«Qualunque persona che finisca sotto la tutela dello Stato deve essere considerata “sacra”; ogni abuso o maltrattamento nei confronti di un uomo in carcere dovrebbe essere, quindi, vissuto come il più alto degli scandali. Eppure il fenomeno non è affatto episodico», premettono nella proposta i deputati di Si. I primi firmatari, Celeste Costantino e Nicola Fratoianni, il coordinatore nazionale di Sel, hanno anche presentato al ministro di Giustizia Andrea Orlando un’interrogazione a risposta scritta sul caso del detenuto Rachid Assarag che ha registrato le conversazioni con alcuni agenti penitenziari che ammettevano l’uso della violenza in carcere.
Al Guardasigilli, Costantino e Fratoianni hanno chiesto di «avviare un’ispezione accurata per appurare i fatti e assumere i provvedimenti conseguenti», visto che nei documenti prodotti da Assarag (non ritenuti validi dal pm che ha chiesto l’archiviazione del caso) si evince, secondo i deputati di Sel, che «spesso uomini della polizia penitenziaria di diverse carceri italiane in cui Assarag è stato detenuto, esprimono pareri sulle modalità di rieducazione dei detenuti che non rispondono per nulla alla Costituzione e alle leggi». Fra le frasi riportate «c’è quella di un agente penitenziario che avrebbe detto che con i detenuti “ci vogliono il bastone e la carota” e che “così si ottengono risultati ottimi”».
Un caso — come peraltro molti altri compreso quello di Franco Mastrogiovanni, morto durante un Tso — sul quale potrebbe indagare la commissione d’inchiesta parlamentare proposta da Si, che si comporrebbe di venti deputati nominati dal presidente della Camera e avrebbe la durata di due anni. Una commissione alla quale, soprattutto, «non si può opporre il segreto di Stato, né quello d’ufficio, professionale o bancario» e «rappresenterebbe il primo passo per chiarire i limiti dell’esercizio della forza e dei pubblici poteri rispetto a esigenze investigative o di polizia», dal momento che, sostiene Si, «nonostante ci siano norme internazionali che lo sollecitino da tempo, il legislatore non ha peraltro ancora introdotto il reato di tortura nel codice penale: una lacuna gravissima».
Oltretutto in un Paese in cui, come ricorda Ilaria Cucchi, «è inquietante sapere che per sei anni qualcuno ha taciuto, coperto, depistato», per nascondere la verità sulla morte di suo fratello Stefano.
Le ragioni perché, in una questione delicata e intimamente legata a inalienabili diritti della persona, il Parlamento italiano riacquisti dignità e non decida in base a valutazioni di convenienza politica.
La Repubblica, 20 gennaio 2016
LA discussione sulle unioni civili avrebbe bisogno di limpidezza e di rispetto reciproco, invece d’essere posseduta da convenienze politiche, forzature ideologiche, intolleranze religiose. Di fronte a noi è una grande questione di eguaglianza, di rispetto delle persone e dei loro diritti fondamentali, che non merita d’essere sbrigativamente declassata, perché altre urgenze premono. I diritti, dovremmo ormai averlo appreso, sono indivisibili, e quelli civili non sono un lusso, perché riguardano libertà e dignità di ognuno.
Bisogna liberarsi dai continui depistaggi. La maternità surrogata, vietata fin dal 2004, viene evocata per opporsi all’adozione dei figli del partner, penalizzando proprio quei bambini che si dice di voler tutelare e tornando così a quella penalizzazione dei figli nati fuori dal matrimonio eliminata dalla civile riforma del diritto di famiglia del 1975. E si dovrebbe ricordare che la Costituzione parla della famiglia come società “naturale” non per evitare qualsiasi accostamento alle unioni tra persone dello stesso sesso. Ma per impedire interferenze da parte dello Stato in «una delle formazioni sociali alle quali la persona umana dà liberamente vita », come disse Aldo Moro all’Assemblea costituente. Altrimenti ricompare la stigmatizzazione dell’omosessualità, degli atti “contro natura”.
L’impegno significativo del presidente del Consiglio per arrivare ad una disciplina delle unioni civili rispettosa di quello che la Corte costituzionale ha definito come un diritto fondamentale a vivere liberamente la condizione di coppia si è via via impigliato nel prevalere delle preoccupazioni legate alla tenuta della maggioranza. Il riconoscimento effettivo di diritti fondamentali viene così subordinato ad una esigenza propriamente politica che sta svuotando la portata della nuova legge. E non si può dire che si cerchi di procedere con la cautela necessaria, data la delicatezza dell’argomento, perché la cautela si è trasformata nel progressivo abbandono di una linea rigorosa, nel gioco delle concessioni verbali che tuttavia inquinano il senso della legge in punti significativi. È indispensabile riprendere una strada coerente con il fatto che si sta discutendo di dignità e identità delle persone, dunque di una materia dove non tutto è negoziabile. Il legislatore sta oscillando tra concessioni improprie e irrigidimenti ingiustificati. Una assai discutibile e discussa sentenza del 2010 della Corte costituzionale viene eretta a baluardo inespugnabile, che non consentirebbe neppure di adempiere a quel dovere positivo di riconoscimento pieno dei diritti delle coppie tra persone dello stesso sesso imposto all’Italia da una sentenza di condanna del 2015 della Corte europea dei diritti dell’uomo. Per sfuggire a questa responsabilità, più si va avanti più si delinea una situazione in cui il legislatore sta costruendo una sua gradita impotenza. Non posso intervenire perché avrei bisogno di una legge costituzionale. Non posso intervenire perché devo ancora considerare il codice civile come un riferimento ineludibile. Non posso muovermi nel nuovo contesto costruito dai principi e dalle regole europee. Non posso intervenire perché l’opportunità politica variamente mascherata me lo preclude.
Ancora e sempre l’eguaglianza, che la Corte costituzionale non ha adeguatamente considerato in quella sentenza del 2010, la cui interpretazione dovrebbe essere seriamente riconsiderata a partire dal nuovo contesto istituzionale europeo. Perché no? Ricordiamo che, con una violazione clamorosa del principio di eguaglianza, nel 1961 la Corte costituzionale dichiarò legittima la discriminazione tra moglie e marito in materia di adulterio. La Corte sui ravvide nel 1968, mostrando che l’eguaglianza e la vita non possono essere consegnate alla fissità di una decisione.
Un legislatore, che sta costruendo la sua impotenza, dovrebbe piuttosto riflettere sulla sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti che, nel 2015, ha ammesso il matrimonio tra persone dello stesso sesso. Ferma restando la legittima manifestazione di ogni opinione, i giudici americani hanno affermato il loro dovere di sottrarre i diritti fondamentali alle «vicissitudini della politica».
Un importante anniversario va ricordato nel quadro del 25° della prima guerra del Golfo: essa è la prima guerra a cui partecipa la Repubblica italiana, violando il principio, affermato dall’Articolo 11 della Costituzione, che «l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali».
ULTIME 48 ORE PER IL SENATO
di Andrea Fabozzi
Sarà un prendere o lasciare, nessuno spazio per modifiche: anche questo è previsto dall’articolo 138, ma nel senso che il dubbio sopravvenuto durante la «riflessione» dovrebbe spingere i parlamentari a bocciare la modifica costituzionale. Tanto più in questo caso, trattandosi della riscrittura di oltre un terzo della Carta. Invece no, anche i senatori della minoranza Pd (una ventina) che mantengono le critiche sull’incrocio tra la riforma e la nuova legge elettorale e che per questo dichiarano di tenersi aperta la scelta sul referendum confermativo, voteranno sì. La legge raccoglierà la maggioranza assoluta dei senatori (fissata a quota 161) ma non la maggioranza qualificata dei due terzi: da qui il referendum che si terrà in ottobre. Per non rischiare nulla, Renzi ha spostato di 24 ore l’assegnazione delle poltrone di sottogoverno e la guida di due commissioni al senato: Ncd ha ambizioni su entrambi i fronti. «Evidentemente c’è un problema di numeri — ha detto la senatrice De Petris capogruppo di Sel — nessuno avrebbe avuto pensieri maligni se si fosse proceduto, come previsto, prima con il rinnovo dei presidenti di commissione e dopo con le riforme». L’ultimo atto di questa seconda lettura al senato è previsto per domani dalle 17, il Movimento 5 Stelle leggerà in aula i messaggi dei cittadini.
Intanto un particolare interessante sulla genesi della nuova legge elettorale è stato raccontato alla presentazione del libro del deputato verdiniano Massimo Parisi sui retroscena del «patto del Nazareno». Le basi dell’Italicum sarebbero state gettate in un incontro tra Verdini e il professore Roberto D’Alimonte il 12 gennaio 2014 a Firenze, in casa del politologo. Renzi, da un mese segretario del Pd, aveva allora sul piatto tre modelli diversi di legge elettorale e il Pd non aveva scelto il suo. Al governo c’era Enrico Letta. Già il giorno successivo a quell’incontro, 13 gennaio, Renzi fu ricevuto al Quirinale da Napolitano «per parlare di legge elettorale». Un mese dopo Letta fu invitato ad accomodarsi.
». E nessuno scende in piazza. La Repubblica, 17 gennaio 2016
Al più tardi tra maggio e giugno, Palazzo Chigi dovrà infatti indicare il nuovo Capo della Polizia (Alessandro Pansa raggiungerà l’età pensionabile), il nuovo Comandante generale della Guardia di Finanza (Saverio Capolupo compirà 65 anni in maggio), il nuovo direttore dell’Aisi, il nostro Servizio interno (il suo direttore, il generale dei carabinieri Arturo Esposito ha già superato l’età della pensione), i nuovi capi di stato maggiore di Aeronautica e Marina militare. E ancora: sempre alla vigilia dell’estate, scadrà il mandato quadriennale del direttore del Dis (l’organo di coordinamento delle nostre due agenzie di Intelligence) Giampiero Massolo, per il quale non esiste un problema di “scadenza” anagrafica, ma sulla cui permanenza o meno dovrà pronunciarsi in ogni caso la Presidenza del Consiglio.
Carissime amiche e amici, carissimi compagni di strada. 2006-2016: dieci anni della nostra vita e dieci anni e più di impegno per la Costituzione. Per attuarla e aggiornarla. Per non perderla. Per questo vi chiedo di perdonare questa mia lettera a tutti voi, con i quali siamo cresciuti e invecchiati, imparando ad ascoltare, capire e apprezzare le parole di maestri a cui va la nostra gratitudine.
Perdonate se sento la necessità e il desiderio di rivolgermi ancora a voi, perché mentre riconosciamo tra noi una storia che abbiamo scritto insieme, io voglio trasmettervi preoccupazioni e speranze che mi inducono oggi, certo non più giovane di allora e forse nemmeno più saggia, o meno irruente e impulsiva, a riprendere il cammino. La strada non è la stessa dell’altra volta, ma il punto di arrivo sì che assomiglia a quello del 2006. Ancora una volta dobbiamo cercare di fermare con il nostro No un referendum, una legge del governo molto pericolosa per gli equilibri istituzionali, una legge che cancella e riscrive 41 articoli sui 139 della Costituzione entrata in vigore il 1°gennaio del 1948. Quasi un terzo.
Ho trovato, tra le carte che mi ostino a non gettare, un foglietto, una lettera datata 8 novembre 2004 e firmata da Oscar Luigi Scalfaro. Era rivolta al responsabile dei Comitati Dossetti e ai presidenti della associazione Astrid e Libertà e giustizia. Pochi giorni prima avevo chiesto dal palco di un teatro milanese a Scalfaro se avrebbe accettato di fare da presidente del coordinamento di associazioni, cittadini e partiti che con noi si fossero battuti per cancellare la riforma del governo Berlusconi.
Improvvisavo, anche allora. Ma conoscevo bene il presidente emerito dai giorni in cui era un importante esponente della Democrazia cristiana e io facevo la cronista. Su quel palco ci chiese solo di poterci pensare, e intanto ringraziò. E poi scrisse: “Grazie, cari amici, per l’onore grande che mi fate offrendomi la presidenza del coordinamento di tutte le forze politiche, sociali, di tutti i movimenti, di tutti i cittadini che si ribellano all’attuale capovolgimento della nostra Carta Costituzionale... Accolgo volentieri il vostro unanime invito, ben conoscendo le difficoltà che abbiamo dinnanzi, ma la fede nella libertà e l’entusiasmo per difenderla nei valori fondamentali della nostra Costituzione non viene meno”. Terminava secondo il uo stile: “Con l’aiuto di Dio, metterò ogni impegno per continuare con voi questa pacifica ma intransigente battaglia per la nostra Italia, per il nostro popolo. Eccomi dunque al vostro fianco con tanto amore. Oscar Luigi Scalfaro”.
Leopoldo Elia ci fu accanto, insieme a molti altri costituzionalisti. Elia insisteva sui guasti che avrebbe prodot- to un premierato fondato sulla “insostituibilità” del primo ministro durante tutta la legislatura e sui suoi enormi poteri che colpivano le garanzie dell’opposizione.
Si distinsero tra i costituzionalisti i due padri dell’attuale riforma: Augusto Barbera e Stefano Ceccanti ai quali si rivolse polemico Giovanni Sartori accusandolo di dividere il fronte del No... quando invece ci sono duecento costituzionalisti, non nani e ballerine, che fanno presente come il premierato della Casa della libertà sia assoluto”. Barbera e Ceccanti: il primo adesso è alla Corte Costituzionale, il secondo è il suggeritore zelante del governo.
Voi tutti sapete che grande lezione di democrazia e libertà fu per tutti noi quella campagna referendaria, quanta gente incontrammo, quanti ragazzi, quanti vecchi, quanto imparammo. Quanti cittadini ci ringraziavano per le informazioni che davamo ma eravamo noi a dover dire quel “grazie”. Abbiamo conosciuto una bella Italia e abbiamo vinto strepitosamente il referendum. A chi ora ci deride (vedi Pierluigi Battista sul Corriere della Sera) affermando che siamo gli avanzi della sinistra che perde sempre possiamo, denunciando la pochezza e la viltà di quelle affermazioni, replicare: “No, noi siamo quelli e quelle del 2006. Siamo quelle e quelli che portarono a votare il 53,7 per cento degli aventi diritto, e il 61,3 per cento dei votanti bocciò la riforma di Berlusconi e Calderoli. Noi siamo quelli. Abbiamo vinto una volta”. E domani, cosa accadrà?
Il nostro è un tempo diverso, un tempo “esecutivo” come dice Gustavo Zagrebelsky, un tempo in cui c’è uno solo al comando e uno solo che fa. Non c’è più Berlusconi da combattere, c’è però il Partito democratico renziano. Renzi ha ingaggiato un guru americano per centomila euro. Non c’è Calderoli, c’è la Boschi. La Rai è del governo, più di prima e i grandi giornali stravolgono la realtà. Abbiamo, però, un Comitato per il No con grande studiosi e giuristi che hanno già preparato le basi costituzionali e scientifiche per il nostro No. Abbiamo due giornali (il Fatto Quotidiano e il manifesto) che ci aiuteranno a non scomparire del tutto. E abbiamo ancora tanti comitati locali e compagni di strada che ci sollecitano ad agire.
Quando i media sono servi del potere vuol dire che la democrazia è ferita. Questa piccola testimonianza di un giornalista fuori dal coro che risponde a un lettore ci aiuta a comprendere quanto in Italia la ferita sia profonda.
Il Fatto Quotidiano, 16 gennaio 2016
La domanda
Caro Furio Colombo, hai notato che la decadenza di Roma, raccontata a base di buche, di fermate improvvise e inspiegate della metropolitana e di autobus fermi si è risolta da sola? Rimosso Marino, e con la serena guida del prefetto Tronca, tutto risolto. Manlio
La risposta
La domanda propone una riflessione sul modo di dare le notizie (o di crearle) da parte dell’intero sistema dell’informazione in Italia. Di Ignazio Marino ricorderemo, oltre all’impeccabile onestà, la testardaggine nel non cambiare idea anche quando gli conveniva, e la solitudine, che in politica è sempre un problema, in tutte le direzioni: il suo staff, il Comune, il partito e persino molti cittadini che lo avrebbero aiutato di più se lo avessero capito di più.
Però i media sono un’altra cosa. Una volta diffusa la parola d’ordine, di fonte politica, di Roma decadente e decaduta, dove tutto è ridotto a uno stato di rovina, una Roma Piranesi fatta di ruderi (a partire, s’intende, dai servizi mancanti del Comune) si è mobilitata una quantità di immagini uguali, di interviste identiche, di commenti che sembravano l’uno la riproduzione dell’altro, e una formidabile campagna “destra-sinistra” degna di un grande match di pugilato. A un colpo contro la Roma in rovina di Libero e
Avevano ragione. Una volta eliminato il sindaco, con l’espediente di far dimettere la parte la maggioranza del consiglio comunale eletta dallo stesso partito con lo stesso sindaco, la gravissima situazione della città di Roma, per miracolo, si è risolta. Sparite praticamente subito le tetre inquadrature delle bottigliette di plastica vuote che rotolano nell’incuria verso un Colosseo in evidente rischio di crollo. Si apprende dagli utenti quotidiani che le occasioni in cui i convogli della Metro partono e arrivano a porte aperte continuano come prima, ma non creano “incidente giornalistico”.
I cittadini hanno smesso di scrivere (o radio e giornali hanno smesso di pubblicare) i messaggini indicanti le condizioni insopportabili della via tale o tal’altra. Non so se sia vero che sono ritornati i camion-bar Tredicine, ma vedo aumentare ogni giorno l’ingombro di occupazioni abusive che erano scomparse con il Marziano a Roma.
Il fatto è che Roma non fa più scena, le foto delle piazze disastrate non fanno più prima pagina, i turisti stranieri non sono più esasperati, quelli italiani provano un nuovo affetto per Roma. E il Papa va da solo, in Panda, a farsi aggiustare gli occhiali. Non c’è un questuante in meno, ma una volta abbattuto un sindaco ingombrante, a che serve la noia di discutere un problema che non si può risolvere?
Chi vuole cambiare il perverso sistema di potere che domina oggi e conduce l'Italia al declino morale, sociale, economico non perda l'occasione delle elezioni amministrative e, soprattutto, delle battaglie referendarie per far sentire una voce unitaria.
Il manifesto, 16 gennaio 2016
La rottura intervenuta all’ormai famoso tavolo promosso da L’Altra Europa con Tsipras per un processo costituente di un soggetto politico della sinistra – avvenuta per ben distribuite e differenziate responsabilità – non può e non deve significare l’abbandono di quel progetto. Diversi sono gli appelli unitari che vengono dai territori in questi giorni che ne reclamano giustamente il perseguimento. Certamente quel tavolo non può essere rimesso in piedi così come era. Probabilmente la sua stessa ristretta composizione non ha aiutato. Logiche identitarie e conservative hanno prevalso. Né si può accettare il paradosso che l’allargamento della sua composizione a chi nel frattempo ha abbandonato il Pd sia stato di per sé fattore di crisi anziché di arricchimento. Il percorso si fa quindi più articolato, complesso e forse più lungo. Ma non va abbandonato.
Tanto più che l’anno che comincia ci offre una occasione difficilmente ripetibile di fare rivivere alla politica una dimensione di massa. Mi riferisco in primo luogo alla stagione referendaria che sta per aprirsi, senza trascurare le elezioni amministrative in importanti città. Renzi scommette tutto sul referendum costituzionale. Ha posto una sorta di fiducia sul suo esito. Vuole ingaggiare il guru della campagna per l’elezione di Obama, per una campagna martellante e non solo televisiva. Battaglia soda, avrebbe detto il Machiavelli. Da un lato dimostra tutta la pochezza di questa classe dirigente. Mai i costituenti di un tempo avrebbero pensato di schiacciare sulla contingenza politica il tema della Costituzione che dovrebbe avere ben altro respiro. Dall’altro lato è vero che se dovesse perdere, neppure l’Italicum starebbe in piedi e crollerebbe l’intero impianto neoautoritario su cui Renzi fonda il suo governo e il suo potere. E questo Pd senza il governo non è nulla. Anche perché nella sua foga di distruggere i corpi intermedi della società, tra cui i sindacati e i partiti, Renzi ha in primo luogo macinato il proprio.
Il referendum costituzionale è senza quorum, uno scontro diretto fra il No e il Sì senza l’ausilio dell’astensione.. Se lo si vuole vincere – e non è impossibile –bisogna mettere in campo tutta la passione, l’intelligenza e le forze di cui disponiamo e che dobbiamo accrescere e affinare nella campagna stessa. Non solo, ma è fondamentale legare i temi sociali con quelli istituzionali. Per questo sarà decisiva la raccolta delle firme nella primavera per l’abolizione dell’Italicum, delle cattive leggi sul lavoro, la scuola e l’ambiente che hanno caratterizzato il neoliberismo renziano. Non c’è nulla di automatico in questo, anzi ci vorrà molto pensiero e buona comunicazione: ma l’occasione per legare assieme battaglia politica e sociale, per fornire nuova linfa alla coalizione sociale e ad un necessario nuovo soggetto politico della sinistra è troppo ghiotta. L’idea che si possa fare a meno di una rappresentanza politica della sinistra bastando in sua vece l’autorappresentazione sociale è smentita dalla storia e anche dai recenti successi di una rinata sinistra in più punti d’Europa.
Un contributo alle prove di una sinistra autonoma dal Pd e da un centrosinistra -morto nell’anima e di cui si vorrebbero fare sopravvivere solo le vuote spoglie – potrà venire anche dalle prossime elezioni amministrative. A condizione che si separi concettualmente prima ancora che fattualmente, la politica delle alleanze dalla logica del vincolo coalizionale. La prima è un classico sempre rideclinabile della politica del movimento operaio, a livello politico e sociale. Ma parte dalla condizione imprescindibile dell’autonomia politica e organizzativa del soggetto di sinistra. La seconda costituisce una prigione che condanna forze minori a essere satelliti attorno al pianeta Pd. E’ curioso che di fronte a una legge elettorale che conferisce il premio di maggioranza alla lista e non alla coalizione, ci sia ancora chi indulge al tema delle primarie e della coalizione preventiva con il Pd. Tema che solleverei anche all’attenzione di Aldo Bonomi, pur nel rispetto delle specificità sociali e culturali del quadro milanese, che non mi sono ignote. In alcune città, ricordo per difetto Torino, Bologna, Roma, si stanno costruendo percorsi che dimostrano non solo la necessità, ma la possibilità di liste unitarie di sinistra alternative al Pd capaci di affrontare nella sua complessità la problematica del vivere urbano.
Nel frattempo non vanno perdute occasioni di incontro unitario. Non è l’inizio del processo immaginato dal tavolo, ma l’appuntamento previsto per febbraio da Act può diventarne una tappa se si apre alla codecisione di temi, modalità e finalità. Se così non avverrà, sarà una sconfitta per tutti.
Ma che caratteristiche deve avere questo nuovo soggetto politico della sinistra? In molti giustamente se lo domandano e tutti invocano innovazione. Più facile dire cosa non deve essere – viste le esperienze fallimentari in questo campo – cioè non un semplice soggetto elettorale, non una federazione di sigle, certamente non un partito ‘monolitico’. Alcuni si ispirano ai modelli esistenti - da Syriza a Podemos passando per la Linke, spingendosi fino alle formazioni latinoamericane - che però sono uno diverso dall’altro e ogni processo se è reale deve anche essere originale. Se pensiamo che si tratti di organizzare politicamente una parte della società, ora depredata delle sue rappresentanze e delle sue “casematte”, la parola partito non dovrebbe costituire uno scandalo per alcuno, pur non esaurendo l’opera di ricostruzione dei corpi intermedi, cioè delle vene della democrazia.
Ma non nasce come Minerva dalla testa di Giove. Deve essere frutto di un processo costituente, immerso nel dibattito culturale e teorico – senza la costruzione di un profilo politico e programmatico riconoscibile non si va da nessuna parte - quanto nella più concreta lotta sociale e politica. Ma questo comporta che non si pongano pregiudiziali tanto all’inizio del processo – come lo scioglimento immediato delle forze esistenti, perdendosi così nel bicchiere d’acqua dei veti e delle pretese – quanto e soprattutto al suo esito che, per avere successo, dovrà andare ben oltre il quadro peraltro assai gracile e incerto che oggi ci offre la sinistra.
Il manifesto, 15 gennaio 2016,
Il progetto di costruire un nuovo partito della sinistra italiana procede faticosamente; da una parte, c’è un’attesa diffusa, che rischia di essere frustrata: dall’altra, le cronache politiche si soffermano sulle schermaglie tra i vari gruppi che dovrebbero dar vita al processo costituente. Un osservatore esterno, per quanto partecipe, non può che restare perplesso; e così pure le migliaia di potenziali aderenti. Beninteso, i problemi da risolvere sono obiettivamente tanti e complessi, ma non si può pensare di risolverli tutti e subito: un concreto avvio del processo costituente del partito (un partito, non una qualche altra vaga formula) appare urgente, se si vogliono incanalare e valorizzare energie e volontà.Tra le questioni da affrontare, ancora largamente irrisolta è quella della cultura politica del nuovo soggetto, ossia di quell’insieme di idee e di principi, schemi interpretativi e modelli valutativi, che costituiscano una cornice condivisa e riconoscibile, sia per chi che al partito aderisce, sia per coloro che ad esso possono guardare con interesse. Il richiamo alle ragioni della sinistra, per quanto necessario, non è sufficiente: che tipo di partito si vuole? Posto che un partito di mera testimonianza, per quanto nobile, oggi non ha alcuna potenzialità espansiva, quale potrebbe essere il profilo ideale, politico e programmatico, del nuovo soggetto?
Per cominciare ad abbozzare una risposta, forse è opportuno, anche in modo provocatorio, dare qualche modesto consiglio. Intanto, si lasci da parte la «carta dei valori»: la si scriva pure, se si vuole, ma sapendo che serve a poco. In genere, non la legge nessuno (qualcuno si ricorda la carta dei valori del Pd, faticosamente elaborata nel 2006–7?). Si può anche scrivere di riconoscersi nei valori della «libertà, dell’uguaglianza e della fraternità», o nel «valore del lavoro»… già, e poi? «Libertà» e «uguaglianza» sono parole terribili, che riempiono intere biblioteche, ma resta per intero il problema di capire in che modo, ad esempio, un ideale egualitario si possa tradurre in un determinato programma politico.
Un partito non è una creatura effimera se è in grado di proporre un proprio discorso pubblico, ossia un insieme di idee capaci di orientare e formare l’opinione pubblica, di farsi «senso comune», e di misurarsi efficacemente con altre idee. E il discorso pubblico di un partito si articola attraverso tre livelli, tra loro strettamente legati:
1 Il primo è quello che possiamo definire una «filosofia pubblica»: non un ideale, o un modello astratto della società futura, ma un insieme di idee e di schemi interpretativi sulla società presente, sui suoi conflitti, sui potenziali mutamenti. Un partito si radica e ha una funzione se riesce ad alimentare un dibattito politico e culturale che faccia emergere visioni alternative e diverse del «bene comune» o dell’«interesse generale», diversi sistemi di idee e di immagini della società e delle finalità del suo possibile sviluppo, a cui una comunità politica può ispirarsi.
2 Il secondo è quello che possiamo definire il «profilo programmatico», su grandi questioni e grandi aree di problemi: ad esempio, un’idea del welfare, dei suoi principi, di come concepire e orientare le sue finalità e la sua gestione.
3 Il terzo livello è quello delle «politiche», cioè delle specifiche proposte con cui si articolano una «filosofia pubblica» e un «programma».
Ebbene, il nuovo partito sarà in grado di dire qualcosa su ciascuno di questi livelli? Certo, è un compito di lunga lena, non si può essere troppo esigenti nell’immediato. E non bisogna cedere alla demagogia imperante della comunicazione facile: per rispondere adeguatamente occorrono studi, analisi, documenti anche ponderosi e faticosi. Occorre partire da un documento politico, articolato e ben strutturato, sulle cui singole tesi o formulazioni si possa discutere, nero su bianco, proporre modifiche, facendo anche emergere le differenze che certo si può facilmente prevedere esistano, ma che è bene circoscrivere dentro una cornice condivisa.

Il manifesto, 14 gennaio 2016
Domenica si riunirà il Comitato Nazionale dell’Altra Europa per Tsipras , l’organismo — un centinaio di persone — eletto ormai parecchio tempo fa, quando si decise di rendere stabile la rete dei comitati che aveva partecipato alla campagna elettorale europea del maggio 2014. Sarà il primo incontro dopo la così detta rottura del famoso tavolo incaricato di negoziare come far partire il processo di costituzione di un nuovo soggetto della sinistra, un passaggio dunque importante per tutti quelli che ancora insistono nel puntare a questo obiettivo.
Dico “così detta” rottura, perché una percezione così drammatica di quanto è accaduto quel giorno io francamente non la condivido. Sebbene speri in una sua ulteriore riflessione, ho compreso la posizione espressa con molta onestà da Paolo Ferrero quando ha dichiarato l’indisponibilità del suo partito anche solo di ipotizzare il proprio scioglimento, perché Rifondazione è un partito molto strutturato e identitariamente determinato. E ho pensato che per ora occorresse prenderne atto, indicando subito, però, come stabilire un’intesa per continuare a collaborare.
Il processo costituente del resto non è chiuso, è appena aperto, e se funzionerà gli innesti potranno (e dovranno) essere ancora molti.
Ho capito meno le reazioni che ho visto espresse on line da molti dell’Altra Europa, perché non vedo francamente in cosa consista il colpo di stato che sarebbe stato operato da chi ha deciso di procedere con chi sia d’accordo nell’avviare un processo — che tutti sappiamo lungo e per niente garantito — al termine del quale, e solo allora, nascerà — forse — un soggetto unitario. Non un’alleanza elettorale, e dunque non fondata soltanto sulla cessione di ciascuna componente della sovranità in questa peraltro quantomai scivolosa materia: questa l’abbiamo già sperimentata e non è stata mai brillante.
Fino a quando non si rimescolano le carte — e cioè non ci si mischia anche umanamente nelle stesse sedi; non si creano nuove amicizie e nuove solidarietà; non si discute assieme senza la paura che un’ipotesi o l’altra privilegi questo o quello; non ci si senta solidali anziché pronti all’accusa reciproca; non ci si impegni a capire le ragioni dell’altro, che non vanno solo rispettate ma anche usate come risorsa critica per se stessi — non si andrà da nessuna parte. Per questo la formula “arcobaleno” non va bene: significa immobilizzare le diversità anziché farle vivere come positivo innesco.
Ho detto che quanto si discute importa a chi ancora insiste nel puntare all’obiettivo del nuovo soggetto, perché mi rendo conto che siamo sempre meno a sperarci e io che sono piuttosto attempata comincio a sentirmi persino un po’ ridicola. Gli amici e compagni — tanti — che so che potrebbero esser coinvolti nell’avventura cominciano a guardarmi come personaggio un po’ patetico. Il linguaggio del dibattito che si è sviluppato on line è di per sé sufficiente a farsi passare la voglia: grondante di sospetti; a prendere qualsiasi perplessità — pur comprensibile — da parte di chi ha passato anni impegnato in questa o quella amministrazione locale come mero desiderio di mantenere uno sgabello; qualsiasi impazienza per intenzione di tagliar fuori questo o quello; un’intervista di Fassina per indebito protagonismo (che qualcuno esca dal comodo Pd per unirsi alla nostra, per ora almeno, armata brancaleone, non c’è tutti i giorni, non vi pare?); e così via. Ce l’ho anche con chi, a una come me e a tanti compagni anche parecchio più giovani di me, dice che siamo compromessi col ‘900: certo che lo siamo, perché lo abbiamo vissuto pienamente senza tirarci indietro. Ogni generazione ha evidentemente il diritto di ricominciare daccapo: ma lasciamo a Renzi (e a Berlusconi) giudicare quel secolo come fosse stato solo immondizia, gli serve a cancellare tutte le cose che bene o male, e in mezzo a tanti errori, si sono pur conquistate.
Io capisco i timori di molti compagni di comitati locali per la possibilità che le organizzazioni nazionalmente strutturate e persino dotate di una rappresentanza parlamentare possano prevaricare le altre. Ma, suvvia, avete paura della “corazzata” Sel? (Magari fosse una nave un po’ più solida!). Se si sentisse tanto autosufficiente non si sarebbe resa disponibile a sciogliersi, tanto più che c’è — ancora, per fortuna — aspettativa in una parte del popolo di sinistra per uno nuovo corso, un’area che non si esaurisce con chi stava a quel famoso tavolo e cui Sel potrebbe guardare. Credo che se Sel insiste nel rapporto in particolare con l’Altra Europa sia per il desiderio di non perdere una esperienza e una cultura — quella che è stata chiamata “generazione di Genova” — che è propria invece ai comitati o reti che a quel tavolo avevano fatto capo.
Sia pure quantitativamente non decisivi, quelle forze sono importanti per caratterizzare il nuovo soggetto che intendiamo costruire; ed è perciò che l’apporto dell’ “Altra Europa” è importante. Ma non si può neppure pensare che questa area rappresenti tutta la forza potenzialmente aggregabile. Se tergiversa troppo, rischia di ignorare pericolosamente l’importanza dei tempi politici: siamo alla vigilia di una battaglia referendaria decisiva, di scadenze di lotta sui temi del lavoro e a urgenze di iniziativa internazionale che non consentono tempi biblici.
Credo sia il momento di avere il coraggio di provare. Cosa sarà il nuovo soggetto della sinistra dipenderà da chi nel corso del processo ne conquisterà l’egemonia (non il controllo, fido che tutti abbiano letto Gramsci) . Perché di una egemonia c’è bisogno, perché se non riusciamo ad esprimere una leadership, resteremo sempre paralizzati.
La costruzione di un gruppo dirigente è stata per qualsiasi forza che ambisca a cambiare il mondo uno dei processi più delicati e importanti, non è una “bestemmia novecentesca”. E’ indispensabile se si vuole un soggetto deliberante e capace di un pensiero lungo, non solo un aggregato che testimonia confuso malessere. (Il 99% contro l’1% può sembrare una bella formula ma non è un caso che quel 99 non vinca mai: perché è facilissimo unirsi sulla protesta, difficilissimo sulle proposte).
Non si evitano i rischi di prevaricazione, di autoreferenzialità, di arrogante pretesa di essere il solo soggetto della politica (questo il difetto maggiore del vecchio Pci), di separatezza, in cui sono caduti vittime anche i migliori partiti , evitando di porsi questo problema. (Pensate al leaderismo estremo di tutte le formazioni che si sono volute informali, dal Partito radiale, a Cinque stelle in poi). Si evitano se si riescono a costruire, assieme al partito (io lo chiamo così, ma anche questo è un tema da discutere), forme nuove, stabili e partecipate di democrazia organizzata, che investano il partito e lo costringano a ridefinirsi in rapporto alle nuove soggettività che crescono nella società.
Ad impedire ogni separazione interna fra vertice e base serve poi ben più che un insieme di regolette lo sforzo di ridurre al minimo la distanza fra dirigenti e diretti, che vuol dire anche trovare i modi di una crescita collettiva che non separi chi sa (o pretende di sapere) da chi davvero non sa. L’arbitrio ha sempre origine da qui.
E allora: possiamo farcela? Potremmo se nessuno si ritrae con paura ma se tutti si sentono abbastanza forti da contribuire a fare questa cosa che vogliamo fare. Come sarà è esito ancora piuttosto aperto. Ed è naturale che sia così. Perché la difficoltà dell’operazione non sta nella malafede di questo o di quello, ma negli stravolgimenti che hanno colpito il mondo e che ci costringono a ripensare tutto. Uno spaesamento di fronte al quale purtroppo nessuno è riuscito a trovare strategie vincenti.
Ci sono fasi della storia così, e noi siamo nel pieno di una di queste fasi. E’ una constatazione che rischia di diventare paralizzante, e infatti è qui la radice di tanti abbandoni. Credo sia necessario impegnarsi ugualmente perché c’è speranza di trovare una via se ci parliamo, con la pazienza di ascoltarci reciprocamente, non se restiamo ciascuno a casa propria.
«Il problema è l’altissimo livello di tolleranza che atti di questo genere suscitano» replica Flinkman. «Ma non direi culturale nel senso di arabo: semmai nel senso di maschile. In Germania, come a Piazza Tahrir, nessuno è intervenuto. È questa accettazione a essere gravissima».
La Repubblica, 12 gennaio 2016 (m.p.r.)
«Un cancro: le molestie sessuali hanno un meccanismo simile a quello di cellule cancerogene che si aggregano. A scatenare la malattia intervengono fattori diversi ma il risultato è il medesimo: la molestia come tumore sociale, che se non viene fermato in tempo continua a propagarsi. Perché è bene dirlo subito: sbaglia chi pensa che quello che è accaduto a Colonia sia importato, appartenga al solo mondo arabo, un’epidemia importata. È un male che ha radici profonde: e molto complesse».
Non è un caso che Shereen El Feki usi termini medici. L’autrice anglo-egiziana di un saggio molto importante sulla sessualità nel mondo arabo intitolato Sex and the Citadel: Intimate Life in a Changing Arab World (Sesso e la cittadella: la vita intima nel mondo arabo che cambia), è un’immunologa che dopo essersi occupata di Aids ha focalizzato la sua attenzione sul rapporto che il mondo arabo ha con il sesso e ora sta lavorando a un progetto finanziato dalle Nazioni Unite per capire meglio la galassia maschile giovanile in 4 paesi arabi, Egitto, Marocco, Libano e Palestina.
L'opinione di un intelligente politologo sul caso dell'inquinamento in un comune amministrato da una sindaca del M5S, e sul suo presunto significato generale. La Repubblica, 14 gennaio 2015, con postilla
Come ricordava Ilvo Diamanti su queste colonne, il M5S assumerà sempre più nettamente i contorni di un partito. È per questo, per questa sua inevitabile trasformazione, che difficilmente potrà mantenere la quota di consensi ottenuta finora. Perché sarà obbligato a strutturarsi più “tradizionalmente”, e perché dovrà definire meglio le sue proposte politiche. Fin qui il partito di Grillo e Casaleggio non ha dovuto fare scelte. Ha navigato sull’onda dell’”antipolitica”, e cioè della insofferenza, indistinta quanto feroce, per tutto quello che non va bene, e che viene imputato alla classe politica, all’establishment, agli “altri”. Nemmeno la rivoluzione renziana ha contenuto questa ondata. Il desiderio di cambiamento palingenetico invocato dai sostenitori grillini non si accontentava di un passaggio generazionale che poggia su radici antiche. Anche Matteo Renzi, ai loro occhi, rappresenta “il vecchio”.
Ma il consenso che è piovuto sul M5S è amorfo, indistinto, negativo: non dà indicazioni su dove andare. Non che il M5S sia composto di acchiappanuvole. Al contrario, grazie anche alla formazione tecnico-scientifica di molti suoi eletti, esprime un tasso di pragmatismo notevole, in linea con gli obiettivi originari dei cinquestelle, dall’energia pulita alla libera fruizione della Rete, dalla difesa dell’ambiente allo sviluppo ecosostenibile. Però, sbandierando quegli obiettivi, Grillo sarebbe rimasto confinato in una dimensione da partito verde. Il suo successo l’ha costruito sulla rabbia antipolitica. Con un consenso trasversale e indifferenziato. Ora che il partito è cresciuto, deve intervenire su un ampio ventaglio di questioni e questo, inevitabilmente, creerà sacche di scontenti. In effetti il successo dei M5S si regge (ancora per poco) su una doppia ambiguità di fondo: essere un non-partito diverso dagli altri e non schierarsi né a destra né a sinistra. La prima ambiguità sta arrivando al redde rationem e il caso di Quarto è solo uno dei segnali che obbligano i grillini a “istituzionalizzarsi”, cioè ad adottare regole e modalità di funzionamento interno più formalizzate, e a definire compiti e funzioni più precisi: in tal modo il partito si irrigidisce e nascono delle gerarchie. La seconda ambiguità è più sottile ma anch’essa sta per arrivare a scadenza. Come suggeriscono le biografie degli eletti e lo stesso programma del partito, il M5S è fortemente sbilanciato a sinistra (una inclinazione appena compensata da tirate anti-euro e anti-tasse). La polemica contro tutto il sistema dei partiti nasconde la vera posta in gioco: la competizione con il Pd per sottrargli quella parte di sostenitori perplessi che farebbero la differenza in un ballottaggio. Non per nulla, su alcuni temi — reddito di cittadinanza e diritti civili — il M5S lo scavalca a sinistra. Urla e sbraita contro i democratici, e recalcitra ad accordarsi anche quando ci sono evidenti sintonie; e questo per marcare le distanze. Lo scontro con il Pd è destinato a spostarsi da una dinamica antipolitica ad una squisitamente politica. Questo passaggio, che potremmo considerare virtuoso perché normalizza e stabilizza il sistema, non sarà indolore per il M5S perché parte dei moderati affluiti sotto le sue insegne se ne andrà. La necessità di mutare pelle sul piano organizzativo e di adottare un profilo politico più preciso porta con sé una riduzione della sua base elettorale. Il M5S è quindi arrivato oggi all’apice delle sue fortune. Così com’è configurato non può andare oltre.
postilla
Si può convenire sul fatto che la forma di democrazia adottata dal movimento di Beppe Grillo abbia più difetti che pregi, e che quindi debba essere modificata se i suoi membri ne vogliono conservare, e anzi aumentare, l'attuale consenso. Ma non è detto che l'unica alternativa per costruire "partiti", cioè formazioni espressive di una parte della società determinati a concorrere alla politica nazionale debba essere quella di assumere la forma e le regole di quelli nati, vissuti (e morti) nei due secoli scorsi, nè tanto meno a quelli esistenti
«Con il ddl Boschi assistiamo alla blindatura del potere, alla sua concentrazione nelle mani dell’esecutivo ai danni di Parlamento e cittadini». L'ingenua (o molto furba) Liana Milella intervista l'autorevole giurista, membro del comitato per il no allo stravolgimento della costituzione operato dal governo.
La Repubblica, 13 gennaio 2016
È un riforma? «Lo sa come si chiama la corazza della tartaruga? Carapace. La mia risposta allora è: questa riforma è il carapace del potere». Comincia così l’intervista con il professor Gustavo Zagrebelsky.
Dicono che sarà divertente vedere alleati lei, Rodotà, Berlusconi, Brunetta e Salvini. Non è una compagnia imbarazzante?
«Ma davvero a qualcuno è venuto in mente di dire questo? E a chi?».
A Orfini e Boschi, e non solo...
«Ma fanno torto alla loro intelligenza».
E perché mai?
«Perché confondono la Costituzione con la politica d’ogni giorno. Si può essere lontanissimi politicamente e concordare costituzionalmente ».
Non mi dica che pure Berlusconi difende la Costituzione...
«Io non faccio processi alle intenzioni. Non la colpisce il fatto che a favore della riforma sia il governo e tutta la maggioranza e contro siano tutte le opposizioni, destra e sinistra, senza eccezione?».
E che ci trova di strano?
«Soffermiamoci sul punto. La Costituzione dovrebbe essere la regola della convivenza tra tutti. Di tutti con tutti. Una garanzia reciproca. Invece, nel nostro caso, la riforma della Costituzione è stata promossa dal governo, imposta dal governo e votata dalla maggioranza del governo. Questi dati di fatto non le fanno sospettare che questa cosiddetta riforma della Costituzione sia una “blindatura” di un giro di interessi che ha conquistato il potere e se lo vuole tenere stretto?».
Ammetterà che senza questa “blindatura” non si sarebbe mai riusciti a cambiare la Costituzione in modo condiviso.
«E con ciò?».
Renzi e i suoi ritengono che cambiarla serva all’Italia.
«In realtà dicono che l’Italia aspetta da 30 anni questa riforma. Sarebbe più giusto dire che a qualcuno, e tra questi ora i nostri “riformatori”, la vigente Costituzione non è mai piaciuta».
Invece lei perché la difende a ogni costo?
«Qui tocchiamo la vera posta in gioco. È in corso da 30 anni un’involuzione che ha rovesciato la piramide della democrazia. La base, cioè i cittadini, le loro associazioni, le strutture sociali, contano sempre di meno, e sempre di più contano i vertici, che siano i vertici dei partiti o delle istituzioni. Questa è un’involuzione che tecnicamente si può chiamare il passaggio dalla democrazia all’oligarchia».
Il suo timore qual è? Il partito unico? Il leader unico? L’opposizione azzerata? Il suo pessimismo cosa nasconde?
«La mia è una pura constatazione. I partiti, a cominciare dal Pd, che dovevano essere canali di organizzazione e partecipazione politica, sono stati distrutti. In essi domina ormai il “caro segretario” che controlla il partito e attraverso di esso opera nelle istituzioni. I sindacati sono in grave difficoltà e chi governa, invece di preoccuparsi, se ne compiace. La maggioranza del Parlamento opera sotto la sferza del governo. La legge elettorale, Porcellum o Italicum che sia, mette nelle mani del segretario del partito la selezione dei candidati sulla base di un rapporto di fedeltà personale. E il governo è composto da ministri a disposizione del leader. Non le pare che tutto ciò comporti una concentrazione del potere al vertice e una privazione alla base?».
Renzi e Boschi le risponderebbero che queste sono le analisi dei professoroni che vogliono mantenere lo status quo.
«Lo status quo è per l’appunto quello che ho appena detto, ed è proprio ciò che noi vogliamo combattere. Onde, se vogliamo usare l’abusata categoria dei conservatori, siamo noi gli innovatori e sono i sedicenti innovatori costituzionali a essere paradossalmente i veri conservatori o, per essere espliciti, i blindatori ».
Davvero pensa che modificare l’attuale Senato risponda a questo progetto?
«Guardi che la riforma costituzionale non tocca solo il Senato, ma in generale redistribuisce i poteri in maniera tale che il baricentro si sposta radicalmente a favore dell’esecutivo. Il Parlamento risulterà sottomesso alle iniziative del governo. Gli organi di controllo, Corte costituzionale e perfino il presidente della Repubblica, ricadranno nell’orbita di Palazzo Chigi. Non di per sé, ma per l’effetto congiunto della riforma costituzionale e della legge elettorale. La verità è che i problemi istituzionali vanno visti nella complessità di tutti i loro elementi».
Per questo parla di riforma “esecutiva”?
«Viviamo in un tempo esecutivo. Ha notato come vengono denominati i vagoni di lusso nei treni ad alta velocità? Executive, non legislative, or judiciary... Segno dei tempi».
Esecutivi di cosa?
«Se guardiamo la letteratura internazionale si direbbe degli interessi dei grandi gruppi economico-finanziari e militari. Vuole qualche citazione?”.
No, per carità... Ma con riguardo al nostro Paese?
«A vederli da qui appare solo la mediocrità della nostra classe dirigente. Che qualità di interessi sono quelli che emergono, per esempio, in questi giorni dalle indagini sul sistema bancario?».
Dice Renzi «se perdo il referendum lascio la politica». Che effetto le fa?
«Un po’ di megalomania».
E perché?
«Per due motivi. Primo: sembra una parodia del generale De Gaulle del 1969. Anche lì un referendum, guarda caso sul Senato, dal cui esito il Generale fece dipendere la sua permanenza in carica. Secondo: il proprio futuro politico scommesso sulla riforma della Costituzione. Renzi ha posto quella che tecnicamente si chiama una questione di fiducia sulla riforma. In questo modo ha dichiarato ufficialmente che questa riforma non è costituzionale, ma è governativa».
Che bisogno c’è di surrealismo e nonsense quando ci sono i sondaggi? Sul famoso referendum che deciderà del destino delle riforme costituzionali - si usano chiamare così le tracce di cingoli sulla Costituzione - i numeri che girano sembrano il teatro dell’assurdo. Solo il 20 per cento degli elettori dice di aver capito esattamente di cosa si parla, e il 60 per cento degli stessi elettori dichiara che voterà sì. Come dire che due italiani su tre tra quelli favorevoli voteranno sulla base del sentito dire, dell’aria che tira e della propaganda.
La cronaca del voto alla Camera di Alessandra Longo, la presentazione dei Comitati promotori del No di Andrea Fabozzi e Silvia Truzzi, l’intervento del professore Zagrebelsky. La Repubblica, il manifesto, il Fatto Quotidiano, 12 gennaio 2016 (m.p.r.)
RIFORME, ALLA CAMERA È SÌ “AVANTI TUTTA”
BOSCHI SOTTO TIRO IN AULA
Roma. Una passeggiata, diciamo la verità. All’ora del tè la Camera approva il disegno di legge Boschi. 367 sì, 194 no, 5 astenuti. Renzi non twitta, si affida a Facebook: «Oggi quarto voto sulle riforme costituzionali: maggioranza schiacciante in attesa di conoscere il voto dei cittadini in autunno. Stiamo dimostrando che per l’Italia niente è impossibile. Con fiducia e coraggio, avanti tutta». Breve e indolore, come previsto. Maria Elena Boschi richiude la sua borsa color salmone e riceve i complimenti di rito. Il sorriso, però, è tirato. I Cinquestelle ci sono andati giù pesanti con le vicende di Banca Etruria e il ruolo di suo padre, che ne è stato il vicepresidente.
La fila è lunga. «Abbiamo già superato il quorum?», si scherza sperando di riuscire a entrare. Al debutto del comitato del No si riempie subito l’aula dei gruppi parlamentari di Montecitorio, mentre nell’aula quella vera - stesso palazzo - la riforma procede sul velluto. Arriva l’ultimo sì della prima lettura e comincia in contemporanea il lungo avvicinamento al referendum, che in questo caso non prevede quorum. Allora la domanda è un’altra: come ci si oppone a un plebiscito? Come si sfugge, cioè, allo schema innovatori contro conservatori? Secondo Gaetano Azzariti centrando la campagna elettorale sugli enormi problemi della rappresentanza e del parlamento, per mettere in luce quanto sia «scarsa» la riforma di Renzi di fronte alla «crisi dello stato costituzionale». Secondo Stefano Rodotà bisogna fronteggiare «l’antipolitica di governo» avviando una lunga stagione referendaria.
Ma il primo problema che ha davanti il comitato promotore del No riguarda la sua stessa genesi. Se è vero che il referendum non può chiederlo il presidente del Consiglio, come invece racconta di voler fare (in sua vece firmeranno la richiesta un numero sufficiente di parlamentari renziani), è vero anche che un comitato di cittadini avrebbe bisogno di 500mila firme per opporsi in questa veste alla revisione costituzionale. Firme che andrebbero raccolte in tre mesi dall’ultima approvazione del disegno di legge Renzi-Boschi, prevista per la seconda decade di aprile. L’alternativa - dovendo escludere che si trovino cinque consigli regionali contrari alla riforma - resta quella delle firme di 126 deputati o 65 senatori di opposizione: quelle sono assicurate. Se non si raccolgono le firme dei cittadini, al referendum si andrà per questa strada, come fu nel 2001 quando il centrodestra provò a opporsi al nuovo Titolo V approvato dal centrosinistra. Anche allora firmarono sia i parlamentari favorevoli che quelli contrari alla riforma, che il referendum alla fine confermò.
Questa volta i parlamentari che raccoglieranno le firme, e tra questi ci saranno anche quelli di Forza Italia e della Lega, potranno costituire anche più di un comitato per il No: costituirsi in comitato dà diritto a spazi televisivi e a un rimborso sulla base dei voti. Neanche i parlamentari del Movimento 5 Stelle aderiranno al comitato lanciato ieri, che è presieduto dal costituzionalista Alessandro Pace e che ha come presidente onorario il professore Gustavo Zagrebelsky. È questo il gruppo dei costituzionalisti che si sono opposti in ogni modo alle riforme spinte da Renzi (ma anche prima da Letta) negli ultimi tre anni, attraverso numerosi appelli (l’ultimo quello firmato da Lorenza Carlassare, Gaetano Azzariti, Gianni Ferrara, Stefano Rodotà e Massimo Villone, tutti presenti ieri, a ottobre sul manifesto). Questo comitato sta mettendo in piedi comitati locali nelle città e si è già dato un altro appuntamento per il 30 gennaio alla Sapienza a Roma, coinvolgendo le associazioni - a cominciare da Anpi e Arci.
Il Fatto Quotidiano
Il Manifesto
VOI AL GOVERNO, COSA AVETE CAPITO?
di Gustavo Zagrebelsky
Ampi stralci dell’intervento del professore Zagrebelsky, letto ieri davanti all’assemblea del comitato del No dal professore Francesco Pallante.
Coloro che vedono le riforme costituzionali gravide di conseguenze negative non si aggrappano alla Costituzione perché è «la più bella del mondo». Sono gli zelatori della riforma che usano quell’espressione per farli sembrare degli stupidi conservatori e distogliere l’attenzione dalla posta in gioco. La posta in gioco è la concezione della vita politica e sociale che la Costituzione prefigura e promette, sintetizzandola nelle parole «democrazia» e «lavoro» che campeggiano nel primo comma dell’art. 1.
Quali credenziali possono esibire gli attuali legislatori costituzionali? A parte la questione, bellamente ignorata, dell’incostituzionalità della legge elettorale in base alla quale essi sono stati eletti; a parte la falsificazione delle maggioranze che quella legge ha comportato, senza la quale non ci sarebbero stati i numeri in Parlamento; a parte tutto ciò, la domanda che deve essere posta è: quale visione della vita politica li muove? A quale intento corrispondono le loro iniziative? C’è un «non detto» e lì si trovano le ragioni di tanta enfasi, di tanto accanimento, di tanta drammatizzazione che non si giustificherebbero se si trattasse solo di riduzione dei costi della politica e di efficientismo decisionale. La posta in gioco non è di natura economica e funzionale. Se fosse solo questo, si dovrebbe trattare la «riforma» come una riformetta da discutere tecnicamente, incapace di sommuovere acute passioni politiche. Invece, c’è chi la carica d’un significato eccezionale, si atteggia a demiurgo d’una fase politica nuova e dice d’essere pronto a giocarsi su di essa perfino il proprio futuro politico.
Ciò si spiega, per l’appunto, con il «non detto». Cerchiamo, allora, di dirlo, nel quadro delle profonde trasformazioni istituzionali degli ultimi decenni, trasformazioni che hanno comportato un ribaltamento della democrazia parlamentare in uno strano regime tecnocratico-oligarchico che, per sua natura, ha come punto di riferimento l’esecutivo. Viviamo in «tempi esecutivi»! La politica esce di scena. I tecnici ne occupano lo spazio nei posti-chiave, cioè nei luoghi delle decisioni in materia economica, oggi prevalentemente nella versione della finanza, e nel campo della politica estera, oggi principalmente nella versione degli impegni militari. La partecipazione politica che dovrebbe potersi esprimere nella veritiera rappresentazione del popolo, cioè in parlamento, a partire dai bisogni, dalle aspirazioni, dagli ideali non è più considerata un valore democratico da coltivare, ma un intralcio.
L’informazione si allinea; la vita pubblica è drogata dal conformismo; gli intellettuali tacciono; non c’è da attendersi alcuna vera alternativa dalle elezioni, pur se e quando esse si svolgano, e se alternative emergessero dalle urne, sarebbe la pressione proveniente da fuori (istituzioni europee, Fondo monetario internazionale, grandi fondi d’investimento) a richiamare all’ordine; nella scuola si affermano modelli verticistici e i nostri studenti e i nostri insegnanti gemono sotto programmi ministeriali finalizzati a produrre non cultura ma tecnica esecutiva.
La chiamiamo «riforma costituzionale», ma è una «riforma esecutiva». Stupisce che tanti uomini e tante donne che hanno nella loro storia politica numerose battaglie per la democrazia, si siano adeguati a subire questa involuzione, anzi collaborino attivamente chiudendo gli occhi di fronte a ciò che a molti appare evidente. La riforma costituzionale è il coronamento, dotato di significato perfino simbolico, di un processo di snaturamento della democrazia che procede da anni. Coloro che l’hanno non solo tollerato ma anche promosso sono oggi gli autori della riforma. Sono gli stessi che ora ci chiedono un voto che vorrebbe essere di legittimazione popolare a un corso politico che di popolare non ha nulla.
I singoli contenuti della riforma importano poco o nulla di fronte al significato politico. Contano così poco che chi avesse voglia di leggere e cercare di capire ciò su cui ci si chiede di esprimerci nel referendum resterebbe sconcertato (…). Siamo di fronte a un testo incomprensibile. Verrebbe voglia di interrogare i fautori della riforma — innanzitutto il presidente della Repubblica di allora, il presidente del Consiglio, il ministro — e chiedere, come ci chiedevano a scuola: dite con parole vostre che cosa avete capito. Qui, addirittura, che cosa avete capito di quello che avete fatto? Saprebbero rispondere? E noi, che cosa possiamo capirci?
Mentre l'apparato istituzionale comandato da Renzi si appresta a legiferare per distruggere gli ultimi residui di democrazia si avvia l'iniziativa per ila difesa della Costituzione. L'impresa è difficile, e richiede l'impegno di tutti.
Il Fatto Quotidiano, 9 gennaio 2016
Lunedì sarà il battesimo: nell’aula dei gruppi parlamentari della Camera dei deputati si terrà il primo incontro dei Comitati del No alla riforma Boschi: «Proveremo a sensibilizzare i cittadini», spiega Lorenza Carlassare, uno dei relatori dell’incontro. «Speravo – in un eccesso di ottimismo – che ci fosse un ripensamento in Parlamento su alcuni aspetti della riforma costituzionale. Ci preoccupiamo di chiedere il referendum in base all’idea che questa riforma venga approvata così com’è, con tutti i difetti che ha. Addirittura una modifica che saggiamente la Camera aveva eliminato (l’attribuzione al Senato del potere di eleggere da solo due dei cinque giudici costituzionali che ora vengono eletti dal Parlamento in seduta comune) è stata ripristinata dal Senato, e ormai l’approvazione della Camera sembra sicura. Evidentemente non c’è spazio per una riflessione critica. Non resta che mobilitare le persone in vista del futuro referendum, che il presidente del Consiglio va annunziando come un’iniziativa sua: lui sottoporrà la riforma al popolo perché la approvi; lui, in caso contrario, si dimetterà. Si arriva al punto di personalizzare persino il referendum costituzionale. Ma non è questo il senso del referendum costituzionale che non è previsto per ‘acclamare’, ma per opporsi a una riforma sgradita».
L'equivoco non è nuovo: nel 2001 votammo per confermare la riforma del Titolo V della Costituzione. Governo di centrosinistra.
«Si vede che è un’idea del Pd! Ma è sbagliata. E non si tratta di una sfumatura. Il referendum serve a rafforzare la rigidità della Costituzione impedendo alla maggioranza di cambiarla da sola. O la riforma è approvata da entrambe le Camere con la maggioranza dei due terzi – vale a dire con il concorso delle minoranze – oppure la legge, pubblicata per conoscenza, è sottoposta a referendum qualora entro tre mesi “ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o 500 mila elettori o cinque Consigli regionali”. Se nessuno chiede il referendum, trascorsi i tre mesi la legge costituzionale viene promulgata, pubblicata ed entra in vigore; interessato a chiedere il referendum dovrebbe essere chi è contrario ai contenuti della riforma, per impedirne l’entrata in vigore. L’art. 138 non si presta a equivoci. Il referendum quindi è una possibilità, quando la riforma non ha coinvolto le minoranze, per consentire a chi non è d’accordo di provare a farla fallire; può essere anche una minoranza esigua non essendo previsto un quorum di partecipazione».
Che significato hanno le dichiarazioni con cui il premier ha legato il suo destino politico all'esito del referendum?
«Insisto: il referendum costituzionale non è uno strumento nelle mani del Presidente del Consiglio a fini di prestigio personale. In molti hanno messo in luce l’intenzione di trasformare la consultazione in un plebiscito pro o contro Renzi: ma qui è in ballo la sorte della Costituzione, non la sua. Invece , pens ando che – 5Stelle e Sinistra Italiana a parte – non troverà oppositori sul suo cammino e il referendum sarà un trionfo, intende servirsene per rafforzare il suo potere personale, da esercitare senza controlli e contrappesi, senza che nessuno lo contraddica».
Risponderete con un'informazione basata sui contenuti della riforma: come pensate di farli passare? C’è il precedente del 2006 in cui i cittadini bocciarono la riforma Berlusconi: ma era Berlusconi, appunto.
«Questo è il vero problema. Mentre nel 2006 il progetto di modifica della forma di governo era chiara perché Berlusconi aveva parlato esplicitamente di premierato, ora apparentemente la forma di governo non viene modificata; ma nella sostanza – grazie al combinato disposto di Italicum e riforma Boschi l’effetto è proprio di trasformare la forma di governo e persino la forma di Stato, vale a dire la democrazia costituzionale».
Il leitmotiv è stato “abolire il bicameralismo perfetto”.
«Su questo erano d’accordo tutti. Bastava fare una riforma circoscritta, non c’era bisogno di sfigurare la Costituzione. Fra l’altro, una delle ragioni della riforma del bicameralismo perfetto era la semplificazione delle procedure: semplificazione che non c'è stata, semmai si è complicato e confuso il procedimento legislativo. Per alcune leggi il Senato interviene, per altre no . Per alcune il Senato vota, ma poi la Camera con maggioranze diverse deve tornare sul testo del Senato. Tutto irrazionale. Il vero dato è che la composizione del nuovo Senato – della quale abbiamo già detto molto nei mesi scorsi – lo rende agevolmente controllabile. Le riforme vanno tutte nella stessa direzione: pensi alla Rai! »
Cioè “chi vince piglia tutto”?
«La legge elettorale che entra in vigore nel 2016 è una via traversa per giungere di fatto all’elezione diretta del premier. Quando si arriva al ballottaggio (per il quale non c’è quorum, e dunque le due liste più votate partecipano a prescindere dal seguito elettorale che hanno ricevuto), l’elettorato deve necessariamente schierarsi a favore di uno dei contendenti e chi vince si prende tutto. È una forma d’investitura popolare per chi guida il governo; un discorso non nuovo che precede Renzi di molti anni: le elezioni come strumento non tanto per eleggere il Parlamento, ma per scegliere e investire un governo e il suo Capo.E senza che a una simile trasformazione si accompagnino i contrappesi indispensabili in una democrazia costituzionale».
«Ha senso preoccuparsi per la concatenazione con la quale i dati sono inanellati: inazione, lavori atipici o emigrazione. Questo induce a pensare che si emigra non semplicemente per trovare un lavoro qualsiasi - del quale probabilmente si può sperare, almeno a tre anni dalla laurea, anche in Italia. Si emigra perché non si vuole accettare un lavoro qualsiasi».
La Repubblica, 7 gennaio 2016 (m.p.r.)
Scriveva Gramsci il primo gennaio di cento anni fa di odiare i capodanni «a scadenza fissa che fanno della vita e dello spirito umano un’azienda commerciale col suo bravo consuntivo, e il suo bilancio e il preventivo per la nuova gestione»; che fanno perdere «il senso della continuità della vita », facendo credere che tra anno e anno incominci una nuova storia con “propositi” di cambiamento e correzione di vecchi errori. Ma poi, ogni nuovo anno si rivela essere sempre un vecchio anno. Questa rappresentazione si adatta bene a chi, nonostante si sforzi di non cadere nel gufismo, si imbatte nei dati Eurostat da poco resi noti, e si accorge di una realtà effettuale che non consola e, soprattutto, non consente evasioni.
Una proposta per uscire dalla crisi nella direzione giusta. Il 9-10 gennaio, a Bologna, Decidiamo insieme i principi da assumere, i problemi, da affrontare le azioni da compiere, i metodi da adottare per costruire una nuova sinistra.
Il manifesto, 7 gennaio 2016
Mentre la politica si avvita praticando, in varie versioni, il cosiddetto «pensiero unico» neoliberista, che coincide con la privatizzazione di tutto l’esistente, un mondo operoso e attento ignorato dall’informazione e dalle istituzioni, se non apertamente combattuto, lavora da tempo sottotraccia per cercare di cambiare le proprie vite e il Paese.
Che fare?
La gravità della situazione in cui la politica, in tutte le sue versioni, risulta incapace di una visione rivolta all’interesse collettivo anziché a quello delle solite lobby con cui è irrimediabilmente compromessa, ci induce a cercare insieme risposte creative ed originali, in grado di avviare, attraverso un dialogo concreto con quelle parti della società in cui ciascuno di noi è immerso, un percorso virtuoso e onesto per ricostituire condizioni di vita accettabili per tutti. E’ un proposito molto ambizioso, ma realistico: milioni di persone in Italia, in Europa e nel mondo stanno operando con lo stesso intento e il nostro non sarà che un contributo a un disegno comune.
Il 9 e 10 gennaio a Bologna (Centro Costa, Via Azzo Gardino, 44) ci porremo assieme questa domanda, convinti che oggi nessuno possa avere da solo tutte le risposte necessarie; ma che insieme, sperimentando nuove pratiche e nuove prospettive e dando valore all’intelligenza di tutti, si possa aprire un cammino nuovo. Abbiamo bisogno dell’apporto, della competenza e dell’esperienza di tutti e di ognuno. Pensiamo che le risposte più innovative possano nascere solo dal confronto e dalla interconnessione tra le persone che già danno vita a iniziative sociali, di lotta e di proposta attive su tutto il nostro territorio.
Vogliamo affrontare con voi molte questioni che giudichiamo prioritarie per il nostro Paese: le riforme costituzionali, la legge elettorale detta Italicum e la questione più generale della democrazia oggi; la conversione ecologica dell’economia e la transizione energetica verso un mondo senza più combustibili fossili e minacce per il clima di tutto il pianeta, tema fortemente connesso con la creazione di tanti nuovi posti di lavoro per tutti; il diritto al lavoro, ma anche a un reddito di dignità per tutti coloro che sono senza lavoro; la questione dei migranti e dei rifugiati; il tema della pace e degli equilibri economici e politici in Europa, nel Mediterraneo e nel mondo; la pessima riforma che il governo, e solo lui, ha chiamato della «buona scuola»; il tema dell’organizzazione della sanità e quello più generale della salute di tutti, soprattutto in termini di prevenzione; il tema delle grandi opere che devastano l’ambiente e la vita di intere comunità; quello delle privatizzazioni e dell’esproprio dei beni comuni; il tema dei diritti di tutti e, tra questi, soprattutto di quelli delle donne che subiscono stupri, femminicidi, discriminazioni di ogni genere e che sono sottoposte a mille forme di sfruttamento, anche grazie a un governo che risparmia e taglia ovunque, riducendo lo stato sociale e scaricando le conseguenze di tutto questo sul lavoro di cura non pagato delle donne.
E’ un tema per noi di primaria importanza perché pensiamo che il riscatto della condizione delle donne, e soprattutto di quelle immigrate che vivono qui tra noi come di quelle dei paesi da cui provengono, è la via più efficace per neutralizzare e sconfiggere la violenza feroce che si manifesta in molte delle guerre in corso e in molti dei recenti episodi di terrorismo, la cui posta in gioco principale è il mantenimento o la riconquista di un dominio incontrastato degli uomini sulle donne che continuano a considerare una «cosa loro».
Sono tutti temi fortemente interconnessi tra loro che richiedono una risposta complessiva e sui quali potremmo lavorare insieme.
Tra questi, quello che a noi sembra ricomprendere un po’ tutti gli altri, perché mette in gioco tutti gli aspetti dell’ambiente in cui viviamo e vivranno in nostri figli e i nostri nipoti, l’opportunità di un lavoro giusto e sensato per tutte e tutti, la partecipazione di tutte e tutti, su un piede di parità, alle decisioni relative a ogni aspetto della nostra esistenza, a partire dal che cosa produrre, come e quanto, e che cosa consumare o utilizzare senza più squilibri tra chi ha troppo e chi niente, è il tema attualissimo, dopo il vertice di Parigi COP 21, della conversione ecologica.
Abbiamo comunque delle scadenze immediate a cui far fronte, che si intrecciano strettamente con i temi di carattere più generale: innanzitutto il prossimo referendum per il no alle riforme costituzionali e la proposizione di nuovi referendum contro la legge elettorale detta Italicum, contro la «Cattiva Scuola» e probabilmente contro il Jobs Act. Ma anche attraverso una nuova stagione di proposte di legge di iniziativa popolare con le quali animare l’asfittico e mistificato dibattito nel paese coinvolgendo finalmente i cittadini.
Il passo avanti su cui vorremmo confrontarci tra tutti è rappresentato a nostro avviso dalla possibilità, tutta da costruire se ci sarà la volontà di farlo, di fare rete e sostenerci reciprocamente mettendo a frutto ogni nostra competenza a beneficio degli altri, affinché i nostri sforzi non rischino di essere vanificati andando «tutti alla spicciolata».
Per questo anche il metodo della discussione che vi proponiamo, il world café, è aperto a ogni possibile contributo ed esito. Cominciamo sperimentando tra noi forme di discussione aperte e orizzontali, lavorando in profondità, con lentezza e con dolcezza, come esortava a fare Alex Langer; costruiamo un collettivo dell’autorappresentanza dandoci i tempi che saranno necessari per costruire uno «spazio» di tutti che ridia voce ai bisogni reali, che sappia guardare all’Europa con l’obiettivo di riprendere il cammino profilato a Ventotene e sistematicamente boicottato dai poteri economico-finanziari e da una dirigenza europea appiattita su questi.
Non basta convergere sugli obiettivi, dovremmo darci dei nuovi metodi, promuovendo una profonda trasformazione culturale a partire da noi stessi, che ci faccia transitare tutti da osservatori spesso impotenti di processi decisionali verticistici o anacronistiche forme di assemblea che creano maggioranze e minoranze sempre molto marginali, a promotori di forme decisionali partecipative e orizzontali, capaci di creare un confronto aperto e fecondo, relazioni di fiducia e di rispetto reciproco, decisioni condivise e realmente utili a provare a dare risposta ai bisogni del mondo sociale non più prorogabili.
È il momento di assumerci tutti una responsabilità nuova. Vogliamo provarci insieme?
Tutti accusano tutti: il ministro degli interni de Maziere accusa la polizia di Colonia, il ministro degli interni del Nordreno-Westfalia la difende, il sindaco di Colonia Henriette Reker, nota per le sue posizioni favorevoli all’accoglienza dei rifugiati, viene accusata da alcuni media di essersi limitata a risibili consigli «antimolestie», la Csu riprende la parola d’ordine dell’estrema destra sulla «stampa bugiarda», sospettata di coprire il ruolo decisivo dell’immigrazione islamica nella diffusione di aggressività nei confronti delle donne. Le quali, stando almeno alle testimonianze selezionate, risultano tutte di impeccabile stirpe germanica. Circostanza improbabile in una popolazione mista come quella di Colonia, ma che diversamente avrebbe complicato il comodo schema del bianco e del nero.
Intanto, col passare dei giorni, nuove denunce piovono sulla polizia, da Amburgo, Duesseldorf, Bielefeld, Francoforte. Immancabilmente gli aggressori parlano un cattivo tedesco con forte accento arabo. Non mancano nemmeno voci, del tutto infondate, secondo cui tra i “fermati” figurerebbero alcuni migranti richiedenti asilo. In realtà allo stato attuale non risultano fermi o arresti.
Intanto sulla rete circolano inviti a recarsi a Colonia «per difendere le nostre donne». «Nostre«, appunto, proprietà del maschio germanico, chiamate a incarnare non la loro libertà, ma i «valori» tedeschi. È da mesi che i media conservatori insistono sul fatto che la prevalenza di giovani maschi di religione islamica tra i rifugiati avrebbe comportato una minaccia per la sicurezza delle donne. Personaggi e forze politiche da sempre attaccati ai tradizionali ruoli dettati dal patriarcato si scoprivano improvvisamente convinti paladini della libertà femminile.
E i fatti di Colonia rappresentano il perfetto coronamento di questa campagna. In un clima in cui la violenza contro gli stranieri cresce in maniera esponenziale gli appelli a «vendicare» le vittime della notte di San Silvestro rischiano di trovare non poco ascolto.
Ma queste minacciose conseguenze non ci esimono dal capire cosa sia veramente accaduto tra la stazione e il duomo della città renana.
Fonti governative e di polizia insistono nel ritenere le aggressioni un disegno organizzativo, se non addirittura una «nuova forma di criminalità organizzata» (questo sostiene il ministro della Giustizia). Sembra che nell’area della stazione di Colonia operassero indisturbate bande di scippatori di origini algerine da tempo residenti in Germania. Può darsi che per San Silvestro queste ed altre bande provenienti da diverse città si fossero concentrate per sfruttare l’occasione della folla in festa. Se è vero che gli aggressori agivano per gruppi di 20 o 40 persone non si può escludere, se non altro, almeno un ampio passaparola.
Ma non è affatto chiaro a quanti gruppi possano essere imputate le aggressioni. Né in quale misura possa esservi stata emulazione alimentata dall’alcol e dalla confusione. Di certo in questa oscurità si moltiplicano ipotesi e supposizioni, circolano veleni e si annidano nuove violenze.
Il manifesto, 6 gennaio 2016
Furbizie e provincialismi, tentazione di scorciatoie facili,timore d'abbandonare comode cucce, miopie culturali sono gli ostacoli che impediscono il formarsi d'una forza alternativa convincente. Ilmanifesto, 5 gennaio, con postilla
Lo scrittore polacco Ryszard Kapuscinski è riuscito a trasformare il genere giornalistico del reportage in alta letteratura, cioè in una scrittura capace di «vedere di più» nelle pieghe degli svolgimenti quotidiani. Ha potuto farlo perché viaggiava con Erodoto. Riusciva a «varcare le frontiere del tempo», sono le sue parole, proprio perché intratteneva un dialogo continuo con uno dei padri della storiografia occidentale.
Chi non si pone il problema di varcare queste frontiere, chi pensa che «la storia altro non sia che la cronaca» è un «provinciale del tempo», limitato come un «provinciale dello spazio». Il «provincialismo temporale», dice ancora Kapuscinski, è un luogo particolarmente frequentato dai «politici furbi», perché non necessita di pensieri lunghi. Un luogo ostile ai «politici intelligenti», che hanno la necessità di «pensare» oltre il tempo della «cronaca» (della tattica) la realtà che vogliono cambiare.
La costruzione di quella che è stata chiamata «casa comune» della sinistra è, appunto, questione che solo con i «pensieri lunghi» può essere affrontata.
Non esiste «a sinistra», infatti, alcuna ampia prateria aperta a nostre immaginarie scorrerie. Ci sono soltanto sentieri impervi ed in gran parte inesplorati che non promettono, in tempi brevi, alcun particolare successo di rapidi avanzamenti.
Condizione necessaria perché il faticoso e stretto sentiero possa aprirsi a spazi più ampi è che non ne vengano abbandonate le coordinate profonde una volta che si è iniziato a percorrerlo.
Il nostro cammino comune è cominciato con l’esperienza dell’«Altra Europa per Tsipras». Ho già citato, allora, una delle coordinate enunciata da Marco Revelli al momento di tirare le fila di quell’esperienza. Credo sia di particolare attualità. Revelli, dunque, riflettendo in particolare sul ruolo della «task force di Rosa (Rinaldi, nda)» essenziale per la raccolta delle firme in Val d’Aosta, e in genere sui contributi di tutte le «identità» coinvolte nell’operazione, concludeva: «… dovremmo proporci, d’ora in avanti, di non smarrirne neppure uno, per settarismo, supponenza, trascuratezza». Per «provincialismo temporale», potremmo aggiungere, con Kapuscinski, per «furbizia».
È ovvio che la «furbizia» non è necessariamente un difetto in politica. Togliatti in un’occasione ha definito il Pci puer robustus et malitiosus. La manovra tattica, il comportamento malitiosus era, però, funzionale al suo essere robustus, sul piano della teoria, sul piano della cultura politica, sul piano dei numeri.
Un momento, dunque, della grande politica. Aspetti di cui il processo di costruzione del «nuovo soggetto» è del tutto privo.
In tale processo l’unità di quello che c’è («non … smarrirne nemmeno uno…») è precondizione essenziale di un obbiettivo che sia davvero «nuovo» e non «novello», spuma di superficie, senza corpo, senza struttura che possa sorreggere un reale processo di maturazione. Ed invece si è perso subito, in piena coscienza e con «furbizia», il contesto che aveva reso possibile la «task force di Rosa».
Il «provincialismo temporale» spinge a massimizzare nell’immediato una rendita di posizione. Di qui la tentazione di utilizzare la forza e la visibilità di un gruppo parlamentare, frutto drogato di un meccanismo elettorale scomparso, per indirizzare il processo in corso verso gli esiti desiderati. Su tali basi, però, gli esiti non potranno essere che «minoritari», con buona pace di coloro che hanno usato e continuano ad usare il termine come arma contundente.
Senza un’ulteriore e profonda riflessione, infatti, andremo verso nuove divisioni e conflitti e resteremo ancora per tempi imprevedibili nell’attuale stato di irrilevanza. A meno che non si pensi che la via d’uscita dal «minoritarismo» sia l’approdo confortevole a un centrosinistra «buono» come lo era quello di Bersani, prima che il corpo «estraneo» del renzismo non ne mutasse i geni.
D’altra parte il fatto che questa tesi, tra il detto e il non detto, continui ad essere presente nelle pieghe della discussione sul «nuovo soggetto politico», è indice certo della miseria analitica con cui dobbiamo fare i conti. Indice certo di «provincialismo temporale», di scomparsa dei tempi lunghi e delle ragioni sistemiche della regressione.
C’è poi un’altra forma di «provincialismo temporale», quella da cui derivano le sconsolate perorazioni a tirare una riga definitiva su tutto ciò che esiste di organizzato a sinistra per ripartire da zero, dal «basso», da «nuove generazioni».
Il tempo attuale, il tempo della politica è, in realtà, momento in cui convergono temporalità diverse, intrecciate inestricabilmente. Non c’è nessun tempo lineare sul quale possano separarsi nettamente le rotture dalle continuità, comprese quelle generazionali.
Di tabulae rasae, di big-bang, di ripartenze, è piena la vicenda che ci ha condotti all’odierna irrilevanza. È tempo che ognuno faccia i conti davvero con le proprie responsabilità. Voglio credere (sperare) che anche dalla parte dei «furbi» possano svilupparsi (ri)pensamenti «intelligenti».
postilla
Il mondo è cambiato e troppo pochi se neaccorsero mentre cambiava, e non furono ascoltati. Moltissimi non l’hannocapito nemmeno adesso – o non hanno compreso il senso del cambiamento. Ieri losfruttamento si esercitava soprattutto nelle fabbriche e nei campi, oggi in tuttele dimensioni del territorio e della vita. Ieri generava la resistenza e larivolta solo nelle forme di lotta del proletariato urbano e rurale. È in quelcontesto che si è costruita la vecchia sinistra, si sono inventati e praticatigli strumenti della sua lotta sociale e politica.
I diritti civili, come quelli sociali, appartengono alla sfera delle inalienabili garanzie che spettano alla persona e devono essere garantite dallo Stato: non possono per ciò essere subordinate ai patteggiamenti della
politique politicienne. La Repubblica, 4 gennaio 2015
Di tutte quelle difficoltà sembra intrisa la maniera in cui si sta affrontando, al Senato, la questione delle unioni civili. Presentata come l’avvio di una nuova stagione di diritti civili, rischia di impigliarsi in compromessi al ribasso, che lasceranno una scia di polemiche e di risentimenti.
Dopo che la Corte costituzionale e la Corte di Cassazione hanno riconosciuto che le unioni tra persone dello stesso sesso sono una delle “formazioni sociali” di cui parla l’articolo 2 della Costituzione, nella discussione parlamentare è spuntata una lettura restrittiva, e illegittima, di quella norma, definendo le unioni come “formazioni sociali specifiche”. Dopo che la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia proprio per la mancanza di una adeguata disciplina delle unioni civili, che non può essere limitata ai soli aspetti patrimoniali, ecco riemergere le pretese di centrare la nuova disciplina proprio sugli aspetti patrimoniali. Si abusa di riferimenti alla “stepchild adoption”, all’adozione dei figli del partner, che dovrebbe essere esclusa o sostituita dall’acrobatica invenzione di un affido “rafforzato”. Viene così resuscitata la discriminazione contro i figli “nati fuori del matrimonio”, eliminata nel 1975 e che ora ritorna evocando impropriamente lo spettro dell’”utero in affitto” e invocando ipocritamente un interesse dei minori che diverrebbero, invece, vittime di un sopruso.
Una legge che dovrebbe produrre eguaglianza rischia di trasformarsi in una disciplina che formalizza, e dunque rende ancor più evidente, una permanente discriminazione delle unioni tra persone dello stesso sesso. Comunque un passo avanti, si dice. Ma con chiusure che porteranno a nuove censure, interne e internazionale, mostrando una volta di più una sorta di allergia italiana a procedere correttamente sulla via del riconoscimento dei diritti delle persone.
La tentazione del compromesso al ribasso, in queste materie, non è nuova. Il Pci cercò di disinnescare le polemiche intorno alla legge sul divorzio proponendo il cosiddetto “divorzio polacco”, limitato ai soli matrimoni civili. Misero espediente, che venne rapidamente liquidato da una politica nel suo insieme capace di scelte nette e da una società reattiva che, nel 1974, votò no nel referendum abrogativo di quella legge. Politica che mostrò altrettanta lungimiranza quando nel 1978, in una materia difficile come l’aborto, venne approvata una buona legge, anch’essa confermata dal voto popolare. I richiami alla deprecata Prima Repubblica non sono graditi, ma proprio per i diritti vengono ancora insegnamenti che dovrebbero essere meditati.
Oggi la politica sembra mancare di coraggio, trasformando in faticosa e costosa concessione quello che non è neppure il riconoscimento di un nuovo diritto, ma la rimozione di un ostacolo che impedisce ad alcune persone di esercitare un diritto di cui tutti gli altri già godono. E questa esclusione è fondata sul loro “orientamento sessuale”, dunque su una causa di discriminazione ritenuta illegittima dall’articolo 21 della Carta europea dei diritti fondamentali, che ha lo stesso valore giuridico d’ogni altro trattato europeo. Un problema di eguaglianza dunque, tanto più evidente dopo che l’articolo 9 della stessa Carta ha eliminato il requisito della diversità di sesso sia per il matrimonio che per ogni altra forma di costituzione di una famiglia.
L’assenza di questa consapevolezza mostra un limite culturale che continua ad affliggere la discussione parlamentare. La Corte europea dei diritti dell’uomo, infatti, non si è limitata a condannare l’Italia per il ritardo nel dare una adeguata disciplina alle coppie di persone dello stesso sesso. Ha ricordato pure che il nostro paese è ormai parte di un sistema giuridico allargato, di cui deve rispettare principi e regole, sì che la stessa libera scelta del Parlamento, la discrezionalità del legislatore risultano limitate. Si sottolinea che ormai la maggioranza dei paesi del Consiglio d’Europa (24 su 47) riconosce nella loro pienezza quelle unioni. E questo non è un semplice dato statistico, ma una indicazione che rende più stringente il “dovere positivo” dell’Italia di intervenire senza inammissibili restrizioni, perché siamo di fronte a diritti dal cui effettivo riconoscimento dipendono l’identità, la dignità sociale, la vita stessa delle persone.
Il paradigma eterosessuale crea ormai incostituzionalità e di questo si deve tener conto quando si contesta l’ammissibilità dell’accesso delle coppie tra persone dello stesso sesso al matrimonio egualitario, di cui oggi non si vuol nemmeno discutere. Ma un ostacolo in questa direzione non può essere trovato nella sentenza del 2010 della Corte costituzionale, di cui oggi è necessaria una rilettura proprio nel contesto europeo che mette al centro l’eguaglianza e sottolinea come le dinamiche sociali, peraltro richiamate dalla stessa Corte, vanno nella direzione di un riconoscimento crescente del matrimonio egualitario, impedendo di riferirsi ad una tradizione “cristallizzata” intorno al matrimonio eterosessuale, ormai contraddetta dalle dinamiche sociali e dalle innovazioni legislative che escludono la possibilità di invocare una natura immutabile del matrimonio. Non è sostenibile, allora, che una legge ordinaria non possa introdurre nell’ordinamento italiano l’accesso paritario al matrimonio, proiettando nel futuro una discriminazione ormai indifendibile anche sul piano strettamente giuridico.
Davanti al Senato è una grande questione di eguaglianza, principio fondamentale che oggi troppo spesso non viene onorato. L’annunciata nuova stagione dei diritti sarà valutata anche da questo primo passo, che tuttavia, anche se andrà nelle giusta direzione, non potrà far dimenticare il permanente sacrificio di diritti sociali. Anzi, proprio l’enfasi posta sul tema dei diritti civili impone una riflessione sulla politica dei diritti dell’attuale governo, tutta fondata su misure settoriali, bonus di varia natura, che mostrano l’accettazione della logica del “fai da te”, dell’individualizzazione degli interventi. La società scompare e con essa una vera politica dei diritti. Molti economisti hanno mostrato che i dieci miliardi destinati agli 80 euro avrebbero potuto essere meglio utilizzati per una politica di investimenti, strutturalmente produttivi di occupazione, e per un primo passo verso il riconoscimento di un reddito di dignità. Chiara Saraceno non si stanca di ricordarci che gli interventi a pioggia non ci danno né una politica della famiglia, né una efficace politica contro la povertà.
Se davvero vogliamo tornare a parlare di diritti, ricordiamoci che sono indivisibili. E, visto che il presidente del Consiglio riscopre un’Europa non riducibile all’economia, vorrà ricordarsi che proprio di questo parla la sua Carta dei diritti fondamentali?
Una propoata e un appello utili per tentar di uscire dall'intricato groniglio determinato dalla caparbietà di voler affrontare problemi nuovi con strumenti vecchi.
Il manifesto, 2 gennaio 2016
Vediamo di fissare alcuni punti per trovare la risposta. La narrazione renziana, come ha scritto Michele Prospero, volge alla fine.
I risultati economici, in termini di Pil ed occupazione, sono ben magri; Banca Europea e Confindustria cominciano a prenderne coscienza e lo stesso Padoan non esclude la stagnazione secolare per giustificare la mancata crescita. Se questo è lo scenario, dopo tanto attivismo e tanti soldi indirizzati poco allo sviluppo e molto a raccogliere voti — che comunque non schiodano il Pd dal 30% — a Renzi serve spostare l’attenzione degli italiani dai problemi interni a un nuovo e più ampio terreno di confronto.
La svolta di questi giorni contro l’Europa austera e germanocentrica si inscrive in questo quadro e individua un terreno fertile per cavalcare sentimenti e ragioni di un elettorato più ampio, che, non a caso, è il terreno a lui più congeniale per rilanciare la costruzione del partito della nazione.
I risultati spagnoli, possiamo esserne certi, saranno utilizzati per riconfermare la sua idea di governabilità e rilanciare Italicum e partito della nazione come la versione italiana della grande coalizione.
La confluenza dei verdiniani vecchi e nuovi verso la nuova grande casa madre si accelererà di conseguenza. Anche a una parte di elettorato Pd, il partito della nazione potrebbe a questo punto apparire meglio di una grande coalizione. A questo punto converrebbe al governo che le prossime elezioni potessero svolgersi subito dopo il referendum di autunno per non dare il tempo al centro destra di riorganizzarsi.
Veniamo, così, alla sinistra. In questo scenario se essa dovesse affrontare le elezioni con le forze oggi in campo e con l’Italicum, rischierebbe di essere spazzata via. Avviare al più presto un processo di ricomposizione, quindi, non è un capriccio dei vertici, ma una necessità storica.
Certo se si potesse fermare l’orologio sarebbe meglio discutere prima di una carta dei valori da porre a base del processo ed anche aspettare le prossime elezioni locali per smaltire le divergenze che esse creeranno. Come sarebbe meglio impegnarsi nella campagna per il referendum e in quella per il nuovo statuto dei lavoratori della Cgil per consentire, così, processi di aggregazione sul campo. Ma il tempo non si può fermare e non è nemmeno sicuro che rinviare ancora una volta le scelte annunciate non determinerebbe un’ulteriore sfiducia o addirittura un ulteriore spostamento di elettori di sinistra verso il M5s o verso l’astensione o verso l’accettazione obtorto collo del renzismo come necessità.
Per questo insieme di valutazioni penso che il processo appena avviato debba essere portato avanti e che le divergenze che esistono dovrebbero essere affrontate insieme per cementare nel cammino la nuova unità. Penso, cioè, che possiamo e dobbiamo risolvere i problemi aperti insieme e cammin facendo, durante e non prima.
Si può fare senza pregiudicare il processo? Qui è la vera scommessa per tutti. Se ci sono divergenze che impediscono oggi di dare vita a una nuova organizzazione unitaria, questo non deve impedire a chi è disponibile ad andare avanti di farlo. E non deve significare vivere come una tragedia il fatto che qualcuno si tiri fuori o voglia percorrere un’altra strada. L’importante è che i diversi percorsi non siano totalmente separati, alternativi o contrapposti. Anzi, al contrario, si potrebbero configurare percorsi organizzativi diversi e percorsi di ricerca, elaborazione e azione comuni.
Due iniziative comuni possibili.
Sicuramente siamo in ritardo nell’analisi dei cambiamenti intervenuti nel lavoro e nel rapporto dei giovani col lavoro. Non penso si tratti solo di fare una bella analisi statistica della composizione e delle classi sociali oggi (anche se dopo i tanti anni passati da quella di Sylos Labini non guasterebbe) ma di chiederci che fine hanno fatto oggi le classi sociali sì. Sì perché oggi sempre più spesso e addirittura dentro uno stesso individuo convivono, alternandosi e intrecciandosi, lavoro dipendente e lavoro autonomo, precario e stabile, lavoro per campare e attività creative per realizzarsi, fasi di benessere e fasi di povertà, benessere economico e disagio esistenziale. Si tratta di fattori soggetti a una dinamica velocissima e continua che riguarda sia la collocazione oggettiva che quella soggettiva di una persona. Come rappresentare questo mondo dobbiamo affrontarlo insieme ai soggetti che vivono questa mutazione e le sua contraddizioni e dobbiamo farlo al più presto. Con una crisi dalla quale non si vede uscita, la contrapposizione giovani anziani, garantiti e non rischia di diventare drammatica e di spingere i giovani a considerare gli altri più come privilegiati che come alleati.
Viviamo una crisi profonda del modello di democrazia partecipata e della funzione dei partiti come tramite tra cittadini e istituzioni. Negli ultimi anni l’unica risposta che siano riusciti a dare alle esigenze di partecipazione è stata l’utilizzo delle primarie. Ma le primarie, importate da un sistema bipolare e per la scelta di persone dentro un partito, le abbiano cucinate in salsa italiana, anzi in tante salse regionali e comunali nelle quali esse non sono più né la scelta dei candidati all’interno di una coalizione con un programma condiviso, né la scelta tra opzioni politiche diverse. Una nuova sinistra deve oggi porsi il problema di come costruire con la partecipazione popolare il suo programma, la sua carta dei valori. Si possono rilanciare le primarie su punti programmatici per far risalire dal basso il processo di costruzione della nuova sinistra? Si potrebbe integrare un processo vivo fatto con le persone in carne ed ossa con un processo parallelo da sviluppare sulla rete per ricostruire insieme il nuovo vocabolario della sinistra, ritrovando le parole chiave e costruendo, con una processo partecipato, la loro declinazione? Possiamo produrre una sorta di Wikisinistra? Ecco penso che se decidessimo di marciare insieme con chi ci sta, e di fare insieme anche con tutti gli altri questo cammino di ricerca sul campo potremmo uscire dall’impasse ed evitare l’ennesima falsa partenza.
Naturalmente tutto questo rischia di restare confinato al ceto politico fino a quando i giovani e, soprattutto, le tante giovani donne impegnate nelle associazioni, nei movimenti, nell’attività politica di base, che hanno competenze e passioni da vendere, non troveranno il coraggio di scendere in campo.
Non è una speranza. E’ un appello.