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Chi frequenta i summit delle istituzioni europee, e ne conosce le deferenze opportuniste, le verità lente a dirsi, le cerimoniose capricciosità, non dimenticherà facilmente quel che è successo domenica, nella conferenza stampa di Nicolas Sarkozy e Angela Merkel a Bruxelles. Un giornalista li interroga sulla credibilità di Berlusconi, ed ecco che d'improvviso scoppia un'ennesima bolla, fatta sin qui di illusioni e non-detti: una delle tante, nei quattro anni di crisi che abbiamo alle spalle. La bolla di uno Stato-subprime: debitore di seconda categoria, poco affidabile. Alcuni giudicano disdicevole la sbirciata complice che si sono lanciati l'un l'altro Sarkozy e la Merkel, e umiliante quell'attimo muto, terribile, che ha preceduto l'erompere inaudito della risata, subito echeggiata dai giornalisti presenti. È vero, è stata umiliazione e anche qualcosa di più: un atto di sfiducia che non avanza più mascherata, che si esibisce senza pudori sapendo il consenso mondiale di cui gode. Un assassinio politico in diretta.

È difficile ricordare episodi simili, nella storia dell'Unione, e non stupisce che gli autori stessi dell'incredibile gag siano quasi spaventati da quel che hanno fatto. Fonti governative tedesche si sono preoccupate ieri d'attenuare il colpo: "Le allusioni italiane sul sorriso scambiato ieri in conferenza stampa tra Merkel e Sarkozy sono basate su un equivoco". Ma colpo resta, quel che abbiamo visto domenica: e poco importa se sarà stato un attimo, se lo strappo sarà ricucito e - parola di Montale - "come s'uno schermo s'accamperanno di gitto alberi case colli per l'inganno consueto". Per un attimo, è come se i dirigenti dei due motori d'Europa - Francia e Germania - avessero smesso di credere nelle virtù della diplomazia, della pazienza, e solennemente avessero bocciato un primo ministro nel più crudele dei modi, perché altra via non c'è. Sembra uno sfogo incontrollato ma c'è del metodo, nello sfogo: non è nelle istituzioni italiane che si cessa di credere, ma in chi governa. Dopo lo scoppio ilare Sarkozy s'è fatto serio, ha evocato il colloquio tra lui, la Merkel e Berlusconi, ed è stato chiarissimo: "La nostra fiducia, la riponiamo nel senso di responsabilità dell'insieme delle autorità italiane: politiche, finanziarie e economiche". Angela Merkel ha aggiunto: "La fiducia non nasce solo dalla costruzione d'un ombrello salva-Stati. È di prospettive chiare che c'è bisogno". Sono giorni che il Cancelliere non interpella Palazzo Grazioli per ottenere assicurazioni (che legittimità può avere, una sede governativa privata?) ma il Quirinale.

Il messaggio non potrebbe essere più netto, e ultimativo ("vi diamo tre giorni"). E c'è in esso del metodo perché ogni parola è pesata: è sulle istituzioni italiane che gli europei fanno affidamento, non sulla persona Berlusconi. Spetta all'insieme delle autorità italiane, politiche, finanziarie ed economiche mostrare il senso di responsabilità che il premier evidentemente non possiede. Può sembrare un insulto - un capo di Stato o di governo non dovrebbe ridacchiare in pubblico di un collega - ma la crisi che traversiamo è talmente vasta, e funesta per tutti i cittadini d'Europa, che il galateo diplomatico per forza si sfalda. Non sono due leader arroganti a sbeffeggiare l'alleato; è il disastro europeo che può nascere dal vuoto politico italiano che secerne l'inaudito incidente. Un disastro che Berlusconi ancor oggi elude, quando dopo il vertice proclama: "Non c'è stato e non c'è rischio Italia". L'occultamento dura dal 2007-2008 ("Non c'è crisi. Siamo i primi in Europa") con effetti catastrofici su quel popolo che il premier s'ostina a chiamare sovrano.

La cosa triste nell'Unione europea è la sua impotenza, quando un paese membro azzoppa la propria democrazia e con false informazioni frena l'insorgere - nei singoli cittadini - della responsabilità. Bisogna essere democratici, per poter entrare nell'Unione. Non bisogna necessariamente esserlo, per restarvi. C'è un articolo del trattato di Lisbona (il numero 7) che prevede sanzioni quando uno Stato si discosta dalla democrazia: ma nessuno, neanche l'opposizione in Italia, ha mai osato fare appello a esso. L'unico espediente dell'Unione, quando vuol render manifesta un'incompatibilità non solo economica e finanziaria con Stati devianti, è di conseguenza la peer pressure, la pressione dei pari grado. E la pressione non sembra in grado di secernere altro che il sogghigno. Solo quando è in gioco l'economia, pare efficace.

Ma è un sogghigno che va analizzato, perché spesso ridendo diciamo cose molto vere. Dichiarandosi fiduciosi nell'insieme delle autorità italiane, i colleghi dell'Unione scommettono proprio su quella pluralità di poteri che Berlusconi continua a contestare, e a questi poteri si rivolgono: spetta a voi risolvere il rebus Berlusconi, e mostrare un senso di responsabilità che metta fine allo sberleffo mondiale scatenato da Palazzo Grazioli. È un appello, non recondito, alle forze responsabili della maggioranza: che sfiducino loro il premier, prima delle elezioni perché non c'è più tempo. Che mandino ai prossimi vertici europei un capo di governo di cui nessuno ridacchi più.

Si ricorda spesso il Gran Consiglio fascista, che il 25 luglio '43 mise in minoranza Mussolini grazie alla mozione di Dino Grandi. Ma non c'è bisogno di risalire tanto indietro. Anche l'Unione delle democrazie postbelliche conobbe casi simili. Il 20 novembre 1990, Margaret Thatcher cadde in seguito a un voto interno del suo partito, prima delle elezioni, e anche lei fu messa da parte per incompatibilità con l'Europa comunitaria. Due giorni dopo il Gran Consiglio conservatore, il premier si dimise e lasciò in lacrime Downing Street. Che l'Europa e i mercati avessero decretato la sua fuoriuscita era stato confermato, il primo novembre, dalle dimissioni di Geoffrey Howe, il vice primo ministro più aperto all'Unione e all'euro. Michael Heseltine, conservatore, fu il Dino Grandi della situazione.

Berlusconi non può più andare a Bruxelles, dopo un episodio del genere. Perché trascina verso il basso non solo l'Italia, ma l'intera zona euro. Un primo monito è venuto da Mario Monti, non un semplice pretendente al trono ma un conoscitore-frequentatore delle istituzioni europee: "Sarebbe opportuno che quanti hanno dato il loro sostegno al governo Berlusconi (...) prendessero maggiore consapevolezza della realtà internazionale che rischia di travolgerci, di trasformare l'Italia da Stato fondatore in Stato affondatore dell'Unione europea" (Corriere della Sera, 16 ottobre 2011).

Berlusconi non può presentarsi a Bruxelles, e l'Europa non può concedersi l'anomalia italiana: è la lezione dello sberleffo, che solo in apparenza è irridente ma la cui sostanza è spaventosamente seria. È come quando ride una persona che piange. Nessuna cosa detta da Berlusconi ha più peso né senso, tanto trasuda incultura delle cose europee. Anche la sua insistenza sulle dimissioni di Bini Smaghi, membro della Bce, ha qualcosa di intollerabilmente ottuso, agli occhi non solo del diretto interessato ma di tutta la Bce. Bini Smaghi deve andarsene, "essendo stato nominato dal governo senza passare attraverso alcun tipo d'elezione o concorso". Sono frasi come queste, di una rozzezza e insipienza senza limiti, che rendono velenosa la vicenda. Bini Smaghi non è, a Francoforte, un rappresentante dell'Italia ma di Eurolandia. La sua nomina, come quella di Draghi, prevede ben 3 votazioni (Eurogruppo, Parlamento europeo, Consiglio europeo) e il Trattato contiene regole precise per la rimozione dei membri del Comitato esecutivo Bce, che può avvenire solo per motivi gravi. Comunque non può esser decretata né da Berlusconi né da Sarkozy, in nome dei rispettivi Stati nazione.

La crisi strappa tanti veli, compreso questo. È il suo lato positivo: le regole diventano più importanti, non meno, man mano che lo sconquasso s'estende. Berlusconi le ignora del tutto, ed è un autentico miracolo che abbia alla fine nominato una personalità profondamente indipendente come Ignazio Visco alla testa di Banca d'Italia. Quanto a lui, non farà alcun passo indietro: chiederglielo è nenia un po' beota. Ma la pressione dei pari esercitata a Bruxelles può avvenire anche in Italia. Sempre che esistano uomini della destra davvero responsabili, che non usino questo nobile aggettivo per brigare, alla Scilipoti, prebende e notorietà.

La gente della Val di Susa, domenica, ha fatto davvero un miracolo, nel senso etimologico del termine (dal latino mirari, come si dice di «cosa grande che meraviglia», o anche di «cosa grande e insperata»).

Deludendo l'intero universo politico-mediatico che aveva spasmodicamente atteso l'incidente (e in buona misura l'aveva anche preparato) per mettere, una volta per tutte, una pietra sopra la Valle e la sua resistenza. Hanno costruito un capolavoro: un corteo di migliaia e migliaia di persone di ogni età e condizione, che si snoda per sentieri di montagna (credo che sia l'unica esperienza al mondo), tra castagneti e blocchi di polizia, aggirando barriere e tagliando reticolati in un ordine assoluto, senza un gesto o una parola fuori posto, senza l'aggressività e la volgarità che invadono il mondo politico, senza neanche un petardo acceso o una pietra lanciata. Un'azione di disobbedienza civile in perfetto stile gandhiano, realizzata esattamente come le assemblee partecipatissime di valle avevano deciso nei giorni precedenti, mentre intorno strepitavano i profeti di sventura.

La ragione di questa forza è, tutto sommato, facile da spiegare, per chi abbia anche solo messo il naso in valle: perché quello della Val di Susa non è un semplice movimento, nel senso genericamente politico in cui si è soliti usare questo termine. E' un popolo, una comunità con legami fortissimi con la propria terra e la propria storia, impegnata da almeno un paio di decenni a prendersi cura dei propri beni comuni, del proprio habitat, del proprio sistema di relazioni. Sono persone, individui, ma anche famiglie, catene generazionali, reti sociali di vicinato, culturalmente aperte, disponibili all'accoglienza, alla condivisione e alla contaminazione con gli altri, ma consapevoli della propria identità.

E' tutto questo che non hanno capito i politici di professione e i giornalisti di passo, destinati a rompersi le corna contro questo materiale resistente, duro, coriaceo, su cui chiacchiere e manipolazioni scorrono via come acqua sulle pietre. Con realtà come questa - irriducibile ai flussi e alle retoriche proclamate dall'alto, la politica dovrà imparare a fare i conti sempre più spesso. E' bene che si abitui all'idea.

Meno facile da spiegare è la ragione dell'accanimento con cui si cerca, con ogni mezzo, di piegare quella resistenza. Perché tanto unanimismo tra i mezzi d'informazione mainstream, disposti anche all'abuso di potere, alla violazione di ogni etica professionale, pronti a truccare le carte (e le interviste), a mentire più o meno apertamente, a occultare, a ridicolizzare, a enfatizzare episodi minimi e a tacere fatti clamorosi, perfettamente simmetrico con l'unanimismo bipartisan della politica, in lite anche furibonda su tutto, tranne che sul TAV? Il fatto è che nella questione del TAV in val di Susa, si manifesta, in un microcosmo locale delimitato, un paradigma globale esemplare. Un meccanismo che guida i processi politici ed economici a livello generale, nell'Unione Europea, di certo, e per molti aspetti nell'intero Occidente.

Gli ingredienti ci sono tutti.

In primo luogo l'affermazione, tutta ideologica, di credenze dogmatiche, semplici, banali, ma indiscutibili, tali da resistere a qualsiasi confutazione razionale, a qualsiasi dato empirico, o alla semplice osservazione dei fatti. E' il meccanismo che fa dire, ossessivamente, che il TAV va fatto (anche se ci costerà qualcosa come 20 miliardi di Euro) perché «l'Europa ce lo chiede», o «perché è un'infrastruttura» (sic!), o perché «non possiamo restare isolati dal resto del continente». Anche se basta guardare una carta per capire che una ferrovia c'è già, che da anni è ampiamente sotto-utilizzata, mentre basterebbe una elementare conoscenza dei fatti economici per capire che tra due economie mature come quelle francese e italiana i flussi di merci - tanto più se pesanti - sono destinati a stabilizzarsi o a decrescere, non certo a impennarsi. E' lo stesso meccanismo che ha condotto le istituzioni economiche europee ad ammazzare (fisicamente) la Grecia con ricette mortali. E che, indifferenti a ogni evidenza, le estendono ad altri (in primo luogo a noi), all'insegna del dogma neo-liberista che impone di tagliare reddito, posti di lavoro e diritti, quando è evidente anche a un bambino che la crisi in corso nasce proprio dall'umiliazione del mondo del lavoro, dal crollo del suo reddito e del suo potere d'acquisto sconsideratamente compensato dalla dilatazione della finanza e del denaro virtuale.

In secondo luogo l'esistenza di una cupola degli affari e del potere - di una concentrazione di interessi - assurta a principale se non unica istanza destinata a determinare monopolisticamente le scelte strategiche, a scapito di tutto il resto, orientando le tecnocrazie e gli stessi organi rappresentativi, governando i flussi di risorse finanziarie e di determinazioni politiche, con decisioni irrevocabili, sottratte al controllo dei destinatari di quelle decisioni: di coloro che ne pagheranno il prezzo e ne sosterranno i sacrifici.

Infine la formazione di un fronte politico bipartisan, assolutisticamente bipartisan, tanto bipartisan da sopravvivere agli stessi conflitti interpartitici perché cementato da una commistione e condivisione di interessi materiali, da una rete di affari trasversale e indifferente alle linee di demarcazione politica (nel caso del TAV è significativo che gli appalti abbiano interessato tanto le cooperative emiliane quanto le società di ex ministri berlusconiani). Una rete affaristica che prevale sullo stesso rapporto di rappresentanza, travolgendolo. Rivelando la lacerazione dei rapporti tra rappresentanze istituzionali e territori, la forbice tra sordità dei governanti e solitudine dei governati.

20.000 manifestanti - ma mettiamo che fossero anche meno, 15.000... -, in una valle che conta all'incirca 40.000 abitanti (tanti sono i residenti nella media e bassa Val di Susa coinvolti nella protesta) significano metà della popolazione, almeno uno per famiglia, e anche di più. Sono un "pieno" che fa da contrappunto - e da antidoto - al vuoto delle tante bolle - mediatiche, finanziarie, politiche - che ci minacciano e ci affliggono. Nessuno può pensare di poterci passare sopra con gli scarponi chiodati. E nemmeno con i Lince dei poveri alpini reduci dall'Afghanistan. Il solo pensiero di poter militarizzare il problema della Val di Susa, concepito in modo bipartisan da alcuni parlamentari piemontesi, è sintomo di irresponsabilità. Di un inquietante deficit di razionalità, terribilmente simile a quello che ha portato i razionalissimi mercati nel caos. E che sta conducendo il mondo sull'orlo dell'abisso.

L'Italia precipita sempre di più nel pozzo senza fondo della sua crisi politico-istituzionale. Per capire bene il senso di questa affermazione, bisogna però fare un passo indietro. Mi riferisco infatti prevalentemente a quanto è accaduto fra l'11 e il 14 ottobre scorsi, e su cui, con sospetta tempestività, il 15 ottobre romano ha subito steso un velo pietoso (che finora i politici e i commentatori non hanno ritenuto di dover risollevare). L'11 ottobre il governo Berlusconi è stato battuto alla Camera non su di una leggina qualsiasi ma sull'art.1 del Rendiconto dello Stato (atto non casualmente regolato dall'art.81 della Costituzione). Il 13 Berlusconi, senza sentire il bisogno di riferire al Quirinale su quanto accaduto (diversamente da quello che, correttamente, aveva ritenuto di dover fare Gianfranco Fini), si presenta alla Camera per chiedere la fiducia; il 14 la Camera gliela accorda. Questo dovrebbe consentirgli di riscrivere l'art. 1 (?) e farlo approvare (magari con un altro voto di fiducia?).

La mia opinione è che, con l'adozione (come dire: forzosa) di tali procedure, si siano abbondantemente superati i limiti, non solo di una normale correttezza istituzionale (inutile invocarla da parte di un individuo di tal fatta), ma dello stesso dettato costituzionale. Mi dispiace impancarmi di nuovo in ragionamenti su siffatta materia: ma poiché gli specialisti tacciono, bisogna pure che qualcuno parli. L'art. 81 della Costituzione, secondo me, non lascia dubbi in proposito.

Se le Camere non approvano il rendiconto consuntivo presentato dal Governo (e l'art. 1 è da questo punto di vista, anche preso in sé, ovviamente decisivo), il Governo è molto più che «sfiduciato», deve andarsene a casa (i precedenti, del resto, parlano tutti in questo senso). Se non se ne va, e ripresenta tranquillamente il provvedimento e si fa ri-fiduciare (magari per due volte di seguito), c'è qualcosa che non funziona da qualche parte.

E pure, - anche indipendentemente dal velo opportunamente fatto scendere sull'accaduto in conseguenza del 15 ottobre romano - nulla è davvero accaduto nonostante la gravità del caso. Sul versante istituzionale io sostengo che il combinato-disposto degli Artt. 54, 81 e 88 della Costituzione imporrebbe-autorizzerebbe scelte molto più incisive di quelle che finora sono state, non dico prese, ma anche soltanto adombrate. Sul versante politico il parziale Aventino parlamentare, su cui le opposizioni, comunque unite nella scelta (il che rappresenta un passo in avanti non trascurabile), si sono ritrovate, rappresenta una pallidissima, larvale (e un po' rinunciataria, come tutti gli Aventini) anticipazione di quel che sarebbe opportuno fare. Ma su questo tornerò più avanti.

Su questo quadro, di per sé debole e slabbrato, si è precipitata, sconvolgendolo ulteriormente, l'onda d'urto degli scontri romani del 15 ottobre. Forse, anzi di sicuro, sopravvalutati per dimensione e per impatto; ma non da sottovalutare. Si ripete così una storia italiana, pluridecennale: non appena qualcosa si muove - e questo, è il caso di ricordarlo, è esattamente quel che stava accadendo negli ultimi mesi - un corpo estraneo ed ostile gli si appiccica addosso, lo fa sanguinare, ne rallenta o addirittura ne arresta i movimenti, prepara, nel conflitto che si apre, esiti ancora più catastrofici (perché questo accada in Italia e non altrove, comporterebbe un discorso assai lungo, non impossibile da farsi, ma non qui ed ora). Soltanto che la ripetizione apparentemente fatale degli eventi non può impedirci di vedere che anche da questo punto di vista, come tutto in Italia, le cose sono degenerate negli ultimi anni fino al complessivo degrado della situazione presente. Insomma: dalla «seconda società», che ora, a quanto pare, sta con il «movimento», fortemente contestativo ma non violento, si è staccata la costola della «terza società»: ribellismo allo stadio puro, senza niente dietro e soprattutto niente davanti, né sinistra né destra anche loro, in fondo, come tanti altri, anche colti, anche «perbene», che predicano attualmente l'antipolitica: solo la violenza che hanno imparato dal sistema corrotto e degenerato, che appunto li ha prodotti. Oggettivamente sono i migliori alleati della banda Berlusconi-Bossi, - che ne ha predisposto il vero brodo di cultura - quindi, se la logica in politica ha ancora un senso, sono i nostri peggiori nemici e come tali vanno politicamente isolati e combattuti (per questo sono sbagliate le parole di Valentino nel fondo del manifesto del 16 ottobre). Soggettivamente - se si escludono gli infiltrati, che in una situazione del genere non possono non esserci - sono il frutto di una disgregazione sociale, a cui finora nessuno ha saputo dare una risposta.

Torno al quadro iniziale, ma tenendo conto anche della considerazione centrale. Questo paese, l'Italia, rischia ormai da vicino la dissoluzione, non solo economica, ma sociale e culturale, in una parola identitaria. Se è vero, vuol dire che siamo in una situazione di estrema emergenza; e le situazioni di estrema emergenza richiedono proposte e soluzioni di estrema emergenza. Non un programma per fare dell'Italia il meglio che ci sia al mondo; ma un programma per evitare che l'Italia divenga il peggio che ci sia al mondo. Perché questo accada bisogna che le istituzioni facciano presto quel che loro compete. Ma le istituzioni, ormai è chiaro, non faranno quel che loro compete finché la politica, la politica!, non farà quel che le compete. Alla politica compete di stendere un programma, - un programma dimensionato, com'è ovvio, all'emergenza, il che vuol dire poco, anzi, in questa situazione, forse, può persino voler dire troppo, - e formulare una proposta di governo. Per quanto la cosa - tenendo conto dello sfondo catastrofico che ci sta davanti agli occhi tutti i giorni - appaia sovranamente incredibile, questo finora non è accaduto, anzi, non è neppure cominciato. La verità è che questa maggioranza, per quanto divisa e persino rissosa, è profondamente unita su di un punto: la propria sopravvivenza, il che vuol dire la sopravvivenza di ognuno di quelli che la compongono: la minoranza, invece, si presenta divisa, spesso alla ricerca di soluzioni partitiche separate e contrapposte. Inoltre - e non è l'aspetto minore del mio ragionamento - con chi potrebbe colloquiare la grande massa apartitica dei movimenti, in crescente dispiegamento di forze (la faccia enormemente positiva del 15 ottobre), se la politica continua a fare i suoi giochini per linee interne? Un interlocutore unico e certo è meglio, per chi vuol cambiare, di quattro-cinque interlocutori separati e concorrenziali, e perciò inevitabilmente inattendibili.

Bisogna perciò che le opposizioni escano dall'improduttivo Aventino per tentare la proposta di governo: tutte insieme, ora, anzi subito - perché non c'è altra soluzione possibile -perché il disastro è incombente: un governo di risposta alla crisi, di risposta all'impasse istituzionale, di risposta al vuoto ideale e culturale, di risposta al disagio sociale.

Per tutti questi motivi, non serve, anzi si presenterebbe effimero e improduttivo, un governo tecnico e/o di transizione (con questo Parlamento!): servono invece elezioni subito, perché l'investitura dell'esperimento unitario, - l'unica via possibile di uscita dalla crisi, - abbia, com'è giusto e necessario che sia, l'avallo dell'investitura popolare. Il governo di coalizione democratica di tutte le attuali opposizioni vince oggi con qualsiasi legge elettorale: non c'è bisogno di aspettare, si può fare a meno di aspettare. I «giochi», - quelli elettorali e altri, molti altri, - si cambieranno dopo: non c'è tempo né modo per farlo prima. E tutto questo, anticipando il momento in cui la crisi s'avviterà inevitabilmente in catastrofe. E' possibile farlo, va fatto.

L´uccisione di Gheddafi, la fine della guerra in Libia e il difficile assetto di quel paese hanno dominato le pagine dei giornali e gli schermi delle televisioni. Non ho esperienza di quei problemi e quindi non me ne occuperò, ma voglio dire che cosa penso della feroce esecuzione del dittatore libico mentre fuggiva da Sirte sulla strada che conduce a Misurata. Concordo con tutti quelli che hanno riprovato la ferocia; bisognava consegnarlo alla Corte di giustizia internazionale per un regolare processo sebbene la stessa Corte, la Nato e i comandi militari del governo provvisorio dei ribelli ne avessero chiesto la cattura "vivo o morto".

Quando cade un tiranno che ha terrorizzato e insanguinato un Paese per anni ed anni, la tentazione del linciaggio è incontenibile e talvolta colpisce perfino degli innocenti supposti colpevoli. Figurarsi quando la colpevolezza è palese e si è macchiata di delitti orribili. Se poi l´autorità legale è debole - come ancora lo è nella Libia di oggi - manca ogni possibilità d´impedire il giudizio sommario. La storia è purtroppo piena di queste esplosioni di rabbia incontenibile e incontenuta, sicché dolersene è doveroso ma stupirsene no.

Ciò premesso, i temi odierni sono soprattutto due: il movimento dei cattolici messo in moto dal cardinale Angelo Bagnasco e dal convegno delle associazioni e comunità da lui promosso a Todi e il movimento degli "indignati" con le violenze degli "incappucciati" che gli hanno rubato la scena a piazza San Giovanni.

Gli "incappucciati" sono un problema di ordine pubblico come gli "ultras" degli stadi e come quelli vanno trattati. Gli "indignati" sono invece un problema sociale che si identifica con la mancanza di lavoro e con l´emarginazione.

La situazione che fa da sfondo a questi avvenimenti è la vera e propria paralisi del governo, il disfacimento dei due partiti di maggioranza e l´alternativa ancora indistinta dalla quale le opposizioni non riescono ancora ad uscire.

Partirò da lontano per meglio affrontare e tentar di chiarire questo viluppo di problemi: da due colloqui che ebbi con Aldo Moro il 18 febbraio del 1978 e con Enrico Berlinguer il 28 luglio del 1981. Quei due eccezionali personaggi sono morti da tempo, ma i loro pensieri e le loro previsioni sono attualissimi, sembrano datati oggi, perciò è da quelle parole di allora che partirà il mio ragionamento.

* * *

Enzo Bianchi, priore della comunità di Bose, ha scritto ieri su queste nostre pagine un commento di grande interesse sul nascente movimento dei cattolici. Bianchi è anche lui un cattolico, ma di una caratura molto particolare. Ricorda per certi aspetti Pietro Scoppola che fu uno dei fondatori del partito democratico; infatti anche Bianchi come Scoppola non sono molto nelle grazie della Gerarchia, come del resto non lo è il cardinal Martini e neppure l´arcivescovo Tettamanzi che ha da poco lasciato la guida della diocesi milanese.

Quest´ala della cattolicità pone il problema del rapporto tra il laicato cattolico e la Gerarchia sottolineando la notevole sproporzione da sempre esistita tra questi due aspetti della religione, a tutto vantaggio dell´istituzione e a danno del popolo di Dio. Che l´istituzione guidata dalla Gerarchia sia indispensabile è un dato di fatto, ma che il popolo dei credenti sia stato ridotto al pio gregge nelle mani del pastore rappresenta una palese deformazione della predicazione evangelica. Antepone la liturgia alla pastoralità e quindi il dogma e la politica all´afflato della fede.

Questa, con rare eccezioni, è stata la storia della Chiesa, soprattutto a partire dalla guerra delle investiture e dalla vendita delle indulgenze, almeno fino al Concilio del Vaticano II. Di lì, cioè dal pontificato di papa Giovanni, ebbe inizio un tentativo di modernizzare la Chiesa, ponendola come un seme destinato a confrontarsi con il pensiero illuminista sul piano culturale e con il laicato cattolico su una più intensa concezione della fede e dei comportamenti etici da essa ispirati.

Non sembrino peregrine queste considerazioni; esse costituiscono la base necessaria per chiarire la natura di quel movimento di rilancio cattolico promosso dal cardinal Bagnasco, che si propone di affrontare un altro ed essenziale tema che la modernità pone alla Chiesa e cioè il confronto tra la Chiesa-istituzione e la democrazia dello Stato laico.

Un´ultima osservazione su questa questione preliminare. Era sembrato, all´esordio del pontificato di papa Ratzinger che egli parteggiasse piuttosto dalla parte di chi voleva frenare l´ispirazione conciliare del Vaticano II. Si sta invece verificando che non è questo, o non è più questo, il pensiero del Papa. Ne ha fatto fede il discorso da lui tenuto nelle scorse settimane al Bundestag di Berlino e in particolare nel discorso, durante quel suo viaggio in Germania, sul cristianesimo protestante.

Ratzinger è un agostiniano e questa sua formazione la dice già molto lunga sulla natura della sua fede, agganciata al pensiero di chi fece della "grazia" il pilastro della salvezza. Ma la frase più significativa Benedetto XVI l´ha riservata al promotore della "riforma": «Lutero - ha detto - ha creduto in Dio più di noi». Forse voleva dire che Lutero propugnò il rapporto diretto tra il credente e il suo Creatore, senza la necessaria intermediazione della Gerarchia, del dogma, della pratica liturgica.

La frase comunque è stata quella che di per sé evoca una vera e propria rivoluzione come l´altra: «Meglio un non credente di retto sentire che un ateo devoto».

* * *

Veniamo all´incontro con Aldo Moro. Si svolse nel suo studio in via Savoia alla presenza di Corrado Guerzoni, suo stretto collaboratore. Il tema era l´ingresso del Pci nella maggioranza del governo che si insediò, presieduto da Andreotti, pochi giorni dopo il nostro incontro e poche ore dopo il rapimento di Moro in via Fani e la strage della sua scorta.

Alla mia domanda Moro rispose così: «Molti si chiedono nel mio partito e fuori di esso se sia necessario un accordo con i comunisti. Quando si esaminano i comportamenti altrui bisogna domandarsi anzitutto quale è l´interesse che li motiva. Se l´interesse egoistico c´è, quella è la garanzia migliore di sincerità. E qual è l´interesse egoistico della Dc a non essere più il pilastro essenziale di sostegno della democrazia italiana? Io lo vedo con chiarezza: se continua così, questa società si sfascerà, le tensioni sociali non risolte politicamente prendono la strada della rivolta anarchica e della disgregazione. Se questo avviene noi continueremo a governare da soli, ma governeremo lo sfascio del Paese e affonderemo con esso. Noi non siamo in grado di "tenere" da soli un Paese in queste condizioni. Occorre una grande solidarietà nazionale. So che Berlinguer pensa e dice che in questa fase della vita italiana è impossibile che una delle maggiori forze politiche stia all´opposizione. Su questo punto il mio e il suo pensiero sono assolutamente identici. Dopo la fase dell´emergenza si aprirà quella dell´alternanza e la Dc sarà liberata dalla necessità di governare a tutti i costi».

Questo disegno moroteo fu attuato e consentì di battere il terrorismo. Lui ci rimise la vita ma il frutto d´una democrazia finalmente compiuta si realizzò.

Quel disegno era valido allora (e proprio per questa ragione gli interessi interni e internazionali che non volevano una trasformazione riformista del Pci organizzarono l´agguato di via Fani) ma è ancora più valido oggi perché il partito comunista non c´è più e la sinistra - tutta la sinistra - è interamente democratica.

I cattolici che militano nel Pdl (ma quelli veri sono assai pochi) dovrebbero riflettere sulle parole di Moro, ma ancor più dovrebbe riflettere Casini che ancora recalcitra di fronte all´ipotesi dell´alleanza che il Pd gli offre. Casini vuole essere l´ago della bilancia, accetta l´alleanza col Pd solo se sarà dimezzato, solo se Vendola andrà per conto proprio portandosi appresso metà del partito democratico.

Ma valgono anche per Vendola e per Di Pietro le parole che Moro allora indirizzava all´intero Pci. Chi pensa alla propria bottega vede l´albero ma non la foresta, antepone i propri interessi e le proprie ambizioni alla salvezza del Paese. E chi, nel partito democratico, si divide tra l´alleanza con Casini e quella con la sinistra radicale, fa lo stesso errore. Ci vuole - e tutti dovrebbero volerla - la grande alleanza del centro e della sinistra riformista. Con un programma comune, limitato ai pochissimi punti necessari a superare l´emergenza. Poi verrà il tempo dell´alternanza tra i moderati e i riformisti, entrambi ligi all´etica costituzionale e repubblicana.

***

Il colloquio con Berlinguer avvenne tre anni dopo quello con Moro. Il Pci aveva sperimentato l´alleanza con la Dc, il terrorismo era stato battuto lasciando dietro di sé una lunga scia di sangue. Ma i nodi del Paese non erano stati risolti, la questione morale si era diffusa con tutte le sue brutture, la Dc aveva registrato una regressione con l´alleanza Craxi-Andreotti-Forlani, mafia e corporazioni dominavano, il debito pubblico aveva superato la soglia della tollerabilità.

Berlinguer illustrò a lungo la questione morale individuandone la causa nell´occupazione delle istituzioni da parte dei partiti (anche del suo in alcune diffuse situazioni locali). Poi parlò della "diversità" comunista. Ne enumerò tre, ma le prime due avevano piuttosto l´aria di voler lanciare una sollecitazione contro il pericolo che anche il Pci diventasse "casta" anziché rappresentanza popolare quale fino ad allora era stato.

La terza "diversità" ha invece un tratto sorprendente di attualità: «Noi abbiamo messo al centro della nostra politica non solo gli interessi della classe operaia propriamente detta e delle masse lavoratrici, ma anche quelle degli strati emarginati della società a cominciare dalle donne, dai giovani e dagli anziani. Il principale malanno delle società industriali è la disoccupazione. L´inflazione è l´altro rovescio della medaglia. Bisogna impegnarsi a fondo contro tutte e due, ma guai se per domare l´inflazione si debba pagare il prezzo d´una recessione massiccia e di un´altrettanta massiccia disoccupazione. Ci ritroveremmo tutti in mezzo ad una catastrofe sociale di proporzioni impensabili. Noi abbiamo sostenuto l´austerità contro il consumismo. Abbiamo detto anche che i lavoratori avrebbero dovuto contribuire per la loro parte a questo sforzo di risanamento, ma che l´insieme dei sacrifici doveva esser fatto applicando un principio di rigorosa equità. Il costo del lavoro va anch´esso affrontato e contenuto operando soprattutto sul fronte della produttività. Voglio dirlo però con tutta franchezza: quando si chiedono sacrifici al Paese si comincia sempre con il chiederli ai lavoratori; quando poi si abbia alle spalle una questione come la P2 è assai difficile ricevere ascolto ed essere credibili».

Su queste parole debbono meditare tutti, al centro e a sinistra. Della destra non parlo nemmeno perché la destra non c´è. C´è un´accozzaglia di clientele tenute insieme dall´interesse e da residui di un ex comunicatore che ha scelto come amici intimi Scilipoti, Lavitola e Verdini. "Unicuique suum" direbbe la liturgia. Quanto alla fede, chi ce l´ha avrebbe dovuto sapere da gran tempo che nei luoghi del morente Pdl la fede non è mai stata di casa. Quel partito e il suo premier possono aver concesso qualche favore ai "valori non negoziabili". Al quale proposito -da un non credente interessato alla questione - concludo con due osservazioni: 1) anche i laici hanno valori non negoziabili; chi vuole affermare i propri deve concedere la reciprocità. 2) I valori non negoziabili non sono separabili l´uno dall´altro, costituiscono nel loro complesso una coscienza etica e dunque è su quella che ci si confronta.

Ora aspettiamo di vedere se le intimazioni alla manovra di crescita che l´Europa e la Bce ci hanno rivolto saranno accolte dal governo. Altrimenti su questo cadrà.

Caro direttore, lascio l’insegnamento al Politecnico prima di quel che avrei voluto. In via Bonardi ho potuto esercitare la libertà d’insegnamento, ma il meccanismo decisivo, quello della selezione del corpo docente, è andato sempre più orientandosi, nel settore scientifico-disciplinare dell’urbanistica e della pianificazione territoriale, verso il dilagare del pensiero unico, fratello e socio del "modello Lombardia" in campo politico. È il modello secondo il quale esistono formalmente due schieramenti politici che talvolta si danno il cambio nel governo, ma che sostanzialmente vivono di un patto stabile di non aggressione, fondato sulla spartizione dei collegamenti con interi pezzi del sistema economico.

Alla maggior parte dei miei colleghi questo sistema di governance post liberale piace e lo considera come fattore di stabilità e addirittura di successo per la nostra regione. A me pare invece che esso configuri da un lato il tramonto sostanziale della democrazia, e dall’altro una vera jattura sotto il profilo del modello di società e di città che va costruendo. La Lombardia ha cancellato, con una legge senza pari in Italia, quasi ogni garanzia sulla qualità e sull’efficienza nelle trasformazioni del territorio, senza che né la minoranza in Consiglio regionale né le Province né i Comuni di diverso orientamento politico si siano opposti efficacemente.

Milano, dopo avere inaugurato negli anni 90 la stagione del "fai da te" dell’urbanistica, con effetti già abbastanza preoccupanti che sono sotto gli occhi di tutti (dall’Isola-Garibaldi-Repubblica a Fiera-CityLife), ha adottato, con la precedente giunta, un cosiddetto Piano di governo del territorio, anch’esso unico nel panorama italiano per l’elefantiasi delle previsioni insediative, per la brutalità della densificazione, per l’inefficacia delle scelte infrastrutturali e di quelle di tutela della qualità urbana e ambientale, per la mancanza di strategie di sviluppo economico e infine per miope municipalismo.

A entrambi i livelli, al di là di qualche distinguo di maniera, il nocciolo di potere accademico del settore scientifico di cui faccio parte, in passato diversificato per orientamenti culturali e ora invece uniformato, ha finto di ignorare, oppure ha sostenuto, o talvolta ha persino determinato questi processi. E soprattutto ha operato all’interno dell’università affinché l’insegnamento si adeguasse a queste idee e le voci di dissenso fossero progressivamente emarginate. L’amministrazione milanese ora è cambiata, ma quale sostegno può venire al grande cambiamento che è necessario, da un’università così orientata e conformata?

Sono persuaso che questa deriva faccia un gran male a Milano e al nostro Paese. Un’università che cancella il pensiero critico e diffonde il gas anestetico del pensiero unico, che forma organizzatori del consenso invece che progettisti capaci di ideazione e innovazione, è forse il peggior male che possa capitare a una società. Non si può far finta di niente, bisogna reagire rifiutando l’omologazione, con la mente rivolta soprattutto ai giovani. Per incoraggiarli a scegliere una strada diversa: quella di formarsi, di misurarsi, e se necessario di battersi come urbanisti che si considerano al servizio di tutta la società e non, solo e comunque, del potere in carica.

Postilla

E' ragionevole ritenere che sulla decisione di Giuseppe Boatti abbia pesato il silenzio con il quale la struttura universitaria alla quale appartiene ha reagito alla grave azione di intimidazione nei suoi confronti esercitata dal Giornale , come abbiamo denunciato su queste pagine raccontando «antefatto, fatto e brutto pensiero a proposito dell’urbanista Giuseppe Boatti “sbattuto in prima pagina”».

Se il "pensiero unico" pervade anche l'università allora davvero non è da lì che può venire speranza per il futuro. E' bene uscirne sbattendo la porta, e cercando altrove gli strumenti per sollecitare nei giovani lo spirito critico necessario per comprendere il mondo e cambiarlo. Grazie, Beppe, del tuo lavoro e del tuo gesto.

Il 15 ottobre scorso a Roma la rabbia di chi era deciso a manifestare la propria indignazione puntando ai "Palazzi" e ai simboli del potere è stata assai più facilmente "sfogata" a spese e contro il corteo e gli obiettivi di centinaia di migliaia di altre persone. Facendosene scudo e prendendole in ostaggio; e beneficiando, tra l'altro, di comportamenti delle forze dell'ordine che hanno enormemente facilitato quest'esito. Quelle persone si erano invece convocate e riunite per manifestare in tutt'altro modo: cioè pacificamente; e con tutt'altro obiettivo: quello di dare, innanzitutto a sé stessi, e poi al mondo intero, una immagine circostanziata e "aggiornata" delle forze e delle idee che si contrappongono alle scelte che stanno portando le loro vite, quella del nostro paese e quella dell'intero pianeta a imboccare una deriva senza ritorno.

Iniziative che si concludono con scontri con le forze dell'ordine e con assalti più o meno devastanti ai simboli del potere non sono un'esclusiva del nostro paese, né di questa stagione: hanno spesso accompagnato, e a volte caratterizzato, alcune delle scadenze con cui, nel corso degli ultimi dodici anni, il movimento altermondialista ha cercato di rendere visibile al mondo il suo totale dissenso dalle scelte compiute dai cosiddetti Grandi della Terra. Ed è probabile, quale che ne sia la valutazione che ciascuno ne dà in base ai propri principi morali o alle proprie valutazioni politiche, che iniziative più o meno analoghe si faranno più frequenti negli anni a venire, in concomitanza con l'aggravarsi della stretta finanziaria, economica e ambientale che sta distruggendo la convivenza umana sull'intero pianeta. Lo confermano le recenti vicende della Grecia, giunta ormai a una fase della crisi che per molti versi anticipa e prefigura quello che sembra destinato a succedere in molti altri paesi, tra cui il nostro. Questo è uno degli aspetti della crisi con cui bisogna imparare a convivere, adoperandoci, se e perché lo si ritiene rovinoso, o pericoloso, o anche solo sbagliato, per limitarne le dimensioni e gli effetti.

A Roma la scelta di chi ha voluto a ogni costo dare a questa giornata un esito violento a spese di tutti gli altri è stata "giustificata"- quando lo è stata - con motivazioni che denotano una totale subalternità alla cultura e ai pregiudizi dominanti. Per esempio quella di "far saltare" un presunto accordo, con finalità elettorali, tra il centrosinistra - o una parte di esso - e alcune delle organizzazioni che hanno promosso la manifestazione; oppure (si è letto e sentito anche questo) quello di dare corpo alla rabbia dei precari contro la o le generazioni precedenti - largamente rappresentate nel corteo - che avrebbero rubato il loro futuro con i loro "diritti acquisiti".

La prima motivazione evidenzia come, anche tra i segmenti più ai margini - e che per questo si ritengono più "radicali" - si siano ormai insediati approcci tutti interni agli schemi della politica più deteriore: quella interamente costituita dal mercanteggiamento delle scomposizioni e ricomposizioni degli schieramenti che tutti i giorni ci viene esibita dal ceto politico. La seconda motivazione riprende il cliché che mira spiegare e affrontare la crisi in termini di scontro generazionale e non di conflitto tra sfruttati e sfruttatori; tra lavoro e capitale; tra poveri e ricchi; tra chi paga le tasse e chi le evade; tra chi cura l'ambiente e chi lo devasta; tra ricostruzione e distruzione dei legami sociali.

In entrambi i casi - e, probabilmente, in molti altri che occorre affrontare con pazienza e umiltà, nelle sedi più aperte e più appropriate - la posizione di chi ha voluto portare la giornata del 15 ottobre all'esito che ha avuto è simmetrica e speculare a quella di tutti i media e i giornalisti che la hanno commentata. I quali si sono limitati a distinguere - nel migliore dei casi - o a confondere - in tutti gli altri - un ridotto gruppo di vandali "violenti" e una stragrande maggioranza di manifestanti "pacifici". Ma non hanno colto, per malafede, per mancanza di cultura, per incomprensione, le caratteristiche principali di quella giornata. Sicché la cultura degli uni - i media - spiega molto del comportamento degli altri: i "violenti". Poche osservazioni bastano a evidenziarlo.

1. Si è manifestato nello stesso giorno in più di 80 paesi e in più di 500 - o 900? - città: contro gli stessi eventi, le stesse entità, con le stesse parole d'ordine; con uno slogan che, come ha ricordato Naomi Klein parlando a Zuccotti Park, è partito l'anno scorso dal movimento degli studenti italiani («Noi la vostra crisi non la paghiamo») e, a un anno di distanza, è rimbalzato in tutto il mondo nella forma: «Il debito non si paga». Vorrà pur dire qualcosa questo obiettivo, se è così condiviso da milioni di manifestanti, nonostante sia così osteggiato dall'establishment accademico, politico, finanziario e mediatico, che non riesce nemmeno a prenderlo in considerazione come ipotesi. O no? E, quale che ne possa essere la realizzazione, non sarà questo obiettivo altrettanto rilevante, e molto di più in termini prospettici, delle "violenze" che si sono viste in piazza a Roma?

2. La manifestazione di Roma è stata di gran lunga la più ampia del mondo: dieci o venti volte di più della maggiore di quelle che si sono svolte nelle altre città. Qui non interessa la "conta"; Maurizio Landini ci ha insegnato, giusto un anno fa, a non impuntarsi su conte del genere, dove la meglio l'ha sempre e comunque chi controlla i mezzi di comunicazione di massa. Ma nessuno, sembra, si è chiesto come mai fossimo in tanti. Non certo per la presenza dei black bloc, o di chiunque sia stato designato con questo termine! È il fatto di essere stata voluta, convocata, preparata e condivisa da un numero di persone che già pochi mesi fa ha dato un'idea della propria consistenza con i referendum contro la privatizzazione dell'acqua e dei servizi pubblici locali, contro il nucleare e contro l'immunità di Berlusconi.

3. Questa manifestazione, infatti, non è stata convocata da nessun partito, da nessuno dei sindacati cosiddetti maggioritari - quelli che siedono, o sedevano, al tavolo delle trattative nazionali - da nessuna delle istituzioni che pretendono di rappresentare il paese o una sua componente. È stato il frutto di mille, diecimila iniziative dal basso, alcune esclusivamente locali, altra ormai consolidate, o temporaneamente coordinate, a livello nazionale; che si sono riconosciute in un comune sentire: quello dell'indignazione, per usare un termine che, più che scelto, gli è stato appiccicato addosso: benvenuto! Non solo contro Berlusconi (negli altri paesi questo problema non esiste). Ma contro la finanza internazionale, le sue scelte e le sue imposizioni; che è invece un problema comune a tutti. Tutte queste persone si sono riconosciute anche in alcuni obiettivi generali - il ripudio del debito, la lotta contro precarietà, disoccupazione, incultura, deprivazione - e in un percorso da costruire in comune: attraverso un confronto e una consultazione aperta e senza pregiudizi. E innanzitutto, a Roma come a New York, a Madrid come a Barcellona, nella gioia di essere veramente "insieme"; o, come dice Naomi Klein, di poter dire al vicino «mi importa di te».

4. Non era un corteo di giovani, come tutti i commentatori hanno continuato a designarlo. Nella manifestazione erano presenti i temi più diversi: dall'acqua ai diritti dei lavoratori, dalla difesa della cultura a quella dell'ambiente, dalla promozione delle energie rinnovabili alla salvaguardia di scuola, università e ricerca, dall'agricoltura biologica alla lotta contro la vivisezione; ma nessuno - tranne, certamente, la volontà di farla finire in uno scontro - è stato vissuto come incompatibile con gli altri. Soprattutto, erano presenti, in modo massiccio e ben rappresentato, forse per la prima volta, tutte le generazioni: nonne e nonni, madri e padri, figlie, figli e nipoti; un vero family-day, di una famiglia molto allargata. E una risposta eloquente - come si è detto - a tutti i tentativi di analizzare la crisi in termini di conflitto intergenerazionale.

5. Che cosa sarebbe successo, infine, se quel corteo avesse potuto proseguire tranquillamente il suo percorso e concludersi, come avremmo voluto, in Piazza San Giovanni? Nessuno, nei media, se lo è chiesto. Ne sarebbe seguita un'acampada di centinaia di tende - e non di quelle poche decine che hanno fortunosamente trovato un'alternativa in Piazza Santa Croce in Gerusalemme - tante da rendere difficile il loro sgombero e quasi automatica una loro crescita e un continuo rinnovamento. Un problema in più per l'establishment! Tale da poter concludere che, da come sono finite le cose, gli è proprio andata nel migliore dei modi.

L'ordinanza che vieta di manifestare viola la nostra Carta, spiega il costituzionalista: «È un diritto inalienabile» Parla Stefano Rodotà: «Stanno sospendendo le garanzie costituzionali». Ma anche sui violenti niente sconti: «Danneggiano il movimento e chi cerca nuovi strumenti di democrazia reale»

Leggi Reale, divieti a manifestare nella forma corteo, fermi di polizia e "Daspo politico". «Sono davvero sbalordito, questo è un Paese che ha perduto la memoria». Stefano Rodotà è indignato. Perché con questi divieti «inammissibili» si stanno «sospendendo le garanzie costituzionali». E perché quando un ministro di governo, come Maroni, parla di «terrorismo urbano» usa una «violenza verbale di segno uguale e contrario a quella del 15 ottobre a Roma».

«Attenti al linguaggio», è il suo monito. Ma è rivolto anche a noi: «Non sono d'accordo con Valentino Parlato», dice. «Certo che devo cercare di capire, ma subito dopo non faccio sconti. Chi ha usato la violenza, sabato scorso, l'ha fatto intenzionalmente contro quel movimento che aveva deciso di mettere in atto forme di democrazia partecipativa. Quella violenza ci ha fatto fare a tutti un brutale passo indietro».

Per la prima volta da tempo immemore un corteo della Fiom - che ha sfilato a Roma perfino nel '77 - viene vietato. Come valuta questo provvedimento?



Una misura assolutamente inammissibile. Per due motivi. Primo perché non si possono sospendere le garanzie costituzionali, e il divieto generalizzato di fare cortei a Roma in questo periodo imposto da Alemanno è un provvedimento contrastante con l'articolo 17 della Costituzione. Oltretutto non si può precludere alcuna forma in cui esercitare legittimamente il diritto a manifestare. Secondo: il divieto è sì contemplato nell'articolo 17 della Costituzione ma solo per «comprovati motivi di sicurezza o incolumità pubblica». Motivi che non possono essere ipotetici. Deve appunto essere «comprovato» che chi organizza il corteo - in questo caso la Fiom - mette a rischio la sicurezza pubblica. È un dettato di stretta applicazione e va applicato tenendo sempre presente che nel bilanciamento tra i due diritti, quello a manifestare è preminente. Vorrei sapere come è stato motivato questo divieto. Dobbiamo considerare che da sabato scorso Roma è diventata una città a rischio, in cui la libertà di manifestazione del pensiero è temporaneamente sospesa, almeno in alcune sue forme? È questo il nuovo status della città?

Valentino Parlato solo per aver detto che gli scontri di sabato scorso «sono segni dell'urgenza di uscire da un presente che è la continuazione di un passato non ripetibile», ha scatenato un «dispiegamento di buoni sentimenti», come dice Rossana Rossanda. Lei cosa ne pensa?

Non condivido la posizione di Valentino. Dire che - lo riassumo grossolanamente - il rischio di violenza è ormai insisto nelle manifestazioni, dato l'attuale contesto e la conseguente tensione sociale, è un argomento molto rischioso perché può essere usato con conseguenze gravissime, come abbiamo visto.

Lei si è fatto un'idea di chi sono questi giovani «violenti»?

No, ma ho letto che la loro è stata una scelta anche contro quel tipo di manifestazione considerata troppo «debole». So bene che la violenza nella storia c'è, che non viene dal nulla e è più facile trovarla nel disagio. Ma guardiamo il lascito drammatico di quella giornata: sta tornando in voga l'argomento che le manifestazioni si devono di nuovo irreggimentare, devono prevedere un servizio d'ordine. Sta passando l'idea che la libertà di manifestare richiede un'infinità di cautele, a cominciare da parte di chi le organizza. La violenza ha svuotato di ogni senso l'iniziativa politica. Non ci dimentichiamo che l'obiettivo del corteo era di andare a San Giovanni per mettere le tende e creare un presidio permanente. Non dico proprio una piazza Tahrir a Roma, ma comunque cercare di creare qualcosa che potesse dare stabilità, responsabilità, visibilità pubblica, opportunità di confronto. Tutto ciò è stato spazzato via, e questo è un atto di irresponsabilità.

Il linguaggio di Maroni richiama gli anni '70. È giusto?

Non c'entrano nulla gli anni '70. Non c'era, allora, questo tipo di rabbia. Nessuno pensava: «Ci avete levato il futuro, volete farci pagare il vostro debito».

Quanto influisce il fatto che siano orfani di rappresentanza politica?

Questi giovani non solo non hanno una rappresentanza politica ma sono disillusi e rifiutano la democrazia rappresentativa. Pensiamo però che la crisi della democrazia partecipativa possa aprire spazi a una svolta violenta? Ricordiamo che l'ambizione dei movimenti che hanno sfilato il 15 ottobre era proprio tentare di salvaguardare la democrazia reale e ripristinare forme partecipative di rappresentanza. Volevano andare in piazza con una tenda, segno di precarietà e al contempo di stabilità, dimostrare che il movimento non è più volatile ma ha un luogo proprio, rappresentantivo, dove esercitare il confronto senza mediazioni. Tutto questo è stato impedito. Ed è, ai miei occhi, imperdonabile. I violenti hanno danneggiato gravemente il movimento togliendo voce e forza a tutti coloro che stavano cercando un minimo di mutamento politico. Noi dobbiamo a tutti i costi salvaguardare questo tentativo, uno sforzo comune a centinaia di migliaia di persone.

Potrei essere vostra madre, o vostra sorella - per fortuna non lo sono, perché immagino che per quanto amiate le vostre madri e sorelle, la loro saggezza vi appaia come un altro pezzo di quel presunto perbenismo che siete venuti a disfare con le vostre mani, con le vostre braccia giovani, con le vostre spranghe e i vostri bastoni. Ma non sono né vostra madre né vostra sorella, sono una giornalista, lavoro da tanti anni in una radio indipendente, e da poco meno di un anno faccio un lavoro che prima nemmeno esisteva, il curatore di social media, una persona che verifica e sceglie contenuti tratti dal lavoro collettivo della rete per produrre a sua volta contenuti informativi. Seguo da dieci mesi le rivolte arabe, e questo mi ha cambiato la vita. Non solo perché le rivolte l’hanno cambiata a tante persone, ma perché le migliaia di ragazze e ragazzi che stanno lottando per il futuro dei loro paesi mi hanno restituito la passione civile, mi hanno fatto sentire interrogata sui modi in cui facciamo politica, mi hanno strappato dal meccanismo di delega vuota degli ultimi quindici anni, e mi hanno fatto restare in un paese che prima volevo lasciare. Studiare l’attivismo in rete mi ha condotto alle stesse conclusioni di altre decine di curatori: non esiste bloggare o twittare da una posizione di neutralità; si può offrire alla rete la propria esperienza di verifica, di studio, di approfondimento, ma si diventa partecipi, e in qualche modo attivisti, senza quasi rendersene conto, senza averlo deciso. E un bel mattino si accetta che sia così. Perché, vi assicuro, non si può stare immersi nella lotta di piazza Tahrir senza sentirsi in qualche modo responsabilizzati, interrogati nel profondo, chiamati - non a riempirsi la bocca di slogan, ma a fare sul serio. E così come faccio dirette Twitter sul Cairo col cuore in gola perché ad ogni sit-in o corteo uno di quei ragazzi può lasciarci la pelle - come è successo a Mina Daniel, disarmato, durante il massacro dei copti il 9 ottobre - così ho twittato la Roma del #15O con crescente apprensione. Ho avuto paura che vi faceste accoppare da un poliziotto che perdeva la testa. Ho avuto paura che vi faceste pestare a sangue come chi è stato a Genova dieci anni fa ricorda bene e non dimenticherà mai. Ho avuto paura che saltaste in aria nell’esplosione di una di quelle auto che avete bruciato. Ho avuto paura che uno di quei blindati ubriachi vi investisse. Ho avuto paura che ammazzaste un poliziotto. Ho avuto paura che il vostro disprezzo evidente per la gran massa di gente perbene fra cui vi siete mimetizzati vi portasse a ferire, o a uccidere, o a far uccidere, una persona che un bastone o una spranga non li userebbe mai.
Poi ho capito che voi non avete paura. Voi vi piacete così, vi sentite belli con la vostra ferocia, con la vostra rapida coreografia della morte, ho capito che corteggiate il pericolo, che non vi importa delle conseguenze, che pensate di non avere niente da perdere (e siete troppo giovani per capire che invece avete parecchio), e soprattutto ho capito che non state costruendo niente. Senza quella folla immensa in cui vi siete nascosti - lo sapete benissimo - non siete niente, nessuno vi guarda, nessuno si cura di voi, non contate un accidenti. È vero, siete bellissimi e subdoli e veloci come un branco di lupi che discende in pianura. I miei amici antagonisti vi ammirano, sono dalla vostra parte, riconoscono in voi una rabbia profonda che tutti proviamo. Salvo poi essere un filo confusi - infiltrati della polizia oppure intrepidi compagni?
Devo scrivervi perché ho rispetto per chi muore per le cose in cui crede. Per chi non ha scelta. Per chi in piazza ci va studiando, facendo fatica, mediando con persone che la pensano diversamente. Per chi si stanca, e piange, per chi diventa eroe suo malgrado, e perde amici e fratelli, e pure non smette. Per chi da dieci mesi non dorme una notte intera, per chi si interessa della democrazia e si domanda come crearne una che funzioni e darle il proprio contributo. Per chi si fa un culo pazzesco nelle scuole, nella magistratura, nei sindacati clandestini, nei giornali censurati, nella tutela legale dei prigionieri politici, nel servizio d’ordine della piazza più rivoluzionaria del mondo. Per chi va in galera a vent’anni per aver scritto una cosa di troppo in un blog, o viene torturato per un graffito. Per chi rinunciando ad armarsi ha scelto la strada più lunga e produttiva. Per chi le botte e i gas lacrimogeni se li risparmierebbe se potesse, per chi i sassi li tira perché ha di fronte un apparato infernale e corrotto che da 40 anni lo schiaccia e lo tortura - e non per modo di dire. Per chi soltanto una settimana fa ha visto i soldati gettare nel Nilo cadaveri di cristiani disarmati. Voi siete solo imitatori, attori, pedine. Non avete rispetto per i vostri diritti, e ricoprite un ruolo ridicolo nella stessa recita che tanto detestate. È nato un movimento internazionale, se vi va di rendervene conto, che potrebbe perfino salvarci dal nostro provincialismo. Ha quattro regole in croce, e chiede di rispettare solo quelle. Ha scelto la resistenza passiva - la studia, la pratica, sa a cosa serve. Se volete, è anche casa vostra. Sta a voi. Dentro al movimento, con le vostre forti braccia e magari anche il cervello, potete sperare di contare qualcosa. Ma se non avete rispetto, se non vi fidate di nessuno, se siete cinici e nichilisti e avete già deciso che non cambierà mai niente, se pensate di essere un po’ più derubati degli altri, più precari degli altri, più disoccupati degli altri, allora andate a fare gli esclusi per scelta sugli spalti degli stadi, o a spaccare vetrine da soli finché non sarete cresciuti - con la vostra illusione di avere sempre ragione, di sfidare il sistema, o di distruggere i simboli della proprietà privata mentre è vostro padre che paga ancora le rate. Vi va bene che siete italiani. Vi va bene che qui c’è qualcuno a cui fa comodo che esistiate, che finge di non vedere i bastoni nascosti a San Giovanni dalla sera prima, che non vi ferma alla stazione Termini mentre passate col viso coperto e un metro di legno che vi spunta dagli zaini. Vi va bene che qui il rapporto di fiducia con la polizia è così corroso e malato che a via Merulana si è fatta un’assemblea tragica in mezzo ai lacrimogeni per decidere se consegnare o no 3 di voi agli agenti - perché la polizia è maiale se ti carica, o se carica quelli sbagliati, ma è anche vigliacca se non ti protegge dai provocatori. Vi va bene che siete nati in un paese così bizantino e pieno di segreti che le teorie del complotto sono sempre lecite. Vi va bene che siete in un paese vecchio, l’unico in cui il movimento che dichiara la fine di un sistema fallimentare scende in piazza ancora coi suoi stracci di bandiere, con le sue divisioni tribali, con i suoi rottami di sindacato, col suo ritardo spaventoso in un paese governato da un impunito. Vi va bene che siete in un paese ipocrita, teatrale, che sfila in tv ma poi alle assemblee di discussione non ci va, e che ha aspettato invano per anni che qualcuno lo chiamasse in piazza invece di andarci e basta. E vi va bene che siamo ancora così stupidi da organizzare cortei-fiume in mezzo ai palazzi più preziosi del mondo invece di occupare pacificamente una piazza - perché certo, poi ci toccherebbe anche metterla in sicurezza noi stessi, e tenerla pulita, e prendercene la responsabilità. Vi va bene che vi sia stato offerto di nuovo un palcoscenico - voi, e tre ore di caroselli anni ‘70 delle camionette in diretta tv. Col “sistema” sembrate d’accordo almeno su una cosa: sul fatto che è meglio non manifestare del tutto, che è meglio tenere la bocca chiusa e starsene a casa, cioè esattamente l’opposto di quello che reclama questo movimento - il diritto a riprendersi lo spazio pubblico, e a usarlo per il bene comune. Avrete pure vent’anni ma siete vecchi anche voi, non scandalizzate nessuno, e vi lasciate usare. Vi hanno fatto credere che la prima linea sia quella piazza da cui avete divelto i sanpietrini, e ci siete cascati. E invece, come vi dirà qualunque vero rivoluzionario, la prima linea è dentro, e si trova insieme, e costa tempo, pazienza, e fatica.
Una cosa è sicura - questo movimento sarà anche ingenuo, ma tanto non sarete voi a cambiare il mondo. Avreste dovuto restare a bocca aperta, quando la basilica ha aperto i suoi giardini ai manifestanti soffocati dai lacrimogeni a San Giovanni. A bocca aperta per la bellezza straordinaria di quel luogo che appartiene all’umanità intera, e che è nostro privilegio conservare a prescindere dalla fede religiosa. E qualcuno avrebbe dovuto dirvi che a gennaio, per proteggere con una catena umana il Museo Egizio del Cairo, uomini e donne si sono presi per mano mentre dai tetti gli sparavano addosso i cecchini del loro stesso presidente. E che quegli uomini e quelle donne sanno che la non-violenza ha un prezzo salato, come 700 morti, che non si finisce mai di pagare. Ma ci ricordano che è uno strumento collettivo di straordinaria civiltà e potenza; ti permette di vincere battaglie decisive, ti migliora, ti moltiplica, ti eleva, ti fa contare sul serio, e ti conquista il rispetto del mondo.

Marina Petrillo

In tempi forse peggiori di questo, quando nei cortei si sparava, la parte migliore della sinistra aveva risposto in piazza con una parola d'ordine forte e chiara: la democrazia si difende con la democrazia. Questo era anche il titolo del manifesto il giorno del rapimento di Aldo Moro, ma questo soprattutto gridavano in quello stesso giorno gli operai di Mirafiori, in piazza San Carlo a Torino. E nel '77, un anno certo non facile per chi rifiutava drasticamente l'equazione conflitto uguale terrorismo, la Fiom manifestava in piazza per i diritti dei lavoratori e in difesa della democrazia. Una delle più liberticide leggi della storia repubblicana, la legge Reale, marciava nella direzione opposta e in nome della difesa dell'ordine pubblico restringeva le libertà, criminalizzava singoli e movimenti, provocava negli anni una strage con centinaia di morti e feriti. Oggi che quegli anni sono per fortuna alle nostre spalle, anche grazie alla difesa della democrazia e del conflitto sociale garantita da forze come la Fiom, spuntano neo-nostalgici di quella legge sciagurata persino tra chi si vuole in prima fila nella lotta contro Berlusconi.

Vietare il corteo di venerdì indetto dalla Fiom nel giorno dello sciopero generale della Fiat e della Fincantieri è un attentato alla democrazia, un atto suicida di chi non ha imparato nulla dalle centinaia di migliaia di manifestanti pacifici che sabato hanno invaso Roma; nulla della domanda di cambiamento democratico per liberarsi di un regime globale autoritario e classista alla cui cupola si sono autoinsediati organismi finanziari privi di qualsivoglia delega democratica. Quella manifestazione chiedeva più politica, e non è accettabile che la risposta sia solo repressiva contro tutti quelli che non sono disposti a mettersi in riga. Non è ai responsabili dei gravi disordini di sabato che si punta ma al cuore del movimento democratico. La Fiom, come il 99 per cento delle persone scese in piazza a Roma, non ha bisogno di dimostrare la sua estraneità alla violenza: fin troppe immagini oltre alla storia di questi anni ne sono testimoni. Gli operai che pretendono di esercitare i loro diritti, difendere il lavoro e riconquistare il contratto nazionale manifestando a Roma il giorno dello sciopero generale Fiat sono figli e nipoti di chi ha già salvato questo paese e l'ha fatto crescere nella democrazia. Sono i figli e i nipoti di quei carrozzieri, meccanici, verniciatori, lastratori che nel '72 erano scesi in treno da Torino e Milano tra le bombe fasciste disseminate lungo i binari per liberare Reggio Calabria dai boia chi molla.

Gli operai metalmeccanici, come gli studenti e coloro che si spendono generosamente per costruire un ordine sociale più giusto, dunque un nuovo modello socialmente ed ecologicamente compatibile, non sono una minaccia alla democrazia e all'ordine ma ne rappresentano il presidio. Ragioni politiche e senso di responsabilità chiedono che quel divieto venga ritirato.

Quale dispiegamento di buoni sentimenti ha accolto l'editoriale di Valentino Parlato dopo la manifestazione di sabato 15! L'indignazione si è levata contro di lui, sospettato, dopo una vita di mitezza e semmai di dubbi, se non di complicità almeno di concorso morale (come dicevano i giudici dell'emergenza) con i black bloc. Pensare che non me ne ero accorta e sono corsa a rileggere quel pezzo fatale. Scrive che è un gran bene che la manifestazione, per di più internazionale, sia così riuscita, e che i potenti del mondo devono sentire di avere perduto il molle consenso universale che credevano di avere e anche capire che la collera possa trascendere e mescolare alla protesta qualcosa di torbido.

E allora? Non lo doveva scrivere? Doveva far precedere a quel «è un bene» che la manifestazione sia riuscita che «è un male» che qualche centinaio di incappucciati, più o meno sinceri o, chissà mai, d'accordo con la polizia, vi si siano infiltrati? Doveva mettere le mani avanti, mostrare i documenti? Qualcuno si strappa i capelli: il manifesto, già definito per vent'anni come la destra della sinistra radicale, si è iscritto ai black bloc.

Suggerirei di non perdere la testa. Sono oltre trent'anni che vediamo inserirsi in ogni manifestazione di popolo gruppetti esagitati che fanno di tutto per farla fallire. Sono trent'anni che credono di colpire la finanza spaccando le vetrine d'una agenzia bancaria che conta, come loro, quanto il due di picche. Di frenare Marchionne dando fuoco alla prima auto che si vedono a tiro. Sono trent'anni che chi protesta è sotto ricatto, se non manifesta non esiste e se manifesta è responsabile di metter a fuoco Roma. Sono almeno due decenni che ai giovani si dice che i vecchi gli hanno tolto il futuro, e ci sorprende se qualcuno, sprovveduto o troppo furbo, si incappuccia e crede di essere in guerra. Sono trent'anni che la sinistra si lascia dire che ha sbagliato tutto. Sono trent'anni che la libera stampa, con la quale solidarizziamo ogni cinque minuti, sta al gioco del Ministro degli Interni. Tutto già visto; da noi, da Maroni, da chiunque si trovi al Viminale. Adesso si propone a tale incarico il popolare sceriffo d'Italia, Di Pietro, cocco della sinistra per bene. La quale vorrebbe manifestare in santa pace, anzi - come scrive una gentile amica - con pensionati e bimbetti in carrozzina.

Se il manifesto ha sbagliato qualcosa (e non sarebbe una tragedia) è di lasciar credere nel suo titolo che: a) a Roma c'è stata una guerriglia; b) che era un avviso per la Bce. Userei la parola guerriglia, che è tragica, con prudenza, e l'indirizzo non sarebbe quello giusto. Se Valentino ha sbagliato qualcosa è nello scrivere che questo sabato ha cambiato un'epoca. No, non l'ha cambiata, né l'ha cambiata il fortunato appello di Stephane Hessel. Non sono loro a mettere stavolta il capitalismo in crisi, ci si è messo da solo. È avvezzo a sguazzare nelle sue crisi da quando esiste, e alla fine di ognuna di esse qualcuno è ancora più debole e qualcun altro si è arricchito. Ha però un punto debole, che si deve assicurare anche fra i suoi una maggioranza che crede nell'efficienza del sistema, crudele ma funzionante.

Stavolta ha strabordato, si è ispirato più ai baroni ladri e al Far West che a Adamo Smith, sta inciampando nei meccanismi che ha messo su e in alcune loro conseguenze. Povero Marx, lo pensava più intelligente, avrebbe estinto la rendita e il proletariato avrebbe estinto lui. Invece si è buttato follemente su di essa perdendo ogni controllo sul materiale-reale. Quanto al proletariato, dove sono i suoi partiti? Spenta l'Urss, si sono dati assenti.

Un tempo chi ci leggeva diceva di trovare nel manifesto una buona "cassetta degli attrezzi" per capire quel che succede nel più complesso e avvitato sistema di produzione della storia. Attrezzi per sapere, per mettersi assieme, lavorare sui giunti giusti. Con intelligenza per sapere e passione per fare, l'una senza l'altra non funziona, come diceva anche Spinoza buonanima. Ci abbiamo creduto fino al 1989. Poi, distraendoci dalle ragioni per cui eravamo nati, ci siamo detti che un giornale non era un laboratorio. Forse abbiamo sbagliato allora.

Metalmeccanici

La Fiom ottiene Piazza del Popolo

di Massimo Franchi

Il segretario della Fiom, Maurizio Landini, al termine di una giornata di trattative per la piazza di domani, può annunciare che la sua organizzazione potrà manifestare a Roma. La Questura concede Piazza del Popolo.

Dopo almeno cinque proposte e altrettanti dinieghi da parte di Alemanno e Questura, la Fiom chiede di poter tenere la sua manifestazione di domani a Roma nella “storica” piazza del Popolo, scelta fra le “sette piazze citate dallo stesso sindaco”. E la ottiene. Ieri sera la Questura di Roma ha dato il via libera. Lo sciopero dei gruppi Fiat (e affini, componentistica e autobus) e Fincantieri (e anche di tutti i metalmeccanici del Lazio) di venerdì non sarà una questione di Stato. Anche se ancora una volta i lavoratori che rischiano il posto di lavoro sono stati costretti a subire le conseguenze di comportamenti non loro. Il ricordo degli scontri e delle devastazioni di sabato scorso ha portato il questore di Roma Francesco Tagliente ad essere, in un primo tempo, perfino più prudente del sindaco Alemanno, autore della contestata ordinanza che vieta per un mese i cortei nel centro storico della Capitale. E allora la Fiom trasforma il corteo in un comizio collettivo a più voci dando spazio dal palco a tanti lavoratori dei due gruppi prima dei discorsi conclusivi di Maurizio Landini e di Susanna Camusso. «Abbiamo scoperto spiega il leader dei metallurgici della Cgil che anche fuori dal I Municipio non c'è la possibilità di fare cortei. Nonostante una lettera scritta e firmata dal sindaco Gianni Alemanno, la Questura dice che per questione di ordine pubblico non è possibile fare cortei. Non si può negare il diritto a manifestare spiega ancora Landini -. Di fronte a questa situazione, dopo aver fatto presente alla Questura la possibilità di usare tutte le piazze messe a disposizione dal sindaco, riteniamo necessario nel rispetto lavoratori verrano di fare un atto di grande responsabilità. Chiederemo piazza del Popolo come sede della manifestazione, facendola diventare la piazza di Roma per la riconquista di spazi della democrazia». E aggiunge: «Se ci diranno di no occuperemo la piazza». Ma non ci sarà bisogno. La Fiom, in risposta alla proposta di Maroni di fidejussione per manifestare, risponde con l'iniziativa «Un euro per la democrazia, un euro per la libertà di manifestare».

«Daremo inizio a questa raccolta tra tutti i partecipanti alla manifestazione». Con quanto ricavato «si finanzieranno le altre iniziative». Una iniziativa per far capire che «agli atti di violenza non si risponde limitando gli spazi della democrazia». E, a proposito degli scontri di Roma, Landini assicura: «Non ci saranno caschi, facce coperte o guanti. Come sempre, ci sarà il nostro servizio d'ordine che assicurerà che tutto vada per il meglio».

Una manifestazione aperta ai rappresentanti del mondo della cultura e delle forze sociali quella della Fiom, chiamando a raccolta tutti coloro i quali «sentono con forte senso di responsabilità il desiderio di riappropriarsi degli spazi della libertà e della democrazia». A tutti, il segretario offre il palco di Piazza del Popolo. Ma «la politica, gli esponenti dei partiti sono invitati a manifestare con noi», quindi senza intervenire dal palco. Su quel palco si alterneranno invece delegati Fiat e Fincantieri, arrivati a Roma con gli oltre 90 pullman previsti per domani. E ancora una volta le polemiche stanno mettendo in ombra le ragioni dello sciopero.

Che Landini ribadisce a maggior ragione alla luce delle dichiarazioni di ieri di Marchionne: «Dice che l'Alfa Romeo andrà in America, è la dimostrazione che il piano “Fabbrica Italia” non c'è. La scelta della Fiat è il disimpegno dal Paese.

Ecco perché chiediamo di andare in piazza».

Camusso:

«Vogliono una politica per ricchi.

È nostra la battaglia di libertà»

di Oreste Pivetta

La segretaria Cgil: «Sabato una grande domanda di futuro. Ma sul no alla violenza bisogna essere espliciti. Per cambiare le cose non serve un governo d’emergenza»

Un’antica questione: il discrimine violenza-non violenza . «No, su questo, contro la violenza, non si transige», dice Susanna Camusso, segretaria della Cgil, ieri a Berlino, dove si è discusso di due Risorgimenti, assai vicini negli anni, quello italiano e quello tedesco. Il commento di Susanna Camusso arriva a qualche giorno di distanza dal sabato romano e dopo gli annunci del ministro degli Interni, denunciando da un lato la strumentalizzazione, dall’altro però il limite «di una discussione non condotta sino in fondo».

Che cosa si sarebbe dovuto fare? È stata comunque una grande manifestazione...


«Una manifestazione straordinaria per la partecipazione di giovani e di meno giovani, un grande popolo di studenti, di precari, di disoccupati, di gente stanca, un popolo tutt’altro che ripiegato su se stesso, sulle vicende italiane, capace invece di guardare al resto del mondo, non genericamente critico ma pronto a contestare quelle soluzioni, tra banche mondiali e finanza globale, che non sono soluzioni per il futuro, mentre la domanda fondamentale è proprio: quale futuro ci aspetta? Però poi ci siamo imbattuti anche nell’altra faccia della manifestazione, faccia che si è delineata a partire da un punto non risolto: proprio il discrimine violenzanon violenza. Credo che nell’organizzazione di quella giornata si sia naturalmente riflettuto su questo, ma lasciando qualcosa in sospeso, come si può dedurre da quanto è accaduto. Con le conseguenze che sappiamo: che si è oscurato il senso della protesta, nonostante il tentativo della maggioranza assoluta dei manifestanti di distinguersi dai violenti, e che è andata persa quella domanda, quale futuro?, che esprime volontà di costruire, non di distruggere. Da quella domanda bisogna che si ricominci, ciascuno ovviamente per la sua parte di responsabilità. Noi siamo il sindacato, abbiamo compiti nostri, non mettiamo il cappello su un movimento che è di tanti soggetti, fortunatamente, con i quali interloquire. Ma la discussione sulla violenza deve essere ripresa e in modo assolutamente esplicito. Non possiamo ripassare attraverso tragiche storie del passato».


Non possiamo neppure consentire che una manifestazione democratica venga impugnata da qualcuno, magari da un ministro, come questione di ordine pubblico...

«Eppure, come è evidente, è successo proprio questo. L’effetto era scontato. Alemanno e Maroni non hanno perso un attimo, oscurando un principio fondamentale in ogni democrazia e della nostra Costituzione: la libertà di manifestare il proprio dissenso, purchè venga rispettato il principio della non violenza. Maroni ha escogitato questa idea delle fideiussione, così può manifestare solo chi ha i soldi e i disoccupati non potrebbero mai manifestare. Può sembrare un’idea strana, ma corrisponde a una loro logica, di destra: la politica sulla base del censo... Cioè: può candidarsi chi ha i soldi, farsi eleggere chi ha i soldi, manifestare infine chi ha i soldi. C’è un’altro aspetto: tra i cittadini e lo Stato s’è stabilito un patto, per cui si pagano le tasse per godere in cambio di alcuni servizi, compreso quello che dovrebbe garantire l’ordine pubblico. Anche in questa negazione (o ignoranza) del patto di cittadinanza, vedo una loro coerenza: visto che ti lascio evadere le tasse, pagami poi il servizio eventuale».

Si potrebbe aggiungere: così pagano sempre i soliti. Comunque c’è stato, anche da parte del governo, un deficit di previsione.

«Ora denunciano la violenza organizzata. Lo dice il ministro. Non si capisce perché non abbiano tentato di individuare prima la macchina di questa organizzazione, invece di immaginarsi dopo misure repressive che non risolvono nulla». Senza soldi che decreto sulla crescita potrebbe mai essere?

«La verità è che non vogliono mettere mano a una politica di giustizia fiscale, che sarebbe anche una politica di giustizia sociale. Adesso si inventano il concordato, che è un altro condono, cioè un altro modo per premiare l’evasione. D’altra parte Berlusconi ci ha fatto sapere che non gli piace la patrimoniale...».

Teme di dover pagare lui più di tutti.

«C’è di mezzo anche il conflitto di interessi, infatti. Non vuole la patrimoniale anche perché, da furbo, non vuole scontentare lo zoccolo duro del suo elettorato, che ha sempre premiato. Paghino gli altri: la diseguaglianza è la tragedia di questo Paese, diseguaglianza tra ricchi e poveri, diseguaglianza tra Nord e Sud, tra chi paga le tasse e chi no. Ma Berlusconi non ha fretta. Lui ha fretta solo per il processo breve e ha dimostrato di poter nominare in pochi minuti due viceministri e due sottosegretari».

Ancora ieri abbiamo ascoltato un altro richiamo di Napolitano.

«Il presidente sta compiendo uno sforzo straordinario per riportare il Paese nella giusta direzione».


Un governo d’emergenza nazionale potrebbe essere la direzione giusta?

«Il problema non è Berlusconi. Il problema sono le politiche che il suo governo ha espresso. Un governo d’emergenza, un governo di tecnici, rischia di muoversi nella continuità. Lo stato del Paese dice che è necessaria un’altra politica, che è necessaria una rottura. C’è solo un modo per scegliere quale politica: ridare il voto ai cittadini».

Sì, però, davanti all’urna, qualcuno può chiedersi: dove sta l’alternativa?

«Intanto non dobbiamo lasciarci suggestionare dal ritornello che ci stanno cantando all’infinito governo, maggioranza, certa stampa, in varie versioni: tanto sono tutti uguali. C’è un difetto all’origine in questa affermazione: un conto è stare al governo, un conto è vivere all’opposizione. Quindi inviterei tutti a rifuggire dal mito del leader. Quella del leaderismo è una cultura imposta da questo centrodestra e da Berlusconi, inclini al populismo. Prima non viene il leader, prima viene la politica. Basta con i candidati che si candidano a vicenda e che si silurano a vicenda. Avviare un processo democratico: questo bisogna fare».

L’economista Giavazzi sul Corriere vi ha messo in compagnia della Confindustria: due corporazioni che si sorreggono a vicenda.

«Dovrebbe dirci dove noi del sindacato avremmo peccato di corporativismo. Chi ha sempre pagato i conti? I lavoratori e il sindacato dei lavoratori. Il giudizio mi sembra ingeneroso anche nei confronti di Confindustria: in vario modo il sistema produttivo ha cercato di reagire alla crisi».

Ma la vostra ricetta è diversa da quella di Confindustria?

«Profondamente. Loro insistono sulla riforma delle pensioni e sull’innalzamento dell’età pensionabile. Noi insistiamo sui giovani e sulla necessità di far posto ai giovani».

Lasciamo stare Marchionne? Sembra un disco rotto...


«Finora ha solo chiuso stabilimenti. Siamo qui ad aspettare gli investimenti».

Quanto è accaduto sabato scorso in novantacinque città del mondo (a prescindere dalle vicende italiane, soltanto italiane, che esigono un discorso specifico ad esse esclusivamente dedicato) parla di qualcosa come cinquanta e più milioni di persone in marcia contro il capitalismo. A negare clamorosamente la vulgata che con insistenza da tempo parla di neoliberismo incontrastato e vincente, dunque di “fine delle sinistre”, ecc. Ciò che peraltro in effetti risponde non solo quantitativamente alla debolezza delle sinistre, ma alla totale mancanza di una politica che possa in qualche misura distinguerle dalle logiche dominanti; prescindendo ovviamente dall’impegno sostenuto soprattutto dai sindacati a favore dei lavoratori, nello specifico di situazioni di volta in volta in questione (salario, orari, mansioni, “difesa del posto di lavoro”, ecc.); una lotta indubbiamente utile, anzi indispensabile, che però non rimette in alcun modo in causa l’organizzazione produttiva nelle sue logiche e nelle sue ricadute, né in alcun modo garantisce un’occupazione sempre più a rischio.

Di fatto “ripresa”, “uscita dalla crisi”, “rilancio della produzione”, ecc. sono gli obiettivi che – non diversamente dall’intero mondo politico – le sinistre auspicano e perseguono, nel segno dell’accumulazione capitalistica. Di recente addirittura è stato recuperato il vecchio slogan “Creare posti di lavoro”: insensato invito alla promozione di attività destinate solo a occupare vite altrimenti ritenute inutili; di fatto capovolgimento e negazione del lavoro nella sua funzione di risposta a bisogni dati.

L’origine di tutto ciò risale d’altronde a fatti lontani, da potersi sostanzialmente situare nel trentennio della grande ripresa postbellica, quando l’organizzazione produttiva che andava via via imponendo al mondo i modi e le logiche dell’ accumulazione capitalistica, e modellandolo di conseguenza, per più versi però parve oggettivamente migliorare le condizioni delle classi lavoratrici; e fu allora che le sinistre (pur senza mai negare quell’anticapitalismo nel cui nome erano nate) in qualche misura andarono rimodellando le proprie politiche, puntando (sovente d’altronde con apprezzabili risultati) sulle riforme piuttosto che sulla “rivoluzione”. La quale da allora, specie dopo la fine dell’Urss, di fatto venne “messa in sonno”.

Ma il “peccato” più grave delle sinistre è l’aver di fatto “regalato” il progresso scientifico e tecnologico al capitalismo. Di fronte alla più grande rivoluzione compiuta dal pensiero umano, che avrebbe potuto consentire quella “liberazione del lavoro e dal lavoro” auspicata da tutti i grandi utopisti, compreso Marx , le sinistre non hanno saputo che difendersi dal rischio della disoccupazione tecnologica, d’altronde con risultati non proprio entusiasmanti. Di fatto operando secondo la forma dell’ accumulazione capitalistica, accettandone logica e conseguenze, e solo di volta in volta, nello specifico delle singole situazioni, combattendo spesso valorosamente in difesa dei lavoratori.

Oggi, “ripresa”, “rilancio”, “crescita”, ecc., proprio come nei palazzi del potere, sono le parole d’ordine delle sinistre. Incuranti (o così parrebbe) della qualità del mondo che a questo modo si trovano a sostenere: un mondo in cui l’1% della popolazione detiene il 50% della ricchezza, 1/6 dell’umanità è sottoalimentato mentre in complesso si distrugge circa il 40% del cibo prodotto, un dirigente d’azienda guadagna fino a 640 volte il salario di un operaio, la produzione di armi rappresenta il 3,7% del Pil (cifra ufficiale secondo gli esperti assai inferiore alla verità, se si considera l’entità del contrabbando attivo nel settore).

Un mondo che continua a considerare la crisi ecologica planetaria come una sorta di variabile marginale, cui dedicare momenti di esclamativa attenzione quando si verificano le catastrofi più gravi, la grande industria (petrolifera, nucleare, che altro) viene pesantemente colpita, i mutamenti climatici distruggono raccolti agricoli di intere stagioni, ecc. Senza mai prestare adeguata attenzione alle voci della comunità scientifica mondiale. La quale parla di sempre più prossima e forse irrecuperabile rottura di equilibri millenari, e continua a ricordare i “limiti” del pianeta Terra: che è “una quantità” data, non dilatabile a richiesta, e pertanto incapace sia di alimentare una produzione in continua crescita, sia di neutralizzare i rifiuti, liquidi solidi gassosi, che ne derivano, e squilibrano l’ecosistema. Mentre imperterrito risuona il richiamo alla “crescita”, invocata come una sorta di dovere sociale, cui le sinistre puntualmente si associano.

Ma dove sono le sinistre? Questa è l’obiezione di regola sollevata appena si accenna a posizioni e iniziative che, nella situazione data, alla sinistra appunto parrebbero appartenere. E tuttavia, i milioni di giovani e meno giovani che sabato scorso hanno manifestato in novecentocinquanta città del mondo, che altro sono se non sinistre? E i popoli della “primavera africana”? E i tantissimi che si battono per la pace, per i “beni comuni”, contro il nucleare, contro opere monumentali quanto inutili, ecc. ecc. che insomma, nei modi più diversi e per i più diversi obiettivi immediati, mettono in discussione le regole portanti del capitale? E le donne che, anch’esse, in folle sempre più vistose, manifestano il loro “sentire altro” dalla vulgata del sistema imperante, e che perfino nei paesi di più dura misoginia storica sempre più di frequente trasgrediscono la regola che le offende? Ecc. ecc.

Certo, non può stupire che le sinistre organizzate - quel poco che ne rimane - fuggano di fronte a una “rivoluzione” come questa, che per qualità e quantità non ha precedenti. E d’altronde, è pensabile che la situazione possa protrarsi così, indefinitamente? Dopotutto teste pensanti, convinte della insopportabilità sociale, culturale e fisica, della situazione attuale, a sinistra non mancano. E non mancano intelligenze capaci di una lettura adeguata della “globalizzazione”: un processo mondiale ormai interamente compiuto nella sua dimensione economico-finanziaria (ivi incluse devastanti conseguenze ecologiche); sempre più largamente e capillarmente impostosi dal punto di vista culturale (con la pubblicità a giocare in ciò un ruolo decisivo quanto stravolgente); ma di fatto tuttora inesistente sul piano politico (essendo la politica ormai di fatto identificata con l’economia, e da essa sostituita).

Teste non solo pensanti, ma volonterose di “pensare contro”, e di avventurarsi sui rischiosi sentieri di una rivoluzione che non ha precedenti né modelli… io sono certa che non manchino. Forse si tratta solo di cominciare…

La qualità della politica e dei politici si misura nelle situazioni difficili. Grave è sicuramente quel che è avvenuto sabato a Roma, e proprio per questo sarebbe stato indispensabile, da parte di tutti, reagire senza emotività, senza cedere alla tentazione di sfruttare la situazione per catturare qualche facile consenso. E senza proporre misure che poi, in concreto, possono rivelarsi pericolose e pure scarsamente efficaci.

Qualche memoria in questo senso dovremmo averla, a cominciare da quella legge Reale così incautamente evocata. E dovremmo aver capito, proprio perché abbiamo attraversato il dramma del terrorismo, che la forza della democrazia sta nella capacità di utilizzare fermamente la legalità ordinaria, senza precipitarsi ad invocare leggi eccezionali appena ci si trova di fronte a qualche difficoltà. La fuga nella legislazione eccezionale è stata troppe volte la via per apprestare alibi, per coprire inefficienze. Ed è stata pagata assai cara, perché le istituzioni hanno presentato una inutile faccia feroce, mentre tardavano nel mettere a punto le adeguate misure organizzative. Scrivere una norma è facile. Ben più arduo, ma indispensabile, è proprio predisporre strutture in grado di fronteggiare tempi mutati e difficili.

Il ministro dell´Interno, Maroni è apparso dimentico di tutto questo, preso da una voglia di fare che lo ha spinto a formulare proposte che, una volta di più, dimostrano quanto sia debole nell´attuale ceto di Governo la cultura della Costituzione. Rivelatrice è quella che vuole introdurre l´obbligo per gli organizzatori dei cortei di fornire una garanzia economica per risarcire gli eventuali danni arrecati da chi scende in piazza. Lasciamo da parte le enormi difficoltà tecniche e pratiche di una garanzia del genere (ma chi diavolo sono i consiglieri dei nostri governanti?). Consideriamo l´incidenza che essa avrebbe su uno dei diritti politici fondamentali, quello di manifestare in pubblico. Certo, questo deve avvenire "pacificamente e senza armi", come vuole l´articolo 17 della Costituzione.

Ma è arbitrario aggiungere a queste parole la formula "e avendo adeguata capacità patrimoniale". Un diritto fondamentale della persona diverrebbe così appannaggio di chi può pagarselo. Stiamo per tornare ai tempi della cittadinanza censitaria? Mai incostituzionalità è apparsa tanto clamorosa.

Vi è poi un bricolage di altre proposte specifiche, saltando dall´arresto in flagranza differita, a nuovi reati associativi, all´estensione ai manifestanti delle misure previste per i violenti nelle manifestazioni sportive (Daspo). Misure che dimostrano casualità e improvvisazione, proprio quando sarebbero stati necessari freddezza e rigore. Mi limito qui a ricordare la fatica con la quale la Corte costituzionale ha salvato il Daspo, e la possibilità di ritrovare nel fin troppo ricco armamentario penalistico indicazioni per qualificare i comportamenti violenti in modo tale da renderli concretamente perseguibili, senza tuttavia entrare nel territorio minato del "tipo d´autore", per cui si rischia di trasformare il fatto di manifestare in comportamento criminoso.

La democrazia, dovremmo saperlo, è un regime difficile, dove la stessa salvezza della Repubblica non può mai essere pagata con il sacrificio di diritti fondamentali. Ma proprio qui sta la sua forza profonda, perché può opporre la sua fiducia nella libertà anche a chi la nega. E così può sfuggire alla trappola nella quale i violenti vorrebbero chiuderla: obbligarla a negare se stessa, per divenire in tal modo più agevolmente attaccabile. Questo è il garantismo dei tempi difficili, votato alla difesa dei principi e non strumentalizzato per la difesa di interessi personali.

Insieme alla violenza che ha sfigurato il grande, pacifico corteo del 15 Ottobre, è scattato il timer del "partito della paura", ha ripreso quota la voglia di leggi speciali (il ministro Maroni), è resuscitata la legge Reale (Antonio Di Pietro). Fino al divieto opposto alla Fiom di svolgere, il 21 di ottobre, il suo corteo. E' il day-after dell'incendio romano, l'annuncio del più classico deja-vu: la spirale violenza-repressione.

Sui gravi incidenti di Roma pesa ora l'arretramento del confronto politico. Non si sa fino a che punto saranno colpiti i responsabili della rovinosa guerriglia urbana, ma si vede già quel che rischia di rovesciarsi contro un'opposizione, reticolare e popolare, faticosamente costruita negli ultimi anni con il precipitare della crisi economica. Negare il corteo alla Fiom è un pessimo segnale. La parte più combattiva del sindacato metalmeccanico, capace di svelare il gioco di Marchionne, interessata a connettersi con esperienze sociali molto diverse non ha il permesso di sfilare per le strade della capitale. Impensabile fino a ieri.

L'attenzione generale si è concentrata, come un fulmine, sull'ipotesi di nuove leggi di ordine pubblico e nessuno più cita le ragioni che hanno portato in piazza centinaia di migliaia di persone, certamente più rappresentative (anche elettoralmente) delle urgenze e delle speranze del paese di quanto ormai non lo siano i nostri rappresentanti in parlamento. Né il governo, né l'opposizione si sono dimostrate in grado di dare risposte (nel caso del centrodestra), o di interpretare le domande (sul versante del centrosinistra) di un disagio crescente. E la caccia al black-bloc suona come un insperato, insuperabile strumento di distrazione di massa.

I dati testimoniati ieri dalla ricerca della Caritas (più di 8 milioni di poveri e un aumento del 20 per cento tra i giovani sotto i 35 anni), o le ragioni della manifestazione annunciata per oggi dagli agenti di polizia (una colletta per i soldi della benzina) sono le due facce dello sfascio italiano, parlano del filo sottile sul quale sta ancora in equilibrio la convivenza civile. L'aggravamento della crisi, le misure della prossima manovra finanziaria, la probabile campagna elettorale accentuano e autorizzano la preoccupazione di una tenuta democratica.

Del resto il crescente distacco tra il protagonismo della società e la sorda tracotanza della classe dirigente (governativa e imprenditoriale) può accelerare il prosciugamento anche del residuo patrimonio di impegno e di speranza nel cambiamento del nostro disastrato paese. Che ancora civilmente sopporta di essere rappresentato da un simile presidente del consiglio. L'ultima immagine ce lo mostra mentre spiega, parlando con il faccendiere Lavitola, come andrebbe raddrizzata la situazione politica: portare milioni di persone in piazza, far fuori il palazzo di giustizia di Milano, assediare il giornale nemico. Il programma del black-bloc di palazzo Chigi chiarisce bene perché l'anomalia italiana può anche degenerare nello sfascismo generale.

Nelle ultime settimane, a partire dalla tribuna dell’assemblea regionale di Confindustria, e successivamente dalle pagine di molti giornali toscani, è stato più volte utilizzato lo slogan dell’”ambientalismo in cachemire che blocca lo sviluppo”. Lo slogan è curioso, e farebbe quasi sorridere, oggi che il cachemire si vende anche all’Ipercoop e nel mercato dell’usato: dunque la cittadinanza attiva sulle questioni ambientali, che è piuttosto ampia e trasversale rispetto alle classi di reddito, veste comunque in cachemire.

In realtà non si può affatto sorriderne, perché esso sembra sottendere da parte di chi lo usa, oltre all’offesa o alla ridicolizzazione pubblica quale strumento per evitare di entrare nel merito delle questioni poste, l’equazione fra ambientalisti e percettori di rendite. Fra questi ultimi vi sarebbero anche i professori universitari, il cui stipendio in realtà dagli anni ’50 a oggi si è ridotto in termini reali svariate volte, scivolando ai minimi della dirigenza pubblica (per tacere di quella privata). Soggetti dunque cui negare il diritto di parola rispetto a progetti che promettono (nelle dichiarazioni di chi li propone) di produrre reddito.

L’esperienza maturata in questi anni evidenzia invece come siano proprio gli attori sociali, spesso fortemente compositi, che si attivano in prima persona per difendere la qualità dei luoghi in cui vivono, a mettere in questione le diverse rendite, troppo spesso rese possibili da accordi pubblico-privato e sinistra-destra che non mettono nel conto i costi collettivi di medio e lungo periodo, ma solo i ritorni elettorali e di altro genere (come molte indagini giudiziarie evidenziano), socializzando le perdite e privatizzando i profitti. Sono gli ambientalisti a bloccare lo sviluppo, o queste rendite da vero “cachemire di lusso”?

E’ comprensibile che gli imprenditori privati presentino le loro proposte, anche quelle speculative, come le migliori possibili. Inquieta invece che rappresentanti di istituzioni pubbliche, e di partiti cosiddetti progressisti, le accolgano entusiasticamente, rilanciandole con il refrain crescita eguale occupazione, evocando in modo sinistro la non così lontana – nel tempo e nello spazio - rinuncia all’ambiente e alla salute in cambio di un salario. Occupazione peraltro sempre più precaria e sottopagata, che rischia di essere un alibi per non entrare nel merito delle politiche pubbliche in questione, sempre più subordinate alle ragioni dell’economia finanziaria che ci ha portato all’attuale crisi.

In questa fase di crisi di sistema, caratterizzata da scenari molto incerti per quanto riguarda il nostro futuro, il territorio rappresenta nelle sue diverse prestazioni un bene collettivo assolutamente fondamentale. Chi toglie legittimità a quanti chiedono di comprendere chiaramente il saldo tra guadagni privati e interesse collettivo nelle operazioni di trasformazione del territorio, e di rinnovare così la politica nell’accezione autentica di cura del bene comune, apre la strada a una poco oculata svendita sia del territorio che della politica.

L’Autrice è assessore all’Urbanistica, territorio e paesaggio della Regione Toscana

Eugenio Scalfari, la Repubblica

Francesco Piccolo, l’Unità

Mario Monti, Corriere della Sera

Valentino Parlato, il manifesto

la Repubblica

Lo Stato sconfitto da un pugno di teppisti

di Eugenio Scalfari

La notizia principale di oggi è la mobilitazione degli "indignati" in tutte le piazze dell´Occidente, da Manhattan a Londra a Bruxelles, a Berlino, a Parigi, a Madrid. Ma a noi preoccupa soprattutto ciò che è avvenuto a Roma. Mentre centinaia di migliaia di giovani tentavano di sfilare pacificamente nelle via della capitale poche centinaia di "black bloc" in tenuta da guerriglia hanno compiuto violenze e provocato la polizia tentando di forzarne i cordoni. Gli scontri hanno coinvolto la massa dei pacifici dimostranti, come è avvenuto in molte altre occasioni. Mentre scriviamo gli incidenti sono ancora in corso, molti manifestanti hanno tentato di isolare i facinorosi che hanno reagito picchiandoli a colpi di spranghe. È deplorevole che ancora una volta la polizia e i servizi di sicurezza non siano stati in grado di neutralizzare preventivamente i teppisti e i provocatori che dovrebbero esser noti e rintracciabili. Speriamo che le violenze non continuino in serata. Le nostre cronache ne daranno ampia informazione.

Quali che ne siano gli esiti il fatto certo è comunque l´esistenza ormai evidente di un movimento internazionale. La sua antivigilia è stata la "primavera araba" come furono definiti i moti di piazza qualche mese fa al Cairo e poi a Tunisi e a Bengasi, senza scordare le sommosse del 2008 e del 2010 nelle "banlieue" parigine.

Quali che ne siano gli esiti il fatto certo è comunque l´esistenza ormai evidente di un movimento internazionale. La sua antivigilia è stata la "primavera araba" come furono definiti i moti di piazza qualche mese fa al Cairo e poi a Tunisi e a Bengasi, senza scordare le sommosse del 2008 e del 2010 nelle "banlieue" parigine.ùLa vigilia è avvenuta alcuni mesi fa a Madrid, poi la fiaccola è sbarcata a New York al grido di "Occupy Wall Street". Adesso le dimensioni del movimento sono globali. D´altronde, è contro i danni provocati dalla globalizzazione che il movimento è nato, si è diffuso e si rafforza col passare del tempo.

Effimero? Non credo. Esprime la rabbia d´una generazione senza futuro e senza più fiducia nelle istituzioni tradizionali, quelle politiche ma soprattutto quelle finanziarie, ritenute responsabili della crisi e anche profittatrici dei danni arrecati al bene comune.

Gli "indignati" non sono né di sinistra né di destra, almeno nel significato tradizionale di queste parole. Ma certo non sono conservatori. Hanno obiettivi concreti anche se talmente generali da diventare generici: vogliono che i beni comuni siano di tutti; non dei privati, ma neppure dello Stato o di altre pubbliche autorità poiché non hanno alcuna fiducia nella proprietà privata e neppure in quella pubblica amministrata da caste politiche e burocratiche.

I beni pubblici debbono esser messi a disposizione dei loro naturali fruitori, cioè delle persone che vivono e abitano in quei luoghi e che decideranno sul posto le regole del valore d´uso nelle "agorà", nelle piazze di quel luogo. L´acqua è un bene d´uso comune, l´aria, le foreste, le reti di comunicazione, le case, le fabbriche, i trasporti, gli ospedali. Le banche? Non servono le banche, tutt´al più servono a render facili i pagamenti che avvengono sulla base del valore d´uso e non del valore di scambio.

C´è una dose massiccia di utopia in questo modo di pensare; c´è un´evidente reminiscenza di comunismo utopico; c´è anche una tonalità "francescana". E c´è - l´ho già scritto domenica scorsa e qui lo ripeto - un rischio estremamente grave: un contagio di populismo.

Esiste storicamente il populismo dei demagoghi, costruito per accalappiare i gonzi, e il populismo degli utopisti che predicono la Città del Sole. Ma non esistono Città del Sole, almeno in questa terra. Chi crede che ce ne sia una ultraterrena fa bene a vagheggiarla ma qui, tra questi solchi, neppure il Redentore la portò perché - fu lui il primo a dirlo - il suo regno non era di questo mondo.

Certo le foreste non vanno abbattute. Certo l´aria non va inquinata. Certo le banche non debbono truffare i clienti e ingrassare sulla truffa. Certo i cittadini debbono partecipare alla gestione della cosa pubblica e non limitarsi a votare con pessime leggi elettorali una volta ogni cinque anni. E così via. Bisogna dunque fare buone leggi e farle amministrare da buona e brava gente e bisogna infine che vi siano efficaci e imparziali controlli su quelle gestioni.

Gli "indignati" sono indignati perché tutto ciò manca e il futuro gli è stato rubato. Sono d´accordo con loro anche perché a me e a quelli della mia generazione è stato rubato il presente e la memoria del passato e vi assicuro che non si tratta d´un furto da poco. Ma so che non è con l´utopia che si risolve il problema.

L´utopia è una fuga in avanti alla quale subentra ben presto l´indifferenza.

Il vostro entusiasmo è sacrosanto come la vostra pacifica ribellione, ma dovete utilizzarlo per la progettazione concreta del futuro, altrimenti da indignati finirete in rottamatori e quando tutto sarà stato rottamato - il malfatto insieme al benfatto - sarete diventati "vecchi e tardi" come i compagni di Ulisse quando varcarono le Colonne d´Ercole e subito dopo naufragarono.

* * *

Domani comincia a Todi un incontro promosso da una serie numerosa di associazioni, comunità, sindacati, di ispirazione cattolica sulla scia dell´allocuzione pronunciata un paio di settimane fa dal presidente della Cei, cardinale Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova. L´allocuzione era quella che propugnava un rilancio dell´etica pubblica capace di rinnovare "l´aria putrida" che aveva devastato le istituzioni e esortava i cattolici all´impegno civile e politico.

A Todi, secondo gli intendimenti dei promotori, dovrebbe prender vita un "soggetto pre-politico" che interloquisca con la politica, sia punto di riferimento dei cattolici impegnati ed anche centro di preparazione civile e sociale di una nuova classe dirigente d´ispirazione cristiana.

«Non è un partito» hanno ripetuto all´unisono i promotori dell´iniziativa «perché non è compito della Chiesa fondare e dirigere partiti».

I laici non cattolici (tra i quali mi ascrivo) prendono nota con interesse di questa iniziativa anche se alcune domande sorgono spontanee.

Prima domanda: la Chiesa non ha mai fondato un partito. Il partito è, per definizione, una parte e non un tutto, mentre la Chiesa cattolica è ecumenica per definizione. Quindi l´affermazione che non fonderà nessun partito è talmente ovvia da apparire alquanto sospetta. Del resto, un sacerdote con tanto di veste talare un partito lo fondò. Era il 1919, il partito si chiamò "Popolare", in Italia ha cessato di esistere una decina d´anni fa, nel Parlamento europeo esiste ancora, il fondatore si chiamava don Luigi Sturzo.

Seconda domanda: la Chiesa dispone dello spazio pubblico come ogni altra associazione, religiosa o no, sulla base della nostra Costituzione. Nessuno si è mai opposto all´uso di quello spazio del quale infatti la Chiesa, il Vaticano, le comunità cattoliche, i sacerdoti d´ogni genere e grado, si sono largamente serviti. Se il "soggetto" immaginato a Todi nascesse per usare lo spazio pubblico, sarà un´ennesima voce cattolica a farsi sentire e ben venga. Il rischio semmai è che sia un doppione della Cei. Niente di male, ma inutile. Oppure non sarà un doppione? Dirà cose diverse dalla Cei, dal Vaticano, dalla Gerarchia? Sarebbe molto interessante, potrebbe essere una forza di rinnovamento. In senso modernista oppure un richiamo all´ordine e alla tradizione? Comunque, in ciascuna di queste ipotesi, sarebbe rivolta alla comunità dei fedeli e non certo ai laici.

Terza domanda: se vuole essere invece un centro di preparazione della nuova classe dirigente cattolica, questa sì sarebbe un´ottima cosa. I cattolici impegnati in politica finora, salvo rare e importanti eccezioni, hanno avuto Cristo sulle labbra e Mammona nel cuore. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Se è questo l´obiettivo di Todi, sarà benvenuto.

Quarta ed ultima domanda: oppure il nuovo soggetto sarà il Quartier generale di tutte le forze cattoliche variamente impegnate nei partiti, in Parlamento, nelle Regioni, nei Comuni, nelle istituzioni? Questo sarebbe alquanto preoccupante. In realtà questo Quartier generale c´è già ed è la Segreteria di Stato vaticana. Questo sarebbe un Quartier generale in sembianze laiche. Non mi sembra una grande idea e non credo che i veri cattolici socialmente impegnati la gradiranno. Per quanto so, la regola è questa: la Chiesa diffonde la sua etica, le sue richieste, i suoi valori; i cattolici politicamente impegnati cercano di sostenere quella dottrina tenendo tuttavia presente che le leggi riguardano tutti, cattolici e non cattolici, e che tutti i cittadini sono eguali di fronte alla legge in uno Stato laico e non teocratico.

Non c´è bisogno di molti Quartier generali dunque, uno basta e avanza.

* * *

Concludo queste mie note con quanto è accaduto durante e dopo le votazioni di venerdì scorso alla Camera dei deputati sulla fiducia al governo. Le cronache ne hanno parlato diffusamente sicché mi soffermerò soltanto su alcune questioni non risolte.

1. Dopo la bocciatura di martedì scorso del Rendiconto generale dello Stato, tre questioni dovevano aver soluzione. Una era quella di risolvere quel problema estremamente complesso. Un´altra era verificare che il governo godesse ancora della fiducia del Parlamento. Un´altra ancora di constatare se la maggioranza avesse la credibilità e la compattezza necessaria ad affrontare i prossimi difficili appuntamenti politici ed economici. Tutti e tre questi obiettivi furono esplicitamente indicati dal capo dello Stato con pubbliche e chiarissime esternazioni.

2. La fiducia alla Camera è stata ottenuta e questa questione è quindi risolta.

3. La credibilità e la compattezza della maggioranza restano aperte e se ne avranno prove nei prossimi giorni e settimane soprattutto (ma non soltanto) su questioni economiche. Se i risultati richiesti dal Quirinale ci saranno il governo potrà andare avanti fino alla scadenza naturale della legislatura. Se non ci saranno il governo resterà egualmente in carica perché il Quirinale non ha gli strumenti necessari per farlo sloggiare senza un esplicito voto di sfiducia che finora non c´è stato anche a causa della compravendita di deputati e senatori che è avvenuta ed avviene sotto gli occhi schifati di tutto il Paese.

4. L´incidente (che non è affatto un incidente ma una questione di prima grandezza) del voto contrario dato dalla Camera sul Rendiconto generale non è stato ancora risolto. Il presidente della Repubblica, rispondendo l´altro ieri ad una lettera dei capigruppo di maggioranza, ha suggerito di ripresentare il Rendiconto al Senato dopo un ulteriore controllo della corte dei Conti. Così probabilmente avverrà sebbene esista una prassi secondo la quale quando una legge viene bocciata da una delle Assemblee, non viene ripresentata all´altra. Ma la prassi - quando è necessario - si può superare se non è esplicitamente vietata e questa non lo è.

5. Il Senato approverà certamente il Rendiconto e poi lo trasmetterà alla Camera affinché faccia altrettanto ma qui sorgerà un problema. Il regolamento della Camera prevede che una legge bocciata non possa essere ripresentata se non dopo sei mesi. Quindi, a rigor di logica, la Camera non dovrebbe mettere all´ordine del giorno il Rendiconto se non nel prossimo aprile con la conseguenza che il ministro del Tesoro sarebbe fino ad aprile sfiduciato su come ha gestito la pubblica finanza nell´esercizio 2010 e con lui l´intero governo di cui fa parte.

Debbo immaginare che gli uffici competenti del Quirinale conoscano questo problema e penso quindi di essere io in errore. Me lo auguro e mi farebbe piacere saperlo. Secondo me il solo modo per risolvere il problema erano le dimissioni del governo come insegnano i precedenti, anche perché la bocciatura del Rendiconto, cioè del consuntivo nell´esercizio 2010, è un voto estremamente politico. Significa che la Camera disapprova il modo con cui è stata amministrata l´economia in quell´esercizio. Più politico di così non ce n´è un altro.

Si obietterà che si tratta di questione procedurale. Obietto a mia volta che la procedura non è una formalità ma è la sostanza della politica, contiene le regole alle quali la politica deve conformarsi e affida alle autorità "terze" il compito di rispettarle e farle rispettare.

Vedremo come tutto questo finirà. Intanto abbiamo due viceministri e un sottosegretario in più ma non ho sentito che, a parte l´opposizione, questo vergognoso mercato sia stato censurato come si sarebbe meritato.

l’Unità

QUELLA VOGLIA DI FUTURO

di Francesco Piccolo

Uno dei compiti del giorno dopo, oltre alla cronaca dei fatti e della loro gravità, consiste nel continuare testardamente a tenere a fuoco tutti quei ragazzi che erano lì e che non c’entrano con gli scontri, che sono dovuti scappare e che hanno visto trasformare la loro giornata di rabbia composta, in uno sconforto. Quelli che non sono “gli altri”, ma la stragrande maggioranza, il cuore della manifestazione e la sua parte non soltanto sana, ma portatrice di idee. Quindi, bisogna tenerli a fuoco non solo per l’impegno nell’occuparsi dei problemi del mondo attraverso il loro disagio; ma soprattutto perché così spariscono - nella nebbia dei fatti orribili di ieri - i motivi della protesta, le idee, le proposte, gli slogan e i gesti simbolici. Sparisce non tanto il senso della protesta di ieri, ma sparisce addirittura il disagio concreto, e la reazione civile a questo disagio.

E invece quel senso non si può perdere. Sia perché i giovani italiani sono accomunati ad altri di tanti Paesi, sia perché le loro richieste specifiche alla politica di casa hanno una sensatezza impossibile da sottovalutare.

Fanno politica, coloro che si definiscono indignati? Certamente, ma soprattutto chiedono alla politica. Come accade sempre, in gruppi di persone che decidono in modo istintivo e netto di prendere posizione, di incontrarsi, di manifestare, stanno insieme la parte razionale e quella irrazionale. Né l’una né l’altra hanno come compito, come finalità, quello di fare politica attiva, ma di generare un allarme, un’attenzione viva che porti poi la politica a prendere provvedimenti. Nella sostanza, coloro che si definiscono indignati fanno delle richieste che, sfrondate degli estremismi e delle rigidità tipiche della protesta di piazza, sono le basi su cui si dovrebbe costruirsi un principio di governo di sinistra: cioè cambiare le priorità di politica economica che sta attuando l’Italia in questo momento, e l’Europa intera. La semplicità della proposta consiste nel fatto che non si chiede un’alternativa al capitalismo, ma un capitalismo alternativo. Non si chiede quello che spesso si chiede in piazza, e cioè un cambiamento di tutto, astratto e per questo facile da chiedere e difficile da ottenere. Ma ciò che questi giovani chiedono - o intendevano chiedere ieri, pacificamente - è una direzione politica concreta all’interno delle regole del mondo in cui siamo. Chiedono di scegliere quale tipo di sistema capitalistico si vuole vivere nella pratica quotidiana. Chiedono insomma che non si identifichi più - perché è un errore, è un falso - il capitalismo con le banche, i tassi, il sistema finanziario, le salite e le discese in Borsa.

L’altro aspetto molto interessante è che si tratta già di una protesta che riguarda la vita futura. Non solo dei giovani, e delle loro aspettative così ristrette - non solo cioè, di un futuro lontano; ma anche del futuro prossimo. Infatti, si ha la netta percezione di una richiesta di politica post-berlusconiana. Ci si immagina già un mondo senza di lui, che non viene considerato più di tanto. In qualche modo questi giovani che sono scesi in piazza in sincronia con quelli di altri Paesi, si pongono dei problemi di politica sociale che scavalcano ciò che sta occupando la scena in questo Paese da venti anni, che lo ha tenuto bloccato, e che ha avuto dei risultanti deludenti (non per gli antiberlusconiani, ma per i berlusconiani). Si pongono dei problemi che scavalcano le prime dieci pagine dei nostri quotidiani. Che non ritengono di dover nominare nemmeno uno dei politici che vediamo ogni sera in televisione.

Il lungo tramonto dell’era Berlusconi, sembra essere stato già digerito. Si guarda avanti. Si chiede una politica solidale attiva. La politica dovrebbe trasformare queste richieste in progetto. La sinistra ha il compito di farlo. Ma invece di ascoltarli per poi mettere in pratica, preferisce inseguirli, fino al piano dell’irrazionalità e dell’emotività. E invece la questione è più elementare: se i ragazzi sono in piazza, se sono arrabbiati o, come si autodefiniscono, indignati, è perché chi li dovrebbe rappresentare, chi li potrebbe rappresentare, non li rappresenta.

È il momento di farlo.

Corriere della sera

L’ITALIA, I MERCATI E L’EUROPA

False illusioni, sgradevoli realtà

di Mario Monti

Silvio Berlusconi ha spesso sostenuto che, grazie alla personale autorevolezza riconosciutagli dagli altri capi di governo, l’Italia ha acquisito un peso maggiore, a volte determinante, nelle decisioni europee e internazionali.

In questi giorni, ciò rischia di essere vero. Ma è una verità amara. Nelle riunioni dell’Unione europea e del G20 che cercano di arginare la crisi dell’eurozona e di invertire le aspettative, l’Italia avrà il ruolo cruciale. Cruciale come fonte di problemi, purtroppo; non certo come influenza sulle decisioni da prendere, tanto più che siamo già oggetto di «protettorato » (tedesco-francese e della Banca centrale europea).

È ormai convinzione comune — in Europa, in America e in Asia — che non sarà la Grecia a far saltare l’eurozona, con le possibili conseguenze: disintegrazione dell’Unione europea, crisi finanziaria globale, grave depressione, crisi sociale drammatica. Potrebbero esserlo, per la loro dimensione, la Spagna o a maggior ragione l’Italia. La Spagna è più avanti nel processo di ripartenza politica ed economica volto a padroneggiare la crisi. L’Italia è più indietro. Lo mostrano anche i tassi di interesse sul debito pubblico: più alti per l’Italia che per la Spagna. (E ora, più alti per l’Italia che per la Polonia, benché questa, non facendo ancora parte dell’euro, presenti un esplicito rischio di cambio).

L’Italia è più indietro perché non c’è stato neppure il minimo riconoscimento di responsabilità da parte del governo. In Spagna, invece, il governo ha addirittura lasciato il campo e indetto nuove elezioni e, intanto, ha chiesto e ottenuto una collaborazione con l’opposizione per alcune misure essenziali. In Italia il governo e la maggioranza, pur avendo mancato di visione strategica sulla politica economica e avere indulto a lungo a un ottimismo illusionistico, preferiscono scaricare su altri le responsabilità. L’opposizione avrebbe «impedito al governo di lavorare» (accusa che peraltro accredita le opposizioni di un’identità politica e di un’efficacia di cui si stenta a vedere traccia). I magistrati avrebbero «costretto» il capo del governo a occuparsi soprattutto di loro, piuttosto che dell’economia o dei giovani senza futuro. La «sinistra », così evanescente come forza di opposizione, eserciterebbe però un’influenza assoluta sui corrispondenti a Roma della stampa estera; sarebbe per questo, solo per questo, che vengono scritti nel mondo tanti commenti critici sul presidente del Consiglio e sul governo.

Devo riconoscere che, spesso richiesto all’estero di giudizi sul presidente Berlusconi e sul suo governo, non ho mai assecondato le colorite espressioni usate dai miei interlocutori nel formulare la domanda e ho sempre sottolineato che, se c’è un «problema Berlusconi», deve essere un problema di noi italiani, che l’abbiamo democraticamente eletto tre volte. La prima volta, posso aggiungere, nella speranza di molti che emergesse anche in Italia una forza liberale.

Oggi, mi pare però importante che il presidente del Consiglio — al quale forse fanno velo un’ovattata percezione della realtà e una cerchia di fedelissime e fedelissimi che, a giudicare dalle apparizioni televisive, toccano livelli inauditi di servilismo — si renda personalmente conto di alcune sgradevoli realtà. In Europa e negli Stati Uniti (mi sembra anche in Asia, dove però non ho fonti dirette altrettanto esaurienti):

1) pur riconoscendo all’economia italiana punti di forza e un notevole potenziale, si nutre grande preoccupazione per un’Italia che, in mancanza di crescita economica e di riforme vere nel settore pubblico e nei mercati, potrebbe essere vittima (non innocente) di forti attacchi nei mercati finanziari;

2) si identifica proprio nell’Italia il possibile fattore scatenante di una crisi nell’eurozona di dimensioni non ancora sperimentate e forse non fronteggiabili. Il mondo, non solo l’Europa, potrebbe subirne gravi conseguenze;

3) le principali responsabilità di questa situazione vengono attribuite al governo italiano in carica da tre anni e mezzo;

4) la permanenza in carica dell’attuale presidente del Consiglio viene vista da molti come una circostanza ormai incompatibile con un’attività di governo adeguata, per intensità e credibilità, a sventare il rischio di crisi finanziaria e a creare una prospettiva di crescita;

5) queste valutazioni, comprese quelle riportate ai punti 3 e 4, vengono formulate anche —e con particolare disappunto e imbarazzo—da personalità politiche europee, inclusi alcuni capi di governo, appartenenti alla stessa famiglia politica (il Partito popolare europeo) del presidente Berlusconi e del suo partito.

A questo quadro di preoccupazione internazionale sull’Italia e di sfiducia nel governo in carica fa riscontro la recente riconfermata fiducia da parte del Parlamento. Solo quest’ultima, ovviamente, è rilevante per la legittimità del governo. Ma in un’Europa e in un mondo sempre più interdipendenti, sarebbe opportuno che quanti hanno dato il loro sostegno al governo Berlusconi (e riesce davvero difficile immaginarne uno diverso, nel quadro attuale) prendessero maggiore consapevolezza della realtà internazionale che rischia di travolgerci, di trasformare l’Italia da Stato fondatore in Stato affondatore dell’Unione europea, di rendere ancora più precario il futuro e la stessa dignità dei giovani italiani. Hanno salvato il presidente del Consiglio. In cambio, lo incalzino perché risparmi all’Italia, se non il ludibrio, almeno il biasimo per aver causato un disastro.

il manifesto

UNA NUOVA EPOCA

di Valentino Parlato

Quella di ieri a Roma è stata una manifestazione storica, il segno di un possibile cambiamento d'epoca. Una manifestazione enorme, rappresentativa di tutto il paese (camminando nel corteo e in piazza si sentivano gli accenti di tutte le regioni italiane). E ancora, una manifestazione che si realizzava in contemporanea con tante altre nel mondo, in Europa e anche negli Usa, tutte concentrate sul cambiamento del modello di sviluppo, a sancire la crisi del liberalcapitalismo. Per dire che così non si può andare avanti, che la politica di oggi è arrivata a un punto morto e che ci vuole un'inversione di rotta, anche dei partiti politici, oggi ridotti alla sopravvivenza di sé stessi.

A Roma ci sono stati anche scontri con la polizia e manifestazioni di violenza. Meglio se non ci fossero state, ma nell'attuale contesto, con gli indici di disoccupazione giovanile ai vertici storici, era inevitabile che ci fossero. Aggiungerei: è bene, istruttivo che ci siano stati. Sono segni dell'urgenza di uscire da un presente che è la continuazione di un passato non ripetibile.

La manifestazione e le pressioni che essa esprime chiedono un rinnovamento della politica. È una sfida positiva agli attuali partiti di sinistra a uscire dal passato e prendere atto di quel che nel mondo è cambiato. La crisi attuale - più pesante, dicono in molti, di quella del 1929 - non può essere superata con i soliti strumenti. Negli Usa fu affrontata con il New Deal e in Italia e Germania, dove lo sbocco fu a destra, non con le privatizzazioni, ma con le nazionalizzazioni di banche e industrie. Ci ricordiamo dell'Iri, fondamentale nell'economia anche dopo la caduta del fascismo?

Quello che è accaduto ieri deve aprirci gli occhi e la mente. Non si può continuare a fare politica con le vecchie ricette. Ci dovranno essere cambiamenti anche nelle lotte sul lavoro e nel sindacato, e nella politica economica. Per concludere, vorrei ricordare che dopo il discorso di Sarteano anche un banchiere come Mario Draghi ha detto di capire le ragioni degli indignati. Forse siamo all'inizio di una nuova epoca.

È necessario un processo costituente per immaginare la società dei beni comuni e sovvertire l'ordine costituito fondato sulla crescita capitalistica. E per scalzare sia la proprietà privata che la sovranità statuale

Un linguaggio nuovo è ciò che riduce ad unità le battaglie politiche di dimensione globale per i beni comuni che oggi si ritrovano in piazza. In Italia di queste battaglie e della produzione di questo linguaggio il manifesto è stato in questi anni protagonista, fino ad essere riconosciuto esso stesso come un bene comune. Queste battaglie, dall'acqua all'Università, dal Valle di Roma al no Tav della Val Susa, dall'opposizione ai Cie ai Gruppi azione risveglio di Catania, sono declinate in modo diverso nei diversi contesti, ma fanno parte di uno stesso decisivo processo costituente. Muta la tattica ed il suo rapporto con la legalità costituita. Resta costante la strategia costituente che immagina la società dei beni comuni. Ovunque si confrontano paradigmi che travolgono la stessa distinzione fra destra e sinistra, consentendo vittorie clamorose come quella referendaria su acqua e nucleare. Il paradigma costituito fondato su un'idea darwinista del mondo che fa della crescita e della concorrenza fra individui o comunità gerarchiche (corporation o Stati) l'essenza del reale. La visione opposta, fondata su un'idea ecologica, comunitaria solidaristica e qualitativa dello sviluppo, può trasformarsi in diritto soltanto con un nuovo processo costituente, capace di liberarsi del positivismo scientifico, politico e giuridico che caratterizza l'ordine costituito da cinque secoli a sostegno del capitalismo che ancora colonizza le menti e i linguaggi. Il modello costituito è sostenuto dalla retorica sullo sviluppo e sui modi di uscita dalla crisi, che i media capitalistici continuano a produrre, nonostante la catastrofica situazione ecologica del nostro pianeta. L'insistenza mediatica è continua e spudorata ma progressivamente meno seducente e le forze costituenti costruiscono nella prassi quotidiana un mondo nuovo e più bello.

L'ordine giuridico costituito è radicato nell'individualismo proprietario, nella sovranità dello Stato sul territorio, e nella stessa visione antropocentrica della modernità (e dell'economia politica) fondata sull'homo oeconomicus e sul survival of the fittest. L'ordine costituente vuole riportare le leggi umane in sintonia con quelle ecologiche, secondo una visione della vita come comunità di comunità, legate fra loro in una grande rete, un network di relazioni simbiotiche e mutualistiche, in cui ciascun individuo (umano o meno che sia) non può che esistere nel quadro di rapporti e di relazioni diffuse secondo modelli di reciprocità complessa.

La visione meccanicistica e positivistica, che configura l'ordine costituito come il solo reale è denunciata nelle piazze oggi perché è responsabile di aver portato il mondo sull'orlo del baratro. Ad essa opponiamo una costituente ecologica, collocando al centro la solidarietà, la bellezza, l'immaginazione e la liberazione dal lavoro alienato. L'individuo solitario, la competizione, la meritocrazia e l'uso della tecnica a fini di sfruttamento sono smascherate oggi come l'ideologia letale che legittima la diseguaglianza e l'accumulo senza fine. Se infatti l'individuo solo in natura soccombe, la sua costruzione teorica e la sua spettacolarizzazione sono funzionali alle esigenze di breve periodo dello sfruttamento. L'individuo, reso solo, narcisistico e desideroso di consumare, trova nelle merci e nel rapporto contrattuale il proprio principale orizzonte relazionale. Una condizione umana miserabile che ancora vive della distruzione dei beni comuni e che oggi con gioia e rabbia insieme rifiutiamo.

L'emersione del linguaggio dei beni comuni e la loro riconquista va quindi compresa nell'ambito di uno scontro politico epistemologico e anche psicologico profondo fra due visioni del mondo. Uno scontro che va tradotto in una prassi politica costituente capace di far trionfare a livello globale in tempi estremamente ridotti la sola concezione scientifica compatibile con il mantenimento e l'adattamento di lungo periodo della vita sul nostro pianeta. Si tratta perciò di predisporre un'alternativa, politica e culturale, che sappia scalzare tanto la proprietà privata quanto la sovranità statuale dal ruolo di pietre angolari dell'organizzazione politica costituita. Ciò è possibile solamente mettendo al centro il comune, ossia riconoscendo la primazia della distribuzione sulla creazione di ricchezza, della qualità delle relazioni sulla quantità del capitale, della bellezza sull'osceno. Poiché gli attuali rapporti di forza fra proprietà privata (corporation) e Stato rendono quest'ultimo succube della prima, la battaglia non può limitarsi a strategie costituite. Esse possono soltanto essere tattica, ancorché talvolta vincente come ha dimostrato la battaglia referendaria condotta ex art. 75 Costituzione.

Ridefinire i confini costituzionali dello Stato e allo stesso tempo quelli del profitto e della rendita, secondo un'idea di "meno Stato, meno proprietà privata, più comune" è prassi costituente necessaria che rifiuta oggi le condizioni di realtà create dal dominio e dalla concentrazione del potere. Stiamo costruendo oggi una società ecologicamente sostenibile, coerente con le nostre attuali conoscenze sulla fenomenologia del reale.

In questo quadro teorico lottare per un'entità (acqua, università, culturale, rendita fondiaria, lavoro, informazione) come bene comune al fine del suo governo politico-ecologico è una prima radicale inversione di rotta rispetto al trend della privatizzazione e del saccheggio. Ciò tuttavia non può essere circoscritto dalle condizioni costituite che comporterebbero un ritorno del potere nelle mani di un settore pubblico burocratico, autoritario o colluso. La tattica è dunque istituzionalizzare un governo partecipato dei beni comuni capace di restituirli alle «comunità di utenti e di lavoratori» secondo il fraseggio della nostra Costituzione (art. 43), ma la strategia non può che essere costituente, per immaginare cominciando a viverlo da subito, un mondo più bello in cui i beni comuni sono goduti secondo criteri di accesso, di rispetto, di uguaglianza sostanziale, di necessità e di condivisione.

Per non sprecare il 15 ottobre, bisogna definire un orizzonte politico alternativo. La crisi devasta le esistenze delle persone e quando chiedono cosa proponiamo per risolvere i loro problemi non possiamo più rispondere «non so».

Zone rosse attorno ai palazzi, allarme violenza, qualche manganellata di troppo, come a Bologna, e alcuni arresti inquietanti, come a Brindisi. Insomma, neanche questa volta l'autorità costituita ha voluto deviare dall'ormai consueto e consunto rito. Prendiamone atto e passiamo oltre.

Ebbene sì, perché la giornata globale contro l'austerity del 15 ottobre, la sua riuscita, il suo significato e la sua incidenza, saranno valutati con ben altri parametri, qui e in Europa. Cioè, con la capacità o meno di segnare la presenza e la rilevanza di un altro punto di vista sulla crisi, alternativo a quello della Bce, del Fmi e della Bm, di Marchionne e di Draghi, degli hedge funds, dei banchieri, delle agenzie di rating eccetera.

In altre parole, il punto è se il 15 ottobre quelli e quelle che stanno fuori dal recinto, per usare la metafora bertinottiana, cioè noi, nella nostra pluralità e nelle nostre diversità, riusciremo ad andare oltre all'esplicitazione dell'indignazione, per evocare ed innescare la nostra costituzione in forza, movimento e discorso, capace di incidere sull'agenda sociale e politica e di produrre cambiamento percettibile.

E attenzione, non è un problema marginale e tanto meno astratto o politicista. Anzi, è questione centrale, urgente e concreta. È centrale perché è illusorio pensare che per il solo fatto che la crisi sia di sistema e non congiunturale, essa porti dunque spontaneamente all'emersione di un'alternativa di sistema. Non è affatto così e la realtà di tutti i giorni si incarica di ricordarcelo: in assenza di alternative politiche dotate di forza sociale autonoma, prevale la risposta alla crisi di coloro i quali la crisi l'avevano provocata.

E la loro ricetta è micidiale, perché radicalizza ed estremizza il sistema in crisi, ridisegnando un'epoca e evocando un Ottocento in salsa global e multimedia. Dunque, niente più compromessi sociali, welfare, contratti nazionali, diritti dei lavoratori e partecipazione democratica. E quello che è peggio, nel vuoto la loro risposta conquista adepti a 360 gradi: Enrico Letta plaude alla lettera della Bce, Veltroni invoca governi tecnici per fare quello che pensa Draghi, Renzi parla come Brunetta, insulta i dipendenti comunali ed acclama Marchionne, la Cgil segue Bonanni sulla via del 28 giugno e così via.

Ma definire un orizzonte politico alternativo è anche un'urgenza, perché il dopo incombe. Non solo c'è la crisi e le politiche anticrisi che picchiano sempre più duro, ma c'è anche la fine del ciclo politico berlusconiano. Non importa sapere se finirà domani, tra un mese o tra un anno, importa sapere che sta finendo e che già oggi tutte le forze e gli attori in campo si scontrano, si muovono e si posizionano in funzione del dopo.

Difficile, davvero, sostenere che tutto questo non riguardi il 15 ottobre e i suoi protagonisti. Sarebbe come dichiararsi indifferenti rispetto alla possibilità di trovarci dopo Berlusconi con un governo della Bce o con un centrosinistra che fa la fine del Pasok greco.

Infine, si tratta anche di un problema concreto, anzi concretissimo. La crisi devasta le esistenze e le aspettative delle persone in carne ed ossa. Che sia una giovane precaria che non sa se il mese prossimo avrà ancora una fonte di reddito oppure uno di quei tantissimi operai della Jabil di Cassina de'Pecchi, della Fincantieri di Sestri-Ponente o dell'Irisbus di Valle Uftia che rischiano il posto di lavoro a causa della crisi, di un certo banditismo imprenditoriale e dell'immobilismo istituzionale, a tutte queste persone non si può rispondere «non so» quando ti chiedono cosa proponi per risolvere il loro problema.

Insomma, piaccia o non piaccia, sabato dobbiamo fare i conti con questa dimensione e questo significa che abbiamo, tutti e tutte, un certa responsabilità. Il 15 ottobre si preannuncia partecipato, ma se sarà soltanto una parentesi, una giornata magari un po' più rumorosa delle altre, allora avremo sprecato un'occasione. Se, invece, accettiamo la sfida e ne uscirà il messaggio che in Italia un altro punto di vista c'è e che si avviano dei nuovi processi politici, allora il domani potrebbe anche riconsegnarci qualche sorriso.

L'ondata di rivolte popolari e di violenza che ha investito in questi mesi il Mediterraneo meridionale non sembra abbandonare i paesi del Maghreb e del Mashrek. C'è chi sostiene che si tratta dell'inizio di una lunga battaglia: la democrazia, si sostiene, è ormai un obiettivo irrinunciabile. Lo è per l'intero mondo islamico e non solo per i giovani e le giovani che hanno manifestato a migliaia contro i regimi dispotici che per decenni hanno oppresso i loro paesi. Ma c'è chi ritiene invece che si tratta del miraggio di giovani temerari, illusi che il mondo islamico riuscirà a liberarsi rapidamente dal dispotismo e dall'oscurantismo di una tradizione millenaria. E c'è chi sostiene che eventi come la fuga improvvisa del presidente Ben Ali e le dimissioni del presidente Hosni Mubarak non potranno cambiare il destino della Tunisia e dell'Egitto. La prepotenza e la violenza del potere è tuttora diffusa in entrambi questi paesi.

In Tunisia la «Rivolta dei Gelsomini» sembra finita nel nulla: una volta decaduta la costituzione e sciolte le camere si è garantito che anche il partito unico sarebbe stato dissolto e sarebbe stata subito introdotta la democrazia. Ma in realtà, in modo sempre più insistente, la borghesia si è schierata per il ripristino dell'ordine e contro le nuove elezioni. E molto spesso la polizia è ricorsa all'uso sanguinario della violenza.

In Egitto il governo di Essam Sharaf ha fatto strage di decine di cristiani copti durante una loro pacifica manifestazione. E le Forze Armate sono tuttora pronte a cancellare nel sangue la speranza di chi ha combattuto per la nascita di un nuovo Egitto, libero e moderno. E altrettanto incerto resta il futuro della Libia, nonostante la volontà delle potenze occidentali di impadronirsi delle infinite ricchezze del deserto libico. Il sangue di civili innocenti continua e continuerà a lungo ad essere versato dai bombardamenti della Nato, voluti dagli Stati Uniti, e dalla disperata e grottesca resistenza di Muammar Gheddafi e dei suoi lealisti.

Non sembra dunque probabile che i paesi islamici del Mediterraneo riescano a raggiungere rapidamente l'obiettivo della democrazia, alla quale i movimenti giovanili continuano ad aspirare intensamente. Ed è anche difficile capire che cosa significa per loro «democrazia» e «Stato democratico» e quali sono le loro concrete aspettative politiche e sociali.

Si tratterebbe anzitutto di domandarsi se sarà possibile convertire le strutture politiche dei paesi arabo-islamici in strutture democratiche compatibili con le loro tradizioni. Se per «democrazia» si intende una partecipazione libera ed eguale di tutti i cittadini ai processi decisionali è inevitabile riconoscere che la nozione di democrazia non appartiene al lessico musulmano e ai valori tramandati dalla tradizione coranica. Basterebbe un semplice riferimento alla Shari'a e al fiqh per esserne convinti, nonostante le tesi di autori come Rashid Ghannushi, Hasan al-Turabi e Samir Amin. Essi sostengono che la diffusione dell'associazionismo nei paesi islamici tende ad affermarsi sempre di più e a profilarsi come una «via islamica alla democrazia».

Non ci dovrebbe essere comunque alcun dubbio che «democrazia» resta un concetto estraneo alla cultura islamica: il mondo musulmano non può servirsene se non come espressione di una realtà politica che si è affermata in Occidente, e solo in Occidente, con lo sviluppo della modernità. E si tratta di una realtà politica investita dal processo di globalizzazione e che tende quindi a trasformarsi in un regime subordinato allo strapotere dei padroni dell'economia di mercato, oggi diffusa nel mondo intero. E i padroni sono in larga parte anche i signori del Mediterraneo.

Un minimo realismo ci suggerisce che è notevole il rischio che prevalgano gli interessi di quella che Luciano Gallino ha chiamato la «nuova classe capitalistica transnazionale». Dall'alto delle torri di cristallo delle più ricche metropoli del mondo questa «nuova classe» cercherà di dominare i processi dell'economia globale, quella occidentale inclusa. In sostanza, «democrazia» finirà per essere definita la somma degli interessi delle grandi imprese produttive e degli enti finanziari, come le banche d'affari, gli investitori istituzionali, le compagnie di assicurazione e così via.

Una generazione di giovani che rischia di rimanere bloccata. Un Mezzogiorno che ha ricominciato a perdere i propri giovani più qualificati, mentre i ragazzi più svantaggiati sono lasciati ad una scuola senza risorse e al lavoro nero. Un’area del lavoro nero senza protezione neppure dai rischi per la salute e per la vita, che viene proposta come l’unica alternativa al non lavoro da un lato, alla criminalità dall’altra. Una qualità del lavoro, anche regolare, spesso bassa anche sul piano della sicurezza. Una disattenzione sistematica e talvolta anche crudele per i bisogni di cura, non solo dei malati, ma dei bambini e delle persone non autosufficienti, con effetti sia di sovraccarico familiare (specie femminile) e di cristallizzazione delle disuguaglianze.

Un territorio che si sfalda alle prime piogge, producendo disastri il cui costo umano e ambientale è sempre più insostenibile non solo dal punto di vista dell’etica e della giustizia, ma anche dal punto di vista economico. Sono questioni non nuove, che tuttavia in queste settimane per una serie di coincidenze sono divenute visibili tutte assieme. Pur nella loro diversità, hanno in comune l’essere testimonianza di uno spreco non solo ingiusto, ma che non possiamo più permetterci come Paese, pena l’impoverimento sociale, se non la stessa rottura della coesione sociale.

Un’agenda dello sviluppo deve partire da qui. Deve cioè farsi guidare dall’obiettivo di porre fine allo spreco di risorse umane, sociali e ambientali di cui questi fenomeni sono l’espressione. Una sorta di New Deal, potremmo dire, con la sua felice combinazione di valorizzazione delle risorse di capitale umano e di sistemazione e valorizzazione del territorio. Proprio perché le risorse finanziarie per le politiche di crescita andranno reperite con ulteriori manovre certamente non popolari e saranno comunque scarse, non possono essere sprecate in iniziative, magari di grande visibilità, ma di impatto sull’occupazione e sullo sviluppo economico dubbio e nel migliore dei casi solo nel lungo periodo. Devono essere indirizzate a obiettivi non più rimandabili di contrasto allo spreco e di valorizzazione delle risorse esistenti, a partire dal capitale umano.

Non serve fare il Ponte sullo Stretto se un quarto dei giovani italiani è senza lavoro e se quelli più istruiti e con più chance di trovare un lavoro fuggono dal Mezzogiorno. Pensare al terzo valico o all’alta velocità in un Paese che frana ogni volta che piove (vale per la Lombardia come, se non più, che per la Campania) appare se non altro un po’ miope. Per non parlare del fatto che il nostro Paese ha una lunga storia di più o meno grandi opere incompiute. Occorre piuttosto mettere in moto una domanda di lavoro che miri a migliorare da subito sia, ovviamente, la condizione dei neo-lavoratori che quella delle comunità in cui vivono.

Un primo settore è quello dell’ambiente, a partire dalla messa in sicurezza del territorio. Una domanda di lavoro che riguarda lavoro a tutti i livelli di qualificazione. Un secondo settore è quello della sicurezza del lavoro. Qui le imprese vanno chiamate alla loro responsabilità, impedendo che si crei una sorta di corto circuito ricattatorio tra mantenimento dell’occupazione e mancata sicurezza. Un terzo settore è quello delle infrastrutture sociali: la scuola di ogni ordine e grado, soprattutto nel Mezzogiorno, i servizi per la prima infanzia per contrastare le disuguaglianze tra bambini, oltre che per favorire l’occupazione femminile, i servizi domiciliari per le persone non autosufficienti.

Dove trovare i fondi? In parte si tratta di rendere più efficiente la spesa attuale. È stato ad esempio calcolato che si spende di più per far fronte ai disastri ambientali di quanto non si spenderebbe per la loro prevenzione. Anche la spesa assistenziale potrebbe essere più efficiente dal punto di vista sia della risposta al bisogno che di quello della creazione di posti di lavoro. È a questo, e non a tagli lineari, che dovrebbe mirare la delega per la riforma previdenziale e assistenziale. In parte anche le imprese devono essere chiamate a una politica di investimenti nel capitale umano – sotto forma di sicurezza e di valorizzazione – se non vogliono limitarsi a competere solo tramite il contenimento dei salari. Ma occorre anche reperire risorse finanziarie nuove. Una tassa sui patrimoni mobiliari e immobiliari, e la re-introduzione dell’imposta sull’eredità sarebbero la soluzione più equa, soprattutto dal punto di vista dei più giovani. Perché compenserebbe le disuguaglianze di origine sociale, che in Italia hanno un peso enorme e inaccettabile sul destino e le chance di vita individuali.

Riusciranno gli Occupanti di Wall Street a trasformarsi in un movimento che abbia sul Partito democratico lo stesso impatto che il Tea Party ha avuto sul Gop ( Grand Old Party, cioè i repubblicani, ndt)? C'è da dubitarne. I Tea Parties sono stati a doppio taglio per la dirigenza del Gop - fonte di nuova energia e nuovi militanti ma anche un handicap quanto a capacità di attrarre il voto degli indipendenti. E l'ostacolo diventerà sempre più chiaro quanto più sarà duro lo scontro tra i due maggiori candidati alle primarie repubblicane, Rick Perry e Mitt Romney.

Finora gli «Occupanti di Wall street» hanno aiutato i democratici. La loro rivendicazione primaria che i ricchi si addossino la loro parte di sacrifici sembra su misura per il nuovo disegno di legge dei democratici per una tassa del 5,6% sui milionari, come anche per la spinta del presidente Barack Obama a revocare il taglio delle tasse voluto da George Bush jr. per i redditi superiori ai 250.000 dollari e per limitare le deduzioni sui redditi alti.

E gli Occupanti offrono al presidente un potenziale argomento per la campagna: «Di questi tempi un sacco di gente che sta facendo le cose giuste non è ricompensata e invece è ricompensata un sacco di gente che fa le cose sbagliate» ha detto nella sua conferenza stampa la settimana scorsa, quando ha predetto che la frustrazione che anima gli Occupanti «si esprimerà politicamente nel 2012 e oltre, finché la gente non sentirà che stiamo tornando ad alcuni valori della vecchia America».

Ma se Occupare Wall street si struttura in qualcosa che somiglia a un vero movimento, allora il Partito democratico potrebbe trovare più difficoltà a digerirlo di quante ne abbia avute il Gop col Tea Party. Dopo tutto, una bella fetta dei fondi elettorali di entrambi i partiti viene da Wall street e dalle sale dei consigli d'amministrazione. Wall street e l'America delle corporations dispongono di nugoli di pr (public-relations) e di eserciti di lobbisti per fare pressione, per non parlare delle inesauribili tasche dei fratelli Koch o di Dick Armey e dei SuperPac di Karl Rove. Anche se gli Occupanti possono accedere a un po' di denaro sindacale, non c'è partita.

Ma la vera difficoltà giace ancora più a fondo. Un po' di storia può aiutare.

Nei primi decenni del XX secolo i democratici non ebbero difficoltà ad abbracciare il populismo economico. Accusava le grandi concentrazioni industriali dell'epoca di soffocare l'economia e avvelenare la democrazia. Nella campagna del 1912 Woodrow Wilson promise di guidare «una crociata contro i poteri che ci hanno governato... hanno limitato il nostro sviluppo... hanno determinato le nostre vite... ci hanno infilato una camicia di forza a loro piacimento». La lotta per spaccare i trusts sarebbe stata, nelle parole di Wilson, niente meno che «una seconda lotta di liberazione».

Wilson fu all'altezza delle sue parole: firmò il Clayton Antitrust Act (che non solo rafforzò le leggi antitrust ma esentò i sindacati dalla loro applicazione), varò la Federal Trade Commission per sradicare «pratiche e azioni scorrette nel commercio» e creò la prima tassa nazionale sui redditi.

Anni dopo Franklin D. Roosevelt attaccò il potere finanziario e delle corporations dando ai lavoratori il diritto di sindacalizzarsi, la settimana di 40 ore, il sussidio di disoccupazione e la Social Security (la mutua). Non solo, ma istituì un'alta aliquota di tassazione sui ricchi.

Non stupisce che Wall street e la grande impresa lo attaccassero. Nella campagna del 1936 Roosevelt mise in guardia contro i «monarchici dell'economia» che avevano ridotto l'intera società al proprio servizio: «Le ore che uomini e donne lavoravano, i salari che ricevevano, le condizioni del loro lavoro ... tutto era sfuggito al controllo del popolo ed era imposto da questa nuova dittatura industriale». In gioco, tuonava Roosevelt, era niente meno che «la sopravvivenza della democrazia». Disse al popolo americano che la finanza e la grande industria erano determinati a scalzarlo: «mai prima d'ora in tutta la nostra storia, queste forze sono state così unite contro un candidato come oggi. Sono unanimi e concordi nell'odiarmi e io accolgo volentieri il loro odio».

Però già nel 1960 i democratici avevano lasciato perdere il populismo. Dalle loro campagne presidenziali erano scomparsi i racconti di avidi imprenditori e spregiudicati finanzieri. In parte perché l'economia era profondamente cambiata. La prosperità del dopoguerra aveva fatto crescere la middle class (che negli Usa comprende il proletariato, ndt) e aveva ridotto il divario tra ricchi e poveri. Dalla metà degli anni '50 un terzo di tutti i dipendenti del settore privato erano sindacalizzati e gli operai avevano ottenuto aumenti generosi e nuovi benefits.

A quel punto il keynesismo era stato largamente accettato come antidoto alle crisi economiche, sostituendo la gestione della domanda aggregata all'antagonismo di classe. Persino Richard Nixon dichiarava «ora siamo tutti keynesiani». Chi aveva bisogno di populismo economico quando la politica fiscale e monetaria appianava i cicli economici e quando i dividendi della crescita erano distribuiti in modo così ampio?

Ma c'era un'altra ragione per il crescente disagio dei democratici rispetto al populismo. La guerra del Vietnam generava una nuova sinistra anti-establishment e anti-autoritaria che diffidava dello stato almeno tanto - se non di più - di quanto diffidasse di Wall street e della grande impresa. La vittoria elettorale di Richard Nixon nel 1968 fu accompagnata da una profonda frattura tra democratici liberal e New Left che continuò per decenni.

Ed ecco Ronald Reagan, il grande affabulatore, che saltò nella breccia populista. Se non fu Reagan a inventare il populismo di destra in America, per lo meno gli dette la sua voce più stentorea. «Lo stato non è la soluzione, è il problema» intonava come un ritornello. Secondo Reagan, erano i faccendieri di Washington e gli arroganti burocrati a soffocare l'economia e a impastoiare la realizzazione individuale.

Il partito democratico non ha mai riassunto le sue posizioni populiste. Certo, nel 1992 Bill Clinton vinse la presidenza promettendo di «battersi per la trascurata middle class» contro le forze dell'«avidità», ma Clinton ereditava da Reagan e George Bush senior un deficit di bilancio così colossale che non poté mettere in campo granché per la sua battaglia. Dopo aver perso la sua lotta per la riforma sanitaria, Clinton stesso annunciò che l'era del big government (il grande stato) era finita e lo dimostrò annientando il welfare state.

Non sono stati i democratici a scatenare una guerra di classe che fu invece il risultato distintivo del populismo repubblicano di estrema destra. Tutti ricordano la pubblicità repubblicana nella presidenziale del 2004 che descriveva i democratici come «tassatori, scialacquatori di fondi pubblici, bevitori di cappuccino italiano, mangiatori di sushi, guidatori di Volvo, lettori del New York Times, trafitti di piercing, amanti di Hollywood».

I repubblicani attaccarono più volte John Kerry come un «liberal del Massachusetts» membro del «set del Chardonnay e del Brie». George W. Bush sfotté Kerry perché trovava ogni giorno una «nuova nuance» sulla guerra in Iraq, con l'accento su nuance per sottolineare l'elitismo culturale francese di Kerry. «In Texas noi non nuance» diceva per raccogliere risate e applausi. Il leader repubblicano Tom DeLay apriva i suoi discorsi elettorali dicendo «Buongiorno, o, come direbbe Kerry, Bonjour».

Il Tea Party è saltato su questo tema classista. Alla Conferenza della Conservative Political Action del 2010, il governatore del Minnesota Tom Pawlenty attaccò «le élites» che credono che i Tea Partiers siano rozzi solo perché «non hanno frequentato le scuole dell'Ivy League e non si ostentano in ricevimenti a base di Chablis e di Brie a San Francisco». Dopo che suo figlio Rand Paul è stato eletto al senato per il Kentucky, il maggio scorso Ron Paul ha spiegato che gli elettori vogliono «liberarsi della gente di potere che guida lo show, la gente che pensa di essere al di sopra di tutti».

Il che ci porta al presente. Barack Obama è molte cose, ma è lontano dal populismo di estrema sinistra più di ogni presidente democratico della storia moderna. È vero: una volta ebbe la temerarietà di rimproverare «i gattoni» di Wall street, ma quella frase fu un'eccezione - che poi gli ha causato problemi senza fine con Wall street.

Al contrario, Obama è stato straordinariamente sollecito verso Wall street e la grande impresa, nominando Timothy Geithner segretario del Tesoro e ambasciatore di fatto di Wall street alla Casa bianca; facendo sì che fosse confermato Bem Bernanke, scelto presidente della Federal Reserve da Bush, e scegliendo il presidente della General Electrics Jeffrey Immelt per guidare il suo Consiglio del lavoro.

La dice ancora più lunga la non volontà del presidente Obama di mettere condizioni al salvataggio di Wall street - non chiedendo per esempio che le banche rinegoziassero i mutui dei proprietari di case in difficoltà o accettassero il ripristino del Glass-Steagall Act (del 1933 che separava nettamente tra banche di deposito e banche d'investimento), come condizioni per ricevere centinaia di miliardi di dollari di denaro dei contribuenti - cosa che ha contribuito alla nuova ondata populista.

Il salvataggio di Wall street ha alimentato il Tea Party e di certo alimenta alcune delle attuali accuse da parte di Occupy Wall street. Ciò non vuol dire che gli Occupanti non potranno avere un impatto sui democratici. Niente di buono succede a Washington - indipendentemente da quanto buoni siano il nostro presidente o i nostri deputati - finché la gente giusta non si aggrega fuori Washington per farlo succedere. La pressione da sinistra è di un'importanza decisiva. Ma è assai improbabile che il moderno Partito democratico abbracci il populismo di sinistra nel modo in cui il Gop ha abbracciato - o meglio, è stato costretto ad abbracciare - il populismo di destra. Basta seguire il denaro, e ricordare la storia.

Economista, Robert Reich è stato ministro del lavoro durante la prima presidenza Clinton. Ora è professore a Berkeley (California). Quest'articolo è ripreso dal sito www.alternet.org.

CHE cosa vogliono le migliaia di cittadini che da quasi un mese manifestano davanti a Wall Street sollevando un´ondata di protesta che interessa ormai le maggiori città americane? Come leggere questo movimento variegato che non ha leadership, non ha scopi definiti, non si lascia facilmente rubricare da un´etichetta di partito? Ha certo ottenuto l´adesione di alcuni importanti sindacati; ma non è per nulla inquadrabile in un´organizzazione gerarchica e poco inclusiva come il sindacato. Ha certo ottenuto l´adesione di alcuni esponenti democratici di prestigio (e la buona menzione del presidente Obama); ma è critico nei confronti di un partito che non ha dimostrato coraggio di fronte ai repubblicani e attenzione all´impoverimento della società americana. Ma, nonostante questi distinguo rispetto alla politica organizzata, i cittadini che manifestano non sono "mob", non sono una massa arrabbiata di americani invidiosi dei loro pochi ricchi concittadini, come gridano i repubblicani di "FoxNews". E non sono neppure una pericolosa espressione di populismo anarchico, teste calde che vogliono, ancora secondo le accuse repubblicane, dividere l´America con la lotta di classe.

In effetti la stessa espressione "populismo" è poco adatta a rappresentare questo nuovo movimento di protesta, che per la radicalità ma anche ragionevolezza degli slogan e dei messaggi assomiglia al movimento per i diritti civili degli anni ´60, quello che ha manifestato contro la guerra in Vietnam, contro la discriminazione razziale e di genere. In quelle lotte vi era il futuro. L´America di oggi è figlia di quel movimento giovanile. Sarà anche questa volta così? Per molti intellettuali e per alcuni commentatori televisivi potrebbe essere così. E quindi, l´espressione populismo (di per sé una categoria fumosa e difficile da tradurre in un concetto chiaro) è ancora meno adatta.

Populista è certamente il movimento del Tea Party, una congerie di molte delle categorie tradizionalmente associabili a questo tipo di movimento, per esempio: anti-intellettualismo o attacco ai "sapientoni" (per dirla con il Senatore Bossi) perché criticano e non si identificano con le opinioni popolari, istintive e radicali; e anti-governo o attacco alle politiche sociali che creano grossa burocrazia e mettono in moto più Stato e quindi un surplus di controllo della sfera economica. Il Tea Party si sente a suo agio con l´agenda repubblicana che da diversi decenni ha dato la sua totale adesione alla dottrina liberista, la quale addossa le responsabilità del declino economico dell'America a chi propone una più giusta distribuzione della ricchezza non a chi l´avversa, nella convinzione che se la natura degli interessi e dell´accumulazione seguisse il suo corso, a beneficiarne sarebbero tutti in proporzione. La retorica cristiana dei talenti e della responsabilità di usarli al meglio dà pathos a questa ideologia anarco-liberista, che si sente autorizzata dal Vangelo a svolgere la sua propaganda contro lo Stato, luogo satanico del potere e contro coloro che pensano di usarlo per una buona causa di giustizia. Dunque, anti-razionalismo, anti-intellettualismo, anti-governo: ecco gli ingredienti del populismo dei Tea Party. Il quale non è soltanto un movimento di protesta, ma è un movimento con un´agenda politica ben precisa, come il Congresso americano uscito dalle ultime elezioni sta dimostrando. Certo, il Tea Party non è unito sotto la guida di un leader carismatico e in questo non è simile ai populismi europei. È federalista come il Paese nel quale è nato, diramato attraverso le chiese evangeliche, riunito sotto i vari predicatori che mettono insieme l´omelia ogni domenica.

Occupy Wall Street non ha nulla di tutto questo. Ed è questa la ragione dell´incredibile attacco dei leader del Tea Party, i quali hanno annusato molto correttamente che questi manifestanti non hanno nulla da spartire con loro. Occupy Wall Street è un movimento spontaneo, e quindi democratico nel senso più elementare del termine, perché ispirato a ideali di auto-governo e di eguaglianza di cittadinanza. Lo slogan "Noi siamo il 99%" non intende fare guerra all´1%, cioè ai miliardari. Non è l´invidia che li guida come ha sostenuto un candidato repubblicano. Lo slogan chiede più semplicemente che chi ha più deve più contribuire anche perché quel di più lo ha in ragione di politiche adottate dai governi americani dalla fine degli anni ´70. Politiche alle quali tutti hanno obbedito e che però hanno favorito non tutti allo stesso modo. E non a causa dei talenti che il Signore distribuisce diversamente, ma di una mirata e sistematica politica della diseguaglianza.

L´equità fiscale non è proprio un obiettivo rivoluzionario. Se così appare è perché le diseguaglianze economiche e sociali sono ormai così radicali da aver dato vita a due popoli, un po´ come nell´antica Atene: anche oggi, gli oligarchi, benché dentro il sistema democratico, scalpitano per avere privilegi e non sottostare alla regola dell´eguaglianza. Occupy Wall Street mette in luce questa antica e sempre nuova lotta tra oligarchia e democrazia. Soprattutto, mostra come la seconda non sia semplicemente una forma di governo, ma anche un ideale, una visione di società che quando le diseguaglianze si radicalizzano, come ora, non riesce più ad avere il consenso di tutti. L´1% simbolico – i super miliardari – sta a significare che alcuni sono fuori dal patto democratico dell´eguaglianza. È questa la radicalità di Occupy Wall Street.

A chi è indirizzata questa radicalità? Qual è la relazione di questo movimento democratico con la democrazia delle istituzioni? Queste domande mettono in luce la crisi profonda di rappresentatività delle istituzioni democratiche. Occupy Wall Street non ha specifici obiettivi se non uno: entrare in comunicazione con coloro che operano nelle istituzioni, i quali hanno da anni spento l´auricolare e sono, come si dice in Italia, auto-referenziali. Dall´interno dei parlamenti non si vuole ascoltare. La scollatura tra dentro e fuori delle istituzioni democratiche è preoccupante e, purtroppo, non è destinata a risanarsi velocemente. Questo movimento chiede dunque una ricostituzione della rappresentanza politica. Sfida gli eletti nel nome dell´autorità dell´ascolto. E ha senso occupare le piazze fisiche, visto che quelle mediatiche sono interessate a mettere una cortina di silenzio sulle opinioni dei cittadini. Se c´è un contributo che Occupy Wall Street può dare è quello di creare un clima politico finalmente di attenzione; di costringere chi si occupa delle politiche nazionali a non girare le spalle a coloro che di quelle politiche devono subire le conseguenze. Si tratta di un richiamo ai principi democratici, dunque: a quella promessa di libertà e giustizia per tutti che è scritta nelle nostre costituzioni.

postilla

L’egemonia culturale della destra conduce ad assumere, nel linguaggio corrente, l’espressione “lotta di classe” come significativa di una volontà di ribellione contro l’ordine sociale e i ceti benestanti. Viene adoperata come un manganello per colpire, dileggiare, screditare le proteste contro qualsivoglia Palazzo, soprattutto quello dominato dall’economia data. In realtà il termine ha un significato del tuto diverso. Nell’analisi di Marx essoesprime il fatto che il contrasto tra gli interessi del capitale (aumentare i profitti9 e quelli del proletariato (aumentare il salario) oggettivamente confliggono. Il conflitto quindi (la “lotta di classe”) è implicito nel sistema capitalistico. Qualche tempo fa si diceva, in qualche ambiente della sinistra, che la lotta di classe era finita, perché l’avevano vinta gli altri. Evidentemente non è così, la crisi del finanzcapitalismo, e il modo in cui il Palazzo globale vuole uscirne, rende trasparente il fatto che il conflitto (la lotta di classe) c’è, e gli altri stanno picchiando ancora più forte di prima. Il popolo, anche a Manhattan, se ne accorge. Ciò spaventa chi detiene il potere: squarciare il velo che copre la realtà del sistema è un oltraggio intollerabile. Ecco quindi l’anatema: dagli all’untore, che predica e vorrebbe praticare la “lotta di classe”.

Con gli esecutivi di centro destra l'esposizione è cresciuta del 13,5% contro una media del 5,1%. Dal 1982 lo stock è passato dal 63,1% al 121,8% del Prodotto interno lordo

Silvio Berlusconi

ROMA - Da quando Silvio Berlusconi è sceso in politica, nel 1994, sotto i sui tre governi, il debito pubblico è cresciuto più del doppio rispetto agli esecutivi guidati dai suoi avversari.

Negli ultimi 17 anni, Berlusconi è stato presidente del consiglio per quasi la metà del tempo registrando un incremento complessivo del debito pubblico del 13,5%. Molto più del 5,1% registrato sotto la guida degli altri quattro primi ministri: Lamberto Dini, Romano Prodi (due volte), Massimo D'Alema e Giuliano Amato.

Il 13 settembre scorso, a Strasburgo, in Francia, Berlusconi spiegò di aver ereditato il debito dalle amministrazioni che lo avevano preceduto. Il fardello del debito è quasi raddoppiato tra il 1982, quando ammontava al 63,1% del Pil, e il 1994, quando sotto il primo governo guidato da Berlusconi arrivò al 121,8%. Nel 2007, con Romano Prodi a Palazzo Chigi, il debito è sceso al 103,6%, al livello più basso dal 1991.

"Berlusconi non è stato certo aiutato dalla recessione che lo ha colpito mentre era al governo e dagli alti tassi di interesse che hanno aumentato il costo del debito" dice Paolo Manasse, professore di economia all'Università di Bologna. "Tuttavia - prosegue Manasse - con Berlusconi la spesa pubblica è sempre aumentata, anche negli anni di crescita economica e questo, insieme a scelte come quella di abolire la tassa sulla proprietà nel 2008, ha contribuito ad aumentare il debito pubblico".

Le tre principali agenzie di rating hanno recentemente tagliato il giudizio sullo stock italiano, proprio mentre il Paese sta lottando per evitare di essere contagiato dalla crisi europea dei debiti sovrano cercando di portare il proprio sotto il livello 120% del Pil. Il fardello più alto d'Europa, dopo la Grecia.

L'8 agosto scorso la Banca Centrale europea ha iniziato a comprare titoli di Stato italiani dopo che i rendimenti erano schizzati alle stelle e la Grecia si avvicinava al fallimento.

L'immagine è tratta dal sito Bloomberg news online

Per le indicazioni molto dettagliate che contiene, la lettera che Trichet e Draghi hanno inviato al governo italiano conferma quel che alcuni hanno detto: l´Italia di fatto è governata da autorità sovranazionali non elette, che non devono render conto davanti ai cittadini. Pur non appartenendo a un partito, non sono autorità tecniche: fanno politica in senso pieno, governano i conflitti della pòlis constatando che è malgovernata. È un rapporto feudale che viene instaurato: il vassallo inadempiente è salvato dal vero sovrano, e in cambio gli giura obbedienza e restringe le proprie libertà.

Di primo acchito sembrerebbe che solo così possa nascere un´Europa politica, potente mondialmente. Ma le cose sono più ambigue, torbide. Uno Stato corroso come il nostro, manomesso da un premier che lo scardina privatizzando il bene pubblico, non fa nascere l´Europa ma la snatura. A nulla serve che gridi contro il duopolio franco-tedesco; non lo udranno. Il caso Italia dovrebbe far riflettere l´Unione, perché crea un precedente grave: se un organo federale di natura tecnica interviene con pesantezza inusitata su un paese membro, è perché ha di fronte a sé un non-governo, un non-premier. Non è prepotenza la sua, ma il diritto naturale all´interferenza che la Bce acquisisce comprando il nostro debito a colpi di miliardi e risparmiandoci la bancarotta. Il governo sovranazionale ci tiene in piedi, e il potere che acquisisce è la risposta a un´inettitudine, un´impotenza. La crisi dell´euro rimette in questione le sovranità nazionali, svelandone l´illusorietà, e al tempo stesso ridisegna a caldo le loro democrazie, non senza insidie e squilibri fra Stati iper-sovrani e Stati non più sovrani. Il modo in cui le ridisegna è la questione del momento.

Rileggere la lettera della Bce, simile a quelle inviate a Atene e Madrid, Lisbona e Dublino, è istruttivo. Il presidente della Banca centrale non si limita a indicare parametri. Entra negli anfratti della legislazione, decide il suo farsi. Il punto saliente è quello in cui, dopo aver elencato le misure per evitare il default, raccomanda perentorio: «Vista la gravità dell´attuale situazione sui mercati finanziari, consideriamo cruciale che tutte le azioni elencate (...) siano prese il prima possibile per decreto legge, seguito da ratifica parlamentare entro la fine di settembre 2011». Quello che si prescrive è un metodo decisionale (il decreto) che mina la democrazia rappresentativa sin qui conosciuta.

Il decreto è un provvedimento adottato «in casi straordinari di necessità e d´urgenza» (articolo 77 della Costituzione). L´abuso che Berlusconi ne fa è stato più volte criticato dal Capo dello Stato, che della Carta è custode. D´un tratto siamo intimati di aumentarne l´abuso. Le lunghe discussioni parlamentari vanno scavalcate, in nome dell´emergenza. È quanto accade in guerra, quando saltano le procedure ordinarie e predomina un gruppo di esperti (i militari). Qui sono i banchieri centrali a prevalere, anche se operano in rappresentanza di tutta l´eurozona (Italia compresa). Per forza giocano un ruolo politico che sulla carta non hanno, quando i governi da sé non ce la fanno. Per forza la Bce impone la stretta decisionista, a un governo che per anni ha negato la crisi, temendo scelte difficili. La crisi delle democrazie è causa ed effetto di questo prevalere della necessità su una libertà che è fittizia, della tecnica su una politica non meno fittizia. Per questo l´Italia è, in Europa, un precursore in negativo: l´opposizione, quando tornerà al governo, dovrà riconoscere che queste necessità ti vengono imposte, se non le assumi. Altrimenti avrà ragione la Bbc: «Una delle prime vittime della crisi dell´Eurozona sarà la democrazia».

L´elusione del dibattito democratico classico è evidente in altri passi della lettera. Tra questi: i paragrafi riguardanti la «privatizzazione su larga scala» dei servizi pubblici (nonostante un referendum italiano ostile a tali privatizzazioni); la riforma salariale collettiva (gli accordi al livello di impresa devono essere «più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione»); le norme sul licenziamento; la riduzione di stipendi per i dipendenti pubblici. Perfino su una questione delicata (l´introduzione nelle aziende pubbliche degli indicatori di performance) la Bce interviene senza curarsi della discussione che il tema suscita in Europa. Gli indicatori di prestazione - è scritto in numerosi rapporti di medici e psicologi francesi - vanno maneggiati con prudenza perché ledono la tenuta della società, specie in recessione. L´ondata di suicidi avvenuta nel 2009 in aziende come Telecom-Francia e Renault è legata all´introduzione, nel management, di queste forme di controllo.

I conflitti non vengono superati, sospendendo procedure democratiche tradizionali. Si acuiscono, perché non più rappresentati né governati democraticamente. Quel che rischia di scomparire, quando uno Stato impotente è messo in riga, è lo spazio politico dentro il quale più visioni del mondo possono contrapporsi, misurarsi. L´alternativa, sale della speranza, è sostituita da alternanze formali destra-sinistra. Un´unica linea sembra imporsi, respinta ciecamente da cittadini che la vedono decretata e non discussa.

Naturalmente la lettera non ha quest´unico significato, di restringimento dello spazio democratico. Nel governo tecnico di Francoforte è incorporata anche l´Italia, e paradossalmente il restringimento è dovuto al fatto che l´organo sovranazionale agisce in nome di uno spazio ben più vasto, che i politici nazionali tendono sistematicamente a ignorare. Lorenzo Bini Smaghi, membro dell´esecutivo Bce, è stato chiaro, in un discorso a Poros dell´8 luglio: «L´unione monetaria implica un grado di unione politica molto più ampio di quanto abbiano mai pensato molti commentatori, politici, accademici, e anche cittadini. Questo perché in un´unione monetaria, le decisioni prese in una singola parte coinvolgono le altre parti, in modo diretto e a volte drammatico». Quel che i popoli faticano a capire è che «già c´è un´unione politica, anche se l´intelaiatura istituzionale non garantisce un processo decisionale pienamente compatibile con essa».

Resta che un´Unione siffatta non è vista come democratica dai popoli; e non essendolo, inasprisce le loro chiusure nazionali: non solo in Italia ma anche in Germania. I suoi organi danno l´impressione che l´unica preoccupazione sia la tenuta dei conti: non della società, delle regole, della giustizia, dell´etica pubblica. A prima vista è allarmante, ad esempio, che nella lettera della Bce manchi ogni accenno alla sostanza del modello europeo: giustizia sociale, tasse ripartite con equità e senza evasione, correzione delle disuguaglianze abnormi createsi dagli anni ‘80 fra generazioni, classi, regioni.

Dietro queste apparenze, tuttavia, c´è una realtà meno semplice, che vale la pena esplorare. Prendiamo il caso greco, che illumina molte oscurità. Se nelle sue raccomandazioni la Bce non insiste sul modello europeo, è perché in alcuni Stati il modello è proclamato, non praticato. È l´accusa lanciata dall´economista Yanis Varoufakis, ex consigliere di Papandreou: è vero, Atene è stata costretta a misure socialmente devastanti, ma perché non ha avuto il fegato di imporre una tassa sui ricchi, che da decenni godono di vaste immunità: «È a questo punto che Bce e Fmi hanno detto: ok, se rinunciate alle tasse allora tagliate pensioni e salari dei meno abbienti». Gli organi europei «sono class-indifferent», indifferenti a come gli Stati sanano, equamente o no, i conti.

Altro è il loro difetto. Nei confronti degli Stati più potenti, le istituzioni europee non hanno la stessa imparzialità: non sono nation-indifferent. Il Fondo salva-Stati, che Merkel e Sarkozy vogliono dominare non rendendolo federale ma preservando il diritto di veto di ciascuna nazione, nasce imbelle. Nel 2003, Berlino e Parigi trasgredirono il Patto di stabilità: invocarono l´impunità con una sfacciataggine che ancor oggi pesa. Pesa come un masso, nel mezzo della crisi economica e democratica che gli europei stanno vivendo.

Il testo intergrale della lettera della BCE nell'originale inglese e nella traduzione italiana, dal Corriere della sera.

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