Hanno dato ragione a lui, a Enzo Poli. Sono anni che se ne fotte delle regole e tira su palazzi e piscine e gazebo e tutto ciò che gli garba accanto al suo albergo sull' Appia Antica proprio sopra le catacombe di San Callisto, anni che gli sequestrano i cantieri e che lui va avanti rompendo i sigilli, anni che gli buttano giù i manufatti con le ruspe e che lui riparte facendo spallucce: uffa, la legge! Lo sapeva, che una volta o l' altra glielo mollavano, un nuovo condono edilizio. E cento, mille, diecimila altri come lui sparsi per tutta la penisola, da Vipiteno a Lampedusa, si davano di gomito da mesi: lo fanno, lo fanno... Ti pare che dopo aver fatto sanatorie a raffica, non ne fanno una edilizia? Adesso il timbro, quello inventato dal Cavaliere per segnare i trionfi del primo governo, c' è: "fatto!" Cosa significhi, per il nostro "Bel Paese", ormai defunto in molti dei suoi paesaggi più struggenti, ce lo dicono gli ultimi dati del Cresme.
Dal 1994 al 2002, con una robusta accelerazione negli ultimi tempi via via che si delineava la magnanimità governativa nei confronti di ogni tipo di figliol prodigo (l' evasore, l' esportatore di capitali, il falsificatore di bilanci...) sarebbero stati costruiti almeno 362.676 edifici abusivi dalla superficie media di 138 metri quadrati per un totale di 50 milioni e 185 mila metri quadri. Tanto per capirci: come un condominio largo venti metri, alto quindici e lungo 502 chilometri. Valore stimato: 23,470 miliardi di euro, pari ad almeno 45.444 miliardi di vecchie lire.
Una somma enorme, fatta ruotare tutta o quasi tutta dentro l'illegalità: niente Iva (solo qui un risparmio medio dell' 8%), niente imposte varie, niente contributi sulle paghe dei lavoratori in nero... Quanto basta per ipotizzare un' evasione complessiva, per non parlare del prezzo pagato in termini di morti e infortuni dentro questa cornice totalmente fuorilegge, pari al valore dell' intero complesso abusivo. Vogliamo stare bassi? Teniamoci per difetto (difetto) sui 15 miliardi di euro, cioè sui 30 mila miliardi di evasione. Bene: se dal condono dovessero essere recuperati come auspica il governo 3.000 miliardi delle vecchie lire, accusano gli ambientalisti e quanti si oppongono alla sanatoria per una questione di decenza, si tratterebbe comunque di un obolo: 4.272 euro per ogni edificio abusivo stimata dal Cresme. Un obolo che, tappato un buco oggi, spalancherebbe una voragine nei conti di domani. Basti ricordare, come scriveva ieri il "Corriere", che il comune di Roma spende in media 22 mila euro (ma la somma può sfondare i 30 mila nel caso debbano essere risanate certe borgate nate nel caos) per ogni abitazione sanata e fornita di tutti i servizi di base, a partire dalle fognature. Fate voi i conti.
Quanto all' aspetto morale, lasciamo il commento al professor Giulio Tremonti, l' antico rigorista rimpiazzato dal ministro attuale, che aveva idee chiarissime sulla necessità che uno stato serio faccia rispettare le leggi. E bacchettava ogni genere di condono ("in Sudamerica si fanno dopo il golpe") spiegando: "Non è neppure il caso di avviare una discussione sulla morale fiscale di un governo che fa ora ciò che appena ieri ha fermamente escluso perché immorale. E' piuttosto il caso di passare oltre, per vedere se un condono fatto in questo modo e in questo momento sia soltanto una scelta di cinismo fiscale per tirare a campare o qualcosa di più e di peggio: una scelta di suicidio fiscale". Insomma, avanti così non c' è più "certezza di tassazione con saltuari condoni ma certezza di condoni con saltuaria tassazione". Parole d' oro. Sottoscritte poco più di un anno fa dal ministro degli esteri Franco Frattini, allora alla funzione pubblica: "Va estirpata ogni forma di illegalità perché la questione morale è alla base di qualsiasi programma di governo". Ribadite dal suo collega alle Attività produttive Antonio Marzano: "L' ipotesi di un condono edilizio in finanziaria non mi piace molto perché amo l' Italia e non mi piace vederla guastata".
Rilanciate dal responsabile dell' Ambiente Altero Matteoli: "Dal rapporto ' Ecomafia' di Legambiente emerge una preoccupante crescita dell' abusivismo edilizio. Io sono nettamente contrario al condono edilizio non tanto per non voler perdonare chi costruisce una casa illegale, ma per non ridicolizzare il cittadino onesto che ha costruito secondo le regole. Del resto io avevo detto no anche all' ipotesi di un condono minimale, perché se apriamo alla sanatoria dei mini-abusi, si sa dove si inizia, ma non dove si finisce".
"Fiscooggi.it", la rivista on line dell' Agenzia delle Entrate, ha calcolato che dal 1973 ad oggi è stata offerta una quindicina di condoni tributari, previdenziali, assicurativi, valutari ed edilizi che hanno portato a un incasso complessivo di 26 miliardi di euro, cioè 50 mila miliardi di vecchie lire. Una somma che spalmata sui tre decenni ha portato molto meno di un miliardo di euro l' anno e spalmata sugli abitanti rappresenta un esborso di 15 euro l' anno per ogni italiano. Onestamente, se sono buoni questi dati ufficiali delle Finanze, valeva la pena di sgretolare per 15 euro pro capite l' anno la dignità impositiva dello Stato, il sentimento comune della legalità, la certezza della pena, l' immagine di una macchina pubblica che sa garantire le persone oneste e perbene e colpire i furbi, i ladri, gli evasori? Ne valeva la pena? La risposta, più di ogni altro, avrebbero oggi il diritto di darla quei sindaci di sinistra come il rifondarolo Gerardo Rosania o di destra come l' aennino Orazio Longo che ad Eboli e a Rossano di Calabria hanno sfidato le ire, gli insulti e forse qualcosa di più dei loro concittadini indifferenti alle regole abbattendo centinaia e centinaia di case abusive per applicare la legge.
Una legge che la stessa amministrazione pubblica, come dimostrano le condanne confermate in Cassazione per il gigantesco acquedotto costruito dentro il parco dei Nebrodi senza neppure una delle licenze necessarie, non si cura troppo spesso di applicare. Chi glielo spiega adesso, agli abusivi che hanno già visto la "loro" casa abbattuta, che le ruspe agirono perché così voleva la legge?
Urbanizzazione alle pendici del Vesuvio (Controluce) Il primo ad andarsene è fra i primi che quel giorno ci dovrà essere. Perché se il Vesuvio dovesse svegliarsi, Pasquale Belviso non potrebbe allontanarsi di un metro. Sarebbe costretto a restare accanto ai macchinari dell’Osservatorio geologico, proprio lì, sulle pendici del vulcano. Quei macchinari che, ogni fine mese, gli assicurano uno stipendio da tecnico di laboratorio. Ma che non potranno garantire, quel giorno, la sicurezza della sua famiglia. Allora meglio andare via, infilandosi in quella breccia di speranza aperta dalla Regione Campania: trentamila euro per costruirsi una casa altrove.
Un attimo: e se invece il motivo fosse un altro? Se l’equipaggio stesse abbandonando la nave in vista di un imminente disastro? È quanto si chiedono 600 mila persone, che non vivono a bordo di un transatlantico, ma su una polveriera. Certo, l’interrogativo svapora davanti a dati scientifici che raccontano di un vulcano in letargo, così assopito che nemmeno si stiracchia. Ma se abiti nei 200 chilometri quadrati più pericolosi d’Italia e, una mattina qualunque, leggi che il primo a scappare sarà un tecnico dell’Osservatorio Vesuviano, beh, c’è poco da fare: un brivido lungo la schiena ti corre comunque. Perché, dentro i confini della «zona rossa», la superstizione conta più della prevenzione e il fatalismo uccide spesso la ragione.
Capita perfino quando, dopo decenni d’immobilismo, qualcosa si muove e la Regione decide di premiare chi comprerà casa altrove. Grazie al cielo però c’è Pasquale Belviso, il tecnico che per primo ha richiesto il bonus. Non è tipo da amuleti, quest’uomo di 35 anni che vive a Ercolano e conosce il Vesuvio come fosse un parente. Gli è stata offerta un’opportunità, ci ha ragionato su con la moglie e i due figli, e insieme hanno deciso. Come hanno fatto, del resto, le altre 900 famiglie che, in appena due giorni, hanno ritirato il modulo per il finanziamento. «La mia non è una fuga - precisa -. Rispetto il vulcano, ma non lo temo perché è sorvegliato 24 ore su 24.
E se dovesse svegliarsi, ci avvertirebbe con largo anticipo. In caso di eruzione, però, mi ritroverei a dover scegliere cosa fare: portare in salvo la mia famiglia, o rimanere al lavoro per fronteggiare l’emergenza. Allora ci siamo detti: perché aspettare ancora... Ci danno un’opportunità, cogliamola al volo». Peccato che la Chiesa locale sia convinta del contrario e affidi i suoi dubbi a una lettera firmata dai vicari episcopali e dai decani dei Comuni vesuviani. «Se è vero che gli incentivi economici produrranno l’allontanamento di circa 100 mila persone in 15 anni - si legge nella missiva indirizzata al presidente della Campania, Antonio Bassolino, e all’assessore regionale all’Urbanistica, Marco Di Lello - che qualità di vita avranno le altre 500 mila che resteranno?».
Parole addirittura accomodanti se confrontate con quelle pronunciate da don Raffaele Borriello, vicario di Torre del Greco. «Il danno d’immagine inferto col bonus è un dato certo - sentenzia il prelato -. Il solo invito ad andar via è un atto che spinge alla rassegnazione chi resta». Marco Di Lello, lo stratega del piano che prevede uno stanziamento di 772 milioni di euro in 15 anni destinati a cambiare la faccia dei 18 Comuni a rischio, non cede alla tentazione del rattoppo. Parla chiaro e poco gli importa se lo strappo si fa più profondo.
«Dov’erano i parroci e i vicari episcopali quando le palazzine venivano su a pochi metri dal cratere e l’abusivismo sfregiava irrimediabilmente la loro terra? - sbotta -. Sbaglierò, ma non ricordo che abbiano alzato la voce come fanno adesso. E poi, dicano almeno che cos’hanno in mente: dobbiamo restare con le mani in mano ad aspettare che ci piovano sulla testa cenere e lapilli? Abbiamo consultato decine di volte i sindaci della zona per capire quale fosse la strada migliore. E sono i sindaci a rappresentare le comunità nelle istituzioni: chi altro avremmo dovuto ascoltare?».
Ma attenzione, il Vesuvio nasconde anche uno spicchio di paradiso. Silenzioso, piccolo, ma sufficiente a contenere i sogni di molte famiglie napoletane che, non potendo concedersi il lusso di una casa in città, la vengono a comprare qui, dove i prezzi sono ancora accessibili. «Tre anni fa, mi sono trasferita a Ercolano con mio marito e nostro figlio - racconta Loredana Mariniello, ricercatrice della facoltà di Scienze biotecnologiche -. Con la stessa cifra, a Napoli avremmo acquistato a stento un bilocale da ristrutturare. Oggi, invece, viviamo in un appartamento di cento metri quadri con parco e posto auto. Lo so, è rischioso. All’inizio ci pensavo spesso, poi mi sono abituata e non ci faccio più caso. Come tutti, d’altronde. E credo proprio che, se il vulcano vuole, rimarremo a lungo insieme».
Il nuovo condono edilizio, vergognosetto ma invocato come ormai indispensabile per tirar su un po' di soldi, nasce sotto auspici incoraggianti. La sanatoria delle sanatorie, l'autocertificazione offerta dalla Regione Sicilia ai 400 mila isolani colpevoli di abusi edilizi, che da anni e anni lasciano ammuffire le pratiche dei vecchi condoni nella certezza che nessuno andrà mai a disturbarli, è stata accolta infatti così: 1,1% di adesioni a Palermo, 0,37% a Messina, 0,037% a Catania. A Agrigento i cittadini che temono le ire dello Stato e hanno scelto di chiudere il vetusto contenzioso sono 3 (tre) su 12 mila.
Gli amministratori regionali si aspettavano entrate per 700 milioni di euro (1.750 per ogni abusivo) di cui 70 solo quest'anno. Dalle quattro città principali, scaduti i termini fissati, ne arriveranno 1 milione e 85 mila. Hanno deciso una proroga. Auguri. La catastrofe siciliana, ridicola se non fosse tragica, è tuttavia soltanto la punta estrema di un panorama che, sul fronte dell'edilizia fuorilegge, è per molti aspetti disastroso. Eppure, si sapeva. Da anni. Basta rileggere cosa scriveva il Sole 24 Ore sul condono del 1985 varato, tra le polemiche, da Bettino Craxi e Franco Nicolazzi: «Secondo il Censis, le oblazioni porteranno circa 5.500 miliardi e gli oneri di concessione faranno incassare ai Comuni circa 7 mila miliardi, ma a fronte di questi 13 mila miliardi circa, la collettività dovrà spendere da 11 a 25 mila miliardi per realizzare le opere di urbanizzazione». Errore: sarebbe andata peggio. I miliardi di vecchie lire incassati al 31 dicembre 1986 furono 3.500 (tre volte di meno degli oltre 9 mil a sbandierati nelle previsioni) a corredo di circa un milione e 300 mila domande contro i 3 milioni che erano stati ottimisticamente previsti sulla base del censimento che nel 1981 aveva fatto «scoprire» la nascita in soli dieci anni di 4 milioni e 418 mila abitazioni: il doppio di quelle stimate dall'Istat. Quanto ai costi per urbanizzare intere borgate abusive sparse per l'Italia portandoci strade e fognature e luce e tutto il resto, si sa come andavano le cose in quegli anni, coi lavori pubblici. Segnati da rincari che talvolta, come denunciò la Corte dei Conti accusando Edoardo Longarini, vedevano «sovrapprezzi del 258% (sbancamento), 477% (fondazione da 0 a 2 metri) e 156% (fondazione sotto i 2 metri)» rispetto ai prezzi Anas. Al Comune di Roma hanno fatto i conti: dal condono del 1985 e da quello berlusconiano del 1994 hanno ricavato in totale 467 milioni e mezzo di euro. Cioè 922 per ognuna delle 506.578 domande di condono. O se volete 1.502 euro per ciascuna delle 311.034 pratiche portate a compimento. Tiriamo le somme? Tra questi abusi, dalle marachelle venali alle porcate più vergognose, c'erano circa 100 mila case abusive costruite tra il 1967 e il 1993. In larga parte villini tirati su alla meno peggio senza uno straccio di programmazione, nel caos più totale della più scalcagnata periferia capitolina. Bene: l'urbanizzazione primaria e secondaria di un'area progettata in ogni dettaglio, dalle strade alle fognature ai servizi essenziali, costa circa 22 mila euro per ogni abitazione, caricati per 15 mila sulla famiglia che compra o costruisce seguendo la legge. Ma questo se ogni intervento è coordinato e prefissato. Nel caso delle borgate abusive, ciao: il costo di una urbanizzazione completa schizza fino a 30 mila o oltre. Risultato: anche quelli che approfittarono del condono berlusconiano, assai meno ge neroso di quello craxiano, hanno pagato in questi anni circa 10 mila euro, di cui 5 mila al comune di Roma. Una cifra da tre a quattro volte più bassa di quella costata allo stesso Comune per mettere i fuorilegge «redenti» in condizioni di vivere in modo civile. Il che fa dire ai responsabili dei settori coinvolti, dall'assessore Roberto Morassut al direttore dell'ufficio condoni Riccardo Lenzini, che se le case da condonare adesso fossero 20 mila (stima riduttiva) lo Stato e il Comune incasserebbero 200 m ilioni di euro contro una spese di almeno 440. Un bell'affare... Questo se tutti pagassero. Ma così non è. Basta prendere, appunto, il caso della Sicilia che insieme con la Campania, la Calabria e la Puglia copre da sempre, accusa Legambiente, il 37% (qualche anno di più, qualche anno di meno) del panorama dell'abusivismo italiano. Nell'isola scoppiò la rivolta, quando uscì il condono del 1985. Dissero che era troppo severo e bloccarono le autostrade e fermarono i treni e paralizzarono Palermo. «Non riusciremo mai a pagare queste cifre!» E tutti i sindaci in coro, train ati da quello comunista di Vittoria si sgolavano: «Hanno ragione!». Il prezzo fissato per sanare era: 25 mila al metro quadro per le case costruite prima del 1977, 36 mila per quelle fatte dopo. Per capirci: 2 milioni e mezzo di multa più 6 e mezzo di oneri per una casa di 100 metri quadri. Totale: 9 milioni. Ma c'era il trucco: degli oneri andava saldato subito solo il 10%. E la stessa multa andava calcolata sulla base di tabelle che sistematicamente furono, diciamo così, interpretate al ribasso. Risultato: 400 mila abusivi, in cambio di un anticipo certo non rovinoso, bloccarono per anni e anni inchieste, espropri e minacce di abbattimento in attesa di chiudere la pratica successivamente. Quando? Con calma... Franco Piro, coordinatore della Margherita ed ex assessore siciliano al bilancio, ricorda come andò a Termini Imerese, 28 mila abitanti: «Istanze esitate nella I sanatoria: 40%. Nella II: 10%». E già possono andar contenti, lì: altrove è andata assai peggio. Con percentuali di fascicoli portati fino a conclusione assolutamente ridicole. Nonostante la Regione, per accertare quante domande fossero o meno in diritto di essere accolte, avesse assunto con la legge 37/85, una caterva di geometri e impiegati e ingegneri per un totale di 1.324 giovani. Tutti precari poi confermati dall'assunzione definitiva. Con una spesa a carico di Mamma Chioccia, in quindici anni e passa, stimata in oltre 600 milioni di euro. Pari a quasi il doppio dei 360 che risultano incassati nell'isola dal condono del 1994. Un costo spropositato, accusano i nemici del condono, tanto più rispetto ai risultati: poco più di 1.500 pratiche portate a compimento a Palermo. Su 50 mila. Al punto che qualche mese fa, come dicevamo, la Regione ha deciso di tentare una sanatoria della sanatoria offrendo agli abusivi in sonno, ben decisi a starsene quieti e non svegliare il cane dormiente, la possibilità di chiudere i conti e mettersi in regola con l'autocertificazione. Come sia andata l'abbiamo detto: 63 risposte su 17 mila a Messina, 3 su 12 mila ad Agrigento, 9 su 25 mila a Catania... Perché muoversi? Metti che il prossimo condono sia ancora più generoso... (1 - continua) La cronaca
Arriva il condono edilizio da 1,5 miliardi
Antonella BaccaroROMA - E adesso il governo deve affrettarsi. L’annuncio ufficiale, dato ieri dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che il condono edilizio si farà e dovrà portare nelle casse dello Stato 1,5 miliardi di euro, spazza via le obiezioni politiche sul «se» sia opportuno varare una sanatoria. Il confronto si sposta ora sul «come» procedere, con l’esigenza primaria di circoscrivere immediatamente la portata del provvedimento, per evitare che nel Paese si scateni una corsa all’edificazione selvaggia. All’inaugurazione della Fiera del Levante di Bari, il premier, ricostruendo i termini della prossima manovra, ha dosato le parole: «So che il condono edilizio dà fastidio a tutti - ha detto - ma ci troviamo con l'esigenza di trovare 2-3 mila miliardi di vecchie lire e non possiamo farne a meno. E’ una misura che possiamo fare una sola volta». Il fatto che Berlusconi abbia riportato il condono all’interno della Finanziaria non significa che tramonti l’ipotesi di anticipare la misura con un decreto. Questo sembra ancora l’orientamento dei tecnici ministeriali che in questi giorni avrebbero ipotizzato una riapertura dei termini del condono del 1994 (per quanti cioè abbiano edificato per non più di 250 metri quadri rispetto a quanto accatastato legalmente), aggiornato nella tempistica (per gli abusi commessi fino al 30 giugno 2003) e nelle somme da versare: rateizzabili in tre anni con un acconto non inferiore al 50% del dovuto e pari, in media, a 100 euro al metro quadro.
Un condono simile avrebbe poco a che fare con la sanatoria per le sole «opere interne» ipotizzato da Alleanza nazionale. Ieri il ministro delle Politiche agricole, Giovanni Alemanno, ha sottolineato la necessità che i termini del provvedimento vengano «concordati» con il ministero dell'Ambiente «perché va verificato che non serva a giustificare scempi ambientali, per esempio salvando gli ecomostri». In sintonia il ministro delle Politiche comunitarie, Rocco Buttiglione che, commentando l’annuncio del premier, ha detto: «Non facciamo salti di gioia, ma sappiamo che la situazione della finanza pubblica è quella che è. Bisognerà limitarsi agli abusi di entità minore che derivano dall’inefficienza dei Comuni». Una tesi, quest’ultima sostenuta anche dal presidente di Assoedilizia, Achille Colombo Clerici. Sempre Buttiglione propone che siano i Comuni a stabilire quali opere siano sanabili «perché ci possono essere quelle che, pur rientrando nella metratura prescritta, violano l’ambiente o l’arte». Infine, secondo il ministro, ai Comuni minori dovrebbe andare un finanziamento per far fronte alla mole di lavoro che il condono comporterà.
A questo proposito il responsabile delle Infrastrutture di Forza Italia, Maurizio Lupi sottolinea «che bisognerà evitare improvvisazioni, curando in particolare che non si vadano a sanare abusi per cui sia già stata chiesta la sanatoria nei due precedenti condoni». La sanatoria è per il vicepresidente di Confindustria, Francesco Rosario Averna «una strada che porta all'illegalità». E’ una misura «inefficace e pericolosa» per il sindaco di Roma, Walter Veltroni. Ironizza il presidente Ds, Massimo D'Alema: «E’ uno scandalo. Mentre le riforme Berlusconi non le sa fare, i condoni sono la sua specialità». Ermete Realacci, presidente di Legambiente e membro dell'esecutivo della Margherita, promette un’«opposizione durissima». E il Verde, Paolo Cento, annuncia un girotondo intorno a Palazzo Chigi.
MILANO - Puzza. Più lo annusi e più puzza, questo condono edilizio varato sotto il titolo furbetto e ipocrita «Misure per la riqualificazione ambientale e paesaggistica, per l’incentivazione dell’attività di repressione dell’abusivismo edilizio nonché...». Repressione dell’abusivismo? Leggete il comma 6 dell’articolo 8. Dove si dice, alla faccia della favoletta sul silenzio-diniego, che il pagamento della multa e degli oneri più la presentazione di tutti i documenti richiesti entro il 30 settembre 2004 equivarranno due anni dopo, «senza l’adozione di un provvedimento negativo del Comune», al «titolo abilitativo edilizio in sanatoria». Traduzione: stavolta gli abusivi non saranno manco costretti a restare in sospeso per anni aspettando la risposta degli uffici tecnici municipali. Fatta eccezione per le poche aree protette dai vincoli più rigidi, basterà che attendano la scadenza dei 24 mesi. Dopodiché, se per pigrizia o complicità nessuno avrà mai aperto il loro fascicolo, ciao: saranno in regola.
Indovina indovinello: come pensate che possa finire se intere regioni non sono ancora riuscite a sbrigare il 20% delle pratiche degli altri condoni vecchie di nove e di diciotto anni?
REGALI PER GLI ABUSIVI - Il silenzio-assenso non è neppure l'unico inserto eticamente schifosetto inserito in questo condono che qualche buontempone aveva preannunciato «leggero». All'articolo 7 («definizione degli illeciti edilizi») in fondo a un delirante labirinto di «disposizioni di cui ai capi IV e V della legge 28 febbraio 1985 n. 47 e successive modificazioni...», c'è per esempio un regalo in più a chi approfitta della sanatoria: l'estinzione del reato. Accompagnato dalla seguente precisazione: «Le suddette disposizioni trovano altresì applicazione alle opere abusive realizzate nel termine di cui sopra relative a nuove costruzioni residenziali non superiori a 750 metri cubi per singola richiesta di titolo abitativo edilizio in sanatoria». Prego rileggere: «Per ogni singola richiesta». Quattro paroline che, secondo Beppe Arnone e gli altri avvocati di Legambiente, «consentirà ai palazzinari che hanno tirato su interi villaggi o condomini da 10 piani, di sanare tutto: basterà che ogni proprietario condoni il proprio pezzo. Una casa Mario, una Ugo, una Giovanni...».
AREE PROTETTE - Obiezione: il silenzio-diniego proteggerà le aree protette! Senza lasciare neppure la possibilità di fare ricorso! Macché: Altero Matteoli, il ministro dell'Ambiente che si era consolato con questa versione, ha letto male. Al comma 2 dell'articolo 10 sta scritto, certo, che gli abusi nelle aree di tutela sono sanabili solo con l'ok delle amministrazioni preposte. E che se queste non rispondono entro 180 giorni, la risposta è no. Ma «il richiedente può impugnare il silenzio-rifiuto». Quanto al comma 5, spiega che un antico principio viene rovesciato: una volta se costruivi una casa su terreno dello Stato diventava automaticamente proprietà pubblica. Ora non più: basta pagare e sei tu a prenderti la terra pubblica che hai occupato. Cosa possa significare per il Demanio, soprattutto in certe aree meridionali, lo potete immaginare.
IATTURA PER IL SUD - «Il Mezzogiorno cialtrone e devastatore del passato sta pericolosamente rialzando la testa e il condono lo aiuta», ha scritto ieri mattina Gianfranco Viesti nell'articolo di fondo della Gazzetta del Mezzogiorno di Bari, giornale certo non ostile al governo e men che mai anti-meridionalista. Il titolo già diceva tutto: «Condono edilizio iattura per il Sud». Iattura morale, iattura politica, iattura finanziaria. Nel momento in cui ha deciso di vendersi anche l'anima tirandosi addosso le critiche pesantissime non solo degli svagati fraticelli ambientalisti ma anche della Confindustria, il governo non deve aver fatto benissimo i conti.
Basti prendere a esempio il caso di Ardea, un paesotto alle porte di Roma che negli ultimi dieci anni è passato da 16 a 26 mila abitanti dilagando nelle campagne nel caos più assoluto e spesso illegale: se ognuno degli abusivi che ha tirato su le 430 case fuorilegge pagasse sul serio i 155 euro al metro fissati come tetto massimo dalla sanatoria (sinceramente: campa cavallo!) lo Stato incasserebbe 6.665.000 euro per poi spenderne almeno 9.460.000 in oneri di urbanizzazione. Una perdita secca di quasi tre milioni. Solo ad Ardea.
ONERI DI URBANIZZAZIONE - Per avere un'idea di quanto ci rimetterebbe in tutta la penisola, basta confrontare il dato che il Tesoro confida di ricavare dalla sanatoria, 3,3 miliardi di euro, con quello che costerebbe portare poi tutti i servizi (fogne, acqua, strade, luce pubblica....) nelle borgate, nei villaggi turistici, negli osceni agglomerati costieri nati fuori da ogni legge. Minimo (minimo) 22 mila euro ad abitazione. Che fanno, moltiplicati per le 362.676 case abusive nate secondo il Cresme dal 1994 in qua, 7 miliardi e 978 milioni. Un affarone.
Ammesso che la gente paghi. Come dice il dossier Ecomafia2003 , il 47,7% degli abusi viene commesso nelle quattro regioni meridionali (Sicilia, Calabria, Puglia e Campania) in cui lo Stato fatica molto a farsi rispettare. Ora: se è vero che queste regioni sono storicamente non solo più povere ma anche più riottose a pagare oblazioni, multe e contributi (come testimoniano i disastrosi risultati dei condoni precedenti quando la stragrande maggioranza degli abusivi ha pagato la prima rata per bloccare inchieste e demolizioni e poi non ci ha pensato più) è pensabile che ora accettino di tirar fuori, come minimo, 98 euro al metro quadro? E' pensabile che chi se n'è infischiato perfino della sanatoria della sanatoria offerta dalla Regione Sicilia sganci adesso, per 100 metri quadri, almeno 9.800 euro per rientrare dentro una legalità urbanistica alla quale si sente culturalmente estraneo? Certo: chi non ci sta rischia di vedersi la casa abbattuta. Ma il rischio, dicono le statistiche, è in queste quattro regioni intorno allo 0,97% perfino nei casi in cui c'è già l'ordinanza di demolizione.
Dicono i promotori del condono che adesso, per le ruspe, ci sono finalmente i soldi. Da 50 a 100 milioni di euro. Bene. Peccato che, come dimostrano i numeri di chi le demolizioni le ha fatte davvero come ad Eboli, ogni metro cubo demolito costa 17 euro. Fate i conti: calcolando 300 metri cubi a casa, i soli 21 mila edifici insanabili da demolire in Sicilia con provvedimenti già esecutivi (sulla carta) si porterebbero via 107 milioni. Cioè l'intero stanziamento. Auguri.
NAPOLI - Non gli bastava 'o sole, non gli bastava 'o mare, non gli bastava 'o Vesuvio. E così il proprietario di «Hercolandia», un parco giochi abusivo sul fianco del vulcano, ben dentro il vincolatissimo parco naturale, ha tirato su una torre Eiffel. Enorme. Luccicante. 'Na bellezza. Intonatissima a questa Disneyland sgarrupata e fuorilegge che sulla carta figura così: spettacolo viaggiante. Da rimuovere ogni anno, a fine stagione. Solo che, avuta la licenza, il padrone non si è mai ricordato di portarsi via la roba. E anche quest'anno si è dimenticato lì il muro di recinzione, la cancellata, il bar, il capannone dei giochi, la pavimentazione, la piscina, le giostre e pure la Tour, che svetta possente e ridicola sul golfo più bello del mondo.
Quando un amico gli chiede se non teme che un giorno, metti caso, chissà, possano demolirgli quel pezzo di grandeur français e svettante su Torre del Greco, fa spallucce. I numeri gli danno ragione. Dice uno studio di Legambiente che le domande di condono per abusi edilizi nei soli 13 comuni che hanno un pezzo del territorio dentro il Parco nazionale del Vesuvio, sommando la sanatoria del 1985 e quella del 1994, furono 49.087. Una enormità. Che sommandosi con i quartieri popolari progettati da una mano pubblica non troppo scrupolosa (valga ad esempio il caso dell'ospedale di Torre del Greco che il primo presidente del Parco, Ugo Leone, scoprì essere stato tirato su in mezzo a un'antica conca lavica) e le contrade di case e fabbriche e laboratori più o meno legali dilagate alle pendici del monte Somma con devastante spontaneismo, hanno dato vita a una periferia ad altissimo rischio.
Certo, dall'ultima eruzione del 1944 sono passati 59 anni e la statua di San Gennaro, che nel 1906 riuscì a fermare la lava a un passo da Trecase, può fare miracoli. Tutti sanno però che un giorno o l'altro il Vesuvio si sveglierà. E anche chi non vuole prendere sul serio le ipotesi pessimistiche di Alfonsa Milia, una ricercatrice che sul Journal of Geological Society di Londra ha previsto un gigantesco maremoto, concorda tuttavia con il vulcanologo Franco Barberi: «Non esiste al mondo una località a più alto rischio vulcanico considerando l'abnorme concentrazione edilizia spintasi fino a poche centinaia di metri dal cratere». Dice Giovanni Macedonio, direttore dell'Osservatorio Vesuviano, che il vulcano è «tranquillissimo» ma che «prima o poi dovremo fare i conti con una nuova eruzione». Il materiale incandescente sta pressato a una profondità di otto chilometri. Un bene e un male: quando verrà su, dice, dovrebbe dare un po' di tempo per l'evacuazione. Dovrebbe. Ma poi quello strato di lava «salterebbe come un tappo di champagne».
Dal 1631 ad oggi il Vesuvio ha brontolato, più o meno rovinosamente, 42 volte. In media una ogni otto anni. E lo sapevano i bisnonni e lo sapevano i nonni e lo sapevano i padri di chi ha ammucchiato tutte quelle migliaia di case. Niente. E il governo regionale di Antonio Bassolino si trova oggi, senza avere i soldi necessari come non ce li ha il governo Berlusconi, a dover trovare una nuova casa a 700 mila persone a rischio. Incentivate ad andarsene, fino all'esaurimento dei fondi, con buoni-casa di 25 mila euro a famiglia.
E' da pazzi costruire lì, sotto il vulcano. Eppure hanno continuato a farlo. E via via che si faceva certezza l'ipotesi del nuovo condono berlusconiano, dicono a Legambiente, si sono risentiti i rumori dei martelli pneumatici e dei camion delle imprese abusive che sono al servizio, se non direttamente possedute dai clan camorristi che controllano il ciclo del cemento: Apicella a Casal del Principe, Bardellino a Caserta, Polverino a Marano... Ditte fantasma che fanno tutto in nero e che si vantano, secondo il sostituto procuratore della Repubblica di Nola, Federico Bisceglie, il quale con due colleghi è oberato da 33 mila procedimenti, di costruire un villino, dalle fondamenta al tetto in 288 ore: dodici giorni e dodici notti.
Quanti sono gli edifici abusivi costruiti all'interno del parco? Boh. Per Legambiente, che accusa una larga parte degli uffici pubblici di non avere la più pallida idea della situazione, «almeno 5.000». L'Ente Parco, che però ammette di potersi muovere solo quando c'è una denuncia e quindi di avere dei numeri ufficiali inferiori a quelli reali, dice di averne censiti, soltanto dal '97 ad oggi, 418. Abbattuti? Una ventina. Per una spesa complessiva di 757 mila euro. Un miliardo e mezzo di lire: 70 milioni a demolizione. Ma le ultime due, uniche del 2003, ne sono costati insieme quattrocento.
«E' molto, molto, molto costoso - spiega il direttore del parco, Carlo Bifulco -. Un 10% se ne va in spese legali per respingere ricorsi, un 40% nelle demolizioni, un 50% nelle discariche: non è che noi possiamo buttare le macerie nelle discariche abusive».
«Dall'ordinanza di abbattimento alla sua esecuzione passano in media quattro anni: troppi», spiega il presidente Amilcare Troiano, di An. Dice che adesso, un po' dalla giunta regionale di sinistra e un po' dal governo di destra, arriveranno due milioni e mezzo di euro, per l'operazione ruspe. Dopo di che resterà il problema principale: nessuno vuole vincere gli appalti per abbattere le case abusive. L'ultima gara è andata deserta. Troppi rischi. E quando finalmente i caterpillar sono entrati in azione, la sede dell'Ente Parco ha dovuto chiedere la protezione di quattro guardie armate. Con gli impiegati, il cuore in gola, barricati negli uffici.
Figuratevi come va nel resto della regione, dove secondo il procuratore generale della corte d'Appello di Napoli, Vincenzo Gargano, è in corso una «aggressione al territorio» con la sistematica violazione di ogni legge, urbanistica e penale, dato che tutte le volte che vengono sequestrati cantieri si assiste a «reiterate violazioni dei sigilli». Nel tentativo di capire le dimensioni di questa Caporetto dello Stato, Legambiente ha chiesto a tutti i comuni come si regolavano con gli abusivi. Qualcuno, come Vico Equense, dove sorge un mostro non diverso dal famigerato «Fuenti» e dove nessuno deve aver mai messo le mani nei faldoni , ha risposto che andassero loro, gli ambientalisti, «nei giorni di accesso al pubblico», a cercarsi i dati: «l'estrapolazione manuale di tali dati dai fascicoli richiede un impegno lavorativo non indifferente».
Altri hanno dato risposte da far cadere le braccia. Le demolizioni eseguite rispetto a quelle firmate a partire dal 1988 (non rispetto agli abusi: alle demolizioni già decise) sono state 22 su 2.922 a Ischia, 10 su 3.204 a Torre del Greco, zero su 900 a Grumo, zero su 1.093 a Marano, zero su 1.617 a Casamicciola. Una resa.
Alla quale brindano, tra gli altri, i ristorantoni hollywoodiani con colonne corinzie e porticati finta-Pompei costruiti alla faccia di ogni vincolo sulla strada che sale al cratere da Trecase. Roba per palati fini. In un trionfo di statue: dalla Venere di Milo al Discobolo, dal Davide a Capitan Fracassa. Tutti insieme a far compagnia a Brontolo, Eolo, Mammolo, Cucciolo... Poveri nani. (2 – continua)
Cinque anni fa nel mese di settembre a Eboli avviammo un intervento di bonifica contro l'abusivismo edilizio che era presente sulla nostra fascia costiera. La camorra negli anni sessanta e settanta lungo gli otto chilometri della nostra costa aveva lottizzato il territorio. In una villa appartenuta al clan Galasso, che il nostro comune ha confiscato utilizzando la Rognoni-LaTorre, vennero trovate le bozze del piano regolatore di Eboli.
Il fenomeno abusivo aveva assunto le caratteristiche di un affare di miliardi. In quattro anni riuscimmo ad abbattere 450 costruzioni abusive, spendendo 2 miliardi di vecchie lire. Per il primo intervento che riguardò 72 costruzioni abusive, in quell'ormai lontanissimo settembre del 1998, ricorremmo al genio militare. Le nostre gare di appalto andavano puntualmente deserte, le imprese avevano paura di parteciparvi. Fu vicino a noi, per fortuna, lo Stato. Avemmo al fianco Prefetti come: Natale D'Agostino, oggi scomparso ed Efisio Orrù oggi Prefetto di Cagliari che ci accompagnarono passo dopo passo, insieme al magistrato Angelo Frattini della procura di Salerno.
Tutti insieme riuscimmo in quei mesi straordinari a costruire una formidabile sinergia tra tanti pezzi dello Stato e anche aziende private. Prefettura, Procura di Salerno, Provincia di Salerno, Comune di Eboli, Polizia di Stato, Carabinieri, Guardia di Finanza, Corpo Forestale, ASL SA/2, Telecom, Enel, Vigili del Fuoco, fu particolarmente entusiasmante vederci intorno ad un tavolo per risolvere in maniera definitiva un problema di illegalità quotidiana. La favola durò sino al 2001!
Vezio De Lucia nella intervista all' Unità sostiene che oggi questo non sarebbe più riproponibile. Ritengo che abbia pienamente ragione. Oggi il Comune di Eboli è denunciati dagli abusivi, ed è sotto inchiesta. Il clima è profondamente cambiato. Sembra passato un secolo non cinque anni. La proposta di condono edilizio è la conferma ufficiale che si va in altra direzione. Lo stato deve fare cassa. Il metodo più semplice è sanare l'illegalità.
L'abusivismo edilizio è un fenomeno fortemente diffuso nel mezzogiorno. Il Cresme ci dice periodicamente che la grande parte di mattone selvaggio è controllato dalla criminalità organizzata. Non si cancelleranno solo anni di lotta alla devastazione del territorio, ma si dirà a tutti che è inutile rispettare leggi a regolamenti perché poi vinceranno sempre i criminali. S'inviano in questo modo, segnali estremamente negativi. Gli enti locali diventeranno ancora più deboli costretti come già lo sono, a correre dietro gli effetti devastanti dell'annuncio, eppure dal 1998 al 2000, a seguito delle demolizioni ad Eboli, del Fuenti, il villaggio Coppola il numero di costruzione abusive si era ridotto. Sappiamo che dal 2001: il fenomeno è di nuovo in ripresa figlio del clima che è cambiato, mattone selvaggio vola di nuovo.
C'è rabbia per la mancata approvazione di quella proposta di legge scritta insieme ai sindaci di Pomigliano D'Arco di Montecorice, insieme allo stesso prefetto di Salerno, con gli ambientalisti. La proposta di tre ministri: Lavori Pubblici, Ambiente e Cultura, insabbiatasi colpevolmente al Senato, conteneva un principio di base: mai più il condono edilizio. Oggi siamo di fronte ad una nuova sanatoria. Non esistono condoni piccoli o grandi. E' già ripreso l'assalto al territorio, e i comuni già preparano i bilanci pensando quanto costerà alla collettività urbanizzare le costruzioni abusive. Il nostro territorio ha bisogno di cure e non sanatorie. Rosa Iervolino Sindaco di Napoli ricordava che basta ormai un temporale più intenso per avere problemi, senza che lo stato investa un centesimo. Noi stessi a Eboli nel settembre scorso anno ne siamo stati vittime, lo Stato, quello di oggi, non è intervenuto. Ci hanno detto che avendo tutto risolto, anche l'emergenza, coi fondi del comune, non si riteneva di dover intervenire. Troppo bravi. Avremmo dovuto lasciare isolati per mesi decine di famiglie. Da noi si dice "cornuti e mazziati".
Non si può essere osservatori, bisogna rialzare la testa. Vezio de Lucia propone una grande manifestazione nazionale. Io dico a Eboli. Siamo pronti ad ospitarla, nel cuore del mezzogiorno, dove si concentra circa l'80% del fenomeno dell'abusivismo. Noi lanciamo una proposta convinti che saranno tanti, Sindaci, Parlamentari, Sindacalisti, Associazioni Ambientaliste e semplici cittadini che non tollerano più queste illegalità, e che vorranno far sentire la propria voce. Potremo ritrovarci nel nostro Palasport dopo il congresso nazionale dell'Anci. Spero, anzi sono certo, che anche lì la voce degli enti locali sarà forte. La data potrebbe essere il 25 ottobre. Italia Nostra già ha comunicato la propria adesione. Vediamoci qui, ricominciamo dal Sud, dove, lo Stato nel 1998 ha dimostrato che l'illegalità si vince, basta che ognuno faccia la sua parte fino in fondo.
Gerardo Rosania, Sindaco di Eboli
DAL NOSTRO INVIATO PORTOFERRAIO (Isola d' Elba) - Il giorno che un go-kart approdò sulla spiaggia di Pianosa fu davvero un giorno speciale. Certo, nell' arcipelago toscano la gente vive da secoli nel mito dello sbarco degli argonauti sulla spiaggia delle Ghiaie, dove si asciugarono i sudori macchiando per sempre i candidi sassi. L' arrivo di un go-kart dal mare, però, spalancò a tutti la bocca per lo stupore: «Ooooh!». Gli unici a non stupirsi più di tanto furono Umberto Mazzantini e i suoi amici di Legambiente. I quali già non s' erano meravigliati quando le acque di un insignificante torrentello, rovesciandosi furiose a valle, si erano portate via il 4 settembre 2002 la pista e i capannoni e i go-kart e tutto ciò che avevano trovato sul loro cammino nella piana di Marmi, tra Procchio e Marina di Campo. Tutti lo sanno, da sempre, che i torrenti dell' Elba certe volte possono gonfiarsi di colpo e venir giù con la violenza di un fiume in piena. Tutti, meno quegli scriteriati che da qualche anno, indifferenti ai racconti dei nonni e agli studi degli scienziati, cercano di occupare sistematicamente le aree umide di fondovalle. Come la combriccola di costruttori edili e funzionari comunali e giudici e prefetti travolta dall' inchiesta giudiziaria sul complesso di Procchio, sulla costa nord, a una manciata di chilometri da Portoferraio. Al centro della vicenda c' è una vasta area nel cuore del centro balneare, a pochi metri dal mare. Posizione strategica ma infelice: ci passano in mezzo il Fosso di Procchio e un altro torrente, che con qualche approssimazione sono stati imprigionati in una condotta che alla prima pioggia battente salta. Come successe appunto l' anno scorso, quando tutta la zona andò di nuovo sotto dando vita a un bacino che Sergio Rossi, il corrosivo direttore del sito internet «elbareport.it», bollò col toponimo irridente di Lago Papera. Nome da allora usato da tutti coloro che si oppongono al progetto. Il quale prevede la costruzione di un palazzone di 7.500 metri quadri con decine e decine di appartamenti e appartamentini. Un progetto sventurato. Che nonostante la mancanza di alcuni requisiti essenziali e la fierissima opposizione degli ambientalisti, era riuscito a ottenere (miracolo!) un permesso d' iniziare i lavori. Infatti il cantiere è lì. Orrendo. Enorme. Immensamente sproporzionato rispetto al paese, alla strada, alle colline alle spalle. Bloccato. L' inchiesta condotta dai magistrati di Genova ha scovato un sacco di cose che non tornano. Prima fra tutte la sentenza con cui il dirigente dell' ufficio dei gip di Livorno Germano Lamberti, cugino del sindaco della città toscana, Gianfranco Lamberti, decise di bocciare la richiesta di sequestro del cantiere che gli aveva passato il pm di Livorno Antonio Giaconi. No, rispose il giudice: richiesta respinta, tutto in regola, avanti coi lavori. Non sapeva che, la notte dopo aver ricevuto il fascicolo, era stato intercettato mentre consigliava, lui, al protagonista principale della speculazione edilizia, il costruttore Uberto Coppetelli, quali carte procurarsi per avere un verdetto favorevole. Una telefonata galeotta. Come tante altre registrate dagli investigatori tra i vari personaggi coinvolti: il giudice, il costruttore, il prefetto di Livorno Vincenzo Gallitto, il suo ex vice, Giuseppe Pesce ora prefetto di Isernia, un paio di costruttori pistoiesi e il dirigente dell' ufficio tecnico del comune di Marciana Gabriele Mazzarri. Chiacchierate in cui, dice l' Ansa, c' è chi parla di «distruzione delle prove», chi chiede in cambio dei piacerini un appartamento «non sulla strada, ma in una posizione migliore, sul dietro, dalla parte del giardino», chi rassicura gli amici che «no, non c' è alcuna inchiesta della magistratura in corso». Insomma: un pasticciaccio. Esploso col blocco del cantiere, l' arresto dei costruttori, del funzionario e del giudice e la richiesta di manette anche per i due prefetti. Giusto ciò che mancava per rendere immortale questa estate elbana. Che ne già aveva viste di tutti i colori. L' arresto di agenti di polizia generosissimi nei permessi di soggiorno a quelle signorine che accettavano di mostrarsi carnalmente riconoscenti. La catena di incendi dolosi, uno dei quali finito in tragedia con la morte di una turista. Lo scandalo del viaggio a Montecarlo della Comunità Montana da allora ribattezzata Comunità Mondana: un giretto da 80 mila euro con mogli e amici finito dopo mille polemiche con le irate dimissioni («Vergogna! E' una congiura!») del presidente forzista Mauro Febbo il quale, a conferma della statura morale, ha confessato giusto l' altro ieri di essersi pure messo in tasca «otto o novecentomila euro» che gli erano stati affidati da piccoli risparmiatori. Mai vista un' estate così. Come mai si era visto, dal tempo in cui cessarono gli sbarchi di etruschi, greci, pisani, saraceni, inglesi, francesi, tanti tentativi di conquistare questo o quel pezzo delle pregiatissime spiagge dell' arcipelago. Basti dire che, sulla base dei soli «piani strutturali» dei suoi otto comuni, l' Elba dovrebbe essere arricchita (dicono i sindaci) o infestata (dicono gli ambientalisti) da altri 1.462.714 metri cubi di villaggi turistici e palazzi e attività commerciali. Per capirci: l' equivalente di un condominio largo 15 metri, alto 20 (sette piani) e lungo 4 chilometri e 875 metri. Il tutto, dicono, per venire incontro alle «esigenze abitative» di una popolazione che pure, dal 1951, è calata da 29 a 28 mila abitanti. Tutto regolare? Sì e no. Certo, l' Elba resta bellissima, non vedi qui come in tutta la Toscana e il Centro-nord, i quartieri interamente abusivi come a Giugliano, le coste devastate dal cemento selvaggio come in Calabria, le case perennemente in costruzione con i piloni nudi come in Sicilia. Ma anche qui, in questo gioiello che è l' arcipelago toscano, puoi vedere mille esempi d' un abusivismo più subdolo e nascosto ma non meno pernicioso. Come il rudere di 40 metri a Porto Azzurro trasformato dal senatore della Margherita Andrea Rigoni (condannato a otto mesi col costruttore, il solito Uberto Coppetelli) in una villa di 300 metri quadri. O l' osceno complesso abusivo abbandonato e mai abbattuto che sfregia lo Spalmatoio di Giannutri. O ancora il mostro di cemento armato di 32 mila metri quadri che avrebbe dovuto storpiare per sempre la collina di Pontecchio se Legambiente non fosse riuscita a dimostrare che sarebbe sorto proprio dentro il territorio del parco naturale. O ancora le manovre intorno alla vendita, decisa da Tremonti, di Pianosa, che fa gola a tutti con quel vecchio carcere e quel paesino da ristrutturare. O intorno all' isoletta di Cerboli. Un coriandolo perso nel Tirreno. Ma un coriandolo che, con un gioco di società anonime incastrate l' una nell' altra come scatole cinesi, è finito al centro di un complesso gioco sui tavoli della City a Londra. Business is business. E chi se ne frega del picchio muraiolo... Gian Antonio Stella (3-continua. Le precedenti puntate sono state pubblicate il 13 e il 16 settembre
FONDI (Latina) - Raccolta la cicoria, parcheggiato il trattore e mondata la cicerchia, il presidente del Consiglio Regionale del Lazio Claudio Fazzone avrà un angoletto dove sfilarsi stremato gli stivali infangati: la casupola contadina che sta costruendo per realizzare il suo sogno agreste prevede infatti un salotto di 130 metri quadrati. La metratura di un campo di beach-volley.
Direte: è uno scherzo? No: è un abuso edilizio, accusano gli ambientalisti. Lui, amareggiato, nega: «La mia famiglia come ogni altra ha il diritto di pensare all' avvenire dei propri figli». Tutto in ordine, dice. Mai visto un «fabbricato rurale» con otto camere e cinque bagni grandi come quelli di Caterina di Russia e cucine e garage e rispostigli per un totale di tremila metri cubi? Sulla faccenda, a Fondi, 30 mila abitanti, ai confini tra il Lazio e la Campania, si è accesa una polemica rovente. L' ultima di un' interminabile litania che vede da una parte gli amministratori pubblici che accusano WWF e Legambiente d' essere trinariciuti nemici del progresso che intralciano con le loro irritanti perplessità il luminoso avvenire turistico, dall' altra i guardiani della natura che inondano da anni i giornali e le televisioni denunciando abusi su abusi così volgari, sfrontati e indecenti da strappare, oltre l' indignazione e la rabbia, perfino qualche risata. Prima fra tutti il prodigioso "effetto serra" di Marina di Fondi: unico esempio mondiale di casa coltivata. Tirato su un enorme scheletro di tubi e fasciato tutto col cellophane, gli ingegnosi contadini devono avere annaffiato certi semi di calcestruzzo transgenico con dell' acqua miracolosa. Certo è che, d' incanto, sotto la serra è sbocciata una casa col tetto, le finestre, l' antenna tivù, il camino. E' ricca, Fondi. Abissalmente più ricca di quella conosciuta dai viaggiatori del Gran Tour che scendevano verso Napoli e restavano impressionati dall' estrema povertà della gente, descritta da Charles Dickens a metà dell' 800 senza pietà: «Tutto è miserabile e sordido. Un immondo canale di fango e di rifiuti serpeggia lungo il mezzo della squallida via, alimentato da sconci rivoletti che colano da povere case. Non esiste porta o finestra o imposta in tutto l' abitato; non un tetto, un muro, un palo, un pilastro che non sia rovinato, sgangherato e fradicio. (...) I paesani son facce torve, scavate! Tutti mendicanti. (...) Ti vengono addosso a branchi, facendo ressa e dandosi impedimento a vicenda. Chiedono con insistenza la carità per amor di Dio, per amor della Vergine, per amor di tutti i Santi".
Gli aranci prima, le primizie di serra poi, ne hanno fatto uno dei più importanti mercati ortofrutticoli della penisola. Merito di una piana riparata alle spalle dai monti, del clima, del sudore dei contadini rinforzati qualche decennio fa dall' arrivo di braccianti veneti. La sciatteria urbanistica descritta dall' autore de «Il Circolo Pickwick», però, si è trascinata fin dentro il secolo scorso ed è esplosa tra gli anni Sessanta e i Settanta devastando via via la costa.
Basta leggere la relazione del commissario di governo Angelo Di Caprio che fu mandato a gestire il comune nel 2001. Dove si ricorda come le domande presentate per usufruire prima del condono craxiano dell' 85 e poi di quello berlusconiano del ' 94, fossero un' enormità in proporzione alla popolazione di Fondi: 7.215. Delle quali 5.825 (81%) ancora da esaminare sette anni dopo l' ultima sanatoria. Ma più ancora basta guardare cosa stavano facendo di una basilica romanica sopra le cui volte, prima del provvidenziale intervento giudiziario, avevano cominciato a costruire una «pittoresca» pizzeria. O ancora basta farsi un giretto lungo la spiaggia.
Di qua, la generosa campagna bagnata dal lago di Fondi è coperta dagli scheletri di cemento armato dell' «Isola dei Ciurli», un' oscena lottizzazione bloccata dai giudici convinti che non fosse cristallino il modo in cui erano stato concesse tutte le 21 licenze edilizie necessarie, una separatamente dall' altra per non dare nell' occhio. Trucco usato più volte. E in particolare una notte leggendaria in cui l' allora assessore all' urbanistica, un attimo prima di dimettersi, aveva firmato in poche ore 700 «via libera» ai cantieri. Una generosità scriteriata che, insieme con una sfilza di complicità, cecità, errori in buonafede e altri meno, ha permesso la costruzione «quasi in regola" (quasi) di decine di ville platealmente abusive e stabilimenti balneari che, fottendosene della legge regionale che vietava di toccare le dune, non solo le hanno distrutte ma anche violentate e umiliate. Come nel caso dei bagni «Tucano» il cui padrone ha terrazzato le magnifiche onde di sabbia coperte dalla macchia mediterranea per piazzare meglio gli sdrai. Una volgarità da papponi. Fatta sotto gli occhi dei vigili. Denunciata e mai colpita. Offensiva verso la natura quanto le mèches a un leone ingentilito da bigodini.
Per non parlare del muraglione tirato su, ognuno il suo pezzo, dai padroni delle ville costruite a pochi passi dal mare e servite tutte da grandi scalinate che degradano fino in acqua e portano cartelli con scritto: «proprietà privata». Ci credo: è proprietà nostra. Demaniale. Pubblica. Proprietà di tutti gli italiani, derubati da una banda di furboni che adesso pretenderebbe anche qualche intervento pubblico (coi soldi nostri) per erigere una barriera contro il mare che avanza. Mare che, supplendo alla latitanza decennale degli amministratori, si sta facendo carico di metter fifa agli abusivi minacciando d' abbattere i manufatti cementizi. Operazione che non passa neppure per la testa del sindaco, il geometra forzista Luigi Parisella, passato alla storia (minima) italiana per aver dichiarato davanti alle telecamere di Report, testuale, che «il diritto di tutti i cittadini è sacrosanto come sono sacrosanti i diritti di chi ha costruito abusivamente e ha diritto alla sanatoria perché è una legge dello Stato» La legge, si sa, è legge. E le migliori sono le leggine. Come quella che consentiva fino a qualche tempo fa, a chi aveva almeno 10 mila metri di terra, di tirar su un «fabbricato rurale» di una certa cubatura. Era una misura per i contadini: è finita, stando alle denunce di Luigi Di Biasio, il responsabile locale di Legambiente, con un' alluvione di case che, al posto delle «attrezzature necessarie alla conduzione del fondo agricolo (stalle, rimesse, fienili, silos etc...)» pretese dal piano regolatore, erano piene di salotti e salottini, verande e mansardine. Belle case, ma mai come quella che si sta costruendo Claudio Fazzone, il poliziotto salito da capo-scorta di Nicola Mancino a presidente forzista del consiglio regionale del Lazio: una villa intestata alla moglie Stefania Peppe e a una sua cugina, Giulia Iodice, di tremila metri cubi. Con due salotti per un totale di 213 metri quadrati. Certo, per arrivare a quella cubatura l' area dietro il paese non bastava. Così hanno sommato «ulteriori appezzamenti di terreno»che stanno sul costone di un monte spelacchiato a cinque o sei chilometri. Povero Fazzone, chissà che fatica andare su e giù col trattore blu...
ROMA - Una calda notte di agosto, a pochi passi dalla celeberrima tomba di Cecilia Metella, nel cuore dell'Appia Antica, è spuntata una villa abusiva. E' venuta su così, come un fungo. In poche ore tra il sabato e la domenica, mentre l'Italia era distratta dalla strage di Rozzano e dalla catena di anziani uccisi dall'afa. Villa prefabbricata, ma villa vera, con le camere e il salone e i bagni e la veranda e un bel tetto verde per un totale di oltre 150 metri quadri. Degno suggello alla notizia che il governo aveva ormai praticamente deciso di varare un nuovo condono edilizio. Direte: ma come è possibile costruire una villa fuorilegge lì, dentro uno dei parchi archeologici più famosi del mondo, protetto da regole di salvaguardia rigidissime, sorvegliato da un manipolo piccolo ma appassionato di guardiaparco? E' possibile.
Basta seguire le regole che tutti gli abusivi di questa zona, una delle più prestigiose di Roma, abitata da nomi illustri che vanno da Franco Zeffirelli al sarto Valentino Garavani, da Gina Lollobrigida a Marta Marzotto a grandi protagonisti dell’imprenditoria e della finanza, hanno ormai mandato a mente.
Uno: si piantano fitti fitti un po’ di alberi per una prima barriera che impedisca la vista ai curiosi. Due: si fa stendere una parete di canne, la più alta possibile, ma comunque oltre i due metri. Tre: si rafforza la barriera di alberi e di canne con un telo verde da cantiere. E via così. Ormai il comandante Guido Cubeddu e i suoi uomini capiscono al volo. E anche lì, in via del Pago Tropio, alle spalle dei magnifici resti della basilica di San Nicola e del Castello dei Caetani, a non più di settanta metri dalla tomba della figlia del console Quinto Metello che costituisce uno dei punti di maggior richiamo di questo parco fortissimamente voluto e imposto con le sue battaglie giornalistiche dal grande Antonio Cederna, avevano capito da tempo che era in preparazione un progetto edilizio.
Un anno fa, più o meno di questi tempi, avevano sorpreso una ditta specializzata a scavare le fondamenta di una villa. Certo, non una villa in muratura. Quella avrebbe dovuto arrivare dopo, di condono in condono.
Ma una casa comunque molto bella. In legno di primissima qualità. Dalle rifiniture di pregio e dallo stile vagamente orientale. Progettata e costruita pezzo per pezzo da una società romana specializzata. Immediata denuncia, intervento della magistratura, sequestro del cantiere, ordine perentorio di rimuovere immediatamente i pannelli e le travi e i tramezzi già pronti per essere montati.
Un ordine mai rispettato dalla proprietaria, Annapia Greco, della famiglia romana diventata immensamente ricca scoprendo per prima verso la metà degli anni Settanta il businness dell’importazione di prodotti di abbigliamento cinesi di buona qualità e bassissimo prezzo. Prodotti venduti in Italia con il marchio oggi famoso di Balloon. La donna non è l’unica della famiglia, in zona. La madre vive in una antica e splendida villa in via della Caffarella e il fratello Roberto, l’amministratore delegato e l’anima del gruppo, abita in un’altra dimora straordinariamente bella nel cuore del Parco. Mai un abuso, mai una forzatura, mai un problema.
Rispettosissimo.
Per mesi e mesi i guardiaparco hanno tenuto d’occhio il posto, arrampicandosi sul tetto della camionetta per dare ogni giorno un’occhiata al di là della impenetrabile cortina di alberi, canne e teli. E per mesi e mesi il cantiere è rimasto bloccato.
Deserto. Finché la mattina del lunedì 25 agosto dietro la barriera, in plastica coincidenza coi titoli dei giornali che la settimana prima avevano dato ormai per scontato il condono per bocca di vari membri del governo, hanno finalmente visto qualcosa.
Allungato il collo, hanno intravisto un tetto: la casa, come avrebbero poi dimostrato le foto scattate dall’elicottero, era spuntata.
Stupore? Zero. I dati elaborati per Legambiente da Mauro Veronesi sull’abusivismo edilizio non lasciano dubbi: dal 1994 ad oggi si sono edificate mediamente nel territorio del comune di Roma 23.145 case abusive: sette al giorno. Anche nelle zone più sorvegliate, anche nelle zone soggette ai vincoli più stretti. Certo, è un fenomeno che riguarda tutta l’Italia. E ce lo dice un rapporto del 1998 dei carabinieri del Nucleo Ecologico, che avevano censito allora (e da allora le cose sono peggiorate) 3.309 abusi edilizi nei parchi naturali, 12.899 nelle aree protette, 2.194 in quelle demaniali. Cifre preoccupanti, ma mai quanto la percentuale delle demolizioni effettivamente eseguite di edifici destinati dalla legge, con sentenza, all’abbattimento: 2,4%.
Figuratevi la situazione in un parco urbano, collocato proprio dentro la capitale, ricco di un patrimonio edilizio accumulatosi dal medioevo al novecento e creato solo nel 1988 come quello dell’Appia Antica. A far la lista degli abusi censiti non si finisce più: 40 campi da tennis, 7 piscine, 35 case, 4 campi da calcetto, 44 capannoni industriali, un campo da baseball, una pista di pattinaggio... Un disastro. Testimoniato dalla indifferenza che mostrano in troppi davanti alle regole.
Prendete la società Tosinvest, di proprietà della famiglia di Antonio Angelucci, l’ex portantino diventato uno degli uomini più ricchi d’Italia, editore prima dell’«Unità» e oggi di «Libero». Possiede da un po’ di anni quattro ettari e mezzo a pochi metri dalla porta San Sebastiano. Una volta, stando ai rapporti, alle fotografie e ai rilievi aerofotogrammetrici, c’erano due baracche. Oggi, nonostante il divieto assoluto di edificare, ci sono una villa a un piano di 292 metri quadri, una «casa custode» di 106, un «magazzino attrezzi agricoli» di 120, un «recinto cavalli»...
E il Centro Motoristico Appia Antica, anche questo a pochi passi da Porta San Sebastiano? Spiega la direzione del parco che nell’ottobre 1988 i vigili urbani denunciarono l’esistenza di «un laboratorio di autofficina con annesso deposito di materiali di ricambio sprovvisto di autorizzazione comunale». Bene: oggi «l’attività si svolge su immobile di proprietà pubblica regionale in affidamento al Comune, occupato senza titolo da ex affittuari in quanto il Comune di Roma aveva dato formale disdetta del contratto già dal 1992, e su un’area privata occupata abusivamente di circa 10.000 metri quadri destinata alla pubblica fruizione nell’ambito del piano del parco della Caffarella». Area trasformata «con sbancamenti e risistemazioni in un grande parcheggio (per almeno 200 auto) all’aperto». Salvatore Bonanno, il titolare della concessionaria, presenta nel gennaio 1999 una dichiarazione d’inizio attività. Per perfezionare la pratica gli serve il parere favorevole del Parco, della Sovrintendenza, di vari uffici comunali: non ne avrà neanche uno. Eppure, accusa la direzione del Parco, è ancora lì. E, come dimostrano le foto scattate in anni diversi, ha pure «trasformato in un villino» un vecchio rudere.
Poche centinaia di metri più in là, l’«effetto serra» ha dato lo stesso frutto di tante altre finte serre lungo l’antica Appia fino ai confini della Campania: sotto il cellophane tirato su per coltivare zucchine e pomodori, giorno dopo giorno è spuntata una casa abusiva. Col comignolo. E lo chiamano «parco»...
ROMA - «Dico: ' sti poveri romeni! Quello che mi dispiace è per questi poveri romeni senza casa!». Per loro, gorgheggia al telefono Annapia Greco, fece costruire la villa abusiva sull' Appia Antica denunciata ieri mattina dal Corriere e abbattuta ieri sera dalle ruspe sotto gli occhi del sindaco di Roma, Walter Veltroni, tornato apposta da un viaggio: «Che me ne facevo, io, di una villa laggiù?»
«Ho una casa tanto bella in piazza del Colosseo e ci vivo tanto felice! Tanto serena! Tutta questa pubblicità! Tutte queste cattiverie sulla mia famiglia! E che ho fatto mai? Ci ho provato, d' accordo, è andata male, pazienza. Me volete crocefigge' ? Chiedo: me volete crocefigge' ? Che ho fatto mai: ho solo cercato di fare del bene a ' sti romeni. Di dar loro una casa. Vedesse i loro occhi.... Poverini».
Romana, 57 anni, soave rappresentante dei troppi italiani indifferenti alle leggi di tutela, sorella di quel Roberto Greco che a metà degli anni Settanta intuì per primo l'affarone di importare camicie e magliette dalla Cina e creò con gli altri fratelli il marchio con la mongolfiera «Balloon», Annapia giura che proprio non riesce a capacitarsi di tutto questo fracasso intorno alla lussuosa residenza fuorilegge tirata su a settanta metri dalla tomba di Cecilia Metella: «Io l' avevo venduta, l' avevo...».
E quando?
«Da tantissimo tempo.... Tantissimo...».
Quando?
«Ma come posso ricordarlo? Tantissimo...».
Eppure fu lei un anno fa a metter giù le fondamenta, lei a essere denunciata, lei a essere nominata custode giudiziario...
«Sì, ma... Insomma... Guardi: io tenevo quel terreno per fare la contadina...».
La contadina.
«Sì. Volevo fare l' orto... La frutta... Siccome che poi ho ospitato dei rumeni che non sapevano dove andare a dormire... Mi facevano pena. Vedesse la moglie, il figlio... Li potevo lasciare senza una casa? Mi dica: li avrebbe lasciati lei, senza una casa?».
Non mi dirà che ha fatto costruire una villa sull' Appia Antica per...
«Certo! Per questa povera gente. Erano i miei protetti. Comunque, per essere precisi, io non ho costruito niente».
Solo perché l' hanno beccata...
«D' accordo: ma non ho costruito io».
Sperava nel condono?
«Casomai ci speravano quelli che l' hanno costruita».
Insiste? L' ha comprata lei o no, quella casa? Ha fatto scavare lei o no le fondamenta?
«Fondamenta? Due buchi, erano. Profondi come un vaso di fiori».
Fatto sta...
«Va bene, gliel' ho detto: ci ho provato ed è andata male. Pazienza. Capita...Ho detto: vabbè, allora la vendo...».
Ma pensava davvero di farla franca?
«Senta, io capisco le sue osservazioni. Sono d' accordo. Sa, ho fatto l'istituto d' arte... La battaglia contro gli abusi è nobilissima. Ma perché tutto questo parlare di me? Della mia famiglia? Vi rendete conto del danno fatto con questa pubblicità negativa all' azienda dei miei fratelli? Perché ce l' avete con noi?»
No, signora: anche suo fratello Roberto ha una villa sull' Appia ma di lui le autorità del Parco parlano solo bene. È lei la discola... Ma si rende conto? Una villa abusiva a due passi da Cecilia Metella...
«Lo so: me lo sono posto il problema. Sa dove sono, in questo momento? Nelle Marche. Con il Fai, il Fondo ambiente italiano...».
Scherza?
«No, davvero. Quando hanno visto il Corriere mi volevano buttar giù dal pullman: "Traditrice! Sei peggio di Giuda"».
Ammetterà che...
«Ma che ammetto? La casa l' hanno costruita quelli che hanno comprato il terreno... Che c' entro io? Capisco, voi fate il vostro dovere ma mi state rovinando i rapporti con i miei fratelli. Metta che poi fanno un infarto...».
Andiamo, signora: l' infarto!
«Non capisco... Ce l' avete coi ricchi? Tutto questo guardare le cose nostre...Perché ci fate del male?»
Senta: fu lei a far tirar su la barriera di canne, lei a far stendere la rete verde per nascondere i lavori agli ispettori del Parco...
«Ma no, ma no... L' hanno fatto dopo che l' avevo venduta...».
Aveva l' ordine del magistrato di rimuovere i pannelli e tutto il materiale comprato per costruire la villa: perché l' avrebbe lasciato lì se non per aspettare il momento giusto per fare i lavori?
«Con tutto quello che mi era costata! Dovevo pure fare un' altra spesa? Che ne sapevo che poi quelli che hanno comprato...».
Ma davvero non ricorda quando ha venduto?
«Tanto tempo fa. All' inizio dell' estate, forse...».
No: da quel che risulta lei ha fatto il preliminare il 22 agosto.
«Ma no, ma no...».
Esattamente il giorno prima di far montare la villa...
«Ma no, c' è un errore...».
...E il passaggio di proprietà l' ha fatto davanti al notaio Renato Caraffa addirittura il 5 settembre, quando la villa era già lì: quindi l' ha fatta montare lei, prima di vendere.
«Ma no, c' è un errore»....
L'atto ufficiale è lì: 5 settembre.
«L'avrà registrato allora... Che ne so, io? Faccio come Berlusconi: giuro sulle mie figlie che non sapevo niente, dell' abuso».
La visura camerale è chiara.
«Ma per carità! Per carità! Io non so neanche cos' è una visura camerale! Ripeto: io avevo venduto».
Per curiosità: a quanto?
«Due lire. Giuro. Per colpa proprio del sequestro e di tutte quelle storie. Due lire. O se vuole diciamo due euro».
Quanto?
«Poco! Pochissimo! Davvero! Guardi: quando l' ho vista in fotografia sul Corriere mi sono detta: quant' è bella... Che peccato averla venduta...».
Mica tanto: l' hanno buttata giù...
«Non potevano, è proprietà privata».
Signora: una casa abusiva sull' Appia!
«Non hanno avuto pietà, poveri rumeni».
Ancora? E su: mica l' ha venduta ai rumeni, la villa. L' ha ceduta a una signora quasi ottantenne, Adele Gattoni Celli, che contestualmente ha girato la nuda proprietà a una certa Albertina Marinelli.
«Ma non guardi le carte, non creda alle carte... Le dico che l' ho data ai rumeni».
E sa dove abita questa signora che ha comprato?
«Mi dica».
Guarda caso, proprio al suo indirizzo: piazza del Colosseo 9.
«Ma davvero? Ah, le coincidenze della vita...».
Che cosa significa "condono edilizio"? Per capirlo, occorrerebbe subito, adesso, una grande fotografia dell’Italia scattata dal satellite, così vedremmo quanti piccoli e grandi cantieri si sono aperti dal giorno in cui è stato annunciato il condono. Sono, credo, centinaia di migliaia: si è aperto in Italia un grandioso laboratorio di "formazione civile" perché alla quantità di frodi edilizie, già evidenti, viene dato oggi il potere di appestare ed esprimersi completamente.
La pratica del condono - abitudine tutta italiana, che all’estero si stenta a comprendere - è doppiamente da condannare: primo, perché incoraggia comportamenti illeciti; secondo, perché penalizza i comportamenti corretti, offendendo i cittadini che rispettano le regole. Il condono perdona ai furbi e dà uno schiaffo agli onesti. Inoltre, ferisce profondamente coloro che da anni - magari in solitudine, nel silenzio - si battono e consumano energie per difendere le nostre coste, l’aria, il paesaggio.
Quanto all’ambiente intorno a noi, sarà un altro colpo durissimo. Lungo le coste italiane tutti abbiamo visto case di un piano con pilastri sul tetto, con i tondini di ferro che escono di un metro già pronti ad accogliere i pilastri per il piano superiore. Quindi, case più alte (ma anche più lunghe, perché accostare una stanza a un’altra è facilissimo). Gli ecomostri stanno lì ad aspettare sereni: anche per loro, chissà, alla fine ci sarà qualche bugia o salterà fuori un sotterfugio legale.
Lo scempio, lungo le nostre coste, è cosa fatta. Nelle città, i tetti dei palazzi mostrano già una quantità rilevante di abbaini: quest’attività continuerà, con una crescita degli abitanti che renderà ancora più caotico e ingestibile il tessuto cittadino, aumenterà i volumi di traffico e i veleni nell’aria. Le periferie sornione, anche loro fremono di innumerevoli attività edilizie che confermeranno ancora di più il loro disastro originale. Mentre si cerca di sgombrare le falde del Vesuvio per creare vie di fuga in caso di eruzione si fa un bel condono, lasciando quasi tutti fatalisticamente tranquilli. E le zone archeologiche accerchiate da veri paesi abusivi assenti di opere di urbanizzazione? E i parchi nazionali, vere zone di equilibrio ambientale, penetrati da costruzioni improvvise e patologiche?
Pagherà la collettività. Gli esperti hanno già fatto i calcoli economici di quanto perderanno i cittadini - attraverso le tasse comunali - per le demolizioni; ma poi si sa che la parola demolizione non è così consueta in Italia né l’abbattimento del costruito è un’esperienza così diffusa. I Comuni dovranno pensare a portare fogne, strade, servizi nei quartieri sorti senza regole e oggi avviati a beneficiare di questo magnanimo perdono. Ancora una volta, le spese per demolizioni e urbanizzazione saranno equamente ripartite: gli onesti pagheranno tante tasse quante ne pagheranno - a meno di evasione fiscale - coloro che hanno compiuto gli illeciti.
C’è un’altra questione da affrontare. Quali saranno i criteri di questa ennesima sanatoria: quali e quante case, cioè, saranno legalizzate? Bisognerà capire quale sarà la superficie massima "illegale" che potrà essere sanata: cento metri quadrati? Duecentocinquanta?
Dicono, per giustificarsi, che sarà un condono "leggero". Allora, con leggerezza, si perdoneranno con il timbro dello Stato mille piccole mostruosità, balconi e gazebo spuntati dal nulla, sopraelevazioni e cantine adattate a "taverne"; ma è il momento di domandarsi se, invece, non assisteremo a un autentico scempio ambientale, magari grazie alle tante aree provvidenzialmente rese libere dal fuoco in estate.
Domandiamoci: che cosa è la "buona politica"? Io penso a Barcellona, al modo in cui l’amministrazione di questa città, negli ultimi anni, si è condotta: perseguendo un obiettivo di bellezza, dove bellezza significa anche rigore, funzionalità, efficienza. Per l’Italia, solo un sogno. Ma per impedire che anche questa sanatoria abbia corso bisogna intervenire. Un "manifesto anticondono" - promosso da urbanisti, architetti e intellettuali - mi vedrebbe come prima firmataria.
Neanche ad "Abusopoli" ci credono troppo, alla tesi che il condono servirebbe a tirar su un po' di soldi chiudendo col passato per poi dare vita a un grande progetto di risanamento delle coste e delle aree protette e delle periferie urbane. Lo dice un sondaggio dell' Abacus condotto per Legambiente. Dal quale emerge non solo la netta contrarietà di fondo della maggioranza degli italiani all' ipotesi di mettere una pietra sopra, scusate il bisticcio, agli abusi. Ma anche degli stessi abitanti di quel profondo Sud che ospita gran parte di questi abusi e i due terzi di quelli così osceni da essere destinati all' abbattimento.
Dice infatti l' inchiesta, condotta su un campione di 1.001 persone rappresentativo della popolazione nazionale (età, scolarità, regioni di residenza, dimensione del comune e così via) che anche nel Mezzogiorno più estremo e nelle isole soltanto il 34% ritiene che la sanatoria «consentirebbe di recuperare denaro per lo Stato senza aumentare le tasse». Mentre la fetta più larga della popolazione, pari a quasi il 54% (poi c' è un 11% che non sa o non risponde) è convinta che i danni sarebbero superiori ai vantaggi. Chi perché il condono «favorirebbe ulteriormente l' abusivismo edilizio nella speranza di un futuro condono» (27%) e chi perché «favorirebbe la criminalità organizzata che nell' abusivismo edilizio ha grandi interessi».
Ermete Realacci, che come presidente dell' organizzazione ambientalista aveva commissionato il sondaggio, attacca: «I numeri non lasciano spazio ad equivoci. Nessuno può far più finta di non sapere: gli italiani conoscono benissimo quali sono i rischi di una scelta come quella che pare abbia in mente il governo. E lo stesso elettorato di centrodestra offre una serie di risposte sulle quali penso che i partiti della Casa della libertà debbano riflettere. C' è da augurarsi che adesso tutti coloro che, dentro il governo e la maggioranza, hanno usato parole di perplessità e di critica sull' idea balzana di una sanatoria, si sentano più forti. E che la loro voce, una voce di buonsenso, venga finalmente ascoltata».
Che i numeri siano secchi, in effetti, è difficilmente contestabile. Apertamente a favore del condono senza perplessità sui risvolti morali e finanziari ma solo interessati a un' operazione che eviterebbe a Giulio Tremonti di dover recuperare denaro con i sistemi tradizionali spezzando l' illusione dello slogan «meno tasse per tutti», infatti, sono il 24% degli italiani. Contrari perché alimenterebbe una nuova ondata di edilizia fuorilegge il 40%, timorosi di una stagione d' oro della mafia, della camorra e delle altre organizzazioni che in certe regioni controllano spesso il settore il 25%. Percentuali che, tra gli elettori di sinistra, si accentuano vistosamente.
Contro l' ipotesi della sanatoria, per l' una o l' altra delle motivazioni enunciate dal sondaggio, si dichiarano il 77% degli elettori di Rifondazione e dei Comunisti italiani (contro un 12% scarso di favorevoli o non ostili), il 75% dei simpatizzanti della Margherita e addirittura l' 88% di chi vota per la Quercia. Una posizione così netta e radicale sotto il profilo ideologico (domandina: che c' entri qualcosa anche l' opposizione a tutto ciò che fa il governo?) da fare risaltare una qualche contraddizione con le scelte pratiche quotidiane di una miriade di regioni, città e paesi amministrati dalla sinistra dove questo scrupolo legalitario non è poi così forte. Basti pensare, per fare un solo esempio, a Giugliano, che è diventata la terza città della Campania dopo Napoli e Salerno dilagando nella campagna circostante con uno sviluppo edilizio vorticoso e largamente fuorilegge. Le più interessanti, però, sono le risposte di chi dice di riconoscersi nei partiti di governo.
Certo, tra gli elettori di Forza Italia, evidentemente i più sensibili alle promesse berlusconiane di una riduzione della pressione fiscale, l' ipotesi che il governo usi anche l' arma del condono sugli abusi pur di non «mettere le mani nelle tasche degli italiani» raccoglie meno ostilità che altrove: il 37% è d' accordo.
La percentuale di chi è consapevole degli inconvenienti, però resta sostenuta: il 30% pensa che la sanatoria invoglierebbe a nuove illegalità di massa intorno al mattone, il 21% che finirebbe per dare spazio alla criminalità che opera nel settore. Due dubbi che crescono (57% complessivo) tra gli elettori di Alleanza Nazionale, che pure ha spesso difeso in passato, come nella borgata romana della Storta, gli «abusivi per necessità», al punto che Tommaso Luzzi, dopo che s' era dato fuoco per proteggere i borgatari fuorilegge, fu premiato alle «regionali» da 7.718 preferenze.
Ma che più ancora sembrano animare la diffidenza dei leghisti. I quali, tra coloro che guardano al condono come a un incentivo per i furbi che hanno in programma nuove ondate di abusi, sono in assoluto i più ostili (quasi il 54%) dopo i diessini. Una percentuale quasi analoga a quella degli abitanti del Nordest dove i favorevoli senza riserve alla sanatoria, dice l' Abacus, sono solo il 18%. Due punti in meno che nel Nordovest.
Certo, le domande poste non erano così dirette da spingere a dire sì o no. Ma forse, oltre a quell' Italia che tira su ville abusive sull' Appia Antica o devasta le spiagge costruendo fin sulla spiaggia o lascia orrendi scheletri sulle Dolomiti, ce n' è un' altra che comincia a pensare che il Bel Paese occorre anche meritarselo...
SELINUNTE (Trapani) - Se vi piacciono i tondini di ferro ruggine ficcati su nel cielo, se adorate il calcestruzzo sgretolato dalla salsedine, se andate pazzi per i selciati sconnessi, se vi commuovono le scalinate di cemento armato che digradano sulla spiaggia demaniale fino al mare e le necropoli riciclate in discariche, c'è il posto che fa per voi. Si chiama Triscina, sta a due passi da Selinunte (l’ideale per farci fare un figurone), è completamente abusiva e detiene probabilmente il record mondiale di impunità: su circa 5 mila case nate fuorilegge (tutte), oltre 800 sono così al di là di ogni limite di illegalità da non aver potuto approfittare neppure del condono del 1985. Non hanno potuto approfittare neppure del condono del 1994, né delle ammiccanti leggine via via tentate dalla Regione Sicilia.
Colpite dalla ordinanza di demolizione (obbligatoria) non hanno mai visto però una ruspa, un piccone, uno scalpello. Sapete quante ne hanno abbattute, in questi anni? Zero: zero carbonella.
Eppure qui, di quegli «abusivi per necessità» che vengono difesi a spada tratta dai legalisti di bocca buona, non ce n’è uno in giro.
Basta vagabondare tra le stradine che scendono a pettine verso il mare: cancelli sbarrati, finestre sbarrate, porte sbarrate. Non un’auto parcheggiata, un bambino che giochi, un ciclista che pedali, un panno steso al sole. «La Florida d’Italia! La Florida d’Italia!», strilla ogni tanto qualcuno vagheggiando di una regione aperta tutto l’anno grazie al sole, al mare, alle ginestre, alle ricchezze archeologiche. E sarebbe questa? Una Florida sgangherata che poco dopo la metà di settembre ha già chiuso tutto, ritirato le sdraio, smontato il campeggio, serrato le baracche-bar sulla spiaggia? Li conti sulle dita gli abitanti di questa scheletrica e bruttissima città fantasma che restano a vivere quaggiù anche dopo la fine dell’estate. E se da altre parti della penisola, in certe periferie delle grandi città, potresti avere lo scrupolo di buttar giù una schifezza perché c’è dentro qualcuno, qui no: nessun alibi. Tranne, s’intende, quello politico che tutti, dai sindaci agli assessori, ti ripetono qui in Sicilia: un abusivo è un abusivo, 5 mila abusivi sono un partito.
Spiega un rapporto di Legambiente che la Sicilia, con 63.089 case abusive costruite dal 1994 ad oggi, rappresenta un sesto dell’intero panorama (362.676) dell’edilizia illegale italiana. Spiega anche che 305 case su mille, nell’isola, «non sono occupate e quindi rientrano tra le cosiddette "seconde case"». Conclusione: visto che nella stragrande maggioranza questi edifici fuorilegge costruiti negli ultimi anni in attesa di un nuovo condono sono proprio case per le vacanze, si potrebbero buttare giù.
Sì, ciao. «Il problema è che i sindaci le ordinanze le firmano perché lo vuole la legge - racconta il dirigente generale dell’urbanistica regionale, Nino Scimemi -. Ma poi difficilmente fanno partire gli appalti per affidare i lavori di abbattimento».
Basti ricordare la testimonianza di Enzo Bianco: «Ero sindaco di Catania da poche settimane quando, una mattina, un impiegato mi porta alla firma un faldone con due o trecento ordini di demolizione... Comincio a firmare e gli chiedo: "Qual è il calendario delle demolizioni?" Quello sbianca, chiude il faldone, gira i tacchi e se ne va. Dopo un po’ entra il capo di gabinetto: "Ma signor sindaco, le firme servono solo a non farla incriminare per omissione di atti d’ufficio... Non penserà mica..."».
Molti anni dopo, non è cambiato niente. Incapace di raccogliere informazioni precise in un panorama così sgangherato, la Regione ha distribuito un questionario per un sondaggio a campione. Risultato: nonostante lo sbracamento dello Stato con la raffica di condoni, gli abusi edilizi accertati come in-sa-na-bi-li in Sicilia e quindi colpiti da una obbligatoria ordinanza di abbattimento sono oggi 21 mila. E quelle eseguite negli ultimi anni? Boh... Nessuno ne ha la più pallida idea. Forse 200, dicono in Regione. Delle quali 130 (in larga misura baracche) a Siracusa grazie a un protocollo d’intesa del sindaco Titti Bufardeci con la Procura e il resto nelle altre province, che ospitano il 93% degli abusi isolani.
Il che fa ipotizzare agli ambientalisti una percentuale di demolizioni effettive intorno allo 0,3 di quelle firmate. Umiliante.
Chi ha governato l’isola in questi anni, destra e sinistra, non è riuscito a fare il suo mestiere tra gli «abusivi del superfluo» (chi aveva una casa sequestrata e acquisita per abusivismo se l’è tenuta ed è «ospite» del Comune) come a Triscina, che con Marinella stringe Selinunte in una morsa di calcestruzzo e scarica dove può, compresa la necropoli di Timpone Nero dove i sepolcri vuotati dai tombaroli vengono usati come depositi d’immondizia. Non ci è riuscito con i grandi palazzinari e le aziendine edili che hanno tirato su alla periferia della sola Palermo un agglomerato di condomini e casette abusive dove vivono almeno 80 mila persone. Non ci è riuscito a Pizzo Sella, la «collina del disonore» palermitana dove tre grosse imprese (una delle quali controllata dalla sorella di Michele Greco, detto «Il Papa») edificarono 170 ville: 64 subito abitate, 55 finite ma mai occupate, 51 mai finite. Hanno perso tutti i processi, i costruttori. Tutti. Fino in Cassazione. Eppure, di quelle 170 ville, ne hanno tirata giù (nel lontano 1998: poi basta) solo una. Meglio: uno scheletro.
Il tribunale ha stabilito, al di là di ogni ragionevole dubbio, che si trattò di un tipo di abusivismo assai consueto, in una regione in cui solo il 18,4 per cento dei comuni si è dotato di un piano regolatore: le licenze c’erano, ma erano state comperate. Come siano stati puniti quei funzionari infedeli, quei costruttori e quei progettisti che devastarono la collina ce lo dice la sentenza. Totale imputati: dieci. Totale condanne: 36 mesi di carcere.
Una settimana per ogni villa. Con la condizionale, si capisce...
( 6 - continua.
Le precedenti puntate sono state pubblicate il 13, 16, 17, 18 e 19 settembre)
Gian Antonio Stella
ROMA - «Una cosa del genere non l’ho mai vista». Braccio Oddi Baglioni, vicepresidente dell’Oice, l’associazione degli ingegneri, architetti e progettisti italiani, si dice letteralmente sbalordito. Eppure, nell’Italia scossa dalla febbre del condono edilizio, è successo davvero. Un giudice ha deciso di mettere all’asta tre appartamenti totalmente abusivi. Ignaro? Tutt’altro: consapevole a tal punto della situazione da specificare, nel bando, che gli immobili «non possono essere nemmeno sanati con l’articolo 40 entro 120 giorni dalla data del trasferimento» di proprietà. L’incredibile vicenda è accaduta a Livorno. Sul Tirreno del 20 settembre è apparso un avviso d’asta del tribunale relativo a tre appartamenti di 45 metri quadri al prezzo di circa 130 mila euro ciascuno. Tutti e tre costruiti all’isola d’Elba, località Capoliveri. Tutti e tre totalmente abusivi.
Lo stato di totale illegalità viene candidamente ammesso nella specifica del bando, che avverrà il 25 novembre alle ore 11 presso il tribunale di Livorno, precisando che le unità immobiliari sono «prive di concessione edilizia e della doppia conformità» e pertanto non è possibile alcuna sanatoria.
Dall’ufficio del notaio Bianca Corrias - che si occupa dell’asta - fanno sapere che l’abusività non compromette il meccanismo d’asta e che, in ogni caso, stanno eseguendo l’incarico conferito loro dal giudice Carlo Cardi sull’esecuzione immobiliare numero 251/01 promossa dalla Cassa di Risparmio di Livorno Spa.
«Una vicenda paradossale - continua Oddi Baglioni - sempre che non ci siano cavilli particolari legati alle procedure fallimentari, mi sembra una storia fuori dal mondo: un tribunale che mette all’asta, al prezzi di 3 mila euro al metro quadro, immobili che secondo la legge andrebbero demoliti». A meno che il giudice, con singolare senso della notizia, non avesse già fatto affidamento sull’arrivo della sanatoria.
Infatti la prima data dell’annuncio, apparso sul sito Internet delle aste giudiziali, risale al 27 giugno scorso, quando di condono, fra le rituali smentite, si parlava già come ipotesi. Diverso il caso dell’ultima pubblicità, quando il condono era ormai sulla pista di decollo. L’Oice sottolinea, inoltre, i «danni devastanti dell’effetto annuncio». «La cosa peggiore - sottolinea in un comunicato - è lo slittamento del termine per fare domanda al 31 marzo prossimo: è come dare la licenza di costruire abusivamente per altri sei mesi».
L’Oice contesta anche l’ambiguità del decreto del governo. «Il testo infatti non chiarisce - spiega ancora Oddi Baglioni - il confine di insanabilità, se e in che misura esso riguarda i piani paesaggistici, solo le aree protette o il demanio».
Il docenti del Dipartimento di urbanistica e pianificazione del territorio dell’Università di Firenze ritengono che il decreto sul condono edilizio, se dovesse diventare operativo, scatenerebbe una serie a catena di disastri sul territorio nazionale e sulle istituzioni preposte a programmarne la tutela e lo sviluppo.
Un disastro urbanistico e ambientale: gli abusi, sia quando riguardano le periferie, sia, soprattutto, quando riguardano le aree demaniali, anche se non protette da vincolo specifico, proprio in quanto illegali aggravano il degrado. La loro convalida non può che rendere più difficile (se non impossibile) un’effettiva opera di recupero. Circa le periferie poi è perlomeno strano che dopo tutto il discorrere che si è fatto di recente sulla necessità di un loro recupero, il primo provvedimento operativo sia il condono degli abusi.
Un disastro istituzionale: vanificando l’azione di enti locali (comuni, provincie e regioni) che tentano di programmare e regolare l’attività edilizia, vietando l’abusivismo, non solo si accentuano i contrasti fra istituzioni centrali e enti locali e si contravviene ad ogni obiettivo federalista; ma si contraddice e si svuota di senso anche la politica dei programmi speciali integrati di origine europea e statale che ormai da molti anni operano nei territori in crisi con ben altri metodi e obiettivi.
Un disastro civile, culturale e di immagine a livello europeo: si perpetua la peggiore tradizione italica della “simonia”, con lo Stato che, come un tempo si vendevano le indulgenze, vende la possibilità di evadere la legge e i cittadini che ne approfittano dopo essersi arrangiati da sé. Una tradizione che pone l’Italia fuori del contesto europeo, dove la pratica del condono è sconosciuta e anche grazie a ciò l’abusivismo è inesistente. Alimentare il culto dell’impunità vuol dire infatti incentivare l’abusivismo.
Infine, un disastro anche dal punto di vista economico: come dimostrano ormai in modo indiscutibile le ricerche e i bilanci sui precedenti condoni le entrate non coprono gli oneri per la regolare urbanizzazione delle aree abusive. A Roma, ad esempio, è stato calcolato che a fronte di 20.000 case da condonare, lo Stato e il comune incasserebbero complessivamente 200 milioni di euro, mentre le spese di urbanizzazione ammonterebbero a 440 milioni. Ci si può facilmente immaginare che a scala nazionale il passivo salirebbe a cifre astronomiche.
Nel nostro paese, il territorio e il paesaggio non sono beni vendibili con cui “fare cassa” in caso di necessità, ma al contrario risorse bisognose di cure, di un’adeguata programmazione e di investimenti perché possano rendere sui tempi lunghi.
I docenti del Dipartimento fanno appello al Governo e al Parlamento perché la proposta di condono non venga approvata, e crisi delle periferie, crisi della programmazione urbanistica e crisi della politica residenziale pubblica non vengano sfruttate da iniziative superficiali e controproducenti del Ministero del Tesoro, ma vengano affrontate nell’ambito dei Ministeri e degli enti locali competenti portando avanti una seria programmazione integrata fra obiettivi di natura sociale, economica e urbanistico-ambientale.
Giandomenico Amendola, Nicola Assini, Michelangelo Caponetto, Carlo Carbone, Gianfranco Censini, Gabriele Corsani, Mario Guido Cusmano, , Gian Franco Di Pietro, Guido Ferrara , Teresa Gobbò, Gianfranco Gorelli, Massimo Grandi, Biagio Guccione, Alberto Magnaghi, Susanna Magnelli, Marco Massa, Manlio Marchetta, Maurizio Morandi, Carlo Natali, Giancarlo Paba, Raffaele Paloscia, Francesco Pardi, Massimo Preite, Giorgio Pizziolo, Francesco Ventura, Paolo Ventura, Alberto Ziparo
NO AL CONDONO EDILIZIO
GLI ARCHITETTI FANNO OBIEZIONE DI COSCIENZA
“L’architettura è espressione culturale essenziale dell’identità storica in ogni paese.
L’architettura si fonda su un insieme di valori etici ed estetici che ne formano la qualità e contribuisce, in larga misura, a determinare le condizioni di vita dell’uomo e non può essere ridotta a mero fatto commerciale regolato solo da criteri quantitativi. L’opera di architettura tende a sopravvivere al suo ideatore, al suo costruttore, al suo proprietario, ai suoi primi utenti. Per questi motivi è di interesse pubblico e costituisce un patrimonio della comunità.
La tutela di questo interesse è uno degli scopi primari dell’opera professionale e costituisce fondamento etico della professione.”
( Dalla premessa alle norme deontologiche dell’Ordine degli Architetti d’Italia.)
L’abusivismo ha prodotto danni irreparabili in tutto il territorio nazionale.
L’annuncio di un provvedimento di condono edilizio alimenta già di per sé nuove forme di abuso.
Non esiste un condono eticamente “leggero” né i suoi effetti sul territorio lo saranno mai:
l’insieme dei piccoli ed innumerevoli abusi al pari dei più clamorosi sono un danno per il proprietario del lotto adiacente così come per l’intera collettività.
Tutto il territorio è antropizzato e tutto il territorio è paesaggio. Difenderlo significa controllare, attraverso il progetto di architettura, la sua trasformazione all’interno di modalità consapevoli e condivise, in cui si incontrino e confrontino interessi collettivi ed individuali.
L’abuso edilizio nega tutto ciò dando ragione unicamente alla speculazione e all’imposizione dell’interesse privatistico.
Tutti i giorni nella nostra pratica professionale ci confrontiamo non solo con l’insieme delle regole che la comunità si è data, ma siamo anche chiamati a fornire gli strumenti per la costruzione di quelle stesse leggi necessarie alla salvaguardia dei singoli e del territorio.
Ignorare o eludere tali leggi significa non solo offendere il nostro lavoro, ma soprattutto gli interessi della collettività.
Per tutto ciò
Gli Architetti si dichiarano contrari a qualsiasi ulteriore condono edilizio e si impegnano a non prestare la propria attività professionale per i provvedimenti di condono edilizio.
Questi condoni edilizi ogni nove anni, che denunciano l’insania dominante in Italia, presentano il loro simbolo più inquietante nella cartolina del Vesuvio superpopolato. Il caso del massimo e più temerario abusivismo, infatti, è quello delle costruzioni tollerate per decenni sulle pendici del vulcano e spinte fino a breve distanza dal cratere. Quali e quante amministrazioni locali furono responsabili d’un simile scempio, a prospettiva disastrosa per 700 mila persone? Tutte o quasi, sotto la pressione della camorra o della densità di popolazione in Campania. Ora i dati raccolti da Gian Antonio Stella, nell’inchiesta pubblicata sul Corriere , segnalano una somma di scandali cronicizzati con fatti e cifre anche recenti. Reiterate sanatorie, solo venti demolizioni dal 1997 in poi, quasi 50 mila domande di condono, imprese abusive della camorra che intimidisce i possibili appaltatori degli abbattimenti. E l’incentivo a sfollare almeno l’area del maggior pericolo, giacché secondo l’Osservatorio Vesuviano «prima o poi dovremo fare i conti con una nuova eruzione», prevede solo buoni casa di 25 mila euro per famiglia.
Eppure si tratta del vulcano più temibile d’Europa, sempre vivo benché da 59 anni dormiente. Negli ultimi due secoli furono sette le maggiori eruzioni, dal 1822 al 1944, quando la colata lavica rovinò su abitati come San Sebastiano e Massa di Somma. Si teme in particolare la calotta calcarea, che può esplodere, anche se dopo macroscopici e prolungati segni premonitori controllabili dai sistemi d’allarme in un’area d’oltre 110 chilometri.
Che fare dinanzi a un’eruzione, sia pure non improvvisa e tuttavia intensa come quella del 1631, che giunse a devastare un’area di 500 chilometri quadrati? Il sonno lungo d’un vulcano a tendenza esplosiva non è affatto un dato rassicurante, come avvertono i vulcanologi rievocando l’esperienza storica dei risvegli più calamitosi dal 79 d.C., l’anno di Ercolano e Pompei, al 1980 del Mount Saint Helens esploso in America.
Nel settembre 1995 fu annunciato un Piano Vesuvio della Protezione Civile, che nel caso d’allarme dovrebbe organizzare l’esodo collettivo da un’area divisa in tre zone, rossa, gialla, blu, in tempi diversi secondo l’intensità immediata del pericolo. Per la zona rossa, tempo massimo una settimana. Anche se la maggioranza degli esperti considera improbabile per i prossimi tempi un’eruzione simile a quella del 1631, ora si vorrebbe sapere se quel progetto per l’emergenza è aggiornato, a distanza di otto anni, secondo i dati più recenti sull’abusivismo. E poi, si tiene conto veramente di tutto? Per esempio, del panico prevedibile dopo il semplice annuncio del primo allarme, delle fughe di massa nel timore d’una paralisi di porti e stazioni ferroviarie, delle conseguenze d’una pioggia di ceneri propagate dai venti su persone, motori, sistemi elettrici o meccanici.
Questo, in brevi termini semplificativi, è il massimo e peggiore scandalo nazionale dell’abusivismo edilizio, benché non se ne discuta quasi mai dalle tribune pubbliche. Ma è anche un esempio delle questioni vitali che dovrebbe trattare la politica seria, ben oltre le schermaglie tra schieramenti politici sui loro interessi e le dispute sulle opere pubbliche spettacolo. Se qualcuno vuole obiettare, come sempre, che il pessimismo allarmista deprime, la risposta è che l’ottimismo lassista deresponsabilizza.
Il condono dell’abusivismo è:
Ingiusto. Perché premia i furbi a scapito degli onesti. Perché vanifica gli sforzi delle amministrazioni più coraggiose, impegnate nella difesa del territorio e nel rispetto delle regole comuni.
Inutile. Perché, a fronte di un guadagno per lo Stato, Comuni e Regioni devono sostenere spese di entità superiore ai ricavi dell’amministrazione centrale.
Dannoso. Per l’ambiente. Per il paesaggio. Per il turismo. Perché favorisce la crescita di città e paesi privi di qualità e senza servizi.
Pericoloso. Perché avvantaggia le imprese disoneste e le mafie, grandi e piccole.
Effimero. Che cosa saremo costretti a fare, nel 2004, per risanare i conti dello Stato, dopo aver svenduto i beni dello Stato e condonato tutto quel che era possibile?
Il condono è deciso dallo Stato centrale senza consultare le Regioni e Comuni, amministratori del territorio, con buona pace del federalismo e della cooperazione fra gli enti. La devolution dei poteri, per ora, è solo un trasferimento dei costi dal centro, alla periferia, senza alcun vantaggio per i cittadini.
Attraverso il condono non si promuove alcuna forma di sviluppo. Nessun beneficio può essere ricavato per l’industria, per il commercio, per l’agricoltura, per il turismo. Nessuna forma di economia stabile può essere promossa o sostenuta attraverso l’edilizia illegale. Al contrario, l’ambiente e il paesaggio, le principali risorse del paese, sono nuovamente saccheggiate.
Il condono farà incassare allo Stato una cifra inferiore a quella che occorre per finanziare il ponte sullo Stretto di Messina. Possiamo rinunciare a entrambi e immaginare un’Italia diversa. Senza ponte, ma onesta.
Un’altra Italia, diversa da quella che ha in mente il Presidente del Consiglio on. Silvio Berlusconi, è possibile.
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"La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione"
(articolo 9 della Costituzione repubblicana del 1948)
Il nostro paesaggio è la nostra storia, la nostra identità, la nostra anima profonda. Ogni ferita al nostro territorio e alle nostre città è una ferita inferta a noi stessi, alla nostra memoria collettiva, a qualcosa di inestimabile che abbiamo creato nel tempo e con cui abbiamo convissuto di generazione in generazione, attraverso i secoli. Ferire a morte quest’eredità delicata e preziosa non è solo un “cruccio” culturale, ma anche un calcolo economico miope e dissennato. Il ritorno ciclico del condono edilizio non rappresenta solamente un eccellente viatico per ogni illecito ed abuso, non solo favorisce il ritorno della legge della giungla a scapito dello stato di diritto, non solo punisce i cittadini onesti e premia chi costruisce in spregio ai vincoli urbanistici, alle norme ambientali, alle regole antisismiche, ma dimostra soprattutto l’incapacità dei nostri governanti d’imparare dagli errori del passato, di comprendere fino in fondo che preservare il nostro paesaggio è di straordinario significato e valore anche per l’economia del paese.
Questo treno in corsa può ancora essere fermato. I danni creati dal nefasto “effetto annuncio”, protrattosi per più di un anno, sono già stati in parte quantificati. Se lo Stato intende veramente incamerare delle risorse allora la strada maestra non è quella del condono – per ogni euro incassato la collettività ne spenderà tre per l’urbanizzazione del manufatto sanato – ma è piuttosto quella di sanzionare i furbi e i disonesti dell’ultima ora con le multe già previste dalla legge. In attesa di tempi migliori, quando l’ipotesi di una legge ad hoc contro l’abusivismo sarà di nuovo presa seriamente in considerazione, noi esortiamo le autorità ad attivare tutti gli strumenti disponibili per via ordinaria: i Sindaci denuncino senza indugi gli abusi di ogni tipo e grandezza alle autorità giudiziarie (anche nelle more di un condono: i casi già oggetto di procedura giudiziaria non dovrebbero rientrarvi) e procedano con le demolizioni, non limitandosi a quelle simboliche e mediatiche; le Regioni e le Province escano dall’inerzia nella quale si trovano e diano un segnale che, per loro, la lotta all’abusivismo rappresenta una priorità assoluta; il ministero delle Infrastrutture utilizzi i provveditorati alle opere pubbliche per mettere al lavoro imprese esenti dal rischio d’intimidazione da parte del crimine organizzato; lo stesso ministero riprenda l’attività di monitoraggio, da tempo abbandonato, sul fenomeno dell’abusivismo e trasmetta al Parlamento dati e rilevazioni periodiche; il ministero degli Interni dia disposizioni a Prefetti e Forze dell’ordine per intervenire tempestivamente al fine d’impedire nuovi scempi; la magistratura acceleri le pratiche sui ricorsi che si sono accumulate sui loro tavoli; il ministro dell’Economia, con la previsione delle entrate provenienti dagli abusi edilizi di ultima generazione, accantoni sin dalla prossima Legge finanziaria, le risorse necessarie per dotare la lotta all’abusivismo di mezzi e strumenti per intervenire efficacemente.
Ricorrere ai condoni, soprattutto quello edilizio per le sue implicazioni fisiche irrimediabili oltre che morali, non è una “buona politica”. Non è neppure un’azione amministrativa improntata a criteri di efficienza e di efficacia, mentre perseguire obiettivi di bellezza non è in contrasto con il rigore, la funzionalità, il senso di responsabilità individuale. Le ragioni dell’economia non sono opposte a quelle della cultura e della tutela ambientale: per impedire che in Italia queste ragioni rimangano un sogno occorre intervenire con appassionata fermezza.
Il Consiglio di presidenza e il Comitato dei garanti
Disposizioni urgenti per favorire lo sviluppo e per la correzione dell'andamento dei conti pubblici.
(GU n. 229 del 2-10-2003- Suppl. Ordinario n.157)
Stralcio: Condono edilizio
testo in vigore dal: 2-10-2003
IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
Visti gli articoli 77 e 87 della Costituzione;
Ritenuta la straordinaria necessita' ed urgenza di emanare disposizioni per favorire lo sviluppo economico e per la correzione dell'andamento dei conti pubblici;
Vista la deliberazione del Consiglio dei Ministri, adottata nella riunione del 29 settembre 2003;
Sulla proposta del Presidente del Consiglio dei Ministri e del Ministro dell'economia e delle finanze, di concerto con i Ministri dell'istruzione, dell'universita' e della ricerca, delle infrastrutture e dei trasporti, dell'interno, delle politiche agricole e forestali, del lavoro e delle politiche sociali, delle attivita' produttive, per i beni e le attivita' culturali, dell'ambiente e della tutela del territorio, della salute e per gli affari regionali;
Emana
il seguente decreto-legge:
Artt. 1- 31
(omessi)
Art. 32
Misure per la riqualificazione urbanistica, ambientale e paesaggistica, per l'incentivazione dell'attività di repressione dell'abusivismo edilizio, nonché per la definizione degli illeciti edilizi e delle occupazioni di aree demaniali.
1. Al fine di pervenire alla regolarizzazione del settore è consentito, in conseguenza del condono, il rilascio del titolo abilitativi edilizio in sanatoria delle opere esistenti non conformi ala disciplina vigente.
2. La normativa è disposta nelle more dell'adeguamento della disciplina regionale al testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia, approvato con D.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, in conformità al titolo V della Costituzione come modificato dalla legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3, e comunque fatte salve le competenze delle autonomie locali sul governo del territorio.
3. Le condizioni, i limiti e le modalità del rilascio del predetto titolo abilitativo sono stabilite dal presente articolo e dalle normative regionali.
4. Sono in ogni caso fatte salve le competenze delle regioni a statuto speciale e delle province autonome di Trento e Bolzano.
5. Il Ministero delle Infrastrutture e dei trasporti fornisce, d'intesa con le regioni interessate, il supporto alle amministrazioni comunali ai fini dell'applicazione della presente normativa e per il coordinamento con le leggi 28 febbraio 1985, n. 47, e successive modifiche e integrazioni.
6. Al fine di concorrere alla partecipazione alla realizzazione delle politiche di riqualificazione urbanistica dei nuclei interessati dall'abusivismo edilizio, attivate dalle regioni ai sensi del comma 33 è destinata una somma di 10 milioni di euro per l'anno 2004 e di 20 milioni di euro per ciascuno degli anni 2005 e 2006. Con decreto del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, sentita la Conferenza unificata di cui all'articolo 8 del D. Lgs. 28 agosto 1997, n. 281, sono individuati gli interventi da ammettere a finanziamento.
7. Al comma 1 dell'articolo 141 del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, è aggiunta, in fine, la seguente lettera:
"c-bis) nelle ipotesi in cui gli enti territoriali al di sopra dei mille abitanti siano provvisti dei relativi strumenti urbanistici generali e non adottino tali strumenti entro diciotto mesi dalla data di elezione degli organi. In questo caso, il decreto di scioglimento del consiglio è adottato di concerto con il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. Le disposizioni di cui alla presente lettera si applicano anche nei confronti degli altri organi tenuti all'adozione di strumenti urbanistici."
8. All'articolo 141 del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, è aggiunto il seguente comma:
" 2-bis. Nell'ipotesi di cui alla lettera c-bis) del comma 1, trascorso il termine entro il quale gli strumenti urbanistici devono essere adottati, la regione assegna agli enti che non vi abbiano provveduto un ulteriore termine di tre mesi, alla scadenza del quale, con lettera notificata al Sindaco, diffida il consiglio ad adempiere nei successivi trenta giorni. Trascorso infruttuosamente quest'ultimo termine, a regione ne dà comunicazione al Prefetto. Le disposizioni di cui al presente comma si applicano anche nei confronti degli altri organi tenuti all'adozione di strumenti urbanistici.".
9. Per attivare un programma nazionale di interventi, anche con la partecipazione di risorse private, rivolto alla riqualificazione di ambiti territoriali caratterizzati da consistente degrado economico e sociale, con riguardo ai fenomeni di abusivismo edilizio, da attuare anche attraverso il recupero delle risorse ambientali e culturali, è destinata una somma di 20 milioni di euro per l'anno 2004 e di 40 milioni di euro per ciascuno degli anni 2005 e 2006. Con decreto del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, da adottare entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto, sentita la Conferenza unificata di cui all'articolo 8 del D.Lgs. 28 agosto 1997, n. 281, sono individuati gli ambiti di rilevanza e interesse nazionale oggetto di riqualificazione urbanistica, ambientale e culturale. Su tali aree, il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, d'intesa con i soggetti pubblici interessati, predispone un programma di interventi, anche in riferimento a quanto previsto dall'articolo 29, comma 4, della legge 28 febbraio 1985, n. 47, come sostituito dal comma 42.
10. Per la realizzazione di un programma di interventi di messa in sicurezza del territorio nazionale dal dissesto idrogeologico è destinata una somma di 20 milioni di euro per l'anno 2004 e di 40 milioni di euro per ciascuno degli anni 2005 e 2006. Con decreto del Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio, da adottare entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto, sentita la Conferenza unificata di cui all'articolo 8 del D.Lgs. 28 agosto 1997, n. 281, sono individuate le aree comprese nel programma. Su tali aree, il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio, d'intesa con i soggetti pubblici interessati, predispone un programma operativo di interventi e le relative modalità di attuazione.
11. Allo scopo di attuare un programma di interventi per il ripristino e la riqualificazione delle aree e dei beni soggetti alle disposizioni del titolo II del d.Lgs. 29 ottobre 1999, n. 490, è destinata una somma di 10 milioni di euro per l'anno 2004 e di 20 milioni di euro per ciascuno degli anni 2005 e 2006. Con decreto del Ministro per i bei culturali e le attività culturali, da adottare entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto, sentita la Conferenza unificata di cui all'articolo 8 del D.Lgs. 28 agosto 1997, n. 281, tale somma è assegnata alle regioni per l'esecuzione di interventi di ripristino e di riqualificazione paesaggistica delle aree tutelate, dopo aver individuato le aree comprese nel programma.
12. A decorrere dalla data di entrata in vigore del presente decreto la Cassa depositi e prestiti è autorizzata a mettere a disposizione l'importo massimo si 50 milioni di euro per la costituzione, presso la Cassa stessa, di un Fondo di rotazione per la concessione ai comuni e ai soggetti titolari dei poteri di cui all'articolo 27, comma 2, del d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, anche avvalendosi delle modalità di cui ai commi 55 e 56 dell'articolo 2 della legge 23 dicembre 1996, n. 662, di anticipazioni, senza interessi, sui costi relativi agli interventi di demolizione delle opere abusive anche disposti dall'autorità giudiziaria e per la spese giudiziarie, tecniche e amministrative connesse. Le anticipazioni, comprensive della corrispondente quota delle spese di gestione del Fondo, sono restituite al Fondo stesso in un periodo massimo di cinque anni, secondo modalità e condizioni stabilite con decreto del Ministro dell'economia e delle finanze, di concerto con il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, utilizzando le somme riscosse a carico degli esecutori degli abusi. In caso di mancato pagamento spontaneo del credito, l'amministrazione comunale provvede alla riscossione mediante ruolo ai sensi del decreto legislativo 26 febbraio 1999, n. 46. Qualora le somme anticipate non siano rimborsate nei tempi e nelle modalità stabilite, il Ministro dell'interno provvede al reintegro alla Cassa depositi e prestiti, trattenendone le relative somme dai fondi del bilancio da trasferire a qualsiasi titolo ai comuni.
13. Le attività di monitoraggio e di raccolta delle informazioni relative al fenomeno dell'abusivismo edilizio di competenza del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, fanno capo all'Osservatorio nazionale dell'abusivismo edilizio. Il Ministero collabora con le regioni al fine di costituire un sistema informativo nazionale necessario anche per la redazione della relazione al Parlamento di cui alla legge 21 giugno 1985, n. 289. Con decreto del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, d'intesa con il Ministro dell'Interno, sono aggiornate le modalità di redazione, trasmissione, archiviazione e restituzione delle informazioni contenute nei rapporti di cui all'articolo 31, comma 7, del d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380. Per le suddette attività è destinata una somma di 0,2 milioni di euro per l'anno 2004 e di 0,4 milioni di euro per ciascuno degli anni 2005 e 2006.
14. Per le opere eseguite da terzi su aree di proprietà dello Stato o facenti parte del demanio statale, il rilascio del titolo abilitativo edilizio in sanatoria da parte dell'ente locale competente è subordinato il rilascio della disponibilità da parte dello Stato proprietario per il tramite dell'Agenzia del demanio, rispettivamente, a cedere a titolo oneroso la proprietà dell'are appartenente al patrimonio disponibile dello Stato su cui insiste l'opera ovvero a garantire onerosamente il diritto al mantenimento dell'opera sul suolo appartenente al demanio e al patrimonio indisponibile dello Stato.
15. La domanda del soggetto legittimato volta ad ottenere la disponibilità dello Stato alla cessione dell'area appartenente al patrimonio disponibile ovvero il riconoscimento al diritto al mantenimento dell'opera sul suolo appartenente al demanio o al patrimonio indisponibile dello Stato deve essere presentata, entro il 31 marzo 2004, alla filiale dell'Agenzia del demanio territorialmente competente, corredata dall'attestazione del pagamento all'erario della somma dovuta a titolo di indennità per l'occupazione pregressa delle aree, determinata applicando i parametri di cui alla allegata Tabella A, per anno di occupazione, per un periodo comunque non superiore alla prescrizione quinquennale. A tale domanda deve essere allegata, in copia, la documentazione relativa all'illecito edilizio di cui ai commi 32 e 35. Entro il 30 settembre 2004, inoltre, deve essere allegata copia della denuncia in catasto dell'immobile e del relativo frazionamento.
16. La disponibilità alla cessione dell'area appartenente al patrimonio disponibile ovvero a riconoscere il diritto a mantenere l'opera sul suolo appartenente al demanio o al patrimonio indisponibile dello Stato viene espressa dalla filiale dell'Agenzia del demanio territorialmente competente entro il 31 dicembre 2004.
17. Nel caso di aree soggette ai vincoli di cui all'articolo 32 della legge 28 febbraio 1985, n. 47, la disponibilità alla cessione dell'area appartenente al patrimonio disponibile ovvero a riconoscere il diritto a mantenere l'opera sul suolo appartenente al demanio o al patrimonio indisponibile dello Stato è subordinata al parere favorevole da parte dell'Autorità preposta alla tutela del vincolo.
18. Le procedure di vendita delle aree appartenenti al patrimonio disponibile dello Stato devono essere perfezionate entro il 31 dicembre 2006, a cura della filiale dell'Agenzia del demanio territorialmente competente previa presentazione da parte dell'interessato del titolo abilitativo edilizio in sanatoria rilasciato dall'ente locale competente, ovvero della documentazione attestante la presentazione della domanda, volta ad ottenere il rilascio del titolo edilizio in sanatoria sulla quale è intervenuto il silenzio assenso con l'attestazione dell'avvenuto pagamento della connessa oblazione, alle condizioni previste dal presente articolo.
19. Il prezzo di acquisto delle aree appartenenti al patrimonio disponibile è determinato applicando i parametri di cui alla Tabella B ed è corrisposto in due rate di pari importo scadenti, rispettivamente, il 30 giugno 2005 e il 31 dicembre 2005.
20. Il provvedimento formale di riconoscimento del diritto al mantenimento dell'opera sulle aree del demanio dello Stato e del patrimonio indisponibile è rilasciato a cura della filiale dell'Agenzia del demanio territorialmente competente entro il 31 dicembre 2006, previa presentazione della documentazione di cui al comma 18. Il diritto è riconosciuto per una durata massima di anni venti, a fronte di un canone commisurato ai valori di mercato.
21. Con decreto del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, di concerto con il Ministro dell'economi e delle finanze, da adottare entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto, sono rideterminati i canoni annui di cui all'articolo 03 del decreto-legge 5 ottobre 1993, n. 400, convertito, con modificazioni, dalla legge 4 dicembre 1993, n. 494.
22. Dal 1° gennaio 2004, i canoni per la concessione d'uso sono rideterminati nella misura prevista dalle tabelle allegate al decreto del Ministero dei trasporti e della navigazione 5 agosto 1998, n. 342, rivalutate del trecento per cento.
23. Resta fermo quanto previsto dall'articolo 6 del citato decreto del Ministro di cui al comma 22, relativo alla classificazione delle aree da parte delle regioni, in base alla valenza turistica delle stesse.
24. Ai fini del miglioramento, della tutela e della valorizzazione delle aree demaniali è autorizzata una spesa fino ad un importo massimo di 20 milioni di euro per l'anno 2004 e di 40 milioni di euro per ciascuno degli anni 2005 e 2006. L'Agenzia del demanio, di concerto con il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti predispone un programma di interventi volti alla riqualificazione delle aree demaniali. Il programma è approvato con decreto del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze.
25. Le disposizioni di cui ai capi IV e V della legge 28 febbraio 1985, n. 47, e successive modificazioni e integrazioni, come ulteriormente modificate dall'articolo 39 della legge 23 dicembre 1994, n. 724, e successive modificazioni e integrazioni, nonché dal presente articolo, si applicano alle opere abusive che risultino ultimate entro il 31 marzo 2003 e che non abbiano comportato ampliamento del manufatto superiore al 30 per cento della volumetria della costruzione originaria o, in alternativa, un ampliamento superiore a 750 mc. Le suddette disposizioni trovano altresì applicazione alle opere abusive realizzate nel termine di cui sopra relative a nuove costruzioni residenziali non superiori a 750 mc per singola richiesta di titolo abilitativi edilizio in sanatoria.
26. Sono suscettibili di sanatoria edilizia le tipologie di illecito di cui all'allegato 1:
a) numeri da 1 a 3, nell'ambito dell'intero territorio nazionale, fermo restando quanto previsto alla lettera e) del comma 27, nonché 4, 5 e 6 nell'ambito degli immobili soggetti a vincolo di cui all'articolo 32 della legge 28 febbraio 1985, n. 47;
b) numeri 4, 5 e 6, nelle aree non soggette ai vincoli di cui all'articolo 32 della legge 28 febbraio 1985, n. 47, in attuazione di legge regionale, da emanarsi entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto, con la quale è determinata la possibilità, le condizioni e le modalità per l'ammissibilità a sanatoria di tali tipologie di abuso edilizio.
27. Fermo restando quanto previsto dagli articoli 32 e 33 della legge 28 febbraio 1985, n. 47, le opere abusive non sono comunque suscettibili di sanatoria, qualora:
a) siano state eseguite dal proprietario o avente causa condannato con sentenza definitiva, per i delitti di cui all'art. 416 bis, 468 bis e 648 ter del codice penale o da terzi per suo conto;
b) non sia possibile effettuare interventi per l'adeguamento antisismico, rispetto alle categorie previste per i comuni secondo quanto indicato dalla ordinanza del Presidente del Consiglio dei Ministri 20 marzo 2003, n. 3274, pubblicata nel supplemento ordinario alla G.U. n. 105 dell'8 maggio 2003;
c) non sia data la disponibilità di concessione onerosa dell'area di proprietà dello Stato o degli enti pubblici territoriali, con le modalità e condizioni di cui all'articolo 32 della legge 28 febbraio 1985, n. 47 ed al presente decreto;
d) siano state realizzate su immobili soggetti a vincoli imposti sulla base di leggi statali e regionali a tutela degli interessi idrogeologici e delle falde acquifere, dei beni ambientali e paesistici, nonché dei parchi e delle aree protette nazionali, regionali e provinciali qualora istituiti prima della esecuzione di dette opere, in assenza o in difformità del titolo abilitativi e non conformi alle norme urbanistiche e alle prescrizioni degli strumenti urbanistici;
e) siano state realizzate su immobili dichiarati monumento nazionale con provvedimenti aventi forza di legge o dichiarati di interesse particolarmente rilevante ai sensi degli articoli 6 e 7 del d. Lgs. 29 ottobre 1999, n. 490;
f) fermo restando quanto previsto dalla legge 21 novembre 2000, n. 353, e indipendentemente dall'approvazione del piano regionale di cui al comma 1 dell'articolo 3 della citata legge n. 353 del 2000, il comune subordina il rilascio del titolo abilitativi edilizio in sanatoria alla verifica che le opere non insistano su aree boscate o su pascolo i cui soprassuoli siano stati percorsi dal fuoco. Agli effetti dell'esclusione della sanatoria è sufficiente l'acquisizione di elementi di prova, desumibili anche dagli atti e dai registri del Ministero dell'interno, che le aree interessate dall'abuso edilizio siano state, nell'ultimo decennio, percorse da uno o più incendi boschivi;
g) siano state realizzate nei porti e nelle aree appartenenti al demanio marittimo, di preminente interesse nazionale in relazione agli interessi della sicurezza dello Stato ed alle esigenze della navigazione marittima, quali identificate ai sensi del secondo comma dell'articolo 59 del d.P.R. 24 luglio 1977, n. 616.
28. I termini previsti dalle disposizioni sopra richiamate e decorrenti dalla data di entrata in vigore dell'articolo 39 della legge 23 dicembre 1994, n. 724, e successive modificazioni e integrazioni, ove non disposto diversamente, sono da intendersi come riferiti alla data di entrata in vigore del presente decreto. Per quanto non previsto dal presente decreto si applicano, ove compatibili, le disposizioni di cui alla legge 28 febbraio 1985, n. 47, e al predetto articolo 39.
29. Il procedimento di sanatoria degli abusi edilizi posti in essere dalla persona imputata di uno dei delitti di cui agli articoli 416-bis, 648-bis e 648 ter del codice penale, o da terzi per suo conto, è sospeso fino alla sentenza definitiva di non luogo a procedere o di proscioglimento o di assoluzione. Non può essere conseguito il titolo abilitativi edilizio in sanatoria degli abusi edilizi se interviene la sentenza definitiva di condanna per i delitti sopra indicati. Fatti salvi gli accertamenti di ufficio in ordine alle condanne riportate nel certificato generale del casellario giudiziale ad opera del comune, il richiedente deve attestare, con dichiarazione sottoscritta nelle forme di cui all'articolo 2 della legge 4 gennaio 1968, n. 15 e successive modificazioni e integrazioni, di non avere carichi pendenti in relazione ai delitti di cui agli articoli 416-bis, 648-bis e 648-ter del codice penale.
30. Qualora l'amministratore di beni immobili oggetto di sequestro o di confisca ai sensi della legge 31 maggio 1965, n. 575, autorizzato dal giudice competente ad alienare taluno di detti beni, può essere autorizzato, altresì, dal medesimo giudice, sentito il pubblico ministero, a riattivare il procedimento di sanatoria sospeso. In tal caso non opera nei confronti dell'amministratore o del terzo acquirente il divieto di rilascio del titolo abilitativo edilizio in sanatoria di cui al comma 28.
31. Il rilascio del titolo abilitativo edilizio in sanatoria non comporta limitazione ai diritti dei terzi.
32. La domanda relativa alla definizione dell'illecito edilizio, con l'attestazione del pagamento dell'oblazione e dell'anticipazione degli oneri concessori, è presentata al comune competente, a pena di decadenza, entro il 31 marzo 2004, unitamente alla dichiarazione di cui al modello allegato e alla documentazione di cui al comma35.
33. Le regioni, entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto, emanano norme per la definizione del procedimento amministrativo relativo al rilascio del titolo abilitativo edilizio in sanatoria e possono: prevedere, tra l'altro, un incremento dell'oblazione fino al massimo del 10 per cento della misura determinata nella tabella C allegata, ai fini dell'attivazione di politiche di repressione degli abusi edilizi e per la promozione di interventi di riqualificazione dei nuclei interessati da fenomeni di abusivismo edilizio, nonché per l'attuazione di quanto previsto dall'articolo 23 della legge 28 febbraio 1985, n. 47.
34. Ai fini dell'applicazione del presente articolo non si applica quanto previsto dall'articolo 37, comma 2, della legge 28 febbraio 1985, n. 47. Con legge regionale gli oneri di concessione relativi alle opere abusive oggetto di sanatoria possono essere incrementati fino al massimo del 100 per cento. Le amministrazioni comunali perimetrano gli insediamenti abusivi entro i quali gli oneri concessori sono determinati nella misura dei costi per la realizzazione delle opere di urbanizzazione primaria e secondaria necessarie, nonché per gli interventi di riqualificazione igienico-saitaria e ambientale attuati dagli enti locali. Coloro che in proprio o in forme consortili, nell'ambito delle zone perimetrate, intendano eseguire in tutto o in parte le opere id urbanizzazione primaria, nel rispetto dell'articolo 2, comma 5, della legge 11 febbraio 1994, n. 109, e successive modificazioni e integrazioni, secondo le disposizioni tecniche dettate dagli uffici comunali, possono detrarre dall'importo complessivo quanto già versato, a titolo di anticipazione degli oneri concessori, di cui alla tabella D allegata. Con legge regionale, ai sensi dell'art. 29 della legge 28 febbraio 1985, n. 47, come modificato dal presente articolo, sono disciplinate le relative modalità di attuazione.
35. La domanda di cui al comma 32 deve essere corredata dalla seguente documentazione:
a) dichiarazione del richiedente resa ai sensi dell'art. 4 della legge 4 gennaio 1968, n. 15, e successive modificazioni e integrazioni, con allegata documentazione fotografica, dalla quale risulti la descrizione delle opere per le quali si chiede il titolo abilititavo edilizio in sanatoria e lo stato dei lavori relativo;
b) qualora l'opera abusiva superi i 450 metri cubi, da una perizia giurata sulle dimensioni e sullo stato delle opere e una certificazione redatta da un tecnico abilitato all'esercizio della professione attestante l'idoneità statica delle opere eseguite;
c) ulteriore documentazione eventualmente prescritta con norma regionale.
36. La presentazione nei termini della domanda di definizione dell'illecito edilizio,l'oblazione interamente corrisposta nonché il decorso di trentasei mesi dalla data da cui risulta il suddetto pagamento, produce gli effetti di cui all'articolo 38, comma 2, della legge 28 febbraio 1985, n. 47. Trascorso il suddetto periodo di trentasei mesi si prescrive il diritto al conguaglio o al rimborso spettante.
37. Il pagamento degli oneri di concessione, la presentazione della documentazione di cui al coma 35, della denuncia in catasto, della denuncia ai fini dell'imposta comunale degli immobili di cui al D.lgs. 30 dicembre 1992, n. 504, nonché, ove dovute, delle denuncie ai fini della tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani e per l'occupazione del suolo pubblico, entro il 30 settembre 2004, nonché il decorso del termine di ventiquattro mesi da tale data senza l'adozione di un provvedimento negativo del comune, equivale a titolo abilitativo edilizio in sanatoria. Se nei termini previsti l'oblazione dovuta non è stata interamente corrisposta o è stata determinata in forma dolosamente inesatta, le costruzioni realizzate senza titolo abilitativo edilizio sono assoggettate alle sanzioni richiamate all'articolo 40 della legge 28 febbraio 1985, n. 47, e all'articolo 48 del d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380.
38. La misura dell'oblazione e dell'anticipazione degli oneri concessori, nonché le relative modalità di versamento, sono disciplinate nell'allegato 1.
39. Ai fini della determinazione dell'oblazione non si applica quanto previsto dai commi 13, 14 , 15 e 16 dell'articolo 39 della legge 23 dicembre 1994, n. 724.
40. Ala istruttoria della domanda di sanatoria si applicano i medesimi diritti e oneri previsti per il rilascio dei titoli abilitativi edilizi, come disciplinati dalle Amministrazioni comunali per le medesime fattispecie di opere edilizie. Ai fini della istruttoria delle domande di sanatoria edilizia può essere determinato dall'Amministrazione comunale un incremento dei predetti diritti e oneri fino ad un massimo del 10 per cento da utilizzare con le modalità di cui all'articolo 2, comma 46, della legge 23 dicembre 1996, n. 662.
41. Ai fini di incentivare la definizione delle domande di sanatoria presentate ai sensi del presente articolo, nonché ai sensi del capo IV della legge 28 febbraio 1985, n. 47, e successive modificazioni, e dell'articolo 39 della legge 23 dicembre 1994, n. 724, e successive modificazioni, il trenta per cento delle somme riscosse a titolo di conguaglio dell'oblazione, ai sensi dell'articolo 35, comma 14, della citata legge n. 47 del 1985, e successive modificazioni, è devoluto al comune interessato. Con decreto interdipartimentale del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti e del Ministero dell'economia e delle finanze sono stabilite le modalità di applicazione del presente comma.
42. All'articolo 29 della legge 28 febbraio 1985, n. 47, il comma 4 è sostituito dal seguente: "4. Le proposte di varianti di recupero urbanistico possono essere presentate da parte di soggetti pubblici e privati, con allegato un piano di fattibilità tecnico, economico, giuridico e amministrativo, finalizzato al finanziamento, alla realizzazione e alla gestione di opere di urbanizzazione primaria e secondaria e per il recupero urbanistico ed edilizio, volto al raggiungimento della sostenibilità ambientale, economica e sociale, alla coesione degli abitanti ei nuclei edilizi inseriti nelle varianti e alla rivitalizzazione delle aree interessate dall'abusivismo edilizio."
43. L'articolo 32 della legge 28 febbraio 1985, n. 47, è sostituito dal seguente: "32. Opere costruite su aree sottoposte a vincolo.
1. Fatte salve le fattispecie previste dall'articolo 33, il rilascio del titolo abilitativo edilizio in sanatoria per opere eseguite su immobili sottoposti a vincolo e subordinato al parere favorevole delle amministrazioni preposte alla tutela del vincolo stesso. Qualora tale parere non venga formulato dalle suddette amministrazioni entro centottanta giorni dalla data di ricevimento della richiesta di parere, il richiedente può impugnare il silenzio-rifiuto. Il rilascio del titolo abilitativo edilizio estingue anche il reato per la violazione del vincolo. Il parere non è richiesto quando si tratti di violazioni riguardanti l'altezza, i distacchi, la cubatura o la superficie coperta che non eccedano il 2 per cento delle misure prescritte.
2. Sono suscettibili di sanatoria, alle condizioni sottoindicate, le opere insistenti su aree vincolate dopo la loro esecuzione e che risultino:
a) in difformità alla legge 2 febbraio 1974, n. 64, e successive modificazioni, e dal d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, quando possano essere collaudate secondo il disposto del quarto comma dell'articolo 35;
b) in contrasto con le norme urbanistiche che prevedono la destinazione ad edifici pubblici od a spazi pubblici, purchè non in contrasto con le previsioni delle varianti di recupero di cui al capo III;
c) in contrasto con le norme del D.M. 1° aprile 1968, n. 1404, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 96 del 13 aprile 1968, e con gli articoli 16, 17 e 18 della legge 13 giugno 1991, n. 190, e successive modificazioni, sempre che le opere stesse non costituiscano minaccia alla sicurezza del traffico.
3. Qualora non si verifichino le condizioni di cui al comma 2, si applicano le disposizioni dell'articolo 33.
4. Ai fini dell'acquisizione del parere di cui al comma 1 si applica quanto previsto dall'articolo 20, comma 6 , del d. P.R. 6 giugno 2001, n. 380. Il motivato dissenso espresso da una amministrazione preposta alla tutela ambientale, paesaggistico-territoriale, ivi inclusa la soprintendenza competente, alla tutela del patrimonio storico artistico o alla tutela della salute preclude il rilascio del titolo abilitativo edilizio in sanatoria.
5. Per le opere eseguite da terzi su aree di proprietà dello Stato o di enti pubblici territoriali, in assenza di un titolo che abiliti al godimento del suolo, il rilascio della concessione o dell'autorizzazione in sanatoria è subordinato anche alla disponibilità dell'ente proprietario a concedere onerosamente, alle condizioni previste dalle leggi statali o regionali vigenti, l'uso del suolo su cui insiste la costruzione. La disponibilità all'uso del suolo, anche se gravato di usi civici, viene espressa dallo Stato o dagli enti pubblici territoriali proprietari entro il termine di centottanta giorni dalla richiesta. La richiesta di disponibilità all'uso del suolo deve essere limitata alla superficie occupata dalle costruzioni oggetto della sanatoria e alle pertinenze strettamente necessarie, con un massimo di tre volte rispetto all'area coperta dal fabbricato. Salve le condizioni previste da leggi regionali, il valore è stabilito dalla filiale dell'Agenzia del demanio competente per territorio per gli immobili oggetto di sanatoria ai sensi della presente legge e dell'articolo 39 della legge 23 dicembre 1994, n. 724, con riguardo al valore del terreno come risultava all'epoca della costruzione aumentato dell'importo corrispondente alla variazione del costo della vita, così come definito dall'ISTAT, al momento della determinazione di detto valore. L'atto di disponibilità, regolato con convenzione di cessione del diritto di superficie per una durata massima di anni sessanta, è stabilito dall'ente proprietario non oltre sei mesi dal versamento dell'importo come sopra determinato.
6. Per le costruzioni che ricadono in aree comprese fra quelle di cui all'art. 21 della legge 17 agosto 1942, n. 1150, il rilascio della concessione o della autorizzazione in sanatoria è subordinato alla acquisizione della proprietà dell'area stessa previo versamento del prezzo, che è determinato dall'Agenzia del territorio in rapporto al vantaggio derivante dall'incorporamento dell'area.
7. Per le opere non suscettibili di sanatoria ai sensi del presente articolo si applicano le sanzioni previste dal d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380".
44. All'articolo 27 del d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, comma 2, dopo le parole: "l'inizio" sono inserite le seguenti: "o l'esecuzione".
45. All'articolo 27 del del d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, comma 2, dopo le parole: "18 aprile 1962, n. 167 e successive modificazioni e integrazioni" sono inserite le seguenti: ", nonché in tutti i casi di difformità dalle norme urbanistiche e alle prescrizioni degli strumenti urbanistici".
46. All'articolo 27 del del d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, comma 2, è aggiunto, in fine, il seguente periodo: "Per le opere abusivamente realizzate su immobili dichiarati monumento nazionale con provvedimenti aventi forza di legge o dichiarati di interesse particolarmente importante ai sensi degli articoli 6 e 7 del d. Lgs. 29 ottobre 1999, n. 490, o su beni di interesse archeologico, nonché per le opere abusivamente realizzate su immobili soggetti a vincolo di inedificabilità assoluta in applicazione delle disposizioni del titolo II del d.Lgs. 29 ottobre 1999, n. 490, il Soprintendente, su richiesta della Regione, del comune o delle altre autorità preposte alla tutela, ovvero decorso il termine di 180 giorni dall'accertamento dell'illecito, procede alla demolizione, anche avvalendosi delle modalità operative di cui ai commi 55 e 56 dell'articolo 2 della legge 23 dicembre 1996, n. 662".
47. Le sanzioni pecuniarie di cui all'articolo 44 del d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, sono incrementate del cento per cento.
48. All'articolo 45 del d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, comma 2, le parole: "terzo mese" sono sostituite dalle seguenti: "trenta giorni".
49. All'articolo 46 del d. P.R. 6 giugno 2001, n. 380, comma 1, dopo le parole: "atti tra vivi" sono inserite le seguenti: ", nonché mortis causa".
50. Agli oneri indicati ai commi 6, 9, 10, 11, 13 e 24, si provvede con quota parte delle entrate recate dal presente decreto. Il Ministro dell'economia e delle finanze è autorizzato ad apportare, con propri decreti, le occorrenti variazioni di bilancio.
Artt. 33-52
(omessi)
Art. 53
(Entrata in vigore)
1. Il presente decreto entra in vigore il giorno stesso della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana e sara' presentato alle Camere per la conversione in legge.
Il presente decreto, munito del sigillo dello Stato, sara' inserito nella Raccolta ufficiale degli atti normativi della Repubblica italiana. E' fatto obbligo a chiunque spetti di osservarlo e di farlo osservare.
Dato a Bruxelles, Ambasciata d'Italia, addi' 30 settembre 2003
CIAMPI
1. Il condono edilizio premia i disonesti ed è un insulto per le persone perbene. Mortifica gli amministratori più coraggiosi, quelli che si sono impegnati nel contrastare gli abusi e nel praticare un'urbanistica rigorosa. Favorisce gli amministratori collusi con gli interessi illegali e insensibili al disordinato sviluppo del territorio. Italia nostra, riprendendo una definizione di Antonio Cederna, propone una lista nera degli "energumeni del cemento armato" che comincia con Bettino Craxi, Franco Nicolazzi, Silvia Berlusconi, Roberto Radice, Giulio Tremonti: i principali responsabili di vecchi e nuovi condoni.
2. L'abusivismo di necessità è finito da un quarto di secolo. L'abusivismo recente è un'attività criminale gestita da imprese collegate alla malavita organizzata. Al mancato rispetto della disciplina edilizia si accompagna sempre l'evasione della normativa sulla sicurezza, sul fisco, sulla previdenza.
3. II condono edilizio è peggio del condono fiscale. Di quest'ultimo, fra vent'anni, con uno sperabile e progressivo recupero della legalità, potrebbe essersi persa la memoria. Non è così per la sanatoria edilizia perché le ferite inferte dagli abusi al territorio e alle città sfidano i secoli. Nel manifestoappello contro il condono dell'associazione Libertà e Giustizia si ricorda che il paesaggio è la nostra storia, la nostra identità, la nostra anima profonda.
4. Non esiste l'ipotesi di un cosiddetto condono leggero. Soprattutto perché l'esclusione degli abusi maggiori non consentirebbe il reperimento delle ingenti risorse sulle quali conta il governo.
5. Il condono edilizio è comunque un disastro per le pubbliche finanze. E' stato calcolato che, fatto 100 l'ammontare delle oblazioni, è pari almeno a 300 la spesa che i poteri locali devono sostenere per urbanizzare adeguatamente i territori infestati in ogni direzione dagli insediamenti abusivi. Come ha scritto l'associazione Polis, il condono farà incassare allo stato una cifra inferiore a quella che occorre per finanziare il ponte sullo stretto di Messina. Possiamo rinunciare a entrambi e immaginare un'Italia diversa. Senza ponte e senza premi per i disonesti.
6. Gli uffici tecnici di molti comuni, di quasi tutti i comuni meridionali, sono ancora ingolfati dalla pratiche inevase dei precedenti condoni del 1985 e del 1994. Norme volutamente contorte favoriscono comportamenti arbitrari e pasticciati, in una spirale di illegalità che il nuovo condono renderà irriducibile.
7. Negli ultimi diciotto anni si sono succeduti tre condoni, uno ogni nove anni. Una frequenza così ravvicinata, unita, è bene ricordarlo, alla inconsistenza dell'azione repressiva, induce a credere che i condoni siano una componente inevitabile del nostro sistema legislativo, e che l'abusivismo sia un'attività fisiologica.
8. Un aspetto inedito e mostruoso del nuovo condono è la sua estensione alle opere abusive su aree demaniali. E' la stessa logica che comanda i provvedimenti relativi alla vendita del patrimonio immobiliare pubblico. Con l'aggravante che, in questo caso, la decisione sui beni da liquidare è affidata al mondo dell'illegalità.
9. Non è vero che l'abusivismo è favorito dal rigore della pianificazione territoriale. E' vero il contrario. L'abusivismo si sviluppa vertiginosamente proprio in quelle regioni dove è più alto il numero dei comuni sforniti di piani regolatori (Campania, Lazio, Sicilia) e dov'è più fragile la tenuta dei poteri locali, mentre è un fenomeno trascurabile in quelle regioni del centronord dove tutti i comuni sono dotati di una strumentazione urbanistica aggiornata e dov'è più efficace il controllo sulle trasformazioni territoriali. Perciò il condono perpetua e accentua il divario fra nord e sud.
10. Il condono edilizio, fenomeno sconosciuto nel resto d'Europa, è organico alla cultura della nostra destra di governo, quella dei "padroni in casa propria", degli interessi privati che prevalgono sistematicamente sugli interessi pubblici. Gli operatori dell'edilizia abusiva e le famiglie che utilizzano i manufatti abusivi appartengono a quegli stati sociali privi di coscienza civile che formano in prevalenza l'elettorato di Berlusconi e soci.
Illegal Buildings Get Reprieve in Italy
Culture of Impunity Is Back in Force as Government Grants Scofflaws Immunity
By Daniel Williams
Washington Post Foreign Service
Sunday, September 28, 2003; Page A31 ERCOLANO, Italy -- Just a few hundred yards from the lip of Vesuvius, the sleeping yet menacing volcano that overlooks Naples, there's a new tourist attraction that looks wildly out of place on the green-black mountain slope. Called Ercolandia, it is a small amusement park that features a carousel, a fright ride, a swimming pool and an ersatz Eiffel Tower. Ercolandia is also illegal. Not only does it stand inside a zone that is supposed to be off-limits to construction because Vesuvius is likely to spew oceans of lava over the area one day, it is also technically in a national park, local officials say.
No matter. Ercolandia and thousands of what are known as abusive structures across Italy will soon benefit from an amnesty granted by Prime Minister Silvio Berlusconi's government. Luxurious villas as well as modest homes and additions, newly created windows and staircases to rooftops, big and small hotels and offices buildings -- all built without permits in defiance of construction laws -- will suddenly, for a fee, be legalized.
It is the latest episode in contemporary Italy's public culture of impunity, in which bribe taking, tax evasion and all manner of scofflaws go unpunished or are forgiven. The culture was supposed to have evaporated in the early 1990s, when massive corruption investigations known as the Clean Hands campaign upended Italy's dominant Christian Democratic party and brought an end to the First Republic. An outraged public demanded reform and an end to governmental bribery, favor-seeking and officially condoned lawlessness.
More than a decade later, elements of First Republic impunity have returned in force, many Italians say. Berlusconi has moved to protect himself against old charges of corruption by passing legislation that decriminalizes falsified bookkeeping and restricts the use of evidence gathered abroad. Parliament has also granted him immunity from prosecution while in office. Now, some of the benefits of impunity are being passed to the larger public with a proposed amnesty on illegal construction.
Government officials offer two rationales. By taking in money to regularize the illicit structures, the government predicts it can close a budget gap of $2 billion to $4 billion next year. Moreover, legalization would reflect reality: Such structures have been going up for years, and no one has been able or willing to stop them.
The view, however, is rather different at the harried local-official level here in Ercolano, a shabby mixture of tenements and decayed 18th-century palaces on the Mediterranean coast south of Naples. Functionaries in charge of enforcing building codes regard the amnesty as encouragement for Italians to break the law.
"The amnesty makes our work impossible," said Franco Leone, who works in the city's office of abusive construction, which tries to identify and prevent illegal building. "Lawbreakers know that if they can tangle up a case in court long enough, the government will come through and grant an amnesty. Italians are clever. They can see that the odds are in their favor."
"This amnesty may be convenient for the government," added Salvatore Catalado, Leone's colleague. "But it is certainly an insult to people who stick by the rules. They must think, 'What an idiot I am to follow the law.' "
The proposed amnesty would be the third in 20 years. Berlusconi granted the most recent one, in 1994, when he headed a short-lived right-wing government. The one before that was granted in 1985 by Prime Minister Bettino Craxi, a friend and mentor of Berlusconi's who later fled into exile ahead of corruption charges. Craxi died in 2000.
Dossiers on illegal construction fill a pair of cabinets in Leone's and Catalado's office. Over the years, only a handful of buildings and annexes have been demolished. Leone said his office lacks the financial resources to tear down many structures and in any case, appeals to government offices and courts take so long that far more illegal buildings go up than are brought down.
"We have to give what we call necessary time to tear down a building," he said. "It can be years, if ever. Sometimes owners put old people to live inside the illegal place. In Italy, it's hard to evict old people."
Word of Berlusconi's amnesty, which has been circulating for more than a year, spurred an increase in illicit activity, Leone added. His office has identified more than 200 structures, mostly additions to houses, built without permits in 2002, more than twice as many as the year before. Some, like Ercolandia, intrude on the national park, "green preserves" and agricultural areas, while others are potentially dangerous top-floor additions to existing houses.
Last year, 28 percent of 5,000 houses built in Campania, the region that includes Ercolano, were illegal, according to government statistics. The government has counted more than 300,000 abusivi constructed nationwide since the 1994 amnesty.
Recently, Rome's city government expressed shock when it discovered that a prefabricated house had sprung up overnight on land adjacent to the Appian Way, the famed Roman Empire road that is now an archaeological zone where building is meant to be restricted. The owner had planned to apply for an amnesty, city officials said. Thus sanitized, the prefab house would have been worth hundreds of thousands of dollars because the shell could have formed the basis of a legal, permanent villa.
Last Saturday, the city government, which is controlled by opposition political parties, sent bulldozers to raze the building. The owner pleaded unsuccessfully that the construction was an act of altruism: He intended to turn it over to Romanian refugees.
Many pre-amnesty abuses in Rome are subtler, but equally lucrative, forms of speculation. A rooftop terrace adds tens of thousands of dollars to the value of a residence, but it is difficult to get a terrace approved unless there was a preexisting entrance from the floor below. A cursory glance at central Rome's skyline reveals numerous new holes in the roof, railings around the edges and new shacks built as entrances to staircases.
A downtown resident explained how some people planned to cash in. "They will go to city hall and ask for an amnesty for some abuse that has not been committed. Then they can build later, at their leisure," he said.
Sicily has produced some of the most imaginative pre-amnesty building schemes. In Agrigento, builders have taken out dozens of permits for cisterns, in theory to capture scarce rainfall to irrigate crops. Over the past year, the cisterns have gradually grown higher, and began to include rooms and plumbing.
Then they were turned into houses. In order to hide the work from the prying eyes of environmental activists, the builders covered what are known as cistern villas with dirt and debris.
Up at Vesuvius, a mangy, friendly dog silently greets visitors to Ercolandia. The owner has been absent for several days, neighbors say, and the front gate is locked. Leone and Catalado survey the remains of other old buildings -- without permits -- and ponder whether they, too, will fall under the coming amnesty. A few hundred yards away is the skeleton of a large house, whose construction the government succeeded in stopping a few years ago. Above, near a bend in the road, there's a failed restaurant, also illegal in Leone's view.
"All these will probably be condoned," Leone said. "Only Vesuvius can sweep them away."
Puntuale e capriccioso come le grandi calamità naturali (uragani, alluvioni, trombe d´aria) incombe sul Bel Paese un nuovo, devastante condono edilizio. Cifre da capogiro occupano i titoli dei giornali: il Fisco ne ricaverà due miliardi e mezzo di euro, o addirittura quattro miliardi e mezzo? Si insinua così la tentazione (che diventa in alcuni sbandierata e spensierata certezza) di credere che, in tempi di vacche magre, tanto più s´incassa tanto meglio è per lo Stato e per i cittadini.
Rischiamo così di dimenticare che condono edilizio vuol dire legittimare l´abuso col sigillo della legge, premiare chi ha violato le regole a scapito di chi le ha rispettate. Vengono in tal modo sanciti e anzi incoraggiati e promossi, innescando una reazione a catena senza fine, gli scempi che deturpano, e (se questa è l´aria che tira) sempre più deturperanno le nostre città, i nostri paesaggi. Interesse primario dei cittadini e dello Stato è, al contrario, la rigorosa difesa della legge e delle regole, la tutela dei valori architettonici, urbanistici, paesaggistici che possono valere anche poco se presi uno per uno, ma hanno valore inestimabile nel loro insieme e nel loro contesto. Fanno dell´Italia quello che è, il Paese al mondo con la più alta intensità di conservazione del patrimonio (pubblico e privato), con la più ricca tradizione di tutela. Ciò a cui abusi edilizi e norme colpevolmente permissive infliggono sanguinose ferite non è un corpo estraneo, non è la vecchia carcassa impagliata di una bestia esotica: siamo noi stessi, qualcosa che noi italiani abbiamo creato nel tempo e con cui abbiamo convissuto per generazioni, per secoli. E´ la nostra memoria, la nostra identità, la nostra anima.
Dai tempi del condono di Craxi (1985) a quello del primo governo Berlusconi (1994) a questo che ora ci minaccia si ripete invece l´identico teatrino: le regole restano, anzi vengono riaffermate, ma stante la situazione di emergenza, le necessità del Paese eccetera, in deroga (e in barba) a tutto e a tutti, per una volta e una sola si condonano gli abusi per incrementare il gettito fiscale. Questa favoletta non convince nemmeno i più ingenui: la vera ratio del condono edilizio non è la sua conclamata eccezionalità, ma al contrario il suo prevedibilissimo ritorno ciclico, che può dare a chiunque la certezza di perpetrare qualsiasi nefandezza, tanto fra uno, due, tre anni verrà immancabilmente condonata. In tal modo le regole non solo vengono violate (da alcuni cittadini), ma spregiate, vilipese e distrutte (dal governo). All´universo della legge e del pubblico interesse si sostituisce la giungla delle prevaricazioni.
L´impellente necessità di far cassa viene invocata come unica e sola ragione del condono: quasi che non fosse, il nostro, il Paese col più alto tasso di evasione fiscale in Europa; un Paese in cui, come ha scritto Il Sole-24 ore, almeno il 18.7% del Pil sfugge completamente al fisco e l´evasione supera i 200 miliardi di euro, una cifra di fronte a cui ciò che si può ricavare dal condono impallidisce in un istante. Eppure, si continua a pianger miseria senza nulla fare per ridurre l´evasione fiscale; si esalta e vagheggia il modello americano in tutto e per tutto, salvo che per il rigore e la funzionalità del sistema fiscale; anzi, si incoraggia il falso in bilancio proprio mentre negli Stati Uniti, in conseguenza del caso Enron, le regole del gioco si fanno, per legge federale, più garantite e severe. Come è chiaro, condono edilizio e condono fiscale rispondono a una sola e unica logica: proteggere l´evasione fiscale sotto l´ombrello delle misure eccezionali per rastrellare nuove entrate, premiare chi viola la legge e non chi la rispetta, chi attenta alla società civile e non chi mostra senso civico. Anziché fare il suo mestiere (far pagare le tasse ai cittadini) il ministro dell´Economia invade il campo degli altri ministeri (Infrastrutture, Beni Culturali, Ambiente), svende il demanio e condona abusi.
La dimenticanza (interessata) del problema di questa gigantesca evasione fiscale non è, ahimé, monopolio del centrodestra: i voti degli evasori fiscali, a quel che pare, premono anche al centrosinistra. Ma dimenticare l´evasione e puntare sui condoni edilizi ha un´altra conseguenza deleteria: finisce per accreditare la menzogna che le ragioni dell´economia siano opposte a quelle della cultura. Che da un lato ci siano i polverosi laudatores temporis acti affezionati ai valori architettonici e ambientali, dall´altro i dinamici sacerdoti dell´economia che sanno quel che vogliono (qualche miliardo val bene qualche scempio). È vero il contrario: il nostro bene più prezioso non sono i singoli monumenti (nemmeno il Colosseo, nemmeno San Pietro), ma il contesto urbano e paesaggistico, il tessuto connettivo che lega monumenti e case, strade e città in un inestimabile continuum non solo sul fronte dell´immagine, ma su quello della valorizzazione del Paese. Preservare questa eredità delicata e preziosa non è solo cultura, ha anche per l´economia del Paese uno straordinario significato e valore che è colpevole ignorare.
L´imminente condono sarà tanto più grave in quanto verrà a incidere su un tessuto già compromesso dal passaggio di molte competenze a Regioni e Comuni, con la prevedibile conseguenza di una visione dei vincoli marcatamente localistica e strutturalmente incapace di resistere a pressioni interessate, incline dunque a un drammatico allentarsi dei controlli. Basti ricordare quello che M.C. Giambruno (sulla rivista di architettura Ananke) ha chiamato «il proliferare dei sottotetti in Lombardia», sopraelevazioni e aumenti di volumetrie perpetrati sulla base di leggi regionali degli ultimi anni: la skyline di Milano e delle altre città ne esce già ora (e più ancora nei prossimi anni) falsificata e offesa. Alle sopraelevazioni approvate dalla Regione si aggiungeranno ora, a valanga, quelle «da condono»: perché dopo ogni condono la certezza del successivo genera nuovo abusivismo.
A questi e simili scempi intendeva porre riparo, avviando finalmente un processo virtuoso, la proposta di legge Urbani sulla qualità architettonica.
Può di per sé essere una buona legge, a meno che non faccia la fine ingloriosa del disegno di legge sulle città storiche (ddl 4015/1997), proposto dal ministro Veltroni per poi metterlo a dormire sino alla fine della legislatura.
Ma che senso ha legiferare sulla qualità architettonica, e pochi mesi dopo legittimare e incoraggiare gli abusi edilizi mediante il perverso meccanismo del condono? Quale è la politica del governo, promuovere la qualità architettonica o danneggiarla con abusi irrimediabili? Domanda che merita di essere estesa al futuro destino del nuovo Codice per i Beni Culturali, ormai in dirittura d´arrivo. Le correzioni e gli sviluppi degli ultimi mesi (in genere migliorativi) ne stanno facendo un testo in buona misura accettabile.
Ma a che cosa mai servirà, se altre leggi (tutte, si capisce, sotto la pressione di pretese necessità di cassa, di urgenze incontrollabili) dovessero, in deroga anzi in spregio alle regole fissate dallo stesso Codice, insistere nella dissennata politica di dismissioni del patrimonio culturale, nell´attacco alla qualità urbana, nella continua mortificazione dell´amministrazione dei Beni Culturali per mancanza di risorse e di progetto? Verrà mai il giorno in cui anche un ministro dell´Economia e un presidente del Consiglio riusciranno a capire che il rispetto del patrimonio culturale e della qualità urbana (e anzi l´investimento produttivo su questi fronti) può e deve essere una carta vincente per questo Paese? Bagarre su condono edilizio
di Enzo CirilloROMA - «Contro il condono fino alla Consulta». A lanciare la parola d´ordine della mobilitazione contro l´ipotesi di sanatoria edilizia che il governo intende blindare nella Finanziara 2004, è stato il presidente della Regione Campania Antonio Bassolino. «Qualora passasse in Parlamento un simile provvedimento di legge - spiega l´ex ministro del Lavoro in un´intervista all´Unità - faremo ricorso alla Corte Costituzionale». A sostegno della strada del ricorso, il parere di giuristi, come ad esempio Alessandro Pace, che ipotizzano una «illegittimità costituzionale con possibilità di impugnazione in via principale» da parte delle Regioni. Secondo i costituzionalisti il governo starebbe correndo il rischio di scatenare un pericoloso conflitto tra poteri dello Stato, in quanto con la riforma del Titolo V tutte le competenze in materia urbanistica sarebbero ormai passate alle Regioni. Intanto l´opposizione fa quadrato insieme a Confindustria, ambientalisti e sindacati che ieri con il segretario generale della Cisl Savino Pezzotta ed il vice segretario generale della Uil Adriano Musi si sono dichiarati «decisamente contrari» al provvedimento. Sulla «sanatoria dei furbi» come è stata giudicata dall´ex ministro dell´economia Vincenzo Visco, e contro quello che il presidente dei Verdi Alfonso Pecoraro Scanio ha definito «uno scempio istituzionale», l´ex ministro dei Beni culturali Giovanna Melandri si appella a Lunardi e Matteoli affinchè «nell´ambito delle proprie competenze evitino l´irreparabile».
Intanto Bassolino, governatore di una delle regioni più penalizzate dall´abusivismo è pronto a guidare la rivolta. «Faremo un´opposizione strenua al condono edilizio, è un incentivo alla illegalità, un modo concreto per invitare i furbi a continuare su questa strada, a fare altri abusi, per prepararsi poi nei prossimi anni a fare altri condoni...».
Il coordinatore di Forza Italia, Sandro Bondi, replica che «il condono edilizio non finirà per premiare i furbi. Non si tratta di una sanatoria - sostiene - che ha come obiettivo e come conseguenza quella di giustificare e di coprire e di rendere possibili scempi edilizi, ambientali e urbanistici. E´ uno strumento, una misura volta piuttosto a chiudere contenziosi che riguardano piccole infrazioni che per lo più nascono dalla complessità e dall´astruseria di molte leggi». Una sanatoria che a giudizio di Armani (An) , presidente della Commissione Lavori Pubblici della Camera, «consentirà entrate per 1-3 miliardi di euro». Una necessità di cassa che il coordinatore di FI Bondi spiega così: «I condoni non piacciono a nessuno, tanto meno piacciono quelli edilizi, ma in questa situazione credo che sia un provvedimento necessario ed indispensabile».
In meno di venti anni arriverà nei prossimi giorni il terzo condono edilizio. Dopo i governi Craxi e Berlusconi I anche il governoBerlusconi II lega il suo nome alla cultura dell’illegalità e allo scempio dell’ambiente.
Si parla di oltre 360 mila edifici illegali realizzati a partire dal 1994, senza contare gli abusi più piccoli o quelli che il solo annuncio del condono ha già messo in moto. Ricordiamo che oltre agli "ecomostri" tristemente famosi (ad esempio: Fuenti e Punta Perotti) sono soprattutto i piccoli cambiamenti a modificare senza ritorno il paesaggio e ad incidere sul rischio idrogeologico del nostro Paese. Si parla di piccoli abusi ma resta da domandarsi, dopo l’approvazione della superDia, se esiste ancora nel nostro Paese il piccolo abuso, che a rigore di logica dovrebbe riguardare solo le opere interne ed è quindi già “legale” con la superDia. Rimane il fatto che "piccolo" o "grande", l’abuso rimane sempre un abuso ed il condono edilizio è ormai una prassi consolidata nel nostro Paese, mentre è sconosciuto nel resto d’Europa: mediamente possiamo contare in Italia su un condono ogni nove anni.
Purtroppo anche negli abusi edilizi il nostro Paese non è tutto uguale: è, infatti, il Mezzogiorno che sarà devastato da questo insensato provvedimento (mentre ad esempio la Valle d’Aosta non sarà neanche sfiorata), che ancora una volta non sarà accompagnato da misure che garantiscano dal ripetersi del fenomeno abusivo. Il condono non è solo la negazione della pianificazione, della moralità e della legalità, ma è anche l'ennesimo segnale del deterioramento della cultura del territorio che avanza con i provvedimenti contro l’ambiente che hanno caratterizzato gli ultimi anni (dalla superDia, alla modifica della Via, alle gradni opere). Questo deterioramento ha fatto dire Sindaco di Eboli: oggi non potrebbe più abbattere i 400 edifici abusivi come feci solo tre anni fa.
Il ripetersi del condono comporta tre quesiti:
1. Chi ha fatto i conti? Oggi i comuni e il catasto sono ancora impegnati nello svolgimento delle pratiche dei condono precedenti (si parla di oltre 400.000 pratiche arretrate). Quale è il senso di fare cassa nell’immediato a livello nazionale per scaricare gli oneri e i costi a breve termine sugli enti locali (urbanizzazioni e servizi oltre che lo smaltimento delle pratiche) e a lungo termine sullo stesso Stato centrale per porre rimedio alle devastazioni del territorio?
2. Ma l’urbanistica e il territorio non sono già di competenza regionale? Quali poteri si vogliono dare con le riforme della Costituzione ai poteri locali e regionali se oggi gli si toglie perfino la possibilità di governare e pianificare quello che è già di loro competenza: il proprio territorio.
3. Dove è l’urgenza? Il decreto d’urgenza è incostituzionale perché dovrebbe essere utilizzato solo in casi particolari e imprevisti, mentre di condono il governo Berlusconi parla da tre anni, in occasione di ogni finanziaria.
Il gioco delle parti tra ministri caldi, tiepidi e freddi davanti al condono non riesce a nascondere le responsabilità di tutto il governo e in particolare del ministro Tremonti che si iscrive di diritto tra quelli che Antonio Cederna chiamava "energumeni del cemento armato" in compagnia di Craxi, Nicolazzi, Radice, Lunardi e Berlusconi.
Come per altre prassi introdotte dal nostro Paese nell’ambito della finanza creativa, ricordiamo la vendita degli immobili pubblici e dei beni di pregio artistico, anche sul territorio si mira a fare cassa dimenticando tutto il resto: in questo caso le tante frane, alluvioni e terremoti che interessano il nostro territorio con preoccupante frequenza. Tra qualche giorno cade l’anniversario del crollo di San Giuliano che commosse tutto il Paese e fece gridare a tutti i giornali, gli intellettuali, i sindaci e i ministri: mai più condoni nel Paese del dissesto idrogeologico e dei terremoti. Acqua passata?
1. Lo stato del territorio in cui si inserisce il condono
1.1. La fine della città
Requiem e fine della città italiana: è questa la conclusione cui perviene chiunque analizzi le vicende dei tredici comuni maggiori in relazione ai dati del Censimento 2001.
Le ragioni di questa affermazione risiedono anzitutto nel dato complessivo: Torino, Milano, Venezia, Verona, Genova, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Bari, Palermo, Messina e Catania hanno perso complessivamente dal 1991 al 2001 un quasi 700 mila persone. Per intenderci è come se, a titolo di esempio, da Torino (dove la popolazione è scesa del 10.1%) si fosse staccata una città della dimensione di Terni o di Alessandria; da Milano (-8.3%) una città come Bergamo; da Genova (-10.1%), Napoli (-5.9%) e Firenze (-11.7%) una città come Foligno; e da Roma (-6.8%) una città come Verona o una volta e mezzo la Valle D’Aosta.
La grande città italiana del dopoguerra, di cui parliamo, è la città, come l’abbiamo conosciuta sino ad oggi: dopo la città antica, quella medievale, rinascimentale e ottocentesca anche la città industriale, che taluni nelle sue ultime espressioni hanno chiamato post-industriale, è giunta al suo termine. Applicando lo stesso tasso di riduzione del decennio 1991-2001, è possibile supporre che Venezia, Milano, alla metà di questo nuovo secolo avranno diminuito della metà la loro popolazione del 1991. Già oggi Verona, Bari e Roma hanno meno popolazione del 1971; Torino, Bologna, Messina e Catania del 1961; Milano, Venezia, Genova, Napoli e Firenze del 1951. I grandi numeri sono dovuti al saldo naturale negativo, che si manifesta in misura maggiore nelle grandi città, ma cresce in modo sostanziale anche il saldo migratorio di segno negativo.
In queste constatazioni non vi è alcuna nostalgia per l’espansione senza regole che ha caratterizzato questo modello urbano. E’ bene ricordare quanto affermato da Vezio De Lucia:
(…), sono gli anni-dice riferendosi a questo secondo Dopoguerra - nei quali si è scatenata una devastazione senza confronti con il passato ... Fino al fascismo città e paesi erano ancora separati dalla campagna, il paesaggio rappresentato dalle foto aeree della Raf del 1943 non era tanto diverso da quello attraversato da Guidoriccio da Fogliano. Fino al 1951, era stato costruito circa un decimo del volume edilizio esistente ai nostri giorni … Negli ultimi cinquant’anni, lo spazio urbanizzato è aumentato almeno di dieci volte, cioè del 1.000 per cento, mentre a Roma, che fra le grandi città è quella cresciuta di più, l’incremento di popolazione non ha superato il 60 per cento.
Le grandi città italiane hanno assunto un modello metropolitano “maturo” che si andrà sempre più consolidando, un fenomeno iniziato dagli anni Settanta e divenuto consistente negli anni Ottanta e Novanta, in linea con quanto già avvenuto in USA e nelle grandi metropoli europee. La novità, per quanto riguarda l’Italia di questo ultimo decennio (1991-2001), è nell’arresto dell’incremento di popolazione nella provincia dei tredici grandi comuni, che non riescono più, in numerosi casi, ad attrarre dei nuovi abitanti in numero maggiore di quelli che perdono. Il fenomeno noto in altri Paesi europei e americani, anticipato dal caso Milano in Italia, è ormai giunto anche da noi: la contro-urbanizzazione. Un’analisi più attenta dimostra, come è evidente dall'esperienza quotidiana di ognuno di noi sull’aumento del caos urbano, che le popolazioni che usufruiscono della città sono aumentate. Le popolazioni residenti "espulse" dalla città continuano a riversarsi nella città per svolgere le attività o “consumare” il tempo libero. Le città in cui si va attestando la popolazione italiana sono quelle tra 65.000 e 80.000 abitanti che, con una tendenza in rallentamento, hanno acquistato circa il 70 % di abitanti negli ultimi 20 anni e le città sotto i 50.000 e sopra i 10.000 abitanti che nello stesso periodo hanno acquistato circa 2,5 milioni di persone.
La trasformazione della città ha prodotto, come è noto, due reazioni: il tentativo di avviare politiche di governo alla scala metropolitana e una nuova stagione di politiche per la città avviate dagli anni Novanta. In quegli anni si iniziò a parlare, anche in Italia, di trasformazione metropolitana e di politiche per il rilancio della città. La legge 142 del 1990 sulle aree metropolitane aveva previsto l'istituzione della città metropolitana individuando nove aree del territorio nazionale interessate: le province di Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Bari. La legge doveva entrare in fase attuativa nel 1992, ma successive proroghe ne hanno ritardato sino ad oggi l’attuazione. Le politiche urbane sono state avviate attraverso strumenti definiti da una babele imponente di sigle i cui risultati, oltre quello indiretto di aver scardinato la pianificazione urbanistica, stentano a vedersi.
1.2. Un bilancio fallimentare
Queste prime sommarie considerazioni hanno un corollario: il giudizio fallimentare delle politiche urbane attuate in Italia in questo decennio. Di quelle operate dallo Stato; di quelle operate dai grandi comuni; di quelle teorizzate e sostenute dall’Istituto nazionale di urbanistica: il fallimento di queste politiche ha prodotto un peggioramento della qualità della vita nelle città italiane e una scarsa incidenza sulla qualità urbana.
La qualità della vita è una definizione assai labile, ma alcuni indicatori ne sono un esempio. L’inquinamento, il rumore e le aree verdi:
· per quanto riguarda il primo indicatore, l’inquinamento, nell’inverno 2002 in Lombardia ha bloccato le auto nell’attesa di vento e pioggia il 13 gennaio in 96 comuni e poi il 20 gennaio in 88 comuni; L’Istat ci ricorda che le giornate nel 1999 di stop alle auto sono state 90 tra le tredici maggiori città italiane, ma è bene ricordare che le armi per controllare l’inquinamento sono spuntate: Roma e Napoli avevano nel 1999 una centralina per 200.000 abitanti, Torino una per 100.000 abitanti, Firenze una per 50.000 abitanti.
· per quanto riguarda il secondo indicatore, il rumore, a Napoli è ritenuto rilevante dal 93% delle famiglie. Mediamente il 90% è attribuito dagli intervistati al traffico, l’Istat afferma che nel 1998 nei tredici grandi comuni sono presenti complessivamente solo 20 centraline fisse di rilevamento. Questi risultati sono conseguenti a politiche della mobilità il cui risultato è che muoversi attraversando una città comporta dei tempi di spostamento in macchina o con i mezzi pubblici simile a quelli di accesso alla città da nuclei e abitati esterni ad essa anche assai distanti. Sul gran numero di macchine e bene intendersi: a Roma abbiamo un’autovettura ogni 1,2 persone e le macchine immatricolate hanno superato i bimbi nati.
· infine, il verde urbano, che stando al Dm 1444 del 1968 dovrebbe dotare le nostre città nella misura di 9 mq per “spazi pubblici attrezzati a parco e per il gioco e per lo sport” e di 15 mq per “parchi pubblici urbani e territoriali”, vede solo Bologna in regola con 28,9 mq ad abitante, mentre tre città (Napoli, Bari e Catania) non raggiungono i 9 mq. Alla carenza in termini di quantità si deve aggiungere nel bilancio dei grandi comuni anche il deficit di qualità che rileva sempre l’Istat. A Palermo un unico parco rappresenta l’86% del verde urbano, mentre a Genova due parchi coprono l’84 % del verde comunale. Le aree verdi coprono mediamente il 3% dei territori comunali.
Non ci stupisca quindi che, sempre secondo l’Istat (2000), la percezione di problemi ambientali su 100 famiglie vede al primo posto il traffico (47), la difficoltà di parcheggio (39), il rumore (38), la sporcizia delle strade (32) e solo per 30 italiani il rischio di criminalità. D’altra parte è forse inevitabile in un Paese in cui il 64% del trasporto merci avviene su gomma e 92.1% del traffico interno di passeggeri avviene su strada (di cui l’82 % in automobile) e contestualmente il già basso uso di trasporto pubblico ha visto un calo percentuale del 4,6 tra il 1990 e il 1998 (Ministero dell’Ambiente, Rapporto sull’Ambiente 2001), mentre il solo autobus è calato del 16%. Accanto a questi dati di natura ambientale è bene ricordare il costo della casa e il fallimento delle politiche residenziali pubbliche, mentre il 20% del patrimonio edilizio in Italia è inutilizzato. Infatti i dati del Censimento del 2001 indicano un calo di abitazioni, rispetto ai dati del 1991 in tutte le grandi realtà italiane, particolarmente significativo nel caso di Milano (-47.371 abitazioni) e di Roma (-56.703) che può trovare una spiegazione con la trasformazione di questi alloggi in strutture per il terziario e per il commercio (Fonte: Istat, 14 Censimento della popolazione del 2001. Dati provvisori dell’aprile 2002).
D’altro canto l’assenza di efficaci politiche per la casa negli ultimi anni, come si accennava sopra, ha determinato, complici anche gli eventi dell’11 settembre, uno sviluppo incontrollato del settore immobiliare, il quale vive una stagione irrazionale simile a quella degli anni Ottanta e degli inizi degli anni Novanta. I prezzi degli immobili residenziali sono ormai tornati ai valori del 1995, quasi al picco storico del 1990. Nel 2001, secondo Il sole 24 ore, sono state scambiate 800.000 abitazioni con un progresso rispetto l’anno precedente del 10 %. In un anno l’1,5% delle famiglie italiane ha acquistato un immobile ed i prezzi sono saliti del 10% a Milano e del 9% a Roma. Nel 2000 circa 2,5 milioni di famiglie avevano difficoltà, secondo Il sole 24 ore, ad affrontare le scadenze dell’affitto.
Altrettanto poco definita è la qualità urbana. Centocelle vecchia o l’Alessandrino a Roma, il panorama dalla tangenziale verso Napoli orientale, le periferie di Sarno o quelle di Crotone sono pezzi del terzo mondo in Italia. In questi “inferni” urbani gli interventi sono stati scarsi o inefficaci. Guardando all’esperienza dei programmi di riqualificazione urbana è possibile affermare che essi costituiscono un episodio di una politica urbana che stenta a raggiungere gli obiettivi e ad incidere nelle città italiane in calo di popolazione e in trasformazione terziaria. Il rischio più grande, infatti, è rappresentato dal fatto che questi programmi, in quanto strumentazione straordinaria legata ad un finanziamento pubblico, permettendo l’attuazione in variante “automatica” del piano generale, non siano inseriti in un quadro di insieme controllabile e che i criteri di selezione dei progetti fossero di tipo contingente e non strategico. Non è un caso che i migliori programmi siano stati quei pochi inseriti nella tradizione e stratificazione di piani che, di fatto, li prevedevano da tempo ed ai quali mancava solo “l’opportunità di renderli operativi”. Questa è l’eccezione. Nella maggior parte dei casi si è intervenuti in mancanza di regole e procedure certe di trasformazione della città attuate solo attraverso i Priu, Pru, Pii, Pic Urban, i Contratti di quartiere, Prusst, l’Intesa istituzionale di programma, l’Accordo di programma quadro, il Contratto di programma, il Contratto d’area e, infine, il Patto territoriale, che a sua volata si divide in Pto e Pit, in deroga agli strumenti urbanistici generali. In alcuni casi questi strumenti si sono trasformati in lavatrici nella cui centrifuga si sono riciclati progetti di ogni genere, di vaste aree geografiche, senza logica, con il risultato di essere una “sommatoria” di progetti più che progetti “integrati” con una moltiplicazione di effetti. Come nel caso del Prusst degli etruschi (Civitavecchia) che interessa la Maremma, l’Umbria, l’alto Lazio e Olbia.
I cosiddetti istituti derogatori utilizzano l’Accordo di programma come procedura di variante agli strumenti di pianificazione: sono questi i “programmi complessi”, dettagliatamente illustrati in una recente pubblicazione del ministero dei Lavori pubblici (Rapporto sullo stato della pianificazione del territorio, Roma, 2001), che consentono agevolmente di derogare (talvolta con finanziamento pubblico) alle prescrizioni degli strumenti urbanistici. Con l’aggravante che, molto spesso, gli istituti della deregulation sono approvati al riparo dalle osservazioni dei cittadini (garanzia prevista fin dalla legge del 1942) e spesso non sono nemmeno discussi nei consigli comunali, cui spetta solo la ratifica della firma del sindaco. Ha scritto Edoardo Salzano
“Ciò che accomuna la quasi totalità di questi piani anomali è che enfatizzano il circoscritto e trascurano il complessivo, celebrano il contingente e sacrificano il permanente, assumono come motore l’interesse particolare e subordinano ad esso l’interesse generale, scelgono il salotto discreto della contrattazione e disertano la piazza della valutazione corale. Abbandonando le metafore, caratteristica comune di (quasi) tutti gli strumenti di pianificazione anomali è quella di consentire a qualunque intervento promosso da attori privati di derogare alle regole comuni della pianificazione ordinaria. Di derogare cioè dalle regole della coerenza (ossia della subordinazione del progetto al quadro complessivo determinato dal piano) e della trasparenza (ossia della pubblicità delle decisioni prima che divengano efficaci e della possibilità del contraddittorio con i cittadini)”.
Il rapporto tra urbanistica e questi strumenti è quasi sempre conflittuale, mentre l’assenza di regole sulle procedure comporta l’assenza di rappresentanza delle istanze delle associazioni e dei cittadini. E’ il caso di chiarire che la critica si appunta sull’Accordo di programma inteso come strumento ordinario di governo del territorio. Guardando al passato, alla ricerca delle motivazioni che portarono alla nascita di questi strumenti legate principalmente alla riduzione dei tempi di decisione e realizzazione, e al presente, con riferimento sullo stato di attuazione di questi programmi e sui risultati, non può che sorgere un dubbio sull’efficacia dell’utilizzo della deroga come regola e una profonda amarezza per la disarticolazione, e non per la riforma, delle norme per il governo del territorio.
Questi strumenti sono figli degli anni Novanta ed una delle tappe della “controriforma” urbanistica con il silenzio-assenso e le leggi sul condono. Le politiche per la città degli anni Novanta hanno mirato più a costruire delle città competitive verso l’esterno, riuscendovi solo in parte, che città solidali al loro interno. Si è cercato di semplificare riuscendo solo a banalizzare.
Forse la risposta alla trasformazione della città non era nella ricerca di meno regole, ma in una maggiore pianificazione.
E’ bene ricordare la mancata redazione delle Linee fondamentali di assetto del territorio previste dalla L. 394/91 e smi, quale strumento per la previsione dei parchi ed estesa dal d.lgs. n. 112/97 alle previsioni inerenti anche la difesa del suolo, l'articolazione delle reti infrastrutturali, il sistema delle città e delle aree metropolitane. E’ da sottolineare anche la mancata piena attuazione della legislazione di tutela dell’ambiente fisico e culturale. I Piani paesistici (L. 431/85) a 17 anni dall’entra in vigore tutelano in 4 regioni solo specifiche aree (Molise, Campania, Basilicata, Sardegna) (AA.VV. , Un Paese spaesato: Rapporto sullo stato del paesaggio italiano, Roma 2001). Per quanto riguarda la difesa del suolo (L. 183/1989) le Autorità di bacino nazionale sono sei ognuna ha adempiuto ed è stato approvato il Piano straordinario per le aree a rischio idrogeologico molto elevato, per quanto riguarda i Piani stralcio per l’assetto idrogeologico (PAI) sono in corso di elaborazione e approvazione. Per quanto riguarda le Autorità di bacino interregionali il Piano straordinario per le aree a rischio idrogeologico molto elevato risultano tutti approvati, mentre alla fine del 2000 risultavano adottati solo 2 PAI su 13. La pianificazione provinciale introdotta con la L. n. 142 del 1990, e dettagliata dalle legislazioni regionali caso per caso, è il grande assente nel quadro normativo italiano. L’area vasta dovrebbe essere il luogo in cui si salvaguarda il territorio sotto gli aspetti ambientali e dove si governano le aree urbane e le dinamiche della popolazione. E’ epoca di bilanci per questi strumenti che per una stagione hanno infiammato il dibattito scientifico e lo scontro istituzionali. Al 2001, ad 11 anni dall’entrata in vigore della legge, solo 19 piani provinciali sono stati approvati e 21 adottati nelle 103 province che compongono l’Italia. Anche in questo caso si devono fare i necessari distinguo: nell’Italia meridionale solo il 14% delle province ha un piano approvato o adottato (escludendo l’Abruzzo solo il 4%). Al Centro-Nord l’Umbria, il Trentino e le Marche hanno il 100% di piani approvati. La Lombardia e il Friuli, in questo panorama, si distinguono per percentuali “meridionali” (0%), come la Campania, il Molise, la Basilicata, la Calabria, la Puglia e la Sardegna.
I Prg a 60 anni dall’emanazione della Legge quadro ancora non coprono tutto il territorio nazionale. Solo otto regioni hanno una copertura del 100% della pianificazione urbanistica comunale sul territorio, mentre il Lazio con solo il 78% dei comuni in regola è il fanalino di coda. Nel complesso circa 290 comuni sono senza Prg (Ministero dei Lavori Pubblici, INU - Rapporto sullo stato della pianificazione del territorio 2000). Il dato negativo dello stato d’attuazione sull’attuazione dei Prg in Italia non è solo quantitativo ma anche qualitativo. E’ il caso di soffermarsi su alcuni esempi: Roma e Milano, anche se la note de doleance è lunga e non può essere esaurita in queste poche righe. A Roma con lo slogan planning by doing, si è deciso di avviare contemporaneamente l’attuazione degli interventi sulla città e il Prg, circa sessanta milioni di mc sono stati localizzati e in alcuni casi avviati con l’alibi del piano. I nove anni di elaborazione del Prg della giunta Rutelli e della giunta Veltroni, sono serviti a coprire una continua trattativa per lo spostamento dei pesi e dei mattoni. Il fronte del confronto è oggi sul riconoscimento del diritto edificatorio per le previsioni edilizie del 1965. Per fortuna la battaglia di Italia Nostra con il parere pro veritate del prof Vincenzo Cerulli Irelli e il convegno L’urbanistica della leggerezza, a cui oltre a Cerulli Irelli a preso parte anche il prof. Edoardo Salzano, hanno convinto parte della maggioranza capitolina a rifiutare questa “bruttura” giuridica. Altro discorso è Milano, dove si è deciso di rinunciare al Prg. Infatti se pur con delle critiche e dubbi su alcune scelte fatte deve essere riconosciuto che a Roma è stato fatto un Prg. Di questo deve essere dato atto al Sindaco Veltroni e all’assessore Morassut, di aver optato una scelta non scontata. A Milano con l’adozione del documento Ricostruire la grande Milano. Documento di inquadramento delle politiche urbanistiche comunali che di fatto sostituisce i progetti al piano, il quale diventa il notaio di quanto si è deciso altrove. Parlando di piani si devono ricordare altri casi come il piano strutturale dell’Argentario, dove per l’azione di Italia Nostra: sono stati fermati sia 735.000 mc (ridotti di un terzo), sia lo sviluppo delle aree urbane in una situazione in cui non è certo l’approvvigionamento idrico per i nuovi insediamenti e i criteri per il recupero degli insediamenti abusivi; Salerno dove il piano è composto da progetti piegati alle logiche economiche e finanziarie che dimenticano il rispetto dei contesti locali; Verona dove il piano in vigore, vecchio di trenta anni, è stato piegato da oltre 400 varianti e la nuova variante generale in continuo e costante procinto di essere attuata prevede di estendere il consumo di suolo alle colline, mentre le aree dismesse abbandonate a loro stesse e 9.000 alloggi sono inutilizzati.
1.3. I rischi d’oggi
Questi ragionamenti già fatti nel passato sono oggi confortati dalla statistica, ma non sono stati forieri della necessaria riflessione. Dopo gli anni Novanta anche in questo scorcio del nuovo secolo, l’azione del governo è indirizzata a incidere profondamente in senso negativo sulle politiche urbane e del territorio. Negli anni Novanta sono stati messi a rischio i principi generali della disciplina urbanistica e quelli della tutela dei beni paesistici e storico culturali, oggi quei rischi sono diventati realtà e ad essi si aggiungono anche i pericoli per la sicurezza del nostro territorio e la vita delle persone che vi abitano.
Dopo i dolorosi fatti del Maggio 1998 a Sarno, fu emanato DL n. 180/1998 per il finanziamento dei Piani di bacino stralcio delle zone a rischio idrogeologico. Le risorse previste con questa legge per il 2002 non sono stati confermati nelle ultime due legge finanziarie, ma diminuite. Altrettanto pericoloso sempre da un punto di vista idrogeologico è la vendita dei corsi d’acqua ai privati previsto con l’art. 34 del collegato alla finanziaria 2002. Davanti alla tutela della vita delle persone la sanatoria degli abusi edilizi in Sicilia, sembra un fatto meno importante, così come la modifica della Conferenza dei servizi (L. 444/01, D.L. 166/02), quella della Valutazione di impatto ambientale (L. 443/01, D.Lgs 190/02), e sulla sanatoria per chi in “buona fede” ha costruito sulla proprietà pubblica e potrà con il decreto 102/03 riscattare il suolo pubblico a 10 euro al metro quadro.
Il territorio e le valenze storico culturali delle nostre città sono beni non riproducibili una volta depauperati. Certo, come è detto, la città e il paesaggio sono “esseri viventi” che si modificano, ma queste trasformazioni devono essere il prodotto delle trasformazioni della società e del confronto tra tutti i portatori di interessi. In questo senso la Conferenza di Servizio, nata come strumento per far dialogare le amministrazioni diventa una valanga che travolge ogni cosa. E’ previsto infatti che in essa: la presenza dei privati sia a pari dignità con il pubblico, non sia possibile modificare la localizzazione, la natura e le caratteristiche essenziali delle opere, ma solo "apportare varianti migliorative". Ora un nuovo disegno di legge (n. 1281) lascia alla amministrazione procedente l’ultima parola: non disturbate il “manovratore”. Al tempo stesso le grandi opere della legge obiettivo non saranno più sottoposte al vaglio del Ministero dell’Ambiente per le considerazioni in merito alle Valutazioni di impatto ambientale, che darà solo un parere, ma a quelle del Comitato interministeriale programmazione economica (CIPE). La legislazione “creativa” in questo ambito ha determinato che non si ha nessuna certezza sulle procedure da seguire (basta vedere i casi della Torino Lione, del Ponte sullo Stretto e del Mose) e che una commissione di 20 “professionisti” può esprimere parere su 150 centrali elettriche e oltre 100 opere della legge obiettivo.
Inoltre con la parola d’ordine “padroni a casa nostra” questo governo nella L. n. 443/01 ha anticipato e reso maggiormente “liberale” quanto previsto dal precedente governo, con il testo unico sull’edilizia, e da alcune legislazione regionali come ad esempio la Lombardia, la Toscana e la Campania. Di fatto si prevede che si possa realizzare, in base a semplice denuncia di inizio di attività (DIA), oltre agli interventi edilizi cosiddetti “minori” anche le ristrutturazioni edilizie, le demolizioni e ricostruzioni che non modifichino l’ingombro volumetrico dell’esistente edificio e la nuova edificazione. Non sono previste particolari accortezze per i manufatti di rilevante interesse pubblico, e quindi vincolati, per i centri storici dove le amministrazioni si sono “dimenticate” di apporre vincoli o per la stabilità dei manufatti edilizi. Il silenzio assenso travolgerà ogni cosa. Ricordo anche che all’emergenza non c’è limite. L. n. 401 del 2001 consente deroghe alle leggi vigenti in caso di eventi catastrofici di straordinaria intensità e consente di estendere lo “stato di emergenza” anche ai “grandi eventi” (ad es. un summit di politica internazionale o la presidenza italiana del semestre UE) equiparati a calamità naturali per giustificare i poteri speciali.
Tra i temi all’ordine del giorno della discussione c’è una conferma della grande insensibilità che di questi tempi si ha del territorio e all’ambiente nel nostro Paese. La legge delega in campo ambientale fa parte di questa ampia famiglia di leggi che stravolgono il nostro territorio. Sulla base di una delega troppo vaga e ampia, c’è l'affidamento a una Commissione esterna al Parlamento di 24 membri, della riscrittura di tutto il diritto ambientale: tutela dell’acqua, dell’aria, difesa suolo, gestione dei rifiuti, parchi, danno ambientale e valutazione di impatto ambientale. Oltre a questo sono previste anche norme immediatamente attuative (rottami ferrosi, concessioni in sanatoria in area vincolate, compensazione edilizia per sopraggiunti vincoli ambientali).
A preoccupare le associazioni ambientaliste, ma dovrebbe preoccupare tutti, è il grande disegno complessivo. Il territorio come nei primi anni Cinquanta è visto come un bene da depredare e usare, una proprietà pubblica e quindi di nessuno, da sacrificare allo sviluppo economico di oggi senza avere l’orizzonte di domani: negli anni Cinquanta si scelse come motore per lo sviluppo economico, l’edilizia, oggi lo sono le infrastrutture e il condono edilizio.