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Sono sempre più numerose le persone estremamente preoccupate per la situazione politica e si stanno moltiplicando le iniziative e i convegni per lanciare allarmi. Partecipano attivamente uomini e donne di sinistra e di destra: mi riferisco ad una destra genuina, non a quella di Berlusconi, che non è destra. In breve, non è affatto esagerato affermare che, sul piano civile, stanno emergendo le premesse di un nuovo Comitato di Liberazione Nazionale: quello degli anni Quaranta includeva tanti gruppi politici, dai monarchici ai comunisti, oggi le ideologie sono assai diverse, ma la sostanza è la stessa, giacchè si sta diffondendo la convizione che, come paese, siamo entrati in uno stato preagonico: possiamo ancora salvarci, ma è sempre più difficile e il tempo stringe in modo implacabile. Io sono intervenuto in due di questi dibattiti, il primo organizzato a Firenze a Palazzo Vecchio il 1° ottobre dalla Fondazione Pertini sul tema “Libertà e democrazia”, il secondo promosso dall'Associazione Libertà e Giustizia a Roma il 3 ottobre al Teatro di Tor di Quinto sul tema “Salviamo la Costituzione” - l'allarme del titolo è pienamente giustificato: in entrambi i dibattiti erano numerose le personalità del nuovo CLN, in entrambi è intervenuto l'instancabile ex Presidente Oscar Luigi Scalfaro, che ha due anni più di me - ne ha 86! In entrambi i dibattiti ho riecheggiato l'urlo di Munch. Ecco alcuni temi che ho svolti.

Com'è venuta a Berlusconi l'idea di riformare l'intero sistema di governo previsto dalla nostra Costituzione? Per realizzare il suo vero programma (difendere ed accrescere la “roba” e le televisioni, evitare la galera) non gli bastavano le leggi-vergogna?

Berlusconi ha ottenuto quello che voleva con una facilità che credo abbia meravigliato lui stesso. Ma si è reso conto - o glie lo hanno spiegato i consiglieri, primo fra tutti Marcello Dell'Utri che si è giustamente paragonato a Socrate - che la sua vittoria era effimera e poteva perdere tutto se non “blindava” il suo potere. Di qui il raptus riformistico ed il progetto di riformare - devastare - anche il sistema di governo; di qui il “progetto Frankenstein”, che, se approvato, darebbe il colpo di grazia ad ogni speranza, per l'Italia, di diventare un paese civile in un futuro prevedibile.

Quali sono le probabilità che un tale progetto, che potenzialmente darebbe poteri illimitati a Berlusconi, venga approvato?

Purtroppo sono elevate. Un pezzo della “devolution”, che serve a mantenere il sostegno di Bossi e dei suoi padani e che, lo garantiscono Berlusconi e i celtici, ha un costo vicino allo zero, è già passato, pur essendo un progetto abominevole; può passare anche la riforma del sistema di governo. Sono state avanzate critiche fortissime alle due atrocità - “devolution” e Frankenstein. Sono critiche semplici: possono essere capite anche da chi è corto di cervello e scarso a cultura. Ma possono convincere le persone in buona fede, non chi si è fatto comprare: ho già ricordato che una bella fetta di parlamentari è stata comprata a peso vivo, scarpe comprese. Per costoro l'unico argomento valido sarebbe: quanto ti dà Berlusconi: un miliardo? Bene, io ti do un miliardo e cento milioni. E non si compra una persona solo coi soldi. Tutti comprati, come nel Parlamento inglese di Walpole, almeno nella “Casa delle libertà”? Credo di no, ma il numero dei comprati è grande. Per questo molte persone serie pensano che probabilmente, come estrema soluzione, resta il referendum, il cui esito però non è sicuro.

Ma allora è sempre valido il terribile giudizio di Calamandrei - “la tragedia dell'Italia è la sua putrefazione morale, la sua indifferenza, la sua sistematica vigliaccheria”? Se così fosse non ci sarebbero speranze. Ma Calamandrei scriveva subito dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale. Poi c'è stata la Resistenza. C'è stato - per brevità parlo per simboli - il massacro della famiglia Cervi. Dopo la guerra si è svolto quello straordinario processo civile che ha visto collaborare tutte le forze politiche, di destra e di sinistra, che avevano dato vita alla Resistenza, un processo in cui ha operato come protagonista lo stesso Calamandrei e che ha generato “la nostra bella Costituzione”, oggi in pericolo di morte. In seguito, a poco a poco hanno ripreso il sopravvento i vecchi vizi; io credo però che le tragiche esperienze del fascismo, della guerra e della Resistenza sotto la superficie hanno lasciato in molti segni indelebili: questo spiega perché nel dopoguerra ha avuto luogo un sia pur lento e tormentato progresso civile, oggi brutalmente interrotto. L'eredità che proviene da quelle esperienze ci consente di sperare, nonostante tutto; e sperare significa operare.

Se riflettiamo sui motivi dell'interruzione del progresso civile e poi dell'ascesa e della permanenza al potere di Berlusconi dobbiamo riconoscere che le responsabilità dell'opposizione sono grandi. Non pochi esponenti dell'opposizione hanno fatto robusti favori a Berlusconi, alcuni se ne sono perfino vantati con lui, anche se erano contro la legge, forse, chi sa, illudendosi di ottenere la sua gratitudine politica. Altri sono arrivati ad esaltare Craxi, che era certo un abile politico ma che era anche un grande corruttore - è lui che ci ha regalato Berlusconi e lui stesso aveva ammesso, con spavalderia e senza pudore, le sue malefatte. Quegli esponenti sono giunti ad irridere Enrico Berlinguer, un passatista, che aveva sostenuto, come già Carlo Cattaneo, come già Gaetano Salvemini, come già Ernesto Rossi, come già Piero Calandrei, che la morale non può essere separata dalla politica pena la putrefazione e il regresso economico oltre che civile dell'intera società.

Di recente alcuni leader dell'opposizione in varie circostanze hanno riconosciuto di aver fatto gravi errori - zig zag. Ma per convincere tutti che intendono veramente cambiare strategia alle parole debbono far seguire i fatti: smettendo di litigare ed abbandonando la difesa a oltranza delle loro meschine posizioni di potere personale, una difesa che porta all'esclusione dei “non addetti ai lavori”: la politica non deve essere né monopolistica, che allora è dittatura, né triopolistica: è democratica solo se è aperta a tutti. Le formule sono diverse, una è quella del grande Ulivo, un'altra è la Federazione - i nomi contano poco. Se l'opposizione non fa sul serio, la conclusione bisogna ribadirlo, è una nausea e quindi un astensionismo dilaganti, col conseguente trionfo del berlusconismo, ossia dell'Italia descritta con angoscia da Calamandrei.

Che cos'era il CLN

Giungono le prime notizie sul rapimento di Simona Torretta e di Simona Pari, le due giovani donne italiane che svolgevano rischiosa e coraggiosa opera di volontariato in Iraq, per l’organizzazione “Un ponte per...” e che sono state prelevate come si usa dove regna il banditismo: nel loro ufficio di Baghdad, in pieno giorno, in pieno centro. Qui al giornale abbiamo ricevuto telefonate della Bbc, di giornali e televisioni americane, di colleghi di tutta Europa. Sapevano che sono state sequestrate due giovani donne portatrici di pace. Da giornalisti volevano sapere che cosa farà adesso il governo italiano.

Abbiamo detto che non lo sappiamo, che alle sei di sera non avevamo ancora ascoltato o letto parole che siano almeno di incoraggiamento e conforto per le ragazze rapite e per le loro famiglie. Abbiamo però evitato di citare Sandro Bondi, che invita a stringerci comunque intorno al governo, senza avere ascoltato dal governo una sola voce, senza che ci sia stato detto nulla di ciò che il governo intende fare. Con preoccupazione abbiamo letto le parole, certo non adatte al tremendo momento, del Presidente Casini che sceglie di entrare nelle tensioni interne della politica italiana, con la domanda: «E questa la chiamano resistenza?». Decide dunque, in ore come queste, di chiamare in causa eventuali sostenitori italiani dei rapimenti e del terrorismo (ma allora perché non indicarli per nome?) invece che includere coloro che sono impegnati in ogni sforzo per liberare la Torretta e la Pari, ma si uniscono anche alla richiesta appassionata di porre fine a una guerra sempre più feroce e insensata.

Il Presidente Casini ci ha anche detto che con un simile terrorismo non si verrà mai a patti. Lo ha detto al buio, mentre non sappiamo di chi e di che cosa si parla. Non sarebbe stato meglio rassicurare i cittadini e promettere che - quando si tratta di salvare vite - l’Italia non sarà seconda alla Francia, che - sia pure fra i sarcasmi della nostra destra (ma non della destra americana) - ha mobilitato tutto il mondo arabo per i suoi due giornalisti, mostrando che due vite valgono di più di tutte le più nobili dichiarazioni?

Tutto ciò avviene nell’ostinazione immensamente pericolosa del non capire che cosa sta veramente accadendo in Iraq. Eppure Paul Krugman, l’editorialista del New York Times, lo spiega su quel giornale il giorno 5 settembre. Spiega ciò che esperti militari statunitensi e gruppi autorevoli (e conservatori) come il Center for Strategic Studies di Washington, hanno fatto sapere da tempo: «Le truppe americane stanno cedendo ogni giorno terreno ai rivoltosi nelle zone urbane. Mentre l’attenzione del mondo intero è puntata su Najaf, tutto l’Iraq occidentale è caduto saldamente sotto il controllo dei ribelli. I rappresentanti del governo installato dagli Stati Uniti sono assassinati o giustiziati. Altre città (come Samarra) sono anch’esse cadute in mano degli insorti, gli attacchi agli oleodotti si vanno moltiplicando e l’esercito del Mhadi resta saldamente al comando di Sadr City, periferia di Baghdad, e dei suoi due milioni di abitanti». Spiega ancora il docente di Economia della Princeton University divenuto editorialista del New York Times per dire alcune verità su questa spaventosa guerra: «Per molto tempo chiunque avesse avanzato una analogia con il Vietnam è stato oggetto di derisione. Adesso i più seri analisti che si occupano di sicurezza hanno iniziato ad ammettere che l’obiettivo di un Iraq democratico filo-americano è ormai fuori portata».

Ieri abbiamo letto su una nota dell’agenzia AdnKronos che il direttore del Sismi, nella stessa giornata del sequestro di Torretta e Pari avrebbe detto che c’era il pericolo di rapimento di donne in Iraq. Se lo ha detto prima del tremendo evento di oggi, perché non ha agito e subito? E come mai nessuno, nel governo attorno al quale oggi dovremmo unirci, ha fatto caso alle richieste insistenti e ripetute da tutta l’opposizione in aprile di ritirare al più presto i civili dall’Iraq? Lo ha detto Angius il 15 aprile, lo ha ripetuto Intini il 26 aprile, lo hanno chiesto ancora e ancora Fassino, Bertinotti, Pecoraro Scanio, tra aprile e maggio. La risposta è stata scherno o silenzio o distrazione. Naturalmente i civili possono decidere di restare, ma fa differenza sapere dal proprio governo che c’è una guerra in corso. E non sarebbe toccato al governo difendere volontarie che cercano di portare pace e fanno onore al Paese? Eppure c’era il tempo per capire che cosa stava davvero accadendo, per smetterla con la finzione della vittoria, della svolta, del governo iracheno che controlla il Paese.

Adesso si susseguono dichiarazioni come «dobbiamo unirci contro il terrorismo». Ma poi si dichiarano nemici coloro che si oppongono alla guerra perché la guerra moltiplica il terrorismo. Si ammonisce «nessuno strumentalizzi questa vicenda». Significa approvare tutto, anche prima di sapere che cosa. Eppure noi non chiediamo di meglio che dover scrivere, nei prossimi giorni, che il governo è stato tempestivo, efficace, esemplare. Perché vogliamo rivedere in Italia sane e salve Simona Torretta e Simona Pari, e vogliamo poter dire che si è fatto bene e si è fatto di tutto, e saremo felici di dirlo.

Scriviamo con imbarazzo e persino con incredulità, alla fine di una brutta giornata. È accaduto questo. I leader del centrosinistra, coloro che in Parlamento, nei telegiornali, nei talk show rappresentano l’altra faccia dell’Italia, la speranza di mettere alla porta il rovinoso governo Berlusconi, ieri hanno partecipato a due riunioni in cui avrebbero dovuto decidere tutto: Federazione, lista unitaria, scelta dei candidati per le regionali che potrebbero segnare la prossima grande sconfitta di Berlusconi.

Il disastro Berlusconi rimane e si aggrava. Oggi sappiamo che il capo del Governo e i suoi non riescono nemmeno a mettere insieme la legge Finanziaria. Ma neppure l’estrema vulnerabilità dell’uomo ricco, prepotente e incostituzionale al governo, ha fatto da stimolo a una nuova, grande strategia dell’opposizione. Eppure l’opposizione ha un capo del peso e del prestigio di Romano Prodi. No. Tutti i leader del centro sinistra sono entrati in quelle due riunioni (mancava solo, per un suo disappunto o sospetto, o ragione non pervenuta, Mastella). Ma sono usciti totalmente divisi. Niente Federazione, niente lista unitaria, niente designazione dei candidati, niente simbolo dell’Ulivo. Prodi adesso appare solo e isolato.

Partiti, gruppi e leader dell’opposizione, evidentemente hanno - ciascuno - un progetto e una ambizione diversi. Ciò che è trapelato lascia capire che soltanto i Ds hanno tentato di evitare questa conclusione. Ma lo sforzo non è bastato. Frivolezza o mancanza di senso della realtà hanno portato via gli altri componenti della tavola, come se una pozione magica avesse cancellato per alcuni di essi coscienza e memoria di quello che sta accadendo in Italia.

Un tragico libro sui giorni di Weimar (Von Solomon, I Proscritti) racconta di una immensa folla radunata di fronte al luogo in cui l’opposizione era convocata. Era l’ultima opposizione. Passano giorni, passano notti e dal palazzo non esce nessuno. A poco a poco la folla se ne è andata. È arrivato il nazismo. Ma qualcuno si rende conto del danno immenso che sta provocando, adesso, in questa Italia, prima che ce lo dica la Storia?

In queste ore di incertezza e dolore per la sorte di Yasser Arafat, in terra di Palestina - che è assai più grande di quella i cui confini vengono disegnati dai piani sempre più riduttivi via via elaborati dagli americani con o senza gli europei e comprende una immensa diaspora cui ogni ritorno a casa è stato precluso - c'è angoscia e infinita tristezza. In ognuno e nonostante tutto. E per tutto si intende la progressiva involuzione istituzionale-autoritaria del vecchio combattente che non ha saputo adeguarsi alla nuova fase storica; che è rimasto incapace di fronte alla corruzione del suo stesso establishment - che si è allargata più la pace veniva cancellata dai carri armati israeliani per diventare promessa sotto ricatto e senza più interlocutori veri, dopo l'uccisione di Rabin da parte dell'ultradestra ebraica; e che non ha saputo alla fine colmare il solco fra la vecchia guardia rientrata da 27 anni di esilio e le generazioni cresciute nei territori occupati - l'alternativa vera, Marwan Barghuti, sta da due anni e mezzo nelle prigioni israeliane. Sì, angoscia e infinita tristezza. Perché Arafat non è un simbolo vuoto come vorrebbero tanti interessati denigratori del presidente palestinese, è la testimonianza di una fase decisiva della storia di questo popolo che grazie alla sua rottura, operata quasi 40 anni fa con l'ambigua tutela di regimi arabi complici e conservatori, ha saputo costruire la propria autonoma soggettività nazionale. Non so se qui da noi i più giovani avvertano in queste ore il nostro stesso turbamento. Per noi Arafat ha rappresentato la scoperta di un'ingiustizia che ignoravamo, venuta prepotentemente alla ribalta grazie a una coraggiosissima guerriglia popolare, intrecciata a una spregiudicata iniziativa diplomatica, a una politicizzazione di massa che ha consentito di evitare i gesti esemplari ed isolati (si pensi alla condanna da parte di Al Fatah del dirottamento degli aerei operato a suo tempo dal Fronte popolare) perché non rendevano partecipi la collettività. Un movimento nato da una costola del nazionalismo ma che rapidamente si era imbevuto della cultura del movimento operaio internazionale col quale si trovò subito consonante. Da quell'esordio sono passati molti anni e la tragica immagine di Arafat prigioniero da due anni e mezzo in un edificio diroccato di Ramallah, costretto a ricevere da Sharon la pelosa libertà di uscirne per entrare in un ospedale di Francia da cui non si sa se potrà mai rientrare nel suo paese, mentre case e uliveti della sua gente vengono divelti dai bulldozer israeliani e i corpi di fratelli e sorelle dilaniati dalle bombe di Sharon che passa per un «eroe» perché ha imposto il ritiro di qualche colono dalla Striscia di Gaza, tacendo su cosa vorrà fare della Cisgiordania - tutto questo rischia di farci morire la speranza nel cuore, di indurci a pensare che i feddayn, che il presidente dell'Olp aveva portato alla ribalta della storia sono stati, anch'essi, un mito del `68. Da seppellire con tutti i sogni del `900.

Ma che razza di mondo sarebbe quello che dovremmo accettare, dove si deve chinare la testa allo sterminio di un popolo che rivendica il diritto di tornare sovrano su un pezzo almeno della propria terra? Non ha nulla da dire, e da fare, quell'Europa che ieri si è «costituita»? Quelli non erano miti, ma obiettivi che restano sacrosanti. Non possiamo, non dobbiamo abbandonare le speranze anche se i tempi in cui viviamo sono così terribili. Oggi manifestiamo perché il martoriato Medio Oriente dei Grandi Territori occupati, la Palestina e l'Iraq, conosca la pace, chiediamo che gli italiani non siano complici del massacro. E piangendo i 100mila iracheni morti ammazzati dai raid Usa, richiamiamo l'attenzione del mondo sulla moltitudine di vittime palestinesi che, paradossalmente, solo la malattia di Arafat ha riportato sulle pagine di qualche giornale. Con un messaggio di solidarietà ad Arafat, un interlocutore prezioso che gli israeliani non hanno saputo cogliere, il primo e purtroppo raro artefice di una versione non religiosa e non fanatica dell'identificazione nazionale.

GEORGE W. Bush pensa che quel che accade oggi in Iraq sia il frutto di «un catastrofico successo». Chi lo ha visto alla Nbc sa che il presidente Usa ammette di «non credere che questa guerra contro il terrorismo possa essere vinta». Chi ha letto ieri, su queste pagine, Paul Krugman sa che i più seri analisti che si occupano di sicurezza hanno iniziato ad ammettere che «l´obiettivo di un Iraq democratico è ormai fuori portata» perché bisogna prendere in considerazione la possibilità che «potrebbe non esserci soluzione alcuna per il problema iracheno», a meno che (e «sarebbe un successo al 50%») non si faccia salire sul carro del nuovo Iraq il vecchio Iraq saddamita del Baath, i religiosi dalla linea dura, i movimenti etnici e le rancorose sette...

Se si stringe l´obiettivo soltanto sul sequestro di Simona Torretta e Simona Pari e non si allarga lo sguardo a quel paese e a quel popolo che, con coraggio e generosità, le due volontarie di "Un ponte per..." volevano aiutare, non si può comprendere che cosa è accaduto e perché. Soprattutto non si potranno, da oggi, muovere le cose per interrompere l´incubo in cui le due "cooperanti" sono state precipitate.

Del sequestro si sa poco o nulla. Né le modalità della cattura aiutano, per il momento, a capire. Dieci o dodici uomini, camuffati - pare - con uniformi dell´esercito regolare. Negli uffici dell´ong entrano in cinque. Azione rapida e mirata: i rapitori sapevano dove andare e chi aggredire. Chiedono i nomi dei presenti. Discutono tra loro. Scelgono le vittime. Chi ha organizzato il sequestro le conosce. Il luogo del sequestro «non dice nulla». E´ il centro di Bagdad, piazza Andalus, non il territorio di questa o quella fazione religiosa, di questo o quel gruppo terroristico. Con questi elementi, nessuno - in Italia - azzarda al momento una risposta alla domanda: è un azione del terrorismo politico o l´impresa di predoni a caccia di soldi facili? Allo stato delle cose - ti spiegano - può essere l´una o l´altra cosa e anche, insieme, l´una e l´altra. I predoni possono aver sequestrato obiettivi indifesi per venderli al miglior offerente, sia esso ambasciata o un gruppo terroristico.

Fonti arabe, pur con cautela, temono invece il peggio. Perché - ragionano - non ti imbatti per caso in donne che lavorano per un´organizzazione non governativa presente a Bagdad da dieci anni. Se vai a rapirle, hai un piano lucido. L´obiettivo è naturalmente il governo italiano, "anello debole" della coalizione anglo-americana. Ma, con l´Italia, anche il popolo iracheno e il capo del governo provvisorio Iyad Allawi, che le squadre del terrore islamico vogliono isolato, sempre più nelle braccia degli Stati Uniti, quindi del "nemico".

Il ragionamento è chiaro, anche se orribile: i terroristi, sequestrando "cooperanti" conosciuti e apprezzati a Bagdad, vogliono dire agli iracheni che nessun occidentale - nessuno, anche il migliore e più antico amico del popolo iracheno - sarà risparmiato dalla minaccia di una furia assassina. Chi collabora a qualsiasi titolo per il nuovo Iraq, per la sua ricostruzione - sia camionista, imprenditore, giornalista, cameriere, volontario in un impegno umanitario - rischia la morte. È questo il terribile messaggio del sequestro di Simona Torretta e Simona Pari. E´ un messaggio che già si poteva leggere nell´esecuzione dei dodici, umilissimi lavoratori nepalesi uccisi alla fine di un sequestro che non ha registrato nessuna richiesta, nessun proclama, nessun abbozzo di trattativa. Nulla. Morte e basta. Orrore e basta.

E´ con questo cieco, feroce, caotico, assoluto terrorismo che dobbiamo fare i conti. Qualcuno in Italia se ne meraviglia, a uso delle mediocri chiacchiere del cortile nazionale. Sono gli stessi che hanno voluto e appoggiato l´intervento italiano per combattere il terrorismo. Ora scoprono che in Iraq c´è il terrorismo e noi ne possiamo essere vittime. Urlano dunque di sdegno dimenticando di aver sostenuto che, se il terrorismo era il problema, l´invasione dell´Iraq sarebbe stata la soluzione.

Purtroppo, il calcolo era sbagliato e l´Iraq è oggi un problema che potenzia e incrudelisce, ogni oltre cupa previsione, il problema che si voleva risolvere per sempre. Se si sottrae il sequestro di Simona Torretta e Simona Pari dalla cornice in cui è avvenuto non si comprende il loro dramma, non ci si prepara a risolverlo, non ci si attrezza per evitare che quel che accade oggi a loro - e ieri a Quattrocchi, Stefio, Cupertino, Agliana e Baldoni - si ripeta.

Oggi l´Iraq, come sempre accade negli "Stati falliti", è un buco nero che si allarga attraversato da terroristi, trafficanti, criminali, mercenari, predoni che vi trovano quel che serve. Armi, basi operative, reclute, occasioni di arricchimento, opportunità di azione e visibilità politica. Bush lo ha ammesso al termine di una guerra sbagliata e irragionevole: non ho pianificato a dovere la pacificazione. Nessuno può rimediare facilmente a questo catastrofico errore senza mutare radicalmente uomini e strategie. Purtroppo, non c´è nessun segno concreto e volontà credibile di un´azione che possa far fronte al fallimento dell´Iraq. L´idea stessa di una ricostruzione del Paese è macerie. Sono fallite le operazioni per creare condizioni di sicurezza necessarie a negoziare la risoluzione del conflitto (funzione militare). Non si soccorre la popolazione (funzione umanitaria). Non si promuove la riconciliazione nazionale (funzione sociale). Appare destinata sempre più al fallimento la nascita di un governo legittimo in grado di funzionare (funzione politica). Sotto queste macerie sono finite ieri Simona Torretta e Simona Pari. Per estrarle incolumi da laggiù, bisognerà chiedersi per quale ragione noi italiani siamo in Iraq. La convocazione dell´opposizione a Palazzo Chigi, quindi una maggiore coesione del quadro politico nazionale, inedita fino a oggi e quasi fotografia di quel che è accaduto in una Francia incupita dal sequestro dei suoi giornalisti, sembra una buona, prima iniziativa.

È stato uno schiaffo o un carezzevole buffetto alle guance il rinvio alle Camere della legge sull´ordinamento giudiziario, deciso dal presidente Ciampi il 16 dicembre?

Uno schiocco di frusta per bloccare un provvedimento eversivo emanato da un governo eversivo o una mano tesa per aiutarlo a formulare emendamenti tecnici che potrebbero evitargli la bocciatura da parte della Corte costituzionale? Infine, una sfida tra due coabitanti (Ciampi e Berlusconi) per vedere quali dei due rappresenti meglio e di più gli italiani, le loro speranze, i loro umori, i loro interessi e i loro ideali?

Per quel tanto che so di lui, io non credo che Ciampi si sia posto il problema in questi termini. Non credo che gli sia neppure lontanamente passata per la testa l´idea di schiaffeggiare, intimidire, sfidare due istituzioni di massimo livello e centralità come quelle che rappresentano il potere esecutivo e il potere legislativo; ma neppure di facilitarle a passare un guado difficile, affrontato con somma imperizia, superficiale approfondimento e sostanziale disprezzo degli argomenti contrari formulati meditatamente dall´Associazione dei magistrati, dall´opposizione parlamentare e dalla dottrina quasi unanime dei costituzionalisti italiani.

Credo che Ciampi, come è suo diritto e dovere, abbia accuratamente esaminato il testo della legge, l´abbia confrontato con il testo della Costituzione laddove si occupa dei medesimi problemi che sono oggetto della legge in questione e ne abbia tratto le conclusioni arrivando alla sofferta decisione del rinvio. Lo fa capire lui stesso nell´«incipit» della lettera-messaggio recapitata il 16 dicembre ai presidenti delle Camere, Pera e Casini, con una frase per lui insolita e proprio per questo tanto più significativa d´una tensione morale e intellettuale, d´un dolore dell´anima e del rigore di una mente che non ama la rissa, non indulge all´ipocrisia, privilegia il dialogo, ma aborre quanti utilizzano le istituzioni come cosa propria anziché come luoghi di servizio per i cittadini e per lo Stato.

Ciampi è stato ed è l´immagine suprema del servitore dello Stato, come forse non lo fu neppure Luigi Einaudi, al cui insegnamento intellettuale e morale spesso si riconduce. All´immagine del «civil servent» Einaudi accoppiava anche quella dello studioso, dello scienziato delle discipline economiche, del filosofo morale. E quindi una certa sprezzatura nel tratto e nei rapporti che intrattenne per molti anni con i suoi interlocutori politici.

In Ciampi quella sprezzatura non c´è; ciò rende ancor più visibile, compatto, senza appigli né alternativi disegni né pregiudizi, il suo servizio istituzionale. Il suo buonsenso. La sua onestà intellettuale. La sua sincera e aperta cordialità. Il suo desiderio genuino di fare squadra e sistema. La sua durezza contro ogni lusinga.

Infine la sua determinata e attiva solitudine nel momento delle decisioni.

Voglio citare letteralmente il preambolo della sua lettera. Vi si legge: «La legge in esame rappresenta un atto normativo di grande rilievo costituzionale e di notevole complessità, come è confermato anche dall´ampiezza del dibattito cui ha dato luogo. La riforma tocca punti cruciali e nevralgici dell´ordinamento giurisdizionale, il che mi ha imposto un attento confronto con i parametri fissati dalle norme e dai principi costituzionali che lo disciplinano. Ciò premesso espongo qui di seguito quanto da me rilevato».

E si alza il sipario.

* * *

Dapprima incontriamo i nuovi poteri che il testo attribuisce al ministro della Giustizia: poteri estesi, interferenti e pervasivi.

Il potere di rendere comunicazione annuale alle Camere sull´amministrazione della giustizia e sulle linee di politica giudiziaria dell´anno in corso. Ciò contrasta - rileva il Presidente - con gli articoli 101, 104 e 110 della Costituzione che definiscono l´autonomia dei giudici «soggetti soltanto alla legge», la magistratura come «un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere», il ministro della Giustizia «responsabile soltanto dell´organizzazione e del funzionamento dei servizi relativi alla giurisdizione».

«La norma approvata dalle Camere - commenta il Presidente - configura un potere di indirizzo in capo al ministro della Giustizia che non trova cittadinanza nel titolo IV della Costituzione». E aggiunge che l´indicazione delle linee di politica giudiziaria che il ministro dovrebbe esprimere in Parlamento e far attuare dai magistrati viola l´articolo 112 della Costituzione in base al quale «il Pubblico ministero ha l´obbligo di esercitare l´azione penale». «Ciò crea - commenta il Presidente - uno spazio di discrezionalità politica destinato ad incidere sulla giurisdizione».

Rilievi tecnici e marginali? Una sconfessione così netta lascia alle Camere una sola via di uscita: abolire, semplicemente abolire, l´articolo 2, comma 31, lettera a) della legge.

Stessa sorte tocca all´articolo 2, comma 14, lettera c), dove è prevista presso ogni direzione regionale dell´organizzazione giudiziaria la creazione dell´ufficio per il monitoraggio dell´esito dei procedimenti «al fine di verificare l´eventuale sussistenza di rilevanti livelli di infondatezza giuridicamente accertata del potere punitivo manifestato con l´esercizio dell´azione penale e altre manifestazioni inequivocabilmente rivelatrici di carenze professionali».

Anche qui il Presidente torna a ricordare gli articoli 101, 104, 110 della Costituzione, che oppongono un muro invalicabile all´interferenza politica del ministro nel merito della giurisdizione e anche qui le Camere - se vorranno accogliere i rilievi presidenziali - non avranno altra via che la cancellazione totale della norma.

Infine, di eguale importanza, l´articolo 1, comma 1, lettera m) che attribuisce al ministro la facoltà di ricorso al Tar contro le delibere del Csm concernenti il conferimento degli incarichi direttivi, trasferimenti ecc.

Qui il contrasto è con l´articolo 134 della Costituzione dove si stabilisce che solo la Corte costituzionale è titolata a dirimere i conflitti tra il Csm e il ministro della Giustizia. E dunque altra bocciatura ed altra doverosa soppressione della norma incostituzionale.

Dopo questi tre giudizi negativi, il ministro dovrà dunque ritornare al suo ufficio, il solo previsto in Costituzione, di organizzatore dei servizi inerenti all´esercizio della giurisdizione. Il tentativo di invadere con la politica il merito dell´attività giudiziaria ha trovato una diga che può essere superata soltanto da un voto del Parlamento che disconosca esplicitamente il messaggio di rinvio del Presidente. Questa sì, sarebbe una vera e propria sfida della maggioranza parlamentare e del governo contro il Capo dello Stato. Vorranno farlo?

Arriveranno a farlo?

Molti osservatori dicono di no, che non lo faranno.

Non hanno l´autorità morale e il consenso del paese per tentare una via così impervia.

E´ probabile che questa previsione si riveli giusta, ma allora perché ci hanno provato? Non sono poi così sprovveduti a Palazzo Chigi e al ministero della Giustizia da ignorare la Costituzione e il rigore del Presidente.

Come mai si sono lasciati andare fino al punto di voler scalzare uno dei cardini essenziali dello stato di diritto?

Vedremo i seguiti di questa vicenda, che si svolge in contemporanea con l´altra del «salva-Previti», anch´essa approvata in tutta fretta per sottrarre un imputato eccellente ai rigori della legge, dimezzando i termini di scadenza della prescrizione: una sorta di amnistia per una quantità di soggetti, corrotti, corruttori, truffatori, scippatori, con la differenza che un´amnistia opera per una volta sola mentre il «salva-Previti» resterà una norma stabile senza aver dotato il sistema giudiziario dei mezzi necessari a snellire rapidamente i processi. E´ come spezzare il termometro credendo con ciò di aver debellato la malattia.

* * *

Gli altri rilievi di Ciampi riguardano il Csm e sono simmetrici a quelli relativi ai poteri indebiti attribuiti al ministro della Giustizia. Tanto si è tentato di estendere questi e di altrettanto debbono essere ripristinati quelli.

Ciò vale soprattutto a proposito della Scuola creata per la preparazione dei magistrati e dei concorsi previsti per l´ingresso e la carriera nella magistratura. Scuola e concorsi sono istituzioni collocate al di fuori del Csm, le cui valutazioni il Csm dovrebbe supinamente accettare per l´assegnazione degli incarichi mentre la Costituzione glieli riserva in via autonoma ed esclusiva.

L´incostituzionalità di tali norme è palese e il Presidente la denuncia al Parlamento.

Voglio chiudere questa rassegna del messaggio presidenziale riportandone la conclusione che fa da suggello e da sigillo a tutto il documento.

«Per i motivi di palese incostituzionalità innanzi illustrati chiedo alle Camere una nuova deliberazione. Con l´occasione ritengo opportuno rilevare quanto l´analisi del testo sia resa difficile dal fatto che le disposizione in esso contenute sono condensate in due soli articoli, il secondo dei quali consta di 49 commi ed occupa 38 delle 40 pagine di cui si compone il testo legislativo. A tale proposito richiamo l´attenzione del Parlamento su un modo di legiferare che non appare coerente con la «ratio» delle norme costituzionali che disciplinano il procedimento legislativo e segnatamente con l´articolo 72 della Costituzione secondo il quale ogni legge «deve essere approvata articolo per articolo e con votazione finale».

Se si pensa al fatto che la legge finanziaria prossimamente all´esame anch´essa del Quirinale, consiste di un solo «maxi-emendamento» articolato in 591 commi e per di più approvato in Senato con voto di fiducia e senza possibilità di esame degli emendamenti proposti, si capisce meglio quale fase legislativamente eversiva sia in corso e quale arduo compito di arginarla sia quello assunto doverosamente dal Presidente della Repubblica.

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Ho già accennato alla legge «salva-Previti», approvata dalle Camere nei giorni scorsi a tambur battente e inserita con un colpo di mano in un testo di norme che tendono a rafforzare le pene di una serie di crimini di stampo mafioso, oggi nuovamente aumentati.

Il dimezzamento dei tempi previsti per la prescrizione dei reati è scandaloso. Non solo perché è ritagliato su misura con l´obiettivo pubblicamente ammesso dalla maggioranza parlamentare di ottenere il proscioglimento di Previti e di Dell´Utri, ma anche perché instaura una sorta di amnistia permanente e modulata non soltanto sui reati ma soprattutto sulla biografia penale degli imputati. Per gli incensurati i termini di prescrizione sono dimezzati, per i recidivi sono diminuiti di un quarto e ancor meno per i recidivi abituali. Queste disposizioni premiano soprattutto i colpevoli di reati di corruzione, laddove si tratta nella generalità dei casi di persone incensurate fino a quel momento insospettabili, dotate di solito di ampi mezzi finanziari e quindi provvisti di robusti collegi di difesa per i quali è un gioco da bambini tirare in lungo i processi e raggiungere l´impunità profittando della raccorciata prescrizione.

E´ avvenuto così che in una legge di inasprimento delle pene contro il crimine organizzato sia stata inserita un´amnistia permanente per i corrotti e i corruttori, che chiuderà tutte le vertenze ancora in corso a carico del ristretto clan dei «berluscones» e assicurerà per il futuro la semi-impunità per chi vorrà ricalcarne le orme.

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Concludo. Nell´ultimo anno e mezzo della legislatura il governo e la maggioranza che lo sostiene hanno evidentemente deciso di smantellare le strutture fondamentali della Costituzione e dello stato di diritto trasformando l´impianto liberal-democratico della separazione dei poteri e del loro reciproco equilibrarsi in un sistema di potere che riposa unicamente sulla dittatura di una maggioranza clonata e riprodotta in fotocopia come pura proiezione numerica di una autocrazia in avanzato stato di costruzione.

Era prevedibile che ciò accadesse date le caratteristiche del gruppo che si è formato nel ?93 e che nel 2001 ha legittimamente conquistato il potere con la chiara e dichiarata intenzione di stravolgere le regole e rendere irreversibile quella conquista.

Se c´è un momento in cui si può dire senza tema di drammatizzare spinte emotive e moralistiche che la democrazia e lo stato di diritto sono in pericolo; se c´è un momento in cui tutte le convenienze di gruppo e di partito debbono cedere alla tutela del bene comune, sia a destra che al centro e a sinistra, per impedire che la devastazione istituzionale e morale in corso arrivi a compimento; se c´è infine un momento in cui, come ha scritto ieri Claudio Magris sul «Corriere della Sera» tutti gli uomini liberi si debbono unire contro uno scandalo e un´avventura di questa gravità; ebbene quel momento è venuto.

Il nostro comune punto di riferimento non può che essere il presidente della Repubblica. Da solo e con la sola forza che gli deriva dalla Costituzione egli sta adempiendo al suo compito. Ancora pochi giorni fa l´ho udito dire che i suoi doveri sono quelli che la Costituzione e la sua coscienza gli impongono e che ad essi non verrà meno in nessun caso.

Non è mai stato un uomo di parte, il nostro Presidente, e mai lo sarà. Per questo il consenso che lo circonda è così vasto ed è questa la sua forza e la forza della nostra Repubblica.

In quarantamila hanno sfilato ieri a Roma nonostante la pioggia che non ha dato tregua. Si sono visti più ombrelli che striscioni e bandiere, pochi anche gli slogan, «piove governo ladro», ovviamente. Ma quel «contratto, contratto», scandito da una parte all’altra del corteo e le bordate di fischi che si sono levate sotto il ministero della Funzione pubblica erano firmati dai lavoratori pubblici che ieri hanno scioperato per 8 ore unendo alle critiche alla politica economica di Berlusconi la protesta per la forte penalizzazione della categoria.

Al loro fianco c’era l’intero stato maggiore del centrosinistra. Anzi, era alla testa del corteo dietro lo striscione di apertura di Cgil, Cisl e Uil. La presenza di Fassino, Bertinotti, Parisi, Diliberto, Pecoraro Scanio, Boselli, del candidato alla presidenza del Lazio, Marrazzo, è stata qualcosa di più di un’adesione scontata o, peggio, rituale. Soprattutto la presenza di Romano Prodi che ha scelto l’occasione dello sciopero generale e un corteo di lavoratori per il ritorno attivo alla politica. «È l’inizio di un’azione unitaria per la ripresa del Paese. Perché questo Paese è da rifare», ha detto. Un messaggio diretto, una scelta di campo dell’opposizione e del suo leader che mostrano di avere un progetto comune con i sindacati e il mondo del lavoro. Una posizione accolta da commenti al curaro degli esponenti della destra.

Romano Prodi ha parlato dello «stato di disagio» vissuto contro la politica del governo, nello sciopero e nelle manifestazioni c’è questo, ma c’è anche «la volontà unitaria per superarlo», «non è una manifestazione contro - ha continuato Prodi - questa è una manifestazione perché tutti siano uniti per preparare qualcosa di meglio per il futuro». C’erano molti giovani ieri a Roma, di ogni categoria, dagli edili, ai metalmeccanici, dal commercio alla ricerca e alle comunicazioni. Prodi si è rivolto a loro «non possiamo rifare il Paese senza una valorizzazione delle nuove generazioni». Poi la corsa al Quirinale, per l’incontro con Ciampi.

L’opposizione vuole «resuscitare» il Paese, riprenderselo, sottrarlo al modo in cui è governato che Piero Fassino definisce «sciagurato». «La manifestazione di oggi rappresenta bene l’opposizione ampia che c'è nel Paese contro la politica economica di questo governo. D'altra parte dopo tre anni di cura Berlusconi-Tremonti la condizione economica è disastrosa», ha detto il leader dei Ds sfilando anche lui sotto la pioggia. «L'Italia - aggiunge - da tre anni è a crescita zero, nella Ue abbiamo il più basso tasso di incremento dell’economia. I conti pubblici sono stati dissestati. Gli italiani devono farsi carico di pagare un buco di 50mila miliardi che gli ha lasciato Tremonti e viene proposta una Finanziaria che va sicuramente nella stessa direzione». «Inoltre - dichiara ancora Fassino - si propone una riduzione fiscale che si tradurrà in una mancia data agli italiani con una mano e tolta con l'altra. Dalle tasche degli italiani infatti si toglierà molto di più di quello che viene dato». «Mi pare - conclude - che ci siano tutte le condizioni per dire no a questa Finanziaria e d'altra parte non lo diciamo solo noi: lo dicono le organizzazioni sindacali, la Confindustria, il mondo del commercio. Non c'è un settore della società italiana che sia soddisfatto di questa Finanziaria».

Il governo è isolato, la protesta di ieri è stata «una mozione di sfiducia», sintetizza Fausto Bertinotti che ha messo l’accento sulle «convergenze» tra le critiche dell’opposizione e le critiche di Cgil, Cisl e Uil e di tutte le organizzazioni sindacali «anche di destra». Chiudono le fabbriche e i salari, gli stipendi, le pensioni hanno preso una botta tremenda dall’aumento dei prezzi. «Si capisce che c’è una furia nel mondo del lavoro contro la politica del governo». Altro che il partito, o il sindacato «delle tasse» come accusa la destra. Non si possono trattare le persone che protestano come «stupidi» che non capiscono il taglio delle tasse, osserva Pierluigi Bersani. Un'operazione, aggiunge Enrico Boselli, che non servirà a vincere le elezioni perché gli italiani sanno che si tratta di uno «spot». Se non di «balle», come dice Francesco Rutelli. Per Oliviero Diliberto, Pdci, lo sciopero è «sacrosanto» di fronte alla «porcata» di un governo che colpisce le fasce più deboli. Mentre per i Verdi, Alfonso Pecoraro Scanio la sintonia fra la Gad e sindacati prova che l’opposizione è dalla parte della gente, mentre la Cdl è «rinchiusa nei palazzi». Per Cesare Salvi, leader della Sinistra Ds per il Socialismo, «l’adesione massiccia allo sciopero dimostra come le bugie del governo hanno le gambe corte» ma, osserva, «parla anche a noi del centro-sinistra: il Paese ha bisogno di proposte chiare, stabilite da un programma di governo che porti la nostra alleanza a mettere al centro il tema

Roma, 29 ott. (Adnkronos) - ''Le immagini che avete visto della firma della Costituzione europea non sono immagini Rai. Le riprese sono state effettuate da una società incaricata dalla Presidenza del Consiglio''. E' il comunicato di cui l'Usigrai, a norma del contratto di lavoro giornalistico, ha chiesto la lettura nelle due principali edizioni odierne dei telegiornali Rai.

''Le telecamere Rai -prosegue il comunicato- non sono state ammesse e la Rai non ha potuto scegliere in autonomia come documentare l'avvenimento. Il servizio pubblico, che come voi spettatori sapete ha le capacità tecniche e professionali per raccontare gli eventi istituzionali, i fatti della cronaca o i grandi appuntamenti sportivi, oggi è stato tenuto fuori dalla porta. Per un giorno un'attività del servizio pubblico è stata privatizzata. E' un attacco alla Rai, ma anche al diritto di voi cittadini ad avere un'informazione corretta e affidabile''.

La replica di viale Mazzini non si è fatta attendere. ''L'informazione sulla firma della Costituzione Europea è stata realizzata dai giornalisti della Rai che con grande professionalità hanno raccontato l'evento e ne hanno approfondito il significato storico e politico'' dice l'azienda che ''esprime apprezzamento per il loro lavoro e giudica quindi offensivo per i giornalisti della Rai il comunicato dell'Usigrai che li accusa di non aver fornito un'informazione corretta e affidabile, solo perché le immagini ufficiali della cerimonia sono state fornite dalla società incaricata dalla Presidenza del Consiglio di documentare visivamente l'evento''.

Ma i cdr di Tg1, Tg2, Tg3 hanno smentito di sentirsi ''offesi dalla nota dell'Usigrai, emessa a tutela del loro lavoro'' e si dicono ''invece offesi per il comportamento dei vertici aziendali''.

Ritiene altresì offensiva la replica della Rai il segretario della Fnsi, Paolo Serventi Longhi: ''Rappresenta un'offesa non solo nei confronti dei giornalisti della Rai ma della stessa storia della più grande azienda di informazione e di cultura d'Italia''.

Sinceramente non saprei dire se il Mahatma Gandhi fa vendere più cellulari, schede telefoniche, connessioni a internet e altri utilissimi aggeggi moderni che sono oggi il core-business del mercato globale. Se sì, spero che gli eredi prendano qualche royalty, ma non mi faccio illusioni: il grande nonviolento, il simbolo mondiale del pacifismo, è sicuramente «fuori-diritti». Dunque, stiamo ai fatti: nel mercato globale si paga tutto, ma Gandhi è gratis. Davanti a questa innegabile evidenza, il mondo si divide in due: chi si indigna come un crotalo e scrive al manifesto, e chi invece mette mano alla calcolatrice per vedere quanto ci si guadagna. Eppure, mi preme di più un'altra domanda, partendo dalla pubblicità che tanto ha sconvolto certi compagni: cosa voleva dirci l'artista? Partiamo dal cosa. Cosa vende quello spot (o pagina) con il Mahatma? Non vende il telefono, né l'abbonamento, e nemmeno una tariffa, o una suoneria con la canzoncina. Vende l'idea che tutto questo si possa fare. Allo stesso modo, la filosofia Nike non vende scarpe da tennis, ma un'idea di sport, un'ideologia. Si vende dunque una cosa che non è in vendita: l'immateriale ottimismo che oggi un altro mondo è possibile (grazie alla comunicazione globale e a Telecom), venato dal rimpianto che tutto questo ben di dio non fosse disponibile prima. Il disegno è bellissimo, il messaggio è forte, l'artista è stato proprio bravo.

Ma c'è un salto logico. Si lascia infatti intendere che la possibilità tecnica di fare una cosa sia sufficiente per farla. Certo, si può ( tecnicamente) comunicare a tutto il mondo su maxischermi. Si può ( tecnicamente) vedere un filmato in rete con tecnologia wi-fi sul computer portatile dal deserto. Ma chi può davvero farlo? chi ha il potere per farlo? Qualcosa mi dice che Gandhi non avrebbe potuto, anche se fosse stato tecnicamente in grado. State certi che lo trovavano in un fosso prima. Qualcos'altro mi dice che nei deserti oggi è più facile crepare di fame o sbudellati che collegarsi a Internet.

Del resto gli esempi di cose che si possono fare in teoria ma non in pratica è infinito. E per scendere sulla terra dopo tanti discorsi globali, guarda un po', nemmeno Telecom ha potuto fare il terzo polo televisivo italiano come aveva desiderato e progettato e addirittura avviato alla grande. Era possibile (tecnicamente), ma non lo è stato (politicamente), stante la situazione di monopolio italiana, di nome Silvio. Chi si indigna, a sinistra, per l'uso di un simbolo forte come Gandhi a fini commerciali vede soltanto una parte del problema. Certo, c'è una sorta di esproprio ideologico. Lo spot è pacifista, è schierato, punta a un pubblico che ci assomiglia, a quelli che un Gandhi lo vorrebbero in mondovisione anche subito. Ma del resto, la stessa azienda continua a irrorare i media di spot con figone mozzafiato, tette, culi, scempiaggini ammiccanti e cretinate sparse. Si tratta di un'azienda globale, di un mercato globale, che vende una comunicazione globale e che quindi ha molti pubblici diversi, praticamente tutti, dai dodici a novant'anni. E noi (quelli come noi, pacifisti, nonviolenti, anche soltanto genericamente contro le guerre) facciamo parte del pacchetto. Siamo mercato anche noi, gente. Non mettiamo le scarpe di cocomero, non ci cibiamo di bacche e radici, ogni tanto - perfino! - usiamo il telefonino.

Dunque mi coglie questo dubbio: che l'indignazione per l'uso commerciale di un simbolo «nostro» (più o meno) nasconda il disagio di essere anche noi target, anche noi clienti, anche noi obiettivo della propaganda del mercato. C'è da stupirsi? Non lo so. Certo credo che si dovrebbe avere di fronte al mercato e alla sua propaganda (detta pubblicità) un atteggiamento un po' più laico o se volete anche soltanto un po' più furbo. Non è un mistero che la pubblicità sia specializzata nel prevedere tendenze. Dovremmo dunque rallegrarci se dalle moine sexy della figona di turno si passa al primo piano del Mahatma. Il disagio però resta. Come mai? Semplice: ci si mostra il futuro nel passato (come sarebbe il mondo?). E intanto si tace sul fatto un futuro così non ce l'abbiamo nemmeno nel presente. Perché non ci mancano certo i telefoni, né i cavi, né le suonerie, né tutte le diavolerie elettroniche che Telecom può inventare e vendere. Quel che ci manca è un leader mondiale che parli a tutti e dica: basta ammazzarsi come polli, basta scannarsi come maiali. Ecco, questo - anche con tutte le tecnologie del mondo - non ce lo abbiamo. Peccato, eh?

Vale sempre quello che diceva il vecchio Vonnegut: non c'è niente di intelligente da dire a proposito di un massacro. Solo, forse, che il concetto di scontro di civiltà tanto in voga tra i crociati di entrambe le parti andrebbe rivisto. Non ci sono due civiltà che si ammazzano barbaramente a vicenda (noi contro loro) come piacerebbe a Oriana & Osama, ma i vertici, le élites politiche ed economiche di due schieramenti che ammazzano la gente che sta in mezzo. I ragazzini di Beslan sono la fotografia della situazione: presi in trappola tra due follie contrapposte, tirassegno d'allenamento tra due eserciti stupidi e rozzi come soltanto gli eserciti sanno essere. Di qui l'indipendentista aspirante martire e di là lo zar che non cede e mostra i muscoli: in mezzo rimane il ragazzino osseto, stritolato, innocente, effetto collaterale, briciola inevitabile. Questa volta. Le altre volte erano i pendolari madrileni, gli impiegati di New York, i civili di Falluja, i passeggeri degli autobus di Gerusalemme o degli aeroplani russi, i bambini palestinesi bombardati e chiusi dietro un muro, i ragazzini di Kabul. Ecc. ecc, aggiungete a piacere, riempite qualche riga pure voi di gente innocente che ci lascia la pelle, l'elenco della barbarie è infinito. Dalla Cecenia a Guantanamo, è uno scontro di civiltà? Se ammettiamo questa ipotesi bisogna subito aggiungere un corollario: civiltà comandate da teste di cazzo.

Il (debolissimo) pensiero emergente vorrebbe questo: che si considerasse il mattatoio quotidiano come uno scontro tra occidente e islam, tra buoni che devono difendersi (noi, ovviamente) e cattivi che attaccano (loro). Mentre se si fa la conta dei morti e dei feriti, delle sofferenze e dei traumi, si scopre che ci sono due leadership di pazzi (loro Bush, loro Osama, loro Putin, loro terroristi) contro circa sei miliardi di persone che non c'entrano niente e che temono di finirci in mezzo (noi). Noi che andiamo a scuola o a prendere il treno, o che finiamo per sbaglio sulla traiettoria di un missile o con gli elettrodi attaccati alle palle in una prigione. E' solo un piccolo cambio di prospettiva, uno spostamento della visuale, ma credo che in questo senso sì, sia possibile vedere una reale contrapposizione tra «noi» e «loro»: noi le vittime e loro quelli che sparano, da una parte o dall'altra, circondati da ideologi e consiglieri e affaristi e strateghi della forza furbi come faine, che abitino in una grotta sperduta o in una casa bianca a Washington.

Tanto per piccolo esercizio, basta un'occhiata ai manifesti ideologici: i siti più trucidi della Jihad non hanno nulla da insegnare quanto a desiderio di dominio, alle patinate home page dei pensatoi Usa che spiegano e spingono il New American Century. C'è una specularità tra queste due follie, una somiglianza ideologica: da entrambe le parti il pallino è in mano ai falchi, la prevalenza dello stronzo è conclamata in ognuna delle fazioni in lotta. Sei miliardi di moderati guardano attoniti e stanno nel mezzo. Intendo in questo caso per "moderati" tutti quelli che rivendicano come un diritto di non essere ammazzati né da un falco né dall'altro e né da tutti e due come nella scuola di Beslan.

Anche altre letture convincono poco. Le democrazie sono sotto attacco, ci dice Mauro su Repubblica. Vero, ma non ci dice quanto virtuali siano queste democrazie. Che se ci fosse stata una vera democrazia in Spagna, in Iraq non ci sarebbero andati, e non avrebbero raccolto duecento cadaveri (nostri!) alla stazione di Atocha. Uguale per l'Italia. Uguale per il Regno Unito di mr. Blair. Se gli americani fossero informati come tutti pensiamo dovremmo essere in una democrazia, saprebbero che Saddam non era Osama e forse si sarebbero opposti alla guerra, chissà, non si sa mai cosa può combinarti la democrazia se per caso ti metti ad applicarla. L'esercizio di cercare chi ha cominciato, che è stato il primo, indagare su chi è stato più stronzo con chi negli ultimi duecento anni, può spiegare molte cose, ma non allontana il mirino da quelli che stanno in mezzo, che siamo noi, parecchi miliardi di scudi umani. Sinceramente, credo che dovremmo cominciare a prenderla proprio come una questione personale, dopotutto è a noi - a noi sei miliardi di ragazzini di Beslan - che queste due bande di stronzi sparano addosso.

Il rinvio alle Camere, da parte del capo dello Stato, della legge sulla riforma giudiziaria conferma la preoccupazione generale dinanzi a tale legge o almeno ad alcuni suoi aspetti. Forse oggi sarebbe necessario un nuovo appello come quello che nel 1919, in un altro momento difficilissimo della storia italiana, Don Sturzo rivolgeva «agli uomini liberi e forti». Sarebbe opportuno rivolgerlo a tutti e in particolare, fra gli uomini liberi e forti, a quelli tra essi che militano nella destra o nel centrodestra, giacché persone oneste e coraggiose si trovano in ogni formazione politica rispettosa delle regole democratiche, a sinistra, al centro e a destra. Fra coloro che fanno parte dell’attuale coalizione di governo o l’appoggiano, vi sono certamente molti galantuomini di animo non servile. Essi non sono meno indignati, turbati e umiliati di quanto non lo siano gli avversari del governo dalla recentissima approvazione dell’indecente legge che abbrevia i termini di prescrizione. Qui non si tratta più di destra o di sinistra, di statalismo o di liberismo, di consenso o dissenso sulla guerra in Iraq, di separazione o no delle carriere dei magistrati e così via, legittimi temi della consueta lotta politica che vede legittimamente affrontarsi e scontrarsi forze e opinioni diverse. Qui si tratta di una degradazione civile che declassa a manfrina di interessi nemmeno di parte, ma personali la legge, che è «uguale per tutti» e fondamento dello Stato e di ogni comunità umana, come sottolineava il cardinale Ratzinger ricevendo la laurea honoris causa in diritto.

È un pervertimento scandaloso, che svilisce lo Stato, la cosa pubblica, la Patria. Spetta agli uomini onesti d’ogni parte ribellarsi a questa indegnità politica, egualmente pericolosa e lesiva per tutti, che disonora l’Italia. Naturalmente qualcuno potrà dire che non è con la morale o col moralismo che si fa politica. È vero, ma non la si fa nemmeno con l’immoralità. Non basta essere onesti per essere buoni politici, ma non basta nemmeno non esserlo. Nessuno auspica al timone del Paese una virtù fanatica e astratta, pericolosa e autoritaria come quella dell’incorruttibile Robespierre. Ma neppure l’opposto è auspicabile.

La politica è l’arte del compromesso, che implica - fino a un certo punto - pure la morale. Ma la dignità o l’indegnità di una politica si misurano sulla qualità e sul grado di tale compromesso. Al di sotto di un certo livello di decenza, la questione non è più solo morale, ma diviene politica, perché mina le istituzioni, l’ordine della società, tutti gli aspetti della vita associata; è una vera e propria sovversione.

Lo sapeva bene Benedetto Croce, così duramente critico di ogni moralismo astratto, quando diceva - contestando il famoso e cinico detto di Enrico IV, secondo il quale Parigi vale una Messa - che una Messa vale più di Parigi, perché è un fatto spirituale e come tale costituisce un nerbo, una sostanza della vita umana, individuale e collettiva. Salvare l’anima non vuol dire essere colombelle pudibonde, ma salvare l’integrità della propria persona; essere liberi cioè forti, anziché eunuchi. Essere succubi della mutilazione subìta dal Paese con l’approvazione di quella legge è un’onta per tutti; gli onesti uomini di destra, cui le sorti dell’Italia stanno certo a cuore non meno che agli onesti uomini di sinistra, non dovrebbero permettere che la destra sia identificata con questo eversivo attentato alla civiltà della nostra Patria comune. Un grande scandalo può certo provocare una crisi salutare: «E’ necessario che avvengano scandali», dice il Vangelo, ma aggiunge: «Guai a quell’uomo per cui avviene lo scandalo».

Come il candidato imparò a vendersi

IDA DOMINIJANNI

«Condurre una campagna elettorale ormai è solo un modo politico per fare della pubblicità»: parola del New York Times, non di oggi ma di un secolo fa. Elezioni americane del 1904, quelle vinte da Theodore Roosvelt, il quale a sua volta, otto anni prima, aveva commentato la vittoria del suo compagno di partito Mc Kinley osservando che era stato «pubblicizzato come un medicinale». Destino e successo del marketing politico erano dunque già scritti ai tempi della belle époque?

Che cosa è cambiato da allora a oggi, lungo il secolo della democrazia di massa, e in che rapporto stanno le vicissitudini di quest'ultima e quelle della comunicazione commerciale? Se lo chiede Ferdinando Fasce nel suo contributo al numero - Fahrenheit America - che la rivista di studi nordamericani Acoma dedica alle elezioni presidenziali e al panorama politico, sociale e culturale in cui esse cadono. La risposta non è facile, scrive Fasce, perché la questione, che pure è considerata centrale da tutti gli osservatori della politica americana (e ormai anche di quella europea e italiana soprattutto), resta ancora «largamente inesplorata» negli Stati uniti stessi. Senza riandare all'epoca del New Deal, quando l'agenzia pubblicitaria Barton tentò invano di combattere il peso dei «discorsi dal caminetto» radiofonici di Franklin Delano Roosevelt con una intensa attività di pubblicità istituzionale per le grandi imprese, o al salto provocato dall'avvento della tv nel fare accettare la comunicazione commerciale in sede politica, bastano gli ultimi decenni a fornire i materiali per una storia della democrazia del marketing politico ormai imprescindibile per chiunque si interroghi sulle della democrazia tout-court.

1960, confronto Nixon-Kennedy: si tocca un punto dinon ritorno nelle strategie comunicative della campagna elettorale. I dibattiti politici risultano già «un esempio clinico di pseudo-evento, di come lo si costruisce, del perché ha successo»; gli spot a pagamento assumono un peso dirimente nella vittoria di Kennedy; e per la prima volta la strategia dello stesso Kennedy, che si serviva non di una ma di due agenzie pubblicitarie, punta non più sulla conquista di un pubblico di massa indifferenziato, ma sulla segmentazione dell'audience politica su base etnica e religiosa. 1968, vittoria di Nixon: per la prima volta compare l'ufficio comunicazione per i rapporti fra la presidenza e i media, e un comunicatore commerciale, H. R. Hadelman, entra nello staff presidenziale; comincia l'epoca dei political consultants e conseguenti campagne negative sull'avversario, polemiche costruite ad personam, chiacchiericci scandalistici montati per condizionare e depistare l'agenda politica. E' certo comunque che dagli anni Venti e soprattutto dagli anni Cinquanta in poi, l'affermarsi di una comunicazione politica «sempre più indirizzata alle viscere dei cittadini-spettatori e sempre più lontana dalle questioni sostanziali della gestione e distribuzione del potere» va di pari passo con la crisi dei partiti di massa e di una sfera pubblica intesa come sede di elaborazione e discussione delle opinioni.

La trasformazione dei cittadini in audience segmentata si completa, negli ultimi trent'anni, con le strategie di targeting non più solo nella «vendita», ma nella stessa definizione della linea politica dei candidati. E infine con la sempre più forte sovrapposizione fra politica e intrattenimento nei talk-show televisivi, frequentati con particolare abilità da Bill Clinton. Conclusione: rivisitato lungo le vicissitudini del secolo, il marketing politico si rivela non solo un'industria potente e pervasiva, ma una vera e propria alternativa, elitaria e manipoatrice, alla democrazia di massa, sì che risulta oggi difficile, se non impossibile, pensare a un rilancio di quest'ultima senza fare i conti con il modo in cui lo sponsorship l'ha ormai contaminata e forse definitivamente snaturata, su una e forse anche su quest'altra sponda dell'Atlantico.Non è questa, del resto, l'unica via attraverso cui gli Stati uniti di oggi ci rimandano la centralità decisiva della dimensione linguistico-comunicativa della politica. Nello stesso numero di Acoma, Marilyn B. Young conduce un'analisi sottile del modo in cui la lingua dell'imperialismo - «immediata, diretta, monosillabica, imperativa»- e la lingua dell'impero -«benevola, materna, polisillabica, condizionale»- si stiano intrecciando nel costruire «la ricreazione nostalgica di un passato angloamericano colonizzatore e guerriero» e nell'imporre «una visione di guerra permanente, perseguita in nome di una pace permanente». Ed è ancora il linguaggio a rivelarsi centrale nella costruzione dello «stile paranoico» che ha antiche radici nella società americana, ma ha peculiarmente caratterizzato il primo mandato di George W. Bush. Ne scrive Bruno Cartosio: costruzione e imitazione speculare del nemico, negazione al nemico medesimo di ogni qualità degna di rispetto, ossessione per il suo sadismo, ritorsione di pari misura, secondo un gioco proiettivo in cui all'altro vengono attribuiti i peggiori aspetti di sé. Un gioco che altro non è se non la storia degli ultimi quattro anni: dalla «confrontation» fra Bush e bin Laden alla costruzione bugiarda delle «prove» contro Saddam Hussein alla specularità degli orrori e delle torture in Iraq.

Nelle elezioni del 2 novembre è in gioco anche e soprattutto questo: non la terapia definitiva, ma quantomeno la cura sintomatica della deriva paranoica della politica e della società americane.

«Sono donne e dovrebbero stare zitte. Sono pacifiste e dovrebbero vergognarsi. Sono vive e avrebbero dovuto tornare solo come salme per una bella cerimonia di unità nazionale, come prova evidente che la guerra di civiltà è scoppiata davvero». Non c'è molto da aggiungere alle parole con cui il direttore dell'Unità Furio Colombo ha commentato domenica il linciaggio a cui Simona Pari e Simona Torretta sono state sottoposte sui giornali della destra (codiuvati, sia pure con toni più moderati, da alcune firme dei grandi giornali indipendenti) per avere osato sostenere, dopo il loro rilascio, che l'invasione dell'Iraq deve cessare, che le truppe willing vanno ritirate, che i sequestratori le hanno trattate con rispetto; per avere osato affermare che vogliono tornare ancora in Iraq; per avere osato ringraziare, oltre al governo, l'opposizione e le manifestazioni pacifiste. Il linciaggio, da cui lo stesso Silvio Berlusconi ha sentito il bisogno di prendere a un certo punto le distanze, ha avuto nei giorni scorsi - e ancora ieri, nell'editoriale del Tempo - toni di una volgarità insopportabile, di quella che di tanto in tanto spunta dalle viscere dell'Italia in transizione e dovrebbe farci interrogare sull'inciviltà che abita le nostre democrazie prima che sullo scontro di civiltà fra Occidente e Islam. Frasi come «se vogliono tornare in Iraq rispediamocele con due calci nel sedere», «la prossima volta si paghino da sole il ricatto», «tacciano e intanto ritiriamogli il passaporto» non depongono a favore né di chi le pronuncia né della sfera pubblica in cui circolano. Sono diventate pronunciabili nella sfera pubblica italiana anche o in primo luogo perché erano indirizzate a due donne? Credo di sì e non lo dico per alimentare il vittimismo femminile ma in senso esattamente contrario: tanta foga si è scatenata proprio perché le due Simone hanno smentito lo stereotipo della donna vittima. Se fossero state vittime e basta, vittime e morte, vittime e perse, vittime e vinte, vittime e piegate, vittime e stuprate, chiunque, compresi i direttori di Libero, del Giornale e della Padania nonché gli zelanti deputati leghisti che ne hanno seguito i suggerimenti, le avrebbero invece piante e compiante, commiserate e santificate. Ma così non è stato. Molti lati restano e resteranno oscuri del loro sequestro e del loro rilascio, motivi e modalità, ma un punto è chiaro ed è che le prime ad aver creato le condizioni per la propria liberazione sono state loro stesse, Simona e Simona: parlando con i sequestratori in una lingua che li ha saputi raggiungere, convincendoli che avevano preso un abbaglio, posizionandosi politicamente laddove stavano e stanno, cioè con e non contro la popolazione irachena. Il primo spazio di trattativa, senza nulla togliere a Berlusconi Frattini e Letta e Scelli, lo devono a se stesse, alla pratica politica che a Baghdad avevano costruito e all'esperienza e alla conoscenza dell'altro che avevano accumulato. Due donne libere, non due donne vittime. Due donne che fanno politica in prima persona, non o non solo due donne posta in gioco della politica istituzionale. Due donne amiche, non due donne in competizione fra loro. E' quanto basta per spiazzare tutti gli stereotipi che mezza Italia del terzo millennio - e non solo, ci si può giurare, il suo lato destro - non solo mantiene nelle sue viscere ma alimenta e rinverdisce.

Si aggiunge a questo la loro resistenza a diventare, come ha osservato Ilvo Diamanti su Repubblica, l'icona vivente dell'unità nazionale sperimentata durante il loro sequestro. Ma qui siamo già nel regno della ragion politica; l'essenziale viene prima, su quel piano prepolitico, o forse postpolitico, su cui tutto l'essenziale della guerra in Iraq si sta giocando mettendo in scacco la ragion politica. Lo spiazzamento dei ruoli sessuali - in questo caso come in altri, compreso quello dolente e di segno opposto delle torturatrici di Abu Ghraib - continua a essere un segmento decisivo di questa guerra, combattuto senza esclusione di colpi.

Le 15 août dernier, une jeune femme de 16 ans a été pendue en haut d'une grue dans une rue de la province de Mazandaran, au nord de l'Iran. Son crime : «Actes incompatibles avec la chasteté». Amnesty International USA, qui rapporte son cas, ne précise pas les conditions de son arrestation. Flagrant délit de prostitution ou acte d'amour avec son petit ami ?

Finalement, cela importe peu. En revanche, il importe de savoir les conditions de son procès et de son exécution. Trop pauvre pour être assistée d'un avocat, Atefeh Rajabi, tel est son nom, s'est défendue seule (en dépit de la loi iranienne qui exige la présence d'un avocat) et avec une audace inouïe qui allait la mener encore plus vite au pied de la grue. Non seulement elle a insulté son juge, le mollah Haji Reza, mais elle a mis en accusation le régime des corrompus et, pour finir, elle a ôté certains de ses vêtements (on ne dit pas lesquels) en pleine cour. Ivre de rage, son juge l'a décrétée folle et, par voie de conséquence, l'a condamnée à la pendaison dans les plus brefs délais. En moins de trois mois, l'affaire fut réglée. Il obtint le double feu vert de la Cour suprême de la République islamique et du ministre de la Justice. Mais sa colère n'était pas encore retombée. Il fallut au juge mettre lui-même la corde autour du cou de Atefeh Rajabi et donner l'ordre de mort.

Enterré le jour même de son exécution, son corps a été déterré par des inconnus et a disparu. Il ne reste donc rien de cette adolescente suppliciée par des barbares au nom de la charia. Rien, sinon son nom qu'il faut ajouter à la longue liste des martyrs des religions totalitaires. C'est peu de chose, je le concède, mais c'est la moindre des choses. Une dernière précision : son compagnon, arrêté en même temps qu'elle, a été condamné à cent coups de fouet. La punition exécutée, il a été relâché. C'est aujourd'hui un homme libre.

Che arrivi o no a concludere questa legislatura, e perfino che perda o torni sciaguratamente a vincere le prossime elezioni, la filosofia di governo di Silvio Berlusconi si trova finalmente costretta a fare i conti con un limite invalicabile. Essa consta a ben vedere di pochi e scellerati punti, i primi dei quali sono un'idea post-costituzionale della democrazia, e la convinzione che il rito inaugurale della seconda Repubblica consista nella Grande Vendetta contro quei magistrati che hanno messo le grinfie sulla corruzione della prima. L'uno e l'altro punto trovavano nella riforma dell'ordinamento giudiziario firmata dall'ingegner Castelli la loro apoteosi. Non solo perché si tratta di una legge incostituzionale. Ma perché spalanca le porte a una architettura istituzionale privata di alcuni capisaldi del costituzionalismo, quali la divisione dei poteri, l'autonomia della giurisdizione, il controllo di legalità sul potere politico. Il rinvio alle camere della riforma da parte di Ciampi è dunque un doppio schiaffo alla filosofia di governo di Silvio Berlusconi: non solo perché boccia nel merito la riforma, ma perché ribadisce di per sé il funzionamento fisiologico di una democrazia costituzionale, in cui le pretese di onnipotenza della maggioranza e dell'esecutivo possono e devono essere bloccate dagli organi preposti alla custodia della legge fondamentale, il presidente della Repubblica in primo luogo.

C'è dunque ben poco da minimizzare in generale, come fa Berlusconi tirando fuori l'ennesimo coniglio dal cappello della vittima per sospirare quant'è difficile il mestiere del riformatore. E c'è poco da minimizzare anche in particolare, come fa il guardasigilli assicurando che i rilievi di Ciampi intaccano i rami ma non il tronco della sua riforma, qualche dettaglio ma non la sostanza. Non è così, perché anche se le sette cartelle del presidente non fanno menzione di due dei punti della riforma più controversi e più contestati dalla magistratura - la separazione delle funzioni e la riorganizzazione gerarchica delle procure - , bastano tuttavia a mandare all'aria l'intero impianto della legge. Ribadiscono che l'obbligatorietà dell'azione penale non può essere subordinata alle linee di politica giudiziaria emesse annualmente dal guardasigilli. Che l'attività dei magistrati non può essere condizionata dai monitoraggi ministeriali. Che il Csm non è un organo amministrativo ma un potere dello stato; e soprattutto che le sue competenze non possono essere vincolate dal sistema concorsuale previsto dalla riforma. Con il che salta non qualche quisquilia ma l'ispirazione generale della creatura di Castelli (oltretutto tecnicamente malfatta, manda a dire il Colle, come tutte le leggi italiane da troppo tempo in qua).

Non salta invece ma viene sciaguratamente confermata, con la stessa giornata di ieri, l'ispirazione generale dei ritocchi - chiamiamoli così - al sistema penale introdotti dalla legge Cirielli votata alla camera. Nella quale non si tratta «solo» dell'indecente dispositivo salvapreviti, ennesima replica della legiferazione ad personam in cui filosofia e prassi berlusconiane eccellono senza tema di confronti nazionali e internazionali. Si tratta, attraverso il combinato disposto delle prescrizioni, delle recidive e delle attenuanti, di un ben più grave passaggio da un diritto penale incentrato sulla punibilità del reato a uno incentrato sulla punibilità della persona. Nella scia della tradizione americana, di una giustizia sempre più forte con i deboli e sempre più debole con i forti, che produce devianza nelle fasce basse della popolazione e riempie le carceri di immigrati e piccoli spacciatori. Proprio per questo c'è bisogno di una magistratura autonoma: non a difesa di un potere corporativo, ma a garanzia dei diritti fondamentali scritti in Costituzione.

Anzitutto la leggibilità: questo emendamento sulla riduzione dell´Irpef è illeggibile, c´è scritto tutto e il contrario di tutto, si usano parole e riferimenti privi di spiegazioni comprensibili. Non è neppure un messale scritto in «latinorum» (che Renzo Tramaglino rimproverava a don Abbondio di usare per confondere e turlupinare i poveri diavoli) ma scritto in sanscrito.

Profittando di questa oscurità di linguaggio, entrano in scena le veline.

Nei giorni scorsi ne sono partite a centinaia verso le redazioni dei giornali e soprattutto delle televisioni. Il pubblico deve pur capire, che diavolo! Perciò le veline che "volgarizzano". Sintetizzano.

Mettono in chiaro l´indecifrabile.

Dunque viva le veline che provengono dagli uffici di Bondi, di Bonaiuti, degli uffici stampa di Palazzo Chigi e di Palazzo Grazioli. Attenzione: poiché il testo e le annesse tabelle sono ermetiche, le veline hanno campo libero per manipolare. E manipolano, eccome se manipolano.

Così un´operazione risibile nei risultati positivi ma drammatica per le implicazioni negative che ne derivano viene presentata come «storica», «epocale», «decisiva per il rilancio dell´economia», «svolta mai effettuata fino ad ora nella storia d´Italia».

Solo Berlusconi (sembra impossibile) si è lasciato scappare una frase di verità, non so se per imprudenza o per metter le mani avanti anticipando l´unico vero risultato che verrà fuori da questa follia. Ha detto (nella conferenza stampa con la quale ha presentato il suo master plan): «Non mi illudo che un intervento come questo possa dare un impulso straordinario ai cittadini. Ci sarà un vantaggio, ma in economia l´impulso vero si ha con la diminuzione delle tasse in deficit».

Avete capito bene? Non so chi gliel´ha suggerita questa solenne sciocchezza, forse è una reminiscenza keynesiana da autodidatta. Comunque, voce dal sen fuggita che contiene due verità: la manovra strombazzata avrà effetti pratici irrilevanti e, alla fine, produrrà lo sfondamento del deficit.

Alla faccia del ministro del Tesoro, detto Mimmo, e del Ragioniere generale dello Stato, che ne hanno autenticato la solidità (incautamente).

Chiedo scusa ai lettori, già frastornati da quattro giorni di tabelle e di improbabili volgarizzazioni imbonitorie, ma dovrò ora tediarli con qualche cifra che serva a chiarire e non a confondere. Cercherò di farlo con la massima parsimonia.

1. C´era anzitutto da colmare un buco di 2 milioni e mezzo della manovra effettuata lo scorso luglio. Forse ve la siete scordata, ma già a luglio il nostro bilancio stava per sfondare il deficit e le agenzie di rating, quelle che danno le pagelle ai titoli del debito pubblico, erano pronte a ribassare il voto provocando uno sconquasso sul nostro bilancio e sul mercato dei titoli. Perciò una "manovrina" da 5 miliardi tra tagli, tasse e condono (edilizio). Senonché il condono dette poco o nulla. Di qui il buco. Per colmarlo entro la fine dell´anno il governo ha dovuto emanare l´altro ieri sera un decreto imponendo a banche e assicurazioni di anticipare entro il corrente mese di dicembre il pagamento delle tasse dovute nel 2005.

Perciò l´erario incasserà 2 miliardi e rotti in anticipo, che naturalmente gli mancheranno nell´esercizio 2005.

2. Simultaneamente il governo ha deciso di spostare dal 2004 al 2005 il pagamento della seconda e terza rata del condono edilizio per una cifra più o meno eguale a 2 miliardi. Mi permetto di attirare l´attenzione dei lettori su questo modo di procedere estremamente singolare: con una mano Siniscalco (Mimmo) fa anticipare i pagamenti dovuti da banche e assicurazioni mentre con l´altra mano fa slittare in avanti le rate del condono. La cifra è più o meno identica, sono sempre quei maledetti 2 miliardi che vanno avanti e indietro.

Ma perché? Questo mistero mi ha impensierito per qualche minuto, ma poi ho trovato la quadra, come dice Bossi: il condono edilizio, già bandito da vari mesi, non ha dato quasi nulla. Di qui il buco del 2004. Allora lo si fa slittare al 2005 facendo finta che, improvvisamente, darà finalmente il denaro atteso. Al suo posto l´anticipo di tasse per analogo importo. Avanti e ndré che bel divertimento, cantava l´antica filastrocca per bambini. Non si capisce però per quale motivo il condono del 2005 dovrebbe fornire i denari che non dette nel 2004.

Mimmo e Grilli hanno garantito che li darà. Ma se si sbagliassero, come è molto probabile? Che cosa resterebbe della copertura per ridurre l´Irpef, visto che quei 2 miliardi ne costituiscono la parte più cospicua?

3. In teoria la manovra sull´Irpef vale 6,5 miliardi. Ma dalle criptiche tabelle si scopre che questa cifra, che sarà iscritta nel bilancio di competenza, non coincide con il bilancio di cassa. Cioè i soldi effettivamente fruiti dai contribuenti nel corso del 2005 non saranno 6 miliardi e mezzo ma soltanto 4,3 miliardi. Come mai? Risposta: i lavoratori dipendenti avranno effettivamente i loro sconti di imposta a partire dalla busta paga del 27 gennaio, ma tutti gli altri contribuenti cominceranno a beneficiarne soltanto nel 2006. Lo scossone all´economia nel 2005 non sarà dunque determinato da quei miseri 6,5 miliardi bensì dai miserrimi 4,3. Tutto questo casino (scusatemi) per 4,3 miliardi di euro. Svolta epocale? Viene solo da ridere.

4. Chi sono i beneficiari della svolta epocale? Le veline diramate dai saltimbanchi della manipolazione (ecco a che cosa serve avere il monopolio della Tv, per chi non l´avesse ancora capito) affermano che gli sgravi sono concentrati sui redditi più bassi, e lo affermano con sicurezza assoluta. Danno le percentuali: chi ha minore reddito avrà sconti del 10 per cento, chi sta appena un po´ più in su avrà sconti dell´8 e poi, via via che si sale per la scala reddituale, la percentuale di sconto diminuisce fin quasi allo 0 per i redditi da capogiro. Tutto esatto. Ma quello che conta non sono le percentuali bensì le cifre assolute.

Uno sconto dell´8 per cento su un reddito di cento equivale appunto a 8 euro; uno sconto del 4 per cento su un reddito di mille equivale a 40 euro.

Uno paga 8 euro di meno, l´altro, pur ricco, ne paga 40 di meno. È poco più di niente per tutti e due, ma la disparità si vede ed è grossa.

5. Naturalmente i poveri e i quasi poveri sono molti; i benestanti sono parecchi; i ricchi sono pochi e gli ultraricchi pochissimi. Cerchiamo dunque di capire a chi vanno quei 6,5 miliardi (4,3 nel 2005). Bisogna a questo punto guardare dentro alle varie fasce di reddito e vedere quanti sono quelli che ne fanno parte. Da reddito 0 a reddito di 40 mila euro l´anno il beneficio fiscale va da 0 a 40 euro al mese. I poveri non prendono nulla, per i quasi poveri e i meno poveri fino al ceto medio che comunque fatica ad arrivare a fine mese i vantaggi sono questi: da 0 fino a 40 euro mensili. Prendo la cifra massima: 40.

Equivale a una modesta cena al ristorante per due persone.

O a trenta cappuccini al mese in più. O a pagarsi un paio di medicine di quelle che lo Stato non pagherà più. Sapete quanti sono i cittadini compresi nella fascia da 0 a 40 mila euro di reddito? Sono il 75 per cento del totale.

Sapete quanta parte della manovra va a questo 75 per cento? Un miliardo e 800 mila euro. Poiché le cifre non sono opinioni il risultato è il seguente: il 75 per cento dei cittadini beneficia del 36 per cento della manovra, mentre il 25 per cento dei cittadini beneficia del 64 per cento.

Che ne dite? Che dice Follini che voleva concentrare quasi tutto sulle famiglie deboli? E Alemanno? Hanno perso la favella? Sono soddisfatti? Follini finalmente va al governo? Fini si spolvera la feluca perché la manovra è sociale? Un assegno da 6,5 per un terzo pagabile soltanto nel 2006, è ripartito tra la fascia debole e quella forte in proporzione del 36 per cento agli uni e del 64 agli altri. Ma non vi vergognate? Avrei ancora parecchie altre cifre da snocciolare, ma l´essenziale per quanto riguarda gli sconti è questo. Ora però bisogna dare un´occhiata alla copertura.

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La solida copertura certificata da Mimmo e da Grilli proviene, come già abbiamo visto, per un terzo da un condono quanto mai improbabile che comunque andrà a chiudersi con la sua terza ed ultima rata entro la fine del 2005.

Nell´esercizio successivo il suo posto sarà preso da un miliardo proveniente dai tabacchi, da 500 milioni di inasprimento di tasse su bolli e concessioni e da 600 milioni di anticipi dell´Irpef e dell´Irap (una tantum perché ciò che anticipi di un anno ti mancherà l´anno dopo).

Il resto della copertura è fatto così: 400 milioni di autocopertura, cioè di maggiori entrate generate dalle minori aliquote. Qualunque studente di economia tributaria sa che una posta in bilancio di questa natura è improponibile. Mi auguro, per ragioni di decenza accademica, che questi 400 milioni siano cancellati e sostituiti.

Seicento milioni: tagli di consumi intermedi. Vuol dire minori spese per acquisti di beni e servizi nella scuola, sanità, forze armate, polizia di Stato. Trecento milioni, tagli ai fondi di riserva dei ministeri. Altro spicciolame di tagli e voci varie per 400 milioni.

Il totale dà, come sopra ho già indicato, 4,3 e non 6,5 miliardi la differenza è rinviata all´anno successivo e chi vivrà vedrà.

Il famoso blocco del turn over degli statali avrà inizio nel 2006 e proseguirà fino al 2008. Dovrebbe cancellare 75.000 posti di lavoro. Ma secondo il mio modesto parere non si farà. Berlusconi deve averlo promesso a Fini in un orecchio. Il 2006 è un anno elettorale. L´importante ora è guadagnar tempo.

Lo spot di cui il Cavaliere aveva bisogno, Mimmo gliel´ha costruito. È lillipuziano, sbilenco, curvo di spalle, ma con il monopolio della tivù e un po´ di cosmetica fatta col computer quel nano ingobbito degli sconti all´Irpef ti diventa un Nembo Kid, un Superman, un gigante buono che dà soldi a tutti e non li toglie a nessuno. La sinistra invece...

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La sinistra è il partito delle tasse. Prima mangiava i bambini, ma adesso non ci crede più nessuno. Adesso mangia embrioni e contribuenti.

Non mi pronuncio. La sinistra è adulta e sa parlare da sola. Io parlo per me e cerco di ricavare un senso dall´esame del tagliatasse.

Il senso mi sembra questo: per rilanciare l´economia è del tutto inutile. Se ci fossero i soldi (che non ci sono) bisognerebbe concentrare 3 miliardi sulla fascia di reddito debole e altrettanti sugli incentivi alle imprese e al Mezzogiorno. Restituire il fiscal drag ai lavoratori.

Fiscalizzare una parte dei contributi sociali.

Questi destinati all´Irpef sono soldi buttati dalla finestra. In parte pagati da altre tasse (regressive) in parte destinati a sfondare il deficit.

L´operazione però è servita a raggiungere alcuni obiettivi. Dello spot elettorale pro-Berlusconi ho già detto. Aggiungo e sottolineo: pro-Berlusconi.

I suoi alleati non ricaveranno né un voto né maggior peso da questo imbroglio; per chi lo ritiene appunto un imbroglio il loro prestigio semmai diminuirà; per chi crede invece alla «svolta epocale» il merito sarà esclusivamente di Silvio e non già di Fini detto Feluca né di Follini detto Occhialino, che anzi si erano opposti. Però ora la maggioranza è compatta, anzi è al guinzaglio.

Ecco un risultato.

Un secondo risultato è stato di far dimenticare, con questa trovata del taglio Irpef, che alle spalle di esso c´è una manovra da 24 miliardi ancora da approvare. Tiriamo le somme: manovrina a luglio 2004 da 5 miliardi, manovra in Finanziaria 2005 da 24 miliardi per mettere i conti in regola, manovra per ridurre l´Irpef da 7 miliardi. Totale 36 miliardi, 72.000 miliardi del vecchio conio come dice Bonolis. Non sono schicchere 72.000 miliardi. Un terzo almeno dei quali impostato su «una tantum»; un terzo su tasse e tagli a spese di Comuni, sanità, scuola, previdenza, efficienza della pubblica amministrazione, Mezzogiorno, sistema imprenditoriale. L´ultimo terzo su anticipi di entrate, cioè rinvio al futuro di debiti.

Vincenzo Visco ha richiamato l´altro ieri l´attenzione della Camera (con apposita interrogazione) sul fatto che l´operazione denominata Scip2, cioè la cartolarizzazione di immobili pubblici in vendita per 7 miliardi, è in scadenza ma i fondi non sono entrati, cioè gli immobili non sono stati venduti. Le agenzie di rating stanno aspettando la scadenza per confermare o ridurre il voto in pagella di quei bond. Se va avanti così l´erario si dovrà caricare della parte scaduta con immobili invenduti. Mi auguro che Mimmo e Grilli seguano la questione. Sarebbe tremendo se Scip2 andasse, come si dice in gergo «in default». Tipo Parmalat. Naturalmente Visco non è credibile perché passa il tempo a mangiarsi un contribuente al giorno e ci mette sopra anche il peperoncino.

Un cannoneggiamento sistematico, un fuoco di batterie campali cui seguono raffiche di mitraglia in attesa che entrino in campo le truppe corazzate. Questa è l´impressione che si ricava dall´esame di alcuni importanti mezzi di comunicazione che da molte settimane hanno lanciato una vera e propria offensiva mediatica con un duplice e molto evidente obiettivo: delegittimare la sinistra italiana, anche quella riformista e anzi soprattutto quella riformista; spostare al centro la linea del centrosinistra martellando lo slogan che al centro si vince, nella prospettiva di farlo diventare senso comune (o luogo comune che dir si voglia).

A condurre questa operazione mediatica e politica si sono mobilitati Bruno Vespa, Giuliano Ferrara, Panorama, Il Giornale, Il riformista, e soprattutto il Corriere della Sera e 24 Ore. La sequenza del quotidiano milanese è addirittura impressionante: coinvolge Della Loggia, Ostellino e Panebianco (ai quali fa eco Battista dalle colonne della Stampa) ma poi lo stesso direttore Stefano Folli con un duplice intervento domenicale. Infine, tra tanta ressa, si fa luce Giovanni Sartori che assume in proprio lo slogan «al centro si vince» confortandolo e rafforzandolo con la sua indiscussa dottrina, sicché quelle che erano fino a quel momento legittime quanto discutibili opinioni diventano assiomi scientificamente provati. Renato Mannheimer ? valoroso esperto in sondaggi ? ci mette sopra il bollo della statistica e il cerchio è completo. La fanteria, cioè i cronisti e gli intervistatori, seguono a schiere compatte. I titolisti fanno il resto.

Personalmente non credo affatto che i direttori delle testate alle quali qui si accenna e gli articolisti delle medesime si consultino tra loro. Sono ormai nell´albo dei decani di questa professione e ne conosco bene gli usi e i costumi. Consultarsi non è d´uso, ciascuno è libero nelle proprie scelte all´interno di limiti liberamente accettati e segue quindi le proprie convinzioni in (quasi) perfetta autonomia.

Se dunque un fronte mediatico così vasto e composito batte e ribatte sullo stesso tema da giorni e suona la stessa musica, una ragione ci deve pur essere. E la ragione sta nel fatto che gli interessi di riferimento di questo settore mediatico sono largamente comuni. Il loro Dna ideologico è comune.

In tempi di superspecializzazione, la politica è in netta controtendenza: minaccia di diventare l´unico lavoro non professionale di questo paese. "Professionisti della politica", del resto, è diventato poco meno di un insulto, una specie di tara genetica addebitata a una casta di avidi e stracchi notabili dal linguaggio oscuro. Strada spianata, dunque, per gli outsider di ogni genere e grado, con un canale di preferenza per le star mediatiche, che hanno il vantaggio di non dover stipendiare maghi dell´immagine e altri facitori e rifacitori di faccia, perché una faccia già la possiedono, e ben collaudata.

Confermano questa tendenza la candidatura, del valoroso giornalista Marrazzo (centrosinistra) alla Regione Lazio, e l´ipotesi di far correre il plenipotenziario della Croce Rossa nel Vicino Oriente, Scelli (centrodestra) in Abruzzo. Si tratta indubbiamente, in entrambi i casi, di ottime persone, ma é fuor di dubbio che sarebbero meno ottime, elettoralmente parlando, se non avessero già guadagnato le vette della popolarità comparendo in televisione dieci o cento volte più spesso di professori, scienziati, costituzionalisti e perfino ministri il cui talento politico può essere magari comprovato, ma il cui volto non è conosciuto dalla casalinga di Rieti o dell´Aquila. Lo Scelli, in particolare, ha avuto grazie a recenti meriti diplomatici una specie di rubrica fissa su Al Jazeera, messo in onda a raffica, in tutto il mondo, mentre dava il bentornato alle due brave e coraggiose ragazze italiane che non ci riesce più, per sopraggiunta overdose, di definire le due Simone.

Illustri precedenti, nell´uno e nell´altro schieramento (Zanicchi, Badaloni, Gruber, una Carlucci, nonché la strepitosa assunzione della fatina Maria Giovanna Elmi alla presidenza del prestigioso Stabile di Trieste), indicano che la tv è una magnifica scorciatoia per piacere al popolo, e che talk show, tg e ogni altra nicchia di palinsesto hanno preso il posto delle gloriose scuole di partito, dalle famigerate Frattocchie dove i virgulti comunisti si rompevano le balle commentando Lenin, agli altri tradizionali luoghi dell´apprendistato politico come il sindacato, la Coldiretti, le municipalizzate, gli assessorati di questo e di quello.

Finito tutto o quasi, se è vero che la campagna acquisti del personale politico si fa oramai negli antistudi televisivi, badando a non inciampare nel groviglio di cavi e a non irritare il candidato papabile parlandogli troppo di ideologia o di programmi o di schieramenti, perché lui, per definizione, risponde solo al suo pubblico.

Naturalmente, da tutto questo, verrà pur fuori qualche ottimo politico, come si dice della sgobbona Gruber. Ma resta qualche dubbio a proposito della questione (modernissima, e molto di moda) della formazione professionale. È o non è un lavoro chiosare leggi, spulciare regolamenti, amministrare città e paeselli, incontrare delegazioni non sempre concise, farsi venire i calli al sedere e la scoliosi in diecimila riunioni lunghissime e noiosissime? E se lo fosse (e temo proprio che lo sia) perché mai tutti lo possono fare limitandosi a presentare nel curriculum il numero di ore televisive, e i ceroni fatti e disfatti?

Poco amabile per indole e per contratto, ma a volte, nella poca amabilità, anche poco stupido, Massimo D´Alema ha spesso manifestato il suo sarcasmo nei confronti degli antipolitici di professione, rivendicando alla gente del mestiere qualche talento in più, diciamo, nella noble art di fregare l´avversario (e farsi fregare, naturalmente). In questo momento storico l´opinione di D´Alema è perdente. Ma si sa che la storia oscilla e inganna, e tra la Carlucci (un nome a caso) e il più vizzo dei funzionari di partito, sono tra quelli che preferirebbe pur sempre affidare un progetto di legge al secondo. Se non altro, per protestare la scadente qualità della legge potrei rivolgermi all´Albo professionale, come si fa per i dentisti e i carrozzieri. Se mi delude la Carlucci, invece, che faccio, telefono al Servizio opinioni della Rai, per giunta abolito da anni?

Un durissimo atto d’accusa contro la posizione dominante del gruppo mediatico che fa capo al presidente del consiglio nel mercato pubblicitario televisivo, una denuncia del duopolio Rai-Mediaset nel settore dell’emittenza, un attacco frontale alla legge Gasparri, un inedita e severissima critica alle, partecipazioni di Fininvest in un settore strategico come Telecom. Questa volta, più che in altre occasioni, Giuseppe Tesauro, presidente dell’Autorità Garante della Concorrenza e del mercato, non ha badato a spese.

In una relazione di 12 pagine a supporto di una mastodontica indagine iniziata nel 2003 mette a nudo tutte le anomalie del sistema televisivo dell’era Berlusconi. La prima sciabolata riguarda la drammatica situazione del mercato pubblicitario italiano, dominato dal biscione di Arcore: il mercato della raccolta pubblicitaria nel settore televisivo, si legge nella relazione, è caratterizzato da «un livello di concentrazione che non ha riscontro negli altri Paesi europei, e che è determinato dalla posizione dominante del gruppo Fininvest», con una percentuale del 65%, «e dalla quota di Rai che detiene, con il 29%, la quasi totalità della parte residuale del mercato».

L’Authority, che da questo momento in poi raccoglierà ancora più antipatie nele stanze di Palazzo Chigi, spiega che «il settore nazionale della raccolta pubblicitaria, ed il mercato della raccolta televisiva in particolare, è caratterizzato da un’ elevata concentrazione, nonchè da elevate barriere all’ingresso, a causa soprattutto di alcuni fattori di natura strutturale che ostacolano il corretto funzionamento del mercato». Tra questi fattori l’Autorità cita «la disponibilità, in un contesto di scarsità della risorsa frequenziale, di tre reti in capo a ciascuno dei due principali gruppi televisivi, che ha consentito a Fininvest e Rai di attuare strategie che hanno limitato l’entrata e la crescita di nuovi concorrenti», e «la disciplina che regola le condotte della società cui è affidato il servizio pubblico radiotelevisivo, che, da un lato, ha favorito la creazione di un duopolio simmetrico nel versante dell’offerta di contenuti televisivi; dall’altro, ha rafforzato gli incentivi dei due operatori ‚incumbents’ ad attuare politiche commerciali accomodanti nella raccolta pubblicitaria televisiva».

Per questi e altri fattori, «mentre i mercati della raccolta pubblicitaria su quotidiani, periodici e radio presentano una struttura piuttosto competitiva, quello della raccolta televisiva la cui caratteristica principale è di essere composto da gruppi televisivi che forniscono contenuti ai telespettatori e offrono contemporaneamente inserzioni ai clienti pubblicitari è contraddistinto da un livello di concentrazione che non ha riscontro negli altri Paesi europei.

Giuseppe Tesauro, parlando del Gruppo mediatico del capo del governo scrive inoltre: «In Italia, nonostante le numerose sentenze della Corte Costituzionale, la normativa di settore non ha impedito che in presenza di risorse scarse un unico soggetto, (Berlusconi ndr), potesse sercire tre emittenti televisive nazionali». Con argomentazioni affilatissime, che in un paese serio metterebbero in crisi gli assetti di governo, il provvedimento antitrust mette in fila tutti i buchi neri del settore televisivo. «L’asimmetrica allocazione delle risorse frequenziali»,«una scarsa penetrazione delle piattaforme trasmissive alternative a quella terrestre», «L’assetto proprietario della società di rilevazione degli ascolti televisivi, su cui Fininvest e Rai esercitano un’influenza determinante».

La relazione non risparmia le leggi ad personam, svelando il trucco della legge Gasparri a favore di Berlusconi. Co la legge Gasparri la Rai non può «svolgere in modo efficiente l’attività di servizio pubblico generale e contemporaneamente competere efficacemente con gli altri operatori nel mercato della raccolta pubblicitaria assicurando un’adeguata pressione concorrenziale» nei riguardi di Mediaset.

Giuseppe Tesauro non si limita alla diagnosi ma indica la strada per destrutturarre il duopolio: «Al fine di stimolare la competizione nel mercato digitale terrestre andrebbero «favorite misure di separazione verticale degli operatori di rete, mediante la separazione proprietaria delle società Rai Way e Elettronica Industriale, attualmente facenti capo ai gruppi Rai e Fininvest».

Un tempo fioriva in Italia una ricca cultura dell´industria. Con questa definizione intendo riferirmi a quell´assieme di iniziative, di riviste, di movimenti, di reti intellettuali che facevano capo ad alcune delle maggiori grandi imprese, ne arricchivano e ne caratterizzavano il profilo al di là del mero fattore produttivo, ibridavano il pensiero umanistico con quello scientifico, tecnologico, urbanistico, sociologico. La letteratura e l´arte s´incrociavano con l´economia di fabbrica. La Olivetti, l´Iri, l´Eni, la Fiat e altre aziende, anche minori, si distinsero in quest´opera. Sorsero prestigiose riviste come Civiltà delle macchine, Pirelli, la Casa editrice Comunità, uno spazio espositivo di rinomanza internazionale come palazzo Grassi (oggi in vendita) e molte altre cose. Solo più tardi si moltiplicarono le sponsorizzazioni che, però, son cosa diversa, consistendo in finanziamenti, non collegati, comunque, alla crescita specifica di una cultura industriale.

Da questo punto di vista, anzi, l´arretramento è impressionante ed ormai di quel patrimonio resta un deserto. Se il tramonto delle grandi imprese ha trascinato con se la preziosa sovrastruttura culturale, le privatizzazioni hanno spento ogni vocazione nel management sopravvenuto.

Queste nostalgiche riflessioni mi sono state suggerite proprio in occasione di una conferenza che ho tenuto in un paese di 4.000 abitanti, Montereale Valcellina, a 20 km. da Monfalcone, dove una giunta di centrosinistra porta avanti assieme ad altri otto comuni del circondario una pregevole iniziativa culturale multimediale. Conversando col sindaco e con l´assessore alla cultura son venuto a sapere di un altro impegno assunto da questo comune che va ben oltre le dimensioni locali: il salvataggio, il restauro e la fruizione culturale di un grande monumento di archeologia industriale, la prima mega-centrale idroelettrica dell´Alta Italia che produsse energia e portò la luce nel Veneto fino a piazza San Marco fino allora illuminata a gas. Venne costruita nel 1900-1905 allo sbocco della Val Cellina ed ha funzionato fino al 1988. È ancora lì nella sua imponente struttura e con i suoi macchinari targati 1901, ormai fermi ma perfettamente utilizzabili a fini didattici. Ho chiesto di visitarla e sono rimasto impressionato per la mole, la struttura in pietra, l´eleganza floreale degli interni lastricati in lucidissimo granito. Le foto degli anni della costruzione sono toccanti: si vedono migliaia di uomini che scavano la montagna e un esercito di donne che trasportano a spalla gerle cariche di pietre. E´ difficile nell´assieme trovare una testimonianza così composita e completa della storia energetica italiana. La cosa era tanto evidente che l´Enel, ancora interamente pubblica, quando dislocò la produzione in centrali tecnologicamente più moderne, annunciò, diffondendo anche un documentario cinematografico in merito, la trasformazione della vecchia centrale, ritenendola «uno dei più emblematici esempi di architettura industriale degli inizi del secolo», in museo nazionale dell´energia idroelettrica, sia a fini espositivi che pedagogici per far conoscere dal vivo agli studenti delle facoltà tecniche il funzionamento di macchine ormai scomparse. L´Enel si proponeva anche di collocare nei grandi ambienti della Val Cellina il proprio archivio storico. Con la privatizzazione, pur essendo l´Enel ancora controllata dal Tesoro, ogni passione culturale si è spenta. Il progetto di riutilizzo è stato abbandonato e lo stesso edificio è stato salvato dal degrado solo per l´intervento volontario dell´associazione degli ex dipendenti. Nel frattempo l´Enel ha messo in vendita su Internet tutta la struttura e le adiacenze, compreso un bellissimo parco. Il rischio di una trasformazione devastante e di una speculazione sulle aree incombeva. Il comune si è allora fatto avanti. Ha ottenuto dalla Sovrintendenza il vincolo sull´intangibilità del bene. Ha presentato all´Unione europea e alla Regione un progetto di utilizzo sulla linea un tempo avvalorata dall´Enel, ha ottenuto dalle due istituzioni un contributo a tal fine. A questo punto si è presentato ai vecchi proprietari proponendo un acquisto, sperando in un prezzo simbolico.

Il Comune si era però illuso. All´Enel non sanno ormai che farsene di quell´impianto sfruttato per un secolo, ma quando sentono parlare di cultura non mettono mano alla pistola ma aprono le fauci: l´amministrazione locale dovrà sborsare 900 mila euro, Iva compresa, per l´ambito acquisto. Malgrado le sovvenzioni resterà così assai poco per avviare e gestire un´impresa di rilievo nazionale. Possiamo dire che è una indegnità?

I GIOVANI della Confindustria hanno definito nel loro convegno di Capri di tre giorni fa la legge finanziaria come una scatola vuota. Hanno perfettamente ragione; infatti in essa c´è soltanto la speranza (ma senza alcuna certezza) d´un aggiustamento della contabilità pubblica che Tremonti ha lasciato pochi mesi fa al suo successore in condizioni comatose e non più oltre nascondibili: il deficit al 4,5 del Pil, l´avanzo primario delle spese correnti a poco più del 2 per cento della vetta del 5 toccata nella fase Ciampi-Visco; il debito pubblico al 106 per cento; il fabbisogno di cassa a 60 miliardi di euro.

La finanziaria del 2005 che tra pochi giorni sarà discussa e poi votata dal Parlamento dovrebbe servire soltanto a riportare queste cifre sulla linea di galleggiamento. Viceversa i provvedimenti di politica economica destinati a rilanciare la domanda stagnante e a stimolare la competitività sono rinviati al 31 ottobre (ma più probabilmente alla fine dell´anno) senza che ancora si sappia come saranno formulati e quale forma legislativa avranno, decreto legge o disegno di legge o emendamenti da introdurre nella finanziaria.

Ha dunque ragione la giovane confindustriale Artoni: una scatola vuota che costa però al paese una manovra di 24 miliardi che, aggiunti ai 4 già votati per raddrizzare in corsa le gambe dell´esercizio 2004, fanno un totale di 28, pari a 56 mila miliardi di vecchie lire.

Aggiungo che se l´aggiustamento fosse un obiettivo sicuramente raggiungibile, averlo raggiunto sarebbe comunque un successo oltre che la conferma del buco che il triennio di Tremonti ha lasciato in eredità.

Rappresenterebbe un primo voto positivo sulla pagella di Siniscalco. Il guaio è che l´operazione di raddrizzamento finanziario ha anch´essa le gambe storte, anzi stortissime; sicché rischiamo di restare per un anno ancora sul crinale del dissesto finanziario e della stasi economica mentre la stessa ripresa americana manifesta segnali di rallentamento e di incerta fiducia.

Il nerbo (si fa per dire) della manovra si basa su 9,5 miliardi di minori spese. Dico minori spese adottando la impropria terminologia del presidente del Consiglio e del ministro dell´Economia che hanno bandito dal loro vocabolario la parola "tagli". Mi adeguo, ma non senza avvertire che di veri e propri tagli si tratta, visto che fissare a quasi tutte le spese della pubblica amministrazione, investimenti compresi, un tetto nominale di aumento del 2 per cento a fronte di un´inflazione che progredisce con la stessa velocità, significa di fatto congelare a incremento zero la totalità della spesa.

Il ministro ha anche comunicato che per mantenere gli obiettivi del triennio 2005-2007 il congelamento della spesa dovrà proseguire per lo stesso arco di anni, il che rende l´obiettivo non soltanto poco credibile ma mancato in partenza oppure raggiungibile soltanto a prezzo di una politica di vera e propria macelleria sociale.

Le spese correnti del nostro bilancio si compongono infatti per oltre l´80 per cento di stipendi, pensioni, costi fissi e interessi sul debito pubblico.

Poi ci sono quelle in conto capitale, anch´esse assoggettate al congelamento per lo stesso triennio.

Mi domando con quale faccia ci si venga a raccontare che questo è un obiettivo perseguibile e per di più attraverso una manovra triennale definita morbida. E mi domando anche quale sarebbe, per il nostro "premier" e per il suo ministro, una manovra severa: forse quella che prevedesse l´eliminazione fisica di almeno un terzo dei pubblici dipendenti, dei pensionati, dei percettori di interessi e di cedole di titoli pubblici? Mi domando infine come mai la giovane confindustriale Artoni e i suoi associati abbiano definito «scatola vuota» la finanziaria in questione (con un termine che secondo me pecca di notevole indulgenza) mentre il presidente della Confindustria Luca Montezemolo e il suo vicepresidente Marco Tronchetti Provera abbiano dato pieni voti di lode a quel medesimo documento. Avevano forse gli occhi e le orecchie foderati di prosciutto gli adulti della Confindustria, laddove i loro giovani e soprattutto i sindacati ne scorgevano tutte le magagne?

I 9 miliardi e mezzo previsti da Siniscalco non ci saranno. Se ne porterà a casa 7 sarà grasso che cola, tanto più che ha già cominciato a ceder terreno sul contratto con gli statali e altro ancora dovrà cederne sulla scuola, sulla difesa, sugli investimenti. Qualora poi - come è possibile se non addirittura probabile - si dovesse trovare di fronte ad un aumento dei tassi d´interesse, l´intero castello da lui costruito sul congelamento della spesa crollerebbe miseramente.

Né le prospettive sono migliori quando si passi a esaminare la voce di 7 miliardi attesi dalle maggiori entrate fiscali. Quest´introito è basato per quattro quinti su un nuovo concordato che Siniscalco si propone di stipulare con le associazioni dei commercianti, degli artigiani e dei professionisti; insomma con quelle categorie di lavoratori e imprenditori autonomi che sono poco o nulla soggetti alla concorrenza internazionale.

Secondo le previsioni di Siniscalco dovrebbero pagare circa 5 miliardi in più rispetto all´esercizio precedente, sempre che (ha aggiunto) le associazioni che li rappresentano siano d´accordo.

Non scommetterei un soldo bucato sulla probabilità di quell´accordo. Perché dovrebbero sottoscriverlo, cioè autotassarsi, gli interessati? Si dice: evadono, si tratta di accettare una riduzione dell´evasione.

E´ probabile che evadano. Ma se il ministro ne è così certo perché non procede d´ufficio e senza bisogno d´un compromesso fondato sull´accettazione da parte dello Stato dell´evasione di una parte ragguardevole di contribuenti? La verità è che quei contribuenti, tutti titolari di partite Iva, evadono largamente ma hanno anche buone ragioni per farlo che hanno tante volte illustrato al pubblico. Gli studi di settore sono un modo escogitato dal fisco per tener conto delle loro ragioni senza abdicare alle proprie esigenze; ma è un modo fondato sull´accordo e quindi sul compromesso. Difficile rompere il compromesso in una fase di ristagno della domanda, senza offrire qualche cosa in cambio. È evidente che quel qualcosa, per chi vive sulla domanda del mercato, non può essere lo sgravio dell´Irpef, bensì una forte spinta ai consumi almeno per quanto riguarda gli esercizi commerciali di ogni dimensione, specie se gli si richiede una politica di prezzi contenuti. È ragionevole cumulare nello stesso tempo tassazione più elevata, prezzi scontati e domanda calante?

Bisogna dunque puntare sul rifinanziamento del potere d´acquisto non per la domanda di beni di lusso ma per quella di beni diretti di larghissimo consumo.

In mancanza di che è molto ardua una acconcia spremitura fiscale del terziario commerciale. Difatti anche su questa voce d´introito tributario è stato lo stesso ministro ad affannarsi per rassicurare le categorie in rivolta e gli alleati politici che già minacciano una pioggia di emendamenti. Il rischio è che quei preziosi 7 miliardi di maggiori entrate tributarie si riducano al lumicino.

Della manovra da 24 miliardi non resta di sicuro che la parte ancora una volta affidata alle una tantum, salvo che la Commissione di Bruxelles non abbia a bocciare l´eterna creatività del "mordi e fuggi" italiano. Scatola vuota o scatola sfondata?

* * *

Si leggono in questi giorni dotti articoli che mettono nel mirino un presunto partito delle tasse capace di averla vinta su chi vorrebbe dare le ali alla domanda riducendo drasticamente le imposte e la spesa pubblica. Meno Stato e più mercato. E si ricorda per l´ennesima volta il circuito virtuoso messo in moto da Ronald Reagan che procurò forza e diffuso benessere all´economia americana.

Ma per l´ennesima volta occorre ricordare che la politica di massicci sgravi fiscali praticata da Reagan non procurò alcun sollievo all´economia Usa. Bisognò aspettare parecchi anni per vedere un´espansione consistente di quell´economia durante i due mandati della presidenza Clinton. Le cifre sono lì per chiunque abbia lo scrupolo di volersi documentare.

Del resto uno sconto fiscale fa piacere a tutti, così pure l´eliminazione degli sprechi e del malgoverno purché non metta a rischio i fondamentali del bilancio. Puntare su quell´obiettivo partendo da un bilancio appesantito da un debito pubblico che è tra i più alti del mondo in rapporto al Pil o azzardare una politica di deficit spending sarebbe pura follia. Ma perché uso il condizionale futuro? Quella politica è stata la base del triennio di Tremonti, a stento compensata dai condoni e dalla vendita del patrimonio per decine di miliardi senza arrestare l´aumento del debito. Se siamo nelle condizioni in cui siamo lo si deve a quella politica che Siniscalco, contrariamente a quanto sostengono i suoi estimatori, sta continuando come l´analisi della sua finanziaria largamente dimostra.

Intanto il fabbisogno continua ad aumentare e con esso il debito. Per guadagnar tempo - secondo gli insegnamenti tremontiani, si cerca di spostare sul sistema bancario una parte del finanziamento del Tesoro attraverso la cartolarizzazione dei crediti e il camuffamento della Cassa Depositi e Prestiti in una banca generale sottratta alla contabilità dello Stato.

Mezzucci cosmetici che non cambiano in nulla la realtà finanziaria e l´incapacità del governo di intercettare il debole vento di ripresa che ancora spira tra le due sponde dell´Atlantico.

* * *

Coloro che si inventano l´esistenza di un partito delle tasse e gli addossano la colpa d´aver impedito a Berlusconi di imitare Ronald Reagan, ripongono ora timide ma fervide speranze in "un nuovo gruppo che sia al di fuori di tutti gli schieramenti politici e possa in futuro prendere la guida del paese".

Sarei curioso di saperne di più. Sono tentato di dire anch´io «fuori i nomi». Ma sarebbe indiscreto.

Indiscreto ma interessante. Un nuovo gruppo di persone al di fuori degli attuali schieramenti: è un´invocazione retorica allo stellone italiano? Agli uomini della provvidenza? Ma non era Berlusconi l´Unto del Signore? Un altro come lui? Dunque un impresario anzi, scusate, un imprenditore? Cui sia venuto il prurito di far politica? Qualcuno che forse è rimasto in panchina e che adesso ha cominciato a scaldare i muscoli e che non sta né con la destra né con la sinistra ma con se stesso?

Ancora una volta dico che mi ricorda un Berlusconi giovane. Il nome, anzi i nomi, francamente non mi vengono in mente ma avverto un certo rumore di fondo. "Quod Deus avertat".

Notte e nebbia

L’editoriale de l’Unità, 4 settembre 2004, raccoglie i dubbi che da più parti si sono levati per il terrificante incontro tra terrorismo ceceno e intervento statale russo e per le menzogne dell’informazione ufficiale

È uno spaventoso massacro ed è la sola cosa che sappiamo con certezza. Tutto il resto non si deve vedere, non si deve sapere, non si deve capire, nascosto oltre il sipario di polvere densa e cattiva che si alza dalle macerie della scuola di Beslan dove il terrorismo ceceno ha impiantato la propria macelleria. Non si conosce nemmeno il numero dei morti: 150 secondo le autorità dell’Ossezia, molti di più secondo Mosca, non meno di 250 secondo i giornalisti che hanno assistito al blitz, molte centinaia secondo la Cnn. Blitz che prima viene negato dal Dipartimento osseto dei servizi segreti russi che, però, poi ammette: «siamo stati costretti all’azione». Oltre la sequenza Cnn dei bianchi sudari allineati sull’erba, dei bambini nudi scampati, delle barelle inutili, del tetto crollato sotto i colpi non si sa di chi, dell’autoblindo che corre intorno come un giocattolo senza molla, s’intuisce il problema di Putin. Allontanare da sè e dai suoi famosi reparti speciali l’onta della carneficina frutto dell’improvvisazione, dell’inettitudine e forse anche del disprezzo per gli ostaggi. Che prima erano 300 e poi si sono moltiplicati, come la anime morte di Gogol, fino a gonfiarsi nella statistica più aggiornata a «oltre 1200». Oltre 1200 tenuti a bada da trenta o quaranta terroristi? Facendo pensare che, qualcuno, nelle stanze del Cremlino non sapendo come sottrarsi alla lugubre forza dei numeri abbia escogitato un’apposita contabilità. Perché 150 morti su 350 ostaggi è ancora un rapporto, per così dire, presentabile davanti al mondo civile. In fondo ne abbiamo salvati più di uno su due, potrebbe dire il nuovo zar giustificando il devastante assalto delle sue teste di cuoio. Ma se i morti diventano 250, e i feriti 400, gli ostaggi dovevano essere per forza molti di più. «Oltre 1200» appare perciò una cifra abbastanza equilibrata nel contesto di un bagno di sangue. E forse anche un risultato spendibile nel consesso internazionale desideroso di conoscere i nuovi concreti progressi nella lotta al terrorismo.

Dispiace soffermarsi sui conti che non tornano, trattandosi di conti che riguardano il dolore incommensurabile delle povere famiglie di Beslan. E neppure si può lontanamente paragonare la ferocia disumana di chi ha attaccato con violenza cieca di chi ha reagito. Ma se tutto ci viene impedito di sapere sulla cause, reali, autentiche, che quel dolore hanno scatenato, sarà sempre più difficile difendersi da altro dolore, altro orrore, altri massacri. Esiste come una perversa simmetria tra terrorismo e menzogna.

Si direbbe quasi che l’uno e l’altra si sostengano a vicenda nel provocare infinite sofferenza e nell’impedire al resto dell’umanità di sapere perché. Il combinato disposto tra Al Qaeda e la manipolazione delle notizie ci sta precipitando in una cupa notte della ragione. E della informazione. A tutt’oggi nessuno sa cosa ha veramente scatenato l’11 settembre. E perché Bin Laden? E dov’è Bin Laden? E perché la guerra a Saddam? E dove sono le armi di distruzione di massa? E cosa sta succedendo, davvero, in Iraq? E come è possibile che trenta o quaranta ceceni possano entrare indisturbati nella misteriosa Ossezia e possano tranquillamente prendere in ostaggio 1200 (milleduecento) persone? Eppure, mentre il terrorismo s’impadronisce delle nostre menti, in attesa di farlo con le nostre vite, alla Convention di New York George W. Bush viene osannato quando dichiara che, oggi, con lui il mondo è più sicuro. Una frase insensata, ma che può passare indenne nel sonno della conoscenza. Una frase dal suono amichevole e patriottico se il presidente degli Stati Uniti intende, invece, comunicarci che siamo già entrati nella Terza o Quarta guerra mondiale. E che dunque è molto più conveniente per tutti stare dalla sua parte. Nella Terza o Quarta guerra mondiale non c’è posto per gli indecisi e i codardi. E non c’è posto per la politica, e non c’è posto per la diplomazia, e non c’è posto per l’Onu. O sei contro il terrorismo o sei con il terrorismo ammonisce il governatore della California “Conan” Schwarzenegger, quello che deride i democratici di Kerry chiamandoli «girlie men», femminucce. E quanto agli ostaggi, peggio per loro. Se in Francia un governo sovrano e responsabile cerca di fare il possibile per salvare la vita dei cittadini Chesnot e Malbrunot, quel governo «bacia il culo del nemico» («Il Foglio»). Ma poiché in Italia non esiste un governo del genere, da noi si dirà semplicemente che il cittadino Baldoni «se l’è cercata».

In una guerra mondiale, nello scontro di civiltà evocato dal pensatore Pera, i fatti devono adeguarsi per forza alle opinioni. Nessuno sa cosa è successo a Beslan, ma Bush dichiara lo stesso: ecco cosa fanno i terroristi. Berlusconi segue a ruota. Terrorismo e menzogne. Per arrivare dove? Chi taglia la gola dei prigionieri, chi massacra i bambini non ha nessuna civiltà da imporre. Sono criminali che ci faranno ancora soffrire molto, ma che hanno già perso. Norman Mailer ha un’altra risposta ancora. Cita il pensiero di un tipo che in vita sua è diventato obiettivo un po’ troppo tardi: «Ovviamente la gente comune non vuole la guerra, ma in fin dei conti sono i leader di un paese a fare la politica, ed è sempre semplice trascinare un popolo - che si tratti di una democrazia, di un regime fascista, di un regime parlamentare o di una dittatura comunista. Che faccia o no sentire la sua voce, il popolo può sempre essere piegato agli ordini dei capi. E facile. Basta dirgli che è sotto attacco e accusare i pacifisti di non essere patriottici e di mettere la patria in pericolo. Funziona nello stesso modo in tutti i paesi». Queste parole, spiega Mailer,le pronunciò Hermann Goering nella sua deposizione al processo di Norimberga. Ma forse, con l‘aria che tira, era una citazione da dimenticare.

C´È un´emergenza crimine nel Paese che preoccupa i cittadini, e che dovrebbe impegnare in prima linea il governo, con la sua cultura propagandistica da "tolleranza zero". No. In piena emergenza, Forza Italia si trasforma ancora una volta in un manipolo aziendale per la tutela degli interessi personali di Cesare Previti, che incatena ai suoi destini la decenza di un partito, di una maggioranza parlamentare, di una coalizione, del governo: e purtroppo dell´Italia.

La Casa delle Libertà oggi prova in Parlamento a liberare ad ogni costo Cesare Previti, già condannato due volte per corruzione. Non potendo più fermare i suoi giudici né camuffare il reato, si tenta di renderlo impunibile. Come? Semplice. Si costruisce un fittizio "pacchetto anticrimine" per fingere di legiferare nell´interesse del Paese, e nel pacchetto si inserisce una norma che abbatte i tempi di prescrizione per molti reati pesanti come l´usura, il furto aggravato, l´incendio doloso, ma soprattutto la corruzione. Consentendo a Previti di trovare la strada su misura per evitare il suo giudice, a Berlusconi e a Dell´Utri di non ricorrere nemmeno in appello.

Che dire? Due cose soltanto. Queste vicende possono compiersi solo in un Paese pronto a tutto, dove una vera e propria complicità intellettuale permette che il reato criminale riduca la politica a servaggio, per cambiare in Parlamento la sua natura. Un processo alchemico scellerato, che deforma lo Stato di diritto e dimostra la falsità del teorema che voleva Berlusconi "costretto" alle leggi ad personam. Ora che è stato prosciolto, le leggi ad personam continuano, per quei soci-padroni capaci di tenere in ostaggio il lato più oscuro di un uomo che dovrebbe governare l´Italia, e la umilia con un Parlamento asservito.

PRIMA ancora che si calassero in un provvedimento approvato dal Consiglio dei ministri, sono stati diffusi i dati sul finanziamento dei previsti sgravi fiscali. Non si tratta di coperture fittizie: poiché il ministro, in questo, ha mantenuto il suo impegno, il Ragioniere generale dello Stato, a cui non spettano valutazioni di merito, può certificare in coscienza la compatibilità contabile delle proposte annunciate. Il ricavo del condono edilizio rinviato al 2005 è sostituito negli anni successivi dall´entrata a regime di nuove misure sulle entrate, e soprattutto sulle spese; non figurano come copertura le risorse accantonate per il contratto dei dipendenti statali. Probabilmente il 3% di indebitamento sarà superato l´anno prossimo: ma a motivo dei tanti buchi, vecchi e nuovi, della Legge finanziaria da 24 miliardi.

Non dunque di correttezza della copertura degli sgravi tributari dovrebbe occuparsi il dibattito politico, ma dell´accettabilità e delle conseguenze delle scelte compiute per consentirne il finanziamento. Si insegnava un tempo sui libri di testo che non si può avere più burro senza avere meno cannoni. La scelta fra l´uno e gli altri è, appunto, una vera scelta politica, salvo che qualcuno voglia vendere l´illusione che si può avere più dell´uno e più degli altri: come si è tentato di fare in questi anni, fin quando la dura realtà dei numeri non ha imposto le sue ragioni.

Quali sono i cannoni a cui si vuole rinunciare per offrire il burro della riduzione di imposte? Vi è anzitutto un rigido e durissimo blocco dei rimpiazzi (turnover) nel personale delle pubbliche amministrazioni e delle università. Nel complesso del settore pubblico esiste un problema di qualità e di efficienza, più che un problema di numeri, che non sono certo superiori a quelli degli altri paesi. Come ha ben scritto Fabrizio Galimberti su il Sole-24Ore, tagliare i numeri senza preoccuparsi di efficienza e qualità può solo peggiorare la situazione. Tra tre anni, vi sarà qualche decina di migliaia di dipendenti in meno: certo meno persone improduttive, senza tuttavia che ve ne siano di più produttive; e, comunque, meno poliziotti e carabinieri, meno addetti alla protezione civile, meno magistrati. Nelle università e nei centri di ricerca il passaggio improvviso dal passato eccesso di generosità al blocco totale impedirà l´accesso di giovani e aumenterà l´invecchiamento: meno cattedre date senza merito, certo, ma anche sancito divieto di accesso ai meritevoli e, dopo tanta retorica, al ritorno in Italia di giovani studiosi oggi all´estero.

Vi è poi un ulteriore e drastico taglio dei cosiddetti consumi intermedi, ovvero dell´acquisto di beni e servizi da parte delle pubbliche amministrazioni (600 milioni l´anno prossimo, 1,2 miliardi negli anni successivi). In questo caso si tratta in parte veramente di cannoni, poiché gli acquisti sono elevati soprattutto nella difesa. Ma in parte si tratta di altro, e non solo di arredi per gli uffici: ad esempio di minori mezzi per le forze dell´ordine (vecchie macchine della polizia vanamente impegnate nell´inseguimento dei veloci mezzi usati dai delinquenti); di meno attrezzature per la sanità pubblica, con un incentivo al ricorso delle cliniche private.

Dunque di questo soprattutto si tratta, né di altro potrebbe trattarsi, poiché con una spesa del settore pubblico costituita per il 46 per cento da prestazioni sociali (ossia pensioni, su cui non si vuole intervenire) e da interessi, di grasso sui cui incidere ve n´è poco o nulla. Il governo ha finalmente compiuto una scelta politica: meno tasse e meno servizi. Smetta l´opposizione di sollevare questioni tecniche, che non esistono: renda chiaro il costo della scelta e spieghi perché ad essa ci si debba opporre.

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