo dell’opposizione. Le riforme istituzionali e costituzionali sono di tale importanza da trasformare in "minimalia" i contrasti di merito su singoli provvedimenti. Tanto più che Tremonti chiede all’opposizione di procedere «sottobraccio» per quanto attiene alla strategia economica; ecco dunque un’ulteriore "riserva di dialogo". Sembrerebbe, questa, una novità a tutto vantaggio dell’opposizione ma non è così. La politica economica italiana dovrà svolgersi nei prossimi anni sotto l’occhio vigile delle Autorità europee. Che ci piaccia o no, noi siamo di fatto commissariati da Bruxelles.

Tremonti dovrà assumere responsabilità impopolari. Necessarie, ma impopolari e vuole condividere con l’opposizione quell’impopolarità.

Intanto, nel merito delle riforme, Berlusconi procede come si è detto e visto, alla militarizzazione del sistema. "L’Etat c’est moi" diceva il Re Sole e continuarono a dire i suoi successori fin quando scoppiò la rivoluzione dell’Ottantanove.

Voglio qui ricordare che uno dei modi, anzi il più rilevante, con il quale l’identificazione dello Stato con la persona fisica del Re si realizzò fu l’asservimento dei Parlamenti al volere della Corona. Gli editti del Re per entrare in vigore avevano bisogno della registrazione dei Parlamenti e soprattutto di quello di Parigi. Questa era all’epoca la sola separazione di poteri concepita e concepibile. Ma il re aveva uno strumento a sua disposizione: poteva ordinare ai Parlamenti la registrazione dell’editto. Di fronte all’ordine scritto del Sovrano il Parlamento registrava "con riserva" e l’editto entrava in funzione. Di solito quest’ordine veniva dato molto di rado ma col Re Sole e con i suoi successori diventò abituale. Quando i Parlamenti si ribellarono ostinandosi a non obbedire il Re li sciolse. Il corpo del Re prevalse sulla labile democrazia del Gran Secolo.

Il Re Sole. Ma qui il sole non c’è. C’è fanghiglia, cupidigia, avventatezza, viltà morale. Corteggiamento dell’opposizione. Montaggio di paure e di pulsioni. Picconamento quotidiano della Costituzione.

Quale dialogo si può fare nel momento in cui viene militarizzato il Paese nei settori più sensibili della democrazia? Il Partito democratico ha un solo strumento per impedire questa deriva: decidere che non c’è più possibilità di dialogo sulle riforme per mancanza dell’oggetto. Se lo Stato viene smantellato giorno per giorno e identificato con il corpo del Re, su che cosa deve dialogare il Pd? E’ qui ed ora che il dialogo va fatto, la militarizzazione va bloccata. Le urgenze e le emergenze vanno trasferite sui problemi della società e dell’economia.

«In questo nuovo buon clima si può fare molto e molto bene» declama la Confindustria di Emma Marcegaglia. Qual è il buon clima, gentile Emma? Quello dei pattuglioni dei granatieri che arrestano gli scippatori e possono sparare sullo zingaro di turno? Quello dell’editore promosso a direttore responsabile? Quello del magistrato isolato da ogni realtà sociale e privato di «libero giudizio»? Quello dei contratti di lavoro individuali? E’ questo il buon clima?

Ricordo che quando furono pubblicati "on line" gli elenchi dei contribuenti ne nacque un putiferio. Il direttore dell’Agenzia delle Entrate, autore di tanto misfatto, fu incriminato e si dimise. Ma ora il ministro Brunetta pubblica i contratti di tutti i dirigenti pubblici e le retribuzioni di tutti i consulenti e viene intensamente applaudito e incoraggiato. Anch’io lo applaudo e lo incoraggio come ho applaudito allora Visco e Romano. Ma perché invece due pesi e due misure? La risposta è semplice: per i pubblici impiegati si può.

E’ questo il buon clima? Attenti al risveglio, può essere durissimo. Può essere il risveglio d’un paese senza democrazia. Dominato dall’antipolitica. Dall’anti-Europa. Dall’anarchia degli indifferenti e dalla dittatura dei furboni.

Io trovo che sia un pessimo clima.

La Stampa

Le false favole europee

di Barbara Spineli

Quasi tutte le parole che descrivono la bancarotta del referendum irlandese sull'Europa suonano false e fanno pensare a quel che Macbeth dice del mondo, quando viene a sapere che la sposa è morta: come la vita, anche le parole sono «una favola narrata da un idiota, piena di rumore e furore, che non significa nulla».

Non significa nulla lamentare con enfasi la democrazia assente nell'Europa, la sua lontananza dai popoli, perché l'Unione non è uno Stato pienamente funzionante, con cui i popoli sono in vero rapporto dialettico. È un edificio ancora da fabbricare o comunque completare, anche se le nostre società sono già europeizzate e le leggi nazionali soggiacciono in larga misura a quelle comunitarie. Il Trattato di Lisbona non è d'impedimento alla democrazia e anzi l'accentua notevolmente, coinvolgendo più che in passato il parlamento europeo e anche i parlamenti nazionali. Gli avversari odierni del trattato, come quelli che osteggiarono la costituzione nel 2005, lo sanno alla perfezione ed è contro questi miglioramenti che si battono. Si battono contro l'accresciuto potere di decisione affidato al parlamento europeo in 40 nuove politiche, e perfino contro la maggiore influenza dei deputati nazionali. Lottano contro la votazione diretta dei futuri presidenti della Commissione: pur proponendoli, gli Stati devono, secondo il trattato, tener conto degli equilibri creatisi nelle elezioni europee.

E’ una favola che non significa nulla dire che l'Europa viene regolarmente bocciata perché non ha peso su questioni cittadine vitali. Il trattato di Lisbona è colmo di difetti (ha cancellato la parola costituzione e i simboli di un soggetto politico nuovo) ma i progressi non sono trascurabili: il trattato unifica le politiche di sicurezza, immigrazione, terrorismo. In questi come in altri ambiti sostituisce all'unanimità il voto a maggioranza, il che vuol semplicemente dire che comuni politiche europee divengono realizzabili, come già accade nell'agricoltura, nel commercio, nella moneta. I propagandisti del No mentono sapendolo: denunciano un'Europa assente su immigrati o sicurezza, e uccidono la possibile sua presenza. Questo vuol dire che non vogliono affatto quello che pretendono. Vogliono preservare un potere, anche se ormai irrilevante. Come gli uomini impagliati di Eliot, hanno le mascelle spezzate di regni perduti: regni che si spengono «non già con uno schianto ma con un lamento».

È una favola che non significa nulla ripetere, come automi addestrati, che l'Europa è incapace di comunicazione. Della comunicazione sono responsabili i comunicatori, i destinatari della comunicazione, e chi è in mezzo: i media. I referendum falliti segnalano che la catena non ha funzionato, che nelle mani del popolo è stato messo quel che politici e media non sanno maneggiare. Il giorno prima del voto irlandese, Rai 1 neppure nominava un referendum che riguardava 490 milioni di europei. Il giorno dopo era perentoriamente sapiente su quel che aveva ignorato. Molto spesso i plebisciti danno risposte a domande che nel quesito referendario neppure son formulate: è il motivo per cui democrazie memori di referendum liberticidi, come la Germania, li vietano.

Non meno insignificante è la favola sull'identità europea inesistente: narrata da chi, dell'Unione, non scorge il nuovo, inedito incrociarsi tra locale, nazionale, soprannazionale. Tra costoro Marcello Pera: interrogato da Giacomo Galeazzi su La Stampa, piange l'Europa atea «giustamente punita». L'Europa è fatta di molte identità, lo dimostra proprio il referendum. In Irlanda hanno votato contro cattolici spaventati da aborto e eutanasia, ma anche anticapitalisti non religiosi. L'Europa sarà sempre più meticcia: l'intera sua storia è un Bildungsroman, un romanzo di formazione che ci educa al coesistere di più appartenenze (etniche, culturali, religiose). Obama somiglia a tale romanzo più di quanto gli somigli Pera.

È insignificante poi la favola che indica colpe e difetti delle istituzioni soprannazionali di Bruxelles. Nel trionfo dei No non c'è un responsabile ma ce ne sono tanti, e Bruxelles è il meno colpevole. Responsabili sono Stati, partner europei e atlantici, classi dirigenti, elettori. Questi ultimi non vanno vituperati ma giudicarli non è blasfemo.

Non significa nulla infine parlare di rottura e chiusura di un'epoca eroica. L'epoca eroica dell'Unione non è conclusa, i compiti oggi non sono meno grandi di quelli del dopoguerra. Ieri era questione di pace e guerra, dopo due smisurati conflitti. Oggi è questione del peso di questo continente nel mondo, della penuria planetaria di cibo ed energia, della catastrofe climatica, del conflitto fra culture. Ancora non è stata escogitata sul pianeta una costruzione politica capace di superare le inadeguatezze dei vecchi piccoli Stati-nazione, e l'invenzione dell'Europa resta un unicum esemplare.

Non è dunque l'Europa federale che naufraga periodicamente ma l'Europa dei falsi Stati sovrani: a Parigi, L’Aja, Dublino. Rischia il naufragio anche a Roma, dove un cruciale partito governativo, la Lega, imita il No irlandese (anche se i partiti principali a Dublino erano per la ratifica). La divisione sull'Europa è ben più grave dei contrasti su Afghanistan e Usa nel governo Prodi, non fosse altro perché la disapprovazione di Bush è diffusa in America e nel mondo: l'elogio del «clima più costruttivo» fatto dal Quirinale suona come una critica gratuita a Prodi. I giornali che hanno dilatato per due anni tali contrasti hanno appena accennato all'offensiva leghista contro l'Europa.

Una cosa poco promettente è che gli europei sembrano non imparare dalle crisi, nonostante quel che si dice su disastri e colpe felici. I disastri sono istruttivi solo per uomini con forte senso del futuro, del bene comune. Jean Monnet ad esempio diceva che «le crisi sono grandi opportunità»: di rompere col passato, di tentare il nuovo («Nulla è pericoloso come la vittoria», ripeteva). Alla Francia il referendum non ha insegnato molto. Pochi giorni prima del referendum, il ministro degli Esteri Kouchner ha vilipeso, sprezzante, gli irlandesi. Ha facilitato il No: per incompetenza, ignoranza, megalomania francese, come quando Chirac insultò gli europei orientali nel 2003. Comunicare bene e astutamente vuol dire parlar chiaro, ma non a vanvera.

In realtà non siamo di fronte a una storia eroica che finisce ma a una grande illusione che continua. L'illusione che gli Stati-nazione possano farcela da soli, in un mondo dove ciascuno dipende dal vicino e dal lontano. L'illusione che sia sovranità autentica, quella che Stati promettono di custodire. Tale sovranità non esiste, l'Irlanda lo conferma. Il militante più potente dei No è un ricchissimo industriale, Declan Ganley, che s'è preparato dal 2007 fondando l'associazione Libertas. Libertas riceve finanziamenti ingenti da neo-conservatori Usa e dal Foreign Policy Research Institute di cui Ganley - presidente di una ditta Usa specializzata in contratti bellici privati - è membro da anni: lo ha ricordato venerdì in un convegno parigino l'europeista liberal-democratico inglese Andrew Duff. Così come la natura, anche l'Unione ha orrore del vuoto. Quando non siamo noi a farla, è fatta da altri: in particolare, da chi teme l'Europa-potenza e vuol estrometterla.

Eppure di tutte queste parole false sono tanti a bearsi, compiacendosi del nulla. Chi resiste come Giorgio Napolitano o la Commissione o Sarkozy e la Merkel dice che un'avanguardia deve insistere, e pragmaticamente proseguire le ratifiche. Saggio consiglio, ma tutt'altro che pragmatico. Qui urge ancora un po' d'eroismo. I più determinati oggi non sono gli eroi ma i rinunciatari, i pavidi, gli uomini impagliati di Eliot: «La sanguigna marea s'innalza e ovunque / annega la cerimonia dell'innocenza; / i migliori mancano d'ogni convincimento, / mentre i peggiori son colmi d'appassionata intensità».

il manifesto

La sordità di chi vuol «tirare dritto»

di Luciana Castellina

«Tireremo dritto». Questa, esattamente come tre anni fa - quando a bocciare la Costituzione furono francesi e olandesi - la risposta che i leaders di tutta Europa (italiani inclusi) hanno dato al nuovo «no» degli irlandesi. Che si sono pronunciati così nonostante sia stato loro sottoposto un testo meno ambizioso, frettolosamente arrangiato a Lisbona, nella speranza di far creder agli scettici che si trattasse di una minestra diversa da quella rifiutata.

Andranno dunque avanti come stabilito, insensibili al non trascurabile particolare che la ratifica del Trattato è sì stata approvata da 18 stati membri, ma sempre e solo dai rispettivi parlamenti e generalmente senza che i cittadini ne sapessero poco più che niente, mentre questa Unione Europea non passa l'esame proprio ogni volta che a votare è direttamente il popolo via referendum.

Come tre anni fa, anche questa volta, i renitenti sono stati accusati di tradimento e di ignoranza: come non capire l'afflato ideale di quei 418 articoli fitti di indicazioni sulla circolazione di merci servizi e capitali?

Per gli irlandesi, poi, c'è un'aggravante: sono anche ingrati. Hanno mangiato a ufo tutti questi anni, ottenendo più vantaggi da Bruxelles di chiunque altro, tanto da balzare da un reddito procapite inferiore alla media europea addirittura al secondo posto: e non si sono contentati.

Non basta, evidentemente. Ed è singolare che non si consideri proprio questo dato un aggravante: che se l'Unione non piace nemmeno a chi ne ha più beneficiato, vuol dire che il disamore deve essere davvero profondo. Vuol dire che un'Europa sempre più allineata alla globalizzazione, priva di una propria specifica ragion d'essere, a rimorchio degli Stati Uniti su guerre e ideologia, non è roba che fa sentire europei.

Agli irlandesi che hanno il beneficio di esser ancora neutrali, costa oltretutto anche più cara: li trascina nella costruzione di eserciti europei della cui autonomia politica dalla Nato c'è di cui dubitare.

Di particolarmente europeo rischia oggi di esserci piuttosto un tratto peggiorativo: la progressiva erosione della democrazia che stiamo vivendo e che costituisce, non a caso, uno dei principali motivi di diffidenza dei cittadini verso le istituzioni europee, dove del resto ormai esplicitamente si teorizza la necessità di passare a una democrazia (persino) post-parlamentare, perchè i problemi posti dalla globalizzazione sarebbero oramai tanto complessi da esigere una crescente dose di delega ai gestori amministrativi.

Del resto a leggere i commenti al voto irlandese risulta davvero imbarazzante l'assenza di ogni riflessione sul distacco che ormai si registra fra pronunciamenti dei parlamenti e pronunciamenti diretti, via referendum, dei cittadini.

La prima e più urgente cosa che occorre dire, e anzi, ripetere, è che si deve adesso andare a una vera fase costituente europea, non a un nuovo esercizio di ingegneria istituzionale, pratica in cui l'Unione eccelle. Per riproporsi l'interrogativo di fondo: a che serve un'Europa clone del mercato globale, che non riesce a rappresentare una qualche specifica diversità, in grado di reinverare quanto di meglio c'è nella nostra tradizione democratica e sociale? Anzichè tirare dritto, meglio una pausa di riflessione. Anche per la sinistra che, o è stata piattamente e acriticamente europeista, o , pur essendo critica, si è scordata di considerare seriamente il p

Berlusconi è intenzionato a dimostrare che – per governare la crisi italiana, come vuole che noi l’immaginiamo – è costretto per necessità a separare lo Stato dal diritto, la decisione dalla legge, l’ordine giuridico dalla vita. Come se il Paese attraversasse una terra di nessuno.

Così critica, oscura e sinistra da rendere urgente e senza alternative un potere di regolamentazione così esteso da modificare e abrogare con decreti le leggi in vigore. Con il «decreto sicurezza» (alla voce immigrati) e con il «decreto Napoli», è stato chiaro che Berlusconi intende muoversi in uno «stato di eccezione». Ha deciso di esercitare il suo potere secondo un tecnica che gli impone di creare – volontariamente e in modo artefatto – una necessità dopo l’altra, giorno dopo giorno, quale che siano le priorità più autentiche e dolorose del Paese. Nonostante quel che si può pensare, infatti, la necessità non è una situazione oggettiva, implica soltanto un giudizio o una valutazione personale. In fondo, sono straordinarie e urgenti soltanto le circostanze definite tali: quel che, come tali, definisce il Cavaliere.

Il quinto consiglio dei Ministri del Berlusconi IV ha dichiarato l’assoluta necessità di ridimensionare l’azione dei giudici; di limitare il diritto di cronaca; di declinare le ragioni dello Stato con l’esibizione, la forza, le armi dell’Esercito. E’ finora il caso più emblematico ed esplicito di quel che abbiamo definito la «militarizzazione della politica». Non è mai avvenuto in Italia che i soldati fossero chiamati a far fronte all’ordine pubblico o al controllo delle città. Nemmeno nei terribili mesi che seguirono alla morte di Falcone e Borsellino, all’aperta sfida lanciata contro lo Stato dalla Cosa Nostra di Totò Riina. In quell’occasione, l’Esercito si limitò a proteggere, con "posti fissi", gli edifici pubblici e i luoghi "sensibili" liberando dall’impegno non investigativo le forze di polizia. La decisione del governo di «parificare» 2.500 soldati «agli agenti di pubblica sicurezza» con «compiti di pattugliamento e perlustrazione» delle città inaugura una nuova, inedita stagione. Evocando ragioni (necessità) di «ordine pubblico» e «sicurezza» avvicina, sovrappone il diritto alla violenza. Assegnata all’Esercito, altera il suo segno la funzione amministrativa della polizia, chiamata a rendere esecutivo il diritto. Quella funzione e presenza si fa intimidazione. Non solo per chi trasgredisce, ma per tutti coloro che non credono «democratico» che il governo sostenga le sue decisioni con la violenza. Nello slittamento del legittimo esercizio del potere verso un arbitrario diritto della forza, come non avvertire il rischio che chiunque dissenta sia considerato un "criminale" perché avversario di una «decisione assoluta» che sola può assicurare la «governabilità» e l’uscita dalla crisi? Non è questa l’idea politica, il paradigma di governo, addirittura il fondo sublogico che consiglia a Berlusconi di intervenire anche contro la magistratura limitando l’uso delle intercettazioni o contro l’informazione, promettendo il carcere a chi pubblica il testo o il riassunto di "un ascolto"?

Magistratura e informazione, i due ordini che, in un’equilibrata architettura di checks and balances, sono le istituzioni di controllo dei poteri, diventano in questo quadro i pericolosi agenti attivi e degenerati del declino da affrontare. «Nemici», perché impediscono al sovrano di governare, perché sorvegliano le sue decisioni e quella vigilanza è un ostacolo che crea uno status necessitatis, l’urgenza di un provvedimento legislativo che Berlusconi avrebbe voluto con immediata forza di legge. E’ stato costretto a una marcia indietro dal capo dello Stato e, dalla Lega, a una correzione che autorizza le intercettazioni anche per i reati contro la pubblica amministrazione. Ma il disegno di legge, se non sarà corretto in Parlamento, dissemina l’iter investigativo e la sua efficacia di intralci, intoppi, legacci, esclusioni, vuoti, bizzarri obblighi (se l’indagato è un vescovo bisognerà avvertire il segretario di Stato vaticano, cioè il ministro di un altro Stato). Sono ostacoli che salvaguardano le pratiche più spregiudicate dei colletti bianchi, rendono più fragile la sicurezza dei più deboli, senza proteggere davvero alcuna privacy. I corifei del sovrano diffondono numeri farlocchi sul passato, mai spiegano perché non chiudono le falle nella rete dei gestori di telefonia, venute alle luce con l’affare Telecom. Né svelano all’opinione pubblica come e se daranno mai conto dell’uso delle «intercettazioni preventive» che oggi, al di fuori del processo penale e di ogni tipo di controllo giurisdizionale, possono essere effettuate dalle polizie e, dal 2005, anche dai servizi segreti su delega del presidente del Consiglio con l’autorizzazione del procuratore presso la Corte d’Appello.

Non è la privacy del cittadino che interessa a Berlusconi. Gli interessa soltanto la sua privacy e la sua immagine, l’annullamento di un paio di conversazioni con Agostino Saccà, l’oblio di altre in cui di lui si parla. Intende creare una sorta di «diritto positivo della crisi» che impone al giudice di che cosa occuparsi in ossequio alla funzionalità della decisione politica, presentata come necessaria e univoca. Vuole giornalisti silenziosi, intimiditi dalla minaccia del carcere. Vuole editori spaventati dalle possibili, gravi penitenze economiche.

Il soldato come questurino, il giudice come chierico, il giornalista come laudatore sono le tre figure di una scena politica che minaccia di trasformare radicalmente la struttura e il senso della nostra forma costituzionale. Sono i fantasmi di un tempo sospeso dove il governo avrà più potere e il cittadino meno diritti, meno sicurezza, meno garanzie.

Affari & Finanza

Cantiere Italia, i soldi e i sogni

di Adriano Bonafede

C’è di tutto e per tutti: autostrade, ponti, linee ferroviarie ad alta velocità, superstrade, persino dighe. Se si dovesse prendere alla lettera il programma enunciato da Berlusconi durante la campagna elettorale, l’Italia si dovrebbe trasformare, da Nord a Sud, in un immenso cantiere. Del resto i piani d’investimento ci sono, molte opere considerate fondamentali sono già state iniziate o sono sulla rampa di lancio. A questo punto basterebbe soltanto dare una spinta, mettere sul piatto più soldi e, soprattutto, velocizzare il tutto: proprio quello che i costruttori si aspettano adesso dal nuovo presidente del Consiglio e dal governo.

A dare un’occhiata alle opere in corso di realizzazione o di progettazione, balza agli occhi il gigantesco sforzo finanziario pensato, se non proprio messo in atto, dallo Stato e dalle sua varie articolazioni, dall’Anas alle Ferrovie, dalle regioni alle concessionarie autostradali. Ci sono in ballo decine di miliardi di euro per oltre 40 opere ritenute prioritarie che dovrebbero essere ultimate, secondo il "Primo programma delle infrastrutture strategiche", da qui al 20142016, con punte anche nel 2017.

Il tanto chiacchierato Ponte sullo Stretto, con una previsione di costi per 6,10 miliardi (ma il prezzo dell’acciaio è tanto lievitato in questi ultimi mesi da rendere questa cifra ormai solo indicativa), non è l’opera più faraonica in programma. Ad esempio, la ‘dorsale jonica, la SS106, ha un budget di costi stimati in 15,3 miliardi per 491 chilometri. C’è poi la tratta ferrovia ad alta velocità MilanoTorino, da ultimare entro il prossimo anno, il cui costo è stimato in 7,78 miliardi. Di poco inferiore l’impegno finanziario previsto per l’autostrada SalernoReggio Calabria, 7,57 miliardi.

Tra le opere in programma di cui si è parlato molto sui giornali in questi anni c’è il sistema Mo.Se. di dighe per bloccare l’acqua alta a Venezia (costo stimato 4,27 miliardi), da ultimare entro il 2012. E c’è la Pedemontana Lombarda, un lavoro che dovrebbe costare alla collettività 4,66 miliardi. L’alta velocità ferroviaria la fa da padrona: ci sono varie tratte (MilanoBologna, MilanoVerona, BolognaFirenze, MilanoGenova, tanto per citarne alcune) ciascuna delle quali vale intorno ai 5 miliardi. Il ‘corridoio 5’ europeo, ovvero La TorinoLione, ha un costo stimato in 4,7 miliardi.

Insomma, a guardare sulla carta l’Italia sembra tutta un cantiere. I colossi italiani del settore, a cominciare da Impregilo e Astaldi, e dalle imprese che fanno capo alla Lega Coop riunite nel Consorzio Ccc, hanno le mani in pasta un po’ ovunque. Le alleanze sono ‘ a geometria variabile’, e qualche volta le imprese che si contendono un’opera con una guerra all’ultimo prezzo si ritrovano a collaborare in altri frangenti.

Impregilo, ad esempio, ha vinto di recente la gara per la Pedemontana Veneta (un lavoro da sempre caldeggiato dalla Lega Nord) proprio contro le cooperative riunite nel Consorzio Ccc. Ma sul passante di Mestre le due imprese sono tranquillamente socie come se niente fosse. E sul Ponte di Messina, che ancora deve cominciare, c’è, insieme a Impregilo, anche la Cmc (una delle principali imprese della Lega Coop). Ancora il Ccc è in società al 50 per cento con Pizzarotti sulla Brebemi (autostrada BresciaBergamoMilano), mentre Pizzarotti è socio di Impregilo sulla Pedemontana Lombarda. Astaldi è socia di Impregilo sulla Pedemontana Lombarda ma sulla linea C della metropolitana di Roma è general contractor. Condotte privilegia molto il rapporto con Impregilo, di cui è socia nei raggruppamenti di imprese per due lotti della SalernoReggio Calabria e per il Ponte di Messina.

Dunque tutte le imprese sono posizionate, come i concorrenti prima di una gara, per la ripartenza delle opere pubbliche. Il governo Berlusconi deve ora reimpostare le priorità e, si sa, ha gusti diversi rispetto all’esecutivo Prodi. Intanto, per prima cosa, ha annunciato la ripresa del Ponte sullo Stretto. Cosa che ha fatto immensamente piacere al trio Salvatore LigrestiMarcellino Gaviofamiglia Benetton che insieme controllano Impregilo, l’impresa che aveva vinto la gara poi congelata dal governo di centro sinistra.

Il ritorno di Berlusconi ridisegna di fatto la mappa del potere nel mondo delle costruzioni. Ligresti e Gavio, non è un mistero, avevano salutato il possibile ritorno del Cavaliere al governo, già prima delle elezioni politiche, con grande entusiasmo. Il perché è presto detto: oltre alle grandi opere in cui Impregilo è coinvolta, i due hanno separatamente molti altri interessi da soddisfare. Ligresti ha, tramite Immobiliare Lombarda (controllata da FondiariaSai) una serie di investimenti da fare a Milano, che ora saranno moltiplicati per quattro dopo l’annuncio di Expo 2015. Un governo amico sarà di giovamento. La stessa cosa può dirsi per Marcellino Gavio, che tramite le sue concessionarie autostradali (la MilanoTorino in primo luogo) e le sue società di costruzione (tra cui la Grassetto che un tempo fu di Ligresti) potrà ricevere benefici dalla ‘sintonia’ con il nuovo governo.

Oggettivamente il mondo della cooperazione non sembra avvantaggiato dal governo Berlusconi, che nell’esperienza precedente tra il 2001 e il 2006 aumentò la tassazione su questo genere di imprese. Ma il nuovo clima bipartizan promette bene. Non sembra più il tempo per guerre di questo tipo. Anche perché le cooperative sono presenti massicciamente nelle opere infrastrutturali del centro nord. Condotte, invece, attraversa per conto suo un momento difficile: mentre era in corso un complesso piano di ristrutturazione, sono arrivati dei problemi sul fronte giudiziario. La Todini, guidata dalla spumeggiate Luisa Todini, è ora impegnata nella Variante di Valico FirenzeBologna, che sarà finita entro il 2011 per un costo stimato di 3,12 miliardi.

Astaldi è in questo momento, e come molte altre imprese di costruzione, più impegnata all’estero che in Italia: circa il 62 per cento del fatturato. Ma resta la speranza di una ripresa delle grandi opere nel nostro paese: infatti se si guarda il suo portafoglio lavori, si scopre che per il 60 per cento è ancora concentrato in Italia.

Questo però significa una cosa sola: all’estero i lavori si prendono e si portano a termine, in Italia si prendono ma sembrano non finire mai. «È questo il vero problema dell’Italia spiega Paolo Buzzetti, presidente dell’Ance le opere cominciano ma non si va avanti se non molto, troppo lentamente. Da una nostra indagine risulta che per gli appalti oltre 50 milioni di euro ci vogliono in media 67 anni per finire mentre in Gran Bretagna ne bastano 23. È il momento di dare una svolta. Le decisioni devono essere prese in tempi rapidi, e i progetti devono essere fatti meglio: sono quasi sempre sbagliati perché sono degli schemi di massima».

Insomma, i lavori pubblici italiani sono come delle ouvertures a cui non segue mai la sinfonia vera e propria. «C’è tanta carne al fuoco, ma il fuoco è basso», dice Piero Collina, presidente del Consorzio Ccc. «La storia dei nostri appalti è fatta di lungaggini burocratiche, di ricorsi su ricorsi, di continui stop and go dovuti anche alle resistenze locali».

I costruttori riconoscono che il primo Berlusconi, con la Legge Obbiettivo, ha fatto qualcosa per velocizzare le procedure. Ma non è bastato, e ora più che mai non basta più. «Su project financing (finanziamento privato dei progetti, NdR) dice Romano Galossi, membro di presidenza dell’Ancpl e sull’offerta economicamente più vantaggiosa vanno fatti degli immediati aggiustamenti».

Ma, oltre alle procedure e alle lungaggini da correggere, c’è anche un molto più semplice problema di soldi. Ci sono davvero? Ai costruttori corre un brivido su per la schiena: sarà che Berlusconi vuole rilanciare i grandi lavori, ma al momento ha stornato i fondi inizialmente destinati al Ponte sullo Stretto (e che il governo Prodi aveva poi assegnato ad altre infrastrutture nel Sud) a coprire lo sgravio Ici sulla prima casa. Insomma anche i costruttori vedono che le casse dello Stato sono messe male. Non c’è dubbio: c’è ancora uno scarto fra i sogni degli imprenditori e la realtà. Chissà se Berlusconi saprà davvero colmarlo.

la Repubblica

Superstrade, dighe e cantieri eterni ecco l´Italia delle opere incompiute

di Davide Carlucci



MILANO - La grande scritta "vergogna" sul cavalcavia è stata cancellata. Ma il completamento della superstrada della val Camonica non è ancora ripartito. Fermo dai tempi di tangentopoli: fu un ministro di quell´era, il bresciano Gianni Prandini, a volerla e fu una storia di mazzette a inguaiare la ditta costruttrice a bloccare i lavori. Era il 1992 e quattro anni dopo il sottosegretario Antonio Bargone previde la conclusione dell´opera nel 1998. Dieci anni dopo è successo di tutto - anche la morte di un camionista, nel 2005, per il crollo della rampa di un viadotto - ma di cantieri riaperti nel tratto tra Capodiponte e Forno Aglione neanche a parlarne. «La ripresa era annunciata prima per l´autunno, poi per la primavera - dice Guido Cenini, di Legambiente - l´estate è alle porte e siamo ancora con i camion e le auto incolonnate che passano davanti alle case, causando un inquinamento pazzesco. E dire che siamo partiti, negli anni Sessanta, con l´idea di un´autostrada che doveva collegare il Bresciano con la Germania... ».

Ma siamo in Italia, la nazione delle incompiute, imprese ambiziose che al dunque non arrivano mai. Tormentoni che si rinnovano a ogni campagna elettorale: la chiusura dell´anello ferroviario di Roma, era d´attualità già nel 1993, quando Francesco Rutelli si candidò per la prima volta a sindaco ed è tornata a esserlo quest´anno. Progetti immaginifici, come la "strada dei due mari": dovrebbe collegare il Tirreno all´Adriatico ma si riduce a rari brandelli di strada a quattro corsie tra Fano e Grosseto. Di eterni cantieri è piena la Calabria, dalla mai abbastanza vituperata (dagli automobilisti) Salerno-Reggio Calabria, alla statale 106 che porta a Taranto lungo lo Ionio. Un monumento allo spreco è la diga sul Menta, pensata nel 1979 per dare acqua a Reggio, lavori iniziati nel 1985, costi sestuplicati rispetto al progetto originario, completamento previsto nel 2011 e tutti che ancora si chiedano se serva davvero. Asciutto anche l´invaso del Pappadai, in Puglia, in costruzione dagli anni ‘80, costato già 400 milioni di euro. Il primato però è della Sicilia: le opere interrotte risultano 168 su un totale di 357 censite in tutt´Italia. E solo a Giarre, se ne contano ben 12, dalla piscina olimpionica al teatro comunale.

Ovunque va lentissima l´alta velocità ferroviaria: non solo in val di Susa, ma anche tra Milano e Novara, tra Firenze e Bologna (con l´incognita del sottoattraversamento del capoluogo toscano) e tra Genova e Milano, dove un´inchiesta giudiziaria terminata con una prescrizione - erano coinvolti il senatore Pdl Luigi Grillo e il costruttore Marcellino Gavio - ha contribuito ad allungare i tempi. Sorte comune a tantissime altre opere, come la linea 6 della metropolitana di Napoli, ferma anch´essa dai tempi di Tangentopoli e inaugurata solo in parte. Ma a Napoli sono fermi da tempo immemore anche la bonifica dell´area ex Italsider di Bagnoli, la cittadella della polizia e l´ospedale del mare nel quartiere Ponticelli-San Giovanni. L´elenco delle strutture sanitarie o assistenziali mai finite - o in grave ritardo nei lavori, come l´ospedale di Cona, inaugurato nel 1990 da papa Giovanni Paolo II, e l´orfanotrofio di Vercelli, inaugurato dopo 33 anni - in Italia, è lunghissimo. E tra le opere lasciate a metà c´è anche un borgo: Consonno, nel Comasco, doveva essere una specie di Disneyland. Ora è un paese fantasma.

la Repubblica

L’ospedale-scandalo in costruzione da 50 anni

di Giuseppe Caporale

È un palazzo di cinque piani in costruzione dal 1958 ma che non è mai stato aperto. Lo Stato, per questo ospedale, ha già speso oltre venti milioni di euro. Non solo, ogni anno l´Azienda sanitaria locale investe altri soldi per adeguare la struttura ai cambiamenti delle normative, per sostituire gli impianti che con il tempo, nel corso di questi 50 anni, si sono ovviamente deteriorati.

Eppure, l´ospedale Padre Pio (questo il nome voluto dal sindaco Giovanni Palumbo nel 1997 con tanto di cerimonia solenne) non è mai entrato in funzione. Vuoi per i parametri dei piani sanitari regionali, vuoi per gli eterni ritardi nei lavori. Persino ora, la Asl e la Regione continuano a stanziare fondi: da pochi giorni hanno deliberato altri quattro milioni di euro per l´ulteriore messa a norma. La quarta. Il nuovo sindaco in scadenza di mandato, Donato Agostinelli (Udeur), promette che questa sarà la volta buona.

Si muore maledicendo l´ospedale della vergogna, a San Bartolomeo in Galdo, nel beneventano. Qui, nella valle del Fortore, si vive nel terrore di aver bisogno dello Stato, di aver bisogno dell´ospedale. Quando scatta l´emergenza è un terno al lotto. Una corsa contro il tempo che quasi nessuno riesce a vincere. Troppo lontano il 118 (impiega almeno 30 minuti solo per arrivare), troppo lontani gli ospedali (Lucera a 45 minuti, Campobasso a 50 minuti, Benevento a 90 minuti di distanza). E così, lungo il tragitto, si muore. Per un infarto lieve o per un incidente che altrove sarebbe banale.

Ma l´assurdo di questa vicenda è che qui l´ospedale c´è, eccome.

La prima pietra fu posizionata nel 1962 dall´allora sindaco Aldo Gabriele. I lavori furono ultimati intorno alla metà degli anni settanta, dopo una prima catena di ritardi, dovuti anche ad un terremoto. I nostalgici ricordano ancora la prima clamorosa protesta, quella del "comitato di agitazione permanente", che nel 1980 inviò oltre mille cartoline all´allora presidente della Repubblica, Sandro Pertini, per chiedere l´immediata apertura della struttura. Seguì un corteo con le bandiere di tanti partiti di allora: pci, dc, psi. Poi più nulla. Tanti padrini politici, tante promesse, ma la struttura non è mai entrata in funzione. Una settimana fa l´ultimo decesso per colpa dell´ospedale della vergogna (una mamma con tre figli piccoli, morta per un problema cardiaco). E questa volta il grido di dolore e rabbia, è arrivato dal parroco del paese, don Franco Iampietro. «Basta… Sono stanco di accompagnare al cimitero persone che hanno l´unica colpa di essere nate qui», ha scritto il parroco in una lettera aperta alle istituzioni «l´ospedale mai aperto è un vuoto monumento alla disonestà e all´incapacità di chi ne è stato, e ne è l´artefice. Cosa deve fare questa gente per farsi ascoltare? Deve organizzare una rivolta?». A rispondere, l´attuale sindaco Agostinelli. «Apriremo nel 2009 ma sarà un country hospital: ci saranno due ambulanze per l´emergenza, guardia medica, e ottanta posti di riabilitazione gestiti da un privato». Ma non ci sarà il pronto soccorso. E così, lo Stato prima ha impiegato 50 anni per costruire un ospedale, e ora che potrebbe entrare in funzione, ha deciso che non serve più. Va riconvertito, non sarebbe economico. E nella valle del Fortore si continua a morire, maledicendo quel monumento allo spreco e alla vergogna.

Milano Se il dialogo sulla legge elettorale tra Walter Veltroni e Silvio Berlusconi ha frenato di fronte alla seconda bozza Bianco e poi si è fermato al precipitare della crisi di governo che pure ha provocato, in quel di Segrate il Partito democratico e Forza Italia vanno a braccetto da un bel po'. Anzi adesso addirittura si tengono per mano.

Arrivare al grande idillio è stato semplice: da un lato il sindaco forzista Adriano Alessandrini aveva da tempo intenzione di smarcarsi dai riottosi alleati, in particolare la Lega nord, che aveva mal digerito l'approvazione da parte della giunta dell'edificazione di un nuovo centro commerciale; dall'altro il neopartito veltroniano non ha mai nascosto il fastidio di un'alleanza con i partiti della sinistra alternativa, tanto che a fine novembre sul blog del Partito democratico segratese è uscito un intervento del coordinatore del Pd per l'area Milano sud Augusto Schieppati dal più che mai esplicito titolo «Sinistra radicale nun te reggae più».

E allora pochi giorni fa, il 16 gennaio, i gruppi consiliari di Forza Italia, Alleanza nazionale e Partito democratico hanno sottoscritto un documento, un accordo di legislatura, in base al quale le tre forze politiche si impegnano a lavorare insieme. Dando totale fiducia al sindaco forzista, visto che nel preambolo si legge che le forze politiche sottoscrittrici «constatano che non esistono rilevanti differenze per quanto riguarda le impostazioni programmatiche relative alle grandi tematiche che riguardano la città», «rilevano che occorre il formarsi di una collaborazione pragmatica e non ideologica tra le forze politiche responsabili presenti in consiglio comunale» e, dulcis in fundo, «concordano nel superare le logiche di schieramento e di condividere il programma del sindaco, opportunamente aggiornato e arricchito con alcune istanze e priorità portate avanti dai sottoscrittori e in particolare dal Partito democratico». Et voilà, l'inciucio è servito. Certo, in cambio di questa sua «genuflessione» al sindaco, il Partito democratico ottiene la possibilità, insieme a Forza Italia e An, di «concordare la definizione di una nuova compagine di giunta, al fine di attuare le indicazioni programmatiche sopra indicate». Che, tradotto dal politichese, vuol dire che il Pd avrà un assessore, e i bene informati dicono sia proprio quello Schieppati che già da tempo «nun reggae più» la sinistra alternativa.

La «grosse coalition» in salsa lombarda lascia tuttavia strascichi e malumori sia a destra che a sinistra. La Lega ha già fatto sapere che se la firma del protocollo sarà il primo passo per far fuori i lumbard dalla giunta, allora il Carroccio metterà in discussione tutte le realtà della provincia milanese dove il centrodestra governa con l'aiuto della lega. E da sinistra arrivano strali contro «l'inaccettabile inciucio» dalla coordinatrice provinciale milanese di Sinistra democratica Chiara Cremonesi, che accusa il Pd di «aver tradito il patto con gli elettori del centrosinistra», e dai Verdi regionali, che parlano di «sciagurato accordo per la condivisione e la spartizione del potere e della speculazione edilizia per cementificare la cittadina».

Se si pensa che la Lombardia è stata in tempi passati anticipatrice di quanto sarebbe accaduto poi a livello nazionale (senza andare a Depretis e al trasformismo basta pensare al craxismo degli anni Ottanta e all'accordo forzista con la Lega nel decennio successivo), è facile immaginare cosa potrebbe accadere da qui a poco in Italia. Del resto, il luogo è anche altamente simbolico: Segrate, cittadina di oltre 30mila abitanti nell'hinterland milanese, ha visto nascere Canale 5, Publitalia e l'impero mediatico del Cavaliere. E, sulla strada Rivoltana che tange la cittadina, giusto lo scorso anno è stata rimessa a nuovo la sede storica della Mondadori, che Berlusconi si è conquistato al termine di una lunga battaglia legale nota alle cronache più giudiziarie che culturali come la guerra di Segrate. In più, in un paesino vicino, c'è un parco giochi chiamato «Minitalia»: i bambini possono vedere tutte le bellezze del nostro paese in miniatura. E i loro genitori possono ammirare in consiglio comunale il «piccolo inciucio», in attesa che prenda forma quello grande, a Roma.

Nota: si può anche perdonare, a questo interessante articolo tutto sommato più attento alla politica politicante che al territorio su cui si esercita, lo svarione di collocare il parco a tema Minitalia "in un paesino vicino" a Segrate. Per la cronaca e la coerenza con i temi di questo sito, precisiamo che Capriate si trova a diversi svincoli autostradali di distanza, oltre il fiume Adda e in provincia di Bergamo. Per chi vuole andarci a fare inciuci, quasi di fronte al casello autostradale e al parco a tema c'è il comodissimo "Gugliel Motel" (f.b.)

Il Gazzettino di Venezia

I costruttori veneti: aboliamo le Province. All'assemblea regionale appelli per una nuova organizzazione del territorio: «Ridurre i livelli decisionali»

Dàgli alle Province. Confindustria, Ance (l'associazione dei costruttori edili) e sindaci del Veneto sono compatti nel chiedere una riforma profonda del sistema di amministrazione. Il sindaco di Venezia Massimo Cacciari durante l'assemblea regionale dell'Ance ieri al terminal marittimo ha colto il nocciolo della questione: «Non ha più senso parlare di "città"; viviamo in un territorio policentrico dove Treviso, Venezia, Padova e Vicenza, fino a Belluno, Verona e Rovigo sono quartieri di una stessa metropoli grande un terzo di Shanghai. Davanti a trasformazioni epocali le strutture istituzionali non possono restare quelle di duecento anni fa: deve cambiare anche il punto di vista amministrativo perché altrimenti sarà impossibile una buona amministrazione».

Il dibattito con i sindaci dei capoluoghi (assenti solo quelli di Padova e Vicenza, Zanonato e Variati) ha indicato le priorità da condividere con i costruttori: realizzare infrastrutture necessarie a un diverso e più attuale sviluppo urbanistico, recuperare gli immobili in disuso nei centri cittadini, migliorare la qualità coltivando "l'economia del bello" e sconfiggere la "sindrome del cemento" avviando «una nuova fase del fare e non solo del conservare». Tutto ciò si può realizzare solo ampliando il coordinamento tra le varie città senza per questo privarle della propria identità.

«Abbiamo un bisogno terribile di infrastrutture - ha incalzato il presidente dell'Ance veneta, Stefano Pelliciari -: servono per se stesse, ma anche per lo sviluppo del territorio e la pianificazione territoriale. Siamo indietro di tantissimi anni: almeno una ventina. Il piano regionale di sviluppo dovrebbe servire proprio a pianificare ed è importantissimo il grosso sforzo della Regione. Ma ci auguriamo che abbia un seguito concreto, con la realizzazione di infrastrutture: dalle strade, alle ferrovie, ma anche alle reti di collegamento dati, agli impianti di smaltimento dei rifiuti e di produzione di energia». L'Ance ha rinnovato un'accordo di collaborazione con Confindustria veneta, rafforzandolo anche dal punto di vista economico. Il primo obbiettivo è ottimizzare le competenze: «All'Ance spetteranno soprattutto le questioni relative a urbanistica e territorio». Il secondo, avere una sola voce nei rapporti con la politica. Tasto dolente, sul quale è ritornato il presidente di Confindustria veneto, Andrea Riello, evidenziando che nell'assemblea di ieri il confronto è stato fatto «con i sindaci e non con i presidenti di provincia: abbiamo anticipato ciò che tutti si augurano sia il futuro. Bisogna ridurre i livelli decisionali». Abolendo, appunto, le Province.

A. G.

La Repubblica. Milano

Lombardia a statuto speciale

di Andrea Montanari

La Lombardia a statuto speciale per l´Expo del 2015. Sarebbe questa la richiesta forte che Roberto Formigoni invierà oggi al nuovo governo, nel giorno del via libera del consiglio regionale al nuovo statuto della Lombardia. Un lavoro bipartisan che non finisce certo con l´approvazione della nuova carta regionale che pur definisce la Lombardia «come regione autonoma». Semmai un nuovo un punto di partenza. Più autonomia per sfruttare a pieno le potenzialità dell´Esposizione universale, la realizzazione delle infrastrutture e per cogliere tutte le opportunità che si apriranno per il sistema economico e territoriale lombardo. Due le priorità tra le altre. Il federalismo fiscale e differenziato entro l´estate e la ripresa della trattativa interrotta bruscamente con la fine anticipata della scorsa legislatura sulle 12 materie sulle quali il Pirellone chiede allo Stato di avere la competenza esclusiva o concorrente. Dall´ambiente, ai beni culturali, dall´organizzazione sanitaria, alla comunicazione, alla protezione civile, alla previdenza, alle infrastrutture, alla ricerca, innovazione e università, alla cooperazione transfrontaliera fino alle casse di risparmio rurali e regionali. Concentrandosi soprattutto su quelle che rappresentano la concretizzazione del federalismo. Come le infrastrutture e l´istruzione.

«Una giornata storica» la definisce già il presidente del consiglio regionale leghista Ettore Albertoni. Un lavoro condiviso anche dal Partito democratico durato mesi, che pone la Lombardia all´avanguardia e non solo in Italia. Il testo entrerà in vigore a metà settembre, salvo entro 30 giorni 300mila cittadini chiedano il referendum. «Con questo testo - spiega Giuseppe Adamoli, presidente della Commissione statuto del Pd - la Lombardia è in grado di esercitare non solo le funzioni standard delle altre regioni, ma anche quelle più ampie che attendiamo che il Parlamento e il governo ci assegnino nel più breve tempo possibile».

Sessantacinque articoli, che contrariamente ad altre regioni lasciano invariato a 80 il numero dei consiglieri, che però dovranno rappresentare tutte le province. Viene introdotta la mozione di sfiducia contro il governatore e la censura verso gli assessori. Riconosciute e garantite anche le pari opportunità tra uomini e donne in ogni campo. Tra i principi, il nuovo Statuto riconosce la persona «come fondamento della comunità regionale», si affermano «il diritto alla vita in ogni sua fase», la famiglia, il lavoro e l´impresa. Si riconoscono la «chiesa cattolica e le altre confessioni religiose», si perseguono tradizioni cristiane e civili e «la valorizzazione delle identità storiche e linguistiche presenti sul territorio».

L´obiettivo finale del Pirellone è quello di arrivare a una nuova concezione dello Stato, che riconosca nel cittadino il vero titolare della sua azione e dia pari dignità a tutte le componenti. Un traguardo reso difficile dai vincoli degli articoli 116 e 117 della Costituzione.

Un traguardo ambizioso, che è stato preceduto ieri da una giornata in cui la maggioranza ha ancora una volta scricchiolato sull´approvazione del piano cave dell´assessore lombardo all´Ambiente Marco Pagnoncelli. Dopo essere stato falcidiato da sette franchi tiratori leghisti, ben due riunioni dei capi gruppo e una della maggioranza durata oltre un´ora è stato nuovamente aggiornato, dopo che è mancato per ben due volte il numero legale sull´emendamento che chiedeva lo stralcio della cava di Caravaggio. Un progetto che non piace ai sindaci del cremasco e della bergamasca che temono danni al sistema idrogeologico, che hanno già annunciato ricorsi e non piace nemmeno a tutto il centrosinistra. «Formigoni farebbe bene a presentarsi oggi in aula con un nuovo assessore all´Ambiente» fa notare a fine giornata il verde bergamasco Marcello Saponaro.

Nell'icona: il Sacco di Roma in una miniatura francese del XV secolo (da Wikipedia)

A quaranta’anni dal terremoto del Belice (14 gennaio 1968 – 14 gennaio 2008) la ricostruzione continua a inghiottire risorse finanziarie e la mancanza di lavoro alimenta l’emigrazione: l’ultima finanziaria dello stato ha destinato alla ricostruzione 50 milioni di euro per la realizzazione di opere pubbliche e 100 milioni di euro per l’edilizia residenziale privata.

La storia infinita della ricostruzione del Belice è emblematica del fallimento delle politiche attuate dallo Stato a favore del Mezzogiorno e di quelle non meno fallimentari messe in atto dalla Regione Siciliana. Ma è anche emblematica del fallimento delle proposte di molti urbanisti e architetti, siciliani e non, che con maggiore o minore buona fede e con diversi gradi di coinvolgimento, si sono cimentati nella ricostruzione, disegnando piani territoriali, ideando nuove città, progettando architetture.

Riteniamo di avere individuato alcune circostanze e responsabilità che hanno condizionato negativamente la vicenda della ricostruzione. Esse riguardano la demolizione sistematica subito dopo il terremoto di un gran numero di edifici di interesse storico ed artistico, portata a compimento con troppa fretta per motivi di presunta pericolosità; la miopia dello Stato nell’impostare la politica di sviluppo del Belice con scelte verticistiche e modelli astratti; la voracità della Regione Siciliana nell’ampliare a dismisura le aree terremotate con la conseguente dispersione dei finanziamenti statali; il ricorso esagerato al trasferimento degli insediamenti in aree spesso molto lontane dalle città distrutte o danneggiate; l’utilizzazione di modelli urbanistici sovradimensionati ed estranei alla cultura insediativa locale per il disegno dei nuovi centri urbani; la megalomania e l’autoreferenzialità diffusa in molti degli architetti coinvolti, convinti che la qualità delle loro opere avrebbe creato magicamente spazi e ambienti attraenti e vitali; il meccanismo perverso di finanziamento e di esecuzione dei lavori pubblici, causa di tempi biblici di attuazione degli interventi; la leggerezza di alcuni sindaci, soddisfatti comunque di aprire qualsiasi cantiere per qualsiasi progetto.

Dopo il terremoto, le proposte di assetto territoriale della Sicilia occidentale furono orientate dall'analisi dei processi di spopolamento verificatisi nei centri più piccoli a favore dei centri medi come Sciacca e Castelvetrano. Si propose pertanto di aggregare gli insediamenti in conurbazioni di media dimensione, disposte lungo direttrici di sviluppo, ritenendo in tal modo di razionalizzare la dotazione di infrastrutture e attrezzature in funzione di bacini di utenza di ampiezza maggiore.

Lo sviluppo economico doveva essere assicurato da previsioni di insediamenti industriali, terziari, residenziali e turistici e da una grandiosa infrastrutturazione viaria. La risorsa dell'agricoltura, una delle poche presenti e radicate che poteva essere concretamente potenziata, fu del tutto trascurata: la soluzione dei problemi dell'irrigazione e la costruzione delle dighe sul Belice, di cui si era cominciato a parlare nel 1929, ripetutamente dibattuti e tenacemente rivendicati dalle forze popolari, non furono minimamente presi in considerazione. Tra le previsioni più cervellotiche anche quella di trasformare in porto industriale il porto peschereccio di Mazara del Vallo.

L’auspicato sviluppo industriale e turistico non si è realizzato, ma i criteri posti a base della pianificazione del territorio e della progettazione urbanistica delle nuove città hanno indotto un gigantesco spreco di suolo, foriero di sontuosi indennizzi per espropri sconfinati, hanno ipotizzato ciclopiche reti infrastrutturali e proposto attrezzature generalmente sovradimensionate e spesso destinate ad attività improbabili.

La ricostruzione è stata anche una straordinaria e tragica occasione che ha generato una mole sterminata di commesse pubbliche per urbanisti, architetti, ingegneri, in un arco temporale molto ampio e ha prodotto alcuni risultati dovuti alle prestazioni dei più noti progettisti italiani nel campo dell’urbanistica e dell’architettura (Giuseppe e Alberto Samonà, Ludovico Quaroni, Vittorio Gregotti, Tommaso Giura Longo, Carlo Melograni, Franco Berlanda, Franco Purini e tanti altri) che meriterebbero ulteriori analisi.

Ci sembra che l'errore più diffuso e praticato dalla committenza politica e dai progettisti, in tutte le fasi della ricostruzione, sia stato quello di proporre soluzioni urbanistiche e progetti architettonici senza porsi minimamente il problema della conoscenza della realtà sociale, economica e perfino fisica del territorio, e senza avvertire la benché minima necessità di formulare risposte che tenessero nella dovuta considerazione i problemi e le aspettative delle comunità locali. Anche se con motivazioni diverse si trattò di un atteggiamento comune, in momenti successivi, sia agli urbanisti che agli architetti, ai quali per altro la committenza pubblica non indicava percorsi e metodi più impegnativi.

Tra le infrastrutture viarie previste sono state realizzate solamente l’autostrada Palermo-Trapani (compreso il tratto tra Palermo e l’aeroporto), l’autostrada Palermo-Mazara del Vallo e la strada a scorrimento veloce Palermo-Sciacca. Quest’ultima, completata alla fine degli anni ’90, impiegando per la sorveglianza nei cantieri i soldati dell’operazione Vespri Siciliani, sembra l’opera più utile di tutta la ricostruzione perhè ha consentito al territorio del Belice di uscire da una condizione di oggettivo isolamento.

Oggi, nonostante gli scempi del terremoto e quelli provocati dall’opera dell’uomo, nonostante la perdurante presenza di ruderi e rovine, la valle sembra essere risorta come territorio agricolo produttivo intensamente coltivato a vigneti e oliveti, attento alle colture biologiche e costellato da insediamenti agrituristici. Altri segnali positivi vengono dalla nuova generazione di amministratori locali, che affrontano con coraggio e consapevolezza la gestione di un’eredità difficile rappresentata dai nuovi insediamenti con migliaia di case vuote, da centri storici ridotti a siti archeologici, da opere d’arte arrugginite, da ettari di suoli cementificati che costituivano le basi delle baraccopoli.

Comincia finalmente a emergere un progetto complessivo di sviluppo locale che cerca di riannodare i fili con le radici culturali delle comunità; l’apertura di un museo nel castello Grifeo, a Partanna, avvenuta nel dicembre 2007, è una significativa testimonianza di questo processo. Il superamento dell’assistenzialismo e l’avvio di un nuovo protagonismo produttivo sono leggibili anche nella realizzazione di un parco eolico che alimenterà le entrate dei comuni interessati e le inziative nel campo della raccoltà differenziata dei rifiuti, accolte dalla popolazione con favore e spirito di collaborazione.

Palermo 16 gennaio 2008

postilla

Il meccanismo del progettista o ahimé anche pianificatore "paracadutato" sul territorio locale, che opera senza particolari rapporti di scambio e interazione con il contesto sociale, introducendo modelli e metodi vuoi standardizzati, vuoi concepiti e sperimentati altrove, non è certo limitato all'esperienza della ricostruzione del Belice. Basta del resto scorrere la pubblicistica specializzata dell'epoca per verificarne anche una base, per così dire, "teorica", oltre che nelle pratiche professionali e decisionali. Vicende diverse, hanno modo di svilupparsi soprattutto là dove le reti sociali, economiche, di rappresentanza locale, hanno forza e volontà per imporsi e instaurare un conflitto produttivo con questo genere di "governo del territorio".

Solo per fare un esempio quasi contemporaneo all'inizio delle vicende della valle del Belice, qui su eddyburg nelle Pagine di Storia si vedano i primi testi relativi alla formazione del Parco del Ticino, dove il ceto medio lombardo emergente inizia ad esprimere in forme moderne questo tipo di conflittualità (f.b.),

Le chiamano archistar. Volteggiano fra aeroporti, molti dei quali hanno progettato, saltano da Occidente a Oriente, dal Pacifico all’Atlantico. Megalopoli e piccole città. Centri antichi e new towns. Ovunque possibile lasciano il marchio, una firma flessuosa e svolazzante. L’architettura come brand. La definizione di archistar, munita persino di copyright, si deve a due studiose italiane, Gabriella Lo Ricco e Silvia Micheli. Di archistar, di quegli architetti «che costeggiano i canali della moda, del design, dello spettacolo, del marketing e spesso cercano una scorciatoia verso una posizione riconosciuta, che li esima da una continuazione della ricerca», scrive Leonardo Benevolo, fra i padri riconosciuti della moderna urbanistica.

Contro le archistar e il loro sistema si scaglia Franco La Cecla, cinquantasettenne palermitano, architetto di formazione che poi ha virato verso gli studi antropologici (insegna al san Raffaele di Milano e al Politecnico di Barcellona, è stato professore a Parigi e a Venezia) e che ora ha scritto un pamphlet dallo stile impertinente e veloce che si intitola Contro l’architettura (Bollati Boringhieri, pagg. 117, euro 12). La Cecla ha lavorato con Renzo Piano e poi ha fondato un’agenzia per valutare l’impatto sociale delle opere di architettura, ciò che succede in una città in cui avviene una trasformazione urbana. Ed è stato impegnato in contesti molto diversi, da Tirana a Barcellona.

La Cecla, chi sono le archistar?

«Artisti al servizio dei potenti di oggi. Sono grandi, abilissimi professionisti addetti a stabilire trends, a stupire e richiamare il grande pubblico con trovate che hanno pochissimo di un edificio e moltissimo invece a che fare con una messa in scena. Costruiscono enormi cartelloni pubblicitari sedotti da un foglio accartocciato».

Lei si riferisce a Frank Gehry che, nel film a lui dedicato da Sidney Pollack, entra nello studio, appallottola un foglio di carta e dice ai suoi: «Voglio questo»? Il Gehry del Guggenheim di Bilbao?

«Così si vaporizza l’architettura, che diventa una specie di cipolla, solo strati, superfici e niente spazio: è più importante il packaging che non il prodotto. L’architettura è ridotta al rango di tessuto, perde la volumetria. Jean Nouvel promette superfici leggere, vetrate impalpabili, come a dire che l’architettura è solo bidimensionale, deve entrare nelle pagine di una rivista patinata».

Jean Nouvel e Frank Gehry sono considerati due fra i massimi architetti contemporanei.

«Sarà pur vero. Ma per quanto riguarda Gehry vada a leggere cosa scrive John Silber».

Silber è un critico?

«No, è un profano, ma è il rettore della Boston University. Ed è cliente di Gehry, il quale realizzando lo Stata Center, il cuore delle indagini scientifiche all’Mit, avrebbe, secondo Silber, completamente ignorato le esigenze dei ricercatori, inscatolati in spazi comuni, tutti trasparenze e lavagne curve, mentre quel tipo di procedimenti e di studi esigevano una certa intimità, compresa la possibilità di chiudersi una porta alle spalle».

Come ha reagito Gehry?

«Si è molto risentito. D’altronde ad architetti come lui importa poco che la gente non accetti. Ci si traveste subito da geni incompresi. È accaduto per Massimiliano Fuksas, al quale era stato chiesto, progettando il padiglione per il mercato di Porta Palazzo a Torino, di prevedere delle porte scorrevoli. Ma non c’è stato nulla da fare: l’opera d’arte è intangibile».

Torna il paragone con gli artisti?

«Le archistar sono artisti, ma in un senso rinnovato. L’architetto è un "trend setter", uno che lancia una tendenza. Rem Koolhaas ha aperto nuove direzioni al marketing di Prada. È diventato un guru di atmosfere, non ha fornito solo involucri, ma anche uno spirito tutto nuovo all’azienda di moda. L’archistar non lavora solo per la moda, diventa moda egli stesso, diventa logo, garanzia per poter firmare un negozio, ma anche un museo o un pezzo di città».

Rem Koolhaas non è solo moda.

«Assolutamente no. È forse lui che ha inventato la nuova maniera di essere architetti. È il più colto di tutti. Parla del capitalismo globale come Toni Negri. L’ho visto commentare accoratamente le scene di un caterpillar che demoliva le misere stamberghe di una bidonville con tanta gente che faceva appena in tempo a fuggire dalle baracche. Ma contemporaneamente costruisce grattacieli a Dubai, dove nella più totale ingiustizia distributiva e nella più ideologica imitazione dell’Occidente, si innalzano villaggi avveniristici, milioni di tonnellate di cemento per fare una Malibu nel Mar Rosso. Koolhaas usa la vecchia arma del "siamo realisti": visto che il mondo è così lasciate almeno che io lo descriva».

F orse l’architettura è pressata da corposi interessi - costruttori, immobiliaristi, grandi investitori. Deve contribuire a produrre profitti. Lei che dice?

«È vero, ma queste ragioni non spiegano tutto. Ci sarebbe da aspettarsi maggiore autocritica e invece è tutta una corsa ad accaparrarsi committenze in ogni angolo del pianeta».

Lei scrive che l’architettura non fa i conti con l’abitare, che «non sa nulla di quell’essenza propriamente narrativa di cui gli spazi sono fatti».

«Prenda l’esempio di New York. Mai come in questi anni a Manhattan si parla di architettura. Lavorano grandi architetti, da Renzo Piano a Gehry a Libeskind. Ma tutta questa effervescenza c’entra poco con la città, è un dibattito di vetrina che risponde alla trasformazione di Manhattan in un "marchio", in una piattaforma costellata di monumenti da consumare come l’intero sistema di shopping a cui New York sembra pericolosamente ridursi».

L’architettura non produce il senso della città, lei aggiunge, non crea le caratteristiche di attrattiva, di mescolanza, di urbanità...

«Caratteristiche che rivivono nel Bronx, mentre tramontano a Manhattan. Nel Bronx si trovano magnifiche architetture déco, boulevards, ma soprattutto un attaccamento al luogo rielaborato dalle comunità che vi erano e che vi sono insediate. Nulla di speciale, per carità, ma nel Bronx c’è più spazio pubblico di quanto ne abbia prodotto qualsiasi scatola di vetro e latta costruita a Manhattan».

È la seduzione dei luoghi di cui parla lo storico dell’architettura Joseph Rykwert?

«Secondo Rykwert, l’architettura può ancora essere il punto d’incontro di coloro che vogliono costruire una città più giusta. Ma altrove lo stesso Rykwert indica nell’incapacità di produrre simboli condivisi la principale carenza dell’architettura contemporanea. E fa anche un esempio specifico: il concorso per costruire a Ground Zero, la povertà di idee offerta anche da uno come Daniel Libeskind. Non si può immaginare che l’unico modo per aggregare una città ferita sia un banale "costruiamo come prima e più in alto ancora"».

A proposito, che cosa pensa dei tre grattacieli che dovranno sorgere a Milano nell’area dell’ex Fiera, uno dei quali firmato da Libeskind?

«Sono l’esempio di un’architettura autoreferenziale, che si cita reciprocamente. Sono un prodotto glamour, l’unico che si sia in grado di realizzare in una città che sembra una città di provincia».

Lei ha lavorato a Barcellona, chiamato da Josep Acebillo che dirige il piano per le trasfomazioni della città. Da quell’esperienza ha ricavato un’impressione contraddittoria. Perché?

«Barcellona attrae per la sua singolare maniera di vivere, per la socialità densa che esprime. Ricordo interi pomeriggi passati ad ammirare la semplicità dell’arredo urbano, la manutenzione di panchine e muretti, che erano uno dei punti di forza del piano di Oriol Bohigas. Ora la città sembra tornata a vecchie forme di nazionalismo catalano. Credo non ne possa più di quel cosmopolitismo che si è realizzato negli ultimi decenni e che i giovani di tutto il mondo ancora vanno a cercare».

Troppo turismo?

«Barcellona è visitata da cinquanta milioni di persone ogni anno. Si è superato un limite. E la città funziona in modo schizofrenico: la parte antica è un tritacarne di turisti, la parte ottocentesca ha alzato barricate contro i turisti. Non si è realizzato lo sposalizio fra le due anime. I risultati di quanto fatto in questi decenni sono ben visibili e di splendida qualità. Ma anche Barcellona rischia di diventare un logo. E se una città si trasforma in un logo è meglio andare a vivere altrove».

L’ambientalismo globale è contraddistinto da almeno queste cinque caratteristiche. Si occupa di tutto quanto riguarda la vita (qualsiasi forma di vita, non solo quella umana) fra il cielo e la terra. È un movimento propositivo, non negativo: ha in testa un progetto (circostanziato anche nei particolari) che si riferisce a un diverso modo d’intendere l’esistenza (anche in questo caso: umana, ma anche non umana). È assolutamente, radicalmente non violento. Nasce dal basso, si autorganizza, si diffonde a macchia d’olio: diffida delle leggi sulla partecipazione votate dalle assemblee elettive, perché ritiene che la vera democrazia sia quella del confronto, che c’è, quando tutti i soggetti che la praticano sono vitali (se no, comunque non c’è). Non è l’antipolitica, per cui avverte una sovrana estraneità, ma una forma nuova, inedita della politica; quella più vera e autentica, fatta fuori delle conventicole e del Palazzo.

Quando uno di questi punti non c’è o stenta a manifestarsi o è appena in embrione, allora siamo in presenza di fenomeni collaterali o deviati o degenerati. Vorrei esser chiaro e al tempo stesso non sfuggire alle difficoltà. Le manifestazioni popolari in Campania di questi giorni sono un’altra cosa. Anche lì, però, la «deviazione» e la «degenerazione» non vengono dal basso: vengono dall’alto. Una troppo lunga carenza dei poteri istituzionali produce mostri: ragioni innegabilmente legittime si mescolano a metodi inaccettabili; oppure: anche quel che c’è di giusto, - e io penso che ce ne sia, - appare deformato dall’insopportabile emergenza, non se ne riconosce più la fisionomia originaria.

Dunque (per così dire), sesta caratteristica: il neo-ambientalismo è profondamente autonomista; ma invoca al tempo stesso che tutte le istituzioni svolgano appieno e seriamente i loro compiti e funzioni. Si potrebbe dire: meno Stato - meno controlli, meno inter-mediazioni, meno trattativismo lobbistico e affaristico - nel libero gioco del confronto democratico; ma più Stato - almeno più controlli, più tutela, più verifiche e più progetto - nella gestione della cosa pubblica. Personalmente ritengo che la sfera dei cosiddetti «beni comuni» non possa esser lasciata all’arbitrio e all’improvvisazione di qualsiasi forma di localismo e di particolarismo. E ritengo che l’ambito di tale sfera debba essere allargato rispetto all’uso comune: progettazione e utilizzo del «territorio», ad esempio, vanno considerati parti di tale sfera.

Penso che i politici, generalmente parlando, si rendano poco conto - salvo qualche eccezione - della portata di tali fenomeni (al di là, come spiegherò meglio più avanti, delle sproloquiate e vane dichiarazioni di principio). Questo è un errore grave, di cui non vorrei ci si rammaricasse, come sovente accade, solo di qui a dieci anni. Poiché amo parlar chiaro, non negherò che in questo movimento, che ormai conosco piuttosto bene, ci siano tentazioni di luddismo ambientalista. Il luddismo, del resto, è presente in ogni movimento vitale (come la storia originaria di quello operaio ha dimostrato). Al luddismo il neo-ambientalismo reagisce per conto suo, cercando di tener puntigliosamente insieme le cinque caratteristiche elencate in esordio. Se però manca la sesta, - e questa non dipende da noi, - il luddismo ambientalista potrebbe apparire, persino a un individuo ragionevole, l’unica strada da percorrere.

Da quest’ultimo punto di vista la situazione in Italia appare duplice, anzi fortemente divaricata, anzi, meglio, schizofrenica. Da una parte, infatti, sarebbe ingeneroso non riconoscere che i Ministeri più direttamente competenti (Beni Culturali e Ambiente) stiano tentando di muoversi nella direzione giusta. Dico: stiano tentando, poiché le macchine, di cui essi sono i terminali, sono vecchie, deluse, sguarnite e insufficienti. Qualche tempo fa, su queste colonne (15 novembre 2007), Francesco Rutelli ha dichiarato che «ci troviamo di fronte a un fallimento generale»: affermazione non da poco per un Ministro della Repubblica, dai toni generalmente moderati. E ha indicato in un nuovo Codice dei Beni culturali e del Paesaggio, che si sta preparando, la vera e propria Carta costituzionale cui fare riferimento in futuro per risollevarsi da tale «fallimento» (lo aspettiamo con ansia).

Dall’altra, l’Italia è sommersa da un vero e proprio tsunami di villettopoli, opere e progetti inutilmente faraonici, uno spregiudicato (ai limiti o al di là del Codice penale) uso del territorio e del paesaggio a fini speculativi. In questo paese il conto economico, e il modo di calcolarlo, sono sempre incerti. Se però d’una cosa v’è certezza, è che il nostro territorio - il «paese Italia» - è il bene più prezioso che possediamo, da sempre. E dovrebbe essere per sempre. Invece ce lo stiamo svendendo agli angoli delle strade come dei «magliari» impazziti.

Gli esempi occuperebbero pagine e pagine di questo giornale. Per farmi capire, ne userò uno solo: quello, a mio giudizio, in questo momento più clamoroso e più urgente. A Nord di Roma, verso Grosseto, Livorno e Pisa, corre una grande strada statale, la numero 1, l’Aurelia. Nel tratto Civitavecchia-Grosseto (che interessa il nostro discorso), essa potrebbe essere allargata, migliorata, ingrandita, «messa a norma», come dicono i tecnici (esiste un progetto in tal senso, non di una conventicola di scalmanati neo-ambientalisti, ma dell’Anas). No: la Regione Toscana - del tutto autolesionisticamente, dal suo punto di vista, se non c’è qualcosa che non capiamo - si è intestardita a chiedere che sul medesimo percorso, e dunque letteralmente affiancata alla statale Aurelia, venga costruita ex novo un’autostrada. Il prezzo sarebbe lo sventramento e la definitiva liquidazione di una delle zone più belle e conservate d’Italia, la zona meridionale della Maremma.

Il centro-sinistra dovrebbe, su una questione come questa, sottoporre ad analisi la propria schizofrenia, E discutere, in seno al Consiglio dei Ministri, come «affiancare», - per modo di dire, - il «fallimento generale» denunciato dal ministro Rutelli e la decisione di proseguire in grande stile per quella medesima strada.

Mi si dice che il ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro sia favorevole alla pressante richiesta della Regione Toscana. Non ci posso credere. Anzi, non ci credo, punto e basta. Ai tempi di Mani Pulite - anzi, proprio agli albori di quella straordinaria azione giudiziaria - pochissime voci si levarono a sostenerla. Antonio Di Pietro non può ignorare che sono le stesse che oggi chiedono d’impedire lo scempio della terra maremmana. Che differenza c’è in termini etico-politici tra il malaffare di alcuni politici e l’assassinio perennemente irrimediabile d’un territorio?

Pare a me che il secondo sia peggiore del primo. Se c’è un rischio di catastrofe, - catastrofe ambientale, intendo, ma, anche in questo caso, appunto, etico-politica, - meglio adottare soluzioni più modeste, più ragionevoli, più a misura d’uomo. Altrimenti il circolo perverso non si spezzerà mai (e questo vale, ripeto, per altri diecimila casi, il che riporta alle dimensioni gigantesche del problema).

La sera in cui venne giù la montagna l'ospedale era pieno di medici, infermieri e pazienti. Molti restarono intrappolati, quando l'onda di fango sommerse la frazione di Episcopio. Oggi l'insegna annerita del pronto soccorso è ancora lì, abbandonata, in via Pedagnali, tra le case appena ricostruite e quelle in attesa di essere completate. Ritrovarsi ora davanti all'ingresso del presidio dove sanitari, ammalati e soccorritori persero la vita, fa pensare che l'orologio della storia, per la comunità di Sarno, si sia idealmente fermato intorno alle mezzanotte del 5 maggio 1998, quando una frana spaventosa, otto ore dopo il primo smottamento, seminò distruzione e provocò 137 vittime. Dieci anni dopo quel disastro, molte cose sono cambiate ma altre sono rimaste uguali a prima. «È come vivere senza una gamba. Cammini, ma la tua esistenza non è più la stessa», dice Antonio Milone: allora aveva 31 anni e nella sciagura perse il padre, Gaetano. L'ospedale Villa Malta non è più in via Pedagnali. La nuova struttura, realizzata nei pressi dell'autostrada, è già in funzione. Si chiama, adesso, Martiri di Villa Malta, per non dimenticare la sciagura che sconvolse, oltre a Sarno, i comuni vicini di Siano, Quindici e Bracigliano. La data della tragedia dà il nome a una grande piazza riaperta nel 2006 dopo anni di attesa. Alle vittime è dedicato un mausoleo. La ricostruzione però non è stata portata a termine. E anche se il disastro ha ricordato al mondo che la montagna va rispettata, qualcuno evidentemente non ha imparato la lezione se è vero, come afferma con amarezza il sindaco, Amilcare Mancusi, che «ancora siamo costretti intervenire per costruzioni realizzate abusivamente nella zona rossa»: vale a dire nell'area dove per ragioni di sicurezza è proibita qualsiasi opera edilizia.

La sera del 5 maggio ‘98 Mancusi era consigliere comunale, dal 2004 è sindaco alla testa di una coalizione di centrodestra. Milone invece guida l´associazione Rinascere che riunisce i familiari delle vittime. La ricostruzione, dice Mancusi, «è all'80 per cento. L'entrata in funzione dell'ospedale ha rappresentato un segnale concreto. Ma la ferità è ancora aperta, troppa gente aspetta ancora la propria casa». Milone è più severo: «Speravamo di non vivere un'altra Irpinia. Confidavamo in uno scatto d'orgoglio che non c´è stato. Se possibile, le cose sono andate addirittura peggio che in Irpinia. La ricostruzione è partita con cinque anni di ritardo e procede come in un famoso passo del Manzoni: "Adelante, Pedro, con judicio"».

Oltre all'ospedale, spiega il sindaco, «sono state completate almeno 60 abitazioni e, per quanto riguarda la messa in sicurezza del territorio, undici vasche per contenere l'acqua, alcune delle quali grandi il doppio di un campo di calcio, e una rete di canali lunga 18-20 chilometri. Ma restano da costruire 24 abitazioni in via Casa Sale, alle quali si aggiungono altre 18 in zona Ponte Alario, dove è stata solo sistemata la prima pietra. Soprattutto, non è stato realizzato il Centro polifunzionale di Protezione civile che dovrebbe ospitare anche un eliporto e la caserma dei vigili del fuoco».

Ieri si è concluso il mandato del commissariato straordinario retto dal governatore Antonio Bassolino e dal vice, Agostino Magliulo. Si va verso una soluzione-ponte, con l'attribuzione di poteri speciali limitati ad obiettivi specifici. Una deroga, dunque, non una proroga, in attesa che entri in funzione l'Agenzia regionale per la difesa del suolo, prevista per la fine dell'anno. «Risulta realizzato o in via di completamento - spiegano dalla Regione - l'89 per cento delle opere necessarie alla messa in sicurezza dei centri abitati». Bassolino definisce «positivo» il bilancio delle attività svolte dal commissariato. «Era un dovere dello Stato - afferma - dare risposte alla popolazione e la Regione ha finanziato gli ultimi interventi con 77 milioni di euro».

Milone però non si fa illusioni. «La tragedia, pur tra tanti lutti, ci aveva offerto l'opportunità di studiare questi eventi e prevenirli per evitare una nuova Sarno. Invece, dopo tutto quel che è successo, siamo stati costretti a registrare altre alluvioni: Cervinara, Nocera, l'ultima a Ischia, per rimanere solo in Campania». E in tutta Italia il dissesto idrogeologico minaccia ampie parti del territorio.

Sulla sciagura è stato scritto un libro "Robertino salvato dal fango" che racconta la storia di Robertino Robustelli, il ragazzo che riuscì a sopravvivere dopo essere rimasto intrappolato per due giorni nelle macerie della sua abitazione. Da quel testo, scritto a quattro mani con Ernesto Dello Jacono, è stato tratto il dramma intitolato, semplicemente, "Fango". Con l'assoluzione del sindaco dell'epoca, Gerardo Basile, e dell'allora assessore Ferdinando Crescenzi, si è concluso il processo di primo grado istruito con l'ipotesi di omicidio colposo plurimo. I due esponenti politici erano accusati di non aver lanciato tempestivamente l'allarme e di non aver ordinato l'evacuazione della città. Il Tribunale li ha scagionati con la formula più ampia, «perché il fatto non sussiste». Il processo d'appello riprenderà a settembre.

Sul monte si vedono ancora le piaghe scavate dalle frane di quella notte. «A livello emotivo, quello che pesa di più è l'assenza - dice Milone - non solo delle persone, ma dei luoghi dove siamo cresciuti e abbiamo trascorso la nostra vita». Dieci anni dopo, quelle ferite sulla montagna sembrano confermare quel che oggi molti, a Sarno, pensano: è il territorio, la vittima numero 138 del disastro.

LO HANNO già chiamato «l´ottavo Re di Roma», perché si è comprato - pagando una miseria - 7,4 milioni di metri quadri di terreno (con 1.500 unità immobiliari) appena oltre il raccordo anulare che circonda la Capitale. Non si chiama Ricucci o Coppola, ma Alberto Mezzini da Monghidoro, un «quasi» perfetto sconosciuto. Scende dal treno arrivato da Milano, entra in un bar davanti alla stazione. Una spremuta d´arancio, le prime risposte a monosillabi, poi il racconto di come da un paese della montagna bolognese si arrivi, a 42 anni, alla guida di un´immobiliare che investe soprattutto sulla terra; una land bank che ora ha un patrimonio di 9 milioni di metri quadri di terreno e che in Europa è seconda solo a un´immobiliare spagnola.

«Io sconosciuto? Non troppo, ma mi impegno a tenere un profilo basso. Io non vado a caccia di veline, non faccio scalate ai giornali, non compro squadre di calcio. Mi interessa la terra, e soprattutto quella sulla quale, nel giro di qualche tempo, si può costruire».

Sconosciuto a tanti, non a tutti. «La mia società, quotata in Borsa, si chiama Uni Land. Nel consiglio di amministrazione, fino a quando è diventato presidente dell´Unipol, c´era Pier Luigi Stefanini. Ora al suo posto c´è Paolo Bedeschi, presidente coop Reno. Nomi non certo sconosciuti. In una delle controllate, la House Bilding, c´è Adriano Turrini, presidente della coop Costruzioni di Bologna. Un legame fra noi è la sinistra? Non si tratta di questo. Ma in Emilia Romagna cinque società su sette sono cooperative, e come fai a non avere rapporti?».

Un patrimonio di 663 milioni (di euro), al netto 338. E adesso questa eredità Borghese che lancia la Uni Land ai vertici delle immobiliari. «All´inizio ho camminato sulle orme di mio padre, Domenico. Lui ha cominciato ristrutturando il bagno di un amico, poi costruendo la villetta di un conoscente. Io ho studiato a Bologna, alle Aldini Valeriani, diploma di perito in telecomunicazioni, che con l´edilizia non c´entra nulla. Poi mi sono laureato in ingegneria edile, in una università vera, quella di porta Saragozza. Ai tempi di mio padre, comprare un terreno sperando che diventasse edificabile, era un´impresa. Ma anche allora non ci voleva un mago: bastava cercare le aree più vicine a quelle già servite da strade, fogne… Dal 2000 tutto è, relativamente, più facile. Con la legge urbanistica numero 20 i Comuni debbono dire come svilupperanno le città nell´arco dei 10 anni. Preparano il Psc, il piano strutturale comunale, e poi due Poc, piano operativo comunale, che durano cinque anni, come un sindaco. Il risultato è questo: quando compri, sai già che l´area diventerà fabbricabile. Con questa certezza, il contadino te la cede non più a 10 euro al metro quadro, ma a 30 euro, ma alla fine, quando l´area diventerà fabbricabile, i valori cambiano: a Bologna, ad esempio, non vendi a meno di 1000 - 1500 euro al metro quadro. La scommessa diventa questa: in quale Poc verrà inserita l´area? Nel primo o nel secondo? Un conto è comprare e costruire dopo un anno, un conto dopo 10. E´ per questo che ancora oggi serve l´intuito che in qualche modo mi è stato trasmesso dal padre. Come Uni Land abbiamo comprato aree in tutta Italia, a Milano, Bergamo e anche a Bologna. Sono nostri 120.000 metri quadri sulla San Vitale, fra via Martelli e via Mattei. Potremo costruire circa 400 appartamenti».

Ieri in Borsa l´Uni Land ha perso il 5,45%, martedì aveva guadagnato il 9%. «Dopo l´annuncio dell´accordo per l´eredità Borghese il titolo è salito del 30%, ora c´è qualcuno che realizza. Uni Land è andata in Borsa nel 2005 quando per gli immobiliaristi, in Italia, non tirava certo una buona aria. Erano tempi in cui gli immobili, soprattutto statali, passavano da uno all´altro decuplicando i prezzi e qualcuno restava con il cerino in mano. Noi siamo entrati in Borsa facendo un´opa verso la Perlier, già quotata, che produceva chimica e farmaceutici. L´affare è stato buono. Abbiamo svuotato la Perlier vendendo le sue attività, incassando 11 milioni contro i 10 spesi. Abbiamo messo dentro il nostro patrimonio, per legge stimato con perizia di tribunale e non valutato a capocchia. Ma la nostra opa sulla Perlier aveva fatto schizzare i prezzi, da 0,20 a 1,50. E gli azionisti hanno comprato a 1,50, mentre oggi il valore è attorno a 0,36. Ma fino all´altro giorno nessuno sapeva dell´operazione Borghese».

Uffici e casa a Bologna, week end con la moglie e i tre figli a Monghidoro. «A diventare famoso non ci tengo, anzi. Qualcuno però mi conosce senza saperlo. Fanno parte della mia azienda, ad esempio, anche le agenzie immobiliari che in Italia si chiamano Unire e a Bologna Global casa. Ora dovrò andare più spesso a Roma e dintorni. Ma sono sereno. Se hai comprato terreni e case al costo di una palude, puoi dormire tranquillo».

I beni culturali non sono assimilabili alle "merci". È il principio ispiratore del Codice voluto dal vicepremier Francesco Rutelli, predisposto da una commissione presieduta da Salvatore Settis e ratificato ieri dal Consiglio dei ministri. Il testo è fondamentale per la salvaguardia del paesaggio italiano ed eviterà - grazie a un sistema di garanzie molto stringente - la costruzione di nuovi ecomostri. Il Fondo per l'ambiente italiano commenta entusiasta: «Un passo importante per rilanciare l'economia e il turismo».

È passato quasi un secolo da quando Benedetto Croce, ministro della Pubblica Istruzione nell'ultimo governo Giolitti, presentò il 25 settembre del 1920 la prima legge sul paesaggio, approvata poi due anni più tardi. E nel frattempo, il Belpaese ha dovuto subire abusi edilizi, scempi e saccheggi che ne hanno deturpato la fisionomia. Ma ora finalmente l'Italia ha un nuovo Codice dei Beni culturali e del Paesaggio, promosso dal ministro Francesco Rutelli, predisposto da una commissione di esperti sotto la guida del professor Salvatore Settis e infine ratificato ieri dal Consiglio dei ministri agli sgoccioli della legislatura. Una svolta che si può considerare storica, se si pensa ai tanti ecomostri ed ecomostriciattoli che intanto hanno deturpato la Penisola; un successo dell'ambientalismo più costruttivo e delle associazioni più responsabili, con in testa il Fai (Fondo per l'ambiente italiano) presieduto da Giulia Maria Crespi.

Già Croce nel ‘20, come si legge nella sua stessa relazione, intendeva porre "un argine alle ingiustificate devastazioni che si van consumando contro le caratteristiche più note e più amate del nostro suolo". E con l'autorevolezza del filosofo e dello storico, spiegava che il paesaggio "altro non è che la rappresentazione materiale e visibile della patria, con i suoi caratteri fisici particolari quali si sono formati e son pervenuti a noi attraverso la lenta successione dei secoli". Sfrondata dalla retorica dell'epoca, la definizione regge ancora oggi e sostanzialmente è proprio quella che adesso il Codice recepisce e consacra.

Prima di arrivare all'approvazione definitiva del testo, è stato necessario un confronto serrato fra il governo e le Regioni, a tratti un braccio di ferro, per raggiungere un punto d'equilibrio ragionevole e soddisfacente. Ma questo, fuori da qualsiasi compromesso al ribasso, accresce ora l'importanza e il valore del Codice perché ne fa un "corpus" giuridico condiviso dall'amministrazione centrale e locale. Un patto Stato-Regioni, insomma, contro un malinteso federalismo e una "devolution" selvaggia, in forza del quale lo Stato si riappropria della sua potestà esclusiva sul paesaggio e nel contempo le Regioni rivendicano la propria autonomia nell´ambito delle rispettive competenze territoriali, secondo la Convenzione europea di Firenze sottoscritta nel 2000 e diventata legge nazionale nel 2006.

Fondato sull'articolo 9 della nostra Costituzione, in cui si sancisce al primo comma che "la Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica" e al secondo comma che "tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione", il Codice Rutelli può essere l'inizio di una rifondazione ecologica del Paese, la prima pietra di una "nuova Italia", più ordinata e civile. È stata un'importante sentenza della stessa Corte costituzionale a ribadire, nell'ottobre 2007, che la tutela paesaggistica costituisce un valore primario e assoluto, come paradigma dell'identità nazionale. Da qui, dunque, un limite istituzionale all'esercizio dei poteri attribuiti agli enti locali, in quella che gli "sherpa" ai quali si deve la mediazione decisiva preferiscono definire una "competizione virtuosa".

Sono due i punti più qualificanti del Codice: uno riguarda la disciplina dei rapporti Stato-Regioni in questo campo e l'altro il meccanismo di sub-delega ai Comuni. Viene introdotto così un sistema di garanzie che stabilisce una gerarchia di valori e di competenze, prevedendo una pianificazione congiunta fra Stato e Regioni. L'amministrazione centrale emana le "prescrizioni d'uso" a cui i piani regionali devono attenersi e fino a quando queste non vengono rispettate il parere delle Sovrintendenze è vincolante. Poi, resta comunque obbligatorio e in caso di controversie è ammessa anche la possibilità di ricorso da parte delle associazioni ambientaliste.

Quanto alla sub-delega ai Comuni, fonte purtroppo di tanti abusi e di tanti illeciti, il Codice stabilisce innanzitutto che le amministrazioni locali devono comprendere nel loro organico adeguate competenze tecniche e scientifiche: ciò significa, in pratica, che non si potrà più rimettere tutto alla discrezionalità dei geometri più o meno compiacenti. E in secondo luogo, distingue fra la materia urbanistica e la tutela del paesaggio, ribadendo la priorità di quest'ultima rispetto al regime delle concessioni edilizie.

Un altro rilevante capitolo è quello che attiene alla difesa del patrimonio artistico, soprattutto contro il saccheggio organizzato dei furti e delle esportazioni. I beni culturali non saranno più assimilabili a "merci" e quindi scatterà di conseguenza una tutela più forte sulla loro circolazione internazionale. A completare il quadro, nuove norme per la salvaguardia del patrimonio immobiliare pubblico nel caso di dismissione o uso per la valorizzazione economica.

Al di là degli aspetti culturali, il Codice Rutelli - come fa rilevare la presidente del Fai - punta anche a difendere e rilanciare una grossa risorsa economica come quella del turismo, con tutti i benefici che ne derivano per l'occupazione del settore e dell'indotto. «Se riusciremo a mantenere integri il nostro paesaggio e il nostro territorio - avverte Giulia Maria Crespi - i turisti continueranno ad arrivare da tutto il mondo; altrimenti, se l'Italia diventerà una gigantesca villettopoli, rischieremo di perdere la più grande industria nazionale». Insieme all'identità del Paese, qui sono in gioco insomma la sua immagine, la sua competitività e il suo benessere.

Traffico convulso. Abusivismo Pochi soldi per scavi e restauri. Un luogo d’arte celebre al mondo vive fra norme caotiche e nell’incertezza su chi deve tutelarlo - Da anni si aspetta che i suoi confini vengano ampliati per evitare la pressione edilizia. Rita Paris, direttrice dell’area: "Spesso ho la tentazione di lasciare tutto"

Duemila auto l’ora. È vero che accade solo nelle ore di punta. Ma è anche vero che siamo sull’Appia antica, nel parco che si estende per tremilacinquecento ettari e che comprende la regina di tutte le vie (Regina viarum la chiamavano i romani), i mausolei, i sepolcri e i colombari dell’età repubblicana e poi di quella imperiale e protocristiana. Ed è ancor più vero che altre ottanta, centomila macchine tutte le mattine fremono a un incrocio poco distante da qui, al nodo di Ciampino, nel dubbio se infilarsi o meno, per raggiungere il centro di Roma, nella strada che Appio Claudio fece costruire a partire dal 312 avanti Cristo.

Il traffico è una delle grandi piaghe che affliggono l’Appia. Chi si avventura a piedi, solo con una capriola mentale immagina di stare in un parco. E se si ferma a gettare un occhio al di là delle recinzioni di ville che sembrano fortini militari per vedere un lacerto di muro o il basamento di una colonna (la gran parte di tutto il patrimonio archeologico è in residenze private), corre il rischio che qualche fuoristrada sfrecciando lo arroti. «Per arrivare all’aeroporto di Ciampino passano tutti di qui, soprattutto i cortei di auto blindate con le delegazioni ufficiali», racconta Alma Rossi, direttrice del parco. E se si considera che Ciampino ospita i low cost e che nei paesi sui castelli romani ogni anno lievitano i residenti (ora abitano circa trecentocinquantamila persone), molti dei quali tutte le mattine vanno a lavorare a Roma, decidendo se passare per l’Appia antica a seconda di quanto è lunga la fila, si può avere un’idea di come la congestione possa solo crescere.

E la congestione è solo uno dei problemi. L’Appia vive un periodo di ansiosa attesa. Un Godot che ogni tanto si manifesta e poi svanisce. Non si capisce bene a chi spetti il suo governo, a chi, in primo luogo, tocchi la sua tutela. Si parla di ampliare i suoi confini, di spostare altrove tutte le attività commerciali e imprenditoriali più ingombranti e spesso abusive: carrozzieri, sfasciacarrozze, concessionari di auto, centri sportivi (questi ultimi indaffaratissimi a chiedere autorizzazioni per nuove piscine in vista dei mondiali di nuoto del 2009). Ma in fondo nessuno sa bene quale sarà la sorte di questo immenso comprensorio archeologico e paesaggistico insieme, purtroppo percepito solo a brandelli, una di quelle meraviglie che intrecciano valori storici e monumentali come in poche altre parti del mondo - i ruderi della Villa dei Quintili e la valle dell’Almone, il fiume sacro ai romani, con i boschi di leccio e di roverella, i recentissimi scavi di Capo di Bove e il pianoro ondulato di Tor Marancia, uno degli ultimi luoghi dove in giugno a Roma si trovano le lucciole. Dal 1965 il destino dell’Appia parrebbe tracciato: diventare un immenso parco pubblico (così prescriveva il decreto d’attuazione del piano regolatore di Roma approvato quell’anno). Ma la prospettiva sembra tanto lontana da rovesciarsi nel suo opposto, un territorio senza legge e senza futuro. "Parco di carta", lo chiamava Antonio Cederna.

La condizione di stallo induce molta tristezza in Rita Paris, che presso la Soprintendenza archeologica di Roma ha la responsabilità dell’Appia (oltre che la direzione del Museo di Palazzo Massimo). «Non sappiamo più quali siano le norme che governano quest’area», lamenta l’archeologa. «Il nuovo piano regolatore di Roma ha destinato l’Appia a parco regionale, per il quale è previsto uno specifico piano regolatore, chiamato piano d’assetto, che è stato preparato dall’Ente parco nel 2002. Noi della Soprintendenza abbiamo avanzato molte critiche, perché non c’era un riconoscimento specifico per la parte archeologica. Ma non sappiamo nulla né delle nostre osservazioni né del piano, che è fermo da anni alla Regione in attesa di essere approvato».

Intanto la Soprintendenza va avanti con i pochi soldi che ha, un milione l’anno per le manutenzioni ordinarie e appena duecentocinquantamila euro per gli scavi. Una miseria. Qualcosa si recupera con i ribassi nelle gare d’appalto: viene fissata una somma, poi vince chi offre il venti per cento in meno e quel che si racimola serve, per esempio, a sistemare la tenuta di Capo di Bove, una delle ultime acquisizioni della Soprintendenza. «Ogni volta che dobbiamo porre un vincolo arrivano pressioni di ogni genere per ostacolare i nostri propositi, anche da parte di persone che non ci aspetteremmo mai di trovarci contro», insiste Rita Paris. Il cui tempo trascorre in prevalenza davanti alle pratiche di condono. E sarebbe niente il fatto di sottrarlo, quel tempo, agli scavi, ai restauri, alle mostre e alla ricerca, per dedicarsi a un’incombenza burocratica. Se servisse a qualcosa. Il fatto è che i condoni non si sarebbero mai dovuti concedere, perché tutte e tre le leggi, pur sciaguratissime, escludevano sanatorie in zona archeologica. E invece i privati hanno fatto la domanda al Comune, hanno pagato la multa e ora, anche a distanza di più di vent’anni (il primo condono, quello di Craxi e Nicolazzi è del 1985) attendono ancora una definizione della pratica che la Soprintendenza non può avallare. Ma le pratiche si accumulano comunque in un groviglio di carte e di frustrazioni. «Sono circa duemila», calcola Alma Rossi, «anche venti per uno stesso immobile: noi del Parco abbiamo espresso solo pareri negativi».

In trepidante attesa di approvazione è anche una legge regionale, adottata due anni e mezzo fa dalla Giunta e da allora ferma in Consiglio, che dovrebbe regalare al parco altri millecinquecento ettari. Il motivo dell’ampliamento, nelle intenzioni dei promotori (in primo luogo l’allora assessore regionale dei Verdi, Angelo Bonelli, ora deputato), è semplice: un parco vive bene se diminuisce la pressione edilizia ai suoi bordi e se il verde penetra nel tessuto cementizio della città, costituendo corridoi ecologici essenziali a una rigenerazione di quartieri asfissianti.

Urbanistica e archeologia viaggiano di concerto, come energicamente diceva Cederna. E come sottolinea Adriano La Regina, ex soprintendente archeologico di Roma, e ora presidente del Parco: «Il verde dell’Appia si incunea già nel cuore della città storica, attraverso la Passeggiata archeologica e il Circo Massimo arriva fino al Palatino, al Colosseo e ai Fori. L’ampliamento serve a rendere più umana parte della periferia romana».

Il progetto di ingrandimento del parco bloccherebbe, inoltre, operazioni lottizzatorie di diversa portata. Il più grande, segnalato da La Regina, è nel Comune di Marino (il parco dell’Appia antica scavalca i confini di Roma), dove su settanta ettari di suoli agricoli si vorrebbe costruire un grande insediamento commerciale e industriale, ottocentocinquantamila metri cubi. Lo stesso Comune di Marino prevede una lottizzazione anche nella zona di Mugilla, in un’area di grande interesse archeologico, dove emergono tracce di un insediamento d’età repubblicana (IV secolo a.C.), e per la quale la Soprintendenza ha chiesto l’assoluta inedificabilità.

L’altra operazione è nel Comune di Roma e si trascina da anni. Riguarda la zona di Colle della Strega e il Fosso della Cecchignola, un’ area verde di grande pregio per la sua fauna e la sua vegetazione che unisce il parco dell’Appia con la riserva di Laurentino Acqua Acetosa e che viene segnalato anche per i ritrovamenti storico-archeologici. Qui erano previsti edifici per settantaduemila metri cubi e una strada che avrebbe squarciato il bosco. L’insediamento serviva, nelle intenzioni del Comune di Roma, a finanziare una serie di servizi che avrebbero dovuto riqualificare il Laurentino 38, famoso quartiere popolare, intenzioni contestatissime da un comitato di cittadini che ha raccolto migliaia di firme, ottenendo che la Regione stralciasse questa previsione. Sembrava fatta. Ma recentemente dall’amministrazione capitolina sono arrivati segnali contrastanti. «Noi restiamo fermi agli atti ufficiali della Regione, che prevedono di non edificare», sostengono al comitato di cittadini, «ma sappiamo che sono fortissime le pressioni di costruttori e proprietari di aree che con l’allargamento del Parco dell’Appia si vedrebbero sottratti d’un colpo millecinquecento ettari, una superficie enorme sulla quale ricadono molti appetiti».

Nel frattempo cresce la fatica della tutela quotidiana. «L’Appia è esemplare del fatto che la tutela archeologica non si può limitare alla conservazione dei ruderi», spiega Rita Paris. «Ma dobbiamo prendere atto che non c’è nessun coordinamento fra le tante istituzioni che hanno responsabilità su quest’area, il Comune, la Regione, perfino dentro lo stesso ministero per i Beni culturali. Spesso ho la tentazione di lasciare questo incarico esprimendo pubblicamente l’impossibilità e l’inutilità di andare avanti, se non accade qualcosa. Perché in fondo, in questa condizione di equivoco generale, tutto precipita nelle stanze del mio piccolo ufficio».

Si veda l'articolo di Antonio Cederna (1953) I gangster dell'Appia antica

Solo la bellezza può riscattare le città

Al centro dell'affresco del Buongoverno, nel Palazzo dei Priori di Siena, Ambrogio Lorenzetti (1285-1348) aveva dipinto una scuola mentre come «cuore della città reale» aveva immaginato, proprio davanti al Duomo, l'immenso Ospedale della Scala. Una ragione per quella scuola e quell'ospedale sparati così in primo piano c'è. Perché quella rappresentata da Ambrogio Lorenzetti non vuole essere soltanto una realtà estetica ma anche sociale: fin dai primi secoli dell'Anno Mille, tutti i cittadini della civitas avevano avuto, accanto ai loro doveri alla partecipazione attiva e alla sua difesa, alcuni diritti inviolabili come l'accesso all'istruzione elementare con tanto di maestro (la scuola) e all'assistenza sanitaria con tanto di medico (l'ospedale).

Strade, piazze, portici, ponti come simbolo delle nostre libertà e dei nostri diritti. Una città «bella » analizzata non soltanto come un'opera d'arte ma anche come «ambiente ecologico per la sua democrazia, dove i suoi cittadini si possono sentirsi intimamente tali ». Sono alcuni dei tasselli del mosaico messo insieme da Marco Romano nel suo nuovo libro ( La città come opera d'arte, Einaudi, pp. 120): «L'idea di bellezza proposta ad esempio dal Rinascimento — spiega Romano che è stato docente di Estetica delle città a Venezia, Palermo, Genova, Milano nonché autore sempre per Einaudi di una Estetica della città europea — non voleva soddisfare solo l'esigenza dello spirito ma aveva anche l'ambizione di sfidare il tempo offrendo una prospettiva di eternità nella quale si potessero radicare le nostre speranze terrene». Per questo, quando si trattava di «estetica delle città» l'idea di eternità doveva superare necessariamente i confini della semplice forma per legarsi «alla trasformazione di ogni individuo in un effettivo elemento della civitas, in una persona socialmente riconosciuta».

L'invito è dunque quello di guardare l'evoluzione della città europea da mille anni a questa parte per pensare e progettare la città di oggi. Avvicinando Calatrava e Ammannati, la Biblioteca Malatestiana di Cesena e il Beaubourg, la locanda della Posta di Senigallia a l'«Unite d'habitation» di Le Corbusier ma allo stesso tempo allontanandosi da ogni nostalgia tradizionalista (alla Léon Krier per intenderci). In questa riscoperta del valore sociale della bellezza c'è, per Romano, la ricetta per superare l'attuale crisi delle nostre città. Come aveva, a suo tempo, fatto la Firenze mercantile aprendo i cantieri delle nuove mura arnolfiane e del Duomo quando era ancora in lotta contro le famiglie dell'oligarchia; come aveva fatto Siena «disegnando » Piazza del Campo quando ormai la sua potenza finanziaria e militare era avviata verso un irrimediabile declino; come avevano fatto, in tempi più recenti, i cittadini di Bilbao reagendo al loro tramonto industriale affidando a Frank 0. Gehry il progetto per la nuova «filiale » del Guggenheim.

Tommaso Moro nella sua Utopia voleva non soltanto che tutti gli abitanti avessero i medesimi compiti, il medesimo lavoro, i medesimi cibi, i medesimi vestiti ma anche che avessero «le medesime case a tre piani». Quest'idea di democratizzazione estetica dell'architettura può rivelarsi utile anche ai nostri giorni. Che vedono banlieu e periferie trasformati in luoghi di degrado «non perché lontane materialmente dal centro, ma perché i loro abitanti sono privi di qualsiasi riconoscimento di appartenenza, sono una galassia asserragliata in un ghetto dove si perde l'idea stessa di democrazia». Dunque risanare (anche esteticamente) quelle periferie vuol dire avviare il loro riscatto sociale. Non a caso, d'altra parte, Voltaire chiedeva nel Settecento un nuovo piano regolatore che restituisse a nuova vita i quartieri più bui di Parigi. E lo voleva addirittura scolpito nel marmo, esposto nell'atrio del palazzo municipale, trasformato in una testimonianza perenne del «glorioso» futuro delle città.

«Idea colta, ma anacronistica Servono scuole e biblioteche»

Le risposte di Stefano Boeri e Francesco Dal Co

Sergio Fajardo, sindaco di Medellin e probabile prossimo presidente della Colombia, in quattro anni ha letteralmente ribaltato la città. E lo ha fatto solo con l'architettura: scuole, biblioteche, funivie e altre «strutture » destinate alla collettività che (insieme all'aumento del numero dei poliziotti di quartiere) hanno di fatto dimezzato gli omicidi della seconda città della Colombia, tristemente famosa in quanto a lungo capitale mondiale del narcotraffico.

Per Stefano Boeri, direttore di «Abitare» e protagonista con Fajardo del simposio su «La dimensione politica dell'architettura» organizzato dalla Fondazione Targetti e dalla Fondazione «Corriere della Sera» svoltosi ieri a Firenze, il modello per migliorare la qualità di vita delle città è proprio quello indicato da Fajardo: «Non credo che abbellire la città serva necessariamente a renderla anche più vivibile — dice Boeri —. È una visione che definirei molto colta ma anche molto anacronistica, legata a una realtà imposta da pochi soggetti». Secondo Boeri, dunque, «l'idea della città come opera d'arte globale non aiuta a cancellare diseguaglianze che oltretutto non possono più essere localizzate soltanto nelle periferie ma in quelle che io chiamo le anti-città, vere e proprie zone franche nel centro di città come Bari, Genova e Napoli».

Sulla stessa linea anche Francesco Dal Co, professore di Storia dell'architettura all'Università di Venezia: «L'idea di ispirarsi a una bellezza antica per migliorare la qualità delle nostre città mi fa venire in mente i turisti che amano la Cupola del Brunelleschi senza però sapere che nel Quattrocento, all'ombra di quella bellissima cupola, la gente viveva al massimo trentadue anni. O a chi si entusiasma davanti alla Reggia di Katsura in Giappone senza rendersi conto che è impossibile viverci ». Per Dal Co, d'altra parte, «non tutte le architetture antiche che sono sopravvissute fino a noi sono necessariamente anche belle». Il suo modello? «La periferia di Berlino disegnata negli Anni Venti da Mies van der Rohe, una periferia certo bellissima e oggi assai ambita dall'élite degli intellettuali, ma dove quello che conta non è tanto la visione estetica quanto la misura del vivere, l'idea che ogni singolo spazio rispecchi fedelmente la tipologia delle persone che ci vivono, e questo non è certo soltanto una questione di bellezza».

C'era un insopportabile tanfo di Anni Cinquanta dieci giorni fa all'Urban Center, dove - convocato dall'assessore Masseroli al grido di battaglia boccionian-futurista "la città che sale" - sguazzava a proprio agio un codazzo di " professionisti acuti (che), tra i sorrisi ed i saluti, ironizzano i miei dubbi sulla vita" (della città). Col ritornello gucciniano mi frullavano per la testa le parole di Giuseppe De Finetti che nell'immediato dopoguerra si interrogava sul "perché le forze nuove della città si esprimono in modi così alieni, così sciocchi, così dannosi all'utile" e, ammonendo sul rischio di "lasciar prendere la mano ai praticoni od ai cosiddetti uomini d'azione, che credono di fare la civiltà d'oggi perché costruiscono case o producono beni industriali o commerciano le merci od il denaro e lo fanno sempre con furia gloriandosi della velocità della loro azione e del loro successo, ma sciupando la civiltà del domani, la ricchezza del domani", stigmatizzava "gli spiriti inquieti che tendono al nuovo per il nuovo, allo strano e al mirabolante" e "la frenesia di privatismo che si rivela nelle ricostruzioni senza piano regolatore" come "l'indizio più valido della decadenza dello spirito civico e, con ciò, della classe dirigente venturi aevi immemor" e invitava a ragionare per la città del 2000, decidendo sulle trasformazioni milanesi "dall'esterno e da lungi".

Un orizzonte decisamente troppo ampio e distante per chi, anche oggi, propone di abdicare al ruolo di indirizzo pubblico e collettivo sul "bene comune" che è la città, delegandolo alle opportunità di mercato di volta in volta ritenute aziendalmente attendibili e ad una conformazione progettuale e di immagine che in questa visione attiene più al carattere della riconoscibilità del marchio aziendale o del logo pubblicitario, assunto acriticamente da pubblici amministratori inclini (a destra e a sinistra) alla politica-spettacolo. Così a destra quelle stesse forze che strepitano contro il "tradimento" di Alitalia al ruolo produttivo indotto dalla Grande Malpensa, a livello milanese vogliono poi condizionare FS a reinvestire il miliardo di euro che si ricaverebbe dal riuso edificatorio degli scali ferroviari dimessi, sul Secondo Passante milanese per riconcentrare nel capoluogo metropolitano residenza di lusso e funzioni pregiate, anziché sulla Gronda regionale Novara-Malpensa-Bergamo e sul collegamento per Chiasso al progetto elvetico AlpTransit. Ma anche a sinistra non va meglio, se il sindaco comunista di Cinisello affida alla ciellina Progetto Fiera la valutazione economica delle proprie trasformazioni urbane "perché loro gli affari li sanno fare", se gli amministratori comunali di Sesto S.G. si affidano a un accondiscendente (e dimostrabilmente inattendibile) avallo economico di Guido Rossi per un ingiustificabile raddoppio degli indici edificatori all'ex Falck e se l'ex assessore di Pieve Emanuele giustifica la prosecuzione stabilita nella Finanziaria di Prodi dell'inciucio Bassanini/Tremonti nell'uso degli oneri urbanizzativi, perché altrimenti i Comuni non sanno come quadrare i bilanci sociali. Bertinotti, con bella suggestione metaforica, ha intitolato il suo ultimo libro, in cui espone "cinque riflessioni sul mondo che cambia", La città degli uomini. Anche inteso in senso più letterale, ciò esprime una pregnante attualità alternativa. Ma perché, allora, rifarsi all'esempio del populismo demagogico del primo Fanfani degli Anni Cinquanta, anziché alla ripresa dell'eredità storica delle conquiste riformiste e generaliste del centrosinistra degli Anni Sessanta/Settanta (Prg e standard pubblici di legge, 40-70% di edilizia popolare, ecc.), unico baluardo ancora oggi rimasto ai cittadini per opporsi alla deriva privatistico-liberista, via via prevalsa dagli Anni Settanta ad oggi?

Per decenni termini come «industria delle costruzioni», hanno contribuito a mascherare, evocando l'idea di progresso, un disastroso consumo di territorio. Costruire una casa, abbiamo imparato a nostre spese, non è come fabbricare una macchina: produrre un edificio è, di fatto, un'operazione irreversibile che va valutata come tale.

Le parole, a volte, servono a confondere il senso delle cose.

Oggi il termine «valorizzazione», ad esempio, associato ad aree ed edifici pubblici, sembra indicare un loro futuro recupero sociale: nuovi parchi e servizi per i cittadini. Ma si veda l'esito dei concorsi per la trasformazione di due vecchie rimesse Atac che invitava gli architetti a proporre, con un preoccupante neologismo, «nuovi mix funzionali». L'iniziativa è di per sé opportuna perché riguarda spazi che potrebbero costituire una risorsa per i quartieri: il primo nel nodo vitale di piazza Bainsizza, il secondo nel relitto urbano, a ridosso della soprelevata, tra la ferrovia e la Prenestina. Eppure uno dei progetti prevede, oltre ad alcuni servizi di quartiere, un serpentone di sette piani lungo via Monte Santo e un blocco di dieci su viale Angelico (16.000 mq tra abitazioni e servizi privati), l'altro tre fabbricati lungo via del Pigneto con enormi balconi che si protendono nel vuoto.

A parte la qualità dell'architettura, il vero problema, oggettivo e allarmante, sono le migliaia di nuovi metri cubi, in gran parte residenziali, che minacciano di riversarsi su aree della città già troppo dense. E mentre altre diciotto aree di proprietà Atac sono in attesa di trasformazione, la parola «valorizzazione» diviene incerta: qualche spazio pubblico scambiato con il permesso di costruire nuova edilizia privata.

Nei municipi è in corso un acceso dibattito sulle idee proposte dai due concorsi. Ma non sarebbe una buona idea interpretare il termine «valorizzazione» come semplice esecuzione del nuovissimo piano regolatore che qui prevede, saggiamente, servizi pubblici?

Titolo originale: After extensive consultation, we'll be doing as we please – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

Le consultazioni sono state una delle principali caratteristiche degli anni di Blair-Brown. Si legano a Tony Blair, al suo “grande dialogo”, alla sua “grande tenda”. Ma i più sarcastici sostengono che avvengano solo perché poi il governo sia in grado di far precedere agli annunci politici più difficili le rassicuranti parole “Dopo ampie consultazioni …”

Ce ne sono al momento circa 500 l’anno, e l’anno scorso si è arrivati alla reductio ad absurdum quando è stato pubblicato il documento Effective Consultation, ovvero una consultazione sulle consultazioni. La risposta del pubblico rivela che la “fatica mentale della consultazione” è una cosa che si sta affermando, si teme che le domande poste siano troppo tecniche, semplicemente irrilevanti, e in generale che le risposte saranno comunque ignorate. Un aspetto ben descritto dall’umorista americano Ambrose Bierce nel suo Devil's Dictionary, che definisce il verbo “ consultare” come: “ chiedere l’approvazione altrui a qualcosa che si è già deciso”.

Il che ci porta a un caso di consultazione importante che si conclude questa settimana: quello sui progetti per una terza pista e l’ampliamento dell’aeroporto di Heathrow. Sia Gordon Brown che il suo ministro ai trasporti Ruth Kelly hanno reso molto chiaro il proprio entusiasmo a proposito. Parallelamente, in una serie di “ road-show” del ministero dei Trasporti è stato chiesto alla gente che abita vicino all’aeroporto cosa ne pensava. Beh, più o meno.

Il road-show dove sono stato si teneva in uno Holiday Inn nella zona occidentale di Londra. Fra carte di corridoi di volo e punti di rilevamento per il rumore degli aerei, c’erano delle bacheche contenenti i corposi documenti della consultazione, intitolati Adding Capacity at Heathrow. Sono rivolti a 250.000 persone che abitano vicino all’aeroporto, e che hanno risposto alle domande.

Entrando nella sala consultazione ho visto un uomo – un membro del pubblico in carne e ossa – che leggeva una delle domande, aggrottando la fronte. “Un momento” diceva. “Qui si chiede: Sino a che punto lei è d’accordo con la proposta che nel caso si costruisse una terza pista a Heathrow, essa dovrebbe accompagnarsi a nuove strutture di terminal passeggeri?”. Ha sollevato gli occhi mentre rifletteva concentrato. “Ma io non la voglio, la terza pista a Heathrow” ha concluso.

Sadicamente gli ho chiesto cosa ne pensava di un’altra delle domande: “ Sino a che punto lei è d’accordo, o no, sull’aggiunta di una terza pista entro i limiti di qualità dell’aria stabiliti dal documento guida, senza altri interventi?”. Gli ho indicato la parte del documento di consultazione che dovrebbe aiutarlo a rispondere a questa domanda, trovando immediatamente un passaggio caratteristico: “ Restano ad oggi alcune incertezze riguardo ai modelli sull’intensità delle emissioni di ossidi di azoto, che potrebbero essere superiori o inferiori a quanto previsto, ma l’andamento delle concentrazioni di azoto non dovrebbe divergere in modo significativo”. L’uomo ha di nuovo sollevatolo sguardo. “Aspetti ...”

“É una consultazione molto difficile” ammetteva un funzionario estremamente cortese, a disposizione per rispondere alle domande. “É molto tecnica”.

Gli ho risposto che non doveva per forza essere così, che il governo avrebbe potuto semplicemente chiedere: “ È favorevole alla costruzione di una terza pista all’aeroporto di Heathrow”. Ha risposto automaticamente che c’era già stata una consultazione su questo, citando quella precedente il documento guida del 2003, il quale gaiamente prevedeva un raddoppio degli impianti aeroportuali nei prossimi 25 anni. In quella consultazione, l’idea di massima di ampliare le capacità aeroportuali era stata proposta in modo molto generico a tutta la popolazione del sud-est inglese. “E avevano risposto di sì?” ho chiesto al funzionario. “Beh – ha ribattuto – c’era tutta una gradazione di risposte”.

Ci sono state parecchie consultazioni sull’ampliamento di impianti aeroportuali, tutte più o meno famigerate tra chi abita nei corridoi di volo: una si è distinta per essersi guadagnata la definizione di “ concretamente fuorviante” dal tribunale supremo. Ho ricordato al mio funzionario che le consultazioni sono piuttosto prive di significato nel caso dell’aeronautica. “Beh – replicato – devono partire da una base di scelte”.

La base di scelte in questo caso è che Gordon Brown non solo vuole la terza pista, ma anche eliminare l’alternanza nell’uso delle piste, con gli aerei che atterrano su ciascuna di quelle esistenti una settimana sino alle tre del pomeriggio, e la settimana dopo solo dopo le tre. In questo modo, si dà un po’ di sollievo dall’orrendo fracasso a chi abita più vicino lungo i corridoi: gli si concede, per così dire, una mezza vita. Naturalmente, a chi ci abita non viene chiesto se sono o meno a favore di questa possibile sospensione dell’alternanza, o della costruzione della terza pista, per l’ottimo motivo che tutti risponderebbero di NO.

Un’altra importante e recente consultazione ha riguardato la modifica delle procedure urbanistiche, ora all’esame del parlamento. Anche qui aleggia il fantasma di Ambrose Bierce: è ampiamente diffusa fra i consultati l’opinione che il progetto di legge sia stato redatto prima di analizzare le loro risposte. Il disegno di legge è stato ispirato dalla procedura di revisione pubblica del progetto per il quinto terminal di Heathrow, durata cinque anni: troppo, per il governo. Il terminal, che aprirà il mese prossimo, alla fine della procedura è stato autorizzato come ultimo definitivo passo nell’ampliamento di Heathrow, condizione allora accettata dal governo e ora dimenticata. Il disegno di legga taglia drasticamente il diritto di interferire nelle decisioni urbanistiche, e verrò approvato prima che la British Airports Authority presenti la propria domanda per la terza pista.

Si: si tratta di una fregatura di proporzioni colossali. Si apre la strada alla BAA, compagnia private a capitale spagnolo, per deportare migliaia di persone, radere al suolo il villaggio storico di Sipson (qui non si sono tenuti road-show di consultazione, a causa di “mancanza di spazi adeguati”): tutto per realizzare una pista che produrrà ogni anno emissioni di carbonio equivalenti all’intera produzione del Kenya.

Al timone della grande alleanza che coraggiosamente si oppone a tutto questo c’è Hacan ( Heathrow Association for the Control of Aircraft Noise) Clearskies, il cui presidente John Stewart ha chiesto a chi viene chiamato in causa di ignorare le domande della consultazione: “Ma dove dice Commenti Generali scrivete: MI OPPONGO A QUALUNQUE ULTERIORE AMPLIAMENTO DI HEATHROW”. Questa, aggiunge, è una linea di confine.

Hacan terrà una manifestazione contro l’ampliamento di Heathrow alla Westminster Central Hall lunedì alle 19.00.

Nota: sulle modalità dei rapporti cole popolazioni locali si veda anche su Mall questo articolo dall'Independent 23 febbraio 208 (f.b.)

here English version

Non è una bomba a orologeria, o almeno speriamo che non lo diventi, ma il conto alla rovescia è già cominciato. Il calendario lascia ormai meno di due mesi, prima delle elezioni che potrebbero riconsegnare l’Italia al centrodestra, per approvare il nuovo Codice dei Beni culturali e del Paesaggio presentato dal ministro Francesco Rutelli. E inopinatamente, anche da parte di alcuni settori del centrosinistra sono in atto le “grandi manovre” contro una riforma fondamentale per salvaguardare l’ambiente, l’identità e l’immagine del Belpaese.

Predisposta da una commissione di esperti sotto l’autorevole presidenza del professor Salvatore Settis, direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa, la riscrittura del Codice ha il merito principale di restituire allo Stato la competenza “esclusiva” sulla tutela del paesaggio, in sintonia con la sentenza della Corte costituzionale del novembre scorso. Il potere centrale si riappropria in questo modo di alcune prerogative sul governo del territorio che per definizione, riguardando un patrimonio collettivo, non può essere localistico, municipale o regionale, frazionato insomma tra una pluralità di soggetti amministrativi spesso in conflitto tra loro. In forza di una legge delega già prorogata di due anni, il termine ultimo per ratificare il provvedimento scade il 1° maggio, ma difficilmente il testo sopravviverebbe in questa versione a una vittoria elettorale del centrodestra.

Nello spirito dell’articolo 9 della Costituzione, secondo cui “la Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”, la riforma introduce innanzitutto l’obbligo di una pianificazione congiunta fra Stato e Regioni per elaborare i piani paesaggistici. In questa procedura, è previsto poi il parere vincolante delle Sovrintendenze su qualsiasi intervento urbanistico o paesaggistico che incida su territori vincolati. E inoltre la sub-delega dalle Regioni ai Comuni, per i piani e le licenze edilizie, viene subordinata all’istituzione di uffici con competenze specifiche.

Prima dell’approvazione definitiva da parte del governo uscente, occorrono però i pareri consultivi delle competenti Commissioni parlamentari (Cultura e Ambiente) e prima ancora quello della Conferenza Stato-Regioni. È proprio in questa sede che è scattata la trappola dilatoria per allungare l’iter procedurale e insabbiare il provvedimento. Di fronte alla convergenza dei Comuni e delle Province, seppure condizionata a qualche ritocco ragionevole e accettabile, sono state alcune regioni governate dal centrosinistra come la Toscana e la Calabria (in quest’ultima l’assessore al Turismo è stato arrestato nei giorni scorsi in un’operazione antimafia), alleate per l’occasione ad alcune regioni di centrodestra come la Lombardia e il Veneto, a tirare il freno per difendere i propri poteri decisionali, nonostante la disponibilità di altre regioni di centrosinistra tra cui il Piemonte, la Sardegna, la Puglia e la Basilicata.

Di rinvio in rinvio, si rischia ora di far naufragare in extremis il Codice Rutelli provocando una spaccatura all’interno dello stesso Partito democratico. Non a caso, quando il Pd ha organizzato il suo recente convegno sull’Ambiente a Firenze, il presidente della giunta regionale toscana, Claudio Martini, aveva contestato pubblicamente il testo elaborato in più di un anno di lavoro dalla commissione Settis, bollandolo come un “passo indietro” nel governo del territorio. Allo slogan del cosiddetto “ambientalismo del fare”, si contrappone perciò un interrogativo che merita una risposta chiara e definitiva: per fare che cosa? Le “grandi opere”, l’autostrada della Maremma o le villettopoli sul modello di Monticchiello, contestate non solo dai Verdi ma da tutto il fronte ecologista? Oppure, per fare ecomostri da abbattere poi a colpi di denunce e cariche di dinamite?

Da qui alle elezioni di metà aprile, questo diventa perciò un test importante per definire il profilo ambientalista del Partito democratico guidato da Walter Veltroni. Non c’è nulla di rivoluzionario, di radicale o di massimalista, nel Codice sul Paesaggio. Non è stato concepito da una “sinistra antagonista”, come si suol dire a volte in tono spregiativo, ma da una cultura riformista delle conoscenze e delle competenze. E si tratta di uno strumento utile anche a fini economici, per incentivare il turismo di qualità e quindi l’occupazione di tutto l’indotto.

Mentre la sottosegretaria ai Beni culturali, Danielle Mazzonis, avviava un tentativo di mediazione per superare l’impasse, il professor Settis ha scritto intanto a Rutelli per esprimergli la sua preoccupazione e sollecitarlo a respingere l’ostruzionismo di quelle che lui stesso chiama le “regioni palazzinare”: tanto più che il governo ha la facoltà di approvare il Codice anche contro un loro eventuale parere negativo. “Benedetto Croce – ricorda in conclusione la lettera - fu ministro per un solo anno, ma ancora si studia la sua legge sul paesaggio, la prima nella storia d’Italia”. Si farà in tempo ora ad approvarne una nuova, a quasi un secolo di distanza?

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