Ricostruire o costruire. Restaurare o cercare aree per nuovi insediamenti. Il dramma de L´Aquila e dei paesi abruzzesi interroga architetti e urbanisti. È come tornare alle radici del mestiere. Nella disgrazia, però, molti segnalano che l´Italia non parte da zero quanto a riflessioni e competenze, per esempio, sul risanamento di centri storici. Anzi, questo è uno dei settori in cui c´è sentore d´eccellenza, almeno dal punto di vista culturale.
Competenze alimentate dalle esperienze, intanto. Quelle generalmente considerate positive - Friuli (1976) e Marche e Umbria (1997). Ma anche quelle negative - Sicilia (1968) e Campania e Basilicata (1980) - quando terribili terremoti hanno prodotto soluzioni devastanti al punto da essere bollate come "un secondo terremoto". A Napoli, però (170 mila sfollati, 7 mila edifici inagibili, 170 strade chiuse), si tentò di combinare i due sistemi - risanamento e nuove edificazioni. Venne avviato il restauro del centro storico cittadino e il concetto di centro storico fu esteso ai quartieri popolari di San Giovanni a Teduccio, Barra e San Pietro a Patierno, dove vennero ristrutturati casali e altri edifici. Poi si costruirono tredicimila alloggi in aree che il Comune fece espropriare. Artefice dell´esperimento fu Vezio De Lucia: «Ereditavamo una riflessione culturale che risaliva agli anni Sessanta, alla cosiddetta Carta di Gubbio, che considerava i centri storici non solo un concentrato di monumenti, ma un tessuto urbano da tutelare nel suo complesso».
Il centro storico venne considerato il nucleo dal quale si era sviluppata in genere la città italiana. Furono messe a punto tecniche di recupero straordinariamente avanzate. La principale delle quali è l´analisi tipologica: Saverio Muratori e poi Gianfranco Caniggia e Paolo Maretto individuarono un numero limitato di tecniche costruttive standard che potevano essere riprodotte sistematicamente (larghezza delle travi, distanza fra i muri portanti, ecc.). Il primo esperimento di restauro di una parte di centro storico risale al 1972. Fu Pier Luigi Cervellati ad attuarlo a Bologna. «Quelle competenze sono il grande vanto che l´urbanistica italiana può esibire in Europa e nel mondo», insiste De Lucia, «e tornano utili in situazioni drammatiche come quella abruzzese». Tecniche analoghe vennero praticate a Gemona, in Friuli, e a Sant´Angelo de´ Lombardi, in Irpinia. E a Napoli. Laddove invece i centri storici sono stati o parzialmente o del tutto abbandonati per edificare nuovi insediamenti, i risultati sono sconvolgenti, come in quei paesi campani (Laviano, per esempio), che sfoggiano abitati informi, slabbrati, senza un centro.
Per Franco Purini, architetto e professore a Roma, «il recupero di un centro antico distrutto va attuato con metodo filologico, ma nuovi quartieri sono indispensabili». Nuovi quartieri, non nuove città. «È proprio l´antico che ce lo chiede», spiega, «perché il patrimonio edilizio del passato può non andare bene per le esigenze di sostenibilità e di sicurezza. Nuovi quartieri che però creino spazi pubblici e agevolino il formarsi di comunità». Lo spettro, invece, di insediamenti senza qualità è evocato da Guido Martinotti, sociologo urbano: «Riferirsi alle new towns è del tutto infelice. L´esperienza inglese è completamente diversa, ma ci sono voluti decenni prima che molte di esse diventassero vivibili. Centri storici come quelli abruzzesi hanno valore non solo per gli aspetti fisici, ma perché offrono un invidiabile senso comunitario».
«Una soluzione buona in assoluto non esiste», interviene Italo Insolera, fra i decani dell´urbanistica italiana. «Le esperienze migliori sono avvenute usando il lanternino». Tendenzialmente la strada maestra indicata da Insolera è quella di ricostruire un centro storico "com´era, dov´era". «Le città non si possono buttare via e rifare, sono il punto in cui convergono tante funzioni - la residenza, il lavoro, gli uffici - che non si inventano. Più che alle new towns inglesi io guarderei ai quartieri Ina-Casa, realizzati in Italia dal 1949 al 1963».
Recupero dell´antico o costruzione del nuovo? «È una falsa dialettica», sintetizza l´architetto Paolo Desideri. «Spero che nessuno immagini una costruzione ex novo come alternativa al recupero del centro storico. Il disastro di un terremoto è l´occasione inesorabile per sperimentare il moderno nel centro storico. Altro che new towns». A possibili trasformazioni pensa anche l´urbanista Paolo Berdini. Ma non d´architettura: «Le distruzioni di un terremoto possono consentire di eliminare dai centri storici le alterazioni compiute negli ultimi decenni, che comunque sono le prime ad essere crollate a L´Aquila. E anche di localizzare altrove alcune funzioni che lo soffocano, i tribunali, le prefetture, le università».
Costruire una new town all’Aquila, in tempi rapidi per dare una casa agli sfollati. Una città nuova, altrove, distante dalle strade dove sono crollati i palazzi, dove la gente ha vissuto, dove ha ricordi e radici. Lancia l’idea il premier Berlusconi, memore forse della «sua» Milano2, con un occhio alle new town inglesi, alle città satellite parigine. Ma l’idea non piace agli addetti ai lavori, dall’architetto Fuksas all’urbanista Gregotti. Dubbiosi anche psicologi e sociologi, capaci di leggere la trama delle esistenze urbane ricordando la storia recente che racconta di banlieu francesi diventate da sogno di città giardino a sobborghi in fiamme, come sottolinea il sociologo Duccio Scatolero che paventa proprio il rischio di nuovi ghetti. Lontani dalle città ideali immaginate nel Rinascimento e segnate oggi da edifici di scarso valore architettonico, un mondo a parte. Semplicemente un’altra periferia.
Perché qui non si crea dal nulla, come è stato per la capitale Brasilia. «Qui c’è una città con una lunga storia. Vedo difficile abbandonare, lasciare i ruderi come se fossero le rovine di Paestum e rifare tutto altrove. Anche perché le new town erano nate per altri motivi: decongestionare Londra o riorganizzare la periferia parigina», commenta Vittorio Gregotti. Un sogno comunque fallito secondo Massimiliano Fuksas. «Oggi nessuno le fa più perché non hanno dato risultati positivi, si è cercato di riprodurre l’effetto città senza successo: non sono campagna, non sono città».
Media Giuseppe Roma, architetto direttore del Censis che ricorda come ci provò De Gasperi a fare un nuovo quartiere per gli abitanti degli insalubri Sassi di Matera. «Ma la gente si ritrovò persa nel nuovo centro: troppo asettico, mancava la vita comune». Così propone di ristrutturare parte del centro all’Aquila - «perché in una città le radici sono tutto» - e costruire quartieri nuovi ma «con edifici di alto livello e qualità, non palazzoni popolari tutti uguali. E soprattutto sentendo la gente perché non sia un progetto calato dall’alto».
Parole confermate dall’esperienza di Fabio Oblach, architetto impegnato in Friuli dopo il sisma. «La gente venne coinvolta in assemblee durante le quali ragionò coi tecnici sulla riedificazione. E fondamentale fu la conservazione della memoria: se le case furono costruite un determinato posto c’è una ragione», dice contrario allo spostamento dei terremotati d’Abruzzo nella new town. Uno spostamento dai luoghi in cui la gente è cresciuta che può provocare una perdita di sicurezza, di identità ed equilibrio, secondo lo psichiatra Francesco Cro. Ma che può in alcuni casi lenire il dolore di chi non reggerebbe a continuare a vivere nei quartieri dove ha visto morire figli, amici, genitori.
Chi ha letto il racconto di Gateano Salvemini, che si salvò dal terremoto di Messina appeso a un davanzale, sa che dai sismi e dalle loro tragedie si possono trarre motivi per potenziare la ricerca, l’attività e la strategia anche intellettuale di un popolo. Pure Benedetto Croce perse i genitori in un terremoto e ne trasse un carattere italiano di grande equilibrio, di prudenza e di stabilità. Insomma i terremoti fanno purtroppo parte della storia del nostro paese e del paesaggio delle nostre anime, magari nascosti negli anfratti del carattere nazionale. Non sono emergenze, sono violenze naturali antiche che si affiancano alle violenze sociali, alle mafie, al brigantaggio, alla corruzione.
E però in Italia la magistratura ha giustamente avuto una grande attenzione vero il fenomeni della mafia e della corruzione: abbiamo dedicato seminari, libri, studi, campagne politiche e morali e sono nati persino dei partiti antimafia e anticorruzione. Ebbene, sarebbe ora che l’Italia si dotasse di una squadra di moralisti antisismici, di legislatori antisismici, di un pool di pubblici ministeri che mettano a soqquadro i catasti, gli assessorati all’urbanistica, le sovrintendenze, gli uffici tecnici, i cantieri. Non è possibile che ad ogni terremoto il mondo scopra stupefatto che l’Italia, l’amatissima Italia, è un Paese senza manutenzione.
A leggere i giornali internazionali di questi giorni si capisce subito che un terremoto in Italia non ha lo stesso effetto di un terremoto in Giappone. Anche quando non vengono colpite le città d’arte, come Firenze o Perugia, l’Italia in pericolo coinvolge di più di qualsiasi altro luogo. In gioco - ogni volta ce ne stupiamo - ci sono infatti la nostra bellezza e la dolcezza del vivere italiano, e poi i musei, il paesaggio� È solo in questi casi che ci accorgiamo come gli altri davvero ci guardano: non più sorrisi e ammiccamenti, ma dolore e solidarietà per un paese che è patrimonio dell’umanità.
Ebbene è la stampa straniera a ricordarci che ci sono città italiane incise dalle faglie, e dove le bare per i morti e l’inutile mappa dei luoghi d’incontro dei sopravvissuti sono i soli accorgimenti antisismici previsti. Ci sono città dove la questura, la prefettura, gli ospedali sono ospitati in edifici antichi che sarebbero i primi a cadere. Dal punto di vista sismico, della vulnerabilità sismica, non esiste un sud e un nord d’Italia, non esiste un paese fuori norma contrapposto a un paese nella norma. L’Italia, come sta scoprendo il mondo, è tutta fuori norma. Nessuno costruisce nel rispetto degli obblighi di legge che - attenzione! - non eviterebbero certo i terremoti che uccidono anche in Giappone e in California, anche dove la legge è legge. Neppure lì i terremoti sono prevedibili. Non ci sono paesi del mondo dove le catastrofi naturali non procurano danni agli uomini e alle cose.
Ma le norme antisismiche sono al tempo stesso prudenza e coraggio di vivere, sono la stabilità di un paese instabile, la fermezza di una penisola ballerina, sono come le strisce pedonali e la segnaletica stradale che non evitano gli incidenti ma qualche volta ne contengono i danni, ne limitano le conseguenze, ti mettono comunque a posto con te stesso e con il tuo destino. Colpisce invece che la sfida alla natura in Italia sia solo e sempre verbale: "immota manet" è il motto della città dell’Aquila ed è un paradosso, un fumo negli occhi, un procedere per contrari, una resistenza al destino che ne rivela la completa, rassegnata accettazione: la sola immobilità dei terremotati è la paura, è la paralisi.
Da sempre i terremoti intrigano i filosofi e gli scienziati. Si sa che dopo un terremoto aumentano i matrimoni e le nascite che sono beni rifugio, e si formano nuove classi sociali, si riprogetta la vita come insegna appunto Salvemini. Ma le catastrofi attirano gli sciacalli, economici certo ma soprattutto politici e morali. Ricordo che, giovanissimo, nel Belice vidi arrivare i missionari delle più strane religioni, i rivoluzionari seguaci di ogni utopia e i ladri d’anima. I soli che in Italia non arrivano mai sono gli antisismici d’assalto; le sole competenze che ai costruttori non interessano sono quelle antisismiche; e a nessun italiano viene in mente, invece di ingrandire la terrazza, di rafforzare le fondamenta della casa.
Siamo i più bravi a rimuovere, a dimenticare i lutti, a non tenere conto che la distruzione come la costruzione crea spazi e solidarietà. L’Italia sembra unirsi nelle disgrazie. Nelle peggiori tragedie ci capita di dare il meglio di noi: sottoscrizioni, copiosissime donazioni di sangue, offerte di ospitalità. Davvero ci sentiamo e siamo tutti abruzzesi. Ci sono familiari volti e lacrime che sono volti e lacrime di fratelli. Sta tremando tutta l’Italia. E anche se non riusciremo a dominare la forza devastatrice della natura, mai più dovranno dirci che questo è un paese fuori dalla legge. Fosse pure un’illusione piccolo borghese, da impiegati del politicamente corretto, abbiamo bisogno di applicare tutti insieme la tecnica antisismica e di misurare il ferro che arma il cemento: abbiamo bisogno di costruttori, di sovrintendenti, di legislatori e di giudici di ferro.
Le macerie dell’ultimo terremoto costituiscono uno scenario immutabile nel tempo, lo sfondo sul quale più o meno si rappresenta lo stesso copione, almeno sul piano della espressione di intenzioni. Si promette il rapido superamento dell’emergenza fino al raggiungimento di normali condizioni di vita; in tempi contenutissimi si garantisce il passaggio dalle tende alle case; infinela ricostituzione del tessuto produttivo ed infrastrutturale come occasione di sviluppo dell’area. Tutte cose mai avvenute: il ritorno ad una vita normale è lungo e doloroso; il passaggio dalle tende alle case comporta una lunga permanenza in alloggi provvisori per una costosissima ricostruzione quantomeno decennale; per l’Irpinia del terremoto dell’80 si progettò quel tipo di sviluppo che fu poi costellato di illegalità e cattedrali nel deserto. Come ultima cosa si dice che quanto accaduto non dovrà mai più capitare; e si promette un impegno inderogabile sul terreno della prevenzione sismica.
Il 28 dicembre del 2008 si è celebrato l’anniversario del terremoto di Reggio Calabria e Messina. Tante paginate di giornale sulla tragicità di quell’evento, tante commemorazioni, ma la questione su cui concentrare l’attenzione doveva essere soprattutto un’altra.
Il Governo Giolitti, terrorizzato dall’immane sciagura, pochi mesi dopo inaugurò infatti la prevenzione sismica in Italia. Da quel tragico evento in poi, chiunque avesse voluto costruire un edificio in un comune iscritto nella lista di quelli sismici, lo avrebbe dovuto fare rispettando una specifica normativa in grado di conferire una più elevata resistenza agli edifici. Da allora, dopo ogni terremoto più o meno distruttivo, nuove porzioni di territorio nazionale sono state classificate: nel 2001 il territorio nazionale appariva classificato come sismico per oltre il 70%. Ma, ad una così ampia delimitazione delle zone dove le esperienze vissute dimostravano la ricorrenza del fenomeno, non ha corrisposto un analogo riscontro in termini di azione di mitigazione del rischio: dopo un secolo di attivazione dell’unico strumento organico di prevenzione, oggi, solo il 18% degli edifici, rispetto all’intero stock di edificato, risulta sismicamente protetto.
Bene, dalle immagini di L’Aquila e dintorni emerge un’enorme assenza di sicurezza e, in queste primissime ore di post-terremoto, nel rispetto delle vittime e delle strutture di soccorso che stanno cercando di fare il loro meglio per risolvere l’emergenza, emerge una macroscopica mancanza di prevenzione, il che induce ad alcune considerazioni a caldo, salvo poi ritornare, con maggior cognizione di causa, su taluni aspetti.
Il terremoto ha colpito L’Aquila e alcuni piccoli paesi abbarbicati sui versanti della Conca dell’Aterno che danno l’impronta al paesaggio dell’Appennino centro meridionale.
L’edilizia prevalente nel centro storico del capoluogo così come in quelli di Paganica, Fossa, Onna, Barisciano è intrinsecamente fragile, vulnerabile per caratteristiche tipologiche e costruttive. Insomma, rappresenta in modo emblematico l’elevato rischio sismico di cui è affetto il Paese, dovuto al patrimonio edilizio preesistente rispetto all’introduzione della classificazione sismica del territorio che ha iscritto i comuni dell’Aquila e di tutta la sua provincia dal 1915, quando il terremoto di Avezzano causò 30 mila vittime.
E’ necessaria, dopo quest’ultimo disastro, una riflessione sulla politica di prevenzione anche per queste tipologie edilizie, per i centri storici nel loro complesso, rispetto ai quali con tutta evidenza le iniziative intraprese attraverso strumenti di defiscalizzazione a favore degli interventi di manutenzione straordinaria, che hanno riguardato anche aspetti strutturali, non hanno risolto significativamente il problema. Insomma, i centri storici, ormai in modo diffuso, sono realtà che hanno riacquistato in questi ultimi anni una forte capacità attrattiva, sia sul piano residenziale che turistico. Si riqualificano sul piano estetico, si ristrutturano nel senso della vivibilità, recuperando almeno in parte la loro indispensabilità sul piano socio-culturale, mentre purtroppo, sul piano della sicurezza, sembrano mantenere intatta la loro vulnerabilità.
E’ un problema di risorse? Certamente sì. Lo Stato avrebbe dovuto far di più onorando l’impegno, più volte assunto dopo ogni catastrofe, che la messa in sicurezza del territorio sarebbe diventata la più importante opera pubblica di questo Paese. Ma di soldi, per esempio, ai Beni culturali ne sono stati dati, di interventi ne sono stati fatti, anche qui con esiti a dir poco incerti. Allora, di fronte ai disastri delle chiese e dei monumenti del capoluogo abruzzese emerge un problema di progettazione, di capacità tecniche, di giusta sintesi tra l’esigenza di proteggere dalla distruzione ed i vincoli della conservazione.
Ed infine c’è il cemento armato. Perché gli edifici in cemento "moderni" collassano, si impilano su stessi non lasciando nessuno scampo a chi li abita? Come sostiene qualcuno è un problema più da Procura della Repubblica che tecnico. D’altronde, la normativa sismica pretende che la nuova edilizia nei comuni classificati, e quindi soprattutto gli edifici in cemento armato, consenta di salvare la vita degli occupanti, pur subendo danni, e quindi non ammette giustificazioni spendibili in linea generale. Soprattutto di fronte a ciò che è avvenuto a L’Aquila oggi, alla scuola di San Giuliano di Puglia ieri e all’Ospedale di Sant’Angelo dei Lombardi l’altro ieri.
In senso generale, si può affrontare un ultimo tema legato direttamente al concetto di sicurezza oltre che, evidentemente, alla tutela del territorio. Per chi si occupa di riduzione del rischio sismico, ma in realtà anche di tutte le altre tipologie di rischio naturale, il termine "condono" rappresenta una sorta di anatema, di cupo presagio. L’abusivismo, che i condoni incrementano, soprattutto diffuso nelle aree meridionali del Paese dove più elevata è la pericolosità sismica, ha assunto dimensioni devastanti, e chi costruisce illegalmente non si preoccupa né delle qualità dell’area di sedime né delle caratteristiche strutturali. La speculazione costruisce e basta; realizza qualcosa che poi, una volta condonato, qualcuno abiterà non sapendo che un terremoto abbastanza forte lo potrà tirar giù come fosse di cartapesta. Certo, oggi un nuovo condono in Italia è improponibile, ma si affaccia la minaccia di appendici e superfetazioni di ogni tipo. Basta che non superino il 20% di quanto già costruito abusivamente e poi, magari, condonato.
Il "piano casa" del governo era una materia di discussione non esauribile nell'ambito politico, e neppure in quello dell'economia, che pure ne era un fine primario. La materia riguarda, infatti, tanto strettamente il campo urbanistico e sociale, ambientale e paesistico da far subito vedere che la discussione al riguardo non può esserne solo politica o economica.
Del "piano" si è finito, invece, col parlare ben poco. Effetto, certo, degli eventi sopraggiunti, che hanno monopolizzato l’attenzione dell’opinione pubblica, dal sisma abruzzese alla campagna elettorale, risoltasi in un dibattito su vita e opere di Berlusconi. Le speranze di chi pensava che i temi urbanistici, sociali, ambientali, paesistici, economici, politici implicati nella questione del "piano casa" costituissero un punto qualificante del confronto elettorale sono andate, così, ben presto deluse. Intanto, è proseguito, però, l’iter normativo e amministrativo del "piano". Da una parte, si dovrebbe giungere entro un certo termine a una ridefinizione dell’intervento legislativo a livello nazionale; dall’altra, le Regioni vanno preparando, per quel termine, gli interventi normativi di loro competenza, di cui quello nazionale finale dovrà fare il debito conto.
A dire il vero, e com’era prevedibile, la normativa in elaborazione presso le Regioni è varia dall’una all’altra di esse. Solo la Toscana ha già fatto la sua legge, che esclude da ogni deroga i centri storici e le case condonate e limita gli ampliamenti al 20% e solo per case uni o bifamiliari, oppure al 35% per chi demolisce e ricostruisce. In Piemonte si ammette, invece, la deroga ai piani regolatori, ma solo per "villette" uni e bifamiliari e per l’edilizia sovvenzionata al di sotto di 1000 metri cubi, sempre che si realizzi un congruo risparmio energetico. Misure di favore si prevedono pure in Veneto per la bioedilizia (fino a un + 40%) e nella Provincia di Bolzano al fine di un alto standard energetico. In Friuli-Venezia Giulia si favorisce chi acquista una casa; in Liguria si pensa a un intervento per ben 200.000 case, ma con criteri di stretta tutela del territorio, privilegiati anche in Umbria. Nelle Marche si mira soprattutto a superare la crisi dell’edilizia. In Lombardia si pensa a incrementi del 20%, raddoppiabili dai Comuni; e al 40% si pensa pure in Val d’Aosta per alberghi e ristoranti. Le misure del 20 (per le "villette") e del 35% (per demolizioni- ricostruzioni) sono previste anche in Campania, così come a cambi di destinazione per capannoni da trasformare in abitazioni. In Puglia escludono le zone di pregio storico- culturale e/o paesistico da ogni intervento, lasciando il 35%, con incentivi, alle demolizioni-ricostruzioni ecosostenibili. In Sicilia si pensa a due interventi per incrementi del 20 o 30% secondo i casi, anche in deroga ai piani regolatori, ma rispettando le norme di sicurezza. A due interventi si pensa pure in Abruzzo, ma fermando tutto, per ora, in vista di regole più severe. Trentino, Lazio, Molise, Basilicata, Calabria e Sardegna sembrano meno avanzate nel preparare le loro misure.
È necessario ora, certamente, che la discussione sul "piano casa", passato il momento elettorale, riprenda e si svolga in tutte le sue implicazioni, e, ormai, sui testi da approvare in sede legislativa. In linea di massima, i testi regionali in preparazione, come si vede dai nostri brevi cenni, si muovono, ovviamente nell’ambito fissato dall’indirizzo generale del governo. Le divaricazioni che si intravvedono sono, tuttavia, notevoli, e pongono varii problemi. Il punto principale è, come notammo per il piano del governo, che non si elaborino sotterfugi per un condono anticipato o per dissimulate sanatorie. Soprattutto, i centri storici e i beni storico-culturali e paesistico-ambientali andrebbero tutelati con norme estremamente precise. La deroga ai piani regolatori è preoccupante, se non ben definita per casi ristrettissimi e ben specificati, e così pure le portate degli ampliamenti oscillanti fin oltre il 35%. Per le demolizioni-ricostruzioni, se io abbatto un vecchio edificio con vani di grande cubatura e lo ristrutturo in vani di cubatura minore, facendone cinque piani al posto di tre, poi con l’aumento del 35% giungerò a sette piani e a un numero molto maggiore di appartamenti rispetto al 35% in più di quelli del fabbricato iniziale? E con quali ripercussioni urbanistiche e sociali. E,infine, che cosa sono le "villette "? E perché non tenere anche presenti le necessità sociali (case per studenti,, giovani sposi e simili)? Sono dubbi e sono problemi. Se, però, le Regioni del Sud, senza nulla sacrificare dei fini economici e sociali del piano, si illustrassero per norme ottime per il territorio e il paesaggio, per i beni storici e culturali, sulla sicurezza, sul piano ecosostenibile ed energetico, sarebbe molto bello. E sarebbe, poi, un modo concreto di rovesciare, su un punto strategico- politico rilevante, l’opinione negativa del paese su di esse. Un’occasione da non perdere.
La terra impazzita e i giuramenti mai mantenuti
Gian Antonio Stella – Corriere della Sera
"Bare. Mandate altre bare". "Ancora? ". "Ancora". Alle quattro del pomeriggio, tra i ciliegi e i meli in fiore di Onna, l’antica Villa Unda nota al papa Clemente III, è già chiaro che non bastano, tutte quelle casse di legno chiaro fatte arrivare a più riprese fin dalla mattina e allineate da una parte, sotto il tronco di una robinia. Un poliziotto stende sull’ultimo poveretto estratto dalle macerie, infagottato tra coperte e lenzuola, un pezzo di nastro adesivo da pittori. Ci scrive un nome col pennarello.
Non c’è un passero che voli, nel cielo azzurro di Onna. Non una rondine che sfrecci. Non una cinciallegra che canti. Solo il silenzio. Un silenzio gonfio di disperazione. Rotto solo dal pianto di qualche parente e dal rumore dei caterpillar che affondano le pale tra le rovine tirando su enormi cucchiaiate di quotidianità annientata. Frigoriferi sepolti sotto tonnellate di pietra con una confezione di uova rimaste miracolosamente intatte che si rompono rotolando via nella polvere. Stufe a gas. Credenze dai vetri scoppiati coi bicchierini del vermouth della domenica rovesciati tutti da una parte. Spalliere di ottone che emergono tra i travi e i mattoni luccicando gialle sotto il sole.
Silvio Berlusconi, che si è precipitato nel cuore di questo Abruzzo ferito annullando il viaggio in Russia dove era in programma una missione a fianco degli imprenditori, ha un maglioncino nero, la faccia nera e assicura che "nessuno verrà lasciato solo" ma la situazione è davvero pesantissima: "Per quanto riguarda il centro storico di L'Aquila c'è inagibilità assoluta: tutti gli edifici pubblici sono inagibili".
Invita "gli abitanti a non restare nelle case lesionate: se si ha la possibilità di portare famiglia e bambini da amici e parenti, è meglio dislocarsi altrove". Ammette che no, "non c'è nessuna possibilità di effettuare previsioni: non c'è nessuno che può dire che non ci saranno scosse nelle prossime ore o nei prossimi giorni".
Gli aquilani del centro storico e delle frazioni vicine si accoccolano spossati sui sedili delle auto parcheggiate il più lontano possibile dalle case e sospirano come don Mauro, il parroco della contrada di Sant’Elia dove il campanile si è piegato tutto da una parte e minaccia di cadere sulla canonica e la chiesa dedicata a San Lorenzo pare colpita da una granata che abbia buttato giù l’intera facciata a destra del portone e sventrato l’interno risparmiando solo la statua del santo, bianca come un fornaio.
"Si dovrà capire, poi, questa storia dell’esperto. Si dovrà capire perché non gli hanno dato retta". Ecco il dubbio che ronza nella testa di tutti: perché non è stato ascoltato Giampaolo Giuliani, il ricercatore che nei giorni scorsi aveva lanciato l’allarme avvertendo che sarebbe arrivato uno scossone devastante? "L’avevano perfino denunciato", borbotta don Mauro, sistemandosi il colletto bianco rigido slacciato, "Perfino denunciato. E invece aveva ragione lui".
Un vigile del fuoco sfatto di fatica tiene al guinzaglio un cane che tira di qua e di là annusando la morte. L’uomo si toglie la mascherina, risponde al cellulare, cerca di mettere insieme l’ennesimo bilancio. Cento morti, forse. Forse di più. Forse centocinquanta. Più di centocinquanta. A L’Aquila, dove si è accasciata la Prefettura e si è piegata tutta da una parte la Casa dello studente e si è schiantato su se stesso un condominio che svettava su un sereno giardino di pini il cui profumo si fa largo con un soffio, appena c’è un refolo di vento, tra la polvere sollevata dalle ruspe. A Paganica, la patria di Sallustio ai piedi del massiccio del Gran Sasso dove passava la via romana Claudia e dove è crollato il monastero di San Chiara ed è stata devastata la Chiesagrande.
A San Pio delle Camere, che sta adagiato ai piedi del monte Gentile e prima di finire sui giornali il giorno in cui il suo paesano Franco Marini diventò presidente del Senato, era famoso per lo zafferano, che è così delicato ed esposto ai capricci del tempo che "un anno t’arricca e uno ti spianta". La vecchia signora Rita viveva in via Massale, ai bordi di Onna. Una casetta come tante, a due piani. Prima di andare a letto, aveva accomodato ordinatamente la camicetta e la gonna su una sedia posata contro il muro della camera. La casa è venuta giù ma la sedia è rimasta lì. Al suo posto. Salda su un orlo del pavimento rimasto miracolosamente aggrappato alla parete azzurra. Dove spiccano un crocefisso e il quadretto di una madonnina. La ruspa scava sotto gli occhi dei figli, che assistono inebetiti. A un certo punto un pompiere fa un gesto. La ruspa si ferma. Un vigile si china e tira su una coperta. Poi una trapuntina. Poi un lenzuolo. Ci siamo, forse. "Indietro! Per favore, indietro ", chiede un poliziotto. "È lei?" "È lei".
Il parco giochi della scuola materna, coi suoi castelletti e gli scivoli e i tavolini e i recinti gialli e rossi e verdi e blu è rimasta l’unica cosa colorata della contrada. Tutto il resto, nella devastazione che ha annientato in pochi istanti due terzi del paese sfregiando l’ultimo terzo con crepe e finestre accecate e cornicioni precipitati al suolo, ha assunto un uniforme colore grigiastro. Il vecchio Giuseppe, il viso segnato dal sangue di una ferita alla fronte che non è ancora riuscito a lavare via, mostra la distruzione della cascina e del cortile e delle tettoie dove teneva le macchine agricole: "Io e mia moglie ci siamo salvati per un pelo. Fortuna. Vuol sapere la cosa più assurda? Si è sentito uno schianto e ci tremava la terra sotto i piedi e venivano giù le pareti e io mi sono trovato a imprecare: "Le scarpe! Dove ho messo le scarpe?"".
Suor Lucia, che con le consorelle si è sistemata su alcune seggiole davanti a ciò che resta del "Pontificio Istituto Maestre Pie Filippini", si lagna per la gamba. Si è buttata sulle ginocchia una coperta ma dice che non è servita a molto. Dolori. Dolori forti. "Siamo qui da stanotte. Ormai sta scendendo la sera e non abbiamo idea di cosa fare". Dalla vicina Casa dello studente, quando già comincia a calare la luce, salgono urla di gioia. Hanno trovato i ragazzi che erano sotto. Vivi. Si rivelerà un’illusione, ma per un po’ sembra un miracolo. Suor Lucia pensa che è merito anche delle preghiere di santa Lucia Filippini, che è riuscita a rimanere dritta sulla sua colonnina mentre tutto intorno crollava e si è guadagnata un posto accanto al buon Dio grazie al fatto che, come dicevano i santini di un tempo, "scansava le amicizie delle compagne cattive che avvelenano coi loro vizi le anime innocenti e si guardava dalla vanità ".
Quel che è sicuro, a girare per le strade del capoluogo e dei borghi dei dintorni e a vedere come sono andati giù anche certi edifici costruiti dieci o venti anni fa, è che un Paese come il nostro non può affidarsi a santa Lucia o a sant’Emidio, protettore dai terremoti. Sull’elenco telefonico di Los Angeles appena aperto, come ricordò un giorno Giorgio Dell’Arti, c’è una frase: "Ci saranno sempre terremoti in California". A seguire, tutte le istruzioni su come comportarsi: tenere a portata di mano torce e radio con batterie, una valigetta con il materiale minimo di pronto soccorso, dieci litri d’acqua… Certo, tutto ciò non basta quando la terra, per usare la frase sentita ieri ad Onna in bocca a una ragazzina che trema come una foglia al ricordo, "comincia a sbattere come la coda di un drago impazzito".
Ma i morti sì, possono essere limitati. I danni sì, possono essere contenuti, quando le case sono costruite con i progetti giusti e gli accorgimenti giusti e i materiali giusti. E nessuno dovrebbe saperlo meglio di noi italiani. Che viviamo in una terra tra le più inquiete di un mondo in cui avvengono ogni anno un milione di terremoti piccolissimi e tra questi almeno un centinaio del quinto grado della scala Richter, cioè uno ogni tre-quattro giorni e ogni tanto ne arriva uno che sconquassa tutto. E per giorni giurano tutti che basta, occorre cambiare le regole e bisogna adottare una volta per tutte i sistemi che aiutano a limitare i danni perché è stupido spendere i soldi come per decenni ha fatto lo Stato che secondo i dati del Servizio geologico nazionale è riuscito a spendere solo dal 1945 al 1990 per tamponare i danni di catastrofi naturali varie oltre 75 miliardi di euro e cioè quasi 140 milioni di euro al mese. Più quelli spesi dal 1990 in qua per il sisma nella Sicilia Orientale nel dicembre 1990 e per quello nell’Umbria e nelle Marche del settembre 1997 e per quello a San Giuliano di Puglia dell’ottobre 2002… Tutti lutti seguiti da una promessa solenne: mai più. E presto dimenticata sotto la spinta di nuovi condoni, nuove elasticità urbanistiche, nuove regole più generose… Mentre cala la notte, nei paesi sotto il Gran Sasso la terra, ogni tanto, dà un nuovo scossone. Piccolo. Leggero. Sinistro. Così, tanto per ricordare chi comanda.
Piano Casa? Meglio un piano terremoto
Vittorio Emiliani – l’Unità
Domenica scorsa ho scritto sull’Unità del proposito governativo di abolire le autorizzazioni preventive per le nuove case nelle zone a bassa sismicità e di allentarle (magari solo successive e "a campione") in quelle a medio e alto rischio. "Da rabbrividire", commentavo, in Paese per circa due terzi mediamente o altamente sismico. Cosa dovremmo dire oggi, dopo la tragedia aquilana? Che non si può incentivare una ripresa edilizia "comunque" e dovunque, sfidando i vincoli paesaggistici, quelli idrogeologici e sismici. Tutta la filosofia delle misure del piano famiglia e poi del piano casa (attendiamo testi definitivi) poggia sull’abbassamento della soglia dei controlli tecnico-scientifici pubblici, a cominciare dai pareri delle Soprintendenze "non più vincolanti". Nel caso i Beni culturali riuscissero a darli in tempo, l’amministrazione locale "può procedere ugualmente al rilascio motivando specificamente sul dissenso". Incredibile.
Dunque, meno controlli preventivi, tecnici e mirati, dello Stato, e più mano libera ai privati, grandi e piccoli. Una "filosofia" che il terremoto aquilano boccia inesorabilmente. Il nostro (esclusa la Sardegna e una parte delle Alpi). è un Paese quasi ovunque a rischio sismico Ha subito almeno 30.000 fenomeni di rilievo dal 461 avanti Cristo ad oggi e 560 terremoti "forti, fortissimi o catastrofici". Il volume, tremendamente attuale, dello scienziato Enzo Boschi e del giornalista Franco Bordieri, "Terremoti d’Italia" ha un sommario durissimo: "Il rischio sismico, l’allarme degli scienziati e l’indifferenza del potere". Di qualunque potere.
Entrata in vigore nel 1989 la legge n.183 per la difesa del suolo, ventitre anni dopo le alluvioni di Firenze e Venezia, e nove dopo il terribile sisma irpino, venne poi creata l’Agenzia di Protezione Civile, diretta da Franco Barberi. Non potenziata dal governo Prodi e chiusa dal secondo governo Berlusconi: per far confluire anche le sue competenze sismiche nel mare magno della Protezione Civile, licenziando lo stesso Barberi e colpendo con un assurdo spoil system Roberto De Marco, responsabile del servizio sismico. Guido Bertolaso doveva essere a capo di tutto, sostenuto anche da forze del centrosinistra. Si indeboliva così una cultura specifica quanto mai utile nei drammatici frangenti che si ripetono spesso in Italia senza che nulla insegnino (se non agli studiosi): per esempio che le costruzioni in cemento armato sono le più rigide e quindi le meno antisismiche (nell’Aquilano vedo in tv un ospedale di quindici anni fa sbriciolato, una costruzione ancora nuova collassata su se stessa divenendo una trappola). O che è molto meglio investire miliardi veri nella prevenzione antisismica, nella lotta alle frane (un flagello), nel controllo delle cave, spesso abusive, e delle case non meno abusive, piuttosto che piangere dopo: nel 1970 la commissione De Marchi chiedeva 10.000 miliardi di lire, concessi in minima parte; fra il 1970 e la metà degli anni ’90 ne vennero però spesi oltre 60.000 soltanto per tamponare le falle. Senza contare le povere vite umane perdute, quelle sì senza prezzo. Ma, si sa, i miliardi destinati a questi scopi non fanno "parata elettorale".
Le colpe del Malpaese
Giovanni Valentini – la Repubblica
Non è certamente colpa di nessuno, tantomeno del governo in carica, se scoppia un terremoto nel cuore della notte e devasta un'area sismica già censita nelle mappe della paura, provocando una dolorosa catena di rovine, morti e feriti. Quando l'instabilità del territorio si combina purtroppo con la violenza della natura, il cataclisma diviene inarrestabile e l'uomo non può che arrendersi alla fatalità.
È doveroso ora far fronte all'emergenza, soccorrere le vittime, assistere i sopravvissuti, ripristinare al più presto condizioni di vita normali e dignitose per tutti. Ed è senz'altro opportuno accantonare per il momento qualsiasi polemica contingente, per concentrare gli sforzi in un impegno comune di solidarietà. Ma subito dopo sarà necessario anche compilare l'inventario delle responsabilità, remote e recenti, non solo per accertare che sia stato fatto davvero tutto il possibile per prevenire un evento di tale portata, quanto per impedire che possa ripetersi in futuro o perlomeno per contenerne eventualmente l'impatto.
Non vogliamo riferirci qui tanto alla "querelle" fra il tecnico che nei giorni scorsi aveva lanciato l'allarme e l'apparato della Protezione civile, sostenuto dall'establishment del mondo scientifico, secondo cui un terremoto non si può mai prevedere. Sarà pur vero che i sintomi registrati dai sismografi o da altre apparecchiature non consentono di predisporre per tempo un intervento funzionale, cioè un'evacuazione di massa delle case, dei paesi e delle città. È altrettanto vero, però, che in questo caso i segnali sono stati evidentemente trascurati e sottovalutati, fino al punto di mettere sotto inchiesta l'incauto tecnico in virtù di un paradosso giuridico che prende il nome di "procurato allarme".
La questione fondamentale è un'altra e si chiama piuttosto "cultura del territorio". Vale a dire conoscenza e rispetto della natura; sensibilità e cura per l'ambiente; tutela del paesaggio e ancor più della salute, della vita umana, di tanti destini in carne e ossa che in quel territorio incrociano la propria esistenza. Non c'è pietà per le vittime e per i sopravvissuti di questo o di altri terremoti, come di ogni disastro naturale, senza una consapevolezza profonda di un tale contesto e senza una conseguente, concreta, quotidiana assunzione di responsabilità.
Fuori oggi da una sterile polemica politica, non si può fare a meno tuttavia di registrare l'enorme distanza - propriamente culturale - fra un approccio di questo genere e il cosiddetto "piano-casa" recentemente varato dal governo di centrodestra, nel disperato tentativo di rilanciare l'attività edilizia. In un Malpaese che trema distruggendo - insieme a tante speranze e a tante vite - abitazioni, palazzi, ospedali, scuole e chiese, e dove ancora aspettano di essere ricostruiti gli edifici crollati nei precedenti terremoti come quello del Belice di quarant'anni fa, la priorità diventa invece la stanza in più, la mansarda o la veranda da aggiungere alla villa o alla villetta, in funzione di quel consumo del territorio che si configura come un saccheggio privato a danno del bene comune.
Non saranno magari le fughe di gas radon emesse dalla terra in ebollizione - come predica l'inascoltato ricercatore abruzzese - a permetterci di prevedere i terremoti, ma verosimilmente una rigorosa prevenzione anti-sismica può aiutarci a ridurre al minimo i danni e soprattutto le vittime. Tanto più nelle regioni e nelle zone dove il rischio è notoriamente più alto. Ecco una grande occasione per rilanciare l'attività edilizia nell'interesse generale, non già al servizio della speculazione immobiliare ma semmai in funzione di un investimento umano e sociale sul territorio.
Con i 150 morti finora accertati, i mille e cinquecento feriti, i settantamila sfollati, i diecimila edifici crollati o danneggiati, il triste bollettino di guerra che arriva dall'Abruzzo interpella una volta di più le ragioni di un "ambientalismo sostenibile": cioè, pragmatico, costruttivo, effettivamente praticabile. Di fronte al primo cataclisma del nuovo millennio, quello schieramento composito e trasversale che vuole difendere l'immenso patrimonio naturale, storico e artistico dell'Italia dagli egoismi individuali, è chiamato a misurarsi più che mai con la sfida della concretezza. Superata l'era delle vecchie ideologie, rosse o verdi che fossero, ora c'è da impugnare la bandiera del realismo civile.
In quelle parole è nascosta un’idea che si è trasformata in azioni: l’idea che la funzione del suolo sia quella di ospitare edifici, di lasciar sorgere su di esso case, capannoni, palazzi. Poiché il suolo serve esclusivamente a quello, qualunque atto che voglia prescrivere altre utilizzazioni è considerato un perverso vincolo: lasciare un’area all’agricoltura o alla creazione di un parco o un bosco è considerato un danno che lo “sviluppo” non può tollerare.
Per lasciare che quella “vocazione” si esprima, che quel “diritto” cancelli ogni altro diritto, che quello “sviluppo” non si arresti, bisogna rendere innocua la pianificazione delle città e dei territori: finché non si può abolirla, finchè non si può affidarla alle mani degli interessi immobiliari (come la proposta di legge sul governo del territorio del Popolo delle libertà propone) occorre consentire con ampiezza di derogare dalle sue regole.
Il Italia si è costruito troppo, al di fuori da qualunque necessità sociale. Si sono urbanizzate, e spesso degradate, aree la cui piena utilizzazione consentirebbe di ospitare tutte le necessità di una popolazione molto più ampia di quella attuale. La messa in sicurezza delle costruzioni minacciate nella loro integrità fisica dal mancato rispetto delle norme più elementari di sicurezza statica dovrebbe essere un tassello di una grande progetto di restauro del territorio, basato su un’attività di pianificazione territoriale e urbanistica che metta al suo centro la difesa delle qualità esistenti e la creazione di nuove, il rispetto della trasparenza nelle decisioni, la più ampia partecipazione alle scelte che condizionano il futuro di noi tutti.
Il terremoto si distingue dalle altre e molte calamità per la rapidità e l’indifferenza naturali: nei pochi minuti delle scosse telluriche il disastro è compiuto, ai superstiti non resta che cercare i cadaveri sepolti sotto le macerie e camminare smarriti fra ciò che resta di città e villaggi. Fra il dolore insopportabile ma come sempre sopportato da chi ha perso i suoi cari, e il silenzio degli altri sopravvissuti che li compiangono ma sanno di essere stati miracolati.
Per giorni, per anni, si parlerà delle prevenzioni non fatte, degli errori compiuti, delle malefatte per egoismi per i quali è arrivato il conto da pagare e sui giornali e alla televisione ci sarà lo spettacolo dolente e impotente dei morti, dei feriti, dei loro parenti in lacrime.
Un nome verrà ripetuto in tutte le cronache, nei commenti, nelle polemiche. Quello di Guido Bertolaso il capo della Protezione civile, il professionista dei pubblici soccorsi che tutti gli italiani conoscono anche se, per la verità, faticano a capire che è lui il vero premier di questa Italia disastrata. Il vero capo del governo è lui, non i politici che in Italia e all’estero recitano la parte dei pubblici amministratori.
Bertolaso ha una sua uniforme, veste in borghese senza gradi e senza medaglie, pantaloni normali e un pullover blu con su cucito un nastro tricolore, ma non c’è italiano che non riconosca in lui quello che promette di rimettere in piedi il paese ogni volta che va in pezzi, che promette di ricucire le sue ferite, di togliere le macerie e le immondizie, di riaprire le strade, di riportare fiumi e torrenti nei loro argini. È quello che il capo ufficiale del governo vorrebbe essere, un "dittatore" buono. Bertolaso gode infatti dei poteri necessari per mobilitare eserciti di soccorritori, migliaia di treni, di auto, di camion. Quando arriva lui con il suo pulloverino blu, con il nastrino tricolore, prefetti, questori e generali si mettono sugli attenti e gli obbediscono senza fiatare. Lui zittisce le polemiche, come ha fatto anche ieri, spiega che la tragedia non si poteva prevedere. E non importa se poi non riesce a mantenere molte delle sue promesse. Bertolaso ha i pieni poteri, è il governo più forte del governo.
C’è una cosa importante che si sta verificando anche in Abruzzo. Nel dolore e nella disperazione dei disastri maturati la gente riscopre la voglia di resistere, di riparare. E per una volta i lacci e i lacciuoli burocratici sembrano scomparire di fronte alla superiore necessità. Si mobilita in poche ore un vero esercito nazionale che è quello dei soccorsi, che si mette in marcia dal Brennero a Capo Passero secondo piani e interventi preordinati, ma anche su base volontaria e solidaristica. Sospinto dall’emozione, dal dolore, dalla fratellanza di un popolo.
E c’è un’altra lezione, un’altra cognizione che viene da questo disastro per molti aspetti feroce e impietoso. La transizione fra l’Italia antica, paese d’arte, l’Italia dei mattoni e delle ardesie, e quella moderna del cemento armato. Fra l’Italia dei borghi medievali attorno ai castelli sopra i colli e quella delle zone industriali sui piani di fondo valle. Giornali e televisioni hanno intervistato i superstiti dei terremoti in Campania e nelle Marche, amministratori, funzionari che hanno visto con i loro occhi, a volte la morte dei loro cari, i ritardi e le imprevidenze, gli errori ancora una volta compiuti, ancora una volta troppo tardi denunciati. Ancora una volta hanno ricordato l’antica e mai osservata lezione di serietà e di modestia, il dovere di provvedere oggi al necessario invece di piangere domani sulla propria imprudenza.
Il rimprovero principale che si mosse alla megalomania imperiale mussoliniana, fu di aver speso uomini e denaro per la conquista dello "scatolone di sabbia" in Libia mentre nell´Italia meridionale mancavano strade e ferrovie e la gente continuava a portare i carichi in spalla e a percorrere a piedi i tratturi. Le grandi opere sono una testimonianza di civiltà ma anche un lustro di governanti ambiziosi più che saggi. Il ponte sullo Stretto di Messina e i treni super veloci sono belli da vedere e da raccontare ma poi arriva una pioggia persistente e una delle grandi opere, l’autostrada Salerno-Reggio Calabria si tramuta in quello "sfascio pendulo" che è gran parte del Meridione.
C’è infine una terza lezione da ricavare da questa modernità: non è più il tempo di correre a vedere chi è morto o senza casa. Anche la pietà e il cordoglio devono adattarsi alla modernità di massa, non intralciare sulle strade il traffico dei soccorsi. È una preghiera, ordine di Guido Bertolaso.
In questi giorni un’overdose di notizie ed informazioni a corollario del dramma abruzzese ha reso i cittadini più consapevoli. Durerà poco, come è sempre successo. Le notizie sul terremoto ovviamente scaleranno nelle pagine interne dei giornali, fino a scomparire. La speranza è che non si dissolva, assieme all’attenzione dell’opinione pubblica, quella montagna di impegni assunti da chi si è prodigato davanti ai teleschermi per far dimenticare le inadempienze del passato con le promesse per il futuro. Comunque, i cittadini, almeno in questo momento, hanno le idee più chiare su quanto questo paese sia esposto al rischio sismico. Sono stati fatti confronti con California e Giappone, e proprio su un terremoto in Giappone è utile spendere qualche altra parola.
La città di Kobe venne colpita nel 1995, il 17 gennaio alle ore 5 e 46 minuti, da un forte terremoto di magnitudo 6.8, che liberò una quantità di energia circa 10 volte maggiore di quella rilasciata il 6 aprile a L’Aquila. Fu un terremoto dagli effetti devastanti: 6.500 vittime, una quantità enorme di danni valutati oltre 100 miliardi di dollari. Alcuni articoli usciti sulla stampa italiana, anche di prestigiose firme, traevano da quel disastro qualche spunto consolatorio. Si sosteneva che, dopo tutto, anche i giapponesi, così tecnologicamente avanzati, così attenti alla preparazione della popolazione alle calamità, così avanti nel campo della geofisica e nella progettazione antisismica, così efficienti e consapevoli dei livelli di rischio a cui erano esposti, con un evento solo un po’ più forte dell’Irpinia avevano dovuto registrare un numero di vittime più che doppio ed un danneggiamento di dimensioni spaventose.
Le cose, in realtà, non stavano proprio così. Kobe è una città moderna che si apre sul mare, un attivissimo porto, con una popolazione di 1.5 milioni di abitanti che con l’hinterland supera i 4 milioni. Una città per la quale non era atteso un terremoto di quell’intensità – era infatti inserita nella fascia più bassa di pericolosità sismica – e quindi nemmeno tanto preparata e difesa. Kobe si era trovata invece all’interno dell’area di massima intensità, con epicentro a circa 20 km dal cuore della città; e un terremoto al mattino presto è una pessima ora in termini di conseguenze per la popolazione.
Dall’esperienza di Kobe, e di altri eventi distruttivi in contesti metropolitani occorsi nel mondo, possiamo trarre qualche considerazione sulla fortuna che ha assistito l’Italia negli ultimi decenni.
Il terremoto di Reggio Calabria e Messina ebbe un’intensità dell’ XI grado della scala Mercalli (magnitudo stimata 7.2), colpì due città (oggi due aree metropolitane) causando circa 85 mila morti. In tutto il resto dello scorso secolo ci sono stati in Italia altri terremoti distruttivi. Uno in particolare, quello della Conca del Fucino del 1915 causò oltre 30 mila vittime; la cittadina di Avezzano che contava 11 mila abitanti si trovò nell’area epicentrale; il 90 per cento della sua popolazione rimase sotto le macerie. Dopo questi due eventi il paese ha avuto fortuna. Altri terremoti di forte intensità distruttiva, il Vulture nel 1930, l’Irpinia nel 1962 e nel1980, hanno causato moltissime vittime ma si sono tenuti lontani con le massime intensità dalle aree urbane. La stessa cosa è avvenuta in Belice nel 1968 e in Friuli nel 1976 con la distruzione di centinaia di paesi e nuclei abitati.
Mai più, tuttavia, in una città, in un’area urbana, fino a qualche giorno fa. Per questa ragione possiamo dire che il nostro paese è stato fortunato a lungo, per molti decenni. L’esserlo stato fino ad oggi avrebbe dovuto rappresentare l’elemento fondante attorno al quale sviluppare un’azione lungimirante di prevenzione, tanto più inderogabile quanto la nostra situazione è diversa da quella di Kobe, una città che fu capace di resistere, anche se con perdite enormi, ad un evento estremamente distruttivo. Da noi le cose, molto probabilmente, non andrebbero come in Giappone; molte delle nostre città in aree ad elevato rischio sismico potrebbero subire, a parità di magnitudo, un impatto molto più severo ed oggi L’Aquila dovrebbe essere, oltre che una enorme sciagura, anche un inconfutabile monito.
Chi avesse voluto in tutti questi anni prendere le distanze da quanto successe a Reggio e Messina e ad Avezzano ormai un secolo fa, con un consolatorio "ora c’è la normativa sismica e il cemento armato" o altre semplificazioni tranquillizzanti, deve oggi invece prendere atto di quanto accaduto nella città abruzzese; ancor di più resterebbe fortemente deluso guardando le città attraverso gli scenari di evento che da tempo sono disponibili. La "città vecchia", i centri storici vulnerabili lo sono per definizione e della loro situazione in qualche misura ne fanno sfoggio con franchezza, la "città moderna" invece può indurre all’errore se si ritiene che solo perché tale offra maggiori garanzie; molto spesso non è così né sotto il profilo delle scelte urbanistiche né per la qualità edilizia (spesso anche quando entrambe non siano state travolte dall’abusivismo) né per l’assetto infrastrutturale e delle reti dei servizi.
Spesso poco, molto poco è stato pensato, progettato, realizzato e mantenuto pensando ad un terremoto, anche dove conoscenza, norma o semplice buon senso lo avrebbero preteso. Ed allora in un contesto come quello della difesa dai terremoti, dove la previsione dell’evento è una chimera, l‘unico strumento utilizzabile ai fini "predittivi" risiede nella capacità di operare una particolare sintesi tra la conoscenza di un fenomeno naturale, il terremoto, e quella di un comportamento antropico, l’uso del territorio, soprattutto nei termini, per l’appunto, delle tante fragilità su di esso prodotte; l’esito di questa operazione complessa, che ha come risultato finale la produzione di scenari, dovrebbe influenzare in modo determinate la preparazione all’emergenza e promuovere l’azione in prevenzione. Ma questo è un altro discorso.
La commissione che dovrà assegnare i trenta lotti per il mega appalto del piano Case a L'Aquila ieri sera era ancora riunita. Sono 57 le ditte che hanno presentato un'offerta e la chiusura della gara è prevista per le prossime ore. Intanto la protezione civile ha comunicato i nomi delle nove aziende che dovranno fornire il cemento armato e il ferro per le piattaforme antisismiche delle venti aree. Nessuna gara europea, in questo caso, ma un appalto ad inviti. Tra le nove aggiudicatarie ci sono almeno un paio di società che hanno avuto qualche problema in passato. La Colabeton, ad esempio, nell'agosto del 2004 era stata multata per cinque milioni di euro dall'antitrust, per aver fatto parte di un cartello di aziende che avrebbero «posto in essere, nel periodo dal 1999 al 2002, un'intesa volta principalmente alla ripartizione di forniture di calcestruzzo destinate ai cantieri edili della provincia di Milano». Un accordo considerato illegittimo che avrebbe avuto «l'obiettivo di accrescere i ricavi attraverso l'incremento dei prezzi di listino e la riduzione progressiva dei termini di pagamento». Le aziende che vennero multate dall'antitrust - Ambrosiana, Calcestruzzi, Cave Rocca, Cemencal, Colabeton, CosmoCal, Holcim Calcestruzzi, Holcim Cementi, Monteverde, Monvil e Unicalcestruzzi - per un totale di 40 milioni di euro, avrebbero in sostanza concordato la loro posizione sul mercato, scambiandosi informazioni, arrivando a controllare l'80% del mercato milanese.
La lista delle aziende che si sono aggiudicate questa prima parte della costruzione dei 20 villaggi - consorzio Bison-Gdm, Zuppoli-Pulcher, Sacaim, Colabeton, la Veneta Reti, Cordioli e l'aquilana Edimo di Barisciano - include anche la veneta Sacaim, che qualche mese fa è stata coinvolta in un grave incidente su un cantiere a Venezia. La procura nel settembre scorso aveva messo sotto sequestro un cantiere edile a Murano della Sacaim, dopo la morte per il crollo di un muro di un operaio ucraino, dipendente di un'azienda che aveva ottenuto un subappalto. Uno dei tantissimi incidenti mortali sui cantieri edili italiani che hanno provocato centinaia di vittime di quel sistema di subappalti che il decreto Abruzzo ha ampliato dal 30 al 50% dei lavori affidati.
Subito dopo il terremoto era stata annunciata da più parti la realizzazione di una vera e propria lista delle aziende "pulite". Nel decreto Abruzzo, però, gli unici criteri di esclusione sono quelli tradizionali degli appalti pubblici. Nessun filtro in più è stato applicato all'assegnazione dei primi lavori.
Alla fetta più consistente dei contratti di appalto - con una cifra che supera il mezzo miliardo di euro - hanno partecipato solo aziende italiane. In Europa non devono avere grandi speranze di potersi aggiudicare l'unico lavoro pubblico del dopo terremoto con soldi certi. Così nell'elenco delle 57 aziende che hanno presentato un'offerta alla caserma di Coppito - che ospita la commissione che sta valutando i dossier - c'è un pezzo ben rappresentativo dell'Italia dei cantieri. Forte presenza del nord est, a fianco di un gruppo agguerrito di società casertane, napoletane, calabresi, pugliesi e siciliane. Non mancano i costruttori aquilani, gli stessi che prima del terremoto hanno realizzato alcuni degli edifici crollati in un soffio. Ci sono i fratelli Frezza, che hanno "messo in sicurezza" parte dell'ospedale San Salvatore e realizzato un garage sotto l'edificio di via XX Settembre 79, crollato uccidendo sette persone, il sei aprile scorso, alle 3.32.
Una scena lunga due mesi, il terremoto sullo sfondo: interprete principale il presidente del consiglio, Bertolaso a far da spalla, i terremotati le comparse. Non fosse stato per Veronica Lario, questo sarebbe stato l'unico palcoscenico elettorale di Silvio Berlusconi. Riempito con una dozzina di visite, tante immagini, un fiume di banalità da gettare in platea, al paese spettatore-elettore. Per raggiungere e superare la soglia del 40%, quella che prepara la nuova era, il berlusconismo come impresa di Stato. Due mesi di flash sull'attivismo pietoso. Due mesi di buio sull'emergenza che non ha fine, sulla ricostruzione che non vede inizio.
Non è particolarmente originale osservare come una sciagura possa servire a raccogliere consenso promettendo aiuto, con tutti i rischi del caso, se l'aiuto funziona poco o male. Né sono un inedito storico queste elezioni nel post-terremoto, questa verifica «naturale» della tenuta di un governo. Trent'anni fa toccò a Zamberletti, che però era «solo» un sottosegretario promosso in Friuli a commissario straordinario. Un Bertolaso ante litteram, quando la Protezione civile appena nasceva e non era una sorta di stato nello stato come ora. Fu il democristiano di Varese, alle prese con l'emergenza friulana del 1976, a gestire ricostruzione ed elezioni, raccogliendo i soldi a Roma e distribuendoli al confine orientale, visitando tenda per tenda in maniche di camicia, a parlare con tutti e a convincere tutti.
Senza nemmeno aver bisogno di dire che cosa votare nelle elezioni del 20 giugno di quell'anno, quelle del pericolo rosso, con il Pci che sembrava pronto a sorpassare la Dc. Cosa che non fu. Anche grazie alla tenuta dell'elettorato terremotato, grazie al gran lavoro del Zamberletti, che non poteva contare su uno stuolo di televisioni al seguito, ma sui finanziamenti statali sì. Di soldi ne arrivarono tanti, non vennero gettati al vento - a differenza dell'Irpinia qualche anno dopo - e finirono per contribuire al miracolo del nord-est. Strade e capannoni industriali costruiti assieme alle case, il post-terremoto come straordinaria arma di sviluppo economico. E di consenso politico, basato sul fare, senza nemmeno usare troppo la grancassa mediatica.
Scenari spettrali
La scena a L'Aquila e dintorni sembra un po' diversa. A due mesi, 302 morti e 65.000 sfollati dal giorno del terremoto, l'unica cosa davvero visibile - oltre alle visite-spot del Presidente del consiglio - è l'emergenza. A partire dal centro storico spettralmente deserto e chiuso, una «zona rossa» che attende di capire quale sarà il suo futuro. Vi entrano solo i vigili del fuoco, per puntellare qualche edificio o accompagnare gli abitanti a raccogliere ancor oggi - da sessanta giorni - qualche oggetto domestico. E attorno alla sorte del centro di L'Aquila si gioca la grande partita del post-terremoto. Dopo una certa fiducia iniziale gonfiata dalle esibizioni berlusconiane, ora i dubbi della popolazione si stanno trasformando in protesta. Sono nati decine di comitati - diversi tra loro per censo, collocazione geografica, orientamento politico - che prendono la parola, seppur in ordine ancora sparso.
«Ricostruzione 100%», «puntellare tutto», sono le parole più pronunciate. Perché il timore è che lo smembramento della comunità - le costruzioni temporanee sparse su terreni in via d'esproprio - apra la strada a una ridefinizione della città e del suo territorio basata su interessi estranei a quelli degli aquilani e impermeabile alle loro volontà. «Togliere il centro storico a L'Aquila è come toglierle il Gran Sasso» sentenzia la presidente della Provincia Stefania Pezzopane, dando voce a quella che è la paura più evidente per il prossimo futuro: una ricostruzione fatta di grandi affari che toglierebbe agli aquilani il controllo e il possesso della propria città, magari attraverso il non finanziamento della sistemazione delle «seconde case», quell'integrazione di reddito portata a molte famiglie dall'affitto a studenti fuorisede.
E un imputato c'è già: «Non subiremo passivamente i giochi di Fintecna» annuncia il sindaco Massimo Cialente. Ciò che si teme è che la finanziaria del governo assuma il controllo del centro storico, affidando appalti a qualche impresa del nord leghista, per poi fare dell'Aquila un grande affare per nuovi ricchi. Perché la verità è che i soldi non ci sono, che Tremonti ha già detto di non sapere dove prenderli, che solo «una tassa di scopo» potrà farglieli trovare. Ma di tasse il Capo supremo non ne vuol sentir parlare, almeno fino alle elezioni europee; e, semmai, vorrebbe che a chiederle siano proprio gli abruzzesi, Pezzopane e Cialente in testa. Giusto per fargliene assumere la responsabilità.
L'emergenza senza fine
Così piccole proteste crescono. Dopo il corteo di sabato scorso, indetto dal comitato per la rinascita del centro storico, oggi tocca a un presidio organizzato dai sindaci, per il 10 giugno il comitato «3e32» lancia l'idea di un sit-in a Roma e il 15 appuntamento nella capitale davanti al Parlamento. Perché quel giorno alla Camera inizia la discussione del decreto sulla ricostruzione. Dovrebbe essere la data della fine dell'emergenza, già troppo prorogata, ma da che parte vada ancora non si sa. Paradossalmente in Abruzzo hanno considerato un passo in avanti il rinvio del decreto, «perché la sua prima versione era un disastro - dicono in coro - ma ancora non ci siamo».
Problemi di quantità e di qualità: i 5 miliardi e mezzo per ora previsti non sono sufficienti e al comitato «3e32» fanno un semplice paragone: «Per il terremoto dell'Umbria, con 30.000 sfollati, vennero stanziati 7 miliardi. Qui gli sfollati sono più del doppio e i soldi molti meno». E, poi, chi e come li gestirà? In un territorio che abbonda di divise e controlli - nelle tendopoli principali non si può entrare senza apposito tesserino - la popolazione non si fida dei controllori. «Perché una cosa è l'emergenza, un'altra il futuro, che non si può affidare allo specialista delle emergenze»: il «cittadino-accusatore» ce l'ha con Bertolaso e la Protezione civile, molto invasivi entrambi, vissuti come estranei. Utili, persino indispensabili, ma «stranieri». A differenza dei vigili del fuoco che, pur venendo da tutt'Italia, sono considerati dei fratelli. Cui aggrapparsi per ogni esigenza, cui chiedere qualunque cosa e a cui dare tutto l'appoggio quando protestano - anche loro - senza smettere di lavorare, per i tagli ai finanziamenti.
E le elezioni? «Perché? Si vota?». Molti se ne sono persino dimenticati delle Europee. Un po' per il rinvio delle amministrative che ha fatto pensare a uno slittamento del voto tout court. Un po' perché qui i partiti - di comune accordo - non hanno fatto campagna elettorale. Molto perché l'unico voto che davvero interessa è quello del Parlamento italiano sul «Decreto Abruzzo». Prevedibile che l'astensionismo sarà altissimo, che i seggi - un po' piazzati negli edifici pubblici rimasti in piedi, un po' nelle tendopoli - non saranno molto frequentati. Nemmeno Berlusconi se ne lamenterà, per quanto importantissimo ai suoi scopi sia l'esito del 6-7 giugno; e, del resto, il suo palcoscenico elettorale l'ha costruito in Abruzzo ma solo per parlare al resto d'Italia, come fu per Napoli alle prese con l'immondizia. Semmai se ne lamenteranno gli oltre 35.000 «pendolari del terremoto» che sfollati sulla costa, tra Giulianova e Pescara, ogni giorno attraversano la regione per raggiungere il capoluogo dove hanno lavoro e residenza. Anche per votare dovranno fare i pendolari, l'esercizio del «diritto-dovere» è legato all'appartenenza territoriale e il seggio non li ha seguiti nell'esodo verso gli alberghi dove ancora non sanno se e quanto potranno rimanere (salvo eventuali crociere annunciate dal Presidente).
I pendolari del voto
Così i più affezionati all'esercizio democratico dovrebbero mettersi in macchina e farsi - anche per votare - le consuete file agli ingressi dell'autostrada targata padron Toto (quello di AirOne, poi Cai-Alitalia) che nell'emergenza-sisma è diventata un imbuto. I pendolari del terremoto non pagano il pedaggio, ma la loro esenzione va verificata a ogni passaggio di casello, con i tempi e le code che si possono immaginare. Facile prevedere che molti resteranno lontani da un seggio così complicato.
Vista da L'Aquila, Strasburgo è una località remota. Più interessante Roma, ma solo perché tiene i cordoni della borsa. Però il cuore e la mente sono tutti per quelle case vicine e proibite, quelle fabbriche chiuse e quegli uffici vuoti o sparpagliati in luoghi a molti cittadini ancora ignoti. Il pensiero è fisso sulla «riconquista» dell'Aquila. In fretta: prima del freddo autunno, prima che Fintecna si prenda tutto, prima del G8-vetrina. Un altro mese come palcoscenico nazionale, una trentina di giorni in cui tutti - non più solo Berlusconi - si giocheranno il futuro.
Pensate che sia possibile concedere alle famiglie vittime del terremoto in Abruzzo un contributo statale che copra al 100% i costi della ricostruzione della loro casa distrutta o resa inagibile, spendendo - nel 2009 e 2010 - esattamente gli stessi soldi che lo Stato avrebbe speso per finanziare un credito d’imposta volto alla restituzione degli investimenti realizzati in proprio dalle famiglie stesse? Vi sembra razionale prevedere che la maggioranza delle famiglie colpite dal terremoto - messa di fronte a queste due scelte: 1) ottenere immediatamente un contributo statale che copra il 100% dei costi di ricostruzione della casa; oppure 2) spendere soldi propri per ricostruire, salvo recuperarli anno dopo anno col credito d’imposta - rifiuterà la prima per rivolgersi massicciamente alla seconda?
Se pensate che queste siano due domande retoriche, non avete letto il decreto terremoto approvato dal Senato la scorsa settimana. Nel testo originario del decreto non era stabilito alcun diritto soggettivo delle famiglie all’integrale copertura della ricostruzione; e non era previsto alcun contributo iniziale e forfettario per gli interventi nelle case con danni più lievi. Era dunque perfettamente logico che la Relazione Tecnica prevedesse un massiccio ricorso al credito d’imposta: le famiglie con reddito capiente avrebbero dovuto usare, per la ricostruzione, i loro soldi e li avrebbero poi trattenuti - fino a 150.000 euro - dalle imposte degli anni successivi. La soluzione non è piaciuta né alle popolazioni colpite, né all’opposizione, né ai parlamentari della maggioranza. Risultato: al Senato, già in Commissione, viene approvato un emendamento che afferma il diritto soggettivo di ogni famiglia ad un contributo diretto pari ai costi sopportati per la ricostruzione. L’intervento con credito d’imposta diventa meramente "volontario": dovrà essere la famiglia a chiedere (?) di farvi ricorso. Cambiata la provvidenza non restava che cambiare la copertura finanziaria. Ma il Governo si rifiuta di farlo e vengono previsti - nel 2009 - 0,0 esborsi a carico del bilancio pubblico; 54,7 milioni nel 2010 e 109,4 milioni nel 2011. Come si spiega? Semplicemente, la Ragioneria Generale finge di non accorgersi dell’introduzione del diritto soggettivo al contributo per l’integrale copertura dei costi, e continua a ragionare in termini di credito d’imposta: 0,0 oneri nel 2009, qualcosina nel 2010 e così via per gli anni a venire. Ma come andranno le cose?
Un 15-30% dei lavori di ricostruzione sarà già realizzato nei prossimi mesi. E le famiglie chiederanno di avere il contributo pari ai costi sopportati. Poi, nel 2010, i lavori saranno quasi completati: e le famiglie chiederanno... Risultato: tutto l’onere per il contributo si concentra nei prossimi due anni. Malgrado la difesa dello "0,0 oneri" 2009, alla Ragioneria si rendono conto dell’insostenibilità della tesi, e corrono in qualche modo ai ripari: se ci sarà bisogno si farà ricorso a quelle del Fondo per le Aree Sottoutilizzate. In effetti, il Governo attesta che nel Fondo in questione sono disponibili 7,5 mld di euro. Tant’è che già il testo originario del Decreto (art. 14 comma 1) - per una cifra tra 2 e 4 mld - si "copriva" su quel Fondo. Perché il Governo non ha deciso - aumentati gli oneri - di farvi fronte con un più esteso ricorso a questo Fondo? È utile una piccola premessa: per una regola di buon senso, un onere di cassa certo per 100 per il prossimo anno può trovare copertura su di un Fondo per investimenti infrastrutturali et similia solo grazie ad una riduzione di quest’ultimo, nell’anno in questione pari a circa 300. Infatti, disponendo di 100 sul Fondo in questione "normalmente" lo Stato impegna e spende effettivamente 30. Si chiama "coefficiente di realizzazione" della spesa in conto capitale.
Torniamo al Decreto: se l’onere da sopportare si concentra nel 2009 e nel 2010, esso può ben coprirsi sul "Fondo Strategico" ma solo a prezzo di azzerarlo: se la Relazione Tecnica scriveva "fino a 4 mld", per coprire un onere spalmato molto nel tempo, il concentrarsi dell’onere in questo e nel prossimo anno obbliga a (almeno) raddoppiare il prelievo dal Fondo: da 4 a 8. Ma qual è il rischio? Non quello che manchino i soldi per i terremotati. Il rischio consiste nel fatto che il CIPE, dei 7,5 mld oggi presenti nel Fondo Strategico, ne ritenga ancora impegnabili - extra Abruzzo - 3,5. E ne decida l’assegnazione e la spesa. Salvo poi scoprire ciò che già oggi è chiaro: che per le case dei terremotati servono, entro il 2010, 8 miliardi, e non 4. Risultato: gravissimo allargamento del deficit del 2009 e del 2010, ben al di là delle già fosche previsioni di oggi. E blocco totale, nel 2010 e 2011, degli investimenti per lo sviluppo del Sud. C’è tempo per metterci rimedio, alla Camera. E sarebbe interesse di tutti che il Governo accettasse di dire, una volta tanto, la verità.
È assai probabile che gli effetti del sisma di L'Aquila e dintorni siano stati esasperati dal mix di negligenza ed arroganza che ha contraddistinto molti dei soggetti competenti per tutto il periodo precedente l'evento disastroso, cioè di durata dello "sciame sismico" (che presentava pure picchi di intensità anomali per uno sciame), a partire dal dicembre 2008 e che sembra proseguire nelle prime proposte programmatico-istituzionali di ricostruzione. Nel post-terremoto - specie adesso che l'effetto choc tende a dissolversi - questo atteggiamento va trasformandosi nell' "occupazione spettacolarizzata e repressiva" dello scenario della tragedia, trasformata in set per le "azioni eroiche" del presidente del Consiglio. Un contesto in cui, invece di alleviarsi, spesso si accentuano i disagi, non solo per le diverse tipologie di vittime (senza casa, sfollati, ecc.) ma addirittura anche per enti e soggetti, istituzionali e volontari, addetti ai soccorsi. Con l'eccezione di quella parte di "Protezione Civile" inserita nel "cast" dello spettacolo messo costantemente in onda dai media posseduti o controllati dal Cavaliere (che adesso sembra debbano raggiungere l'apoteosi con l'idea - invero bizzarra - di svolgere il G8 all'Aquila, addirittura in una caserma posta sopra uno dei segmenti più dinamici di faglia assai attiva!). In questo quadro si registra, purtroppo, anche l'affollarsi di tecnici e studiosi attorno ad opzioni (vedi la new town, per adesso abbandonata) talmente avulse e lontane dalle reali esigenze del contesto da porsi come "chiacchiere risolutive e amplificate" di un problema rispetto al quale non si è in realtà capaci di agire. Con la differenza che, in questo caso, il quadro è tanto grave e drammatico da rendere inaccettabile qualsiasi ammissione di denuncia e di reazione.
Nel seguito del presente documento ricordiamo i possibili errori - dovuti a pigrizia, incapacità o arroganza - che potrebbero avere amplificato gli effetti negativi del disastro nel periodo immediatamente precedente l'evento del 6 aprile, analizzando le conseguenze del mancato rispetto delle regole sulle strutture urbane e ambientali. Quindi proporremo una riflessione sulle diverse tipologie di intervento ora possibili, su cui peraltro il dibattito è aperto e intenso - ed evidenzia come anche questo disastro denunci il beffardo paradosso contenuto in istanze deregolatrici tuttora in campo, come il cosiddetto "Piano Casa". Ancora, sottolineeremo le incongruenze e le inadeguatezze contenute nelle prime proposte programmatico-istituzionali avanzate dal Decreto governativo di fine Aprile, avanzando infine una proposta di azione alternativa per la RNM, da gestire con altre soggettività scientifiche e socio-politiche con forti esperienze sul tema e, soprattutto, insieme agli abitanti dell'Aquilano.
"Sisma imprevedibile", ma i crolli no
Non crediamo utile, al momento, prendere alcuna parte nel dibattito - assai vivace tra gli esperti del settore - sulla "prevedibilità" dell'evento. Tuttavia non si può sottacere un certo "eccesso di inazione" che ha caratterizzato tutta la vicenda precedente l'evento catastrofico, coperta dalla potenza - soprattutto mediatica - delle posizioni (scientifiche e pseudo-tali) che propendono per l'imprevedibilità. Peraltro, ammesso e non concesso che l'evento sismico non fosse strutturalmente prevedibile, per intensità, caratteri e tempi, con modalità tali da giustificare evacuazioni di massa, appare viceversa sempre più chiaro come i segnali, circa la perdita di sicurezza e stabilità, forniti da molti edifici - privati e purtroppo anche pubblici, e in qualche caso densamente abitati al momento del disastro - siano stati colpevolmente trascurati nei giorni immediatamente precedenti il terremoto; e questo nonostante i continui allarmi, le denunce e le riunioni convocate ad hoc anche di organismi istituzionali come la Commissione Grandi Rischi. L'allargarsi improvviso - denunciato prima e raccontato oggi da esperti e tecnici locali - di fessure, crepe e lesioni in edifici costruiti anche di recente avrebbe dovuto comportare la realizzazione immediata dei necessari sopralluoghi e rilievi, ma da parte del personale competente (Enti territoriali e Protezione Civile), e non di "lavoratori addetti ad altro" che si improvvisavano periti edili; cosa che avrebbe potuto portare a un numero limitato di sgomberi, oltre che all'allestimento di un certo quantitativo di attrezzature pronte e mirate, scongiurando l'esasperarsi di una tragedia già gravissima. Così non è stato: esistono - anche in questo - responsabilità assai pesanti che vanno individuate e opportunamente sanzionate.
Molta parte dell'opinione pubblica "scopre" soltanto adesso che gli effetti disastrosi del sisma sono stati assai ingigantiti, se non in gran parte determinati, dal mancato rispetto delle regole - edilizie, urbanistiche, ambientali, di consistenza dei suoli. Una circostanza assai negativa presente in molte realtà territoriali nazionali, specie nelle regioni del Sud, che si svela drammaticamente ad ogni disastro - alluvione, frana, uragano o terremoto che sia.
Mancato rispetto delle regole edilizie
Su questo punto si stanno concentrando le indagini della magistratura. Molti edifici erano segnati da cemento armato "depotenziato", ovvero carente in cls o in armatura o in ambedue gli elementi. Un dato rilevato nel caso di diversi eventi calamitosi, fin dal terremoto del 1980 in Irpinia, con fenomeni che interessano oggi anche infrastrutture importanti di interesse nazionale (A3 o Autostrade siciliane). La tendenza a "risparmiare" negli elementi principali di struttura dei manufatti è rapportabile al peso crescente delle variabili finanziario-speculative rispetto alle destinazioni finali degli stessi; l'attuale struttura del mercato immobiliare spesso non richiede una immediata utilizzazione di buona parte del costruito: se la destinazione di breve-medio periodo del vano è il mercato finanziario piuttosto che l'utilizzo, è chiaro che aumenta in maniera abnorme l'importanza dei tempi e costi di costruzione rispetto alle necessità di sicurezza e alla qualità tipomorfologica e strutturale degli edifici. Queste tendenze sono spesso ulteriormente esasperate dal controllo che la criminalità organizzata esercita nel settore delle costruzioni (specie in alcune regioni): motivo di "ulteriore risparmio", ovvero di carenze e precarietà costitutiva dei materiali utilizzati.
Mancato rispetto urbanistico
I rischi di evento sismico (come del resto idrogeologico) comportano un'attenzione speciale agli aspetti urbanistici. Gli standard nazionali e regionali - stabiliti dalle normative in termini di: distanze degli edifici, altezze, rapporti di copertura, presenza di percorsi/vie di fuga, presenza di piazze/spazi aperti/punti di raccolta o rifugio - andrebbero, infatti, incrementati e dimensionati, oltre che territorializzati in funzione dei contesti urbani di riferimento e delle loro caratteristiche. Tale criterio progettuale e normativo - il cui rispetto è conditio sine qua non nelle zone a rischio - è invece purtroppo quasi sempre disatteso: con il risultato di danni anche per i manufatti a norma per quanto riguarda la consistenza della struttura edilizia; gli esempi di versanti interi di cemento crollati, presenti nelle immagini provenienti dall'Aquilano, indicano proprio questo: gli edifici instabili hanno spesso travolto anche quelli a struttura consistente.
Mancato rispetto dell'ambiente
La crescita urbana intensa e spesso abnorme, nel suo produrre deterritorializzazione, ha quasi sempre rotto e talora distrutto i cicli biogeochimici, gli apparati paesistici e gli ecosistemi dei contesti di riferimento. Si sono urbanizzati intensamente versanti, sponde e alvei fluviali, aree di esondazione, litorali e vie di fuga alluvionali. Tutto ciò si risolve in un ulteriore indebolimento dei meccanismi di difesa del suolo. La destrutturazione ecopaesistica di suoli e sottosuoli provoca infatti degrado delle componenti organismiche che finiscono per compromettere anche la consistenza dei tessuti abiotici e rendono più fragile tutto il sistema. La carrying capacity dei diversi contesti ambientali non viene quasi mai rispettata.
Mancato rispetto dei suoli
Il combinato dei punti precedenti risulta in un generale abbassamento della difesa dei suoli anche in termini di sicurezza e consistenza. Contesti già indeboliti da rotture dei cicli biogeochimici e degli ecosistemi vengono ulteriormente stressati dalle caratteristiche dimensionali e tipomorfologiche dell'insediamento, e in specie anche dal sottodimensionamento della struttura portante degli edifici. Il risultato è la perdita di sicurezza complessiva dei suoli e degli insediamenti.
Distanti dalla logica del "Piano Casa"
Il dibattito sui modelli di ricostruzione dovrebbe tenere conto degli esiti delle esperienze analoghe già registrati, evitando gli approcci che sembrano voler affrontare un problema, laddove in realtà sono mirati ad altro: come la proposta di "New Town", avanzata nei giorni immediatamente successivi al disastro e oggi accantonata, destinata soprattutto a legittimare la realizzazione di nuove edificazioni in un Paese già segnato da sovrabbondanza di offerta edilizia, seconde e terze case, vani vuoti riservati per il mercato immobiliare, oltre all'iperconsumo di suolo e alla perdita di paesaggio. In generale, anche quest'ultimo evento conferma quanto sia un errore, viste le condizioni ecoterritoriali del Paese, pensare a provvedimenti ulteriormente deregolativi, quali il cosiddetto "Piano Casa" del Governo che, al di là di qualche miglioria apportabile dalle Regioni, resta complessivamente contrario alla richiesta di regole, non di deregulation, di cui oggi c'è grande esigenza, e che proprio per questo andrebbe abbandonato.
Oltre a tenere in grande considerazione le istanze degli abitanti, i modelli ricostruttivi andrebbero improntati al rispetto di tipologie morfogenetiche originarie dei centri, evitando ulteriori sprechi e consumi di suolo. Il felice esempio del Friuli dimostra che la riproposizione dei modelli abitativi e insediativi preesistenti è sempre gradita dagli abitanti, anche perché riduce l'impatto sociale e psicologico dovuto a eventuali manufatti diversi. Tali disagi si aggiungono, per i soggetti già colpiti, a quelli dovuti ai periodi di dimora in strutture precarie (tende o baracche) o provvisorie (prefabbricati) e all'attesa dell'abitazione definitiva. Al contrario, le prime proposte programmatico-istituzionali del Governo - anche per quanto è contenuto nel decreto relativo alle prime operazioni da avviare - disegna un modello ipercentralizzato: esso è affidato, infatti, soprattutto alla Protezione Civile - che praticamente esclude non solo abitanti e istanze locali, ma addirittura anche gli Enti territoriali - e prospetta una razionalità simile a quella della Legge Obiettivo (ivi compresi i suoi errori marchiani, tra cui l'inaccettabile rinuncia al controllo sui subappalti). Tutto ciò in assenza di risorse economico-finanziarie adeguate: di certo, ci sono solo 700 milioni di euro per i primi nuclei prefabbricati - ciò che contrasta clamorosamente con il "commovente presenzialismo" del premier nel contesto.
Ricostruire con gli abitanti
Intendiamo avanzare un progetto di ricostruzione partecipata, in cui i modelli tipomorfologici, insediativi ed ecopaesaggistici siano condivisi dagli abitanti e rispondenti a criteri di riterritorializzazione, ovvero agli statuti dei luoghi. In questo senso - previo accordo con rappresentanti di associazioni e comunità locali - nelle prossime settimane si prevede di organizzare una serie di incontri anche nell'area interessata. L'affermazione delle istanze locali significa anche riallargamento degli spazi di socialità e della stessa agibilità democratica, in un momento in cui possibili strumentalizzazioni dell'emergenza in funzione di spettacolarizzazione mediatica e politica li stanno, invece, fortemente restringendo.
Come una cena di gala che finisce per essere ricordata dalle posate di plastica, così la ricostruzione dell’Aquila, annunciata come la più eccellente prova italiana di efficienza, piega in questi giorni verso un ritorno all’intramontabile genere nazionale del fai da te.
Con una mossa piuttosto disperata, di fronte al vedo-non vedo della legge che assegna i soldi (che ci sarebbero o forse no) per rifare ogni cosa, la giunta comunale dell’Aquila con delibera 147 del 12 maggio scorso avverte i concittadini che si fossero stancati delle tende e degli alberghi di avanzare autonomamente verso le vicinanze di casa. Chiunque abbia un cortiletto, una piazzola, un bordo strada libero può realizzare - a proprie spese s’intende - un box, o anche una dimora in legno, oppure un container, una baracca. Il "manufatto temporaneo" non deve essere più alto di sei metri e più grande di 95 metri quadrati. Casa o negozio, fai tu! S’arrende sconfortato il municipio dell’Aquila e s’arrangi chi può. «Non potevamo comportarci diversamente, abbiamo necessità di restituire un po’ di vita alla città e di rispondere alle esigenze minime e urgentissime», commenta Antonello Bernardi, medico e consigliere comunale.
Il moto ondoso degli aiuti e della bontà nazionale sta lentamente acquietandosi. E il fuoco d’artificio aquilano, case a molle bellissime come l’Italia mai ha visto e avuto, pronte per l’uso e il consumo entro fine novembre, si spegne di fronte alla marea di lamiere che tra qualche giorno verrà consegnata alla vista del premier e, sfortuna, dei grandi della Terra per via del G8. Lamiere e baracche, proprio quello che Silvio Berlusconi ha cercato con ogni forza di evitare arrivando a sostenere il più rischioso dei progetti di sistemazione provvisoria: solo tende.
«La tenda inebetisce, massacra il morale, riduce l’intelligenza a zero e il corpo vitale di un lavoratore ad oggetto da assistere. Mangiamo bene tre volte al giorno, ci fanno fare la doccia e i bagni sono disinfettati due volte al dì... Le guardie ci controllano, gli infermieri ci aiutano e noi siamo lì reclusi e beati. Gente a cui il destino ha offerto prima della morte una vacanza, magari di merda, per un sacco di tempo», commenta l’architetto Antonio Perrotti, sistemato sotto la tela e promotore nel campo base del più agguerrito comitato popolare.
Il regime di vita, totalmente assistito, prevede in cambio però silenzio e ridotta capacità visiva. La nota della signora N. F., che il timore di rappresaglie induce a negare la propria identità, dimorante al campo base Italtel 1: «Capisco la sicurezza, ma con questa necessità si annienta ogni libertà di espressione. Al mio campo si entra e si esce solo con un badge di identificazione. Una sera iniziai a discutere con amici della necessità di fare qualcosa, muoverci, capire. Si forma un crocchio di una decina di persone e io inizio a interrogarmi ad alta voce. Passa qualche minuto e si fa vivo il muso di una camionetta dei carabinieri. Ci spiegano che ogni assembramento avente natura politica dev’essere autorizzato e che loro, finchè non fosse terminato il nostro conciliabolo, sarebbero rimasti lì ad ascoltare».
Guido Bertolaso, manager della ricostruzione, ha puntato tutto sulle case a molle, le palazzine in legno e cemento precompresso a due o tre piani, che devono servire alla nuova L’Aquila. Ha bisogno però di pace e concordia. Per averla ha chiesto aiuto ai carabinieri e convocato il vescovo. Monsignor Molinari gli ha portato tutti i parroci ai quali Bertolaso ha consigliato di farsi attivisti della Protezione civile: alleviare, attutire, sistemare, e - diamine! - zittire se è il caso.
Il conto per tenere gli aquilani (in silenzio) al mare e concedere ogni possibile servizio di catering a chi non ha lasciato la montagna costa tre milioni di euro al giorno. Ai quaranta gradi e alla scelta temeraria delle tende si fa fronte con i condizionatori appena montati. Il reparto di malattie infettive è stato robustamente integrato da medici, tutti i casi di malanno da tenda (gastroenteriti, bronchiti, polmoniti, asma e tubercolosi) saranno presto trattati nell’ala dell’ospedale restituita alla città (cento posti letto) e nelle attrezzature mediche del centro clinico fabbricato per il G8 (ottanta posti letto).
Dove può, Bertolaso mette un cerotto. Ma quale cerotto può coprire la decisione di trasferire la città in quindici little town, a distanza di sicurezza dal centro storico del capoluogo, il punto g del dolore? «Centosessanta ettari, un consumo di territorio infinito dislocato tra località remote. Alloggio sicuro per 15mila persone, ma inutile per L’Aquila che morrà nell’attesa». L’Aquila, dice l’architetto Perrotti, ha bisogno di una flebo immediata e urgente di vita «e invece vedo che corrono in tutt’altra direzione». La zona rossa ancora non è stata valutata dai tecnici e dunque la parte del corpo più ferito e più vitale della città resta abbandonato da ogni cura. «L’Aquila vive se il centro storico si rialza subito. La decisione di Bertolaso di trascinare via gli aquilani e sigillare il centro ammazza ogni speranza», dice Rossella Graziani, dipendente dell’università.
Pronta la risposta del governo. La legge che finanzia la ricostruzione c’è e ciascuno dove vorrà realizzerà quanto chiede. Al Senato sono giunte le norme e i capitoli di spesa sono stati corretti al rialzo. Ma anche qui affiora il dubbio che L’Aquila abbia prodotto, oltre la morte e la distruzione, una inestricabile questione matematica. Se al municipio del capoluogo sono giunte 100mila richieste di primo indennizzo a fronte di 70mila residenti («c’è un evidente squilibrio, dobbiamo controllare bene», annota il direttore generale del comune) in Parlamento la legge si gonfia di promesse finanziarie senza impegnare un euro in più di quelli già previsti... Sostiene il senatore Legnini, del Partito democratico: «Il governo ha deciso di saldare tutta la fattura per la casa ricostruita dal terremotato mettendo a copertura la identica somma. Vi sembra possibile?». Da decreto a legge abracadabra: ogni comma un mistero giacchè la ricostruzione pare frutto di un effetto ottico. Ma per fortuna ci penserà Bertolaso. L’ha detto al consiglio comunale: «Lasciate stare la politica, ci sono qua io».
Il presidente del Consiglio ha colto l’occasione del terremoto aquilano in senso tutto mediatico – come già la vicenda dei rifiuti in Campania – assumendo lui il comando delle operazioni, assieme al fido sottosegretario Guido Bertolaso, a cui si aggiunge, in Abruzzo, quale commissario il neo-presidente della Regione, Chiodi. Una cabina di regìa monocratica e tecnocratica che, in linea di principio e di fatto, “commissaria” il Ministero per i Beni e le Attività Culturali (per parte sua rimasto piuttosto a guardare dalle finestre del Collegio Romano dove il ministro Bondi scrive libri, poesie e recensioni, mentre Bertolaso comanda e “fa”).
Esautorate le Soprintendenze
La prima ordinanza governativa post-terremoto dice, assai genericamente, che il vice-commissario alla Protezione Civile “si avvale del supporto tecnico” del Ministero e “può costituire”, ecc.ecc. A questo punto conta soltanto la Protezione Civile. E chi è stato nominato vice-commissario alla Protezione Civile per l’Abruzzo? L’ingegner Luciano Marchetti (uomo di fiducia di Bertolaso sin dai tempi dell’Umbria) il quale però risulta tuttora anche direttore generale regionale dei Beni culturali nel Lazio, ed è lui chiamato ad attuare – ma che bel pasticcio – l’esautoramento delle strutture del “suo” Ministero. Marchetti, oltre tutto, è alle soglie della pensione e, per intenderci, è anche l’autore dell’orrendo ascensore del Vittoriano, che deturpa la vista dell’Ara Coeli e del Campidoglio.
Non è finita: all’articolo 4 punto b del contestato decreto (in discussione al Senato) per la ricostruzione post-terremoto si dice che alla realizzazione degli interventi sugli immobili di valore storico-artistico, e quindi di competenza della Direzione generale regionale abruzzese e delle Soprintendenze territoriali di settore, provvede invece il commissario straordinario alla Protezione Civile e cioè il presidente della Regione Abruzzo, Gianni Chiodi, attraverso i Provveditorati alle opere pubbliche. Dunque, anche in questo ambito strategico e delicatissimo, le Soprintendenze sono, per ora, seccamente fuori. Un caso senza precedenti.
Le esperienze passate
Fra Umbria e Marche, invece, nel 1997, la mobilitazione di tutti i quadri tecnici fu immediata, con risultati che – a partire dalla Basilica superiore di Assisi (restaurata e messa in sicurezza in due anni soltanto) – si rivelarono ottimi. Era ministro per i Beni Culturali Walter Veltroni che non si fece certo “espropriare”. Né Prodi pensò a nulla di simile. Nella stessa, contestata ricostruzione dell’Irpinia e della Campania, nel 1980, giocarono un ruolo altamente positivo sia la Soprintendenza speciale per il Terremoto guidata da Giuseppe Proietti (ora segretario generale del Ministero), sia l’affidamento a Mario De Cunzo, soprintendente a Napoli, di un vasto programma di restauri e di recuperi condotto a termine con successo pieno e senza ombre di sorta, per una spesa, se ben ricordo, di 300 miliardi di lire anni ‘80.
Centri storici e tecnici
La ricostruzione di un vasto e prezioso centro storico quale quello dell’Aquila non ha precedenti, credo, in epoca recente. Certo, quella di Venzone, in Friuli, pietra su pietra, rimane ancor oggi esemplare e però si trattava di un Comune con poco più di 2.000 abitanti, mentre l’Aquila ne conta oltre 70.000 (33.000 gli sfollati dalla città) e presenta un tessuto antico ampio e stratificato. L’idea berlusconiana di affidare i singoli monumenti a vari Paesi stranieri è tanto spettacolare quanto poco convincente. Questa poi di assegnare gli interventi ai Provveditorati può risultare francamente insana. I nostri tecnici del restauro sono infatti i migliori del mondo, conoscono a fondo questo patrimonio e maneggiano assai bene tecniche di avanguardia. Ma Bondi ha già mostrato, in più occasioni (si veda la questione dei Fori affidati a Bertolaso ed ora orfani del medesimo) di essere debolissimo quando il Capo chiama e comanda. Per cui sono nelle mani del triumvirato Bertolaso-Chiodi-Marchetti difficili, complessi, costosi recuperi e restauri di quartieri e di edifici spesso sbriciolati.
Restauri complessi
Giorgio Croci, ingegnere, docente alla Sapienza, è uno dei maggiori strutturisti del mondo. Lo chiamano anche in Estremo Oriente, dall’India al Vietnam, a diagnosticare i mali dei loro templi e a “curarli”. Con Paolo Rocchi è intervenuto, in Italia, sulla Basilica Superiore di San Francesco in Assisi. Sino a 4-5 giorni fa nessuno l’aveva chiamato all’Aquila. Dove le solite iniezioni di calcestruzzo hanno aggiunto danno a danno nelle strutture antiche, per esempio nel tetto del Castello, che ha ceduto, a differenza del resto del grandioso monumento. Ora è là a studiare e a lavorare.
“Mi sto occupando della splendida Basilica di Collemaggio”, mi dice al telefono Croci. Sta male, immagino. “Molto male purtroppo. Peggio della Basilica di Assisi, anche se qui non ci sono gli affreschi assisiati. Però i danni sono decisamente gravi. Il transetto è crollato e tutta la chiesa risulta lesionata, l’abside in specie. I pilastri, ora cerchiati, hanno subìto un effetto di schiacciamento”. Chiedo del centro storico aquilano del quale conservo ricordi straordinari. “Muoversi lì dentro è difficile. Bisogna subito puntellare quanto è rimasto, fare rilievi, documentare e poi diagnosticare, intervenire. Entriamo nella fase più difficile: rimettere la gente nelle case, le attività nei palazzi istituzionali in piedi, dopo averne verificata l’agibilità”.
Gli chiedo dei tempi. “Se ci lasciano lavorare e ci danno i mezzi necessari, la Basilica di Collemaggio potrebbe venire restaurata anche in un anno e mezzo. Certo, ci vogliono fondi ingenti e procedure snelle. In fondo, in due anni restaurammo integralmente, cicli di affreschi compresi, la Basilica di Assisi”. E gli aiuti americani invocati da Berlusconi?...“Gli aiuti non si rifiutano mai. Però le nostre Soprintendenze, va detto, sono di altissimo livello”. E anche le nostre tecnologie del restauro. Insomma, se li lasciano operare come a Venzone, in Irpinia o ad Assisi, i nostri addetti ai Beni culturali non deluderanno di certo. Ma il Ministero “competente” dov’è finito?
L’allarme del Capo dello stato è serio. "Esiste il rischio che le organizzazioni di stampo mafioso possano approfittare dell'attuale crisi per acquisire il controllo di aziende in difficoltà, con una invasiva presenza in tutte le regioni del paese". L’analisi di Napolitano è preoccupata. In piena recessione sono le mafie italiane gli unici soggetti in grado di disporre di liquidità. Capitali freschi, non gravati da interessi, immediatamente disponibili per operazioni finanziarie e di mercato. Lo aveva detto nei mesi scorsi anche Pietro Grasso, il procuratore nazionale antimafia. E lo dicono i magistrati e gli investigatori che giorno dopo giorno sul territorio contrastano il potere finanziario delle organizzazioni criminali. Studi e ricerche, i più accreditati sono quelli dell’Eurispes, calcolano in 130 miliardi di euro il fatturato complessivo di mafia, camorra, ‘ndrangheta e Sacra corona unita. I guadagni netti, sempre secondo le stime, sono pari a 70 miliardi. Una cifra enorme, frutto, soprattutto, di quello che è ancora il business più lucroso il traffico di stupefacenti: 59 miliardi di utile netto.
Ma anche all’interno delle mafie, stando alla lettura dei dati riferiti agli anni scorsi, c’è stata una forte evoluzione. Che ha fatto svettare la ‘ndrangheta calabrese ai primi posti della hit-parade della ricchezza. Il fatturato dei boss che dominano da San Luca a Vibo Valenzia ammonta a 44 miliardi di euro, qualcosa pari al 3% del Pil. Una cifra paragonabile alla ricchezza di nazioni come Estonia e Slovenia. Con queste cifre, è l’analisi degli esperti, è a rischio una buona fetta della libertà di mercato nel nostro Paese. Acquisizione di aziende, ingresso nella grande distribuzione commerciale, finanziarie e banche. Ma anche opere pubbliche. Il Ponte, l’interminabile Salerno Reggio, l’Alta velocità, l’emergenza rifiuti in Campania e l’"occasione d’oro": la ricostruzione dell’Abruzzo terremotato. Un dato per capirci: per risanare le ferite de l’Aquila e dei paesi colpiti dal sisma del 6 aprile il governo ha stanziato 8,5miliardi, una cifra cinque volte inferiore al fatturato della sola mafia calabrese. Appalti e subappalti, smaltimento delle macerie: sono queste le pieghe del dopoterremoto nelle quali possono infiltrarsi le associazioni mafiose.
Un varco è stato già aperto dal decreto del governo. Lo denunciano gli architetti, ingegneri e avvocati riuniti nel "Collettivo 99" in un documento pubblicato sul loro sito (www.collettivo99.org). Il decreto dà la possibilità di assegnare in subappalto "fino al 50% della categoria prevalente in deroga alla Legge 163/2006 Codice dei Contratti Pubblici che indica un tetto del 30% (elemento molto pericoloso per le infiltrazioni malavitose)". In pratica subappalti a gogò e senza controlli. Mafie ricche, che riciclano e investono modificando così la loro stessa struttura. Fenomeno che è già ad uno stadio avanzato per quanto riguarda la ‘ndrangheta. Nelle "famiglie" più importanti ormai un solo figlio è destinato a tenere in mano le redini dell’organizzazione. Gli altri sono medici, avvocati, broker, esperti finanziari e capi d’impresa. Mafia, camorra e ‘ndrangheta temono poco i sequestri dei beni. Nel 2008, calcolano gli esperti, l’azione della magistratura ha portato al sequestro di ricchezze per 5,2 miliardi di euro (2,9 miliardi alla camorra, 1,4 alla mafia e 231 milioni alla ‘ndrangheta). Poco. Troppo poco.
Dopo il terremoto di L’Aquila e Abruzzo, il governo ha formulato una nuova versione del decreto “per il rilancio dell’attività edilizia” e fa entrare in vigore la nuova normativa sismica più volte rinviata. Ma il lupo perde il pelo, non il vizio. All’articolo 1 del nuovo decreto si prevede che gli interventi di demolizione e ricostruzione di opere interne ai fabbricati possano iniziare con il semplice invio di una “informativa, anche per via telematica”. In buona sostanza, il proprietario di un edificio può ristrutturarlo e farci ciò che vuole limitandosi a inviare una e-mail! Quello stesso proprietario, sempre ai sensi dell’articolo 1, può anche mutare la destinazione d’uso dell’immobile. Aveva abitazioni, ad esempio, e può farci un albergo. Aveva un deposito e può aprire un opificio che preveda la presenza stabile di lavoratori.
Queste due attività sono soggette al rispetto della normativa antincendio. Porte tagliafuoco, vie di fuga, luoghi sicuri e quant’altro, così da scongiurare le tragedie che hanno punteggiato la storia del nostro paese, dal cinema di Torino, ad un albergo del centro storico di Roma, a tante fabbriche un tempo prive dei più elementari strumenti di prevenzione all’azione del fuoco. Piccole spese per salvare vite umane.
Ma per la classe dirigente economica che detta indisturbata l’agenda del governo queste conquiste di civiltà sono evidentemente inammissibili. Ecco il testo del secondo comma dell’articolo 1. “Ai fine di semplificare il rilascio del certificato di prevenzione incendi, il certificato stesso, ove previsto, è rilasciato in via ordinaria con esame a vista”. E’ scritto proprio così, con esame a vista. I tecnici dei vigili del fuoco dovranno recarsi sul posto senza poter disporre, come oggi, di un progetto antincendio presentato. E una volta lì dovranno rilasciarlo con esame a vista. Mancando un archivio, poi, qualsiasi cosa dovesse accadere negli anni a venire non si troverebbe alcun responsabile: mancano le prove sullo stato dei luoghi.
Ci sarebbe da scandalizzarsi. Ma purtroppo ogni volta che atti ufficiali di governo fanno emergere questa cultura inaccettabile per qualsiasi paese civile, appare soltanto un silenzio generalizzato da parte di tutti gli strumenti di comunicazione. Forse perché al potere economico -che ne controlla molti- fa immensamente piacere che qualcuno faccia il lavoro sporco.
Dall’attenuazione delle misure di sicurezza sul lavoro alla privatizzazione dell’acqua. Dall’inarrestabile spinta alla precarietà del lavoro fino al tentativo di cancellazione delle responsabilità della proprietà in caso delle morti sul lavoro. Dall’abolizione delle regole urbanistiche all’annullamento delle funzioni delle Soprintendenze di stato. In ogni settore della nostra società si sta purtroppo affermando una concezione selvaggia che ci allontana dall’Europa, dove, come noto, vengono continuamente potenziate le funzioni statali. La cecità della classe imprenditoriale sta mettendo in crisi le stesse basi della convivenza civile del paese. Sulla responsabilità penale della proprietà in caso di incidenti c’è voluto il decisivo intervento del Presidente della Repubblica. Ma se manca un moto di sdegno da parte dell’opinione pubblica sulle altre questioni aperte assisteremo a tante altre sconfitte.
Nelle aree devastate dal sisma le ruspe dovranno rimuovere le macerie e garantire l'incolumità delle popolazioni. In Irpinia, nei mesi che trascorsero tra il 23 novembre del 1980 e la seconda tremenda scossa del febbraio, le ruspe demolirono interi 'presepi'. Così venivano qualificati i paesi dell'interno e si fece giustizia sommaria di abitati che potevano essere recuperati, come scrisse un uomo saggio come Manlio Rossi Doria e molti con lui rimasti inascoltati. Per fortuna in Friuli prima, nelle Marche e in Umbria nel '97 la strategia adottata è stata radicalmente diversa, anche perché le popolazioni si mostrarono più consapevoli e attente nel difendere i loro 'presepi'. Ritardi culturali e l'affarismo spregiudicato di costruttori rapaci, in combutta con le cosche, in Irpinia andarono a braccetto. Ora le condizioni sono assai diverse e gli abruzzesi stanno mostrando di avere occhi aperti e di essere molto legati alle loro 'piccole patrie'.
L'Aquila è una città di 120 mila abitanti con un tessuto storico di grande compattezza e qualità stratificato nel corso di molti secoli dal medioevo all'Ottocento: è ricca di insigni monumenti civili e religiosi. Li abbiamo visti sventrati in foto e filmati, ma L'Aquila è anche un insieme urbano di edilizia minore, di strade e stradine, di episodi architettonici che sono la memoria e l'identità di una città. La salvezza di questo mallo urbano si deciderà nelle prossime settimane e il suo destino dipenderà dal modo in cui la regia della Protezione civile muoverà le ruspe. Lo stesso organismo su 6 mila edifici diagnosticati ha valutato che circa la metà è inagibile.
È un dato statistico ben più grave di quanto si potesse temere: vuol dire che la metà della popolazione - 40-50 mila persone - non potrà rientrare nelle case, negli uffici, nelle scuole, nell'università, negli esercizi commerciali. La fretta è cattiva consigliera e all'Aquila bisognerà che le ruspe si muovano con l'accortezza di un bisturi. Prima che esse entrino in azione, a parte casi di eccezionale urgenza, è indispensabile che si completi la diagnosi statica e geologica del tessuto urbano, così da disporre di una mappa completa e sistematica con cui operare; il ministero dei Beni storici, artistici e culturali ha mobilitato la Direzione generale, con i tecnici delle Soprintendenze, coadiuvati da esperti che hanno meritevolmente operato in Umbria e nelle Marche.
Questa doppia mappa del patrimonio edilizio e monumentale potrà consentire di rimuovere le macerie e ragionevolmente garantire un futuro alla dignità urbana abruzzese. I tempi non saranno brevi, perché non possono essere brevi e perché è meglio indugiare e salvare il salvabile. Ma perché questo avvenga - ce lo auguriamo vivamente - bisognerà potenziare gli organici sia della Protezione civile (geologi e ingegneri) che del ministero dei Beni culturali (architetti, storici dell'arte, restauratori). È dunque prioritario stanziare fondi che consentano di assumere i 400 precari dell'Istituto nazionale di Geofisica e ridare vigore con nuove assunzioni al delicato lavoro delle Soprintendenze.
I ministri Brunetta e Bondi debbono alzare la voce e chiedere che il governo stanzi le risorse necessarie perché questa force-de frappe possa entrare quanto prima in azione. Ogni edificio salvato è una risorsa e un bene economico che va valutato come tale in tutta la sua rilevanza.
È evidente che per Onna, ridotta a un cumulo di macerie, non è possibile agire con il bisturi, a parte la chiesa temo poco sia salvabile. Ma L'Aquila e altri centri meritano di essere recuperati. Il valore artistico, ambientale e urbanistico di un sistema complesso come quello abruzzese è in primo luogo una risorsa economica di incalcolabile valore umano che ridicolizza lo sciocco slogan delle new town.
“Il territorio è un’opera d’arte: forse la più alta, la più corale che l’umanità abbia mai espresso … e nasce dalla fecondazione della natura da parte della cultura”
(Alberto Magnaghi)
L’eroica agricoltura degli stretti terrazzamenti del Parco nazionale delle Cinque Terre farà da sfondo ai tre giorni di lavoro dei dirigenti e degli associati di Agriturist in occasione del Forum Nazionale del prossimo autunno. L’agriturismo tra opportunità e limiti di sviluppo: riscoperta, tutela e valorizzazione delle risorse dimenticate e maltrattate sarà il tema ispiratore del Forum autunnale. Cominceremo un percorso con l’obiettivo di arrivare a ridisegnare l’agriturismo dei prossimi anni, quello che dovrà rappresentare una unicità mediterranea per l’Europa e i Paesi extraeuropei, che dovrà evidenziare al massimo le sue peculiarità e difendere i contesti culturali, paesaggistici e produttivi nei quali si trova ad operare.
Il Forum vuole suscitare una riflessione sulla specificità e sul rilievo imprenditoriale e culturale dei nostri associati, le cui aziende possono rappresentare, con sempre maggiore incisività, un importante nodo territoriale, crocevia tra il mondo degli agricoltori, dei viaggiatori, di quelli che nel trasformare le innumerevoli pregiate produzioni agricole del nostro Paese, le caricano di suggestioni e di appeal.
Nel far questo se ne fanno portavoce in ambiti sociali con i quali un tempo la residuale agricoltura delle terre dell’osso mai avrebbe osato entrare in contatto!
Perchè il nuovo agricoltore, ridisegnato dal decreto di orientamento del 2001, è una figura colta, che ha relazioni con altri settori, anche con quelli del mondo delle città e che all’interno del suo mondo agricolo fa parte di reti complesse: è una figura che abita il territorio e ne ha cura, perché sa che questa cura è funzionale ad attivare le finalità sociali, culturali, formative e di ospitalità della azienda agricola. Egli ha nel suo DNA il concetto di sostenibilità, e conosce a fondo la differenza sostanziale tra questa e la sopportabilità. E’ infatti consapevole che l’ambiente che lo circonda non è una bestia da soma, e che non lo si può schiantare sotto un peso eccessivo, come era ben noto agli agricoltori antichi ed agli indiani d’America. Sa bene che “il territorio non è un asino”! E che non lo si può parassitizzare, o “sfruttare”, ma che l’unico rapporto sano è quello simbiotico, che ha alla base reciprocità e rispetto.
“L’azienda agricola del futuro - come afferma Alberto Magnani in un saggio dal titolo Il progetto locale - è più simile (in chiave laica) all’Abbazia Cistercense che a una semplice fabbrica di produzione merci”. Nei momenti bui come quello che stiamo vivendo bisogna dunque ritornare ad aver fiducia nella forza delle idee. E’importante provare a riformulare le parole chiave che regolano la definizione e la comunicazione delle nostre attività.
Nel Forum autunnale di Agriturist cercheremo quindi concretamente di comprendere quali azioni formative, imprenditoriali, culturali e politiche far seguire a questi momenti di riflessione.
Ripensare lo sviluppo oggi significa ripensare alle risorse che abbiamo e all’uso che ne facciamo. Molte aziende agrituristiche italiane abitano e animano territori marginali, e cercano di trasformare questa marginalità in opportunità: esempi di successo, come quello delle Cinque Terre, di alcuni piccoli Comuni che, partendo dal basso, cominciano ad adottare comportamenti virtuosi, iniziano a moltiplicarsi e rappresentano un importante volano di sviluppo culturale.
E’ interessante notare, consultando le più importanti guide gastronomiche, che la più alta concentrazione di “stelle” e “forchette” si trova nei piccoli centri, e che questi chef pluridecorati hanno fatto della rivisitazione dei prodotti locali il loro punto di forza. Ma al di la delle grandi individualità dei grandi chef molte ricette si sono consolidate nel rispetto della stagionalità, e l’anima degli abitanti e degli agricoltori la ritroviamo nel piatto, fonte di ispirazione dei pluristellati, ma oggi opportunità irripetibile per una ristorazione agrituristica che deve avere il coraggio e la capacità di scegliere i piccoli numeri e la caratterizzazione di alta qualità.
Dove anche un semplice piatto, frutto di studio, attenzione, conoscenza tramandata, con i suoi ingredienti irripetibili nel tempo e nello spazio, rappresenta un distillato della storia, un’emozione multisensoriale, un elemento della nostra cultura materiale.
E inizia a percepirsi la possibilità di sviluppare un vasto “museo diffuso”, con le sue pievi romaniche asimmetriche nella campagna pistoiese, con i Pontormo nelle cappellette sperdute, con il museo di Leonardo a Vinci e il piccolo capolavoro del Museo dell’Olio di Farfa, in Sabina, con il piccolo Antiquarium di Boscoreale, quello naturalistico di Corleto Monforte negli Alburni, il Museo del Giocattolo povero di Massicelle di Montano Antilia, quello della civiltà contadina di Ortodonico, la riserva biologica di Morigerati con i musei della civiltà contadina e della cera, in Cilento, costella le nostre campagne e rappresenta, con i suoi luoghi al di fuori dei grandi e cannibaleschi flussi turistici che divorano le nostre città d’arte, una straordinaria potenzialità di rivitalizzazione dei territori in cui operano le nostre aziende agrituristiche: esso deve essere comunicato ai nostri ospiti, glielo si deve offrire come una gemma preziosa insieme allo stimolo che possiamo fornire a ridiventare tutti un po’ meno distratti e un po’ più viaggiatori. Molte di queste piccole delizie valgono spesso da sole il viaggio e il soggiorno.
La scommessa diventa allora per i nostri territori più poveri quella di fare della loro arretratezza, dell’oblio in cui sono caduti, una verginità sulla quale costruire il percorso di allontanamento dalla miseria e di approdo alla nobiltà di uno sviluppo costruito non sulla quantità di merci, ma sulla cura, sulla cultura e sulle relazioni.
Bibliografia
Alberto Magnani, Il progetto locale, Bollati Boringhieri, Torino, 2000
Eduardo Salzano, Qualche parola per il territorio, in: eddyburg.it 9.05.2009
Marco Boschini e Michele Dotti, L’anticasta. L’Italia che funziona, EMI, 2009
Antonio Paolucci, Così il Museo Diffuso potrà creare lavoro, in: Corriere Lavoro, 6.06.2003
Links utili
eddyburg.it
www.comunivirtuosi.org
www.territori.formez.it
www.reteleader.it
Che fine ha fatto il piano casa? Annunciato da Berlusconi il 6 marzo, diffuso da Palazzo Chigi il 20 marzo, poi più volte sconfessato e riscritto, il piano casa del governo ancora non c´è. Il piano è stato dunque accantonato?
O invece, dopo il Piano A e il Piano B (discussi su questo giornale il 21 marzo e il 14 aprile), è in corso un Piano C?
Piccolo flashback. Il dl 112 (giugno 2008) conteneva un progetto di social housing con capitali pubblici e privati: una casa per le categorie svantaggiate (famiglie a basso reddito, anziani, immigrati), con fondi immobiliari e finanziamenti pubblici per alloggi in affitto a canone concordato. Smentendo se stesso, in marzo il governo usa la stessa etichetta ("piano casa") per un progetto opposto. Zero capitali pubblici, zero social housing: il decreto si rivolge a chi la casa e i soldi li ha già (o può farseli prestare) e vuole aumentare la volumetria della propria abitazione dal 20% al 35 %, «in deroga alle disposizioni legislative, agli strumenti urbanistici e ai regolamenti edilizi», nonché in barba al Codice dei Beni Culturali, imponendo alle Soprintendenze il silenzio-assenso e l’asservimento alla conferenza dei servizi. Nella fretta, persino le norme antisismiche vengono drasticamente "semplificate". Per trovare un accordo Stato-regioni, nell’incontro del 31 marzo il governo s’impegna a emanare un decreto-guida entro 10 giorni, dopodiché le regioni avranno 3 mesi per legiferare. Ma il 6 aprile il terremoto d’Abruzzo, aprendo gli occhi anche ai ciechi sui suoi aspetti più irresponsabili, fa saltare quel piano, e ne nascono varie versioni più edulcorate, ma ancora ricche di sanatorie e depenalizzazioni.
E’ così che nasce, in forma residuale, il Piano C. La sua filosofia è presto detta: anche se l’accordo del 31 marzo è saltato, e in nessun caso ha valore di legge, anche se il decreto-guida del governo non c’è, si conviene tacitamente di fare "come se". L’avv. Ghedini dichiara il 22 aprile che «il piano-casa è pronto. Dopo l’approvazione del governo, le regioni avranno tre mesi di tempo per recepirlo». Il piano-casa non è né pronto né approvato, ma le regioni, più realiste del re, si affrettano a legiferare. Prima della classe, la Toscana ha già dall’8 maggio la propria legge; in dirittura d’arrivo Veneto, Sicilia, Lombardia, Campania, Lazio, Umbria, Liguria, Friuli, Piemonte, Marche; segnali di fumo anche da altre regioni. L’accordo politico del 31 marzo viene trattato come se avesse valore di legge, con una sorta di effetto-annuncio per trascinamento che (come nei dispotismi di antico regime) si basa di fatto sulle dichiarazioni di Berlusconi.
Che cosa dicono queste leggi regionali, prive di base normativa in una legge nazionale? La Toscana (L. 24) consente di ampliare la propria casa del 20% o del 35% su semplice presentazione di d.i.a. (dichiarazione di inizio attività), proprio secondo la formula Berlusconi. Il Veneto (ddl 398) incentiva escrescenze fino al 40%, inclusa la «ricomposizione planivolumetrica con forme architettoniche diverse dalle sagome degli edifici originari». La Sicilia (ddl 386), onde «dar seguito alle prime indicazioni del governo nazionale», non trova di meglio che recepire il testo del Veneto. La Lombardia autorizza escrescenze volumetriche fino al 40% in caso di "riqualificazioni". In Liguria, dichiara Burlando, «gli ampliamenti del 20%, finora ammessi solo con qualche vincolo, saranno un diritto di tutti». L’Umbria (ddl 1553) innesta il proprio "piano casa" su un "governo del territorio" che ignora i contenuti prescrittivi del piano paesaggistico previsto dal Codice. Si è dunque ribaltata la sequenza di legge, e senza aspettare il decreto del governo le regioni si danno da fare, con norme più restrittive (Toscana) o più sbracate (Veneto, Sicilia). Il governo, a rimorchio delle regioni, non farà che controfirmare misure già approvate. In questo sgangherato federalismo all’italiana, il governo nazionale abdica al ruolo dello Stato, lo riduce a un effetto-annuncio che inneschi il fuoco di fila delle regioni.
Tanta concordia fra Stato e regioni si basa sul dogma che il piano-casa aiuti a uscire dalla crisi economica. Ma la crisi finanziaria mondiale è stata innescata dalle perdite (oltre quattro trilioni di dollari secondo il Fmi) subite da banche e agenzie di credito americane per l’eccesso di mutui concessi per star dietro agli eccessi dell’offerta edilizia. Questa "bolla immobiliare" ha portato al 9% la disoccupazione Usa, ha fatto calare del 13% la produzione industriale. In Italia, a quel che pare, siamo convinti che dalla crisi scatenata dalla housing bubble americana noi (e solo noi) usciremo con una bolla immobiliare nostrana, una sorta di cura omeopatica, frutto esclusivo del genio italico. Questa irresponsabile fuga in avanti ha fatto già la prima vittima: la tutela del paesaggio. Il ping-pong Stato-regioni comporta un ulteriore rinvio (fino al 2011?) dell’entrata in vigore della nuova disciplina prevista dal Codice fin dal 2008. L’art. 9 della Costituzione, così sembra di capire, viene considerato, a Palermo come a Firenze, un ferrovecchio da riporre in soffitta.
In attesa di un decreto legge del governo con le semplificazioni per l'edilizia abitativa e le norme anti-sisma, che non riesce a trovare un punto di incontro con le richieste dei governatori, il "piano casa bis" comincia a prendere forma per iniziativa delle Regioni stesse. In base all'accordo dello scorso aprile, queste si impegnano a approvare dei provvedimenti per permettere ampliamenti delle cubature fino al 20% o fino al 35% nel caso di demolizione e ricostruzione delle abitazioni mono e bifamiliari entro 90 giorni.
C'è chi sta fissando paletti rigidi per tutelare centri storici e paesaggio e chi sta allargando la possibilità degli interventi. La prima a dotarsi di una legge regionale è stata la Toscana. L'ultima iniziativa è della giunta campana. Il testo del Veneto tornerà in consiglio regionale dopo le elezioni. Quasi pronte Sicilia, Umbria, Piemonte, Lombardia. E ieri da Bari Berlusconi ha detto: "Il decreto vedrà la luce entro il 15 giugno". Ha aggiunto che "nelle regioni governate dal centrodestra, la legge è pronta". E ha ricordato gli effetti previsti sull'economia: "dai 30 ai 100 miliardi di euro, che ora riposano in banca, verranno immessi sul mercato edilizio". Ha parlato anche della crisi: "Tutti concordano che ci sono segnali di una crisi minore, si vede qualche segnale di ripresa".
TOSCANA
La prima a muoversi, esclusi i centri storici. Ha approvato la legge regionale. Con una semplice dichiarazione di inizio attività sarà possibile ampliare fino al 20 % case mono e bifamiliari; fino al 35 % nel caso di demolizioni e ricostruzioni. Niente interventi in deroga nei centri storici e per le case condonate.
VAL D'AOSTA
Alberghi e ristoranti possono ingrandirsi del 40%. La Giunta ha all'esame una bozza, ma prima delle indicazioni del governo un disegno di legge regionale aveva già dato la possibilità ad alberghi e ad alcune categorie di ristoranti di ampliare la superficie fino al 40 per cento in deroga ai piani regolatori dei Comuni.
PIEMONTE
Progetto per le villette che risparmiano energia. La giunta ha approvato una legge che ora passa al consiglio: fino alla fine del 2010 si potrà ampliare o demolire e ricostruire in deroga ai piani regolatori, ma solo rispettando il risparmio energetico, per villette mono-bifamiliare o per edilizia sovvenzionata sotto ai mille metri cubi.
LIGURIA
Coinvolte 200 mila abitazioni ma con tutela del territorio. La regione si è impegnata ad approvare il piano che recepisce le direttive del governo, ma con rigorosi criteri di tutela del territorio. Demolizioni e ricostruzioni saranno legate al recupero del tessuto urbano. All'ampliamento, secondo i tecnici, saranno interessate 200 mila abitazioni.
LOMBARDIA
Ai Comuni la facoltà di raddoppiare l'aumento. La Giunta, mercoledì dovrebbe approvare un progetto che prevede la possibilità di ampliare del 20% le abitazioni (per i Comuni che avevano già previsto questa possibilità si passerebbe al 40). Per i capannoni da abbattere e ricostruire ampliamento fino al 30 %.
EMILIA ROMAGNA
Emendamento con paletti alla legge urbanistica. La regione presenterà un emendamento alla legge 20/2000 sull'urbanistica. Severi i requisiti richiesti per poter utilizzare le nuove regole: in caso di abbattimento, infatti, l'edificio dovrà essere ricostruito con i massimi parametri di efficienza energetica.
VENETO
Più spazi di manovra per gli edifici in bioedilizia
La Giunta ha approvato il testo lo scorso aprile. Si consente di ampliare del 20% la cubatura degli edifici esistenti, residenziali e non. Se l'edificio è fatiscente e anteriore al 1989, chi lo demolisce e ricostruisce può ampliarlo del 30 o addirittura del 40 % se in bioedilizia.
FRIULI VENEZIA GIULIA
Dichiarazione inizio lavori e tempi ridotti per chi acquista. Il disegno di legge allo studio liberalizza ampliamenti fino al 20% di edifici residenziali con la presentazione di dichiarazione inizio lavori. Il Friuli approverà anche un codice di semplificazione e riduzione tempi per chi si appresta ad acquistare casa o appartamento.
UMBRIA
Ambiente e sicurezza prime regole da rispettare. Il disegno di legge umbro, in discussione in commissione, mira ad assicurare sostenibilità ecologica, sicurezza, efficienza e funzionalità degli insediamenti e qualità del paesaggio. Definisce le norme per gli incrementi di superficie degli immobili.
TRENTINO ALTO ADIGE
A Bolzano norme già in vigore con alti standard energetici. La provincia autonoma di Bolzano ha attuato le norme sul piano casa prevedendo gli ampliamenti negli edifici esistenti o concessionati al 2005, ma a patto che si raggiunga un alto standard energetico. La provincia di Trento ha competenza esclusiva in materia.
MARCHE
La giunta pronta al varo contro la crisi dell'edilizia. A giorni la bozza di legge dovrebbe approdare in giunta. Il testo è stato sottoposto ai capigruppo della maggioranza del consiglio regionale e ai portatori d'interesse (costruttori, categorie). Obiettivo: sostegno all'edilizia, colpita dalla crisi con il 60% delle aziende in Cig.
ABRUZZO
Il terremoto ha bloccato tutto ora regole più severe. Il terremoto, chiaramente, ha rallentato l'attività legislativa. Si prevede però il varo di due leggi separate sul piano casa e sulle norme antisismiche che dovranno essere seguite con severità. L'obiettivo è portare L'Aquila da zona a rischio R2 a zona R1.
LAZIO
Un'attenzione particolare ai vincoli paesaggistici. La proposta del piano casa nella Regione Lazio arriverà in giunta intorno alla metà di giugno. La legge , che è ancora al vaglio dei tecnici, dovrebbe prestare particolare attenzione al rispetto dei vincoli paesaggistici.
CAMPANIA
Cambio di destinazione per i capannoni dismessi. Ddl approvato in giunta la scorsa settimana: aumento del 20% dei volumi per villette mono e bifamiliari e del 35% per gli edifici abbattuti e ricostruiti secondo norme più sicure; riqualificazione e cambio di destinazione per capannoni industriali dismessi da destinare ad abitazioni.
PUGLIA
Sarà vietato intervenire in zone di interesse storico. C'è una bozza che dovrebbe escludere dagli interventi le aree di prestigio paesaggistico e storico culturale. Per il premio di cubatura al 35% destinato a demolizioni e ricostruzioni, la Regione ha già approvato una legge che prevede incentivi per trasformazioni ecosostenibili.
SICILIA
Via a due provvedimenti in deroga ai piani regolatori. Ci sono due disegni di legge presentati, entrambi prevedono la possibilità di aumentare le cubature del 20 e del 30 per cento anche in deroga ai piani regolatori e di demolire e ricostruire edifici vecchi rispettando gli standard di sicurezza
Quattro incerte. Basilicata, Calabria, Molise e Sardegna sembrano essere le Regioni più in ritardo riguardo alla presentazione e approvazione delle nuove norme sull'edilizia. Non hanno adottato provvedimenti specifici perché in attesa del varo del decreto legge di semplificazione edilizia.
La Giunta regionale anticipa il piano casa governativo con l’approvazione di un disegno di legge che snellisce le procedure in materia edilizia ed urbanistica ed attua lintesa tra Stato, Regioni ed enti locali del 1 aprile per l’adozione di provvedimenti per rilanciare l’economia con gli interventi edilizi.
Tra le misure pi importanti del testo proposto dall’assessore alle Politiche territoriali, che passa ora all’esame del Consiglio, la possibilità di realizzare interventi edilizi anche in deroga agli strumenti urbanistici vigenti a condizione che si utilizzino tecnologie volte al risparmio energetico (da quantificare tramite la riduzione del 40% del fabbisogno di energia dell’unità edilizia per il solo ampliamento o, per la demolizione e ricostruzione, attraverso la progettazione e l’utilizzo di tecnologie volte a conseguire un significativo miglioramento della pratica corrente in riferimento a qualità ambientale ed energetica dell’edificio), al miglioramento della qualità architettonica, della sicurezza delle strutture e dell’accessibilità degli edifici.
Attenendosi a questi criteri sono consentiti interventi di ampliamento, nel limite massimo del 20 per cento della volumetria esistente, o di demolizione e ricostruzione, con un incremento massimo del 35 per cento della volumetria esistente, anche in deroga agli strumenti urbanistici, per le unità edilizie uni e bi-familiari o comunque di volumetria complessiva non superiore ai mille metri cubi. Anche sugli edifici di edilizia residenziale sovvenzionata a totale proprietà pubblica sono permessi interventi di ampliamento in deroga, nel limite del 20 per cento della volumetria esistente, e interventi di demolizione e ricostruzione con un ampliamento del 35 per cento della volumetria esistente. La norma è applicabile ad edifici fatiscenti, per i quali è più conveniente demolire che conservare. Gli interventi non potranno in ogni caso essere realizzati su edifici o ambiti individuati dai piani regolatori come centri storici o aree esterne d’interesse storico e paesaggistico ad essi collegati, singoli edifici, civili o di architettura rurale, di valore storico-artistico, ambientale o documentario e in aree di in edificabilità assoluta; per le aree in cui la norma è applicabile sono in ogni caso stati fissati limiti inderogabili, quali l’altezza massima, l’indice di permeabilità del suolo e le distanze dai confini, dalle strade e dagli edifici.
Saranno i Comuni, con deliberazione dei rispettivi consigli, a decidere, nel termine di 60 giorni dall’entrata in vigore della legge, se applicarne in tutto o solo in parte le disposizioni e a indicare altri parametri qualitativi e quantitativi definiti dagli strumenti urbanistici a cui non si potrà comunque derogare. Ai Comuni sarà data inoltre facoltà di favorire, anche tramite premi di cubatura, interventi di riqualificazione edilizia su edifici non a destinazione commerciale, ritenuti incongrui con il contesto circostante, in funzione di una maggiore efficienza energetica, o di individuare edifici produttivi o artigianali che costituiscono elementi deturpanti per il paesaggio per i quali prevedere il trasferimento in aree produttive ecologicamente attrezzate (APEA), da realizzare anche tramite lutilizzo di strumenti perequativi.
La presidente della Regione ritiene che il ddl coniughi la sfida per la semplificazione e quella per l'efficienza e il risparmio energetico, due obiettivi chiave della sua Giunta, e possa da una parte portare benefici all'ambiente e alla salute dei cittadini, dall'altra contribuire a rilanciare l'economia creando posti di lavoro e incrementando il Pil regionale. (25 maggio 2009)
Se il problema esiste, chiedetelo a chi vuol mettere su famiglia, o semplicemente vivere per conto suo perché ormai è adulto. Oppure a chi ha trovato un impiego, magari precario, in un centro distante qualche decina o qualche centinaio di chilometri da dove abita. O a qualcuno di quegli immigrati che lo sfruttamento neocoloniale delle loro terre, e le convenienze dei padroni e padroncini italiani, hanno richiamato nel Belpaese.
Soffrono per quel problema soggetti diversi che nel passato. Non più gli operai e gli impiegati “garantiti”, stritolati dalla tenaglia formata dalla differenza tra salario e costo dell’abitazione, ma tutto il vasto e crescente mondo del precariato e della marginalità sociale. Se guarderete con attenzione, vi accorgerete che la “questione abitativa” è intessuta della stessa disperazione e angoscia, e gravida della stessa energia di ribellione, di quando esplose ed alimentò i grandi scioperi che conclusero gli anni Sessanta, conducendo a risultati poi gradualmente cancellati.
Qualcuno tenta di affrontare il problema impiegando le opportunità del “libero mercato”. Inventando operazioni di partnership pubblico/privato che (come ha denunciato Marvi Maggio su eddyburg.it a proposito di Firenze) consentono varianti ai piani regolatori che ne aumentano l’edificabilità (naturalmente ai danni del verde e dei servizi) a patto che i beneficiati assegnino una parte degli alloggi a prezzi convenzionati. Le esperienze dimostrano che la partnership pubblico/privato non può dare risposte significative, e contribuisce invece a peggiorare le condizioni di vita nella città.
Occorre riprendere con forza il tema della casa come servizio sociale, componente essenziale per la costruzione di una città come bene comune.
Di seguito il testo del corsivo: "Subito dopo il terremoto a L’Aquila, mentre le tv riproponevano immagini drammatiche, si è detto che era giunto il momento di voltare pagina rispetto alla speculazione edilizia e si è sventolato il vessillo del rispetto delle norme antisismiche. Tutti concordi. Oggi quelle esigenze sembrano già mitigate e confuse da una certa retorica e dall’eterna politica degli annunci. Ci aspetta invece un lavoro non facile: dobbiamo dare fondamento ad una ricostruzione materiale ed etica, ripensando le nostre città in termini di vivibilità, sicurezza e qualità urbana. Non è un obiettivo irraggiungibile: si può fare se siamo coerenti e facciamo scelte coraggiose e impegnative. Con questa consapevolezza le Regioni sono intervenute in positivo sul Piano Casa, inizialmente concepito ´in deroga´ alla legislazione nazionale e regionale, e contribuiranno con le loro leggi regionali a definire percorsi di tutela della qualità urbana, senza dannosi automatismi sul cambio di destinazione d’uso, tutelando centri storici, beni paesaggistici e sicurezza da un uso incontrollato dell’aumento delle cubature. Di fatto si è cambiato nel profondo l’impostazione iniziale del provvedimento. Ora lavoriamo ad un testo di provvedimenti per la semplificazione legati a quel piano. Governo e Regioni sono oggi però di fronte ad un bivio. Da un lato una strada che modifica e migliora qualcosa ma lascia inalterato il quadro della ´disattenzione edilizia´ che caratterizza tante parti d’Italia. Dall’altro un percorso più ambizioso per promuovere la cultura della prevenzione antisismica, in un paese dal delicato equilibrio territoriale. Penso sia una occasione da cogliere. Prima di tutto dando vita ad un Piano pubblico per adeguare scuole, ospedali, edifici pubblici. Poi promuovendo sgravi fiscali (le Regioni hanno proposto il 55%) per tutti quei privati che intervengono sulla propria abitazione in chiave antisismica, magari partendo dalle zone ad alto rischio. Dando così una mano contro la crisi economica, favorendo l’occupazione e l’edilizia. Insomma, dobbiamo partire adesso per non fermarci più. Non possiamo attendere il prossimo dramma ma promuovere oggi la prevenzione. Dalle Regioni viene dunque uno stimolo positivo: nessun blocco e nessun ´no´ a ciò che serve ai cittadini e al paese, un ´sì´ convinto alla prevenzione e alla qualità dei nostri territori, una spinta ad iniziative contro la crisi produttiva e per la ripresa dell’edilizia".
Alcune domande al presidente Errani.
(1) Se il legislatore nazionale approveràù una norma condivisa ccon le regioni ispirata ai principi che Errani richiama essa avrà anche la forza di cancellare le orribili leggi che alcune regioni avranno nel frattempo emanato? Si veda ad esempio la pessima legge della regione Veneto.
(2) Errani continua a parlare di “casa” riferendosi all’edilizia. Si vedrà finalmente una pressione delle regioni perché si ritorni a un vero programma per la casa, orientato non a rilanciare l’attività edilizia, ma a mettere a disposizione abitazioni a tutti i segmenti della domanda che sono da anni in sofferenza: in particolare, case in affitto a prezzi accessibili ai precari, agli immigrati, alle giovani coppie, agli anziani, ma che restino tali non per cinque o dieci anni e poi vengano di uovo immesse sul “libero mercato”, ma appartenenti al patrimonio pubblico.
(3) Errani ricorda, quando parla di “semplificazioni”, che oogni passaggio della cosiddetta “burocrazia” è il realtà la garanzia di un certo diritto o interesse, e che prima di abolirlo per “semplificare” occorre verificare se è giusto eliminare quella garanzia, o se occorra sostituirla con un’altra? Per esempio, la procedura delle "osservazioni” agli strumenti urbanistici è la garanzia di uno spazio per l’interesse dei cittadini in quanto tali.