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Aula Clementina, 16 giugno 2018, «Forum delle associazioni familiari», recita la titolazione del testo scritto che Bergoglio ha con sé, ma non legge. Va a braccio. Ed è tutto un tuonare: a favore della più rigida ortodossia della Chiesa sulla famiglia cattolica – con annesso ruolo della donna vocata al sacrificio –, e contro l’interruzione volontaria di gravidanza.
Posizioni del resto che papa Francesco aveva sempre sostenuto, al di là delle frasi ad uso mediatico, tipo «chi sono io per giudicare un gay». Oppure quelle su una Chiesa, dove la dottrina non sia «da imporre con insistenza», e che procede «misericordiando».

Con buona pace di quanti continuano a fantasticare su supposte rivoluzioni di questo papa. E nella bergoglite che li affligge, continuano nell’autoconvincimento che, Lui vuole, ma le gerarchie Lo ostacolano. E imbrigliati in questo gioco illusionistico hanno sorvolato ad esempio sulle benedizioni papali elargite ai pro-life in marcia su Roma in buona compagnia di Militia Christi e Forza Nuova, o su quelle ai ginecologi cattolici per l’opera di boicottaggio contro interruzioni volontarie di gravidanza, anticoncezionali, fecondazione assistita... e quanto altro ancora.

Adesso, glisseranno anche di fronte alle affermazioni di papa Francesco al Forum delle famiglie di questo 16 giugno?

«Oggi – ha detto Bergoglio – si parla di famiglie diversificate, di diversi tipi di famiglia... Ma la famiglia immagine di Dio è una sola, quella tra uomo e donna. Può darsi che non siano credenti ma se si amano e uniscono in matrimonio sono a immagine e somiglianza di Dio». Siamo alla più classica riproposizione dell’ontologia clericale che si regge sulla concatenazione di idee supposte a cominciare da quella di un Dio di cui la Chiesa sarebbe interprete e maestra, nel dettare schemi e leggi.

Ognuno nel suo ruolo. E su questa strada papa Bergoglio nella definizione catechistica di famiglia, non ha dimenticato di elogiare la sopportazione di tante “sante donne” che «nel silenzio hanno aspettato guardando da un'altra parte, aspettando che il marito tornasse alla fedeltà. La santità che perdona tutto perché ama».

Ma forse vale appena riflettere, che proprio su questa strada della donna “vocata” alla dedizione per l’altro si è costruita la mala educazione maschilista, che tanto spazio trova nella Chiesa a cominciare dal suo ideologo Paolo di Tarso, che ad esempio nella Lettera a Timoteo I, 2, 11-15 prescriveva: «La donna impari in silenzio con ogni sottomissione. Perché non permetto alla donna d’insegnare, né d’usare autorità sul marito, ma stia in silenzio».

Una mala educazione che vale anche per la responsabilità della Chiesa cattolica nello stigma contro l’omosessualità, ribadita nel catechismo vigente che la definisce «oggettivo disordine morale», (canone 2357), e che vorrebbe gli omosessuali casti ed espianti, prostrati nel vivere nel «sacrificio della croce del Signore le difficoltà che possono incontrare in conseguenza della loro condizione» (canone 2358). Sarebbe irriverente chiedere se anche la violenza omofoba rientra nella croce da sopportare misericordiosamente? E per le famiglie gay con figli annessi a seguire?

Misericordiando... misericordiando, il 16 giugno al Forum delle famiglie (cattoliche) papa Bergoglio è arrivato ad equiparare l’aborto allo stragismo nazista.

«Il secolo scorso – ha detto – tutto il mondo era scandalizzato per quello che facevano i nazisti per curare la purezza della razza. Oggi facciamo lo stesso ma con i guanti bianchi. È di moda o almeno abituale, che quando in gravidanza si vede che il bambino non sta bene o viene con qualche cosa: la prima offerta è lo mandiamo via? L'omicidio dei bambini: per risolvere la vita tranquilla si fa fuori un innocente».

Ovviamente non poteva mancare in questo Forum del 16 giugno la lode all’opera profusa dalle associazioni cattoliche – come aveva scritto anche nel testo ufficiale – «stabilendo un rapporto di fiducia e di collaborazione con le Istituzioni».

Ma dietro quella parola apparentemente pacata “collaborazione” non continua forse il vizio antico di una Chiesa che pretende di essere accreditata come univoca agenzia morale? Una Chiesa che identifica il cittadino col credente, e per questo pretende che la sua libertà sia superiore a quella di chiunque altro.

Una Chiesa insomma che non ha ancora accettato l’ingresso nella modernità, che ha un pilastro fondamentale nella separazione tra leggi umane e leggi divine.

Cosa che continua a ignorare anche papa Bergoglio. In questo – sembrerebbe – in perfetta sintonia col ministro della famiglia e delle disabilità del nuovo Governo, l’ultrà cattolico Lorenzo Fontana (il suo matrimonio religioso ha voluto fosse celebrato col rito tridentino), che nei giorni scorsi si era speso (“santa” collaborazione istituzionale?) in un profluvio di affermazioni razziste contro le coppie omosessuali da far restare sommerse, invisibili, nel non-essere del diritto di avere diritti.

Tratto dalla pagina qui raggiungibile.

molto tempo non collocavamo un articolo nella cartella "stupidario". Certamente ci siamo distratti. Oggi cogliamo una buona occasione: l'intervista rilasciata da Stefano Boeri. Il massimo poeta del barocchismo letterario... (segue)

molto tempo non collocavamo un articolo nella cartella "stupidario". Certamente ci siamo distratti. Oggi cogliamo una buona occasione: l'intervista rilasciata da Stefano Boeri. Il massimo poeta del barocchismo letterario, Giambattista Marino, ha scritto «è del poeta il fin la meraviglia / parlo dell'eccellente e non del goffo, / chi non sa far stupir, vada alla striglia!». Non possono anche gli architetti essere poeti? Certamente, pensiamo noi, e ce ne vengono in mente molti, da van der Rohe a Le Corbusier, da Palladio a Gropius, da Aravena a Bunelleschi. Chissà perché non ci è mai venuto in mente Stefano Boeri, immaginifico inventore del “bosco verticale”, denominazione attribuita a un gruppo di grattacieli milanesi, Ne abbiamo parlato qualche tempo fa su

eddyburg, pubblicando un interessante articolo di Duccio Facchini giustamente intitolato “Un bosco d’interessi immobiliari”.

Apprendiamo oggi, da la Stampa, che Boeri sta pensando di trapiantare i suoi “boschi verticali” su Marte, e farne magari “un pianeta d’interessi immobiliari. Lì i promotori e l’architetto possono stare tranquilli; lì non ci sono ancora né fastidiosi ecologisti né minacce di leggi contro il consumo di suolo, né cittadini ben pensanti e nerboruti che possano osare di passarlo alla striglia.

Qui è ripresa l’intervista di Fiorella Minervini, la Stampa, 24 aprile 2018:
C’è un architetto che sta progettando il nostro futuro su Marte. È il visionario Stefano Boeri, professore al Politecnico di Milano e autore del Bosco Verticale, l’edificio giudicato nel 2015 più bello del mondo; di recente è stato nominato presidente della Triennale e la vuole aperta al mondo e al futuro. Boeri lavora con il suo Studio Sba con 60 giovani architetti a Milano, e altri 25 a Shanghai. Da sempre si occupa dell’ambiente, ha collaborato con la commissione dalla sindaca Hidalgo in vista della legge che prevede a verde il 20% dei tetti di Parigi. I suoi progetti prevedono vaste zone di città abitate da alberi e giardini; l’ambizione sarebbe un «fiume verde» nel cuore di Milano al posto degli scali dismessi dalle Ferrovie.
Ora la scelta ecologica è su Marte. E a Milano per la Design Week ha appena presentato l’allestimento The Future of Living con il suggestivo The Planet of the Future, installazione immersiva ispirata alle atmosfere del Pianeta Rosso: il progetto trasferisce idealmente su Marte oggetti e prodotti esposti con aziende produttive, e li confronta con immagini che il cinema ha regalato al nostro immaginario. E’ un’atmosfera speciale, coinvolgente, tutta calata nel colore rosso. Boeri è convinto che lo scenario anticipi le risposte agli effetti drammatici del cambiamento climatico, per l’innalzarsi del livello negli oceani.

Architetto come mai pensa a Marte, la Terra è così a rischio ? «L’idea è nata da una ricerca che stiamo conducendo sul cambiamento climatico. Da tre anni dirigo alla Tongji University di Shanghai il dipartimento Future City Lab col professor Li Xian Gninge. Tempo fa ci è stato chiesto di pensare a come affrontare un futuro in cui, in seguito all’innalzamento degli oceani, la città verrebbe per gran parte inondata dalle acque. Dopo aver pensato a una diga e aver immaginato un sistema di cupole sotto i grattacieli, abbiamo scoperto che l’Agenzia spaziale cinese lavorava già a progetti di colonizzazione di Marte. Così abbiamo proposto di immaginare, come risposta all’innovazione, di realizzare delle vere e proprie città-foreste sulla superficie del Pianeta Rosso. Del resto anche il nostro Cnr e l’Esa studiano come colonizzare Marte. Così come fanno altri studi di architettura come quello di Norman Foster e quello degli architetti danesi Big, che stanno testando nuovi spazi marziani nel deserto degli Emirati Arabi. Anche in Oman si fanno tentativi con astronauti per simulare la vita su Marte».

Perché proprio il Pianeta Rosso e a quando il primo viaggio? È relativamente vicino, ci vogliono solo tre mesi di viaggio e presenta alcune condizioni simili alla Terra, anche se la temperatura è mediamente molto più bassa e l’anno solare è di 680 giorni. Nel progetto di Space&Interiors abbiamo collaborato con l’Agenzia Spaziale Europea e l’Istituto Nazionale di Astrofisica, che ci hanno messo in contatto con l’astronauta Luca Parmitano e ci hanno aiutato a capire come si possa abitare la superficie di Marte. Non c’è ancora una data precisa per la prima spedizione su Marte, ma se noi non ci saremo più, avremo aperto la via ad altri viaggiatori».

Dal punto di vista pratico come vi siete mossi? «Abbiamo immaginato una nave spaziale che porti nell’atmosfera marziana delle vere e proprie grandi sfere vegetali, come dei grandi semi da far atterrare sulla superficie del pianeta rosso. Grandi gusci verdi che al loro interno permetteranno di ricreare condizioni atmosferiche adatte alla vita delle specie viventi terrestri. L’installazione che racconta questo progetto si chiama “Seeds of Mars” e l’abbiamo esposta, oltre che in questi giorni a Milano grazie all’invito di Federlegno/Made, anche alla Biennale di Shanghai. In entrambi i casi abbiamo coinvolto imprese e aziende che lavorano sugli arredi e i materiali edilizi chiedendo loro di raccontare come pensano di affrontare le sfide del futuro. Gli abbiamo detto: “Noi vi portiamo su Marte, ci state?” Loro hanno accettato».

Di che materiali sono i «gusci»? «Sono estremamente sofisticati, ricoperti da pellicole con pannelli fotovoltaici che producono l’energia utile per recuperare e riciclare l’acqua che serve per far crescere il verde. Come ci ha spiegato Parmitano, nello spazio potranno abitare solo dei sistemi totalmente chiusi dove tutto, a partire dall’acqua, viene riciclato e recuperato».

E sulla Terra cosa va fatto al più presto per migliorare le città? «Noi promuoviamo il primo Forum internazionale sulla forestazione urbana a novembre. La verità è che oggi le città producono il 70% della CO2 presente nella nostra atmosfera, che è la causa dei cambiamenti climatici, mentre i boschi ne assorbono il 40%. Perciò uno dei modi più efficaci per combattere il riscaldamento del pianeta è moltiplicare i boschi e le superfici vegetali nelle nostre città; un po’ come decidere di combattere il nemico sul suo stesso campo. Bisogna fare di tutto e con urgenza per invertire i cambiamenti climatici. E’ una sfida che non possiamo permetterci di perdere. Ciò che oggi appare fantascientifico potrebbe rivelarsi nei prossimi decenni realistico e richiedere una risposta immediatamente praticabile, a tutti i livelli».

Dalla rubrica lettere del Corriere della Sera Milano, 29 maggio 2015, un piccolo illuminante esempio di cosa può combinare la paranoia securitaria, unita alla surreale burocrazia nostrana

Il prefetto di Milano ha ordinato la chiusura per quattro mesi dell’aeroporto di Bresso per timore che da lì possano partire attentati terroristici a Expo. Naturalmente i terroristi, si sa, hanno una fervida fantasia e la scelta di decollare dall’aeroclub Milano, a pochi minuti di volo dal sito Expo per bombardare la manifestazione può essere una delle idee vincenti per un terrorista spietato. Poco importa che su quel piccolo aeroporto abbia sede una quasi centenaria (nata nel 1926) scuola professionale per piloti di aeroplano e di elicottero, poco importa che l’aeroporto sia quotidianamente frequentato da giovani allievi (devono essere incensurati) che sognano di solcare i cieli con aeroplani di linea, da istruttori di volo (alcuni ex militari). Poco importa che sull’aeroporto ci sia un’officina con tecnici specializzati per le manutenzioni agli aeroplani della scuola. Durante le giornate anziani piloti, anziani tecnici aeronautici in pensione siedono sotto la torre di controllo per vedere decollare e atterrare i giovani allievi, commentando il buon atterraggio o l’atterraggio un po’ troppo brusco.

L’aeroportoè all’interno del Parco Nord di Milano, vigilato da guardie ecologiche, agentidi polizia, carabinieri dei tre comuni limitrofi: Bresso, Cinisello, Sesto SanGiovanni che, in servizio, percorrono i viali e le strade lungo il parco. Lapolizia, poi, è incaricata di prestare il servizio di Dogana per i voli inpartenza o arrivo dall’estero, quindi le pattuglie passano dall’Aeroclub per lepratiche doganali, e si fermano a discorrere con gli allievi piloti e con ipensionati in tribuna. L’aeroporto è operativo soltanto nelle ore diurne e conil bel tempo (non è strumentato per il volo senza visibilità). Di notte, gliaeroplani sono chiusi in hangar, telecamere, cellule fotoelettriche e guardienotturne vigilano, perché sono beni di valore, servono a addestrare piloti.Purtroppo quattro mesi (o forse sei?) di chiusura dell’aeroporto di Bressocauseranno la perdita di lavoro per i tecnici aeronautici dell’officina, pergli istruttori di volo, per gli operatori della torre di controllo, perl’impiegata della scuola professionale e i pensionati che non potranno piùvalutare gli atterraggi dei giovani piloti. Saranno loro le vere vittime deicattivi terroristi. Interveniamo in tempo per favore, grazie.

Una tesi veramente singolare di un esperto di economia dei trasporti, il quale non sa che i beni immobili urbani non sono una merce fungibile, e pertanto il loro valore non diminuisce all'aumentare della quantità. Una lettura suggerita.

Il Fatto quotidiano, 2 marzo 2014

È una cosa assolutamente ovvia che il prezzo di una casa, identica a un’altra come qualità, cioè con costi di costruzione identici, cresca in proporzione a quante case di quel tipo sono disponibili sul mercato, cioè ai vincoli posti alla costruzione di case. Un recente studio dell’Università di Yale per esempio dimostra che i costi di costruzione delle case sono rimasti pressoché costanti in termini reali, ma i prezzi sono cresciuti del 30% negli scorsi 35 anni (eliminando le fluttuazioni cicliche del mercato). Inutile anche sottolineare che il problema è molto acuto in termini sociali, perché colpisce in proporzione i redditi più bassi, le nuove coppie e gli extracomunitari. L’Economist ha dedicato al fenomeno la copertina e diversi articoli, citando estese evidenze statistiche della correlazione stretta tra i vincoli urbanistici all’edificazione e la crescita della rendita urbana, cioè del valore dei terreni edificabili rispetto a quelli a destinazione agricola.

Questo fenomeno si era storicamente ridotto, e di molto, con l’avvento della motorizzazione privata, che aveva consentito un mercato delle case e dei terreni assai più competitivo, rendendo possibile raggiungere località anche molto esterne in tempi ragionevoli. Oggi invece sembra essersi in parte ripresentato nelle città caratterizzate dall’“industria della conoscenza” (valga per tutti la Silicon Valley in California, ma vengono citate anche Milano e Bangalore…) e dalle grandi concentrazioni di attività finanziarie (Londra, New York). L’aumento di valore delle aree e degli edifici nelle zone centrali, come si cita in uno altro studio recente del Massachusetts Institute of Technology, sembra che sia una delle maggiori cause delle diseguaglianze di reddito evidenziate dal celebre economista neo-marxista Thomas Piketty, e confermate in molti contesti specifici, anche nel nostro Paese.

Accanto a quelle dall’Economist, si possono anche citare le analisi comparative che misurano il numero di annualità di reddito medio necessarie per comprarsi una casa standard: anche da queste analisi emerge una stretta corrispondenza tra la “costosità in relazione al reddito” (“affordability” di W. Cox) della casa, ed i livelli dei vincoli urbanistici all’edificazione. I valori minimi si registrano a Kansas City, celebre per avere vincoli pressoché nulli. Noi ci collochiamo, insieme a tutta l’Europa, su valori medio-alti. Certo: la disponibilità di suolo del Kansas non è esattamente simile a quella italiana, come non è esattamente simile il valore paesaggistico dei due territori. Anzi, il valore paesaggistico di molte parti del territorio italiano è quello di un bene riconosciuto eccezionale a livello mondiale, fonte di rilevanti redditi turistici che si estendono nel futuro, ma costituisce anche un valore culturaleirrinunciabile, non riconducibile a mere grandezze economiche. Tuttavia il problema sociale del prezzo delle abitazioni e della distribuzione del reddito permane, ed è accentuato dalla crisiattuale. L’Economist propone di aumentare in termini relativi lapressione fiscale sulle rendite urbane, ma soprattutto di tassare in proporzione di più le case vuote e i terreni edificabili non utilizzati, e meno le case utilizzate, al fine di aumentare l’offerta di abitazioni per questa via, abbassando così i prezzi.

Un’altra soluzione possibile è quella di ridurre i vincoli all’edificabilità in modo selettivo, cioè favorendo la costruzione di edifici nuovi multipiani, anche in aree esterne dove necessariamente i prezzi delle abitazioni sarebbero inferiori (gli alti prezzi sono indissolubilmente connessi all’accessibilità e ai servizi delle aree). Ciò al fine di contenere, dove necessario, il consumo di suolo, anche se le argomentazioni, oggi molto diffuse, che tale consumo vada ridotto per “difendere l’agricoltura” sembrano davvero poco consistenti. Il ricorso a modelli di edilizia sovvenzionata si scontrano invece da un lato con la scarsità di risorse pubbliche, dall’altro con una serie di risultati catastrofici dovuti a gestioni clientelari, disattente ai bisogni sociali reali (il diritto acquisito è “per sempre”, senza verifiche nel tempo dei redditi dei residenti, fenomeno unico in Europa), e ancor meno attente all’illegalità diffusa delle occupazioni abusive. Ma certo nulla vieta di tentare una seria riforma di questa strategia, almeno nel medio periodo.

Rimane infine sullo sfondo il problema delle categorie sociali realmente molto deboli, come i Rom o gli extracomunitari di recentissima immigrazione. Le risposte qui non sono semplici, dati gli elevatissimi standard edificatori che la nostra normativa impone: edifici in cemento armato dotati di ogni servizio, ecc. Eppure come dimenticare che l’integrazione dei gruppi di immigrati “ultimi arrivati” negli Stati Uniti è avventa attraverso la diffusissima pratica (legale) dell’autocostruzione di case semplicissime, e via via di standard più elevati al crescere del reddito? Ma consentire l’autocostruzione in Italia oggi sembra davvero un tema che postulerebbe un diverso approfondimento, come d’altronde quello della dannosissima rigidità del mercato del lavoro causata dalla dominanza, sempre politicamente favorita, della casa in proprietà, con una struttura normativa e fiscale che rende il cambio di residenza per compra-vendita estremamente costoso.

Suggerimenti di lettura:
Siro Lombardini, La normalizzazione dei mercati delle aree e degli alloggi attraverso la nuova legge urbanistica

Ogni lasciata è persa! Come si fa a giudicare male papà Gianni che coglie una bella opportunità per la sua giovane figlia. La comunità, il bene comune: partiamo da chi ci è più vicino, meglio se da noi stessi..

La Repubblica, 29 giugno 2014 (m.p.r.)

Pescara. Veronica Teodoro, 19 anni, è l’assessore più giovane d’Italia nei comuni oltre centomila abitanti. Ed è stata scelta da suo padre. «Quando papà Gianni me l’ha chiesto, mi è venuto un colpo… La mia migliore amica ancora non ci crede. Al telefono mi ha detto: mi stai prendendo in giro, vero?». Occorreva inserire una quarta donna nella giunta del nuovo sindaco di Pescara Marco Alessandrini, Pd, figlio del giudice Emilio ucciso da Prima Linea nel 1979. Una donna che fosse però “espressione” della lista civica “Teodoro”, formazione centrista con più di mille voti alle ultime elezioni e due consiglieri comunali eletti: Piernicola Teodoro e Massimiliano Pignoli (anche loro parenti della famiglia Teodoro).

Così papà Gianni — un passato tra Forza Italia e la Margherita — quando si è trovato di fronte al divieto di entrare lui in giunta e contemporaneamente all’obbligo di dover indicare una donna, ha proposto la figlia. E il sindaco Alessandrini ha detto sì, anche per evitare una crisi di maggioranza ancora prima di cominciare ad amministrare questa città di 123mila abitanti. E così da tre giorni, Veronica, studentessa di giurisprudenza a Bologna con tre esami all’attivo, due mesi di volontariato alla Croce Rossa e «nessuna esperienza politica», precisa lei stessa, è il nuovo assessore al Patrimonio comunale e alle Politiche giovanili. Non solo: «Anche all’associazionismo sociale, ai rapporti con il mondo del volontariato, all’Agenda21 e al marketing territoriale », sottolinea ancora lei. E come tutti gli altri assessori del Comune di Pescara riceverà un compenso di oltre 2mila euro al mese.

Quanto tempo ha avuto a disposizione per decidere?
«Papà mi ha dato solo due ore».
Come, papà? Non glielo ha chiesto il sindaco?
«No, è stato mio padre a chiamarmi. Qualche giorno fa mi ha detto: c’è questa opportunità, sappi che potrebbe non essere facile… Io senza pensarci troppo ho detto sì. Poi mi hanno chiamato tutti. Mio zio Piernicola che è consigliere comunale a Pescara. E anche l’altro mio zio Maurizio che diversi anni fa è stato assessore regionale. Anche il mio fidanzato e mia madre erano sorpresi. Penso proprio che adesso la mia vita cambierà».
Si è già pentita?
«Per niente, voglio dimostrare di essere all’altezza del ruolo che mi è stato assegnato ».
Pensa di meritarlo?
«Ha scelto mio padre, è vero, ma alla fine il sindaco Alessandrini poteva anche dire di no. È lui che mi ha nominato e mi ha indicato come sua collaboratrice. Si fida di me, anche se mi conosce poc. Devo ricambiare questa fiducia».
Lei è in carica da due giorni. Ha già preso possesso del suo ufficio? Ha parlato con i suoi nuovi collaboratori?
«No, non so neanche quale sarà il mio ufficio. So solo che avrò dei segretari che mi aiuteranno nel lavoro di tutti i giorni».
Lei ha la delega al patrimonio comunale. Ha idea di quanti e quali siano i beni pubblici di cui dispone il Comune di Pescara?
«Sinceramente no, ma avrò modo e tempo di valorizzarli e metterli ancora di più al servizio dei cittadini».
Che opinione ha della politica?
«Non sono mai stata una di quelle che sputa addosso ai politici... Anzi, li ammiro, perché gestire un piccolo comune o una città come Pescara non è facile. Ci vuole coraggio e impegno».
Occorre anche competenza, però.
«Nel mio caso sono troppo giovane, mi serve solo tempo. Ho voglia di lavorare e impegnarmi».
La sua nomina ha scatenato molte polemiche.
«Sono dispiaciuta soprattutto per i commenti di alcuni miei compagni di classe sui social network. Forse sono state le critiche che mi hanno ferito di più. Papà, però, dice che questo purtroppo rientra nelle difficoltà della strada che ho deciso di intraprendere».
Lascerà l’università?
«No, ma dovrò trovare una facoltà più vicina. Voglio diventare magistrato oppure avvocato. Spero di riuscirci conciliando tutto».

Sembra una farsa, ma è una tragedia.

Il Fatto Quotidiano, 1° aprile 2014

"Per me nel Sud c’è una sola roba da fare: un unico Sharm El Sheik, dove ci va tutto il mondo in vacanza”. Parola di Oscar Farinetti, patron di Eataly e guru di Matteo Renzi, che così si è espresso ieri nel faccia a faccia con Andrea Scanzi su Reputescion (La3 Tv). Farinetti ha spiegato la sua teoria: “Il Sud è uno dei posti più belli del mondo: facciamo venire tutti i turisti del mondo lì. Aprirei a tutte le multinazionali del mondo affinché vengano a farlo. Concederei loro agevolazioni fiscali bestiali, non farei pagar loro le tasse per 10 anni. L’importante è che assumano tutti italiani, che usino prodotti alimentari italiani, tavoli, sedie italiane… farei enormi agevolazioni fiscali per le startup”. Poi la conclusione: “Il problema per cui non vengono ha un nome semplice: mafia. Hanno paura di quello”.

La ricetta di Farinetti ha suscitato un’ondata di reazioni non proprio affettuose, soprattutto dal Sud. L’idea non è però così nuova. Ci aveva già pensato il ministro Tremonti: “Vendiamo la Sardegna. É un’isola lontana, non serve a nessuno. Diamo 48 ore di preavviso alla popolazione e poi gli diciamo: Siete stati venduti ai tedeschi”. C’è solo un piccolo particolare: non era il Tremonti vero, ma Corrado Guzzanti. Che scherzava. Farinetti, no.

Incredibile: suolo edificatorio in città non ce n'è, e regaliamo a chi ristruttura metri cubi da costruire altrove, magari nelle lande del Carso. Contro il consumo di suolo, utilizzando anche l’area vasta.

Il Piccolo, 17 settembre 2013, postilla

È diventato un fiume carsico, sopravanzato dal Piano del traffico che aveva precedenza. Ma in Comune il nuovo Piano regolatore è tema del momento. A novembre scadono le salvaguardie, cioé il divieto di autorizzare modifiche sul territorio in attesa della nuova norma urbanistica. Dopo una imponente serie di incontri con cittadini e categorie, e con l’analisi geologica già inviata all’esame della Regione, che fisionomia si sta disegnando per la Trieste targata Cosolini-Marchigiani, dopo che il fallito “profilo Dipiazza” è stato cassato dalla giunta di centrosinistra?

Ecco le prime anticipazioni, con novità assolute per Trieste, sulla base della filosofia di base di questo disegno urbanistico: no al consumo di suolo («peraltro suolo edificabile a Trieste proprio non ce n’è, è finito» certifica l’assessore alla Pianificazione Elena Marchigiani), sì alla riqualificazione, alla vivibilità, all’unità del territorio e dell’”area vasta” provinciale e transfrontaliera, al recupero di aree dismesse (Campo Marzio in primo luogo), di pastini e boschi in Carso.

Prima sorpresa. Il Prg segnalerà zone e quartieri di brutta qualità dove sarà permesso demolire per meglio ricostruire secondo criteri concordati col Comune. Se quel lotto rinnovato in via urbanistica e architettonica (ma coi medesimi volumi) avrà anche un’alta classe energetica, il costruttore guadagnerà metri cubi da “spendere” altrove, dove permesso, cioé il diritto di innalzare o allargare in misura pari alla cubatura ottenuta in premio. È un meccanismo sperimentale. Ma non l’unico.

Il secondo, ancora più innovativo e ora in fase di rilascio da parte dell’avvocatura del Comune (parere-filtro per verificarne la pacifica congruità giuridica) riguarderà i privati, incentivati a rendere le case energeticamente più efficienti. È in progetto una “banca dei metri cubi”. Un giacimento virtuale di diritti a costruire alimentato da chi restaurerà in senso “green”. Così facendo guadagnerà un certo numero di metri edificabili (come fossero dei “punti”, altrimenti detti “crediti volumetrici”) che potrà usare in proprio, o se la sua zona non consente ampliamenti anche in un’altra sua proprietà situata in area dove il Piano regolatore prevede invece “densificazione”.

Se quel cittadino altri appartamenti non ha, com’è probabile, i suoi metri cubi di premio confluiranno appunto in una “banca”, alla quale altri, residenti in zone ampliabili, potranno approvvigionarsi. Pagando il corrispettivo a chi aveva “versato” quei diritti, che verrà dunque ricompensato per la spesa di restauro fatta in precedenza. Una leva per spingere dall’interno la trasformazione della città che il nuovo Prg intende sollecitare.

Poi c’è la pianificazione di “area vasta”. Proprio l’altro giorno Comune e Provincia lo hanno concordato: il Prg sarà sottoscritto da entrambi gli enti e via via dai Comuni del territorio, e da quelli confinanti già più volte interpellati, per condividere in un “patto” per lo sviluppo strategico del territorio le linee di indirizzo su ambiente, mobilità, identità dei borghi, sviluppo della costa e degli insediamenti agricoli, industriali e commerciali. Anche la Regione è della partita: «L’assessore Mariagrazia Santoro dice Marchigiani ne è entusiasta, il nostro lavoro sarà prezioso per il Piano paesistico regionale e il Piano del governo del territorio». Poi si entra per cerchi concentrici dai pastini del Carso al sottosuolo e fino al cuore del centro storico. Dove il perimetro verrà ampliato conservando il disegno del Prg ante-Dipiazza, sarà consentito frazionare appartamenti troppo grandi e trasformare negozi dismessi in parcheggi. Per il 2015 si annuncia un Piano specifico per l’area. Si sfiora il Porto («i piani esistenti sono ancora condivisi»), si tocca la zona industriale («”location” piuttosto misera oggi, da rendere attrattiva e più servita modificando anche via Flavia, oggi interfaccia della città»). E un’altra novità è l’ideale “Strada della ricerca”: dall’Altopiano, dove alla discussa ex caserma di Banne è esclusa ogni ipotesi di nuova residenzialità, all’Ezit, ma anche dentro il tessuto urbano, il Prg identificherà zone dove l’Area di ricerca potrà insediarsi, non più esiliata fuori.

In Carso nuove regole per consentire allevamento e coltivazione

(nella manchette le parole dell'assessore)

Nella città di mare si torna a parlare anche di Carso. Il Piano regolatore, in perfetta intesa con le categorie produttive, ne terrà conto aprendo a coltivazioni e allevamenti. «Dai colloqui di questi mesi si è capito che moltissimi sono disposti a intraprendere un’attività - conferma Marchigiani (nella foto) -, ma ora non è chiaro che cosa è consentito e che cosa no. Faremo linee-guida per dare a coltivatori e allevatori quello che serve e non di più». Cioè permessi per capanni, per delimitare, per tornare ad “abitare” un territorio che, pur da preservare, va anche gestito, in armonia tra «il rispetto dei valori ambientali e la possibilità di cura attiva da parte di soggetti economici, il territorio - avverte l’assessore - diventa ancora più instabile e a rischio quando nessuno ha interesse a prendersene cura. Il paesaggio è frutto dell’opera dell’uomo, se tale opera viene preclusa il paesaggio degrada». Dunque: Carso attivo.

postilla

Ahimè come si propagano i danni provocati da chi ha inventato i “diritti edificatori” e i connessi “crediti volumetrici. Per le indubbie qualità del pensiero che anima le proposte dell’assessore all’urbanistica di Trieste inseriamo l’articolo anche nella cartella “stupidario”. Si vergogni di parlare di pianificazioni urbanistica”chi crede che la città e il territorio si organizzano decentemente spostando volumi e funzioni qua e là sul territorio.
Nell'icona una immagine della "landa" carsica

L’autorevole storico dell’arte si improvvisa urbanista, ma frodando: fa credere che parla del trasporto pubblico, invece in testa ha solo l’automobile privata: leggere per credere. Lo diceva Cederna che è un vizio degli intellettuali italiani.

La Repubblica, ed. Napoli, 31 agosto 2013

QUALE che sia o sarà l’amministrazione comunale, ritengo di notevole interesse per la città revocare l’ordinanza che vieta il passaggio automobilistico davanti alla Reggia, in piazza Plebiscito. Se, in occasione dell’incontro del G7, fu opportuno liberare la piazza davanti alla Basilica di San Francesco di Paola, fu invece un grave errore chiudere al traffico dei mezzi privati e persino di quelli pubblici il tratto di strada tangente il Palazzo Reale. Questo divieto equivale all’aver chiuso la principale arteria del corpo umano, quella che porta il sangue dal cuore a
tutti gli altri organi.

Infatti, prima della chiusura, chi proveniva da occidente lungo la strada del mare, saliva per il Gigante e subito s’immetteva in piazza Trieste e Trento, nodo centrale del quartiere Chiaia San Ferdinando. Nel senso opposto, chi muoveva da questa piazza, grazie al tratto in parola, raggiungeva la strada del mare e da questa i versanti est ed ovest della città. La similitudine con un’arteria occlusa è confermata, sul piano del traffico, dall’aver reso l’area di Santa Lucia un organo non irrorato dal sangue e quindi commercialmente morto; ma ancora più grave è il disagio che non tocca solo i luciani, ma tutti gli abitanti provenienti dalla parte occidentale di Napoli.

Questi, per passare da un capo all’altro del fusiforme organismo urbano - in pratica per superare l’altura di Pizzofalcone - sono costretti a salire le rampe Brancaccio, attraversare i vicoli, la piazza Santa Maria degli Angeli e lungo il San Carlo guadagnare finalmente il centro di piazza Municipio. Per quanto tortuoso questo cammino è più breve degli altri due, quello per la litoranea e l’altro per la Galleria della Vittoria che giungono entrambi a strozzarsi sulla via Acton. Qui, il percorso non è ancora finito: bisogna incamminarsi per la Marina, raggiungere piazza della Borsa e poi tornare indietro per entrare nell’area che va da Toledo a piazza Dante, da via Medina al Mercato, ossia la più ricca di negozi e uffici.

I moccoli non si contano rivolti a Giuseppe Bonaparte che volle la modifica del Largo di Palazzo, agli architetti Laperuta, che disegnò quel colonnato ad emiciclo mai utilizzato per negozi e botteghe, e Pietro Bianchi, che non riuscì a mascherare col suo Pantheon il «presepe » del Pallonetto ed ai vari re e ammini-stratori che si affacciarono sulla neoclassica piazza, i quali almeno consentirono il passaggio di carri e carrozze.

Con tutto il rispetto per l’estetica, non si può costringere mezza cittadinanza a un disagio da affrontare due volte al giorno, per la velleità di rendere la piazza Plebiscito l’emblema di Napoli. Ma posto che sia tale e sorvolando sul fatto che una destinazione d’uso non è stata ancora trovata, la stessa estetica si perde con il divieto suddetto che nuoce alla visibilità della piazza.

Se si aprisse al traffico la strada parallela alla Reggia, non ci sarebbero più i turisti raggruppati solo a un angolo di quest’ultima e quindi in grado di vedere il famoso «scenario» unicamente di scorcio, bensì, avvalendosi di un mezzo di trasporto, in condizione di ammirarlo soprattutto frontalmente, così come si addice a un impianto urbanistico simmetrico. Peraltro, al pari di molte altre piazze del mondo, l’area centrale è sempre circondata o affiancata da strade che ne consentono la migliore visibilità.

Auspico che queste mie osservazioni tecniche possano indurre a un ripensamento che non comporta la costruzione o demolizione di qualcosa, bensì la modifica di una semplice ordinanza comunale. Alcuni politici, quando perdono le elezioni, continuano a dire che è «necessario fare un’ampia riflessione». Perché questa volta non farla prima?

Fra psichiatria, stupidità pura, e notabilato locale d'antan, naturalmente a carico del cittadino e del contribuente. Anche questo ci rifila la balcanizzazione del Pd.

Corriere della Sera, 5 giugno 2013 (f.b.)

ROMA — Non bastano i problemi della città e le incombenze ministeriali. Che spesso, come vedremo, si sovrappongono provocando effetti antiestetici. Da settimane Vincenzo De Luca se la deve vedere anche con i grillini che gli stanno attaccati ai polpacci. Non gli danno un attimo di tregua, continuando a domandare pubblicamente perché il viceministro delle Infrastrutture si ostini a non mollare la poltrona di sindaco di Salerno. Ieri l'hanno azzannato addirittura in quattro. «Tiene il piede in due scarpe, mentre il consiglio comunale continua a prendere altro tempo per approfondire la questione dell'incompatibilità», gli hanno rinfacciato i parlamentari del M5S Silvia Giordano, Mimmo Pisano, Angelo Tofalo e Andrea Cioffi. Ringhiando: «Non c'è nulla da approfondire, la legge parla chiaro. Deve scegliere fra l'incarico al ministero e quello di sindaco di Salerno». C'è chi dietro tanta resistenza intravede una strategia per evitare l'arrivo del commissario, nella speranza magari di passare il testimone all'interno dell'attuale amministrazione per il tempo che rimane alla fine del mandato. Ma certo questa vicenda fa riflettere per molti motivi.

La legge, come argomentano i «cittadini» del 5 Stelle parlerà pure chiaro. In linea con la nostra tradizione, tuttavia, non si può dire che sia scritta nel migliore dei modi. Il terzo comma dell'articolo 13 della manovra economica approvata nel 2011 dal governo di Silvio Berlusconi due mesi prima di andarsene, dice in effetti che i parlamentari e i componenti dell'esecutivo «sono incompatibili con qualsiasi altra carica pubblica elettiva di natura monocratica relativa a organi di governo di enti territoriali aventi (...) popolazione superiore a 5 mila abitanti». Passaggio che si riferisce anche ai sindaci, non ci piove. Ricordate lo scandalo dei parlamentari che non mollarono la poltrona di sindaco finché la Corte costituzionale, giusto un paio d'anni fa, non glielo impose? La norma di cui parliamo è servita a ribadire questo principio sacrosanto di incompatibilità, giustamente estendendolo. Peccato che lo stesso comma precisi come tutto questo valga «fermo restando quanto previsto dalla legge 20 luglio 2004, n. 215, e successive modificazioni». Si tratta, per chi non lo ricordasse, della famosa legge sul conflitto d'interessi fatta dal governo Berlusconi. Un provvedimento inconsistente, perché non prevede sanzioni e dunque si può impunemente violare. Ma dove c'è un grimaldello. Stabilisce infatti che i componenti del governo non possono ricoprire cariche diverse da quella di parlamentare ma anche «di amministratore di enti locali». Cioè permette loro di fare i sindaci, i presidenti di Provincia, i consiglieri provinciali e comunali nonché gli assessori. E questo grazie proprio a una «successiva modificazione» di quella legge, introdotta nel marzo 2005 in un decreto sugli enti locali. Un ritocchino che ha consentito, per esempio, all'ex ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli di candidarsi nel 2006 al Comune di Orbetello, rimanendo sindaco per cinque anni. E che fece dire all'ex ministro Renato Brunetta, candidatosi alla poltrona di sindaco di Venezia, che lui non avrebbe lasciato il ministero se fosse stato eletto. Mettiamoci pure che De Luca, al contrario di Matteoli e Brunetta non è parlamentare…

In questa situazione qualche azzeccagarbugli, scommettiamo, ci andrebbe a nozze. Ma è evidente che il doppio incarico non può reggere alla prova del buonsenso. Una dimostrazione clamorosa? Venerdì prossimo il viceministro delle Infrastrutture Vincenzo De Luca, sindaco di Salerno, ha convocato una riunione al ministero per discutere di un'importante opera pubblica ancora su un binario morto: la metropolitana di Salerno. Parteciperanno i rappresentanti delle imprese, della Regione Campania, e del Comune: l'assessore alla mobilità Luca Cascone e il sindaco di Salerno Vincenzo De Luca. Sensibilissimo alla faccenda. Il problemone della metropolitana della città campana, «mi è stato posto anche dal viceministro De Luca», ha rivelato qualche giorno fa il titolare del dicastero Maurizio Lupi. Che ha poi tenuto a precisare: «Quando si sono investite risorse è un dovere morale ed etico che le opere non rimangano ferme. Ognuno ha il proprio ruolo. Noi siamo il ministero, non il Comune di Salerno». Non del tutto esatto, caro Lupi. Perché oggi il ministero delle Infrastrutture è anche un po' il Comune di Salerno. O no?

La banalizzazione e ridicolizzazione in contemporanea, sia dello spirito artigianale che di quello di impresa moderno. Certa gente è proprio come Creso al contrario.

La Repubblica Milano, 18 maggio 2013 (f.b.)

ORMAI è ufficiale: coltivare un orto in città non è più un hobby da contadini della domenica. L’affare si è ingrossato e il romanticismo dei Cincinnati urbani – traghettati obtorto collo nel mondo dei trend alla moda – è finito stritolato nel tritacarne del business. La metamorfosi ha già una sua immagine plastica, fresca di stampa: il “Kit Creaimpresa”, agile manualetto che svela a colto e inclita i segreti per avviare a scopo di lucro un orto a km zero.

L’approccio è bocconiano: il vademecum non parla di zappa o di letame. Fioriscono invece i consigli su segmentazione del mercato di cavoli e radicchi, elaborazione del piano finanziario, rebus giuridici e disponibilità di contributi a fondo perduto. Unica concessione al vegetale, una sezione più leggera dedicata all’“ horticultural therapy”. In copertina campeggia accigliato un (presunto) manager in giacca, cravatta e occhialini alla Harrison Ford, improbabile prototipo del futuro manager dell’ortaggio fai da te meneghino.

È il bel mondo dorato dell’agribusiness, dove non c’è posto per fango, sudore, pomodori e zucchine. E dove l’unica cosa che è spuntata (per ora) nell’orto targato “Kit Creaimpresa” – in allegato al modico prezzo di 49 euro – è la sua pratica versione in cd-rom.

Una spaventosa serie di stupidaggini del solito reazionario politicante para-religioso, ancora contro la scienza e le politiche ambientali.

The Guardian, 12 aprile 2013 (f.b.)

Titolo originale: US congressman cites biblical flood to dispute human link to climate change – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

C'è un Repubblicano del Texas, Joe Barton, che spicca anche tra i suoi colleghi conservatori che hanno trasformato in articolo di fede la negazione del fattore umano nel cambiamento climatico. L'altro ieri, Barton ha confermato questa sua fama, citando il Vecchio Testamento per contestare l'evidenza scientifica del riscaldamento globale prodotto dalla mano dell'uomo, e precisamente evocando la vicenda di Noè e dell'Arca.

“Sono convinto che, per chi crede nella Bibbia, il diluvio universale sia un chiaro esempio di cambiamento climatico” ha dichiarato Barton in una sessione parlamentare registrata in un video visibile nel sito web Buzzfeed. “E quello sicuramente non è avvenuto per via dell'eccesso di sfruttamento degli idrocarburi da parte del genere umano”. Barton si rivolgeva a una sottocommissione del Congresso, chiamato a testimoniare dal suo partito a sostegno di un progetto di legge per accelerare la discussa realizzazione dell'oleodotto per convogliare il petrolio dalle sabbia bituminose dall'area canadese dell'Alberta verso le raffinerie sulla costa del Texas.

Il parlamentare ha esordito ribadendo il proprio sostegno al progetto dell'oleodotto Keystone XL. Proseguendo poi con il riconoscimento dell'esistenza del cambiamento climatico, ma certamente senza alcun collegamento con le attività umane e le emissioni di gas serra dalla combustione di carburanti fossili. “Vorrei sottolineare che noi sostenitori dell'uso degli idrocarburi non neghiamo affatto che il clima stia cambiando. Ma credo ci sia una diversità di opinione su cosa causa questo cambiamento: se è di origine umana, o naturale. Qui c'è una divergenza”. Barton è piuttosto noto sia per la sua esplicita negazione del cambiamento indotto dall'uomo, sia per il sostegno all'industria petrolifera.

E nel 2010, dopo il disastro della piattaforma Deepwater Horizon nel Golfo del Messico si era reso ridicolo profondendosi in scuse nei confronti della compagnia, spiegando al presidente Tony Hayward di vergognarsi perché la Casa Bianca aveva deliberato di imporle un investimento di venti miliardi di dollari per il disinquinamento e il ripristino delle aree di costa.
“Credo sia una tragedia immane, che un'impresa privata possa essere sottoposta così a un'estorsione, di ben venti miliardi. Chiedo scusa, non vorrei vivere in un paese dove chiunque, individuo o impresa, che certo ha sbagliato, subisca, e lo ribadisco, una estorsione. Per questo chiedo scusa”.

Il mio incontro ravvicinato con la Scure di Carne risale a più di vent’anni fa. C'era un ispirato relatore a un convegno sulle dinamiche urbane, il quale appunto straparlava di scuri di carne a tagliare e lacerare la società locale, lanciando a piene mani dallo sgabello su cui stava appollaiato inopinati moniti sulla rivolta incipiente, perché quella carne lacerata restava pur sempre viva. Ci spiegava, che quella folgorante immagine della scure di carne veniva da uno studioso americano degli sventramenti urbanistici, e stava a significare magnificamente la lacerazione del tessuto, al tempo stesso edilizio e umano, che la modernizzazione si porta con sé. Successo culturale assicurato, e concetto ripreso anche da altri in altre piccole e grandi occasioni.

Solo dopo tanti, tanti anni, in una notte d’inverno il corvo del dubbio ha picchiettato alla mia finestra. Stavo leggendo un libro purtroppo mai tradotto in italiano, The Power Broker, di Robert Caro, monumentale lavoro biografico sullo zar dei lavori pubblici di New York, Robert Moses. C’erano due lunghi e avvincenti capitoli dedicati allo sventramento del quartiere Tremont negli anni ’40, per farci passare l’autostrada urbana che collega Manhattan all’entroterra, e a un certo punto si citava una cinica e sprezzante dichiarazione pubblica di Moses: “when you build in an overbuilt metropolis, you have to hack your way with a meat ax". Pesante, come atteggiamento nei confronti della società locale di un quartiere: solo un ostacolo al progresso, da spazzar via con la mannaia … è stato lì, il mio cortocircuito: MEAT AX? Ma vuoi vedere che quei sociologi della domenica di tanti anni fa …?

Il giorno dopo sono andato in biblioteca a recuperare il libro frettolosamente citato dal guru delle rivolte urbane tanti anni prima; Marshall Berman, L’esperienza della Modernità (Il Mulino, 1988). La citazione della frase di Moses è tradotta: "Quando si opera all'interno di una metropoli con troppi edifici, ci si deve aprire il varco con una scure di carne". Eccola lì, ancora colpevolmente grondante di equivoco, la leggendaria Scure di Carne. Giusto pochissimi giorni fa, poi, l’ultima scoperta: anche Marco D’Eramo, che pure Marshall Berman lo conosce benissimo personalmente, nel suo noto e decantato Il maiale e il grattacielo (Feltrinelli) casca nel medesimo equivoco, prima citando quella traduzione italiana improvvisata, e poi divagandoci attorno per diversi paragrafi. Concludendo: diffidate dei profeti sociologici e stiano più attenti i traduttori.

p.s. l’amica Sara Spanu, con spirito costruttivo da ricercatrice sociale seria, mi segnala che su Ny-Lon, New York e Londra, due metropoli a confronto (di L. Di Michele, A. Scannavin, V. Villa, Liguori 2007), almeno la dizione diventa “scure DA carne”. Vagamente improprio ma plausibile: che fatica, però!

Miserabile parabola di un’idea stupida, che i suoi stupidi promotori ancora rivendicano.

Corriere della Sera Milano, 4 novembre 2012 (f.b.)

Avrebbero dovuto «risollevare l'economia del Nord», ma adesso al massimo aiuteranno gli imprenditori a dimenticare la crisi con uno spritz. La dove c'era la sede decentrata dei ministeri voluti dalla Lega, ora c'è la caffetteria della Villa Reale.
Era il 23 luglio del 2011 quando Umberto Bossi li inaugurò sollevando un fiume di polemiche.
Oggi, a distanza di poco più di un anno, quei 100 metri quadrati scarsi all'interno della Cavallerizza sono stati impiegati per accogliere i visitatori della biennale Italia-Cina: roba da far andare la cassoeula di traverso anche al più puro dei leghisti. Al posto del tavolo di Bossi, che l'ex ministro alle Riforme istituzionali aveva fatto arrivare direttamente Catania assieme al resto degli arredi, adesso c'è la biglietteria, la dove invece avrebbe dovuto lavorare l'ex ministro Roberto Calderoli, titolare del dicastero alla Semplificazione normativa, è stato allestito il bar.

Niente delibere o decreti, dunque, ma caffè, cappuccini, brioche e cocktail per sorseggiare un aperitivo in Villa. Alla luce della decisione del governo Monti di cancellare la Provincia brianzola, nel giro di un anno o poco più Monza è passata dall'essere sede ministeriale a «periferia di Milano», per usare un'espressione usata più volte in questi ultimi giorni negli ambienti politici brianzoli. Il dado non è ancora tratto del tutto. Il decreto dovrà essere convertito in legge e c'è tempo fino alla fine dell'anno, ma per l'ex sindaco di Monza, Marco Mariani, uno dei principali sostenitori della Provincia e poi dei ministeri decentrati, il declino è invitabile. «Peggio di così non si può andare — dichiara —. Una caffetteria al posto dei ministeri è l'immagine che riflette meglio di qualsiasi commento questo paese e il bello è che molti sono pure contenti. L'abolizione degli enti intermedi è stato solo l'ultimo colpo col quale questo governo di tecnocrati ha cancellato la Provincia più importante d'Italia».

Roberto Scanagatti, sindaco di Monza, però non vede nessun disfatta. «Monza ha la sua identità, la sua tradizione e la sua cultura — spiega il primo cittadino —. Non dipendendo dalla presenza del ministero o della Provincia e in ogni caso quella dei ministeri era proprio una buffonata, la città non ha perso niente». Anche Giulio Tremonti, ex ministro al tesoro, avrebbe dovuto avere il suo ufficio con vista sulla Villa, ma adesso in quelle stanze non troveranno posto ponderosi trattati di economia, ma il book shop con libri sulla storia della reggia e del Parco. Ovviamente, sono stati eliminati anche tutti i simboli iconografici della Carroccio, a partire dal ritratto del Bossi giovane che campeggiava in ogni stanza al posto della foto istituzionale del presidente della Repubblica. Al loro posto rimangono solo dei buchi nei muri dove erano stati piantati i chiodi, che gli operai hanno provveduto a coprire con riproduzioni di stampe antiche. Sono state tolte anche la statuette che raffiguravano Alberto Da Giussano e i quadri che riproducevano il giuramento di Pontida.
Ma al di là dei simboli, c'è chi ritiene che il fallimento dei ministeri del Nord prima, e l'abolizione delle Province adesso, sia l'anticamera di un ritorno allo stato centralista «È il segno dei tempi che stiamo vivendo — dice Massimiliano Romeo, consigliere regionale del Carroccio —. Non ho molti dubbi su ciò che sta accadendo, Roma continuerà a svolgere il ruolo di padrona, e mi pare che la strada sia stata chiaramente tracciata».
La caffetteria e la biglietteria sono state allestire ad hoc per la biennale. Finta l'esposizione, sarà smantellato tutto. L'intenzione del Consorzio però è di sfruttare questi spazi nello stesso modo. Quando la ristrutturazione della Villa sarà completata (il primo lotto per un investimento complessivo di oltre 20 milioni di euro dovrebbe essere ultimato nella primavera del 2014) la Cavallerizza è destinata a trasformarsi in via permanente nei locali di accoglienza dei visitatori. Con buona pace dei ministeri.

Avete presente quelle convinzioni locali un po’ cretine, secondo cui gli abitanti della tal frazione, o cascina, o quartiere, sono in quanto tali dei poco di buono? Che le vicende sventurate di tanti bravi giovani dipendano tutte dall’essersi accompagnato, sposato, associato, a gente che aveva il solo torto di aver la residenza in quel posto? Stupidaggini pure, o proprio ad essere gentili generalizzazioni indebite. Ma succede.

Ecco, adesso qualcosa di molto simile sta per succedere in una di quelle campagne sul cambiamento climatico molto amate da certa destra americana, del genere foraggiato da petrolieri e affini. Quelle che si attaccano ovunque, anche alle menzogne più rozze e spudorate, per sostenere tesi creazioniste, suprematiste e compagnia bella. Ultimamente si sono inventati questa: ci sono fior di socialisti, comunisti, terroristi, islamisti nel mondo, che credono al cambiamento climatico, ergo il cambiamento climatico è una convinzione sbagliata, tanto quanto le loro idee.

Sembra una stupidaggine, e lo è. Però loro ci hanno basato sopra una campagna pubblicitaria abbastanza costosa, che ha cominciato a riempire una città di giganteschi cartelloni, come quello dedicato all’Unabomber originario, che recita: IO CREDO AL CAMBIAMENTO CLIMATICO, E TU? Ne seguiranno altri, con Fidel Castro e altri cattivoni che mangiano i bambini. La tesi comunicativa di questi persuasori mica tanto occulti ha davvero dell’incredibile: chi darà mai retta a una sciocchezza del genere? Oppure è il resto del mondo, che non ha capito proprio nulla della genialità di chi ha abbandonato gli studi all’asilo, convinto di aver già imparato abbastanza.

Il resto lo si può naturalmente seguire al loro sito della Conferenza sul Clima. Per veri appassionati del trash.

MILANO — «Se venissero cancellate le Province, Brescia potrebbe diventare una Regione». Il presidente Daniele Molgora — rifacendosi all'articolo 132 della Costituzione — non ha dubbi. E anzi ha già preparato una delibera che nei prossimi giorni sarà sottoposta al consiglio provinciale, per poi essere ripresa e rilanciata in tutti i consigli comunali del territorio prima del passaggio finale: un referendum. La trovata è stata annunciata anche sulla pagina Facebook del presidente della Provincia di Brescia: «Sollecitato dal territorio, apro l'iter per formare la Regione Brescia. I numeri ci sono (1.300.000 abitanti circa), la popolazione è superiore a quella di 6 regioni italiane che già esistono». Insomma, «le caratteristiche ci sono tutte, compreso il Pil che porta Brescia tra le prime dieci città italiane». Secondo il suo numero uno, «la Provincia di Brescia costa, alla fine, 18 centesimi lordi per abitante all'anno» su una «media nazionale che si aggira intorno ai 2 euro». Insomma, non ci sarebbe una questione di taglio ai costi della politica.

Il drammatico crollo delle Borse mondiali e le violenze di Londra, le più gravi degli ultimi decenni nel Paese, hanno riempito giornali e tv in queste prime due settimane di agosto, mese solitamente povero di notizie. Nel giro di quattordici giorni siamo stati testimoni di un default degli Stati Uniti evitato sul filo del rasoio, del panico che ha travolto i mercati azionari e dei violenti disordini e atti criminali che hanno sconvolto il Regno Unito. Ma di chi é la colpa? Di banchieri avidi, di speculatori senza scrupoli, dei giovani incappucciati e arrabbiati che hanno perso fiducia nel futuro, della polizia maldestra o di leader politici inetti? Nessuno è parso stupirsi davvero di quanto accaduto, ormai non era più questione di se, ma di quando, sostengono gli osservatori. Eppure, alcuni ricercatori si chiedono: esiste un legame con la stella al centro del nostro sistema solare? Ovvero: quanto ha influito la tempesta solare di inizio mese?

TEMPESTE SOLARI - Le enormi esplosioni sulla superficie del sole registrate ai primi di agosto stanno regalando alla Terra non solo un'estate di aurore polari. Secondo l'agenzia spaziale americana Nasa, all'inizio d'agosto il nostro pianeta è stato interessato da tre forti piogge di materiale solare. Fenomeni non particolarmente potenti, che hanno un ciclo di 11 anni, ma che sono in ogni caso preoccupanti. Il Sole attraversa infatti ciclicamente periodi di maggiore o minore attività che si esprime con la presenza sulla sua superficie di macchie solari oppure brillamenti o espulsioni di massa coronale (Emc), cioè ondate di plasma che interferiscono con il campo magnetico terrestre. È noto negli ambienti scientifici che queste tempeste geomagnetiche possono incidere anche sull'uomo, alterando, per esempio, l'umore o inducendo le persone a comportamenti negativi.

CRACK IN BORSA - Una serie sempre più abbondante di ricerche mette in relazione i cicli solari e gli episodi di Emc con ogni sorta di eventi, dagli attacchi cardiaci ai crolli del mercato finanziario. Tanto è vero che alcuni studi hanno dimostrato negli anni un aumento dei ricoveri per depressione e un incremento del numero di suicidi durante i periodi caraterizzati da disturbi della magnetosfera terrestre rispetto ai periodi di calma, scrive la Reuters. Sulla relazione tra tempesta magnetica e investimento azionario esiste persino una ricerca della Federal Reserve di Atlanta del 2003. Gli autori Anna Krivelyova del Boston College e Cesare Robotti dell'Atlanta Federal Reserve avevano sostenuto nel documento che tempeste solari possono influenzare anche la Borsa. Lo studio suggerisce che gli investitori, disturbati involontariamente dall'attività di origine spaziale, sarebbero propensi all'ansia e alla depressione, che a loro volta li inducono ad assumere rischi non necessari. Inoltre: verrebbe favorita la tanto controversa vendita allo scoperto sui titoli del comparto finanziario, un'operazione vietata proprio qualche giorno fa dalle autorità di Francia, Spagna, Belgio e Italia. Tuttavia, l'angosciosa altalena vissuta dalle Borse di mezzo mondo e gli scontri nel Regno Unito, due episodi drammatici avvenuti però quasi in concomitanza, potrebbero essere semplice casualità. I trader, i gestori di hedge fund e gli operatori non potranno però dormire sogni tranquilli: altre tempeste sono difatti attese nei prossimi mesi. Gli esperti della National Oceanographic and Atmospheric Administration (la Noaa) prevedono per il futuro un'intensificazione delle tempeste solari, fino a un picco previsto per il 2013.

(per i veri appassionati, di seguito le cinquanta e passa pagine del sussiegoso rapporto "scientifico" che approfondisce i succitati rapporti astrologici: povera scienza, ridotta a manierismo su commissione nemmeno troppo elegante!)

Le ha segnalate un cittadino di Ponteranica (Bergamo) su proprio profilo Facebook: in una tabaccheria si vendono sigarette leghiste. O meglio, sigarette denominate "Terre del Nord Padania". Non si tratta, però, di una trovata goliardica del partito di Umberto Bossi: risale ad aprile il decreto del ministero dell'Economia con il quale si iscrive al Monopolio di Stato la marca di sigarette Terre del Nord, su richiesta dell'omonima società Terre del Nord srl.

Sul pacchetto, rigorosamente verde, compare anche la dicitura 'Padania' e sul retro si legge: "Dalla selezione dei migliori tabacchi della Val Padana rinasce il gusto unico e inconfondibile delle Terre del Nord". Essendo un prodotto riconosciuto dal Monopolio, le sigarette padane, potenzialmente, potrebbero arrivare in tutta Italia. E già al raduno leghista di Pontida "se ne sono vendute molte", fa sapere il presidente bergamasco della Federazione italiana tabaccai.

Vivono di retorica e si nutrono di ritagli di vecchi giornali. Bric à brac delle scienze progettuali hanno poche idee ma chiarissime, come sparare nel mucchio: cemento, palazzinari, ladri, tintinnar di manette, accordi sottobanco, corruzione e speculazione, destra, sinistra. Meglio un parco o il cemento armato? Facile no? Urlano alla luna e temono scenari apocalittici, i veggenti a gettone. I nuovi Sacerdoti sono ligi al culto misoneista del mantenere il passato come totem e cantano in coro “là dove c’era l’erba oggi c’è una città”. Credono di essere progressisti ma vivono concettualmente prossimi all’anno mille (non più mille). Hanno paura del nuovo, dell’azzardo, dello stupore, del fascino dell’imprevedibile, di tutto ciò che rappresenta la contemporaneità. Mai una parola sull’estetica delle loro città, solo colate, e colate: Etna di squallore brullo e senza speranza da contrastare, invece loro, i nuovi Sacerdoti piste e piste e piste ciclabili nel parco-città, circondate da planetarie piste ciclabili nel verde tra farfalle e buganville. Amano i vecchi pianificatori che non avendo più nulla da dire continuano a ripetercelo, e sperano in rivalse professionali per figli e parenti, dopo anni di astinenze, vissute nella volgarità del potere dominante. I nuovi Sacerdoti non amano il confronto, perché sono tronfi di certezze, ma godono nell’urlo sgraziato che riuscirà a spaventare i già pavidi imprenditori. Urla nel silenzio e in assenza di consenso elettorale, occupano militarmente con trafiletti improbabili giornali e giornaletti per i tre soliti lettori estasiati da tanta sensibilità ambientale. Non ci piacciono molto i nuovi sacerdoti che scagliano il sasso contro intere categorie di professionisti già afflitti da precariato intellettuale, e ci piacerebbe poter influenzare, con pari grida, le professioni e il loro futuro. Nel nome della rosa chiedo ai pochi uomini di buona volontà di allontanare la tentazione di tornare a quell’oscurantismo monotematico che favorisce la resistibile ascesa di questi nuovi Sacerdoti, esenti da peccato originale e quindi particolarmente soggetti alla prassi del moralismo (urbanistico e non). La predicazione prevedibile dei nuovi Sacerdoti potrebbe essere letale al nostro Giuliano l’Apostata

ROMA - Basta corsi di specializzazione, basta master, basta studiare cose inutili. Serve un Grande piano nazionale per la formazione sul posto di lavoro, finanziato con soldi pubblici, per uscire dalla precarietà e per riportare i giovani anche al lavoro manuale. Lo dice Giuseppe De Rita, sociologo, fondatore del Censis, che ringrazia la crisi: «Senza di essa oggi non avremmo questa presa di coscienza tremontiana, visto che il fenomeno degli immigrati che prendono i posti degli italiani è iniziato qualche decennio fa».

Dunque condivide l´analisi del ministro? Perché si è avviato questo processo di "sostituzione" nel mercato del lavoro?

«Nel 1977 il Censis fece la prima ricerca, finanziata dal ministero degli Esteri, sugli immigrati in Italia. E lo dicemmo allora: ci sono lavori che gli italiani lasciano agli immigrati. Sono i panettieri in Lombardia e in Veneto, i fonderisti in Emilia Romagna. Sono i raccoglitori di pomodori nelle pianure e i lavoratori domestici nelle metropoli. Da allora il fenomeno è diventato di massa. C´è stata una divaricazione nel mercato del lavoro: da una parte i nostri giovani hanno imboccato la strada della scolarizzazione progressiva; dall´altra gli immigrati che hanno coperto i buchi lasciati liberi. I nostri giovani sono stati colpiti dalla maledizione/benedizione della scuola. Gli abbiamo detto: investi in istruzione che il lavoro verrà. Abbiamo pompato frequenze e titoli di studio. Colpa della liberalizzazione degli accessi universitari. Colpa del ‘68 ma anche dei ragazzi e delle famiglie per i quali il titolo di studio è simbolo di status».

Ma sta dicendo che studiare fa male?

«Sì, se si studiano cose che non servono. Abbiamo sacrificato gli istituti tecnici, quando l´Italia si è costruita su di loro. Che ce ne facciamo dei diplomati generici? E dei corsi di laurea che non hanno alcuna ragione d´essere? La strategia della scolarizzazione ad oltranza è la stessa che ha portato i giovani nordafricani alla rivolta per la democrazia. Da noi, però, conduce solo al galleggiamento continuo finché ci saranno i pochi soldi dei nonni e dei padri. Abbiamo costruito un monumento al generico rifiutando ideologicamente la formazione finalizzata al lavoro. Così la ragazza che si è prima diplomata e poi si è presa la laurea triennale in Scienze delle comunicazioni si aspetta il lavoro mentre è destinata alla frustrazione e alla precarietà. Tremonti dice una cosa esatta. Basta girare l´Italia: gli immigrati hanno occupato tutti i posti liberi nel lavoro manuale e molti sono diventati imprenditori, sub-appaltatori. Basta guardare la realtà».

Come si concilia questa analisi con i dati dell´Istat e della Banca d´Italia secondo i quali la prospettiva per i giovani è la disoccupazione o la precarietà?

«Il precario è una persona che ha un tipo di formazione che mal si adatta al lavoro. Ma chi se lo prende un diplomato al liceo classico con una laurea triennale?».

Condannati alla precarietà? Non c´è via d´uscita?

«Ci sono due strade: o quella che suggerisce Tremonti, cioè di tornare al lavoro manuale... «.

Lo proporrebbe a uno dei suoi figli o dei suoi nipoti?

«Io dico che se non vuoi tornare al lavoro manuale devi accettare la formazione sul posto di lavoro. Serve un grande piano nazionale per formare sul lavoro i giovani, servono risorse pubbliche per incentivare i piccoli imprenditori a prendersi i precari e formarli. Il miracolo italiano dal ‘45 al ‘90 l´ha fatto gente che si è formata sul posto di lavoro. Dobbiamo smetterla di parlare di lavoro come un mito irraggiungibile. Il lavoro è questo e non anni di istruzione».

Ma la crisi ha peggiorato tutto.

«La crisi ci ha imposto un bagno nella realtà».

postilla

Se De Rita è uno dei riconosciuti padri culturali del centrosinistra stiamo davvero freschi. Forse i tagli redazionali ci hanno messo la coda avvelenata, oppure qualcuno non può proprio fare a meno di parafrasare Luigi Pintor, e pretendere a tutti i costi di morire democristiano, ma questa rassegna di apparenti sparatine di buon senso, condite di qualche fatto ma soprattutto di abbondante ideologia, fa davvero specie. E ricorda molto da vicino altre sparate, dell’ex ministro brava bambina figlia di padroni Letizia Moratti, quando serafica sosteneva che se uno deve fare l’operaio è inutile farlo studiare, no? Terrificante.

Si fa il paio, magari cercando di inseguire o precisare, con gli assalti berlusconiani alla scuola e all’università, che purtroppo in un modo o nell’altro vorrebbero fare il proprio mestiere, comunicando strumenti critici al cittadino, e naturalmente secondo i nostri reazionari vogliono “inculcare opinioni contrarie”. Contrarie a cosa? Ma è ovvio, contrarie a qualunque forma di assolutismo politico, economico, culturale, che è quanto ci propongono lorsignori. Brrr!

Per buttarla un po' sul ridere, e recuperare anche il ruolo formativo di scuola e università, ci consola il fatto che il "sociologo" De Rita sociologo non è affatto, ma come tanti altri sedicenti maitres a penser si è formato appunto "in fabbrica", che nel suo caso significa il fertile ambiente del sottogoverno (f.b.) segue

È andato prima da Augias e poi dalla Dandini per spiegare e scagionare l’amico-collega Sandro Bondi che però vorrebbe «vedere più spesso». Ha spiegato ai poco concilianti spettatori di Raitre che a Pompei il crollo è stato sì inevitabile ma, tutto sommato, provvidenziale. Quasi una benedizione. E ha messo in guardia per il futuro: Villa Adriana a Roma, tanto per dirne una. E se lo dice il più grosso esperto del settore, l’archeologo Andrea Carandini, presidente del Consiglio superiore per i Beni Culturali c’è da temere il peggio. L’avviso ai turisti per caso è chiaro: il dolore monumentale va circoscritto perché quello venuto giù a Pompei era solo un mostro architettonico. «Piuttosto - avverte il professore dal passato non propriamente di destra - non solo il ministro Bondi c’entra nulla, ma in mancanza di controlli sistematici preparatevi ad altri crolli». Sembra una provocazione, ma è solo l’analisi di un esperto che da 15 anni lancia allarmi invano.

Professore ci spieghi.

«Possibile che nessuno se ne sia accorto? Quello crollato è solo il restauro di Maiuri risalente agli anni Quaranta. A Pompei nella Domus dei Gladiatori non è successo nulla di grave, quella caduta giù è una struttura di cemento costruita nel secolo scorso, una superfetazione, quando invece oggi si usa il legno lamellare...».

Dunque, tanto rumore per nulla.

«Le uniche opere autentiche sono le pitture della parte inferiore della domus, il resto è un falso. Tutti erano impegnati a dare risalto alle macerie, ma senza guardare a cosa è caduto a terra. Quel crollo è tutt’altro che drammatico, è una benedizione artistica, il cemento che è stato aggiunto andrebbe tolto e senza troppi rimpianti».

In fondo, però, si sta parlando di Pompei.

«Si figuri, questo sito archeologico è invaso da turisti asiatici, è sotto osservazione, fa tendenza. Pompei ha subìto di tutto, pure un bombardamento nel ’43. E poi il valore simbolico della Domus dei gladiatori equivale alla via sacra a Roma. Lo dico perché bisogna lasciar perdere i piagnistei e rimboccarci le maniche. Speriamo solo che gli affreschi non siano stati troppo danneggiati».

Lei ha detto più volte che la situazione è drammatica perché manca una manutenzione sistematica. Poi c’è la questione economica, i soldi scarseggiano...

«La situazione è questa: l’anno prossimo avremo da Tremonti 53 milioni di euro per tutti i siti italiani, più o meno come la liquidazione di un top manager. Lui dice che con la cultura non si mangia, ma mantenere in salute un bene architettonico costa tanto e noi in un certo senso dobbiamo riempirci la pancia. Che deve fare il ministro Bondi se chiede soldi e gli rispondono picche?».

Già, intanto però cosa occorre fare in pratica?

«Contrariamente alle chiese i ruderi archeologici sono logorati da secoli dalle piogge e dal sole. Si sfarinano. Per questo vanno trattati come le nostre case. Servono le stesse cure quotidiane. Se si rompe la persiana di una finestra si ripara. Il patrimonio artistico ha bisogno di queste attenzioni. Senza manutenzione ordinaria, i siti archeologici finiscono sotto un campo di grano. Come è accaduto a Veio».

Però ha tutta l’aria di essere anche un problema culturale?

«Le cure continue, la prevenzione non sono attitudini tipicamente italiane. A noi manca una mente sistematica. Però ricordate bene, tutto ciò che non è sorvegliato sistematicamente prima o poi crolla».

«Più cortesia, non mettete l'urbanistica al centro del dibattito, altrimenti qui non ci alleiamo con nessuno». Ricorre all'ironia il vicesindaco Tino Santangelo e strappa il sorriso anche a Enzo De Luca. Lo scenario è il primo dei convegni sulla città organizzato dal PD provinciale verso le elezioni. I1 segretario Nicola Tremante ha chiamato il sindaco di Salerno. La sua relazione trasforma ben presto il convegno in un processo all'immobilismo di vent’anni di urbanistica cittadina. con al banco degli imputali soprattutto il piano regolatore. De Luca in realtà tenta di evitare il ruolo di inquisitore: «Su Napoli non parlo, vi dico cosa abbiamo fatto a Salerno ». La sostanza non cambia. Si parte dall’assunto che gli diede Oriol Bohigas: «Le priorità sono le cose possibili ».Si arriva al tornaconto per i privati: «Altrimenti chi paga?» In mezzo la prassi per fare, realizzare: «Ho applicato cinquanta varianti urbanistiche, che godimento!»

La breccia è aperta, gli urbanisti vi si infilano. Francesco Forte spara ad alzo zero: «Sul porto non c’è un’idea;Bagnoli morirà della sua concezione di città pubblica, basta, abbiamo bisogno di “mani sulla città”». Una provocazione. Benedetto Gravagnuolo tenta una mediazione: « Dobbiamo essere impietosi nel giudizio, ma non autolesionisti. Le regole non sono dogmi, ma si interviene solo se si vede che sono sbagliate». Infine Attilio Belli «Sono d’accordo con De Luca. L'idea che lo Stato prescrive e la società attua semplicemente non funziona».

Santangelo ascolta, i colpi vanno tutti verso di lui. La replica è chiara: «Non faccio il panegirico del Piano regolatore, ma ci muoviamo per attrarre investimenti. Senza dimenticare che le "mani sulla città" non furono affatto investimenti. Abbiamo scelto regole stringenti, sulle quali sono possibili aggiornamenti, non modifiche pericolose. Ogni giorno ho fuori dalla mia porta decine di imprenditori che chiedono questo e quello: immaginate cosa vorrebbe dire il via libera a modifiche immediate? ». Conclusione: «Sono d'accordo a migliorare, la flessibilità invece mi preoccupa».

Palazzo S. Giacomo non cede, sulla campagna elettorale del Pd resta il tema della soluzione di continuità fra vecchia amministrazione e nuova proposta. Mentre De Luca torna nella sua eterna Salerno (si ricandiderà anche lui) forse senza che nessu-no gli abbia cancellalo una impressione: «A Napoli c'è una cultura come di nobiltà decaduta. Troppa intellettualità che contempla le glorie del passato mentre muore di applausi. Una pigrizia mentale che si sente al centro del mondo mentre il mondo cambia, e che vive sui restii dei Borbone senza vivere futuro».

Quest’anno la vendemmia si preannuncia abbondante — scrive sul Riformista Enrico Testa detto Chicco, di anni 58, ex ecologista talebano, ex comunista militante, poi manager dell’elettricità e gran sostenitore dell’energia nucleare — eppure nonostante la natura sia stata benigna e ci si potrebbe perciò aspettare del vino di qualità a basso prezzo, «una certa sinistra si batte perché il vino resti caro».

Con chi ce l’ha Chicco Testa? Con Carlo Petrini detto Carlin, gastronomo, scrittore, geniale inventore del movimento culturale Slow Food, che da qualche giorno sta suggerendo di ridurre la produzione del vino per tenere alti i prezzi.

«Capito? Per una volta che avremmo potuto berci un barolo pagandolo due euro, certi compagni vengono a dirci, proprio loro, che il vino buono deve continuare ad essere solo per i ricchi». Testa, il ragionamento di Petrini è un po’ più sofisticato: egli sostiene che l’abbassamento dei prezzi premierebbe solo i commercianti spregiudicati, mandando in rovina i veri «vignerons». «Chiacchiere... Hai prodotto tanto vino buono? Beh, fammelo bere subito e fammelo pagare poco. Punto e basta». È un po’ definitivo. «Senta, sa qual è la verità? Una certa sinistra, senza accorgersene, è scivolata su posizioni elitarie, aristocratiche, assolutamente snob».

La linea del telefonino va e viene, Chicco Testa si scusa: è a cavallo — «ma non faccia ironie, che è solo un vecchio ronzino» — e sta venendo giù da Manciano, la Maremma più bella, il mare dietro ai boschi, Capalbio è oltre la curva, poi si arriva alla spiaggia. All’ «Ultima spiaggia». Lo stabilimento, il museo vivente di ciò che fu la sinistra radical, dove Testa tiene l’ombrellone da sempre e dove, in effetti, le bottiglie di vino hanno ricarichi leggendari.

«Ma guardi che io ne faccio una questione di principio, sia chiaro». Gran eloquio, una laurea in Filosofia alla Statale di Milano con una tesi su Marx («che ho citato anche nel mio articolo sul Riformista, notato?»). Ormai, solo citazioni. Nonostante un passato da raccontare: espulso dal liceo dei salesiani perché invece di andare in chiesa e seguire gli esercizi spirituali, aveva aderito al Collettivo popolare Gramsci. Poi l’iscrizione al Pci, e la fondazione di Lega Ambiente. Che guida dall’80 all’87, con un obiettivo preciso: riportare nel partito tutti gli ecologisti anarchici.

Sono gli anni delle marce, dei sit-in contro l’energia nucleare. E di due ossessioni: l’Enel e la centrale di Montalto di Castro. Certe ossessioni, però, passano. Dopo due legislature alla Camera (prima nel Pci, poi nel Pds) nel 1996 diventa presidente dell’Acea, l’azienda comunale dell’energia del comune di Roma (suo sponsor, e suo compagno di doppio a tennis, Francesco Rutelli). Ci resta due anni, per poi sbarcare — appunto — proprio all’Enel. Una capriola benedetta da Walter Veltroni, che lui commenterà così: «Ogni giorno mi chiedevo: sarò in grado?».

Si sente il cavallo nitrire. Lui, calmo (e si suppone in abito da buttero, come adora farsi fotografare), spiega la sua penultima uscita spiazzante: «Sono diventato un manager, ma continuo a odiare le ingiustizie. Per questo ho difeso il mio amico Giovanni Malagò, presidente del Circolo Aniene, di cui sono socio, sotto inchiesta, a mio parere, senza motivo».

Il bisnonno fu un garibaldino (nel senso storico del termine), il padre medico condotto. Non si capisce da chi abbia ereditato il fascino da seduttore: due figli con una moglie, poi molte altre donne, belle e famose. Anche se l’ultima, Novella Benini, si tiene però ora per mano con Cesare Prandelli, l’allenatore della nazionale.

Ma Chicco saprà consolarsi. Non a caso, gli amici lo chiamano Chicco Festa.

L'AQUILA — L’idea gli è venuta due giorni fa, camminando con l’elmetto sulla testa nei vicoli disastrati del centro storico, in quel dedalo di stradine dagli scorci inimitabili: archi, portici, cortili, davanzali. Il sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente, ha visto quelle macerie e ha preso una decisione: «Voglio chiamare le archistar del pianeta — dice al Corriere della Sera — Renzo Piano, Isozaki, Fuksas, Calatrava... Voglio chiedere aiuto anche a loro. Affinché L’Aquila risorga più bella di prima ».

Cialente lo può fare: dopo il sisma del 6 aprile è stato nominato dal governo «subcommissario per la ricostruzione del Centro storico» e «soggetto attuatore per la realizzazione delle opere ». Insomma, disporrebbe anche dei poteri necessari per vincere questa scommessa. Il suo, qui a L'Aquila, è il sogno di tutti.

Sospira, il sindaco: «Via Fortebraccio, via Bone Novelle, via San Martino, via Garibaldi, il Corso, i vicoletti di zona Pretatti e Ortolani, dove nelle domeniche d’estate al tramonto andavo a passeggiare con mia moglie Donatella. Ecco, tutto questo vorrei farlo tornare com’era prima».

Lui sa già che il recupero totale di quel paradiso non sarà possibile, troppo gravi le ferite inferte dal terremoto. Ma, assicura, ci proverà: «Abbiamo un’occasione unica — dice Cialente — vorrei perciò che il Sistema Paese si desse delle scadenze precise. Ora a luglio ci sarà il G8 e quello sarà già un appuntamento per mostrare ai Grandi del pianeta ciò che siamo stati capaci di fare in pochi mesi dal giorno del sisma. Poi nel 2011, per i 150 anni dell’Unità d'Italia, sarà importante arrivare al vero traguardo, far vedere al mondo che L’Aquila è rinata. Per portarla infine nel 2015, all’Expo di Milano, come un fiore all’occhiello».

La strada, insomma, secondo lui è segnata. Se il presente oggi è fatto solo di tende e casette di legno, il futuro sarà luminoso: niente di faraonico, ma la «new town» dovrà stupire il mondo. Il sindaco vuol convocare presto in Abruzzo il top degli architetti, degli strutturisti, degli ingegneri. Vuol chiamare a raccolta anche le grandi imprese.

È un uomo vulcanico, pure spiritoso: «Ecco, eviterei di chiamare soltanto quello (Toyo Ito, ndr) che ha progettato la fontana di Pescara che poi si è sgretolata...», scherza con un pizzico di sano campanilismo.

Ma non ci sta affatto a passare per megalomane: «Sono convinto che l’idea possa andare in porto». Serviranno soldi, però. Tanti soldi per un progetto così ambizioso. Perciò la proposta che fa al governo è anche quella di una tassa di scopo: «Denaro subito, solo così possiamo far partire i cantieri. È un sacrificio, me ne rendo conto, ma gli italiani saranno d’accordo».

Chissà, però, cosa gli diranno le «archistar » del pianeta: accetteranno l’incarico? Lo faranno gratis? Certo, sarebbe una bella sfida anche per loro. Arata Isozaki ha pensato la nuova stazione di Bologna; Fuksas per Roma immaginò «la Nuvola», il centro congressi che dovrebbe sorgere all’Eur; Renzo Piano è il creatore dell’Acquario a Genova. Cialente ci crede e sta per passare ai fatti: uno per volta li chiamerà.

«Ricostruire male le case — spiega il primo cittadino de L’Aquila — vorrebbe dire deturpare ancor più il nostro territorio già sfregiato. Per questo voglio affidare a dei grandi architetti il compito di disegnare i nuovi quartieri e recuperare il centro storico. L’Aquila, dopo l’emergenza, avrà bisogno di qualità ».

Assoedilizia suggerisce:

“In caso di crollo di edifici a seguito di calamità naturali, sarebbe opportuno che lo Stato, nell'ambito della sua competenza legislativa in tema di principi fondamentali dell'ordinamento amministrativo-urbanistico, stabilisse i seguenti criteri normativi:

- riconoscimento della legittimità dei volumi edilizi preesistenti; indipendentemente dalla regolarità amministrativo-urbanistico-edilizia. Fissando all'uopo un limite quantitativo e/o tipologico alla sanabilità degli eventuali abusi edilizi e beninteso fatti salvi le prescrizioni e le previsioni urbanistiche nonché tutti i vincoli e segnatamente quelli di inedificabilità e/o ambientali e storico-monumentali e culturali.

- estensibilità della disciplina di premialità volumetrica (prevista dal piano casa per le demolizioni e ricostruzioni -35 %) anche all'interno dei centri storici. Sempre nei limiti del rispetto delle leggi regionali, nonché degli strumenti urbanistici, delle normative comunali e di ogni vincolo.”

Assoedilizia, la borghesia storica di Milano e della Lombardia

Postilla

La firma non l’abbiamo inventata: guardate sul sito www.assoedilizia.com, se non ci credete. Se questa è la “borghesia storica”, si comprende facilmente perché l’Italia è quello che è.

Si osservino, in poche righe, le molte finezze: proporre di riconoscere la “legittimità dei volumi edilizi preesistenti indipendentemente dalla regolarità amministrativo-urbanistico-edilizia”; pensare che “all’interno dei centri storici” ci possano essere leggi regionali e strumenti urbanistici che consentano di aumnentare gli edifici del 35%. E magari qualche stupido gli da retta. Tutto ciò dopo il terremoto…

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