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Mi qualifico e lui di rimando: «Ma allora lei non è il Tale giornalista?»

- No, sono Vittorio Emiliani, giornalista, e vorrei alcune delucidazioni...

- No, se è lei e non quell’altro, non le rispondo.

- Come non mi risponde? Sono giornalista, ho diretto il “Messaggero”, se permette.

E sono stato anche membro del Consiglio Nazionale dei Beni culturali. Lei deve rispondermi.

- Ah, dunque lei mi minaccia...

Facciamo un passo indietro. Nel maggio scorso il ministro Giuliano Urbani ha deciso una turbinosa girandola di rimozione (vere), di promozioni (spesso fasulle), di trasferimenti e conferme, che ha suscitato un’ondata di proteste: Francesco Scoppola rimosso dalla Soprintendenza regionale delle Marche (dove operava con alacrità e rigore) senza alcuna destinazione; Elio Garzillo rimosso da analogo incarico in Emilia Romagna per un posto al Ministero, il loro omologo toscano Mario Lolli Ghetti retrocesso da Firenze ad Ancona dopo anni di intensa attività; il bravo Ruggero Martines spedito in promozione da Roma in Molise, e così via. Molti dirigente innalzati al rango di Soprintendenti regionali dai ruoli amministrativi al posto di tecnici esperti. In Piemonte nominato dirigente centrale l’ex segretario politico del ministro, che non è né un tecnico né un amministrativo del ramo Beni culturali. Infine, i direttori centrali moltiplicati da una trentina ad una quarantina “a spesa invariata”. Un miracolo laico. Siccome da settimane non se ne sa più nulla, mi vien voglia di avere qualche notizia di prima mano e così telefono all’ufficio stampa del Ministero. Dove lì per lì si limitano a dirmi che in serata (era martedì scorso) uscirà un comunicato esplicativo, poi mi indicano il dottor Nastasi del Legislativo come colui che ha seguito tutta la vicenda. Ecco come riprende il dialogo.

- Io la minaccio? Io le chiedo soltanto di fare il suo dovere, cioè di darmi le notizie che avrebbe dato ad un altro collega.

- Sì ma lui ha sempre scritto di Spettacoli...

- Scusi, ma questa è una notizia che riguarda soprattutto i Beni Culturali.

- Sì, ma lui scrive articoli corretti, mentre i suoi...

- Cosa vuole dire, scusi?

- Che sono articoli critici.

- E allora? La critica, se documentata, non è più ammessa?

- No, ma...

- Guardi che il Ministero non ha mai rettificato una sola riga dei miei articoli.

- Mi dica cosa vuole sapere.

- Dottor Nastasi, volevo sapere se la Corte dei conti ha sbloccato le nomine dei quaranta...

- Non c'era nulla da sbloccare...

- Scusi, ma aumentare il numero dei dirigenti centrali comportava una variazione nella spesa e quindi...

- Le dico e le ripeto che non c'era nessun problema, i soliti 30 giorni della Corte dei conti. Null'altro.

- Neppure sulla nomina dell'ex segretario politico del ministro Urbani a dirigente centrale in Piemonte?

- Neppure.

- Allora lei mi garantisce che tutto è sbloccato senza tagli di sorta?

- Ripeto: non c'è stato nessun problema checché le abbiano riferito i suoi informatori ministeriali.

Caro Silvio,

ti mando alcuni brevi appunti sulle priorità dell'Udc in merito all agenda del Governo e della maggioranza. Credo che essi possano far parte di quella scossa positiva che in tanti riteniamo indispensabile dare alla situazione politica.

Non entro nel merito del tema della struttura di Governo che, come tu ben sai, desta in noi emozioni assai moderate. Mi limito a ribadirti che la scelta indifferibile di un ministro dell'economia di alto profilo e di forte indipendenza che dia un significativo valore aggiunto alla compagine ministeriale, fa parte a pieno titolo della «scossa» di cui sopra. L'Udc non ha mai fatto mancare alla coalizione il suo contributo di idee e di proposte. In più di un'occasione ricorderai ad esempio le nostre iniziative sui progetti dell'immigrazione e sul bonus per i figli siamo riusciti ad imprimere correzioni di rotta che hanno prodotto effetti positivi per tutta la maggioranza.

Anche in queste ore, e a maggior ragione dopo i risultati elettorali delle europee e delle amministrative, il nostro partito intende far valere il proprio punto di vista nell'interesse del successo dell'intera coalizione. In particolare, le nostre proposte (che qui ti sintetizzo) riguardano le istituzioni, l'economia, il sistema delle garanzie.

Istituzioni

Il gruppo Udc alla Camera ha presentato un insieme di proposte per la modifica al progetto di riforma della Costituzione. Tra queste, ti segnalo alcuni emendamenti che riteniamo fondamentali e che riguardano, in tema di federalismo, una significativa correzione della riforma del Titolo V realizzata nella scorsa legislatura, una più rigorosa distinzione delle competenze di Stato e Regioni e una più adeguata formulazione del principio di interesse nazionale e, in tema di forma di governo, una limatura dei poteri del premier tale, da un lato, da ribadire il carattere parlamentare della Repubblica e, dall'altro, da essere compatibile con una legge elettorale che salvaguardi insieme la rappresentanza proporzionale delle forze politiche, il loro vincolo di coalizione e dunque il carattere bipolare del confronto politico. La direzione nazionale del partito ha ribadito, tra le nostre priorità, l'approvazione di una legge elettorale in senso proporzionale e con vincolo di coalizione. Il ministro Buttiglione ha presentato ad inizio legislatura una proposta di legge (n. 378) che per noi è molto più di una semplice base di discussione.

Economia

Rinviando alla stesura del Dpef la definizione di una proposta complessiva, mi limito a segnalarti la nostra posizione sugli argomenti che ci vengono prospettati con maggiore urgenza.

Per quanto riguarda il progetto di riforma fiscale, in attesa di conoscere e approfondire il quadro di sostenibilità finanziaria, e fermo restando l'assoluta necessità per il nostro Paese di mantenere una linea rigorosa di risanamento dei conti pubblici, ti rinnovo le nostre priorità: introduzione del quoziente familiare, eliminazione dell'Irap per i ricercatori e destinazione di una parte dell'aliquota dei redditi più alti a favore delle attività del privato sociale. Per l'Udc si tratta, insomma, di definire un progetto che, salvaguardando il rigore dei conti pubblici, abbia un profilo di profonda equità sociale. Insisto inoltre su alcuni impegni legislativi. Considero una fondamentale priorità per il Paese la sollecita approvazione della riforma previdenziale e della legge a tutela dei risparmiatori. Ricordo che su quest'ultimo punto già il ministro Tremonti si era impegnato personalmente in questo senso proponendo l'inasprimento delle pene per il falso in bilancio (vedi all. 3). Fa parte altresì di questa stessa agenda il nuovo ordinamento delle professioni e la riforma del diritto fallimentare.

Sistema delle garanzie

Siamo convinti che la rapida approvazione della legge sul conflitto d'interesse debba rientrare fra gli obiettivi di tutta la maggioranza. Si tratta peraltro di uno degli impegni dei 100 giorni, già approvato sulla base di un testo redatto dal ministro Frattini che ha ottenuto per 4 volte il voto favorevole in Parlamento da parte della maggioranza. Fa parte infine della nostra tradizione politica e culturale, ribadire che il servizio pubblico radiotelevisivo debba essere, per quanto possibile, espressione del Paese nella sua interezza. So bene che questo tema è controverso anche fra le forze della maggioranza ma credo che in questo caso ci siano logiche istituzionali che prevalgono sulle ragioni di parte. Almeno per noi. Tutti questi ragionamenti, lo sai bene, mirano a rendere la nostra alleanza e il Governo più forti e più capaci di affrontare un periodo difficile. Siamo una forza moderata alternativa alla sinistra e tenacemente legata al bipolarismo, e questa chiara identità dell'Udc segna il nostro percorso politico di oggi e di domani. Tutto questo è ovvio, ma ci tengo a ribadirlo una volta di più. Ti allego (1) gli emendamenti più significativi al disegno di legge di riforma costituzionale e (2) la proposta di legge elettorale presentata da Buttiglione. Spero e credo che tutto questo possa essere un contributo utile alla soluzione dei problemi che abbiamo di fronte.

La stagione delle grandi assemblee istituzionali annuali - prima quella di Confindustria, poi quella di Banca d’Italia, a cui seguiranno quella dell’Antitrust e quella della Consob - sta mostrando, come già accadde l’anno scorso, una straordinaria convergenza analitica sui veri problemi dell’economia e della società italiana, lasciati drammaticamente senza risposta dal centro-destra che ha compromesso il risanamento finanziario realizzato dai governi dell’Ulivo e di centrosinistra - i quali portarono il deficit dal 7,7% del Pil nel 1996 allo 0,6% del 2000 - senza nemmeno riuscire a rilanciare l’economia, oggi ferma alla crescita zero.

Alla vigilia del voto di metà giugno tutto ciò è di ulteriore buon auspicio per il clima positivo che si respira nell’aria in favore dell’affermazione delle forze di centrosinistra e di tutte le opposizioni di sinistra.

Esse, infatti, possono rivendicare di aver segnalato sin dal primo momento sia l’illusorietà del «miracolo economico» annunziato dal duo Berlusconi-Tremonti al loro insediamento governativo, sia la fallacia della pretesa di realizzarlo mediante il trinomio a loro caro «meno tasse, meno diritti, meno sindacato».

Dunque, la questione vera che la stagione delle grandi assemblee istituzionali segnala al centrosinistra, e all’opposizione tutta, non è saper raccogliere messaggi incivili - che esso, in realtà, in larga misura aveva anticipato - ma è saper poggiare, e sviluppare, la sua capacità di interlocuzione su più solide basi analitiche, argomentative, propositive, manifestando così concretamente la sua cultura di governo e l’effettività della sua candidatura ad alternativa governativa. Per solidificare e sviluppare la sua capacità d’interlocuzione, però, bisogna che il centrosinistra (ma anche l’opposizione tutta) faccia fino in fondo ciò che finora ha fatto insufficientemente o ha addirittura eluso: un confronto di merito sul merito, ponendo fine a quella scissione tra «contenitori» e «contenuti» che fin qui non ci ha certo aiutato a rafforzare la nostra credibilità come forza di governo.

Superare la scissione tra contenitore e contenuti, e riprendere in ogni caso una discussione ravvicinata sui contenuti, io credo sia la sfida maggiore che le forze di centrosinistra dovranno affrontare nell’immediato futuro, sperabilmente stimolate da un buon esito del voto europeo e amministrativo. Al contrario, penso che conduca nella direzione opposta l’invito formulato da Ranieri: riconoscere l’irriducibile contrasto tra «l’aggregazione dei riformisti e un programma comune di tutte le opposizioni», riconoscimento da cui deriverebbe la necessità di restituire alla lista unitaria il suo carattere originario di volontà di condensazione delle «famiglie politiche del riformismo intorno a una leadership», segnando un netto confine tra tali famiglie e tutto quanto di altro si muove a sinistra.

Tale invito condurrebbe nella direzione opposta a quella auspicabile intanto perché, nell’opinione mia e di tanti altri che lo hanno accolto, non era questo lo spirito che ha animato l’appello iniziale di Prodi, ribadito anche in questi giorni: «Nel grande disegno dell’Ulivo che va avanti» - ricordando che di esso fece parte un duro, tenace, largo, coinvolgente lavoro programmatico che si protrasse per un intero anno - può consentirci di corrispondere al bisogno di unità della gente, la quale «si mette insieme per il futuro e non per il passato, non per le radici ma per i frutti, conservatori con i conservatori, progressisti con i progressisti». E in secondo luogo perché, se fosse questo invece lo spirito, sarebbe uno spirito di divisione e non di unità - quell’unità a cui la lista unitaria si richiama così insistentemente anche nel nome - e il doveroso investimento identitario che il nostro popolo ci chiede sarebbe posto su basi troppo ristrette, quindi anguste. In terzo luogo perché, se con la sinistra antagonista e con Rifondazione non si vuole realizzare solo una fragile intesa elettorale, un accordo programmatico più di fondo bisognerà pur farlo, tanto è vero che sono già stati formalmente costituiti gruppi di lavoro comuni e la questione, semmai, è che la discussione coinvolga tanti e non sia requisita da pochi, i quali potrebbero trovare non motivati accordi sulle teste degli altri.

In quarto e più importante luogo, perché una siffatta identificazione di «campi di competenza» e di «confini tra campi» avverrebbe in totale astrazione da una riflessione sul merito e sui contenuti, mediante l’attribuzione di patenti di riformismo che, prescindendo da una discussione autentica su «cosa è riformismo» e su «quale riformismo», nel migliore dei casi sconfinerebbe nell’ideologismo, nel peggiore si offrirebbe come copertura a operazioni di moderatismo e di trasformismo o di autoperpetuazione di gruppi di potere.

Approntare la sfida consistente nel superare la scissione tra contenitori e contenuti, e concentrare la riflessione sui contenuti, implica a sciogliere, almeno tendenzialmente, i dilemmi relativi a che cosa vuol dire riformismo oggi, nel contesto europeo e della globalizzazione assai poco equa e democratica in atto. La commissione di Progetto dei Democratici di Sinistra e la conferenza programmatica di Milano dell’aprile 2003 hanno dato loro risposte, che alcuni non hanno pienamente accolto (si ricorderà che furono presentati testi di distinguo) e altri hanno preferito considerare «insignificanti» ritenendo prioritario il solo discorso sul contenitore. Gli uni e gli altri esprimevano, tuttavia, una distanza o un dissenso che sarebbe stato meglio allora palesare più chiaramente e discutere più esplicitamente, ma che tutto ci incoraggia a riprendere nel futuro.

Infatti, la commissione di progetto ha proposto analisi e scelte che discriminano destra/sinistra lungo quattro assi fondamentali: - una visione non apologetica della modernizzazione anche se basata sul ruolo fondamentale del mercato (legato, anzi, dalle politiche illiberali del centrodestra); - il primato del paradigma dei diritti; - la centralità delle politiche pubbliche; - l’assunzione del motto «tributi a fronte di servizi» come caratterizzazione di una politica fiscale di sinistra (invece che l’inseguimento della destra sul terreno dell’indiscriminata riduzione delle tasse sempre risolventesi in un vero vantaggio solo per i più ricchi).

È da qui che dobbiamo ripartire per sostanziare di nuove policies concrete l’autocritica che alcuni esponenti del centrosinistra apertamente si fanno sull’eccessiva indulgenza verso il neoliberismo nutrita nel passato. È da qui che dobbiamo ripartire per fornire risposte adeguate alla crisi in cui il governo di centrodestra ha precipitato il paese.

Sono proprio le assemblee istituzionali di quest’anno a confermarci sia la vitalità dell’economia italiana, sia che i suoi problemi si chiamano tradizionalismo nella specializzazione produttiva, nanismo nelle dimensioni, familismo della struttura proprietaria, dequalificazione del capitale umano, incremento delle diseguaglianze reddituali e non solo, declino della produttività dovuto in primo luogo a una carenza degli investimenti, specie di quelli di ricerca e sviluppo, e a un eccesso di flessibilità/precarietà della forza lavoro (ma perché il passaggio in proposito del governatore Fazio è stato così poco commentato?). E quando i problemi si chiamano così, quando essi esibiscono cioè una tale strutturalità, non sarà certo in grado di affrontarli il ricorso ad automatismi quale è anche una detassazione aselettiva, ma occorrono politiche pubbliche altrettanto strutturali, complesse e articolate, servono la messa in campo di più attori e di più protagonisti, una contaminazione feconda di più culture, la fertilizzazione reciproca di interessi e valori, animata da grandi idealità per un progetto a forte valenza anche identitaria.

Chi è Laura Pennacchi

ROMA - Il Premier Berlusconi nei manifesti destinati alla prossima campagna elettorale di giugno parla di «93 mila miliardi di lire di grandi opere attivate» dall´attuale governo. L´opposizione contesta questi dati e parla di cantieri virtuali e di progetti faraonici destinati a rimanere tali solo sulla carta. Qual è la realtà? Le risorse disponibili, per ammissione dello stesso ministero per le infrastrutture ammonterebbero a 43 mila miliardi delle vecchie lire, meno della metà.

A fornire la cifra, è lo stesso ministro Pietro Lunardi: «Queste risorse - spiega - rappresentano un dato che può essere dimostrato in qualunque momento». «Per l´esattezza - aggiunge - si tratta di 20, 6 miliardi di euro cui vanno aggiunti altri 10, 9 miliardi di euro, solo due dei quali però effettivamente disponibili, destinati alla riapertura di cantieri oggi sospesi per mancanza di finanziamenti. Siamo di fronte ad uno sforzo enorme anche se ancora insufficiente per raggiungere quegli obiettivi che servono al Paese per superare il gap tecnologico e infrastrutturale che ci divide dal resto d´Europa».

Un dato emerge chiaro: oggi le risorse disponibili rappresenterebbero solo un sesto di quanto previsto dalla legge Obiettivo e molto meno della metà di quanto riportato nei manifesti elettorali. Alla domanda se questo risponde a verità Lunardi replica con i dati di un articolato «dossier» destinato a finire nelle prossime ore sul tavolo del presidente del Consiglio Berlusconi. «Vorrei solo ricordare le gravi responsabilità che i governi di sinistra hanno avuto nel congelamento di opere indispensabili ai cittadini e allo sviluppo dell´economia italiana. A noi è toccato - dice il ministro - il difficile compito di riprendere in mano una situazione ampiamente compromessa. L´opposizione ironizza, dicendo che quando parliamo di ?attivazione di cantieri´ parliamo del nulla. Siamo come i buontemponi che al bar con gli amici dicono di aver attivato l´acquisto della Ferrari solo perché all´autoricambi hanno acquistato uno specchietto retrovisore della casa di Maranello... La realtà è una cosa ben diversa». Ma anche i problemi di cassa e di bilancio sono una realtà con cui fare i conti nel momento in cui sulle grandi opere grava il rischio di pesanti tagli, non inferiori a 10% del totale, per finanziare la riduzione delle aliquote Irpef che Berlusconi persegue in vista della prossima campagna elettorale. «Ho questa brutta sensazione - spiega Lunardi - credo che i tagli verranno fatti. Certo, andranno ad incidere sulle grandi opere e sull´apertura di nuovi cantieri. Si tratta di decidere se tagliare sulle infrastrutture oppure no. La mia opinione personale è relativa al fatto che se non si investe sulla mobilità, lo sviluppo non arriverà mai: quindi io investirei soprattutto sulle infrastrutture. Questo Tremonti lo sa, ma evidentemente ha la giacca tirata da tante parti, dovrà accontentare un pò tutti, oppure fare soffrire un pò tutti».

La situazione comunque sarebbe ancora sotto controllo. «Dei 128 miliardi di euro necessari per il piano delle grandi opere da realizzare in dieci anni, il 35% delle risorse è già reperito: 18, 5 miliardi sono stati stanziati con leggi dello Stato, 11, 9 miliardi arrivano da risorse non spese in passato, 4, 8 miliardi provengono da capitali privati, 7, 9 miliardi di euro infine dalla Ue». Ecco il quadro della situazione.

Cantieri aperti: 20,6 miliardi disponibili. «Stiamo completando l´alta velocità ferroviaria relativa al Corridoio 5 tra Padova e Mestre e Novara e Milano. Sulla Salerno Reggio Calabria con 2 miliardi di euro abbiamo aperto i cantieri per due lotti di lavori. Per il potenziamento della rete ferroviaria pronti 479 milioni per la Ventimiglia-Genova. Disponibili inoltre i primi 4,131 miliardi di euro destinati alla realizzazione del Mose, le paratie mobili della laguna di Venezia. Bene anche i lavori sul grande raccordo anulare di Roma dove c´è una disponibilità finanziaria di 613 milioni. Altri 381 milioni sono già nelle casse della Metropolitana di Napoli.

Opere da cantierare: risorse necessarie 47,9 miliardi «In questo capitolo di interventi - spiega il ministro comprendiamo sia i lavori parzialmente finanziati sia quelli deliberati e finanziati ma fermi per mancanza di progetti o autorizzazione. In questo contesto vanno considerate le opere attivate ovvero già approvate dal Cipe. Ci sono risorse per 47, 9 miliardi, 4, 7 dei quali destinati alla realizzazione del terzo valico alpino sulla Genova Novara Milano, e i 4,7 miliardi di euro, 319 milioni sono in cassa, destinati alla realizzazione del Ponte sullo Stretto per il quale confermo che sarà realizzato entro il 2011».

Vorrei fare alcune osservazioni sull'editoriale di Sergio Romano, nel " Corriere" di sabato 21 febbraio, perché non mi pare vada nel senso dell'approfondimento e della chiarificazione nel dibattito (si fa per dire) economico e politico in corso sulla stampa. Al di là degli insulti e dei dérapages che ci affliggono quotidianamente , vorrei fare alcune riflessioni.

Lo stato dell'economia italiana ha manifestato acute patologie che sono, nell'ordine:

a) un sommerso pari a un quarto del Pil

b) un 'evasione fiscale pari a 160.000 miliardi di lire, che é stata un vero maxi furto ai danni della collettività.

Le carenze dell'imprenditoria in Italia sono soprattutto

a ) la volontà decisa e generalizzata di metabolizzare il rischio , ricorrendo al credito bancario in forma massiccia, a scapito dell'accumulazione degli utili di impresa e dell'autofinanziamento

b) la volontà di evitare scrupolosamente ogni forma di concorrenza (e s. Caso Fiat, caso Mediaset, caso Publitalia) , assumendo , tramite l'organizzazione familiare, le forme più chiuse di Monopolio

c) risparmiare sul costo del lavoro, e delle tutele sociali, scaricando sui l salariati le colpe delle incapacità imprenditoriali

d) e infine la scarsità di trasparenza delle modalità di controllo interne all'impresa , a cominciare dailla struttura dei CDA aziendali , dove si registra la presenza non di controllori esterni ma di familiari e di banchieri finanziatori delle attività.

Questa evoluzione del capitalismo da industriale a finanziario-speculativo si é fatta a detrimento della classe media e dei risparmiatori, usciti distrutti dala dittatura dei managers e degli amministratori delegati.

La Confindustria ha cercato delle risposte non rinnovando il sistema, attraverso la ricerca, l'innovazione, per poter sfidare la concorrenza nazionale e internazionale , ma ricorrendo ai partiti (cfr il caso Mediaset e il P.S.I.), ai sindacati e alle banche, tanto da rendere assolutamente indispensabile oggi un cambio deciso di rotta con una nuova presidenza dell'associazione.

Su chi ha rubato e chi non ha rubato , le constatazioni dell'ambasciatore Romano a proposito del "populismo" del '92 e quello dei nostri giorni sono assolutamente superficiali.

I politici hanno precise responsabilità, non certo quando comprano una seconda casa o una barca, ma quando ricorrono alle tangenti e ai paradisi fiscali per finanziare o i partiti stessi o improbabili riviste "riformiste", veri pasticci politici , che snaturano l'originale mandato loro conferito gli elettori.

Quanto all' esaltazione fatta da Sergio Romano della capacità "riformatrice" della Tatcher, mi limito ad osservare che la privatizzazione di British Railroad, ha portato alla distruzione dell'impresa, specialmente nel settore della manutenzione, abbandono che ha causato sempre più frequenti incidenti ferroviari (cfr. la denuncia del cineasta Ken Loach).

Il riformismo di De Gaulle era fondato invece su basi ben diverse, sulla nazionalizzazione delle grandi imprese , sullo sviluppo della ricerca, con la creazione del CNRS , sulla protezione sociale, su un'autentica politica di aiuto alla famiglia, esattamente il contrario di quanto ha fatto Margareth Tatcher.

Quanto all'incapacità del Presidente del Consiglio di somigliare all'uno o all'altro, e di assicurare le riforme economiche del sistema, prima di tutto sul piano della trasparenza e della correttezza gestionale, rimando l'ambasciatore Romano allo studio delle origini della sua fortuna, le cui caratteristiche affondano ancora oggi nella nebbia più fitta.

Ci sono alcuni processi in corso e dovremmo attendere l'esito del terzo grado di giudizio per poter ricostruire la vera storia del capitalismo italiano, da Mani Pulite ai giorni nostri. Forse anche per questo Berlusconi non é la persona più adatta a fare "le analisi delle crisi aziendali e bancarie", come vorrebbe l'Ambasciatore Romano, analisi che sono oggi su tutti i giornali.

Conosce molto bene i meccanismi per sottrarre i capitali alla leva fiscale: non tutti gli imprenditori sono ladri, ma le cifre vertiginose dell'evasione parlano chiaro, e certo sono furti ai danni della collettività, che vengono dichiarati senza un filo di vergogna, anzi, addirittura legittimati sul piano morale!

* gia' direttrice dell'Istituto italiano di cultura di Marsiglia

by Bollettino Osservatorio

La lettera inviata ad alcuni giornali dal ministro Castelli - nella quale viene insolentito il direttore di "Le Monde" - assomiglia moltissimo all'aggressione verbale (e quasi fisica) compiuta la settimana scorsa da alcuni parlamentari della Lega Nord contro la giovane Chiara Moroni, deputata socialista. E assomiglia alle invettive contro gli immigrati, i non-sposati e i mendicati, lanciate dal ministro Calderoli e dal consigliere lombardo Boni. Castelli, Calderoli, Boni sono tutti dirigenti della Lega. Questi episodi sono l'espressione di una cultura politico-ideale basata sulla difesa arcigna del proprio branco, e sull'odio per lo straniero, o per il diverso, o per il dissidente, o per l'ospite. E' una cultura politica che trae origine dagli istinti primordiali dell'essere vivente, che nell’epoca moderna, in gran parte, sono stati superati dallo sviluppo della civiltà umana, dal diffondersi delle sue grandi religioni, dei sistemi filosofici, dalla modifica del senso comune. Le due scuole di pensiero che più hanno contribuito, in occidente, al superamento di quegli istinti feroci e un po' animaleschi, sono state la scuola cristiana e l'illuminismo francese. Chissà che tanto odio anti-francese, che in questi ultimi anni sta dilagando nella destra internazionale, non sia in qualche modo legato al rabbioso rifiuto dell'illuminismo.

La lettera di Castelli non ha una struttura molto complessa. Una volta rimesse in ordine le frasi, trovato un accordo tra verbi plurali e sostantivi singolari, intuite a senso alcune proposizioni anacolute o incompiute (se Castelli rileggesse la sua lettera attentamente, con l'aiuto di un buon insegnante delle elementari, capirebbe forse il perché di quel senso di inferiorità culturale che ha riscontrato con disappunto in ampi settori della destra italiana…) ci si accorge che i concetti espressi dal ministro sono solo tre. Piuttosto chiari. Primo, il signor Colombani (cioè il direttore di "Le Monde") mente quando sostiene che suo figlio - di origine indiana e di carnagione scura - è stato varie volte maltrattato all'aeroporto di Venezia, dalla polizia di frontiera, per motivi probabilmente razzisti e xenofobi. Secondo, se anche non mentisse, poco male, visto che "Le Monde" ha sostenuto una campagna contro l'estradizione dello scrittore Cesare Battisti accusato (e condannato) dai tribunali italiani per omicidio. Le accuse di scarso garantismo contro i tribunali italiani sono ben più gravi e razziste delle perquisizioni della polizia, decise in base al colore della pelle. Terzo concetto, in Europa prevale una cultura islamica, anticristiana, antiebraica e massonica che va rovesciata. E quindi non bisogna chiedere scusa per eventuali vessazioni razziste, è bene invece pretendere che siano i vessati a chiedere scusa a noi per averci sospettato di razzismo, mentre noi razzisti non siamo (tutt'al più ce l'abbiamo con le razze inferiori o con gli islamici, o con i sospetti islamici: tutto qui).

Questo terzo concetto, esposto con molta veemenza, contiene una fortissima polemica con il ministro dell'Interno Beppe Pisanu, che invece - con la sua usuale beneducazione - aveva chiesto scusa al direttore di "Le Monde" per il comportamento della polizia italiana.

A questo punto archiviamo la lettera del ministro Castelli e la sua polemica un po' scombiccherata? Facciamolo pure. Però prendiamo atto del fatto che la Lega costituisce un problema politico serio in questo paese. Le Lega ha una cultura che assomiglia molto, nelle sue ragioni e nelle sue pulsioni essenziali, alla vecchia cultura fascista. Il fascismo fu la soluzione reazionaria e incivile scelta da una parte della borghesia europea, negli anni venti e trenta, per rinsaldare il proprio potere in una fase della storia caratterizzata dal dilagare dell'industria fordista e dal crescere dell'influenza del movimento operaio e delle classi subalterne. Il leghismo è qualcosa di analogo. E’ un'idea di reazione al nuovo, alla globalizzazione, alle grandi migrazioni e alle rivendicazioni di milioni di persone, ed è un'idea che si realizza mettendo al primo posto la difesa di un diritto collettivo specialissimo: il privilegio di gruppo. Il privilegio dell'occidente, il privilegio del nord, il privilegio del ceto medio alto, il privilegio del commerciante o dell'industriale, il privilegio del padano. Per difendere questo privilegio, e impedire una dispersione delle ricchezze, occorre respingere il diverso, il povero, lo straniero, il migrante, il non-cittadino. Chiudersi nel fortino del benessere e resistere all'assedio, facendosi forti dei più radicati sentimenti anti-solidaristi che sonnecchiano sempre in alcuni angoli della società. Perché questi sentimenti possano vivere e svilupparsi, occorre un ambiente dove non entri la cultura moderna (bollata come massonica, illuminista o addirittura aperta all'islam e all'Africa). Perché quella cultura rischia di uccidere l’egoismo sociale.

Questo tipo di fascismo del 2000 non è solo italiano. C'è in tutti i grandi paesi occidentali. In alcuni si maschera da cristianesimo tradizionalista (ma francamente ha pochissimo a che fare col cristianesimo), per esempio in America; in altri no, non si dice cristiano anzi esalta le proprie radici pagane e talvolta naziste. Qual è la differenza tra noi e gli altri grandi paesi dell'Occidente? Da noi questo fascismo moderno è al governo. Solo da noi. Le grandi destre europee (al potere o all’opposizione) si sono collocate a distanza di sicurezza, non accettano di mischiarsi in nessun modo (vedi Chirac). Da noi invece la destra liberale ha accettato il patto con la Lega e su quel patto ha costruito la casa delle libertà. E' un problema immenso. La destra crede di poterlo aggirare con un po' di diplomazia e un po' di furbizia. Sbaglia. I nodi stanno venendo al pettine, come si vede in questi giorni, e sono sempre più intrecciati, sempre più dolorosi da sciogliere. Lo vedremo a settembre, quando si discuterà di federalismo e verrà messo in discussione il patto di unità e di solidarietà nazionale. Vanno tagliati via con le forbici, questi nodi. Bisogna scegliere: Pisanu o Castelli? Costa tagliarli con le forbici, costa soprattutto a breve, in termine di voti. Ma rende. Fa acquistare un patrimonio di credibilità, e alla lunga la credibilità vale più di un fardello di voti.


Come sempre quando è in difficoltà, Silvio Berlusconi sfodera ottimismo ed efficientismo e il gioco gli pare fatto. Ma è difficile che la non-stop di quarantott'ore e tre tavoli allestita per domenica sera possa davvero ristrutturare la Casa delle libertà e rimettere i suoi abitanti d'amore e d'accordo cosette da nulla come il federalismo, il fisco, il sistema elettorale. Berlusconi ha perso a un tempo l'aura del venditore di miracoli, la rendita dell'imperatore circondato da vassalli obbedienti, la delega dell'azionista di poteri forti conniventi, Fazio e Montezemolo in primis. In sostanza, la bolla si è bucata. Ma la bolla-Berlusconi non era solo un equilibrio di governo. Era un (dis)equilibrio di sistema, l'anomalia impazzita che aveva ricombinato e incollato i cocci dell'esplosione dei primi anni 90, obbligando il bipolarismo forzoso all'italiana a funzionare. Il buco della bolla equivale perciò non a una crisi di governo ma a una crisi di sistema. Follini evidentemente lo sa e per questo non demorde. Non basta più il collante del governo, se nell'aria si sente un cambio di stagione che può portare frutti più copiosi. La ricostituzione del dissolto partito democristiano? Diciamolo con parole di oggi: il trasferimento dall'anomalia impazzita a un più normale comando centrista dei voti usurpati dal partito azzurro sul lato destro, e di quelli incastrati nell'incerto contenitore della Margherita sul lato sinistro. Non sarà la vecchia Dc ma un nuovo centro. Il centro, magari esile numericamente ma imprescindibile strutturalmente e rivendicabile storicamente, del sistema. Di un sistema non a due ma almeno a tre punte.

Fine del bipolarismo? Sarebbe azzardato sostenerlo mentre i più giurano e spergiurano che il bipolarismo non si tocca. Le incognite sono troppe per correre con le previsioni: crisi o no, elezioni anticipate o no, impugnate da chi, con quali argomenti e quali regole. Si vedrà quanto peso avrà la rivendicazione proporzionalista di Follini nella maratona della Casa delle libertà; ma più che ai passi tecnici, conviene guardare ai dati politici. I quali, come s'era capito nell'immediatezza del voto europeo, segnalano una crisi doppia del bipolarismo: nel centrodestra, e nel centrosinistra.

Solo che le due crisi non sono simmetriche, ed è questo che rende la partita più complicata e imprevedibile. Anche nell'Ulivo infatti la posta in gioco principale si chiama centro, ma a differenza che nella Casa delle libertà questa posta per ora non rafforza una delle sigle in campo, ma ne indebolisce due, la Margherita e i Ds. E nulla lascia prevedere che l'unico disegno chiaro in campo - firmato D'Alema e volto a perseverare dal listone al partito unico sotto comando diessino, con la Margherita disintegrata, Prodi imbrigliato e l'accordo con Bertinotti a scadenza - proceda liscio come l'olio.

Intanto perché la Margherita magari preferisce farsi integrare da Follini piuttosto che disintegrare da D'Alema. Ma soprattutto perché se il centro si ricostituisse autonomamente, rompendo i trattini con la destra e con la sinistra, la logica di sistema richiederebbe non più di fare due sinistre, una moderata che governa e l'altra radicale che non nuoce, ma una sinistra e basta che convince. Tutto un altro gioco (e non chiamiamolo vecchio Pci neanche per scherzo), del quale non si vedono né i presupposti né i programmi.

Sarebbe il caso di cominciare a profilarli. Senza aspettarseli da chi si diverte col triciclo, e senza aspettare il prevedibile scenario congressuale Ds per recitare ciascuno la propria prevedibile parte. Nella crisi che espone la maggioranza di governo e logora la maggioranza dell'opposizione, c'è un silenzio assordante sul versante sinistro che non porta nulla di buono, né idee né spostamenti, né grandi né piccoli passi. Dal correntone a Rifondazione riguarda tutti e non ha alibi. Più del 13 per cento dei consensi sono un lusso che nessun altro paese europeo può vantare e che non consente a nessuno di acquattarsi nel ruolo di una minoranza senza voce in capitolo.

IL CAPO dello Stato, con una lettera irritualmente resa pubblica, chiede al ministro di Giustizia che gli siano inviati "i fascicoli" per la concessione della grazia a Ovidio Bompressi e Adriano Sofri. Con quest´iniziativa, Carlo Azeglio Ciampi sembra voler liquidare finalmente le due anomalie che hanno finora impedito la soluzione del "caso Sofri". Anche se oggi la questione ? soprattutto per il coraggio e la determinazione di Marco Pannella ? va ben oltre il destino di un detenuto e interpella, come ha scritto il leader radicale, «l´esercizio di un potere costituzionale» e «lo stesso principio di legalità».

Occorre ricordare quali sono le due anomalie che affliggono l´affare. La prima anomalia si chiama Roberto Castelli. Il ministro di Giustizia ritiene di avere «un potere di concerto» nell´atto di clemenza, «una responsabilità politica» nel provvedimento. Addirittura «un potere d´interdizione». La grazia, in realtà, non è stata mai riconducibile al potere di indirizzo politico di un governo. Al ministro, la Costituzione assegna soltanto il compito dell´istruzione del provvedimento, quindi «un ruolo servente rispetto al Quirinale» (Michele Ainis). Il Guardasigilli istruisce "il fascicolo". Lo invia al capo dello Stato con una proposta favorevole o sfavorevole alla concessione. La sua controfirma al provvedimento di clemenza «è un atto dovuto» (Andrea Manzella, Francesco Paolo Casavola, Giuliano Amato). È la prima anomalia.

La seconda anomalia chiama in causa lo stesso capo dello Stato. Già in luglio Ciampi era pronto a concedere la grazia ad Adriano Sofri. Dinanzi al rifiuto del ministro, decide di non firmarla. La rinuncia rafforza l´infondata convinzione che la grazia sia un provvedimento duale, nella disponibilità di due soggetti: il capo dello Stato e il ministro di Giustizia. E in effetti è stata questa, finora, la prassi. La prassi ha avuto, però, sempre un principio sotteso, ineliminabile e decisivo: lo spirito di collaborazione tra le istituzioni. Sorprendentemente il ministro Castelli nega ogni collaborazione al presidente della Repubblica. Pronto a concedere la clemenza, Ciampi pubblicamente dice di avere già la penna in mano. Castelli decide di lasciarlo con la penna a mezz´aria. Per molti, questa è già la mossa ostile, e abusiva, che impone di modificare la prassi per ritornare alla lettura autentica del dettato costituzionale, quindi alla riappropriazione da parte del presidente della Repubblica di un potere che oggi gli appartiene in modo esclusivo, come ieri era esclusivo potere del sovrano.

Ciampi non ama gli strappi istituzionali e decide di aggirare l´ostacolo chiedendo al Parlamento di approvare una legge che gli assegni ciò che è già suo per la Carta e che glielo assegni anche se il detenuto non avanzi una domanda di clemenza. Quindi con una modalità già ora presente nella legge («La grazia può essere concessa anche in assenza di domanda o proposta», codice di procedura penale, art. 681). Anche questo tentativo di sminare il terreno evitando un conflitto istituzionale va a vuoto. La maggioranza boccia la proposta avanzata da Marco Boato: gli uomini di An pensano ancora che per avere un atto di clemenza bisogna abiurare; i leghisti sono in perenne campagna elettorale; Berlusconi tace e s´eclissa. Non è un male che le Camere affondino il pasticcio.

Ostinato a evitare ogni conflitto, Ciampi in queste settimane, con discrezione, chiede al ministro attraverso i suoi "ambasciatori" di inviargli «le istruttorie in materia di grazia». Castelli fa finta di nulla. Ciampi decide allora di pubblicizzare la sua iniziativa e Castelli, dopo aver negato al mattino di aver ricevuto una lettera dal Quirinale, ammette a sera di aver letto «solo oggi» la missiva spedita due giorni fa per concludere che «per cortesia istituzionale» invierà le carte anche se questo «non implica un´adesione alla richiesta di grazia». L´espressione è ambigua. Castelli maneggia male il glossario e non si comprende se questa precisazione annuncia che egli invierà la documentazione con il suo parere negativo. O, al contrario, che rifiuterà di "controfirmare" il provvedimento di clemenza.

Quali che siano alla fine le decisioni del Guardasigilli, la lettera del capo di Stato comincia a fare un po´ di luce in un affare che, limpido nella lettura della Carta, è stato oscurato da interpretazioni quietiste e mosse illegittime (o forse soltanto ignoranti).

Con la sua iniziativa, Ciampi ribadisce che il potere di grazia è una assoluta, esclusiva prerogativa del suo ufficio. Ricorda che la collaborazione del ministro si limita all´istruzione e all´invio del fascicolo al Quirinale e non può trasformarsi in potere di interdizione. Sono mosse chiare, inequivoche e necessarie, che tuttavia avviano un percorso istituzionale, ma non sollecitano all´ottimismo. La conclusione di questo affare potrebbe ancora non essere rapida né priva di conflitti. Al contrario, se si ha a mente il comportamento distruttivo del «principio di legalità», per dirla con Pannella, tenuto dal Guardasigilli, chi può essere autorizzato a credere che Roberto Castelli si sia convinto a rispettare le regole (direi, il decoro) del suo ruolo? Ha fatto orecchie da mercante in queste settimane dinanzi agli inviti del Quirinale. Ha negato l´esistenza della lettera di Ciampi. Quando ne ha ammesso l´esistenza, provocatoriamente s´è appellato alla sola «cortesia», non al dovere istituzionale, lasciando scivolare una obliqua minaccia: boccerò la richiesta o non la controfirmerò.

Da qui a qualche settimana (Castelli già parla di mesi), il confronto tra Governo e Quirinale potrebbe dunque riproporsi. In queste forme. Ciampi riceve i fascicoli, non tiene conto del parere negativo del ministro (obbligatorio, ma non vincolante) e firma un provvedimento di clemenza per Bompressi e Sofri. Castelli non lo controfirma. La firma di Castelli è un atto dovuto, abbiamo già detto, perché il ministro «non ha nessuna responsabilità di merito» (Augusto Cerri), ma soltanto il dovere del consueto controllo di legittimità. Senza quella firma, però, i detenuti restano in prigione (le chiavi delle celle sono nella tasca del ministro). È vero, la grazia potrebbe essere controfirmata dal presidente del Consiglio. «È controfirmatore idoneo o meglio eccellente» (Franco Cordero). Ma avrà voglia Silvio Berlusconi di farlo alla vigilia delle elezioni e in contrasto con il suo miglior alleato nel governo? Senza una controfirma quell´atto di clemenza è monco e sterilizzato. Al capo dello Stato si presenterebbe soltanto una strada, la più dolorosa: sollevare il conflitto di attribuzione dinanzi alla Corte Costituzionale.

Ha ragione Marco Pannella. In questa storia, c´è ancora spazio per altri trabocchetti. Ha torto, però, il leader radicale a non vedere, nella lettera firmata da Ciampi, il «gesto che inequivocabilmente dimostra che il presidente è tornato libero di fare quello che la Costituzione gli chiede e gli consente di fare».

Rinunci oggi allo sciopero della sete. La difesa della Costituzione da illegittimi poteri d´interdizione o di indirizzo politico potrebbe richiedere il suo coraggio domani.

PENSO proprio che oggi mi debba anch´io occupare del calcio. Lo faccio per tre buone ragioni: è uno dei più grossi affari nazionali, è uno dei più evidenti scandali nazionali, è uno dei principali punti di snodo tra lo spettacolo e la politica. Aggiungo che sono un tifoso del calcio come gran parte degli italiani; tifo per la nostra nazionale e tifo per la Roma fin da quando giocava sul campo di Testaccio e il capitano si chiamava Fulvio Bernardini.

Roba di settant´anni fa.

Da allora, ovviamente, è cambiato tutto. In quell´epoca, tanto per dire, le squadre di serie A si andavano a scegliere i giovani talenti nelle squadrette di quartiere e nelle cittadine della provincia e avevano anche un proprio vivaio che coltivavano con molta cura. Il calciomercato aveva dimensioni casalinghe. L´equilibrio finanziario era facilmente raggiungibile. Le tifoserie erano molto accese e qualche volta volavano i pugni, ma non si conoscevano infiltrazioni teppistiche né minacce all´ordine pubblico.

Giocatori stranieri c´erano anche allora ma assai pochi, per lo più italoargentini.

Gli allenatori preparavano gli atleti con gli allenamenti ma non si conoscevano speciali formule e sofisticate strategie. In difesa della porta, insieme al portiere, si schieravano due terzini ai quali, al bisogno, davano manforte i due mediani laterali. Il perno centrale della squadra si chiamava centrosostegno. Due mezze ali (Meazza-Ferrari l´esempio più famoso) assicuravano il raccordo tra la linea mediana e le punte d´attacco che erano tre, una al centro e due alle ali. E poi, palla fa tu.

Con questo schema, che non era neppure uno schema, vincemmo due campionati del mondo consecutivi nel ´34 e nel ´38. In campionato la Juventus vinse non so quanti scudetti, alternandosi con l´Inter che allora si chiamava Ambrosiana. Comunque e fin da allora gli squadroni erano quelli del Nord: a Torino, a Milano, a Genova, a Bologna. Poi, scendendo verso il Centro, la qualità del gioco degradava; al Sud quasi scompariva. Ma questa situazione dura ancora oggi.

Il grande Gianni Brera attribuiva questo fenomeno alla dieta, alle proteine e ai soldi che al Nord erano tanti e nel Centrosud molto pochi. Vitamine e proteine ormai sono eguali dappertutto e in più dappertutto c´è pure il doping, ma l´allocazione dei soldi è sempre la stessa ed ecco la ragione per cui, salvo qualche saltuaria eccezione, lo scudetto continua a essere semimonopolio delle squadre padane.

Ho ricordato questa lontana stagione perché i giovani forse non la conoscono neppure per sentito dire. Comunque sono in grado - se opportunamente informati - di misurare le differenze con l´oggi.

Settant´anni fa, fino ai primi anni del dopoguerra, i giocatori professionisti erano poco più che dilettanti. Oggi al calciomercato girano migliaia di miliardi, i bilanci sono da grandi imprese, molte società sono quotate in Borsa, i giocatori stranieri riempiono più della metà dei ruoli titolari, le formule di gioco sono ferree e quindi gli allenatori si sono trasformati in strateghi e si attribuiscono un ruolo preponderante, analogo a quello dei registi rispetto agli attori. Infine gli attori, tra i quali alcuni divi con ingaggi da capogiro, debbono giocare in partita almeno due volte alla settimana quando non addirittura tre, con solo sei settimane di vacanza all´anno quando non sono ridotte a quattro. A 30 anni sono già considerati vecchi, a 35 decrepiti.

* * *

I legami del mondo del calcio con la politica, nell´era arcaica si limitavano sostanzialmente alla nazionale che ci rappresentava all´estero. Per il resto durante i vent´anni del fascismo il partito e il suo duce non avevano bisogno di supporti e spot locali. Ma poi, con l´avvento della democrazia di massa e della società dello spettacolo, tutto cambiò: possedere una squadra significava avere uno sbocco importante sulla tifoseria; una grande squadra dava accesso alla televisione, ai giornali, alla pubblicità. Insomma il calcio diventò un potere in tutti i sensi; potere locale, potere nazionale e anche potere internazionale dove si sceglievano i luoghi per le competizioni mondiali e per le Olimpiadi. E quindi «money money money».

Ma in sé il calcio è sempre stato passivo. Strettamente parlando non ci si guadagna, anzi ci si perde. Però assicura vantaggi indiretti talvolta preziosi.

Guardate, tanto per dire, alla Juventus che è stata da sempre di proprietà Fiat al cento per cento. Perché? Perché in una città e in una regione dove ha imperato dagli anni Venti fino a ieri la monocultura Fiat-Agnelli, era indispensabile che la Juventus ne facesse parte integrante. La Juve completava egregiamente il sistema di potere Fiat che disponeva del grande giornale La Stampa, finanziava tutte le attività culturali e ricreative di Torino, aiutava e assisteva le forze deboli della popolazione cittadina, impiegava al Lingotto e poi a Mirafiori e a Rivalta 200 mila operai.

Quegli operai, per molti anni comunisti in altissima percentuale, leggevano però il giornale del padrone e la domenica si spellavano le mani ad applaudire la squadra del padrone. Il quale a sua volta, con il volto di Valletta prima e poi con quello di Gianni Agnelli, favoriva una politica di centrosinistra.

Del resto è sempre stato così in tutti i Paesi democratici maturi: i cosiddetti poteri forti sono aperti al colloquio e «guardano dal centro verso sinistra» come diceva De Gasperi per la sua Democrazia cristiana; i poteri piccoli e timorosi guardano invece a destra, discriminano i più deboli di loro e cercano l´uomo forte che li liberi dalle loro paure. Questa propensione registra vaste eccezioni e l´Italia le ha ben conosciute; tuttavia permane nella sostanza e così opera nel bene e nel male.

Man mano che l´importanza del calcio cresceva e con essa cresceva la propensione ludica della società, i legami tra sport e politica diventavano sempre più forti. Il Coni, la Federcalcio, la presidenza della Lega calcio, il controllo finanziario delle società sportive, sono diventati altrettanti elementi essenziali per sostenere e ampliare il potere dei politici.

Un politico e uomo di spettacolo come Berlusconi lo ha sempre saputo; possiede e presiede il Milan dal 1986 cioè da quando ha raggiunto e consolidato il suo monopolio sulle tv commerciali; da allora tv e Milan sono stati le sue pupille, i suoi strumenti attraverso i quali dispensa alla gente i circenses dei ludi post-moderni. E se li tiene ben stretti a dispetto d´ogni chiacchiera sul conflitto d´interessi perché sa che senza di essi anche il suo potere diventerebbe evanescente e precario.

Ma anche gli altri, su scala ridotta e ridottissima, hanno fatto altrettanto. Con un´aggravante in più: non disponendo delle risorse di Berlusconi né del suo potere politico sono andati avanti con espedienti sempre più truffaldini: debiti, stipendi in nero, sopravvalutazioni degli assets, falsificazione di bilanci. Il buco nero del calcio e le sue dimensioni rapinose erano note a tutti, giocatori allenatori e tifoserie compresi.

Compresa la Lega, compresa la Federcalcio, compreso il Coni, compresa la giustizia sportiva, compresa la Uefa. La novità è che adesso si è mossa la magistratura e la partita è diventata dura, anzi durissima. Con quali vie d´uscita? Assai poche direi.

* * *

La Procura di Roma ha messo sotto osservazione tutto il calcio professionistico italiano, serie A e serie B. Se troverà reati li dovrà perseguire. Purtroppo li troverà, c´è da scommetterci. Probabilmente non nella Juventus, per quanto... Forse ne troverà qualcuno anche nel Milan e nell´Inter, sebbene le dazioni di Berlusconi e di Moratti siano state generose. Il Milan comunque ha un proprietario che «stacca gli assegni» come dice lui; quindi non dovrebbe avere timori.

La Roma, se Sensi riuscirà a concludere la vendita della squadra ai russi, si salverà. Non sarà un bello spettacolo da vedere, un plutocrate di Putin occuparsi di Totti e di Cassano. Ma i tifosi si tureranno il naso e continueranno a tifare. Per altre squadre sarà più difficile. Comunque il mondo del calcio continuerà a bruciare miliardi, la sua influenza sul consenso di massa diminuirà, il giocattolo si sta rompendo, molte squadre scompariranno di fronte all´inevitabile indurimento delle regole.

Ci vorrebbe un risanamento generale: minori stipendi, meno stranieri in squadra, minore partecipazione alle Coppe, quindi meno partite perché risanamento è sinonimo di ridimensionamento. Non più squadre con undici titolari in campo e undici in panchina. Non più sostituzioni in campo a volontà.

Aiuti governativi? Impensabile perché lo vieta la legislazione europea e poi i soldi lo Stato non li ha. Non li ha per i disoccupati, per i malati, per la scuola, per i pensionati, per l´Alitalia; sarebbe enorme se li trovasse per il calcio.

Il calcio non può che salvarsi da solo oppure sarà travolto. Naturalmente le tifoserie diventeranno furibonde se le squadre del cuore dovessero andare a fondo. Questa volta, bisogna onestamente riconoscerlo, il governo non ha particolari colpe. Berlusconi personalmente fa parte, eccome, del mondo del calcio e perciò una parte delle responsabilità è anche sua, ma come presidente del Milan, non come presidente del Consiglio. Certo nella sua qualifica sportiva qualche sbuffata di polvere arriverà anche addosso a lui e in questo caso, una volta tanto, non potrà fare la vittima perché sarà in variegata e numerosa compagnia. L´alibi delle toghe rosse e dei comunisti infiltrati questa volta non funzionerà se risultasse che anche il suo Milan ha gonfiato plusvalenze e trafficato con falsi bilanci.

Si vedrà. Intanto stasera il Milan affronta la Lazio all´Olimpico. Noi romanisti, in via eccezionale, tifiamo tutti per la Lazio. Specie se Ancelotti giocherà con due punte d´attacco in ossequio al diktat del suo presidente. Io non ci spero in una sconfitta del Milan che è comunque una grande squadra. Ma se la Lazio ci riuscisse sarebbe una gran bella soddisfazione.

Vedete? Il tifo è una gran brutta passione e fa perder la ragione perfino a un seguace di Voltaire. Ma che volete? Qualche volta è una valvola di sfogo in questa valle di lacrime, e poi accomuna poveri e ricchi, vecchi e ragazzi e perfino uomini e donne. Se lo si manifesta in modo civile anche uno stadio può diventare luogo di libertà e di eguaglianza. Ulisse eccelleva nei giochi, Pindaro cantò le Olimpiadi, i greci contavano gli anni partendo dal giorno d´inizio di ciascuna Olimpiade. Con i romani e i gladiatori andò a finir male, ma eravamo già in tempi di basso impero o di basso ventre come ho scritto domenica scorsa.

Insomma, lo sport dev´essere snello, pulito, appassionato e leale. Sennò è un immondezzaio, come in gran parte è già diventato.

FIN dal primo momento, il sequestro di Enzo Baldoni è apparso una questione terribilmente seria. Se soltanto si fossero colti i segnali e le informazioni dei governi occidentali e delle intelligence. L'Esercito Islamico dell'Iraq è una sigla che già ha dato prova della sua risolutezza e disseminato le tracce di un lucido e maligno disegno politico. Il disegno politico è già stato al centro delle analisi e delle preoccupazioni dei case officer dell'intelligence americana. Il piano di attacco - subdolo, perché concentrato su individui spesso isolati in Iraq dai propri paesi - prevede di tenere sotto pressione i governi che, pur partecipando all'iniziativa irachena angloamericana, scontano in patria una forte opposizione dell'opinione pubblica alla guerra.

Era già accaduto con le Filippine, quando, il 7 luglio, Angelo Della Cruz, un autista, era stato sequestrato dall'esercito islamico. Il governo di Manila appariva agli occhi dei terroristi iracheni un "anello debole" - la definizione è del Dipartimento di Stato - della Coalizione.

Un sequestro, una minaccia di morte, il lungo tira e molla dei video e dei nuovi ultimatum, nelle intenzioni dei sequestratori, avrebbe dovuto spezzare la determinazione del Presidente Arroyo. In quel caso, così è stato. Il 20 agosto, Manila annuncia il ritiro dei 51 militari del contingente filippino.

Come già è stato rilevato, non è che 51 soldati in meno producessero gran danno alla coalizione angloamericana. Ma, da un punto di vista politico, il rientro in patria di quel contingente era - sono parole degli uomini del Dipartimento di Stato - "il più grande successo politico raccolto in Iraq dall'inizio dell'invasione del marzo 2003".

Un successo che, era facile prevedere, sarebbe stato tentato di nuovo. Contro un altro degli "anelli deboli" delle forze e dei governi presenti in Iraq, accanto a Washington e Londra. Le intelligence occidentali non avevano dubbi che l'Italia poteva essere il Paese bersaglio di una nuova iniziativa dell'Esercito Islamico dell'Iraq. La nera previsione è diventata concreta prima del previsto. Sono subito dunque apparse irresponsabili gli atteggiamenti di leggerezza di personalità della maggioranza e di esponenti di organizzazioni, come la Croce rossa italiana, presenti in Iraq. Nelle poche ore che gli assassini hanno concesso all'Italia per tentare di trovare una soluzione alla crisi, nessuno è parso rendersi conto che questo sequestro era (se possibile) più serio, più drammatico di quello affrontato 4 mesi fa con la morte di Fabrizio Quattrocchi da Stefio, Cupertino e Agliana.

Ed era più serio perché il sequestro di Enzo Baldoni era dichiaratamente politico ed esplicitamente si iscriveva in una logica politica e militare. Tutti invece hanno voluto chiudere gli occhi dinanzi alla realtà. Fonti del governo si affannavano appena qualche ora fa a diffondere fiducia e ottimismo, nella convinzione che i canali aperti nel sequestro dei 4 body guard fossero utili anche in questa nuova circostanza. Come il commissario straordinario della Croce rossa italiana Maurizio Scelli, che appariva impegnato ad annunciare una rapida conclusione del rapimento.

Purtroppo non si è voluta guardare la realtà e ancora oggi l'ipocrisia sembra governare il dibattito pubblico sulla nostra presenza in Iraq e le aggressioni che questa provoca contro cittadini italiani, che per un motivo o per un altro, per lavoro o per solidarietà, decidono di andare in quel Paese. All'opinione pubblica si continua a ripetere che la nostra è una missione di pace. Che siamo lì per sostenere il popolo iracheno. Che mandiamo lì acqua e medicinali. Chiudiamo gli occhi sulle distruzioni, sulla morte degli innocenti. Ci rendiamo così incomprensibile l'odio che una parte del popolo iracheno ci riserva. È l'odio che stanotte ha ucciso anche Enzo Baldoni, un amico del popolo iracheno.

L'immagine è tratta dal sito di Enzo Baldoni, Bloghdad

3 agosto 2004Rutelli: «Non cancelleremo le riforme di Berlusconi». Critiche da tutto il centrosinistra

Questa volta a difendere Francesco Rutelli sono davvero in pochi. Il leader della Margherita sostiuene che il centrosinistra non può cancellare tutte le riforme approvate dal governo Berlusconi. A cominciare dalle pensioni («andrà cancellato lo scalino») e dalla scuola («dopo aver sperimentato la riforma Moratti - dice - si dovranno stabilire i punti precisi su cui intervenire»).

Certo, commenta Violante, bisognerà ragionare su quali leggi «cancellare» e quali «modificare profondamente». Ma per tutto il centrosinistra il problema è un altro. Quali sono le proposte alternative da presentare agli elettori? Come mostrare la discontinuità del nuovo progetto di governo rispetto a quello fallimentare di Berlusconi?

Rifondazione e Verdi tornano a chiedere l'immediata convocazione di un tavolo programmatico di tutta la coalizione. Distinguo anche dai prodiani della Margherita: «La linea politica - afferma Franco Monaco - va discussa con tutto il partito».

Il riformismo di Rutelli: «Gli italiani sono stanchi. Non cancelliamo le leggi della destra»

«Se andremo al governo non potremo scaraventare l’Italia in un terzo quinquennio di riforme che riformano riforme che avevano riformato altre riforme». Francesco Rutelli, in un’intervista al Corriere della Sera lancia la sua sfida al centrosinistra sul programma di governo della coalizione. E all’orizzonte vede addirittura uno «scontro» (anche se lui preferirebbe chiamarlo «confronto»): da una parte le istanze della Margherita, dall’altra le proposte di Rifondazione: «Sia molto chiaro – dice Rutelli – così come noi abbiamo rispetto per le istanze del Prc, anche il Prc deve sapere che dovrà discutere con la Margherita. E che la posizione conclusiva cui giungerà il centrosinistra non potrà essere stabilita da Bertinotti».

Per il leader della Margherita ha avuto ragione Nicola Rossi a dire che non bisogna cancellare la «brutta riforma pensionistica» varata dal governo. «Bisogna dare certezze – spiega Rutelli – serviranno interventi selettivi per correggere e migliorare le attuali leggi. Andrà per esempio cancellato lo «scalino» creato con la riforma previdenziale, e che penalizza chi andrà in pensione dal primo gennaio 2008. Dopo aver sperimentato la riforma Moratti sulla scuola si dovranno stabilire i punti precisi su cui intervenire. E la legge sul mercato del lavoro andrà ritoccata per evitare alcune esasperazioni del sistema, garantendo insieme alla flessibilità più sicurezza sociale. Non si può seminare nel Paese l’incertezza permanente sul futuro».

Le critiche del centrosinistra: «Quelle leggi vanno prese e stracciate. Ci vogliono proposte alternative»

Ma nel centrosinistra a dare ragione a Rutelli è solo Fabris dell’Udeur e Nicola Rossi. Dagli altri solo critiche. A cominciare dai Ds.

«Francamente, non ho capito a che cosa si riferisse Rutelli – afferma Gavino Angius - il 90% delle leggi della CdL va preso e stracciato. Vogliamo parlare delle leggi-vergogna? Dovrebbero essere cancellate dai nostri codici. Vogliamo parlare delle politiche economiche e sociali? Siamo al disastro! Vogliamo parlare della riforma Moratti? È una controriforma!». Di fronte a questo quadro, conclude il presidente dei senatori diessino, «invece di dividerci in dibattiti inutili dobbiamo continuare l'impegno politico di costruire l'unità del centrosinistra».

Certo, osserva Luciano Violante, «bisognerà distinguere e individuare le riforme che andranno cancellate e quelle che andranno profondamente corrette». Ma il problema non è solo questo. «Se si vogliono conquistare i delusi del centrodestra – ragiona il responsabile lavoro della Quercia Cesare Damiano – bisogna fare proposte alternative». E Fabio Mussi, coordinatore del correntone, aggiunge: «I cittadini ci voteranno solo se saremo in grado di rappresentare una chiara e nitida alternativa alla politica, alla cultura e all'ideologia della destra».

Dure critiche da Franco Giordano di Rifondazione: «È veramente paradossale che, mentre la maggioranza perde clamorosamente consensi sulle politiche liberiste in crisi, Rutelli ed alcuni altri esponenti del centrosinistra vorrebbero salvare una parte della legislazione inaccettabile del governo Berlusconi». In questo momento la strada da seguire è tutt’altra: «Per vincere bisogna essere in sintonia con la società più avanzata, nettamente alternativi a Berlusconi sul liberismo e sulle guerre. Anche per questo abbiamo chiesto un confronto programmatico, da aprirsi nell'immediato, con tutte le forze disponibili a rinnovare la società italiana».

Un tavolo programmatico viene invocato anche dai Verdi. E Pecoraro Scanio invoca l’interevento di Romano Prodi, «perchè proposte come quella di Rutelli, che prevedono di mantenere leggi indecenti come quelle del centrodestra, vanno nettamente bocciate».

Per il segretario dei Comunisti Italiani Oliviero Di liberto, «Rutelli dice che bisogna sperimentare alcune riforme della destra. Ma si tratta di un esperimento di genocidio perchè se si attueranno la riforma della scuola e la legge Biagi un paio di milioni di cittadini verranno consegnati alla macelleria sociale. Quelle riforme vanno abrogate».

Critiche infine anche dalla stessa Margherita. Per il prodiano Franco Monaco, Ieri, alla direzione nazionale di Margherita, abbiamo chiesto invano di fare il punto sulla situazione politica. Del resto, era punto previsto dall'ordine del giorno e comunque era cosa naturale e doverosa dopo le discussioni seguite all'assemblea di Rocca di Papa, dopo la proposta di Prodi sulle primarie, dopo l'avvio incerto della nostra presenza nell'Europarlamento. Invertendo l'ordine del giorno, ci si è occupati solo di tesseramento. Oggi, in un'intervista al Corriere della Sera rilasciata evidentemente nella stessa giornata di ieri, Rutelli formula giudizi e orientamenti di particolare rilievo che avrebbero meritato di essere discussi». Ma «un partito degno di questo nome si costituisce e cresce solo se gli orientamenti politici sono discussi e decisi

dentro i suoi organi».

4 agosto 2004Il moderato Rutelli irrita il centrosinistra e lacera la Margherita

Nessuno difende Francesco Rutelli. L’intervista nella quale ha sostenuto che il centrosinistra non dovrà cancellare le più criticate riforme del governo Berlusconi ha lasciato il segno. E ora quasi nessuno prova a difenderlo, neanche nel suo partito. Anzi, alle critiche di Ds, Verdi, Comunisti italiani e Rifondazione si aggiungono anche quelle di esponenti della Margherita sempre più innervositi dal protagonismo solitario del loro presidente.

Basta limitarsi a «interventi selettivi per migliorare le attuali leggi», sostiene Rutelli. Anche su scuola e pensioni. Anche su mercato del lavoro e giustizia. Prendere il buono che c’è e limare i difetti. «Se andremo al governo non potremo scaraventare l’Italia in un terzo quinquennio di riforme che riformano riforme che avevano riformato altre riforme – sostiene – Bisogna dare certezze». Replica ironica Rosy Bindi: «Ha ragione Rutelli quando dice che gli italiani hanno bisogno di certezze. Ma devono offrire garanzie sui diritti della persona, sulla qualità della formazione, sul futuro dei giovani, sulla dignità della vecchiaia. Non mi pare che le riforme avviate da Berlusconi offrano queste certezze; abbiamo invece sperimentato scelte dannose per il paese». Un problema che riguarda il merito delle proposte fatte da Rutelli al centrosinistra, ma anche il metodo: «Il nostro primo dovere è quello di rafforzare lo spirito unitario e sviluppare la capacità di elaborazione comune e di collaborazione del centrosinistra – dice la Bindi - senza forzature e senza fughe in avanti. Solo così potremmo definire un programma di tutta la coalizione. E la Margherita potrà fare la sua parte chiarendo, in modo collegiale, le priorità e le strategie del futuro».

Ma il malessere è più forte proprio all’interno della Margherita. La solitudine del leader, i giochi di potere, le prove di forza rischiano di lacerare una forza politica giovane, nata da un patto fra partiti diversi. L’asse Rutelli-Marini che cerca di isolare i prodiani e lacera gli ex popolari rischia di diventare un fattore paralizzante. Manca un indirizzo politico condiviso: «Se la Margherita devia dal percorso originario e prevalgono le tentazioni neocentriste – ha affermato il presidente dei senatori Willer Bordon in un’intervista a La Repubblica - se non c'è tensione ulivista e prodiana, certamente si troverà qualcuno che alle regionali rappresenterà queste ragioni». Una minaccia di scissione? «Non da parte mia – replica Bordon - Anzi, io sto avvertendo della minaccia che la Margherita corre. Se non arriva un'immediata correzione di rotta. Se salta il progetto vero della Margherita, salta la federazione, l'Ulivo» Insomma, non si può andare avanti così: «Vedo solo esibizioni muscolari, siamo alla spada di Brenno. La conta, la conta. Anziché ascoltare le ragioni degli altri, confrontarsi fino in fondo, l'unica ossessione sembrano i rapporti di forza interni. Se il presidente si lascia prendere dalla logica della conta, finisce per rappresentare solo una parte tra le parti, e non tutto il partito che è stato chiamato a dirigere. E questa non è una cultura di governo, ma una concezione minoritaria e radicale». I rischi non mancano: «La Margherita è (non voglio dire era) un progetto bellissimo. Mettere insieme culture, esperienze, radici diverse. Per un “altro” riformismo rispetto ai Ds. Ma è anche un contenitore ancora fragile. Da maneggiare con estrema cura. Invece qualcuno scherza con fuoco e rischia di bruciarsi». E ora come se ne esce? «A settembre propongo la convocazione degli Stati generali».

Più cauto, ma piuttosto chiaro Pierluigi Castagnetti: «Sono mesi che sto cercando di evitare che succedano guai... comunque è un tema molto serio, ne parlerò ma è un tema che non si può affrontare con una battuta». Più esplicito e fin troppo chiaro il vicecapogruppo al Senato Natale D’Amico: «C'è un partito in cui non si discute di politica ma di tessere, in cui alle regole si sostituisce la conta interna, in cui si rinuncia all'ambizione di costruire il grande soggetto politico dell'alternativa riformista di governo, in cui troppo spesso si occhieggia a velleità neocentriste. Se prevarranno le posizioni di chi anzichè guardare a Schroeder, a Blair, a Kerry, a Prodi, preferisce guardare a Follini il destino della Margherita sarà segnato».

Caro Romano,

manifestare soddisfazione per i risultati elettorali e ottimismo per le prospettive che schiudono rientra nei rituali consolidati e in apparenza ineludibili della politica. Ma è davvero segno di realismo, oggi, non sottrarsi alle liturgie d’ordinanza, cioè ai vincoli di un orizzonte del “fare politica” evidentemente in crisi? Non sarà invece sintomo di saggezza - di Realpolitik! - e di fiducia nel futuro abbandonare abitudini che inchiodano i partiti a restare parte del problema anziché possibili veicoli della soluzione?

Il compito di ogni democratico, infatti, non è forse oggi di “reinventare” le pratiche della democrazia rappresentativa, proprio per “salvarla” dalle sirene della deriva populista che la sta minacciosamente svuotando in finzione?

(...) La coalizione di governo e la somma delle opposizioni raggiungono la stessa cifra, 46,1 (inglobando tra queste ultime Svp e Uv, come è giusto, e tra i sostenitori di Berlusconi, come è ancor più doveroso, i socialisti di De Michelis e le bellezze di Sgarbi e altri La Malfa. Il restante e disperso 7,8 non è affatto rassicurante, tra nostalgici e ultranostalgici di Salò, o vagamente qualunquisti partiti dei pensionati. Si divideranno gli elettori radicali (non i loro schieratissimi dirigenti), ma per il resto al centro-sinistra è attribuibile poco o nulla.

Hic rebus stantibus, dunque, se si votasse per le politiche domani, gli astragali del moderno calcolo delle probabilità vaticinerebbero Berlusconi, e sulla conferma del regime ai Lloyd di Londra la posta scenderebbe sotto l’1 a 1. Non mi sembra che siano in vista i “domani che cantano”, insomma. Certo, ci sono due anni. Ma anche per “loro”. In cui faranno carne di porco di quel poco che resta di istituzioni e pratiche democratiche. (...) E soprattutto, Romano, questa prospettiva minacciosa per la democrazia (e deprimente per lo schieramento di cui sarai il candidato) si annuncia dopo che il governo - in tre anni - ha fatto tutto quanto poteva per perdere consensi.

Andiamo però un poco oltre l'angusto angolo di visuale della politologia da establishment. Andiamo alla "cosa" che tale politologia non solo trascura ma anzi contribuisce a rimuovere: lo scollamento tra cittadini e rappresentanti, anche quando i primi non si astengono dal voto.

Prendiamo il tema che ha dominato vita politica e mass media negli ultimi mesi: la guerra di Bush. Non vi è nessun rapporto tra le opinioni contro la guerra, certificate da ogni sondaggio come schiaccianti nel paese, e l'esito elettorale. Ma analogo risultato si avrebbe confrontando ogni "issue" programmaticamente rilevante. In altri termini: si torna a votare secondo la logica tradizionale destra/sinistra in accezione partitica, senza che i temi che hanno diviso trasversalmente l'opinione pubblica spostino davvero dei voti. Siamo tornati al prevalere del voto di appartenenza, benché le "appartenenze" appartengano al passato.

Sembra il trionfo dei partiti e di un rapporto tradizionale con gli elettori, da Prima Repubblica ancora in rigogliosa salute, come se le lancette tornassero a trent'anni addietro. Ma è pura illusione. Nella rappresentabilità (e non solo nella rappresentanza) tutto torna nell'alveo di una geometria lineare tradizionale, anche se la società, il "sentire" politico e la (in)fedeltà ideologica sono definitivamente cambiati, solo perché le nuove istanze non trovano possibilità di rappresentazione. E sono dunque costrette a scegliere tra non-voto e camicia di forza della geometria tradizionale, che si traduce in disaffezione nel momento stesso in cui si vota.

Per capirsi: chi ha (ri)scoperto la passione civile con i no global o con i girotondi (o con le nuove lotte operaie), al Circo Massimo o a San Giovanni, non trova possibilità di traduzione elettorale per la politica che ha "agito" nelle piazze. Nemmeno parziale, se non in quantità marginali. Con l'ovvia conseguenza che le opposizioni non intercettano, trasformandoli in voti (e anzi si precludono la possibilità di farlo anche in futuro) i motivi di critica al regime, fondati sia su valori che su interessi.

(...) Collocare le diverse opinioni lungo una linea ininterrotta che da destra a sinistra vede: reazionari, conservatori, moderati, riformatori, rivoluzionari, oggi non rende conto della realtà neppure approssimativamente, schematicamente. La occulta, anzi. Un tempo destra voleva dire "law and order", oggi la "destra" realmente esistente (e malgovernante) si è fatta crociata di illegalità, tanto per citare un tema che da oltre dodici anni domina la vita politica italiana. E chi sarebbero poi i moderati? La difesa intransigente dei valori costituzionali è massimalismo? E non saranno invece proprio i moderati a diventare degli "enragé" quando i valori "moderati" (l'abc liberale, insomma) vengono calpestati da un regime populista?

Aver riportato le possibilità di scelta elettorale dentro gli schemi di appartenenza della Prima Repubblica costituisce in realtà il regalo più grande che le opposizioni potevano fare a Berlusconi, che punta tutto sulla vecchia dicotomia precaduta del Muro, e anzi guerra fredda anni Cinquanta (di nuovo c'è solo lo strumento del partito aziendal-videocratico): i "comunisti" (vale a dire tutti i suoi oppositori) e gli anticomunisti, in quanto tali paladini delle libertà, cioè lui medesimo e quanti a lui obbedienti. Le opposizioni regalano così a Berlusconi una vittoria strategica esattamente quando gli elettori gli tolgono lo scettro del comando assoluto in seno alla sua stessa coalizione.

Eppure, caro Romano, ricordo assai bene quando ci incontrammo la prima volta, nella primavera del ‘94, ancora nella sede dell’Iri, da cui stavi traslocando. (...) Il tuo interesse era tutto concentrato nell'illustrarmi la tua tesi di fondo, che circolò poi nella famosa espressione sul "valore aggiunto" delle energie della società civile rispetto alla somma dei partiti, e si manifestò nel sottolineare la necessità di suscitare forze ed entusiasmi potenziali, proprio perché eccedenti la logica degli schieramenti tradizionali. Proprio perché, appunto, quegli schieramenti non "rappresentavano" più, neppure a grandissime linee, il paese. Quegli schieramenti, e i dirigenti e gli apparati che ne materializzavano la logica. E del resto cosa è stato l'Ulivo (e perfino l'Asinello e la Margherita) se non il tentativo (a tentoni, ma non brancolando nel buio), per dare corpo a questa linea? Cioè alla consapevolezza che solo frantumando la logica degli schieramenti tradizionali, e ricomponendo alleanze su valori e interessi radicati nella società civile, anziché su "appartenenze" obsolete e ormai ingannevoli, si vinceva contro Berlusconi e si rinnovava il paese? Anche con la tua proposta della scorsa estate non hai fatto che restare fedele a quella analisi di fondo. Ma ormai, dopo ripetute "incarnazioni" sempre più distanti dall'idea, il rischio è l'incistarsi di un deficit di coerenza tra l'ipotesi analitica e il veicolo organizzativo.

Guardiamo alla vicenda del Triciclo, esemplare nella sua negatività.

Quando la scorsa estate lanciasti l'idea di una lista unitaria, dissi subito che costituiva "l'unico tentativo politico fin qui partorito dall'Ulivo in due anni di opposizione". Ma non fui certo il solo a mettere in luce come il punto cruciale, da cui dipendeva la riuscita o meno dell'operazione, stesse in questi termini (Eugenio Scalfari, molto più autorevolmente di me, lo ribadì e sintetizzò su Repubblica): la proposta sarebbe stata vitale e straordinariamente innovativa solo se non si fosse limitata a evocare l'unità tra i partiti, bensì l'unità di tutte le opposizioni, quelle dei partiti e quelle manifestatesi nella società civile.

Proprio di questo, invece, si finì per non discutere. I sì, i no, i forse, che rimbalzarono fra gli apparati evitarono proprio di prendere in considerazione tale questione cruciale e dirimente. Ovvio il risultato: eluso il problema la cui soluzione poteva fare da catalizzatore unitario, si scatenò l'uso strumentale dei sì, dei no e dei forse: privilegiando ragioni di schieramento e di bottega.

(...) Oggi si può dire, naturalmente, che Di Pietro-Occhetto valevano solo il 2,1 per cento. Verissimo. Da soli, però (e non bisognerebbe trascurare che lo Sdi di Boselli ha contribuito non già con lo 0,00 ma con una grandezza negativa, come conferma l'analisi del voto di Bologna). Quale sarebbe stato il "valore aggiunto" legato non a Di Pietro-Occhetto ma al dispiegarsi della spirale virtuosa, e relativa passione civile/entusiasmo elettorale, a seguito del venir meno dei veti e della partecipazione dei "movimenti e girotondi" del teatro Vittoria, non lo sapremo mai, ovviamente.

Ma qualche indizio lo abbiamo: a Bari la lista civica di un candidato sindaco voluto dalla società civile (il magistrato anticosche Michele Emiliano) prende da sola il 18 per cento, superando tutti i partiti (e costituisce il "valore aggiuntissimo" che strappa la città al berlusconismo). Ad Ascoli Piceno, per le provinciali, Massimo Rossi, "imposto" dai movimenti stravince, prendendo circa il 10 per cento in più della somma dei partiti. A Bologna vince in modo travolgente il "massimalista" Cofferati, mandando ai robivecchi tutta la solfa politologica sulle elezioni che si vincono al centro (forse si vincono "al centro", inteso come luogo sociologico degli incerti e "moderati": non certo con candidati più "di centro"). Infine, anche le preferenze dentro il Triciclo dicono qualcosa: inviso agli apparati (e da questi esplicitamente boicottato) Giuseppe Fava prende in Sicilia un mare di voti. E due neopolitici estranei alle gerarchie, Lilli Gruber e Santoro, mandano il pallottoliere in tilt.

Insomma: ovunque si è presentato uno spiraglio, l'elettorato democratico (dunque antiberlusconiano) ma "incerto", che rifiuta la logica delle appartenenze, ha "aggiunto" il suo "gruzzolo": se ci fosse stata la lista davvero unitaria che proponemmo al teatro Vittoria (a parole accettata dai partiti, e qualche ora dopo buttata al macero), quel gruzzolo avrebbe inclinato verso l'esondazione: sarebbe divenuto, almeno e certamente, investimento massiccio.

(...) Ora, caro Romano, con sacrosanta tempestività rilanci l'idea di una Costituente dell'Ulivo. Lemma drasticamente impegnativo nella sua vincolante onerosità in vista di un radicalmente nuovo. Ma vocabolo malinconicamente esautorato, a forza di "nuovi inizi" troppo spesso tramontati non appena vista la luce. Eppure tutto si gioca qui, se la parola "Costituente" starà a significare un "patto fondamentale" tra partiti già esistenti (dunque tra i loro apparati dirigenti) o tra i cittadini che con "pari dignità" rispetto ai partiti (come recita una giaculatoria partitocratica mai onorata) trovino ancora la passione per fondare il famoso e più che mai necessario "oltre". Fondare, non essere cooptati, cioè trifolati e digeriti da nomenklature che strutturalmente resteranno le medesime.

Che sia ancora possibile, non mi azzarderei a scommetterci. Che sia necessario, resta più vero che mai.

Ma è una verità ormai gravosamente scomoda, che non si lascerà aggirare o annacquare: quei famosi cittadini attivi, disponibili all'impegno politico ma non al professionismo politico, senza i quali non ci sarà Costituente ma solo aria fritta e rigovernatura di apparati, sono sempre di meno e sempre più scettici. Per trovarne in numero tale da renderli "massa critica" dovrai essere convincente davvero: non sulle tue intenzioni, ma sulla tua capacità di convincere davvero i potentati di partito a rimettersi radicalmente in gioco, a ridimensionare radicalmente il loro potere in un "gioco" nuovo, a fare molto ma molto di più (cioè molti ma molti più passi indietro) di quanto non fossero disposti a fare neppure nei giorni del pullman. Su questo si deciderà se avrai voluto essere il leader dell'altra Italia o semplicemente il candidato dell'attuale centro-sinistra.

Nel settembre 2003, durante un vertice dei ministri della giustizia e dell'interno europei, il ministro della giustizia italiano Roberto Castelli aveva promesso che l'Italia avrebbe approvato "entro il 31 dicembre 2003" le disposizioni che gli avrebbero permesso di accogliere formalmente il mandato d'arresto europeo: nel suo semestre di presidenza europea l'Italia voleva dimostrare la sua buona volontà. Ma nove mesi dopo non si è mosso nulla. Il testo elaborato dalla commissione di esperti che il ministro aveva creato non è mai stato esaminato dal consiglio dei ministri, meno che mai al parlamento. È un altro progetto quello che la camera ha discusso e approvat in prima lettura il mese scorso: un testo ispirato da una lobby di avvocato penalisti e presentato dal deputato di Forza Italia Gaetano Pecorella - presidente della commissione giustizia e avvocato di Silvio Berlusconi - che cerca di ppesantire le procedure sulla consegna di condannati e imputati tra i paesi dell'Unione.(Segue il testo integrale in francese)

En septembre 2003, au cours d'un sommet des ministres de la justice et de l'intérieur, le garde des sceaux italien, Roberto Castelli, avait promis que son pays approuverait"avant le 31 décembre 2003" les dispositions lui permettant d'accueillir formellement le mandat d'arrêt européen.OAS_AD('Middle');Alors qu'elle présidait l'Union, l'Italie voulait convaincre de sa bonne volonté : "Les délais parlementaires sont serrés, mais nous pourrons les tenir", avait précisé le ministre.

Neuf mois après, rien n'a bougé. Le texte élaboré par la commission d'experts que le ministre avait créée n'a jamais été soumis au conseil des ministres, encore moins au Parlement. C'est un autre projet que la Chambre des députés a discuté, et finalement adopté, en première lecture au mois de mai. Un texte inspiré par un lobby d'avocats pénalistes et présenté par le député de Forza Italia Gaetano Pecorella, président de la commission justice et avocat de Silvio Berlusconi. Il va à l'encontre du but recherché en alourdissant les procédures au sein de l'espace judiciaire européen.

"C'est une loi absurde, estime Edmondo Bruti Liberati, président de l'Association des magistrats. Elle constitue un pas en arrière par rapport à la convention de Strasbourg de 1957 sur les extraditions. Si elle était adoptée, il serait plus rapide d'obtenir une extradition depuis la Russie que de l'Allemagne ou de la France."

"PROJET ORWELLIEN"

L'opposition de centre-gauche a voté contre, mêlant ses voix à celles de la Ligue du Nord, le parti de la coalition de gouvernement le plus hostile à toute forme de mandat d'arrêt européen. Dès l'origine, la Ligue s'est opposée à ce que Mario Borghezio, avocat et député européen, qualifie de "projet orwellien issu des esprits délirants de la nomenklatura bruxelloise".Aujourd'hui, le mouvement populiste en a fait un de ses principaux thèmes de campagne pour les élections européennes, insistant sur "les dangers d'un texte stalinien pour la liberté d'opinion des citoyens".

En fait, c'est l'extension du projet de mandat à la corruption et aux délits financiers qui avait provoqué la crispation du gouvernement Berlusconi. Selon l'opposition, le nouveau chef de l'exécutif italien redoutait d'être concerné personnellement, ainsi que ses proches, pour des affaires concernant des intérêts de son groupe en Espagne. Au sommet européen de Laeken, en décembre 2001, Silvio Berlusconi n'avait finalement accepté de signer que sous conditions.

La première était une limitation de la rétroactivité, seuls les délits commis après janvier 2002 étant concernés. La seconde tenait à l'adoption par le Parlement italien des modifications constitutionnelles nécessaires à sa transposition dans le droit national. Majoritaire à la Chambre des députés comme au Sénat, la coalition de centre-droite avait, dès lors, toute latitude pour jouer la montre. En attendant, avait expliqué M. Berlusconi, "il y aurait un espace judiciaire commun auquel certains pays n'appartiendraient pas. C'est comme pour la monnaie unique, des pays ayant un fort ancrage européen n'appartiennent pas à la zone euro".

Rien ne presse donc. Personne ne sait quand le Sénat examinera l'étrange proposition de loi votée à l'assemblée. Le cheminement parlementaire sera long. Silvio Berlusconi n'aborde même plus le sujet. Il laisse son ministre de la justice, membre éminent de la Ligue du Nord, faire barrage à toute tentative d'accélération. Roberto Castelli a même mis sa démission dans la balance si une loi était adoptée par le Parlement, peu de semaines après avoir promis à ses collègues européens de faire diligence.

«Le opere sono la prova reale del buon discorso. Politica vana quella che si risolve tutta in fantastiche sottigliezze». Spagna, 1640, Baltasar Graciàn, a proposito di El politico don Fernando el Catòlico. Forse è troppo pensare che il modello Zapatero tenga in corpo questa agudezas o arte de ingenio. E a vederlo, il fragile Bambi, non sembra avere la stoffa del lider maximo . E probabilmente è vero che ha vinto per caso, per una di quelle occasioni che la politica a volte, purtroppo anche tragicamente, ti regala. Tuttavia, a sentire quelle poche semplici parole - vedi Blob la sera ! - «oggi ho dato ordine alle truppe spagnole di tornare a casa al più presto e col minor danno possibile», capisci che possiede una dote rara nei dirigenti della sinistra, il senno politico. Che cos'è il senno politico? Ma intanto è questa cosa qui. Il giorno dopo dell'investitura, a poche ore dal giuramento, devi dire una cosa, una sola, che ti definisce, ti qualifica, ti fa riconoscere. Tanto meglio, anzi ottimo, se questo dire corrisponde a un agire, se la parola è una decisione. Se poi quel dire e quell'agire si riveste di un alto valore simbolico, ci vivi di rendita per i mesi e per gli anni seguenti. Niente di sensazionale, ma, sì, qualcosa che mostra come stai dando attuazione a un mandato ricevuto.

L'occasionale vittoria socialista non ci sarebbe stata senza l'impegno a ritirare il contingente spagnolo entro il trenta giugno, in assenza di vistose modifiche della situazione. La decisione del premier eletto ha buttato sul tavolo il valore aggiunto di un'accelerazione, che senz'altro corrispondeva al sentire diffuso del proprio popolo. Ecco uno scambio virtuoso tra chi fa la politica e chi la chiede. Non devi correre dietro alla domanda della tua parte, né collocarti semplicemente al suo livello, devi stare più avanti, guidarla, se ne sei capace. Solo così eviti esasperazioni estremistiche e posizioni avventate che possono nascere nel campo del tuo consenso. E ti puoi conquistare un'unità più vasta del tuo schieramento.

Oggi il problema non è pace-guerra in generale, partiti realisti da una parte movimenti pacifisti dall'altra. Oggi il problema specifico è quello della guerra americana. Esso è dato da questo preteso governo-mondo, che si è riconosciuto intorno a questo impianto ideologico che dire neoconservatore è poco. E' poco, perché non siamo di fronte a una tradizionale manifestazione di «rivoluzione conservatrice», come poteva ancora definirsi il passaggio thatcheriano-reaganiano. Qui c'è una deriva di chiara impronta reazionaria, con quel tanto di tragico avventurismo che c'è sempre in queste posizioni, con la novità di una santa alleanza tra puritanismo evangelico ed estremismo sionista, che fa veramente paura. Altro che la «nobile bugia» di Leo Strauss ( e di Platone), qui c'è guerra per imporre la verità assoluta di un fondamentalismo democratico!

Non è che gli americani abbiano sbagliato qualche mossa nell'attuale vicenda irachena, come sono disposti ad ammettere anche alcuni dei loro leccapiedi. E' che conducono quella guerra con l'arroganza dei padroni del mondo. Nessuna potenza cobelligerante, nemmeno la Gran Bretagna, fa altrettanto. Perfino qui si mostra una differenza di civiltà tra l'Europa e gli attuali Usa. E l'asse Bush-Sharon non è la lotta al terrorismo, è l'altro terrorismo esercitato dall'alto di una volontà di potenza tecnologicamente superarmata.

Allora. Di fronte a una situazione storica così chiara non c'è che da mettere in campo una risposta politica altrettanto chiara. Il no alla guerra americana va pronunciato in modo netto, senza «fantastiche sottigliezze». E se «le opere sono la prova reale del buon discorso», il ritiro delle truppe cobelligeranti, anche quelle in improbabili missioni di pace, è il primo urgente e necessario passo. E' quello che chiede il popolo della sinistra e non saperlo, o far finta di non saperlo, è la prova reale di un cattivo discorso. Non ho capito perché si sia detto che la mossa di Zapatero divideva l'Europa. Secondo me, l'ha di più unificata. L'ha di più divisa dall'attuale leadership statunitense. Ma questa divisione, non dall'America o dall'Occidente, ma da Bush e dal suo staff di apprendisti stregoni, la sinistra europea la vuole o no? Vorremmo saperlo, anche qui con parole e con azioni semplici e nette.

Alla vigilia delle elezioni europee, guardando intorno con la migliore buona volontà, non riusciamo a scorgere una sinistra in campo, identificabile, riconoscibile, punto di riferimento negli interessi e nei valori per milioni e milioni di lavoratori, o anche solo di cittadini. Abbiamo in comune le monete nelle nostre tasche, ma che cos'altro nella nostra testa? Possibile che un partito del socialismo europeo non si ponga il compito di creare comunità europea, non genericamente di tutti - a questo ci pensano i mercati - ma della propria parte. Evidente che qui non ci sono all'opera libere forze spontanee, ma ci vuole la buona politica per cercare e per trovare.

Adesso l'ultima trovata è di esportare l'idea e la pratica delle due sinistre in Europa. Ha un inconveniente. Quando dici «due sinistre», l'immagine simbolica della sinistra, la sua idea-forza, è già crollata. E' un discorso che in qualche luogo bisognerà approfondire. Il concetto storico di «sinistra» ha un'identità più debole rispetto a quello di «movimento operaio». Questo poteva permettersi la distinzione e la contrapposizione di riformisti e rivoluzionari, socialisti e comunisti. Una ripetizione analoga per la sinistra di oggi è in principio perdente. La conseguenza è sotto i nostri occhi: una sinistra europea, magari con molti elettori, ma senza popolo. Sarà che veniamo dalla forma Pci, che più o meno bene conciliava le due anime. Per cui la strada impervia di una sinistra plurale in qualche modo unita sembra ancora quella con ostinazione da praticare. Le forme di organizzazione tutte da inventare.

Questo esperimento, o si tenta a livello europeo o in nessun luogo. Presupposto del tentativo è un'autocritica da parte della sinistra europea di governo. L'occasione perduta di tredici paesi su quindici in Europa con governi orientati a sinistra è lì che aspetta ancora di essere elaborata per il mezzo di una cultura politica: condizione per costruire quello che allora non ci fu, una pratica comune di governo, capace di intrecciare a livello sovranazionale, o meglio internazionale, le decisioni che contano. Perché non si ripeta quanto dopo quella stagione è puntualmente avvenuto. Il nostro Baltasar Graciàn, per i suoi tempi, lo descriveva così: «Dopo di avere la smodata ambizione dei prìncipi cristiani consumato alternativamente le proprie forze, esaurito i propri tesori, sciupato i propri eserciti, rispuntarono i turchi, e si impadronirono di tutto senza incontrare resistenza» . Noi, qui in Italia, siamo abbastanza sensibili alla narrazione di questa storia. Dopo i governi di centro-sinistra, è sulla nostra pelle che abbiamo sentito come e quando «rispuntarono i turchi». I nostri prìncipi cristiani, uniti nell'Ulivo, non hanno peccato per smodata ambizione, ma quanto a consumare alternativamente le proprie forze, a esaurire i propri tesori, a sciupare i propri eserciti, ce l'hanno messa tutta. Però, «le storie sono più piene di accidenti che di esempi di esperienze».

Con la proposta di sopprimere alcune festività al fine di rilanciare la produzione il presidente del Consiglio dimostra di essere un fine economista; ovvero di essere, in tema di economia, ben consigliato. Un ponte in meno, ha detto, produce un incremento sensibile sul prodotto nazionale. Non c´è dubbio che le cifre gli diano ragione. Il Pil viene prodotto con poco più di 200 giornate lavorative, corrispondenti a 1620 ore effettivamente lavorate in media per occupato.

Una media che combina gli orari più lunghi dell´industria e quelli un po´ più brevi del pubblico impiego, gli impieghi a tempo pieno e quelli a tempo parziale. In una giornata di lavoro si produce dunque un mezzo punto percentuale di Pil. Basterebbe allora sopprimere, per dire, sei giornate festive l´anno per incrementare di colpo la crescita del Pil del 3 per cento annuo. Ci avessimo soltanto pensato prima, l´economia del paese non si troverebbe nella situazione critica che molti lamentano.

O forse no. Perché nel ragionamento che suggerisce di lavorare di più per arricchirsi tutti c´è una piccola crepa. Esso implica infatti che l´intera produzione addizionale di beni e servizi eventualmente ottenuta con alcune giornate lavorative in più sia interamente venduta. Il che non sembra davvero realistico. Moltissime imprese faticano oggi a vendere le quantità di beni che producono con le giornate di lavoro attualmente effettuate. È la radice della crisi che le minaccia. In molti settori industriali esiste un eccesso di capacità produttiva: le aziende potrebbero produrre cento, ma dato che riescono sì e no a vendere settanta, quello producono. È proprio per questo motivo che hanno chiesto, e prontamente ottenuto dal governo con la legge 30 e il relativo decreto attuativo dell´ottobre scorso, nuovi tipi di contratto che permettono di occupare forza lavoro in maniera discontinua, come il lavoro in affitto (detto anche, pudicamente, "in somministrazione") e il lavoro intermittente. In modo da adattare l´occupazione in azienda all´andamento del proprio mercato. A fronte di queste situazioni, l´aggiunta di alcuni giorni lavorativi al calendario annuo genererebbe presumibilmente più disoccupazione, e più precarietà.

D´altra parte la discussione sulla necessità di provare ad accrescere l´occupazione non già aumentando, bensì diminuendo gli orari di lavoro, va avanti da decenni in tutti i Paesi europei, dal Portogallo alla Finlandia, dall´Irlanda alla Grecia. Da essa sono scaturiti contratti collettivi e interventi legislativi che hanno portato a ridurre le ore annue effettivamente lavorate pro capite dalle 1800-2000 del 1970 alle 1330-1700 di inizio del XXI secolo, con un parallelo e sostanziale incremento di produttività. Il limite inferiore, nel cennato rango delle ore lavorate pro capite nel 2001, è segnato dall´Olanda, a causa della grande diffusione in tale paese del tempo parziale; mentre quello superiore tocca al Regno Unito. Con le sue 1620 ore l´anno l´Italia supera di circa 50 ore la Francia - nonostante le riduzioni d´orario realizzate in essa con la legge sulle 35 ore, che ha avuto indubbi effetti positivi sull´occupazione - di 100 ore il Belgio, di 170 ore la Germania. Non siamo insomma i più pigri tra gli europei. Ancora, è la riduzione degli orari di lavoro, non già il loro aumento, che ha permesso di superare crisi aziendali gravissime, come quella della Volkswagen alcuni anni fa.

Per tacere di altri dati che possono lasciare indifferenti i fini economisti, ma ai quali i milioni di persone che svolgono altri ordinari mestieri attribuiscono una certa importanza. Nel 1970, quando in Italia si lavorava 1900 ore l´anno, si viveva quasi 10 anni di meno. Più precisamente, la età mediana dei morti era inferiore a quella odierna di circa 10 anni. Altri fattori hanno sicuramente contribuito a questo straordinario risultato, in primo luogo il sistema sanitario nazionale. Ma un fattore determinante sono stati l´aumento delle giornate di vacanza, degli svaghi, del riposo, delle cure per la persona, delle attività culturali, delle relazioni sociali, del tempo dedicato ai figli, reso possibile dalla riduzione di oltre 250 ore dell´orario annuo di lavoro. Proporre oggi di ricominciare a lavorare di più, significa quindi prospettare la possibilità ? quali che siano le buone intenzioni del proponente ? di ricominciare a vivere peggio, e forse anche meno a lungo.

È possibile che il presidente del Consiglio, buttando lì l´idea di lavorare qualche giorno in più l´anno, avesse in mente il caso di qualche altro paese. Ad esempio il caso della Corea del Sud, dove si lavora tuttora 2.500 ore l´anno. Ma non sembra questo un Paese adatto da prendere a modello per l´Italia, quando si pensi alle condizioni di lavoro, di ambiente, di tutele legislative, di rappresentanza sindacale in esso predominanti. Oppure quello degli Stati Uniti, dove in effetti le ore annue realmente lavorate superano le 1800, con un considerevole aumento rispetto a un decennio fa. Ma gli americani non lavorano di più per amore del Pil. Lo fanno perché vi sono costretti dai bassi salari. In Usa il salario medio dei lavoratori dipendenti, al di sotto del livello di quadro o capo intermedio (foreman), è infatti tuttora inferiore, in termini reali, a quello del 1973, dopo una forte discesa durata quasi vent´anni, e un parziale ricupero da metà degli Anni ´90. Il salario basso obbliga a fare gli straordinari, a cercarsi due lavori, a lavorare in due in famiglia anche se l´onere per la famiglia è grave. Spinge anche, ovviamente, a fare meno giorni di vacanza e di riposo. Anche questo modello di lavoro e di vita non sembra, in verità, particolarmente attraente.

Il dibattito sembra essere intorno alla nostra pretesa di dire come si fa opposizione. Non è una pretesa. Certe volte assistiamo ammirati, altre volte perplessi o sorpresi. Le risposte vengono, giorno per giorno, in tempo reale, ed è una ragione per cui l’Unità, di volta in volta, e di gruppo in gruppo, piace e dispiace.

Il nostro dibattito non si presta a «prospetti riassuntivi», che potrebbero apparire presuntuose pagelle. Chiediamo solo ai protagonisti di non offendersi quando qualcuno, da lontano, gli dice che una posizione o iniziativa politica non si capisce. È ovvio che non lo diciamo per fare dispetto. Lo vedono tutti che partecipiamo allo stesso impegno, in quella che i padri fondatori della Costituzione americana chiamerebbero (nel senso alto della loro interpretazione) la stessa «fazione».

La questione è sempre e solo di metodo. O meglio: si può provare a presentarla come tale per liquidare quella penosa divisione tra riformisti e massimalisti che qualcuno si ostina a raccattare dalle macerie dei vecchi partiti verticali.

Proviamo a mettere in ordine alcuni argomenti. Cominciamo da quelli che riguardano la «fazione». Dare spazio alle tante voci che si esprimono nella sinistra - e il cui voto va per forza a sinistra, come quelle stesse voci e proteste dicono con clamorosa evidenza - è un male, un attacco, una trappola, un tradimento, una «campagna strumentale di guerra?».

Se espressioni ripetute e martellate come la infelice frase «Bisogna avere una cultura di governo» suonano vuote nella vasta periferia di chi in tv, alla radio, nei manifesti e sulla gran parte dei giornali, vede solo Berlusconi, ascolta solo i suoi discepoli, subisce solo le sue scelte, è meglio non dirlo?

Quando ci dicono che cultura di governo è la visione “positiva”, “costruttiva”, “propositiva” che una opposizione deve avere per vincere, come lo spiego a chi deve mobilitarsi e votare per la sinistra, che è alla opposizione e non al governo? Le opzioni comunicative sono molto più limitate degli espedienti retorici. Prima di tutto devo avere ben chiara, ripetuta in modo univoco e forte, l’immagine del mondo a cui mi oppongo e il perché devo oppormi, adesso e subito. È un perché fatto di enormi ragioni morali (il conflitto di interessi) di questioni pratiche e gravi (il furto di tutta l’informazione) di pericoli imminenti (l’attacco costante a uno dei tre poteri dello Stato, quello giudiziario, la distruzione della Costituzione) la privatizzazione della politica estera (i nostri soldati vivono e muoiono in Iraq non in base a trattati o alleanze ma per un fatto personale di amicizia privata fra Bush e Berlusconi), la privatizzazione della sanità e della scuola, che cambiano radicalmente il volto del futuro italiano.

Qui si inserisce una curiosa e ripetuta affermazione: «Guai ad assecondare Berlusconi sul terreno in cui è maestro. Sono stati saggi coloro, come Enrico Letta, che hanno dato ragione a Berlusconi (che si era inserito nel programma “Domenica sportiva”, ndr) da tifosi e da conoscitori di calcio» (Il Riformista, editoriale del 25 febbraio). L’affermazione conduce a un problema simile al paradosso di Creta. Ricorderete che era il famoso apologo del cittadino cretese che diceva: «Non credete ai cretesi che sono tutti bugiardi».

Adesso l’affermazione paradossale è questa: «Berlusconi è maestro sul terreno della comunicazione. Io devo comunicare senza comunicare per non assecondare Berlusconi, che è più bravo di me a comunicare».

Ma ecco un esperto di indiscutibile valore farsi avanti con una tesi quasi uguale. È Renato Mannheimer, sul Corriere della Sera del 22 febbraio: «Si dovrebbe suggerire al centrosinistra di non usare la stessa strategia del Cavaliere. Sia perché in questo specifico ambito Berlusconi ha più mezzi e capacità. Sia, specialmente, perché così si finisce col favorirlo. Ad esempio, demonizzare il Cavaliere in quanto nemico, come fanno ancora molti, significa per lo più ravvivare l’elemento della personalizzazione che spinge gli indecisi verso il leader della Casa delle Libertà. Più efficace sarebbe puntare sui contenuti con proposte chiare, concrete, facilmente comunicabili su temi che interessano la vita quotidiana».

Le due affermazioni ci ripropongono il problema. Non occupatevi di lui, perché lui è più bravo. Lasciatelo perdere e occupatevi dei problemi. Sì, ma dove, quando, come, con chi, visto che lui decide di volta in volta, con forza mediatica enorme, di che cosa si parla, in che modo, in quale occasione, con quale linguaggio, stabilendo da solo l’inizio, la fine e l’argomento di ogni discorso?

Come non notare che nella trasmissione sportiva ormai celebre a causa del libero intervento di Berlusconi, Vittorio Zucconi ha segnato un punto e messo Berlusconi in difesa con la semplice frase: «Lei è venuto qui a parlare di calcio e intanto ha piazzato un bello spot elettorale»? Zucconi ha strappato un applauso e Berlusconi ha detto, un po’ da furbo e un po’ da praticone del gioco delle tre carte colto sul fatto: «Uno fa queste cose quando è bravo e sa cogliere l’occasione». Anche di più è stata applaudita Lucia Annunziata, la presidente senza presidenza della Rai, che non rinuncia alla dignità e alla voce e invece di fare buon viso a cattivo spot denuncia l’intrusione politica. E ha lasciato un segno, in quella trasmissione, Antonello Venditti. Poteva parlare della Roma. Ma - come tutti noi spettatori - aveva notato che per la durata dei venti minuti di intervento, Berlusconi era identificato in video non come presidente del Milan ma come presidente del Consiglio. Come tale ha fatto il suo numero di simpatico esperto dello sport, ha parlato (strano, per un intervento improvvisato) in perfetto sincrono con i filmati. E ha dato abilmente un doppio senso ad ogni sua affermazione mentre tutti i giornalisti sportivi presenti si portavano via la parola a vicenda per dire «ma come, ma certo, ma bravo, ma qui stiamo parlando di calcio!». Il Venezuela di Chavez non ha mai conosciuto una pagina di sequestro mediatico e di conflitto di interessi più esemplare.

Ma poniamo che Mannheimer e tutti coloro che ammoniscono di non inseguire Berlusconi abbiano ragione. Purtroppo - pur essendo gli esperti di comunicazione che sono - non ci dicono come e dove, negli spazi d’ombra lasciati dal suo splendore esclusivo, si può parlare. Infatti non si può. Chi ti vede, chi ti ascolta, tenuto conto che anche ciò che avviene alla Camera, se è contro Berlusconi, viene oscurato? Vorrei provare a fare tesoro di tutti questi consigli e a ricomporli nel mondo che segue.

Primo. Poiché Berlusconi, dovunque e comunque intervenga, parla lui, decide lui, domina lui e non lascia spazio, non resta che rifiutare la sua agenda politica, istituzionale, televisiva. Poiché non si deve inseguirlo o pretendere di tenergli testa sul suo terreno, è bene non fargli da comparsa. Lui del resto ha già i suoi cortigiani, e i suoi «supporting actors». Possono fare tutto da soli.

Secondo. Però, niente Aventino. Nessuno si ritira da niente. Vai in televisione e dici, leggi, affermi ciò che ritieni di far sapere agli italiani in quel momento. Ignori il tema della trasmissione, il gioco, le sequenze, le interruzioni dei loro buttafuori e segui lo schema delle tue priorità e dei tuoi programmi. In ogni occasione tiri fuori un tuo progetto e lo spieghi indipendentemente da ciò che vogliono importi e farti discutere. Durante la scorsa legislatura, coloro che sono oggi Casa della Libertà ed erano allora opposizione, lo hanno fatto, per tutto il tempo, nelle aule della Camera e del Senato, cambiando a piacimento, e anche contro il regolamento, l’argomento degli interventi in modo da essere sempre in linea con la volontà del capo o dei sub comandanti della Lega e di An. Questo reclamo di autonomia consentirà all’opposizione le occasioni, i tempi, i luoghi, i modi di dire come dovrebbe o dovrà essere governato il Paese. Questo reclamo di autonomia si può rivendicare in televisione. Vai e dici ciò che intendi dire. Per ogni argomento, presenti il tuo programma.

Terzo. Poiché «non devi inseguire Berlusconi sul suo terreno», e poiché il suo terreno è tutto, occorre ignorare sempre Berlusconi, non raccogliere mai le sue parole d’ordine, i suoi progetti, le sue proposte. Se lui, nel mezzo dell’estate, decide di parlare all’improvviso dei tagli delle pensioni, lo lasci parlare da solo o con i suoi cortigiani. Occorre impegnarsi a parlare d’altro su tutto, sempre e senza nessuna sospensione di questo muoversi e agire deliberatamente altrove. Riconosco che è molto difficile comportarsi con tale rigore contro il fiume delle informazioni completamente controllate da un’unica persona che domina tutto con il suo pesante conflitto di interessi. Però perché non notare che in parte ciò sta già accadendo, per esempio quando i Ds il 28 febbraio a Torino spiegano e dimostrano il disastro economico in cui è precipitato il Paese, per esempio con la grande campagna contro lo scempio realizzato dalla Moratti nella scuola, per esempio denunciando logica, modi, persone, circostanze che hanno dato vita all’ignobile vicenda detta “Telekom Serbia”? Ripeto, è molto difficile estendere questa strategia, ma essa è già in atto.

Quarto. La potenza mediatica berlusconiana ha una sua forza di ricatto. Tale ricatto fa temere anche a persone integre e coraggiose di apparire complici di un tradimento. Per esempio tradire i soldati italiani impegnati - dicono loro, mentendo - in una missione di pace. Negli ultimi giorni il ricatto si è realizzato presentando ai senatori un unico decreto che rifinanzia, insieme e con un unico voto, missioni di pace regolate da trattati da un lato, e la guerra privata di Berlusconi, dichiarata con una stretta di mano tra lui e Bush, senza politica estera, senza trattati, senza accordi, senza voto (c’è stato solo un voto per la pace, non per la guerra) dall’altro. E mettendo per la prima volta dal 1945 soldati italiani a disposizione discrezionale di altri governi. A questa confusione-ricatto voluta deliberatamente dal governo occorre dire un no netto che è un no a Berlusconi e all’atto di prepotenza di imporre un decreto unico per due situazioni diverse e incompatibili, non un no ai soldati. La ragione è la solita: mai stare al loro gioco. Che giochino da soli. Noi abbiamo da fare a difendere i diritti dei soldati italiani mandati allo sbaraglio.

Quinto. E’ chiaro che il vero compito dell'opposizione è il contrario dell’Aventino, di cui spesso con leggerezza si parla quando questo giornale suggerisce: state lontani dal governo. Si può andare in tv e ostinarsi a non stare al gioco. Lo hanno fatto in altri tempi - le poche volte che hanno potuto - i radicali di Bonino e Pannella. Si può andare nelle commissioni parlamentari per ripetere, con pazienza e tenacia, quale dovrebbe essere il vero argomento da discutere. Si sta in aula per dire, confermare, ripetere qual è il vero ordine del giorno di un Paese impoverito, isolato dall’Europa, umiliato da un primo ministro che è il cliché negativo di una vecchia Italia, una maschera del teatro dell’arte che conferma ed esalta, per il piacere del mondo, i suoi tratti ridicoli. Pensate che vi sia qualcosa di non riformista nel rifiuto di collaborare alla illegalità di un governo e della sua succube maggioranza, mentre si è impegnati in un continuo presidio delle istituzioni repubblicane?

No tondo in provettamanifesto, 24 agosto 2004

Andrò a firmare per il referendum abrogativo della legge sulla procreazione assistita: quello, proposto dai radicali, che intende abolire la legge del tutto, dall'a alla zeta, dal primo all'ultimo articolo. Non per questo sono d'accordo con il tipo di argomentazioni che i radicali portano a sostegno della loro campagna: troppa fiducia nella libertà di ricerca scientifica, troppa riduzione - vecchia storia, fin dai tempi del referendum sull'aborto - del desiderio e del primato femminile sulla maternità alla rivendicazione di un diritto. Ma non mi convincono neanche alcune reticenze che avverto in campo femminista a usare lo strumento referendario e la sua logica binaria, sì-no, su una materia complessa, delicata e sfaccettata come questa della procreazione assistita. La materia è complessa, delicata e sfaccettata, ma la legge con cui il parlamento ha pensato bene di regolarla non lo è: è linearmente pessima, e va linearmente cancellata con un no tondo. Non solo. In altre circostanze, compresa quella dell'aborto, a portare a una legge compromissoria era stato un circuito misto di mobilitazione, partecipazione e rappresentanza. Nel caso della procreazione assistita, a portare a una legge pessima è stato solo il teatro, ormai farsesco, della rappresentanza. E' vero che sul tema c'è stata poca mobilitazione da parte femminile. Ma è anche vero che non c'è stata, da parte del legislativo, alcuna considerazione del sapere femminista che pure c'era, né alcun ascolto di un'esperienza femminile ridotta a sconsiderata scorribanda da «far west». Insomma, il parlamento da solo se l'è cantata e da solo se l'è suonata. Producendo quell'obbrobrio che ha prodotto. Abrogare quell'obbrobrio, stavolta, non significa a mio avviso correre il rischio di abusare populisticamente dello strumento referendario contro le sedi deputate del potere legislativo e delle sapienti mediazioni che esso richiede. Significa, al contrario, sanzionare una pratica parlamentare chiusa all'ascolto della società, arrotolata su mediazioni di bassissimo profilo, avvolta dall'ignoranza e dalla superstizione, insipiente di diritto: anche a questo bisognerà pur riuscire a trovare il modo di dire un no tondo.

Non mi convincono, per ragioni facilmente deducibili da quanto sopra, i quattro referendum «parziali» che intenderebbero «emendare» la legge sullaprocreazione assistita sui singoli punti del diritto del concepito, della salute della donna, del ripristino della fecondazione eterologa, della libertà di sperimentazione e ricerca. In primo luogo perché uno dei difetti sostanziali della legge è precisamente quello di pretendere di normare pesantemente (e repressivamente) troppe cose assieme, invece di limitarsi a regolare leggermente le prestazioni e il funzionamento dei centri in cui si pratica la fecondazione artificiale: inseguirla sul terreno della prolissità, sia pure per emendarla, significa dunque confermarne l'impianto pesante. In secondo luogo, per le ragioni già sottolineate, sul manifesto del 28 luglio, da Maria Luisa Boccia e Grazia Zuffa, ovvero per la visione corporativa della società e debole dell'azione politica sottesa alla scelta dei quattro quesiti. Un vizio che non mi pare superato dall'impegno, giurato e ribadito giusto ieri, dei Ds a impegnare il partito, i consiglieri comunali e le feste dell' Unità sulla raccolta delle firme. Le strategie emendative dell'impianto della legge già sperimentate dai Ds in parlamento non sono riuscite ad arginare il disastro finale; non si vede perché dovrebbero essere più efficaci sul terreno della pubblica opinione e del senso comune. Che qualche volta ha bisogno, anch'esso, di una bussola che sappia dire, semplicemente, no.

Referendum, l'accetta che scotta manifesto, 25 agosto 2004

Proteggere una legge storica dall'accetta referendaria», è questo il nobile intento che ha spinto la senatrice azzurra Laura Bianconi e il suo collega Antonio Tomassini a presentare con zelo e sotto il sole d'agosto una proposta di riforma della legge sulla procreazione assistita che ha l'unico scopo di mettere i bastoni fra le ruote alla sua possibile, augurabile e urgente abrogazione. Con una acrobatica capriola d'identità, il partito del populismo di governo si scopre improvvisamente alfiere delle prerogative del parlamento e della democrazia procedurale: bisogna «riportare nella sua sede propria» quel dibattito sulla legge che l'iniziativa referendaria rischia di «fuorviare» sui binari impropri della consultazione popolare. Basterebbe la fotografia dell'aula di palazzo Madama in cui il gran gesto è stato compiuto - al cospetto in tutto di due parlamentari - per misurare la credibilità dell'improvvisa conversione di Forza Italia al credo parlamentarista. Ma c'è di più. C'è che lo strumento referendario, di cui durante la cosiddetta transizione italiana si è allegramente abusato in lungo e in largo fino a fargli partorire perfino il sistema elettorale, evidentemente terrorizza il ceto politico proprio quando lo si impiega correttamente, per abrogare trasversalmente una legge che fa trasversalmente danno e per mostrare la distanza fra paese reale e avanspettacolo politico. E' questo il caso in questione, ed è questo che fa scattare lo zelo degli azzurri e non solo. E' sintomatica infatti la reazione di Pierluigi Castagnetti, presidente dei deputati della Margherita, all'iniziativa del partito del premier: ottima idea, scelta legittima e perfino giusta, se servirà a evitare un referendum «che potrebbe spaccare e dividere il paese». Potrebbe spaccare, in verità, il mondo cattolico, togliere alla Margherita la legittimazione a rappresentarne la parte più aperta, riaprire una sana linea di conflitto fra gerarchie vaticane e laicità dello stato. Tutti fantasmi da scacciare per i rosei petali riformisti che furono determinanti per l'approvazione della legge-mostro sulla procreazione. E tutti fantasmi da temere per la parte più moderata dei riformisti diessini, fra i quali non mancherà chi - come Chiti già adombra - vedrà nella riforma parlamentare della legge una possibilità da praticare, come se fosse convergente con lo spirito dei referendum.

Non lo è, come dimostrano le modifiche proposte dal ddl azzurro. Anche se due di esse - l'ammissione alle Tra delle coppie portatrici di malattie genetiche e la possibilità di crioconservare gli ovociti - mettono una toppa su due dei punti più scandalosi della legge, non bastano a scalzarne l'impianto fondamentalista e repressivo. E non è affatto detto che bastino a rendere trasferibili sul testo riformato i quesiti referendari. Viceversa, il blitz azzurro potrebbe rivoltarsi come un boomerang contro i suoi sostenitori, fungendo di fatto da volano per l'accelerazione della raccolta delle firme per i referendum entro settembre, a contrasto e non a conforto del populismo al potere.

ASUNCIÒN - Strage in un centro commerciale della capitale del Paraguay, Asunciòn: 237 persone sono morte ieri in un incendio, divampato quando il centro commerciale era pieno, che ha quasi distrutto la struttura, intrappolandovi dentro molte delle persone che lo affollavano. Centinaia sono i feriti: una ventina in pericolo di vita. La maggior parte sono ustionati e presentano sintomi di intossicazione.

Secondo le prime ricostruzioni l´incendio è stato preceduto dall´esplosione di una bombola del gas in uno dei numerosi ristoranti del centro: erano le 11.30 del mattino ora locale quando si è sentita l´esplosione e il fuoco a cominciato a propagarsi a una velocità inspiegabile per gli stessi pompieri.

A questo punto si sarebbe verificato l´episodio più inquietante. I sopravvissuti hanno raccontato che molti dei proprietari dei negozi hanno chiuso le porte per impedire ai clienti di uscire senza pagare: sarebbe questo uno degli elementi che hanno causato un bilancio di vittime tanto elevato. Poco dopo la strage il capo della polizia di Asunciòn Santiago Velasco ha pubblicamente accusato i gestori dell´ipermercato che si trovavano dentro al centro di aver chiuso le porte e aggravato la strage e il giudice Adolfo Marin ha ordinato l´arresto dell´imprenditore Juan Pio Paiva, proprietario dell´ipermercato.

Dovrà rispondere anche del fatto che nel centro non ci sarebbero state uscite di sicurezza: molti quelli che per scappare si sono lanciati dalle finestre. In serata un centinaio di cadaveri erano già stati recuperati.

Sul luogo è immediatamente andato il presidente del Paraguay, Nicanor Duarte: «È un momento di estremo dolore - ha detto - sono qui per dare sostegno alle persone, ai loro familiari ma anche ai poliziotti e ai pompieri che stanno lavorando qui».

Il Paraguay è una delle nazioni più povere dell´America Latina: spesso anche i servizi medici sono carenti. Ma la tragedia ha mobilitato tutta la capitale: le televisioni locali hanno mostrato i pompieri che per ore hanno cercato di estrarre qualcuno vivo dalle macerie del centro commerciale, ma si sono dovuti rassegnare ad allineare decine di corpi in una discoteca attigua alla struttura, trasformata in una camera ardente.

Per ore, colonne di fumo nero hanno circondato la zona del disastro. Dalle tv è poi partito un appello alla gente a portare negli ospedali attrezzature basilari, come i guanti, per medici e infermiere. Tutto il personale degli ospedali assente è stato immediatamente richiamato al lavoro, in una corsa per tentare di salvare il numero più alto possibile di persone.

Non eravamo dunque piagnucolosi e queruli messi di sventura quando, fin dall´inizio del 2002 e poi con accenti sempre più preoccupati fino a ieri, documentavamo l´insipienza della politica economica del governo, lo stato catastrofale della finanza pubblica e il declino dell´economia italiana.

Ci hanno chiamato Cassandre, forse dimenticando che i di lei tristi vaticini ebbero la conferma dei fatti: avvertiva i suoi concittadini che Troia sarebbe caduta e Troia infatti cadde.

Dal canto nostro avevamo previsto che quando la congiuntura mondiale avesse ritrovato la via dello sviluppo e anche quella europea avrebbe registrato una sia pur timida e lenta ripresa, l´Italia non sarebbe stata in condizioni di intercettarne i benefici. Così purtroppo sta regolarmente accadendo. Siamo fermi al palo mentre gli altri sono già in corsa. Questa è la triste verità.

Abbiamo perduto tre anni dietro la chimera della riduzione fiscale, la famosa scossa che ci avrebbe fatto volare. E oggi che l´appuntamento è arrivato dobbiamo invece fronteggiare una manovra restrittiva che mortificherà inevitabilmente i consumi, gli investimenti, la produttività, il costo del lavoro, in controtendenza con quanto avviene dovunque nel mondo. Per di più con un superministro dell´Economia dimissionario, un «premier» ridotto ad un´anatra zoppa, una coalizione in pezzi.

Poteva andar peggio? Direi proprio di no. E dire che ancora fino all´altro ieri c´era chi, sui maggiori giornali italiani, discuteva se le elezioni del 13 e del 27 giugno fossero state un pareggio o addirittura una sconfitta del centrosinistra. Poi, da ieri e solo da ieri, gli stessi giornali e le stesse prestigiose firme hanno scoperto che la crisi era da tempo in incubazione, che Tremonti è un ministro che non ne ha azzeccata una e che Berlusconi eccelle solo nel saper vendere tappeti ammuffiti e cioccolata avariata.

I fatti hanno avuto la meglio sulle opinioni, come sempre accade quando le opinioni sono manipolate nell´interesse dei potenti di turno. Buon per Bruno Vespa che per cause dovute al calendario e ai palinsesti, ha dovuto sospendere giusto in tempo le sue serate di Porta a porta. Varrebbe la pena di intervistarlo adesso, Bruno Vespa. Sarebbe l´unico aspetto comico d´una tragedia annunciata.

* * *

Non è caduto soltanto Tremonti, è caduto Berlusconi e il berlusconismo. Nella giornata e nottata dei lunghi coltelli del 3 luglio (mese fatale per i leader carismatici) è stato lo stesso ministro dell´Economia a proclamare apertamente questa verità: «Io - ha detto Tremonti al suo premier - non ho fatto la mia politica ma soltanto la tua. Per me è stato molto difficile difenderla. Mi aspettavo il tuo aiuto. Mi era dovuto perché io ci mettevo la faccia ma tu ci avresti dovuto mettere i coglioni». Volgare, ma efficace. Per dirla in modo più urbano, Tremonti è stata la protesi di Berlusconi, il suggello dell´alleanza nordista tra Forza Italia e la Lega. Ora quell´alleanza è in frantumi. Un´epoca si è chiusa e una volta tanto l´ha chiusa il popolo sovrano.

La fase che ora si apre è tuttavia piena di incognite, la prima delle quali concerne un passaggio costituzionale e pone una domanda: si può procedere con un semplice rimpasto ministeriale, una lettera di dimissioni e un decreto di nomina di un altro ministro al posto di quello dimissionario? Oppure il Capo dello Stato deve rinviare alle Camere il presidente del Consiglio? L´opposizione, per bocca di Piero Fassino che ha parlato per tutti, ha chiesto il rinvio alle Camere. Ha piena ragione: questo governo ha già perso per strada un ministro degli Esteri (Ruggiero) un ministro dell´Interno (Scajola) ed ora il superministro dell´Economia (Tesoro Finanze Bilancio Mezzogiorno Partecipazioni Statali). Quel potentissimo ministro era di fatto la controfigura del premier. Ha governato avendo ben chiare le volontà e i sogni del suo padrone a cominciare dalla riduzione delle tasse. A quell´idolo ha sacrificato la più elementare correttezza nella gestione del bilancio: ha tagliato il sostegno ai consumi, agli investimenti, all´istruzione, alla ricerca, alla spesa sociale, alle infrastrutture, ai Comuni; ha fornito cifre ottimisticamente false; ha svenduto le entrate appaltandole, ha condonato il condonabile, ha alienato parte del demanio pubblico senza portarlo a riduzione del debito pubblico, ha sanato ogni genere di reati contro la Pubblica amministrazione.

Nel frattempo è aumentato il fabbisogno di cassa e il debito della Pubblica amministrazione, è diminuito il reddito nazionale, si è dimezzato l´avanzo primario delle partite correnti, è stata varcata la soglia prevista dal patto di stabilità europea del 3 per cento nel rapporto deficit/pil, la pressione fiscale è aumentata invece di diminuire. Ma fino a ieri è stato tenuto in vita l´idolo d´oro della riforma fiscale, la fantomatica "scossa" che avrebbe rilanciato il Paese e date le ali allo sviluppo.

Fandonie. Stupisce che il leader dei commercianti abbia chiesto stentoreamente che l´impegno sulle tasse fosse mantenuto ed ha ammonito il premier per la sua inadempienza. Billè dovrebbe sapere meglio di tutti che quell´impegno non può essere mantenuto e che comunque non risolverebbe i problemi dello sviluppo, della produttività e della competitività. E stupisce ancor più che Montezemolo gli abbia fatto eco. Confindustria e Confcommercio hanno improvvisamente avuto paura di avere avuto un momento di coraggio? Se è così, bisogna dire che la loro prudenza arriva al momento sbagliato, quando il tremontismo e il berlusconismo sono in pezzi. La borghesia italiana non è dunque ancora uscita dalla sua fase infantile? Speravamo fosse entrata nella fase della maturità. Una volta tanto siamo stati troppo ottimisti?

* * *

Intanto i "poteri forti" (quel pochissimo che ne resta) tifano per Mario Monti come successore.

Il nome è più che egregio. Noi stessi, primi e soli, chiedemmo due settimane fa che il governo lo ricandidasse alla Commissione di Bruxelles abbandonando la tentazione di trasferire il suo incarico al ministro Buttiglione. A questa nostra proposta si sono poi allineati tutti i maggiori giornali italiani e la cosa ci ha fatto grande piacere.

Ora i "poteri forti" vorrebbero Monti al posto di Tremonti. Sembra un gioco di parole. Ma a me, inveterata Cassandra, viene in mente ancora una volta il peggio: prestare Mario Monti alla coalizione di centrodestra significa preparargli una trappola che può rivelarsi micidiale date le condizioni della finanza pubblica in cui versiamo.

Monti dovrebbe: abbandonare l´idolo d´oro della riduzione fiscale; tagliare di almeno 7 miliardi di euro la spesa corrente entro l´esercizio in corso senza toccare però gli incentivi alle imprese, la spesa sociale, il Mezzogiorno, i Comuni e le Regioni, le infrastrutture.

Per mantenere nel 2005-2006 il rapporto deficit/pil entro il 3 per cento il taglio strutturale deve essere pari a 2 punti di pil, cioè pari a 28 miliardi di euro. Ma nel frattempo urge rilanciare i consumi delle famiglie e l´offerta delle imprese. Significa a dir poco un´altra dozzina di miliardi.

Fate le somme: 7 miliardi subito, 28 nel 2005, 12 per il rilancio, fanno 47 miliardi di euro, pari a 94 mila miliardi di vecchie lire. Più o meno la manovra effettuata da Giuliano Amato nel 1992 in un momento di acutissima e pericolosissima crisi valutaria.

Questa è l´eredità che Berlusconi e la protesi Tremonti consegnano al Paese: un buco da 94 mila miliardi di vecchie lire, pari a 6 punti e mezzo di prodotto interno lordo.

Mario Monti, come chiunque altro della sua stazza, può accettare un peso di quest´entità alle dipendenze politiche d´un premier come Berlusconi e in una coalizione che ha dimostrato in modo plateale di essere inadatta a governare il Paese?

Ecco perché ci vuole un passaggio parlamentare e forse un passaggio elettorale. Se si ricomincia da zero la via del rimpasto e anche quella del Berlusconi bis sono del tutto inadeguate.

Non voglio fare paragoni impropri ma l´analogia con il 25 luglio del ´43 mi pare d´obbligo. Il Gran Consiglio dell´epoca (Grandi, Ciano, Bottai i maggiori esponenti) sfiduciò Mussolini e ricorse al Re. Speravano in un incarico che restasse nell´ambito del fascismo senza più il Duce. Anche il Duce si rivolse al Re chiedendogli il rinnovo della fiducia e la punizione del Gran Consiglio.

Nessuno dei contendenti capì che la situazione era sfuggita dalle loro mani.

Il Re arrestò Mussolini, sciolse il Gran Consiglio e incaricò il maresciallo Badoglio di formare un governo.

Ho già detto: situazioni imparagonabili. Ma l´analogia serve solo per ricordare che quando avanza

NON ci voleva molto a prevedere che il voto del Parlamento sulla permanenza in Iraq del corpo di spedizione italiano avrebbe suscitato le prefiche dei fautori dell'"ammucchiata". Infatti così è puntualmente avvenuto. Il centrismo nazionale non è quantitativamente rilevante; operativamente è un fenomeno solo virtuale di fronte alla tenaglia del sistema elettorale maggioritario. Dispone però di molte tribune mediatiche e le usa senza risparmio tutte le volte che può.

A differenza della vecchia Dc, titolare d'un centrismo numericamente imponente che, secondo la definizione di De Gasperi, marciava verso sinistra, quello attuale è striminzito e marcia verso destra. Avrebbe voluto tirarsi appresso la parte "responsabile" dell'Ulivo. Patrocinare il taglio alle ali (ma solo all'ala sinistra) classica aspirazione dei moderati di tutti i tempi.

Isolare la sinistra massimalista.

Convincere i riformisti di Prodi che la svolta in Iraq è già avvenuta e sarà infallibilmente formalizzata e solennizzata tra la fine di maggio e quella di giugno e indurli, di conseguenza, a un voto d'astensione se non addirittura di confluenza sulla mozione del governo e sulle dichiarazioni del presidente del Consiglio.

Poiché tutto quello che avevano immaginato non è avvenuto, i fautori dell'"ammucchiata" hanno dato sfogo alle lamentazioni salmodiando la fine del riformismo, il trionfo di Bertinotti, la resa di Prodi, Fassino, Rutelli al massimalismo girotondista e piazzaiolo, intonando insomma il "Miserere" e il "Parce sepultum".

In questa operazione (che non è affatto sorprendente perché ampiamente prevedibile e prevista), si distinguono i soliti noti. Tralascio di proposito i nomi di quelli che scrivono sui giornali e dicono la loro nei salotti tv. Segnalo invece la posizione del partito di Follini e di Buttiglione, schiacciato come un tappeto sulle tesi militaresche di Forza Italia. E, memorabile tra tutti, la posizione di Berlusconi che ha aperto il dibattito alla Camera con un incipit clamoroso: "M'ero illuso che questa volta l'opposizione si comportasse in modo responsabile".

Pensava veramente che la lista dei riformisti considerasse il suo "spot" propagandistico sulla svolta come un approccio serio di un governo serio a una situazione drammaticamente seria?

I berlusconologhi giurano di sì, che lo pensava veramente. Come spessissimo gli capita, s'era autoconvinto che le sue bugie propagandistiche riflettessero la realtà. Quest'uomo è formidabile. Per lui e per i suoi sodali, politici e giornalistici, vale la pena di usare una classica definizione di Flaiano: "Un gruppo di buoni a nulla, capaci di tutto". Sembra tagliato su misura.

* * *

La svolta. Si discute sulla svolta. Se ci sia stata, se ci sarà, se l'abbia effettuata Bush su pressione di Blair oppure di Powell oppure (udite udite) di Berlusconi. O piuttosto per la pressione dei fatti iracheni e le impellenti necessità ch'essi creano sul terreno.

Mi ha sommamente divertito leggere l'altro ieri sul Corriere della Sera due articoli di prima pagina sul tema, appunto, della suddetta svolta.

Uno è firmato da Angelo Panebianco e ha come titolo "La disfatta del riformismo"; autore dell'altro è Gian Antonio Stella e il titolo recita "La svolta rettilinea del Cavaliere". Mi hanno divertito perché sostengono l'uno l'opposto dell'altro. Secondo il primo i riformisti sono in rotta, succubi di Bertinotti, non avendo capito che Berlusconi era finalmente arrivato sulle posizioni da loro fino a quel momento sostenute e proprio in quel momento da loro stessi abbandonate.

Ma Stella dimostra invece esattamente il contrario e cioè che la predetta svolta è del tutto inesistente e che comunque il nostro presidente del Consiglio, dopo avere per oltre un anno sbeffeggiato all'Onu seguendo pedissequamente gli sberleffi lanciati dai neoconservatori americani, dal Pentagono e dalla stessa Casa Bianca contro il Palazzo di Vetro, ha compiuto "una svolta rettilinea", sempre al seguito dei suoi protettori di Washington, affermando da pochi giorni in qua il contrario di quanto ha per un anno conclamato ai quattro venti.

Ora, la verità è quella descritta da Panebianco o quella motteggiata da Stella? La risposta è nei fatti reali e non in quelli virtuali. Del resto i compromessi si possono fare sulle tasse, sulle pensioni, sul mercato del lavoro, sulla patente a punti, sulle regole societarie e su tante altre cose ancora; ma se c'è una questione che richiede e anzi impone scelte nette e non equivoche, quella è la questione della pace e della guerra.

Lì la bugia non è ammessa, il sotterfugio non è consentito, la tergiversazione non può aver luogo. Lì si sta da una parte o dall'altra. Lì il popolo è e dev'essere davvero sovrano perché "ne va la vita". Il presidente del Consiglio ha insultato l'opposizione accusandola di abbandonare i nostri soldati proprio nel momento in cui sono sotto il fuoco della guerriglia.

Ma chi li ha mandati a prendersi le fucilate della guerriglia e le autobombe del terrorismo? Invece che inviare in Iraq medici, tecnici, operatori di pace? Chi ha manipolato il mandato del capo dello Stato e del Consiglio supremo di Difesa che avevano autorizzato soltanto una missione umanitaria? Chi ha accettato che i militari spediti come presidio degli operatori di pace fossero invece impiegati come forza d'occupazione di un territorio ad essi affidato, sotto il comando angloamericano che non è certo lì per ragioni umanitarie ma politiche e d'ordine pubblico? Infine: chi ha la responsabilità politica di quelle morti e delle altre che possono ancora avvenire?

Un capo di governo serio e responsabile avrebbe dovuto dire al Parlamento e al paese la verità fin dal primo momento e comunque ammetterla l'altro ieri di fronte all'evidenza dei fatti. E la verità è che i 3 mila militari italiani sono nella regione di Nassiriya truppe occupanti, esattamente come gli inglesi e gli americani.

Tanto è che da quelli prendono ordini e come loro hanno una zona di territorio assegnata nella quale inglesi e americani non vanno se non su richiesta del comandante italiano. E non ci vanno per la semplice ragione che lì ci sono gli italiani a svolgere lo stesso ruolo e gli stessi compiti che gli angloamericani svolgono nelle altre zone dell'Iraq.

Queste cose avrebbe dovuto dire il presidente del Consiglio. Ma si sarebbe imbattuto nell'ostacolo costituzionale e quindi ha scelto la bugia. Del resto ci riesce benissimo perché una cosa è certa: come bugiardo non ha rivali in tutto il pianeta. È la cosa che meglio gli riesce. È un guinness. All'estero ce lo invidiano.

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In un certo senso l'Onu è già in Iraq perché il segretario generale Annan ha inviato un suo rappresentante, l'algerino Brahimi, con il compito di suggerire nomi credibili per la formazione di un nuovo governo provvisorio che sarà installato dalla coalizione entro il 30 giugno. Quest'iniziativa rientra nei poteri del segretario generale, infatti non c'è stato bisogno di nessuna apposita risoluzione del Consiglio di sicurezza.

Egualmente rientra nei poteri di Annan di delegare a suoi rappresentanti un ruolo di consulenza per preparare insieme al governo provvisorio le elezioni da tenersi nel prossimo gennaio.

È questa la svolta? No, non è questa. Sarà una presenza importante quella dei delegati del segretario generale dell'Onu? La risposta l'ha data ufficialmente lo stesso Brahimi: "Una presenza e un ruolo molto limitati". Del resto Brahimi lavora al suo progetto da oltre due mesi e da oltre due mesi le date per l'insediamento del governo provvisorio e per le elezioni nel gennaio 2005 sono arcinote.

Le notizie comunicate al Parlamento da Berlusconi come prova della svolta sono sui giornali di tutto il mondo dallo scorso marzo. La sorpresa, il risultato eclatante del viaggio americano del nostro presidente del Consiglio sono sull'Ansa di sessanta giorni fa.

La strombazzata sovranità del governo provvisorio sarà puramente simbolica, anche questo è risaputo. Più interessante sarà invece l'organizzazione della sicurezza sul terreno. Per quanto se ne sa (ma Berlusconi nulla ha detto in proposito nelle sue comunicazioni al Parlamento) essa si articolerà nei seguenti punti.

1. Responsabile della sicurezza e dell'ordine pubblico nelle città saranno la polizia e l'esercito iracheno, coordinati naturalmente dal Comando della coalizione.

2. La seconda linea situata alla cintura esterna delle città sarà affidata a truppe che dovrebbero affluire da paesi non attualmente occupanti. Soprattutto da paesi appartenenti alla Lega araba o da altri Stati musulmani.

3. L'attuale armata d'occupazione dovrebbe acquartierarsi nelle basi già predisposte, pronta tuttavia a interventi d'emergenza - specie con aerei ed elicotteri da combattimento - in casi di emergenza.

4. La lotta al terrorismo proseguirà affidata a intelligence e a corpi speciali.

5. Questo schieramento, basato su tre anelli, entrerà in vigore quando l'attuale guerriglia e le attuali insorgenze saranno state domate e quando polizia ed esercito iracheni saranno in grado d'assolvere ai compiti di cui al numero 1.

Cioè quando? Non si sa, non c'è risposta. Quale sarà il ruolo dell'Onu in tema di sicurezza? Non c'è risposta.

I paesi della Lega araba sono pronti a inviare truppe? Sono già stati consultati? Non c'è risposta.

Altri paesi europei, la Russia, la Cina, l'India, sono disponibili? La Germania ha già detto: grazie, per ora no. La Russia idem. Idem la Cina. La Francia ha detto di più: non manderemo truppe né ora né poi, neppure sotto bandiera Onu. Chi dunque s'unirà all'attuale coalizione e quando? Non c'è risposta. Tutti sono invece pronti a mandare medici, tecnici, operatori di pace. Anche subito. Truppe no. È questa la svolta?

Le nostre vedove centriste e terziste (è quasi la stessa cosa) hanno compianto Prodi, trascinato suo malgrado a fianco di Bertinotti. Ma Prodi ha parlato ieri a Milano agli stati generali del centrosinistra. Ha detto sulla guerra irachena, sul dopoguerra, sull'America, sulle torture, parole ancora più dure di quelle di Bertinotti. Possono essere non condivise o addirittura deplorate ma nessuna persona intellettualmente perbene potrà continuare a sostenere che Prodi è stato "messo in mezzo" suo malgrado.

Resta la questione della nuova risoluzione del Consiglio di sicurezza. Berlusconi, con l'aria di un Pierino, ha dichiarato che la risoluzione ci sarà entro il mese di giugno. Può darsi, ma lui che ne sa? E che cosa dirà quella risoluzione? L'Italia non fa parte del Consiglio di sicurezza. La Francia ha già specificato la propria posizione: vuole una conferenza internazionale che decida la sorte dell'Iraq nel quadro dell'intero riassetto della regione mesopotamica e mediorientale; vuole una data-limite entro la quale le truppe d'occupazione se ne debbano andare; vuole che il governo iracheno dopo le elezioni sia sovrano e indipendente; vuole che il petrolio sia subito restituito agli iracheni. Non vuole che la Nato sia utilizzata in Iraq. Germania e Russia sono sulla stessa linea.

In compenso Berlusconi, quando li incontra, dà e riceve pacche sulle spalle e qualche bacio da Putin, da Chirac, da Blair, ovviamente da Bush e - con qualche riserbo in più - anche da Schröder e Zapatero.

Questo è lo stato delle cose.

Il riformismo è stato sconfitto? Non sembra. S'è messo al rimorchio dei massimalisti? Non direi perché la sua posizione è sempre la stessa fin dall'aprile del 2003 quando scoppiò la guerra irachena. Per votare la prosecuzione della missione italiana in Iraq voleva e vuole che il Consiglio di sicurezza dell'Onu voti la sostituzione dell'autorità d'occupazione angloamericana con una coalizione agli ordini dell'Onu che abbia autorità insieme politica e militare.

Non è accaduto e ovviamente non accadrà, perciò tutto il centrosinistra ha votato per il ritiro delle truppe. Le quali, naturalmente, restano dove sono poiché il nostro governo segue Bush punto e basta. Buoni a niente ma capaci di tutto. Lapidario.

«L´UN dopo l´altro i messi di sventura / piovon come dal ciel» scriveva il poeta del Ça Ira e così avviene da un anno per i fronti iracheno e mediorientale. Nel mese di aprile i messi di sventura si sono moltiplicati. In Iraq lo stillicidio degli ammazzamenti è diventato guerriglia con aspetti di vera e propria insorgenza popolare; la radicalità sunnita si è congiunta con la radicalità sciita, le bare avvolte nella bandiera a stelle e strisce sono state centinaia, migliaia le vittime cadute sotto i cannoni e le bombe americane; è cominciata la presa di ostaggi occidentali e tra questi quattro italiani, uno dei quali barbaramente assassinato, gli altri ancora nelle mani dei sequestratori dei quali non si conosce l´identità ma si crede di sapere che chiedano per rilasciarli uno scambio di prigionieri e un riconoscimento politico; lo sceicco Sadr dalla città santa di Najaf minaccia di scatenare centinaia di kamikaze se le truppe d´occupazione lo attaccheranno; l´ayatollah Sistani, massima autorità religiosa degli sciiti iracheni, minaccia a sua volta l´insorgenza generale se le città sante saranno prese d´assalto dagli angloamericani. Nel frattempo la Spagna, l´Honduras e Santo Domingo hanno deciso il ritiro delle loro truppe dal teatro iracheno dove sarebbero state disposte a rimanere solo sotto bandiera e comando dell´Onu.

Essendo ormai manifestamente impossibile il verificarsi di questa condizione, hanno deciso di andarsene.

Dal fronte palestinese le notizie sono altrettanto cupe. Dopo lo sceicco Yassin, guida religiosa e politica di Hamas, i soldati di Israele hanno ucciso con missili mirati anche il suo successore Abdul Rantisi; Sharon minaccia Arafat della stessa fine o dell´espatrio forzoso; la road map è ormai non più che un ricordo; i morti da una parte e dall´altra continuano ad ammucchiarsi; ogni speranza di pace sembra caduta.

In questa paurosa situazione il terrorismo di marca Al Qaeda prospera come il pesce nell´acqua. Dopo aver insanguinato Madrid l´11 marzo, si concentra ora sull´Arabia Saudita. Le linee di frattura non passano soltanto tra crociati musulmani e crociati cristiani ma anche, secondo la strategia di Osama bin Laden, tra sunniti, sciiti moderati e wahabiti. Dopo la sconsiderata guerra irachena che ha scoperchiato il vaso di Pandora, l´epicentro terroristico opera indisturbato dalle sue basi pachistane, irachene, marocchine, saudite e con le sue propaggini logistiche in Europa e in Usa.

Questo è lo stato dei fatti. Irrisolvibile in Palestina. Con due ipotesi di soluzione in Iraq: un coinvolgimento di pura facciata dell´Onu lasciando di fatto tutti i poteri alle truppe d´occupazione, oppure il trasferimento dei poteri effettivi all´Onu, in conformità a quanto chiesto da Francia, Germania e Russia e dal nuovo premier spagnolo Fernando Zapatero. Ma l´Onu che cos´è? Che cosa può e sa fare? È in grado di farlo oppure è soltanto un alibi per mascherare il disimpegno europeo dalla crisi irachena?

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Europa zapatera è una definizione lessicalmente cantabile che suona bene all´orecchio con una sonorità quasi zingaresca. Ci vedi un´Europa gaucha o gitana, col sombrero di traverso e magari un coltello nello stivale e il gambo d´una rosa tra i denti.

Invece no. Nei titoli di alcuni giornali e nel lessico di alcuni politici nostrani quella definizione è usata per descrivere un´Europa traditora, vile, fuggitiva; un cuneo che rischia di disgregare l´unità politica del continente riducendolo ad un corpaccione ripiegato su se stesso, senza una missione da compiere, vassallo dei propri egoismi nazionali. L´alternativa a tale sfacelo è di stringersi attorno all´America coadiuvandone gli emeriti sforzi di assicurare la stabilità e la democrazia alla società irachena finalmente liberata dalla cupa tirannide di Saddam.

In questa così delineata alternativa è da qualche giorno entrato anche un auspicato ruolo «centrale» dell´Onu, caldeggiato ora perfino dalla Casa Bianca e naturalmente dal ministro degli Esteri italiano, ben lieto di poter annunciare la buona novella che sarebbe maturata anche per le pressioni del nostro governo su Bush. Risum teneatis.

Zapatero avrebbe dunque sbagliato tutto? C´era ancora tempo e spazio per ottenere dagli Usa un´inversione di rotta dopo un anno di dissennatezze costate migliaia di vittime innocenti e il dilagare di un sentimento antiamericano tra l´Eufrate, il Caspio, il Golfo arabico e il Mediterraneo? La risposta a queste sciocchezze è venuta da una dichiarazione fatta il 23 aprile dal sottosegretario di Stato, Marc Grossman di fronte al Congresso degli Stati Uniti. «Fino al 31 gennaio 2005 - ha detto Grossman - in Iraq rimarranno in vigore le norme stabilite da Paul Bremer, il governo provvisorio iracheno che sarà insediato il 30 giugno prossimo non potrà emettere leggi né decreti senza l´accordo del comando americano né avere il controllo della sicurezza. Non pensiamo che il periodo dal primo luglio fino al gennaio 2005 sia il migliore per cambiare radicalmente le cose».

Naturalmente, ha aggiunto Grossman rispondendo alle preoccupate osservazioni dei rappresentanti democratici «l´Onu avrà un ruolo importante sebbene limitato, il passaggio dei poteri agli iracheni sarà tangibile». E questo al momento è tutto.

Ho definito la scorsa settimana questo ruolo previsto dagli Usa per le Nazioni Unite una soluzione «vivandiera» nel senso che, come le vivandiere negli eserciti ottocenteschi, le Nazioni Unite avrebbero compiti ausiliari di consulenza e di copertura legittimante, cioè sarebbero portatrici d´acqua al servizio dei veri detentori del potere.

È facile prevedere che in queste condizioni il Consiglio di sicurezza non darà il disco verde ad una nuova risoluzione né ci potrà essere la disponibilità della Nato all´invio di contingenti militari. Zapatero ovviamente era già al corrente della linea americana visto che la Spagna fa parte in questi mesi del Consiglio di sicurezza dell´Onu. Perciò se n´è andato prima del 30 giugno avendo la certezza che quel giorno non cambierà nulla se non l´eventuale inasprimento della guerriglia irachena, già fin troppo accesa in tutto il paese.

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Si domanda da chi si oppone al ritiro delle truppe: possiamo noi abbandonare l´Iraq alla guerra civile? Risposta: la guerra infuria già in tutto l´Iraq; è guerra contro gli americani, contro i loro alleati e contro gli iracheni «collaborazionisti». Nella sola giornata di ieri sono morti un´altra decina di soldati Usa e un numero imprecisato di iracheni. A Falluja negli ultimi venti giorni i morti sono centinaia tra i quali la percentuale di donne e bambini è di circa il 20 per cento; a Bassora in un solo giorno le vittime innocenti sono state almeno cinquanta. Può andare peggio di così? Sì. Se il piano Usa è quello di attaccare Najaf e Kerbala per uccidere o catturare Sadr può andare molto peggio di così. Dunque lo spauracchio d´una guerra civile tra sunniti e sciiti nel caso di un ritiro delle truppe d´occupazione non è una motivazione valida.

In realtà il ritiro delle truppe americane, se non dall´Iraq almeno nelle basi trincerate già predisposte, non aggraverebbe una situazione già gravissima; semmai la migliorerebbe. L´arrivo dell´Onu senza gli americani raffredderebbe il clima e fornirebbe al governo provvisorio una sponda preziosa di consulenza e di legalità internazionale.

Si dice ancora: ritirarsi sarebbe una vittoria del terrorismo. Sbagliato.

Il terrorismo, quello di Al Qaeda, centra poco o niente con l´attuale guerriglia irachena. E quest´ultima c´entra nulla affatto con i morti di Madrid e con quelli di Riad. Certo se la guerriglia antiamericana si cronicizzasse il terrorismo di Al Qaeda avrebbe ampio spazio per tessere un´alleanza con il radicalismo iracheno ed ecco un´altra valida ragione per disinnescare questo latente ma gravissimo pericolo.

Il solo vero motivo che spinge l´amministrazione Usa e il governo britannico a rimanere immobili sulla loro linea è di tutt´altra natura. E´ in gioco la rielezione di Bush e quella di Blair, questa è la sola ragione che impedisce ai pragmatisti per eccellenza di mettere in opera la loro flessibilità e di scoprirsi invece dogmatici. Dobbiamo seguirli fino in fondo? Dobbiamo accompagnarli tra le fiamme dell´inferno iracheno senza porre una sola condizione, una data di scadenza, un piano alternativo? L´Europa zapatera è in realtà la sola alternativa possibile: disinnescare la miccia irachena ed intraprendere con serietà e intelligenza la guerra contro il vero terrorismo e nel contempo imporre a israeliani e palestinesi un percorso di pace che da soli non sono mai stati in grado di costruire.

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Il centrosinistra italiano non è al governo; il suo voto contro la permanenza della nostra missione militare a Nassiriya non avrà dunque effetti concreti se Berlusconi continuerà a preferire la condizione di vassallo di Bush a quella di membro dell´Unione europea.

Tuttavia un voto compatto del centrosinistra sulla questione irachena avrà un valore politico tutt´altro che trascurabile, soprattutto se servirà a potenziare la presenza di veri operatori di pace in quel tormentato paese. È curioso che i religiosi sunniti che cercano un contatto con i sequestratori dei nostri ostaggi usino tra gli altri argomenti di persuasione quello di sottolineare l´esistenza in Italia d´un forte movimento popolare contrario alla presenza di truppe d´occupazione. Il pacifismo italiano così vilipeso in patria è diventato uno dei pochi strumenti per riportare a casa quei tre ragazzi minacciati di morte. Non c´è da riflettere su questa evidente contraddizione?

Ancora una volta essa dipende da un errore lessicale che maschera un interesse politico. L´errore lessicale è quello di confondere e chiamare con lo stesso nome il terrorismo di Bin Laden e la guerriglia irachena.

L´interesse politico è quello di far vincere a Berlusconi le elezioni europee o almeno salvarlo da una cocente disfatta.

Viene in mente l´entrata in guerra di Mussolini contro una Francia già sconfitta, il 10 giugno del 1940, per potersi sedere al tavolo della pace con poco rischio e poche perdite umane. Finì come sappiamo. I paragoni non sono mai possibili, ma le analogie possono essere talvolta istruttive e questa lo è. Berlusconi, l´ho già scritto ma lo ripeto, avrebbe oggi una grande chance: quella di utilizzare lo sganciamento dall´avventura irachena come leva per ottenere da Bush un radicale mutamento di strategia. Non la soluzione dell´Onu «vivandiera» e portatrice d´acqua, ma il passaggio integrale dei poteri all´Onu e al governo provvisorio purché riformato da cima a fondo e l´acquartieramento delle truppe d´occupazione.

Se fosse politicamente intelligente e capace di valutare gli interessi dell´Italia, dell´Europa, dell´Occidente e dello stesso popolo iracheno lo farebbe e forse passerebbe alla storia. Ma purtroppo non lo farà. La sua natura glielo impedisce. La sua corta vista politica lo impedisce. Il dogma dell´alleanza con la destra americana lo impedisce.

Tanto più il centrosinistra dev´essere chiaro e netto. Il tempo è scaduto, ogni giorno che passa è perduto. Perciò muovetevi prima che sia tardi.


La guerra al terrorismo e le analisi erronee, l´ignoranza del nemico, le crociate farneticanti e i miles gloriosi; le penose rodomontate, in cui siamo immersi, con rassegnazione e pena quotidiane.

L´analisi più erronea è quella del richiamo a Monaco cioè al cedimento della democrazia di fronte alla minaccia nazista. Richiamo impossibile e fuorviante.

Il nazismo era uno Stato aggressore, definito territorialmente, con una sua monolitica ideologia, con i progetti dichiarati e concreti, con un esercito visibile, misurabile. Il terrorismo islamico è una costellazione dei diversi, per nulla monolitico, contrastato dal moderatismo arabo, non definibile territorialmente, con un esercito invisibile, indefinibile che muore e rinasce dalle sue ceneri. La conoscenza del nazismo era possibile, il suo stesso capo Hitler lo aveva raccontato per iscritto in Mein Kampf. L´islamismo terrorista oscilla fra i progetti ferocemente concreti degli attentati e quelli vaghi o impossibili dell´anticrociata, della riconquista araba.

Il primo e perdurante errore dell´America di Bush e dei suoi alleati è stato proprio quello di non aver dimenticato Monaco; di avere creduto necessaria una reazione alla minaccia islamica con le occupazioni armate di territori arabi come se fosse possibile identificarli con il terrorismo. Ma l´Iraq di Saddam era esattamente il contrario, era una dittatura feroce ma laica, nemica di Osama Bin Laden come di altre organizzazioni integraliste. Un errore conseguente a quello delle guerre preventive di occupazione è stato quello delle crociate ideologiche o religiose alla Fallaci o alla Baget Bozzo il cui pessimo risultato è stato di rendere impossibile o difficilissima la convivenza in un futuro prossimo e di ricompattare il mondo arabo, di dimostrare che la separazione e la inimicizia sono inevitabili.

L´orrenda strage di Madrid ha ridato voce e furore al partito della guerra il quale non solo cancella e rifiuta le sue responsabilità, gli errori e le colpe delle occupazioni e delle repressioni ma rovescia il piatto, accusa i pacifisti, rilancia la retorica patriottarda, promette una guerra più grande e più dura e ricorre alla menzogna più sistematica per sopravvivere. Da noi il capo del governo spara menzogne assurde a raffica: la popolazione irachena è dalla nostra parte, la democrazia irachena è in marcia, la nuova Costituzione è una svolta decisiva, la ricostruzione procede spedita mentre la realtà sotto gli occhi di tutti è l´opposto: una guerriglia continua, lo stillicidio dei morti e dei feriti, un territorio incontrollabile, stragi fra comunità religiose un futuro senza prospettive. Chi mai, sano di mente può credere che la teoria americana della guerra continua, già fallita nel Vietnam, in Afghanistan, in Somalia, dovunque, sia percorribile? Che dall´occupazione dell´Iraq si passi a quelle dell´Iran del Pakistan, della Corea del Nord tacendo su quella della Cina perché anche i superfalchi su quella per ora si fermano?

Ci sono cose più urgenti e possibili da fare nella difesa dal terrorismo.

La prima è di uscire in qualsiasi modo dalla guerra sbagliata, dalla guerra insensata. Anche nella guerra del Vietnam i suoi responsabili sostennero le tesi dell´effetto domino e del vuoto di potere: l´intera Asia, il mondo intero avrebbe assistito alla palingenesi totalitaria, al trionfo del comunismo liberticida. Ma non è accaduto nulla del genere, quel che c´era di solido nell´universo democratico ha tenuto, si è assistito anzi al contrario, al prepotente ritorno al capitalismo della Cina e dello stesso Vietnam. La seconda cosa da fare è di uscire dall´ignoranza millenaria e perdurante sull´Islam. La falsa propaganda non paga neppure nel mercato delle vacche elettorali. Non paga neppure la testardaggine che taluni chiamano coerenza, la testardaggine di un Berlusconi che per difendere il suo amico Aznar continua a dire che la strage di Madrid è stata fatta dall´Eta. La verità non ci esenta dal bagno di lacrime e di sangue che è la nostra storia, ma almeno ci evita quel sovrappeso che la menzogna comporta, la caccia alle streghe e agli untori che già dilaga nell´informazione. I pacifisti accusati di tradimento della patria, di disfattismo, di cinismo, gli incitamenti a isolarli, a denigrarli, l´appello ai vecchi istinti aggressivi; la televisione occupata e in genere i mass media sfornano finti dibattiti in cui i padroni della scena, sempre in schiacciante maggioranza, invece che ragionare scomunicano, zittiscono, non si fa a tempo ad aprir bocca che già i cortigiani di regime gridano: Bugie! Bugie! Impressionante il ministro della Pubblica istruzione signora Moratti che si chiude nel suo genovesismo fazioso e presuntuoso, ritratto dell´intolleranza. E poi la corsa reazionaria al rovesciamento di tutti i valori; la volgarità che domina la buona educazione, il denaro che sommerge tutte le altre ragion di vita. Il trionfo dei bestseller indecenti, del mondo che cammina con la testa in giù e i piedi in alto che ogni giorno ci fa chiedere se non sia avvenuta una mutazione totale, una scomparsa della forza di gravità, l´avvento di un´era in cui gli uomini, come si vede nelle cabine spaziali, invece che camminare galleggiano, mentre oggetti e strumenti gli svolazzano attorno.

Tu sindacato porti per le strade di Roma ottanta, centomila persone per una forte, motivata manifestazione contro la de-forma Moratti? E io ti organizzo un convegno “azzurro” pro-Moratti con trecento persone e i “miei” telegiornali nazionali – che ormai sono cinque su sei – gli dànno un minutaggio praticamente uguale a quello del tuo bel corteo sindacale riducendone di molto l’effetto mediatico. Per carità, i convegni meritano rispetto, soprattutto se a fare da relatore c’è un genio della politica come Sandro Bondi.

Però qui siamo ad un passo dalla Stefani, dall’agenzia unica del regime la quale forniva ai giornali del ventennio le “veline” dicendo loro cosa non dare, cosa dare e come darlo (eventualmente) ai lettori. Quanto è successo nella informazione televisiva di sabato rispetto al grande, vitale, generoso corteo di Cgil, Cisl e Uil a tutela di un bene fondamentale qual è, nonostante tutti i suoi acciacchi, la scuola pubblica non ha forse precedenti : ovviamente né i Tg della Rai né quelli di Mediaset potevano ignorarlo. Però, con l’ormai isolata eccezione del Tg3, gli hanno subito appiccicato e contrapposto il convegno di Forza Italia sulla “riforma” Moratti tanto cara al premier. E così sono stati in buona parte oscurati nella comunicazione radiotelevisiva gli sforzi degli organizzatori sindacali, l’abnegazione dei tanti partecipanti arrivati da tutta Italia con un tempo da lupi, i loro argomenti così netti e competenti a salvaguardia del tempo pieno e di altre conquiste maturate in Italia dalla fine degli anni ’60.

La sproporzione fra quel corteo di massa e quel convegno al chiuso di una sala era oggettivamente enorme. In termini giornalistici il primo era un fatto costruito da decine di migliaia di persone, di famiglie, di operatori e da tre sigle sindacali nazionali che un bel peso ce l’hanno ancora. Un fatto che meritava un ampio servizio, un racconto a più voci. Com‘è poi avvenuto su molti giornali domenica mattina.

Mentre il secondo era una notizia da registrare, certamente da dare, come si dà un convegno significativo sul tema della scuola. Capisco che questo della scuola pubblica – al pari di quello della sanità pubblica e magari della casa e dell’affitto che non ci sono più – stia diventando per il governo un autentico ginepraio in cui Berlusconi ha creduto di potersi ficcare con la banale formuletta finto-moderna delle tre I e nel quale non sa più come districarsi. Un po’ per l’evidente inadeguatezza del ministro Moratti. Un po’ perché il suo progetto va a separare, ad un certo punto, educazione e formazione in modo vecchio e classista, perché scarica altri pesi sulle famiglie che già ne portano troppi, perché non garantisce alcuna delle vere modernizzazioni di cui questa scuola ha bisogno da tempo, e poi perché, alla fine, è fin troppo evidente lo scopo di favorire l’istruzione privata. La quale, almeno a livello di scuole confessionali, è come avvitata in una crisi senza fondo (soltanto a Roma le mancano migliaia di insegnanti e stanno ansimando anche vecchi Licei di tradizione dove si pagano da tempo rette più che salate).

Quindi anche questo modo di neutralizzare in sede di comunicazione di massa, nel sommario stesso di radio e telegiornali, i fatti concreti prodotti dalla contestazione di massa della de-riforma Moratti (discorso analogo potremmo fare per la sanità pubblica, per il caro-prezzi imputato all’euro, per la politica ambientale e così via) diventa alla fine un gesto disperato. Volto, come tanti altri, ad occultare la realtà vera del Paese, cosa si muove effettivamente dentro di esso.

Gioco disperato condotto con la solita carica di cinismo: Berlusconi sa benissimo che una larghissima fetta di elettorato, in specie le fasce più anziane e quelle più giovani, leggono poco i giornali e si formano davanti al video un’opinione sui fatti del giorno. Secondo il Censis, il 62 per cento e oltre delle italiane e degli italiani, contro un 21-22 per cento che s’informa sui quotidiani. Lui ci prova. Però la scuola pubblica minacciata coinvolge milioni di persone, la sanità pubblica pericolante pure, l’inflazione più alta di tutta l’Europa che ha adottato l’euro non parliamone. E il catalogo negativo potrebbe continuare.

Tutto ciò conta e conterà al momento del voto, alla prima scadenza di giugno. Ma sottolineare quel gioco cinico, quel comportamento da bari dell’informazione si deve. Con più forza. E insieme si devono costruire dal basso, da queste esperienze di lotta in corso, programmi condivisi di “ricostruzione” democratica del Paese, i quali trovino domani un’ampia e convinta maggioranza di consensi. In questa “ricostruzione” democratica il tema dei Media, dopo quasi tre anni, ormai, di omologazione teleguidata, di falsificazione, di omissione, quindi di inquinamento profondo delle coscienze e delle conoscenze, ha un ruolo più che mai strategico. Sul quale è indispensabile lavorare unitariamente, giorno dopo giorno.

P ereat mundus, fiant vacationes. Sembra lo slogan delle sinistre. Nel governo ne succedono di tutte, Forza Italia impazza contro la Udc, la Udc contro la Lega, Calderoli contro tutti, Castelli contro la sinistra, ma l'opposizione tace, salvo per unirsi al coro di chi non si darà pace finché il Battisti Cesare, colpevole negli anni `70 e da trent'anni tranquillo cittadino in Francia, non sarà stato consegnato alle patrie galere, notoriamente vaste, fresche e sottopopolate. E pazienza se l'opposizione si prendesse qualche riposo dopo averci fatto conoscere le intenzioni sulle quali chiederà al popolo il voto per sostituire l'attuale governo, del quale esige le dimissioni un giorno sì e un giorno no. Dopo le elezioni europee, c'è una probabilità che quelle legislative avvengano nel 2005, cioè domani. Quali guasti intende sanare dei molti fatti dal Cavaliere? Il conflitto d'interesse? Le misure giudiziarie ad personam? La progettata riforma della magistratura? Le legge Maroni sulla flessibilità del lavoro? La Bossi-Fini? La riforma Moratti? Qualcuno ha ventilato che molte di esse avrebbero alle radici delle buone ragioni. D'altra parte non si rimedierà con semplici misure legislative a disposizione che hanno già modificato la costituzione materiale e formale del paese. Fra tre settimane darà alla Camera una devolution, cui ha aperto le porte la modifica del capitolo 5 votata a spron battuto dal centrosinistra.

Il governo ci lascia un deficit di migliaia di miliardi di euro, che intende coprire detraendoli dalla spesa sociale e vendendo beni pubblici. La sinistra invece che ne farà? Ripreleverà dai grossi redditi, dai patrimoni comprese rendite finanziarie? Sarebbe logico ma andrebbe detto. Inoltre una grande industria italiana non c'è più, Montezemolo invita a «ricostruirla assieme» ma con quali mezzi, priorità e garanzie per il lavoro non glielo chiede nessuno. Non l'opposizione, una cui inviata all'estero fa sapere che buona parte dell'Ulivo lo considera un premier ideale. Non solo i governi europei hanno nominato una commissione in confronto alla quale la Confindustria è un seminario di socialdemocrazia. Qualcuno protesta? E con quali ragionevoli alleanze si propone ragionevolmente di modificare il patto di stabilità?

Infine ma non per ultimo, in queste settimane l'offensiva americana contro l'Iraq è diventata selvaggia e investendo Najaf si è messa contro oltre che i sunniti gli sciiti. Mentre i nostri a Nassirya sono nella zona di fuoco. Che si aspetta per fare una pressione per il ritiro delle truppe, anche a prescindere dal povero Baldoni? Che si aspetti la vittoria di Kerry, il quale non cambierà né molto né subito?

Urge scegliere il che cosa e il come. Un programma non è una lista di buone intenzioni è una tabella di marcia cui si risponde. Ha da essere chiara, fattibile e impegnativa.

Non ce l'hanno ancora né la sinistra moderata né quella radicale. Ambedue ci intrattengono su questioni di metodo: fare o no le primarie per eleggere il leader del centro-sinistra, che è definito da un pezzo? E a che punto è la coalizione, e se è a buon punto prelude o no a una maggioranza di governo? L'Unità non si espone, tanto più che il Congresso dei Ds sarà tutto un fair play. Su Liberazione è invece in corso un dibattito acerbo se si debba andare ad una maggioranza come propone Bertinotti oppure no e chi dovrebbe decidere: la maggioranza del partito, tutto il partito, maggioranza e minoranza o partito e movimenti? E si sprecano accuse reciproche di cedimento o settarismo.

Può darsi che il caldo ci renda nervosi. E che con l'ebbrezza di settembre escano invece le idee chiare dalla sinistra. Nel solleone di agosto abbiamo visto soltanto che la borghesia ha gratificato la memoria del suo De Gasperi mentre la sinistra ha riseppellito l'ex suo Togliatti senza lasciare per un giorno la villeggiatura e mettere sul suo sepolcro un fiore né di ricordo né di elogio né di perdono.

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