Magari non sarà proprio « enorme » come sostiene Fausto Bertinotti.
Ma di sicuro la vittoria di Nichi Vendola nelle primarie pugliesi del centrosinistra è un evento politico di grandissimo rilievo che va assai oltre la Puglia. In primo luogo perché segnala nel modo più clamoroso alcune evidenze sin qui sottaciute o sottovalutate, ponendo i riformisti della coalizione - in primo luogo i Ds che stanno per riunirsi a congresso - di fronte a questioni non più rinviabili.
Piaccia o no, i 40mila e passa elettori di centrosinistra che hanno decretato di misura la vittoria di Vendola sul moderato Francesco Boccia testimoniano dell'esistenza in Italia, e non soltanto in Puglia, di una realtà ben più significativa, più diffusa e più radicata di quanto lascino intendere espressioni come " sinistra radicale" o " sinistra antagonista"; o di quanto dicano le sole percentuali elettorali di Rifondazione comunista.
Esiste cioè il popolo assai più vasto e più variegato ( così vasto e variegato da comprendere anche molti militanti ed elettori della Quercia, poco o per nulla inclini al radicalismo e all'antagonismo) di una « sinistra sinistra » che, nonostante tutte le divisioni, su alcune questioni fondamentali parla lo stesso linguaggio, coltiva gli stessi sentimenti, nutre le stesse passioni. In una parola, trova una sua identità comune.
Questa « sinistra sinistra » , radicata e identitaria, fatica a pesare fin quando il luogo della decisione resta circoscritto nei partiti e tra i partiti.
Ma se la scelta viene demandata a quello che potremmo definire l'elettorato attivo dell'Alleanza, chiamandolo a scegliere non solo tra diverse persone, ma tra diverse concezioni dell'Alleanza medesima, il suo peso si fa sentire, eccome. E' successo in Puglia con Nichi Vendola, che non è affatto un improvvisato estremista, ma un professionista politico che ha fatto studi regolari in una scuola seria quale fu il Pci. Succederà, o è assai probabile che succeda, in altre e più importanti primarie, quelle per incoronare il candidato premier della coalizione, alle quali Bertinotti si è iscritto da mesi. Non per vincere, certo, ma per far pesare i ( molti) consensi che raccoglierà. Non da segretario di partito, ma da leader di una componente decisiva della coalizione.
Romano Prodi, al suo ritorno in Italia, è stato criticato neanche troppo implicitamente da vari esponenti moderati del centrosinistra per aver dato quanto meno l'impressione di considerare Bertinotti un suo interlocutore previlegiato, o forse addirittura il suo interlocutore più importante. Queste primarie pugliesi confermano che si è trattato di critiche tanto comprensibili quanto infondate. Prodi, semmai, è stato lucido: questa sinistra c'è, conta, non mette in discussione in alcun modo la sua leadership, anzi, la investe del compito di rappresentare in prima persona il punto di vista dei moderati. Semmai sono gli altri leader riformisti e i loro partiti a farsi sentire flebilmente. Come se la ricomparsa della « sinistra sinistra » avesse svelato tutta la debolezza dell'identità politica e culturale di un riformismo, quello italiano, da sempre restio a dare battaglia in campo aperto, quasi che la primazia nell'Alleanza gli toccasse di diritto.
Ha posto e continua a porre la questione Francesco Rutelli: a modo suo, tirando qualche calcio negli stinchi e parecchi sassi in piccionaia. E Piero Fassino teme che ogni uscita di Rutelli dia un aiuto, di fatto, a Bertinotti e compagni, perché radicalizza, per reazione, l'elettorato di sinistra. In parte è anche vero. Per far valere le sue ragioni riformiste, se lo vuole, ha però la migliore delle occasioni, il congresso. Non sarà facile. I numeri congressuali sono tutti dalla sua. Ma il maggior partito della coalizione comincia a sentirsi un po' stretto.
MILANO - L´estate calda di Gianpiero Fiorani, che stava per diventare uno dei banchieri più potenti d´Italia, è durata veramente poco. Nel giro di meno di sei mesi è passato dai trionfi azionari alle dimissioni e al carcere. Se a luglio era convinto di aver già in mano il controllo della Banca Antoveneta (contesa anche dagli olandesi della Abn-Ambro), all´inizio di agosto si trovava sotto inchiesta da parte della magistratura, con le azioni Antoveneta sequestrate, e, da lì a poco, spinto alle dimissioni da tutte le sue cariche nel gruppo Banca Popolare di Lodi (nel frattempo ribattezzata Popolare Italiana per prepararla ai più alti destini a cui sembrava destinata).
In Italia Fiorani non è il primo raider che conclude la sua carriera in modo drammatico, ma è certamente quello che è durato meno e, in un certo senso, è stato anche il primo raider istituzionale. Nel senso che si è mosso sotto l´ala protettrice della Banca d´Italia, cosa mai successa in questo paese.
La sua carriera è molto semplice e lineare fino al gennaio dello scorso anno. Sbarcato quasi per caso nella Popolare di Lodi, sonnolenta banca di provincia per facoltosi agricoltori e vivaci commercianti locali, ne cambia rapidamente la natura, facendone un istituto molto dinamico che si lancia nell´acquisto di altre banche di periferia.
Cattolico, tutto casa, ufficio e famiglia, entra presto nelle grazie del governatore della Banca d´Italia, Antonio Fazio, che non è molto diverso. Se Fiorani ha l´animo del grande conquistatore di banche, Fazio ha quello del monarca assoluto. E quindi gli va bene questa specie di colonnello che si incarica di terremotare la geografia bancaria del Nord.
Al Governatore i grandi banchieri di Milano e di Torino stanno francamente sulle scatole. Sono bravi, girano il mondo e hanno l´aria di essere un po´ troppo indipendenti. E, soprattutto, pensano. Una volta sono arrivati addirittura al progetto di fare un´Opa sulla Comit e sulla Banca di Roma. Lui li ha fermati, grazie ai suoi super- poteri, ma da quel giorno non si è più fidato.
Da lì l´idea di trovare qualcuno che prendesse le misure ai Signori del Nord. Insomma, Fiorani. Un uomo con un pedigree bancario quasi ridicolo (la Lodi e basta, mai stato in una banca più grande), ma spregiudicato e fedele. E allora via con il sostegno pubblico, ostentato, nelle riunioni dei banchieri e, privatamente, l´invito a procedere.
Quando all´inizio del 2005 gli olandesi dell´Abn-Ambro (stufi di sentirsi dire di no dal governatore), decidono di lanciare la loro Opa sulla Banca Antoveneta, Fiorani e Fazio sono già pronti. Il primo si mette a comprare azioni di nascosto (servendosi di una rete di complici ai quali assicura lauti guadagni), il secondo tira tardi nella concessione delle autorizzazioni agli olandesi. Quando finalmente queste arrivano (perché non si può fare altrimenti), Fiorani e i "furbetti del quartierino" sono già pieni di azioni Antoveneta e sono in grado di far fallire l´Opa.
Ma gli olandesi presentano un esposto alla magistratura nel quale parlano dei loro sospetti. Scattano le indagini che porteranno prima al sequestro delle azioni Antoveneta comprate di nascosto (senza lanciare una regolare Opa), e poi alla rovina dello stesso Fiorani.
Nello stesso periodo erano partite altre due scalate: quella (insensata) di Stefano Ricucci alla Rcs e quella di vari immobiliaristi romani alla Bnl (che era sotto Opa da parte degli spagnoli della Bbva). Il Ricucci, un ex odontoiatra romano diventato ricco con palazzi comprati e venduti, si impantana quasi subito. E la stessa cosa capita agli immobiliaristi romani (fra cui c´è anche Ricucci) fino a quando non arriva l´Unipol, la punta di diamante della "finanza rossa" a rilevare la loro impresa.
Intanto le indagini dei magistrati proseguono a ritmo sostenuto e ben presto salta fuori che le tre scalate della calda estate del 2005, se non sono la stessa cosa, sono molto vicine. Un po´ tutti (compresi gli uomini dell´Unipol) hanno partecipato agli stessi affari e si sono fatti diversi favori. Nel caso di Ricucci e Fiorani i legami sono addirittura imbarazzanti. Se Ricucci ha rastrellato azioni Antoveneta (tenute, ovviamente, a disposizione di Fiorani), Fiorani ha finanziato quasi per intero la stupida scalata dello stesso Ricucci alla Rcs (e infatti quelle azioni stanno, come inutili e costosi rottami, nei forzieri della banca lodigiana).
Insomma, sul piano politico i più avvertiti si rendono conto che c´è stato un piano per dare l´assalto alle banche del Nord (attraverso la creazione di un mega-gruppo guidato da Fiorani) e alla Rcs (e quindi al Corriere della Sera), cioè a quello che si è soliti definire come l´establishment del Nord, poco in sintonia con il Governatore (ma anche con la maggioranza di governo).
Non a caso gli scalatori dell´estate ottengono un appoggio entusiasta da parte della Lega, un appoggio più moderato dagli altri settori della maggioranza e, purtroppo, anche da qualche esponente dei Ds (fra i raider dell´estate c´è la finanza rossa dell´Unipol, alla ricerca di un po´ di gloria e di promozione nella scena finanziaria).
Il dibattito politico sull´estate degli scalatori non fa molta strada, per la verità. Si muove invece molto velocemente la magistratura. Prima vengono accertate palesi violazioni delle norme che devono regolare il mercato azionario (acquisti clandestini delle azioni delle società contese), poi accertano arricchimenti illeciti di Fiorani e dei suoi amici. Saltano fuori conti segreti, finanziamenti occulti e conti "a rendimento garantito" (solo per gli amici, compresi alcuni parlamentari strenui difensori di Fazio).
È probabile che non tutto sia venuto alla luce e che i "furbetti del quartierino" avessero ancora la possibilità di manovrare, nascondere risorse, imbrogliare le carte, benché allontanati da tempo dalle loro cariche. E così alla guardia di Finanza è stato impartito l´ordine di radunare i più esposti e di accompagnarli in carcere.
Finisce così una stagione complicata e segnata da molte, troppe complicità ai maggiori livelli. Adesso si aspetta che, prima o poi, venga a galla tutta la storia di un assalto che per qualche settimana ha fatto tremare le roccaforti del capitalismo italiano e che da mesi continua a suscitare interrogativi. Possibile che nessuna delle autorità di controllo si sia mai resa conto di niente?
Ci sono almeno due poste in gioco nel caso-Bologna che vanno aldilà del caso-Bologna. Una riguarda l'idea di governo, l'altra l'idea di legalità. Comincio dalla prima, che è più semplice. Secondo uno dei refrain che imperversano in questi giorni, l'esperimento Cofferati ha dimostrato una volta per tutte un teorema lapalissiano, questo: la sinistra può fare l'estremista finché sta all'opposizione e parla dalla piazza, ma una volta che va al governo deve governare, levarsi i grilli dalla testa e fare le cose che si devono fare quando si governa. Di qualsiasi colore sia il governo, la governabilità è governabilità, la governance è governance, la sicurezza è sicurezza, la responsabilità è responsabilità, l'equilibrio è equilibrio e se ci vogliono le ruspe contro gli immigrati o il pugno forte contro i centri sociali ci vogliono le ruspe e il pugno forte. Il teorema non è nuovo; nuovo è che a farsene portatori siano molti paladini del bipolarismo come garanzia dell'alternanza. Domanda: se il governo è governo a prescindere dal colore che ha, a che servono il bipolarismo e la competizione fra due schieramenti alternativi? Tanto varrebbe farla finita con questa finzione e computerizzare la funzione di governo, un bel robot e via, con gli stessi imput, le stesse priorità, la stessa bussola fissa sul centro moderato e sulle sue ossessioni.
Ma che dovrebbe fare un robot con la legalità? Facile, applicare le leggi, senza se e senza ma, così come sono e senza guardare in faccia nessuno.
Proviamo a immaginare che cosa succederebbe, non in un campo di rom ma fra i proprietari di case in affitto in una città come Bologna, o, per guardare più in alto, nei vertici di governo in un paese come l'Italia. E qui si dimostra un altro teorema lapalissiano, questo: che la legalità è legalità, ma i criteri e le priorità con cui la si applica, a livello locale, nazionale e internazionale sono politici. Si può cominciare dai lavavetri o dai proprietari di case. Dalle bottiglie di birra o dalla mafia. Dai clandestini o dal cpt di Agrigento. Dai ladri di biciclette o dal conflitto d'interessi. Dai centri sociali o dalle guerre preventive: questione di scelte.
Questo per dire che siamo tutti d'accordo che la legalità è uno dei due pilastri (l'altro è la legittimazione popolare, ovvero il voto) di una repubblica costituzionale, ma non siamo affatto tutti d'accordo sul rapporto che c'è fra legalità, potere e politica della trasformazione (se ancora ce n'è una).
In un paese come l'Italia in cui l'illegalità è al potere, e chi è al potere urla da alcuni lustri che gli bastano i voti e della legalità se ne infischia, è giusto e dovuto pretendere che il potere si sottoponga al vincolo della legge. Ma non è né giusto né dovuto imbrigliare nella legalità qualsiasi forma di pressione sociale o di politica, per quanto moderata, del cambiamento, che ha l'obbligo non di subire ma di spostare i confini della norma e gli equilibri sociali che la norma produce.
Sergio Cofferati è convinto del contrario, tanto da sostenere, contro un paio di secoli di storia, che tutta la vicenda del movimento operaio è una vicenda di lotta dentro le regole, per le regole. Il che inquieta ma non stupisce, se si considera la vicenda politica di Cofferati scremandola dall'investimento immaginario di cui la sua figura era stata fatta oggetto pochi anni or sono. Ma dovrebbe interrogare molti che a quell'investitura avevano partecipato agitando in buona fede la bandiera della legalità non contro i rom ma contro palazzo Chigi. Forse quella bandiera è venuto il momento di issarla con qualche criterio.
idomini@ilmanifesto.it
L´odierna discussione della «questione cattolica» è resa particolarmente difficile da una comune ma opposta disposizione d´animo diffusa sia nel mondo cattolico che in quello laico. La si potrebbe dire una sindrome da accerchiamento. È stupefacente constatare che molti cattolici, in perfetta buona fede, considerano la propria religione insidiata nella sua stessa esistenza dalla laicità, identificata con relativismo etico, edonismo, materialismo, scientismo; che per molti laici, altrettanto in buona fede, è invece l´attivismo politico della Chiesa a minacciare i principi stessi su cui il loro mondo si fonda: pluralismo di fedi, convinzioni e modi di vivere, rispetto delle coscienze, autonomia del diritto dalla morale, libertà della scienza. Per ognuna delle parti, l´altra è una minaccia. È la condizione più favorevole allo scontro e meno favorevole al dialogo. Ma il dialogo, tuttavia, per preservare le fondamenta, è tanto più necessario quanto più difficile. Benemerito chi, nell´uno e nell´altro campo, opera per tenerlo vivo.
La «questione cattolica» è una messe di questioni: cristianesimo e identità, Chiesa e Stato, Chiesa e democrazia. Iniziamo dal primo binomio.
Identità è la parola magica di tutti coloro che pensano al Cristianesimo come religione civile, come strumento di governo delle società. Le discussioni sul Preambolo del fallito progetto di Costituzione europea sono state dominate dalla questione dell´identità cristiana. La stessa idea si riaffaccia ogni volta che, nel nostro Paese, si parla della posizione materiale e simbolica che è giusto assegnare alla religione nella vita pubblica. Nella controversia circa l´esposizione del crocifisso nei luoghi pubblici, alla libertà e uguaglianza delle coscienze si contrappone l´identità religiosa come valore nazionale. I privilegi che la Chiesa rivendica come diritti (insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche, finanziamenti diretti e indiretti, agevolazioni tributarie, posti nelle più diverse istituzioni, ecc.) si vogliono giustificare con l´essenza cattolica dell´identità nazionale. Ancora l´identità è invocata tutte le volte che si toccano temi di morale tradizionale, come la famiglia e la procreazione. Infine l´identità in pericolo è l´argomento principe di coloro che – cattolici e non cattolici – propugnano una politica di difesa aggressiva nei confronti dell´Islam.
In tutti i casi, identità è la cittadella assediata, l´ultimo fortino da difendere, magari attaccando, prima della capitolazione. Questa resistenza unisce cristiani credenti e cristiani non credenti che si dicono tali per ragioni politiche (teo-con, atei-devoti o come altrimenti li si denominino).
La spendita politica del Cristianesimo va di pari passo con una triplice riduzione: A) dell´identità a storia; B) della storia europea a Cristianesimo e C) del Cristianesimo a Chiesa. In tal modo, il gioco è fatto: la difesa dell´identità finisce con l´allineamento alla Chiesa. Vediamo.
A). Identità è un modo per dire «carattere essenziale». Nel dibattito pubblico, la parola è stata banalizzata. Quasi non c´è «opinionista» o uomo politico che non se ne serva a piene mani. Ma la banalità nasconde le ambiguità. Soprattutto, occulta la domanda se l´identità sia un fatto oppure, nei limiti in cui siamo capaci di elaborare e selezionare culturalmente il nostro passato e progettare un avvenire, un´elezione. Come se non potesse essere altrimenti, la si assume come fatto o, meglio, insieme di fatti, cioè storia. La questione dell´identità, nella sua essenza, è una questione di filogenesi storica, di competenza della storiografia.
Siamo prodotti della storia e non possiamo negare la storia senza negare noi stessi. Quante volte si è detto: non possiamo recidere le radici! E le radici sono un dato della vita naturale.
Questa concezione dell´identità è acritica e aggressiva e corrisponde all´idea di sé propria delle società tribali. E´ acritica, perché nell´identità in cui dovremmo riconoscerci starebbero, allo stesso titolo e col medesimo valore, il centurione che presso il Colosseo ci ricorda il panem et circenses, l´Accademia dei Lincei che rinnova il ricordo dell´Umanesimo italiano, la Marcia su Roma e le Fosse Ardeatine, per fare qualche esempio. Non è forse una coincidenza se una certa storiografia revisionista che, tramite assoluzioni generalizzate e appiattimento dei valori, chiede l´assunzione in blocco del passato nella nostra identità «nazionale» è la stessa che difende il Cristianesimo come religione civile. Ma questa concezione è anche aggressiva. Di fronte alle sfide, non ci possiamo mettere in discussione. Se lo facessimo, tradiremmo noi stessi o il gruppo cui apparteniamo. L´unica possibilità è l´autodifesa e qualunque mezzo è a priori legittimo, anzi santo. Appellarsi all´identità equivale a battere il pugno sul tavolo contro gli estranei che sono o si affacciano tra noi.
Una volta «chiarita» la nostra autentica identità, che cosa dovrebbe fare chi non vi si riconosce o, peggio, non vi è riconosciuto dagli altri? Dovrebbe accettarla obtorto collo, per non essere meno cittadino? O dovrebbe addirittura scomparire, se i caratteri dell´identità (come l´etnia o la «razza») non permettessero adattamenti? E´ una storia antica. Non si è compreso che, dietro una parola apparentemente dotta, minacciosamente fa di nuovo capolino il nazionalismo etico. Ma non dovrebbe essere la Chiesa a rifiutare questa idea di identità: proprio la Chiesa cattolica che, tra tutte le chiese, è la più orientata all´azione missionaria? Il proselitismo nel campo occupato da tutte altre tradizioni religiose non si basa forse sull´idea che ogni persona e i popoli interi possono essere artefici della loro identità, che non l´ereditano come un fagotto obbligatorio?
B). La civiltà europea come storia solo cristiana è un´idea onnivora, già a prima vista bizzarra. Eppure, è proprio questo che gli apologeti della religione civile cristiana sostengono quando attribuiscono al cristianesimo la primogenitura in tutto ciò che oggi ci pare buono e bello. Si dice, ad esempio, che la democrazia - vanto dell´Occidente - non vive senza condizioni: fiducia reciproca, pari dignità degli esseri umani, senso di responsabilità e di giustizia, tolleranza e rispetto; che tutto ciò è ethos cristiano e che dunque la democrazia è figlia del Cristianesimo. Così, però, si gioca sull´equivoco. L´affermazione può valutarsi diversamente a seconda che per Cristianesimo s´intenda messaggio cristiano o storia della Chiesa.
Limitiamoci al rispetto e alla tolleranza. Certamente, il messaggio cristiano non giustifica nulla che faccia violenza alla libertà. Il Cristo non obbliga nessuno. Nella grande tentazione satanica del deserto (Mt 4, 1-11; Lc 4, 1-13), egli rifiuta la coercizione delle coscienze: rifiuta il comando che costringe, il miracolo che seduce, i beni materiali che corrompono. Nessuna sanzione colpisce chi rifiuta la chiamata, se non un poco di tristezza (Mt 19, 23; Mc 10, 22; Lc 18, 23). La conversione è, per antonomasia, l´atto di libertà della coscienza. Ma chi oserebbe negare che nei secoli la Chiesa abbia invece piuttosto avversato la democrazia e appoggiato ogni sorta di autocrazia, che abbia praticato più l´imposizione che il rispetto delle coscienze? Chi potrebbe dimenticare la violenza di cui è stata dispensatrice in nome della fede che custodiva? Chi può avere la memoria così breve da ignorare che l´unica «libertà» riconosciuta è stata a lungo quella di aderire alla vera religione e che ogni rivendicazione di libertà diversamente indirizzata è stata oggetto di dure condanne?
Le libertà provengono piuttosto dalla contestazione dell´autorità della Chiesa: una contestazione che, in taluni casi, ha preso a base lo spirito evangelico dell´uguale dignità dei figli di Dio per rivolgergliela contro ma, in molti altri, ha avuto radici apertamente razionaliste, immanentiste, teiste, scientiste, atee: in genere a - o anti-cristiane. Senza di ciò, la Chiesa stessa non sarebbe quella che è: la Chiesa che si è disposta ad accettare la sfida del «mondo moderno», cioè del nemico contro il quale per molti secoli aveva militato.
La storia d´Europa non è dunque storia solo cristiana, nemmeno storia cresciuta tutta entro le contraddizioni generate dalle possibilità del logos cristiano.
Non ci sono ragioni d´opportunità o d´opportunismo che giustifichino autentiche appropriazioni indebite, per esempio in tema di diritti umani. Secondo la tradizione cattolica, aristotelico-tomista, il diritto è l´ordine naturale oggettivo, al quale il singolo deve conformarsi. Per la tradizione moderna, che inizia col Rinascimento, la prospettiva si rovescia addirittura e il diritto diventa prerogativa dell´individuo che autonomamente agisce nella società. Scavando nelle controversie tra papato e ordini monastici, nelle glosse dei giuristi medievali e nella filosofia della cosiddetta seconda scolastica, qualche studioso ha rintracciato qua e là rari e sempre discutibili indizi di uso del termine ius in senso soggettivo, invece che oggettivo, e ha concluso che nemmeno la concezione moderna dei diritti può ascriversi a un pensiero diverso da quello cristiano. Tali tentativi di revisione storiografica hanno avuto una ragione di politica culturale precisa, legittimare quella che a molti, all´interno del mondo cattolico, poteva apparire una cesura nelle radici: l´adesione del Concilio Vaticano II allo spirito moderno dei diritti umani.
La fondatezza di questi studi, pur mossi dalle migliori intenzioni, è però più che dubbia. Ma è bastato il tentativo perché ci si sia buttati senza discernimento, non temendo di relegare in secondo piano, quasi come sottoprodotto, i diritti umani sorti dalle comunità riformate, dal razionalismo, dal liberalismo, dal socialismo: diritti che la dottrina della Chiesa ha per secoli condannato e, sotto certi aspetti, ancor oggi condanna nei suoi massimi documenti normativi.
Questa cedevolezza fondata sulla dimenticanza non è solo fastidiosa. È è anche dannosa, perché appiattisce le cose nel più insulso degli accomodamenti, concettualmente e moralmente privo di nerbo. Tutto sembra la stessa cosa. Invece, la dottrina laica dei diritti non è quella cattolica, come risulta da un punto cruciale: per la prima, il limite dei diritti è l´uguale diritto altrui; per la seconda, l´ordine naturale giusto. La differenza è capitale. La prima dottrina mira alla libertà; la seconda, alla giustizia.
Valori diversi e, in certi casi, anche in conflitto, come constatiamo, ad esempio, a proposito del riconoscimento delle unioni al di fuori della famiglia tradizionale: per gli uni, non fanno male a nessuno; per gli altri, sono comunque «disordinate».
Solo mantenendo le differenze si può salvare la ricchezza delle diverse tradizioni: nella specie la tensione alla libertà (contro il quietismo oppressivo della giustizia) e la tensione alla giustizia (contro la prepotenza senza limiti).
C). In ogni caso, il Cristianesimo non è solo istituzione mondana. La riduzione dell´uno all´altra ucciderebbe lo spirito cristiano, espressione della parola divina trascendente ogni concretizzazione storica. Lo spirito cristiano non è una cultura dominante, una scala di valori temporali definita o una forma politico-culturale realizzata. Addirittura, non può nemmeno mai identificarsi pienamente con un´organizzazione confessionale, una chiesa o una «comunione di santi» storicamente determinate.
Sarebbe comunque riduzione mondana, culturale, etica, politica o chiesastica, nella quale il finito pretenderebbe di costringere l´infinito. Una tale riduzione ucciderebbe la speranza nello spirito e la Chiesa, secondo un monito di Soren Kierkegaard, sarebbe addirittura «annientata».
Il Cristianesimo è «spada che divide» il mondo (Mt 10, 34-35; Lc 12, 51-53); è «dal mondo» ma non «del mondo» (Gv 15, 19). Il Cristianesimo come «religione civile» sarebbe una confusione letteralmente anti-cristiana. Il messaggio di Gesù di Nazareth diventerebbe un´ideologia come un´altra, un collante sociale ambiguo e mellifluo, al servizio di ordinamenti costituiti. Per questo, è segno di totale sbandamento, è anzi motivo di scandalo, l´applauso opportunistico che certi «cristiani per fede» (chierici e laici) tributano oggi a certi «cristiani solo per politica».
«La Chiesa è una sola complessa realtà risultante di un elemento umano e di un elemento divino»; essa «è visibile ma dotata di realtà invisibili [...], presente nel mondo e, tuttavia, pellegrina»: dice il Catechismo della Chiesa cattolica (n. 771), aggiungendo una splendida citazione da Bernardo di Chiaravalle ove, a commento del Cantico dei cantici, si paragona così la donna amata alla Chiesa: «corpo di morte, tempio di luce [...] Bruna sei, ma bella, o figlia di Gerusalemme [Ct 1,5]: se anche la fatica e il dolore del lungo esilio ti sfigura, ti adorna tuttavia la bellezza celeste». Su questa doppia natura, proprio la Chiesa cattolica ha costruito la dottrina che le consente di passare indenne attraverso errori e anche nefandezze dei suoi uomini.
Essi, per quanto infedeli al Vangelo di Cristo, non ne intaccano lo spirito. Non si giudica il Cristianesimo solo a partire dai cristiani: nonostante i loro peccati, la Chiesa è santa e non per la virtù dei suoi figli ma in virtù dello spirito. Questa tensione è ciò che immunizza la Chiesa - institutio divina ma «sempre bisognosa di purificazione» (Catechismo, n. 827) - dall´effetto mortifero dei suoi peccati. Ma se la Chiesa rinnega la sua dualità? Se i suoi uomini si attribuiscono il pieno possesso dello spirito confondendolo così con quel mondo che essi sono, come potrà non valere anche per la Chiesa la legge inesorabile di tutte le istituzioni «secolarizzate» che si insudiciano della corruzione dei loro membri e, alla fine, ne sono travolte?
All´inizio del terzo Millennio, il papa Giovanni Paolo II ha ritenuto necessario chiedere perdono a Dio per un´impressionante sequela di misfatti della Chiesa cattolica, tutti dovuti a commistioni di fede e potenza mondana. È stata un´ammissione di colpa rivolta al passato ma nulla impedisce di ipotizzare che altre ammissioni domani dovranno ripetersi con riguardo al nostro presente, quando sarà anch´esso passato. Questa è umiltà cristiana. Sbagliare compromettendo nell´errore lo spirito divino, oltre che se stessi, sarebbe invece il massimo dell´orgoglio.
In breve, ricapitolando i tre punti, possiamo dire che la riduzione dell´identità a mera storia è una seduzione tribale; la riduzione della storia europea a storia cristiana, un falso storico; la riduzione del Cristianesimo a Chiesa, un peccato contro lo spirito. Che ne viene, allora? Allora, non limitiamoci a confrontarci su ciò che siamo stati ma ragioniamo soprattutto di quel che vogliamo essere; diamo al Cristianesimo il posto che gli spetta nella storia spirituale europea, non come tutto bensì come parte di un tutto assai più vasto e composito; riconosciamo alla Chiesa il pieno diritto di partecipare, insieme agli altri, alla definizione delle nostre identità collettive, ma in parità morale con ogni interlocutore, senza che il nome cristiano giustifichi una pretesa d´incontestabilità.
Ci sono dei periodi, nella storia di un Paese, in cui la decisione, sia personale che politica, è quella di stare da una parte o dall’altra, perché le strade del percorso comune si dividono e non c’è modo di sovrapporle in un punto benevolmente chiamato “centro”.
Per esempio, a un certo punto della nostra vita personale, l’Italia ha dovuto scegliere tra la monarchia e la Repubblica. Il problema non era se demonizzare il re o celebrare come sola salvezza la forma repubblicana dello Stato. Il problema era se continuare su una strada che aveva portato a risultati tragici, o se intraprendere una strada nuova. Molti onestamente erano incerti. Da ragazzino (e repubblicano) quale ero allora, ricordo che certi adulti preoccupati definivano la Repubblica “un salto nel buio”. Avrebbero voluto stroncare la discussione sul passato sostenendo che un’altra strada verso il futuro era troppo pericolosa.
Altri erano certi, e lo erano con passione, che una nuova Italia libera e democratica doveva per forza buttare dalla finestra, come in un simbolico 31 dicembre, le ingombranti masserizie della monarchia colpevole. Nessuno fingeva che ci fosse un più quieto e giudizioso rifugio a mezza strada. Certe volte il centro non esiste.
Vogliamo un esempio solo in apparenza meno drammatico? È il no di De Gasperi alla alleanza con i neofascisti per le elezioni comunali di Roma del 1946, voluta fermamente da Pio XII per timore che la “città santa” avesse un sindaco comunista. Quel no è stato lacerante e immensamente costoso per il leader centrista De Gasperi. La sua saggezza è stata di capire il senso devastante che avrebbe avuto, sull’Italia appena rinata alla libertà, una decisione che gli veniva raccomandata come “moderata” e protettrice del centro.
De Gasperi non sarebbe mai più stato ricevuto in udienza dal Papa. Non poteva cedere e non ha ceduto. Si è spostato, ha lasciato vuoto il mitico spazio “centro” e ha salvato il Paese. Certe volte il centro non esiste.
Prendiamo il non dimenticato 18 aprile, la clamorosa vittoria elettorale della Democrazia cristiana contro il Fronte popolare dei Comunisti dei Socialisti. In quel momento il mondo andava da una parte o dall’altra, ed era in gioco la dislocazione dell’Italia sull’orlo di quattro rischiosi decenni di guerra fredda. In quella campagna elettorale nessuno ha finto di fare il moderato. Sono stati messi in campo argomenti estremi perché non c’erano punti di sovrapposizione possibile fra una offerta politica e l’altra. Certe volte il centro non esiste.
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Quando esiste? Forse quando ci sono elezioni (e campagne elettorali e situazioni esistenziali e politiche) talmente noiose che è possibile immaginarle come la bilancia di un farmacista, sposti gli ingredienti un pochino di qua o un pochino di là e ottieni la giusta posizione. Se a quella posizione fosse stato aggiunto un pizzico in più di estremismo, sarebbe diventata veleno.
Nella vera vita io non ricordo situazioni simili, e non credo che sia a causa di una mia interpretazione drammatica degli eventi. Per farmi capire faccio ricorso alla esperienza americana. Tutte le campagne elettorali che ho vissuto in quel Paese sono state contrapposizioni dure, nette, senza mezze misure e sono avvenute anche al costo di spezzare all’interno l’una o l’altra o entrambe le parti politiche.
Si devono accettare i neri e proclamare uguali diritti civili di tutti nella società americana, o tenerli fuori per non fare “un salto nel buio” e rischiare “il meticciato” (era una delle accuse a John Kennedy)? Si deve fare o fermare la guerra nel Vietnam? Bob Kennedy e Johnson, Humphrey e Goldwater si sono giocati la loro vita fisica e politica. Si può tollerare che un presidente (Nixon) menta al Paese, consenta il furto con scasso a danno del partito avversario e violi la Costituzione?
L’America Latina con cui stabilire nuovi legami è quella del generale Videla e del generale Pinochet o è quella della “Alleanza per il progresso” di Carter, che restituisce ai panamensi il Canale di Panama? Volete l’America dei sindacati, del Welfare, delle cure mediche garantite o l’America dei potentati economici che diventano sempre più grandi, delle imprese gigantesche, delle immense bolle speculative, dei lavoratori e dei risparmiatori che devono proteggersi e arrangiarsi da soli nella speranza di diventare ricchi come i ricchi e di ritrovare i diritti perduti attraverso “il merito” dell’accumulo di denaro?
John Kennedy è stato combattuto con odio, al punto che poche ore prima del suo assassinio a Dallas, un ex generale (uno di quelli che avrebbe voluto sganciare la bomba atomica su Cuba) ha piantato davanti alla sua casa la bandiera confederale (quella degli schiavisti) rovesciata, segno di condanna capitale. Carter è stato accusato con disprezzo per non avere fatto la guerra all’Iran che aveva catturato e teneva in ostaggio 68 diplomatici e impiegati dell’ambasciata americana a Teheran. Clinton è stato perseguitato e accusato con decine di inchieste giudiziarie e parlamentari per avere progettato una riforma sanitaria che avrebbe tolto potere all’impero delle assicurazioni private. Nixon, Reagan e Bush figlio hanno diviso (i commentatori americani dicono spesso: “spaccato”) l’America a metà. Bush figlio ha vinto le ultime elezioni attraverso una violentissima campagna di accuse personali al suo avversario John Kerry che pure era un eroe pluridecorato del Vietnam. Non c’è stata in lui o nei suoi consiglieri la minima preoccupazione di smorzare i toni e cooptare un po’ di elettori democratici nell’area mitica del centro. La parola era “guerra”. Guerra in Iraq, come strumento di difesa dal terrorismo. E guerra alla figura, alla vita, alla reputazione del candidato avversario.
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Credo che i lettori capiscano che in questa riflessione non ha importanza il giudizio su George Bush figlio e sulla sua scelta di campagna elettorale. È solo l’esempio più recente che viene dal Paese del bipartitismo perfetto. Dimostra che vince l’estrema determinazione di mettere fuori gioco il contendente, di far capir forte e chiaro chi è il vero leader, chi ha il controllo del campo. C’era di tutto con Bush, comprese le retrovie del conservatorismo fondamentalista cristiano, politicamente estremista e impegnato in furibonde e antiche campagne contro chiunque non creda nell’insegnamento letterale di una Bibbia pietrificata. Eppure c’è chi ti spiega che ha vinto perché Bush “è moderno”. La modernità consisterebbe nella totale libertà lasciata alle imprese che galoppano indisturbate sopra il diritto di tutti puntando verso un paleocapitalismo privo di argini e diretto verso un mondo alla Dickens.
Questa presunta “modernità” giova a quanto pare al presidente più antico dell’America contemporanea, che viene percepito - nonostante la teoria estrema dell’unilateralismo in politica estera e della assenza di regole in politica economica - come “centrista”. In altre parole, “il centro” viene visto come l’occhio del tifone, un punto limitato e silenzioso dove non tira vento, mentre intorno le trombe d’aria spazzano il territorio.
È ciò che si legge in un interessante articolo di Michele Salvati, economista di valore, sul Corriere della Sera del 17 agosto. Per costruire “il centro” che, lui pensa, sarebbe salvifico in Italia, fa alla fotografia del centrosinistra italiano ciò che si fa in certe famiglie dopo brutte liti: si tagliano le figure degli zii, cugini e suoceri indesiderabili, in modo che i bambini non li vedano più nell’album di famiglia, nemmeno in immagine.
Nella fotografia del centrosinistra italiano che forma, tutto insieme, la coalizione guidata da Romano Prodi, Salvati taglia via i sindacati (dalla Cisl alla Cgil), taglia via un pezzo dei Ds («che si annidano nella pancia del partito ed esprimono le domande di protezione delle regioni rosse, del pubblico impiego, degli artigiani, delle cooperative, del sindacato»), taglia via i militanti «romantici e tradizionalisti della sinistra radicale che ostacolano un processo di riforma adeguato alla bisogna». Taglia via una buona metà della Margherita, taglia via tutta Rifondazione. E lui stesso, da intellettuale e da economista, sa quanta parte della cultura e della visione del mondo sta tagliando, da Paul Krugman ad Amartya Sen, da Alain Minc a Luciano Gallino.
Il metodo della fotografia tagliata è curioso perché svela il legame tra sogno del centro e sistema proporzionale, una vistosa nostalgia emergente. È un luogo di pace instabile e inesistente come l'occhio del tifone (adesso c’è ma poi all’improvviso si sposta) che si realizza solo con sistemi elettorali che ti inchiodano a un “prima” che ben pochi rimpiangono. L’unico pregio di Berlusconi è di averci fatto sbattere la faccia sul “dopo”. In quel dopo, come in tutti i momenti importanti della Storia, e in tutte le situazioni cruciali del sistema maggioritario, le strade si dividono. Con la legalità, con la Costituzione, con la legge uguale per tutti. Oppure con il mondo dei condoni, della grande evasione, dei conti falsi.
Certe volte il centro non esiste. E se esiste, fa bene ad allearsi con una grande coalizione decisa a vincere, senza tagliare le foto di famiglia.
ROMA — «Libero fischio in libero Stato, diceva Sandro Pertini, e io sono assolutamente d'accordo». Piero Sansonetti, direttore di Liberazione, non si scandalizza per la rumorosa accoglienza che Bologna ha riservato a Giulio Tremonti: «E' sbagliato indignarsi».
Approva il comportamento della folla?
«I fischi sono sempre legittimi, i sassi mai. Invece di scandalizzarsi, bisognerebbe interrogarsi sul perché questo avvenga e avere più rispetto per i sentimenti di persone che da 25 anni aspettano delle risposte».
Quindi, fosse stato in piazza, si sarebbe unito alla contestazione?
«Ci sono mille buone ragioni per fischiare Tremonti, ma è ovvio che stavolta non ce l'avevano direttamente con lui. Ha pagato la colpa di essere un governante, e i governanti sono stati sempre fischiati in quella piazza, e di essere di destra, perché alla destra viene addebitata la strage».
Ma lei avrebbe fischiato o no?
«No. O meglio, avrei fischiato Tremonti solo in quanto rappresentante di tutti i governi dal 1980 ad oggi, compresi quelli di centrosinistra».
Però Cofferati e Bolognesi avevano chiesto una cerimonia composta e anche secondo Prodi sarebbe stato meglio evitare le contestazioni.
«E' andata così, non facciamone un dramma. Invece di insultare chi fischia bisogna capirne le ragioni, tenere conto delle emozioni della piazza».
La Casa delle libertà parla di odio, accusa la sinistra di strumentalizzare queste manifestazioni in funzione anti-Berlusconi.
«Era tutta la piazza a fischiare e comunque anche i governanti di centrosinistra in passato sono stati contestati. Ripeto: è necessario comprendere il clima di sdegno per una strage di cui ancora non si conoscono i mandanti e di cui ora si vorrebbero mettere in dubbio pure gli esecutori».
Si riferisce alla «pista araba» di Cossiga?
«Allora lui era presidente del Consiglio e uno dei massi dirigenti della Democrazia cristiana, è coinvolto in quegli anni terribili in cui la destra faceva politica tirando le bombe contro la sinistra. Se sa qualcosa di vero lo dica, altrimenti abbia il buon gusto di tacere».
Quindi non è d'accordo con chi chiede la riapertura del processo?
«Non mi pare ci siano fatti nuovi. Piuttosto è ora di eliminare il segreto di Stato, cosa di cui il centrosinistra dovrà farsi carico se tornerà al governo. Anzi, mi chiedo perché non l'abbia già fatto».
Ci sono mille buone ragioni per prendersela con Tremonti, ma questa volta ha pagato solo la colpa di essere un governante. Più rispetto per i sentimenti delle persone che attendono risposte da 25 anni
In quattro anni, dal 2001 a oggi, i prezzi dei servizi bancari sono cresciuti del 38%, i prezzi dell'assicurazione sulle auto del 31%, ristoranti e alberghi del 18 e 15%, rispettivamente. I prezzi dei prodotti industriali, invece, sono aumentati solo del 6%, meno di 1,5% l'anno.
Questa diversa crescita dei prezzi si è puntualmente riflessa in una diversa redditività delle aziende. Un'analisi svolta dai ricercatori di Unicredit mostra che nel settore dei servizi il rendimento prima delle imposte (misurata dalla mediana dei rapporti tra utile e patrimonio netto, «roe») è stato, nel 2003, superiore al 20%, con punte del 33% nelle attività immobiliari e nei servizi professionali. Al confronto, la redditività preimposte delle aziende manifatturiere è stata del 13%.
Osservano i ricercatori di Unicredit: «I settori che sono in grado di generare maggiori profitti sono quelli meno esposti alla concorrenza o che operano in regime di quasi monopolio, come le utilities (ove operano la maggior parte delle grandi imprese e che spiega almeno in parte il loro recupero di redditività), mentre i settori più esposti alla concorrenza, in particolare l'industria manifatturiera, ha sofferto una sensibile riduzione degli utili». In Germania, dove l'inflazione è un terzo che in Italia, per salvaguardare il potere d'acquisto dei salari, basta che questi crescano dell'1% l'anno: in Italia devono crescere tre volte di più. Il risultato è che in pochi anni la quota delle nostre esportazioni sul commercio mondiale è scesa dal 5 al 3% e non per colpa dell'euro, perché nello stesso periodo le imprese tedesche hanno guadagnato, se pur leggermente, quote di mercato. E' il trasferimento di ricchezza dal settore produttivo dell'economia a chi vive di rendita che sta affossando l'industria italiana.
Non bisogna poi sorprendersi se molti imprenditori si spostano verso i servizi e se i giovani scelgono corsi di laurea che li avviano a professioni protette.
Perché in Italia c'è tanta acquiescenza verso le posizioni di rendita? Perché è tanto difficile liberalizzare i servizi e spostare la tassazione in modo da colpire meno il lavoro e più la rendita immobiliare e finanziaria? Un po' dipende dal fatto che molte delle imprese protette sono ancora in parte pubbliche. Finché lo Stato incassa ricchi profitti dalle aziende di luce e gas, che interesse ha a privatizzare e liberalizzare? Tassare i cittadini attraverso il caro-tariffe è politicamente meno costoso che tassarli con le imposte. Forse non è un caso che dal Dpef approvato ieri sia scomparso ogni riferimento agli incassi previsti da privatizzazioni.
Ma vi è un motivo ancor più preoccupante. L'Italia invecchia rapidamente e gli anziani vivono del rendimento della ricchezza finanziaria e immobiliare accumulata in una vita. Più aumenta il numero degli elettori anziani, più cresce il partito di coloro che si oppongono a una tassazione favorevole al lavoro e meno alla rendita. Un mese fa il ministro dell'Economia fece una battaglia sacrosanta per ridurre gli oneri sociali, tassando di più case e Bot. Di questa battaglia nel Dpef di ieri non c'è più traccia.
Le elezioni si avvicinano per tutti. Piero Fassino, formatosi a Torino, nel cuore industriale dell'Italia, conosce certamente le fabbriche ma proprio da lui ci saremmo aspettati una posizione più chiara sui danni che le rendite - anche quelle immobiliari - provocano al Paese.
giavazzi-f@yahoo.com
Molte delle critiche all´Europa – sia da destra che da sinistra – si basano sull´assunto che in una società e in una politica europeizzate possa avvenire un ritorno all´idillio nazional-statale. Ovunque risuona la lamentazione secondo cui l´Europa è una burocrazia senza volto; l´Europa distrugge la democrazia; l´Europa seppellisce la pluralità delle nazioni. In questa critica, per quanto sommariamente formulata, c´è qualcosa di giusto; essa però diventa problematica in quanto parte da presupposti erronei e si impiglia in una falsa alternativa. Ovviamente, si può e si deve criticare la politica dell´Unione Europea e il suo deficit di democrazia. Ma questa critica è insidiosa se muove dal principio dell´ontologia nazionale: senza nazione, niente democrazia.
Il tarlo si nasconde nella logica nazional-statale (e non nella realtà dell´Europa), poiché in base ad essa un´Europa post-nazionale non può che essere – in termini di pura logica dei concetti – un´Europa post-democratica, secondo il motto: "Quanta più Europa, tanto meno democrazia" (Ralf Dahrendorf).
Questa argomentazione è sbagliata per tutta una serie di motivi – e in essa si possono anche evidenziare le limitatezze dello sguardo nazionale. In primo luogo, i suoi sostenitori disconoscono il fatto che la via dell´Europa alla democrazia non è e non può essere identica al concetto e alla modalità nazional-statali della democrazia, che invece esso applica come criterio all´Unione Europea. In termini storici, l´europeizzazione è qualcosa di concettualmente diverso e questo emerge già dal fatto che l´Unione Europea è costituita da stati democratici, ma a sua volta non è uno stato nel senso tradizionale del termine. Così, in secondo luogo, sorge la questione se i modelli di democrazia sviluppati per lo stato moderno si possano applicare all´Unione Europea o se per la legittimazione democratica della politica europea non vadano applicati altri modelli di democrazia, ossia modelli post-nazionali.
Entrambe le cose, vale a dire l´assolutizzazione del modello nazional-statale di democrazia e il fatto che venga disconosciuta la particolare via storica verso una – certo, ancora del tutto insufficiente – democratizzazione dell´Europa si fondano sulla chimera nostalgica, che assolutizza la dimensione nazionale. Corrispondentemente, questa illusione di un ritorno al buon, vecchio stato nazionale non domina affatto soltanto le menti limitate dei reazionari. Anche gli spiriti più colti e raffinati, così come i teorici politici più riflessivi, si aggrappano a questa fede nazional-statale. Mentre l´Europa e i suoi ex stati nazionali si intrecciano, si mescolano, si compenetrano, cioè mentre nelle società degli ex stati nazionali non c´è più nemmeno un angolo libero dall´Europa, nelle teste regna più che mai l´immaginazione nostalgica della sovranità nazional-statale. Essa diventa uno spettro sentimentale, un´abitudine retorica, nella quale cercano rifugio gli impauriti e i disorientati. Ma non è possibile alcun ritorno allo stato nazionale in Europa, poiché tutti gli attori sono inseriti in un sistema di dipendenze al quale potrebbero sottrarsi solo a costi estremamente elevati. Ormai, dopo cinquant´anni di europeizzazione, i singoli stati e le singole società sono capaci di agire soltanto nella sintesi europea.
La seconda chimera ampiamente diffusa in Europa, ossia la chimera neoliberista, in sostanza muove, come la chimera neonazionale, dall´assunto secondo cui sarebbe possibile e sufficiente integrare l´Europa sul terreno economico. Una progressiva integrazione sociale e politica sarebbe non solo inutile, ma anche dannosa. In base a questa idea l´Europa non dovrebbe essere nient´altro che un grande supermercato che ubbidisce esclusivamente alla logica del capitale. In questo modo, però, si disconosce il fatto che tra la neoliberalizzazione e la neonazionalizzazione dell´Europa sussiste un nesso sotterraneo: la creazione di un mercato europeo, di un´unione monetaria europea e i primi passi verso la costruzione di un comune ordinamento giuridico fanno venir meno proprio quella prospettiva di sussidiarietà che ha legittimato questo progetto europeo, suscitando in molti riflessi difensivi neonazionalistici. Infatti, la retorica della competitività globale ha pervaso la modernizzazione europea. All´insegna dell´ "integrazione dei mercati" si è scatenato il processo di una modernizzazione che cancella confini e fondamenti; esso ha tolto validità alle premesse nazional-statali della democrazia parlamentare, dello stato sociale e del compromesso di classe. Il discorso sulle "riforme" si immiserisce a una progressiva deregulation dei mercati.
Per lungo tempo lo sviluppo neoliberista dell´Europa è stato sostenuto da un consenso delle élites europee, ma fin dall´inizio la cooperazione tra i mercati regolata a livello sovrastatale è stata intesa e praticata come fattore di conciliazione. L´unità realizzata su questo minimo denominatore comune economico e il superamento dei confini nazionali con la "forza dell´economia", generalizzati a soluzione ideale neoliberista, hanno fatto sì che i fondamenti sociali e politici del progetto europeo rimanessero sottosviluppati. Certo, le sinistre europee hanno richiamato i capitoli sociali del trattato di Maastricht, che difendono la giustizia sociale contro il potere dell´economia. Tuttavia, i principi della razionalità economica generano una dinamica esattamente opposta: le possibilità statali di controllo e di organizzazione vengono minimizzate e gli stati membri vengono vincolati a una politica finanziaria, economica e fiscale che lega loro le mani. La cosa più dolorosa è forse la mancanza di mezzi efficaci per contrastare la disoccupazione – anche attraverso la destatalizzazione neoliberista, decantata come miracolosa. Nell´Europa neoliberista l´eliminazione dei deficit di bilancio e il principio della stabilità dei prezzi sono diventati i veri criteri in base ai quali commisurare la crescita o il declino.
Questa Europa minimale neoliberista non ha economicamente senso e non è politicamente realistica. I mercati non vengono soltanto costituiti politicamente, ma necessitano anche di una continua correzione politica per poter funzionare effettivamente. Se queste politiche di correzione dei mercati a livello europeo non sono possibili o non sono volute, a lungo andare ne risentirà non soltanto l´economia europea, ma il progetto europeo nel suo insieme. Infatti, le contraddizioni e le inadeguatezze dell´Europa minimale neoliberista non possono essere neutralizzate politicamente; al contrario, verranno messe allo scoperto e strumentalizzate politicamente in particolare dal risorgente populismo di destra. Esso trae forza, non ultimo, dalla chimera neoliberista, secondo la quale l´Europa potrebbe essere realizzata come un´Europa impolitica dei mercati, che lascia intatti i vecchi contenitori sociali nazional-statali. Con l´allargamento ad Est e con la votazione sulla Costituzione si affaccia la chimera degli Europei, poiché la scelta di campo per una sempre maggiore integrazione comporterà una pesante concorrenza per una Germania e una Francia economicamente indebolite e i veri problemi si porranno ai margini dell´Unione Europea, nei rapporti con i Balcani, con l´Europa post-sovietica e con il mondo arabo e musulmano.
Senza dubbio l´Europa necessita della critica, ma non di una critica cieca dinnanzi alla realtà, nostalgica, basata su chimere. Abbiamo bisogno di una teoria critica dell´europeizzazione, che sia radicalmente nuova ma nello stesso tempo si ponga in continuità con il pensiero e la politica europei. Essa sviluppa a fondo la semplice convinzione che le soluzioni comuni sono più fruttuose dei percorsi solitari nazionali. L´Europa della differenza non minaccia, ma rinnova e trasforma le nazioni e gli stati europei, aprendoli all´era globale. Questa Europa può perfino diventare una speranza per la libertà in un mondo turbolento.
(Traduzione di Carlo Sandrelli)
Il trionfo inglese dell’anatra azzoppata
Né i nostri centristi né i nostri riformisti hanno ragione: chi ha realmente vinto in UK è la sinistra. Da la Repubblica dell’8 maggio
MAGGIOR parte della stampa italiana e dei commentatori politici che ne illustrano le pagine ha salutato il risultato delle elezioni britanniche come una vittoria storica di Tony Blair, il leader che ha conquistato il terzo mandato consecutivo per sé e per il suo partito senza nulla concedere agli elettori del Labour anche se questa inflessibilità gli è costata un prezzo elevato in termini di seggi parlamentari e di carisma personale. "Così fanno i grandi statisti: quando avvistano un obiettivo che coincide con l´interesse generale del paese mantengono la barra del timone e alla fine ottengono rispetto e consenso", questo scrivono ammirati i nostri columnist.
Diversa, molto diversa, è stata invece la valutazione dei giornali inglesi di cui ha dato conto ieri Bernardo Valli con una precisa analisi di quanto è accaduto nella giornata elettorale di giovedì.
Il giudizio pressoché unanime del Guardian, dell´Independent, del Times e dell´Economist è che Blair sia stato ridotto dagli elettori a un´anatra azzoppata, che il suo terzo governo non durerà che pochi mesi e che nel frattempo dovrà cambiare molti punti del programma con il quale si era presentato alle urne. La sua maggioranza ai Comuni, che era di oltre 161 seggi, si è ridotta a 66, la percentuale dei voti ricevuti è arretrata dal 41 al 36 contro il 33 dei conservatori e il 23 dei liberaldemocratici. In sostanza più della metà degli elettori ha votato contro il premier; un dato che i meccanismi dell´uninominale secco non può comunque nascondere e che ha fornito a Blair una scialuppa di salvataggio costruita e guidata dal cancelliere dello scacchiere Gordon Brown, suo successore in pectore molto prima (prevedono gli analisti inglesi) di quanto lo stesso Blair abbia previsto.
I commenti italiani hanno una loro spiegazione: essi badano assai poco al significato inglese delle elezioni inglesi. Gli interessa molto di più trarre un significato italiano. Ma purtroppo per loro commettono un grossolano errore: se trattassimo gli attuali rapporti di forza italiani con la legge elettorale inglese, il Polo berlusconiano sarebbe spazzato via al punto da creare una situazione addirittura imbarazzante dal punto di vista della rappresentanza democratica.
Quanto all´inflessibilità della leadership blairiana i dubbi sono anche maggiori. Il premier riconfermato non deve aver letto i commenti encomiastici dei suoi ammirati cisalpini, visto che, subito dopo il deludente risultato, ha dichiarato: «Ho compreso il messaggio degli elettori. D´ora in poi darò il massimo ascolto alle loro richieste». Si può star certi che lo farà anche perché, se continuasse ad ignorarle, la fronda laburista e l´opposizione liberaldemocratica sarebbero in grado di costringervelo.
* * *
Alcuni politici di casa nostra, sia pure con discordanti e talora opposte finalità, a proposito delle elezioni inglesi hanno sentenziato che nelle urne di giovedì "ha vinto il centro" aggiungendo che Blair ha ottenuto il terzo mandato perché il Labour ha cambiato elettorato e chi lo vota non è più di sinistra. Queste apodittiche conclusioni portano la firma di Follini, di Enrico Letta, di Rutelli, ma anche di Prodi, Fassino, D´Alema (che però non parlano di «centro» ma di «vittoria riformista») e infine di Bertinotti che ovviamente dà alla (supposta) vittoria del "centro" un senso dispregiativo.
Ma di quale centro si tratta? Di quale riformismo? Bisogna stare molto attenti al senso delle parole e alla loro effettiva corrispondenza con i fatti reali. Di questi tempi infatti le trappole lessicali possono produrre danni, errori e fraintendimenti molto azzardati.
I conservatori inglesi non sono un partito di centro.
Rappresentano una destra alquanto ammuffita, poco liberale, pochissimo democratica. Sulla politica estera hanno fornito a Blair più di una stampella ai Comuni. La loro più memorabile battaglia è stata quella contro l´abolizione della caccia alla volpe. Del resto, nel corso di due mandati e mezzo, la "Lady di ferro" fece in loro nome tutto il lavoro che c´era da fare lasciandoli disoccupati per un gran numero d´anni, che non sono ancora interamente trascorsi. Non sono certo di centro i conservatori inglesi, eppure hanno ottenuto un consistente aumento di consensi.
Il che non ha impedito che il loro leader si dimettesse all´indomani delle elezioni: conservatori ma molto perbene.
Qui da noi fatti di questo genere non si sono quasi mai visti (salvo il D´Alema dopo le regionali del ´99).
I liberaldemocratici sono un partito di centro? Formulo meglio la domanda: si collocano alla destra o alla sinistra di Blair? Sulla guerra irachena si sono costantemente schierati contro di lui e contro Bush. È di centro questa posizione? Soprattutto si sono schierati contro di lui perché sulle motivazioni di quella guerra (preventiva) il premier ha mentito al Parlamento. Questa è anche una delle ragioni per cui il 5 per cento degli elettori ha abbandonato il Labour.
Non solo e forse non tanto per la guerra, ma per la menzogna in luogo pubblico con la quale è stata motivata.
Capisco che in Italia un´accusa del genere sarebbe accolta da clamorose risate ma in Gran Bretagna non è così. Chi viene scoperto in flagrante bugia dinanzi ai Comuni viene marcato e pagherà lo scotto. Non si può fare. Ecco perché Blair è un´anatra azzoppata. (Berlusconi, altro che azzoppato, sarebbe da tempo un leader in carriola).
Forse i liberaldemocratici sarebbero di centro nella politica economica? Non mi pare. Diciamo che vogliono servizi pubblici più efficienti e sono disposti, come Blair e come Brown, a stanziare maggiori risorse per sanità, trasporti, scuola, stringendo le spese, a cominciare da quelle militari.
Diciamo (ma lo dicono loro stessi) che sono liberali di sinistra. Dunque, per loro autentica autodefinizione, col centro hanno ben poco a che fare.
Tant´è che nei prossimi mesi li vedremo spesso votare con i laburisti di sinistra contro il governo.
Gordon Brown è di centro? Non direi. Quando si scontrò con Blair dieci anni fa per la guida del partito, Brown aveva il vecchio Labour nel cuore e ce l´ha ancora, così dice.
Con la testa ne ha aggiornato l´approccio sociale: la middle class non è rappresentata dai sindacati e perciò spetta al Labour rappresentarla. La middle class vede che la scuola pubblica inglese è uno sfascio, i trasporti ferroviari privati sono uno sfascio, la sanità alterna punti di eccellenza con punti di degrado, le diseguaglianze non sono diminuite dopo nove anni di governo laburista.
L´economia va meglio che in Europa continentale, ma i timori di recessione lambiscono anche le bianche scogliere di Dover.
Se il vero esponente della middle class è oggi Brown perché Brown è il leader che dà sicurezza alle paure di impoverimento delle frange deboli della classe di mezzo; se Brown è il vero artefice di una vittoria elettorale ottenuta con la somma algebrica d´un consenso alla politica sociale e di un dissenso sulla guerra irachena e sulle menzogne che l´hanno motivata; se queste due affermazioni riflettono la realtà dei fatti, allora è sbagliato affermare che giovedì in Gran Bretagna ha vinto il centro.
Per la semplice ragione che il centro non c´è.
Il centro non c´è più in nessuna società evoluta.
Semmai esistono molti centri che si manifestano in diverse situazioni, si intersecano, si combattono, le stesse persone e gli stessi gruppi sociali sono al tempo stesso su posizioni radicali, moderate, conservatrici, progressiste, pacifiste, interventiste. Non c´è più uno specchio ma un prisma: queste sono le società di oggi.
Due punti restano fermi e costituiscono un discrimine: la spinta verso la libertà che metta a rischio la spinta verso l´eguaglianza e addirittura provochi il suo contrario, è una posizione di destra e non di sinistra. La spinta che soppianti lo Stato di diritto con l´arbitrio della maggioranza non è né democratica né liberale.
Blair ha avuto molti meriti, soprattutto quello di cercare un welfare inclusivo in un´economia dinamica. Ma avuto anche molti demeriti. Soprattutto quello di prendere decisioni di estrema importanza contrarie ai sentimenti e alle convinzioni della larga maggioranza della pubblica opinione. Questo modo di agire non è lungimirante. Non si governano società complesse senza la partecipazione, manipolando il consenso sulla base di bugie e false informazioni.
Il risultato è dunque denso di insegnamenti per tutti.
* * *
Post scriptum. C´è ancora qualcuno che sostiene la tesi di un Iraq dove le cose si stanno mettendo finalmente sulla buona strada. Blair per esempio la pensa ancora così e lo dice. Anche Bush la pensa così, ma questo è ovvio.
Berlusconi non credo abbia ferme opinioni in materia, ma si adegua e promette che i nostri militari saranno presto in condizioni di tornare in patria «naturalmente d´accordo con gli alleati e con il governo iracheno». Il commento più pertinente su questa posizione l´ha fatto Andreotti in Senato in occasione del voto sulla fiducia: «Queste condizioni le vedremo realizzarsi tra qualche generazione».
È giusto non mescolare il doloroso caso Calipari con il ritiro delle truppe italiane dall´Iraq, ma è altrettanto giusto incalzare il governo a predisporre autonomamente la strategia di uscita dall´Iraq fissando
Anche se si trattava di elezioni locali, i risultati delle Regionali hanno messo in luce un vero e proprio andamento di carattere nazionale che va al di là delle specificità del confronto interno alle singole regioni. Ne consegue l'impressione diffusa che il valore politico della consultazione prevalga in larga misura su quello amministrativo. Lo suggerisce specialmente la notevole omogeneità territoriale di molti fenomeni, dalla variazione nella partecipazione all'intensità degli spostamenti di voto, sino, in certi casi, alle differenziazioni tra capoluogo ( ove il candidato del centrodestra ha generalmente più difficoltà) e resto della regione.
Da questo punto di vista, la novità più significativa, rispetto a tante consultazioni precedenti, sta nel fatto che questa volta si sono manifestati dei veri e propri spostamenti diretti da una coalizione all'altra e non solo da e per l'astensione. Ilvo Diamanti ha efficacemente definito questo fenomeno «la fine della glaciazione dell'elettorato italiano» .
Per la verità, alcuni di questi flussi erano già occorsi in occasione delle Europee dell'anno scorso: ma, certo, non in maniera così evidente. Non è dunque un caso, forse, se più di un quinto dei votanti afferma di avere individuato solo negli ultimi giorni il partito da scegliere. E se un altro 13% dice di averlo fatto appena qualche settimana prima.
Quanti manifestano una standing decision , dichiarando di avere deciso «da sempre» la forza politica da preferire, costituiscono ormai solo grosso modo un terzo dei votanti. La mobilità potenziale è assai elevata, così come lo è, di conseguenza, l'indecisione.
La vittoria del centrosinistra è fuori di dubbio. Se si raffronta il risultato di quest'anno con quello delle Regionali del 2000, si rileva che, a parità di partecipazione, complessivamente, il centrodestra ha perduto circa 2 milioni di voti e che altrettanti ne ha guadagnati il centrosinistra.
Ma è errato parlare genericamente di sconfitta del centrodestra. Lo possono fare i politici della coalizione, per evitare di accentuare ulteriormente i conflitti interni. I dati mostrano però come FI abbia subito una erosione molto maggiore dei suoi alleati. La Lega ha addirittura incrementato il proprio seguito. Anche per questo, forse, Fini e Bossi sono assai meno restii di Berlusconi all'ipotesi di elezioni anticipate.
Se poi si raffronta il dato odierno con quello delle Politiche del 2001, si evidenzia anche il ruolo giocato dall' astensionismo, che è tradizionalmente maggiore nelle elezioni amministrative. Anche in questo caso, i dati suggeriscono che esso abbia colpito in misura più ele vata il centrodestra e ancor più FI, mentre il centrosinistra è riuscito in larga parte a recuperare il calo comunque dovuto alla diminuzione complessiva dei votanti con l'afflusso di voti dall' esterno.
E' vero dunque che il consenso per il centrodestra e per FI, in particolare, si è progressivamente eroso attraverso un passaggio verso il non voto da parte degli elettori « delusi » della CdL.
Ma è vero anche che, in questa occasione, esso è diminuito in misura rilevante anche a causa di defezioni verso l'opposizione. Una prima stima, basata sull'analisi dei dati disponibili sin qui, suggerisce che il centrode stra abbia perduto circa il 20% dei consensi ricevuti nel 2001, con una ripartizione grosso modo eguale tra passaggi verso il fronte opposto e verso l'astensione, ma con una prevalenza di questi ultimi.
Resta da chiedersi come mai si sia aspettato il risultato elettorale delle Regionali per prendere atto del fatto che la relazione tra la CdL e l'elettorato si era, ormai da diverso tempo, incrinata.
Già le elezioni Europee, svoltesi grosso modo un anno fa, avevano mostrato come il centrosinistra ottenesse, sia pure di poco (300 mila voti), più consensi di quanto non riuscissero a fare, nel loro insieme, le forze di governo. E, ancora prima, lo evidenziavano i dati di sondaggio, anche quelli pubblicati sul Corriere della Sera . Che, da molti mesi, documentavano il vantaggio dei partiti dell'opposizione in termini di intenzioni di voto e che, anzi, indicavano nelle ultime settimane una sorta di recupero da parte della CdL. Ciò che potrebbe fare ipotizzare che le cose sarebbero andate assai peggio per le forze di governo se, per assurdo, si fosse votato a gennaio subito dopo la delusione (giustificata o meno) conseguente alla promessa riduzione della pressione fiscale. Sembra paradossale che Berlusconi, che ha insegnato agli altri politici l'uso delle ricerche di opinione e ne ha fatto apprezzare l'importanza, questa volta non ne abbia tenuto sufficientemente conto.
ROMA - Se non potesse apparire di cattivo gusto Stefano Rodotà quasi quasi si lascerebbe scappare che tutta la storia di Laziomatica e dei computer del Comune di Roma violati è, dal punto di vista dell´astrazione teorica, la conferma di quanto lui ha sostenuto tante volte in questi anni d´esperienza come Garante della privacy. Dice Rodotà: «Sono rimasto profondamente colpito perché ho avuto la prova empirica che la tutela dei dati personali è uno snodo fondamentale per la democrazia. E deriva da qui l´enorme responsabilità di un´istituzione come la nostra».
È davvero convinto che una brutta vicenda di ladroneria informatica possa essere così rivelatrice?
«Ci sono almeno tre risvolti inquietanti che mi hanno turbato profondamente sin dalle prime indiscrezioni di cronaca. Al gradino più basso c´è la notizia di un grave episodio di pirateria informatica che si manifesta con l´intrusione illegittima all´interno di una banca dati; subito dopo si pone un problema di garanzie visto che la gestione di una materia così delicata era stata affidata dalla Regione Lazio a un soggetto esterno; infine c´è la disciplina dei dati che è condizione fondante per la democrazia. Dell´avvenuta violazione stanno discutendo tutti, della garanzia dei dati si occupa l´ufficio del Garante, ma è necessario che l´opinione pubblica rifletta bene sui rischi di quanto è accaduto».
Perché questa vicenda è così grave?
«Spesso si dice che le norme sulla privacy riguardano fatti e aspetti minori, secondari, strettamente legati alla singola persona, invece il caso Laziomatica dimostra che la protezione dei dati non è fine a se stessa, non attiene al singolo che cerca di proteggere il suo orticello, ma riguarda gli organi che prendono decisioni sulla vita dei cittadini. In questo senso, la disciplina dei dati è alla base del corretto funzionamento della democrazia ed è la garanzia per l´uguaglianza tra i cittadini. Basta pensare alle conseguenze che si scatenerebbero qualora venissero violati i dati relativi alla salute e se, di conseguenza, una persona venisse discriminata a vantaggio di un´altra».
Chi sottovaluta la tutela della privacy compie un grossolano errore?
«Bisogna mettere da parte le tesi riduzionistiche, quelle che vorrebbero meno protezione, dimostrando che il rigore nella tutela dei dati non è un fatto egoistico, ma è di vitale importanza per assicurare un buon funzionamento del sistema politico».
È la ragione che l´ha spinta, nonostante il suo incarico sia giunto alla conclusione, a intervenire ugualmente sulla Laziomatica?
«Ci siamo mossi perfettamente in tempo. Risalgono a mercoledì le prime notizie della violazione, e giovedì era già in programma l´ultima riunione ufficiale del nostro collegio che ha subito deciso di far partire un´ispezione. Si è mosso il nucleo della Guardia di finanza che da tre anni lavora con l´ufficio del Garante. È un gruppo altamente specializzato».
Quest´intervento ispettivo non rischia di duplicare, e quindi disturbare o addirittura interferire, con l´indagine della procura?
«Ma noi operiamo anche per incarico della procura di Roma, e quando i risultati del nostro lavoro saranno pronti, essi verranno subito trasmessi alla magistratura».
Che obiettivo specifico si pone la vostra inchiesta?
«Innanzitutto dobbiamo chiarire le modalità della violazione, scoprire chi ne è il responsabile, quantificare che ampiezza ha avuto la penetrazione nel sistema informatico dell´anagrafe».
Questi non sono gli obiettivi di piazzale Clodio, per cui lavorano anche al Viminale, dove il ministro ha promosso un´indagine?
«Noi dobbiamo andare al di là del fatto specifico. Per questo raccoglieremo elementi per una valutazione molto più ampia e complessiva. Per esempio c´interessa scoprire come fosse configurata la situazione ancor prima dell´intrusione. Chi, all´interno della Laziomatica, era autorizzato all´accesso? E quali categorie di dati poteva ottenere? I dati inaccessibili per i tecnici della Laziomatica potevano essere acquisiti anche da altri ma con accessi legittimi? C´erano sufficienti misure di sicurezza?».
Definirebbe la vostra una sorta di doppia indagine?
«Sì, è una definizione corretta. Da un lato cercheremo di capire come si sono svolti i fatti, dall´altro lavoreremo sul contesto alla luce delle regole che tutelano la privacy. In questa vicenda, tra l´altro, è coinvolta una società privata e ciò rende la nostra attenzione sul trattamento dei dati ancor più scrupolosa. Giusto a febbraio, presentando al Senato la relazione conclusiva del garante, mi ero soffermato sui delicati aspetti dell´outsourcing. Quando, nella gestione dei dati intervengono soggetti esterni all´amministrazione, allora le garanzie debbono essere molto più elevate perché il rischio di distorsioni e di deviazioni è assai più rilevante».
Sto ancora nel buio. E' stata quella di venerdì la giornata più drammatica della mia vita. Erano tanti i giorni che ero stata sequestrata. Avevo parlato solo poco prima con i miei rapitori, da giorni dicevano che mi avrebbero liberato. Vivevo così ore di attesa. Parlavano di cose delle quali soltanto dopo avrei capito l'importanza. Dicevano di problemi «legati ai trasferimenti». Avevo imparato a capire che aria tirava dall'atteggiamento delle mie due «sentinelle», i due personaggi che mi avevano ogni giorno in custodia. Uno in particolare che mostrava attenzione ad ogni mio desiderio, era incredibilmente baldanzoso. Per capire davvero quello che stava succedendo gli ho provocatoriamente chiesto se era contento perché me ne andavo oppure perché restavo. Sono rimasta stupita e contenta quando, era la prima volta che accadeva, mi ha detto «so solo che te ne andrai, ma non so quando». A conferma che qualcosa di nuovo stava avvenendo a un certo punto sono venuti tutti e due nella stanza come a confortarmi e a scherzare: «Complimenti - mi hanno detto - stai partendo per Roma». Per Roma, hanno detto proprio così.
Ho provato una strana sensazione. Perché quella parola ha evocato subito la liberazione ma ha anche proiettato dentro di me un vuoto. Ho capito che era il momento più difficile di tutto il rapimento e che se tutto quello che avevo vissuto finora era «certo» ora si apriva un baratro di incertezze, una più pesante dell'altra. Mi sono cambiata d'abito. Loro sono tornati: «Ti accompagniamo noi, e non dare segnali della tua presenza insieme a noi sennò gli americani possono intervenire». Era la conferma che non avrei voluto sentire. Era il momento più felice e insieme il più pericoloso. Se incontravamo qualcuno, vale a dire dei militari americani, ci sarebbe stato uno scontro a fuoco, i miei rapitori erano pronti e avrebbero risposto. Dovevo avere gli occhi coperti. Già mi abituavo ad una momentanea cecità. Di quel che accadeva fuori sapevo solo che a Baghdad aveva piovuto. La macchina camminava sicura in una zona di pantani. C'era l'autista più i soliti due sequestratori. Ho subito sentito qualcosa che non avrei voluto sentire. Un elicottero che sorvolava a bassa quota proprio la zona dove noi ci eravamo fermati. «Stai tranquilla, ora ti verranno a cercare...tra dieci minuti ti verranno a cercare». Avevano parlato per tutto il tempo sempre in arabo, e un po' in francese e molto in un inglese stentato. Anche stavolta parlavano così.
Poi sono scesi. Sono rimasta in quella condizione di immobilità e cecità. Avevo gli occhi imbottiti di cotone, coperti da occhiali da sole. Ero ferma. Ho pensato...che faccio? comincio a contare i secondi che passano da qui ad un'altra condizione, quella della libertà? Ho appena accennato mentalmente ad una conta che mi è arrivata subito una voce amica alle orecchie: «Giuliana, Giuliana sono Nicola, non ti preoccupare ho parlato con Gabriele Polo, stai tranquilla sei libera».
Mi ha fatto togliere la «benda» di cotone e gli occhiali neri. Ho provato sollievo, non per quello che accadeva e che non capivo, ma per le parole di questo «Nicola». Parlava, parlava, era incontenibile, una valanga di frasi amiche, di battute. Ho provato finalmente una consolazione quasi fisica, calorosa, che avevo dimenticato da tempo. La macchina continuava la sua strada, attraversando un sottopassaggio pieno di pozzanghere, e quasi sbandando per evitarle. Abbiamo tutti incredibilmente riso. Era liberatorio. Sbandare in una strada colma d'acqua a Baghdad e magari fare un brutto incidente stradale dopo tutto quello che avevo passato era davvero non raccontabile. Nicola Calipari allora si è seduto al mio fianco. L'autista aveva per due volte comunicato in ambasciata e in Italia che noi eravamo diretti verso l'aeroporto che io sapevo supercontrollato dalle truppe americane, mancava meno di un chilometro mi hanno detto...quando...Io ricordo solo fuoco. A quel punto una pioggia di fuoco e proiettili si è abbattuta su di noi zittendo per sempre le voci divertite di pochi minuti prima.
L'autista ha cominciato a gridare che eravamo italiani, «siamo italiani, siamo italiani...», Nicola Calipari si è buttato su di me per proteggermi, e subito, ripeto subito, ho sentito l'ultimo respiro di lui che mi moriva addosso. Devo aver provato dolore fisico, non sapevo perché. Ma ho avuto una folgorazione, la mia mente è andata subito alle parole che i rapitori mi avevano detto. Loro dichiaravano di sentirsi fino in fondo impegnati a liberarmi, però dovevo stare attenta «perché ci sono gli americani che non vogliono che tu torni». Allora, quando me l'avevano detto, avevo giudicato quelle parole come superflue e ideologiche. In quel momento per me rischiavano di acquistare il sapore della più amara delle verità.
Il resto non lo posso ancora raccontare.
Questo è stato il giorno più drammatico. Ma il mese che ho vissuto da sequestrata ha probabilmente cambiato per sempre la mia esistenza. Un mese da sola con me stessa, prigioniera delle mie convinzioni più profonde. Ogni ora è stata una verifica impietosa sul mio lavoro. A volte mi prendevano in giro, arrivavano a chiedermi perché mai volessi andar via, di restare. Insistevano sui rapporti personali. Erano loro a farmi pensare a quella priorità che troppo spesso mettiamo in disparte. Puntavano sulla famiglia. «Chiedi aiuto a tuo marito», dicevano. E l'ho detto anche nel primo video che credo avete visto tutti. La vita mi è cambiata. Me lo raccontava l'ingegnere iracheno Ra'ad Ali Abdulaziz di "Un Ponte per" rapito con le due Simone, «la mia vita non è più la stessa», diceva. Non capivo. Ora so quello che voleva dire. Perché ho provato tutta la durezza della verità, la sua difficile proponibilità. E la fragilità di chi la tenta.
Nei primi giorni del rapimento non ho versato una sola lacrima. Ero semplicemente infuriata. Dicevo in faccia ai miei rapitori: «Ma come, rapite me che sono contro la guerra?!». E a quel punto loro aprivano un dialogo feroce. «Sì, perché tu vai a parlare con la gente, non rapiremmo mai un giornalista che se ne sta chiuso in albergo. E poi il fatto che dici di essere contro la guerra potrebbe essere una copertura». E io ribattevo, quasi a provocarli: «E' facile rapire una donna debole come me, perché non provate con i militari americani?». Insistevo sul fatto che non potevano chiedere al governo italiano di ritirare le truppe, il loro interlocutore «politico» non poteva essere il governo ma il popolo italiano che era ed è contro la guerra.
E' stato un mese di altalena, tra speranze forti e momenti di grande depressione. Come quando, era la prima domenica dopo il venerdì del rapimento, nella casa di Baghdad dove ero sequestrata e su cui svettava una parabolica, mi fecero vedere un telegiornale di Euronews. Lì ho visto la mia foto in gigantografia appesa al palazzo del comune di Roma. E mi sono rincuorata. Poi però, subito dopo, è arrivata la rivendicazione della Jihad che annunciava la mia esecuzione se l'Italia non avesse ritirato le sue truppe. Ero terrorizzata. Ma subito mi hanno rassicurata che non erano loro, dovevo diffidare di quei proclami, erano dei «provocatori». Spesso chiedevo a quello che, dalla faccia, sembrava il più disponibile che comunque aveva, con l'altro, un aspetto da soldato: «Dimmi la verità, mi volete uccidere». Eppure, molte volte, c'erano strane finestre di comunicazione, proprio con loro. «Vieni a vedere un film in tv», mi dicevano, mentre una donna wahabita, coperta dalla testa ai piedi girava per casa e mi accudiva.
I rapitori mi sono sembrati un gruppo molto religioso, in continua preghiera sui versetti del Corano. Ma venerdì, al momento del mio rilascio, quello tra tutti che sembrava il più religioso e che ogni mattina si alzava alla 5 per pregare, mi ha fatto le sue «congratulazioni» incredibilmente stringendomi fortemente la mano - non è un comportamento usuale per un fondamentalista islamico -, aggiungendo «se ti comporti bene parti subito». Poi, un episodio quasi divertente. Uno dei due guardiani è venuto da me esterrefatto sia perché la tv mostrava i miei ritratti appesi nelle città europee e sia per Totti. Sì Totti, lui si è dichiarato tifoso della Roma ed era rimasto sconcertato che il suo giocatore preferito fosse sceso in campo con la scritta «Liberate Giuliana» sulla sua maglietta.
Ho vissuto in una enclave in cui non avevo più certezze. Mi sono ritrovata profondamente debole. Avevo fallito nelle mie certezze. Io sostenevo che bisognava andare a raccontare quella guerra sporca. E mi ritrovavo nell'alternativa o di stare in albergo ad aspettare o di finire sequestrata per colpa del mio lavoro. «Noi non vogliamo più nessuno», mi dicevano i sequestratori. Ma io volevo raccontare il bagno di sangue di Falluja dalle parole dei profughi. E quella mattina già i profughi, o qualche loro «leader» non mi ascoltavano. Io avevo davanti a me la verifica puntuale delle analisi su quello che la società irachena è diventata con la guerra e loro mi sbattevano in faccia la loro verità: «Non vogliamo nessuno, perché non ve ne state a casa, che cosa ci può servire a noi questa intervista?». L'effetto collaterale peggiore, la guerra che uccide la comunicazione, mi precipitava addosso. A me che ho rischiato tutto, sfidando il governo italiano che non voleva che i giornalisti potessero raggiungere l'Iraq, e gli americani che non vogliono che il nostro lavoro testimoni che cosa è diventato quel paese davvero con la guerra e nonostante quelle che chiamano elezioni.
Ora mi chiedo. E' un fallimento questo loro rifiuto?
HA FATTO molta impressione la personalità del nuovo segretario di Stato americano, Condoleezza Rice, nel corso del suo recente viaggio in Europa culminato con l´incontro con Chirac a Parigi e con gli alleati della Nato e dell´Unione europea a Bruxelles. Una personalità ? è stato unanimemente riconosciuto ? dotata di grande fascino, di una lucidità mentale fuori dall´ordinario e di una evidente capacità realizzatrice.
Che cosa voleva e che cosa ha chiesto la signora Rice agli alleati europei? Due cose soprattutto: che superassero le divisioni del recente passato con gli Stati Uniti sulla guerra irachena e che, d´ora in poi, fossero disponibili a lavorare con il presidente Bush contribuendo alla ricostruzione di un nuovo Stato democratico in Iraq. Non nuove truppe da inviare, ma la preparazione di nuovi corpi militari iracheni necessari a garantire la sicurezza nel paese, nonché la selezione di una classe dirigente capace di autogovernarlo.
Una strategia di uscita dell´esercito angloamericano attualmente non c´è, ha detto la Rice, aggiungendo due corollari che tuttavia fanno a pugni tra loro. Il primo, rivolto agli europei, è stato: «D´ora in poi dovremo decidere insieme». Il secondo: «Ce ne andremo dall´Iraq quando il lavoro sarà compiuto». Ma chi deciderà che il lavoro è compiuto? E di quale lavoro esattamente si parla?
A Washington è opinione comune che per conoscere veramente i dati della situazione bisogna farsi guidare da ciò che dice la vera autorità della Casa Bianca, il vicepresidente Cheney. Mai prima di lui un vicepresidente aveva contato qualcosa. Lui invece è il vero depositario del potere.
Ebbene, Cheney, proprio mentre la Rice era in viaggio tra Europa e Medio Oriente, ha detto qualche cosa di molto preciso su quel famoso lavoro da compiere. Ha detto che esso sarà finalmente compiuto quando le forze armate irachene saranno in grado di garantire la sicurezza interna e anche quella esterna del paese. Esterna. Cioè nei confronti dei paesi confinanti. Cioè della Siria e soprattutto dell´Iran.
Questa precisazione non viene da Condoleezza ma da Cheney. È chiaro tuttavia che entrambi stanno parlando della medesima cosa, anche perché la Rice sul tasto dell´Iran ha battuto e ribattuto più volte.
L´opzione militare nei confronti di quel paese, ha detto la Rice, non è in agenda ma è altrettanto evidente che non può esser tolta dal tavolo e nessuno la toglierà.
Con l´Iran bisogna trattare duramente. Non può permettersi di arrivare sulla soglia dell´arma nucleare.
Infine, sempre nei suoi contatti con gli alleati europei, il nuovo segretario di Stato ha definito con efficace eloquenza la strategia che guida il secondo mandato presidenziale di Bush: gli Usa e l´Occidente unito debbono diffondere nel mondo gli ideali e le istituzioni della libertà e della democrazia aiutando in tutti i modi la caduta dei regimi illiberali e tirannici. Noi siamo certi che a questa missione (è sempre la Rice a parlare) che incarna al tempo stesso i valori dell´Occidente e la sua sicurezza, i nostri alleati europei parteciperanno con piena adesione e con il contributo della loro esperienza diplomatica, politica, culturale.
Il presidente Bush a sua volta è atteso in Europa nell´ultima decade di febbraio. Ricalcherà certamente, ma con la maggiore autorevolezza della carica che ricopre, le indicazioni del suo segretario di Stato. Esalterà con parole ispirate, come è solito fare, la missione salvifica dell´Occidente nel mondo.
Potrà vantare due esiti positivi: le elezioni irachene e la tregua firmata a Sharm el Sheik da israeliani e palestinesi. Sarà certamente ascoltato in tutte le capitali europee con amicizia e rispetto. E poi?
Che cosa accadrà, che cosa dovrebbe accadere poi?
* * *
Ho letto nei giorni scorsi il saggio che sta per esser pubblicato in versione italiana da Garzanti, di Chalmers Johnson, intitolato "Le lacrime dell´impero". L´autore è un americano molto critico della strategia missionaria propugnata da Bush, Rice, Cheney (quest´ultimo in verità più attento agli interessi che ai valori). Mi sembra opportuno trascriverne qualche passo (anticipato sul Corriere della Sera del 9 febbraio) che sottolinea alcuni aspetti di realtà e dà voce ad un settore importante dell´opinione pubblica americana.
"Gli americani amano ripetere che il mondo è cambiato per effetto degli attacchi terroristici dell´11 settembre 2001. Sarebbe più corretto dire che quegli attacchi hanno prodotto un pericoloso cambiamento nel modo di pensare di alcuni nostri leader. Essi hanno cominciato a considerare la nostra Repubblica alla stregua d´un vero e proprio Impero, una nuova Roma, il più grande colosso della storia, non più vincolato al diritto internazionale, alle preoccupazioni degli alleati o a limiti di sorta nel ricorso alla forza militare.
Un numero crescente di persone comincia ora, in questo nostro paese, a cogliere ciò che in gran parte di non americani già sa, e cioè che gli Stati Uniti sono qualcosa di diverso da ciò che affermano di essere: sono un moloc militare che punta a dominare il mondo.
Solo con estrema lentezza noi americani ci siamo resi conto del ruolo sempre più importante assunto dalle Forze armate nel nostro paese e dell´erosione dei fondamenti della nostra Repubblica costituzionale per mano del potere esecutivo, vera e propria ?potenza imperiale´.
Il raggio d´azione dell´impero americano è globale.
Nel settembre 2001 il dipartimento della Difesa contava almeno 725 basi militari al di fuori del territorio Usa. In realtà sono assai più numerose perché in molti casi operano all´interno di altre strutture sotto copertura di vario genere. E molte altre ne sono state create da allora.
Ci vorrebbe una rivoluzione per riportare il Pentagono sotto il controllo democratico, per abolire la Cia o anche solo per far rispettare l´articolo 1, sezione 9, proposizione 7 della Costituzione americana: ?Nessuna somma dovrà essere prelevata dal Tesoro se non in seguito a stanziamenti decretati per legge´. Questo articolo è quello che conferisce al Congresso il suo potere e fa degli Stati Uniti una democrazia. Ebbene, per il dipartimento della Difesa e per la Cia come per tutte le altre agenzie d´intelligence quest´articolo non è mai valso.
Il militarismo, l´arroganza del potere e l´imperialismo entrano fatalmente in rotta di collisione con la struttura democratica dell´America e ne distorcono cultura e valori fondamentali".
Questa trasformazione della superpotenza americana in una democrazia imperiale, così lucidamente descritta da Chalmers Johnson, si basa su dati di fatto specifici difficilmente contestabili. È anche vero che la potenza degli Usa nel mondo è cresciuta anche a causa dell´incapacità europea di creare un soggetto unitario e del vuoto culturale e politico che ha provocato l´affermarsi in Europa e in Russia dei due totalitarismi che hanno devastato il continente e violato ogni senso di umanità. Ma è altrettanto vero che la democrazia imperiale cui l´America sembra ormai essere approdata a quindici anni di distanza dalla sua vittoria nella guerra fredda, suscita perplessità o addirittura avversione nel resto del mondo.
La strategia missionaria lanciata da Bush non sembra uno strumento adatto a superare quella perplessità e quell´avversione.
Nell´Europa moderna del resto le vocazioni messianiche non hanno mai avuto fortuna. Non attecchì neppure la rivoluzione francese quando fu portata a cavallo da Napoleone suscitando la nascita dei nazionalismi e la reazione culturale del romanticismo. Tanto meno ebbe fortuna la rivoluzione trotzkista nata dal Manifesto di Marx-Engels, né il leninismo-stalinismo sorretto dal mito dell´Armata rossa e puntellato dagli orribili lager di sterminio. Per non parlare della missione razzista di Hitler, che è addirittura fuori da ogni proponibilità mentale.
Lo Stato etico depositario di una qualsiasi morale cui educare i popoli non attecchisce fortunatamente in Europa, ci vuol altro il resistibile fascino della Rice per renderlo accettabile nella terra di Talleyrand.
* * *
Che cosa dunque si può fare per chiudere finalmente il bubbone mesopotamico e quello palestinese, che nonostante qualche tenue progresso sono ancora pericolosamente aperti?
E che cosa si può fare affinché nuovi e devastanti conflitti non esplodano nelle mani della potenza imperiale ove mai essa fosse tentata ancora una volta dall´opzione militare?
La tregua fra Israele e la Palestina è sicuramente la notizia più confortante di questa agitata fase di errori e di ritardi. Lì le condizioni per un processo positivo ci sono e lì l´unità d´azione tra Usa ed Europa può rappresentare un elemento decisivo. Bisogna arrivare al più presto alla nascita dello Stato palestinese aiutando il negoziato tra le due parti anche attraverso finanziamenti massicci che diano lavoro, dignità e reddito stabile al popolo palestinese e rinsanguino le stremate finanze di Israele. Un vincolo associativo con l´Ue potrebbe anch´esso aiutare una soluzione rapida e duratura dando speranze e prospettive di futuro alla coabitazione pacifica dei due popoli in un così stretto fazzoletto di terra.
In Iraq, nonostante le elezioni, la partita è invece ancora apertissima.
Apertissima col terrorismo, che attizza ogni giorno la guerra civile.
Apertissima con l´emergente potere sciita che reclama uno Stato coranico e con l´autonomismo federalista curdo che già si atteggia a nazione separata.
Si vedono ora gli effetti nefasti e la difficoltà di limitarli, prodotti da chi, scoperchiando il vaso di Pandora, ha consentito il diffondersi di una nube di veleni mortiferi in tutta la regione.
Gli alleati europei possono fare ben poco in quel contesto.
Possono soltanto collaborare alla preparazione delle forze di sicurezza irachene e sollecitare un graduale ritiro delle forze di occupazione. E possono auspicare il riconoscimento di solide garanzie alla minoranza sunnita.
Ma sono parole. I fatti non dipendono da noi e neppure dall´America.
Dipendono dalle tribù irachene, dal clero che le guida, dall´aiuto economico che gli Usa saranno in grado di offrire. L´Europa nel suo complesso non ha voluto questa guerra; il dopoguerra ha confermato drammaticamente che l´Europa aveva ragione. Metterci di fronte ai fatti compiuti perseverando negli intenti missionari è un tentativo patetico che rinvierebbe a tempo indefinito la guarigione della piaga irachena.
Molto, ovviamente, dipende dall´opinione pubblica americana. Pongo qui una domanda di non secondaria importanza: se nella primavera del 2003 Bush avesse chiesto al suo paese e al Congresso di autorizzare la guerra irachena con l´obiettivo di abbattere il regime saddamista, sarebbe stato autorizzato a marciare? E Blair avrebbe avuto disco verde dalla camera dei Comuni? S´inventarono la fola delle armi di distruzione di massa per ottenere quell´autorizzazione. Diversamente la risposta del Congresso e dei Comuni sarebbe stata quasi certamente negativa.
La potenza imperiale, nella primavera del 2003, barò al gioco con l´Onu, con la Comunità internazionale, con l´Europa. Ma soprattutto con l´opinione pubblica del suo paese.
È improbabile che possa farlo un´altra volta se non vogliamo inoltrarci in un ventennio d´immani tensioni costellato da conflitti militari.
Con una effervescenza e una leggerezza alla Gene Kelly («Cantando sotto la pioggia») Francesco Rutelli ha danzato ieri sulle parole socialdemocrazia, ugualitarismo, lavoro, mercato, innovazione.
Purtroppo non ero a Fiesole ad ascoltarlo. Ero fra migliaia di persone retrograde e perdute nel buco nero del passato che si erano riunite in un salone gremito all'inverosimile nella Fiera di Roma (Ds, Rifondazione, Comunisti italiani, manifesto, Liberazione, tante Unità nella sala, tutta roba da scaricare, roba che per vincere non serve) dove la cecità verso il presente era tale che si parlava, pensate, di Sinistra.
Il rimpianto di non essere stato a Fiesole però è sincero. Perché persino dalle trascrizioni un po' anonime delle agenzie di stampa si sente quel modo di parlare per frasi brevi e ricche di humour che nei film americani consentono al protagonista di passare dal tono parlato alla canzone, dalla camminata alla danza con infinita naturalezza. Nello spettacolo la qualità della performance basta a se stessa. Nel caso di Fiesole frastorna. Perché mai Francesco Rutelli, capo di un partito che è parte indispensabile dell'opposizione e di una campagna elettorale accanita contro un governo di persone illegali e pericolose vuole, sia pure con gesti leggeri e quasi cantando, sganciare il suo vagone dagli altri, proprio mentre il treno di Prodi sta per partire? Il suo vagone è carico di persone che hanno lottato e stanno lottando per una vittoria elettorale che si può ottenere soltanto tutti insieme, e proprio mentre stavano dicendo: «Visto, la destra è divisa e passa il tempo a insultarsi, mentre il centrosinistra, intorno a Prodi, finalmente è unito».
Dico queste cose per far capire che cerco di distinguere tra il festoso colpo di scena di Rutelli a Fiesole, che appare senza dubbio pieno di verve e suscita ammirazione, in un mondo di politica cupa, dal senso di ciò che ha detto.
Non mi sembra giusto attribuirgli intenzioni, né mi sembra utile camminare sulla linea di divisione da lui tracciata. Ma devo permettermi di osservare che - nell'impeto allegro del suo discorso - ha urtato senza ragione (senza una ragione che si possa capire a distanza) non solo la sensibilità di una parte grandissima dei suoi amici o alleati, non solo la loro storia.
Ma alcuni punti di riferimento culturale, morale, politico di ciò che chiamiamo democrazia e di ciò che definiamo, con riferimento ad alcuni diritti e ad alcune garanzie fondamentali, Occidente.
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Il discorso di Rutelli infatti, apre con un elenco di parole da respingere (con un certo vigoroso sdegno che certo è una sorpresa). Queste parole sono socialdemocrazia, egualitarismo, welfare (detto “vecchio welfare” e meglio traducibile come Stato sociale che garantisce pensioni, sussidi, ammortizzatori sociali, scuole pubbliche e gratuite, cure mediche garantite). Tutte queste parole riguardano vita e destino di tanti (salvo le trecentomila famiglie “redditiere” che, ci hanno detto, campano felicemente in Italia) e sono gonfie di senso e di storia.
Poi Rutelli propone una lista di parole nuove, che suonano bene, e sono gradevoli a dirsi. Sono utopia, futuro, ambiente, Europa, buon governo, sicurezza. Ma sono contenitori da riempire. L'utopia va da una parte e dall'altra, il futuro è speranza o terrore, l'ambiente è Tsunami o specie protette, l'Europa è Borghezio o Mario Monti. Berlusconi dice, sia pure senza fondamento, di essere un buon governo. La sicurezza può essere Canton Ticino o Stato di polizia.
Siamo certi che Rutelli non intendeva in nessun caso evocare il lato negativo o ambiguo di ciascuna delle parole nuove con cui ha provocato un soprassalto alla coalizione di cui la Margherita è parte essenziale. Di certo ha indicato uno scaffale vuoto, in cui tutto resta da definire, da scegliere, da discutere, da realizzare o anche solo da disegnare come progetto. E ha spinto fuori grossi pezzi di storia civile contemporanea, tutti quelli che porta in dote, per unirsi e per vincere, non solo la sinistra democratica del mondo, ma anche vaste zone di liberalismo laico e cristiano.
La cultura socialista e socialdemocratica italiana (forse persino Bobo Craxi e De Michelis, che pure si sono dislocati nel centrodestra) presenteranno - penso - obiezioni importanti alla camminata di Rutelli sui valori della socialdemocrazia. Anzi, diciamo meglio, su valori fondanti delle democrazie contemporanee.
Per parte mia raccoglierò alcune obiezioni dal mondo, dalla storia, dalla cultura americana. Dimostrano, credo, che c'è stata una certa leggerezza estemporanea nel proporre di accantonare il valore di uguaglianza. Dice Rutelli: «Quella egualitaria è una società povera, finta. Spesso sopraffatta da poteri oscuri». Dicono i “Federalist papers” dei Padri fondatori della Costituzione americana: «Un Paese che non sia di eguali non può prosperare». La frase che così audacemente contraddice Rutelli è stata firmata da Publius (Alexander Hamilton) nel gennaio del 1787.
Ma nel 1848 torna sull'argomento Alexis de Tocqueville che a pag. 139 del primo volume di “Democracy in America” (Vintage Book, New York, 1945) scrive: «Ciò che ti colpisce in America è il senso di uguaglianza che ogni cittadino prova nel confronto dell'altro. È ciò che lega questo Paese come nessun Paese in Europa. Perché qui l'uguaglianza è vista come un diritto, non come un dovere». Molti anni più tardi (1916) John Dewey, il fondatore del sistema educativo americano, indica senza esitazione in che modo si realizza, dal suo punto di vista di educatore, la democrazia: «L'espandersi della democrazia inevitabilmente diventa un vasto movimento di sostegno della scuola pubblica. Non vi è un altro modo per produrre una società di uguali. Stato e statale, quando si parla di scuola, sono sinonimi di ciò che che è umano e solidale».
Nel 1992 tocca a Michael Walzer intervenire sul rapporto tra uguaglianza e democrazia, nel suo libro “What it means to be an American” (“Che cosa significa essere americani”, New York, 1992): «A me sembra che la nostra singolare forma di cittadinanza basata sull'uguaglianza e la nostra tradizione pluralistica abbiano un comune nemico. Entrambe sono minacciate da una radicale cultura di privatizzazione. Infatti il legame di cittadinanza non funziona quando le persone sono abbandonate al proprio destino. Funziona quando i cittadini sono legati tra loro da interessi comuni, opportunità uguali e la loro cultura è della comunità, non dei privati».
E ai nostri giorni è il premio Nobel per l'economia Joseph Stiglitz a definire il problema, (“The roaring nineties”, New York, 2003). «Nessuna innovazione della vita politica democratica è possibile se gli interessi privati dei grandi gruppi sono più importanti degli interessi della collettività, ovvero se di fronte agli interessi prevalenti di alcuni, i cittadini cessano di essere uguali». Stiglitz nota, dalla pubblicistica americana, il festoso e continuo guizzare della parola “innovazione” per dire “conservazione”, o meglio ancora, “smantellamento”. E deliberatamente la usa per mettere in guardia. Come farebbe un idraulico ammonisce di non toccare certi tubi per evitare di distruggere una rete invece di migliorarla.
Offriamo volentieri queste riflessioni, che vengono da un mondo nuovo, che ha fatto recenti esperienze di smantellamento, e in cui i più autorevoli personaggi dell'economia (da Joseph Stiglitz a Paul Krugman) chiedono di stare attenti, nella frenesia di cambiamento e nella gara di originalità, a non abbattere muri maestri. Mostrano, indicando certi aspetti della vita americana e delle sue decine di milioni di cittadini non più uguali perché senza Welfare, senza sostegni, senza istituzioni pubbliche (il problema di accedere agli ospedali per i 36 milioni di non assicurati) che abbattendo certi muri maestri restano solo calcinacci.
Ma torniamo al discorso di Rutelli e al suo festoso liquidare la socialdemocrazia. Come abbiamo detto, parla sotto la pioggia di un governo che anche lui definisce pessimo. In una cosa ha certamente ragione, e il suo ammonimento serva per tutti: non abbiamo ancora vinto.
Dopo le rivelazioni a proposito di renditions e di prigioni segrete della Cia in Europa, il Washington Post ha pubblicato il 6 dicembre il suo ultimo articolo-bomba.
Craig Whitlock racconta che, mentre le autorità italiane hanno negato fermamente di aver avuto un qulsiasi ruolo nel sequestro dell'Imam Abu Omar (Nasr), o di essere stati a conoscenza del progetto di rapimento, alcuni agenti ed ex-agenti dell'intelligence Usa, non autorizzati a discutere pubblicamente l'operazione, e quindi coperti dall'anonimato, hanno dichiarato che la Cia informò l'intelligence militare italiana con anticipo.
"Dopo che la faccenda divenne nota al pubblico" scrive Whitlock "gli agenti della Cia coinvolti nella decisione di rapire Nasr dissero ai loro superiori che l'agenzia di intelligence italiana aveva svelato il piano al primo ministro italiano Silvio Berlusconi. Tuttavia, sempre secondo le stesse fonti, nel caso dovesse sorgere una disputa tra Italia e Stati Uniti, non pare che esista una documentazione a sostegno della tesi che Berlusconi fosse a conoscenza del progetto. Parecchi ex-agenti hanno asserito che l'esistenza di una documentazione di questo tipo, su argomenti così sensibili, è molto poco probabile. 'Il prezzo dell'affare è che, se ti prendono, sei solò ha detto un ex-agente".
Scrive però il giornalista americano che "ci sono segnali di un progressivo disagio del governo Berlusconi nei confronti del procedere dell'indagine penale, condotta a Milano da un'autorità giudiziaria indipendente. Pubblici ministeri e giudici, il mese scorso, hanno firmato i documenti con cui chiedono agli Stati Uniti l'estradizione dei presunti agenti Cia, ma il ministro della Giustizia, Roberto Castelli, finora non ha dato il suo consenso ad inoltrarli, sebbene tale atto costituisca di solito una semplice formalità.
Dopo essersi incontrato con Alberto Gonzales, il suo equivalente negli Stati Uniti, Castelli ha espresso dubbi sul fatto che l'indagine fosse motivata politicamente, definendo il pubblico ministero come un "militante" di sinistra, il cui lavoro va attentamente valutato. I pubblici ministeri hanno respinto qualsiasi pregiudizio di tipo politico, e hanno dichiarato che continueranno "a lavorare nelle indagini sul terrorismo in stretto contatto con l'Fbi".
E così, tra agenti dell'intelligence, ministri, e governi risulta davvero problematico orientarsi. Il pubblico legge una serie di dichiarazioni in cui, viste le contraddizioni, c'è, evidentemente, qualcuno che mente, ma è molto difficile decidere chi. E certamente non sono d'aiuto le recentissime dichiarazioni del segretario di Stato Usa, Condoleezza Rice, attualmente in visita in Europa, che hanno contribuito a rendere sempre più perplesso sia il pubblico americano che quello europeo.
E a proposito di pubblico, l'altro giorno, il 7 dicembre, Craig Whitlock si è intrattenuto con i suoi lettori per qualche ora, rispondendo a domande sugli argomenti trattati nei suoi articoli e in quelli di Dana Priest. Il testo di domande e risposte è leggibile nel sito del Washington Post, e vale la pena di scorrerlo.
Da Louisville, per esempio, un lettore chiede a Whitlock se abbia parlato con il ministro Usa Gonzales per sapere che tipo di pressioni Gonzales abbia esercitato su Castelli. Vuol sapere anche qualcosa sulla reputazione del pm Armando Spataro, e se si può ritenere che Spataro riuscirà a resistere alle pesanti pressioni politiche da parte dei governi Usa e italiano. Il lettore si chiede anche se queste pressioni non siano contrarie alle leggi degli Stati Uniti, e se è così, perché non si apra un'indagine. Whitlock lo rassicura fornendogli ottime referenze del magistrato italiano: Spataro ha perseguito mafiosi, terroristi, e politici corrotti, e in centinaia di pagine dell'inchiesta condotta dal suo ufficio è impossibile trovare un riferimento alle idee politiche di chicchesia. Il Dipartimento di Giustizia Usa ha invece rifiutato di fornire qualsiasi delucidazione sull'incontro Gonzales/Castelli.
Da Greenville telefona un lettore per congratularsi con Whitlock per la serie di articoli sul sequestro di Abu Omar. È inviperito: i rapitori americani usavano nomi e documenti falsi e hanno pernottato in alberghi di lusso, presumibilmente a spese dei contribuenti americani. Dice anche che, ovviamente, il procuratore italiano non riceverà nessun aiuto dalle autorità americane (Dipartimento di Giustizia, Fbi, o Cia). E allora ecco il suo consiglio: se il procuratore vuol conoscere la vera identità dei rapitori, perché non prova a rivolgersi al pubblico mondiale attraverso l'Internet? Potrebbe postare tutti i dati in suo possesso: fotografie, itinerari, intercettazioni telefoniche, resoconti delle carte di credito, etc. Qualcuno che gironzola sul web, compresi gli americani, potrebbe magari riconoscere qualcuno di questi spendaccioni. Fra i contribuenti americani c'è un sacco di gente che crede nella giustizia e nei diritti civili, e che è disposta a spendere qualcosa per raddrizzare le cose.
- Perché non ha ancora postato il malloppone sul web? - chiede il lettore di Greenville - (1) Non ci aveva pensato? O (2) forse è coinvolto in qualche giochetto politico e, in realtà, i rapitori non li vuol beccare? - -Idea molto interessante - commenta Whitlock - anche se decisamente insolita. Forse la Fox potrebbe trasmettere uno show dal titolo "Italy's Most Wanted" - ma aggiunge subito: - Naturalmente si tratta di uno scherzo -. Forse perché con certi lettori di Greenville non si può mai sapere: c'è il rischio che ti prendano in parola.
Da Toronto chiama un lettore un pò più smaliziato: leggendo gli articoli del WP è rimasto colpito dall'incredibile dilettantismo con cui gli agenti della sicurezza Usa combattono la "guerra al terrore". E c'è un altro pensiero che lo colpisce: la radice del dilettantismo va ricercata nella decisione dei politici di emulare i vecchi serial tv e i film di spionaggio. Nell'articolo di Whitlock c'è quella ex-spia che dice: "Il prezzo dell'affare è che, se ti prendono, sei solo". Ma assomiglia proprio al nastro pre-registrato e autodistruggente con le istruzioni settimanali di Mr. Phelps in "Mission Impossible", che finiva immancabilmente con la frase: "in caso di vostra cattura, il Segretario negherà di essere a conoscenza di ogni vostra azione"!
Solo che, cercando di imitare i successi di Jim Phelps, gli agenti Usa finiscono con l'assomigliare piuttosto a Maxwell Smart, l'agente 86, la parodia della spia americana, il protagonista della serie televisiva degli anni '60, 'Get Smart', creato dalla fantasia di Mel Brooks. Unica, ma importante differenza, secondo il lettore di Toronto: nè Phelps nè Smart frequentavano alberghi con conti a sei zeri. E questo signore canadese qualche ragione ce l'ha. Se andate a leggervi qualche "frase famosa" fra quelle pronunciate dai protagonisti di "Get Smart", vi potete imbattere in uno scambio di battute tra Maxwell Smart e la sua assistente, l'agente 99, del seguente tenore:
AGENTE 99: Oh, Max, che terribile arma di distruzione!
SMART: Sì. Vedi: la Cina, la Russia e la Francia dovrebbero bandire tutte le armi nucleari. Dobbiamo insistere perché lo facciano.
AGENTE 99: Oh, Max, e se non lo faranno?
SMART: Allora, potremmo essere costretti a farli saltare tutti in aria. E l'unico modo per mantenere la pace nel mondo.
Non dite che non vi ricorda qualcosa: il problema sta nel fatto che non è più un film comico, ma qualcos'altro.
Qui il Bollettino dell'Osservatorio sulla legalità
NEL DIBATTITO sulla satira che da qualche giorno ha occupato quasi interamente lo spazio pubblico rimbalzando da un giornale all´altro, da una televisione all´altra e coinvolgendo i palazzi del potere politico e mediatico, c´è un difetto di analisi piuttosto grave. Si ignora cioè che il ruolo della cultura in genere e di quella satirica in particolare è quello di contrastare il Potere, svelarne gli arcani e insomma mettere a nudo il re.
In tempi di potere assoluto questo ruolo era esercitato dai giullari di corte col beneplacito del sovrano, ma poi il gioco diventò più duro e la cultura (e la satira) dette l´assalto al palazzo dell´assolutismo, politico e religioso. Non sarebbe stato possibile prima che nascesse il mercato e un´iniziale nucleo di opinione pubblica. Fu il mercato a liberare la cultura dalla prigione del mecenatismo del potere. Da quel momento nasce il ruolo autonomo degli intellettuali, degli artisti, degli scrittori satirici, dei comici, dei giornali e nasce la forza della pubblica opinione. Nasce insomma l´opposizione al Potere. Celentano direbbe oggi che la cultura e la satira sono rock e il Potere è lento; con linguaggio appena più colto si può dire che il Potere è saturnino e la cultura e la satira sono mercuriali.
Questa dicotomia moderna tra Potere e cultura ha prodotto un effetto importante. Poiché il Potere è strutturalmente conservatore e la cultura è strutturalmente innovatrice; poiché i conservatori hanno di solito anteposto l´autorità alla libertà mentre gli innovatori hanno privilegiato la seconda rispetto alla prima; poiché i conservatori conservano i privilegi della tradizione e gli innovatori si battono per l´eguaglianza delle condizioni; da questi successivi passaggi storicamente avvenuti tra il Rinascimento e l´esplosione dell´Illuminismo si è andata configurando una destra conservatrice e una sinistra liberale, poi democratica, poi socialista.
La cultura (e la satira) non sono necessariamente di sinistra ma il loro Dna è quello che le contrappone al Potere. Il quale, salvo brevi e occasionali apparizioni, si è identificato con la destra. Simmetricamente la cultura si è strutturalmente trovata a ridosso della sinistra. Questa è stata in Europa e in tutto l´Occidente la storia delle idee resa ancor più evidente dal fatto che la cultura e la satira sono state contro la sinistra in tutti quei casi in cui essa si è trasformata in totalitarismo e oppressione.
Purtroppo questa analisi storica manca a gran parte di coloro che sono intervenuti nel dibattito sulla satira. Si è lamentato che essa fosse unidirezionale, procedendo cioè a senso unico; si è invocata una satira che satireggi allo stesso tempo gli uni e gli altri, che sia equidistante o "terzista" che dir si voglia.
È curioso che anche menti coltivate non si rendano conto, quando affermano e reclamano quest´equidistanza, di dire una sciocchezza. La satira è contro il Potere o non è. Il Potere dal canto suo non può usare le stesse armi, non può satireggiare la satira, non può schierare contro Benigni un altro Benigni. Ha soltanto due strade: accettare con umiltà il dileggio o reprimerlo. Ma se lo reprime, accresce la pesantezza della sua natura saturnina ed eccita la satira schierando con essa la cultura a tutti i livelli.
È sempre stato così: il Potere da un lato, la cultura, la satira, il giornalismo dall´altro. La pretesa egemonia culturale della sinistra italiana si verificò negli anni del dopoguerra e fino agli Ottanta per il semplice fatto che la cultura si opponeva al Potere che in quegli anni era monopolizzato dalla Democrazia cristiana. E quindi la cultura si trovò ancora una volta a ridosso della sinistra politica.
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La satira ha origini illustri. Lasciamo da parte la sua preistoria, Aristofane ad Atene, Giovenale nella Roma imperiale. Agli albori della modernità troviamo i personaggi di Rabelais, la dissacrante risata di Gargantua e Pantagruel. Ma la pienezza della satira d´autore è segnata da due date. Nel 1729 a Londra Jonathan Swift pubblica il pamphlet "Modest Proposal For Preventing the Children of Poor People from Being a Burden to Their Parents or the Country and for Making Them Beneficial to the Public" (Modesta proposta per impedire che i figli dei poveri siano di peso ai loro genitori e al paese e per renderli utili al pubblico). La modesta proposta, alquanto macabra, consisteva nell´usarli come generi commestibili.
Vent´anni dopo, nel 1749, Denis Diderot scrisse l´altrettanto famosa Lettera dei ciechi. Swift col suo pamphlet raggiunse il massimo della notorietà, Diderot fu imprigionato alla Bastiglia. Tutto sommato ai fratelli Guzzanti è andata meglio. A Benigni è andata benissimo. La loro satira è graffiante e divertente. Quella di Swift e di Diderot era feroce come lo fu due secoli dopo, quella di Krauss e di Grosz. Comunque il percorso della satira è quello e non potrebbe esser altro, quali che ne siano gli esiti per gli artisti che vi si dedicano e per i potenti che ne sono i bersagli.
Aggiungo che essa è il sale della democrazia. Il guaio è quando diventa l´unica forma di opposizione perché allora vuol dire che la democrazia è già morta o moribonda.
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Il nostro dibattito pubblico di questi giorni, centrato sulla satira, sull´informazione e ovviamente sull´alternativa politica che acquista sempre maggior spessore man mano che la campagna elettorale entra nel vivo, ripropone anche una domanda ricorrente ormai da un decennio: perché il personaggio Berlusconi campeggia fino a mettere in ombra altri temi di assai maggior peso? È un sintomo di povertà di idee e di programmi? L´indice d´una faziosità estrema, sia in coloro che ne fanno il bersaglio quasi esclusivo delle loro inventive e dei loro lazzi sia in quelli che giurano su di lui come il solo, l´unico guaritore dei mali d´Italia? Non è grottesco concentrare su una persona tutto il bene o tutto il male? Non rappresenta, questa personalizzazione così radicale, il sintomo più evidente del nostro declino? Ebbene, io non credo che queste domande siano ben poste. Non credo che Berlusconi sia uno dei problemi dell´Italia di oggi. Credo invece che Berlusconi sia il problema perché riassume in sé tutti gli altri e li materializza, li rappresenta, li esprime come di più non si potrebbe.
Berlusconi concentra in sé e proietta al di fuori di sé nel dibattito pubblico una natura che fa parte della storia di questo paese e in un certo senso nella natura di ciascuno di noi.
In ciascuno di noi c´è un po´ di quello che chiamiamo berlusconismo se con questa parola si intende l´amore di sé, il bisogno di sedurre, il dilettantismo, il pressappochismo, la bugiarderia, il trasformismo, il gusto del comando per il comando, l´ebbrezza del potere, l´arroganza verso gli avversari, il disprezzo delle regole.
C´è tutto questo in ciascuno di noi e quindi nella società in cui viviamo e della quale siamo partecipi. Ma in lui questi vari connotati esistono allo stato puro, archetipico. Li impersona con assoluta naturalezza. Ne è consapevole e infatti li usa con sagacia. Il suo successo è dovuto a quei requisiti ed è infatti alla loro diffusa presenza nella società che egli fa appello da dieci anni. Con successo fino a qualche tempo fa.
Solo che ci sono molte altre cose in ciascuno di noi e nello spirito del paese. Diverse da queste. Opposte a queste. La novità di questa fase sta nel fatto che la società italiana sta rivalutando altre sue caratteristiche, un´altra parte della sua composita natura, più responsabile, meno credula, meno fiduciosa nella taumaturgia e nei miracoli, più attenta alla ragione e meno disponibile alle emozioni, meno fiduciosa nel «fai da te», più esigente di risultati. Insomma non più disposta a farsi fregare.
Può cambiare natura Silvio Berlusconi e assumerne una più consona allo spirito pubblico emerso in quest´ultima fase del berlusconismo al potere? È stata la scommessa di Follini. Perduta. È stata la scommessa di molti, moltissimi italiani sfiduciati della partitocrazia, sfiduciati di una burocrazia lentigrada e fiscale, da istituzioni inefficienti e corrotte, allevati da una cultura televisiva futilmente edonistica, abbeverati al mito del successo. La scommessa di puntare sulla carta vincente. Perduta.
In realtà l´antiberlusconismo che oggi funge da collante non ha come bersaglio una persona ma una natura che in qualche modo ci appartiene. Il boato di applausi che ha accolto lo sketch di Celentano-Benigni quando hanno cantato e mimato La coppia più bella del mondo era la manifestazione di uno stato d´animo nuovo, la speranza antica di riprendere una strada interrotta e riprenderla in buona e nuova compagnia. Se qualcuno avesse intonato Bella Ciao non avrebbe avuto la stessa risposta corale. La coppia più bella del mondo siamo tutti noi quando ci togliamo il fango dalle scarpe e dai panni e andiamo avanti la mano nella mano con umiltà, tenacia, generosità e fiducia in noi stessi e nell´altro. Negli altri.
Noi non ce l´abbiamo con Silvio Berlusconi ma con il berlusconismo. Quello sì, è il problema e toglierlo di mezzo realizza almeno due terzi di un programma politico. Concludo con una battuta celebre di Petrolini, diretta a uno spettatore che dalla galleria del teatro lo fischiava. Il grande comico s´interruppe, ci fu una pausa. Poi nel silenzio generale disse: «Io nun ce l´ho co te ma co quello che te stà vicino e nun te butta de sotto».
Produrre e riprodurre l’essere umano, quale entità biologica, sociale e culturale, comporta molti tipi di costi. Vi sono i costi necessari per ridurre gli aggravi della malattia, degli incidenti sul lavoro, della vecchiaia vissuta in solitudine. I costi per far fronte alla disoccupazione involontaria, alle traversie familiari, a improvvise crisi economiche e sociali. Ma anche i costi per poter godere di un tempo libero non solo marginale, e di poter scegliere liberamente se e quanto studiare, nonché il tipo di professione che si preferisce, indipendentemente dalle limitazioni dovute al fatto di esser nati in un determinato strato sociale.
Lo stato sociale (stato del benessere, welfare state) può quindi essere definito come lo stato che si assume la responsabilità di coprire nella maggior misura possibile, per il maggior numero di persone possibile, i suddetti costi di riproduzione e riproduzione dell’essere umano. Chiedendo a ciascuno, beninteso, un congruo contributo. E ponendo speciale attenzione ai costi che non è nemmeno pensabile di poter coprire mediante comportamenti individuali virtuosi, poiché essi superano qualsiasi possibilità di risparmio o di spesa o di acquisizione di informazioni disponibili alla persona.
Un giovane non può scegliere la professione che più gradirebbe se fa parte di una famiglia povera, che ha un estremo bisogno di mandarlo a lavorare al più presto per integrare il proprio reddito. Una lavoratrice che per molti anni guadagna in media sei, settecento euro al mese, perché non riesce a trovare un’occupazione stabile, non è nella condizione di investire il 30 per cento di quel salario per farsi una pensione integrativa.
Una famiglia, anche se di classe media, che perda di colpo il maggior produttore di reddito, si tratti del padre o della madre, avrà serie difficoltà a sostenere il costo degli studi dei figli.
Così inteso, lo stato sociale è stata una grande conquista civile della seconda metà del XX secolo, anche se le sue radici son partite nell’Ottocento. Conquista ottenuta in gran parte con le lotte dei sindacati e l’azione dei governi socialdemocratici, laburisti, di centrosinistra dell’epoca. Ma anche con il contributo non irrilevante di forze politiche conservatrici.
Colui che si può definire l’inventore del moderno stato sociale, William Henry Beveridge, lui stesso un moderato, pubblicò il suo primo rapporto - Social Insurance and Allied Services - in piena guerra, nel 1942, su richiesta del governo conservatore di Winston Churchill, che poi ne adottò appieno i suggerimenti. In un secondo rapporto, del 1944 (ne ha parlato Lucio Villari su Republica) proponeva un piano per favorire l’occupazione e una più equa distribuzione del reddito.
Né Beveridge né Churchill erano mossi solamente da intenti umanitari. Intendevano contrastare l’influenza ideologica e politica dell’Urss, che essi prevedevano si sarebbe estesa in Europa dopo la guerra, come in effetti avvenne. Ciò significa che nelle fondamenta dello stato sociale quale abbiamo conosciuto, non c’è stata soltanto una ispirazione "comunista", come oggi qualcuno direbbe, ma anche una discreta dose di timore che le idee della sinistra avessero presa sulle masse lavoratrici.
Oggi lo stato sociale appare in difficoltà per ragioni al tempo stesso ideologiche e materiali. Tra le prime va collocata la vittoriosa offensiva in Europa e nel mondo dell’ideologia neo-liberale, più recentemente neo-cons, il cui nucleo costitutivo è l’idea che ciascuno deve far fronte validamente, con le proprie sole forze, alle vicende della vita. Se non ci riesce, tanto peggio per lui o per lei: finirà nella vasta schiera dei perdenti, ai quali i vincitori, certi di aver meritato la propria vittoria quanto i primi hanno meritato la sconfitta, destineranno compassionevolmente qualche modesto sussidio.
In questa prospettiva spietata, lo stato sociale viene naturalmente presentato come un costoso aiuto prestato a individui che di fatto non ne avrebbero diritto.
I fattori materiali della crisi dello stato sociale vanno visti anzitutto nell’aumento dei costi di produzione e riproduzione - biologica, sociale e culturale - dell’essere umano al livello di civiltà che abbiamo raggiunto. Far studiare i figli per vent’anni, dalla materna all’università, costa molto di più che non metterli al lavoro appena finita la scuola dell’obbligo. I progressi della medicina e della chirurgia continuano a migliorare la durata e la qualità della nostra vita, ma richiedono infrastrutture e tecnologie sempre più costose.
Le persone non muoiono opportunamente poco dopo essere andate in pensione, come accadeva quando Bismarck - altro antenato di destra dello stato sociale - introdusse uno dei primi sistemi previdenziali obbligatori. Vivono in media circa vent’anni dopo il collocamento a riposo, e le casse degli enti pensionistici ne soffrono. Anche se non affatto nella misura che i neo-conservatori sono usi denunciare, al fine di forzare riforme delle pensioni di fatto ben poco attinenti ai problemi reali del sistema previdenziale, com’è appena avvenuto in Italia.
Un altro fattore che pesa sulla struttura tradizionale dello stato sociale è la diffusione del lavoro discontinuo, flessibile, precario, che si osserva nel nostro come in altri paesi. Da ciò nasce una preoccupante forbice: i bisogni di protezione e di tutele di vario ordine che lo stato sociale ha per vocazione di assicurare aumentano, mentre diminuiscono i contributi che i lavoratori versano per alimentare il suo bilancio.
Questi diversi fattori portano a dire che la copertura dei costi dell’uomo assicurata dallo stato sociale va oggi cercata anche per altre vie. Se, ad esempio, il reddito da lavoro è discontinuo, e quindi minore, per un numero crescente di persone, bisognerà trovare nuovi modi per integrare il finanziamento dei costi della sanità, della maternità, della previdenza, del sostegno economico da erogare alle persone nei periodi di non lavoro.
Quel che occorre in ogni caso difendere è la concezione stessa alla base dello stato sociale: i costi dell’essere umano sono così elevati, così imprevedibili per ogni persona, così negativi per le famiglie e per la società quando non si riesce a coprirli, da richiedere che la responsabilità di sopportarli sia assunta dalla collettività, ovvero dallo stato, come uno degli scopi più alti della politica, anziché essere accollata senza remore né mediazioni al singolo individuo.
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LA DISCUSSIONE sul "centro" diventò uno dei temi favoriti del chiacchiericcio italico fin dal 2001, quando Berlusconi batté il centrosinistra guidato da Francesco Rutelli. Nel 2003, con le prime sonore sconfitte amministrative subite dalla Casa delle libertà la chiacchiera salottiera si trasformò in polemica politica. Ma dopo la schiacciante vittoria dell’Ulivo nelle regionali del 2004 il tema del centro e della sua possibile resurrezione ha ispirato la condotta di una parte non trascurabile della classe politica e di quella economica, ha suscitato l’attenzione quasi maniacale di alcuni giornali e di quasi tutti i dibattiti televisivi e ha ottenuto il convinto appoggio dell’Udc di Casini e Follini che ne ha fatto motivo di scontro all’interno del centrodestra. Scontro arrivato a un tale livello di intensità da compromettere l’esistenza stessa della coalizione.
Negli ultimi giorni l’intensità si è indebolita, come del resto è sempre avvenuto tra alleati litigiosi ma legati da convenienze elettorali imprescindibili. Ma sotto quella cenere il fuoco non è affatto spento e le sue propaggini lambiscono anche il sottobosco dell’Ulivo, materia infiammabile per eccellenza come ben sanno i piromani delle nostre estati.
Insomma la rinascita del centrismo tiene banco all’interno del gracile establishment italiano, suscita entusiasmi di vecchi arnesi e di giovani leve e contrapposti anatemi.
Vedere gli uni e gli altri all’opera può essere un test valido sulla vanità, l’ipocrisia e la pigrizia mentale che affliggono la nostra classe dirigente, compresa in essa gran parte dei "petits maîtres" che affollano le tribune giornalistiche e televisive producendo mirabili confusionismi lessicali, scambiando i moderati con i liberali, i liberali con i riformisti o, a scelta, con i conservatori, questi ultimi con i nazionalisti, giocando a palla con queste parole diventate intercambiabili e raccolte tutte nel taumaturgico contenitore del centrismo. Insomma, un chiassoso circo equestre di scadente qualità.
«A mio parere vanno tenuti distinti gli elettori di centro dai partiti di centro: i primi sono preziosi, i secondi dannosi. Gli elettori di centro sono preziosi perché meno ideologici e più orientati ai risultati di quanto non lo siano i loro concittadini di destra e di sinistra; hanno una mobilità di voto che vivacizza la competizione tra i due schieramenti e rafforza il controllo dell’opposizione sulla maggioranza. I partiti di centro invece sono dannosi perché quando assumono consistenza diventano inamovibili e depotenziano la competizione politica a sfavore del buongoverno».
Questa lucida diagnosi l’ha scritta venerdì scorso Franco Bruni sulla Stampa. Descrive perfettamente quanto è accaduto per quarant’anni con la Democrazia cristiana e con le sue alleanze a geometria variabile ma sempre attorcigliate attorno al centro. Naturalmente la Dc operò in un comodo stato di necessità determinato dalla guerra fredda e dalla indisponibilità democratica del Pci.
Oggi le condizioni sono molto diverse ma la tentazione di dar vita a partiti di centro permane. La tentazione si fa sentire con molta forza nell’Udc, in settori di Forza Italia, nell’Udeur di Mastella, nella Margherita di Rutelli. Ma si fa sentire soprattutto nella "business community".
Gli affari sono affari e viaggiano sulla lunghezza d’onda dell’etica degli affari: produrre ricchezza, trattenerne la parte maggiore per finanziare l’impresa e remunerare il capitale, pagare le imposte nella misura minima possibile, indurre lo Stato e la classe politica a impregnarsi della cultura imprenditoriale, la sola che possa promuovere lo sviluppo del paese e il benessere di tutti gli strati sociali.
Questa, grosso modo, è l’etica degli affari, anzi del capitalismo nelle sue forme migliori. Prevede regole e sanzioni per chi non le rispetta, purché appunto le regole riflettano la cultura dell’impresa. Naturalmente ci sono anche imprenditori che se ne infischiano delle eventuali regole e fanno di tutto per eluderle. Sono parecchi, ma per convenzione sono considerati "mele marce" che non dovrebbero inquinare le mele buone.
Quanto sia valido questo assioma in un paese dove il capo del governo e della maggioranza è una mela col verme in corpo, è un’anomalia che ha creato e continua a creare non pochi problemi.
Così stando le cose, risulta evidente che il luogo preferito dai capitalisti "buoni" (ma anche da quelli "cattivi") è il centro poiché dal centro ci si può più agevolmente muovere verso i due schieramenti maggiori «secondo i risultati», come ha scritto il professor Franco Bruni sopra citato. Ma il professor Bruni converrà che non tutti i ceti sociali ragionano sulla base della cultura d’impresa. Non esiste infatti soltanto quella in un paese maturo e complesso.
Esiste per esempio la cultura della solidarietà sociale, la cultura ecologica, la cultura dell’eguaglianza delle posizioni di partenza, la cultura della felicità. E non è affatto detto che i risultati in base ai quali queste varie culture giudicano le azioni di un governo siano gli stessi. Anzi non lo sono affatto.
Sicché può accadere (accade sempre più spesso) che mentre quei famosi risultati sono soddisfacenti per i moderati di centro dediti alla cultura d’impresa, siano invece considerati insufficienti o addirittura pessimi da chi è sensibile alla cultura ecologica o a quella solidaristica o all’occupazione eccetera eccetera. Come si forma in tali condizioni una maggioranza in grado di governare?
Tutto ciò per dire che in una società complessa non è solo il centro a decidere, ma una quantità di altri ceti, valori, risultati che vanno tenuti insieme da finalità e anche idealità che trovino tra di loro un comune denominatore. La democrazia è appunto questo e spetta alla politica, alla buona politica riuscire a tenere insieme queste diversità non con i teoremi delle scuole studiati a tavolino bensì con sentimenti, passioni, esperienza del vissuto e speranze per l’avvenire.
* * *
Credo che i centristi "full time" dell’Udc siano perfettamente consapevoli delle riflessioni fin qui svolte e credo lo siano anche i centristi di sinistra. Se perseverano nel loro programma di reviviscenza del centro le motivazioni sono dunque altre. Quali?
Per quanto riguarda Casini-Follini i motivi che li spingono mi sembrano abbastanza evidenti. Vedono una probabile sconfitta della Casa delle libertà. Temono (con ragione) di esser proprio loro il partito più a rischio di un esodo rilevante di elettori moderati in fuga verso l’opposta sponda e ancora di più verso l’astensione.
Il loro problema è dunque di trattenerli e anche di spostare voti all’interno del centrodestra, da Forza Italia e da An sulle liste dell’Udc. In altre parole lottano per la sopravvivenza: trattenere gli elettori in fuga, reclutarne altri dai partiti alleati. Per ottenere questi (legittimi) risultati debbono forzare al massimo il dissenso rispetto alla leadership berlusconiana senza però rompere un’alleanza che è la sola tavola di salvezza di cui al momento dispongono. Poi, ad elezioni avvenute e comunque vadano, tutto sarà diverso.
Per quanto riguarda i centristi della sinistra il problema è diverso: vogliono raggiungere i Ds in quantità di consensi. Per questo tengono alta la tensione con quel partito utilizzando anche l’argomento della questione morale sorta a proposito del "risiko" bancario.
Se l’obiettivo sarà raggiunto, saranno in grado di negoziare da posizioni di forza la composizione del governo e la sua politica valendosi anche della probabile disponibilità dell’Udc a convergere su temi specifici e importanti.
Se poi le elezioni si concludessero con un sostanziale pareggio, avrebbero buone carte per puntare su una "grossa coalizione" non impossibile dopo la liquidazione di Berlusconi. Si tratta di un progetto realizzabile? Diciamo che si tratta di un progetto non impossibile. Ma è chiaro che, per la governabilità del paese, quel progetto si accompagna ad un lungo periodo di tensioni non propriamente idonee a farci uscire da uno stallo politico ed economico che dura da troppo tempo.
La soluzione migliore, in tempi agitati come questi, sta invece in una vittoria netta di una delle due coalizioni e, all’interno di essa, nel rafforzamento altrettanto netto del partito che funge da pilastro centrale. Non sto dichiarando preferenze per questo o quello, ma semplicemente esponendo le condizioni logiche di efficienza auspicabili per far uscire l’Italia dalla palude nella quale si trova.
Post scriptum. Debbo una breve risposta alla lettera che lunedì scorso Piero Fassino ha inviato al nostro giornale a proposito del mio articolo dedicato al tema delle Opa bancarie e in particolare al suo atteggiamento nei confronti dell’Unipol e dell’iniziativa presa da quella società nei confronti della Banca Nazionale del Lavoro.
Avevo posto al segretario dei Ds due specifiche domande: quale era stato il contenuto delle sue conversazioni telefoniche intercettate dalla Procura di Milano con Giovanni Consorte (Unipol); quale sarebbe stato il suo comportamento verso Consorte se l’ipotesi di una sua comune strategia con la Popolare Italiana (Fiorani) e gli speculatori Ricucci, Gnutti e compagni, fosse stata dimostrata. Ovviamente, nel porre tale domanda, avevo anche precisato che per quanto so di lui l’onestà di Fassino era comunque fuori discussione. I lettori ricorderanno forse le sue risposte che comunque riepilogo. Sul primo punto Fassino ha precisato di avere avuto con Consorte una sola telefonata nella quale si è informato sull’andamento dell’Opa. Ha anche detto di aver ricevuto telefonate dal presidente della Bnl, Abete, e da uno degli azionisti in contrasto con l’Unipol (Della Valle) che volevano anch’essi prospettargli le loro valutazioni.
Il segretario d’un partito importante può e anzi deve – dice Fassino – essere al corrente nelle grandi linee delle iniziative economiche che hanno un peso sull’economia del paese. Ha ancora precisato di non avere avuto alcun contatto né telefonico né d’altro tipo con il governatore della Banca d’Italia o con banchieri e operatori comunque interessati a queste vicende.
Sul secondo punto il segretario Ds ha ricordato i rapporti storici della sinistra con il movimento cooperativo aggiungendo di ritenere che il rafforzamento dell’Unipol nel rispetto delle regole vigenti sarebbe da lui considerato un fatto positivo. Ha tuttavia aggiunto che qualora un’unica strategia scalatoria fosse stata costruita da Consorte-Fiorani-Ricucci e compagni per opporsi con mezzi non leciti all’ingresso di banche europee in Italia e – peggio – per assaltare un importante giornale italiano, allora il suo atteggiamento verso Unipol non avrebbe potuto non tener conto di questi fatti.
Personalmente trovo del tutto soddisfacenti queste risposte mentre continuo a ritenere che i politici debbano astenersi da qualunque contatto con operatori durante una competizione in corso.
Reputo anche che l’insistenza sul tema Unipol da parte di altre voci interessate a impedire che quella società possa realizzare la sua iniziativa nel pieno rispetto delle regole sia pienamente legittima se adottata dalla parte in causa (Banca di Bilbao) e viceversa nasconda intenti di altro tipo se adottata da terzi in mancanza di fatti nuovi.
Unipol ha presentato da pochi giorni il suo prospetto alla Consob, alla Banca d’Italia, all’Isvap e all’Antitrust. Dalle analisi di queste quattro istituzioni conosceremo se l’operazione è validamente assistita da risorse e da motivazioni. Poi ogni osservatore potrà interloquire non più sul piano della questione morale ma su quello della valutazione economica.
MILANO — «Il tenore di molte delle conversazioni intercettate — riassume il giudice Clementina Forleo — evidenzia che i rapporti tra gli indagati e altri personaggi» dell'inchiesta, «lungi dall'incanalarsi in fisiologici rapporti istituzionali o in rapporti meramente amicali, che legittimamente avrebbero potuto snodarsi parallelamente ai primi, appaiono contrassegnati da illegittime pressioni da un lato e da illeciti favoritismi dall'altro, in totale spregio delle regole». Eccone alcuni squarci, tratti dalla trama (finte cessioni di quote orchestrate a tavolino con la conoscenza in apparenza di Bankitalia, una frenetica ricerca di telefoni «puliti», l'operato della Consob sottoposto a minaccia in conversazioni tra un controllato da Consob e chi era un controllore come Bankitalia) disegnata dal centinaio di pagine dei provvedimenti firmati ieri dal gip Forleo.
Nel mirino Cardia e i controlli della Consob. E la moglie del Governatore rassicura Fiorani Sono le 21.40 del 27 giugno, e Cristina Rosati assicura a Fiorani di aver raccomandato al marito Antonio Fazio di richiamarlo:
Rosati: «Ma chiama subito (sottinteso: ho detto a mio marito, ndr), va', perché tu, dico, mica mi puoi trattare così Giampiero, eh».
Fiorani: «Poverino tuo marito, fa le cose che devono fare... veramente non se ne può più, anche oggi una giornata ancora bruttissima Cristina... ma no, perché questi maledetti (scusa il termine) della Consob mi han fatto ancora l'ennesimo ricatto, che abbiam forse rimosso e abbiamo spostato, però... Con Cardia che personalmente dice "ma ci sto ripensando", dopo che tutti i suoi collaboratori avevano approvato per intero il nostro progetto (...) È come ammazzarti col piede e poi schiacciarti, allora io mi sono arrabbiato e ho detto: benissimo, allora chiamate il mio avvocato, facciamo una letteraccia pesantissima, contro Cardia, mettiamogli paura anche noi a questo punto e vediamo di passare anche noi all'attacco perché sono veramente stufo stufo stufo, guarda veramente stufo... però improvvisamente loro davanti a questa minaccia allora alle sei mi tira fuori... ma allora forse la causa l'ha rimossa, forse va bene... insomma vigliaccate, Cristina, vigliaccate».
«Ora non sbagliamo»
A questo punto del colloquio, la moglie passa il telefono a Fazio, che rassicura Fiorani indicandogli il riequilibrio dei coefficienti patrimoniali (perseguito dalla Bpi attraverso quelle che la Procura ritiene finte cessioni di quote come alla Earchimede di Gnutti) come la mossa che potrebbe «risolvere tutto» ai fini del via libera di Bankitalia.
Fazio: «Guarda che stavo a scherzare quando ho detto che son venuto in ufficio per te».
Fiorani: «No, scusami no, ma Tonino mi spiace, anzi mi spiace da matti perché per colpa mia... sai questi ulteriori disagi!».
Fazio: «Ma che colpa tua, vabbè... va benissimo quello (incomprensibile)».
Fiorani: «Stavo raccontando che sono cose incredibili che hanno dell'inverosimile, cioè non è un Paese questo dove si può... non si può Tonino».
Fazio: (incomprensibile).
Fiorani: «No, pazienza, certo certo, hai ragione e faremo l'impossibile per dare una risposta ferma... però ti par giusto che davanti a una nostra risposta minacciosa improvvisamente lui (Cardia, ndr) è tornato sui suoi passi oggi e allora dice che il nostro prospetto va bene così... ma non può, non può un Paese così andare avanti a lavorare per minacce e basta, non si costruisce niente».
Fazio: «(incomprensibile) non bisogna sbagliare nessuna mossa adesso».
Fiorani: «No, infatti, guai... ma domani è importante (...) Ma non è programmato però di sentirlo Cardia, no, non pensavi di sentirlo?».
Fazio: «No, no, ma però ci penso io».
Fiorani: «Non è il caso...».
Fazio: «Tu vai avanti con quella cosa che...».
Fiorani: «Ok, domani facciamo anche quella, vedrai Tonino».
Fazio: «Ci son dei numeri molto buoni, insomma, ecco».
Fiorani: «E lo so, lo so, infatti».
Fazio: «Adesso non mi dire quello che... insomma bisogna andare avanti, ecco, va bene adesso, eh va bene?».
Fiorani: «Chiarissimo chiarissimo, grazie ancora».
Fazio: «Quello poi risolve... quello poi risolve tutto, va bene?».
Fiorani: «Ma è chiaro, siamo arrivati fino a qua, figurati, domani facciamo».
Fazio: «Va bene, appunto, se ci fosse quello va bene».
Fiorani: «E certo, grazie Tonino».
Fazio: «Stai tranquillo, ciao».
«Facciamo l'ambaradan»
A ruota, alle 21.50, Fiorani chiama Ricucci e gli dice che «su un passaggio bisogna riflettere», in quanto «fatti bene i conti, andiamo a beccarci uno sforamento dei coefficienti patrimoniali»: quindi è necessario fare tutto «l'ambaradan» dopo il 30 giugno. Ma Ricucci ha un problema: è la Deutsche Bank, dice, che sarebbe rigida nell'apporre sugli atti dell'operazione la stessa data in cui essa viene posta in essere.
A rassicurare Fiorani, angosciato dal fatto che Fazio non gli abbia ancora dato l'agognata autorizzazione di Bankitalia, una sera è la stessa moglie del governatore. Fiorani, intercettato, viene chiamato da un tale Gigi che dispone di un'utenza di cellulare che il provvedimento giudiziario di ieri indica essere «risultata intestata al Senato della Repubblica».
Rosati: «Oh che non mi vuoi più bene».
Fiorani: «No, no».
Rosati: «Sono gelosa... sono gelosa».
Fiorani: «Tu adesso mi vieni a dire...».
Rosati: «Senti, tu adesso mi devi fare una promessa».
Fiorani: «Sì».
Rosati: «Devi, fino a domani, devi stare zitto, non parlà con nessuno. Sei in una botte di ferro, stai tran-quil-lo»».
Fiorani: «Vedrai che non sarà così. Io non ho sbagliato, Cristina, non ho mai sbagliato».
Rosati: «Manco io ho sbagliato, manco io ho sbagliato, e lo sai bene».
Fiorani: «Stavolta abbiamo purtroppo un presentimento diverso mio e tuo... però di presentimenti, guarda».
Rosati: «Appunto, appunto, appunto Giampi, sì».
Fiorani: «Vedrai».
Rosati: «Guarda, qui non è solo, guarda è la reputazione di mio marito, di 40 anni di vita».
Fiorani: «Ma lo fanno fuori, Cristina, lo fanno, c'è qualcuno che vuole farlo fuori, Cristina...».
Rosati: «Ma lo so (...) Stai tranquillo, stavolta guardo io, e tu lo sai, figurati, ho provato».
Fiorani: «Lo so,lo so».
Rosati: «Davvero tutti i passi. Guarda io l'altra sera mi sono vista veramente persa, e lo sai, mi sono mossa tempestivamente».
Fiorani: «Poi hai scoperto che non c'era motivazione (...) Quello che è successo te lo dirà Gigi, è una cosa incredibile, cioè c'erano delle incomprensioni da parte della struttura... non solo, non ricevevano più i miei... Ho dovuto, ho dovuto forzare la mano io con tuo marito e Diego (incomprensibile) A questo punto, Cristina, comunque pazienza, dai».
Rosati: «No, no, no no, non ti voglio sentì parlare così... non stare arrabbiato... Io che fai, mi butto dal balcone domani?».
Fiorani: «No, no, ma perché tuo marito è talmente buono, tuo marito è talmente buono, è talmente, è talmente... sì».
Rosati: «No, no, ascolta, Titanic mica l'hanno fatto già due volte... non si buttano 40 anni dalla finestra. Ma guarda, io, io sono notti che non dormo neanch'io, ma non, io stasera guarda, chiamala pazzia, chiamala cosa, io stasera sono molto tranquilla, molto molto... quindi ci risentiamo caso mai più tardi, tu c'hai quel numero che ti ho dato...».
«Tu sei l'aquilone devi volare alto»
Che cosa rappresenti la moglie di Fazio per Fiorani, lo esterna lo stesso banchiere lodigiano in una intercettazione così sunteggiata dal brogliaccio degli inquirenti: «Fiorani le dice di essere il loro aquilone e di volare alto... Fiorani dice che loro possono tirare le fila, ma l'aquilone che deve volare lontano è lei».
Meno poetica, e tutta da comprendere prima di trarne arbitrarie conclusioni, è quello che Fiorani dice alla moglie di Fazio il 18 luglio.
Fiorani: «Poi domani ti porterò il documento, il primo documento di versamento che t'ho fatto da... mmh, da noi e poi da anche altri che saranno fatti, su quel conto corrente di conto terzi, ricordi...».
Rosati: «Eh, poi questo ne parliamo perché... coso sì, va benissimo».
È persino umoristico quanto la moglie di Fazio e Fiorani si preoccupino di essere sotto controllo e poi finiscano per esserlo lo stesso. Il 14 luglio alle ore 11.30, riassume un brogliaccio, la moglie di Fazio «chiama il Governatore che le comunica di aver intrattenuto una lunga telefonata con Fiorani, il quale è molto contento, ma la donna comunica che non passa più da loro perché ha paura, aggiungendo che la sera prima anche Gigi Grillo era preoccupato». Grillo è un senatore di Forza Italia, sostenitore di Fazio. «Va segnalato — aggiungono gli inquirenti — che il Governatore comunica alla moglie di aver appreso che erano state disposte delle intercettazioni e che in particolare Fiorani era "sotto controllo". La moglie appare meravigliata dal momento che "quella persona", in contatto con "l'onorevole... amico di Grillo", aveva riferito "cose completamente diverse"».
Una novità di rilievo, per il cuore delle indagini, arriva dalle deposizioni di due dei consulenti esterni con i quali Fazio e il suo capo della Vigilanza, Francesco Frasca, aggirarono il no all'autorizzazione a Fiorani che gli ispettori di Bankitalia Castaldi e Clementi non avevano accettato di modificare. Se infatti il professor Merusi si è «appellato al segreto professionale», il professor Ferro Luzzi il 14 luglio ai pm «ammetteva di non aver mai letto l'atto della Consob e di non conoscere altri particolari della vicenda che invece avrebbero dovuto essergli comunicati, avendo a suo dire la Banca d'Italia abusato delle sue prestazioni professionali, per le quali non ha chiesto né ricevuto compenso».
Quando l'1 luglio «Fiorani chiama a un telefono dell'Unipol un tale Gianni, costui chiede al banchiere di dire "ai tre amici" che dovranno vendere all'Unipol al prezzo dell'Opa, "per poter rompere il fronte"». Il 2 luglio Fiorani sempre a Gianni (Giovanni Consorte?) «parla della riunione con Ricucci, Coppola e Gnutti, e riferisce di aver fatto presente che è lui, il Gianni, l'"allenatore", e che quindi loro devono adeguarsi. Con Ricucci "ci vuole pazienza"».
«Pronti col bazooka»
Il 28 giugno, nel seguito della telefonata delle 11.14, Fiorani e Gnutti tornano sul loro incubo Consob.
Fiorani: «Speriamo oggi pomeriggio la Consob... noi siamo pronti con i bazooka, con i bazooka siamo pronti, eh, non vogliamo sorprese, per cui qualunque sorpresa ci fosse noi siam pronti a partire, perché loro non possono permettersi di impedire che un'offerta vada sul mercato, noi partiamo con la diffida formale che abbiamo già steso... E quindi Cardia non può pensare di sognarsi le cose e poi... ma è solo lui il problema... solamente lui per logiche interne e... di qualunque tipo se non l'ha capiti oppure per altre cose, non possiamo scherzare con il fuoco».
Gnutti: «Cazzo, fare una telefonata invece... ai massimi livelli e dire che "oh guarda che oggi..."?» Fiorani: «Ah ma c'ho pensato anche a quello... ormai guarda che siccome la chiamata lui l'ha già ricevuta, io ho l'impressione che gli uomini lavorano nel migliore delle ipotesi per paura... allora bisogna partire noi con le minacce».
Gnutti: «Noi lo facciamo di quarantotto».
Ancora il 28 giugno, ma alle 13.11, Fiorani racconta a un suo manager il discorso che dice di aver fatto a un soggetto vicino al presidente della Consob Cardia, propedeutico alla riunione pomeridiana.
Fiorani: «Gli ho detto testualmente: guardi, professore, io mi auguro che tutto quanto funzioni bene oggi, mi raccomando a lei, mi raccomando al Presidente, lo dice al Presidente, non facciamo che si alzi un ulteriore livello di conflitto che ne abbiamo già abbastanza, ma se così sarà noi dovremo farlo ahimè... Ho detto: dipende da te e dalla persona a cui vai a riferire a mezzogiorno... che sia molto chiaro il messaggio!».
Ibambini di Baghdad usati dai marines come scudi e ammazzati dai kamikaze come mosche ci guardano e ci interrogano e chiedono conto delle loro esistenze interrotte. Ci guardano e ci interrogano e ci chiedono conto le vittime di Londra e di New York, di Madrid e di Baghdad, di Gerusalemme e di Bali, di Beslan e di Kabul e di tutte le altre stazioni del girone infernale della guerra permanente globale. Definirla scontro di civiltà, dopo l'11 settembre, fu la trovata truffaldina di chi aveva bisogno di rassicurazioni: il Male sono loro, il Bene siamo noi; confini certi e identità certificate ci dividono; la logica amico-nemico riuscirà ancora una volta a fare ordine sulla superficie geopolitica del pianeta. Diagnosi sbagliata, e conseguente strategia ottusa, tanto crudele quanto inefficace. L'11 settembre non era l'inizio dello scontro di civiltà, ma della guerra civile globale. In cui i confini sono saltati e le identità sono mescolate, l'attacco viene da dentro perché nel mondo globale non c'è più un fuori, l'altro ci assomiglia perché è già passato attraverso l'occidentalizzazione, le vittime sono quelle che capita, ordinary people di metropoli multiculturali e cosmopolite. Si vedeva già dalla forma hollywoodiana dell'attentato alle torri gemelle. Adesso che dei kamikaze londinesi è nota la provenienza e la cittadinanza, si vede meglio. La vocazione suicida-omicida può germogliare nei sobborghi di Londra, fra immigrati di terza generazione nati britannici e di educazione britannica: la democrazia e l'Occidente non li avevano convinti, figurarsi la loro esportazione armata. I martiri sono fra noi. Non ci sono alieni e non c'è la guerra dei mondi, ma la guerra di un mondo.
Alla guerra civile globale, gli Stati uniti hanno risposto con la strategia nazionale e revanchista di una potenza ferita e arrogante, che stendeva la bandiera come un velo d'ignoranza sopra gli strappi del diritto internazionale e della Costituzione. L'Europa, s'è detto in questi anni con ottimismo, non l'avrebbe fatto; l'Unione europea, anzi, doveva nascere contro quegli strappi, a difesa della civiltà giuridica, del diritto e dei diritti. Oggi che anche l'Europa ha paura, quel programma non si deve infrangere. Non può essere la sospensione di Schengen la risposta al kamikaze di Leeds, né l'introduzione dei dati biometrici per i visti, né la raccolta delle telefonate e delle e-mail; e inquieta che a deciderle o a invocarle sia quella stessa Francia che ha detto no all'Unione e sì, con la legge contro il velo, alla laicizzazione forzata delle ragazze islamiche. Tre segni di una illusione nazionalista che evidentemente può convivere con l'opposizione alla guerra americana all'Iraq.
La paura si aggira per l'Europa come un novello spettro. Gli spettri non vanno rimossi, vanno guardati - altrimenti si vendicano. Dopo Londra e dopo Madrid aver paura di salire su un autobus è umano. Disumano sarebbe, com'è stato dall'altra parte dell'oceano, gonfiare i muscoli e ripristinare i confini per anestetizzare l'ansia e bloccare la ricerca. Il tempo della guerra civile globale è il tempo di una fragilità senza scampo, che unifica l'umanità dei primi della terra a quella degli ultimi. Nella culla europea della politica moderna basata sulla forza, passa solo per la coscienza di questa fragilità interdipendente la possibilità della politica a venire.
Il trucco principale del fronte teo-con che il 12 giugno si astiene o vota no consiste nell'aggiungere di tutto e di più alla già intricata materia referendaria. A sentire i suoi esponenti stiamo per votare non su una legge, la sua forma e la sua efficacia, ma: sullo statuto ontologico dell'embrione, sull'invasione delle pecore Dolly, sull'eugenetica, sull'intero catalogo della ricerca scientifica da qui al Tremila e chi più ne ha più ne metta. Va reso merito a Chiara Lalli di aver seguito, nel suo Libertà procreativa (Liguori, prefazione di John Harris, pp. 210, 14 euro), il metodo precisamente inverso: non aggiunge, toglie; non sporca il tema, lo pulisce. Sulla base di un impianto liberale che aiuta a riportare la posta in gioco referendaria ai suoi termini essenziali, anche se qualche volta semplifica troppo i dilemmi, tralasciando le dimensioni dell'immaginario e del simbolico inevitabilmente evocate dallo scenario biotecnologico, ed evitando di misurarsi con l'asimmetria della differenza sessuale che nella procreazione (e non solo nella procreazione) complica i giochi dell'individuo liberale. Due presupposti sostengono tutto il ragionamento. Primo, la libertà procreativa (ovvero la possibilità di scegliere se, quando e quanti figli mettere al mondo) è un bene inviolabile in quanto è espressione della libertà individuale; ed è una libertà negativa, cioè non tollera ingerenze né da parte di terzi né da parte dello Stato. Secondo, essendo la libertà procreativa ampiamente ammessa nella procreazione naturale, per limitarla nella procreazione artificiale sarebbero necessari argomenti validi, che la legge 40 non offre. Non c'è nessun argomento valido a sostegno della patente discriminazione che esclude le single dall'accesso alle Tra; né a sostegno del divieto per tutti, single e coppie, di accedere alla fecondazione eterologa. La controprova è semplice. In natura, si concepisce sotto le più disparate forme di relazione interpersonale e sociale: fra marito e moglie, fra amanti, fra un uomo sposato e un'amante e fra una donna sposata e un amante, fra una lesbica e un eterosessuale e un gay, fra una single e un partner occasionale; si danno casi di coppie sterili i cui singoli componenti si rivelano fecondi quando si accoppiano con un altro o un'altra partner, e in tal modo procreano; si danno casi di donne che non possono sostenere una gravidanza e mettono al mondo un figlio «prendendo a prestito» l'utero di un'altra in un patto d'amicizia. Nello scenario tecnologico così com'è normato dalla legge 40, per uomini, donne e coppie sterili queste possibilità si restringono enormemente: per usufruire delle Tra bisogna essere un uomo e una donna eterosessuali, sposati o conviventi e fedelissimi; onmosessuali, single, amanti, donatori e donatrici escono di scena. La legge 40, insomma, vieta di fare in laboratorio ciò che in natura è consentito.
Com'è possibile che si sia arrivato a questo? E com'è possibile che tutt'ora, nel dibattito referendario, si alluda invece continuamente al «disordine» che le tecnologie introdurrebbero in un «ordinato» mondo della natura? E' possibile, perché la legge varata dal parlamento italiano è una legge paternalista e moralista, argomenta Chiara Lalli, che non rispetta i limiti della coercizione legale della libertà individuale. E' possibile, perché sulle tecnologie riproduttive viene scaricata la paura per le trasformazioni della famiglia che nelle società occidentali sono in corso non da oggi. E' possibile, perché i media hanno alimentato per dieci anni le preoccupazioni per la presunta infelicità dei figli «artificiali», come se al mondo non esistessero milioni di bambini nati in natura da un padre biologico diverso da quello legale.
Un capitolo cruciale è dedicato infine alla questione dei diritti del concepito, e oltre a dimostrare l'assurdità di una grammatica che contrappone l'embrione alla madre ripercorre le tappe attraverso le quali questa grammatica si è fatta strada non solo in Italia ma anche negli Stati uniti. Sull'embrione si gioca una partita più ampia di quella ingaggiata in Italia dall'astensionismo di Ruini. Ne va della civiltà giuridica, di qua e di là dall'Atlantico.
ROMA - La seconda sezione penale della Cassazione ha confermato l'assoluzione per i tre neofascisti accusati della strage di piazza Fontana, Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni. Rigettato, dunque, il ricorso presentato dalla Procura di Milano e dalle parti civili contro il verdetto con il quale la Corte d'assise d'appello di Milano - il 12 marzo 2004 - aveva annullato le condanne all'ergastolo emesse in primo grado. Per l'effetto del rigetto dei ricorsi della Procura e delle parti civili, la seconda sezione penale ha condannato alle spese processuali gli stessi familiari delle vittime che si erano costituti parti civili. Annullata definitivamente la condanna a un anno di reclusione per favoreggiamento per Stefano Tringali. Per conoscere le motivazioni della decisione bisognerà attendere almeno 30 giorni.
"Una sentenza che non rende giustizia": questo il primo commento dei familiari delle vittime diffuso dal portavoce, l'avvocato Federico Finicato. "Siamo davanti a una sentenza che non rende giustizia - ribadisce il legale - un processo che ha portato tantissimi elementi ma le prove non si sono volute leggere. E' un altro pezzo di storia che resta coperto dal mistero".
"L'unica cosa che posso dire è che questa è una Corte di legittimità. Ha agito secondo diritto". Così il procuratore generale della Cassazione, Enrico Delehaye, che aveva chiesto anch'egli il rigetto dei ricorsi, ha risposto ai giornalisti che gli chiedevano un commento sulla decisione. Alla richiesta di un giudizio, come cittadino e non come rappresentante dell'accusa, il pg ha risposto: "Ho detto quello che potevo, forse più di quanto ci si aspettasse".
La sentenza "è una vera botta per i famigliari delle vittime" ha commentato invece Massimo Giannuzzi, avvocato di stato, l'unico legale presente alla lettura del dispositivo in Cassazione; "non posso essere contento di questa decisione - ha aggiunto - tuttavia, per valutarla, attendo di conoscere le motivazioni dei giudici".
E' stato il primo clamoroso attentato della storia dell'Italia repubblicana. Alle 16.37 del 12 dicembre del 1969, alla Banca dell'Agricoltura a Milano esplose un ordigno con sette chili di tritolo. Morirono 17 persone, oltre 80 quelle ferite. Tante le piste battute in quasi trentasei anni d'indagini e processi, da quella anarchica a quella neofascista, con inchieste che hanno coinvolto anche i servizi segreti e sulle quali ha pesato a lungo la morte, in questura, del ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli e, sullo sfondo, anche quella, tre anni dopo, del commissario di polizia Luigi Calabresi, accusato dalla sinistra extraparlamentare di essere l'assassino di Pinelli.
Le indagini, da Milano si sono allargate al Veneto fino al Giappone, dove è residente Delfo Zorzi, l'uomo ritenuto - dagli ultimi magistrati che hanno indagato sulla vicenda - la 'mente' della strage. I processi, dal capoluogo lombardo vennero invece trasferiti a Roma, poi a Catanzaro, per tornare infine, nel 2000 a Milano.
I mezzi di informazione italiani si sono adattati all’aria che tira e hanno cominciato ad autocensurarsi, sia sulla stampa sia in televisione.
(da "L’ombra del potere" di David Lane – Editori Laterza, 2005 – pag. 205)
Chi di televisione ferisce, di televisione perisce. Si potrebbe anche liquidare così, parafrasando un vecchio detto popolare, l’apparizione a sorpresa di Silvio Berlusconi a Ballarò dopo la débacle elettorale del centrodestra alle regionali. E magari mettersi l’animo in pace, per archiviare la pratica e compiacersi retrospettivamente per la profezia di Indro Montanelli secondo cui, a furia di vedere e ascoltare il Cavaliere in tv, alla fine gli italiani si sarebbero vaccinati contro il virus del berlusconismo.
Ma siamo proprio sicuri che le cose stiano in questi termini? Non sono stati già commessi in passato troppi errori di sottovalutazione o di distrazione, compreso l’ultimo sulle nomine all’Authority sulle comunicazioni, per smobilitare o abbassare la guardia? E poi, non abbiamo sempre detto che la "questione televisiva", cioè la concentrazione di potere mediatico a danno del pluralismo dell’informazione e della libera concorrenza, è in realtà una questione pre-politica; che riguarda le condizioni fondamentali della vita democratica; che non comincia con la fatidica "discesa in campo" di Berlusconi e neppure finisce con la sua ipotetica ed eventuale uscita dal campo?
È vero che questa volta il centrodestra ha perso, e in modo netto e clamoroso, pur controllando le televisioni pubbliche e private. Ma a ben vedere è proprio il risultato amministrativo che conferma il pericolo sul piano più generale: alle regionali si votava per candidati, liste e programmi locali; fuori da una contrapposizione di tipo ideologico; senza la partecipazione carismatica del "lìder maximo". Fin dai tempi delle "giunte rosse" che in qualche modo rappresentavano un surrogato di alternanza al regime democristiano, questo è sempre stato un voto più libero, meno condizionato dalle appartenenze politiche e meno vincolato dalla fedeltà di partito. E oggi, in un ambito più circoscritto, spesso l’influenza delle tv (e dei quotidiani) locali può contare anche più di quelle nazionali.
Nessuno d’altra parte è tanto rozzo e sprovveduto da aver mai sostenuto che Berlusconi vince perché controlla le televisioni. O soltanto per questo. Dalle analisi di un sociologo come Renato Mannheimer o di un politologo come Ilvo Diamanti, sappiamo però che una buona parte dell’elettorato riceve l’informazione politica esclusivamente o prevalentemente dalla tv e che questa influisce in modo particolare sulla quota degli indecisi, l’ago della bilancia che - soprattutto in un sistema maggioritario - alla fine determina il risultato, la vittoria di uno schieramento sull’altro. Il fatto è che, in mancanza di controprove, nessuno è in grado di dire con certezza quale sarebbe l’esito del voto in condizioni di effettiva parità, se il centrodestra avrebbe vinto ugualmente alle ultime politiche oppure no, se avrebbe perso alle regionali con un distacco ancora maggiore.
Non si spiegherebbe altrimenti l’attenzione che la stampa internazionale, dal New York Times fino all’Economist, continua a rivolgere all’anomalia del "caso italiano". Né la produzione saggistica che i corrispondenti dei giornali stranieri, come quello del settimanale economico di lingua inglese citato all’inizio, dedicano alla "Berlusconi’s Shadow", tradotto più benevolmente in italiano dall’editore Laterza "L’ombra del potere". Ancor prima dell’indecenza del conflitto di interessi, da vent’anni a questa parte c’è in Italia lo scandalo di una concentrazione televisiva e pubblicitaria che danneggia l’intero sistema, drena risorse a favore della tv, e ora occupa e sequestra il servizio pubblico a vantaggio dell’azienda che appartiene al premier e della sua maggioranza parlamentare, in quello che Umberto Eco chiama "il regime del populismo mediatico".
Mentre perfino gli alleati di governo lanciano (finalmente) a Berlusconi l’invito a cedere Mediaset per liberare se stesso e tutto il centrodestra da una tale ipoteca politica, il fronte dei cerchiobottisti di professione rilancia compatto la parola d’ordine del disimpegno, dell’indifferenza, di un malinteso minimalismo, con l’aria di deridere magari l’ingenuità o peggio ancora la faziosità di chi non è abbastanza "scafato" per capire come gira il mondo. E pensare che, prima dell’approvazione di una legge tanto innocua quanto inutile come quella che porta il nome dell’ex ministro Frattini, qualcuno scrisse che la legislatura non sarebbe neppure cominciata senza la soluzione del conflitto di interessi. Purtroppo, invece, è cominciata, ha prodotto molti guasti e francamente non si vede l’ora che finisca quanto prima.
* * *
La decisione di presentarsi all’ultimo momento a Ballarò, al posto di uno dei suoi ministri, è stato - come ha già scritto il direttore di questo giornale - un gesto di disperazione e anche di debolezza da parte del presidente del Consiglio. Nell’ansia di recuperare il terreno perduto e magari di rivendicare la propria leadership sul centrodestra, Berlusconi non poteva scegliere però un’occasione meno propizia. Non solo perché il set della trasmissione, un’arena politica con il pubblico diviso in due schieramenti, è quello che offre minori riguardi e protezioni alla figura istituzionale del premier. Ma anche perché, accettando il confronto diretto con l’opposizione, il presidente del Consiglio s’è dovuto misurare con i due avversari peggiori che gli potevano capitare: Massimo D’Alema e Francesco Rutelli, entrambi più preparati ed efficaci di lui, più giovani e - diciamo così - anche più telegenici. Perfino D’Alema, che notoriamente non è un campione di simpatia, è riuscito a risultare così più affabile e accattivante.
L’errore maggiore, tuttavia, il presidente del Consiglio l’ha commesso riproponendo tal quale il "modello del berlusconismo", imperniato sulla sua persona e sul suo carisma, come ricetta miracolosa per curare i mali del centrodestra, battere l’Unione di Romano Prodi e riconquistare la maggioranza. Evidentemente, l’analisi dell’ultima sconfitta non è stata così lucida da consentirgli finora di individuarne l’origine più remota. E’ un motivo in più per contrastare ora in Parlamento, a un anno dalle politiche, qualsiasi tentativo di modificare la legge elettorale e di abolire la vituperata par condicio.
(sabatorepubblica. it)
NEL pasticcio mediatico-diplomatico creato da Berlusconi sulla questione del ritiro dall´Iraq, la sola vera notizia che resta in piedi è la "non-notizia". Il presidente del Consiglio, a poche ore di distanza dal cancan sollevato a Porta a porta il 15 marzo, l´ha addirittura teorizzata; ha preso carta e penna e ha scritto una lettera al presidente della Camera: "Non verrò in Parlamento come chiede l´opposizione. Che cosa verrei a dire? Dovrei forse commentare una non-notizia?".
In un certo senso ha ragione, ma in un altro senso ha invece torto marcio. Resta infatti da chiarire perché sia andato in televisione per lanciare sulle onde dell´etere una non-notizia che ha fatto in pochi minuti il giro del mondo suscitando precisazioni e richieste di chiarimenti da parte di Bush incalzato dalla stampa americana, precisazioni e smentite da parte di Blair dinanzi ai Commons, disagio nel ministro degli Esteri Gianfranco Fini, irritazione vivissima al Quirinale.
Tutto questo bailamme per una non-notizia? Una gaffe madornale (l´ennesima) del premier italiano? Un rischio calcolato a fini elettorali? Oppure l´autentico desiderio di preparare uno sganciamento dall´amico americano senza però la forza di realizzarlo, facendo macchina indietro dinanzi all´immediato richiamo all´ordine da parte della Casa Bianca? Ezio Mauro, il giorno stesso in cui la non-notizia è rimbalzata sui tavoli delle redazioni, ne ha individuato esattamente la natura: uno spot pubblicitario per riassorbire il distacco crescente della maggioranza dell´opinione pubblica dalla presenza italiana in Iraq; un gioco delle tre carte condotto spregiudicatamente su un tema delicatissimo che vede in gioco la stessa incolumità dei militari italiani a Nassiriya; una perdita drammatica di credibilità del nostro paese sulla scena internazionale.
«Ma nel tuo paese c´è ancora tanta gente che crede a queste panzane?», mi ha chiesto un collega inglese che aveva appena ascoltato le dichiarazioni di Blair a Westminster. Spero di no, gli ho risposto, ma francamente non ne sono sicuro.
Il tema dunque è questo: il presidente del Consiglio prepara e lancia spot pubblicitari con la connivenza d´un eminente giornalista del servizio pubblico televisivo (che si guarda bene dal metterlo in difficoltà) nel tentativo di riguadagnare un consenso che sta perdendo, e usa per questa indecente operazione niente meno che il tema della pace e della guerra, incurante del fatto che abbiamo in Iraq più di tremila soldati, blindati in una sorta di fortezza dei Tartari, a rischio di azioni di terrorismo e di guerriglia di cui spot così irresponsabili potrebbero elevare l´intensità e la pericolosità.
Questo tema, secondo me, non è ancora stato ben valutato né dalle forze politiche della maggioranza ma neppure (spiace dirlo) da quelle dell´opposizione.
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Ci voleva poco a capire che l´exit strategy berlusconiana era totalmente inesistente. Bush, che parla per tutta la coalizione dei "volenterosi" l´aveva già detto subito dopo le elezioni irachene del 30 gennaio: «Nessuno più di noi desidera riportare a casa i nostri soldati. Non resteremo in Iraq un giorno di più del necessario, ma neppure un giorno di meno. Ce ne andremo quando le forze della polizia e dell´esercito iracheno saranno in grado di garantire la sicurezza del paese e quando il governo iracheno ce lo chiederà».
Il 15 marzo Berlusconi ha ripetuto questa frase quasi compitandone il contenuto. Ma con una aggiunta: «Ferme queste condizioni, cominceremo a preparare un graduale ritiro entro il prossimo autunno». «Quando esattamente?», ha chiesto il conduttore della trasmissione. «A settembre» ha risposto il premier. «Questa sì che è una notizia», ha chiosato il conduttore adorante.
Invece no, era ovviamente una non-notizia, vincolata a una serie di condizioni molto lontane dall´essere adempiute. Le forze di sicurezza irachene sono ancora scarse, impreparate, inaffidabili, a detta degli stessi generali americani incaricati della loro istruzione.
Guerriglia e terrorismo insanguinano l´Iraq sunnita (e non solo quello) ogni giorno. L´Assemblea nazionale votata il 30 gennaio si sta ancora accapigliando perché sciiti e curdi litigano sul federalismo, sulla legge coranica, sul petrolio di Kirkuk. In più, nel corso dei prossimi mesi, dovrà esser votata la Costituzione e, entro il gennaio 2006, un´altra assemblea che dovrà eleggere un governo definitivo (quello attuale è provvisorio).
In queste condizioni parlare di ritiro dai «volenterosi» cominciando dal prossimo settembre è pura chimera, a meno che non si tratti d´una decisione unilaterale come fecero gli spagnoli di Zapatero e come hanno deciso di fare i polacchi e gli ucraini.
«Presidente, perché ha parlato di settembre?» gli ha chiesto il 16 marzo un cronista dell´Unità. «Perché noi crediamo, anzi io credo, che a settembre le forze di sicurezza irachene istruite da noi saranno pronte ad entrare in azione», ha risposto il premier. Ed è vero, a settembre i militari italiani che a Nassiriya addestrano un contingente di poliziotti iracheni avranno terminato il corso di istruzione di qualche centinaio di unità. Voleva dire il nostro premier che in quel momento ce ne andremo per esaurimento del nostro compito? Neppure per sogno. Bush non ha alcun bisogno "militare" delle truppe italiane a Nassiriya, dove il potere reale è nelle mani delle tribù sciite come in tutto il Sud del paese. Ma Bush ha bisogno "politico" dei soldati italiani. Se ce ne andassimo infatti, i soli "volenterosi" resterebbero gli anglo-americani. Noi non abbiamo nessun compito da svolgere; la preparazione dei poliziotti iracheni poteva essere tranquillamente fatta fuori dal territorio di quel paese, come hanno deciso di fare la Francia e la Germania; l´assistenza alla popolazione potrebbe essere condotta dalla Protezione civile e dai volontari, con molto minore costo.
Noi siamo a Nassiriya soltanto per ragioni politiche che consentono a Bush di mantenere la facciata del multilateralismo e a Berlusconi di sostenere l´esistenza di un rapporto preferenziale tra Usa e Italia e quindi di una crescente importanza del nostro Paese sulla scena internazionale.
Dunque a settembre non esisteranno le condizioni per iniziare l´exit plan che esiste solo nella testa di Berlusconi. Ma la non-notizia lanciata a metà marzo, venti giorni prima delle elezioni regionali, sarà potuta servire a recuperare qualche consenso da parte degli elettori della Casa delle Libertà, indignati dall´uccisione del nostro agente segreto al check-point dell´aeroporto e disincantati dalle tante panzane berlusconiane. «Esiste ancora gente che gli crede?» ebbene sì, esiste ancora. E così uno statista da operetta gioca con la credibilità internazionale del Paese.
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Piero Fassino e Massimo D´Alema hanno capito fin dall´inizio la natura della patacca berlusconiana. Patacca in sé. Noumeno di patacca. Ma non ci hanno insistito quanto quel noumeno avrebbe forse meritato. Prodi ha preferito non parlare, ma forse, a volte, l´eleganza non buca il video. Le altre reazioni si possono suddividere in due categorie.
La prima, della cosiddetta sinistra radicale, ha lo stigma di Sigonella, quando l´allora premier Bettino Craxi coprì un´illegalità del suo governo denunciando l´illegalità eguale e contraria del governo americano, che pretendeva di spadroneggiare nella base militare di Sigonella. La sinistra italiana (allora il Pci) non vide la prima illegalità con la quale furono sottratti dal governo alla magistratura italiana alcuni pericolosissimi terroristi mediorientali, ma applaudì entusiasticamente il premier italiano che una volta tanto aveva messo in riga gli americani. Così nel caso di Berlusconi, lo stigma di Sigonella si è fatto sentire ancora una volta e la sinistra radicale ha puntato sul premier «che sembrava prendere le distanze dalla Casa Bianca».
Il secondo tipo di reazione, del centrosinistra riformista, è stato di prendere sul serio Berlusconi sostenendo che finalmente il premier si spostava sulla linea dell´opposizione rendendo possibile a quest´ultima di convergere con la maggioranza «guardando al futuro».
Pessime entrambe queste reazioni, che avevano capito niente o ben poco della vera natura della patacca lanciata a Porta a Porta.
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Dedico qualche riga finale al prestigio internazionale dell´Italia che deriverebbe dal preteso asse Washington-Roma del quale la nostra presenza militare in Iraq sarebbe al tempo stesso causa ed effetto. A parte il fatto che di special relationship vera e reale con Washington ce n´è una sola ed è quella britannica.
Il filo diretto tra Berlusconi e Bush, se si prescinde dalla cosiddetta politica delle pacche sulle spalle, non ha dato all´Italia nessun vantaggio concreto in termini politici, strategici, economici. Ma per ovvie ragioni ha marginalizzato l´Italia rispetto all´Unione europea e alle nazioni che ne costituiscono il nucleo principale.
Il recente viaggio in Europa di Bush e di Condoleezza Rice, che ha gettato le basi di una ricucitura tra Usa da un lato e Germania e Francia dall´altro, ha del resto diminuito il peso del governo di Roma anche agli occhi dell´amico George. Berlusconi poteva servire per dividere l´Europa, ma serve molto di meno da quando l´America si è accorta d´aver bisogno dell´Unione europea e non di un suo membro soltanto.
Queste considerazioni dovrebbero spingere il nostro governo ad una profonda revisione della sua strategia internazionale. Ma un governo pataccaro non sembra il più adatto alla bisogna.
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Post Scriptum. Miriam Mafai ha benissimo scritto ieri sull´invadenza crescente e non più oltre tollerabile della gerarchia ecclesiastica italiana, cardinal Ruini in testa, nella politica del nostro paese. I continui interventi dei vescovi sulle modalità del voto nel prossimo referendum vanno assai al di là del caso specifico pur importantissimo e violano i rapporti di correttezza tra due entità, lo Stato e la Chiesa, che il Concordato stabilisce indipendenti e sovrani nelle relative sfere di competenza.
Da interventi siffatti viene distrutto il principio stesso della laicità delle istituzioni civili e dei cittadini che esse rappresentano.
Nessuno nega alla gerarchia ecclesiastica il diritto di parlare e di diffondere liberamente i dogmi della sua dottrina e i valori della sua morale. Nessuno le impedisce, nella fattispecie, di sostenere che l´embrione è vita umana e attuale (anche se i padri della scolastica con san Tommaso in testa affermavano diversamente) e che distruggerlo equivalga ad un omicidio. Il Papa è addirittura arrivato a paragonare l´aborto alla Shoah.
Ciò che invece la gerarchia ecclesiastica non può fare senza violare clamorosamente le norme concordatarie è prescrivere il comportamento dei cattolici e in generale degli elettori per quanto riguarda le modalità del voto in una consultazione elettorale prevista dalla Costituzione italiana.
I vescovi sono arrivati al punto di definire «immaturi» quei cattolici che andranno a votare al referendum e invece «maturi» solo quelli che si asterranno dal voto. E così risulteranno immaturi i cattolicissimi Scalfaro e Andreotti. E naturalmente immaturo Romano Prodi che ha detto di essere tenuto ad obbedire alla propria coscienza di cattolico ma non ad obbedire al «non expedit» dei vescovi.
L´arcivescovo di Genova dal canto suo ha prescritto ai cattolici di non leggere il libro "Il Codice da Vinci". I parroci d´un piccolo paese di Calabria nel quale il filosofo Gianni Vattimo si presenta come candidato sindaco, parlano in chiesa dal pulpito vincolando i fedeli a votargli contro.
Tutti questi casi, dal più grande al più piccolo, sono violazioni macroscopiche del Concordato. Alcuni di essi configurano addirittura reati penali per i quali le Procure della Repubblica dovrebbero intervenire.
Spiace che un cattolico democratico come Enrico Letta, figura eminente d´un partito di centrosinistra, annunciando che si asterrà dal voto referendario (cosa che rientra nella sua libera decisione) non spieghi almeno le ragioni che lo inducono a ignorare le motivazioni dei requisiti referendari. Spiace soprattutto che, assumendo lo stesso comportamento raccomandato dal cardinale Ruini, non aggiunga di considerare in debito l´intervento della gerarchia vescovile che getta più di un´ombra sulla laicità dei cattolici quando essi decidono autonomamente di adottare il comportamento dell´astensione.
Quisquilie? Al contrario. Principi essenziali della convivenza civile. Il non expedit cadde con la firma del Concordato del ‘29. Ci si ritorna 76 anni dopo? E i cattolici della Margherita accettano senza fiatare questo rigurgito clericale? Speravamo che fossero usciti di minorità. Ci eravamo dunque illusi?