Chi ha letto il racconto di Gateano Salvemini, che si salvò dal terremoto di Messina appeso a un davanzale, sa che dai sismi e dalle loro tragedie si possono trarre motivi per potenziare la ricerca, l’attività e la strategia anche intellettuale di un popolo. Pure Benedetto Croce perse i genitori in un terremoto e ne trasse un carattere italiano di grande equilibrio, di prudenza e di stabilità. Insomma i terremoti fanno purtroppo parte della storia del nostro paese e del paesaggio delle nostre anime, magari nascosti negli anfratti del carattere nazionale. Non sono emergenze, sono violenze naturali antiche che si affiancano alle violenze sociali, alle mafie, al brigantaggio, alla corruzione.
E però in Italia la magistratura ha giustamente avuto una grande attenzione vero il fenomeni della mafia e della corruzione: abbiamo dedicato seminari, libri, studi, campagne politiche e morali e sono nati persino dei partiti antimafia e anticorruzione. Ebbene, sarebbe ora che l’Italia si dotasse di una squadra di moralisti antisismici, di legislatori antisismici, di un pool di pubblici ministeri che mettano a soqquadro i catasti, gli assessorati all’urbanistica, le sovrintendenze, gli uffici tecnici, i cantieri. Non è possibile che ad ogni terremoto il mondo scopra stupefatto che l’Italia, l’amatissima Italia, è un Paese senza manutenzione.
A leggere i giornali internazionali di questi giorni si capisce subito che un terremoto in Italia non ha lo stesso effetto di un terremoto in Giappone. Anche quando non vengono colpite le città d’arte, come Firenze o Perugia, l’Italia in pericolo coinvolge di più di qualsiasi altro luogo. In gioco - ogni volta ce ne stupiamo - ci sono infatti la nostra bellezza e la dolcezza del vivere italiano, e poi i musei, il paesaggio� È solo in questi casi che ci accorgiamo come gli altri davvero ci guardano: non più sorrisi e ammiccamenti, ma dolore e solidarietà per un paese che è patrimonio dell’umanità.
Ebbene è la stampa straniera a ricordarci che ci sono città italiane incise dalle faglie, e dove le bare per i morti e l’inutile mappa dei luoghi d’incontro dei sopravvissuti sono i soli accorgimenti antisismici previsti. Ci sono città dove la questura, la prefettura, gli ospedali sono ospitati in edifici antichi che sarebbero i primi a cadere. Dal punto di vista sismico, della vulnerabilità sismica, non esiste un sud e un nord d’Italia, non esiste un paese fuori norma contrapposto a un paese nella norma. L’Italia, come sta scoprendo il mondo, è tutta fuori norma. Nessuno costruisce nel rispetto degli obblighi di legge che - attenzione! - non eviterebbero certo i terremoti che uccidono anche in Giappone e in California, anche dove la legge è legge. Neppure lì i terremoti sono prevedibili. Non ci sono paesi del mondo dove le catastrofi naturali non procurano danni agli uomini e alle cose.
Ma le norme antisismiche sono al tempo stesso prudenza e coraggio di vivere, sono la stabilità di un paese instabile, la fermezza di una penisola ballerina, sono come le strisce pedonali e la segnaletica stradale che non evitano gli incidenti ma qualche volta ne contengono i danni, ne limitano le conseguenze, ti mettono comunque a posto con te stesso e con il tuo destino. Colpisce invece che la sfida alla natura in Italia sia solo e sempre verbale: "immota manet" è il motto della città dell’Aquila ed è un paradosso, un fumo negli occhi, un procedere per contrari, una resistenza al destino che ne rivela la completa, rassegnata accettazione: la sola immobilità dei terremotati è la paura, è la paralisi.
Da sempre i terremoti intrigano i filosofi e gli scienziati. Si sa che dopo un terremoto aumentano i matrimoni e le nascite che sono beni rifugio, e si formano nuove classi sociali, si riprogetta la vita come insegna appunto Salvemini. Ma le catastrofi attirano gli sciacalli, economici certo ma soprattutto politici e morali. Ricordo che, giovanissimo, nel Belice vidi arrivare i missionari delle più strane religioni, i rivoluzionari seguaci di ogni utopia e i ladri d’anima. I soli che in Italia non arrivano mai sono gli antisismici d’assalto; le sole competenze che ai costruttori non interessano sono quelle antisismiche; e a nessun italiano viene in mente, invece di ingrandire la terrazza, di rafforzare le fondamenta della casa.
Siamo i più bravi a rimuovere, a dimenticare i lutti, a non tenere conto che la distruzione come la costruzione crea spazi e solidarietà. L’Italia sembra unirsi nelle disgrazie. Nelle peggiori tragedie ci capita di dare il meglio di noi: sottoscrizioni, copiosissime donazioni di sangue, offerte di ospitalità. Davvero ci sentiamo e siamo tutti abruzzesi. Ci sono familiari volti e lacrime che sono volti e lacrime di fratelli. Sta tremando tutta l’Italia. E anche se non riusciremo a dominare la forza devastatrice della natura, mai più dovranno dirci che questo è un paese fuori dalla legge. Fosse pure un’illusione piccolo borghese, da impiegati del politicamente corretto, abbiamo bisogno di applicare tutti insieme la tecnica antisismica e di misurare il ferro che arma il cemento: abbiamo bisogno di costruttori, di sovrintendenti, di legislatori e di giudici di ferro.
Le macerie dell’ultimo terremoto costituiscono uno scenario immutabile nel tempo, lo sfondo sul quale più o meno si rappresenta lo stesso copione, almeno sul piano della espressione di intenzioni. Si promette il rapido superamento dell’emergenza fino al raggiungimento di normali condizioni di vita; in tempi contenutissimi si garantisce il passaggio dalle tende alle case; infinela ricostituzione del tessuto produttivo ed infrastrutturale come occasione di sviluppo dell’area. Tutte cose mai avvenute: il ritorno ad una vita normale è lungo e doloroso; il passaggio dalle tende alle case comporta una lunga permanenza in alloggi provvisori per una costosissima ricostruzione quantomeno decennale; per l’Irpinia del terremoto dell’80 si progettò quel tipo di sviluppo che fu poi costellato di illegalità e cattedrali nel deserto. Come ultima cosa si dice che quanto accaduto non dovrà mai più capitare; e si promette un impegno inderogabile sul terreno della prevenzione sismica.
Il 28 dicembre del 2008 si è celebrato l’anniversario del terremoto di Reggio Calabria e Messina. Tante paginate di giornale sulla tragicità di quell’evento, tante commemorazioni, ma la questione su cui concentrare l’attenzione doveva essere soprattutto un’altra.
Il Governo Giolitti, terrorizzato dall’immane sciagura, pochi mesi dopo inaugurò infatti la prevenzione sismica in Italia. Da quel tragico evento in poi, chiunque avesse voluto costruire un edificio in un comune iscritto nella lista di quelli sismici, lo avrebbe dovuto fare rispettando una specifica normativa in grado di conferire una più elevata resistenza agli edifici. Da allora, dopo ogni terremoto più o meno distruttivo, nuove porzioni di territorio nazionale sono state classificate: nel 2001 il territorio nazionale appariva classificato come sismico per oltre il 70%. Ma, ad una così ampia delimitazione delle zone dove le esperienze vissute dimostravano la ricorrenza del fenomeno, non ha corrisposto un analogo riscontro in termini di azione di mitigazione del rischio: dopo un secolo di attivazione dell’unico strumento organico di prevenzione, oggi, solo il 18% degli edifici, rispetto all’intero stock di edificato, risulta sismicamente protetto.
Bene, dalle immagini di L’Aquila e dintorni emerge un’enorme assenza di sicurezza e, in queste primissime ore di post-terremoto, nel rispetto delle vittime e delle strutture di soccorso che stanno cercando di fare il loro meglio per risolvere l’emergenza, emerge una macroscopica mancanza di prevenzione, il che induce ad alcune considerazioni a caldo, salvo poi ritornare, con maggior cognizione di causa, su taluni aspetti.
Il terremoto ha colpito L’Aquila e alcuni piccoli paesi abbarbicati sui versanti della Conca dell’Aterno che danno l’impronta al paesaggio dell’Appennino centro meridionale.
L’edilizia prevalente nel centro storico del capoluogo così come in quelli di Paganica, Fossa, Onna, Barisciano è intrinsecamente fragile, vulnerabile per caratteristiche tipologiche e costruttive. Insomma, rappresenta in modo emblematico l’elevato rischio sismico di cui è affetto il Paese, dovuto al patrimonio edilizio preesistente rispetto all’introduzione della classificazione sismica del territorio che ha iscritto i comuni dell’Aquila e di tutta la sua provincia dal 1915, quando il terremoto di Avezzano causò 30 mila vittime.
E’ necessaria, dopo quest’ultimo disastro, una riflessione sulla politica di prevenzione anche per queste tipologie edilizie, per i centri storici nel loro complesso, rispetto ai quali con tutta evidenza le iniziative intraprese attraverso strumenti di defiscalizzazione a favore degli interventi di manutenzione straordinaria, che hanno riguardato anche aspetti strutturali, non hanno risolto significativamente il problema. Insomma, i centri storici, ormai in modo diffuso, sono realtà che hanno riacquistato in questi ultimi anni una forte capacità attrattiva, sia sul piano residenziale che turistico. Si riqualificano sul piano estetico, si ristrutturano nel senso della vivibilità, recuperando almeno in parte la loro indispensabilità sul piano socio-culturale, mentre purtroppo, sul piano della sicurezza, sembrano mantenere intatta la loro vulnerabilità.
E’ un problema di risorse? Certamente sì. Lo Stato avrebbe dovuto far di più onorando l’impegno, più volte assunto dopo ogni catastrofe, che la messa in sicurezza del territorio sarebbe diventata la più importante opera pubblica di questo Paese. Ma di soldi, per esempio, ai Beni culturali ne sono stati dati, di interventi ne sono stati fatti, anche qui con esiti a dir poco incerti. Allora, di fronte ai disastri delle chiese e dei monumenti del capoluogo abruzzese emerge un problema di progettazione, di capacità tecniche, di giusta sintesi tra l’esigenza di proteggere dalla distruzione ed i vincoli della conservazione.
Ed infine c’è il cemento armato. Perché gli edifici in cemento "moderni" collassano, si impilano su stessi non lasciando nessuno scampo a chi li abita? Come sostiene qualcuno è un problema più da Procura della Repubblica che tecnico. D’altronde, la normativa sismica pretende che la nuova edilizia nei comuni classificati, e quindi soprattutto gli edifici in cemento armato, consenta di salvare la vita degli occupanti, pur subendo danni, e quindi non ammette giustificazioni spendibili in linea generale. Soprattutto di fronte a ciò che è avvenuto a L’Aquila oggi, alla scuola di San Giuliano di Puglia ieri e all’Ospedale di Sant’Angelo dei Lombardi l’altro ieri.
In senso generale, si può affrontare un ultimo tema legato direttamente al concetto di sicurezza oltre che, evidentemente, alla tutela del territorio. Per chi si occupa di riduzione del rischio sismico, ma in realtà anche di tutte le altre tipologie di rischio naturale, il termine "condono" rappresenta una sorta di anatema, di cupo presagio. L’abusivismo, che i condoni incrementano, soprattutto diffuso nelle aree meridionali del Paese dove più elevata è la pericolosità sismica, ha assunto dimensioni devastanti, e chi costruisce illegalmente non si preoccupa né delle qualità dell’area di sedime né delle caratteristiche strutturali. La speculazione costruisce e basta; realizza qualcosa che poi, una volta condonato, qualcuno abiterà non sapendo che un terremoto abbastanza forte lo potrà tirar giù come fosse di cartapesta. Certo, oggi un nuovo condono in Italia è improponibile, ma si affaccia la minaccia di appendici e superfetazioni di ogni tipo. Basta che non superino il 20% di quanto già costruito abusivamente e poi, magari, condonato.
La terra impazzita e i giuramenti mai mantenuti
Gian Antonio Stella – Corriere della Sera
"Bare. Mandate altre bare". "Ancora? ". "Ancora". Alle quattro del pomeriggio, tra i ciliegi e i meli in fiore di Onna, l’antica Villa Unda nota al papa Clemente III, è già chiaro che non bastano, tutte quelle casse di legno chiaro fatte arrivare a più riprese fin dalla mattina e allineate da una parte, sotto il tronco di una robinia. Un poliziotto stende sull’ultimo poveretto estratto dalle macerie, infagottato tra coperte e lenzuola, un pezzo di nastro adesivo da pittori. Ci scrive un nome col pennarello.
Non c’è un passero che voli, nel cielo azzurro di Onna. Non una rondine che sfrecci. Non una cinciallegra che canti. Solo il silenzio. Un silenzio gonfio di disperazione. Rotto solo dal pianto di qualche parente e dal rumore dei caterpillar che affondano le pale tra le rovine tirando su enormi cucchiaiate di quotidianità annientata. Frigoriferi sepolti sotto tonnellate di pietra con una confezione di uova rimaste miracolosamente intatte che si rompono rotolando via nella polvere. Stufe a gas. Credenze dai vetri scoppiati coi bicchierini del vermouth della domenica rovesciati tutti da una parte. Spalliere di ottone che emergono tra i travi e i mattoni luccicando gialle sotto il sole.
Silvio Berlusconi, che si è precipitato nel cuore di questo Abruzzo ferito annullando il viaggio in Russia dove era in programma una missione a fianco degli imprenditori, ha un maglioncino nero, la faccia nera e assicura che "nessuno verrà lasciato solo" ma la situazione è davvero pesantissima: "Per quanto riguarda il centro storico di L'Aquila c'è inagibilità assoluta: tutti gli edifici pubblici sono inagibili".
Invita "gli abitanti a non restare nelle case lesionate: se si ha la possibilità di portare famiglia e bambini da amici e parenti, è meglio dislocarsi altrove". Ammette che no, "non c'è nessuna possibilità di effettuare previsioni: non c'è nessuno che può dire che non ci saranno scosse nelle prossime ore o nei prossimi giorni".
Gli aquilani del centro storico e delle frazioni vicine si accoccolano spossati sui sedili delle auto parcheggiate il più lontano possibile dalle case e sospirano come don Mauro, il parroco della contrada di Sant’Elia dove il campanile si è piegato tutto da una parte e minaccia di cadere sulla canonica e la chiesa dedicata a San Lorenzo pare colpita da una granata che abbia buttato giù l’intera facciata a destra del portone e sventrato l’interno risparmiando solo la statua del santo, bianca come un fornaio.
"Si dovrà capire, poi, questa storia dell’esperto. Si dovrà capire perché non gli hanno dato retta". Ecco il dubbio che ronza nella testa di tutti: perché non è stato ascoltato Giampaolo Giuliani, il ricercatore che nei giorni scorsi aveva lanciato l’allarme avvertendo che sarebbe arrivato uno scossone devastante? "L’avevano perfino denunciato", borbotta don Mauro, sistemandosi il colletto bianco rigido slacciato, "Perfino denunciato. E invece aveva ragione lui".
Un vigile del fuoco sfatto di fatica tiene al guinzaglio un cane che tira di qua e di là annusando la morte. L’uomo si toglie la mascherina, risponde al cellulare, cerca di mettere insieme l’ennesimo bilancio. Cento morti, forse. Forse di più. Forse centocinquanta. Più di centocinquanta. A L’Aquila, dove si è accasciata la Prefettura e si è piegata tutta da una parte la Casa dello studente e si è schiantato su se stesso un condominio che svettava su un sereno giardino di pini il cui profumo si fa largo con un soffio, appena c’è un refolo di vento, tra la polvere sollevata dalle ruspe. A Paganica, la patria di Sallustio ai piedi del massiccio del Gran Sasso dove passava la via romana Claudia e dove è crollato il monastero di San Chiara ed è stata devastata la Chiesagrande.
A San Pio delle Camere, che sta adagiato ai piedi del monte Gentile e prima di finire sui giornali il giorno in cui il suo paesano Franco Marini diventò presidente del Senato, era famoso per lo zafferano, che è così delicato ed esposto ai capricci del tempo che "un anno t’arricca e uno ti spianta". La vecchia signora Rita viveva in via Massale, ai bordi di Onna. Una casetta come tante, a due piani. Prima di andare a letto, aveva accomodato ordinatamente la camicetta e la gonna su una sedia posata contro il muro della camera. La casa è venuta giù ma la sedia è rimasta lì. Al suo posto. Salda su un orlo del pavimento rimasto miracolosamente aggrappato alla parete azzurra. Dove spiccano un crocefisso e il quadretto di una madonnina. La ruspa scava sotto gli occhi dei figli, che assistono inebetiti. A un certo punto un pompiere fa un gesto. La ruspa si ferma. Un vigile si china e tira su una coperta. Poi una trapuntina. Poi un lenzuolo. Ci siamo, forse. "Indietro! Per favore, indietro ", chiede un poliziotto. "È lei?" "È lei".
Il parco giochi della scuola materna, coi suoi castelletti e gli scivoli e i tavolini e i recinti gialli e rossi e verdi e blu è rimasta l’unica cosa colorata della contrada. Tutto il resto, nella devastazione che ha annientato in pochi istanti due terzi del paese sfregiando l’ultimo terzo con crepe e finestre accecate e cornicioni precipitati al suolo, ha assunto un uniforme colore grigiastro. Il vecchio Giuseppe, il viso segnato dal sangue di una ferita alla fronte che non è ancora riuscito a lavare via, mostra la distruzione della cascina e del cortile e delle tettoie dove teneva le macchine agricole: "Io e mia moglie ci siamo salvati per un pelo. Fortuna. Vuol sapere la cosa più assurda? Si è sentito uno schianto e ci tremava la terra sotto i piedi e venivano giù le pareti e io mi sono trovato a imprecare: "Le scarpe! Dove ho messo le scarpe?"".
Suor Lucia, che con le consorelle si è sistemata su alcune seggiole davanti a ciò che resta del "Pontificio Istituto Maestre Pie Filippini", si lagna per la gamba. Si è buttata sulle ginocchia una coperta ma dice che non è servita a molto. Dolori. Dolori forti. "Siamo qui da stanotte. Ormai sta scendendo la sera e non abbiamo idea di cosa fare". Dalla vicina Casa dello studente, quando già comincia a calare la luce, salgono urla di gioia. Hanno trovato i ragazzi che erano sotto. Vivi. Si rivelerà un’illusione, ma per un po’ sembra un miracolo. Suor Lucia pensa che è merito anche delle preghiere di santa Lucia Filippini, che è riuscita a rimanere dritta sulla sua colonnina mentre tutto intorno crollava e si è guadagnata un posto accanto al buon Dio grazie al fatto che, come dicevano i santini di un tempo, "scansava le amicizie delle compagne cattive che avvelenano coi loro vizi le anime innocenti e si guardava dalla vanità ".
Quel che è sicuro, a girare per le strade del capoluogo e dei borghi dei dintorni e a vedere come sono andati giù anche certi edifici costruiti dieci o venti anni fa, è che un Paese come il nostro non può affidarsi a santa Lucia o a sant’Emidio, protettore dai terremoti. Sull’elenco telefonico di Los Angeles appena aperto, come ricordò un giorno Giorgio Dell’Arti, c’è una frase: "Ci saranno sempre terremoti in California". A seguire, tutte le istruzioni su come comportarsi: tenere a portata di mano torce e radio con batterie, una valigetta con il materiale minimo di pronto soccorso, dieci litri d’acqua… Certo, tutto ciò non basta quando la terra, per usare la frase sentita ieri ad Onna in bocca a una ragazzina che trema come una foglia al ricordo, "comincia a sbattere come la coda di un drago impazzito".
Ma i morti sì, possono essere limitati. I danni sì, possono essere contenuti, quando le case sono costruite con i progetti giusti e gli accorgimenti giusti e i materiali giusti. E nessuno dovrebbe saperlo meglio di noi italiani. Che viviamo in una terra tra le più inquiete di un mondo in cui avvengono ogni anno un milione di terremoti piccolissimi e tra questi almeno un centinaio del quinto grado della scala Richter, cioè uno ogni tre-quattro giorni e ogni tanto ne arriva uno che sconquassa tutto. E per giorni giurano tutti che basta, occorre cambiare le regole e bisogna adottare una volta per tutte i sistemi che aiutano a limitare i danni perché è stupido spendere i soldi come per decenni ha fatto lo Stato che secondo i dati del Servizio geologico nazionale è riuscito a spendere solo dal 1945 al 1990 per tamponare i danni di catastrofi naturali varie oltre 75 miliardi di euro e cioè quasi 140 milioni di euro al mese. Più quelli spesi dal 1990 in qua per il sisma nella Sicilia Orientale nel dicembre 1990 e per quello nell’Umbria e nelle Marche del settembre 1997 e per quello a San Giuliano di Puglia dell’ottobre 2002… Tutti lutti seguiti da una promessa solenne: mai più. E presto dimenticata sotto la spinta di nuovi condoni, nuove elasticità urbanistiche, nuove regole più generose… Mentre cala la notte, nei paesi sotto il Gran Sasso la terra, ogni tanto, dà un nuovo scossone. Piccolo. Leggero. Sinistro. Così, tanto per ricordare chi comanda.
Piano Casa? Meglio un piano terremoto
Vittorio Emiliani – l’Unità
Domenica scorsa ho scritto sull’Unità del proposito governativo di abolire le autorizzazioni preventive per le nuove case nelle zone a bassa sismicità e di allentarle (magari solo successive e "a campione") in quelle a medio e alto rischio. "Da rabbrividire", commentavo, in Paese per circa due terzi mediamente o altamente sismico. Cosa dovremmo dire oggi, dopo la tragedia aquilana? Che non si può incentivare una ripresa edilizia "comunque" e dovunque, sfidando i vincoli paesaggistici, quelli idrogeologici e sismici. Tutta la filosofia delle misure del piano famiglia e poi del piano casa (attendiamo testi definitivi) poggia sull’abbassamento della soglia dei controlli tecnico-scientifici pubblici, a cominciare dai pareri delle Soprintendenze "non più vincolanti". Nel caso i Beni culturali riuscissero a darli in tempo, l’amministrazione locale "può procedere ugualmente al rilascio motivando specificamente sul dissenso". Incredibile.
Dunque, meno controlli preventivi, tecnici e mirati, dello Stato, e più mano libera ai privati, grandi e piccoli. Una "filosofia" che il terremoto aquilano boccia inesorabilmente. Il nostro (esclusa la Sardegna e una parte delle Alpi). è un Paese quasi ovunque a rischio sismico Ha subito almeno 30.000 fenomeni di rilievo dal 461 avanti Cristo ad oggi e 560 terremoti "forti, fortissimi o catastrofici". Il volume, tremendamente attuale, dello scienziato Enzo Boschi e del giornalista Franco Bordieri, "Terremoti d’Italia" ha un sommario durissimo: "Il rischio sismico, l’allarme degli scienziati e l’indifferenza del potere". Di qualunque potere.
Entrata in vigore nel 1989 la legge n.183 per la difesa del suolo, ventitre anni dopo le alluvioni di Firenze e Venezia, e nove dopo il terribile sisma irpino, venne poi creata l’Agenzia di Protezione Civile, diretta da Franco Barberi. Non potenziata dal governo Prodi e chiusa dal secondo governo Berlusconi: per far confluire anche le sue competenze sismiche nel mare magno della Protezione Civile, licenziando lo stesso Barberi e colpendo con un assurdo spoil system Roberto De Marco, responsabile del servizio sismico. Guido Bertolaso doveva essere a capo di tutto, sostenuto anche da forze del centrosinistra. Si indeboliva così una cultura specifica quanto mai utile nei drammatici frangenti che si ripetono spesso in Italia senza che nulla insegnino (se non agli studiosi): per esempio che le costruzioni in cemento armato sono le più rigide e quindi le meno antisismiche (nell’Aquilano vedo in tv un ospedale di quindici anni fa sbriciolato, una costruzione ancora nuova collassata su se stessa divenendo una trappola). O che è molto meglio investire miliardi veri nella prevenzione antisismica, nella lotta alle frane (un flagello), nel controllo delle cave, spesso abusive, e delle case non meno abusive, piuttosto che piangere dopo: nel 1970 la commissione De Marchi chiedeva 10.000 miliardi di lire, concessi in minima parte; fra il 1970 e la metà degli anni ’90 ne vennero però spesi oltre 60.000 soltanto per tamponare le falle. Senza contare le povere vite umane perdute, quelle sì senza prezzo. Ma, si sa, i miliardi destinati a questi scopi non fanno "parata elettorale".
Le colpe del Malpaese
Giovanni Valentini – la Repubblica
Non è certamente colpa di nessuno, tantomeno del governo in carica, se scoppia un terremoto nel cuore della notte e devasta un'area sismica già censita nelle mappe della paura, provocando una dolorosa catena di rovine, morti e feriti. Quando l'instabilità del territorio si combina purtroppo con la violenza della natura, il cataclisma diviene inarrestabile e l'uomo non può che arrendersi alla fatalità.
È doveroso ora far fronte all'emergenza, soccorrere le vittime, assistere i sopravvissuti, ripristinare al più presto condizioni di vita normali e dignitose per tutti. Ed è senz'altro opportuno accantonare per il momento qualsiasi polemica contingente, per concentrare gli sforzi in un impegno comune di solidarietà. Ma subito dopo sarà necessario anche compilare l'inventario delle responsabilità, remote e recenti, non solo per accertare che sia stato fatto davvero tutto il possibile per prevenire un evento di tale portata, quanto per impedire che possa ripetersi in futuro o perlomeno per contenerne eventualmente l'impatto.
Non vogliamo riferirci qui tanto alla "querelle" fra il tecnico che nei giorni scorsi aveva lanciato l'allarme e l'apparato della Protezione civile, sostenuto dall'establishment del mondo scientifico, secondo cui un terremoto non si può mai prevedere. Sarà pur vero che i sintomi registrati dai sismografi o da altre apparecchiature non consentono di predisporre per tempo un intervento funzionale, cioè un'evacuazione di massa delle case, dei paesi e delle città. È altrettanto vero, però, che in questo caso i segnali sono stati evidentemente trascurati e sottovalutati, fino al punto di mettere sotto inchiesta l'incauto tecnico in virtù di un paradosso giuridico che prende il nome di "procurato allarme".
La questione fondamentale è un'altra e si chiama piuttosto "cultura del territorio". Vale a dire conoscenza e rispetto della natura; sensibilità e cura per l'ambiente; tutela del paesaggio e ancor più della salute, della vita umana, di tanti destini in carne e ossa che in quel territorio incrociano la propria esistenza. Non c'è pietà per le vittime e per i sopravvissuti di questo o di altri terremoti, come di ogni disastro naturale, senza una consapevolezza profonda di un tale contesto e senza una conseguente, concreta, quotidiana assunzione di responsabilità.
Fuori oggi da una sterile polemica politica, non si può fare a meno tuttavia di registrare l'enorme distanza - propriamente culturale - fra un approccio di questo genere e il cosiddetto "piano-casa" recentemente varato dal governo di centrodestra, nel disperato tentativo di rilanciare l'attività edilizia. In un Malpaese che trema distruggendo - insieme a tante speranze e a tante vite - abitazioni, palazzi, ospedali, scuole e chiese, e dove ancora aspettano di essere ricostruiti gli edifici crollati nei precedenti terremoti come quello del Belice di quarant'anni fa, la priorità diventa invece la stanza in più, la mansarda o la veranda da aggiungere alla villa o alla villetta, in funzione di quel consumo del territorio che si configura come un saccheggio privato a danno del bene comune.
Non saranno magari le fughe di gas radon emesse dalla terra in ebollizione - come predica l'inascoltato ricercatore abruzzese - a permetterci di prevedere i terremoti, ma verosimilmente una rigorosa prevenzione anti-sismica può aiutarci a ridurre al minimo i danni e soprattutto le vittime. Tanto più nelle regioni e nelle zone dove il rischio è notoriamente più alto. Ecco una grande occasione per rilanciare l'attività edilizia nell'interesse generale, non già al servizio della speculazione immobiliare ma semmai in funzione di un investimento umano e sociale sul territorio.
Con i 150 morti finora accertati, i mille e cinquecento feriti, i settantamila sfollati, i diecimila edifici crollati o danneggiati, il triste bollettino di guerra che arriva dall'Abruzzo interpella una volta di più le ragioni di un "ambientalismo sostenibile": cioè, pragmatico, costruttivo, effettivamente praticabile. Di fronte al primo cataclisma del nuovo millennio, quello schieramento composito e trasversale che vuole difendere l'immenso patrimonio naturale, storico e artistico dell'Italia dagli egoismi individuali, è chiamato a misurarsi più che mai con la sfida della concretezza. Superata l'era delle vecchie ideologie, rosse o verdi che fossero, ora c'è da impugnare la bandiera del realismo civile.
In quelle parole è nascosta un’idea che si è trasformata in azioni: l’idea che la funzione del suolo sia quella di ospitare edifici, di lasciar sorgere su di esso case, capannoni, palazzi. Poiché il suolo serve esclusivamente a quello, qualunque atto che voglia prescrivere altre utilizzazioni è considerato un perverso vincolo: lasciare un’area all’agricoltura o alla creazione di un parco o un bosco è considerato un danno che lo “sviluppo” non può tollerare.
Per lasciare che quella “vocazione” si esprima, che quel “diritto” cancelli ogni altro diritto, che quello “sviluppo” non si arresti, bisogna rendere innocua la pianificazione delle città e dei territori: finché non si può abolirla, finchè non si può affidarla alle mani degli interessi immobiliari (come la proposta di legge sul governo del territorio del Popolo delle libertà propone) occorre consentire con ampiezza di derogare dalle sue regole.
Il Italia si è costruito troppo, al di fuori da qualunque necessità sociale. Si sono urbanizzate, e spesso degradate, aree la cui piena utilizzazione consentirebbe di ospitare tutte le necessità di una popolazione molto più ampia di quella attuale. La messa in sicurezza delle costruzioni minacciate nella loro integrità fisica dal mancato rispetto delle norme più elementari di sicurezza statica dovrebbe essere un tassello di una grande progetto di restauro del territorio, basato su un’attività di pianificazione territoriale e urbanistica che metta al suo centro la difesa delle qualità esistenti e la creazione di nuove, il rispetto della trasparenza nelle decisioni, la più ampia partecipazione alle scelte che condizionano il futuro di noi tutti.
Il terremoto si distingue dalle altre e molte calamità per la rapidità e l’indifferenza naturali: nei pochi minuti delle scosse telluriche il disastro è compiuto, ai superstiti non resta che cercare i cadaveri sepolti sotto le macerie e camminare smarriti fra ciò che resta di città e villaggi. Fra il dolore insopportabile ma come sempre sopportato da chi ha perso i suoi cari, e il silenzio degli altri sopravvissuti che li compiangono ma sanno di essere stati miracolati.
Per giorni, per anni, si parlerà delle prevenzioni non fatte, degli errori compiuti, delle malefatte per egoismi per i quali è arrivato il conto da pagare e sui giornali e alla televisione ci sarà lo spettacolo dolente e impotente dei morti, dei feriti, dei loro parenti in lacrime.
Un nome verrà ripetuto in tutte le cronache, nei commenti, nelle polemiche. Quello di Guido Bertolaso il capo della Protezione civile, il professionista dei pubblici soccorsi che tutti gli italiani conoscono anche se, per la verità, faticano a capire che è lui il vero premier di questa Italia disastrata. Il vero capo del governo è lui, non i politici che in Italia e all’estero recitano la parte dei pubblici amministratori.
Bertolaso ha una sua uniforme, veste in borghese senza gradi e senza medaglie, pantaloni normali e un pullover blu con su cucito un nastro tricolore, ma non c’è italiano che non riconosca in lui quello che promette di rimettere in piedi il paese ogni volta che va in pezzi, che promette di ricucire le sue ferite, di togliere le macerie e le immondizie, di riaprire le strade, di riportare fiumi e torrenti nei loro argini. È quello che il capo ufficiale del governo vorrebbe essere, un "dittatore" buono. Bertolaso gode infatti dei poteri necessari per mobilitare eserciti di soccorritori, migliaia di treni, di auto, di camion. Quando arriva lui con il suo pulloverino blu, con il nastrino tricolore, prefetti, questori e generali si mettono sugli attenti e gli obbediscono senza fiatare. Lui zittisce le polemiche, come ha fatto anche ieri, spiega che la tragedia non si poteva prevedere. E non importa se poi non riesce a mantenere molte delle sue promesse. Bertolaso ha i pieni poteri, è il governo più forte del governo.
C’è una cosa importante che si sta verificando anche in Abruzzo. Nel dolore e nella disperazione dei disastri maturati la gente riscopre la voglia di resistere, di riparare. E per una volta i lacci e i lacciuoli burocratici sembrano scomparire di fronte alla superiore necessità. Si mobilita in poche ore un vero esercito nazionale che è quello dei soccorsi, che si mette in marcia dal Brennero a Capo Passero secondo piani e interventi preordinati, ma anche su base volontaria e solidaristica. Sospinto dall’emozione, dal dolore, dalla fratellanza di un popolo.
E c’è un’altra lezione, un’altra cognizione che viene da questo disastro per molti aspetti feroce e impietoso. La transizione fra l’Italia antica, paese d’arte, l’Italia dei mattoni e delle ardesie, e quella moderna del cemento armato. Fra l’Italia dei borghi medievali attorno ai castelli sopra i colli e quella delle zone industriali sui piani di fondo valle. Giornali e televisioni hanno intervistato i superstiti dei terremoti in Campania e nelle Marche, amministratori, funzionari che hanno visto con i loro occhi, a volte la morte dei loro cari, i ritardi e le imprevidenze, gli errori ancora una volta compiuti, ancora una volta troppo tardi denunciati. Ancora una volta hanno ricordato l’antica e mai osservata lezione di serietà e di modestia, il dovere di provvedere oggi al necessario invece di piangere domani sulla propria imprudenza.
Il rimprovero principale che si mosse alla megalomania imperiale mussoliniana, fu di aver speso uomini e denaro per la conquista dello "scatolone di sabbia" in Libia mentre nell´Italia meridionale mancavano strade e ferrovie e la gente continuava a portare i carichi in spalla e a percorrere a piedi i tratturi. Le grandi opere sono una testimonianza di civiltà ma anche un lustro di governanti ambiziosi più che saggi. Il ponte sullo Stretto di Messina e i treni super veloci sono belli da vedere e da raccontare ma poi arriva una pioggia persistente e una delle grandi opere, l’autostrada Salerno-Reggio Calabria si tramuta in quello "sfascio pendulo" che è gran parte del Meridione.
C’è infine una terza lezione da ricavare da questa modernità: non è più il tempo di correre a vedere chi è morto o senza casa. Anche la pietà e il cordoglio devono adattarsi alla modernità di massa, non intralciare sulle strade il traffico dei soccorsi. È una preghiera, ordine di Guido Bertolaso.
In questi giorni un’overdose di notizie ed informazioni a corollario del dramma abruzzese ha reso i cittadini più consapevoli. Durerà poco, come è sempre successo. Le notizie sul terremoto ovviamente scaleranno nelle pagine interne dei giornali, fino a scomparire. La speranza è che non si dissolva, assieme all’attenzione dell’opinione pubblica, quella montagna di impegni assunti da chi si è prodigato davanti ai teleschermi per far dimenticare le inadempienze del passato con le promesse per il futuro. Comunque, i cittadini, almeno in questo momento, hanno le idee più chiare su quanto questo paese sia esposto al rischio sismico. Sono stati fatti confronti con California e Giappone, e proprio su un terremoto in Giappone è utile spendere qualche altra parola.
La città di Kobe venne colpita nel 1995, il 17 gennaio alle ore 5 e 46 minuti, da un forte terremoto di magnitudo 6.8, che liberò una quantità di energia circa 10 volte maggiore di quella rilasciata il 6 aprile a L’Aquila. Fu un terremoto dagli effetti devastanti: 6.500 vittime, una quantità enorme di danni valutati oltre 100 miliardi di dollari. Alcuni articoli usciti sulla stampa italiana, anche di prestigiose firme, traevano da quel disastro qualche spunto consolatorio. Si sosteneva che, dopo tutto, anche i giapponesi, così tecnologicamente avanzati, così attenti alla preparazione della popolazione alle calamità, così avanti nel campo della geofisica e nella progettazione antisismica, così efficienti e consapevoli dei livelli di rischio a cui erano esposti, con un evento solo un po’ più forte dell’Irpinia avevano dovuto registrare un numero di vittime più che doppio ed un danneggiamento di dimensioni spaventose.
Le cose, in realtà, non stavano proprio così. Kobe è una città moderna che si apre sul mare, un attivissimo porto, con una popolazione di 1.5 milioni di abitanti che con l’hinterland supera i 4 milioni. Una città per la quale non era atteso un terremoto di quell’intensità – era infatti inserita nella fascia più bassa di pericolosità sismica – e quindi nemmeno tanto preparata e difesa. Kobe si era trovata invece all’interno dell’area di massima intensità, con epicentro a circa 20 km dal cuore della città; e un terremoto al mattino presto è una pessima ora in termini di conseguenze per la popolazione.
Dall’esperienza di Kobe, e di altri eventi distruttivi in contesti metropolitani occorsi nel mondo, possiamo trarre qualche considerazione sulla fortuna che ha assistito l’Italia negli ultimi decenni.
Il terremoto di Reggio Calabria e Messina ebbe un’intensità dell’ XI grado della scala Mercalli (magnitudo stimata 7.2), colpì due città (oggi due aree metropolitane) causando circa 85 mila morti. In tutto il resto dello scorso secolo ci sono stati in Italia altri terremoti distruttivi. Uno in particolare, quello della Conca del Fucino del 1915 causò oltre 30 mila vittime; la cittadina di Avezzano che contava 11 mila abitanti si trovò nell’area epicentrale; il 90 per cento della sua popolazione rimase sotto le macerie. Dopo questi due eventi il paese ha avuto fortuna. Altri terremoti di forte intensità distruttiva, il Vulture nel 1930, l’Irpinia nel 1962 e nel1980, hanno causato moltissime vittime ma si sono tenuti lontani con le massime intensità dalle aree urbane. La stessa cosa è avvenuta in Belice nel 1968 e in Friuli nel 1976 con la distruzione di centinaia di paesi e nuclei abitati.
Mai più, tuttavia, in una città, in un’area urbana, fino a qualche giorno fa. Per questa ragione possiamo dire che il nostro paese è stato fortunato a lungo, per molti decenni. L’esserlo stato fino ad oggi avrebbe dovuto rappresentare l’elemento fondante attorno al quale sviluppare un’azione lungimirante di prevenzione, tanto più inderogabile quanto la nostra situazione è diversa da quella di Kobe, una città che fu capace di resistere, anche se con perdite enormi, ad un evento estremamente distruttivo. Da noi le cose, molto probabilmente, non andrebbero come in Giappone; molte delle nostre città in aree ad elevato rischio sismico potrebbero subire, a parità di magnitudo, un impatto molto più severo ed oggi L’Aquila dovrebbe essere, oltre che una enorme sciagura, anche un inconfutabile monito.
Chi avesse voluto in tutti questi anni prendere le distanze da quanto successe a Reggio e Messina e ad Avezzano ormai un secolo fa, con un consolatorio "ora c’è la normativa sismica e il cemento armato" o altre semplificazioni tranquillizzanti, deve oggi invece prendere atto di quanto accaduto nella città abruzzese; ancor di più resterebbe fortemente deluso guardando le città attraverso gli scenari di evento che da tempo sono disponibili. La "città vecchia", i centri storici vulnerabili lo sono per definizione e della loro situazione in qualche misura ne fanno sfoggio con franchezza, la "città moderna" invece può indurre all’errore se si ritiene che solo perché tale offra maggiori garanzie; molto spesso non è così né sotto il profilo delle scelte urbanistiche né per la qualità edilizia (spesso anche quando entrambe non siano state travolte dall’abusivismo) né per l’assetto infrastrutturale e delle reti dei servizi.
Spesso poco, molto poco è stato pensato, progettato, realizzato e mantenuto pensando ad un terremoto, anche dove conoscenza, norma o semplice buon senso lo avrebbero preteso. Ed allora in un contesto come quello della difesa dai terremoti, dove la previsione dell’evento è una chimera, l‘unico strumento utilizzabile ai fini "predittivi" risiede nella capacità di operare una particolare sintesi tra la conoscenza di un fenomeno naturale, il terremoto, e quella di un comportamento antropico, l’uso del territorio, soprattutto nei termini, per l’appunto, delle tante fragilità su di esso prodotte; l’esito di questa operazione complessa, che ha come risultato finale la produzione di scenari, dovrebbe influenzare in modo determinate la preparazione all’emergenza e promuovere l’azione in prevenzione. Ma questo è un altro discorso.
La commissione che dovrà assegnare i trenta lotti per il mega appalto del piano Case a L'Aquila ieri sera era ancora riunita. Sono 57 le ditte che hanno presentato un'offerta e la chiusura della gara è prevista per le prossime ore. Intanto la protezione civile ha comunicato i nomi delle nove aziende che dovranno fornire il cemento armato e il ferro per le piattaforme antisismiche delle venti aree. Nessuna gara europea, in questo caso, ma un appalto ad inviti. Tra le nove aggiudicatarie ci sono almeno un paio di società che hanno avuto qualche problema in passato. La Colabeton, ad esempio, nell'agosto del 2004 era stata multata per cinque milioni di euro dall'antitrust, per aver fatto parte di un cartello di aziende che avrebbero «posto in essere, nel periodo dal 1999 al 2002, un'intesa volta principalmente alla ripartizione di forniture di calcestruzzo destinate ai cantieri edili della provincia di Milano». Un accordo considerato illegittimo che avrebbe avuto «l'obiettivo di accrescere i ricavi attraverso l'incremento dei prezzi di listino e la riduzione progressiva dei termini di pagamento». Le aziende che vennero multate dall'antitrust - Ambrosiana, Calcestruzzi, Cave Rocca, Cemencal, Colabeton, CosmoCal, Holcim Calcestruzzi, Holcim Cementi, Monteverde, Monvil e Unicalcestruzzi - per un totale di 40 milioni di euro, avrebbero in sostanza concordato la loro posizione sul mercato, scambiandosi informazioni, arrivando a controllare l'80% del mercato milanese.
La lista delle aziende che si sono aggiudicate questa prima parte della costruzione dei 20 villaggi - consorzio Bison-Gdm, Zuppoli-Pulcher, Sacaim, Colabeton, la Veneta Reti, Cordioli e l'aquilana Edimo di Barisciano - include anche la veneta Sacaim, che qualche mese fa è stata coinvolta in un grave incidente su un cantiere a Venezia. La procura nel settembre scorso aveva messo sotto sequestro un cantiere edile a Murano della Sacaim, dopo la morte per il crollo di un muro di un operaio ucraino, dipendente di un'azienda che aveva ottenuto un subappalto. Uno dei tantissimi incidenti mortali sui cantieri edili italiani che hanno provocato centinaia di vittime di quel sistema di subappalti che il decreto Abruzzo ha ampliato dal 30 al 50% dei lavori affidati.
Subito dopo il terremoto era stata annunciata da più parti la realizzazione di una vera e propria lista delle aziende "pulite". Nel decreto Abruzzo, però, gli unici criteri di esclusione sono quelli tradizionali degli appalti pubblici. Nessun filtro in più è stato applicato all'assegnazione dei primi lavori.
Alla fetta più consistente dei contratti di appalto - con una cifra che supera il mezzo miliardo di euro - hanno partecipato solo aziende italiane. In Europa non devono avere grandi speranze di potersi aggiudicare l'unico lavoro pubblico del dopo terremoto con soldi certi. Così nell'elenco delle 57 aziende che hanno presentato un'offerta alla caserma di Coppito - che ospita la commissione che sta valutando i dossier - c'è un pezzo ben rappresentativo dell'Italia dei cantieri. Forte presenza del nord est, a fianco di un gruppo agguerrito di società casertane, napoletane, calabresi, pugliesi e siciliane. Non mancano i costruttori aquilani, gli stessi che prima del terremoto hanno realizzato alcuni degli edifici crollati in un soffio. Ci sono i fratelli Frezza, che hanno "messo in sicurezza" parte dell'ospedale San Salvatore e realizzato un garage sotto l'edificio di via XX Settembre 79, crollato uccidendo sette persone, il sei aprile scorso, alle 3.32.
Una scena lunga due mesi, il terremoto sullo sfondo: interprete principale il presidente del consiglio, Bertolaso a far da spalla, i terremotati le comparse. Non fosse stato per Veronica Lario, questo sarebbe stato l'unico palcoscenico elettorale di Silvio Berlusconi. Riempito con una dozzina di visite, tante immagini, un fiume di banalità da gettare in platea, al paese spettatore-elettore. Per raggiungere e superare la soglia del 40%, quella che prepara la nuova era, il berlusconismo come impresa di Stato. Due mesi di flash sull'attivismo pietoso. Due mesi di buio sull'emergenza che non ha fine, sulla ricostruzione che non vede inizio.
Non è particolarmente originale osservare come una sciagura possa servire a raccogliere consenso promettendo aiuto, con tutti i rischi del caso, se l'aiuto funziona poco o male. Né sono un inedito storico queste elezioni nel post-terremoto, questa verifica «naturale» della tenuta di un governo. Trent'anni fa toccò a Zamberletti, che però era «solo» un sottosegretario promosso in Friuli a commissario straordinario. Un Bertolaso ante litteram, quando la Protezione civile appena nasceva e non era una sorta di stato nello stato come ora. Fu il democristiano di Varese, alle prese con l'emergenza friulana del 1976, a gestire ricostruzione ed elezioni, raccogliendo i soldi a Roma e distribuendoli al confine orientale, visitando tenda per tenda in maniche di camicia, a parlare con tutti e a convincere tutti.
Senza nemmeno aver bisogno di dire che cosa votare nelle elezioni del 20 giugno di quell'anno, quelle del pericolo rosso, con il Pci che sembrava pronto a sorpassare la Dc. Cosa che non fu. Anche grazie alla tenuta dell'elettorato terremotato, grazie al gran lavoro del Zamberletti, che non poteva contare su uno stuolo di televisioni al seguito, ma sui finanziamenti statali sì. Di soldi ne arrivarono tanti, non vennero gettati al vento - a differenza dell'Irpinia qualche anno dopo - e finirono per contribuire al miracolo del nord-est. Strade e capannoni industriali costruiti assieme alle case, il post-terremoto come straordinaria arma di sviluppo economico. E di consenso politico, basato sul fare, senza nemmeno usare troppo la grancassa mediatica.
Scenari spettrali
La scena a L'Aquila e dintorni sembra un po' diversa. A due mesi, 302 morti e 65.000 sfollati dal giorno del terremoto, l'unica cosa davvero visibile - oltre alle visite-spot del Presidente del consiglio - è l'emergenza. A partire dal centro storico spettralmente deserto e chiuso, una «zona rossa» che attende di capire quale sarà il suo futuro. Vi entrano solo i vigili del fuoco, per puntellare qualche edificio o accompagnare gli abitanti a raccogliere ancor oggi - da sessanta giorni - qualche oggetto domestico. E attorno alla sorte del centro di L'Aquila si gioca la grande partita del post-terremoto. Dopo una certa fiducia iniziale gonfiata dalle esibizioni berlusconiane, ora i dubbi della popolazione si stanno trasformando in protesta. Sono nati decine di comitati - diversi tra loro per censo, collocazione geografica, orientamento politico - che prendono la parola, seppur in ordine ancora sparso.
«Ricostruzione 100%», «puntellare tutto», sono le parole più pronunciate. Perché il timore è che lo smembramento della comunità - le costruzioni temporanee sparse su terreni in via d'esproprio - apra la strada a una ridefinizione della città e del suo territorio basata su interessi estranei a quelli degli aquilani e impermeabile alle loro volontà. «Togliere il centro storico a L'Aquila è come toglierle il Gran Sasso» sentenzia la presidente della Provincia Stefania Pezzopane, dando voce a quella che è la paura più evidente per il prossimo futuro: una ricostruzione fatta di grandi affari che toglierebbe agli aquilani il controllo e il possesso della propria città, magari attraverso il non finanziamento della sistemazione delle «seconde case», quell'integrazione di reddito portata a molte famiglie dall'affitto a studenti fuorisede.
E un imputato c'è già: «Non subiremo passivamente i giochi di Fintecna» annuncia il sindaco Massimo Cialente. Ciò che si teme è che la finanziaria del governo assuma il controllo del centro storico, affidando appalti a qualche impresa del nord leghista, per poi fare dell'Aquila un grande affare per nuovi ricchi. Perché la verità è che i soldi non ci sono, che Tremonti ha già detto di non sapere dove prenderli, che solo «una tassa di scopo» potrà farglieli trovare. Ma di tasse il Capo supremo non ne vuol sentir parlare, almeno fino alle elezioni europee; e, semmai, vorrebbe che a chiederle siano proprio gli abruzzesi, Pezzopane e Cialente in testa. Giusto per fargliene assumere la responsabilità.
L'emergenza senza fine
Così piccole proteste crescono. Dopo il corteo di sabato scorso, indetto dal comitato per la rinascita del centro storico, oggi tocca a un presidio organizzato dai sindaci, per il 10 giugno il comitato «3e32» lancia l'idea di un sit-in a Roma e il 15 appuntamento nella capitale davanti al Parlamento. Perché quel giorno alla Camera inizia la discussione del decreto sulla ricostruzione. Dovrebbe essere la data della fine dell'emergenza, già troppo prorogata, ma da che parte vada ancora non si sa. Paradossalmente in Abruzzo hanno considerato un passo in avanti il rinvio del decreto, «perché la sua prima versione era un disastro - dicono in coro - ma ancora non ci siamo».
Problemi di quantità e di qualità: i 5 miliardi e mezzo per ora previsti non sono sufficienti e al comitato «3e32» fanno un semplice paragone: «Per il terremoto dell'Umbria, con 30.000 sfollati, vennero stanziati 7 miliardi. Qui gli sfollati sono più del doppio e i soldi molti meno». E, poi, chi e come li gestirà? In un territorio che abbonda di divise e controlli - nelle tendopoli principali non si può entrare senza apposito tesserino - la popolazione non si fida dei controllori. «Perché una cosa è l'emergenza, un'altra il futuro, che non si può affidare allo specialista delle emergenze»: il «cittadino-accusatore» ce l'ha con Bertolaso e la Protezione civile, molto invasivi entrambi, vissuti come estranei. Utili, persino indispensabili, ma «stranieri». A differenza dei vigili del fuoco che, pur venendo da tutt'Italia, sono considerati dei fratelli. Cui aggrapparsi per ogni esigenza, cui chiedere qualunque cosa e a cui dare tutto l'appoggio quando protestano - anche loro - senza smettere di lavorare, per i tagli ai finanziamenti.
E le elezioni? «Perché? Si vota?». Molti se ne sono persino dimenticati delle Europee. Un po' per il rinvio delle amministrative che ha fatto pensare a uno slittamento del voto tout court. Un po' perché qui i partiti - di comune accordo - non hanno fatto campagna elettorale. Molto perché l'unico voto che davvero interessa è quello del Parlamento italiano sul «Decreto Abruzzo». Prevedibile che l'astensionismo sarà altissimo, che i seggi - un po' piazzati negli edifici pubblici rimasti in piedi, un po' nelle tendopoli - non saranno molto frequentati. Nemmeno Berlusconi se ne lamenterà, per quanto importantissimo ai suoi scopi sia l'esito del 6-7 giugno; e, del resto, il suo palcoscenico elettorale l'ha costruito in Abruzzo ma solo per parlare al resto d'Italia, come fu per Napoli alle prese con l'immondizia. Semmai se ne lamenteranno gli oltre 35.000 «pendolari del terremoto» che sfollati sulla costa, tra Giulianova e Pescara, ogni giorno attraversano la regione per raggiungere il capoluogo dove hanno lavoro e residenza. Anche per votare dovranno fare i pendolari, l'esercizio del «diritto-dovere» è legato all'appartenenza territoriale e il seggio non li ha seguiti nell'esodo verso gli alberghi dove ancora non sanno se e quanto potranno rimanere (salvo eventuali crociere annunciate dal Presidente).
I pendolari del voto
Così i più affezionati all'esercizio democratico dovrebbero mettersi in macchina e farsi - anche per votare - le consuete file agli ingressi dell'autostrada targata padron Toto (quello di AirOne, poi Cai-Alitalia) che nell'emergenza-sisma è diventata un imbuto. I pendolari del terremoto non pagano il pedaggio, ma la loro esenzione va verificata a ogni passaggio di casello, con i tempi e le code che si possono immaginare. Facile prevedere che molti resteranno lontani da un seggio così complicato.
Vista da L'Aquila, Strasburgo è una località remota. Più interessante Roma, ma solo perché tiene i cordoni della borsa. Però il cuore e la mente sono tutti per quelle case vicine e proibite, quelle fabbriche chiuse e quegli uffici vuoti o sparpagliati in luoghi a molti cittadini ancora ignoti. Il pensiero è fisso sulla «riconquista» dell'Aquila. In fretta: prima del freddo autunno, prima che Fintecna si prenda tutto, prima del G8-vetrina. Un altro mese come palcoscenico nazionale, una trentina di giorni in cui tutti - non più solo Berlusconi - si giocheranno il futuro.
Pensate che sia possibile concedere alle famiglie vittime del terremoto in Abruzzo un contributo statale che copra al 100% i costi della ricostruzione della loro casa distrutta o resa inagibile, spendendo - nel 2009 e 2010 - esattamente gli stessi soldi che lo Stato avrebbe speso per finanziare un credito d’imposta volto alla restituzione degli investimenti realizzati in proprio dalle famiglie stesse? Vi sembra razionale prevedere che la maggioranza delle famiglie colpite dal terremoto - messa di fronte a queste due scelte: 1) ottenere immediatamente un contributo statale che copra il 100% dei costi di ricostruzione della casa; oppure 2) spendere soldi propri per ricostruire, salvo recuperarli anno dopo anno col credito d’imposta - rifiuterà la prima per rivolgersi massicciamente alla seconda?
Se pensate che queste siano due domande retoriche, non avete letto il decreto terremoto approvato dal Senato la scorsa settimana. Nel testo originario del decreto non era stabilito alcun diritto soggettivo delle famiglie all’integrale copertura della ricostruzione; e non era previsto alcun contributo iniziale e forfettario per gli interventi nelle case con danni più lievi. Era dunque perfettamente logico che la Relazione Tecnica prevedesse un massiccio ricorso al credito d’imposta: le famiglie con reddito capiente avrebbero dovuto usare, per la ricostruzione, i loro soldi e li avrebbero poi trattenuti - fino a 150.000 euro - dalle imposte degli anni successivi. La soluzione non è piaciuta né alle popolazioni colpite, né all’opposizione, né ai parlamentari della maggioranza. Risultato: al Senato, già in Commissione, viene approvato un emendamento che afferma il diritto soggettivo di ogni famiglia ad un contributo diretto pari ai costi sopportati per la ricostruzione. L’intervento con credito d’imposta diventa meramente "volontario": dovrà essere la famiglia a chiedere (?) di farvi ricorso. Cambiata la provvidenza non restava che cambiare la copertura finanziaria. Ma il Governo si rifiuta di farlo e vengono previsti - nel 2009 - 0,0 esborsi a carico del bilancio pubblico; 54,7 milioni nel 2010 e 109,4 milioni nel 2011. Come si spiega? Semplicemente, la Ragioneria Generale finge di non accorgersi dell’introduzione del diritto soggettivo al contributo per l’integrale copertura dei costi, e continua a ragionare in termini di credito d’imposta: 0,0 oneri nel 2009, qualcosina nel 2010 e così via per gli anni a venire. Ma come andranno le cose?
Un 15-30% dei lavori di ricostruzione sarà già realizzato nei prossimi mesi. E le famiglie chiederanno di avere il contributo pari ai costi sopportati. Poi, nel 2010, i lavori saranno quasi completati: e le famiglie chiederanno... Risultato: tutto l’onere per il contributo si concentra nei prossimi due anni. Malgrado la difesa dello "0,0 oneri" 2009, alla Ragioneria si rendono conto dell’insostenibilità della tesi, e corrono in qualche modo ai ripari: se ci sarà bisogno si farà ricorso a quelle del Fondo per le Aree Sottoutilizzate. In effetti, il Governo attesta che nel Fondo in questione sono disponibili 7,5 mld di euro. Tant’è che già il testo originario del Decreto (art. 14 comma 1) - per una cifra tra 2 e 4 mld - si "copriva" su quel Fondo. Perché il Governo non ha deciso - aumentati gli oneri - di farvi fronte con un più esteso ricorso a questo Fondo? È utile una piccola premessa: per una regola di buon senso, un onere di cassa certo per 100 per il prossimo anno può trovare copertura su di un Fondo per investimenti infrastrutturali et similia solo grazie ad una riduzione di quest’ultimo, nell’anno in questione pari a circa 300. Infatti, disponendo di 100 sul Fondo in questione "normalmente" lo Stato impegna e spende effettivamente 30. Si chiama "coefficiente di realizzazione" della spesa in conto capitale.
Torniamo al Decreto: se l’onere da sopportare si concentra nel 2009 e nel 2010, esso può ben coprirsi sul "Fondo Strategico" ma solo a prezzo di azzerarlo: se la Relazione Tecnica scriveva "fino a 4 mld", per coprire un onere spalmato molto nel tempo, il concentrarsi dell’onere in questo e nel prossimo anno obbliga a (almeno) raddoppiare il prelievo dal Fondo: da 4 a 8. Ma qual è il rischio? Non quello che manchino i soldi per i terremotati. Il rischio consiste nel fatto che il CIPE, dei 7,5 mld oggi presenti nel Fondo Strategico, ne ritenga ancora impegnabili - extra Abruzzo - 3,5. E ne decida l’assegnazione e la spesa. Salvo poi scoprire ciò che già oggi è chiaro: che per le case dei terremotati servono, entro il 2010, 8 miliardi, e non 4. Risultato: gravissimo allargamento del deficit del 2009 e del 2010, ben al di là delle già fosche previsioni di oggi. E blocco totale, nel 2010 e 2011, degli investimenti per lo sviluppo del Sud. C’è tempo per metterci rimedio, alla Camera. E sarebbe interesse di tutti che il Governo accettasse di dire, una volta tanto, la verità.
È assai probabile che gli effetti del sisma di L'Aquila e dintorni siano stati esasperati dal mix di negligenza ed arroganza che ha contraddistinto molti dei soggetti competenti per tutto il periodo precedente l'evento disastroso, cioè di durata dello "sciame sismico" (che presentava pure picchi di intensità anomali per uno sciame), a partire dal dicembre 2008 e che sembra proseguire nelle prime proposte programmatico-istituzionali di ricostruzione. Nel post-terremoto - specie adesso che l'effetto choc tende a dissolversi - questo atteggiamento va trasformandosi nell' "occupazione spettacolarizzata e repressiva" dello scenario della tragedia, trasformata in set per le "azioni eroiche" del presidente del Consiglio. Un contesto in cui, invece di alleviarsi, spesso si accentuano i disagi, non solo per le diverse tipologie di vittime (senza casa, sfollati, ecc.) ma addirittura anche per enti e soggetti, istituzionali e volontari, addetti ai soccorsi. Con l'eccezione di quella parte di "Protezione Civile" inserita nel "cast" dello spettacolo messo costantemente in onda dai media posseduti o controllati dal Cavaliere (che adesso sembra debbano raggiungere l'apoteosi con l'idea - invero bizzarra - di svolgere il G8 all'Aquila, addirittura in una caserma posta sopra uno dei segmenti più dinamici di faglia assai attiva!). In questo quadro si registra, purtroppo, anche l'affollarsi di tecnici e studiosi attorno ad opzioni (vedi la new town, per adesso abbandonata) talmente avulse e lontane dalle reali esigenze del contesto da porsi come "chiacchiere risolutive e amplificate" di un problema rispetto al quale non si è in realtà capaci di agire. Con la differenza che, in questo caso, il quadro è tanto grave e drammatico da rendere inaccettabile qualsiasi ammissione di denuncia e di reazione.
Nel seguito del presente documento ricordiamo i possibili errori - dovuti a pigrizia, incapacità o arroganza - che potrebbero avere amplificato gli effetti negativi del disastro nel periodo immediatamente precedente l'evento del 6 aprile, analizzando le conseguenze del mancato rispetto delle regole sulle strutture urbane e ambientali. Quindi proporremo una riflessione sulle diverse tipologie di intervento ora possibili, su cui peraltro il dibattito è aperto e intenso - ed evidenzia come anche questo disastro denunci il beffardo paradosso contenuto in istanze deregolatrici tuttora in campo, come il cosiddetto "Piano Casa". Ancora, sottolineeremo le incongruenze e le inadeguatezze contenute nelle prime proposte programmatico-istituzionali avanzate dal Decreto governativo di fine Aprile, avanzando infine una proposta di azione alternativa per la RNM, da gestire con altre soggettività scientifiche e socio-politiche con forti esperienze sul tema e, soprattutto, insieme agli abitanti dell'Aquilano.
"Sisma imprevedibile", ma i crolli no
Non crediamo utile, al momento, prendere alcuna parte nel dibattito - assai vivace tra gli esperti del settore - sulla "prevedibilità" dell'evento. Tuttavia non si può sottacere un certo "eccesso di inazione" che ha caratterizzato tutta la vicenda precedente l'evento catastrofico, coperta dalla potenza - soprattutto mediatica - delle posizioni (scientifiche e pseudo-tali) che propendono per l'imprevedibilità. Peraltro, ammesso e non concesso che l'evento sismico non fosse strutturalmente prevedibile, per intensità, caratteri e tempi, con modalità tali da giustificare evacuazioni di massa, appare viceversa sempre più chiaro come i segnali, circa la perdita di sicurezza e stabilità, forniti da molti edifici - privati e purtroppo anche pubblici, e in qualche caso densamente abitati al momento del disastro - siano stati colpevolmente trascurati nei giorni immediatamente precedenti il terremoto; e questo nonostante i continui allarmi, le denunce e le riunioni convocate ad hoc anche di organismi istituzionali come la Commissione Grandi Rischi. L'allargarsi improvviso - denunciato prima e raccontato oggi da esperti e tecnici locali - di fessure, crepe e lesioni in edifici costruiti anche di recente avrebbe dovuto comportare la realizzazione immediata dei necessari sopralluoghi e rilievi, ma da parte del personale competente (Enti territoriali e Protezione Civile), e non di "lavoratori addetti ad altro" che si improvvisavano periti edili; cosa che avrebbe potuto portare a un numero limitato di sgomberi, oltre che all'allestimento di un certo quantitativo di attrezzature pronte e mirate, scongiurando l'esasperarsi di una tragedia già gravissima. Così non è stato: esistono - anche in questo - responsabilità assai pesanti che vanno individuate e opportunamente sanzionate.
Molta parte dell'opinione pubblica "scopre" soltanto adesso che gli effetti disastrosi del sisma sono stati assai ingigantiti, se non in gran parte determinati, dal mancato rispetto delle regole - edilizie, urbanistiche, ambientali, di consistenza dei suoli. Una circostanza assai negativa presente in molte realtà territoriali nazionali, specie nelle regioni del Sud, che si svela drammaticamente ad ogni disastro - alluvione, frana, uragano o terremoto che sia.
Mancato rispetto delle regole edilizie
Su questo punto si stanno concentrando le indagini della magistratura. Molti edifici erano segnati da cemento armato "depotenziato", ovvero carente in cls o in armatura o in ambedue gli elementi. Un dato rilevato nel caso di diversi eventi calamitosi, fin dal terremoto del 1980 in Irpinia, con fenomeni che interessano oggi anche infrastrutture importanti di interesse nazionale (A3 o Autostrade siciliane). La tendenza a "risparmiare" negli elementi principali di struttura dei manufatti è rapportabile al peso crescente delle variabili finanziario-speculative rispetto alle destinazioni finali degli stessi; l'attuale struttura del mercato immobiliare spesso non richiede una immediata utilizzazione di buona parte del costruito: se la destinazione di breve-medio periodo del vano è il mercato finanziario piuttosto che l'utilizzo, è chiaro che aumenta in maniera abnorme l'importanza dei tempi e costi di costruzione rispetto alle necessità di sicurezza e alla qualità tipomorfologica e strutturale degli edifici. Queste tendenze sono spesso ulteriormente esasperate dal controllo che la criminalità organizzata esercita nel settore delle costruzioni (specie in alcune regioni): motivo di "ulteriore risparmio", ovvero di carenze e precarietà costitutiva dei materiali utilizzati.
Mancato rispetto urbanistico
I rischi di evento sismico (come del resto idrogeologico) comportano un'attenzione speciale agli aspetti urbanistici. Gli standard nazionali e regionali - stabiliti dalle normative in termini di: distanze degli edifici, altezze, rapporti di copertura, presenza di percorsi/vie di fuga, presenza di piazze/spazi aperti/punti di raccolta o rifugio - andrebbero, infatti, incrementati e dimensionati, oltre che territorializzati in funzione dei contesti urbani di riferimento e delle loro caratteristiche. Tale criterio progettuale e normativo - il cui rispetto è conditio sine qua non nelle zone a rischio - è invece purtroppo quasi sempre disatteso: con il risultato di danni anche per i manufatti a norma per quanto riguarda la consistenza della struttura edilizia; gli esempi di versanti interi di cemento crollati, presenti nelle immagini provenienti dall'Aquilano, indicano proprio questo: gli edifici instabili hanno spesso travolto anche quelli a struttura consistente.
Mancato rispetto dell'ambiente
La crescita urbana intensa e spesso abnorme, nel suo produrre deterritorializzazione, ha quasi sempre rotto e talora distrutto i cicli biogeochimici, gli apparati paesistici e gli ecosistemi dei contesti di riferimento. Si sono urbanizzati intensamente versanti, sponde e alvei fluviali, aree di esondazione, litorali e vie di fuga alluvionali. Tutto ciò si risolve in un ulteriore indebolimento dei meccanismi di difesa del suolo. La destrutturazione ecopaesistica di suoli e sottosuoli provoca infatti degrado delle componenti organismiche che finiscono per compromettere anche la consistenza dei tessuti abiotici e rendono più fragile tutto il sistema. La carrying capacity dei diversi contesti ambientali non viene quasi mai rispettata.
Mancato rispetto dei suoli
Il combinato dei punti precedenti risulta in un generale abbassamento della difesa dei suoli anche in termini di sicurezza e consistenza. Contesti già indeboliti da rotture dei cicli biogeochimici e degli ecosistemi vengono ulteriormente stressati dalle caratteristiche dimensionali e tipomorfologiche dell'insediamento, e in specie anche dal sottodimensionamento della struttura portante degli edifici. Il risultato è la perdita di sicurezza complessiva dei suoli e degli insediamenti.
Distanti dalla logica del "Piano Casa"
Il dibattito sui modelli di ricostruzione dovrebbe tenere conto degli esiti delle esperienze analoghe già registrati, evitando gli approcci che sembrano voler affrontare un problema, laddove in realtà sono mirati ad altro: come la proposta di "New Town", avanzata nei giorni immediatamente successivi al disastro e oggi accantonata, destinata soprattutto a legittimare la realizzazione di nuove edificazioni in un Paese già segnato da sovrabbondanza di offerta edilizia, seconde e terze case, vani vuoti riservati per il mercato immobiliare, oltre all'iperconsumo di suolo e alla perdita di paesaggio. In generale, anche quest'ultimo evento conferma quanto sia un errore, viste le condizioni ecoterritoriali del Paese, pensare a provvedimenti ulteriormente deregolativi, quali il cosiddetto "Piano Casa" del Governo che, al di là di qualche miglioria apportabile dalle Regioni, resta complessivamente contrario alla richiesta di regole, non di deregulation, di cui oggi c'è grande esigenza, e che proprio per questo andrebbe abbandonato.
Oltre a tenere in grande considerazione le istanze degli abitanti, i modelli ricostruttivi andrebbero improntati al rispetto di tipologie morfogenetiche originarie dei centri, evitando ulteriori sprechi e consumi di suolo. Il felice esempio del Friuli dimostra che la riproposizione dei modelli abitativi e insediativi preesistenti è sempre gradita dagli abitanti, anche perché riduce l'impatto sociale e psicologico dovuto a eventuali manufatti diversi. Tali disagi si aggiungono, per i soggetti già colpiti, a quelli dovuti ai periodi di dimora in strutture precarie (tende o baracche) o provvisorie (prefabbricati) e all'attesa dell'abitazione definitiva. Al contrario, le prime proposte programmatico-istituzionali del Governo - anche per quanto è contenuto nel decreto relativo alle prime operazioni da avviare - disegna un modello ipercentralizzato: esso è affidato, infatti, soprattutto alla Protezione Civile - che praticamente esclude non solo abitanti e istanze locali, ma addirittura anche gli Enti territoriali - e prospetta una razionalità simile a quella della Legge Obiettivo (ivi compresi i suoi errori marchiani, tra cui l'inaccettabile rinuncia al controllo sui subappalti). Tutto ciò in assenza di risorse economico-finanziarie adeguate: di certo, ci sono solo 700 milioni di euro per i primi nuclei prefabbricati - ciò che contrasta clamorosamente con il "commovente presenzialismo" del premier nel contesto.
Ricostruire con gli abitanti
Intendiamo avanzare un progetto di ricostruzione partecipata, in cui i modelli tipomorfologici, insediativi ed ecopaesaggistici siano condivisi dagli abitanti e rispondenti a criteri di riterritorializzazione, ovvero agli statuti dei luoghi. In questo senso - previo accordo con rappresentanti di associazioni e comunità locali - nelle prossime settimane si prevede di organizzare una serie di incontri anche nell'area interessata. L'affermazione delle istanze locali significa anche riallargamento degli spazi di socialità e della stessa agibilità democratica, in un momento in cui possibili strumentalizzazioni dell'emergenza in funzione di spettacolarizzazione mediatica e politica li stanno, invece, fortemente restringendo.
Come una cena di gala che finisce per essere ricordata dalle posate di plastica, così la ricostruzione dell’Aquila, annunciata come la più eccellente prova italiana di efficienza, piega in questi giorni verso un ritorno all’intramontabile genere nazionale del fai da te.
Con una mossa piuttosto disperata, di fronte al vedo-non vedo della legge che assegna i soldi (che ci sarebbero o forse no) per rifare ogni cosa, la giunta comunale dell’Aquila con delibera 147 del 12 maggio scorso avverte i concittadini che si fossero stancati delle tende e degli alberghi di avanzare autonomamente verso le vicinanze di casa. Chiunque abbia un cortiletto, una piazzola, un bordo strada libero può realizzare - a proprie spese s’intende - un box, o anche una dimora in legno, oppure un container, una baracca. Il "manufatto temporaneo" non deve essere più alto di sei metri e più grande di 95 metri quadrati. Casa o negozio, fai tu! S’arrende sconfortato il municipio dell’Aquila e s’arrangi chi può. «Non potevamo comportarci diversamente, abbiamo necessità di restituire un po’ di vita alla città e di rispondere alle esigenze minime e urgentissime», commenta Antonello Bernardi, medico e consigliere comunale.
Il moto ondoso degli aiuti e della bontà nazionale sta lentamente acquietandosi. E il fuoco d’artificio aquilano, case a molle bellissime come l’Italia mai ha visto e avuto, pronte per l’uso e il consumo entro fine novembre, si spegne di fronte alla marea di lamiere che tra qualche giorno verrà consegnata alla vista del premier e, sfortuna, dei grandi della Terra per via del G8. Lamiere e baracche, proprio quello che Silvio Berlusconi ha cercato con ogni forza di evitare arrivando a sostenere il più rischioso dei progetti di sistemazione provvisoria: solo tende.
«La tenda inebetisce, massacra il morale, riduce l’intelligenza a zero e il corpo vitale di un lavoratore ad oggetto da assistere. Mangiamo bene tre volte al giorno, ci fanno fare la doccia e i bagni sono disinfettati due volte al dì... Le guardie ci controllano, gli infermieri ci aiutano e noi siamo lì reclusi e beati. Gente a cui il destino ha offerto prima della morte una vacanza, magari di merda, per un sacco di tempo», commenta l’architetto Antonio Perrotti, sistemato sotto la tela e promotore nel campo base del più agguerrito comitato popolare.
Il regime di vita, totalmente assistito, prevede in cambio però silenzio e ridotta capacità visiva. La nota della signora N. F., che il timore di rappresaglie induce a negare la propria identità, dimorante al campo base Italtel 1: «Capisco la sicurezza, ma con questa necessità si annienta ogni libertà di espressione. Al mio campo si entra e si esce solo con un badge di identificazione. Una sera iniziai a discutere con amici della necessità di fare qualcosa, muoverci, capire. Si forma un crocchio di una decina di persone e io inizio a interrogarmi ad alta voce. Passa qualche minuto e si fa vivo il muso di una camionetta dei carabinieri. Ci spiegano che ogni assembramento avente natura politica dev’essere autorizzato e che loro, finchè non fosse terminato il nostro conciliabolo, sarebbero rimasti lì ad ascoltare».
Guido Bertolaso, manager della ricostruzione, ha puntato tutto sulle case a molle, le palazzine in legno e cemento precompresso a due o tre piani, che devono servire alla nuova L’Aquila. Ha bisogno però di pace e concordia. Per averla ha chiesto aiuto ai carabinieri e convocato il vescovo. Monsignor Molinari gli ha portato tutti i parroci ai quali Bertolaso ha consigliato di farsi attivisti della Protezione civile: alleviare, attutire, sistemare, e - diamine! - zittire se è il caso.
Il conto per tenere gli aquilani (in silenzio) al mare e concedere ogni possibile servizio di catering a chi non ha lasciato la montagna costa tre milioni di euro al giorno. Ai quaranta gradi e alla scelta temeraria delle tende si fa fronte con i condizionatori appena montati. Il reparto di malattie infettive è stato robustamente integrato da medici, tutti i casi di malanno da tenda (gastroenteriti, bronchiti, polmoniti, asma e tubercolosi) saranno presto trattati nell’ala dell’ospedale restituita alla città (cento posti letto) e nelle attrezzature mediche del centro clinico fabbricato per il G8 (ottanta posti letto).
Dove può, Bertolaso mette un cerotto. Ma quale cerotto può coprire la decisione di trasferire la città in quindici little town, a distanza di sicurezza dal centro storico del capoluogo, il punto g del dolore? «Centosessanta ettari, un consumo di territorio infinito dislocato tra località remote. Alloggio sicuro per 15mila persone, ma inutile per L’Aquila che morrà nell’attesa». L’Aquila, dice l’architetto Perrotti, ha bisogno di una flebo immediata e urgente di vita «e invece vedo che corrono in tutt’altra direzione». La zona rossa ancora non è stata valutata dai tecnici e dunque la parte del corpo più ferito e più vitale della città resta abbandonato da ogni cura. «L’Aquila vive se il centro storico si rialza subito. La decisione di Bertolaso di trascinare via gli aquilani e sigillare il centro ammazza ogni speranza», dice Rossella Graziani, dipendente dell’università.
Pronta la risposta del governo. La legge che finanzia la ricostruzione c’è e ciascuno dove vorrà realizzerà quanto chiede. Al Senato sono giunte le norme e i capitoli di spesa sono stati corretti al rialzo. Ma anche qui affiora il dubbio che L’Aquila abbia prodotto, oltre la morte e la distruzione, una inestricabile questione matematica. Se al municipio del capoluogo sono giunte 100mila richieste di primo indennizzo a fronte di 70mila residenti («c’è un evidente squilibrio, dobbiamo controllare bene», annota il direttore generale del comune) in Parlamento la legge si gonfia di promesse finanziarie senza impegnare un euro in più di quelli già previsti... Sostiene il senatore Legnini, del Partito democratico: «Il governo ha deciso di saldare tutta la fattura per la casa ricostruita dal terremotato mettendo a copertura la identica somma. Vi sembra possibile?». Da decreto a legge abracadabra: ogni comma un mistero giacchè la ricostruzione pare frutto di un effetto ottico. Ma per fortuna ci penserà Bertolaso. L’ha detto al consiglio comunale: «Lasciate stare la politica, ci sono qua io».
Il presidente del Consiglio ha colto l’occasione del terremoto aquilano in senso tutto mediatico – come già la vicenda dei rifiuti in Campania – assumendo lui il comando delle operazioni, assieme al fido sottosegretario Guido Bertolaso, a cui si aggiunge, in Abruzzo, quale commissario il neo-presidente della Regione, Chiodi. Una cabina di regìa monocratica e tecnocratica che, in linea di principio e di fatto, “commissaria” il Ministero per i Beni e le Attività Culturali (per parte sua rimasto piuttosto a guardare dalle finestre del Collegio Romano dove il ministro Bondi scrive libri, poesie e recensioni, mentre Bertolaso comanda e “fa”).
Esautorate le Soprintendenze
La prima ordinanza governativa post-terremoto dice, assai genericamente, che il vice-commissario alla Protezione Civile “si avvale del supporto tecnico” del Ministero e “può costituire”, ecc.ecc. A questo punto conta soltanto la Protezione Civile. E chi è stato nominato vice-commissario alla Protezione Civile per l’Abruzzo? L’ingegner Luciano Marchetti (uomo di fiducia di Bertolaso sin dai tempi dell’Umbria) il quale però risulta tuttora anche direttore generale regionale dei Beni culturali nel Lazio, ed è lui chiamato ad attuare – ma che bel pasticcio – l’esautoramento delle strutture del “suo” Ministero. Marchetti, oltre tutto, è alle soglie della pensione e, per intenderci, è anche l’autore dell’orrendo ascensore del Vittoriano, che deturpa la vista dell’Ara Coeli e del Campidoglio.
Non è finita: all’articolo 4 punto b del contestato decreto (in discussione al Senato) per la ricostruzione post-terremoto si dice che alla realizzazione degli interventi sugli immobili di valore storico-artistico, e quindi di competenza della Direzione generale regionale abruzzese e delle Soprintendenze territoriali di settore, provvede invece il commissario straordinario alla Protezione Civile e cioè il presidente della Regione Abruzzo, Gianni Chiodi, attraverso i Provveditorati alle opere pubbliche. Dunque, anche in questo ambito strategico e delicatissimo, le Soprintendenze sono, per ora, seccamente fuori. Un caso senza precedenti.
Le esperienze passate
Fra Umbria e Marche, invece, nel 1997, la mobilitazione di tutti i quadri tecnici fu immediata, con risultati che – a partire dalla Basilica superiore di Assisi (restaurata e messa in sicurezza in due anni soltanto) – si rivelarono ottimi. Era ministro per i Beni Culturali Walter Veltroni che non si fece certo “espropriare”. Né Prodi pensò a nulla di simile. Nella stessa, contestata ricostruzione dell’Irpinia e della Campania, nel 1980, giocarono un ruolo altamente positivo sia la Soprintendenza speciale per il Terremoto guidata da Giuseppe Proietti (ora segretario generale del Ministero), sia l’affidamento a Mario De Cunzo, soprintendente a Napoli, di un vasto programma di restauri e di recuperi condotto a termine con successo pieno e senza ombre di sorta, per una spesa, se ben ricordo, di 300 miliardi di lire anni ‘80.
Centri storici e tecnici
La ricostruzione di un vasto e prezioso centro storico quale quello dell’Aquila non ha precedenti, credo, in epoca recente. Certo, quella di Venzone, in Friuli, pietra su pietra, rimane ancor oggi esemplare e però si trattava di un Comune con poco più di 2.000 abitanti, mentre l’Aquila ne conta oltre 70.000 (33.000 gli sfollati dalla città) e presenta un tessuto antico ampio e stratificato. L’idea berlusconiana di affidare i singoli monumenti a vari Paesi stranieri è tanto spettacolare quanto poco convincente. Questa poi di assegnare gli interventi ai Provveditorati può risultare francamente insana. I nostri tecnici del restauro sono infatti i migliori del mondo, conoscono a fondo questo patrimonio e maneggiano assai bene tecniche di avanguardia. Ma Bondi ha già mostrato, in più occasioni (si veda la questione dei Fori affidati a Bertolaso ed ora orfani del medesimo) di essere debolissimo quando il Capo chiama e comanda. Per cui sono nelle mani del triumvirato Bertolaso-Chiodi-Marchetti difficili, complessi, costosi recuperi e restauri di quartieri e di edifici spesso sbriciolati.
Restauri complessi
Giorgio Croci, ingegnere, docente alla Sapienza, è uno dei maggiori strutturisti del mondo. Lo chiamano anche in Estremo Oriente, dall’India al Vietnam, a diagnosticare i mali dei loro templi e a “curarli”. Con Paolo Rocchi è intervenuto, in Italia, sulla Basilica Superiore di San Francesco in Assisi. Sino a 4-5 giorni fa nessuno l’aveva chiamato all’Aquila. Dove le solite iniezioni di calcestruzzo hanno aggiunto danno a danno nelle strutture antiche, per esempio nel tetto del Castello, che ha ceduto, a differenza del resto del grandioso monumento. Ora è là a studiare e a lavorare.
“Mi sto occupando della splendida Basilica di Collemaggio”, mi dice al telefono Croci. Sta male, immagino. “Molto male purtroppo. Peggio della Basilica di Assisi, anche se qui non ci sono gli affreschi assisiati. Però i danni sono decisamente gravi. Il transetto è crollato e tutta la chiesa risulta lesionata, l’abside in specie. I pilastri, ora cerchiati, hanno subìto un effetto di schiacciamento”. Chiedo del centro storico aquilano del quale conservo ricordi straordinari. “Muoversi lì dentro è difficile. Bisogna subito puntellare quanto è rimasto, fare rilievi, documentare e poi diagnosticare, intervenire. Entriamo nella fase più difficile: rimettere la gente nelle case, le attività nei palazzi istituzionali in piedi, dopo averne verificata l’agibilità”.
Gli chiedo dei tempi. “Se ci lasciano lavorare e ci danno i mezzi necessari, la Basilica di Collemaggio potrebbe venire restaurata anche in un anno e mezzo. Certo, ci vogliono fondi ingenti e procedure snelle. In fondo, in due anni restaurammo integralmente, cicli di affreschi compresi, la Basilica di Assisi”. E gli aiuti americani invocati da Berlusconi?...“Gli aiuti non si rifiutano mai. Però le nostre Soprintendenze, va detto, sono di altissimo livello”. E anche le nostre tecnologie del restauro. Insomma, se li lasciano operare come a Venzone, in Irpinia o ad Assisi, i nostri addetti ai Beni culturali non deluderanno di certo. Ma il Ministero “competente” dov’è finito?
L’allarme del Capo dello stato è serio. "Esiste il rischio che le organizzazioni di stampo mafioso possano approfittare dell'attuale crisi per acquisire il controllo di aziende in difficoltà, con una invasiva presenza in tutte le regioni del paese". L’analisi di Napolitano è preoccupata. In piena recessione sono le mafie italiane gli unici soggetti in grado di disporre di liquidità. Capitali freschi, non gravati da interessi, immediatamente disponibili per operazioni finanziarie e di mercato. Lo aveva detto nei mesi scorsi anche Pietro Grasso, il procuratore nazionale antimafia. E lo dicono i magistrati e gli investigatori che giorno dopo giorno sul territorio contrastano il potere finanziario delle organizzazioni criminali. Studi e ricerche, i più accreditati sono quelli dell’Eurispes, calcolano in 130 miliardi di euro il fatturato complessivo di mafia, camorra, ‘ndrangheta e Sacra corona unita. I guadagni netti, sempre secondo le stime, sono pari a 70 miliardi. Una cifra enorme, frutto, soprattutto, di quello che è ancora il business più lucroso il traffico di stupefacenti: 59 miliardi di utile netto.
Ma anche all’interno delle mafie, stando alla lettura dei dati riferiti agli anni scorsi, c’è stata una forte evoluzione. Che ha fatto svettare la ‘ndrangheta calabrese ai primi posti della hit-parade della ricchezza. Il fatturato dei boss che dominano da San Luca a Vibo Valenzia ammonta a 44 miliardi di euro, qualcosa pari al 3% del Pil. Una cifra paragonabile alla ricchezza di nazioni come Estonia e Slovenia. Con queste cifre, è l’analisi degli esperti, è a rischio una buona fetta della libertà di mercato nel nostro Paese. Acquisizione di aziende, ingresso nella grande distribuzione commerciale, finanziarie e banche. Ma anche opere pubbliche. Il Ponte, l’interminabile Salerno Reggio, l’Alta velocità, l’emergenza rifiuti in Campania e l’"occasione d’oro": la ricostruzione dell’Abruzzo terremotato. Un dato per capirci: per risanare le ferite de l’Aquila e dei paesi colpiti dal sisma del 6 aprile il governo ha stanziato 8,5miliardi, una cifra cinque volte inferiore al fatturato della sola mafia calabrese. Appalti e subappalti, smaltimento delle macerie: sono queste le pieghe del dopoterremoto nelle quali possono infiltrarsi le associazioni mafiose.
Un varco è stato già aperto dal decreto del governo. Lo denunciano gli architetti, ingegneri e avvocati riuniti nel "Collettivo 99" in un documento pubblicato sul loro sito (www.collettivo99.org). Il decreto dà la possibilità di assegnare in subappalto "fino al 50% della categoria prevalente in deroga alla Legge 163/2006 Codice dei Contratti Pubblici che indica un tetto del 30% (elemento molto pericoloso per le infiltrazioni malavitose)". In pratica subappalti a gogò e senza controlli. Mafie ricche, che riciclano e investono modificando così la loro stessa struttura. Fenomeno che è già ad uno stadio avanzato per quanto riguarda la ‘ndrangheta. Nelle "famiglie" più importanti ormai un solo figlio è destinato a tenere in mano le redini dell’organizzazione. Gli altri sono medici, avvocati, broker, esperti finanziari e capi d’impresa. Mafia, camorra e ‘ndrangheta temono poco i sequestri dei beni. Nel 2008, calcolano gli esperti, l’azione della magistratura ha portato al sequestro di ricchezze per 5,2 miliardi di euro (2,9 miliardi alla camorra, 1,4 alla mafia e 231 milioni alla ‘ndrangheta). Poco. Troppo poco.
Dopo il terremoto di L’Aquila e Abruzzo, il governo ha formulato una nuova versione del decreto “per il rilancio dell’attività edilizia” e fa entrare in vigore la nuova normativa sismica più volte rinviata. Ma il lupo perde il pelo, non il vizio. All’articolo 1 del nuovo decreto si prevede che gli interventi di demolizione e ricostruzione di opere interne ai fabbricati possano iniziare con il semplice invio di una “informativa, anche per via telematica”. In buona sostanza, il proprietario di un edificio può ristrutturarlo e farci ciò che vuole limitandosi a inviare una e-mail! Quello stesso proprietario, sempre ai sensi dell’articolo 1, può anche mutare la destinazione d’uso dell’immobile. Aveva abitazioni, ad esempio, e può farci un albergo. Aveva un deposito e può aprire un opificio che preveda la presenza stabile di lavoratori.
Queste due attività sono soggette al rispetto della normativa antincendio. Porte tagliafuoco, vie di fuga, luoghi sicuri e quant’altro, così da scongiurare le tragedie che hanno punteggiato la storia del nostro paese, dal cinema di Torino, ad un albergo del centro storico di Roma, a tante fabbriche un tempo prive dei più elementari strumenti di prevenzione all’azione del fuoco. Piccole spese per salvare vite umane.
Ma per la classe dirigente economica che detta indisturbata l’agenda del governo queste conquiste di civiltà sono evidentemente inammissibili. Ecco il testo del secondo comma dell’articolo 1. “Ai fine di semplificare il rilascio del certificato di prevenzione incendi, il certificato stesso, ove previsto, è rilasciato in via ordinaria con esame a vista”. E’ scritto proprio così, con esame a vista. I tecnici dei vigili del fuoco dovranno recarsi sul posto senza poter disporre, come oggi, di un progetto antincendio presentato. E una volta lì dovranno rilasciarlo con esame a vista. Mancando un archivio, poi, qualsiasi cosa dovesse accadere negli anni a venire non si troverebbe alcun responsabile: mancano le prove sullo stato dei luoghi.
Ci sarebbe da scandalizzarsi. Ma purtroppo ogni volta che atti ufficiali di governo fanno emergere questa cultura inaccettabile per qualsiasi paese civile, appare soltanto un silenzio generalizzato da parte di tutti gli strumenti di comunicazione. Forse perché al potere economico -che ne controlla molti- fa immensamente piacere che qualcuno faccia il lavoro sporco.
Dall’attenuazione delle misure di sicurezza sul lavoro alla privatizzazione dell’acqua. Dall’inarrestabile spinta alla precarietà del lavoro fino al tentativo di cancellazione delle responsabilità della proprietà in caso delle morti sul lavoro. Dall’abolizione delle regole urbanistiche all’annullamento delle funzioni delle Soprintendenze di stato. In ogni settore della nostra società si sta purtroppo affermando una concezione selvaggia che ci allontana dall’Europa, dove, come noto, vengono continuamente potenziate le funzioni statali. La cecità della classe imprenditoriale sta mettendo in crisi le stesse basi della convivenza civile del paese. Sulla responsabilità penale della proprietà in caso di incidenti c’è voluto il decisivo intervento del Presidente della Repubblica. Ma se manca un moto di sdegno da parte dell’opinione pubblica sulle altre questioni aperte assisteremo a tante altre sconfitte.
Nelle aree devastate dal sisma le ruspe dovranno rimuovere le macerie e garantire l'incolumità delle popolazioni. In Irpinia, nei mesi che trascorsero tra il 23 novembre del 1980 e la seconda tremenda scossa del febbraio, le ruspe demolirono interi 'presepi'. Così venivano qualificati i paesi dell'interno e si fece giustizia sommaria di abitati che potevano essere recuperati, come scrisse un uomo saggio come Manlio Rossi Doria e molti con lui rimasti inascoltati. Per fortuna in Friuli prima, nelle Marche e in Umbria nel '97 la strategia adottata è stata radicalmente diversa, anche perché le popolazioni si mostrarono più consapevoli e attente nel difendere i loro 'presepi'. Ritardi culturali e l'affarismo spregiudicato di costruttori rapaci, in combutta con le cosche, in Irpinia andarono a braccetto. Ora le condizioni sono assai diverse e gli abruzzesi stanno mostrando di avere occhi aperti e di essere molto legati alle loro 'piccole patrie'.
L'Aquila è una città di 120 mila abitanti con un tessuto storico di grande compattezza e qualità stratificato nel corso di molti secoli dal medioevo all'Ottocento: è ricca di insigni monumenti civili e religiosi. Li abbiamo visti sventrati in foto e filmati, ma L'Aquila è anche un insieme urbano di edilizia minore, di strade e stradine, di episodi architettonici che sono la memoria e l'identità di una città. La salvezza di questo mallo urbano si deciderà nelle prossime settimane e il suo destino dipenderà dal modo in cui la regia della Protezione civile muoverà le ruspe. Lo stesso organismo su 6 mila edifici diagnosticati ha valutato che circa la metà è inagibile.
È un dato statistico ben più grave di quanto si potesse temere: vuol dire che la metà della popolazione - 40-50 mila persone - non potrà rientrare nelle case, negli uffici, nelle scuole, nell'università, negli esercizi commerciali. La fretta è cattiva consigliera e all'Aquila bisognerà che le ruspe si muovano con l'accortezza di un bisturi. Prima che esse entrino in azione, a parte casi di eccezionale urgenza, è indispensabile che si completi la diagnosi statica e geologica del tessuto urbano, così da disporre di una mappa completa e sistematica con cui operare; il ministero dei Beni storici, artistici e culturali ha mobilitato la Direzione generale, con i tecnici delle Soprintendenze, coadiuvati da esperti che hanno meritevolmente operato in Umbria e nelle Marche.
Questa doppia mappa del patrimonio edilizio e monumentale potrà consentire di rimuovere le macerie e ragionevolmente garantire un futuro alla dignità urbana abruzzese. I tempi non saranno brevi, perché non possono essere brevi e perché è meglio indugiare e salvare il salvabile. Ma perché questo avvenga - ce lo auguriamo vivamente - bisognerà potenziare gli organici sia della Protezione civile (geologi e ingegneri) che del ministero dei Beni culturali (architetti, storici dell'arte, restauratori). È dunque prioritario stanziare fondi che consentano di assumere i 400 precari dell'Istituto nazionale di Geofisica e ridare vigore con nuove assunzioni al delicato lavoro delle Soprintendenze.
I ministri Brunetta e Bondi debbono alzare la voce e chiedere che il governo stanzi le risorse necessarie perché questa force-de frappe possa entrare quanto prima in azione. Ogni edificio salvato è una risorsa e un bene economico che va valutato come tale in tutta la sua rilevanza.
È evidente che per Onna, ridotta a un cumulo di macerie, non è possibile agire con il bisturi, a parte la chiesa temo poco sia salvabile. Ma L'Aquila e altri centri meritano di essere recuperati. Il valore artistico, ambientale e urbanistico di un sistema complesso come quello abruzzese è in primo luogo una risorsa economica di incalcolabile valore umano che ridicolizza lo sciocco slogan delle new town.