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Un tempo fioriva in Italia una ricca cultura dell´industria. Con questa definizione intendo riferirmi a quell´assieme di iniziative, di riviste, di movimenti, di reti intellettuali che facevano capo ad alcune delle maggiori grandi imprese, ne arricchivano e ne caratterizzavano il profilo al di là del mero fattore produttivo, ibridavano il pensiero umanistico con quello scientifico, tecnologico, urbanistico, sociologico. La letteratura e l´arte s´incrociavano con l´economia di fabbrica. La Olivetti, l´Iri, l´Eni, la Fiat e altre aziende, anche minori, si distinsero in quest´opera. Sorsero prestigiose riviste come Civiltà delle macchine, Pirelli, la Casa editrice Comunità, uno spazio espositivo di rinomanza internazionale come palazzo Grassi (oggi in vendita) e molte altre cose. Solo più tardi si moltiplicarono le sponsorizzazioni che, però, son cosa diversa, consistendo in finanziamenti, non collegati, comunque, alla crescita specifica di una cultura industriale.

Da questo punto di vista, anzi, l´arretramento è impressionante ed ormai di quel patrimonio resta un deserto. Se il tramonto delle grandi imprese ha trascinato con se la preziosa sovrastruttura culturale, le privatizzazioni hanno spento ogni vocazione nel management sopravvenuto.

Queste nostalgiche riflessioni mi sono state suggerite proprio in occasione di una conferenza che ho tenuto in un paese di 4.000 abitanti, Montereale Valcellina, a 20 km. da Monfalcone, dove una giunta di centrosinistra porta avanti assieme ad altri otto comuni del circondario una pregevole iniziativa culturale multimediale. Conversando col sindaco e con l´assessore alla cultura son venuto a sapere di un altro impegno assunto da questo comune che va ben oltre le dimensioni locali: il salvataggio, il restauro e la fruizione culturale di un grande monumento di archeologia industriale, la prima mega-centrale idroelettrica dell´Alta Italia che produsse energia e portò la luce nel Veneto fino a piazza San Marco fino allora illuminata a gas. Venne costruita nel 1900-1905 allo sbocco della Val Cellina ed ha funzionato fino al 1988. È ancora lì nella sua imponente struttura e con i suoi macchinari targati 1901, ormai fermi ma perfettamente utilizzabili a fini didattici. Ho chiesto di visitarla e sono rimasto impressionato per la mole, la struttura in pietra, l´eleganza floreale degli interni lastricati in lucidissimo granito. Le foto degli anni della costruzione sono toccanti: si vedono migliaia di uomini che scavano la montagna e un esercito di donne che trasportano a spalla gerle cariche di pietre. E´ difficile nell´assieme trovare una testimonianza così composita e completa della storia energetica italiana. La cosa era tanto evidente che l´Enel, ancora interamente pubblica, quando dislocò la produzione in centrali tecnologicamente più moderne, annunciò, diffondendo anche un documentario cinematografico in merito, la trasformazione della vecchia centrale, ritenendola «uno dei più emblematici esempi di architettura industriale degli inizi del secolo», in museo nazionale dell´energia idroelettrica, sia a fini espositivi che pedagogici per far conoscere dal vivo agli studenti delle facoltà tecniche il funzionamento di macchine ormai scomparse. L´Enel si proponeva anche di collocare nei grandi ambienti della Val Cellina il proprio archivio storico. Con la privatizzazione, pur essendo l´Enel ancora controllata dal Tesoro, ogni passione culturale si è spenta. Il progetto di riutilizzo è stato abbandonato e lo stesso edificio è stato salvato dal degrado solo per l´intervento volontario dell´associazione degli ex dipendenti. Nel frattempo l´Enel ha messo in vendita su Internet tutta la struttura e le adiacenze, compreso un bellissimo parco. Il rischio di una trasformazione devastante e di una speculazione sulle aree incombeva. Il comune si è allora fatto avanti. Ha ottenuto dalla Sovrintendenza il vincolo sull´intangibilità del bene. Ha presentato all´Unione europea e alla Regione un progetto di utilizzo sulla linea un tempo avvalorata dall´Enel, ha ottenuto dalle due istituzioni un contributo a tal fine. A questo punto si è presentato ai vecchi proprietari proponendo un acquisto, sperando in un prezzo simbolico.

Il Comune si era però illuso. All´Enel non sanno ormai che farsene di quell´impianto sfruttato per un secolo, ma quando sentono parlare di cultura non mettono mano alla pistola ma aprono le fauci: l´amministrazione locale dovrà sborsare 900 mila euro, Iva compresa, per l´ambito acquisto. Malgrado le sovvenzioni resterà così assai poco per avviare e gestire un´impresa di rilievo nazionale. Possiamo dire che è una indegnità?

I GIOVANI della Confindustria hanno definito nel loro convegno di Capri di tre giorni fa la legge finanziaria come una scatola vuota. Hanno perfettamente ragione; infatti in essa c´è soltanto la speranza (ma senza alcuna certezza) d´un aggiustamento della contabilità pubblica che Tremonti ha lasciato pochi mesi fa al suo successore in condizioni comatose e non più oltre nascondibili: il deficit al 4,5 del Pil, l´avanzo primario delle spese correnti a poco più del 2 per cento della vetta del 5 toccata nella fase Ciampi-Visco; il debito pubblico al 106 per cento; il fabbisogno di cassa a 60 miliardi di euro.

La finanziaria del 2005 che tra pochi giorni sarà discussa e poi votata dal Parlamento dovrebbe servire soltanto a riportare queste cifre sulla linea di galleggiamento. Viceversa i provvedimenti di politica economica destinati a rilanciare la domanda stagnante e a stimolare la competitività sono rinviati al 31 ottobre (ma più probabilmente alla fine dell´anno) senza che ancora si sappia come saranno formulati e quale forma legislativa avranno, decreto legge o disegno di legge o emendamenti da introdurre nella finanziaria.

Ha dunque ragione la giovane confindustriale Artoni: una scatola vuota che costa però al paese una manovra di 24 miliardi che, aggiunti ai 4 già votati per raddrizzare in corsa le gambe dell´esercizio 2004, fanno un totale di 28, pari a 56 mila miliardi di vecchie lire.

Aggiungo che se l´aggiustamento fosse un obiettivo sicuramente raggiungibile, averlo raggiunto sarebbe comunque un successo oltre che la conferma del buco che il triennio di Tremonti ha lasciato in eredità.

Rappresenterebbe un primo voto positivo sulla pagella di Siniscalco. Il guaio è che l´operazione di raddrizzamento finanziario ha anch´essa le gambe storte, anzi stortissime; sicché rischiamo di restare per un anno ancora sul crinale del dissesto finanziario e della stasi economica mentre la stessa ripresa americana manifesta segnali di rallentamento e di incerta fiducia.

Il nerbo (si fa per dire) della manovra si basa su 9,5 miliardi di minori spese. Dico minori spese adottando la impropria terminologia del presidente del Consiglio e del ministro dell´Economia che hanno bandito dal loro vocabolario la parola "tagli". Mi adeguo, ma non senza avvertire che di veri e propri tagli si tratta, visto che fissare a quasi tutte le spese della pubblica amministrazione, investimenti compresi, un tetto nominale di aumento del 2 per cento a fronte di un´inflazione che progredisce con la stessa velocità, significa di fatto congelare a incremento zero la totalità della spesa.

Il ministro ha anche comunicato che per mantenere gli obiettivi del triennio 2005-2007 il congelamento della spesa dovrà proseguire per lo stesso arco di anni, il che rende l´obiettivo non soltanto poco credibile ma mancato in partenza oppure raggiungibile soltanto a prezzo di una politica di vera e propria macelleria sociale.

Le spese correnti del nostro bilancio si compongono infatti per oltre l´80 per cento di stipendi, pensioni, costi fissi e interessi sul debito pubblico.

Poi ci sono quelle in conto capitale, anch´esse assoggettate al congelamento per lo stesso triennio.

Mi domando con quale faccia ci si venga a raccontare che questo è un obiettivo perseguibile e per di più attraverso una manovra triennale definita morbida. E mi domando anche quale sarebbe, per il nostro "premier" e per il suo ministro, una manovra severa: forse quella che prevedesse l´eliminazione fisica di almeno un terzo dei pubblici dipendenti, dei pensionati, dei percettori di interessi e di cedole di titoli pubblici? Mi domando infine come mai la giovane confindustriale Artoni e i suoi associati abbiano definito «scatola vuota» la finanziaria in questione (con un termine che secondo me pecca di notevole indulgenza) mentre il presidente della Confindustria Luca Montezemolo e il suo vicepresidente Marco Tronchetti Provera abbiano dato pieni voti di lode a quel medesimo documento. Avevano forse gli occhi e le orecchie foderati di prosciutto gli adulti della Confindustria, laddove i loro giovani e soprattutto i sindacati ne scorgevano tutte le magagne?

I 9 miliardi e mezzo previsti da Siniscalco non ci saranno. Se ne porterà a casa 7 sarà grasso che cola, tanto più che ha già cominciato a ceder terreno sul contratto con gli statali e altro ancora dovrà cederne sulla scuola, sulla difesa, sugli investimenti. Qualora poi - come è possibile se non addirittura probabile - si dovesse trovare di fronte ad un aumento dei tassi d´interesse, l´intero castello da lui costruito sul congelamento della spesa crollerebbe miseramente.

Né le prospettive sono migliori quando si passi a esaminare la voce di 7 miliardi attesi dalle maggiori entrate fiscali. Quest´introito è basato per quattro quinti su un nuovo concordato che Siniscalco si propone di stipulare con le associazioni dei commercianti, degli artigiani e dei professionisti; insomma con quelle categorie di lavoratori e imprenditori autonomi che sono poco o nulla soggetti alla concorrenza internazionale.

Secondo le previsioni di Siniscalco dovrebbero pagare circa 5 miliardi in più rispetto all´esercizio precedente, sempre che (ha aggiunto) le associazioni che li rappresentano siano d´accordo.

Non scommetterei un soldo bucato sulla probabilità di quell´accordo. Perché dovrebbero sottoscriverlo, cioè autotassarsi, gli interessati? Si dice: evadono, si tratta di accettare una riduzione dell´evasione.

E´ probabile che evadano. Ma se il ministro ne è così certo perché non procede d´ufficio e senza bisogno d´un compromesso fondato sull´accettazione da parte dello Stato dell´evasione di una parte ragguardevole di contribuenti? La verità è che quei contribuenti, tutti titolari di partite Iva, evadono largamente ma hanno anche buone ragioni per farlo che hanno tante volte illustrato al pubblico. Gli studi di settore sono un modo escogitato dal fisco per tener conto delle loro ragioni senza abdicare alle proprie esigenze; ma è un modo fondato sull´accordo e quindi sul compromesso. Difficile rompere il compromesso in una fase di ristagno della domanda, senza offrire qualche cosa in cambio. È evidente che quel qualcosa, per chi vive sulla domanda del mercato, non può essere lo sgravio dell´Irpef, bensì una forte spinta ai consumi almeno per quanto riguarda gli esercizi commerciali di ogni dimensione, specie se gli si richiede una politica di prezzi contenuti. È ragionevole cumulare nello stesso tempo tassazione più elevata, prezzi scontati e domanda calante?

Bisogna dunque puntare sul rifinanziamento del potere d´acquisto non per la domanda di beni di lusso ma per quella di beni diretti di larghissimo consumo.

In mancanza di che è molto ardua una acconcia spremitura fiscale del terziario commerciale. Difatti anche su questa voce d´introito tributario è stato lo stesso ministro ad affannarsi per rassicurare le categorie in rivolta e gli alleati politici che già minacciano una pioggia di emendamenti. Il rischio è che quei preziosi 7 miliardi di maggiori entrate tributarie si riducano al lumicino.

Della manovra da 24 miliardi non resta di sicuro che la parte ancora una volta affidata alle una tantum, salvo che la Commissione di Bruxelles non abbia a bocciare l´eterna creatività del "mordi e fuggi" italiano. Scatola vuota o scatola sfondata?

* * *

Si leggono in questi giorni dotti articoli che mettono nel mirino un presunto partito delle tasse capace di averla vinta su chi vorrebbe dare le ali alla domanda riducendo drasticamente le imposte e la spesa pubblica. Meno Stato e più mercato. E si ricorda per l´ennesima volta il circuito virtuoso messo in moto da Ronald Reagan che procurò forza e diffuso benessere all´economia americana.

Ma per l´ennesima volta occorre ricordare che la politica di massicci sgravi fiscali praticata da Reagan non procurò alcun sollievo all´economia Usa. Bisognò aspettare parecchi anni per vedere un´espansione consistente di quell´economia durante i due mandati della presidenza Clinton. Le cifre sono lì per chiunque abbia lo scrupolo di volersi documentare.

Del resto uno sconto fiscale fa piacere a tutti, così pure l´eliminazione degli sprechi e del malgoverno purché non metta a rischio i fondamentali del bilancio. Puntare su quell´obiettivo partendo da un bilancio appesantito da un debito pubblico che è tra i più alti del mondo in rapporto al Pil o azzardare una politica di deficit spending sarebbe pura follia. Ma perché uso il condizionale futuro? Quella politica è stata la base del triennio di Tremonti, a stento compensata dai condoni e dalla vendita del patrimonio per decine di miliardi senza arrestare l´aumento del debito. Se siamo nelle condizioni in cui siamo lo si deve a quella politica che Siniscalco, contrariamente a quanto sostengono i suoi estimatori, sta continuando come l´analisi della sua finanziaria largamente dimostra.

Intanto il fabbisogno continua ad aumentare e con esso il debito. Per guadagnar tempo - secondo gli insegnamenti tremontiani, si cerca di spostare sul sistema bancario una parte del finanziamento del Tesoro attraverso la cartolarizzazione dei crediti e il camuffamento della Cassa Depositi e Prestiti in una banca generale sottratta alla contabilità dello Stato.

Mezzucci cosmetici che non cambiano in nulla la realtà finanziaria e l´incapacità del governo di intercettare il debole vento di ripresa che ancora spira tra le due sponde dell´Atlantico.

* * *

Coloro che si inventano l´esistenza di un partito delle tasse e gli addossano la colpa d´aver impedito a Berlusconi di imitare Ronald Reagan, ripongono ora timide ma fervide speranze in "un nuovo gruppo che sia al di fuori di tutti gli schieramenti politici e possa in futuro prendere la guida del paese".

Sarei curioso di saperne di più. Sono tentato di dire anch´io «fuori i nomi». Ma sarebbe indiscreto.

Indiscreto ma interessante. Un nuovo gruppo di persone al di fuori degli attuali schieramenti: è un´invocazione retorica allo stellone italiano? Agli uomini della provvidenza? Ma non era Berlusconi l´Unto del Signore? Un altro come lui? Dunque un impresario anzi, scusate, un imprenditore? Cui sia venuto il prurito di far politica? Qualcuno che forse è rimasto in panchina e che adesso ha cominciato a scaldare i muscoli e che non sta né con la destra né con la sinistra ma con se stesso?

Ancora una volta dico che mi ricorda un Berlusconi giovane. Il nome, anzi i nomi, francamente non mi vengono in mente ma avverto un certo rumore di fondo. "Quod Deus avertat".

Notte e nebbia

L’editoriale de l’Unità, 4 settembre 2004, raccoglie i dubbi che da più parti si sono levati per il terrificante incontro tra terrorismo ceceno e intervento statale russo e per le menzogne dell’informazione ufficiale

È uno spaventoso massacro ed è la sola cosa che sappiamo con certezza. Tutto il resto non si deve vedere, non si deve sapere, non si deve capire, nascosto oltre il sipario di polvere densa e cattiva che si alza dalle macerie della scuola di Beslan dove il terrorismo ceceno ha impiantato la propria macelleria. Non si conosce nemmeno il numero dei morti: 150 secondo le autorità dell’Ossezia, molti di più secondo Mosca, non meno di 250 secondo i giornalisti che hanno assistito al blitz, molte centinaia secondo la Cnn. Blitz che prima viene negato dal Dipartimento osseto dei servizi segreti russi che, però, poi ammette: «siamo stati costretti all’azione». Oltre la sequenza Cnn dei bianchi sudari allineati sull’erba, dei bambini nudi scampati, delle barelle inutili, del tetto crollato sotto i colpi non si sa di chi, dell’autoblindo che corre intorno come un giocattolo senza molla, s’intuisce il problema di Putin. Allontanare da sè e dai suoi famosi reparti speciali l’onta della carneficina frutto dell’improvvisazione, dell’inettitudine e forse anche del disprezzo per gli ostaggi. Che prima erano 300 e poi si sono moltiplicati, come la anime morte di Gogol, fino a gonfiarsi nella statistica più aggiornata a «oltre 1200». Oltre 1200 tenuti a bada da trenta o quaranta terroristi? Facendo pensare che, qualcuno, nelle stanze del Cremlino non sapendo come sottrarsi alla lugubre forza dei numeri abbia escogitato un’apposita contabilità. Perché 150 morti su 350 ostaggi è ancora un rapporto, per così dire, presentabile davanti al mondo civile. In fondo ne abbiamo salvati più di uno su due, potrebbe dire il nuovo zar giustificando il devastante assalto delle sue teste di cuoio. Ma se i morti diventano 250, e i feriti 400, gli ostaggi dovevano essere per forza molti di più. «Oltre 1200» appare perciò una cifra abbastanza equilibrata nel contesto di un bagno di sangue. E forse anche un risultato spendibile nel consesso internazionale desideroso di conoscere i nuovi concreti progressi nella lotta al terrorismo.

Dispiace soffermarsi sui conti che non tornano, trattandosi di conti che riguardano il dolore incommensurabile delle povere famiglie di Beslan. E neppure si può lontanamente paragonare la ferocia disumana di chi ha attaccato con violenza cieca di chi ha reagito. Ma se tutto ci viene impedito di sapere sulla cause, reali, autentiche, che quel dolore hanno scatenato, sarà sempre più difficile difendersi da altro dolore, altro orrore, altri massacri. Esiste come una perversa simmetria tra terrorismo e menzogna.

Si direbbe quasi che l’uno e l’altra si sostengano a vicenda nel provocare infinite sofferenza e nell’impedire al resto dell’umanità di sapere perché. Il combinato disposto tra Al Qaeda e la manipolazione delle notizie ci sta precipitando in una cupa notte della ragione. E della informazione. A tutt’oggi nessuno sa cosa ha veramente scatenato l’11 settembre. E perché Bin Laden? E dov’è Bin Laden? E perché la guerra a Saddam? E dove sono le armi di distruzione di massa? E cosa sta succedendo, davvero, in Iraq? E come è possibile che trenta o quaranta ceceni possano entrare indisturbati nella misteriosa Ossezia e possano tranquillamente prendere in ostaggio 1200 (milleduecento) persone? Eppure, mentre il terrorismo s’impadronisce delle nostre menti, in attesa di farlo con le nostre vite, alla Convention di New York George W. Bush viene osannato quando dichiara che, oggi, con lui il mondo è più sicuro. Una frase insensata, ma che può passare indenne nel sonno della conoscenza. Una frase dal suono amichevole e patriottico se il presidente degli Stati Uniti intende, invece, comunicarci che siamo già entrati nella Terza o Quarta guerra mondiale. E che dunque è molto più conveniente per tutti stare dalla sua parte. Nella Terza o Quarta guerra mondiale non c’è posto per gli indecisi e i codardi. E non c’è posto per la politica, e non c’è posto per la diplomazia, e non c’è posto per l’Onu. O sei contro il terrorismo o sei con il terrorismo ammonisce il governatore della California “Conan” Schwarzenegger, quello che deride i democratici di Kerry chiamandoli «girlie men», femminucce. E quanto agli ostaggi, peggio per loro. Se in Francia un governo sovrano e responsabile cerca di fare il possibile per salvare la vita dei cittadini Chesnot e Malbrunot, quel governo «bacia il culo del nemico» («Il Foglio»). Ma poiché in Italia non esiste un governo del genere, da noi si dirà semplicemente che il cittadino Baldoni «se l’è cercata».

In una guerra mondiale, nello scontro di civiltà evocato dal pensatore Pera, i fatti devono adeguarsi per forza alle opinioni. Nessuno sa cosa è successo a Beslan, ma Bush dichiara lo stesso: ecco cosa fanno i terroristi. Berlusconi segue a ruota. Terrorismo e menzogne. Per arrivare dove? Chi taglia la gola dei prigionieri, chi massacra i bambini non ha nessuna civiltà da imporre. Sono criminali che ci faranno ancora soffrire molto, ma che hanno già perso. Norman Mailer ha un’altra risposta ancora. Cita il pensiero di un tipo che in vita sua è diventato obiettivo un po’ troppo tardi: «Ovviamente la gente comune non vuole la guerra, ma in fin dei conti sono i leader di un paese a fare la politica, ed è sempre semplice trascinare un popolo - che si tratti di una democrazia, di un regime fascista, di un regime parlamentare o di una dittatura comunista. Che faccia o no sentire la sua voce, il popolo può sempre essere piegato agli ordini dei capi. E facile. Basta dirgli che è sotto attacco e accusare i pacifisti di non essere patriottici e di mettere la patria in pericolo. Funziona nello stesso modo in tutti i paesi». Queste parole, spiega Mailer,le pronunciò Hermann Goering nella sua deposizione al processo di Norimberga. Ma forse, con l‘aria che tira, era una citazione da dimenticare.

C´È un´emergenza crimine nel Paese che preoccupa i cittadini, e che dovrebbe impegnare in prima linea il governo, con la sua cultura propagandistica da "tolleranza zero". No. In piena emergenza, Forza Italia si trasforma ancora una volta in un manipolo aziendale per la tutela degli interessi personali di Cesare Previti, che incatena ai suoi destini la decenza di un partito, di una maggioranza parlamentare, di una coalizione, del governo: e purtroppo dell´Italia.

La Casa delle Libertà oggi prova in Parlamento a liberare ad ogni costo Cesare Previti, già condannato due volte per corruzione. Non potendo più fermare i suoi giudici né camuffare il reato, si tenta di renderlo impunibile. Come? Semplice. Si costruisce un fittizio "pacchetto anticrimine" per fingere di legiferare nell´interesse del Paese, e nel pacchetto si inserisce una norma che abbatte i tempi di prescrizione per molti reati pesanti come l´usura, il furto aggravato, l´incendio doloso, ma soprattutto la corruzione. Consentendo a Previti di trovare la strada su misura per evitare il suo giudice, a Berlusconi e a Dell´Utri di non ricorrere nemmeno in appello.

Che dire? Due cose soltanto. Queste vicende possono compiersi solo in un Paese pronto a tutto, dove una vera e propria complicità intellettuale permette che il reato criminale riduca la politica a servaggio, per cambiare in Parlamento la sua natura. Un processo alchemico scellerato, che deforma lo Stato di diritto e dimostra la falsità del teorema che voleva Berlusconi "costretto" alle leggi ad personam. Ora che è stato prosciolto, le leggi ad personam continuano, per quei soci-padroni capaci di tenere in ostaggio il lato più oscuro di un uomo che dovrebbe governare l´Italia, e la umilia con un Parlamento asservito.

PRIMA ancora che si calassero in un provvedimento approvato dal Consiglio dei ministri, sono stati diffusi i dati sul finanziamento dei previsti sgravi fiscali. Non si tratta di coperture fittizie: poiché il ministro, in questo, ha mantenuto il suo impegno, il Ragioniere generale dello Stato, a cui non spettano valutazioni di merito, può certificare in coscienza la compatibilità contabile delle proposte annunciate. Il ricavo del condono edilizio rinviato al 2005 è sostituito negli anni successivi dall´entrata a regime di nuove misure sulle entrate, e soprattutto sulle spese; non figurano come copertura le risorse accantonate per il contratto dei dipendenti statali. Probabilmente il 3% di indebitamento sarà superato l´anno prossimo: ma a motivo dei tanti buchi, vecchi e nuovi, della Legge finanziaria da 24 miliardi.

Non dunque di correttezza della copertura degli sgravi tributari dovrebbe occuparsi il dibattito politico, ma dell´accettabilità e delle conseguenze delle scelte compiute per consentirne il finanziamento. Si insegnava un tempo sui libri di testo che non si può avere più burro senza avere meno cannoni. La scelta fra l´uno e gli altri è, appunto, una vera scelta politica, salvo che qualcuno voglia vendere l´illusione che si può avere più dell´uno e più degli altri: come si è tentato di fare in questi anni, fin quando la dura realtà dei numeri non ha imposto le sue ragioni.

Quali sono i cannoni a cui si vuole rinunciare per offrire il burro della riduzione di imposte? Vi è anzitutto un rigido e durissimo blocco dei rimpiazzi (turnover) nel personale delle pubbliche amministrazioni e delle università. Nel complesso del settore pubblico esiste un problema di qualità e di efficienza, più che un problema di numeri, che non sono certo superiori a quelli degli altri paesi. Come ha ben scritto Fabrizio Galimberti su il Sole-24Ore, tagliare i numeri senza preoccuparsi di efficienza e qualità può solo peggiorare la situazione. Tra tre anni, vi sarà qualche decina di migliaia di dipendenti in meno: certo meno persone improduttive, senza tuttavia che ve ne siano di più produttive; e, comunque, meno poliziotti e carabinieri, meno addetti alla protezione civile, meno magistrati. Nelle università e nei centri di ricerca il passaggio improvviso dal passato eccesso di generosità al blocco totale impedirà l´accesso di giovani e aumenterà l´invecchiamento: meno cattedre date senza merito, certo, ma anche sancito divieto di accesso ai meritevoli e, dopo tanta retorica, al ritorno in Italia di giovani studiosi oggi all´estero.

Vi è poi un ulteriore e drastico taglio dei cosiddetti consumi intermedi, ovvero dell´acquisto di beni e servizi da parte delle pubbliche amministrazioni (600 milioni l´anno prossimo, 1,2 miliardi negli anni successivi). In questo caso si tratta in parte veramente di cannoni, poiché gli acquisti sono elevati soprattutto nella difesa. Ma in parte si tratta di altro, e non solo di arredi per gli uffici: ad esempio di minori mezzi per le forze dell´ordine (vecchie macchine della polizia vanamente impegnate nell´inseguimento dei veloci mezzi usati dai delinquenti); di meno attrezzature per la sanità pubblica, con un incentivo al ricorso delle cliniche private.

Dunque di questo soprattutto si tratta, né di altro potrebbe trattarsi, poiché con una spesa del settore pubblico costituita per il 46 per cento da prestazioni sociali (ossia pensioni, su cui non si vuole intervenire) e da interessi, di grasso sui cui incidere ve n´è poco o nulla. Il governo ha finalmente compiuto una scelta politica: meno tasse e meno servizi. Smetta l´opposizione di sollevare questioni tecniche, che non esistono: renda chiaro il costo della scelta e spieghi perché ad essa ci si debba opporre.

Dobbiamo un ringraziamento a Rocco Buttiglione. La sua audizione, le sue posizioni contro gli omosessuali e contro le donne, e le reazioni che hanno scatenato, hanno avuto un grande merito: hanno dato carne a sangue ad un'Europa rimasta finora burocratica e grigia, mercantile e liberista. Finora l'Europa delle cittadine e dei cittadini non l'avevamo intravista neppure in controluce. Lo stesso dibattito sulle origini giudaico-cristiane del vecchio continente, dibattito niente affatto secondario (e nel quale - a mio parere - l'elemento storico e religioso non era da cancellare con prosopopea e sufficienza) era stato inficiato da elementi strumentali. Chi voleva introdurre le origini cristiane, come il presidente del Senato il neocon Marcello Pera, non faceva mistero di considerare quel riconoscimento parte di una guerra di religione. «In un momento in cui l'Occidente, l'America con l'11 settembre, l'Europa con l'11 marzo - ha detto - sono fattti bersaglio del terrorismo islamico, riconoscersi o meno in una identità, che ha radici tanto nella tradizione giudaico-cristiana quanto nella civiltà greca classica, costituisce una differenza fondamentale». Chi a queste radici si opponeva, come la Francia di Jacques Chirac, lo ha fatto in nome di un laicismo che rifiutava a priori e ingiustamente l'esistenza di radici cristiane in quanto radici "religiose".

Così eravamo a qualche giorno dalla firma del trattato costituzionale. Poi c'è stato il "caso Buttiglione" che, per una sorta di eterogenesi dei fini, ha rotto il silenzio delle donne e degli uomini e ha posto a tutti noi cittadini/e europei/e le seguenti domande: chi siamo?

Quali devono essere i nostri diritti? In che modo dobbiamo regolare le nostre relazioni a cominciare da quelle nella famiglia? Quale rapporto dobbiamo avere con il diverso, sia esso l'omosessuale, una minoranza politica o con l'extra comunitario, cioè con un'altra cultura? Come si costruiscono i rapporti fra i sessi e come si concepisce la figura e il ruolo della donna nella società e nella famiglia? Come si confrontano i valori di cui siamo portatori?

Non sono domande da poco. Esse rinviano a regole comuni e con-divise, a valori fondanti. Esse, o meglio la risposta ad esse, contribuisce a costruire in modo determinante un'idea e un immaginario di Europa. A dargli quell'anima, che i burocrati e i governi di Bruxelles non sono riusciti neppure ad accennare nelle centinaia di pagine del trattato costituzionale.

Perché di un'anima, e anche di ideali e "di immaginario" (come non si stanca di ripetere sul manifesto Ida Dominijanni) i cittadini europei hanno bisogno. Chi oggi usa, strumentalmente, i valori espressi da Rocco Buttiglione, sa bene l'anima che vuol dare all'Europa. Ce l'hanno detto parlando dell'aborto, dell'omosessualità, della procreazione assistita, della famiglia. E oggi ce lo dice con particolare forza e convinzione, perché quelle idee fanno parte di una battaglia più vasta. Esse devono essere il fondamento di un'Europa che in nome dell'occidente ingaggia una guerra contro l'"altro", contro l'Islam. Tutto si tiene in quel progetto ideologico: il liberismo di Maastricht, una concezione delle donne e degli uomini e delle loro relazioni intrinsecamente conservatrice, e naturalmente la guerra. Quella guerra che si vorrebbe far diventare il collante di un continente che finora non è apparso entusiasta.

E' un progetto chiaro, lineare, ma non egemone. E' pieno di contraddizioni come sempre la vicenda Buttiglione ha dimostrato. Gran parte di coloro che sono per la libertà di mercato sono anche per la libertà dell'individuo. Una intellettuale italiana come Claudia Mancina lo ha detto in un articolo di grande spessore apparso sul Foglio di qualche giorno fa: non si può essere per il libero mercato e contro la libertà delle persone, delle donne, degli omosessuali. Questo occidente va preso tutto così come è. E la pensano come Claudia Mancina quei liberaldemocratici europei, non assimilabili alla sinistra, che sono stati fondamentali nel respingere le tesi integraliste di Rocco Buttiglione.

E questa non è la sola contraddizione. La seconda riguarda la Chiesa cattolica o meglio i cattolici. Questa può essere in gran parte, o in parte, d'accordo con quanto i conservatori cattolici dicono sulla donna, sull'uomo o sulla famiglia (in gran parte, non del tutto) ma non ci pensa neppure ad ingaggiare una guerra di religione contro l'Islam. Il Papa si è scusato per le guerre di religione, La Chiesa è fondamentalmente pacifista. Quanto al liberismo è noto che Karol Wojtila ne è uno dei critici più intransigenti.

Una parte ampia di cattolici e di cristiani afferma con forza e passione i propri valori, li testimonia nella vita, ma non pensa di imporli ad altri. Questo ha reso possibile nella gran parte dei paesi europei l'affermazione di leggi in contraddizione con valori religiosi.

Ma le donne e gli uomini d'Europa possono accontentarsi di un liberalismo autentico che si limiti a salvaguardare i diritti dell'individuo e del mercato? Che - per citare una delle tre parole della rivoluzione francese, la rivoluzione che definì i diritti dell'uomo - si limiti alla "liberté"? O deve aspirare ad altro? Proprio le contraddizioni esistenti nel fronte liberale e liberista ci fanno capire che dell'altro c'è bisogno. Che la nuova Europa non può costruirsi solo sulla "liberté", ma anche sulla "egalité" e sulla "fraternité". In poche parole nella lotta al liberismo e nella ricerca della pace.

Non è un'utopia, non è una ipotesi astratta. E non solo perché sulla "fraternité", cioè sulla lotta alla guerra in Europa, c'è un fronte vasto e variegato che attraversa gli Stati, la Chiesa cattolica e si incarna in un movimento che si fa di tutto per ignorare, ma che c'è ed è forte (per fortuna non è solo Comunione e liberazione a mobilitare i giovani). Non solo perché l'ipotesi liberista ha provocato sconquassi inimmaginabili e pone all'ordine del giorno quella "egalité" così dimenticata nella stagione della precarizzazione e dello sfruttamento generalizzato. Non solo per questo. Ma perché gran parte del pianeta ci vive già come "eccezione", punto di riferimento, curioso spazio non domato dall'impero americano. Ci vive come continente che sa parlare di pace, che mantiene una idea di solidarietà ed inclusione. Un continente che può parlare al mondo proprio perché "Venere", e non "Marte", non è interessato, cioè, al dominio militare dei popoli della terra. Come un'area in cui sono forti movimenti e idee che cercano un nuovo equilibrio fra uomo e ambiente e fra le diverse culture, dove un movimento operaio, pur colpito, produce ancora modelli di conflitto e di cittadinanza. Dove una grande stagione di lotte ha prodotto con il Welfare, un idea di stato solidale. La battaglia per la costituzione è la battaglia per affermare in Europa questi valori, tra i quali il rispetto delle minoranze (sta qui, ben più che l'essere mussulmani, il confronto con la Turchia)

Provate a parlare dell'Europa con chiunque dei cittadini del mondo, per esempio un abitante dell'Ohio o dall'altra parte del globo un abitante del Sudafrica. Entrambi o con disprezzo o con ammirazione individuano l'Europa come diversa. Questa diversità è la sua - la nostra - anima. Anche noi possiamo vederla e cominciare a viverla.

Neanche il sequestro delle due Simone ci ha privato della perpetua rissosità nell'opposizione. Della quale un solo punto è chiaro, che il «come battere» il cavaliere importa meno del «che cosa fare dopo» il cavaliere. Da che Follini ha rinverdito la speranza di una centralità democristiana, una parte della Margherita e dei Ds, oltre che lo Sdi, sono tentati da un governo che tagli le ali: a sinistra - Rifondazione, il correntone, il Pdci e forse altri -, a destra - la Lega, forse An, ma solo parte di Forza Italia. Sembra un sogno, ma è così. Non basta, la tregua concessa al governo per riscattare i quattro di «Un ponte per» diventerebbe volentieri per molti un metodo costante e assai dialogico di accordi e separazioni su singoli punti fra maggioranza e opposizione, destinato a mischiar le carte per il governo successivo quale che sia. Sarà per questo che l'opposizione strilla contro la Casa delle libertà, ma su quel che farebbe una volta al governo resta sibillina? Ds e Rutelli hanno laconicamente detto che «non tutto va cambiato», si sono astenuti sul primo articolo della devolution, Fassino è svolazzato alla convention di Kerry come da giovane svolazzava a Mosca. Non si rendono conto quanta credibilità hanno perduto dal 13 maggio a oggi. E discutono sulla pelle di un orso che ogni giorno di più rischiano di non catturare affatto.

Questa reticenza è stupefacente. Anche la diatriba su chi dovrebbe decidere il programma - Bertinotti insiste che non siano soltanto i partiti - finisce col suonare come un rinvio, perché intanto nessuno si espone. Lo ha fatto soltanto la Fiom che, essendo un sindacato, elenca le urgenze dei lavoratori: finirla con la precarietà, tener fermo il contratto nazionale, basta con la legge 30. Questione bruciante non solo perché va contro l'ondata liberista che ci sta scrosciando addosso, ma perché precarietà, flessibilità, competitività sono state la grande scoperta del primo governo di centrosinistra e costituiscono il cuore della Carta europea. Non che non potrebbero essere discusse, perché oggi si vede che non sono soltanto i lavoratori a essere penalizzati ma che la priorità data al mercato globale ha reso l'economia ingovernabile, introducendo il massimo dell'incertezza e del disordine in tutte le nazioni. La libera circolazione dei capitali e delle merci terremota ogni previsione di crescita, mentre la circolazione delle persone è resa più urgente dalla miserie di posizione e più repressa dalla parte del mondo verso la quale gli infelici convergono. Come invertire queste tendenze? Viene il dubbio che i moderati dell'Ulivo non ci pensano neanche, mentre metà della sinistra sta ancora pentendosi di aver difeso il lavoro e lo chiama statalismo e rigidità. Se ne preoccupano di più le confindustrie, visto che l'allargamento - fortemente voluto dagli Usa - dell'Europa all'Est sta dando luogo a un colossale sistema di dumping. Mettere un freno a questi processi, come ha proposto Zapatero, implica che i governi rivedano i parametri dei trattati europei e che i sindacati cessino di credere che in un'economia globale il lavoro possa essere organizzato nazionalmente. E che dice la nostra opposizione sulle tasse? Si propone di redistribuire il reddito colpendo le ormai enormi rendite per alleviare le fasce più deboli e garantire i servizi collettivi invece che affidarli al mercato e se li compri chi può?

E poi. La Casa della libertà ha fatto dell'Italia il miglior amico di Bush. Romano Prodi ripete che l'Europa deve parlare con una sola voce. Quale, prego? Germania, Francia e Spagna dicono no a Bush e chiedono il ritiro americano dall'Iraq, il Regno Unito, l'Italia, l'Est e altri restano avvinghiati al Pentagono. La stessa divisione entra fin nella Margherita e nei Ds. La sola voce europea che direbbe? E, attenzione, nessuna delle due scelte è indolore e asettica, come non è semplice né asettico invertire l'ondata liberista. Proprio per questo evitar di parlarne rende l'opposizione poco credibile.

Sono solo due esempi di questioni decisive, che la destra cavalca ma senza che chi chiede il voto contro Berlusconi dica quale progetto ha, sempre che l'abbia. Viene il dubbio che chi non si sforza di convincere ha già smesso di puntare a vincere.

Ma è vero che si tratta di scegliere fra un Iraq normalizzato dagli Stati uniti e un Iraq liberato dai tagliatori di teste? Fra una Cecenia normalizzata da Putin e una Cecenia dominata dai sequestratori di bambini? Che per una volta realismo e morale consigliano il primo corno del dilemma?

Non è vero. L'Iraq non tornerà normale finché dura l'occupazione americana. E' questa che lo ha gettato dalla dittatura nel caos e imponendo un governo Quisling sollecita una resistenza che, non avendo un foro minimo di elaborazione consentita, suscita anche frange fondamentaliste o semplicemente criminali. Ma non sono queste che tengono l'Iraq fra le mani: esso è o sarà nelle mani delle gerarchie sciite e sunnite, che sono in grado di far desistere anche Al Sadr - una repubblica islamica, bel risultato dell'idiozia del Pentagono e dei suoi sostenitori europei. Né la Cecenia è in mano ai sequestratori di bambini: se Putin la lasciasse sarebbe una repubblica islamica diretta da Mashkadov. Riportiamo le cose al loro livello reale che è già abbastanza costernante. E va da sé che siamo perché gli stati trattino per la vita dei cittadini che non hanno saputo difendere dalle frange estremiste, ma soprattutto ritirino gli eserciti di occupazione, che non rappresentano il minor male come si va cianciando ma l'origine del disastro.

La verità è che nel Medio Oriente una partita si sta giocando fra due destre estreme e con mezzi e categorie che credevamo di avere alle spalle. Quando le Nazioni unite interdicevano la guerra come mezzo per risolvere ogni contenzioso internazionale, non si limitavano a predicare la mitezza, ma temevano con ragione che ogni nuova guerra, anche in presenza di mezzi distruttivi sempre più potenti, avrebbe suscitato incendi catastrofici. Cessato l'equilibrio degli armamenti che fungeva da deterrente, incombeva alla sola superpotenza rimasta in campo di vigilare su questo principio per garantire un ordine mondiale nel quale dipanare politicamente conflitti di interesse e risarcire ferite, che forse anch'essa avrebbe subito. Gli Usa di Bush ne hanno derivato invece che ormai erano padroni del mondo, e l'Europa delle sinistre li confermava in questa persuasione chiamandoli a intervenire contro la Jugoslavia nel pessimo contenzioso etnico, che essa non sapeva, né forse voleva risolvere con mezzi politici.

Da allora la scena mondiale non ha più né ordine né principi. Gli Usa hanno risposto ad un brutale attentato covato da potentati arabi che essi stessi avevano addestrato e usato, invadendo due paesi, uno dei quali non c'entrava niente ma del quale il giro di Bush da tempo ambiva il petrolio. E per questo fine hanno rotto le ossa alle Nazioni unite. Hanno mentito e attaccato. Ignoranti e razzisti pensavano di cavarsela con poco mentre hanno messo in fiamme il Medio Oriente moltiplicato i focolai di terrorismo e suscitato in Iraq una reazione diversa, incontrollabili e con estremismi incontrollati.

In vent'anni il mondo è arretrato di tre secoli, siamo tornati alle guerre di religione: Bush sventola il vessillo della trinità, Sharon quello di Jahvè, gli iracheni, i palestinesi, i ceceni quello di Allah. Sono le religioni del libro dietro le quali si coprono corposi interessi e fragili identità. L'occidente invade, massacra, privatizza guerre, soldati e mezzi di morte, cattura e tortura in nome di Cristo. Nel Medio Oriente e in Cecenia giovani e donne disperati si fanno esplodere in nome di Allah pur di trascinare il nemico nella morte.

Dal crollo dell'Urss siamo in un disordine mondiale mai immaginato. Lucio Colletti era da un pezzo polemico col comunismo quando si chiedeva a quali mostruosità però avrebbe dato luogo la caduta di una speranza di riscatto terreno, come erano state le lotte socialiste e comuniste. Se non sarebbe riemerso il furioso ciarpame nazionalista, etnico, religioso a coprire affari e giochi di potere nella confusione dei poveri e dei perdenti. Chi aveva scritto nella prima metà del `900 «Socialismo o barbarie» aveva ragione. E l'avevamo anche noi, Manifesto, quando siamo nati su due punti cardine: la critica al socialismo reale, che allora nessuno faceva, e il tener ferma quella bussola laica e marxista che aveva elevato il livello dello scontro e lo aveva civilizzato. Erano e siamo minoranze fin troppo lucide.

Certo non è comodo essere soli, è più confortevole cantare nel coro dolcificante dei media e dei dubbi della gente per bene. Si è accolti con entusiasmo. Ma affilare la ragione invece che le spade resta il nostro mestiere. Il resto lo lasciamo a Hungtinton, Fukujama e, ahimé, Calderoli.

ROMA Ci risiamo. Dopo aver santificato Marcello Dell’Utri, aver gridato che la sentenza dei giudici di Palermo è frutto di una persecuzione politica, il Polo si appresta ancora una volta a invadere il terreno della giustizia per ostacolarne il corso con leggi ad hoc, salvare dalla galera gli amici degli amici. Il copione è sempre lo stesso. Dell’Utri è condannato per concorso esterno in associazione mafiosa? Il centro destra ha già iniziato a dire che si tratta di un reato «finto», «da cancellare».

Lo ha detto, subito dopo la sentenza, il capogruppo di An in Commissione Antimafia, Luigi Bobbio. E gli hanno fatto eco due centristi come Carlo Giovanardi («C’è un problema politico e giuridico da risolvere, quello del concorso esterno in associazione mafiosa») e Rocco Buttiglione («Il concorso esterno è reato poco chiaramente definito»). Tutti d’accordo che occorre intervenire sul piano legislativo per abrogare il reato. «Il concorso esterno in associazione mafiosa - sostiene Bobbio - è frutto della creazione della magistratura siciliana, avallata dalla Cassazione. Bisogna assolutamente intervenire sul piano della legislazione per cancellare da un lato una vergogna giuridica e dall’altro una sorta di scatola vuota nella quale si tenta da troppo tempo di infilare chiunque sia sgradito, per le ragioni più varie, a un magistrato inquirente».

Bobbio ha già individuato anche lo strumento: «Una revisione del 416 bis». Che potrebbe essere oggetto di una proposta di legge ad hoc o meglio essere contenuta nel cosiddetto «pacchetto Napoli», le norme anticrimine che si pensa di inserire dentro la pdl sulla recidiva (la cosiddetta Cirielli-Vitali che a sua volta già contiene le norme salva-Previti). Una bella matrioska per levare le castagne dal fuoco a Previti e Dell’Utri in un colpo solo? Quello della matrioska è un gioco in cui il Polo è diventato esperto. Basta presentare emendamenti a un testo già pronto che si raggiunge lo scopo.

Nel caso della Cirielli-Vitali che sarà in aula proprio in questa settimana per essere licenziata prima di Natale (a questo almeno punta Fi) fu un emendamento firmato dal forzista Mario Pepe ad introdurre, nell’estate del 2003, la drastica riduzione dei tempi di prescrizione dei reati. Un emendamento che fu subito ribattezzato salva-Previti (se la legge fosse approvata sarebbe immediatamente applicata anche ai processi in corso per il principio del «favor rei»). E trovò però l’opposizione dell’Udc. L’aennino Cirielli, fra l’altro, si dimise da relatore della legge proprio per le polemiche sollevate dall’introduzione di quell’emendamento. L’Udc (era ancora in corso la fantaverifica di governo)tuonò che si trattava di una «amnistia mascherata». Ed è stato proprio per questo che la legge ridenominata Cirielli-Vitali e che riguarda, ironia della sorte, l’inasprimento delle pene per i recidivi, ha finito per slittare varie volte.

Nel frattempo la maggioranza ha approvato la controriforma dell’ordinamento giudiziario e ha cercato disperatamente di trovare «la quadra» sul pacchetto di norme anticrimine («pacchetto Napoli»). Il ministro della giustizia Castelli avrebbe voluto inserirle nella legge Cirielli-Vitali ma l’ipotesi sembrava essere tramontata perché il ministro dell’Interno Pisanu si era messo di traverso. Così proprio nelle ore in cui la Camera approvava l’ordinamento giudiziario per il pacchetto Napoli sembravano essere rimaste in piedi le due ipotesi alternative di un legge ad hoc (troppo lungo l’iter, però) o di un decreto.

Adesso Bobbio ipotizza la matrioska: una norma salva-Dell’Utri messa dentro il pacchetto Napoli, messo dentro la Cirielli-Vitali che già contiene la norma salva-Previti.

Il rebus è all’attenzione dei cosiddetti «saggi» della Casa. Che però dovranno vagliare anche la percorribilità di un’altra strada, più antica e molto cara al Polo. Quella prospettata ieri dal sottosegretario udiccino alla Giustizia Michele Vietti: ripristinare l’immunità parlamentare, rendere intoccabili deputati e senatori. Strada ardua però. Visto che lo scorso gennaio la Consulta ha già dichiarato illegittimo anche il famoso Lodo Schifani, l’immunità per le alte cariche dello Stato. Per l’opposizione si annuncia un’altra battaglia contro «la scandalosa cultura del privilegio e dell’impunità» (Pecoraro Scanio). Non sarà, come dice il prodiano Franco Monaco, che si dovrebbe rispolverare «la questione morale»? «Ci siamo imposti il dogma del politicamente corretto secondo il quale dovremmo inibirci il giudizio morale e politico sui profili clamorosi e inquietanti delle recenti note sentenze. Neppure dopo sentenze di questa portata che attengono ai rapporti tra corruzione, mafia e politica e che investono i vertici dello Stato, sentiamo il dovere di mettere a tema la questione della qualità etica di una classe dirigente? Una questione morale grossa come una casa?».

Il dottor Dulcamara, che nell´opera buffa affascinava le piazze di paese declamando le virtù del suo elisir e promettendo agli ingenui villici eterna giovinezza, ricchezza e felicità, si è ormai trasferito a Palazzo Chigi e imbonisce con la voce del presidente del Consiglio: per uscire dal ristagno economico e dalle acque morte d´una crescita che da tre anni non si allontana dallo zero, non c´è altra ricetta che la riduzione dell´Irpef e in particolare dell´aliquota massima che colpisce i redditi più elevati, quelli degli imprenditori e dei manager. Basterebbe ridurre quell´aliquota dal 43 al 39 per cento per imprimere all´economia italiana la salutare scossa di cui il nostro Dulcamara cominciò a parlarci fin dall´aprile del 2001.

Come mai un elisir così miracoloso non sia stato ancora propinato e quindi non abbia ancora prodotto i suoi magici effetti, è cosa inspiegabile. Ma ancor più inspiegabile sono le certezze che animano il Dulcamara in questione e il coro dei suoi sodali a dispetto d´ogni senso della realtà.

La realtà è infatti che il numero dei contribuenti che hanno dichiarato un reddito superiore ad un milione di euro è di appena 1.081 (dati della dichiarazione relativa al 2001); nello stesso anno hanno dichiarato redditi superiori ai 300.000 euro annui soltanto 17.000 contribuenti. Riducendo l´aliquota Irpef dal 43 al 39 questi scaglioni di reddito avrebbero un beneficio complessivo di 500 milioni di euro. Sarebbe questa la chiave di innesco della scossa tanto attesa? Chi può prestar fede ad una fandonia di simili dimensioni? Bondi? Schifani? La gentile e graziosa ragazza che fa da qualche giorno la portavoce del nostro beneamato Berlusconi, della quale purtroppo non ricordo il nome?

Noto di passata che la Confindustria, cui presumibilmente sono iscritti i percettori dei suddetti redditi, non ha mai chiesto un provvedimento del genere, anzi si è dichiarata perplessa e addirittura contraria a sperperare risorse pubbliche nella direzione d´uno sgravio fiscale sui redditi personali e in particolare d´un abbattimento dell´aliquota più elevata dell´Irpef.

Non è strana questa resistenza di Confindustria verso una strategia economica di cui i suoi maggiori associati sarebbero i principali beneficiari? Non sarà che non sono tanto allocchi da scambiare per oro fino una patacca di ottone?

* * *

Personalmente non sarei affatto contrario all´aumento dell´imposta sugli autonomi che il ministro del Tesoro chiama pudicamente manutenzione fiscale.

Quel gruppo di contribuenti beneficia già ora d´una sorta di concordato che in realtà configura un permanente condono rispetto al suo effettivo reddito. Il fatto che in tempi di ristrettezze il buon Siniscalco voglia ridurre il livello di quel condono mi sembra del tutto plausibile. Ma vedrete che alla fine da tanto fumo resterà pochissimo arrosto; in tempi elettorali valgono solo gli spot e questa «manutenzione» è assai poco spendibile sul mercato pubblicitario.

Resta come solo e vero perno della manovra il famigerato tetto del 2 per cento che dovrebbe niente meno durare per l´intero triennio 2005-2007. Per tutto questo arco di tempo la spesa corrente complessiva, sia di competenza che di cassa, dovrebbe restar congelata, in termini reali, al livello di spesa del 2003.

Quest´ipotesi non è minimamente credibile. Qualora fosse effettivamente realizzata avrebbe effetti deflazionistici imponenti e indiscriminati. Siamo dunque in presenza d´una strategia dissennata sia nell´ipotesi di mancata realizzazione (nel qual caso salterebbero tutti i parametri e gli obiettivi della manovra) sia nel caso di efficace applicazione (nel qual caso passeremmo dalla stagnazione alla recessione vera e propria).

Aggiungo un´osservazione che non mi pare sia stata ancora fatta. Per l´esercizio 2005 Siniscalco prevede che il tetto del 2 per cento produca minori spese per 7-8 miliardi di euro, necessari a contenere il deficit al di sotto della soglia del 3 per cento fissato dal patto europeo di stabilità.

Nel medesimo esercizio 2005 quello stesso tetto servirebbe a coprire la riduzione dell´Irpef e dell´Irap.

Ma Siniscalco non spiega con quali risorse manterrà il deficit sotto la soglia del 3 per cento. Il tetto che produce 7 miliardi di minori spese non può infatti essere utilizzato contemporaneamente per finanziare due diversi obiettivi: contenimento del deficit e riduzione di entrate. Ho la sensazione che in questo caso Dulcamara, oltre che a vendere falsi elisir, si dedichi anche al gioco delle tre carte; nell´opera buffa questo non è previsto. Caro ministro, qui siamo fuori dal copione.

Tralascio il discorso sul pubblico impiego che ci porterebbe lontano, ma una parola la voglio pur dire. Contrariamente ai propositi della Lega, che se potesse imbarcherebbe i pubblici dipendenti con destinazione Libia insieme agli immigrati clandestini, Siniscalco ha aperto un confronto. Propone aumenti contrattuali agli statali del 5 per cento anziché rispettare il tetto del 2, ma in contropartita vuole il blocco del turn over e anche un accordo di mobilità per trasferire dallo Stato alle Regioni gli impiegati necessari a causa della devoluzione dei poteri. Posso dire che questo è un sogno, una pia illusione che non avrà alcun riscontro nella realtà? Anzitutto il 5 per cento di aumento contrattuale: ci vorrà almeno il 6 per convincere i sindacati, con il che il tetto sarà stato superato tre volte.

Recuperarlo col blocco del turn over? Mi pare un´ipotesi di terzo grado. Quanti sono i pubblici dipendenti che escono ogni anno dal servizio attivo? Il ministro del Tesoro dovrebbe dircelo per poter calcolare l´entità del risparmio, ma dovrebbe anche dedurre da questo ammontare le nuove pensioni da pagare ai dipendenti in uscita. Il risparmio generato dal blocco sta infatti nella differenza tra lo stipendio e la pensione più liquidazione.

Tutto ciò senza introdurre il discorso connesso con la devoluzione. Lo Stato cioè dovrebbe non solo bloccare il turn over ma anche, con una massa di impiegati decrescente, trasferirne alcune decine di migliaia alle amministrazioni regionali. Il ministro Maroni ha dichiarato che lui non ci è mai riuscito e lo dice uno che la devoluzione l´ha voluta a ogni costo e a ogni prezzo.

Allora, direbbe Bossi, dov´è la quadra? Un 6 per cento in più agli statali, recuperato congelando le assunzioni; un blocco che non tiene conto che non tutti i comparti della pubblica amministrazione sono in identiche condizioni, in alcuni ci sono esuberi, in altri invece scarsità, né è pensabile di trasferire un insegnante di lettere a insegnare l´inglese o addirittura a rimpiazzare un impiegato dell´Agenzia delle entrate. Contemporaneamente bisognerebbe trasferire un considerevole gruppo di impiegati dalla Calabria al Veneto, dalla Campania al Piemonte, con tutti i problemi di impianto connessi a mobilità del genere. A chi la racconta, signor ministro del Tesoro?

* * *

La verità è che l´intera struttura della manovra e dei suoi collegati non regge. Ci saranno effetti recessivi, il bilancio non sarà affatto riassestato anche perché il tetto non è un taglio. Dulcamara lo ha ripetuto infinite volte e noi, critici, abbiamo risposto di no, abbiamo sostenuto che tetto e taglio in questo caso erano sinonimi.

Ebbene, abbiamo sbagliato per fervor di polemica. Non sono la stessa cosa.

Se si taglia una determinata spesa si produce un effetto strutturale: quella spesa non c´è più. Ma se si mette un tetto al suo lievitare la spesa continua a esistere. Non cresce ma non scompare; scaduto il tempo del tetto, riprenderà a crescere con raddoppiata irruenza per riguadagnare il tempo perduto. E per produrre gli stessi risultati costerà di più perché nel frattempo i prezzi saranno aumentati.

In realtà il tetto fa parte dei famosi provvedimenti "una tantum" che Siniscalco voleva abolire o per lo meno ridurre drasticamente e che l´Europa, giustamente, vede come il fumo negli occhi.

Diciamolo con franchezza, onorevole ministro del Tesoro: l´intera sua manovra di 24 miliardi, più i 7 necessari a finanziare la riduzione delle tasse, si basa interamente su provvedimenti una tantum salvo le micro-tasse e le micro-economie che in totale non arrivano a 2 miliardi. Quando il tetto verrà tolto il suo successore si troverà di fronte a un baratro. La Commissione europea ha accettato, sia pure con sordi brontolii, le sue spiegazioni sul tetto visto come intervento strutturale. Non credo che a Bruxelles siano rimbecilliti. In realtà le hanno fatto un favore, hanno chiuso un occhio. Ma continuano a rognare sulle una tantum. E se tra qualche mese, con la nuova Commissione, apriranno l´occhio socchiuso e le chiederanno conto della panzana che lei ha raccontato a loro e a noi, lei che cosa farà?

* * *

Bisognava iniettare potere d´acquisto prontamente spendibile nelle tasche della massa dei consumatori, quelli che stanno a metà della trottola dei redditi, non i 18 mila che stanno al vertice. Questo bisognava e bisogna fare.

Restituendo il "fiscal drag". Fiscalizzando gli oneri sociali entro una fascia di retribuzioni. Abolendo l´Irap o riducendola drasticamente. Razionalizzando ma non annullando gli incentivi e i crediti d´imposta alle imprese. Trovando la copertura con interventi mirati sugli immobili, sulle rendite, sulle plusvalenze finanziarie.

Il reddito ristagna ma i patrimoni in termini nominali sono molto cospicui in Italia e dunque bisogna mettere a contribuzione i patrimoni per rilanciare i redditi.

La parola patrimonio fa paura? Ma è già colpito il patrimonio. La chiamano Ici ma non è forse un´imposta patrimoniale? Certo, come spot pre-elettorale, funziona poco. Perciò continuiamo così. Stiamo andando dritti verso la bancarotta, caro Follini.

Lei mi dirà: perché si dirige proprio a me? E a chi mi dovrei dirigere? Lei è un moderato. Un centrista. Ha a cuore gli interessi del paese e non quelli del partito. Si è arrabbiato di brutto contro chi lo definiva cane da pagliaio o tigre di carta. Ha fatto la faccia feroce verso i suoi alleati che (se ne era accorto anche lei) dilapidavano le finanze dello Stato. Ha applaudito insieme a Fini al siluramento di Tremonti. E non si accorge che Siniscalco è la fotocopia del predecessore e forse anche peggio? E vota con tranquilla coscienza una legge di riforma costituzionale che ci porterà alla bancarotta; un premierato che sopprime di fatto il regime parlamentare e la presidenza della Repubblica. Ora infine voterà una vergognosa legge finanziaria interamente basata su provvedimenti provvisori.

Ma quando si guarda allo specchio (della coscienza) che sentimenti prova?

P. S. Mentre scrivevo questo articolo mi è arrivata la notizia che il nostro presidente della Repubblica ha dovuto subire un intervento chirurgico per fortuna di leggera entità, felicemente concluso. Mi permetto di utilizzare questo spazio per inviargli gli auguri più affettuosi. Un uomo come lui, se non ci fosse stato, avremmo dovuto inventarcelo: così si dice quando si vuole significare una presenza indispensabile. Tanto più indispensabile in un´epoca che abbonda di Dulcamara e di Tartufi. Lunga vita e buona salute a nome di tutti quelli che vedono in lei l´usbergo delle nostre istituzioni democratiche e dei nostri sentimenti morali di libertà e di giustizia.

Scrive Vittorio Zucconi su 'Repubblica' del 20 settembre che tra le (quasi impossibili) elezioni irachene che dovrebbero tenersi nel prossimo gennaio e le elezioni presidenziali Usa del 2 novembre corre un filo diretto. Bush ha assoluto bisogno di mantenere nell'opinione della maggioranza degli americani la fiducia nel buon andamento della situazione irachena, premessa per lui indispensabile alla vittoria elettorale. Perciò cerca con tutti i mezzi di attenuare e nei limiti del possibile nascondere le dimensioni del disastro iracheno. Su queste reticenze e menzogne si fonda in larga misure il suo vantaggio sul rivale Kerry. Quando infine la verità apparirà lampante, sarà troppo tardi, Bush avrà conquistato il suo secondo mandato e il partito democratico dovrà rinviare a chissà quando i propositi di tornare alla Casa Bianca.

Zucconi non è il solo a formulare questa diagnosi, direi che quasi tutti i più seri analisti della politica americana concordano sul fatto che il maggior 'peccato' da imputare all'amministrazione Bush non è l'errore compiuto nello scatenamento della guerra irachena, ma nella devastazione che essa ha causato al principio della trasparenza e all'obbligo della verità come elementi basilari della democrazia.

Reticenze e menzogne sono pratiche incompatibili con la democrazia in genere e con quella sancita dai padri fondatori della Costituzione americana in particolare. La guerra preventiva contro Saddam Hussein e quel che ne è seguito hanno prodotto ferite difficilmente rimarginabili del tessuto politico e morale del più grande paese del mondo, con conseguenze ancora non valutabili sul resto dell'Occidente.

Mi permetto tuttavia di avanzare un'altra ipotesi, non necessariamente alternativa alla precedente. Secondo me non è soltanto l'iniziativa di Bush e la sua presenza al vertice ad aver indotto forti mutamenti nel sistema, ma il fatto che è il sistema in quanto tale che sta cambiando natura. La democrazia americana conserva certamente le profonde caratteristiche che presiedettero alla sua fondazione e alla sua evoluzione nel corso di duecent'anni, ma ne ha acquisite altre in tempi più recenti e son per più aspetti contraddittorie rispetto a quelle tradizionali. Per dirla in breve, il sistema americano sta rapidamente evolvendo verso una sorta di democrazia imperiale, sia a causa di proprie pulsioni interne sia a causa di mutamenti altrettanto profondi in corso in Europa e in Asia. Questa evoluzione è stata soltanto accelerata dall'evento dell'11 settembre. Secondo me sbaglia chi fa coincidere la nuova storia del pianeta con quella data e con il trauma che l'abbattimento delle torri gemelle ha cagionato nel popolo americano. Il mutamento era cominciato parecchio tempo prima. L'11 settembre ne costituisce non la causa, ma una delle concause e per certi aspetti addirittura un effetto. E Bush, con tutto il corteggio dei neo-conservatori da un lato e della religione 'crociata' dall'altro, rappresenta l'inevitabile prodotto di questo complesso di circostanze.

A questo punto si pone una domanda: quando e perché gli Stati Unti sono diventati una democrazia imperiale? Il quando si può situare nel momento della caduta del Muro di Berlino, cioè dell'implosione e del disfacimento dell'Urss e del trionfo del cosiddetto pensiero unico: esce di scena l'altra grande potenza nucleare, affonda l'ideologia comunista, si dispiega con tutta la sua forza la globalizzazione dei mercati, delle comunicazioni, del costume.

Il perché è dato dall'altra faccia della stessa medaglia ed è il dominio, conclamato e spinto al parossismo, della tecnologia su tutti gli altri aspetti della vita sociale e perfino individuale. Al punto che da parte di una linea di pensiero molto autorevole si comincia a sostenere che il rapporto di dipendenza della tecnologia dall'uomo, che ha retto l'evoluzione della nostra specie dalla comparsa dell''homo sapiens' fino a oggi, è stato da un paio di decenni almeno capovolto. Ora è la tecnologia, intesa come massa di prodotti e di saperi, che guida l'uomo e lo condiziona nelle sue scelte e quindi nella sua evoluzione; insomma nel mutamento del suo essere, nelle scelte dei suoi obiettivi, nella sua stessa struttura antropologica.

Gli Stati Uniti sono di gran lunga la prima potenza tecnologica del pianeta. In un mondo globale dominato dalla tecnologia è chiaro che l''imperium' spetterà a chi possiede le risorse tecnologiche nel guidarlo. La classe dirigente americana è perfettamente consapevole di queste verità. Forse per una parte della popolazione questa consapevolezza non è ancora del tutto chiara, ma sia pure in modo implicito tutti i cittadini di quella grande e collaudata democrazia sanno qual è ormai il ruolo dell'America nel mondo . La scomparsa di fatto del vecchio isolazionismo ne costituisce il segnale più evidente: in un mondo globale e tecnologico l'isolazionismo non ha più senso alcuno, la delocalizzazione delle attività cancella i confini e le aree di influenza. Cambiano inevitabilmente le modalità della guerra. Infine, spiace doverlo dire ma è semplicemente una constatazione, in un mondo dominato da gigantesche forze tecnologiche concentrate in un solo paese, il modo di opporvisi è soltanto quello del terrorismo. Esso costituisce la risposta del mondo debole all''imperium' dell'unica potenza planetaria esistente. Piaccia o non piaccia, la situazione è questa. Di conseguenza sta cambiando il sentire del popolo americano.

Un popolo che partecipa al suo ruolo e al suo destino imperiale giudica i fatti con una scala di valori diversa da prima e diversa da quella ancora valida per gli altri popoli. Certo anche la potenza imperiale si può dar carico di una diffusione equilibrata del benessere nella misura in cui essa rafforzi ed estenda il suo ruolo. La potenza imperiale si assegna altresì il compito di insegnare ai paesi soggetti le forme e i metodi del buon governo, sempre che sia un buon governo disposto a riconoscere e accettare l'appartenenza all'impero, dal quale deriva la legittimazione d'ogni altro potere.

In tale contrasto è del tutto naturale il 'neglect' nei confronti dell'Onu e dell'Europa quando da loro provengano segnali di resistenze e di critica: l'impero non sopporta limitazioni esterne alla sua forza e al suo potere legittimante. Questa sembra a me la realtà in cui viviamo e questo autorizza a pensare che non sia Bush a manipolare la vera anima dell'America ma che Bush esprima l'anima imperiale dell'America. Probabilmente la esprime male e forse può condurla alla sconfitta. Ma questo è un altro discorso.

Improvvisamente compare il presidente del Senato, in una drammatica intervista a piena pagina sul quotidiano la Repubblica, si mette in posa accanto al cadavere di Enzo Baldoni, per il quale, da vivo, da ostaggio, da uomo in estremo pericolo, non ha detto una parola né fatto un gesto, e dice: «I terroristi, che non sono pochi gruppi fanatici ma un grandissimo fronte che attraversa il mondo, proclamano la sharia, dichiarano la jihad, vogliono colpire l'Occidente, sono determinati a distruggere la nostra civiltà. C’è una guerra dichiarata e noi dobbiamo decidere come atteggiarci. Possiamo combatterla questa guerra, oppure possiamo alzare le mani».

Lo stupore dei lettori è facilmente immaginabile. La uccisione barbara e misteriosa del pacifista Baldoni, ad opera di un gruppo barbaro e misterioso, serve al presidente del Senato italiano per dichiarare la guerra universale.

Un evento importante - oltre che tragico - se si pensa che Pera è la seconda carica dello Stato, e che in quella veste ha sempre espresso tutto il suo disprezzo per i pacifisti (da vivi) come Baldoni. Anche in questa intervista-proclama, il presidente del Senato non ha la mano leggera. Ascoltate: «Una grande parte del clero o tace o marcia per la pace, come se non fosse affar suo difendere la civiltà cristiana».

Qualcuno ricorderà che Marcello Pera incarna una alta funzione istituzionale, che, per definizione, è al di sopra delle parti.

Ecco come la vede lui, nella straordinaria intervista-proclama: «Se il problema è la tutela della nostra civiltà, la questione va ben oltre le divisioni interne. Va addirittura oltre quell’unità di fondo che dovrebbe esserci in politica estera. Destra e sinistra dovrebbero unirsi per fare sforzi comuni e trovare strategie contro il terrorismo. Truppe sì, truppe no, svolta sì, svolta no è una discussione tardiva».

Il modello Pera è semplice: 1- Come intendere il dialogo: noi parliamo e voi ascoltate. 2- Che cosa intendiamo per strategia comune: noi decidiamo la guerra e voi vi arruolate, e anzi manifesterete il dovuto entusiasmo. 3- Qualunque altro distinguo è da imbelli o da traditori.

Come si vede, Pera è al di sopra delle parti nel senso che vede dissenso, intellettuali, pacifisti (quelli vivi) oppositori come rimasugli di una povera visione arretrata. Esistono solo lui, la sua parte unica e giusta (presumibilmente Dio è con lui e non con quegli stupidi preti che marciano per la pace) e una bella guerra di civiltà. Lui esorta: dobbiamo andare tutti in Iraq. E non sembra che parli di un convegno. Marcello Pera ha corso un rischio. Ha proclamato la sua guerra santa, con speciale cattivo gusto, sulla tomba non ancora trovata di un uomo di pace, nelle stesse ore in cui le sue controparti francesi hanno avuto - per tempo, prima che si compia un altro delitto - uno scatto di impegno per salvare in ogni modo due vite.

Per Jacques Chirac, per il presidente del Consiglio di quel Paese, per il ministro degli Esteri francese, non è sembrato eccessivo - invece di invocare la jihad cristiana - impegnare ogni attimo e ogni risorsa della loro autorità e del loro peso nel mondo per riportare a casa, sani e salvi, i due giornalisti. Se falliranno, in queste ore angosciose, potranno dire al loro Paese che non erano in vacanza, e che hanno tentato il tutto per tutto. Se ci riusciranno, Marcello Pera si ritroverà ad essere il rappresentante di un’Italia sola, triste e pericolosa, un Paese arruolato agli ordini di altri, nella guerra santa nonostante i suoi cittadini e la sua Costituzione.

«Si ode a destra uno squillo di tromba / a sinistra risponde uno squillo». Oppure: «Se voi suonerete le vostre trombe noi suoneremo le nostre campane». Scegliete voi, cari lettori, quali di questi due celebri motti sia più adatto a rappresentare le due sentenze susseguitesi di poche ore e rispettivamente riguardanti Silvio Berlusconi (tribunale di Milano) e Marcello Dell´Utri (tribunale di Palermo).

A me sembra più adatto il primo: dà conto dei fatti, la magistratura ha parlato, è stata finalmente messa in condizioni di andare a sentenza dopo anni di esame delle carte processuali e (nel caso Berlusconi-Previti) di impedimenti processuali e legislativi pervicacemente frapposti dagli imputati e dai loro difensori per guadagnar tempo e far scorrere il più possibile i termini della prescrizione. Poi ci si lamenta per le lentezze della giustizia quando sono stati proprio due imputati eccellentissimi a farla avanzare col passo del gambero e della lumaca.

Il secondo motto configura piuttosto lo spirito dei commenti alquanto esagitati diffusi dai dirigenti del centrodestra subito dopo la condanna di Dell´Utri: la sentenza di Palermo vista come rappresaglia dei giudici palermitani rispetto a quella parzialmente liberatoria dei giudici milanesi.

Questi ultimi lodati, i primi vilipesi senza eccezioni.

Commenti stonati, di fronte ai quali spicca il riserbo e la prudenza del centrosinistra, dove nessuno si è peritato di buttarla in politica, neppure quelli che hanno espresso rammarico per il mancato rifiuto da parte del presidente del Consiglio di non accettare il proscioglimento per prescrizione, applicato dal tribunale ad uno dei capi d´imputazione, come la carica che ricopre avrebbe dovuto consigliargli.

In realtà le sentenze dei due tribunali rappresentano l´essenza della normale e corretta attività di giurisdizione affidata alla magistratura giudicante in libera dialettica con la pubblica accusa, le parti civili e la difesa degli imputati e, soprattutto, sono il risultato della libera valutazione dei fatti e l´applicazione ad essi delle norme vigenti.

Può darsi che i giudici dell´appello emendino la condanna a Dell´Utri o può darsi che la confermino. Sulla base delle risultanze emerse in processo, per quello che ne è stato ampiamente riferito dai giornali, a noi sembra che il reato di concorso esterno in associazione mafiosa sia stato ampiamente provato. Il collegio giudicante comunque, dopo aver discusso per ben tredici giorni in camera di consiglio e dopo sette anni da quando l´inchiesta della Procura ebbe inizio, ha concluso in modo limpido e netto per la colpevolezza.

Dell´Utri, nella sua dichiarazione successiva alla condanna, ha anche ribadito che proseguirà nella sua attività politica e adempirà all´importante incarico che Berlusconi gli ha affidato di organizzatore della campagna elettorale di Forza Italia. È un suo diritto: innocente presunto fino a sentenza definitiva.

Certo l´accusa per la quale è stato condannato è molto pesante. La sensibilità d´una persona normale opterebbe piuttosto, se non sulle dimissioni dalla carica di senatore, almeno sull´astensione da incarichi di rilievo che hanno come destinatari nientemeno che gli elettori. Ma la sensibilità morale è ormai una merce rarissima. Pensare di trovarla nell´anima di Marcello Dell´Utri equivarrebbe a sognare ad occhi aperti. Infatti nessuno ci ha mai pensato.

E´ stata invece sorprendente la solidarietà "umana" manifestatagli con pubblica dichiarazione dal presidente della Camera alla vigilia della sentenza. Casini ricopre una carica costituzionale molto elevata. L´amicizia personale, se del caso, la si esprime in forme strettamente private. Esternata pubblicamente getta un´ombra di interferenza nei confronti del potere giudiziario che Casini avrebbe potuto e anzi dovuto rigorosamente evitare.

* * *

Più complessa, pur nelle venti righe del suo dispositivo, è stata la sentenza del tribunale di Milano nei confronti di Silvio Berlusconi. I colleghi D´Avanzo e Giannini ne hanno già ampiamente scritto sul nostro giornale di ieri.

Aggiungerò poche osservazioni ai loro commenti.

A me sembra che i giudici milanesi non siano stati pusillanimi né che abbiano scelto una via mediana e indolore usando un eccesso di sottigliezza giuridica.

Dovevano giudicare tre capi d´imputazione che configuravano tutti e tre la corruzione di magistrati. In un caso l´imputato è stato assolto con formula piena (regalo di gioielli nel corso d´un viaggio di vacanza). In un altro caso, che configurava una corruzione connessa ad un processo specifico, l´imputato è stato assolto sulla base dell´articolo 530 del codice di procedura penale che consente l´assoluzione se le prove non sono ritenute sufficienti. Nel terzo caso (denari versati dalla Fininvest al magistrato Squillante) la prova (hanno detto i giudici) è stata raggiunta ma, con la concessione delle attenuanti, il reato risulta prescritto e quindi l´imputato è prosciolto.

Sentenza pusillanime? Ho già detto che a me non sembra. La sola, vera questione sta nella concessione delle attenuanti generiche. Potevano concederle o negarle. E quindi prosciogliere (come hanno fatto) o condannare.

Giuridicamente cambiava molto; politicamente e moralmente non cambia quasi nulla. La sentenza ha infatti accertato che Berlusconi ha versato 500 milioni di lire a Squillante (già condannato nel processo collaterale a otto anni di reclusione) per corromperlo. È uno dei reati più gravi previsti dal nostro codice. Il fatto che il decorso dei termini lo abbia prescritto non cambia nulla nel giudizio morale e politico. Sempre che, naturalmente, i giudici di appello non modifichino e capovolgano la sentenza di primo grado in senso assolutorio per l´imputato.

Qualcuno ha scritto che la sentenza smentisce l´impianto accusatorio della Procura. Non mi pare.

Un´assoluzione per insufficienza di prove e un proscioglimento per decorrenza di termini non distrugge un bel niente, al contrario conferma almeno per la metà l´impianto accusatorio. Allo stesso tempo dimostra l´indipendenza e la terzietà del collegio giudicante rispetto al Pubblico ministero. Che si vuole di meglio e di più? Non dobbiamo essere rispettosi del libero convincimento dei magistrati? Non è su di esso che si basa soprattutto l´indipendenza della giurisdizione? E non è quello il bene da tutelare ad ogni costo e che (sia detto qui incidentalmente) la riforma della giustizia approvata pochi giorni fa dal Parlamento ed ora alla firma del presidente della Repubblica, fa di tutto per condizionare e financo impedire?

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Mi restano ancora da fare poche osservazioni su due questioni importanti: le connessioni politico-morali tra il processo Dell´Utri e Berlusconi; i rapporti, in generale, tra la politica e l´attività di giurisdizione.

Sulla prima questione non c´è che constatare come nell´intero processo Dell´Utri si veda in filigrana l´ombra di un convitato di pietra; nell´opera mozartiana si tratta del Commendatore, qui il convitato di pietra è un Cavaliere.

Tutta l´attività di Dell´Utri nella sua presunta collaborazione esterna con l´associazione mafiosa si svolge, in Sicilia come a Milano, nell´interesse della Fininvest e fa parte integrante della storia della Fininvest ai suoi albori, alle sue prime affermazioni imprenditoriali, alle sue iniziali e consistenti accumulazioni finanziarie. In sede giudiziaria il processo riguarda esclusivamente Dell´Utri; ma in sede politico-morale riguarda direttamente anche Berlusconi. I due sono legati a filo doppio come, su un altro versante, Berlusconi è legato a Cesare Previti.

Fini e Follini (e Bossi e Tremonti) conoscono perfettamente questa realtà.

Il loro silenzio, anzi la copertura blindata che hanno sempre dato al Capo su questo terreno, pesa come un macigno sulla fragilità dei loro piccoli strappi e minime ribellioni. Simul stabunt, simul cadent.

E ora la questione del rapporto tra la politica e la giurisdizione.

«Sarebbe ora ? scrivono molti dei nostri terzisti in servizio permanente effettivo ? che politici e magistrati comprendessero di svolgere due attività separate e distinte nelle quali debbono reciprocamente guardarsi dall´interferire». «In democrazia non è vero che la legge sia eguale per tutti». «I politici non possono esser giudicati dai magistrati, rispondono soltanto ai loro pari e al popolo degli elettori».

Queste affermazioni contengono una verità ovvia e una pericolosa bugia. La verità ovvia sta nel fatto che la giurisdizione non può avere ingresso nell´attività legislativa del Parlamento così come governo e Parlamento non possono avere ingresso nelle attività istruttorie e processuali. Ma ? ecco la nefasta bugia ? il politico che commetta reati comuni, tanto più se li ha commessi prima di ricoprire un qualsivoglia ruolo politico, è soggetto alla legge e alla giurisdizione né più né meno d´ogni altro cittadino. Non può invocare alcuna particolare immunità né alcuna particolare indulgenza né alcun foro speciale. Salvo il caso in cui si tratti non già di reati comuni ma di reati politici, per i quali infatti esistono speciali procedure che culminano nell´impeachment, cioè nello stato d´accusa votato dal Parlamento e rimesso per il giudizio alla Corte costituzionale.

E´ singolare che i nostri terzisti confondano tra loro concetti così elementari e incalzino i magistrati affinché rispettino il ruolo dei politici astenendosi dall´applicare anche a essi quel sindacato di legalità la cui esistenza distingue lo Stato di diritto dai regimi totalitari. O si tratta di ignoranza delle norme ordinamentali e dei principi del diritto, oppure si tratta di malafede partigiana.

Il presidente del Consiglio ha cambiato idea. Non è la prima volta che accade e non sarà certamente l'ultima. Di fronte alla forza dei numeri aveva accettato di ridurre l'Irap (di poco, ma comunque un po', tanto per la scena) e di alleviare il bilancio delle famiglie del ceto medio che non ce la fa più ad arrivare alla fine del mese (di pochissimo, 8 euro al mese, un buffetto sulla guancia per comprarsi un gelato "una tantum") rinviando al 2006 il famoso taglio dell'Irpef per 6 miliardi e mezzo (anche in questo caso un altro buffetto che non avrebbe dato alcuna salutare scossa all'economia ma sarebbe comunque servito come spot elettorale).

Ma in tre giorni si è accorto che questo stentato calendario aveva provocato uno scossone alla sua immagine e al consenso dei suoi più fedeli elettori. I sondaggi, quelli che stanno rilevando settimana per settimana lo smottamento dei consensi, registravano una caduta del 6-8 per cento; lo stato maggiore di Forza Italia si agitava come non mai; perfino i giornali a lui più fedeli lo criticavano con titoli a tutta pagina.

Così ha fatto un'inversione di rotta totale: ha riportato al 2005 il taglio dell'Irpef spalmato su tre scaglioni e ha cercato d'imporre agli alleati e al ministro del Tesoro la prescrizione necessaria al suo spot elettorale.

Naturalmente mancava (e manca tuttora) la copertura finanziaria, ma che importanza ha la copertura? Chi cerca trova. Siniscalco è lì per questo.

Perciò si sbrighi.

Agli alleati riottosi ha promesso carote e bastonate. A Fini la Farnesina, a Follini la vicepresidenza del Consiglio, a tutti e due un ulteriore rimpastone a rate con almeno un nuovo ministro per ciascuno, alla Lega il governatorato della Lombardia, Formigoni permettendo.

In alternativa la bastonata suprema: se non ci state mi dimetto e andiamo alle elezioni anticipate. Niente lista unica e nessun collegamento: ci vado da solo con Forza Italia e muoia Sansone e tutti voi insieme, oppure vinco da solo e di voi resteranno soltanto cenere e vento.

Fini intanto ha accettato la carota; la Farnesina lo attrae da tempo e d'altra parte metà se non addirittura tre quarti dei suoi colonnelli sono già conquistati dal Cavaliere. Follini finora resiste, ma è stretto tra una metà del suo partito e Casini.

Naturalmente tutto dipende dalla famosa copertura finanziaria che Siniscalco deve trovare. E dipende anche dalla credibilità della predetta copertura che, qualora fosse risibile, indurrebbe Ciampi a respingere la legge.

Per ora si aspetta. Nei primi giorni della settimana si conoscerà la ricetta del ministro del Tesoro e si saprà qual è il finale di questa lunghissima telenovela che ha realizzato la sintesi tra l'opera buffa e il dramma; un genere teatrale finora sconosciuto nella storia del teatro anche se ben noto alle cronache politiche italiane.

Mancano, si dice, un paio di miliardi per chiudere la partita delle tasse. In realtà, come sa bene il ministro dell'Economia, ne mancano parecchi di più.

Due miliardi di ammanco li ereditiamo dai conti del 2004 e sono soltanto una piccola parte del lascito avvelenato di Tremonti (diventato garrulo dopo un breve silenzio) al suo ingrato successore. Tra poche settimane sapremo, a consuntivo, se in quell'esercizio sia stato superato il deficit del 3 per cento imposto dai patti di Maastricht.

Quasi certamente sì.

Tre miliardi derivano dal minor gettito del condono edilizio, prorogato più volte e reso ancor più indecente di quanto non fosse fin dall'inizio.

La stretta sulle finanze dei Comuni e sulla Sanità e l'indebitamento degli Enti locali si scaricheranno sui conti generali della pubblica amministrazione oltre che sulle prestazioni dovute ai cittadini. Gli incentivi alle imprese sono stati pressoché azzerati; per tutto il 2005 non vedranno un soldo neppure sotto forma di prestiti agevolati.

La scuola è senza fondi e gliene vogliono togliere ancora.

La riforma Moratti, per pessima che sia, ha comunque un suo costo ma non si sa come farvi fronte.

La domanda finora inevasa non è dunque dove e come trovare i 2 miliardi dei quali Siniscalco è in affannosa ricerca, ma dove e come trovarne almeno 6 e forse di più, come già preconizzato dagli ispettori del Fondo monetario.

Aggiungete a tutto ciò la stasi dei consumi, il crollo delle esportazioni dovuto all'apprezzamento dell'euro, il taglio degli investimenti, i contratti del pubblico impiego, e dite se c'è spazio e se c'è senso alla riduzione dell'Irpef nel 2005 (e anche nel 2006).

I consensi di Berlusconi calano? Ma questo, lasciatecelo dire, è un problema suo e non dei cittadini di questo paese.

Si sa (lo afferma Berlusconi) che il maxi-emendamento che il governo presenterà in Senato è già pronto. Si mormora che gli aumenti già promessi agli statali saranno ridotti dal 5 e mezzo al 3,7 per cento e il blocco del turnover esteso a due anni. Si mormora che le "finestre" per i pensionati in uscita saranno diminuite nel 2005 da tre a una soltanto, che i tagli all'Irap saranno rinviati di un anno, il condono edilizio ancora una volta prorogato tanto per metterci accanto una cifra qualsiasi in entrata. Infine il blocco delle sovraimposte ai Comuni e ritocchi vari alle accise, al Lotto, allo spicciolame della spesa.

Accetterà Fini il bastone sugli statali dopo la vistosa carota personale ricevuta con la feluca degli Esteri? Si piegherà Follini o deciderà invece di "vedere" il bluff berlusconiano tra Irpef ed elezioni anticipate? Che si tratti di un bluff è di tutta evidenza, ma decidere di andarlo a vedere implica comunque coraggio. E definitiva rottura. Questo è il punto: o giocare ancora a padrone e sottopadrone o alzarsi dal tavolo e sceglierne un altro.

Francamente mi sembra improbabile.

I critici del centrosinistra gli rimproverano di crogiolarsi con i guai della coalizione avversaria senza però esporre le sue proposte per ridare slancio all'economia italiana avviando nel contempo il risanamento della pubblica finanza dilapidata dai tre anni del malgoverno Berlusconi-Tremonti.

Mi sembra che sia una critica giusta, tanto più che, se il centrosinistra vincerà le elezioni del 2006, riceverà in eredità una finanza pubblica ridotta in macerie sicché risanarla sarà pesantissimo.

Secondo me i termini del problema sono molto chiari.

Viviamo una fase di sostanziale stagnazione dei redditi, degli investimenti, della domanda. La congiuntura mondiale ha robustamente influito nel determinare questa situazione.

La ripresa in Usa c'è stata a partire dal 2003 e continua sia pure a ritmo ridotto. La brusca discesa del dollaro serve a sostenere le esportazioni Usa e a contenere l'enorme disavanzo commerciale col resto del mondo. Non incoraggia tuttavia il resto del mondo - e segnatamente le Banche centrali e gli investitori istituzionali - a mantenere le loro riserve di liquidità in buoni del tesoro Usa.

Se le Banche centrali e gli investitori istituzionali del Medio Oriente e del Far Est (Cina, Giappone, Singapore) decidessero di convertire in euro almeno una parte delle riserve collocate in Treasury Bonds, il mercato valutario segnerebbe tempesta e la Federal Reserve dovrebbe correre ai ripari uscendo dal suo olimpico "benign neglect". Ma è un'ipotesi remota e non so neppure augurabile.

L'Europa deve dunque provvedere da sola a rimettersi in moto e l'Italia, vagone di coda, deve contribuire al rilancio e al buon governo proprio ed europeo inevitabilmente agganciati.

Ho già ricordato che stiamo attraversando una lunga fase di redditi e di domanda stagnanti. Aggiungo che la struttura dei nostri redditi è una delle più squilibrate, forse la più squilibrata in Europa; da noi le differenze tra le varie fasce sono le più alte e generano malessere, insicurezza, invidia sociale. Il risanamento della finanza pubblica e il rilancio della domanda non possono cioè prescindere da una politica di incentivi alla domanda e all'offerta e da un'azione perequativa non cosmetica ma sostanziale.

Per finanziare entrambi questi obiettivi di sostegno e di perequazione dei redditi, la principale fonte disponibile è quella dei patrimoni e delle rendite.

Abbinata a riforme di liberalizzazione efficaci.

I patrimoni in Italia sono cospicui perché i redditi più elevati, le plusvalenze, i guadagni accumulati nel tempo con l'inflazione quando viaggiava a due cifre, i profitti enormi derivanti dall'urbanizzazione e dalla valorizzazione delle aree destinate all'edilizia, hanno determinato un ammontare di ricchezza molto rilevante e in larga misura improduttiva.



Bisogna rimettere in circolo quella ricchezza.

Incoraggiare con opportune misure chi la detiene ad investirla produttivamente e/o prelevarne una quota per finanziare la politica di sostegno dei redditi, della domanda e dell'offerta.

So bene che la sola parola "patrimoniale" è tabù. I partiti fanno di tutto per non pronunciarla come si trattasse di una pestilenza maligna. Ma un osservatore oggettivo non può esimersi dal constatare che viviamo in un'economia dove si è ormai formata una palese contraddizione tra formazione dinamica dei redditi da un lato e statica consistenza dei patrimoni dall'altro. A cominciare dalle rendite mobiliari che in Italia sono fiscalmente colpite la metà di quanto avvenga negli altri paesi di Eurolandia.



Del resto il governo attuale ha già messo mano a questo deposito di ricchezza con la rivalutazione degli estimi catastali. Non è forse un'imposta sul patrimonio quella che accresce l'imponibile riferendo ad esso una serie di imposte dall'Ici alle tasse sui rifiuti urbani ? Il passo successivo dovrebbe riguardare le rendite e la ritenuta secca sulle cedole che è del 12,5 per cento da noi e oltre il 20 in Europa.



Liberalizzare i mercati, sostenere i redditi e perequarne la struttura, rilanciare consumi e investimenti, fiscalizzare per le fasce deboli la contribuzione sociale diminuendo in questo modo il costo del lavoro e quindi migliorando la competitività, incoraggiare la progettualità e le priorità degli investimenti, mettere a contributo i patrimoni inerti: non sono questi altrettanti elementi d'una politica economica attiva e - se le si vuole dare una denominazione - di stampo moderno e liberal-socialista? O uno slogan sempre verde: giustizia e libertà?

Anche altri avevano proposto la patrimoniale: ecco Epifani

Ci sono questioni che, ogni qualvolta irrompono nel dibattito politico, assumono valore sintomatico, scompaginano schieramenti, portano a galla l'incoffessabile. Una di queste è la sessualità, in specie nelle sue manifestazioni ritenute «anormali» o perverse o pericolosamente libere rispetto a una «regola» fallocratica e machista. Che si tratti di autorizzare il desiderio femminile di diventare o di non diventare madre, di sanzionare il potere maschile di esercitare violenza su una donna, di tutelare giuridicamente le coppie omosessuali, ogni qualvolta il territorio della sessualità entra a contatto con quello della politica e della normazione giuridica le reazioni idiosincratiche si sprecano - e in Italia lo sappiamo bene dall'iter tortuoso delle leggi sull'aborto, sulla procreazione assistita, sulla violenza sessuale. Col caso Buttiglione però s'è passato il segno. E la rapidità con cui, nel giro di pochi giorni, sono stati creati i neologismi di teo-con, rad-con, laico-clericali per dare nome al vasto fronte dei suoi sostenitori, la dice lunga sul fatto che siamo di fronte a una novità: a differenza della politica, la lingua non mente. Il vasto fronte di sostenitori di Buttiglione, che va dal Foglio ai cosiddetti «terzisti» di fede liberale del Corsera e della Stampa , ha creduto di ravvisare nella sua bocciatura a commissario per la giustizia, le libertà e la sicureza della Ue un episodio «contrario a una visione laica e liberale delle istituzioni». Non è laico né liberale, sostengono nell'appello pubblicato giorni fa sul Foglio, «giudicare un politico cattolico o di qualsiasi altra confessione o formazione culturale in base alle sue idee e al suo credo». E in base a che cosa se non alle sue idee e ai suoi atti, di grazia, dovrebbe essere giudicato un politico in democrazia? In base alle sue promesse, obiettano i radcon-teocon: Buttiglione ha detto come la pensa sui gay, la famiglia, le madri-single, la procreazione assistita, promettendosi però fedele al comandamento kantiano della separazione fra diritto e morale. Bene, i parlamentari che lo esaminavano non gli hanno creduto; e giustamente, non potendo il candidato estrarre dal suo curriculum politico italiano ed europeo alcuna prova del suo credo kantiano. Siamo nell'ambito di una normale, normalissima dialettica politica democratica, come ha riconosciuto Massimo Teodori rompendo il fronte sul Giornale di ieri. Una dialettica, per una volta, sgombra dall'urgenza della mediazione giuridica: non si votava su una legge ma su un candidato, che per giunta sbandierava le sue idee in contrasto con quella Carta dei diritti che nell'Unione, ai teo-con piacendo, fa già norma, come ha ricordato Miriam Mafai.

Ma in Europa c'è una pericolosa deriva laicista, sostengono i teo-con impugnando il rifiuto di inserire in Costituzione il richiamo alle radici ebraico-cristiane dell'Unione. Per la verità avrebbero a disposizione altri e più convincenti argomenti, che però si guardano bene dall'usare. La legge francese contro il velo, per dirne una, è un pessimo esempio di uso della laicità a fini di assimilazione. Ma di quella non si parla, anzi molti dei teo-con ne parlano solitamente benissimo, perché giova allo scopo. Quale? Quello di fare barriera contro l'invasione islamica che turba i loro sonni.

Con il che siamo al movente numero uno della campagna sul caso Buttiglione, che è - dichiaratamente - solo un capitolo di una più vasta offensiva squisitamente reazionaria a favore di una identità europea, anzi occidentale, arroccata sui valori tradizionali e contro la minaccia del multiculturalismo, del pluralismo etico, del politically correct. L'offensiva, sia chiaro, marcia su un campo di crisi: ovunque in Occidente il multiculturalismo è in difficoltà, il pluralismo etico rischia di soccombere sotto i colpi dello scontro di civiltà, il politically correct non è esente da risvolti di ipocrisia sociale. Ma i teo-con non vanno per il sottile e usano argomenti stupefacenti per rozzezza e isteria. Si va dal timore di Galli della Loggia per la minacce dell'omosessualità all'antropologia monoteista ai rimpianti di Panebianco per l'Europa pre-secolarizzata, dalla facciatosta di Gaetano Quagliariello che vede nei cattolici una minoranza oppressa alle libere associazioni di Giuliano Ferrara fra la bocciatura di Buttiglione, il nullismo di Zapatero e il nichilismo di Almodovar.

Un armamentario da nuovi crociati, cattolici integralisti in guerra di religione e di civiltà contro l'attacco integralista all'Occidente, osserva giustamente Ritanna Armeni su Liberazione ipotizzando che questo strumentale ancoraggio al sacro sia necessario a una politica liberista che da sola non ce la fa più a governare il mondo globale, e che in Italia, annota Ezio Mauro su Repubblica, non ce l'ha fatta a produrre la cultura lib-lab che aveva millantato. Tutto vero, a patto di ricordare due cose. La prima è che tutto questo s'è già visto dall'altra parte dell'Atlantico, e non è solo una larga fetta della posta in gioco di oggi fra Bush e Kerry, ma è già stata la posta in gioco di quattro anni fa fra Bush e Gore e, prima ancora, di un drammatico conflitto che correva sotto le vene dell'America clintoniana e l'ha sconfitta. La seconda è che a questa offensiva scatenata sul terreno caldo dei valori la sinistra non può rispondere solo sul terreno freddo dei programmi. Quando c'è in gioco l'emotività, ancorché isterica, bisogna giocare, e disertare il tavolo significa solo condannarsi a perdere.

Un tempo nei partiti di sinistra vigeva l´istituto della autocritica. Nei paesi comunisti era, però, applicato soprattutto per indurre gli accusati dei processi staliniani a confessare preventivamente i presunti crimini. Il famoso libro di Koestler, «Buio a mezzogiorno», ne ha dipinto un quadro agghiacciante. Ciò malgrado in Italia, se l´autocritica fu talvolta utilizzata come strumento di mortificazione di militanti non allineati, essa conobbe anche una applicazione estremamente utile quando avveniva in nome collettivo. In particolare, di fronte a sconfitte che implicavano gravi errori di analisi, il Pci procedeva, in nome dell´autocritica, ad una revisione generale dell´azione condotta, coinvolgendo in essa l´assieme dei militanti, dalla direzione alla base. Lo scopo era di individuare le cause dei rovesci subiti - naturalmente senza mettere in discussione la natura del partito medesimo-, rivedere giudizi, applicare gli indispensabili mutamenti, così da legittimare e sublimare quella che veniva chiamata la «svolta». Ricordo, tanto per fare un esempio, che quando nel 1954 le liste della Fiom-Cgil nelle elezioni delle commissioni interne alla Fiat subirono una imprevista disfatta, che metteva in forse lo storico rapporto tra Pci e classe operaia, l´autocritica comportò la «scoperta» di quanto stesse mutando l´industria italiana e l´organizzazione del lavoro e quanto fosse superata una linea di politica sindacale imperniata tutta sul contratto nazionale di categoria. A questo seguì la scoperta, sia pur tardiva, delle trasformazioni in corso nel capitalismo italiano, culminate nel boom a cavallo degli anni ´50 e ´60, che il partito faticava addirittura a percepire nella loro dinamica dirompente.

Da tempo l´autocritica è, però, venuta meno anche in veste di strumento correttivo di una linea politica. Così l´effetto di decisioni, rivelatesi radicalmente erronee, permane come un impaccio non biodegradabile che appesantisce e compromette l´azione politica. Così gli errori di ieri generano quelli di oggi. Cosa è, ad esempio, il criticato voto di astensione di Ds e Margherita alla Camera sull´articolo che introduce il Senato federale, se non il punto di arrivo della dissennata riforma del Titolo V della Costituzione approvata con 4 voti di maggioranza in chiusura della passata Legislatura? In quel momento si è aperta la falla attraverso cui sta passando la devoluzione e lo sfascio dell´impianto costituzionale repubblicano (premessa, sia pur virtuale e in un contesto politico diverso, furono le modifiche di eguale segno ventilate alla Bicamerale). Ora siamo alla resa dei conti: entro qualche giorno la maggioranza approverà in prima lettura la riforma. Passati tre mesi il Parlamento procederà alla seconda lettura.

Frattanto la sinistra tenta di porre rimedio e annuncia il ricorso al referendum. Meglio tardi che mai, pur tuttavia un referendum, non accompagnato da una radicale autocritica sul federalismo imputabile alla sinistra, apparirebbe quanto meno incoerente (non ha torto, ad esempio, chi ricorda la propensione ds per il premierato o il deferimento di sanità e scuola alle Regioni).

Tutto ciò è ancor più indispensabile sia perché, come provano i sondaggi di Ivo Diamanti («Repubblica» 19 sett.) la propensione al federalismo, al di fuori dell´alta Lombardia e del Nordest, «crolla sommersa dal dissenso sociale», sia perché le decisioni che portarono la sinistra ad imboccare la deriva federalista vennero assunte sempre da ristretti gruppi dirigenti politici e parlamentari senza alcun coinvolgimento democratico degli iscritti e tanto meno degli elettori. Inascoltati rimasero i sindacati che paventavano giustamente una differenziazione dei diritti sociali, inascoltato il Meridione in ogni sua istanza. Fece premio l´illusione di inseguire la Lega sul suo terreno, addirittura immaginandosela come «una costola della sinistra», fece premio un costituzionalismo di recente conio, incantato da velleità moderniste di efficienza. Si disse che si voleva rendere più vicino il popolo alle istituzioni ma si trascurò che già vigeva il regionalismo e che andava, se mai, potenziata l´autonomia dei comuni. Si ignorò che le radici storiche della democrazia italiana risiedevano nell´unità raggiunta col Risorgimento contro borbonici, austriacanti e papalini, consolidata dalla sinistra con l´alleanza tra lavoratori del Nord e contadini meridionali, difesa durante la Resistenza da quanti non a caso si chiamavano «garibaldini», definita infine dalla Costituzione del ´48. E invece di difendere questo patrimonio di valori si è preferito far concorrenza a Bossi. Volete almeno chiedere scusa?

Non si è trattato di consegne: da tempo i dirigenti francesi non hanno più modo di darne alle redazioni. Ma quando è giunta la notizia, sabato sera, non appena a Parigi si è appreso che i rapitori dei giornalisti di Radio France e del Figaro esigevano l´abrogazione della legge che proibisce il velo a scuola, le radio, le tv e i giornali sono stati bombardati di appelli. Supplicando, perorando e argomentando, numerosi collaboratori dei maggiori responsabili dello Stato chiedevano di non alzare il tono dei commenti, di non montare l´opinione pubblica. «È in gioco la vita dei vostri colleghi ? dicevano ?. Dobbiamo poter isolare quegli esaltati e mobilitare tutto l´Islam al nostro fianco,paesi arabi, musulmani di Francia, autorità religiose islamiche; l´ultima cosa da fare sarebbe quella di alzare i toni contro il mondo arabo-musulmano, per ritrovarci in Francia in una posizione di confronto-scontro con l´Islam».

Era evidente. Lo era tanto che di fatto questi appelli alla ragione sono apparsi superflui. Come i francesi, al momento di svegliarsi la mattina dopo, anche i giornalisti avevano intuito la trappola, peraltro davvero molto scoperta.

In Francia vivono 5 milioni di musulmani: quasi un decimo della popolazione. Molti di loro, anche se contrari al velo e magari atei, vivono con disagio la nuova legge, come un marchio sulla loro comunità. Giovedì prossimo riapriranno le scuole. Una minoranza di fondamentalisti aveva annunciato da tempo la volontà di difendere le ragazze che nonostante tutto si presenteranno in classe con il velo. La prova di forza covava, i poteri pubblici erano preparati, ed ecco all´improvviso quest´ultimatum dall´Iraq: gli islamisti che volano in soccorso dei musulmani di Francia, e senza chiederne il parere li arruolano di fatto nella loro Internazionale, vogliono renderli complici delle loro minacce di assassinio, precipitandoli in uno scontro con la terra in cui sono immigrati.

Il calcolo è tanto chiaro quanto cinico, e mentre i telefoni squillavano nelle redazioni il ministro dell´Interno Dominique de Villepin, figlio spirituale di Jacques Chirac e ministro degli esteri durante il braccio di ferro franco-americano sull´Iraq, convocava i responsabili delle organizzazioni musulmane francesi, senza distinzione di correnti. A mezzogiorno meno un quarto di domenica, la prima manche era vinta. Tutto l´islam francese si era schierato, facendo fronte comune con la Francia. All´uscita da quella riunione, Fatiha Ajbli, la pasionaria velata dell´Unione delle organizzazioni islamiche di Francia - lo stesso movimento che intendeva condurre la resistenza contro la legge - dichiarava davanti ai microfoni e alle telecamere, al fianco di Dominique de Villepin: «Non voglio sangue sul mio velo». Non solo: la stessa Fatiha Ajbli si è offerta come ostaggio, insieme a una delle sue compagne, in sostituzione dei suoi «compatrioti francesi». Nel giro di poche ore, la barbarie dei "folli di Dio" aveva creato una scorciatoia, facendo guadagnare parecchi anni all´integrazione dei musulmani di Francia. Forte di questo successo, Jacques Chirac ha potuto passare alla seconda parte della strategia elaborata sabato sera: la chiamata a raccolta delle capitali arabe, tutte desiderose di esprimere la propria solidarietà alla Francia, di descrivere i rapitori come pecore nere dell´islam e di azionare tutte le leve possibili per ottenere la liberazione di Christian Chesnot e Georges Malbrunot. Da oltre trentasei ore, implicitamente ma talora anche molto esplicitamente, i dirigenti francesi ricordano ai loro omologhi arabi che la Francia non aveva esitato a esporsi in prima linea per tentare di impedire l´intervento americano in Iraq, e che ora tocca a loro assumersi il rischio di evitare un nuovo deterioramento dei rapporti tra Islam e Occidente.

La Francia è unita e al meglio, intelligente e forte, ma al tempo stesso tremendamente preoccupata, perché in questo dramma sta vivendo tutto ciò che aveva temuto e pronosticato. Nel tentativo di dissuadere George Bush dall´intervento in Iraq, aveva spiegato due cose. Innanzitutto, che questa guerra non avrebbe portato alla democrazia ma al caos. E la minaccia di assassinio che ora pesa su Christian Chesnot e Georges Malbrunot è un´ulteriore prova della fondatezza dei suoi avvertimenti. Non solo - come l´Italia sa anche troppo bene - in Iraq la violenza è quotidiana, ma oltre tutto gli americani e il governo ad interim che hanno istituito non cessano di perdere terreno, sul piano militare come su quello politico. Falluja, la città sunnita che speravano, la scorsa primavera, di riprendere sotto il loro controllo mobilitando le truppe del deposto regime, è nelle mani di islamisti fanatici che governano in nome di Dio, e da quel bunker organizzano attentati e rapimenti.

Sul versante sciita, Moqtada al-Sadr, il giovane religioso che infiamma i più poveri tra i suoi correligionari, ha potuto sfidare per varie settimane le truppe americane a Najaf e quindi ritirarsi, libero, mentre i suoi uomini non hanno neppure consegnato le armi. Giorno dopo giorno, il paese si sfalda, esplode, sprofonda nell´anarchia, tanto che non si riesce a vedere come si potranno tenere elezioni nel gennaio prossimo. Il futuro dell´Iraq è oscuro, e se ora la Francia deve pagare a sua volta l´errore dell´America, è perché anche la seconda delle sue previsioni si è avverata. L´occupazione americana e il caos iracheno - aveva detto - offriranno un nuovo campo di manovra ai jihadisti, agli esaltati delle reti islamiste che dall´Afghanistan sognano di sfasciare l´Occidente, come credono di aver sfasciato l´Urss a Kabul. Prima dell´intervento americano, quella nebulosa era in regresso. In Algeria, gli islamisti segnavano il passo. In Tunisia erano in rotta, in Turchia si stavano ricentrando, in Afghanistan avevano perduto il potere e l´Iran, culla dei folli di Dio, li respingeva in massa e si avviava verso la democrazia. Il jihadismo ormai annaspava, ma questa guerra, sommata allo scontro israelo-palestinese, gli ha ridato forza facendo nascere nuove cellule, e l´idea di scatenare la lotta finale tra Islam e Occidente ha ripreso corpo in Iraq.

In Iraq l´Internazionale islamista si afferma come una componente sempre più forte della battaglia contro gli americani, e considera i francesi nemici come gli altri. Anzi, la Francia è un paese tanto più detestabile e pericoloso in quanto pretende di secolarizzare l´islam, di imporgli la sua laicità come fa con le altre religioni, creando un modello di islam in pace con la modernità. È quest´ambizione che oggi viene presa di mira con la richiesta dell´abrogazione della legge sul velo. Questa legge ovviamente sarà mantenuta. La Francia è così poco tentata di cedere al ricatto che non lo ha neppure rifiutato, ma semplicemente ignorato. Se però i jihadisti mettessero a segno la loro minaccia, se Christian Chesnot e Georges Malbrunot fossero assassinati, allora si approfondirebbe la rottura tra l´islam e la cristianità - lo scontro di civiltà che la Francia, allo stesso modo del papa, vuole ad ogni costo evitare. Sarebbe un´accelerazione della corsa verso l´abisso: una sconfitta della ragione, e un dramma per il mondo.

(Traduzione di Elisabetta Horvat)

Senza carri armati, anzi circondato da uno stuolo di giornalisti benevoli e molto pazienti, ieri Silvio Berlusconi ha occupato la prima rete e il primo telegiornale della Rai per tutto il tempo che ha voluto, facendo saltare programmi e Tg, fedele solo a se stesso, alla sua immagine, al suo interesse, alla sua voce, al suo essere dove sta, in posizione arbitraria e incontrastata di potere. Lo vedete guardarsi intorno, mentre il nastro di parole scorre nel vuoto in automatico, e sembra colto da un secondo pensiero: possibile che sia così bravo da sottomettere tutto un Paese, i suoi intellettuali, i suoi commentatori, i suoi critici naturali, i giornalisti, senza poter esibire alcun merito, senza poter vantare alcun risultato, senza avere portato al Paese - o almeno a un’area o un ceto del Paese - qualche sia pur limitato miglioramento e di vantaggio?

O forse lo stimola un’altra domanda meno vanagloriosa e più umana: possibile che sia così facile? Gli sarà venuto in mente nel momento in cui uno dei partecipanti ha posto senza imbarazzo questa domanda che dovrebbe essere studiata - d’ora in poi - nelle scuole di giornalismo: «Presidente ci dica qual è la notizia del nuovo anno». È una domanda esemplare perché completa la delega dei poteri in questa Repubblica che Luciano Violante, nella sua dichiarazione alla Camera, ha chiamato la “Repubblica maggioritaria”. Ovvero tutto il potere alla maggioranza che - attraverso il meccanismo del voto di fiducia che vieta ogni discussione - delega tutto il potere al governo. E il governo - si è già visto e si vede in ogni Consiglio dei ministri - ha già delegato tutto il potere al capo.

Adesso un giornalista con posizione televisiva autorevole gli offre anche l’ultimo privilegio: definire che cosa è una notizia. Non più. Adesso è stato chiesto al capo di scegliere. È a questo punto che Berlusconi, nonostante l’immensa stima che ha per se stesso, deve essersi chiesto: possibile che sia così facile?

È inevitabile pensare a un libro di recente pubblicazione “La notte della democrazia italiana. Dal regime fascista al governo Berlusconi” a cura di Giampasquale Santomassimo. È la raccolta di una serie di interventi di una giornata di studio all’Università di Firenze cui hanno partecipato, fra altri, con Enzo Collotti, Giovanni De Luna, Giovanni Gozzini, Paul Ginsborg, Percy Allum, Stuart Woolf, Michele Battini, Gabriele Turi.

Scrive di quell’evento Simonetta Fiori (la Repubblica, 26 novembre): «Tutti trovano lecito chiedersi se in Italia non stia nascendo un regime di natura politico-mediatico-videocratico. Gli studiosi dell’Italia tendono a convergere su una risposta affermativa. Dicono: “Sì, oggi in Italia vige una democrazia atipica, guardata con allarme dall’opinione pubblica europea e con sostanziale indifferenza da quella italiana perché col tempo (come scrive il curatore del libro) ci si abitua a tutto, anche a considerare normale ciò che non è e non può esserlo”».

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Non è normale, infatti, che nel corso del lungo monologo detto “conferenza stampa” soltanto cinque giornalisti osino porre domande sul costo della vita, sul finto taglio delle tasse, sulla evidente necessità di una ulteriore manovra correttiva, sulla “par condicio” che sarà abolita col voto di fiducia. E che la inviata de l’Unità, per aver osato riferirsi alla misteriosa scomparsa del premier per 32 giorni, dopo il Natale del 2003 (una scomparsa senza spiegazioni che nessun capo di governo democratico potrebbe permettersi in Paesi normali) si è sentita rispondere che sarà lieto di fornirle l’indirizzo di un buon chirurgo plastico. E ha precisato, per l’Italia e per il mondo, con una di quelle frasi con cui certi anziani imbarazzano tutti in famiglia: «Io mi sento 40 anni, corro, faccio i cento metri con ottimo tempo. Dunque devo rappresentare fisicamente me stesso meglio degli altri perché posso permettermelo. È una forma di rispetto verso chi si aspetta da te una certa rappresentazione sul piano nazionale e internazionale. E credo che il mio comportamento (rivolgersi al chirurgo plastico, ndr) debba essere portato ad esempio».

La parola chiave è “rappresentazione”. Con essa il presidente del Consiglio, trascinato dal suo “One man show” (lo spettacolo di un attore che tiene la scena da solo) svela un suo pensiero ossessivo, la chiave del suo comportamento che ha tre punti d’appoggio: giovare a se stesso, vantare il bene fatto agli altri (tutto è merito suo, anche gli aiuti dopo l’immane tragedia asiatica) ed essere ammirato per come appare. Con la profonda persuasione di fare accadere - o di aver già fatto accadere - ciò che racconta e di cui si vanta da solo, sospeso nella aura magica che si è costruita sulla certezza dell’unico successo che gli importa e che conta: il successo mediatico. Dice a se stesso e a noi che ciò che dice è accaduto perché lui non può fallire.

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Un filo di patologia lega queste immagini di se stesso che entrano in televisione, la occupano, scacciano tutte le altre immagini con la persuasione che lui governa lì, in quel momento, con quello che dice e quello che si vede. Ma perché l’ossessione che Berlusconi ha di se stesso possa continuare intatta e anzi rafforzata occorre una situazione di culto. La storia conosce bene situazioni come questa. Sentite Angelo Panebianco sul Corriere della Sera del 28 dicembre, in un editoriale ingannevolmente intitolato “La vera forza di Romano Prodi”. «Già molto tempo prima che Berlusconi pubblicizzasse il suo famoso contratto con gli italiani, il centrodestra aveva, presso l’elettorato, una immagine netta e riconoscibile. Le sue idee forti erano conosciute ed erano quelle del capo. Erano le idee di Berlusconi (...) il centrodestra si propone (dalla devoluzione al fisco, dalla Giustizia al Welfare alla Costituzione) come forza di cambiamento e di rottura con il passato».

Berlusconi - occorre dirlo - trae dal cerchio di adulazione che si è prontamente creato intorno a lui e dal cerchio di intimidazione che ha saputo creare, regalando orologi e rovinando carriere, tutto il frutto possibile. Per aumentare l’adulazione si elogia da solo, si compiace da solo, si esibisce fino a quando - come i colleghi compiacenti o pazienti o ansiosi di Palazzo Madama durante l’occupazione di due ore televisive il 30 dicembre - la sua folla ride. Ride, come i bambini a scuola, una risata umiliante e liberatoria. Tutti sanno che con lui non si ride sempre. Fin dal principio ha messo in chiaro un concetto mussoliniano: «Questa è una opposizione fatta di anti italiani che tramano per impedirmi di ottenere la revisione del patto di stabilità». Ci dice l’agenzia Ansa che il premier assicura: «Porterò le prove». Non le porterà, non le ha mai portate. Ricordate le accuse spaventose della Commissione-killer detta Telekom Serbia che aveva per scopo di incriminare Prodi e Fassino? Ricordate le sanguigne minacce della Commissione Mithrokin? Tutto svuotato dalla magistratura, non da chi, in Parlamento, si è prestato al servizio-calunnia. Ma non importa. Fra coloro che ricevono dal premier orologi e orecchini e coloro che traggono insegnamento dai licenziamenti di colleghi illustri, nessuno ha voglia di verificare, di denunciare l’omissione, la bugia, il puro spettacolo a vuoto, l’inganno.

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Una volta zittiti i critici, una volta stabilito, nelle sue file e nelle file degli altri, che non è accettabile parlare male di lui, Berlusconi non ha esitazioni ad affermare: «Come Bush si batte contro il terrorismo, anch’io continuerò a battermi contro il male di questa sinistra. Ma Bush non ha un problema interno, perché le radici liberali dei democratici e dei repubblicani sono le stesse. Invece noi abbiamo una preoccupazione maggiore. C’è una base religiosa, nel nostro partito, per evitare che prevalga il male, cioè una ideologia che dovunque è stata dannosa per i cittadini». Una dichiarazione arretrata di molti decenni nella storia, che si situa tra Francisco Franco e Pinochet. Possiamo dire che Berlusconi è un Francisco Franco buono perché non usa la garrota? O che è un Pinochet virtuale perché, poi, alle parole - che chiunque in Europa considererebbe gravissime - non segue il sangue?

Proviamo a riassumere i tratti fondamentali di un giorno con Berlusconi, il 30 dicembre, il monologo televisivo senza fine detto benevolmente “conferenza stampa”.

1 - Berlusconi occupa la Tv quando vuole, parla per il tempo che vuole, improvvisa quello che vuole sapendo che nessuno intercetterà cifre finte o affermazioni irreali.

2 - Berlusconi occupa la Tv all’ora del telegiornale mentre centinaia di famiglie italiane attendono con angoscia di sentire un nome, un luogo, una rassicurazione sui figli e genitori dispersi. A lui non importa. Interrompe il servizio pubblico perché deve parlare di se stesso.

3 - Berlusconi accusa come vuole, sicuro del suo controllo sui media. Ogni risposta, se ferma e adeguata, sarà definita “odio”. Il riferimento all’opposizione come antitaliana e come simile ai nemici di Bush (dunque il terrorismo) viene accettata e diffusa perché, nella grande stampa indipendente e nei talk show televisivi, nessun commentatore vorrà raccogliere la questione. I più miti fingeranno di non averla sentita, i più militanti la rilanceranno come se si trattasse di cose vere, fondate, provate.

4 - Governare è difficile e rischioso. Perché Berlusconi dovrebbe farlo quando può comprare ciò che gli serve, contentare i suoi con le nomine, liquidare o promuovere giudici in posizioni cruciali come vuole lui, a dispetto del Csm (lo ha appena fatto nel caso della Procura antimafia), mandare i suoi amici negli organi di controllo (lo ha appena fatto con Guazzaloca nominato all’Antitrust), nominando sottosegretario chiunque, purché fedele o zitto?

Berlusconi, con il suo controllo totale dei media, è libero di recitare per gli italiani la parte del Mandrake della politica nazionale e mondiale (mentre nel mondo perdiamo vertiginosamente immagine e reputazione), conta sul silenzio o su domande benevole e storie che non saranno mai scritte. Ci fa sapere che senza libertà di comunicazione e di informazione si vive benissimo perché a comunicare ci pensa lui. Ci propone - lui e tanti altri - di smetterla e di stare al gioco. Tanti ci stanno e si trovano bene, in ottimi studi tv con ruoli di spalla. Insistono (non sempre con le buone): «Non siamo fanatici»

Eppure noi ci sentiamo moderati. Con quel che succede, diciamo appena il minimo.

Hai sentito che cosa ha detto Prodi? Ma ti pare il caso di parlare di mercenari? Mica una sola telefonata ho ricevuto. E nemmeno due. E tutte (per restare in tema) assolutamente «volontarie». Replicherò dunque con un apologo neorealista. Lui si chiamava Gianni ed era un autista d’autobus in pensione. Lei, sua moglie, si chiamava Anna e aveva un’ammirazione appassionata per la gente che rischia per le nobili cause. Si commosse e si sentì importante una volta che le passai al telefono Antonino Caponnetto. Tutti e due, credo, erano iscritti ai Ds.

Mi accompagnarono in lungo e in largo tutti i giorni della campagna elettorale nelle politiche del 2001.

Su e giù con un furgone per le vie del centro di Genova e per la Val Bisagno. Non furono i soli a darsi da fare per me. Si mossero a decine e decine i militanti dell’Ulivo. Tutti i giorni, ciascuno nelle ore che poteva. Ero il loro candidato; un candidato non locale, fra l’altro, ma - così mi parve - ugualmente gradito per il suo prolungato impegno su alcuni temi che molti di loro consideravano cruciali per la democrazia. Alla fine di un mese e mezzo di campagna elettorale cercai di sdebitarmi moralmente per quell’aiuto che, certo, era stato prodigato con tanta generosità per fare vincere l’Ulivo; ma che aveva coinvolto e costruito (e come sarebbe potuto essere diversamente?) relazioni umane profonde. Regalai a quasi tutti i nuovi amici trovati sul campo copie dei miei libri. A Gianni e Anna, che si erano dedicati a me tutti i giorni dall’alba fino a notte, mi sembrò giusto consegnare una busta, per così dire, di rimborso spese. C'era dentro un assegno di un milione. Una cifra simbolica, di fronte a un mese di lavoro in due. Non volevo insomma che lo intendessero come un vero pagamento. Lo rifiutarono lo stesso. Non ne vollero sapere. Lo abbiamo fatto per ideali, mi risposero. Vollero, questo sì, dei libri con una dedica calorosa. Poi non mi chiesero mai un favore. Non cercarono di far valere il loro aiuto per dare origine ad alcuna clientela. Li ho riincontrati spesso. E lo scorso giovedì sera, durante una manifestazione sulla Finanziaria, proprio mentre Berlusconi lanciava l’idea dei suoi Mille, si sono candidati a ripetere la loro fatica nel 2006.

Ho ripensato a questo groviglio di rapporti, di impegni, di affetti che si formano nell’azione politica. Ci ho ripensato appunto leggendo la polemica scoppiata dopo l’annuncio dei mille professionisti azzurri e l’icastica risposta di Prodi sui “mercenari” e sui “volontari”. Ha sbagliato Prodi? Ha superato il limite del “civile confronto”? Ha fatto un autogol clamoroso, come da più parti si recita? Lasciamo perdere i limiti del civile confronto, che non si sa chi possa più invocare, visti i silenzi prudenti con cui si accolgono accuse ben più sanguinose di quella prodiana. La polemica invece, quella, non va fatta per nulla cadere. Piuttosto va sviscerata. Per capire che cosa si può ancora dire in questa temperie politica. Qual è il galateo e chi lo stabilisce. E siccome credo che il centrosinistra non debba perdere un grammo della propria intelligenza e della propria libertà di espressione (visto per di più che gli spazi di libertà si restringono ogni giorno di qualche centimetro), vale la pena ripartire dall'etimologia. Dice il Devoto Oli, a proposito della parola mercenario: «Di chi svolge un’attività al solo scopo di trarne un guadagno». E aggiunge che sono truppe o soldati mercenari quelli «reclutati con contratto per fare la guerra». Specificando che anche una balia può essere mercenaria, nel senso che allatta a pagamento, non per amore. Ma resta inteso che sia la balia sia il soldato possono fare a pagamento cose in cui in certa misura si riconoscono. Che la balia può amare il bimbo che allatta per mestiere. Che il soldato può ammirare il signore che lo paga e sotto le cui bandiere egli si batte.

Questo è il dizionario. Se poi si volesse andare più a fondo e sottilizzare, si potrebbe rilevare che mercenario e soldato hanno in fondo radici uguali: mercede e soldo. Il tempo fa e disfa lentamente le parole, come sappiamo. Ma gli umori, le reattività, gli spiriti e le faziosità, vanno oltre. A comando trasfigurano quei termini che hanno una loro semplicità e potenza descrittiva. E' curiosa la politica. Da un lato inventa parole vacue e untuose per diplomatizzare e stemperare la dialettica delle idee, preoccupata nevroticamente di ogni forma di dissenso. Dall’altro conia insulti e accuse che non stanno né in cielo né in terra tanta ne è l’intenzionale violenza. Sicché, oscillando senza tregua tra questi due estremi, bandisce dal suo lessico le parole chiare e cristalline. Anche per questo essa è lontana dalla gente. Perché rifiuta di parlarne la lingua quotidiana. Quella della gente comune, non della gente da trivio (che invece ogni tanto adotta disinvoltamente).

Berlusconi arruola con regolare contratto mille giovani per la sua «guerra» (parola da lui pronunciata centinaia di volte) contro «la sinistra»? È il tipico caso del Devoto Oli. Bisognerebbe parlare di professionisti, che suonerebbe meglio? Ma qui non di professionisti si tratterebbe. Non si parla infatti di pubblicitari, di addetti stampa, di sondaggisti, che per una campagna elettorale prestano la loro opera al servizio di una parte politica. Ma di persone che svolgerebbero un’attività di propaganda a pagamento, che ora non svolgono. Tant’è che sarebbero selezionate non tra quelle che già ora fanno politica per Berlusconi gratuitamente. Ma - si è detto - sul mercato (giusto?), attraverso una adeguata attività di selezione svolta da appositi e premiati cercatori di talenti. E dietro promessa di una mercede. Nulla di vergognoso, per chi impara ad avere una visione laica della vita e della politica. Ma il cui contrario, nel prezioso «Dizionario dei sinonimi e dei contrari» di quasi mezzo secolo fa (edizione speciale, udite udite, per l’Arma dei Carabinieri), si chiama, alternativamente, «gratuito», «volontario», «disinteressato».

Devo dire la verità. Fa un po’ specie vedere che chi ha fatto del denaro la propria religione, chi ne ha fatto il metro supremo per misurare capacità e qualità delle persone (ricordate il celebre episodio del premier con il ragazzino milanese che gli diceva che il suo papà, diversamente da lui, non poteva mangiare al Savini? «Si vede che non ha lavorato come me», gli rispose) provi poi vergogna o risvegli i suoi furori se gli si osserva che progetta di acquistare con il denaro la altrui disponibilità al lavoro politico.

E fa un po’ specie anche sentire evocare, in questo caso, il professionismo politico. Il quale è tutt’altra cosa e si trova, come è noto, sotto tutte le bandiere. Sono professionisti della politica coloro che vivono di politica (in modo più o meno definitivo) grazie a un’attività istituzionale. E lo sono anche coloro che vengono pagati dai partiti per svolgere le loro mansioni. I quali però - lo si ricordi - non vengono reclutati con un'offerta pubblica sul mercato. Ma in genere ricevono un'offerta di collaborazione dopo un tirocinio fatto in modo assolutamente volontario presso il partito che meglio incarna i loro ideali. Arrivano cioè al professionismo per un cumulo di circostanze, ma avendo all’origine una scelta di “gratuità”. Che si manifesta, a scanso di equivoci, tanto a destra (specie nella Lega e in Alleanza nazionale) quanto a sinistra.

Ogni tanto la politica ha le sue pretese semantiche. Una volta pretese che non si potesse parlare di «lotta alla mafia». Che non potessero usare quell’espressione esecranda né i magistrati, né gli intellettuali, né gli insegnanti, né i preti, né i giornalisti. A cicli alterni mette al bando il termine «società civile», che pure ha radici dense e ben motivate da Hobbes a Gramsci. Sembrano pretese stravaganti, ma dietro queste ambizioni censorie ci sono sempre nervi scoperti, nitide esigenze di potere. Perciò cedere a queste pretese non è un fatto semantico. È un fatto civile e politico. Sull’opportunità di una parola si può discutere all’infinito. Sul suo fondamento logico ed etimologico no. Pena la perdita di un po’ di libertà. Di espressione e d’opinione

I teorici della globalizzazione assicurano che tra i suoi effetti benefici vanno incluse l´interdipendenza che si è realizzata tra i sistemi economici, e la possibilità di poter produrre ogni cosa in qualsiasi luogo. Nonchè il fatto che è diventato indifferente se la proprietà formale di un´impresa abbia sede in un dato paese mentre le sue unità produttive sono localizzate altrove. Il caso della Embraco di Chieri, presso Torino, che ha chiesto di aprire la procedura di mobilità per oltre 800 dipendenti, mettendo a rischio anche altri 400 posti di lavoro nell´indotto, suggerisce di annoverare tra gli effetti della globalizzazione anche la irresponsabilità, sottratta a ogni forma di tracciabilità, di imprese e dirigenti.

In verità se uno chiede chi mai sia responsabile del destino di queste 1.200 persone, molte delle quali sono troppo giovani per poter andare in pensione quando la mobilità avrà termine, si trova dinanzi a una serie di risposte affatto razionali. Ma esse, nell´insieme, portano a concludere che abbiamo costruito un sistema economico irrazionale, in primo luogo perché nei suoi meandri è impossibile risalire a chi dovrebbe rispondere di quel che succede.

La fabbrica di Chieri una volta si chiamava Aspera. Non andava troppo bene, e la proprietà la cedette alla multinazionale brasiliana Embraco. L´importante, fu detto, non era la collocazione della proprietà, bensì il mantenimento della produzione e dei posti di lavoro. Risultato: i dipendenti Embraco erano 2.150 nel 1999, 1.640 nel 2001, 1.000 tondi l´estate scorsa e 940 oggi. Di cui quattro quinti in mobilità, il che significa chiusura prossima della fabbrica. Chi è responsabile di simile caduta dell´occupazione, e prima ancora del calo di produzione che l´ha causata? L´Embraco produce compressori per frigoriferi che vengono acquistati soprattutto dalle consociate di Whirlpool Europa, colosso degli elettrodomestici trapiantato dagli Usa, le quali stanno in Italia, Austria, Belgio, Bulgaria, con stabilimenti in vari altri paesi. Per essere redditizia l´Embraco dovrebbe produrre almeno 6 milioni di pezzi l´anno, ma le imprese di Whirlpool Europa gliene comprano soltanto 4. Il prodotto italiano di marca brasiliana è forse di qualità non eccelsa? Costa troppo? Non è adatto alle produzioni degli stabilimenti austriaci, bulgari o slovacchi? E se tutto ciò fosse vero, qualcuno nell´azienda di Chieri non poteva accorgersene anni fa, e introdurre i mutamenti opportuni? I dirigenti di Chieri potrebbero naturalmente rispondere che loro debbono sottostare alle superiori prescrizioni di costi e di specifiche tecniche della multinazionale da cui dipendono. Se gli stabilimenti austriaci o belgi o bulgari non gradiscono i compressori della Embraco, è al Brasile che bisogna domandare spiegazioni, non a Chieri. Ed è presumibilmente dal Brasile che è giunto l´ordine di chiudere la fabbrica del torinese per portare la produzione nell´Europa orientale. A loro volta i dirigenti Whirlpool dei relativi paesi potrebbero difendersi dall´accusa di snobbare il prodotto made in Ue, seppur con marchio brasiliano, ricordando che loro hanno sul capo la Whirlpool Corporation of America, che verifica con estrema severità l´andamento delle vendite come dei costi di produzione.

Il caso Embraco è dunque emblematico. Vuoi perchè di casi simili ve ne sono ormai centinaia solo in Piemonte, e migliaia in Italia, con centinaia di migliaia di lavoratori coinvolti. Vuoi per il fatto che al fondo della maggior parte di essi si ritrovano circostanze analoghe: l´interdipendenza globale che diventa una forma patologica di dipendenza locale dalle bizzarrie di processi economici incomprensibili ai più; la proprietà straniera che preferisce ovviamente licenziare i dipendenti d´un paese lontano che non quelli del suo vicinato; intrecci produttivi e finanziari di cui è quasi impossibile venire a capo, al fine di trovare qualcuno che renda conto di decisioni aventi ricadute negative su intere regioni. Per il momento possiamo solo sperare che enti territoriali e sindacati trovino modo quanto meno di alleviare la grave situazione determinatasi in quel di Chieri. Ma i casi simili continueranno a moltiplicarsi, fino a quando non si inventeranno e si adotteranno mezzi appropriati per governare localmente la globalizzazione.

Di fronte a questo disegno di legge che riscrive 43 articoli della nostra Costituzione e che è stato approvato in prima lettura venerdì 15 ottobre dalla Camera dei Deputati, non si sa se aggregarsi ai brindisi di gioia della Lega e di tutto il Polo (Follini e Udc compresi, con la sola eccezione del roccioso Tabacci che si è astenuto) oppure condividere la definizione di Piero Fassino e di Ciriaco De Mita («indigeribile pastrocchione») e le parole di Francesco Rutelli («un venerdì nero per la Repubblica»). Non si sa se vederlo come una tragedia o come una farsa costituzionale.

Personalmente sarei incline più alla farsa che alla tragedia, ma mi rendo ben conto che una farsa costituzionale è al tempo stesso una tragedia: non si può infatti scherzare impunemente con la Carta che sancisce il patto fondamentale tra i cittadini e le istituzioni definendo i diritti, i doveri, lo statuto di cittadinanza, le forme della rappresentanza, l´equilibrio dei poteri, le modalità del controllo sul loro operato, gli istituti di garanzia.

Con questo complesso di problemi la maggioranza ha arruffato soluzioni improbabili con una leggerezza che rasenta l´irresponsabilità. Di qui il dilemma tra farsa o tragedia, che a ben guardare sono le due facce d´uno stesso spettacolo messo in scena da Berlusconi Bossi e Fini sotto gli occhi rassegnati e conniventi di Follini sulla pelle della democrazia repubblicana.

Trattandosi d´un disegno di legge di riforma costituzionale, per di più sottoposto a referendum poiché manca la maggioranza qualificata prevista dalla Costituzione, il Capo dello Stato non ha in questo caso alcun potere di interdizione. Non resta dunque che l´appello referendario al popolo sovrano che però non potrà essere indetto che a conclusione delle quattro votazioni previste dall´articolo 138 della vigente Costituzione.

Credo e spero che la votazione popolare cancellerà questo pastrocchione, dico meglio questo obbrobrio che, allo stato dei fatti, lascia dietro di sé una veduta di rovine. Il testo approvato l´altro ieri dalla maggioranza plaudente ha infatti abbattuto in un colpo solo i poteri del Parlamento, quelli del presidente della Repubblica, l´unità nazionale. Per di più ha messo in moto un meccanismo del quale si ignora il costo ma non l´ampiezza della sua oscillazione che va da zero a 100 miliardi di euro.

Sull´ipotesi di costo zero non scommetterebbe nessuna persona dotata di normale buonsenso: essa infatti si può verificare soltanto nel caso in cui le Regioni italiane, per gestire i nuovi poteri che otterranno dalla devoluzione, possano utilizzare i pubblici impiegati già in forza nelle attuali strutture amministrative dello Stato.

L´ipotesi più probabile si colloca invece in prossimità del tratto di oscillazione massimo, tra gli 80 e i 100 miliardi di euro, con possibilità di superare perfino quella cifra-limite. Il che significa che l´intero impianto della devoluzione può portare lo Stato federale alla bancarotta finanziaria.

Ma questo lo sapremo soltanto quando si dovranno emettere le leggi attuative del nuovo dettato costituzionale. A quel punto il faccione grottesco e comico della farsa tornerà a far capolino dietro le cupe nuvole della tragedia, ma allora sarà troppo tardi per riderne.

* * *

Andrea Manzella ha già individuato ieri su questo giornale con chiarezza e dottrina gli aspetti sostanziali e sostanzialmente incongrui di questa legge.

Ero tentato di chiamarla legge di controriforma, ma mi sono poi reso conto che il termine non sarebbe appropriato. La controriforma è una cosa molto seria con la quale si può dissentire o consentire, ma che è comunque animata da una sua coerenza, da una sua cultura, da una sua dignità intellettuale. La Controriforma con la quale la Chiesa si oppose, tra la fine del XVI e l´inizio del XVII secolo, allo scisma luterano fu una profonda scossa riformatrice che alimentò per almeno cent´anni un rinnovamento profondo del clero, della catechesi, delle opere missionarie; ebbe una sua coerenza non esclusivamente oscurantistica; produsse la cultura del barocco in architettura, nella «maniera» pittorica, nella musica.

Applicare il termine di controriforma all´obbrobrio farsesco che sta sotto i nostri occhi sarebbe quindi blasfemo. Qui c´è soltanto una furbizia di avvocaticchi che hanno cercato di accontentare i disomogenei partiti della coalizione preparando una sorta di «fricandò» messo in cottura a fuoco lentissimo; talmente lento che quasi nessuno degli attuali protagonisti sarà in grado di assaporarne il gusto.

Provo ad elencare i vari elementi che lo compongono aggiungendovi poche note di chiarimento e di osservazione.

* * *

1. Il Parlamento, come rappresentanza del popolo dotata del potere di fare leggi, controllare l´operato del potere esecutivo, dargli e togliergli la fiducia, non esiste più. Il governo assume in proprio anche il potere legislativo poiché decide quali provvedimenti ritiene indispensabili alla propria azione e su di essi chiede la fiducia. Ove mai non l´ottenesse scioglie la Camera.

Essa, la Camera, può in teoria votare la sfiducia al governo a patto però di aver già individuato - rigorosamente nell´ambito della maggioranza parlamentare - un nuovo premier in grado di ereditare il consenso della maggioranza stessa senza che vi sia alcun apporto da parte dell´opposizione.

2. Il «premier» è eletto direttamente dal popolo in collegamento con i deputati candidati nei collegi. Il Capo dello Stato gli deve affidare automaticamente la formazione del governo. Il premier presenta al Parlamento il ministero senza bisogno di chiedere alla Camera il voto di fiducia. Dello scioglimento della legislatura abbiamo già detto: rientra nei poteri del premier.

Osservo che non esiste in nessun Paese europeo l´elezione diretta del primo ministro né esiste la sfiducia costruttiva limitata all´ambito della maggioranza parlamentare.

3. Il Capo dello Stato è semplicemente un notaio. Serve a certificare come autentici gli atti che il «premier» sottopone alla sua firma. Ogni controllo di legalità e di costituzionalità di tali atti gli è precluso. La sua firma di certificazione è un atto dovuto. Sta scritto nella legge che egli è il garante dell´unità federale dello Stato. Ma i modi e i poteri attraverso i quali possa esercitare quella garanzia non sono previsti. Il solo modo possibile che ha è di dimettersi dalla carica che ricopre. Chi sta al Quirinale avrà dunque soltanto diritto al picchetto d´onore e poteri di tagliar nastri, portare corone d´alloro al Milite ignoto e inviare telegrammi d´auguri o di condoglianze a seconda dei casi.

4. Il Senato federale non si sa che cosa sia e non lo sanno, credo, nemmeno coloro che ne hanno proposto l´istituzione. Esamina solo le leggi regionali e quelle che interessino le regioni. Qualora vi sia conflitto di competenza tra Senato e Camera, la decisione viene presa da una Commissione paritetica che configura una sorta di terza Camera.

5. Sulla devoluzione di poteri alle Regioni non mi diffonderò, è materia già spiegata fino alla noia. Il fatto che, ciò nonostante, nessuno ci capisca niente vuol dire semplicemente che si tratta di materia non comprensibile.

Esempio: l´organizzazione delle istituzioni sanitarie è di esclusiva competenza regionale ma la tutela della salute è di competenza dello Stato.

Così per la scuola e per i suoi programmi. Lo Stato comunque ha il potere di avocare a sé in qualunque momento poteri devoluti qualora la situazione lo richieda. Si tratta insomma d´una devoluzione-fisarmonica che si allarga o si restringe a capriccio e secondo gli umori.

6. I Comuni sono in coda alla gerarchia amministrativa, fiscale e politica.

Sopra di loro non c´è più soltanto il bieco Stato centralista, ma anche l´amorevole regione neo-centralista. E le province? Nebbia e mistero.

7. Le regioni possono accorparsi fondendosi tra loro. Ma possono anche cambiare confini. Se i piacentini volessero uscire dall´Emilia e aggregarsi alla Lombardia o al Piemonte potrebbero farlo senza che l´Emilia abbia potere di opporsi. E viceversa se il lodigiano volesse trasmigrare in Emilia. Anche qui fisarmonica, che si porta dietro ospedali, imprese, gettito tributario, risorse bancarie e professionali.

Tralascio il resto. Sembra un «puzzle» costruito da un pazzo.

8. Il «puzzle del pazzo» (scusate la cacofonia) andrà in vigore nel 2011 nel caso migliore, oppure nel 2016. Il motivo di questa lunghissima dilazione è il seguente: la legge prevede di andare in vigore nella legislatura successiva a quella nella quale avviene l´approvazione. Se il referendum confermativo avverrà entro il 2006 la legge di cui qui si discute entrerà a regime nella legislatura che inizia nel 2011; ma se il referendum avverrà dopo il 2006 (e sempre che approvi il «puzzle del pazzo») la legge sarà a regime nel 2016.

Non esiste nel mondo intero un solo caso d´una nuova Costituzione (perché di questo si tratta) che entri in vigore sei o undici anni dopo la sua prima approvazione. Motivo? Forse segretamente sperano che qualcuno negli anni a venire butti per aria il «puzzle del pazzo».

9. C´è un´altra possibilità. Che la Corte costituzionale, messa in moto da un magistrato ordinario o da un ricorso di Regioni, stabilisca che la procedura adottata modificando con un´unica legge 43 articoli della Costituzione violi quanto previsto dall´articolo 138, che esclude riforme «a sacco». In tal caso la legge in parola sarebbe cassata. Questo però potrebbe avvenire solo dopo la sua approvazione finale.

* * *

Ci sarebbe ancora molto da scrivere e da spigolare ma ne faccio grazia. Alla mia età ne ho già viste tante e tante ne ho lette o sentite raccontare. Una storia come questa però supera l´immaginazione. Perciò sono anche contento d´averla vissuta in presa diretta. Ungaretti parlava di allegria di naufragi e Montale di come si cammina sul ciglio d´un muro dove sono infissi i vetri acuminati d´una bottiglia rotta. Qui è diverso. Qui un gruppo di buontemponi giocano a palletta con lo Stato e si battono le mani da soli sperando che gli spettatori facciano altrettanto.

Non era mai accaduto un fatto simile. Speriamo che non accada mai più.

Sui destini di Simona Pari e Simona Torretta Silvio Berlusconi invoca cautela, «è terrorismo mediatico» e bisogna valutare il vero, il falso e il virtuale di messaggi e rivendicazioni. Certo, bisogna valutare e con cautela. Ma nessuno meglio di Silvio Berlusconi sa che tra il reale, il televisivo e il virtuale i confini, oggi come oggi, sono assai labili, perché il televisivo e il virtuale fanno la realtà e non viceversa. Che vuol dire, in tempi come questi, «terrorismo mediatico», e che c'è da fare per contrastarlo? Diagnosi e ricetta per alcuni sono semplici. L'obiettivo primo dei terroristi essendo proprio l'effetto mediatico, la produzione di terrore tramite immagini del terrore, la messa in scena della violenza come quintessenza della violenza, occorre staccare la spina, deflazionare quelle immagini, sottrarsi al ruolo impotente e voyeur dello spettatore. In una parola, spegnere le tv. Ha cominciato l'altro ieri La Stampa, hanno continuato ieri Avvenire e altre testate: ci vuole un codice deontologico internazionale, un accordo fra tutti i network europei; black out su quei coltelli che tagliano la testa agli ostaggi e a tutti noi, prigionieri a nostra volta del video e delle sue inconsce e capziose seduzioni. Se la decapitazione diventa uno spot, almeno evitiamo di mandarlo in onda: salveremo le nostre teste, depotenzieremo il gioco del boia. E pazienza se di rincalzo alle tv c'è Internet che non si può spegnere: il comando politico si eserciti almeno laddove ancora può, e sulla tv ancora può.

Si può fare, è utile farlo? La domanda corre nelle redazioni televisive, e le risposte, salvo lo zelo di Porta a porta che promette «mai più quei video», si appellano alla misura del buon senso e del buon gusto: informare senza indulgere, far vedere senza compiacere. Fermarsi sulla soglia del giusto limite, un attimo prima che il coltello si infili nella carne; un attimo prima che la tragedia si trasformi in spettacolo. Giusto, saggio: è il minimo di sensibilità, umana e professionale, che i tempi richiedono. Ma è troppo poco rispetto alle strategie di contrasto che i tempi richiedono.

Nella civiltà del visuale, il terrorismo, come già la guerra, usa il visuale: chi se ne stupisce era fuori dal mondo fino a un attimo fa. Nel visuale, per giunta, i giochi si moltiplicano e le strategie si complicano molto velocemente. Poco più di un decennio fa, nella prima guerra del Golfo, le telecamere servivano a edulcorare la guerra, a smaterializzarla, a nascondere il massacro dei corpi sotto lo spettacolo dei bombardamenti. Tre anni fa l'atroce volo di cadaveri nudi dalle Torri gemelle in fiamme fu rapidamente cassato dalle immagini - anch'esse ridotte a spot -degli attentati dell'11 settembre. E tutt'ora la legittimazione della guerra di Bush si avvale della stessa tecnica di cancellazione delle bare dei soldati americani, mentre Putin prende a sua volta le sue misure antiterrorismo di oscuramento televisivo. Senonché, nello scenario iracheno, il corpo si è preso la sua amara rivincita: con ogni mezzo, dalle tv alle fotografie di Abu Ghraib ai video sui sequestri che viaggiano in rete, la materialità delle ferite, delle amputazioni, delle sevizie, delle esecuzioni buca la virtualità che pareva deputata a preservarcene, a farci vedere senza toccare, a farci sapere senza traumatizzarci. Il gioco si è fatto più complesso, e al suo interno il terrorismo mediatico fa il suo gioco.

Qual è il nostro? Oscurare, limitare, codificare dall'alto il limite del visibile e dell'invisibile, della scena e dell'osceno, non serve a niente, perché per fortuna non è solo dall'alto che il gioco si decide: né dall'alto dei governi, né dall'alto dei gruppi del terrore organizzato. Vedere non vuol dire solo subire, vuol dire anche prendere atto e reagire. Internet non è l'ennesima diavoleria al servizio del terrorismo, è anche e soprattutto una grande arena su cui i governi possono poco o nulla e in cui le strategie di controinformazione, discussione, ribellione, autoorganizzazione possono invece molto. In ciò che resta delle democrazie, non è mai con un meno ma con un più di informazione, di immagini, di parole che si spezzano i tentativi di distruggere la sfera pubblica. Non è distogliendo lo sguardo dal gioco del boia che impareremo a dire no.

Torniamo al lavoro

Klein, Naomi

”I fanatici della Casa Bianca di Bush non sono né pazzi né stupidi né loschi più degli altri”: questo il sottotitolo dell’articolo della giornalista canadese, che spiega perché bisogna votare “anybody but Bush”. Un ragionamento applicabile anche alla situazione italiana? Da Internazionale, n. 553 del 19 agosto 2004

A giugno con riluttanza mi sono trovata d'accordo con quelli che dicono Anybody but Bush, "chiunque tranne Bush". A convincermi, alla fine, è stato Bush in a box, un regalo di mio fratello a mio padre per il suo compleanno. Bush in a box è una sagoma di cartone del presidente degli Stati Uniti con una serie di fumetti che riproducono i soliti bushismi.

Classiche cianfrusaglie contro Bush, in vendita da Wal-Mart e fabbricate in Malesia. Bush in a box mi ha però riempito di disperazione. Non perché il presidente sia idiota, cosa che già sapevo, ma perché ci rende idioti. Intendiamoci: mio fratello è un tipo intelligente, che dirige un centro di ricerca. Ma Bush in a box riassume bene il livello delle analisi sfornate oggi dalla sinistra. Il ritornello è noto: la Casa Bianca è caduta nelle mani di un losco gruppo di fanatici che sono pazzi, stupidi o entrambe le cose.

Votate Kerry e fate tornare il paese al buon senso. Ma i fanatici della Casa Bianca di Bush non sono né pazzi né stupidi né particolarmente loschi. Servono solo con spietata efficienza gli interessi delle grandi aziende che li hanno messi al potere. La loro arroganza non deriva dall'essere una nuova razza di fanatici, ma dal fatto che la vecchia razza si trova in un nuovo clima politico incontrollato. C'è però qualcosa nella miscela di ignoranza, devozione e arroganza di Bush che alimenta nei progressisti un disturbo che ho chiamato "cecità Bush".

Quando colpisce, ci fa perdere di vista ciò che sappiamo di politica, economia e storia, facendoci concentrare solo sulla personalità strampalata dell'inquilino della Casa Bianca. Questa follia deve finire, e il modo più rapido per farlo è eleggere John Kerry: non perché sarà diverso, ma perché sulla maggior parte dei temi fondamentali – l'Iraq, la "guerra alle droghe", il conflitto israelo-palestinese, il libero scambio, le imposte sulle società – sarà altrettanto nefasto. La principale differenza è che, facendo queste cose, Kerry apparirà intelligente, assennato e felicemente ottuso.

Ecco perché sono d'accordo con "Anybody but Bush": solo con al timone una persona noiosa come Kerry riusciremo a piantarla con le patologie presidenziali e potremo di nuovo concentrarci sui problemi concreti. Naturalmente la maggior parte dei progressisti è già compatta sull'"Anybody but Bush", convinta che non sia il momento di sottolineare le somiglianze tra i due partiti aziendalisti. Non sono d'accordo. Dobbiamo prendere atto di queste spiacevoli somiglianze e poi chiederci se abbiamo migliori possibilità di combattere un programma aziendalista promosso da Kerry o da Bush.

Non credo che la sinistra sarà ascoltata in una Casa Bianca targata Kerry/Edwards. Ma vale la pena ricordare una cosa: è stato sotto Bill Clinton che i movimenti progressisti in occidente hanno di nuovo cominciato ad analizzare i sistemi, la globalizzazione delle multinazionali e addirittura il capitalismo e il colonialismo.

Abbiamo cominciato a vedere l'impero moderno non come la sfera di un'unica nazione, ma come un sistema globale di stati interdipendenti, istituzioni internazionali e grandi aziende; una comprensione che ci ha permesso di costruire delle reti globali, dal Forum sociale mondiale a Indymedia. Leader innocui, che declamano cliché liberal mentre tagliano lo stato sociale e privatizzano il pianeta, ci spingono a identificare meglio quei sistemi e a costruire movimenti agili e intelligenti per fronteggiarli.

Alcuni sostengono che l'estremismo di Bush ha in realtà un effetto positivo perché unifica il resto del mondo contro l'impero Usa. Ma un mondo unito contro gli Stati Uniti non è necessariamente unito contro l'imperialismo. Malgrado la loro retorica, Francia e Russia si sono opposte all'invasione dell'Iraq perché minacciava i loro piani sul petrolio iracheno.

Con Kerry al potere, i leader europei non potranno più nascondere i loro disegni imperiali dietro le sferzate contro Bush. Lo sfidante democratico sostiene che dobbiamo dare "ai nostri alleati… un equo accesso ai contratti della ricostruzione" e alla "redditizia industria petrolifera irachena". Come se i problemi dell'Iraq si risolvessero dando a Francia e Germania una quota più grande del bottino di guerra.

Non si parla degli iracheni, e del loro diritto a gestire il loro paese e il loro petrolio. Sotto un governo Kerry la consolante illusione di un mondo unito contro l'aggressione imperiale cadrà, mettendo a nudo quelle manovre per il potere che sono il vero volto dell'impero moderno.

Di recente ho avuto un'accesa discussione con un amico a proposito del sostegno di Kerry al muro dell'apartheid in Israele, sugli attacchi gratuiti contro il presidente venezuelano Hugo Chávez e sui suoi pessimi precedenti in materia di libero scambio.

"Sì", ha concordato tristemente l'amico. "Ma almeno crede nell'evoluzione". Anch'io ci credo: nell'evoluzione più che mai necessaria dei nostri movimenti progressisti. E questo non succederà finché non metteremo via gli adesivi da frigorifero e le battute su Bush e non diventeremo seri. Cioè solo quando ci saremo sbarazzati del "distrattore in capo". Perciò, Anybody but Bush. E poi si torni al lavoro.

ROMA Professore Fisichella, lei sostiene che è sempre più il governo, invece dei Parlamento, a fare le leggi. È così?

È una tendenza che si manifesta da tempo non solo in Italia ma che in Italia ha raggiunto un livello molto alto.

Da quando e perché?

La tendenza rinvia anche a legislature precedenti ma in questa mi pare ci sia stata una certa accelerazione. Questo apre la strada verso una caduta dell'equilibrio tra esecutivo e legislativo. La letteratura scientifica attribuisce ai parlamenti due funzioni fondamentali: produzione legislativa e controllo politico. Della legislazione ho già detto. I parlamenti cercano semmai di inserirsi nella iniziativa governativa con piccole modifiche e senza grande capacità di promuovere leggi sistemiche. Sul controllo politico gli spazi si stanno obiettivamente restringendo.

Dove porta tutto questo?

Verso la contrazione degli spazi per le classi di estrazione squisitamente politica rispetto a quelle di estrazione economica, tecnocratica, finanziaria, mediatica. Se si restringe lo spazio delle istituzioni rappresentative, in un quadro che registra la crisi dei partiti e per molti aspetti anche dei sindacati, è evidente che gli spazi resi vuoti dalle difficoltà crescenti del Parlamento e dal rattrappimento di partiti e sindacati, vengono riempiti da altri soggetti che non hanno legittimazione democratica.

Andiamo verso una società sempre più autoritaria?

È un rischio, non c'è nulla di ineluttabile anche se ci sono forti tendenze, verso una società dove il criterio di selezione democratica viene per vari aspetti superato da criteri di selezione oligarchici. Per Augusto Comte ci sono due grandi poteri: la forza concentrata e quella dispersa. La prima, è quella delle risorse economiche e finanziarie; la seconda, quella dei grandi numeri e può controbilanciare la prima. Ma se partiti e sindacati sono in crisi, il potere mediatico finisce con l'assolvere un ruolo di indirizzo o di elusione, di sviamento dai grandi problemi reali della società.

Lei parla della crisi della democrazia italiana e in controluce si vede Berlusconi proprietario delle tv. Ho capito male?

Il fenomeno negli Usa s'è manifestato da tempo. I politologi parlano di sistema senza partiti. Il partito è stato sostituito essenzialmente dal potere mediatico, dalle televisioni.

Insomma, da Berlusconi. Ma come possiamo difenderci in Italia? Quali garanzie possiamo darci?

In un sistema bipolare è necessario che i due poli possano competere ad armi pari. Questo, per un verso, esige che siano rispettate certe regole che riguardano anche il sistema mediatico…

…Par condicio…

…Appunto. Per un altro esige che se c'è una opposizione che ritiene che la situazione deve essere corretta, questa opposizione deve comportarsi seriamente, senza dare gli spettacoli che sta dando in questo periodo.

Professore è polemico col centro destra e critico col centro sinistra?

(ride) Veda lei, veda lei.

L'opposizione sottovaluta?

Siamo di fronte a una generale carenza di classi dirigenti in Italia. Una classe dirigente seria, consapevole del fatto che questi sono i problemi, non li ridurrebbe ai particolarismi su cui indulge con troppo frequenza, ad atteggiamenti di antipolitica o di politicantismo partigiano. Sì, direi che non ci si rende conto che in Italia, ma non solo, viviamo un processo di svuotamento per linee interne della democrazia attraverso un indebolimento delle regole e soggetti (partiti, sindacati, istituzioni rappresentative). Questa crisi libera spazi che vengono occupati da soggetti che non hanno legittimazione democratica.

La mancata soluzione del conflitto d'interessi aggrava la situazione italiana?

È uno dei problemi di cui su cui ha ragionato anche il centro destra che però non s'è dato una soluzione soddisfacente. Ma lo svuotamento della democrazia dovrebbe essere affrontato soprattutto dall'opposizione e da quella parte della maggioranza consapevole dei rischi.

Invece l'opposizione non se ne occupa?

Non lo so. L'opposizione mi appare incomprensibile in questa fase.Non riesco a cogliere in essa il senso della consapevolezza della sfida che sta vivendo il sistema democratico italiano.

Il bipolarismo come si colloca nella sua analisi?

Può essere del tutto coerente con una Italia che funziona bene. Non c'è contrapposizione tra bipolarismo e una funzione alta della politica.

E la concentrazione dei media?

Sempre la concentrazione eccessiva è stata una controindicazione per la democrazia. La storia della democrazia europea, l'unica che conosciamo, da 2500 anni a questa parte raccomanda di evitare gli eccessi di concentrazione, quello che gli antichi chiamavano il dispotismo orientale. Il potere deve essere distribuito in modo che non ci sia tutto il potere su un unico capo, su una unica testa.

Voterà l'eventuale legge sulla cancellazione della par condicio?

Alcune leggi che riguardano le regole non le ho votate quando mi è sembrato costituissero un vulnus per la democrazia.

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