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«L’Europa è un deserto dove comanda il potere dei creditori». Ancora una considerazione che dimostra quanto lo strangolamento della Grecia da parte dell'Unione europea sia una minaccia per ciascuno di noi.

La Repubblica, 28 luglio 2015

SI PARLA di fallimento dello Stato come di cosa ovvia. Oggi, è “quasi” toccato ai Greci, domani chissà. È un concetto sconvolgente, che contraddice le categorie del diritto pubblico formatesi intorno all’idea dello Stato. Esso poteva contrarre debiti che doveva onorare. Ma poteva farlo secondo la sostenibilità dei suoi conti. Non era un contraente come tutti gli altri. Incorreva, sì, in crisi finanziarie che lo mettevano in difficoltà. Ma aveva, per definizione, il diritto all’ultima parola. Poteva, ad esempio, aumentare il prelievo fiscale, ridurre o “consolidare” il debito, oppure stampare carta moneta: la zecca era organo vitale dello Stato, tanto quanto l’esercito. Come tutte le costruzioni umane, anche questa poteva disintegrarsi e venire alla fine. Era il “dio in terra”, ma pur sempre un “dio mortale”, secondo l’espressione di Thomas Hobbes. Tuttavia, le ragioni della sua morte erano tutte di diritto pubblico: lotte intestine, o sconfitte in guerra. Non erano ragioni di diritto commerciale, cioè di diritto privato.

Se oggi diciamo che lo Stato può fallire, è perché il suo attributo fondamentale — la sovranità — è venuto a mancare. Di fronte a lui si erge un potere che non solo lo può condizionare, ma lo può spodestare. Lo Stato china la testa di fronte a una nuova sovranità, la sovranità dei creditori.

Esattamente come è per le società commerciali. I creditori esigono il pagamento dei loro crediti e, se il debitore è insolvente, possono aggredire lui e quello che resta del suo patrimonio e spartirselo tra loro.

Nell’Antichità, i debitori insolventi potevano essere messi sul lastrico e perfino ridotti in schiavitù dai creditori insoddisfatti. Lo Stato, quando fallisce, si trova in condizione analoga. Tanto più aumenta la sua “esposizione”, tanto meno è in condizione di resistere alle richieste espropriative dei creditori, anche le più pesanti e inimmaginabili. Abbiamo sorriso di Totò che vendeva ai turisti la Fontana di Trevi. La realtà supera la fantasia, se è vero che, tra le possibili garanzie dello Stato debitore, i creditori considerano imprese pubbliche, isole, porti, ferrovie, monumenti, ecc. Quanto sarà valutato il Partenone e, forse, per l’appunto la Fontana di Trevi?

Le armi dei creditori sono la promessa di salvezza e la minaccia di rovina, la carota e il bastone. Lo scenario immediato è la fine della “liquidità” degli istituti di credito, il panico tra i risparmiatori, l’impossibilità per lo Stato di pagare debiti, stipendi, pensioni, la disperazione dilagante; a media scadenza, chiusure e fallimenti d’imprese, disoccupazione, miseria. Chi potrebbe resistere alla forza intimidatrice di una simile catastrofe annunciata e alla forza seduttiva di qualunque prospettiva salvifica, fosse anche accompagnata da condizioni iugulatorie?

È quanto è toccato alla Grecia, con somma drammaticità ed evidenza. Il premier ha chiesto al Parlamento il voto a favore di un insieme di provvedimenti impostigli, ch’egli stesso dichiarava essere contrari al programma politico col quale si era presentato alle elezioni, vincendole. Non s’era mai vista così chiara, in Europa, una tale contraddizione. Egli era lì in base alla forza conferitagli dal suo popolo, confermata in referendum, e doveva smentire se stesso e riconoscere l’esistenza d’un’altra forza, alla quale non poteva resistere. L’imposizione, che lo Spiegel ha definito “catalogo delle atrocità”, comprende cose come le proprietà pubbliche, le misure di alleggerimento del malessere sociale, l’abolizione della contrattazione collettiva, il licenziamento di gruppo, le ipoteche su beni dello Stato, le aliquote Iva, le pensioni, perfino il codice di procedura civile (per rendere più efficace la liquidazione dei beni dei debitori insolventi).

S’è detto, con una certa superficialità: niente di sconvolgente. La Grecia, come tutti i Paesi dell’Unione Europea, ha da tempo accettato limiti alla sua sovranità a favore dell’Europa. La prova cui è sottoposta la Grecia sarebbe perciò una vittoria dell’Europa.

Basta dirle, cose come queste, per comprenderne l’assurdità. E non perché alcuni Stati abbiano fatto la parte del leone (la Germania, gli Stati baltici, ecc.) e altri della pecora, ma per una ragione più profonda: di fronte alla Grecia non c’era l’Europa, ma la finanza che si fa beffe di formalità e competenze codificate. Chi, in Europa, ha preso decisioni non ha agito “in quanto Europa”, ma in quanto rappresentante di interessi finanziari. Al capezzale della Grecia erano in tanti: Banca centrale europea (istituzione indipendente con compiti di equilibrio finanziario della “zona euro”), Fondo monetario internazionale (che si occupa del salvataggio di Stati a rischio in tutto il mondo) e anche — anche — organi vari dell’Europa (Eurogruppo, Eurosummit, il Consiglio europeo). Singoli capi degli esecutivi dei Paesi economicamente più “pesanti”, a tu per tu tra loro (Germania e Francia) hanno svolto la parte decisiva, senza alcun “mandato europeo”. Le “sanzioni” alla fine deliberate non trovano alcun fondamento nei Trattati. La “troika”, che ora ritorna in Grecia come commissaria ad acta, non è organo dell’Europa, è organo de facto degli interessi finanziari che s’intrecciano tra Commissione europea, Bce e Fmi. L’Europa come tale è stata totalmente assente. La condizione della Grecia non è quella di chi si è vista limitare la sovranità perché l’ha ceduta: è quella di chi ha subito il colpo d’un sovrano di tutt’altra specie — che qualcuno ha definito “colonialista finanziario” — con tante teste.

Pecunia regina mundi. L’erosione della sovranità statale a opera della finanza sembra dare ragione a questa tragica massima. Perché tragica? Innanzitutto, perché la finanza, come lo spirito, soffia dove vuole, irresponsabile di fronte alle comunità umane su cui scarica la sua forza, investendo o disinvestendo risorse, senz’altra guida se non l’accrescimento della sua potenza. Agli Stati indebitati e insolventi si può rimproverare il loro spirito di cicale. Ma il potere finanziario, nel suo insieme, vive di indebitamenti e accreditamenti ed è perciò amico delle cicale. Senza cicale e solo con formiche non potrebbe esistere. Onde, è vuoto moralismo il rimprovero d’essersi indebitati, quando proprio i creditori sono interessati al loro indebitamento. In secondo luogo, l’erosione della sovranità è la resa alla legge dei più forti. La sorte dei popoli finisce per essere la risultante dello scontro di forze che hanno, come obiettivo, la propria autoaffermazione. L’arma è la potenza finanziaria. Chi è più ricco è destinato a diventare sempre più ricco e gli altri sempre più poveri. La concentrazione progressiva della ricchezza nelle mani di pochi è sotto gli occhi di tutti. L’idea di un qualche “ordine mondiale” anche solo vagamente orientato alla giustizia è fuori di questo mondo.

E l’Europa? Non è stata pensata dai padri fondatori anche in funzione di un sistema di relazioni internazionali che promuova la pace e la giustizia tra le nazioni, come dice l’art. 11 della nostra Costituzione? Proprio la vicenda greca ha dato voce, ancora una volta, a chi invoca il passo verso la formazione di una vera unità europea, capace di valori politici solidali. Ma, si tratta di vox clamantis in deserto, anzi in un deserto che più arido di così, oggi, non potrebbe essere. Bisognerà forse attendere una crisi ancora più profonda e sconvolgente, perché si tocchi il fondo e, dal fondo, si riesca a intravedere nell’Europa politica un progetto all’ordine del giorno urgente e cogente.

Attenta analisi della nascita, crescita e conquista dell'economia da parte del neoliberismo, in una visione gramsciana della lotta per il potere. Come ha fatto a vincere l'ideologia che domina, utilizzando strumenti che la sinistra novecentesca ha gettato alle ortiche (e i vagiti di quelle del nostro secolo stenta a saper usare).

La Repubblica, 27 luglio 2015

Quando apro le finestre al mattino, di questi giorni, lo sguardo mi cade inevitabilmente sul Mont Pélerin, al di là del lago. È una montagnola svizzera a pochi chilometri da Montreux, nota sin dagli anni Venti per i buoni alberghi e il clima mite. È anche il luogo da cui ha avuto inizio, con la fondazione della Mont Pélerin Society (Mps) nel 1947, la lunga marcia che ha portato il neoliberalismo a conquistare un’egemonia totalitaria sull’economia e la politica dell’intera Europa. Con le drammatiche conseguenze di cui facciamo ancor oggi esperienza.

Gramsci avrebbe trovato di grande interesse la strategia adottata dalla Mps per conquistare l’egemonia, intesa nel suo pensiero come un potere esercitato con il consenso di coloro che vi sono sottoposti. Anziché costituire l’ennesima fondazione o un think tank specializzato nel promuovere questo o quel ramo dell’economia, Mps scelse di costruire su larga scala un “intellettuale collettivo”. Quando Friedrich von Hayek nel 1947 chiamò a raccolta un piccolo gruppo di economisti e altri intellettuali (tra cui Maurice Allais, Walter Eucken, Ludwig von Mises, Milton Friedman, Karl Popper) per fondare la Mps, i convenuti erano soltanto 38, per la maggior parte europei. Alla fine degli anni ‘90 erano diventati più di mille, sparsi in tutto il mondo, sebbene la maggioranza continuasse a provenire dall’Europa. Radicato per lo più nell’accademia, questo intellettuale collettivo non redasse ambiziosi manifesti programmatici (gli “intenti” formulati nel ’47 al momento della fondazione sono una paginetta piuttosto banale, che si può leggere anche oggi identica sul sito della Mps), o grandi progetti di riforme istituzionali. Produsse invece migliaia di saggi e di libri, non pochi di notevole livello, che ruotano tutti intorno ai temi che per i soci della Mps erano e sono l’essenza del neoliberalismo: la liberalizzazione dei movimenti di capitale; la superiorità fuor di discussione del libero mercato; la categorica riduzione del ruolo dello Stato a costruttore e guardiano delle condizioni che permettono la massima diffusione dell’uno e dell’altro.
Grazie a questo immenso e capillare lavoro, verso il 1980 le dottrine economiche e politiche neoliberali avevano occupato tutti gli spazi essenziali nelle università e nei governi. Non è stata ovviamente soltanto la Mps a spendersi a tal fine, ma il suo ruolo è stato soverchiante. Non esagerava uno storico del pensiero neo-liberale (Dieter Plehwe) quando definì la Mps, anni fa, «uno dei più potenti corpi di conoscenza della nostra epoca».

Peraltro i soci non si sono limitati a pubblicare articoli e libri. Molti di loro sono giunti a occupare posizioni centrali nell’apparato governativo dei maggiori paesi. Ai tempi della presidenza Reagan ( 1981-88), su una ottantina di consiglieri economici del presidente più di un quarto erano della Mps. Le liberalizzazioni finanziarie decise dal governo Thatcher nella prima metà degli anni ‘80, che hanno cambiato il volto dell’economia britannica, furono elaborate in gran parte dall’Institute of Economic Affairs, una filiazione della Mps fondata e diretta da due soci, Antony Fisher e Ralph Harris. I vertici dell’industria francese e tedesca sono sempre stati numerosi nelle fila della Mps, intrattenendo stretti rapporti con i soci provenienti dal mondo politico.

Di rilievo è stata la partecipazione italiana alla Mps. Tra i suoi primi soci vi è stato Luigi Einaudi. Due italiani sono stati presidenti: Bruno Leoni (1967-68) e Antonio Martino (1988-1990) che figura tuttora fra i soci, accanto a (salvo errore), Domenico da Empoli, Alberto Mingardi, Angelo Maria Petroni, Sergio Ricossa.

Due caratteristiche segnano fortemente l’egemonia della Mps sulla cultura e la prassi economico- politica degli Stati europei a partire dagli anni ’80. La prima è la dismisura della vittoria su ogni altra corrente di pensiero — specie in economia. Il keynesismo, fin dalle origini l’arcinemico dalla Mps, è stato ridotto all’insignificanza, e con esso quello di Schumpeter, di Graziani, di Minsky.

Sopravvivono qui e là in qualche dipartimento universitario, ma nella politica economica della UE contano zero. A forza di liberalizzazioni ispirate dalla cultura Mps, il sistema finanziario domina la politica non meno dell’economia — come ha dimostrato per l’ennesima volta il caso greco. I sistemi pubblici di protezione sociale sono in corso di avanzata demolizione: non servono, anzi sono nocivi, poiché ciascun individuo, secondo la cultura neoliberale, è responsabile del suo destino. La scuola e l’università sono state riformate, a partire dalla Germania per finire con l’Italia, in modo da funzionare come aziende. Wilhelm von Humboldt si starà rivoltando nella tomba.

La seconda caratteristica della cultura economica neoliberale formato Mps è la sua inverosimile resistenza alle pesanti confutazioni che la realtà le infligge da almeno 15 anni. I primi anni 2000 hanno visto il crollo delle imprese dot.com, glorificate dagli economisti neolib, che in nove casi su dieci erano trovatine su cui le borse, in nome dell’ipotesi che i mercati sono sempre efficienti, scommettevano miliardi di dollari. I secondi anni 2000 hanno invece assistito al quasi crollo dell’economia mondiale, minata dalla finanza basata deliberatamente su milioni di mutui ipotecari che le famiglie non avevano i mezzi per ripagare.

Dopo il 2010, gli economisti neoliberali e i politici da loro indottrinati hanno imposto alle popolazioni della UE le politiche di austerità, rivelatesi un fallimento totale a giudizio dei loro stessi promotori. In sintesi, gli economisti formato Mps hanno predisposto i dispositivi che hanno prodotto la grande crisi; non l’hanno vista arrivare; non hanno saputo spiegarla, e hanno proposto rimedi che hanno peggiorato la situazione. Ad onta di tutto ciò, continuano a occupare il ponte di comando delle politiche economiche della UE.

Se uno potesse chiedere a Gramsci come mai le sinistre europee comunque denominate, a cominciare da quelle italiane, sono state travolte senza opporre resistenza dall’offensiva egemonica del neoliberismo partita nel 1947 dal Mont Pélerin, forse risponderebbe «perché non li avete saputi imitare ». Al fiume di pubblicazioni volte ad affermare l’idea dei mercati efficienti non avete saputo opporre niente di simile per dimostrare con solidi argomenti che i modelli con cui si vorrebbe comprovare tale idea si fondano su presupposti del tutto inconsistenti.

Inoltre, proseguirebbe Gramsci, dove sono i vostri articoli e libri che rivolgendosi sia agli esperti che ai politici e al largo pubblico si cimentano a provare ogni giorno, con solidi argomenti, la superiorità tecnica, economica, civile, morale della sanità pubblica su quella privata; delle pensioni pubbliche su quelle private, a fronte degli attacchi quotidiani alle prime dei media e dei politici, basati in genere su dati scorretti; dello Stato sulle imprese private per produrre innovazione e sviluppo, oggi come in tutta la seconda metà del Novecento; dell’importanza economica e politica dei beni comuni sull’assurdità della privatizzazioni?

Poiché la natura ha orrore del vuoto, il vuoto culturale, politico, morale delle sinistre è stato via via riempito dalle successive leve di lettori, elettori, docenti, funzionari di partito e delle istituzioni europee, istruite dall’intellettuale collettivo sortito dalla Mps. Il consenso bisogna costruirlo, e la MPS ha dimostrato di saperlo fare. Le sinistre non ci hanno nemmeno provato.

Luciano Gallino, Piero Bevilacqua, Alfonso Gianni,Tonino Perna, Guido Viale. E, dietro di loro le grandi ombre di Franklin Delano Roosvelt, John Maynsrd Keynes e, qui in Italia, Giuseppe Di Vittorio. Ancora troppo pochi per far prevalere un'idea giusta?

Il manifesto, 23 luglio 2015

È in corso in Europa una con­ver­genza mici­diale: una spinta nazio­na­li­stica e iden­ti­ta­ria ali­men­tata dalla crisi dell’euro e dal rigetto della buro­cra­zia delle sue strut­ture; l’insofferenza verso i pro­fu­ghi, in fuga dalla guerra, ma sem­pre più dif­fi­cili da distin­guere dai pro­fu­ghi ambien­tali o dai “migranti eco­no­mici”; il cini­smo con cui governi e auto­rità dell’Unione hanno fatto qua­drato con­tro il ten­ta­tivo del governo greco di cam­biare le regole dell’austerity, equi­pa­ran­done l’operato a una colpa o a mani­fe­sta inferiorità.

C’è molto raz­zi­smo in tutti e tre que­sti pro­cessi: il gior­nale filo­go­ver­na­tivo tede­sco Die Welt ha giu­sti­fi­cato le sue accuse con­tro i greci soste­nendo che non sono i veri discen­denti degli anti­chi abi­tanti dell’Ellade, ma un miscu­glio di altre “razze”: tur­chi, alba­nesi, bul­gari. Tutte degne, ovvia­mente, di disprezzo.

Que­sta miscela esplo­siva è il frutto avve­le­nato delle poli­ti­che dell’Unione, ridotte a un feroce con­trollo ragio­nie­ri­stico dei conti degli Stati mem­bri. Sono scom­parse dal suo oriz­zonte tutte le grandi que­stioni: la lotta ai cam­bia­menti cli­ma­tici (unica strada, anche, per rilan­ciare occu­pa­zione e soste­ni­bi­lità eco­no­mica); le guerre, dall’Ucraina al Medio­riente; la dis­so­lu­zione sociale dell’Africa; i milioni di pro­fu­ghi pro­dotti da que­ste vicende.

Nes­suna delle idee o delle azioni messe in campo ha la capa­cità o l’intento di con­tra­stare quella mici­diale con­ver­genza di spinte auto­ri­ta­rie, iden­ti­ta­rie e raz­zi­ste. Ma tra tutte, cen­trale è ormai il pro­blema dei pro­fu­ghi. Se la rispo­sta ai ten­ta­tivi di Syriza ha unito nella comune fero­cia Stati e Governi, a spin­gere invece cia­scuno per la pro­pria strada, fatta di divieti, respin­gi­menti, bar­riere fisi­che e appelli iden­ti­tari, sono i profughi.

In quell’allontanamento reci­proco, tra governi comun­que d’accordo, c’è però una vit­tima sacri­fi­cale. Anzi due: Gre­cia e Ita­lia. Se non ver­ranno espulse dal club dell’euro, come certo vor­reb­bero Schäu­ble e i suoi tanti seguaci, a met­terle ai mar­gini dell’Unione sarà la scelta di con­dan­narle a essere pla­ghe su cui sca­ri­care il “peso” dei pro­fu­ghi che gli altri paesi non vogliono. Una nave inglese rac­co­glie nel Medi­ter­ra­neo cen­ti­naia di nau­fra­ghi e li sbarca in Ita­lia: «sono roba vostra». E’ la strada da seguire: la Fran­cia lo fa a Ven­ti­mi­glia; l’Austria al Bren­nero.

In que­ste con­di­zioni interne e inter­na­zio­nali non si può più pen­sare di trat­tare quei pro­fu­ghi come un’emergenza tem­po­ra­nea, mesco­lando improv­vi­sa­zione e sfrut­ta­mento delle cir­co­stanze nel modo più bieco (non solo con Buzzi e la sua rete, per­ché a fare le stesse cose è tutto l’establishment della cosid­detta acco­glienza in mano alle clien­tele del mini­stro degli interni). Il tutto a spese sia di pro­fu­ghi e migranti, sia di ter­ri­tori e comu­nità cui viene impo­sto senza pre­av­visi e pre­pa­ra­zione l’onere di una ospi­ta­lità mal­vi­sta e, nel migliore dei casi, mal sop­por­tata; ali­men­tando così rivolte in cui sguaz­zano le truppe fasci­ste e gli appelli vele­nosi per met­terle a pro­fitto elettorale.

Nes­suno ne vuol pren­dere atto, ma le guerre ai con­fini dell’Europa e la massa di pro­fu­ghi (oltre sei milioni) che preme su di essi ci dicono che il tempo della nor­ma­lità, quello a cui tutti vor­reb­bero tor­nare e che i poli­tici con­ti­nuano a pro­met­tere, è finito per sem­pre. Vanno messe all’ordine del giorno, pro­prio a par­tire dalla que­stione dei pro­fu­ghi, revi­sioni radi­cali a tutte le poli­ti­che: in campo eco­no­mico, ambien­tale, sociale, inter­na­zio­nale.

Per­ché i pro­fu­ghi e i migranti ambien­tali o eco­no­mici che sbar­cano in Ita­lia sono desti­nati ad aumen­tare, e molto, per quanto dure e spie­tate pos­sano essere le poli­ti­che di respin­gi­mento adot­tate. Che fare? Gestire la loro pre­senza in modo diverso è ine­lu­di­bile: non si dovrà più con­cen­trarli in grandi gruppi e imporne la pre­senza a comu­nità impre­pa­rate ad acco­glierli. Ci vogliono pro­getti mirati per distri­buirli su tutto il ter­ri­to­rio nazio­nale: con­di­zione irri­nun­cia­bile se non di inte­gra­zione, per lo meno di tol­le­ranza nei loro confronti.

Non si potrà più tenerli per mesi o per anni a far niente, accu­diti mala­mente, o in modo bru­tale, dal per­so­nale di coo­pe­ra­tive e società a scopo di lucro lar­ga­mente ina­de­guate: è degra­dante per la loro dignità, ma è anche uno schiaffo a chi vive accanto lavo­rando per cam­pare, o senza alcun sus­si­dio, se inoc­cu­pato. Per que­sto dovreb­bero poter auto­ge­stire la pro­pria per­ma­nenza e i rela­tivi fondi (i fami­ge­rati 35 euro al giorno); impe­gnarsi nella puli­zia, nella manu­ten­zione o nella ristrut­tu­ra­zione dei locali dove vivono, negli acqui­sti e nella pre­pa­ra­zione dei loro pasti, affi­dando a per­so­nale ita­liano, ade­gua­ta­mente pre­pa­rato, solo com­piti di soste­gno e con­trollo. E se la scuola si è rive­lata un potente mezzo di cono­scenza e tol­le­ranza reci­proca tra nativi e migranti, lavo­rare insieme avrebbe un’efficacia anche mag­giore. Per que­sto dovreb­bero poter lavo­rare in forme legali e retri­buite (il loro impe­gno nel volon­ta­riato, pro­mosso da alcuni sin­daci, è sì meri­to­rio; ma scon­fina con lo schia­vi­smo; o rischia di con­so­li­dare un mer­cato del lavoro parallelo).

Certo, anche solo pro­porre una poli­tica del genere in un paese con tre milioni di disoc­cu­pati uffi­ciali e nove effet­tivi sem­bra ere­sia; ma potrebbe rive­larsi un’opportunità straor­di­na­ria. Si potreb­bero costi­tuire coo­pe­ra­tive e imprese miste di migranti e disoc­cu­pati nativi (soprat­tutto gio­vani) per impe­gnarle nella rivi­ta­liz­za­zione di bor­ghi e ter­reni agri­coli mon­tani abban­do­nati, secondo una pro­po­sta già avan­zata da Alfonso Gianni e Tonino Perna svi­lup­pando idee di Piero Bevi­lac­qua; ma anche in tante atti­vità eco­lo­gi­ca­mente neces­sa­rie come la pro­te­zione dei suoli dal dis­se­sto, la ristrut­tu­ra­zione di edi­fici dismessi o non a norma, la puli­zia e la rina­tu­ra­liz­za­zione di spiagge e greti di fiumi, ecc. O coin­vol­gerli in atti­vità di assi­stenza a per­sone anziane o disa­bili, di istru­zione e adde­stra­mento (molti tra loro hanno pro­fes­sioni, mestieri e com­pe­tenze alta­mente qua­li­fi­cate) e in altri campi.

Ma chi paghe­rebbe? E’ lo stesso pro­blema che pon­gono i nove milioni di disoc­cu­pati e inoc­cu­pati ita­liani: non si può aspet­tare che ven­gano assor­biti da una ripresa fan­ta­sma e da imprese che, anche quando pro­spe­rano, con­ti­nuano ad “alleg­ge­rirsi” del loro carico di mano­do­pera. Ci vuole un piano gene­rale del lavoro come quello più volte pro­spet­tato da Luciano Gal­lino. Che col­lide fron­tal­mente con le poli­ti­che di auste­rity e di disarmo eco­no­mico impo­ste dall’Unione euro­pea; ma la pre­senza di tanti pro­fu­ghi e migranti è una ragione in più, e delle più serie, per pro­porsi di rove­sciarle, quelle poli­ti­che, azze­rando così anche tanti motivi di com­pe­ti­zione e ran­core verso gli “stra­nieri”.

Un piano del lavoro del genere non può essere gestito dall’alto: ha biso­gno di un’articolazione capil­lare e auto­noma sul ter­ri­to­rio; ma soprat­tutto di attori in grado di assu­merne la gestione e di per­so­nale for­mato per avviarlo e per assi­sterlo sia in campo tec­nico che organizzativo.

Dove tro­varli? E’ que­sto un ter­reno deci­sivo di for­ma­zione e di sele­zione di una classe diri­gente com­ple­ta­mente nuova: quella di cui c’è biso­gno. Il terzo set­tore – che non è solo Buzzi e Co — potrebbe for­nire una prima base per met­tere in piedi ini­zia­tive spe­ri­men­tali in que­sta dire­zione; ma la sele­zione dei pro­getti e del per­so­nale dovrebbe essere affi­data non alle clien­tele di mini­steri, pre­fetti e giunte locali, bensì ad asso­cia­zioni nazio­nali e locali di cui siano già state veri­fi­cati com­pe­tenze e rigore nella gestione di atti­vità ana­lo­ghe, come quella dei beni seque­strati alla mafia.

Tutto ciò sarebbe molto faci­li­tato soste­nen­done l’aggregazione in asso­cia­zioni delle varie nazio­na­lità. Chi sfugge a guerre e mise­ria è mes­sag­gero di pace, pronto a impe­gnarsi per­ché nel suo paese si ricreino le con­di­zioni del pro­prio ritorno, e ad atti­vare in tal senso anche i resi­dui legami che man­tiene con la pro­pria comu­nità rima­sta nei ter­ri­tori da cui è fug­gito. Per que­sto asso­cia­zioni di pro­fu­ghi e migranti potreb­bero fun­zio­nare molto meglio di tanti governi fan­toc­cio in esi­lio nel pro­muo­vere e orien­tare nego­ziati per ripor­tare pace e demo­cra­zia nei loro paesi di ori­gine.

Un pezzo impor­tante, il migliore, di Africa e di Medio­riente si ritro­ve­rebbe così a ope­rare nel cuore stesso dell’Europa, tra­sfor­man­done radi­cal­mente i con­no­tati: esten­den­done i con­fini ideali e la capa­cità di ope­rare con­cre­ta­mente nel tes­suto sociale dei paesi dove ora domi­nano guerre, mise­ria e dit­ta­ture. E ren­dendo ogni giorno evi­dente, con la sua stessa pre­senza, che la mis­sione dell’Unione euro­pea, quella che la può sal­vare dallo sfa­celo verso cui sta cor­rendo, è pro­prio l’inclusione e la valo­riz­za­zione di chi ha rag­giunto il suo suolo, con grande rischio, alla ricerca di pace, sicu­rezza, libertà.

Riferimenti
L'icona rappresenta un ritratto di Giuseppe Di Vittorio dipinto da Carlo Levi. Su Di Vittorio e il suo Piano del lavoro vedi qui su eddyburg, nonchè gli articoli linkati in quel testo. Articoli degli altri autori citati nell'articolo lsi trovano facilmente su eddyburg utilizzando il "cerca" in cma a ogni pagina

«I giudici di Strasburgo hanno esplicitamente ricordato le loro precedenti decisioni sul riconoscimento delle unioni civili, sì che nessun potrà dirsi colto di sorpresa o invocare la necessità di un adeguato tempo di riflessione».

La Repubblica, 22 luglio 2015 (m.p.r.)

La decisione della Corte europea dei diritti dell’uomo sui diritti da riconoscere alle unioni tra persone dello stesso sesso, che già suscita polemiche, era prevedibile per chi conosce la giurisprudenza di quella Corte, la sua evoluzione, le novità introdotte proprio in questa materia anche dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Interviene in un momento in cui la discussione si è fatta sempre più accesa dopo l’annuncio del Presidente del Consiglio di arrivare prima delle ferie parlamentari all’approvazione, almeno da parte di una delle Camere, di una legge in materia. Siamo di fronte ad un invito esplicito al legislatore italiano, con indicazioni importanti e che non possono essere trascurate.

I giudici di Strasburgo hanno esplicitamente ricordato le loro precedenti decisioni sul riconoscimento delle unioni civili, sì che nessun potrà dirsi colto di sorpresa o invocare la necessità di un adeguato tempo di riflessione. Su questo punto la sentenza è chiarissima. I silenzi del Governo, la totale disattenzione di fronte agli espliciti inviti rivolti nel 2010 dalla Corte costituzionale e nel 2012 dalla Corte di Cassazione, l’assoluta inazione del Parlamento hanno determinato una grave violazione del diritto alla tutela della vita privata e familiare, riconosciuto dall’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. E qui le parole dei giudici di Strasburgo si fanno sferzanti. L’assoluto disinteresse di Governo e Parlamento per il gran lavoro fatto dalla magistratura italiana ha finito con il rappresentare una sua inammissibile delegittimazione, compromettendo il rispetto e l’effettività delle decisioni giudiziarie (a proposito: la somma indifferenza di Governo e Parlamento per l’elezione di tre giudici della Corte costituzionale non è forse già diventata una forma di delegittimazione di questa fondamentale e scomoda istituzione di garanzia?).
La decisione della Corte non può essere facilmente aggirata, ed è bene ricordare che essa è stata presa all’unanimità. Si dice e si ribadisce che siamo di fronte a diritti dal cui effettivo riconoscimento dipendono l’identità, la dignità sociale, la vita stessa delle persone. In questi casi, la Corte lo sottolinea più volte, il margine di discrezionalità del legislatore è ristretto. Alle unioni stabili tra persone dello stesso sesso deve essere assicurato un riconoscimento effettivo attraverso una “solenne istituzione giuridica”, unioni civili riconosciute o partnerships registrate, che le sottraggano alla casualità e alla inaffidabilità che caratterizzano oggi la situazione italiana. L’esistenza non può essere affidata all’incertezza o a semplici patti privati o a regole limitate agli aspetti patrimoniali del rapporto. Siamo di fronte ad un “dovere positivo”, che lo Stato deve integralmente rispettare, soprattutto perché solo così può essere cancellata una inammissibile discriminazione, fondata com’è solo sull’orientamento sessuale.
Nelle argomentazioni dei giudici di Strasburgo si coglie una particolare attenzione per lo scarto crescente, e sempre più evidente, tra dinamiche della realtà sociale e immobilità del diritto. La Corte mette in evidenza che la maggioranza dei paesi aderenti al Consiglio d’Europa, 23 su 47, hanno già disciplinato in forme adeguate unioni tra le persone dello stesso segno, segno di una tendenza da considerare ormai irreversibile. Così l’inaccettabilità della situazione italiana diviene particolarmente evidente, il suo protrarsi nel tempo è giudicato inammissibile, e questo spiega anche la ragione per la quale alle coppie ricorrenti è stato riconosciuto il diritto ad un risarcimento del danno che dovrà essere pagato dallo Stato italiano.
Nella sentenza viene anche citato un sondaggio dal quale risulta che la maggioranza degli italiani è favorevole ad una legge che riconosca le unioni tra persone dello stesso sesso. Ma i tempi non sono propizi né alle discussioni ragionate, né alla consapevolezza della centralità del riconoscimento dei diritti fondamentali. Già si sono manifestate reazioni scomposte, con insolenze nei confronti dei giudici di Strasburgo che dimostrano l’assenza di una cultura delle garanzie. Non consideriamole manifestazioni folkloristiche, come troppe volte si è fatto in passato, favorendo così la regressione culturale e politica. Ma più preoccupanti devono essere considerati i tentativi di svuotare dall’interno la riforma in discussione al Senato, nei quali si riflette anche una rinnovata pretesa di valutare le leggi in primo luogo secondo la morale cattolica, e non alla luce dei diritti delle persone. La buona politica, se c’è ancora, può trovare in questa sentenza di Strasburgo un forte sostegno.
Il passo avanti, che la sentenza impone, è significativo. Ma non è destinato a chiudere definitivamente la questione. Dal mondo LGBT viene sempre più perentoria la richiesta di un riconoscimento anche alle coppie di persone dello stesso sesso del diritto a contrarre matrimonio. Di questo bisognerà discutere, soprattutto dopo la sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti che ha imboccato decisamente questa strada. La Corte di Strasburgo ci ha ricordato che qui la discrezionalità del legislatore nazionale è più larga, perché solo 9 nazioni su 47 hanno accettato questa linea. Ma si può prevedere che questi numeri cambieranno presto, sì che le corti dovranno prendere atto della crescita di questo consenso. E ai nostrani polemisti bisognerà pur ricordare che l’Italia ha firmato, e il Parlamento ha votato, la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, il cui articolo 9 ha cancellato il requisito della diversità di sesso per tutte le forme giuridiche di costruzione di una famiglia.

«“Aiu­tia­moli a casa loro”. Ma certo! Aiu­tia­moli a casa loro. Allora c’è un solo modo per farlo: espel­lere dall’Africa ogni inte­resse colonialista». Il manifesto, 22 luglio 2015 (m.p.r.)

Gli scorsi giorni hanno visto in Ita­lia l’asfittico ripe­tersi del ciclo mono­tono «emer­genza migranti», guerra fra poveri, stru­men­ta­liz­za­zioni delle destre, nella fat­ti­spe­cie, Lega, Casa Pound, Fra­telli d’Italia. Il ciclo ricalca uno schema che ha già dato ampie prove di sé nel corso di tutto il Novecento. Que­sto schema si nutre sem­pre dello stesso veleno: nega­ti­viz­za­zione e cri­mi­na­liz­za­zione dell’altro in quanto tale.

Que­sto risul­tato si ottiene attra­verso mec­ca­ni­smi reto­rici di fal­si­fi­ca­zione, di gene­ra­liz­za­zione, attra­verso la dila­ta­zione e la mani­po­la­zione stru­men­tale di dati sta­ti­stici, attra­verso la pro­pa­ga­zione di allarmi sociali, l’evocazione di paure irra­zio­nali e la con­trap­po­si­zione ance­strale fra il noi e il loro come anta­go­ni­smo fra il legit­timo e l’illegittimo, fra la tito­la­rità e la clan­de­sti­nità. Da que­sto schema è espunto lo sta­tuto uni­ver­sale di dignità dell’essere umano. La poli­tica sta all’interno di que­sto cir­cuito per­verso o per soprav­vi­vere alla pros­sima cosid­detta emer­genza o per paras­si­tare qual­che van­tag­gio elet­to­rale con la pre­tesa di ergersi a pala­dina degli autoc­toni asse­diati dagli invasori.

Coloro che per ori­gine ideale dovreb­bero opporsi allo squal­lido tran­tran della poli­ti­chetta come mestiere non hanno nes­suna auto­re­vo­lezza o cre­di­bi­lità per farlo, non sanno ergersi oltre lo sta­tus quo, oltre la rou­tine media­tica. Alzare lo sguardo signi­fica ricor­dare che solo quarant’anni fa, nelle terre del nord, gli «altri» erano i nostri cit­ta­dini meri­dio­nali, i ter­roni, ricor­dare che nel corso di cento anni (1870–1970) gli «altri» sono stati gli ita­liani, 30 milioni di emi­granti (molti clan­de­stini) nelle Ame­ri­che, in Europa e in Australia.

È neces­sa­rio ricor­dare che cit­ta­dini autoc­toni simili in tutto e per tutto a quelli che oggi nel Veneto e alle porte di Roma non vogliono nel loro quar­tiere un pugno di migranti afri­cani, allora, con la stessa atti­tu­dine intol­le­rante, non vole­vano gli ita­liani, li descri­ve­vano come peri­co­losi, spor­chi, vio­lenti, criminali.

Chi oggi vuole respin­gere i migranti è por­ta­tore della stessa pato­lo­gica men­ta­lità di chi allora calun­niava, insul­tava e voleva ricac­ciare in mare i nostri con­cit­ta­dini che non sfug­gi­vano alle guerre ma alla fame ende­mica, alla dispe­ra­zione sociale, alla man­canza di futuro.

Nell’alluvione di reto­rica e fal­sità che accom­pa­gnano il pen­siero rea­zio­na­rio sulla «que­stione migranti» emerge come apo­teosi del rag­giro lo slo­gan fru­sto e truf­fal­dino: «Aiu­tia­moli a casa loro». Ma certo! Aiu­tia­moli a casa loro. Allora c’è un solo modo per farlo: espel­lere dall’Africa ogni inte­resse colonialista.

Il colo­nia­li­smo è stato, al di là di ogni pos­si­bile dub­bio, il più vasto e per­du­rante cri­mine della sto­ria dell’umanità. Il primo e più effe­rato cri­mi­nale anche se non il solo è stato l’Occidente e, per nulla pen­tito per­si­ste. Il cri­mine è per­du­rante e pro­se­gue nel nostro tempo con le guerre «uma­ni­ta­rie» o pre­ven­tive, con l’azione delle mul­ti­na­zio­nali, con la sot­tra­zione delle risorse più pre­ziose ai legit­timi tito­lari, impe­di­sce la sovra­nità ali­men­tare, idrica, arraffa terre ed è in com­butta con i gover­nanti più cor­rotti e tiran­nici. Vediamo que­sti poli­ti­ca­stri da quat­tro soldi se sono capaci di aiu­tarli a casa loro. Vediamo sotto i nostri occhi come sono capaci di con­tra­stare la schia­viz­za­zione dei lavo­ra­tori stra­nieri nei nostri campi di pomo­dori e nei nostri frut­teti. Ma fra le deva­sta­zioni più imper­do­na­bili con le quali la men­ta­lità colo­nia­li­sta ha inqui­nato il rap­porto fra uomini di cul­ture diverse c’è la con­ce­zione dell’altro visto come minore, sot­to­met­ti­bile, diseguale.

Prima l’ideologia colo­nia­li­sta si è auto asse­gnata il com­pito di civi­liz­za­zione di altre cul­ture defi­nite uni­la­te­ral­mente come inci­vili, oggi che le con­se­guenze dell’infestazione colo­niale por­tano grandi flussi migra­tori verso l’Europa, l’altro diventa inde­si­de­ra­bile, minac­cioso, da respin­gere. Ovvia­mente colui che mag­gior­mente viene ostra­ciz­zato è il più povero, il più dispe­rato, men­tre, per con­fon­dere le acque, ci si mostra dispo­ni­bili ad acco­gliere colui che è prov­vi­sto di attri­buti accet­ta­bili. Il raz­zi­sta e lo xeno­fobo odierni non vogliono essere defi­niti come tali, fin­gono di risen­tirsi con­tro chi li apo­strofa con l’epiteto che danno mostra di rite­nere insultante.

Ma oggi il vero spar­tiac­que fra chi, diciamo, crede nella piena dignità ed inte­grità dell’essere umano e chi con varie­gate moti­va­zioni, non lo crede risiede nelle con­trap­po­ste con­ce­zioni dell’emigrazione. Per chi acco­glie in sé la dignità dell’altro come bene supremo, l’emigrazione è pro­getto di tra­sfor­ma­zione per la costru­zione di una società di giu­sti­zia e soli­da­rietà. Per coloro che non per­ce­pi­scono in sé l’accoglienza dell’altro come oriz­zonte verso cui met­tersi in cam­mino l’emigrazione è pro­blema, emer­genza, tur­ba­tiva, invasione.

Chi, indi­vi­duo, asso­cia­zione, par­tito o movi­mento sostiene la piena dignità dell’altro e prende sul serio la «Dichia­ra­zione uni­ver­sale dei diritti dell’uomo» ha il dovere di radi­ca­liz­zare la pro­pria pero­ra­zione chie­dendo subito, come da tempo sug­ge­ri­sce il sin­daco di Palermo Leo­luca Orlando, l’abolizione uni­ver­sale del per­messo di sog­giorno. Il cam­mino sarà certo lungo ma è tempo di ini­ziarlo con decisione.

«Ma alla autorità e sovranità di una nuova Europa politicamente unita chi oggi sta seriamente pensando e lavorando? Soltanto costui potrebbe assumerne in futuro anche la guida politica. Tranquilli, non sembra proprio poter essere la Germania. Purtroppo».

La Repubblica, 21 luglio 2015 (m.p.r.)

La crisi che attraversa la costruzione dell’unità politica europea sta avendo, se non altro, il benefico effetto di farci comprendere che le relazioni tra popoli e culture investono problemi leggermente più complessi di quelli che sono in grado di affrontare non solo banche e ragionerie centrali, ma anche diplomazie e politici di professione. Il realismo degli stenterelli lascia qualche varco a considerazioni, per così dire, meta-politiche, indispensabili per interpretare la visione che un Paese ha di se stesso e dei suoi rapporti con gli altri. Certo, la storia insegna poco, poiché tutto muta (fuorché l’uomo), ma può tuttavia orientarci. Se gli “exempla” del passato non possono avere il peso che un Machiavelli attribuiva loro, nemmeno dobbiamo rassegnarci a un guicciardinismo in sedicesimo.

Raccontantoci che tutto è nuovo e solo conta l’esperienza attuale. Così sulla questione decisiva della relazione tra Berlino e mondo latino-mediterraneo è altrettanto sbagliato ricorrere a immagini di maniera, evocando una germanica volontà di potenza, quanto ripetere l’ovvietà che la storia tedesca dell’intero dopoguerra rende culturalmente inconcepibile, prima ancora che concretamente impercorribile, ogni velleità imperiale. Il dilemma proposto da Thomas Mann, “Europa germanica o Germania europea?”, appartiene certo al mondo di ieri, ma ciò non significa che esso non debba essere ripensato. Come storicamente la Germania si è immaginata europea? E tale immagine è ancora efficace? Come l’Europa può essere oggi germanica? O è necessario lottare perché non lo sia?

Che tra cultura tedesca (cultura non in senso letterario o vetero-umanistico, ma come senso comune e “forma mentis”) e mondo mediterraneo la relazione sia sempre stata quella tra distinti inseparabili, in costante e fecondo alternarsi di amore e odio, di nostalgia e repulsione, è un fatto che non ci spiega ancora come tale inseparabilità venga interpretata e vissuta. Intanto, essa si pone in termini completamente diversi nei confronti del mondo latino (die Welsche!) e di quello greco. Lo stesso “viaggio in Italia” non è, a ben vedere, che tappa di un itinerario verso l’Ellade. E si tratta di un’anabasi alle fonti della propria stessa lingua! Il mito della consanguineità della “più perfetta delle lingue”, come Herder riteneva la greca, con quella tedesca percorre l’intera cultura germanica dal ‘700 fino alla grande filologia dei Wilamowitz e degli Jaeger, da Hegel a Heidegger.
Tuttavia, nessuno forse ci aiuta a intenderne il vero senso meglio del più grande lirico tedesco, Hoelderlin. Gli dèi della Grecia sono fuggiti; andavano un tempo tra i mortali, ma ora vivono nella stessa assenza. Ciò che verrà non è quell’Ellade, non sono quegli dèi. Verrà il loro erede. E questo è la Germania. Il viaggio in Grecia significa, in realtà, la trasmigrazione in Germania dello spirito greco. La Grecia non è più in Grecia, e soltanto il grembo tedesco potrà rigenerarla. Dove il genio di Atene sarà fatto di nuovo valere? Sulle rive dei fiumi tedeschi, nelle sue nobili città. E perché qui soltanto? Perché questo è il luogo “dove il lavoro si svolge silenzioso negli opifici” e la scienza, il sapere, illumina e orienta lo stesso artista zum Ernste, alla serietà.
Queste visionarie parole del grande inno Germanien forniscono la traccia più preziosa per intendere, nella sua sostanza meta-politica, il vitale rapporto della cultura tedesca con il mondo classico-mediterraneo. Questo mondo appare in sé un mero passato, e soltanto “traslato” in lingua tedesca (e cioè armonizzandolo con l’intera storia culturale e religiosa che in essa si custodisce) ha un avvenire. Facciamola finita, dunque, con gli irenistici discorsi intorno ad un generico “amore” per esso da parte della “serietà tedesca”. Amore certamente è stato, ma un amore che assimila, che fa proprio e si ama per questa sua capacità.
Facile intuire quanto una tale immagine sia ancora efficace. Essa comporta necessariamente velleità egemoniche? Nient’affatto – il che non significa sottovalutare l’efficacia demagogica in chiave micro-nazionalista delle chiacchiere sui “quarti Reich”. Ma è impensabile che la Germania possa affrontare la crisi greca, oggi, o qualunque altra crisi mediterranea in futuro, se non alla luce dell’idea-guida della sua storia, almeno dal dopoguerra: il valore etico assoluto attribuito alla “serietà” del proprio lavoro, che ha reso possibile la ricostruzione prima e la riunificazione dopo, sempre in condizioni di sicurezza e stabilità finanziaria. E proprio questo contraddice dalle fondamenta ogni pretesa o istanza di dominio!
La prospettiva di un’Europa germanica non esiste per il semplice motivo che qualsiasi volontà di potenza, per esprimersi, non può assumere a proprio valore guida la stabilità! Una Germania che volesse dominare in Europa dovrebbe svolgere politiche opposte a quelle cui spesso è tentata: politiche di sviluppo, di crescita, che le attirino interessi e simpatie da parte dei popoli europei. Forse il nostro dramma è esattamente l’opposto di quello che temono le anime belle ancora “incantate” da mitologie imperialistiche. Non è l’eccesso di auctoritas tedesca a distruggere l’Europa, ma piuttosto l’assenza di ogni auctoritas. Si continuano ad annusare in giro volontà di potenza, quando proprio tali volontà mancano del tutto, e ci si limita a fronteggiare le emergenze senza alcuna strategia geopolitica. Insorgeranno le anime belle: lo spirito europeo non tollera l’”ex pluribus unum”! la diversità dei suoi linguaggi non potrà mai essere cancellata e ridotta ad uno!
Certo; ma altrettanto poco funziona l’”ex pluribus plures”; anzi, questo motto altro non è che la più vuota delle tautologie. Possiamo parlare dei molti, soltanto se essi si presentano “raccolti” in una qualche forma, soltanto se una struttura li governa. Soltanto, insomma, se una qualche sovranità opera efficacemente. L’unica al momento disponibile è quella delle strutture tecnico- amministrativo-finanziarie, che mai ha avuto e mai avrà legittimità e autorità culturale-politica. Tantomeno potranno averla gli staterelli europei ognuno per proprio conto. Ma alla autorità e sovranità di una nuova Europa politicamente unita chi oggi sta seriamente pensando e lavorando? Soltanto costui potrebbe assumerne in futuro anche la guida politica. Tranquilli, non sembra proprio poter essere la Germania. Purtroppo.

«Adriano Olivetti sognava una democrazia senza corpi intermedi. Invece resistono; la riforma Letta e la nuova legge segreta del Pd non li rendono più trasparenti o funzionanti. Sono soltanto club di candidati».

Il Fatto Quotidiano, 20 luglio 2015 (m.p.r.)

Adriano Olivetti sognava che le democrazie potessero fare a meno dei partiti (ce lo ricorda il suo Democrazia senza partiti del 1949, ripubblicato nel 2013). Il traguardo non sembra a portata degli umani, e, siccome i partiti ce li abbiamo, sarebbe utile farli funzionare meglio che si può. Per questo colpisce che tra gli articoli abbandonati della Costituzione sia il 49, secondo il quale “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Certo, non è proprio un capolavoro di chiarezza: a chi si riferisce il “metodo democratico”? Al modo in cui i partiti contribuiscono alla vita politica oppure al loro funzionamento interno? I giuristi hanno dovuto sforzare non poco il testo per far sì che il “metodo democratico” venisse riferito sia al contributo che i partiti danno alla politica (la “democrazia dei partiti”) sia al loro modo di funzionare (la “democrazia nei partiti”). Ma, anche stabilito che sono i partiti che devono essere democratici, sulla questione è calato un silenzio durato settant’anni (a parte le discussioni degli specialisti).
Alla fine del berlusconismo, però, su questo tema si è aperta una cascata di norme. Ha cominciato, meritoriamente, il governo Letta con una legge del 2013. Sebbene la si tratti imprecisamente come una regolamentazione del finanziamento dei partiti, in realtà contiene diverse altre cose notevoli. Anzitutto obbliga i partiti a crearsi uno statuto (nessuno ci aveva pensato!); crea un registro a cui devono essere iscritti se vogliono presentare liste e ricevere contributi; inventa una potente “Commissione di garanzia degli statuti e per la trasparenza e il controllo dei rendiconti dei partiti politici”, una specie di invisibile authority che verifica che siano rispettate le condizioni per entrare nel registro, ammette e espelle dal registro stesso, infligge sanzioni, certifica i bilanci.
Era ora, direte voi! Sì e no. Da una parte, la legge è prudente su diversi punti. Fissa alcuni requisiti per la stesura degli statuti, ma si tratta di requisiti davvero troppo esigui. Per esempio, non obbliga i partiti a tenere un congresso almeno ogni X anni, ma chiede solo che “indichino la cadenza delle assemblee congressuali”. Non dice nulla sul profilo morale e giudiziario dei candidati, sulle cariche interne, la loro durata, la loro alternanza. Trascura alcuni meccanismi fondamentali, come le elezioni primarie. Per giunta, nei fatti sembra funzionare poco. Il registro dei partiti non s’è visto e la potente Commissione di garanzia (insediata senza che nessuno se ne avvedesse), dopo molte sofferenze (non ha sede, non ha personale), ha dichiarato pochi giorni fa (Il Fatto Quotidiano 3 luglio) di non essere in grado di accertar nulla sui bilanci perché non ne ha gli strumenti. Quindi, di fatto, i bilanci presentati sono tecnicamente fuori legge.
Su questo sfondo, il Partito democratico si rifà avanti con un disegno di legge proposto dal capogruppo al Senato Luigi Zanda e altri, presentato alla chetichella (ho penato ad averne una copia; perfino l’ufficio stampa Pd non ne sapeva niente), il quale rimedia a un’altra dimenticanza della legge 2013. Stabilisce infatti che i partiti siano persone giuridiche e non pure associazioni di fatto come al momento. Nei termini attuali, infatti, non solo un movimento immateriale come Movimento Cinque Stelle, ma anche il Touring Club, American Express e la Polisportiva qui sotto potrebbero presentare candidati, formare governi e maggioranze e così “determinare la politica nazionale”. Trasformando i partiti in persone giuridiche è possibile ad esempio separare il loro patrimonio da quello degli associati, impugnare e fare annullare dal magistrato le deliberazioni degli organi e così via.
L’Iidea non è male. Ma ci sono due note meste. Anzitutto, i proponenti rimettono a capo chino la bozza al governo, dandogli delega (ancora!) a elaborare un testo unico che fonda la legge Letta con le nuove indicazioni. In secondo luogo, la proposta tenta di chiudere la stalla quando i buoi sono scappati. Nessuna norma parla di numero minimo di associati, di costi standard, di funzionamento delle assemblee. Nessuna dell’obbligo di avere sedi territoriali. Nel mentre, i partiti si liquefanno come i ghiacciai (il Partito democratico, il solo con una storia alle spalle, è passato dai 539.354 tesserati del 2013 ai meno di 100.000 di oggi), le sezioni diventano rare e stente, gli elettori si assentano, il nuovo metodo di finanziamento (il 2 per mille versato volontariamente dai contribuenti) è stato un fiasco, il registro degli statuti non si è visto… Insomma, si può regolamentare quanto si vuole, ma i partiti sono ormai aggregazioni non di cittadini, bensì di candidati o aspiranti candidati: i cittadini nel frattempo sono andati al mare.
«Oggi sindaci e amministratori sono posti di fronte ad un bivio cruciale: devono decidere se essere gli esecutori ultimi di un processo di privatizzazione o se riconoscersi come i primi rappresentanti degli abitanti di un determinato territorio e porsi in diretto contrasto con quei processi».

Il granello di sabbia, 17 febbraio 2015 (m.p.r.)

Nella guerra che le lobby finanziarie hanno dichiarato alle società civili europee – giustificandola con la necessità di contrastare la crisi del debito pubblico – una battaglia cruciale è quella riguardante gli enti locali, il loro ruolo, i loro beni e servizi. L’enorme ricchezza privata prodotta dalle speculazioni finanziarie, che ha portato alla crisi globale di questi anni, ha stringente necessità di trovare nuovi asset sui quali investire: si fanno ogni giorno più manifeste le mire di conquista dei beni degli enti locali.

Già nel rapporto Guadagni, concorrenza e crescita, presentato da Deutsche Bank nel dicembre 2011 alla Commissione Europea, si scriveva a proposito del nostro Paese : «I Comuni offrono il maggior potenziale di privatizzazione. In una relazione presentata alla fine di settembre 2011 dal Ministero dell’ Economia e delle Finanze si stima che le rimanenti imprese a capitale pubblico abbiano un valore complessivo di 80 miliardi di euro (pari a circa il 5,2% del PIL). Inoltre, il piano di concessioni potrebbe generare circa 70 miliardi di entrate. E questa operazione potrebbe rafforzare la concorrenza. (...) Particolare attenzione deve essere prestata agli edifici pubblici. La Cassa Depositi e Prestiti dice che il loro valore totale corrente arriva a 421 miliardi e che una parte corrispondente a 42 miliardi non è attualmente in uso. Per questa ragione potrebbe probabilmente essere messa in vendita con relativamente poco sforzo o spesa. Dal momento che il settore immobiliare appartiene in gran parte ai Comuni, il governo dovrebbe impostare un processo ben strutturato in anticipo. (...) Quindi, secondo le informazioni ufficiali, il patrimonio pubblico potrebbe raggiungere in valore complessivo di 571 miliardi, vicino al 37% del PIL. Naturalmente, il potenziale può anche essere ampliato».

La spoliazione degli enti locali è stata avviata da almeno un quindicennio e vi hanno concorso tre fattori principali: il Patto di Stabilità e Crescita, la Spending Review e l’approvazione del Fiscal Compact. Il Patto di Stabilità e Crescita interno consiste nelle misure, annualmente stabilite, per far confluire gli sforzi degli enti locali verso gli obiettivi di stabilità finanziaria stabiliti dallo Stato in accordo con l’Unione Europea. Quel patto ha vissuto a sua volta tre fasi: una prima di durissima contrazione delle possibilità di assunzione del personale da parte degli enti locali, che ha ridotto drasticamente la qualità dei servizi e ha contribuito a costruire una campagna ideologica sull’inefficienza del “pubblico”; in un secondo momento si è sferrato un attacco alle possibilità e capacità di investimento degli enti locali che, non potendosi indebitare, sono stati costretti e ridurre al lumicino le opere da realizzare; infine, la stessa capacità di spesa corrente trova oramai draconiane limitazioni, mettendo definitivamente a rischio il funzionamento stesso degli enti locali. Classificati da ora in avanti in “virtuosi” e “non virtuosi”, gli enti locali saranno costretti, per entrare nella prima categoria, ad aumentare le tasse locali e le tariffe, a ridurre ulteriormente l’occupazione, a dismettere il patrimonio pubblico e a privatizzare i servizi pubblici locali.
Il secondo fattore è la Spending review, ovvero i drastici tagli lineari che, anziché riorganizzare la spesa eliminando gli sprechi e le corruttele, comportano un’automatica riduzione di tutti i servizi erogabili senza alcuna scala di priorità e senza la benché minima programmazione. Il terzo fattore è stata l’approvazione del Fiscal Compact, ovvero l’obiettivo sottoscritto in sede europea di portare entro venti anni al 60% il rapporto debito/pil che oggi è pari al 134%. Ciò significa annualmente una riduzione secca di tale rapporto del 3,3%, con un costo di oltre 50 miliardi/ anno. Se a questo si aggiunge l’introduzione del Pareggio di bilancio nella Costituzione - di fatto la costituzionalizzazione della dottrina liberista - il quadro è decisamente chiaro.
L’insieme di draconiane misure nei confronti degli enti locali ha un unico scopo: metterli con le spalle al muro dal punto di vista economico per persuaderli/obbligarli ad un gigantesco percorso di espropriazione e di privatizzazione, consegnandone beni e patrimonio alle lobby bancarie e finanziarie. Un processo che avviene attraverso diversi ma convergenti percorsi. Cosa posseggono infatti gli enti locali? Territorio, patrimonio e servizi, ed è su questi che si sta giocando, e sempre più lo si farà nel prossimo periodo, la guerra contro la società.
Il Territorio è da tempo strumento di valorizzazione finanziaria, attraverso due diverse modalità. La prima è la continua cementificazione del suolo, favorita da una norma criminale che consente di utilizzare gli oneri di urbanizzazione per la spesa corrente dei Comuni: in pratica, anche solo per garantire l’ordinario funzionamento dell’ente locale, gli amministratori sono invogliati a consegnare porzioni di territorio alla speculazione immobiliare, arrivando al paradosso che, mentre fino a qualche anno fa erano i costruttori a fare la questua negli uffici comunali per ottenere cambi di destinazione d’uso di terreni, oggi sono i sindaci a inseguire i costruttori per poter firmare convenzioni che consentano di mettere in cassa i relativi oneri.
La seconda modalità è quella dei grandi eventi e delle grandi opere: che siano basi militari (Muos di Catania, Dal Molin di Vicenza), mega-progetti infrastrutturali (Tav, autostrada OrteMestre), o “eventi” (Expo di Milano, Olimpiadi di Roma), l’unico obiettivo è la consegna del territorio alla valorizzazione finanziaria e alla speculazione immobiliare. Il Patrimonio pubblico in mano agli enti locali ha, come abbiamo visto, dimensioni enormi (421 miliardi). La sua svendita, cominciata da tempo, trova ora una sua più sistematica applicazione con il ruolo assunto nella stessa dalla Cassa Depositi e Prestiti (Cdp), che si propone agli enti locali come partner per la valorizzazione degli immobili da vendere, fissandone un prezzo e impegnandosi ad acquisirli per poi immetterli nel mercato. I Servizi pubblici locali sono da molto tempo sotto attacco e a rischio privatizzazione.
Su questo terreno, come riconosce la Deutsche Bank nel citato rapporto all’inizio, la straordinaria vittoria referendaria del movimento per l’acqua nel giugno 2011 ha complicato molto i piani. Tuttavia le grandi lobby finanziarie non desistono, e oggi, con il decreto “Sblocca Italia” e la Legge di stabilità appena approvate, tornano all’attacco: lo fanno di nuovo con l’aiuto di Cassa Depositi e Prestiti (Cdp), attraverso l’ingresso nelle società che gestiscono il F2i (Fondo per le infrastrutture, partecipato al 16% da Cdp) e/o il FSI (Fondo Strategico Italiano, interamente controllato da Cdp), per favorirne fusioni societarie e il rilancio in Borsa.
Come si evince da questa analisi, sotto attacco è la stessa funzione sociale degli enti locali come luoghi di prossimità degli abitanti di un territorio. Si comprende meglio, a questo punto, anche il senso profondo della progressiva riduzione degli spazi di democrazia, che vede nell’accentramento istituzionale da una parte e in una furbesca campagna contro la “casta” e relativa riduzione della rappresentanza dall’altra, il progressivo distanziamento dei luoghi della decisionalità collettiva dalla vita concreta delle persone. L’obiettivo è chiaro: se ciò che è in atto è un mastodontico processo di spoliazione delle comunità locali, diviene necessario rendere loro sempre più ardua qualsiasi forma di organizzazione e di protesta, trasformando in rassegnata solitudine quella che potrebbe altrimenti divenire lotta per la riappropriazione sociale.
Oggi sindaci e amministratori sono posti di fronte ad un bivio cruciale: devono decidere se essere gli esecutori ultimi di un processo di privatizzazione che dalla Troika discende verso i governi e scivola giù fino agli enti locali o se riconoscersi come i primi rappresentanti degli abitanti di un determinato territorio e porsi in diretto contrasto con quei processi. Ma, indipendentemente dalla consapevolezza dei propri sindaci e amministratori, le donne e gli uomini di ogni comunità locale di questo Paese devono sapere che la lotta collettiva e generalizzata contro la trappola del debito, per una nuova finanza pubblica e sociale, per la riappropriazione sociale dei beni comuni, è interamente nelle loro mani. E che da essa dipende il destino della democrazia reale.

Il Fatto Quotidiano, 18 luglio 2015 (m.p.r.)

Non è il caldo, è che ilprofessor Rodotànon ama cincischiare.Lapidario, dunque,l’incipit della telefonata:«Siamo di fronte a casi diversi,ma queste intercettazioni devonoessere pubblicate». Edecco perché.

Professore, partiamo dallafine. Cioè dall’ultima: il governatoredella Sicilia e ildottor Tutino.
Quella di Crocetta è una storiaancora oscura. Lui sostieneche c’è un complotto; allora,dico io, chiariamo tutto e alpiù presto. Quando vengonomesse in circolazione notizieche arrivano da intercettazioni,che deve fare un giornalista?L’Espresso avverteche quelle intercettazioni esistonoe dà conto del contenuto.Non si tratta di una vicendada poco, senza interesse pubblico:da una parte c’è il rapportocon Lucia Borsellino e ilsuo ruolo di assessore alla Sanità.Dall’altra c’è il rapportocon un signore, le cui attivitànon sono proprio chiare, chesi permetteva una certa familiaritàcon il governatore. Mipare che un giornalista questecose le debba pubblicare. L’unicolimite è la falsità degli attiriferiti: l’intercettazione nonc’è o il contenuto non corrispondea quanto riportato. Sesi accerta tutto questo, la conversazioneva resa pubblica.Malgrado i lati oscuri, l’affaireCrocetta ha immediatamenteconquistato le primepagine dei giornali.Ma soprattutto ha portato a unarichiesta esplicita di dimissionidel presidente della RegioneSicilia da parte del Pd!

Invece quelle di Renzi?
Lì non c’è nulla di oscuro né diambiguo. È il negoziato cheRenzi fa, per proprio conto,riguardo la caduta del governoLetta e la sua nomina allaPresidenza del Consiglio. Accanto,abbiamo letto ciò chedice un gruppo di persone vicineal segretario del Pd, ap ro po si todelle vicendedi Renzi edella politicaitaliana. Tirandoin balloil PresidentedellaRepubblica esuo figlio.Questa èun’intercettazione che dovevaessere pubblicata, senza alcundubbio. E poi: si tratta dimateriale depositato agli avvocatie privo di vincolo di riservatezza.Non di documenti“finiti ai giornali”.

Dicono che dovevano esserecoperte da omissis.
È altra valutazione, che nonsono in grado di fare. Ma nelmomento in cui vengono depositate non si può invocarenessun vincolo di segretezza.Qui c’è un punto che politicamenteè rilevantissimo. L’opinionepubblica già sapevadi tutti questi retroscena riguardol’eliminazione – nontrovo altre parole – di EnricoLetta? Ne sapeva abbastanza?Questa è la conferma di unastrategia evidentementemessa a punto e discussa, nonsolo all’interno del mondopolitico ma addirittura conpersone che hanno ruoli istituzionaliimportanti come ungenerale della Guardia di Finanza,con il quale si discutedella eventuale resistenzaall’operazione del presidentedella Repubblica.

Di cui si occupa anche l’intercettazioneambientalecon DarioNardella, ilgeneraleAdinolfi, eil presidentediInvimitVincenzoFortunato.
Collegandole due intercettazioni,si potrebbe persinodire che questa resistenzapuò essere stata superata perché– come si sostiene nellaconversazione – sul capo delloStato poteva essere esercitatauna pressione. Sono cosedi assoluta gravità.

Non secondo il ministro Boschi,che ha parlato – in aula,non al bar – di “supposizioni,ipotesi, forse addirittura illazioni”. Il fantasy al potere.
Liquidare la questione dicendoche le intercettazioni nonsono penalmente rilevanti è inaccettabile.Una tesi cheriappare, negli ultimi tempi,con una certa impudenza. Daanni dico e scrivo che la responsabilitàpolitica è altrodalla responsabilità penale.Ci tocca ancora ricordare l’articolo54 della Costituzione?“I cittadini cui sono affidatefunzioni pubbliche hanno ildovere di adempierle con disciplinae onore”. L’argomentoche ritorna nelle parole delministro Boschi viene recitatoin un parlamento dove nondovrebbe avere più cittadinanza.Però si solleva un granpolverone su una presuntanon reazione di Crocetta...

Si può invocare le dimissionidi Crocetta e contemporaneamentedire, in una sedeistituzionale, che le conversazionitra il premier e Adinolfisono fantasie?
Qui la cosa grave è che c’è uncontrasto tra fatti documentatie le parole pronunciate inAula da un ministro della Repubblica.Il fatto che ci siaquesto travisamento dellarealtà è indicativo: si vuole aogni costo evitare di darespiegazioni. Certo, siamo davantia una contraddizione.Ma Crocetta è una personascomoda per l’attuale Pd equindi si cerca ogni pretestoper metterlo da parte. Dall’a ltraparte c’è il premier e la retedi protezione viene mantenutasaldamente. Aggiungo chequesto modo di fare impediscedi chiarire le ombre gettatesu Napolitano. Bisognavadar modo ai diretti interessatidi fare luce sulle affermazioniche riguardano l’ex capo delloStato, per fugare qualunquesospetto. Questa secondavicenda è gravissima, non soloda un punto di vista di eticapubblica, ma da un punto divista politico: parliamo di fattiche hanno portato a un cambiodi governo e a un conflittointorno alla nomina di un generaledella Guardia di Finanza.E conosciamo il ruolo cheha avuto e continua ad averela Guardia di Finanza sulle indaginiper corruzione. Ripeto:il fatto che il ministro Boschiin Parlamento neghi lapossibilità di un chiarimentoa me sembra davvero moltoinquietante.

«La Germania ha adottato per la Grecia lo stesso modello di strangolamento e conquista praticato per la RDT. Se questo si realizzerà, sarà evidente che l'egemonia economica tedesca finora vigente in Europa si sta trasformando in aperta dittatura del capitale finanziario a guida tedesca. Scritto per

eddyburg

L'evoluzione delle ultime estenuanti "trattative" a Bruxelles - dopo il referendum del 5 luglio - sul destino greco ed europeo riafferma alcuni punti chiave della controversia iniziale: i responsabili dei vari organismi finanziari europei e tedeschi (Eurozona) non sono disposti ad alcun compromesso con un governo di sinistra che intende anche solo allentare la pressione sui paesi del sud europeo che soffrono la supremazia e lo strangolamento finanziario tramite la politica imposta dell'austerita'. E mette in evidenza il fatto che le forze dominanti non sono disposte a lasciare alcuno spazio per una qualsiasi "alternativa" all'interno del sistema europeo neoliberale.

I creditori internazionali e i gruppi di potere ad essi legati preferiscono tener in vita il proprio debitore anziche' amazzarlo (come ha minacciato il ministro delle finanze tedesche). Un "Grexit" avrebbe portato la Grecia di fatto all'insolvenza e ad un taglio del debito, che a sua volta avrebbe potuto destabilizzare tutta la zona Euro, lasciandola di nuovo alla speculazione finanziaria. Avrebbe inoltre potuto mettere a rischio la collocazione geopolitica della Grecia come avamposto sudorientale Usa nella Nato.
Quindi si e' fatto di tutto per destabilizzare il governo a guida Syriza, rifiutando ogni apertura ad uno sviluppo autonomo, ri-imponendo addirittura il controllo diretto della Troika, che dovrebbe vegliare sulle ulteriori "riforme". Con cio'cessera' ogni ultima parvenza di sovranita' nazionale.
Trovera' ora applicazione il modello tedesco della Treuhand (nome del programma di rapina imposto durante la seconda guerra mondiale nei territori europei orientali occupati militarmente), gia' proposto da Angela Merkel anni fa', quel modello di svendita con il quale il capitale occidentale si e'impadronito dell'intera economia tedesco-orientale (Rdt) in pochi anni (1990/94) distruggendola di fatto (e tutto il suo contesto di relazioni di scambio con i paesi dell'ex-blocco sovietico).
Questo tipo di privatizzazione verra' ora applicato alle infrastrutture e al patrimonio pubblico della Grecia e li trasferira' - in gran parte - direttamente in mano ai creditori. Sembra che Tsipras sia riuscito ad evitare il fondo lussemburghese ideato all'uopo dal Ministro Schaeuble, che ha suscitato qualche protesta anche da parte di altri vicini europei, ma la sostanza non cambia.

Siccome tutto questo e' in aperto contrasto con le direttive del programma di Syriza e con l'esito del recente referendum greco l'attuale coalizione di governo non potra' sopravvivere ad Atene e le neo-elezioni, che il governo tedesco auspica da tempo, sono all'orizzonte.

Se questo si realizzera' sara' evidente che l'egemonia economica tedesca finora vigente in Europa si sta trasformando in aperta dittatura del capitale finanziario a guida tedesca.
Il resto dell' Europa e soprattutto le sue sinistre vecchie e quelle nuove in fieri sono avvertite. Tertium non datur.
Riferimenti

Di Susanna Kuby vedi anxèche, su eddyburg, Riflessioni sul ricordo pubblico sull'Olocausto. L'autrice, ricercatrice con le università di Udine, Genova e Venezia, studiosa della cultura tedesca del Novecento, è particolarmente attenta all'evoluzionr culturale e politica nel secondo dopoguerra

Intervista a Daniel Cohn Bendit. «In momenti storici di questa gravità ci servirebbero uno Schumann, un de Gasperi, dei politici che in nome di un’idea e una visione dell’Europa fossero capaci di guidare i loro popoli. Ma se restiamo al rimorchio dei popoli...».

Corriere della Sera, 13 luglio 2015 (m.p.r.)

Parigi. «Coscienti o meno, stiamo andando verso un’Europa delle Nazioni, orientata dagli egoismi nazionali. La migliore prova di questa tendenza è stata il comportamento degli Stati europei di fronte al problema dei rifugiati. Not in my backyard, non nel mio cortile, questa è la posizione di molti Paesi membri, Francia compresa, riguardo ai migranti. La nozione di solidarietà è estranea al dibattito di questi giorni. Questa è l’Europa delle Nazioni». Apolide alla nascita in Francia nel 1945, tedesco a 14 anni, francese a 70 (dal 22 maggio scorso), Daniel Cohn-Bendit è uno di quegli europei che l’Europa ha davvero provato a farla, sulle barricate nel maggio ‘68 e da leader ecologista sui banchi del Parlamento di Strasburgo. In Per l’Europa! Manifesto per una rivoluzione unitaria (Mondadori), scritto assieme al liberale belga Guy Verhofstadt, Cohn-Bendit tre anni fa cercava di dare una scossa federalista. Oggi guarda deluso le sue capitali, Parigi e Berlino, dividersi sulla Grecia e quindi sul futuro del continente.

Come spiega la rigidità della Germania verso la Grecia? Cosa c’è nella storia tedesca che porta a questa chiusura?
«Oggi la politica tedesca è tutta rivolta all’opinione pubblica, che è a sua volta concentrata sugli interessi della Germania. Una politica contabile ispirata a una ideologia rigida: solo risanando i conti pubblici l’economia può funzionare, e il prezzo di questo risanamento va pagato».

Ma perché accade questo?
«Ci sono sicuramente delle ragioni storiche, la Germania del dopoguerra si è costruita sul Deutsche Mark, su una moneta forte, simbolo della sua rinascita. Ma se siamo arrivati fino a questo punto credo ci siano anche banalmente delle ragioni psicologiche, personali. I politici si comportano come dei bambini. “Ha cominciato lui, no lui, tu mi hai insultato, no sei stato tu”. Quel che i responsabili greci non hanno capito è che attaccando il ministro delle Finanze Schäuble hanno ottenuto l’effetto di mobilitare una parte dell’opinione pubblica tedesca contro di loro. C’è una parte di voglia di rivincita, il desiderio di dare una lezione, nella durezza e nella cattiveria della posizione del ministro Schäuble. “C’è un problema di fiducia”, dice, ma che vuol dire? Chi deve avere fiducia in chi? I francesi non hanno fiducia nei tedeschi quando si tratta, per esempio, di battersi contro l’integralismo islamico o contro l’Isis o quando si inviano truppe in Mali. Ogni Paese può dire ormai “non ho fiducia” in un altro Paese su un dato argomento».
Perché la Francia è così vicina alla Grecia in questo momento, a costo di mettere alla prova l’asse franco-tedesco?
«Anche François Hollande ha delle ragioni di politica interna. L’opinione pubblica francese è molto più filo-ellenica di quella tedesca».
Da cosa dipende questa differenza nelle opinioni pubbliche di Francia e Germania?
«Intanto prendere in contropiede la Germania piace molto a una parte dell’opinione pubblica francese, poi c’è da sempre in Francia questo lato di solidarietà con il più debole. La questione che si pone oggi è: Hollande, Renzi, Rajoy, Merkel e gli altri possono avere una visione storica, o una visione contabile? Se prevarrà una visione puramente contabile siamo perduti».
Renzi ha appena ripetuto appunto che l’Europa non può ridursi a una questione di conti e burocrazia.
«Ma allora Renzi si batta assieme a Hollande e Juncker, lotti duramente durante le riunioni. Negli incontri dei ministri delle Finanze l’Italia finora non ha fatto sentire abbastanza la sua voce».

Se la Germania è così severa, è perché punendo la Grecia vuole educare Francia e Italia?
«È quel che sostiene Varoufakis nell’intervento che ha scritto per il Guardian. Il tono è sbagliato ma l’analisi giusta: Schäuble vuole dare un esempio a tutti, perché i mercati sappiano che l’euro è una moneta forte, che l’Europa non ha paura di amputare un dito andato in cancrena affinché la mano resista».
Così com’è l’Europa non funziona, è ormai evidente. Questa crisi potrà essere trasformata in un’occasione di rilancio?
«Mi pare molto difficile. Guardiamo per esempio ai finlandesi, che hanno nel governo il partito dei “veri finlandesi”, l’equivalente della Lega italiana. Come possiamo fare una nuova Europa se al governo ci sono partiti simili alla Lega? In momenti storici di questa gravità ci servirebbero uno Schumann, un de Gasperi, dei politici che in nome di un’idea e una visione dell’Europa fossero capaci di guidare i loro popoli. Ma se restiamo al rimorchio dei popoli... Queste occasioni dimostrano che la vecchia teoria della sinistra, cioè che sono le masse a fare la Storia, non regge. Sono le personalità che fanno la Storia, e se queste non sono all’altezza, i popoli sono destinati a mancare l’appuntamento».
Anche i capi di Stato che denunciano regolarmente i pericoli del populismo ne sono ormai condizionati?
«Esattamente. Hanno paura, vogliono guadagnare due punti nei sondaggi, Merkel non vuole irritare i contribuenti tedeschi, Hollande vuole posizionarsi per le prossime elezioni. Tutti hanno un’agenda nazionale. Solo questo conta».

Il manifesto, 11 luglio 2015
La prima que­stione che la vicenda greca richiama riguarda una domanda che emerge pro­prio dalla stessa crisi: è pos­si­bile, nell’Europa attuale, un governo di sini­stra? Quello di Syriza è il primo governo di sini­stra nell’Unione Euro­pea. È sicu­ra­mente un caso par­ti­co­lare, di uno stato troppo debole e inde­bi­tato per eser­ci­tare, al momento, un governo com­piu­ta­mente auto­nomo. Ma la natura dell’Ue lascia pen­sare che se anche un governo di sini­stra si affer­masse in paesi più forti e meno sot­to­po­sti al con­trollo della Troika, le dif­fe­renze con il caso greco sareb­bero di grado, non di sostanza.

Il governo Tsi­pars è riu­scito in poco tempo a costruire una forte ege­mo­nia interna, come hanno san­cito la vit­to­ria del No e il fatto che le prin­ci­pali oppo­si­zioni abbiano dovuto deci­dere di soste­nerlo nelle trat­ta­tive con l’Europa. Que­sto è già molto, ed è raro. Solo alcuni governi latino-americani sono riu­sciti negli ultimi anni a uti­liz­zare il governo per costruire ege­mo­nia, sven­tando gra­zie a que­sta ege­mo­nia ten­ta­tivi di golpe, pro­prio com’è acca­duto a Syriza nelle ultime set­ti­mane (il refe­ren­dum ha momen­ta­nea­mente fer­mato il ten­ta­tivo euro­peo di rove­sciare il governo). Mai, invece, que­sta ope­ra­zione ege­mo­nica è riu­scita a un governo euro­peo di centro-sinistra, che di solito crolla nei con­sensi nel giro di settimane.

Nello stesso tempo, ciò che Syriza sta riu­scendo a otte­nere da una posi­zione di governo – che, nel con­te­sto dato, è il mas­simo che potesse otte­nere – è piut­to­sto lon­tano dai suoi obiet­tivi ori­gi­nari. L’Unione euro­pea rende sostan­zial­mente impos­si­bile la rea­liz­za­zione di pro­grammi redi­stri­bu­tivi, la ripresa di un signi­fi­ca­tivo inter­vento pub­blico in eco­no­mia, una poli­tica indu­striale, e per­fino poli­ti­che di soste­gno alla povertà (che cini­ca­mente la mano dell’Ue can­cella con la penna rossa dalle pro­po­ste di Atene). Si tratta di rea­li­smo, non di ideo­lo­gia: il pro­gramma di Syriza era un pro­gramma rifor­mi­sta, ma anche que­sto sem­bra irrealizzabile.

Come ren­derlo realizzabile?

I par­titi della sini­stra radi­cale in Europa hanno acqui­sito un’ottica di governo: vogliono gover­nare, da soli o se neces­sa­rio in coa­li­zione. Come la situa­zione greca mette in luce, nell’attuale con­te­sto euro­peo la rea­liz­za­zione di un pro­gramma di sini­stra è quasi impos­si­bile. Si può scom­met­tere sul fatto che la vit­to­ria di Syriza abbia aperto un ciclo poli­tico che porti le sini­stre a vin­cere in Spa­gna, in Irlanda, in Por­to­gallo e poi magari in Ita­lia, e che in que­sta situa­zione i rap­porti di forza si modi­fi­chino al punto da poter cam­biare la costi­tu­zione mate­riale dell’Ue.

Ma ciò può anche non suc­ce­dere. È impen­sa­bile, allora, che una sini­stra che aspira al governo si ponga il pro­blema di una «exit stra­tegy»? Se l’Europa rende impos­si­bile qual­siasi poli­tica key­ne­siana e redi­stri­bu­tiva, l’appartenenza all’Eurozona dev’essere con­fer­mata a ogni costo? Anche se la rispo­sta è affer­ma­tiva, la domanda non può essere, rea­li­sti­ca­mente, elusa. Una forza nego­ziale si costrui­sce anche sulla base di alter­na­tive per­cor­ri­bili. Che non pos­sono però riguar­dare un solo paese, ma impli­cano la costru­zione di un vasto sistema di alleanze inter­na­zio­nali alter­na­tive, o com­ple­men­tari, a quelle attuali.

In secondo luogo. Non c’è solo l’Unione euro­pea a para­liz­zare l’azione dei governi. Lo fanno anche il capi­tale finan­zia­rio e quello pro­dut­tivo. Gli Stati sono total­mente dipen­denti dai mer­cati finan­ziari. Una poli­tica non gra­dita a que­sti ultimi ver­rebbe col­pita da attac­chi spe­cu­la­tivi e dal man­cato finan­zia­mento del debito pub­blico. Le imprese, nazio­nali o stra­niere, hanno poi il potere di rea­gire a poli­ti­che redi­stri­bu­tive o favo­re­voli al lavoro con la minac­cia dello spo­sta­mento della pro­du­zione, come hanno fatto da ultimo gli arma­tori greci.

Come si può rea­li­sti­ca­mente affron­tare que­sta dop­pia minaccia?

La «sini­stra di governo» deve costruire un’alternativa agli attuali stru­menti di finan­zia­mento del debito, e deve pen­sare a come costruire una nuova eco­no­mia pub­blica, una nuova capa­cità di inter­vento diretto dello Stato nell’economia pro­dut­tiva, che con­tem­pli anche la pro­prietà diretta delle imprese (in forme sicu­ra­mente inno­va­tive). È l’unico modo per dotarsi di una capa­cità di rea­zione alla minac­cia di «esodo» del set­tore pri­vato. Sto­ri­ca­mente si è assi­stito a ciclici con­flitti tra Stato e capi­tale. Biso­gna imma­gi­nare le forme con­tem­po­ra­nee di tale conflitto.

Infine, è pos­si­bile che della crisi eco­no­mica in corso abbiamo visto solo la prima parte. Lo spo­sta­mento a Est del cen­tro dell’economia mon­diale rende sta­bile la crisi di cre­scita delle eco­no­mie occi­den­tali. Vista l’attuale redi­stri­bu­zione della pro­du­zione e dei ser­vizi a livello inter­na­zio­nale, biso­gna pren­dere atto del fatto che le società occi­den­tali stanno spe­ri­men­tando una «decre­scita» for­zata della pro­du­zione e dei livelli di vita.

Ana­lisi rigo­rose sulla disoc­cu­pa­zione tec­no­lo­gica evi­den­ziano poi come l’automazione e la robo­tiz­za­zione stiano for­te­mente ridu­cendo, dopo l’occupazione manuale, quella intel­let­tuale. È pos­si­bile che nei pros­simi due decenni tassi di disoc­cu­pa­zione del 30% (secondo stu­diosi seri come Ran­dall Col­lins, anche del 40 o 50%) diven­tino nor­mali, per­ché l’innovazione tec­no­lo­gica non si ferma. Come affron­tare que­sti pro­blemi? È pos­si­bile pro­get­tare sistemi sociali ad alto svi­luppo tec­no­lo­gico in cui il lavoro sia ampia­mente redi­stri­buito e sia comun­que garan­tito a tutti il red­dito neces­sa­rio per una vita digni­tosa? Come farlo? La ridu­zione dell’orario di lavoro e il red­dito di cit­ta­di­nanza potreb­bero richie­dere appli­ca­zioni molto più estese e radi­cali di quelle a cui si pensa attualmente.

Que­sti due aspetti – crisi di cre­scita e aumento della disoc­cu­pa­zione tec­no­lo­gica – fanno anche dire a un altro impor­tante scien­ziato sociale, Imma­nuel Wal­ler­stein, che il capi­ta­li­smo andrà incon­tro a una crisi siste­mica nell’arco di 30 anni, anche per il fatto che nes­suno Stato, dopo gli Usa, avrà la forza suf­fi­ciente per costruire uno sta­bile ordine mon­diale. Abbiamo di fronte, poten­zial­mente, sce­nari di que­sta portata.

Fino a 30 anni fa, la sini­stra era anti­ci­pa­zione, la destra con­ser­va­zione e difesa. Da trent’anni la sini­stra si difende. Riu­sciamo a costruire con­flitti impor­tanti solo per difen­dere diritti con­so­li­dati. Di solito li per­diamo. La sini­stra di governo deve rico­min­ciare ad anti­ci­pare i cam­bia­menti, prima che si mani­fe­stino come emer­genza. Biso­gna appro­fon­dire nel det­ta­glio tutte le varia­bili in gioco e dotarsi di pro­grammi di governo rea­li­stici. Rea­li­stico signi­fica ade­guato alla radi­ca­lità dei muta­menti in corso.

La società è sot­to­po­sta a un movi­mento for­tis­simo, pro­ba­bil­mente desti­nato a cre­scere. Tutto è in gioco: gli assetti eco­no­mici e sociali, le forme della poli­tica, le strut­ture isti­tu­zio­nali, i rap­porti tra le cul­ture. Per poter essere parte di que­sto movi­mento e can­di­darsi addi­rit­tura a gui­darlo, la sini­stra deve tor­nare a incar­nare un intero modello di società.

«I 28 leader che si riuniscono a Bruxelles domenica assieme ai vertici delle istituzioni europee non dovranno semplicemente superare le proprie posizioni, ma sormontare gli ostacoli strutturali creati dai loro predecessori andando oltre l’ortodossia dei tecnocrati e negoziando un processo per conciliare i legittimi imperativi di 28 democrazie nazionali».

La Repubblica, 10 luglio 2015 (m.p.r.)

Gli dei fanno prima impazzire coloro che vogliono distruggere. In questo caso li fanno annoiare. I vertici dell’eurozona sulla Grecia si moltiplicano, ogni volta annunciati come “l’ultima occasione” e gli europei ormai sono quasi in preda alla narcolessia. Sonnecchiamo sul sedile del passeggero anche mentre l’auto cade nel burrone. Ma non c’è niente da fare. Se i capi di governo dell’Ue non trovano una via d’uscita in occasione del vertice di emergenza convocato per questa domenica, il prossimo lunedì il progetto di integrazione europea potrebbe iniziare a disfarsi. Se pensate che in gioco ci sia solo il futuro della Grecia, be’, pensateci due volte.

Il problema è che la cronica incapacità dell’Eurozona di fare qualcosa che non sia tirare a campare non è semplicemente frutto di politiche sbagliate e di una leadership debole, che abbondano da ogni parte, governo greco, governo tedesco e istituzioni europee e internazionali inclusi. Ma le cause sono ben più profonde, radicate nella debolezza strutturale del progetto europeo già decenni fa. La maggioranza dei politici responsabili di queste debolezze ormai sono morti o vivono un’arzilla terza età. Sotto molti aspetti i leader di oggi sono intrappolati nella logica perversa delle istituzioni create dai loro predecessori. Sarà necessario uno straordinario balzo di coraggio e creatività per superarlo.
Se mi chiedete chi sono i due primi responsabili della crisi dell’Eurozona di cui la Grecia è solo la manifestazione più estrema, vi direi l’ex presidente francese François Mitterrand e Giulio Andreotti. Furono loro due che, subito dopo la caduta del muro di Berlino, costrinsero il cancelliere Helmut Kohl ad accettare il programma che avrebbe portato all’unione monetaria europea, offrendo in cambio, obtorto collo, il sostegno all’unificazione tedesca, ma senza accettare l’unione fiscale necessaria al funzionamento della moneta unica. «La storia recente, non solo in Germania», disse Kohl dall’alto del suo sapere, «c’insegna che è assurdo attendersi di poter mantenere nel lungo periodo l’unione economica e monetaria in assenza di unione politica». Come aveva ragione!
Questo non è che uno dei tanti peccati originali dell’eurozona. La Francia e l’Italia chiesero l’impegno nei confronti della moneta unica, ma fu la Germania a scrivere gran parte delle regole - ed erano regole tedesche, improntate all’ossessione della lotta all’inflazione e studiate per gli scenari macroeconomici di un’epoca diversa. Dato che si trattava soprattutto di un progetto politico e Francia e Italia dovevano essere parte dell’Eurozona fin dall’inizio, si ebbe una sorta di effetto domino al contrario. Se l’Italia era dentro, allora doveva entrare anche la Spagna, e poi il Portogallo e via così fino alla Grecia, uno stato profondamente clientelare e non toccato dalla modernizzazione. La Grecia non avrebbe mai dovuto aderire all’unione monetaria che, a sua volta, non sarebbe dovuta partire, neppure limitatamente a un gruppo più ristretto di economie compatibili, almeno fino a che non si fossero affrontati i peccati originali strutturali.
Il vecchio re Kohl sperava che, come era più volte accaduto nell’Europa post 1945, l’integrazione economica avrebbe finito per catalizzare la necessaria integrazione politica. Ma finora non è andata così. Con lo svanire della memoria della guerra, dell’occupazione e della dittatura l’opinione pubblica in tutto il continente - non da ultimo nella stessa Germania - ha sviluppato un atteggiamento più pragmatico, scettico o del tutto disincantato riguardo al progetto europeo. La soluzione proposta per sanare il cosiddetto deficit democratico dell’Ue, ossia conferire maggiori poteri al parlamento europeo a elezione diretta, quindi presentare Spitzenkandidaten, candidati alla presidenza della Commissione Europea scelti dai partiti, non ha funzionato. Molte volte negli ultimi mesi ho chiesto a platee di persone andate alle urne se avessero intenzionalmente votato per uno degli Spitzenkandidaten e quasi nessuno ha risposto di sì. La teoria è una cosa, la pratica un’altra.
Quindi qualunque opinione abbiate del comportamento di Alexis Tsipras Alexis Tsipras, non ha senso far finta che Jean-Claude Juncker goda di una legittimazione democratica europea maggiore in confronto al primo ministro greco. La realtà della democrazia europea resta nazionale: la sfera pubblica europea non è cresciuta molto rispetto a quando ho iniziato a studiare e a girare l’Europa 40 anni fa. Esistono pubblicazioni dirette a un pubblico ridotto e colto in tutto il continente, ma la maggior parte della gente in Europa si ferma ai media nazionali, anche quando la lingua è comune. A Vienna mi hanno spiegato quanto sia diverso il tono con cui i media austriaci trattano l’argomento Grecia rispetto ai media tedeschi.
Quindi non esiste una sola Grecia, bensì 28 grecie diverse, a seconda del paese in cui siete. La grecia estone o lituana sarebbe pressoché irriconoscibile agli occhi degli italiani, figuriamoci dei greci. Analogamente non c’è una sola Germania bensì 28 - e pochi tedeschi riconoscerebbero il proprio paese nella “Germania” dei quotidiani greci. Queste narrazioni in netto contrasto sono alimentate dai politici di ogni paese che emergono da ogni vertice di Bruxelles strombazzando i loro successi e attribuendo ogni partita persa ad altri governi o alle malefiche istituzioni europee. Il ministro degli esteri belga ha ironizzato sul fatto di essere l’unico a non poter dare la colpa a Bruxelles (perché è anche la sede del suo governo).
John Stuart Mill ha scritto che l’unità dell’opinione pubblica necessaria al funzionamento del governo rappresentativo non può aversi tra gente che manca di senso di comunità, soprattutto se si parlano lingue diverse. L’Europa non l’ha ancora smentito. Nelle scorse sei settimane sono stato in sei paesi diversi riscontrando dolorosamente l’assenza, tra di loro, di un senso di comunità. Contrapporre la democrazia alla tecnocrazia è ormai un cliché. Purtroppo la verità è ancora più amara, perché nell’Eurozona è presente il peggio di entrambi i termini. Istituzioni come la Commissione Europea e l’Fmi mostrano alcune delle pecche (nonché delle virtù) della tecnocrazia, inclusa la tendenza ad aderire a ortodossie irrealistiche, a un’economia a taglia unica.
Ma se parliamo dei leader europei allora lo scontro è tra democrazia e democrazia. Subito dopo il no greco di domenica scorsa Tsipras ha celebrato “la vittoria della democrazia” le Termopili rivisitate e corrette in modello agitprop. Ma, benché Angela Merkel non discenda direttamente da Pericle, è un leader in tutto e per tutto democratico quanto Tsipras e egualmente soggetto ai limiti imposti dall’interesse nazionale e (cosa spesso più importante) dalle emozioni nazionali. Così i 28 leader che si riuniscono a Bruxelles domenica assieme ai vertici delle istituzioni europee non dovranno semplicemente superare le proprie posizioni, ma sormontare gli ostacoli strutturali creati dai loro predecessori andando oltre l’ortodossia dei tecnocrati e negoziando un processo per conciliare i legittimi imperativi di 28 democrazie nazionali. Se falliranno, non solo la Grecia, ma l’intero progetto europeo precipiteranno in una crisi ancor più grave. La crisi esistenziale finirà per essere colta come kairos , l’oppotunità di azione decisiva? Da europeo lo spero, da analista ne dubito.

Traduzione di Emilia Benghi

La ringrazio molto signor presidente.

Onorevoli deputati, è un onore per me parlare in questo vero e proprio tempio della democrazia europea. La ringrazio molto per l'invito. Sono onorato di affrontare i rappresentanti eletti dei popoli d'Europa, in un momento critico sia per il mio paese-per la Grecia e per la zona euro e l'Unione europea nel suo insieme, come bene.

Mi trovo in mezzo a voi, solo pochi giorni dopo la forte verdetto del popolo greco, seguendo la nostra decisione di permettere loro di esprimere la propria volontà, a decidere direttamente, ad adottare una posizione e di prendere attivamente parte ai negoziati per quanto riguarda il loro futuro. Solo pochi giorni dopo la loro forte verdetto insegnarci a rafforzare i nostri sforzi per raggiungere una soluzione socialmente giusta e finanziariamente sostenibile al greco problema, senza gli errori del passato che ha condannato l'economia greca, e senza l'austerità perpetua e senza speranza che ha intrappolato l'economia in un circolo vizioso di recessione, e la società in una depressione duratura e profonda. Il popolo greco fatto una scelta coraggiosa, sotto pressioni senza precedenti, con le banche erano chiusi, con la maggior parte dei media che cercano di terrorizzare la gente che un NO votazione porterebbe a una rottura con l'Europa.

È il mio piacere essere in questo tempio della democrazia, perché credo che noi siamo qui per ascoltare prima gli argomenti e poi giudicare tali argomenti. "Mi Colpisci, ma prima mi ascolta".

La scelta coraggiosa del popolo greco non regge per una pausa con l'Europa, ma per un ritorno ai principi fondanti dell'integrazione europea, i principi di democrazia, solidarietà, rispetto reciproco e uguaglianza.

Si tratta di un messaggio chiaro che l'Europa: il nostro comune progetto europeo, l'Unione europea, o sarà democratica o si troveranno ad affrontare enormi difficoltà di sopravvivenza, viste le condizioni difficili che stiamo vivendo.

La trattativa tra il governo greco e ai suoi partner, che sarà completata a breve, cerca di riaffermare il rispetto dell'Europa per regole operative comuni, così come il rispetto assoluto per la scelta democratica del nostro popolo.

Il mio governo e io, personalmente, è salito al potere circa cinque mesi fa. Ma i programmi di soccorso sono in vigore per circa cinque anni. Mi assumo la piena responsabilità di ciò che è accaduto nel corso di questi cinque mesi. Ma tutti noi dovremmo riconoscere che la responsabilità principale per le difficoltà che l'economia greca sta vivendo oggi, per le difficoltà che l'Europa sta vivendo oggi, non è il risultato di scelte fatte negli ultimi cinque mesi, ma nei cinque anni di programmi di attuazione che non è finita la crisi. Voglio assicurarvi che, a prescindere dalla propria opinione se gli sforzi di riforma erano giuste o sbagliate, resta il fatto che la Grecia, e il popolo greco, ha fatto uno sforzo senza precedenti per regolare nel corso degli ultimi cinque anni. Estremamente difficile e dura. Questo sforzo ha esaurito la capacità di resistenza del popolo greco.

Naturalmente questi sforzi non solo si svolgono in Grecia. Hanno preso posto altrove, come pure - e mi rispettano pienamente lo sforzo di altre nazioni e governi che hanno dovuto affrontare, e decidere misure difficili - in molti paesi europei, dove sono stati attuati programmi di austerità. Tuttavia, in nessun altro posto erano questi programmi così difficile e di lunga durata come in Grecia. Non sarebbe esagerato dire che il mio paese è stato trasformato in un laboratorio sperimentale di austerità per gli ultimi cinque anni. Ma dobbiamo tutti ammettere che l'esperimento non è riuscito.

Negli ultimi cinque anni, la disoccupazione alle stelle, la povertà è salito alle stelle, l'emarginazione sociale è cresciuto enormemente, così come il debito pubblico, che prima del lancio dei programmi era 120% del PIL, ed è attualmente il 180% del PIL. Oggi la maggior parte di popolo greco, a prescindere dalle nostre valutazioni, questa è la realtà e dobbiamo accettarlo, sentono di non avere altra scelta che combattere per uscire da questo corso senza speranza. Ed è questo desiderio, espresso nel modo più diretto e democratica che noi, come governo, siamo chiamati a contribuire a realizzare.

Cerchiamo un accordo con i nostri partner. Un accordo, però, che porterà ad una fine definitiva alla crisi. Che darà speranza, che alla fine del tunnel, c'è la luce. Un accordo che prevede affidabili e necessarie riforme, nessuno si oppone a questa, ma che si sposterà l'onere di coloro che hanno davvero la capacità di spalla - e che, nel corso degli ultimi cinque anni, sono stati protetti dai governi precedenti e non farsi carico - che è stato messo interamente sulle spalle dei lavoratori, dei pensionati, quelli che non possono più sopportare. E, naturalmente, con le politiche redistributive che andrà a beneficio delle classi medie e basse in modo che una crescita equilibrata e sostenibile può essere raggiunta.

La proposta che sottoponiamo ai nostri partner comprende:
- Riforme credibili, sulla base, come ho detto prima, l'equa distribuzione degli oneri, e con il possibile effetto minimo di recessione.
- La richiesta di un'adeguata copertura dei fabbisogni di finanziamento a medio termine del paese, con un programma di crescita forte e front-caricato; se non ci concentriamo su un programma di crescita, quindi non vedremo mai la fine della crisi. Il nostro primo obiettivo deve essere quello di combattere la disoccupazione e incoraggiare l'imprenditorialità,
-e naturalmente, la richiesta di un impegno immediato per iniziare un dialogo sincero, una discussione significativa per affrontare il problema della sostenibilità del debito pubblico.

Non ci possono essere problemi di tabù tra di noi. Dobbiamo affrontare la realtà e cercare soluzioni a questa realtà, a prescindere da quanto sia difficile queste soluzioni possono essere.

La nostra proposta è stata presentata al all'Eurogruppo, per la revisione durante il vertice di ieri. Oggi, stiamo inviando una richiesta al meccanismo europeo di sostegno. Noi abbiamo commesso, in un paio di giorni, per fornire tutte le specifiche per quanto riguarda la nostra proposta, e spero che riusciremo a soddisfare le esigenze di questa situazione critica nei prossimi giorni, sia per il bene della Grecia, come pure come per il bene della zona euro. Direi, soprattutto, non solo per ragioni finanziarie, ma anche per il bene geopolitico dell'Europa.

Voglio essere molto chiaro su questo punto: le proposte del governo greco per finanziare i suoi obblighi e ristrutturare il proprio debito non sono destinati ad ulteriore onere del contribuente europeo. Il denaro dato alla Grecia-siamo onesti, in realtà mai raggiunto il popolo greco. E 'stato dato il denaro per salvare i greci ed europei banche-ma non è mai andato al popolo greco.

Inoltre, da agosto 2014, la Grecia non ha ricevuto alcuna rate di erogazione in base al piano di salvataggio sul posto fino alla fine del mese di giugno, le rate che ammontano a 7,2 miliardi di euro. Non sono state concesse da agosto 2014, e vorrei sottolineare che il nostro governo non era al potere da agosto 2014 a gennaio 2015. Le rate non sono stati erogati perché il programma non è stato attuato. Il programma non è stato attuato in quel periodo (vale a dire, agosto '14 -Jan. '15) -non A causa di questioni ideologiche, come avviene oggi, ma proprio perché il programma allora, come ora, mancava il consenso sociale. A nostro avviso, non è sufficiente per un programma sia corretto, è importante anche perché sia ​​possibile realizzare, che consenso sociale esiste affinché possa essere attuato.

Onorevoli deputati del Parlamento, allo stesso tempo, che la Grecia stava negoziando e rivendicando 7200000000 € di erogazioni, la Grecia ha dovuto rimborsare a le stesse istituzioni che stavamo per impetrare la erogazioni-rate del valore di 17,5 miliardi di euro. Il denaro è stato pagato dalle magre finanze del popolo greco.

Onorevoli deputati, a dispetto di quello che ho detto, io non sono uno di quei politici che sostengono che "stranieri cattivi" sono responsabili per la noia del mio paese. La Grecia è sull'orlo del fallimento, perché i precedenti governi greci hanno creato uno stato clientelare per molti anni, hanno sostenuto la corruzione, hanno tollerato o addirittura sostenuto l'interdipendenza tra la politica e l'élite economica e l'evasione fiscale su grandi quantità di ricchezza è stato lasciato incontrollato. Secondo uno studio del Credit Suisse, il 10% dei greci in possesso di 56% della ricchezza nazionale. E che il 10% dei greci, nel periodo di austerità e di crisi, sono stati lasciati intatti, essi non hanno contribuito agli oneri come il restante 90% dei greci hanno contribuito. I programmi di soccorso e il memorandum non ha neppure tentato di affrontare questi grandi ingiustizie. Invece, li aggravate, purtroppo. Nessuna delle riforme presunti programmi d'ordine, purtroppo, ha migliorato il meccanismo di riscossione delle imposte che è crollato, nonostante il desiderio di qualche "illuminato", così come giustamente spaventato, funzionari pubblici. Nessuna riforma presunti affrontato il triangolo famigerato di corruzione che è stato istituito nel nostro paese molti anni fa, prima della crisi, tra l'establishment politico, gli oligarchi e le banche. Nessun riforme hanno migliorato il funzionamento e l'efficienza dello Stato, che ha imparato a operare per servire interessi particolari piuttosto che il bene comune. E, purtroppo, le proposte per affrontare questi problemi sono ora sotto i riflettori. Le nostre proposte si concentrano sulle riforme reali, che mirano a cambiare la Grecia. Le riforme che i governi precedenti, la vecchia guardia politica, così come chi guida i piani Memoranda, non volevo vedere implementata in Grecia. Questa è la semplice verità. Trattare in modo efficace con la struttura oligopolistica e le pratiche di cartello nei singoli mercati - tra cui il mercato televisivo non regolamentata e inspiegabile - il rafforzamento dei meccanismi di controllo in materia di entrate pubbliche e il mercato del lavoro per combattere l'evasione fiscale e l'evasione, e modernizzare la Pubblica Amministrazione costituiscono priorità di riforma del nostro governo . E, naturalmente, ci aspettiamo che i nostri partner 'accordo su queste priorità.

Oggi, veniamo con un mandato forte da parte dei cittadini greci e con la ferma determinazione di non scontrarsi con l'Europa, ma a scontrarsi con gli interessi acquisiti nel nostro paese, e con le logiche e gli atteggiamenti stabilito che affondavano la Grecia in crisi, e stiamo mettendo un peso per l'Eurozona, pure.

Onorevoli deputati,

L'Europa è a un bivio critico. Ciò che noi chiamiamo la crisi greca non è che l'incapacità generale della zona euro per un trovare una soluzione definitiva a una crisi del debito autosufficiente. In realtà, questo è un problema europeo, e non un problema esclusivamente greca. E un problema europeo richiede una soluzione europea.

Storia europea è piena di conflitti, ma alla fine della giornata, di compromessi, anche. Ma è anche una storia di convergenza e l'allargamento. Una storia di unità, e non di divisione. Ecco perché si parla di una Europa unita, cerchiamo di non permettere che diventi un'Europa divisa. Attualmente stiamo chiamati a raggiungere un compromesso praticabile e onorevole al fine di evitare una rottura storica che ribaltare la tradizione di un'Europa unita.

Sono certo che tutti noi apprezziamo la gravità della situazione e che risponderemo di conseguenza; ci assumeremo la nostra responsabilità storica.

Grazie.
Riferimenti
Qui Potere VEDERE e Ascoltare i l il video del discorso in diretta di Alexis Tsipras, con la contemporanea traduzione in italiano

«Dopo il referendum. Il rifiuto greco del memorandum interroga gli altri paesi del sud dell'Europa. Se la sinistra italiana non saprà rispondere alla sfida lanciata da Atene il nostro default politico sarebbe totale». Il manifesto, 8 luglio 2015

Non si è trat­tato di una sfida tra demo­cra­zia e tec­no­cra­zia, bensì tra due con­ce­zioni di demo­cra­zia, tra due visioni poli­ti­che. Non è vero infatti che sia stata la troika a imporre l’austerità, sono stati i governi degli Stati — legit­ti­ma­mente eletti — a dele­gare alle isti­tu­zioni finan­zia­rie il com­pito di attuare le misure eco­no­mi­che di stampo neo­li­be­ri­sta volon­ta­ria­mente decise dagli Stati stessi in sede europea.

Visioni incon­ci­lia­bili

I Trat­tati e i rei­te­rati accordi tra i paesi mem­bri dell’Unione euro­pea (dal Six-Pack al Fiscal com­pact al Two-Pack) sono le fonti nor­ma­tive che hanno gene­rato le misure di rigore euro­pee. Il governo greco — anch’esso legit­ti­ma­mente eletto — chiede ora di cam­biare, denun­cia l’insuccesso delle misure di auste­rità sin qui seguite che hanno por­tato molti paesi ad un passo dal tra­collo, hanno impe­dito la ripresa, non sono riu­scite ad affron­tare le que­stioni che strut­tu­ral­mente carat­te­riz­zano la debo­lezza eco­no­mica dei sin­goli paesi. In que­sto qua­dro c’è poi la que­stione spe­ci­fica della Gre­cia, il cui debito è un osta­colo per ogni pos­si­bile ripresa del paese.

Ciò che ha impe­dito l’accordo tra i diciotto Stati dell’eurozona non è stato il debito, bensì le incon­ci­lia­bili visioni di poli­tica eco­no­mica. È que­sta la vera que­stione che il governo greco e ora anche il suo popolo ci pongono.

Incam­mi­narsi verso l’ignoto

Il No greco al memo­ran­dum dei cre­di­tori e all’ideologia da que­sto espresso rap­pre­senta il rifiuto di un modello di svi­luppo. Ci carica di respon­sa­bi­lità inter­ro­gan­doci sulla nostra con­ce­zione di demo­cra­zia, sul rap­porto tra diritti e mer­cato, sull’idea di società. Ci invita ad abban­do­nare il noto (le poli­ti­che sin qui seguite) per incam­mi­narci verso l’ignoto (almeno in Europa: negli Stati uniti la ripresa c’è stata pro­prio gra­zie all’abbandono delle poli­ti­che recessive).

Una sfida straor­di­na­ria. Sapremo in grado di raccoglierla?

Quel che può dirsi e che non baste­ranno le astu­zie o i ten­ta­tivi di addol­cire le poli­ti­che sin qui seguite. La Gre­cia ci ha mostrato che non si può pun­tare su un’«austerità espan­siva», ma è neces­sa­rio pun­tare ad una rot­tura di continuità.

Ciò vuol dire cam­biare i Trat­tati e gli accordi che defi­ni­scono le poli­ti­che eco­no­mi­che e sociali tra Stati. Vuol dire risco­prire un’Europa poli­tica e sociale, pren­dere sul serio quel che è pur scritto nel pre­am­bolo della Carte dei diritti dell’Unione euro­pea («L’Unione pone la per­sona al cen­tro della sua azione»), ma che è stato tra­volto dal domi­nio arro­gante e disu­mano delle poli­ti­che di mercato.

È evi­dente che un’impresa così grande non è nella dispo­ni­bi­lità di un solo paese o di un pic­colo popolo, per quanto orgo­glioso e con­sa­pe­vole possa essere. Ed è anche per que­sto che il refe­ren­dum greco ci inter­roga diret­ta­mente e asse­gna ai popoli e a tutti gli Stati euro­pei una respon­sa­bi­lità immensa.

Niente egoi­smi nazionali

L’obiettivo di cam­biare i Trat­tati e far adot­tare poli­ti­che sociali alle isti­tu­zioni euro­pee (com­prese quelle finan­zia­rie e ban­ca­rie) potrà essere rag­giunto solo a seguito di una dif­fi­cile e respon­sa­bile lotta poli­tica da svol­gere in Europa. Non si potrà con­ce­dere nulla al popu­li­smo, nep­pure a quello radi­cale che tanto alletta parte della sini­stra. Non ci si potranno for­mare alleanze spu­rie con gli anti­eu­ro­pei­sti, nazio­na­li­sti, gli egoi­smi nazio­nali di varia natura.

Non si potrà fare affi­da­mento nep­pure sulle grandi social­de­mo­cra­zie, che potranno pur cam­biare e alla fine dare una mano, ma solo se costrette. I paesi del sud d’Europa dovreb­bero essere le più inte­res­sate a cam­biare: oltre la Gre­cia, la Spa­gna. La vit­to­ria di Pode­mos può essere un tas­sello deci­sivo in que­sta stra­te­gia. Poi il Por­to­gallo, chissà che ne sarà dell’ondivaga Fran­cia. E l’Italia?

La dele­ga­zione più folta

Se si guarda al nostro paese oggi non c’è da essere otti­mi­sti. Non c’è nes­suno che sia in grado di rap­pre­sen­tare con ade­guata forza le istanze del cam­bia­mento reale. Saremo anche pieni di buone inten­zioni e, a volte, per­sino gene­rosi. Ma c’è egual­mente da dispe­rare: la dele­ga­zione più folta che ha festeg­giato la vit­to­ria del refe­ren­dum ad Atene era quella ita­liana. Per forza, cia­scuno rap­pre­sen­tava se stesso! Per la Ger­ma­nia c’era la Linke, per la Spa­gna Pode­mos, per l’Irlanda Sinn Fein, e così via. Per l’Italia un eser­cito diviso di per­so­na­lità disor­ga­niz­zate e indistinte.

Ora vera­mente non c’è più tempo. Se noi ita­liani non sapremo rispon­dere alla sfida che è stata lan­ciata dalla Gre­cia rischiamo di com­pro­met­tere una stra­te­gia di riscatto dei popoli euro­pei. Un debito che poi non potremmo mai più resti­tuire e il nostro default poli­tico sarebbe totale.Un No che ci carica di responsabilità

Dopo il referendum. Il rifiuto greco del memorandum interroga gli altri paesi del sud dell'Europa. Se la sinistra italiana non saprà rispondere alla sfida lanciata da Atene il nostro default politico sarebbe totale

Postilla

Ma che cos'è "la sinistra italiana"? riusciamo a vederne un po' se guardiamo le persone, ma se guardiamo i partiti non ne vediamo nulla.
«Sognavo un’Italia pulita, invece è ancora Nera. Al popolo piace l’uomo forte, il cesarismo. Così si spiegano Berlusconi e Renzi. Non è per questo che abbiamo combattuto». Silvia Truzzi intervista lo scrittore, che va vissuto una lunga stagione con gli occhi aperti.

Il Fatto Quotidiano, 8 luglio 2015

L’appuntamento è al Castello di Lisignano: “La famiglia di mia moglie ci abita da oltre cento anni. Il primo inquilino era stato un messo del Barbarossa, nel XII secolo”. In questa storia comincia tutto molto tempo fa.

Angelo Del Boca, novanta primavere portate con invidiabile leggerezza, aspetta su una panchina, all’ombra di un albero, di fronte alle mura fortificate di questa dimora antica, sulla strada dei castelli piacentini: è da poco uscito Nella notte ci guidano le stelle, diario partigiano scritto oltre settant’anni fa. “La mia è una famiglia nobile. Intorno al 1200 nasce nella zona di Boca, a Borgomanero, vicino a Novara. Erano proprietari terrieri. Il mio bisnonno ha avuto 22 figli. Uno era un prete eccezionale con tre lauree, nominato Cavaliere del Regno d’Italia. Aveva intuito che le acque minerali sarebbero state un grande business, come si dice oggi. Consigliò lui a mio nonno di acquistare le fonti di Crodo: con le acque fondò un impero, ora lo stabilimento è della Campari. Lì mio padre aprì un albergo. Sventuratamente nel ‘24, l’anno prima che nascessi, ha venduto tutto e ha comprato dei buoni del Tesoro: trent’anni dopo erano carta straccia”.

Dov’è cresciuto?

A Novara: mio padre, grazie a Dio, aveva comprato una grande casa, dove abbiamo vissuto per molti anni. Lì ho scritto il mio primo romanzo, uscito per Einaudi, L’anno del giubileo, che ha vinto anche il premio Saint-Vincent. Era il 1948, in palio c’erano 300 mila lire e tra i concorrenti c’era Moravia. Ho fatto gli studi a Novara, mi sono diplomato e poi mi sono iscritto al primo anno di Lettere, a Torino. Subito dopo è scoppiata la guerra.
Quali erano gli umori politici in casa?

Le mie sorelle erano molto fasciste. Una era maestra elementare, ma era stata presa dal Fascismo, incaricata di fare un giornale per i soldati al fronte. Invece mia mamma era antifascista, proprio di quelle che sputavano sul quadro di Mussolini che era in cucina, appeso da mia sorella. E mio padre era sostanzialmente impolitico.
Dopo l’8 settembre si arruola a Salò?
Non proprio. Mia madre mi aveva consigliato di lasciare Novara. Andai da certi miei parenti nel Modenese: lì trovai un mio cugino che stava organizzando una brigata partigiana. Ma i fascisti hanno arrestato mio padre: quando il soldato era renitente, prendevano il padre. Era il loro ricatto. Ho preso il primo treno e mi sono presentato. Immediatamente mi hanno spedito in Germania: nella Foresta Nera stavano organizzando le divisioni di Graziani, addestrate dai tedeschi benissimo. Lì ho imparato a fare il soldato: ci sono stato sette mesi, un addestramento durissimo, nella neve, mangiando quasi niente. Siamo tornati in Italia in luglio. Dopo Verona, Mussolini è venuto a trovarci in Germania. Ricordo che mentre ci passava in rassegna, il Duce ha detto: “Non andrete a combattere contro i partigiani, andrete a combattere contro gli americani e gli inglesi”. Una falsa promessa.

Nessuno voleva combattere contro i propri fratelli?

Nessuno, a parte qualche fanatico privo di senso dell’onore. A un certo punto ci mandano ad assediare una formazione partigiana, qui vicino a Bobbio. In quei giorni accade un episodio che m’induce a disertare. Ero già deciso ad andarmene, perché ero già partigiano prima che mi portassero in Germania. Durante un combattimento con i partigiani, rimangono feriti due o tre ragazzi di cui uno giovanissimo. Era ferito a una gamba, una sciocchezza. Un mio ufficiale – voglio fare nome e cognome – si chiamava Longarotti, tenente Longarotti, l’ha ucciso fracassandogli il cranio con gli scarponi. La prima reazione è stata sparargli, ma poi ho pensato: ammazzano me e finisce. Mi sono detto “con gli assassini non rimango più…”.
Lei non aveva mai ucciso?

Probabilmente durante i combattimenti. Però mai uno contro uno. Ho chiesto a un parroco di mettermi in contatto con una formazione partigiana cui mi potessi unire. Sono andato di notte con dieci miei compagni che avevo convinto. Però non sono rimasto con loro: erano della divisione Cichero, comunisti, e non mi hanno trattato bene. Ero allievo ufficiale, come studente universitario, loro pensavano che fossi un ufficiale: “Te non ti vogliamo, i tuoi ragazzi, se vogliono rimanere, possono”. Invece sono tutti venuti con me. Così torniamo a Bobbio, dove troviamo un comandante partigiano, Italo Londei. Era maestro, aveva fatto la campagna di Russia e la guerra in Grecia. Aveva grande esperienza, era un uomo di grandissima umanità. I comunisti della Cichero mi avevano tolto tutti i vestiti, a Bobbio ero arrivato in ciabatte, con una tuta legata insieme dagli stracci. Italo mi ha rivestito, e con lui ho cominciato a fare il partigiano.
In che periodo siamo?
Siamo nel settembre-ottobre del ‘44. Alla fine di dicembre – ero diventato uno dei capi della brigata – il comandante mi dice: “Scendi in pianura per procurare denaro, medicinali e viveri”. I viveri ho fatto in fretta: sono andato in una fattoria e ho rubato cento vacche.
Rubato?
Diciamo prelevato. Ho prelevato cento vacche dalla corte di un fascista. Abbiamo attraversato il fiume in una zona che ancora sto male a pensarci. Andavo nelle farmacie e dicevo: datemi quello che potete. Tenevamo una specie di registro e lasciavamo delle “ricevute”. Scrivevamo: il tale ci ha dato dieci vacche, gli verranno ripagate. Dopo la guerra tutti sono stati risarciti completamente. Anche quello delle vacche.
L’ha rivisto?
Per Dio! Sì. Una volta mi ha fatto una scenata anche nella piazza di Agazzano. L’ho insultato anch’io, gli ho gridato “fascista”.
Torniamo alla missione di recupero viveri.

L’ho raccontata perché la sera di San Silvestro del ‘44 è stata la prima volta che ho messo piede in questo castello. Lo ricordo come fosse ieri. Arrivo e mi accoglie un’atmosfera cupissima. Mi dicono: “Fai piano, la figlia del proprietario sta morendo”. Per venti giorni non l’ho vista. Sapevo che stava migliorando, poi l’ho incontrata un giorno sulla scala. Maria Teresa. Era bellissima. Aveva otto anni più di me, aveva fatto studi di medicina, era già una donna. La malattia al cuore le era venuta perché aveva attraversato il Trebbia in gennaio dopo che avevano distrutto il ponte, a nuoto. Aveva un castello… io non avevo niente, la mia unica proprietà era una bicicletta.
Però v’innamorate.
Subito, lì sulla scala. Lei teneva un diario e anch’io, coincidono perfettamente: mentre io mi innamoravo di lei, lei si innamorava di me. Anche se i genitori non erano tanto d’accordo, un anno e mezzo dopo la fine della guerra ci siamo sposati.
Perché il suo diario partigiano è rimasto nel cassetto per settant’anni?

Sulla Resistenza ho scritto altri due libri. Uno è il mio primo libro di racconti pubblicato da Einaudi, Dentro mi è nato l’uomo. Qualche anno dopo è uscito La scelta, con Feltrinelli: raccontava in maniera molto precisa, già da storico, la Resistenza. Questo diario mi sembrava semplice e ingenuo: l’ho scritto mentre c’era la guerra, ero un ragazzo. L’ho messo in un cassetto e l’ho dimenticato. Mimmo Franzinelli sapeva che avevo un testo nel cassetto e mi ha chiesto: “Perché non lo pubblichi per i settant’anni dalla Liberazione?”. Sono andato a rileggerlo e ho pianto. Non ho cambiato neanche una riga.


Lei ha sempre avuto posizioni molto forti soprattutto sull’“avventura coloniale” in Africa, rivelando anche l’uso dei gas.

Montanelli lo negava. Per trent’anni c’è stata una specie di lotta tra noi. Una lotta feroce, ogni volta che usciva un mio libro, Indro diceva: “Di nuovo Del Boca con le sue balle sui gas. Io c’ero in Africa e non ho mai sentito l’odore di mostarda”. Diceva così perché l’iprite sa di mostarda. Ma lui non aveva sentito odore di mostarda perché quando hanno cominciato a gettare i gas non era più al fronte, era in ospedale.

Perché Montanelli ha negato così pervicacemente?
Era innamorato della sua “avventura africana”. Era partito volontario, comandava un piccolo reparto di indigeni eritrei. Per trent’anni mi ha dileggiato. Poi gli ho proposto di mettere la cosa nelle mani di un mediatore. Insieme abbiamo scelto Susanna Agnelli, che allora era ministro degli Esteri e il generale Corcione, ministro della Difesa. Hanno fatto un’inchiesta stabilendo che avevo ragione io. Indro ha accettato la verità: “Le carte mi danno torto, mi arrendo. E chiedo scusa a Del Boca e ai lettori che ho infastidito”.
L’Italia è stata una potenza coloniale da operetta. Cosa che non si può dire di altri Stati europei, come la Francia: che effetto le fa oggi la chiusura sulle politiche migratorie?
Qualche settimana fa Alex Zanotelli e io abbiamo fatto un appello contro la guerra alla Libia: sarebbe la terza volta che entriamo in guerra contro la Libia. Non serve a niente: oggi la Libia è una polveriera, è troppo divisa. Soltanto Gheddafi era stato in grado di mantenere compatta questa nazione per 42 anni.
Lei è stato il biografo di Gheddafi.

Mi aveva raccontato che ogni anno faceva un viaggio nel Paese e andava a parlare con ogni capo tribù: con loro aveva un rapporto molto stretto e li teneva uniti. Soltanto un uomo come Gheddafi era in grado di tenere insieme questa nazione.
Che pensa del dibattito fascismo-antifascismo: è ancora inspiegabilmente vivo, forse anacronisticamente vivo.
Tutto dipende dall’amnistia Togliatti, terribile perché ha ripulito tutto quello che c’era da ripulire. Si ricorda quel Longarotti che aveva scassato il cranio di un ragazzino? L’ho rivisto dieci anni dopo la Liberazione e sa cosa faceva? Il magistrato ad Aosta. Lo avevano accusato di omicidio: l’ergastolo era stato tramutato in dieci anni e i dieci anni in nulla. Quella volta mi sono dovuto trattenere, lo stavo per picchiare.
La Resistenza è una guerra che hanno fatto in pochi e dopo hanno usato in molti. O no?
Non eravamo più di 150 mila. Hanno sfilato, da supposti partigiani, in 300 mila. Infatti io non sono andato alla sfilata: avevo saputo che andavano delle persone che non erano partigiani.
Altri Paesi europei hanno fatto molto più i conti con la loro Storia?

In Germania il dibattito è ancora vivo, ed è un dibattito serio, storico. Aveva ragione Giorgio Bocca quando diceva: “Ho fatto la guerra contro i fascisti perché ero convinto che si potesse eliminare il fascismo. Ma adesso ne sono molto meno convinto”. In fondo l’italiano è molto fascista.
Piace l’uomo forte, l’attitudine al comando?

Sì e questo spiega il successo di Berlusconi prima e di Renzi ora. Piace il cesarismo, piace quest’uomo che gridava “rottamo tutti”. Piace l’uomo forte, l’uomo che decide, l’uomo che non ha dei tentennamenti.
Era questa l’Italia che v’immaginavate sulle montagne?
No, assolutamente. Ho scritto un articolo subito dopo la Liberazione per il giornale di Piacenza. L’ho riletto molti anni più tardi e mi sono dato dell’ingenuo. L’Italia che immaginavo io era un’Italia così depurata, così pulita. Ma erano sogni.
Chi sostiene le ragioni dell’amnistia dice che dopo le guerre c’è sempre bisogno di una pacificazione.
Anche in Francia hanno fatto un’amnistia, però è servita per qualche migliaio di persone. Da noi è servita a decine di milioni: tutta la popolazione era fascista. Dopo la guerra c’è stata una stagione di grande fervore, anche intellettuale, si è cominciato a ricostruire il Paese. Con foga, con convinzione e testardaggine. Accanto a questo la Costituente è riuscita, con un grande sforzo di mediazione, a produrre una carta fondamentale, che ha retto fino ad oggi nonostante gli urti e le spallate. Pare che tutti quelli che arrivano al governo vogliano toccare la Costituzione. È pazzesco.
Lei ha fatto anche il giornalista.

Per trent’anni. Sono stato inviato speciale alla Gazzetta del Popolo, dal 1950 al ‘68. Poi al Giorno sono stato caporedattore centrale. Mi ha chiamato Italo Pietra, che era stato partigiano come me. Il caporedattore del giornale era molto bravo ma aveva fatto una sciocchezza: una sera è andato via prima e nella notte due treni si sono scontrati a Voghera con cinquanta morti. La notizia è uscita su La Stampa e non sul Giorno: così sono stato chiamato io. Sono rimasto lì fino all’81, quando ho deciso di andarmene perché mi avevano offerto un posto di insegnante all’Università di Torino.
Cosa ricorda dell’esperienza dei quotidiani?
La prima parte è stata la più bella: per vent’anni sono stato inviato speciale e godevo di un’assoluta libertà. Avevo vinto dei premi, avevo già scritto libri: mi lasciavano fare quello che volevo. E quindi se dicevo: voglio andare in Etiopia a raccontare la guerra vista dagli etiopici, mi rispondevano “Parti subito!”. Sono andato in India, in Vietnam, in Giappone…
In Vietnam durante la guerra?

Di guerre ne ho fatte tante: l’Algeria, l’Angola, l’Egitto, il Sudan. La peggiore è stata il Vietnam: mi sono trovato molte volte in condizioni incredibili, ho pensato di non farcela. Ti ammazzavano anche in camera da letto. Nei miei viaggi ho incontrato anche persone incredibili.
Per esempio?
Madre Teresa. È stata un’esperienza stupenda, ho vissuto con lei un’intera giornata, dalle 4 del mattino fino a sera, nella sua missione a Calcutta. Aveva una forza d’animo incredibile. Dovevo vincere gli attacchi di vomito quando lei puliva i malati di lebbra. Era una donna tranquilla, semplice, veniva da una famiglia poverissima. Ma era intelligentissima: insieme abbiamo incontrato un architetto che le sottoponeva un progetto per la missione. Lei era preparatissima, gli suggerì ogni sorta di migliorie.

Riferimenti

Alcuni scritti di Angelo Del Boca sono inseriti nel vecchio archivio di eddyburg nella cartella Italiani Brava Gente.

«La ferocia liberista della socialdemocrazia europea» e «È il tracollo del socialismo europeo»: sono i titoli degli articoli di Marco Bascetta e Marco Revelli che sintetizzano con efficacia il dramma dell'Unione europea. Liberare lo scenario dai rottami della sinistra del secolo breve è forse il passo essenziale da compiere per combattere vittoriosamente il neoliberismo, fase finale del capitalismo.

Il manifesto, 7 luglio 2015

LA FEROCIA LIBERISTA DELLA SOCIALDIMOCRAZIA EUROPEA

di Marco Bascetta

Le due ali politiche istituzionali fanno a gara per imporre i memorandum della Bce e del Fmi all’Europa. E chiudono gli occhi di fronte all’esercizio della democrazia che viene dalla Grecia
Il volto gri­gio e tirato di Mar­tin Schulz, pre­si­dente dell’Europarlamento, costretto a bal­bet­tare il suo com­mento «isti­tu­zio­nale» al risul­tato del refe­ren­dum greco è forse l’immagine più vivida dello stato in cui versa quella che fu la social­de­mo­cra­zia europea. Solo poche ore prima, a urne ancora aperte, era inter­ve­nuto, con un gesto inam­mis­si­bile per il ruolo che rico­pre, a soste­gno dello schie­ra­mento del sì. Per poi, una volta scon­fitta la sua «parte», offrire, inde­cen­te­mente, un soste­gno «umanitario» alla Grecia.

Herr Schulz, le cui dimis­sioni dovreb­bero essere cosa scon­tata, rispec­chia tut­ta­via pie­na­mente l’idea di demo­cra­zia pre­va­lente nelle segre­te­rie delle for­ma­zioni social­de­mo­cra­ti­che euro­pee. Il suo par­tito, la Spd, si è speso tanto acca­ni­ta­mente in favore del rigore e delle poli­ti­che di auste­rità da osta­co­lare per­fino quel tanto di aper­ture che la can­cel­liera Angela Mer­kel avrebbe potuto azzar­dare in alcune fasi del nego­ziato con Atene.

Nean­che per un istante la diri­genza social­de­mo­cra­tica, in buona com­pa­gnia di ita­liani e fran­cesi, si è disco­stata, sia pur di poco, da quello schema che pone al cen­tro della costru­zione euro­pea il rap­porto tra debi­tori e cre­di­tori e il rispar­mio a disca­pito dei red­diti e dei diritti. Cosic­ché oggi la social­de­mo­cra­zia tede­sca è tagliata fuori, per eccesso di zelo, (e per for­tuna) da qua­lun­que pos­si­bile ruolo nella ripresa di un nego­ziato con Atene. Come una can­ti­lena, ormai stan­tia, si limita a ripe­tere che il refe­ren­dum greco ha reso la ricerca di una solu­zione ancora più dif­fi­cile, per non dire impos­si­bile. Ma si guarda bene dall’aggiungere che que­sta «dif­fi­coltà» altro non è che il rifiuto di Syriza di gover­nare secondo regole ostili o indif­fe­renti alla volontà dei gover­nati, come sarebbe auspi­ca­bile secondo la gover­nance europea.

L’Europa sarebbe insomma minac­ciata da una over­dose di demo­cra­zia che rischia di legare le mani dei governi. E non è un caso che nell’Italia delle «riforme» si lavori a ren­dere sem­pre più dif­fi­col­toso il ricorso allo stru­mento refe­ren­da­rio, suscet­ti­bile di scom­pa­gi­nare i gio­chi dell’esecutivo. Oltre che sociale, la socialdemocrazia ha dunque cessato anche di essere democratica.

Resta così, nel ruolo sem­pre più pate­tico e impro­ba­bile di «pon­tiere», la figura più pal­lida e impo­po­lare che i par­titi socia­li­sti d’Europa abbiano mai espresso: Fra­nçois Hollande. Mezzo medi­ter­ra­neo e mezzo gover­nante sem­pre più in bilico di una grande nazione deci­siva per l’Unione euro­pea, ma del tutto subal­terno a quella visione tede­sca del Vec­chio con­ti­nente, che un tempo pre­oc­cu­pava non poco i governi di Parigi. La Francia, da tempo, più che una soluzione è diventata una parte rilevante del problema.

È il paese che ha votato no alla Costi­tu­zione poli­tica euro­pea, affos­san­done defi­ni­ti­va­mente per­fino l’idea, ma che in nes­sun modo si è poi spesa nel cor­reg­gerne la costi­tu­zione mate­riale, ossia i rap­porti di forze eco­no­mici e gli assetti gerar­chici che ne con­fi­gu­rano l’equilibrio: «No alla Costi­tu­zione, si ai Memo­ran­dum», que­sta la lieta novella che pro­viene da Parigi. Nel repub­bli­ca­ne­simo fran­cese si anni­dano molti più sen­ti­menti anti­eu­ro­pei di quanti se ne pos­sano incon­trare dalle parti di Atene. E non è sor­pren­dente che nel suo seno pro­speri e si svi­luppi una forza come il Front Natio­nal di Marine le Pen. Né che la social­de­mo­cra­zia fran­cese si riveli del tutto inca­pace di farvi in alcun modo fronte.

Sotto un velo reto­rico sem­pre più sot­tile e tra­spa­rente l’Unione va tra­sfor­man­dosi in un tavolo nego­ziale tra crip­to­scio­vi­ni­smi di potenza dise­guale, con l’entusiastica ade­sione delle social­de­mo­cra­zie in costante declino di cre­dito elet­to­rale. Affan­nato e petu­lante, truc­cando spu­do­ra­ta­mente i numeri del «suc­cesso», il nostro Pd par­te­cipa alla gara nelle seconde file. La «prio­rità dell’interesse nazio­nale» non è più l’evocazione impro­nun­cia­bile di una sto­ria obbro­briosa, ma un buon argo­mento da cam­pa­gna elettorale. In un sif­fatto con­te­sto in cui l’ipocrisia si fa neces­sità sto­rica, diventa essen­ziale soste­nere che il «no» uscito trion­fante dal refe­ren­dum greco è un no all’Europa e una delle molte insor­genze «popu­li­ste» o «ros­so­brune» che minano la costru­zione euro­pea e aprono sull’ignoto.

Sem­bre­rebbe esservi una sin­go­lare teo­ria che cir­cola da qual­che tempo nei prin­ci­pali media euro­pei e nel dibat­tito pub­blico. Se una volta anda­vano in gran voga gli «oppo­sti estre­mi­smi» ora sem­bra venuto il tempo dei «con­ver­genti estre­mi­smi» che, da destra e da sini­stra, allean­dosi fra loro, pun­tano a demo­lire la sta­bi­lità del Vec­chio con­ti­nente e a inde­bo­lirne le auree regole. Ogni voce cri­tica viene auto­ma­ti­ca­mente attri­buita a que­sto inquie­tante sce­na­rio. Non manca nem­meno chi anno­vera Alba dorata tra i soste­ni­tori di Tsi­pras, comun­que ricor­ren­te­mente assi­mi­lato al Front natio­nal, al Movimento5 stelle o ai nazio­na­li­sti polac­chi. Natu­ral­mente in com­pa­gnia del temu­tis­simo Podemos.

Que­sta opera di disin­for­ma­zione ha rag­giunto il paros­si­smo alla vigi­lia del refe­ren­dum in Gre­cia. Il quale espri­meva invece un punto irri­nun­cia­bile, riba­dito con gran­dis­sima insi­stenza: la per­ma­nenza nell’Unione euro­pea e la crea­zione di con­di­zioni tali da non far dipen­dere que­sta appar­te­nenza da un rap­porto tra cre­di­tori e debi­tori uni­ver­sal­mente rico­no­sciuto come insostenibile. Ciò che risulta vera­mente indi­ge­ri­bile dell’esperienza greca è appunto il suo con­vinto euro­pei­smo. Il quale minac­ce­rebbe non tanto i trat­tati euro­pei quanto gli inte­ressi nazio­nali (sovente più ideo­lo­gici che con­ta­bili) degli stati che gover­nano di fatto l’Unione.

Se di «salto nel buio» si deve par­lare non è certo rife­ren­dosi alla mossa refe­ren­da­ria di Tsi­pras, quanto alla capar­bia difesa di uno squi­li­brio che sta spia­nando la strada alle peg­giori forme di nazio­na­li­smo, alle quali la social­de­mo­cra­zia euro­pea risponde facen­dosi a sua volta por­ta­voce «ragio­ne­vole» dell’«interesse nazio­nale». E’ que­sta la deriva che sta minac­ciando l’Europa e che la crisi greca non ha certo pro­dotto, ma piut­to­sto chia­ra­mente rivelato.

E’ IL TRACOLLO DEL SOCIALISMO EUROPEO

di Marco Revelli

La valanga di «No» non è solo una vit­to­ria del governo e del popolo greco. E’ una vit­to­ria di tutti gli euro­pei che non hanno voluto smet­tere di cre­dere nella democrazia.

La paura è stata scon­fitta. Cla­mo­ro­sa­mente. Il ten­ta­tivo di semi­nare il ter­rore nell’elettorato da parte dei prin­ci­pali espo­nenti delle isti­tu­zioni euro­pee, a comin­ciare dal gover­na­tore della Bce Mario Dra­ghi (che togliendo l’ossigeno finan­zia­rio alle ban­che e al popolo greco si è assunto una respon­sa­bi­lità per­so­nale gra­vis­sima), è fal­lito. Occor­re­vano dav­vero degli «eroi ome­rici» per resi­stere a quel ricatto, e sono stati all’altezza della loro sto­ria migliore. Hanno dimo­strato che anche in tempi di crisi della poli­tica, la «grande poli­tica» è pos­si­bile. Per­ché è «grande poli­tica» mostrare che la pra­tica della demo­cra­zia è pos­si­bile, in un con­te­sto euro­peo che sem­bra aver dimen­ti­cato que­sto valore, e di fronte a oli­gar­chie che non la tol­le­rano e non per­dono occa­sione per dimo­strarlo. Ed è «grande poli­tica» aver mostrato - da quella che potrebbe appa­rire un’estrema peri­fe­ria del con­ti­nente e che invece se ne rivela il vero cen­tro - che l’architettura su cui si basa l’Unione euro­pea non regge. Che va cam­biata dalla radice. Pena la fine dell’Europa.

Dopo que­sto voto Ale­xis Tsi­pras assume sta­tura e ruolo di lea­der euro­peo. Quel «ragazzo», come lo chia­mano affet­tuo­sa­mente in patria, rap­pre­senta tutti gli euro­pei - e sono dav­vero tanti - che non si rico­no­scono in que­sta gestione inu­mana, arro­gante, egoi­stica e irre­spon­sa­bile da parte di coloro che - in nome di un dogma fal­li­men­tare - hanno por­tato l’Europa sull’orlo del disa­stro, tra­den­done gli ideali fon­da­tivi, ren­den­dola odiosa agli occhi del suo stesso popolo. Dovremo d’ora in poi gri­darlo forte, tutti insieme, con un coro trans­na­zio­nale, che l’Europa è troppo impor­tante per lasciarla nelle mani di oli­gar­chi di tal fatta. Di figure dal pro­filo tre­men­da­mente basso, inca­paci di visione, di sguardo, chiuse nella pic­ci­ne­ria di un’esistente inso­ste­ni­bile nel futuro, anche nel più vicino, di fronte alle quali spicca, per dif­fe­renza, la gran­dezza del gesto di Yanis Varou­fa­kis - l’eroe di piazza Syn­tagma, l’uomo accla­mato dal popolo del «No», un vin­ci­tore indi­scusso - che si dimette per favo­rire un accordo che va nell’interesse del pro­prio popolo. Per togliere anche un bri­ciolo di alibi ad avver­sari ran­co­rosi e nella sostanza meschini, in una situa­zione che è, con tutta evi­denza, durissima.

Il voto greco rivela anche il cata­stro­fico col­lasso del socia­li­smo euro­peo. La presa di posi­zione del vice-cancelliere tede­sco Gar­briel, schie­rato addi­rit­tura alla destra della Mer­kel a fare il lavoro sporco per lei – a riba­dirne la «peda­go­gia impe­ria­li­sta» di cui nel suo stesso paese è accu­sata (Der Spie­gel) -, è qual­cosa di ancor più tra­gico del cele­bre voto dei cre­diti di guerra nel 1914, per­ché segna una assi­mi­la­zione ormai senza più resi­dui. La dichia­rata fine di un’identità poli­tica. Così come la ver­go­gnosa posi­zione assunta da Mar­tin Schultz, offen­siva dello stesso par­la­mento euro­peo che dovrebbe rap­pre­sen­tare, esem­pio dell’abisso in cui è caduta la social­de­mo­cra­zia tede­sca ma anche dell’incapacità di rico­prire con dignità un ruolo isti­tu­zio­nale che dovrebbe essere rap­pre­sen­ta­tivo di tutti. Un par­la­mento degno di que­sto nome non dovrebbe esi­tare nem­meno un giorno a chie­derne le dimis­sioni. Per non par­lare delle posi­zioni assunte dal pre­si­dente del con­si­glio ita­liano Mat­teo Renzi: la sua imba­raz­zante per­for­mance di fronte alla can­cel­liera Mer­kel, gra­tuita forma di ser­vi­li­smo a danno degli stessi inte­ressi ita­liani, è il sim­bolo di un defi­ni­tivo degrado poli­tico, cul­tu­rale e morale. Che ne vani­fica ogni pos­si­bile aspi­ra­zione da «media­tore» di alcunché.

Da oggi inco­min­cia una nuova sto­ria per tutte le sini­stre euro­pee, a comin­ciare dalla nostra. I greci hanno aperto una brec­cia. Con­tro di loro si sca­ri­cherà la voglia di ven­detta degli scon­fitti, ancora incre­duli della pro­pria scon­fitta per­ché fidu­ciosi nell’onnipotenza dei pro­pri mezzi. Ten­te­ranno di con­ti­nuare a usarli quei mezzi di dis­sua­sione di massa. Ten­te­ranno di pro­lun­gare il vero e pro­prio asse­dio di tipo medie­vale che hanno pra­ti­cato nell’ultima set­ti­mana. Strin­ge­ranno ancora la gar­rota al collo dei greci per ten­tare di pie­garne i nego­zia­tori. Sta a tutti noi essere all’altezza del com­pito. Per­ché adesso tocca a noi fare la nostra parte, rom­pendo quell’assedio.

Facendo sen­tire forte la voce della vera Europa. Mobi­li­tan­doci per­ché è della nostra stessa pelle che si tratta.

Mambiailmondo, 6 luglio 2015

"Il referendum di domenica 5 luglio resterà nella storia come un momento unico in cui una piccola nazione europea si è ribellata alla stretta del debito. Come tutte le lotte per i diritti democratici, anche questo rifiuto storico dell’ultimatum dell’Eurogruppo del 25 giugno ha il suo prezzo. E’ quindi essenziale che il grande capitale elargito al nostro governo da questo splendido NO sia investito immediatamente in un SI' per una risoluzione adeguata – in un accordo che preveda la ristrutturazione del debito, meno austerità, ridistribuzione a favore dei bisognosi, e riforme reali.

Subito dopo l’annuncio dei risultati del referendum, sono stato messo al corrente di una certa preferenza da parte di alcuni partecipanti all’Eurogruppo, e ‘partner’, per la mia … ‘assenza’ da queste riunioni; un’idea che il Primo Ministro ha giudicato potenzialmente utile per trovare un accordo. Per questo lascio il Ministero delle Finanze oggi.

Considero un mio dovere aiutare Alexis Tsipras a sfruttare, come gli sembra opportuno, il capitale che il popolo greco ci ha accordato attraverso il referendum di ieri. E io porterò con orgoglio il disprezzo dei creditori.

Noi della sinistra sappiamo come agire collettivamente, iincuranti per i privilegi che derivano delle cariche. Sosterrò pienamente il Primo Ministro Tsipras, il nuovo ministro delle Finanze e il nostro governo. Lo sforzo sovrumano per rendere onore al coraggioso popolo greco, e al formidabile OXI (NO) che hanno affidato ai democratici di tutto il mondo, è appena cominciato, "

Il testo inglese

Like all struggles for democratic rights, so too this historic rejection of the Eurogroup’s 25th June ultimatum comes with a large price tag attached. It is, therefore, essential that the great capital bestowed upon our government by the splendid NO vote be invested immediately into a YES to a proper resolution – to an agreement that involves debt restructuring, less austerity, redistribution in favour of the needy, and real reforms.


Soon after the announcement of the referendum results, I was made aware of a certain preference by some Eurogroup participants, and assorted ‘partners’, for my… ‘absence’ from its meetings; an idea that the Prime Minister judged to be potentially helpful to him in reaching an agreement. For this reason I am leaving the Ministry of Finance today.

I consider it my duty to help Alexis Tsipras exploit, as he sees fit, the capital that the Greek people granted us through yesterday’s referendum. And I shall wear the creditors’ loathing with pride.

We of the Left know how to act collectively with no care for the privileges of office. I shall support fully Prime Minister Tsipras, the new Minister of Finance, and our government.
The superhuman effort to honour the brave people of Greece, and the famous OXI (NO) that they granted to democrats the world over, is just beginning."
Sono tante le ragioni per vergognarsi d'essere italiani. Quella offerta dalla vicenda raccolta (spero che si sia messo i guanti nel farlo) dall'autore di questa nota supera l'immaginabile. Se riuscite ad aprire il filmato fuggirete anche voi.

La Repubblica online, blog "Articolo 9", 4 luglio 2015. con postilla

Un amico newyorchese mi manda questa fotografia, chiedendomi cosa sia successo all'Italia.

Questo amico ama moltissimo Eataly, e ci va spesso «to buy some of their fantastic produce, mortadella and fresh mozzarella». Ma certo non si aspettava di trovare, nel settore dedicato alla pasta, una statua originale del secondo Quattrocento proveniente dal Duomo di Milano, buttata nel mezzo della sala dentro una scatola di plexiglass. In effetti questa fotografia illustra la mercificazione del patrimonio culturale italiano meglio di un intero volume dedicato all'argomento.

Perché la preziosa opera d'arte di un museo italiano deve decorare il negozio di un privato? Ed è opportuno che un'opera d'arte del passato (per giunta di soggetto sacro) venga estratta da un museo per essere straniantemente inscatolata in mezzo alla pasta e alla mortadella? Domande retoriche, visto che la mostra Tesoro d'Italia replica questo modello su vastissima scala, mescolando capolavori dei musei pubblici a opere private, e addirittura a opere in vendita (come la robbiana appoggiata per terra che si vede in questo incredibile filmato).

Molti pensano che questo sia un modo per avvicinare «la gente» all'«arte». Io credo che sia solo un modo per piegare il patrimonio artistico bene comune agli interessi commerciali dei nuovi padroni del vapore. Padroni a cui quelle opere d'arte interessano solo come strumenti del proprio marketing: presentando questo incredibile prestito, Oscar Farinetti parlò di una statua di Santa Lucia incinta, fraintendendo, fantozzescamente, la veste tardogotica allacciata sotto il seno, e ignorando evidentemente tutto della storia della vergine siracusana in generale, e di questa statua in particolare. Naturalmente non è questo il punto: ma dovrebbe far riflettere il fatto che chi parla continuamente di bellezza non ha in realtà la minima idea di quella bellezza.

Lo sfruttamento dell'arte da parte dei potenti di turno è una storia antica, ma la Costituzione italiana aveva messo le premesse di un futuro diverso, indicando un uso dell'arte del passato che fosse indirizzato verso la conoscenza, l'uguaglianza, il pieno sviluppo della persona umana. Ma era un'altra Italia. Oggi, anche agli occhi di un newyorkese è evidente che Eataly si è mangiata Italy.

Postilla
C'è da domandarsi con quale coraggio persone che tollerano questa demolizione del nostro patrimonio culturale, o addirittura vi collaborano, mostrino di indignarsi da quelle compiute dai barbari dell'Isis.

Qualche idea ragionevole per tutti, e soprattutto per quanti, servizievoli verso il mondo del potere globale, accusano Tsipras di demagogia dimostrando così di preferire l'oligarchia alla democrazia.

La Repubblica, 28 giugno 2015

«Il referendum è lo strumento della sovranità popolare, che veniva utilizzato nell’età antica. Chi lo critica si mette dalla parte degli oligarchi». Luciano Canfora ha indagato da studioso del mondo classico le origini e i cambiamenti delle nostre democrazie, spiegandoci nelle sue opere come nel tempo siano andati evolvendosi i rapporti tra i cittadini e chi detiene il potere.

Com’era il referendum nel mondo antico?«Nell’Atene del V secolo a. C. il referendum non aveva senso: le decisioni erano prese dall’assemblea popolare. Qui due volte al mese si tenevano delle assemblee ordinarie nelle quali i cittadini votavano per alzata di mano e decidevano sulla loro rappresentatività. La repubblica romana invece era aristocratica: si votava per centurie e le classi ricche vincevano sempre».

Quando nasce storicamente l’esigenza di far partecipare il popolo alla vita pubblica?
«Aristotele spiega bene che in origine solamente in pochi prendevano parte alla vita politica della polis. Erano i signori a comandare. Solo quando s’introdusse un salario minimo anche le persone comuni poterono iniziare a partecipare attivamente».

Si può ricorrere al referendum per una questione così importante come l’accettazione del piano Ue sulla Grecia?
«Non solo si può, ma si deve. Nella storia d’Italia ci sono un paio di referendum che ci hanno segnato per sempre: quello per la Repubblica del 1946 e quello per il divorzio del 1974. E invece ora tutti si mettono a dare lezioni alla Grecia. Ma sono lezioncine in contrasto con l’idea di sovranità popolare. Sono reazioni oligarchiche»

Chiamare il popolo a decidere, non è un modo per abdicare alle proprie responsabilità politiche?
«No, tutt’altro. Se il concetto di sovranità popolare ha un senso, rimettersi al popolo è l’unica forma legittima».

Siamo di fronte ad una crisi delle democrazie rappresentative?
«Il modello della delega è logoro. Il referendum è un correttivo, un modo per restituire voce al cittadino comune. E’ una grande conquista, insieme al suffragio universale sicuramente una delle più grandi del Novecento. D’altra parte Jean-Jacques Rousseau diceva che il popolo inglese è libero soltanto durante l’elezione dei membri del parlamento, ma appena questi sono eletti ridiventa schiavo.

In momenti delicati, non è rischioso affidarsi alla pancia degli elettori?
«Chi pensa questo non ha fiducia nel popolo sovrano. In realtà la democrazia s’impara praticandola e non continuando a tenere il cittadino comune sotto tutela».

Greche e greci,
da sei mesi il governo greco conduce una battaglia in condizioni di asfissia economica mai vista, con l’obiettivo di applicare il vostro mandato del 25 gennaio a trattare con i partner europei, per porre fine all’austerity e far tornare il nostro paese al benessere e alla giustizia sociale. Per un accordo che possa essere durevole, e rispetti sia la democrazia che le comuni regole europee e che ci conduca a una definitiva uscita dalla crisi.

In tutto questo periodo di trattative ci è stato chiesto di applicare gli accordi di memorandum presi dai governi precedenti, malgrado il fatto che questi stessi siano stati condannati in modo categorico dal popolo greco alle ultime elezioni. Ma neanche per un momento abbiamo pensato di soccombere, di tradire la vostra fiducia.

Dopo cinque mesi di trattative molto dure, i nostri partner, sfortunatamente, nell’eurogruppo dell’altro ieri (giovedì n.d.t.) hanno consegnato una proposta di ultimatum indirizzata alla Repubblica e al popolo greco. Un ultimatum che è contrario, non rispetta i principi costitutivi e i valori dell’Europa, i valori della nostra comune casa europea. È stato chiesto al governo greco di accettare una proposta che carica nuovi e insopportabili pesi sul popolo greco e minaccia la ripresa della società e dell’economia, non solo mantenendo l’insicurezza generale, ma anche aumentando in modo smisurato le diseguaglianze sociali.

La proposta delle istituzioni comprende misure che prevedono una ulteriore deregolamentazione del mercato del lavoro, tagli alle pensioni, nuove diminuzioni dei salari del settore pubblico e anche l’aumento dell’IVA per i generi alimentari, per il settore della ristorazione e del turismo, e nello stesso tempo propone l’abolizione degli alleggerimenti fiscali per le isole della Grecia. Queste misure violano in modo diretto le conquiste comuni europee e i diritti fondamentali al lavoro, all’eguaglianza e alla dignità; e sono la prova che l’obiettivo di qualcuno dei nostri partner delle istituzioni non era un accordo durevole e fruttuoso per tutte le parti ma l’umiliazione di tutto il popolo greco.

Queste proposte mettono in evidenza l’attaccamento del Fondo Monetario Internazionale a una politica di austerity dura e vessatoria, e rendono più che mai attuale il bisogno che le leadership europee siano all’altezza della situazione e prendano delle iniziative che pongano finalmente fine alla crisi greca del debito pubblico, una crisi che tocca anche altri paesi europei minacciando lo stesso futuro dell’unità europea.

Greche e greci,
in questo momento pesa su di noi una responsabilità storica davanti alle lotte e ai sacrifici del popolo greco per garantire la Democrazia e la sovranità nazionale, una responsabilità davanti al futuro del nostro paese. E questa responsabilità ci obbliga a rispondere all’ultimatum secondo la volontà sovrana del popolo greco.

Poche ore fa (venerdì sera n.d.t.) si è tenuto il Consiglio dei Ministri al quale avevo proposto un referendum perché sia il popolo greco sovrano a decidere. La mia proposta è stata accettata all’unanimità.

Domani (oggi n.d.t.) si terrà l’assemblea plenaria del parlamento per deliberare sulla proposta del Consiglio dei Ministri riguardo la realizzazione di un referendum domenica 5 luglio che abbia come oggetto l’accettazione o il rifiuto della proposta delle istituzioni.

Ho già reso nota questa nostra decisione al presidente francese, alla cancelliera tedesca e al presidente della Banca Europea, e domani con una mia lettera chiederò ai leader dell’Unione Europea e delle istituzioni un prolungamento di pochi giorni del programma (di aiuti n.d.t.) per permettere al popolo greco di decidere libero da costrizioni e ricatti come è previsto dalla Costituzione del nostro paese e dalla tradizione democratica dell’Europa.

Greche e greci,
a questo ultimatum ricattatorio che ci propone di accettare una severa e umiliante austerity senza fine e senza prospettiva di ripresa sociale ed economica, vi chiedo di rispondere in modo sovrano e con fierezza, come insegna la storia dei greci. All’autoritarismo e al dispotismo dell’austerity persecutoria rispondiamo con democrazia, sangue freddo e determinazione.

La Grecia è il paese che ha fatto nascere la democrazia, e perciò deve dare una risposta vibrante di Democrazia alla comunità europea e internazionale. E prendo io personalmente l’impegno di rispettare il risultato di questa vostra scelta democratica qualsiasi esso sia. E sono del tutto sicuro che la vostra scelta farà onore alla storia della nostra patria e manderà un messaggio di dignità in tutto il mondo.

In questi momenti critici dobbiamo tutti ricordare che l’Europa è la casa comune dei suoi popoli. Che in Europa non ci sono padroni e ospiti. La Grecia è e rimarrà una parte imprescindibile dell’Europa, e l’Europa è parte imprescindibile della Grecia. Tuttavia un’Europa senza democrazia sarà un’Europa senza identità e senza bussola.

Vi chiamo tutti e tutte con spirito di concordia nazionale, unità e sangue freddo a prendere le decisioni di cui siamo degni. Per noi, per le generazioni che seguiranno, per la storia dei greci.

Per la sovranità e la dignità del nostro popolo.
Alexis Tsipras

(Traduzione di ad Aldo Piroso)
Il testo di una nobile lettera, contro i respingimenti dei rifugiati alla frontiera con l’Italia, del principale sindacato dei ferrovieri francesi, scelta e tradotta da Maria Cristina Gibelli

Il principale sindacato dei ferrovieri francesi si ribella alla politica di respingimento dei rifugiati in atto alla frontiera con l’Italia e scrive una lettera al Presidente della SNCF (l’azienda nazionale delle ferrovie francesi), ricordando a lui, e quindi anche a Hollande e al ministro dell’Interno Bernard Cazeneuve, che fra il 1942 e il 1944, durante il governo di Vichy, 76.000 ebrei francesi furono deportati nei campi di sterminio nazisti utilizzando i treni merci delle ferrovie dello stato; e ricordando altresì che molti furono gli episodi di eroismo dei ferrovieri in difesa dei deportati. Ieri si era costretti a viaggiare verso la morte, oggi si impedisce di viaggiare verso la vita (m.c.g.).

Signor Presidente,

la Federazione CGT dei ferrovieri le ha scritto per esprimere la sua ira quando lei è andato a presentare le sue scuse negli Stati Uniti presso le lobby americane a proposito del ruolo giocato dalle ferrovie francesi durante la seconda guerra mondiale. Abbiamo detto che certamente la SNCF ha partecipato al trasporto dei deportati verso i campi di concentramento per ordine del governo di Vichy, ma sarebbe stato opportuno ricordare anche quanti ferrovieri, in maggioranza militanti della CGT, sono stati uccisi, feriti o internati per aver opposto resistenza.

Il governo francese si è impegnato per un rimborso rilevante (a priori, 60 milioni di euro) nei confronti dei deportati ebrei, o dei loro discendenti residenti negli Stati Uniti. Fino ad allora, la direzione della Ferrovie dello stato si era difesa sulla base del principio della requisizione obbligatoria imposta dallo Stato francese in quel periodo oscuro della nostra storia. Ma non dimentichiamoci che dei ferrovieri sono stati mandati a morte per aver rifiutato di obbedire, altri hanno svolto questo ignobile compito sotto la minaccia delle armi, altri ancora hanno organizzato l’evasione dei deportati a rischio della loro vita e hanno ottenuto la qualifica di “Giusti”.

Oggi si stanno costituendo delle associazioni per portare aiuto ai migranti che arrivano dall’Africa o dal Medio Oriente. E anche in queste organizzazioni sono impegnati dei ferrovieri per lo più aderenti alla CGT. Queste donne, questi bambini, questi uomini, spesso giovani, fuggono la guerra, la carestia e la morte; vanno in esilio perché braccati in quanto oppositori politici di dittature.

Sappiamo tutti che la situazione catastrofica dalla quale fuggono i migranti ha la sua origine nel capitalismo mondializzato e nella avidità delle grandi multinazionali. Sappiamo tutti che le potenze economiche del “mondo dei ricchi”, per lo più occidentali, obbediscono ciecamente alle imprese transnazionali che commerciano con dittatori e oppressori. Anche la stessa SNCF non firma forse contratti con alcune monarchie del Golfo o con lo Stato di Israele malgrado la sorte che esso riserva al popolo palestinese violando le convenzioni dell’ONU?

Ecco perché, e con estrema urgenza, occorre accogliere questi migranti, garantire loro sicurezza, cura e asilo in Europa; perché anche noi francesi abbiamo delle responsabilità nei confronti della politica internazionale portata avanti dal nostro governo e da alcune imprese nazionali.

Contemporaneamente, apprendiamo che la stazione ferroviaria di Menton Garavan, alla frontiera italiana, funziona come un “parco dei migranti” controllato dalle forze dell’ordine, per organizzare il respingimento di questi poveretti. Apprendiamo che i dirigenti locali della SNCF si nascondono dietro le ordinanze della prefettura per mettere questo luogo sotto il controllo della polizia, tutto come 70 anni fa. Forse può apparire aneddotico, ma apprendiamo che queste persone sono in regola con la SNCF perché sono titolari di un biglietto ferroviario che non gli è neppure stato rimborsato, mentre il prezzo di un biglietto costituisce per loro un impegno enorme data la situazione di estrema precarietà.

Signor Presidente, fra qualche anno uno dei vostri successori andrà a presentare le sue scuse sul suolo africano? O il principio di requisizione verrà di nuovo utilizzato per coprire fatti ignobili? Vi poniamo solennemente questa domanda e vi chiediamo di porla ai signori Hollande, Valls e Cazeneuve, Fabius e Macron nei loro rispettivi ruoli.

Ci auguriamo che lei si ribelli e faccia rapidamente opposizione a queste procedure riprovevoli e che la nostra Società porti soccorso e assistenza ai migranti e dia loro il diritto di viaggiare, piuttosto che servire una politica europea e francese che non si assume le sue responsabilità e non trova risposte altro che la repressione e la chiusura delle frontiere.

In certi casi, la disobbedienza è un dovere.

L'immagine qui sotto rappresenta l'ingresso di bambini ebrei francesi ai vagoni piombati diretti verso i lager nazisti, in partenza dalle stazioni delle ferrovie francesi. Una storia che non si vorrebbe veder ripetere oggi, nel paese della Liberté, Egalité, Fraternité.

«Non votano più. Per­ché non solo vanno tro­vate parole che scal­dino il cuore e la mente, che dicano di mondi da cam­biare, di giu­sti­zia da riven­di­care, di lotte da soste­nere. Ser­vono volti che quelle parole, quei mondi, quelle lotte le ren­dano rico­no­sci­bili».

Il manifesto, 21 giugno 2015

Chi vota a sini­stra pre­fe­ri­sce di no. È il mes­sag­gio più chiaro che viene dalle urne, dopo la defi­ni­tiva e amara chiu­sura di una tor­nata elet­to­rale che ancora una volta cam­bia le carte in tavola della scena poli­tica italiana.

Un mes­sag­gio che va oltre il tra­collo del Pd, tra­va­lica la bal­danza della destra con la fac­cia feroce di Sal­vini e della Lega, il con­so­li­da­mento nei ter­ri­tori dei M5S, pro­iet­tati su una dimen­sione di governo. Pre­fe­ri­scono di no, gli elet­tori e le elet­trici di sini­stra. Pre­fe­ri­scono non votare, e se votano, allora scel­gono M5S. Almeno sem­bra utile.

È la fine non della sto­ria, ma di una sto­ria, pro­prio come se fosse una sto­ria d’amore. E come nella fine degli amori quello che si perde sono le parole, i luo­ghi, i riti. Quello che aveva un senso unico e spe­ciale, e bril­lava di una chia­rezza lumi­nosa di imme­diata com­pren­sione, d’improvviso si spe­gne, ritorna parola e luogo ano­nimo, indi­stin­gui­bile tra gli altri. Si scio­glie il legame strin­gente, sem­bra che nulla rie­sca più ad accen­dere la pas­sione. Riman­gono ricordi, memo­rie, a volte brevi fiammate.

Il lin­guag­gio amo­roso resti­tui­sce e chia­ri­sce più di altri, a me sem­bra, quanto avviene. E ben di più dell’uso indi­scri­mi­nato della cate­go­ria dell’antipolitica rende ragione della fine dell’avventura. Non siamo negli anni Novanta, e nep­pure nel primo decen­nio del Due­mila. Non è solo né prin­ci­pal­mente il ran­core, che tanto si è ana­liz­zato in pas­sato, il motore della nuova asten­sione e dei nuovi flussi di voto. Gli elet­tori e le elet­trici che hanno pre­fe­rito di no, in que­sta tor­nata elet­to­rale, quelli con radi­cate scelte di sini­stra, come già si era visto in Emi­lia Roma­gna lo hanno fatto per scelta poli­tica. Quasi un atto estremo, dispe­rato, forse, ma l’unico pos­si­bile. Per dire che non ci cre­dono più. Non cre­dono più all’insieme di sigle che a ogni com­pe­ti­zione elet­to­rale si pre­sen­tano a garan­tire con i loro richiami al pas­sato comune la con­ti­nuità di una sto­ria. Per­ché in realtà non garan­ti­scono nulla. Da tempo. Per­ché quella sto­ria non c’è più.

È un punto di non ritorno, in cui è essen­ziale la com­pren­sione di quanto avviene, nel gioco delle forze come nel dispie­garsi dei sen­ti­menti. Per que­sto non è il momento di rin­vii o indugi. Biso­gna but­tarsi nell’impresa, dove si è, come si è.

Non ci sono truc­chi, for­mule magi­che, auto­rità esterne che pos­sano garan­tire alcun­ché. È l’atto di corag­gio che il pre­sente richiede. Quale impresa? Entrare con molta atten­zione nello spa­zio vuoto che gli elet­tori hanno creato. Con l’atto netto, auto­re­vole e umile di aprire ora, adesso un pro­cesso costi­tuente, in un’assemblea entro luglio. Indetta da parte di chi c’è, ora, adesso: forze poli­ti­che, gruppi, asso­cia­zioni, chi si muove nell’area aperta alla sini­stra del Pd. Con la con­sa­pe­vo­lezza che il gesto – neces­sa­rio – non è per nulla suf­fi­ciente. Per que­sto, tra le virtù richie­ste, l’umiltà è indi­spen­sa­bile. L’impresa più dif­fi­cile è essere cre­di­bili e con­vin­centi, mostrare nelle pra­ti­che che non ci si muove in una logica pat­ti­zia, che non si tratta di mano­vre in vista di nuovi car­telli elet­to­rali, per esem­pio per le ele­zioni della pros­sima pri­ma­vera in comuni impor­tanti come Milano e Napoli. Insomma, occorre un passo indie­tro. Biso­gna agire il para­dosso attuale, oggi assu­mersi respon­sa­bi­lità poli­tica signi­fica fare spa­zio, allar­gare, aprire. Non solo per­ché gli elet­tori non per­do­nano, quindi una scelta adot­tata per neces­sità tat­tica. Ma per con­vin­zione intima, auten­tica. È la parte più difficile.

Per­ché non solo vanno tro­vate parole che scal­dino il cuore e la mente, che dicano di mondi da cam­biare, di giu­sti­zia da riven­di­care, di lotte da soste­nere. Ser­vono volti che quelle parole, quei mondi, quelle lotte le ren­dano rico­no­sci­bili. Come in un romanzo, o in un film, o in una serie tv, sono i per­so­naggi che danno gambe alla sto­ria che si rac­conta. Che la ren­dono vera e potente, viva nella mente di chi par­te­cipa. E visto che non scri­viamo un romanzo, ma par­liamo di vite, di dolori, di rab­bia reale, sono le lotte in corso, i pro­ta­go­ni­sti e le pro­ta­go­ni­ste sociali a inter­pre­tare que­sta storia.

Tutto il movi­mento intorno alla scuola, com­preso il som­mo­vi­mento intorno alla pre­tesa «ideo­lo­gia di genere», le lotte per la casa, la nuova atten­zione ai beni comuni, il lavoro sem­pre più sva­lo­riz­zato. Che qui, in Ita­lia, si fac­cia fatica a fare spa­zio alle donne, che pure esi­stono, attive e auto­re­voli, fa parte del pro­blema. Che sia così arduo creare una mobi­li­ta­zione con­vinta intorno alla tra­ge­dia della migra­zione dice fino a che punto sono logori i legami, i vin­coli, per­fino le scelte ideali. È tempo di un nuovo amore.

Non ho usato volu­ta­mente ter­mini come coa­li­zione sociale e coa­li­zione poli­tica, non ho par­lato d’altro. Ciò che importa è lo spa­zio che si apre, in que­ste azioni che non pos­sono che intrec­ciarsi. Da cui pos­sono pas­sare sog­getti, movi­menti, per­sone che da troppo tempo vivono altrove e altri­menti. Fino a quando si potrà dire: pre­fe­ri­sco di sì.

«Spiccava ieri sui cartelloni innalzati in piazza - la negazione di ogni distinzione tra i sessi e la volontà di indirizzare i bambini e i ragazzi verso l’omosessualità o la transessualità, quasi che l’orientamento sessuale sia esito di scelte intenzionali e possa essere orientato dall’educazione». La Repubblica, 21 giugno 2015 (m.p.r.)

Quale sarà il grave pericolo per i bambini che ieri ha fatto scendere in piazza decine di migliaia di persone al grido di “salviamo i nostri figli”?

A sentir loro è l’indistinzione dei sessi, che sarebbe la conseguenza sia di una educazione che insegni a maschi e femmine a rispettarsi reciprocamente e a non chiudersi (e non chiudere l’altra/o) in ruoli stereotipici e rigidi, sia del riconoscimento della omosessualità come un modo in cui può esprimersi la sessualità, della legittimità dei rapporti di amore e solidarietà tra persone dello stesso sesso e della loro capacità genitoriale. Stravolgendo le riflessioni di sociologhe/i, filosofe/ i, antropologhe/i, persino teologhe/i sul genere come costruzione storico-sociale che attribuisce ai due sessi capacità, destini (e poteri) diversi e spesso asimmetrici, attribuiscono ad una fantomatica “teoria del genere” e alla sua imposizione nelle scuole - e la parola gender spiccava ieri sui cartelloni innalzati in piazza - la negazione di ogni distinzione tra i sessi e la volontà di indirizzare i bambini e i ragazzi verso l’omosessualità o la transessualità, quasi che l’orientamento sessuale sia esito di scelte intenzionali e possa essere orientato dall’educazione.

Timore, per altro, paradossale e contraddittorio in chi pensa che solo l’eterosessualità sia lo stato di natura. Rifiutando di distinguere tra conformazione sessuata dei corpi, ruoli sociali, orientamento sessuale, considerano chi propone questa distinzione come un pericoloso sostenitore tout court dell’androginia indifferenziata. Timorosi della “normalità”, e dello stigma e del disgusto che l’accompagnano, sono a loro agio solo nella perfetta, e unidimensionale, sovrapposizione delle tre dimensioni, che non dia adito a dubbi, in cui ciascuno “ sta al proprio posto”, assegnato da una natura priva di varietà, storia, cultura, intenzioni.
Per questo ce l’hanno tanto con l’omosessualità e il riconoscimento delle coppie omosessuali, perché non vi vedono solo uomini e donne che sono attratti da e amano persone del proprio sesso pur sentendosi rispettivamente maschi e femmine, ma uomini e donne che sconfinano dal proprio sesso, che non ne riconoscono le regole, sul piano della sessualità, ma anche della identità, incrinando perciò l’ordine di un mondo in cui maschile e femminile sono nettamente separati e l’eterosessualità non è solo una forma di sessualità, ma una norma sociale che assegna a ciascuno i propri compiti e posto in base al sesso di appartenenza.
In agitazione continua contro ogni proposta di riconoscimento delle coppie dello stesso sesso, a prescindere dalla affettività e solidarietà che le lega non diversamente dalle coppie di sesso diverso (migliaia di emendamenti alla proposta di legge Cirinná), da qualche tempo hanno aperto un fronte anche nei confronti della scuola, dalla materna in su. Se la prendono con le iniziative che mirano a contrastare sia il bullismo omofobico sia la stereotipia di genere (due fenomeni distinti, anche se la seconda può favorire il primo) e ad aiutare i bambini e ragazzi a comprendere la varietà delle forme famigliari in cui di fatto vivono. Purtroppo, come a suo tempo per l’educazione sessuale di cui hanno con successo impedito avvenisse a scuola, hanno trovato ascolto presso il ministero dell’educazione e la ministra Giannini, che dopo la manifestazione di ieri sarà ancora più attenta alle pressioni di chi non vuole che si tocchino questi temi a scuola.
Resta da vedere che cosa ha da dire il presidente Renzi, se si farà impaurire anche lui, che si propone come un innovatore, rimandando ancora una volta il riconoscimento delle coppie dello stesso sesso e lasciando fuori dalla “buona scuola” quei temi che, se affrontati serenamente e con consapevole legittimità, aiuterebbero ad evitare molte paure e molte violenze.
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