«L’Europa è un deserto dove comanda il potere dei creditori». Ancora una considerazione che dimostra quanto lo strangolamento della Grecia da parte dell'Unione europea sia una minaccia per ciascuno di noi.
La Repubblica, 28 luglio 2015
SI PARLA di fallimento dello Stato come di cosa ovvia. Oggi, è “quasi” toccato ai Greci, domani chissà. È un concetto sconvolgente, che contraddice le categorie del diritto pubblico formatesi intorno all’idea dello Stato. Esso poteva contrarre debiti che doveva onorare. Ma poteva farlo secondo la sostenibilità dei suoi conti. Non era un contraente come tutti gli altri. Incorreva, sì, in crisi finanziarie che lo mettevano in difficoltà. Ma aveva, per definizione, il diritto all’ultima parola. Poteva, ad esempio, aumentare il prelievo fiscale, ridurre o “consolidare” il debito, oppure stampare carta moneta: la zecca era organo vitale dello Stato, tanto quanto l’esercito. Come tutte le costruzioni umane, anche questa poteva disintegrarsi e venire alla fine. Era il “dio in terra”, ma pur sempre un “dio mortale”, secondo l’espressione di Thomas Hobbes. Tuttavia, le ragioni della sua morte erano tutte di diritto pubblico: lotte intestine, o sconfitte in guerra. Non erano ragioni di diritto commerciale, cioè di diritto privato.
Se oggi diciamo che lo Stato può fallire, è perché il suo attributo fondamentale — la sovranità — è venuto a mancare. Di fronte a lui si erge un potere che non solo lo può condizionare, ma lo può spodestare. Lo Stato china la testa di fronte a una nuova sovranità, la sovranità dei creditori.
Esattamente come è per le società commerciali. I creditori esigono il pagamento dei loro crediti e, se il debitore è insolvente, possono aggredire lui e quello che resta del suo patrimonio e spartirselo tra loro.
Nell’Antichità, i debitori insolventi potevano essere messi sul lastrico e perfino ridotti in schiavitù dai creditori insoddisfatti. Lo Stato, quando fallisce, si trova in condizione analoga. Tanto più aumenta la sua “esposizione”, tanto meno è in condizione di resistere alle richieste espropriative dei creditori, anche le più pesanti e inimmaginabili. Abbiamo sorriso di Totò che vendeva ai turisti la Fontana di Trevi. La realtà supera la fantasia, se è vero che, tra le possibili garanzie dello Stato debitore, i creditori considerano imprese pubbliche, isole, porti, ferrovie, monumenti, ecc. Quanto sarà valutato il Partenone e, forse, per l’appunto la Fontana di Trevi?
Le armi dei creditori sono la promessa di salvezza e la minaccia di rovina, la carota e il bastone. Lo scenario immediato è la fine della “liquidità” degli istituti di credito, il panico tra i risparmiatori, l’impossibilità per lo Stato di pagare debiti, stipendi, pensioni, la disperazione dilagante; a media scadenza, chiusure e fallimenti d’imprese, disoccupazione, miseria. Chi potrebbe resistere alla forza intimidatrice di una simile catastrofe annunciata e alla forza seduttiva di qualunque prospettiva salvifica, fosse anche accompagnata da condizioni iugulatorie?
È quanto è toccato alla Grecia, con somma drammaticità ed evidenza. Il premier ha chiesto al Parlamento il voto a favore di un insieme di provvedimenti impostigli, ch’egli stesso dichiarava essere contrari al programma politico col quale si era presentato alle elezioni, vincendole. Non s’era mai vista così chiara, in Europa, una tale contraddizione. Egli era lì in base alla forza conferitagli dal suo popolo, confermata in referendum, e doveva smentire se stesso e riconoscere l’esistenza d’un’altra forza, alla quale non poteva resistere. L’imposizione, che lo Spiegel ha definito “catalogo delle atrocità”, comprende cose come le proprietà pubbliche, le misure di alleggerimento del malessere sociale, l’abolizione della contrattazione collettiva, il licenziamento di gruppo, le ipoteche su beni dello Stato, le aliquote Iva, le pensioni, perfino il codice di procedura civile (per rendere più efficace la liquidazione dei beni dei debitori insolventi).
S’è detto, con una certa superficialità: niente di sconvolgente. La Grecia, come tutti i Paesi dell’Unione Europea, ha da tempo accettato limiti alla sua sovranità a favore dell’Europa. La prova cui è sottoposta la Grecia sarebbe perciò una vittoria dell’Europa.
Basta dirle, cose come queste, per comprenderne l’assurdità. E non perché alcuni Stati abbiano fatto la parte del leone (la Germania, gli Stati baltici, ecc.) e altri della pecora, ma per una ragione più profonda: di fronte alla Grecia non c’era l’Europa, ma la finanza che si fa beffe di formalità e competenze codificate. Chi, in Europa, ha preso decisioni non ha agito “in quanto Europa”, ma in quanto rappresentante di interessi finanziari. Al capezzale della Grecia erano in tanti: Banca centrale europea (istituzione indipendente con compiti di equilibrio finanziario della “zona euro”), Fondo monetario internazionale (che si occupa del salvataggio di Stati a rischio in tutto il mondo) e anche — anche — organi vari dell’Europa (Eurogruppo, Eurosummit, il Consiglio europeo). Singoli capi degli esecutivi dei Paesi economicamente più “pesanti”, a tu per tu tra loro (Germania e Francia) hanno svolto la parte decisiva, senza alcun “mandato europeo”. Le “sanzioni” alla fine deliberate non trovano alcun fondamento nei Trattati. La “troika”, che ora ritorna in Grecia come commissaria ad acta, non è organo dell’Europa, è organo de facto degli interessi finanziari che s’intrecciano tra Commissione europea, Bce e Fmi. L’Europa come tale è stata totalmente assente. La condizione della Grecia non è quella di chi si è vista limitare la sovranità perché l’ha ceduta: è quella di chi ha subito il colpo d’un sovrano di tutt’altra specie — che qualcuno ha definito “colonialista finanziario” — con tante teste.
Pecunia regina mundi. L’erosione della sovranità statale a opera della finanza sembra dare ragione a questa tragica massima. Perché tragica? Innanzitutto, perché la finanza, come lo spirito, soffia dove vuole, irresponsabile di fronte alle comunità umane su cui scarica la sua forza, investendo o disinvestendo risorse, senz’altra guida se non l’accrescimento della sua potenza. Agli Stati indebitati e insolventi si può rimproverare il loro spirito di cicale. Ma il potere finanziario, nel suo insieme, vive di indebitamenti e accreditamenti ed è perciò amico delle cicale. Senza cicale e solo con formiche non potrebbe esistere. Onde, è vuoto moralismo il rimprovero d’essersi indebitati, quando proprio i creditori sono interessati al loro indebitamento. In secondo luogo, l’erosione della sovranità è la resa alla legge dei più forti. La sorte dei popoli finisce per essere la risultante dello scontro di forze che hanno, come obiettivo, la propria autoaffermazione. L’arma è la potenza finanziaria. Chi è più ricco è destinato a diventare sempre più ricco e gli altri sempre più poveri. La concentrazione progressiva della ricchezza nelle mani di pochi è sotto gli occhi di tutti. L’idea di un qualche “ordine mondiale” anche solo vagamente orientato alla giustizia è fuori di questo mondo.
E l’Europa? Non è stata pensata dai padri fondatori anche in funzione di un sistema di relazioni internazionali che promuova la pace e la giustizia tra le nazioni, come dice l’art. 11 della nostra Costituzione? Proprio la vicenda greca ha dato voce, ancora una volta, a chi invoca il passo verso la formazione di una vera unità europea, capace di valori politici solidali. Ma, si tratta di vox clamantis in deserto, anzi in un deserto che più arido di così, oggi, non potrebbe essere. Bisognerà forse attendere una crisi ancora più profonda e sconvolgente, perché si tocchi il fondo e, dal fondo, si riesca a intravedere nell’Europa politica un progetto all’ordine del giorno urgente e cogente.
Attenta analisi della nascita, crescita e conquista dell'economia da parte del neoliberismo, in una visione gramsciana della lotta per il potere. Come ha fatto a vincere l'ideologia che domina, utilizzando strumenti che la sinistra novecentesca ha gettato alle ortiche (e i vagiti di quelle del nostro secolo stenta a saper usare).
La Repubblica, 27 luglio 2015
Quando apro le finestre al mattino, di questi giorni, lo sguardo mi cade inevitabilmente sul Mont Pélerin, al di là del lago. È una montagnola svizzera a pochi chilometri da Montreux, nota sin dagli anni Venti per i buoni alberghi e il clima mite. È anche il luogo da cui ha avuto inizio, con la fondazione della Mont Pélerin Society (Mps) nel 1947, la lunga marcia che ha portato il neoliberalismo a conquistare un’egemonia totalitaria sull’economia e la politica dell’intera Europa. Con le drammatiche conseguenze di cui facciamo ancor oggi esperienza.
Peraltro i soci non si sono limitati a pubblicare articoli e libri. Molti di loro sono giunti a occupare posizioni centrali nell’apparato governativo dei maggiori paesi. Ai tempi della presidenza Reagan ( 1981-88), su una ottantina di consiglieri economici del presidente più di un quarto erano della Mps. Le liberalizzazioni finanziarie decise dal governo Thatcher nella prima metà degli anni ‘80, che hanno cambiato il volto dell’economia britannica, furono elaborate in gran parte dall’Institute of Economic Affairs, una filiazione della Mps fondata e diretta da due soci, Antony Fisher e Ralph Harris. I vertici dell’industria francese e tedesca sono sempre stati numerosi nelle fila della Mps, intrattenendo stretti rapporti con i soci provenienti dal mondo politico.
Di rilievo è stata la partecipazione italiana alla Mps. Tra i suoi primi soci vi è stato Luigi Einaudi. Due italiani sono stati presidenti: Bruno Leoni (1967-68) e Antonio Martino (1988-1990) che figura tuttora fra i soci, accanto a (salvo errore), Domenico da Empoli, Alberto Mingardi, Angelo Maria Petroni, Sergio Ricossa.
Due caratteristiche segnano fortemente l’egemonia della Mps sulla cultura e la prassi economico- politica degli Stati europei a partire dagli anni ’80. La prima è la dismisura della vittoria su ogni altra corrente di pensiero — specie in economia. Il keynesismo, fin dalle origini l’arcinemico dalla Mps, è stato ridotto all’insignificanza, e con esso quello di Schumpeter, di Graziani, di Minsky.
La seconda caratteristica della cultura economica neoliberale formato Mps è la sua inverosimile resistenza alle pesanti confutazioni che la realtà le infligge da almeno 15 anni. I primi anni 2000 hanno visto il crollo delle imprese dot.com, glorificate dagli economisti neolib, che in nove casi su dieci erano trovatine su cui le borse, in nome dell’ipotesi che i mercati sono sempre efficienti, scommettevano miliardi di dollari. I secondi anni 2000 hanno invece assistito al quasi crollo dell’economia mondiale, minata dalla finanza basata deliberatamente su milioni di mutui ipotecari che le famiglie non avevano i mezzi per ripagare.
Dopo il 2010, gli economisti neoliberali e i politici da loro indottrinati hanno imposto alle popolazioni della UE le politiche di austerità, rivelatesi un fallimento totale a giudizio dei loro stessi promotori. In sintesi, gli economisti formato Mps hanno predisposto i dispositivi che hanno prodotto la grande crisi; non l’hanno vista arrivare; non hanno saputo spiegarla, e hanno proposto rimedi che hanno peggiorato la situazione. Ad onta di tutto ciò, continuano a occupare il ponte di comando delle politiche economiche della UE.
Inoltre, proseguirebbe Gramsci, dove sono i vostri articoli e libri che rivolgendosi sia agli esperti che ai politici e al largo pubblico si cimentano a provare ogni giorno, con solidi argomenti, la superiorità tecnica, economica, civile, morale della sanità pubblica su quella privata; delle pensioni pubbliche su quelle private, a fronte degli attacchi quotidiani alle prime dei media e dei politici, basati in genere su dati scorretti; dello Stato sulle imprese private per produrre innovazione e sviluppo, oggi come in tutta la seconda metà del Novecento; dell’importanza economica e politica dei beni comuni sull’assurdità della privatizzazioni?
Poiché la natura ha orrore del vuoto, il vuoto culturale, politico, morale delle sinistre è stato via via riempito dalle successive leve di lettori, elettori, docenti, funzionari di partito e delle istituzioni europee, istruite dall’intellettuale collettivo sortito dalla Mps. Il consenso bisogna costruirlo, e la MPS ha dimostrato di saperlo fare. Le sinistre non ci hanno nemmeno provato.
Luciano Gallino, Piero Bevilacqua, Alfonso Gianni,Tonino Perna, Guido Viale. E, dietro di loro le grandi ombre di Franklin Delano Roosvelt, John Maynsrd Keynes e, qui in Italia, Giuseppe Di Vittorio. Ancora troppo pochi per far prevalere un'idea giusta?
Il manifesto, 23 luglio 2015
È in corso in Europa una convergenza micidiale: una spinta nazionalistica e identitaria alimentata dalla crisi dell’euro e dal rigetto della burocrazia delle sue strutture; l’insofferenza verso i profughi, in fuga dalla guerra, ma sempre più difficili da distinguere dai profughi ambientali o dai “migranti economici”; il cinismo con cui governi e autorità dell’Unione hanno fatto quadrato contro il tentativo del governo greco di cambiare le regole dell’austerity, equiparandone l’operato a una colpa o a manifesta inferiorità.
C’è molto razzismo in tutti e tre questi processi: il giornale filogovernativo tedesco Die Welt ha giustificato le sue accuse contro i greci sostenendo che non sono i veri discendenti degli antichi abitanti dell’Ellade, ma un miscuglio di altre “razze”: turchi, albanesi, bulgari. Tutte degne, ovviamente, di disprezzo.
Questa miscela esplosiva è il frutto avvelenato delle politiche dell’Unione, ridotte a un feroce controllo ragionieristico dei conti degli Stati membri. Sono scomparse dal suo orizzonte tutte le grandi questioni: la lotta ai cambiamenti climatici (unica strada, anche, per rilanciare occupazione e sostenibilità economica); le guerre, dall’Ucraina al Medioriente; la dissoluzione sociale dell’Africa; i milioni di profughi prodotti da queste vicende.
Nessuna delle idee o delle azioni messe in campo ha la capacità o l’intento di contrastare quella micidiale convergenza di spinte autoritarie, identitarie e razziste. Ma tra tutte, centrale è ormai il problema dei profughi. Se la risposta ai tentativi di Syriza ha unito nella comune ferocia Stati e Governi, a spingere invece ciascuno per la propria strada, fatta di divieti, respingimenti, barriere fisiche e appelli identitari, sono i profughi.
In quell’allontanamento reciproco, tra governi comunque d’accordo, c’è però una vittima sacrificale. Anzi due: Grecia e Italia. Se non verranno espulse dal club dell’euro, come certo vorrebbero Schäuble e i suoi tanti seguaci, a metterle ai margini dell’Unione sarà la scelta di condannarle a essere plaghe su cui scaricare il “peso” dei profughi che gli altri paesi non vogliono. Una nave inglese raccoglie nel Mediterraneo centinaia di naufraghi e li sbarca in Italia: «sono roba vostra». E’ la strada da seguire: la Francia lo fa a Ventimiglia; l’Austria al Brennero.
In queste condizioni interne e internazionali non si può più pensare di trattare quei profughi come un’emergenza temporanea, mescolando improvvisazione e sfruttamento delle circostanze nel modo più bieco (non solo con Buzzi e la sua rete, perché a fare le stesse cose è tutto l’establishment della cosiddetta accoglienza in mano alle clientele del ministro degli interni). Il tutto a spese sia di profughi e migranti, sia di territori e comunità cui viene imposto senza preavvisi e preparazione l’onere di una ospitalità malvista e, nel migliore dei casi, mal sopportata; alimentando così rivolte in cui sguazzano le truppe fasciste e gli appelli velenosi per metterle a profitto elettorale.
Nessuno ne vuol prendere atto, ma le guerre ai confini dell’Europa e la massa di profughi (oltre sei milioni) che preme su di essi ci dicono che il tempo della normalità, quello a cui tutti vorrebbero tornare e che i politici continuano a promettere, è finito per sempre. Vanno messe all’ordine del giorno, proprio a partire dalla questione dei profughi, revisioni radicali a tutte le politiche: in campo economico, ambientale, sociale, internazionale.
Perché i profughi e i migranti ambientali o economici che sbarcano in Italia sono destinati ad aumentare, e molto, per quanto dure e spietate possano essere le politiche di respingimento adottate. Che fare? Gestire la loro presenza in modo diverso è ineludibile: non si dovrà più concentrarli in grandi gruppi e imporne la presenza a comunità impreparate ad accoglierli. Ci vogliono progetti mirati per distribuirli su tutto il territorio nazionale: condizione irrinunciabile se non di integrazione, per lo meno di tolleranza nei loro confronti.
Non si potrà più tenerli per mesi o per anni a far niente, accuditi malamente, o in modo brutale, dal personale di cooperative e società a scopo di lucro largamente inadeguate: è degradante per la loro dignità, ma è anche uno schiaffo a chi vive accanto lavorando per campare, o senza alcun sussidio, se inoccupato. Per questo dovrebbero poter autogestire la propria permanenza e i relativi fondi (i famigerati 35 euro al giorno); impegnarsi nella pulizia, nella manutenzione o nella ristrutturazione dei locali dove vivono, negli acquisti e nella preparazione dei loro pasti, affidando a personale italiano, adeguatamente preparato, solo compiti di sostegno e controllo. E se la scuola si è rivelata un potente mezzo di conoscenza e tolleranza reciproca tra nativi e migranti, lavorare insieme avrebbe un’efficacia anche maggiore. Per questo dovrebbero poter lavorare in forme legali e retribuite (il loro impegno nel volontariato, promosso da alcuni sindaci, è sì meritorio; ma sconfina con lo schiavismo; o rischia di consolidare un mercato del lavoro parallelo).
Certo, anche solo proporre una politica del genere in un paese con tre milioni di disoccupati ufficiali e nove effettivi sembra eresia; ma potrebbe rivelarsi un’opportunità straordinaria. Si potrebbero costituire cooperative e imprese miste di migranti e disoccupati nativi (soprattutto giovani) per impegnarle nella rivitalizzazione di borghi e terreni agricoli montani abbandonati, secondo una proposta già avanzata da Alfonso Gianni e Tonino Perna sviluppando idee di Piero Bevilacqua; ma anche in tante attività ecologicamente necessarie come la protezione dei suoli dal dissesto, la ristrutturazione di edifici dismessi o non a norma, la pulizia e la rinaturalizzazione di spiagge e greti di fiumi, ecc. O coinvolgerli in attività di assistenza a persone anziane o disabili, di istruzione e addestramento (molti tra loro hanno professioni, mestieri e competenze altamente qualificate) e in altri campi.
Ma chi pagherebbe? E’ lo stesso problema che pongono i nove milioni di disoccupati e inoccupati italiani: non si può aspettare che vengano assorbiti da una ripresa fantasma e da imprese che, anche quando prosperano, continuano ad “alleggerirsi” del loro carico di manodopera. Ci vuole un piano generale del lavoro come quello più volte prospettato da Luciano Gallino. Che collide frontalmente con le politiche di austerity e di disarmo economico imposte dall’Unione europea; ma la presenza di tanti profughi e migranti è una ragione in più, e delle più serie, per proporsi di rovesciarle, quelle politiche, azzerando così anche tanti motivi di competizione e rancore verso gli “stranieri”.
Un piano del lavoro del genere non può essere gestito dall’alto: ha bisogno di un’articolazione capillare e autonoma sul territorio; ma soprattutto di attori in grado di assumerne la gestione e di personale formato per avviarlo e per assisterlo sia in campo tecnico che organizzativo.
Dove trovarli? E’ questo un terreno decisivo di formazione e di selezione di una classe dirigente completamente nuova: quella di cui c’è bisogno. Il terzo settore – che non è solo Buzzi e Co — potrebbe fornire una prima base per mettere in piedi iniziative sperimentali in questa direzione; ma la selezione dei progetti e del personale dovrebbe essere affidata non alle clientele di ministeri, prefetti e giunte locali, bensì ad associazioni nazionali e locali di cui siano già state verificati competenze e rigore nella gestione di attività analoghe, come quella dei beni sequestrati alla mafia.
Tutto ciò sarebbe molto facilitato sostenendone l’aggregazione in associazioni delle varie nazionalità. Chi sfugge a guerre e miseria è messaggero di pace, pronto a impegnarsi perché nel suo paese si ricreino le condizioni del proprio ritorno, e ad attivare in tal senso anche i residui legami che mantiene con la propria comunità rimasta nei territori da cui è fuggito. Per questo associazioni di profughi e migranti potrebbero funzionare molto meglio di tanti governi fantoccio in esilio nel promuovere e orientare negoziati per riportare pace e democrazia nei loro paesi di origine.
Un pezzo importante, il migliore, di Africa e di Medioriente si ritroverebbe così a operare nel cuore stesso dell’Europa, trasformandone radicalmente i connotati: estendendone i confini ideali e la capacità di operare concretamente nel tessuto sociale dei paesi dove ora dominano guerre, miseria e dittature. E rendendo ogni giorno evidente, con la sua stessa presenza, che la missione dell’Unione europea, quella che la può salvare dallo sfacelo verso cui sta correndo, è proprio l’inclusione e la valorizzazione di chi ha raggiunto il suo suolo, con grande rischio, alla ricerca di pace, sicurezza, libertà.
Riferimenti
L'icona rappresenta un ritratto di Giuseppe Di Vittorio dipinto da Carlo Levi. Su Di Vittorio e il suo Piano del lavoro vedi qui su eddyburg, nonchè gli articoli linkati in quel testo. Articoli degli altri autori citati nell'articolo lsi trovano facilmente su eddyburg utilizzando il "cerca" in cma a ogni pagina
«I giudici di Strasburgo hanno esplicitamente ricordato le loro precedenti decisioni sul riconoscimento delle unioni civili, sì che nessun potrà dirsi colto di sorpresa o invocare la necessità di un adeguato tempo di riflessione».
La Repubblica, 22 luglio 2015 (m.p.r.)
La decisione della Corte europea dei diritti dell’uomo sui diritti da riconoscere alle unioni tra persone dello stesso sesso, che già suscita polemiche, era prevedibile per chi conosce la giurisprudenza di quella Corte, la sua evoluzione, le novità introdotte proprio in questa materia anche dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Interviene in un momento in cui la discussione si è fatta sempre più accesa dopo l’annuncio del Presidente del Consiglio di arrivare prima delle ferie parlamentari all’approvazione, almeno da parte di una delle Camere, di una legge in materia. Siamo di fronte ad un invito esplicito al legislatore italiano, con indicazioni importanti e che non possono essere trascurate.
Gli scorsi giorni hanno visto in Italia l’asfittico ripetersi del ciclo monotono «emergenza migranti», guerra fra poveri, strumentalizzazioni delle destre, nella fattispecie, Lega, Casa Pound, Fratelli d’Italia. Il ciclo ricalca uno schema che ha già dato ampie prove di sé nel corso di tutto il Novecento. Questo schema si nutre sempre dello stesso veleno: negativizzazione e criminalizzazione dell’altro in quanto tale.
Questo risultato si ottiene attraverso meccanismi retorici di falsificazione, di generalizzazione, attraverso la dilatazione e la manipolazione strumentale di dati statistici, attraverso la propagazione di allarmi sociali, l’evocazione di paure irrazionali e la contrapposizione ancestrale fra il noi e il loro come antagonismo fra il legittimo e l’illegittimo, fra la titolarità e la clandestinità. Da questo schema è espunto lo statuto universale di dignità dell’essere umano. La politica sta all’interno di questo circuito perverso o per sopravvivere alla prossima cosiddetta emergenza o per parassitare qualche vantaggio elettorale con la pretesa di ergersi a paladina degli autoctoni assediati dagli invasori.
Coloro che per origine ideale dovrebbero opporsi allo squallido trantran della politichetta come mestiere non hanno nessuna autorevolezza o credibilità per farlo, non sanno ergersi oltre lo status quo, oltre la routine mediatica. Alzare lo sguardo significa ricordare che solo quarant’anni fa, nelle terre del nord, gli «altri» erano i nostri cittadini meridionali, i terroni, ricordare che nel corso di cento anni (1870–1970) gli «altri» sono stati gli italiani, 30 milioni di emigranti (molti clandestini) nelle Americhe, in Europa e in Australia.
È necessario ricordare che cittadini autoctoni simili in tutto e per tutto a quelli che oggi nel Veneto e alle porte di Roma non vogliono nel loro quartiere un pugno di migranti africani, allora, con la stessa attitudine intollerante, non volevano gli italiani, li descrivevano come pericolosi, sporchi, violenti, criminali.
Chi oggi vuole respingere i migranti è portatore della stessa patologica mentalità di chi allora calunniava, insultava e voleva ricacciare in mare i nostri concittadini che non sfuggivano alle guerre ma alla fame endemica, alla disperazione sociale, alla mancanza di futuro.
Nell’alluvione di retorica e falsità che accompagnano il pensiero reazionario sulla «questione migranti» emerge come apoteosi del raggiro lo slogan frusto e truffaldino: «Aiutiamoli a casa loro». Ma certo! Aiutiamoli a casa loro. Allora c’è un solo modo per farlo: espellere dall’Africa ogni interesse colonialista.
Il colonialismo è stato, al di là di ogni possibile dubbio, il più vasto e perdurante crimine della storia dell’umanità. Il primo e più efferato criminale anche se non il solo è stato l’Occidente e, per nulla pentito persiste. Il crimine è perdurante e prosegue nel nostro tempo con le guerre «umanitarie» o preventive, con l’azione delle multinazionali, con la sottrazione delle risorse più preziose ai legittimi titolari, impedisce la sovranità alimentare, idrica, arraffa terre ed è in combutta con i governanti più corrotti e tirannici. Vediamo questi politicastri da quattro soldi se sono capaci di aiutarli a casa loro. Vediamo sotto i nostri occhi come sono capaci di contrastare la schiavizzazione dei lavoratori stranieri nei nostri campi di pomodori e nei nostri frutteti. Ma fra le devastazioni più imperdonabili con le quali la mentalità colonialista ha inquinato il rapporto fra uomini di culture diverse c’è la concezione dell’altro visto come minore, sottomettibile, diseguale.
Prima l’ideologia colonialista si è auto assegnata il compito di civilizzazione di altre culture definite unilateralmente come incivili, oggi che le conseguenze dell’infestazione coloniale portano grandi flussi migratori verso l’Europa, l’altro diventa indesiderabile, minaccioso, da respingere. Ovviamente colui che maggiormente viene ostracizzato è il più povero, il più disperato, mentre, per confondere le acque, ci si mostra disponibili ad accogliere colui che è provvisto di attributi accettabili. Il razzista e lo xenofobo odierni non vogliono essere definiti come tali, fingono di risentirsi contro chi li apostrofa con l’epiteto che danno mostra di ritenere insultante.
Ma oggi il vero spartiacque fra chi, diciamo, crede nella piena dignità ed integrità dell’essere umano e chi con variegate motivazioni, non lo crede risiede nelle contrapposte concezioni dell’emigrazione. Per chi accoglie in sé la dignità dell’altro come bene supremo, l’emigrazione è progetto di trasformazione per la costruzione di una società di giustizia e solidarietà. Per coloro che non percepiscono in sé l’accoglienza dell’altro come orizzonte verso cui mettersi in cammino l’emigrazione è problema, emergenza, turbativa, invasione.
Chi, individuo, associazione, partito o movimento sostiene la piena dignità dell’altro e prende sul serio la «Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo» ha il dovere di radicalizzare la propria perorazione chiedendo subito, come da tempo suggerisce il sindaco di Palermo Leoluca Orlando, l’abolizione universale del permesso di soggiorno. Il cammino sarà certo lungo ma è tempo di iniziarlo con decisione.
«Ma alla autorità e sovranità di una nuova Europa politicamente unita chi oggi sta seriamente pensando e lavorando? Soltanto costui potrebbe assumerne in futuro anche la guida politica. Tranquilli, non sembra proprio poter essere la Germania. Purtroppo».
La Repubblica, 21 luglio 2015 (m.p.r.)
La crisi che attraversa la costruzione dell’unità politica europea sta avendo, se non altro, il benefico effetto di farci comprendere che le relazioni tra popoli e culture investono problemi leggermente più complessi di quelli che sono in grado di affrontare non solo banche e ragionerie centrali, ma anche diplomazie e politici di professione. Il realismo degli stenterelli lascia qualche varco a considerazioni, per così dire, meta-politiche, indispensabili per interpretare la visione che un Paese ha di se stesso e dei suoi rapporti con gli altri. Certo, la storia insegna poco, poiché tutto muta (fuorché l’uomo), ma può tuttavia orientarci. Se gli “exempla” del passato non possono avere il peso che un Machiavelli attribuiva loro, nemmeno dobbiamo rassegnarci a un guicciardinismo in sedicesimo.
Raccontantoci che tutto è nuovo e solo conta l’esperienza attuale. Così sulla questione decisiva della relazione tra Berlino e mondo latino-mediterraneo è altrettanto sbagliato ricorrere a immagini di maniera, evocando una germanica volontà di potenza, quanto ripetere l’ovvietà che la storia tedesca dell’intero dopoguerra rende culturalmente inconcepibile, prima ancora che concretamente impercorribile, ogni velleità imperiale. Il dilemma proposto da Thomas Mann, “Europa germanica o Germania europea?”, appartiene certo al mondo di ieri, ma ciò non significa che esso non debba essere ripensato. Come storicamente la Germania si è immaginata europea? E tale immagine è ancora efficace? Come l’Europa può essere oggi germanica? O è necessario lottare perché non lo sia?
«Adriano Olivetti sognava una democrazia senza corpi intermedi. Invece resistono; la riforma Letta e la nuova legge segreta del Pd non li rendono più trasparenti o funzionanti. Sono soltanto club di candidati».
Il Fatto Quotidiano, 20 luglio 2015 (m.p.r.)
«Oggi sindaci e amministratori sono posti di fronte ad un bivio cruciale: devono decidere se essere gli esecutori ultimi di un processo di privatizzazione o se riconoscersi come i primi rappresentanti degli abitanti di un determinato territorio e porsi in diretto contrasto con quei processi».
Il granello di sabbia, 17 febbraio 2015 (m.p.r.)
Nella guerra che le lobby finanziarie hanno dichiarato alle società civili europee – giustificandola con la necessità di contrastare la crisi del debito pubblico – una battaglia cruciale è quella riguardante gli enti locali, il loro ruolo, i loro beni e servizi. L’enorme ricchezza privata prodotta dalle speculazioni finanziarie, che ha portato alla crisi globale di questi anni, ha stringente necessità di trovare nuovi asset sui quali investire: si fanno ogni giorno più manifeste le mire di conquista dei beni degli enti locali.
Il Fatto Quotidiano, 18 luglio 2015 (m.p.r.)
Non è il caldo, è che ilprofessor Rodotànon ama cincischiare.Lapidario, dunque,l’incipit della telefonata:«Siamo di fronte a casi diversi,ma queste intercettazioni devonoessere pubblicate». Edecco perché.
Professore, partiamo dallafine. Cioè dall’ultima: il governatoredella Sicilia e ildottor Tutino.
Quella di Crocetta è una storiaancora oscura. Lui sostieneche c’è un complotto; allora,dico io, chiariamo tutto e alpiù presto. Quando vengonomesse in circolazione notizieche arrivano da intercettazioni,che deve fare un giornalista?L’Espresso avverteche quelle intercettazioni esistonoe dà conto del contenuto.Non si tratta di una vicendada poco, senza interesse pubblico:da una parte c’è il rapportocon Lucia Borsellino e ilsuo ruolo di assessore alla Sanità.Dall’altra c’è il rapportocon un signore, le cui attivitànon sono proprio chiare, chesi permetteva una certa familiaritàcon il governatore. Mipare che un giornalista questecose le debba pubblicare. L’unicolimite è la falsità degli attiriferiti: l’intercettazione nonc’è o il contenuto non corrispondea quanto riportato. Sesi accerta tutto questo, la conversazioneva resa pubblica.Malgrado i lati oscuri, l’affaireCrocetta ha immediatamenteconquistato le primepagine dei giornali.Ma soprattutto ha portato a unarichiesta esplicita di dimissionidel presidente della RegioneSicilia da parte del Pd!
Invece quelle di Renzi?
Lì non c’è nulla di oscuro né diambiguo. È il negoziato cheRenzi fa, per proprio conto,riguardo la caduta del governoLetta e la sua nomina allaPresidenza del Consiglio. Accanto,abbiamo letto ciò chedice un gruppo di persone vicineal segretario del Pd, ap ro po si todelle vicendedi Renzi edella politicaitaliana. Tirandoin balloil PresidentedellaRepubblica esuo figlio.Questa èun’intercettazione che dovevaessere pubblicata, senza alcundubbio. E poi: si tratta dimateriale depositato agli avvocatie privo di vincolo di riservatezza.Non di documenti“finiti ai giornali”.
Dicono che dovevano esserecoperte da omissis.
È altra valutazione, che nonsono in grado di fare. Ma nelmomento in cui vengono depositate non si può invocarenessun vincolo di segretezza.Qui c’è un punto che politicamenteè rilevantissimo. L’opinionepubblica già sapevadi tutti questi retroscena riguardol’eliminazione – nontrovo altre parole – di EnricoLetta? Ne sapeva abbastanza?Questa è la conferma di unastrategia evidentementemessa a punto e discussa, nonsolo all’interno del mondopolitico ma addirittura conpersone che hanno ruoli istituzionaliimportanti come ungenerale della Guardia di Finanza,con il quale si discutedella eventuale resistenzaall’operazione del presidentedella Repubblica.
Di cui si occupa anche l’intercettazioneambientalecon DarioNardella, ilgeneraleAdinolfi, eil presidentediInvimitVincenzoFortunato.
Collegandole due intercettazioni,si potrebbe persinodire che questa resistenzapuò essere stata superata perché– come si sostiene nellaconversazione – sul capo delloStato poteva essere esercitatauna pressione. Sono cosedi assoluta gravità.
Non secondo il ministro Boschi,che ha parlato – in aula,non al bar – di “supposizioni,ipotesi, forse addirittura illazioni”. Il fantasy al potere.
Liquidare la questione dicendoche le intercettazioni nonsono penalmente rilevanti è inaccettabile.Una tesi cheriappare, negli ultimi tempi,con una certa impudenza. Daanni dico e scrivo che la responsabilitàpolitica è altrodalla responsabilità penale.Ci tocca ancora ricordare l’articolo54 della Costituzione?“I cittadini cui sono affidatefunzioni pubbliche hanno ildovere di adempierle con disciplinae onore”. L’argomentoche ritorna nelle parole delministro Boschi viene recitatoin un parlamento dove nondovrebbe avere più cittadinanza.Però si solleva un granpolverone su una presuntanon reazione di Crocetta...
Si può invocare le dimissionidi Crocetta e contemporaneamentedire, in una sedeistituzionale, che le conversazionitra il premier e Adinolfisono fantasie?
Qui la cosa grave è che c’è uncontrasto tra fatti documentatie le parole pronunciate inAula da un ministro della Repubblica.Il fatto che ci siaquesto travisamento dellarealtà è indicativo: si vuole aogni costo evitare di darespiegazioni. Certo, siamo davantia una contraddizione.Ma Crocetta è una personascomoda per l’attuale Pd equindi si cerca ogni pretestoper metterlo da parte. Dall’a ltraparte c’è il premier e la retedi protezione viene mantenutasaldamente. Aggiungo chequesto modo di fare impediscedi chiarire le ombre gettatesu Napolitano. Bisognavadar modo ai diretti interessatidi fare luce sulle affermazioniche riguardano l’ex capo delloStato, per fugare qualunquesospetto. Questa secondavicenda è gravissima, non soloda un punto di vista di eticapubblica, ma da un punto divista politico: parliamo di fattiche hanno portato a un cambiodi governo e a un conflittointorno alla nomina di un generaledella Guardia di Finanza.E conosciamo il ruolo cheha avuto e continua ad averela Guardia di Finanza sulle indaginiper corruzione. Ripeto:il fatto che il ministro Boschiin Parlamento neghi lapossibilità di un chiarimentoa me sembra davvero moltoinquietante.
«La Germania ha adottato per la Grecia lo stesso modello di strangolamento e conquista praticato per la RDT. Se questo si realizzerà, sarà evidente che l'egemonia economica tedesca finora vigente in Europa si sta trasformando in aperta dittatura del capitale finanziario a guida tedesca. Scritto per
eddyburg
I creditori internazionali e i gruppi di potere ad essi legati preferiscono tener in vita il proprio debitore anziche' amazzarlo (come ha minacciato il ministro delle finanze tedesche). Un "Grexit" avrebbe portato la Grecia di fatto all'insolvenza e ad un taglio del debito, che a sua volta avrebbe potuto destabilizzare tutta la zona Euro, lasciandola di nuovo alla speculazione finanziaria. Avrebbe inoltre potuto mettere a rischio la collocazione geopolitica della Grecia come avamposto sudorientale Usa nella Nato.
Quindi si e' fatto di tutto per destabilizzare il governo a guida Syriza, rifiutando ogni apertura ad uno sviluppo autonomo, ri-imponendo addirittura il controllo diretto della Troika, che dovrebbe vegliare sulle ulteriori "riforme". Con cio'cessera' ogni ultima parvenza di sovranita' nazionale.
Trovera' ora applicazione il modello tedesco della Treuhand (nome del programma di rapina imposto durante la seconda guerra mondiale nei territori europei orientali occupati militarmente), gia' proposto da Angela Merkel anni fa', quel modello di svendita con il quale il capitale occidentale si e'impadronito dell'intera economia tedesco-orientale (Rdt) in pochi anni (1990/94) distruggendola di fatto (e tutto il suo contesto di relazioni di scambio con i paesi dell'ex-blocco sovietico).
Questo tipo di privatizzazione verra' ora applicato alle infrastrutture e al patrimonio pubblico della Grecia e li trasferira' - in gran parte - direttamente in mano ai creditori. Sembra che Tsipras sia riuscito ad evitare il fondo lussemburghese ideato all'uopo dal Ministro Schaeuble, che ha suscitato qualche protesta anche da parte di altri vicini europei, ma la sostanza non cambia.
Siccome tutto questo e' in aperto contrasto con le direttive del programma di Syriza e con l'esito del recente referendum greco l'attuale coalizione di governo non potra' sopravvivere ad Atene e le neo-elezioni, che il governo tedesco auspica da tempo, sono all'orizzonte.
Intervista a Daniel Cohn Bendit. «In momenti storici di questa gravità ci servirebbero uno Schumann, un de Gasperi, dei politici che in nome di un’idea e una visione dell’Europa fossero capaci di guidare i loro popoli. Ma se restiamo al rimorchio dei popoli...».
Corriere della Sera, 13 luglio 2015 (m.p.r.)
Parigi. «Coscienti o meno, stiamo andando verso un’Europa delle Nazioni, orientata dagli egoismi nazionali. La migliore prova di questa tendenza è stata il comportamento degli Stati europei di fronte al problema dei rifugiati. Not in my backyard, non nel mio cortile, questa è la posizione di molti Paesi membri, Francia compresa, riguardo ai migranti. La nozione di solidarietà è estranea al dibattito di questi giorni. Questa è l’Europa delle Nazioni». Apolide alla nascita in Francia nel 1945, tedesco a 14 anni, francese a 70 (dal 22 maggio scorso), Daniel Cohn-Bendit è uno di quegli europei che l’Europa ha davvero provato a farla, sulle barricate nel maggio ‘68 e da leader ecologista sui banchi del Parlamento di Strasburgo. In Per l’Europa! Manifesto per una rivoluzione unitaria (Mondadori), scritto assieme al liberale belga Guy Verhofstadt, Cohn-Bendit tre anni fa cercava di dare una scossa federalista. Oggi guarda deluso le sue capitali, Parigi e Berlino, dividersi sulla Grecia e quindi sul futuro del continente.
Il manifesto, 11 luglio 2015
La prima questione che la vicenda greca richiama riguarda una domanda che emerge proprio dalla stessa crisi: è possibile, nell’Europa attuale, un governo di sinistra? Quello di Syriza è il primo governo di sinistra nell’Unione Europea. È sicuramente un caso particolare, di uno stato troppo debole e indebitato per esercitare, al momento, un governo compiutamente autonomo. Ma la natura dell’Ue lascia pensare che se anche un governo di sinistra si affermasse in paesi più forti e meno sottoposti al controllo della Troika, le differenze con il caso greco sarebbero di grado, non di sostanza.
Il governo Tsipars è riuscito in poco tempo a costruire una forte egemonia interna, come hanno sancito la vittoria del No e il fatto che le principali opposizioni abbiano dovuto decidere di sostenerlo nelle trattative con l’Europa. Questo è già molto, ed è raro. Solo alcuni governi latino-americani sono riusciti negli ultimi anni a utilizzare il governo per costruire egemonia, sventando grazie a questa egemonia tentativi di golpe, proprio com’è accaduto a Syriza nelle ultime settimane (il referendum ha momentaneamente fermato il tentativo europeo di rovesciare il governo). Mai, invece, questa operazione egemonica è riuscita a un governo europeo di centro-sinistra, che di solito crolla nei consensi nel giro di settimane.
Nello stesso tempo, ciò che Syriza sta riuscendo a ottenere da una posizione di governo – che, nel contesto dato, è il massimo che potesse ottenere – è piuttosto lontano dai suoi obiettivi originari. L’Unione europea rende sostanzialmente impossibile la realizzazione di programmi redistributivi, la ripresa di un significativo intervento pubblico in economia, una politica industriale, e perfino politiche di sostegno alla povertà (che cinicamente la mano dell’Ue cancella con la penna rossa dalle proposte di Atene). Si tratta di realismo, non di ideologia: il programma di Syriza era un programma riformista, ma anche questo sembra irrealizzabile.
Come renderlo realizzabile?
I partiti della sinistra radicale in Europa hanno acquisito un’ottica di governo: vogliono governare, da soli o se necessario in coalizione. Come la situazione greca mette in luce, nell’attuale contesto europeo la realizzazione di un programma di sinistra è quasi impossibile. Si può scommettere sul fatto che la vittoria di Syriza abbia aperto un ciclo politico che porti le sinistre a vincere in Spagna, in Irlanda, in Portogallo e poi magari in Italia, e che in questa situazione i rapporti di forza si modifichino al punto da poter cambiare la costituzione materiale dell’Ue.
Ma ciò può anche non succedere. È impensabile, allora, che una sinistra che aspira al governo si ponga il problema di una «exit strategy»? Se l’Europa rende impossibile qualsiasi politica keynesiana e redistributiva, l’appartenenza all’Eurozona dev’essere confermata a ogni costo? Anche se la risposta è affermativa, la domanda non può essere, realisticamente, elusa. Una forza negoziale si costruisce anche sulla base di alternative percorribili. Che non possono però riguardare un solo paese, ma implicano la costruzione di un vasto sistema di alleanze internazionali alternative, o complementari, a quelle attuali.
In secondo luogo. Non c’è solo l’Unione europea a paralizzare l’azione dei governi. Lo fanno anche il capitale finanziario e quello produttivo. Gli Stati sono totalmente dipendenti dai mercati finanziari. Una politica non gradita a questi ultimi verrebbe colpita da attacchi speculativi e dal mancato finanziamento del debito pubblico. Le imprese, nazionali o straniere, hanno poi il potere di reagire a politiche redistributive o favorevoli al lavoro con la minaccia dello spostamento della produzione, come hanno fatto da ultimo gli armatori greci.
Come si può realisticamente affrontare questa doppia minaccia?
La «sinistra di governo» deve costruire un’alternativa agli attuali strumenti di finanziamento del debito, e deve pensare a come costruire una nuova economia pubblica, una nuova capacità di intervento diretto dello Stato nell’economia produttiva, che contempli anche la proprietà diretta delle imprese (in forme sicuramente innovative). È l’unico modo per dotarsi di una capacità di reazione alla minaccia di «esodo» del settore privato. Storicamente si è assistito a ciclici conflitti tra Stato e capitale. Bisogna immaginare le forme contemporanee di tale conflitto.
Infine, è possibile che della crisi economica in corso abbiamo visto solo la prima parte. Lo spostamento a Est del centro dell’economia mondiale rende stabile la crisi di crescita delle economie occidentali. Vista l’attuale redistribuzione della produzione e dei servizi a livello internazionale, bisogna prendere atto del fatto che le società occidentali stanno sperimentando una «decrescita» forzata della produzione e dei livelli di vita.
Analisi rigorose sulla disoccupazione tecnologica evidenziano poi come l’automazione e la robotizzazione stiano fortemente riducendo, dopo l’occupazione manuale, quella intellettuale. È possibile che nei prossimi due decenni tassi di disoccupazione del 30% (secondo studiosi seri come Randall Collins, anche del 40 o 50%) diventino normali, perché l’innovazione tecnologica non si ferma. Come affrontare questi problemi? È possibile progettare sistemi sociali ad alto sviluppo tecnologico in cui il lavoro sia ampiamente redistribuito e sia comunque garantito a tutti il reddito necessario per una vita dignitosa? Come farlo? La riduzione dell’orario di lavoro e il reddito di cittadinanza potrebbero richiedere applicazioni molto più estese e radicali di quelle a cui si pensa attualmente.
Questi due aspetti – crisi di crescita e aumento della disoccupazione tecnologica – fanno anche dire a un altro importante scienziato sociale, Immanuel Wallerstein, che il capitalismo andrà incontro a una crisi sistemica nell’arco di 30 anni, anche per il fatto che nessuno Stato, dopo gli Usa, avrà la forza sufficiente per costruire uno stabile ordine mondiale. Abbiamo di fronte, potenzialmente, scenari di questa portata.
Fino a 30 anni fa, la sinistra era anticipazione, la destra conservazione e difesa. Da trent’anni la sinistra si difende. Riusciamo a costruire conflitti importanti solo per difendere diritti consolidati. Di solito li perdiamo. La sinistra di governo deve ricominciare ad anticipare i cambiamenti, prima che si manifestino come emergenza. Bisogna approfondire nel dettaglio tutte le variabili in gioco e dotarsi di programmi di governo realistici. Realistico significa adeguato alla radicalità dei mutamenti in corso.
La società è sottoposta a un movimento fortissimo, probabilmente destinato a crescere. Tutto è in gioco: gli assetti economici e sociali, le forme della politica, le strutture istituzionali, i rapporti tra le culture. Per poter essere parte di questo movimento e candidarsi addirittura a guidarlo, la sinistra deve tornare a incarnare un intero modello di società.
«I 28 leader che si riuniscono a Bruxelles domenica assieme ai vertici delle istituzioni europee non dovranno semplicemente superare le proprie posizioni, ma sormontare gli ostacoli strutturali creati dai loro predecessori andando oltre l’ortodossia dei tecnocrati e negoziando un processo per conciliare i legittimi imperativi di 28 democrazie nazionali».
La Repubblica, 10 luglio 2015 (m.p.r.)
Gli dei fanno prima impazzire coloro che vogliono distruggere. In questo caso li fanno annoiare. I vertici dell’eurozona sulla Grecia si moltiplicano, ogni volta annunciati come “l’ultima occasione” e gli europei ormai sono quasi in preda alla narcolessia. Sonnecchiamo sul sedile del passeggero anche mentre l’auto cade nel burrone. Ma non c’è niente da fare. Se i capi di governo dell’Ue non trovano una via d’uscita in occasione del vertice di emergenza convocato per questa domenica, il prossimo lunedì il progetto di integrazione europea potrebbe iniziare a disfarsi. Se pensate che in gioco ci sia solo il futuro della Grecia, be’, pensateci due volte.
Onorevoli deputati, è un onore per me parlare in questo vero e proprio tempio della democrazia europea. La ringrazio molto per l'invito. Sono onorato di affrontare i rappresentanti eletti dei popoli d'Europa, in un momento critico sia per il mio paese-per la Grecia e per la zona euro e l'Unione europea nel suo insieme, come bene.
Mi trovo in mezzo a voi, solo pochi giorni dopo la forte verdetto del popolo greco, seguendo la nostra decisione di permettere loro di esprimere la propria volontà, a decidere direttamente, ad adottare una posizione e di prendere attivamente parte ai negoziati per quanto riguarda il loro futuro. Solo pochi giorni dopo la loro forte verdetto insegnarci a rafforzare i nostri sforzi per raggiungere una soluzione socialmente giusta e finanziariamente sostenibile al greco problema, senza gli errori del passato che ha condannato l'economia greca, e senza l'austerità perpetua e senza speranza che ha intrappolato l'economia in un circolo vizioso di recessione, e la società in una depressione duratura e profonda. Il popolo greco fatto una scelta coraggiosa, sotto pressioni senza precedenti, con le banche erano chiusi, con la maggior parte dei media che cercano di terrorizzare la gente che un NO votazione porterebbe a una rottura con l'Europa.
È il mio piacere essere in questo tempio della democrazia, perché credo che noi siamo qui per ascoltare prima gli argomenti e poi giudicare tali argomenti. "Mi Colpisci, ma prima mi ascolta".
La scelta coraggiosa del popolo greco non regge per una pausa con l'Europa, ma per un ritorno ai principi fondanti dell'integrazione europea, i principi di democrazia, solidarietà, rispetto reciproco e uguaglianza.
Si tratta di un messaggio chiaro che l'Europa: il nostro comune progetto europeo, l'Unione europea, o sarà democratica o si troveranno ad affrontare enormi difficoltà di sopravvivenza, viste le condizioni difficili che stiamo vivendo.
La trattativa tra il governo greco e ai suoi partner, che sarà completata a breve, cerca di riaffermare il rispetto dell'Europa per regole operative comuni, così come il rispetto assoluto per la scelta democratica del nostro popolo.
Il mio governo e io, personalmente, è salito al potere circa cinque mesi fa. Ma i programmi di soccorso sono in vigore per circa cinque anni. Mi assumo la piena responsabilità di ciò che è accaduto nel corso di questi cinque mesi. Ma tutti noi dovremmo riconoscere che la responsabilità principale per le difficoltà che l'economia greca sta vivendo oggi, per le difficoltà che l'Europa sta vivendo oggi, non è il risultato di scelte fatte negli ultimi cinque mesi, ma nei cinque anni di programmi di attuazione che non è finita la crisi. Voglio assicurarvi che, a prescindere dalla propria opinione se gli sforzi di riforma erano giuste o sbagliate, resta il fatto che la Grecia, e il popolo greco, ha fatto uno sforzo senza precedenti per regolare nel corso degli ultimi cinque anni. Estremamente difficile e dura. Questo sforzo ha esaurito la capacità di resistenza del popolo greco.
Negli ultimi cinque anni, la disoccupazione alle stelle, la povertà è salito alle stelle, l'emarginazione sociale è cresciuto enormemente, così come il debito pubblico, che prima del lancio dei programmi era 120% del PIL, ed è attualmente il 180% del PIL. Oggi la maggior parte di popolo greco, a prescindere dalle nostre valutazioni, questa è la realtà e dobbiamo accettarlo, sentono di non avere altra scelta che combattere per uscire da questo corso senza speranza. Ed è questo desiderio, espresso nel modo più diretto e democratica che noi, come governo, siamo chiamati a contribuire a realizzare.
Cerchiamo un accordo con i nostri partner. Un accordo, però, che porterà ad una fine definitiva alla crisi. Che darà speranza, che alla fine del tunnel, c'è la luce. Un accordo che prevede affidabili e necessarie riforme, nessuno si oppone a questa, ma che si sposterà l'onere di coloro che hanno davvero la capacità di spalla - e che, nel corso degli ultimi cinque anni, sono stati protetti dai governi precedenti e non farsi carico - che è stato messo interamente sulle spalle dei lavoratori, dei pensionati, quelli che non possono più sopportare. E, naturalmente, con le politiche redistributive che andrà a beneficio delle classi medie e basse in modo che una crescita equilibrata e sostenibile può essere raggiunta.
La proposta che sottoponiamo ai nostri partner comprende:
- Riforme credibili, sulla base, come ho detto prima, l'equa distribuzione degli oneri, e con il possibile effetto minimo di recessione.
- La richiesta di un'adeguata copertura dei fabbisogni di finanziamento a medio termine del paese, con un programma di crescita forte e front-caricato; se non ci concentriamo su un programma di crescita, quindi non vedremo mai la fine della crisi. Il nostro primo obiettivo deve essere quello di combattere la disoccupazione e incoraggiare l'imprenditorialità,
-e naturalmente, la richiesta di un impegno immediato per iniziare un dialogo sincero, una discussione significativa per affrontare il problema della sostenibilità del debito pubblico.
Non ci possono essere problemi di tabù tra di noi. Dobbiamo affrontare la realtà e cercare soluzioni a questa realtà, a prescindere da quanto sia difficile queste soluzioni possono essere.
Voglio essere molto chiaro su questo punto: le proposte del governo greco per finanziare i suoi obblighi e ristrutturare il proprio debito non sono destinati ad ulteriore onere del contribuente europeo. Il denaro dato alla Grecia-siamo onesti, in realtà mai raggiunto il popolo greco. E 'stato dato il denaro per salvare i greci ed europei banche-ma non è mai andato al popolo greco.
Inoltre, da agosto 2014, la Grecia non ha ricevuto alcuna rate di erogazione in base al piano di salvataggio sul posto fino alla fine del mese di giugno, le rate che ammontano a 7,2 miliardi di euro. Non sono state concesse da agosto 2014, e vorrei sottolineare che il nostro governo non era al potere da agosto 2014 a gennaio 2015. Le rate non sono stati erogati perché il programma non è stato attuato. Il programma non è stato attuato in quel periodo (vale a dire, agosto '14 -Jan. '15) -non A causa di questioni ideologiche, come avviene oggi, ma proprio perché il programma allora, come ora, mancava il consenso sociale. A nostro avviso, non è sufficiente per un programma sia corretto, è importante anche perché sia possibile realizzare, che consenso sociale esiste affinché possa essere attuato.
Onorevoli deputati del Parlamento, allo stesso tempo, che la Grecia stava negoziando e rivendicando 7200000000 € di erogazioni, la Grecia ha dovuto rimborsare a le stesse istituzioni che stavamo per impetrare la erogazioni-rate del valore di 17,5 miliardi di euro. Il denaro è stato pagato dalle magre finanze del popolo greco.
Onorevoli deputati, a dispetto di quello che ho detto, io non sono uno di quei politici che sostengono che "stranieri cattivi" sono responsabili per la noia del mio paese. La Grecia è sull'orlo del fallimento, perché i precedenti governi greci hanno creato uno stato clientelare per molti anni, hanno sostenuto la corruzione, hanno tollerato o addirittura sostenuto l'interdipendenza tra la politica e l'élite economica e l'evasione fiscale su grandi quantità di ricchezza è stato lasciato incontrollato. Secondo uno studio del Credit Suisse, il 10% dei greci in possesso di 56% della ricchezza nazionale. E che il 10% dei greci, nel periodo di austerità e di crisi, sono stati lasciati intatti, essi non hanno contribuito agli oneri come il restante 90% dei greci hanno contribuito. I programmi di soccorso e il memorandum non ha neppure tentato di affrontare questi grandi ingiustizie. Invece, li aggravate, purtroppo. Nessuna delle riforme presunti programmi d'ordine, purtroppo, ha migliorato il meccanismo di riscossione delle imposte che è crollato, nonostante il desiderio di qualche "illuminato", così come giustamente spaventato, funzionari pubblici. Nessuna riforma presunti affrontato il triangolo famigerato di corruzione che è stato istituito nel nostro paese molti anni fa, prima della crisi, tra l'establishment politico, gli oligarchi e le banche. Nessun riforme hanno migliorato il funzionamento e l'efficienza dello Stato, che ha imparato a operare per servire interessi particolari piuttosto che il bene comune. E, purtroppo, le proposte per affrontare questi problemi sono ora sotto i riflettori. Le nostre proposte si concentrano sulle riforme reali, che mirano a cambiare la Grecia. Le riforme che i governi precedenti, la vecchia guardia politica, così come chi guida i piani Memoranda, non volevo vedere implementata in Grecia. Questa è la semplice verità. Trattare in modo efficace con la struttura oligopolistica e le pratiche di cartello nei singoli mercati - tra cui il mercato televisivo non regolamentata e inspiegabile - il rafforzamento dei meccanismi di controllo in materia di entrate pubbliche e il mercato del lavoro per combattere l'evasione fiscale e l'evasione, e modernizzare la Pubblica Amministrazione costituiscono priorità di riforma del nostro governo . E, naturalmente, ci aspettiamo che i nostri partner 'accordo su queste priorità.
Oggi, veniamo con un mandato forte da parte dei cittadini greci e con la ferma determinazione di non scontrarsi con l'Europa, ma a scontrarsi con gli interessi acquisiti nel nostro paese, e con le logiche e gli atteggiamenti stabilito che affondavano la Grecia in crisi, e stiamo mettendo un peso per l'Eurozona, pure.
L'Europa è a un bivio critico. Ciò che noi chiamiamo la crisi greca non è che l'incapacità generale della zona euro per un trovare una soluzione definitiva a una crisi del debito autosufficiente. In realtà, questo è un problema europeo, e non un problema esclusivamente greca. E un problema europeo richiede una soluzione europea.
Storia europea è piena di conflitti, ma alla fine della giornata, di compromessi, anche. Ma è anche una storia di convergenza e l'allargamento. Una storia di unità, e non di divisione. Ecco perché si parla di una Europa unita, cerchiamo di non permettere che diventi un'Europa divisa. Attualmente stiamo chiamati a raggiungere un compromesso praticabile e onorevole al fine di evitare una rottura storica che ribaltare la tradizione di un'Europa unita.
Sono certo che tutti noi apprezziamo la gravità della situazione e che risponderemo di conseguenza; ci assumeremo la nostra responsabilità storica.
Non si è trattato di una sfida tra democrazia e tecnocrazia, bensì tra due concezioni di democrazia, tra due visioni politiche. Non è vero infatti che sia stata la troika a imporre l’austerità, sono stati i governi degli Stati — legittimamente eletti — a delegare alle istituzioni finanziarie il compito di attuare le misure economiche di stampo neoliberista volontariamente decise dagli Stati stessi in sede europea.
Visioni inconciliabili
I Trattati e i reiterati accordi tra i paesi membri dell’Unione europea (dal Six-Pack al Fiscal compact al Two-Pack) sono le fonti normative che hanno generato le misure di rigore europee. Il governo greco — anch’esso legittimamente eletto — chiede ora di cambiare, denuncia l’insuccesso delle misure di austerità sin qui seguite che hanno portato molti paesi ad un passo dal tracollo, hanno impedito la ripresa, non sono riuscite ad affrontare le questioni che strutturalmente caratterizzano la debolezza economica dei singoli paesi. In questo quadro c’è poi la questione specifica della Grecia, il cui debito è un ostacolo per ogni possibile ripresa del paese.
Ciò che ha impedito l’accordo tra i diciotto Stati dell’eurozona non è stato il debito, bensì le inconciliabili visioni di politica economica. È questa la vera questione che il governo greco e ora anche il suo popolo ci pongono.
Incamminarsi verso l’ignoto
Il No greco al memorandum dei creditori e all’ideologia da questo espresso rappresenta il rifiuto di un modello di sviluppo. Ci carica di responsabilità interrogandoci sulla nostra concezione di democrazia, sul rapporto tra diritti e mercato, sull’idea di società. Ci invita ad abbandonare il noto (le politiche sin qui seguite) per incamminarci verso l’ignoto (almeno in Europa: negli Stati uniti la ripresa c’è stata proprio grazie all’abbandono delle politiche recessive).
Una sfida straordinaria. Sapremo in grado di raccoglierla?
Quel che può dirsi e che non basteranno le astuzie o i tentativi di addolcire le politiche sin qui seguite. La Grecia ci ha mostrato che non si può puntare su un’«austerità espansiva», ma è necessario puntare ad una rottura di continuità.
Ciò vuol dire cambiare i Trattati e gli accordi che definiscono le politiche economiche e sociali tra Stati. Vuol dire riscoprire un’Europa politica e sociale, prendere sul serio quel che è pur scritto nel preambolo della Carte dei diritti dell’Unione europea («L’Unione pone la persona al centro della sua azione»), ma che è stato travolto dal dominio arrogante e disumano delle politiche di mercato.
È evidente che un’impresa così grande non è nella disponibilità di un solo paese o di un piccolo popolo, per quanto orgoglioso e consapevole possa essere. Ed è anche per questo che il referendum greco ci interroga direttamente e assegna ai popoli e a tutti gli Stati europei una responsabilità immensa.
Niente egoismi nazionali
L’obiettivo di cambiare i Trattati e far adottare politiche sociali alle istituzioni europee (comprese quelle finanziarie e bancarie) potrà essere raggiunto solo a seguito di una difficile e responsabile lotta politica da svolgere in Europa. Non si potrà concedere nulla al populismo, neppure a quello radicale che tanto alletta parte della sinistra. Non ci si potranno formare alleanze spurie con gli antieuropeisti, nazionalisti, gli egoismi nazionali di varia natura.
Non si potrà fare affidamento neppure sulle grandi socialdemocrazie, che potranno pur cambiare e alla fine dare una mano, ma solo se costrette. I paesi del sud d’Europa dovrebbero essere le più interessate a cambiare: oltre la Grecia, la Spagna. La vittoria di Podemos può essere un tassello decisivo in questa strategia. Poi il Portogallo, chissà che ne sarà dell’ondivaga Francia. E l’Italia?
La delegazione più folta
Se si guarda al nostro paese oggi non c’è da essere ottimisti. Non c’è nessuno che sia in grado di rappresentare con adeguata forza le istanze del cambiamento reale. Saremo anche pieni di buone intenzioni e, a volte, persino generosi. Ma c’è egualmente da disperare: la delegazione più folta che ha festeggiato la vittoria del referendum ad Atene era quella italiana. Per forza, ciascuno rappresentava se stesso! Per la Germania c’era la Linke, per la Spagna Podemos, per l’Irlanda Sinn Fein, e così via. Per l’Italia un esercito diviso di personalità disorganizzate e indistinte.
Ora veramente non c’è più tempo. Se noi italiani non sapremo rispondere alla sfida che è stata lanciata dalla Grecia rischiamo di compromettere una strategia di riscatto dei popoli europei. Un debito che poi non potremmo mai più restituire e il nostro default politico sarebbe totale.Un No che ci carica di responsabilità
Dopo il referendum. Il rifiuto greco del memorandum interroga gli altri paesi del sud dell'Europa. Se la sinistra italiana non saprà rispondere alla sfida lanciata da Atene il nostro default politico sarebbe totale
Postilla
«Sognavo un’Italia pulita, invece è ancora Nera. Al popolo piace l’uomo forte, il cesarismo. Così si spiegano Berlusconi e Renzi. Non è per questo che abbiamo combattuto». Silvia Truzzi intervista lo scrittore, che va vissuto una lunga stagione con gli occhi aperti.
Il Fatto Quotidiano, 8 luglio 2015
L’appuntamento è al Castello di Lisignano: “La famiglia di mia moglie ci abita da oltre cento anni. Il primo inquilino era stato un messo del Barbarossa, nel XII secolo”. In questa storia comincia tutto molto tempo fa.
Sulla Resistenza ho scritto altri due libri. Uno è il mio primo libro di racconti pubblicato da Einaudi, Dentro mi è nato l’uomo. Qualche anno dopo è uscito La scelta, con Feltrinelli: raccontava in maniera molto precisa, già da storico, la Resistenza. Questo diario mi sembrava semplice e ingenuo: l’ho scritto mentre c’era la guerra, ero un ragazzo. L’ho messo in un cassetto e l’ho dimenticato. Mimmo Franzinelli sapeva che avevo un testo nel cassetto e mi ha chiesto: “Perché non lo pubblichi per i settant’anni dalla Liberazione?”. Sono andato a rileggerlo e ho pianto. Non ho cambiato neanche una riga.
Montanelli lo negava. Per trent’anni c’è stata una specie di lotta tra noi. Una lotta feroce, ogni volta che usciva un mio libro, Indro diceva: “Di nuovo Del Boca con le sue balle sui gas. Io c’ero in Africa e non ho mai sentito l’odore di mostarda”. Diceva così perché l’iprite sa di mostarda. Ma lui non aveva sentito odore di mostarda perché quando hanno cominciato a gettare i gas non era più al fronte, era in ospedale.
Riferimenti
Alcuni scritti di Angelo Del Boca sono inseriti nel vecchio archivio di eddyburg nella cartella Italiani Brava Gente.
«La ferocia liberista della socialdemocrazia europea» e «È il tracollo del socialismo europeo»: sono i titoli degli articoli di Marco Bascetta e Marco Revelli che sintetizzano con efficacia il dramma dell'Unione europea. Liberare lo scenario dai rottami della sinistra del secolo breve è forse il passo essenziale da compiere per combattere vittoriosamente il neoliberismo, fase finale del capitalismo.
Il manifesto, 7 luglio 2015
Le due ali politiche istituzionali fanno a gara per imporre i memorandum della Bce e del Fmi all’Europa. E chiudono gli occhi di fronte all’esercizio della democrazia che viene dalla Grecia
Il volto grigio e tirato di Martin Schulz, presidente dell’Europarlamento, costretto a balbettare il suo commento «istituzionale» al risultato del referendum greco è forse l’immagine più vivida dello stato in cui versa quella che fu la socialdemocrazia europea. Solo poche ore prima, a urne ancora aperte, era intervenuto, con un gesto inammissibile per il ruolo che ricopre, a sostegno dello schieramento del sì. Per poi, una volta sconfitta la sua «parte», offrire, indecentemente, un sostegno «umanitario» alla Grecia.
Herr Schulz, le cui dimissioni dovrebbero essere cosa scontata, rispecchia tuttavia pienamente l’idea di democrazia prevalente nelle segreterie delle formazioni socialdemocratiche europee. Il suo partito, la Spd, si è speso tanto accanitamente in favore del rigore e delle politiche di austerità da ostacolare perfino quel tanto di aperture che la cancelliera Angela Merkel avrebbe potuto azzardare in alcune fasi del negoziato con Atene.
Neanche per un istante la dirigenza socialdemocratica, in buona compagnia di italiani e francesi, si è discostata, sia pur di poco, da quello schema che pone al centro della costruzione europea il rapporto tra debitori e creditori e il risparmio a discapito dei redditi e dei diritti. Cosicché oggi la socialdemocrazia tedesca è tagliata fuori, per eccesso di zelo, (e per fortuna) da qualunque possibile ruolo nella ripresa di un negoziato con Atene. Come una cantilena, ormai stantia, si limita a ripetere che il referendum greco ha reso la ricerca di una soluzione ancora più difficile, per non dire impossibile. Ma si guarda bene dall’aggiungere che questa «difficoltà» altro non è che il rifiuto di Syriza di governare secondo regole ostili o indifferenti alla volontà dei governati, come sarebbe auspicabile secondo la governance europea.
L’Europa sarebbe insomma minacciata da una overdose di democrazia che rischia di legare le mani dei governi. E non è un caso che nell’Italia delle «riforme» si lavori a rendere sempre più difficoltoso il ricorso allo strumento referendario, suscettibile di scompaginare i giochi dell’esecutivo. Oltre che sociale, la socialdemocrazia ha dunque cessato anche di essere democratica.
Resta così, nel ruolo sempre più patetico e improbabile di «pontiere», la figura più pallida e impopolare che i partiti socialisti d’Europa abbiano mai espresso: François Hollande. Mezzo mediterraneo e mezzo governante sempre più in bilico di una grande nazione decisiva per l’Unione europea, ma del tutto subalterno a quella visione tedesca del Vecchio continente, che un tempo preoccupava non poco i governi di Parigi. La Francia, da tempo, più che una soluzione è diventata una parte rilevante del problema.
È il paese che ha votato no alla Costituzione politica europea, affossandone definitivamente perfino l’idea, ma che in nessun modo si è poi spesa nel correggerne la costituzione materiale, ossia i rapporti di forze economici e gli assetti gerarchici che ne configurano l’equilibrio: «No alla Costituzione, si ai Memorandum», questa la lieta novella che proviene da Parigi. Nel repubblicanesimo francese si annidano molti più sentimenti antieuropei di quanti se ne possano incontrare dalle parti di Atene. E non è sorprendente che nel suo seno prosperi e si sviluppi una forza come il Front National di Marine le Pen. Né che la socialdemocrazia francese si riveli del tutto incapace di farvi in alcun modo fronte.
Sotto un velo retorico sempre più sottile e trasparente l’Unione va trasformandosi in un tavolo negoziale tra criptosciovinismi di potenza diseguale, con l’entusiastica adesione delle socialdemocrazie in costante declino di credito elettorale. Affannato e petulante, truccando spudoratamente i numeri del «successo», il nostro Pd partecipa alla gara nelle seconde file. La «priorità dell’interesse nazionale» non è più l’evocazione impronunciabile di una storia obbrobriosa, ma un buon argomento da campagna elettorale. In un siffatto contesto in cui l’ipocrisia si fa necessità storica, diventa essenziale sostenere che il «no» uscito trionfante dal referendum greco è un no all’Europa e una delle molte insorgenze «populiste» o «rossobrune» che minano la costruzione europea e aprono sull’ignoto.
Sembrerebbe esservi una singolare teoria che circola da qualche tempo nei principali media europei e nel dibattito pubblico. Se una volta andavano in gran voga gli «opposti estremismi» ora sembra venuto il tempo dei «convergenti estremismi» che, da destra e da sinistra, alleandosi fra loro, puntano a demolire la stabilità del Vecchio continente e a indebolirne le auree regole. Ogni voce critica viene automaticamente attribuita a questo inquietante scenario. Non manca nemmeno chi annovera Alba dorata tra i sostenitori di Tsipras, comunque ricorrentemente assimilato al Front national, al Movimento5 stelle o ai nazionalisti polacchi. Naturalmente in compagnia del temutissimo Podemos.
Questa opera di disinformazione ha raggiunto il parossismo alla vigilia del referendum in Grecia. Il quale esprimeva invece un punto irrinunciabile, ribadito con grandissima insistenza: la permanenza nell’Unione europea e la creazione di condizioni tali da non far dipendere questa appartenenza da un rapporto tra creditori e debitori universalmente riconosciuto come insostenibile. Ciò che risulta veramente indigeribile dell’esperienza greca è appunto il suo convinto europeismo. Il quale minaccerebbe non tanto i trattati europei quanto gli interessi nazionali (sovente più ideologici che contabili) degli stati che governano di fatto l’Unione.
Se di «salto nel buio» si deve parlare non è certo riferendosi alla mossa referendaria di Tsipras, quanto alla caparbia difesa di uno squilibrio che sta spianando la strada alle peggiori forme di nazionalismo, alle quali la socialdemocrazia europea risponde facendosi a sua volta portavoce «ragionevole» dell’«interesse nazionale». E’ questa la deriva che sta minacciando l’Europa e che la crisi greca non ha certo prodotto, ma piuttosto chiaramente rivelato.
E’ IL TRACOLLO DEL SOCIALISMO EUROPEO
La valanga di «No» non è solo una vittoria del governo e del popolo greco. E’ una vittoria di tutti gli europei che non hanno voluto smettere di credere nella democrazia.
La paura è stata sconfitta. Clamorosamente. Il tentativo di seminare il terrore nell’elettorato da parte dei principali esponenti delle istituzioni europee, a cominciare dal governatore della Bce Mario Draghi (che togliendo l’ossigeno finanziario alle banche e al popolo greco si è assunto una responsabilità personale gravissima), è fallito. Occorrevano davvero degli «eroi omerici» per resistere a quel ricatto, e sono stati all’altezza della loro storia migliore. Hanno dimostrato che anche in tempi di crisi della politica, la «grande politica» è possibile. Perché è «grande politica» mostrare che la pratica della democrazia è possibile, in un contesto europeo che sembra aver dimenticato questo valore, e di fronte a oligarchie che non la tollerano e non perdono occasione per dimostrarlo. Ed è «grande politica» aver mostrato - da quella che potrebbe apparire un’estrema periferia del continente e che invece se ne rivela il vero centro - che l’architettura su cui si basa l’Unione europea non regge. Che va cambiata dalla radice. Pena la fine dell’Europa.
Dopo questo voto Alexis Tsipras assume statura e ruolo di leader europeo. Quel «ragazzo», come lo chiamano affettuosamente in patria, rappresenta tutti gli europei - e sono davvero tanti - che non si riconoscono in questa gestione inumana, arrogante, egoistica e irresponsabile da parte di coloro che - in nome di un dogma fallimentare - hanno portato l’Europa sull’orlo del disastro, tradendone gli ideali fondativi, rendendola odiosa agli occhi del suo stesso popolo. Dovremo d’ora in poi gridarlo forte, tutti insieme, con un coro transnazionale, che l’Europa è troppo importante per lasciarla nelle mani di oligarchi di tal fatta. Di figure dal profilo tremendamente basso, incapaci di visione, di sguardo, chiuse nella piccineria di un’esistente insostenibile nel futuro, anche nel più vicino, di fronte alle quali spicca, per differenza, la grandezza del gesto di Yanis Varoufakis - l’eroe di piazza Syntagma, l’uomo acclamato dal popolo del «No», un vincitore indiscusso - che si dimette per favorire un accordo che va nell’interesse del proprio popolo. Per togliere anche un briciolo di alibi ad avversari rancorosi e nella sostanza meschini, in una situazione che è, con tutta evidenza, durissima.
Il voto greco rivela anche il catastrofico collasso del socialismo europeo. La presa di posizione del vice-cancelliere tedesco Garbriel, schierato addirittura alla destra della Merkel a fare il lavoro sporco per lei – a ribadirne la «pedagogia imperialista» di cui nel suo stesso paese è accusata (Der Spiegel) -, è qualcosa di ancor più tragico del celebre voto dei crediti di guerra nel 1914, perché segna una assimilazione ormai senza più residui. La dichiarata fine di un’identità politica. Così come la vergognosa posizione assunta da Martin Schultz, offensiva dello stesso parlamento europeo che dovrebbe rappresentare, esempio dell’abisso in cui è caduta la socialdemocrazia tedesca ma anche dell’incapacità di ricoprire con dignità un ruolo istituzionale che dovrebbe essere rappresentativo di tutti. Un parlamento degno di questo nome non dovrebbe esitare nemmeno un giorno a chiederne le dimissioni. Per non parlare delle posizioni assunte dal presidente del consiglio italiano Matteo Renzi: la sua imbarazzante performance di fronte alla cancelliera Merkel, gratuita forma di servilismo a danno degli stessi interessi italiani, è il simbolo di un definitivo degrado politico, culturale e morale. Che ne vanifica ogni possibile aspirazione da «mediatore» di alcunché.
Da oggi incomincia una nuova storia per tutte le sinistre europee, a cominciare dalla nostra. I greci hanno aperto una breccia. Contro di loro si scaricherà la voglia di vendetta degli sconfitti, ancora increduli della propria sconfitta perché fiduciosi nell’onnipotenza dei propri mezzi. Tenteranno di continuare a usarli quei mezzi di dissuasione di massa. Tenteranno di prolungare il vero e proprio assedio di tipo medievale che hanno praticato nell’ultima settimana. Stringeranno ancora la garrota al collo dei greci per tentare di piegarne i negoziatori. Sta a tutti noi essere all’altezza del compito. Perché adesso tocca a noi fare la nostra parte, rompendo quell’assedio.
Facendo sentire forte la voce della vera Europa. Mobilitandoci perché è della nostra stessa pelle che si tratta.
Mambiailmondo, 6 luglio 2015
Subito dopo l’annuncio dei risultati del referendum, sono stato messo al corrente di una certa preferenza da parte di alcuni partecipanti all’Eurogruppo, e ‘partner’, per la mia … ‘assenza’ da queste riunioni; un’idea che il Primo Ministro ha giudicato potenzialmente utile per trovare un accordo. Per questo lascio il Ministero delle Finanze oggi.
Considero un mio dovere aiutare Alexis Tsipras a sfruttare, come gli sembra opportuno, il capitale che il popolo greco ci ha accordato attraverso il referendum di ieri. E io porterò con orgoglio il disprezzo dei creditori.
Noi della sinistra sappiamo come agire collettivamente, iincuranti per i privilegi che derivano delle cariche. Sosterrò pienamente il Primo Ministro Tsipras, il nuovo ministro delle Finanze e il nostro governo. Lo sforzo sovrumano per rendere onore al coraggioso popolo greco, e al formidabile OXI (NO) che hanno affidato ai democratici di tutto il mondo, è appena cominciato, "
Like all struggles for democratic rights, so too this historic rejection of the Eurogroup’s 25th June ultimatum comes with a large price tag attached. It is, therefore, essential that the great capital bestowed upon our government by the splendid NO vote be invested immediately into a YES to a proper resolution – to an agreement that involves debt restructuring, less austerity, redistribution in favour of the needy, and real reforms.
Sono tante le ragioni per vergognarsi d'essere italiani. Quella offerta dalla vicenda raccolta (spero che si sia messo i guanti nel farlo) dall'autore di questa nota supera l'immaginabile. Se riuscite ad aprire il filmato fuggirete anche voi.
La Repubblica online, blog "Articolo 9", 4 luglio 2015. con postilla
Questo amico ama moltissimo Eataly, e ci va spesso «to buy some of their fantastic produce, mortadella and fresh mozzarella». Ma certo non si aspettava di trovare, nel settore dedicato alla pasta, una statua originale del secondo Quattrocento proveniente dal Duomo di Milano, buttata nel mezzo della sala dentro una scatola di plexiglass. In effetti questa fotografia illustra la mercificazione del patrimonio culturale italiano meglio di un intero volume dedicato all'argomento.
Perché la preziosa opera d'arte di un museo italiano deve decorare il negozio di un privato? Ed è opportuno che un'opera d'arte del passato (per giunta di soggetto sacro) venga estratta da un museo per essere straniantemente inscatolata in mezzo alla pasta e alla mortadella? Domande retoriche, visto che la mostra Tesoro d'Italia replica questo modello su vastissima scala, mescolando capolavori dei musei pubblici a opere private, e addirittura a opere in vendita (come la robbiana appoggiata per terra che si vede in questo incredibile filmato).
Molti pensano che questo sia un modo per avvicinare «la gente» all'«arte». Io credo che sia solo un modo per piegare il patrimonio artistico bene comune agli interessi commerciali dei nuovi padroni del vapore. Padroni a cui quelle opere d'arte interessano solo come strumenti del proprio marketing: presentando questo incredibile prestito, Oscar Farinetti parlò di una statua di Santa Lucia incinta, fraintendendo, fantozzescamente, la veste tardogotica allacciata sotto il seno, e ignorando evidentemente tutto della storia della vergine siracusana in generale, e di questa statua in particolare. Naturalmente non è questo il punto: ma dovrebbe far riflettere il fatto che chi parla continuamente di bellezza non ha in realtà la minima idea di quella bellezza.
Lo sfruttamento dell'arte da parte dei potenti di turno è una storia antica, ma la Costituzione italiana aveva messo le premesse di un futuro diverso, indicando un uso dell'arte del passato che fosse indirizzato verso la conoscenza, l'uguaglianza, il pieno sviluppo della persona umana. Ma era un'altra Italia. Oggi, anche agli occhi di un newyorkese è evidente che Eataly si è mangiata Italy.
Qualche idea ragionevole per tutti, e soprattutto per quanti, servizievoli verso il mondo del potere globale, accusano Tsipras di demagogia dimostrando così di preferire l'oligarchia alla democrazia.
La Repubblica, 28 giugno 2015
Com’era il referendum nel mondo antico?«Nell’Atene del V secolo a. C. il referendum non aveva senso: le decisioni erano prese dall’assemblea popolare. Qui due volte al mese si tenevano delle assemblee ordinarie nelle quali i cittadini votavano per alzata di mano e decidevano sulla loro rappresentatività. La repubblica romana invece era aristocratica: si votava per centurie e le classi ricche vincevano sempre».
Quando nasce storicamente l’esigenza di far partecipare il popolo alla vita pubblica?
«Aristotele spiega bene che in origine solamente in pochi prendevano parte alla vita politica della polis. Erano i signori a comandare. Solo quando s’introdusse un salario minimo anche le persone comuni poterono iniziare a partecipare attivamente».
Si può ricorrere al referendum per una questione così importante come l’accettazione del piano Ue sulla Grecia?
«Non solo si può, ma si deve. Nella storia d’Italia ci sono un paio di referendum che ci hanno segnato per sempre: quello per la Repubblica del 1946 e quello per il divorzio del 1974. E invece ora tutti si mettono a dare lezioni alla Grecia. Ma sono lezioncine in contrasto con l’idea di sovranità popolare. Sono reazioni oligarchiche»
Siamo di fronte ad una crisi delle democrazie rappresentative?
«Il modello della delega è logoro. Il referendum è un correttivo, un modo per restituire voce al cittadino comune. E’ una grande conquista, insieme al suffragio universale sicuramente una delle più grandi del Novecento. D’altra parte Jean-Jacques Rousseau diceva che il popolo inglese è libero soltanto durante l’elezione dei membri del parlamento, ma appena questi sono eletti ridiventa schiavo.
In momenti delicati, non è rischioso affidarsi alla pancia degli elettori?
«Chi pensa questo non ha fiducia nel popolo sovrano. In realtà la democrazia s’impara praticandola e non continuando a tenere il cittadino comune sotto tutela».
In tutto questo periodo di trattative ci è stato chiesto di applicare gli accordi di memorandum presi dai governi precedenti, malgrado il fatto che questi stessi siano stati condannati in modo categorico dal popolo greco alle ultime elezioni. Ma neanche per un momento abbiamo pensato di soccombere, di tradire la vostra fiducia.
Dopo cinque mesi di trattative molto dure, i nostri partner, sfortunatamente, nell’eurogruppo dell’altro ieri (giovedì n.d.t.) hanno consegnato una proposta di ultimatum indirizzata alla Repubblica e al popolo greco. Un ultimatum che è contrario, non rispetta i principi costitutivi e i valori dell’Europa, i valori della nostra comune casa europea. È stato chiesto al governo greco di accettare una proposta che carica nuovi e insopportabili pesi sul popolo greco e minaccia la ripresa della società e dell’economia, non solo mantenendo l’insicurezza generale, ma anche aumentando in modo smisurato le diseguaglianze sociali.
La proposta delle istituzioni comprende misure che prevedono una ulteriore deregolamentazione del mercato del lavoro, tagli alle pensioni, nuove diminuzioni dei salari del settore pubblico e anche l’aumento dell’IVA per i generi alimentari, per il settore della ristorazione e del turismo, e nello stesso tempo propone l’abolizione degli alleggerimenti fiscali per le isole della Grecia. Queste misure violano in modo diretto le conquiste comuni europee e i diritti fondamentali al lavoro, all’eguaglianza e alla dignità; e sono la prova che l’obiettivo di qualcuno dei nostri partner delle istituzioni non era un accordo durevole e fruttuoso per tutte le parti ma l’umiliazione di tutto il popolo greco.
Greche e greci,
in questo momento pesa su di noi una responsabilità storica davanti alle lotte e ai sacrifici del popolo greco per garantire la Democrazia e la sovranità nazionale, una responsabilità davanti al futuro del nostro paese. E questa responsabilità ci obbliga a rispondere all’ultimatum secondo la volontà sovrana del popolo greco.
Domani (oggi n.d.t.) si terrà l’assemblea plenaria del parlamento per deliberare sulla proposta del Consiglio dei Ministri riguardo la realizzazione di un referendum domenica 5 luglio che abbia come oggetto l’accettazione o il rifiuto della proposta delle istituzioni.
Ho già reso nota questa nostra decisione al presidente francese, alla cancelliera tedesca e al presidente della Banca Europea, e domani con una mia lettera chiederò ai leader dell’Unione Europea e delle istituzioni un prolungamento di pochi giorni del programma (di aiuti n.d.t.) per permettere al popolo greco di decidere libero da costrizioni e ricatti come è previsto dalla Costituzione del nostro paese e dalla tradizione democratica dell’Europa.
Greche e greci,
a questo ultimatum ricattatorio che ci propone di accettare una severa e umiliante austerity senza fine e senza prospettiva di ripresa sociale ed economica, vi chiedo di rispondere in modo sovrano e con fierezza, come insegna la storia dei greci. All’autoritarismo e al dispotismo dell’austerity persecutoria rispondiamo con democrazia, sangue freddo e determinazione.
La Grecia è il paese che ha fatto nascere la democrazia, e perciò deve dare una risposta vibrante di Democrazia alla comunità europea e internazionale. E prendo io personalmente l’impegno di rispettare il risultato di questa vostra scelta democratica qualsiasi esso sia. E sono del tutto sicuro che la vostra scelta farà onore alla storia della nostra patria e manderà un messaggio di dignità in tutto il mondo.
In questi momenti critici dobbiamo tutti ricordare che l’Europa è la casa comune dei suoi popoli. Che in Europa non ci sono padroni e ospiti. La Grecia è e rimarrà una parte imprescindibile dell’Europa, e l’Europa è parte imprescindibile della Grecia. Tuttavia un’Europa senza democrazia sarà un’Europa senza identità e senza bussola.
Per la sovranità e la dignità del nostro popolo.
Alexis Tsipras
Il testo di una nobile lettera, contro i respingimenti dei rifugiati alla frontiera con l’Italia, del principale sindacato dei ferrovieri francesi, scelta e tradotta da Maria Cristina Gibelli
Il principale sindacato dei ferrovieri francesi si ribella alla politica di respingimento dei rifugiati in atto alla frontiera con l’Italia e scrive una lettera al Presidente della SNCF (l’azienda nazionale delle ferrovie francesi), ricordando a lui, e quindi anche a Hollande e al ministro dell’Interno Bernard Cazeneuve, che fra il 1942 e il 1944, durante il governo di Vichy, 76.000 ebrei francesi furono deportati nei campi di sterminio nazisti utilizzando i treni merci delle ferrovie dello stato; e ricordando altresì che molti furono gli episodi di eroismo dei ferrovieri in difesa dei deportati. Ieri si era costretti a viaggiare verso la morte, oggi si impedisce di viaggiare verso la vita (m.c.g.).
Signor Presidente,
la Federazione CGT dei ferrovieri le ha scritto per esprimere la sua ira quando lei è andato a presentare le sue scuse negli Stati Uniti presso le lobby americane a proposito del ruolo giocato dalle ferrovie francesi durante la seconda guerra mondiale. Abbiamo detto che certamente la SNCF ha partecipato al trasporto dei deportati verso i campi di concentramento per ordine del governo di Vichy, ma sarebbe stato opportuno ricordare anche quanti ferrovieri, in maggioranza militanti della CGT, sono stati uccisi, feriti o internati per aver opposto resistenza.
Il governo francese si è impegnato per un rimborso rilevante (a priori, 60 milioni di euro) nei confronti dei deportati ebrei, o dei loro discendenti residenti negli Stati Uniti. Fino ad allora, la direzione della Ferrovie dello stato si era difesa sulla base del principio della requisizione obbligatoria imposta dallo Stato francese in quel periodo oscuro della nostra storia. Ma non dimentichiamoci che dei ferrovieri sono stati mandati a morte per aver rifiutato di obbedire, altri hanno svolto questo ignobile compito sotto la minaccia delle armi, altri ancora hanno organizzato l’evasione dei deportati a rischio della loro vita e hanno ottenuto la qualifica di “Giusti”.
Oggi si stanno costituendo delle associazioni per portare aiuto ai migranti che arrivano dall’Africa o dal Medio Oriente. E anche in queste organizzazioni sono impegnati dei ferrovieri per lo più aderenti alla CGT. Queste donne, questi bambini, questi uomini, spesso giovani, fuggono la guerra, la carestia e la morte; vanno in esilio perché braccati in quanto oppositori politici di dittature.
Sappiamo tutti che la situazione catastrofica dalla quale fuggono i migranti ha la sua origine nel capitalismo mondializzato e nella avidità delle grandi multinazionali. Sappiamo tutti che le potenze economiche del “mondo dei ricchi”, per lo più occidentali, obbediscono ciecamente alle imprese transnazionali che commerciano con dittatori e oppressori. Anche la stessa SNCF non firma forse contratti con alcune monarchie del Golfo o con lo Stato di Israele malgrado la sorte che esso riserva al popolo palestinese violando le convenzioni dell’ONU?
Ecco perché, e con estrema urgenza, occorre accogliere questi migranti, garantire loro sicurezza, cura e asilo in Europa; perché anche noi francesi abbiamo delle responsabilità nei confronti della politica internazionale portata avanti dal nostro governo e da alcune imprese nazionali.
Contemporaneamente, apprendiamo che la stazione ferroviaria di Menton Garavan, alla frontiera italiana, funziona come un “parco dei migranti” controllato dalle forze dell’ordine, per organizzare il respingimento di questi poveretti. Apprendiamo che i dirigenti locali della SNCF si nascondono dietro le ordinanze della prefettura per mettere questo luogo sotto il controllo della polizia, tutto come 70 anni fa. Forse può apparire aneddotico, ma apprendiamo che queste persone sono in regola con la SNCF perché sono titolari di un biglietto ferroviario che non gli è neppure stato rimborsato, mentre il prezzo di un biglietto costituisce per loro un impegno enorme data la situazione di estrema precarietà.
Signor Presidente, fra qualche anno uno dei vostri successori andrà a presentare le sue scuse sul suolo africano? O il principio di requisizione verrà di nuovo utilizzato per coprire fatti ignobili? Vi poniamo solennemente questa domanda e vi chiediamo di porla ai signori Hollande, Valls e Cazeneuve, Fabius e Macron nei loro rispettivi ruoli.
Ci auguriamo che lei si ribelli e faccia rapidamente opposizione a queste procedure riprovevoli e che la nostra Società porti soccorso e assistenza ai migranti e dia loro il diritto di viaggiare, piuttosto che servire una politica europea e francese che non si assume le sue responsabilità e non trova risposte altro che la repressione e la chiusura delle frontiere.
In certi casi, la disobbedienza è un dovere.
«Non votano più. Perché non solo vanno trovate parole che scaldino il cuore e la mente, che dicano di mondi da cambiare, di giustizia da rivendicare, di lotte da sostenere. Servono volti che quelle parole, quei mondi, quelle lotte le rendano riconoscibili».
Il manifesto, 21 giugno 2015
Un messaggio che va oltre il tracollo del Pd, travalica la baldanza della destra con la faccia feroce di Salvini e della Lega, il consolidamento nei territori dei M5S, proiettati su una dimensione di governo. Preferiscono di no, gli elettori e le elettrici di sinistra. Preferiscono non votare, e se votano, allora scelgono M5S. Almeno sembra utile.
È la fine non della storia, ma di una storia, proprio come se fosse una storia d’amore. E come nella fine degli amori quello che si perde sono le parole, i luoghi, i riti. Quello che aveva un senso unico e speciale, e brillava di una chiarezza luminosa di immediata comprensione, d’improvviso si spegne, ritorna parola e luogo anonimo, indistinguibile tra gli altri. Si scioglie il legame stringente, sembra che nulla riesca più ad accendere la passione. Rimangono ricordi, memorie, a volte brevi fiammate.
Il linguaggio amoroso restituisce e chiarisce più di altri, a me sembra, quanto avviene. E ben di più dell’uso indiscriminato della categoria dell’antipolitica rende ragione della fine dell’avventura. Non siamo negli anni Novanta, e neppure nel primo decennio del Duemila. Non è solo né principalmente il rancore, che tanto si è analizzato in passato, il motore della nuova astensione e dei nuovi flussi di voto. Gli elettori e le elettrici che hanno preferito di no, in questa tornata elettorale, quelli con radicate scelte di sinistra, come già si era visto in Emilia Romagna lo hanno fatto per scelta politica. Quasi un atto estremo, disperato, forse, ma l’unico possibile. Per dire che non ci credono più. Non credono più all’insieme di sigle che a ogni competizione elettorale si presentano a garantire con i loro richiami al passato comune la continuità di una storia. Perché in realtà non garantiscono nulla. Da tempo. Perché quella storia non c’è più.
È un punto di non ritorno, in cui è essenziale la comprensione di quanto avviene, nel gioco delle forze come nel dispiegarsi dei sentimenti. Per questo non è il momento di rinvii o indugi. Bisogna buttarsi nell’impresa, dove si è, come si è.
Non ci sono trucchi, formule magiche, autorità esterne che possano garantire alcunché. È l’atto di coraggio che il presente richiede. Quale impresa? Entrare con molta attenzione nello spazio vuoto che gli elettori hanno creato. Con l’atto netto, autorevole e umile di aprire ora, adesso un processo costituente, in un’assemblea entro luglio. Indetta da parte di chi c’è, ora, adesso: forze politiche, gruppi, associazioni, chi si muove nell’area aperta alla sinistra del Pd. Con la consapevolezza che il gesto – necessario – non è per nulla sufficiente. Per questo, tra le virtù richieste, l’umiltà è indispensabile. L’impresa più difficile è essere credibili e convincenti, mostrare nelle pratiche che non ci si muove in una logica pattizia, che non si tratta di manovre in vista di nuovi cartelli elettorali, per esempio per le elezioni della prossima primavera in comuni importanti come Milano e Napoli. Insomma, occorre un passo indietro. Bisogna agire il paradosso attuale, oggi assumersi responsabilità politica significa fare spazio, allargare, aprire. Non solo perché gli elettori non perdonano, quindi una scelta adottata per necessità tattica. Ma per convinzione intima, autentica. È la parte più difficile.
Perché non solo vanno trovate parole che scaldino il cuore e la mente, che dicano di mondi da cambiare, di giustizia da rivendicare, di lotte da sostenere. Servono volti che quelle parole, quei mondi, quelle lotte le rendano riconoscibili. Come in un romanzo, o in un film, o in una serie tv, sono i personaggi che danno gambe alla storia che si racconta. Che la rendono vera e potente, viva nella mente di chi partecipa. E visto che non scriviamo un romanzo, ma parliamo di vite, di dolori, di rabbia reale, sono le lotte in corso, i protagonisti e le protagoniste sociali a interpretare questa storia.
Tutto il movimento intorno alla scuola, compreso il sommovimento intorno alla pretesa «ideologia di genere», le lotte per la casa, la nuova attenzione ai beni comuni, il lavoro sempre più svalorizzato. Che qui, in Italia, si faccia fatica a fare spazio alle donne, che pure esistono, attive e autorevoli, fa parte del problema. Che sia così arduo creare una mobilitazione convinta intorno alla tragedia della migrazione dice fino a che punto sono logori i legami, i vincoli, perfino le scelte ideali. È tempo di un nuovo amore.
Non ho usato volutamente termini come coalizione sociale e coalizione politica, non ho parlato d’altro. Ciò che importa è lo spazio che si apre, in queste azioni che non possono che intrecciarsi. Da cui possono passare soggetti, movimenti, persone che da troppo tempo vivono altrove e altrimenti. Fino a quando si potrà dire: preferisco di sì.
Quale sarà il grave pericolo per i bambini che ieri ha fatto scendere in piazza decine di migliaia di persone al grido di “salviamo i nostri figli”?
A sentir loro è l’indistinzione dei sessi, che sarebbe la conseguenza sia di una educazione che insegni a maschi e femmine a rispettarsi reciprocamente e a non chiudersi (e non chiudere l’altra/o) in ruoli stereotipici e rigidi, sia del riconoscimento della omosessualità come un modo in cui può esprimersi la sessualità, della legittimità dei rapporti di amore e solidarietà tra persone dello stesso sesso e della loro capacità genitoriale. Stravolgendo le riflessioni di sociologhe/i, filosofe/ i, antropologhe/i, persino teologhe/i sul genere come costruzione storico-sociale che attribuisce ai due sessi capacità, destini (e poteri) diversi e spesso asimmetrici, attribuiscono ad una fantomatica “teoria del genere” e alla sua imposizione nelle scuole - e la parola gender spiccava ieri sui cartelloni innalzati in piazza - la negazione di ogni distinzione tra i sessi e la volontà di indirizzare i bambini e i ragazzi verso l’omosessualità o la transessualità, quasi che l’orientamento sessuale sia esito di scelte intenzionali e possa essere orientato dall’educazione.