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«Il testo scardina il Parlamento e assegna tutto il potere al governo. Nadia Urbinati, la presidente di Libertà e Giustizia: “Questa legge è un pasticcio, nelle mani sbagliate potrebbe portare guai”».

Il Fatto Quotidiano, 23 aprile 2016 (p.d.)

Renzi vuole trasformare il referendum di ottobre in un plebiscito perché deve semplificare tutto. Non può spiegare che la riforma cambierà circa 40 articoli della Costituzione, mutando la forma di governo: ma accettare la sua logica, quella del “o con me o il diluvio” sarebbe un errore. Nadia Urbinati, docente di Teoria politica presso la Columbia University di New York, neo-presidente di Libertà e Giustizia, boccia la riforma costituzionale: “Se finisse nelle mani sbagliate, con un’altra maggioranza, ci sarebbe da rabbrividire”.
Perché è così dura? Chi si oppone è solo un conservatore, obietterebbero i renziani.
I pensatori del ‘700 dicevano che le buone Costituzioni sono quelle scritte per i demoni e non per gli angeli. Bene, questa riforma della Carta devono averla scritta pensando agli angeli, perché scardina il sistema parlamentare e concentra il potere nelle mani del presidente del Consiglio, del suo governo e della sua maggioranza. E quindi va maneggiata con molta cura.

Vede rischi di deriva autoritaria?

L’attuale maggioranza non mi suscita ancora queste preoccupazioni. Ma se ne arrivasse una diversa...

Rimane il fatto che su questa riforma Renzi punta tutto. “Se perdo il referendum vado a casa”, ripete allo sfinimento.

Come Giovanni Sartori, propendo a non credergli. Cerca il plebiscito perché non può e non vuole spiegare nel dettaglio questa riforma. L’articolo 138 della Costituzione disciplina le leggi di revisione della Carta. Ma questa non è una revisione, un intervento mirato su alcuni punti, bensì è una riforma radicale, che muta la forma della nostra Repubblica. Per cui, sottoporla a referendum significa necessariamente chiedere un voto sui suoi proponenti e non sul merito. Non è possibile che in un semplice Sì o No si possa tenere conto di tutti gli aspetti di questa legge. E poi porre l'aut aut è tipico di Renzi, e della sua visione della politica. Una visione di comando.

Ma in tutto il mondo è ormai il tempo dei leader che decidono, non crede?

Non è così. I leader preponderanti nelle democrazie costituzionali devono fare i conti con sistemi di contrappesi al loro potere. Nella riforma renziana invece i meccanismi di controllo saranno pesantemente espressione della maggioranza. C’è un presidenzialismo non confessato e quindi senza una struttura con precisi contrappesi e controlli, come avviene invece nelle repubbliche presidenziali. Questa legge è un pasticcio, che concede un’ampia discrezionalità di azione al governo e al suo leader.

Però in Italia decidere è sempre stato complicato. Renzi vuole dare più poteri al governo per velocizzare tutto, e forse su questo ha ragione.

Il fare non è in sé necessariamente buono o giusto. Dopodiché, non è vero che con i sistemi parlamentari non si decide. In Italia abbiamo avuto importanti decisioni molte delle quali buone, prese in Parlamento. Certo, il bicameralismo perfetto andrebbe riformato, ma non così. Da questo punto di vista, la Renzi-Boschi è un’occasione perduta.

Il cardine della riforma è proprio il nuovo Senato, con poteri limitati...

Ecco, non è vero che il nuovo Senato renderà più veloci i lavori. Sono previsti almeno sette procedimenti legislativi per Palazzo Madama, e ciò renderà tutto più farraginoso.

Non si andrà più veloci?

Non sembrerebbe.

Renzi però potrà contare su argomenti forti a ottobre. Potrà propagandare il taglio dei senatori e quindi dei costi. Come si può ribattere?

Non sarà facile, anche perché sulle tv e sui grandi giornali appare solo lui. Parla sempre e soltanto Renzi, e a ridosso della votazione questo fenomeno aumenterà. Detto questo, è un errore scendere sul piano del plebiscito. Bisognerà contestare questa strategia entrando nel merito, mostrando le conseguenze di questa riforma.

Però il tema è difficile, ostico. Come si può portare la gente alle urne se non politicizzando questo referendum, anche contro Renzi?

Questo è un problema concreto. Io dico che all'inizio bisognerà mostrare tutti i vizi di questa riforma. Poi, quando Renzi radicalizzerà la strategia verso il plebiscito, bisognerà evidenziare tutti i suoi limiti e quelli del suo governo. Si dovrà arrivare a questo manicheismo, con tutti i rischi che comporta. Ma soprattutto si dovrà porre il tema di un’equa competizione a tutte le autorità, a cominciare dal Quirinale. Lo strapotere mediatico del presidente del Consiglio va contenuto, o rischia di non esserci partita.

«Il manifesto, 23aprile 2016 (c.m.c.)

L’Europa continua a chiedere sacrifici alla Grecia, e il governo di Syriza cerca di proteggere le classi sociali più deboli. È questo, in sostanza, il messaggio arrivato ieri dall’Eurogruppo e dal governo Tsipras. Per chiudere la fase di valutazione dei progressi compiuti finora da Atene, i ministri delle finanze Ue, chiedono all’esecutivo Tsipras di approvare delle misure straordinarie, che somigliano molto a quelle che in Italia ci si è abituati a chiamare clausole di salvaguardia: misure che verranno adottate solo nel caso in cui non dovessero venire centrati gli obiettivi di bilancio previsti, con particolare riferimento alle entrate.

Nei prossimi giorni dovrebbero venire definite nel dettaglio, in collaborazione con il ministro delle finanze, Efklidis Tsakalotos. Per il prossimo giovedì, 28 aprile, infine, si dovrebbe arrivare a un Eurogruppo straordinario per poter chiudere questa delicatissima fase. Il problema, ovviamente, è sotto gli occhi di tutti. Se si insiste nel chiedere misure basate sulla logica dell’austerità, è molto probabile che la ripresa non riesca ad arrivare, e che non si possa, quindi- in una situazione di perenne depressione- centrare gli obiettivi di bilancio. Il presidente dell’Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem, ha dichiarato che negli ultimi giorni ci sono stati importanti progressi nelle trattative con la Grecia, insistendo, tuttavia, sull’importanza dell’approvazione delle clausole di salvaguardia le quali, ha chiarito, dovranno essere approvate dal parlamento ellenico.

Il governo di sinistra greco si trova davanti ad una ennesima, difficile sfida: da una parte impedire che il paese rimanga senza liquidità e non permettere che ambienti della finanza ultraliberista riescano ad asfissiare economicamente la Grecia. Dall’altra ribadire -e confermarlo nel concreto- che la priorità politica deve essere costituita dalla protezione delle classi sociali più deboli, che sono state dissanguate da cinque anni di austerity scriteriata. E le difficoltà non mancano neanche dal punto di vista pratico: il ministro Tsakalotos ha sottolineato, in conferenza stampa, che la legislazione greca non permette al parlamento di votare delle misure che potrebbero essere applicate, in futuro, solo nel caso in cui si dovessero verificare determinate condizioni.

«È in limite che pone non solo la legge ellenica, ma anche quella francese», ha aggiunto. Tuttavia, Tsakalotos ha sottolineato che Atene sta collaborando con i creditori per cercare di trovare una via praticabile, che soddisfi le loro richieste, ma anche le esigenze greche. Per ora, le istituzioni creditrici chiedono che queste misure straordinarie da approvare e attuare in futuro, arrivino a 3,6 miliardi di euro. Cifra che corrisponde al 2% del prodotto interno lordo del paese. Uno dei problemi principali, riguarda il peso dei provvedimenti decisi lo scorso luglio, con il compromesso seguito al vertice europeo che ha scongiurato l’uscita della Grecia dall’Euro. Il governo di Alexis Tsipras e l’Europa ritengono che quanto pattuito nove mesi fa permetterà al paese di giungere, nel 2018, ad un avanzo primario del 3.5% del Pil. Il Fondo Monetario, invece, prevede che non si dovrebbe andare oltre l’1,5% e chiede nuovi interventi.

Un pessimismo che non viene suffragato, tuttavia, dagli ultimi dati: secondo quanto reso noto questa settimana da Eurostat, la Grecia, nel 2015, ha fatto registrare un avanzo primario dello 0.7%, mentre l’Fmi sinora continuava a parlare di disavanzo. Atene, in tutto ciò, spinge per poter chiudere questa fase e passare alla discussione sulla modalità per l’alleggerimento del debito pubblico del paese e l’Eurogruppo di ieri ha dato l’incarico a Dijsselbloem di verificare verso quale direzione ci si dovrà muovere.

La maggior parte dei paesi europei si pone a favore di un allungamento dei tempi di pagamento, senza un taglio netto dell’intero ammontare del debito. Tsipras e Tsakalotos, tuttavia, vogliono che venga mandato un segnale chiaro: che il paese non rischia e non rischierà di fallire, in modo da cercare di allontanare definitivamente avvoltoi e speculatori. A condizione, certo, che finalmente, sia il Fondo Monetario che Berlino si rendano conto che la stagione dell’austerità è finita, e che senza delle mosse coraggiose, è e sarà impossibile uscire dal pantano.

». Il manifesto, 23 aprile 2016 (p.d.)

Un recente articolo di grande interesse apparso sul Corriere della Sera riferisce delle ultime acquisizioni nel campo delle neuro scienze. Pare, secondo gli studi dei neuro scienziati, che la lingua e il tipo di linguaggio utilizzato dalle persone influisca sulla qualità dei loro pensieri.

La temperie dei social network, in particolare di quelli che chiedono di esprimersi con estrema sintesi e con la loro lingua schematico-primitiva, deve verosimilmente esercitare effetti nefasti sulle capacità del cervello umano.

Gli esempi di decadenza antropologica mostrato dagli infimi livelli di espressione delle opinioni che si è instaurato nel cyberspazio planetario, oggi ci regala un riscontro perfetto di questo stato delle cose. Il sindaco tory di Londra, Boris Johnson, ha commentato l’opinione critica espressa dal presidente degli Stati uniti nei confronti del Brexit, ovvero la possibile uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea a seguito di un prossimo referendum, con una reazione stizzita articolata in due epititeti: ipocrita e mezzo keniota! Ora, il primo, un insulto, può starci nella visione di un politico ultraconservatore, ma mezzo keniano è un fatto, il problema è che Boris l’imperiale lo usa come attributo infamante di stampo razzista.

Non male come esternazione del primo cittadino di una delle più grandi e importanti metropoli del mondo. La colpa imperdonabile di Barack Obama agli occhi di Boris è quello di essere un mezzo ex colonizzato, revanscista. Il suo retro pensiero inespresso, a mio modo di vedere, è: «come si permette questo mezzo negro di gettare fango sul nostro prestigio imperiale che ci permette di fottercene dell’Europa Unita».

L’insulto a Barak Obama, per ciò che riguarda le relazioni diplomatiche fra le due nazioni cugine, è un minuscolo incidente diplomatico, al quale per altro il presidente Usa sembra non attribuire la minima importanza. Per ciò che attiene all’ordine del discorso qualifica Johnson per quello che è: un residuato dell’infame colonialismo e del suo parto più coerente, il razzismo.

Ma per quanto interessa noi cittadini europei, l’esternazione di Boris Johnson sollecita una domanda. Cosa ci fanno politici come questo sindaco di Londra in Europa? Boris Johnson è solo uno di loro, ma questi personaggi stanno crescendo come funghi, l’arrivo di grandi flussi migratori favorisce populismi, parafascismi e nazionalismi di ogni sorta.

Gli eurocrati miopi e proni ai grandi interessi, nutriti da una cultura ottusamente economicista, non hanno considerato in prospettiva strategica il contrasto ad ogni eredità del velenoso passato dell’Europa. Hanno lasciato correre per quieto vivere o per pavidità i progressivi e crescenti rigurgiti di intolleranze, xenofobie e razzismo. Le pur sfiancate forze democratiche dell’Europa Comunitaria dovrebbero riprendere con forza, come un tonico per ritrovare senso, la lotta per affermare come priorità assoluta, i principi di Ventotene e quelli delle grandi Carte costituzionali.

Il tempo per questo tipo di impegno non scade mai!

«L’agenzia Reuters: Giulio fermato il giorno della sua scomparsa, condotto in caserma e poi trasferito “Le informazioni sono confermate da sei fonti dell’intelligence e degli apparati di sicurezza egiziani”». La Repubblica, 22 aprile 2016

Sei diverse fonti di Polizia e Intelligence del Cairo convincono la prestigiosa agenzia di stampa inglese Reuters a ritornare sul sequestro e la morte di Giulio Regeni per concludere che si è trattato di un omicidio di Stato. Perché Giulio venne fermato la sera del 25 gennaio dalla Polizia egiziana durante uno dei tanti rastrellamenti nella zona di piazza Tahrir per poi essere consegnato agli interrogatori e alle torture della Sicurezza Nazionale, il tentacolare Servizio segreto Interno.

Le sei fonti, cui la Reuters garantisce l’anonimato per proteggerle dal regime, ricostruiscono una catena di eventi logicamente compatibile con le poche e lacunose risultanze investigative di due mesi e mezzo di indagini. E il loro racconto, nella sostanza, lì dove cioè accredita che Giulio venne fermato dalla Polizia per poi essere “ceduto” ai Servizi, torna a sovrapporsi al cuore della testimonianza in chiaro postata su Facebook il 6 febbraio scorso dall’ex generale dissidente Omar Afifi, al contenuto delle mail anonime ricevute da Repubblica tra la fine di marzo e i primi giorni di aprile, alla ricostruzione che la stessa Repubblica ha fornito nelle settimane scorse sul luogo della scomparsa di Giulio - la zona di piazza Tahrir, per l’appunto - e sull’identità dei suoi sequestratori, squadre della Polizia egiziana che, quella sera del 25, erano sotto il comando del generale ed ex torturatore Khaled Shalaby.

Nel dettaglio, le fonti della Reuters riferiscono che Giulio venne prelevato la sera del quinto anniversario della Rivoluzione da uomini della Polizia egiziana durante un rastrellamento in una zona vicina alla fermata del metro “Gamal Abdel Nasser”, un chilometro in linea d’aria, 15 minuti a piedi, dall’altra fermata del metro “Sadat” di piazza Tahrir dove, ne sono convinti i nostri investigatori, proveniente da Dokki, Giulio arriva intorno alle 20 del 25 gennaio per raggiungere l’amico Gennaro che lo aspetta in un bar non lontano. Con Giulio - aggiunge la Reuters - viene fermato un non meglio identificato cittadino egiziano ed entrambi vengono caricati su un «minivan bianco con targa della Polizia» che li depositerà nella caserma di Izbakiya, dove un ufficiale di polizia riferisce all’agenzia di stampa inglese di ricordare il trasferimento di “un italiano” e da dove, dopo appena trenta minuti, saranno trasferiti nel famigerato compound di Lazoughli, uno dei buchi neri in cui la Sicurezza Nazionale normalmente seppellisce oppositori e “sospetti” destinati a non rivedere più la luce.

Naturalmente, la ricostruzione della Reuters è stata immediatamente smentita dal portavoce del Ministero dell’Interno egiziano, così come da fonti della Sicurezza Nazionale (citate dalla stessa agenzia) che sono tornate ad escludere qualsiasi coinvolgimento di Polizia e Intelligence sostenendo che l’unico contatto di Giulio con gli apparati della sicurezza egiziana sia stata la stampigliatura del visto sul passaporto al momento del suo ingresso al Cairo.

Smentite che equivalgono ormai da due mesi a vuote petizioni di principio perché sempre lontane da qualsiasi fatto o circostanza obiettiva. E a cui non solo non crede il nostro Paese, ma, ora, ufficialmente respinte anche dagli Stati Uniti in occasione dei recenti incontri avuti al Cairo dal Segretario di Stato John Kerry con i vertici del governo e della Presidenza egiziana. «Abbiamo ribadito — ha spiegato il portavoce del Dipartimento di Stato John Kirby — che i dettagli che sono venuti alla luce dopo la morte di Giulio Regeni hanno sollevato domande sulle circostanze stesse della morte che riteniamo possano essere risolte solo con un’indagine imparziale e completa».

Il manifesto, 22 aprile 2016 (p.d.)

A proposito di referendum (e non solo). Dire partito democratico (o Pd) ormai suona come una contraddizione in termini. Lasciamo stare quello di domenica scorsa, boicottato dal presidente del Consiglio Matteo Renzi, e mettiamo tra parentesi anche quello sulle riforme costituzionali del prossimo ottobre imposto come una prova di forza che sa di deriva plebiscitaria. Torniamo invece su quello per l’acqua pubblica del 2011 votato da milioni di cittadini – il 57% degli aventi diritto al voto con il 95% schierato per la difesa dell’acqua bene comune – e stravolto l’altra sera con la votazione finale del ddl approvato alla Camera (243 i voti a favore, 129 i contrari e 2 gli astenuti, il prossimo passaggio sarà al Senato).

Durante la votazione, tutti i parlamentari del Movimento 5 Stelle – applauditi e sostenuti da Sinistra Italiana – hanno sventolato magliette e bandiere blu del referendum urlando contro i banchi della maggioranza. Dalle tribune, alcuni attivisti mescolati tra il pubblico hanno lanciato volantini e bandiere del Forum italiano dei movimenti per l’acqua pubblica. Caos democratico. Il parapiglia fuori programma, e il corpo a corpo tra penta stellati e alcuni commessi chiamati a riportare l’ordine in aula, hanno provocato la sospensione della seduta. «L’acqua secondo il Pd è chiaramente a gestione privata – hanno detto i deputati della Commissione ambiente M5S – è il solito teatrino del Pd che sosteneva di rispettare la volontà popolare e invece oggi ha calato la maschera». Per Sinistra Italiana, «la gestione dell’acqua deve essere pubblica come chiesto a gran voce da milioni di cittadini con il referendum del 2011. Solo il pubblico è in grado di mettere in atto quel processo virtuoso tra tariffe, spese di gestione e servizio». Sembra che sia andata diversamente.

Certe intemperanze poco rispettose del parlamento verranno presto sanzionate, se è vero che in seguito alla solidarietà espressa ieri da tutti i capigruppo ai commessi della Camera verrà convocato un ufficio di presidenza su iniziativa della presidente della Camera Laura Boldrini. Fioccheranno sanzioni, mentre ancora non è dato sapere come la politica reagirà – e se reagirà – al colpo di mano che con un bizantinismo da azzeccagarbugli, emendamento su emendamento, ha stravolto l’impianto di un disegno di legge che originariamente era stato pensato per rendere nuovamente pubblico il sistema idrico. Come da volontà popolare.

A una prima lettura, il ddl appena approvato introduce nuove norme che sembrano positive sulla gestione, la pianificazione e il finanziamento del servizio idrico interrato. Ma alcune differenze significative saltano all’occhio se confrontiamo il testo con la sua stesura originaria che sottolineava esplicitamente la totale ripubblicizzazione del servizio idrico. Il nuovo testo, invece, stabilisce che «il servizio idrico integrativo sia considerato un servizio pubblico locale di interesse economico generale assicurato alla collettività, che può essere affidato anche in via diretta a società interamente pubbliche in possesso dei requisiti prescritti dall’ordinamento europeo per la gestione in house, comunque partecipate da tutti gli enti locali ricadenti nell’Ato (Ambito territoriale ottimale)».

Dove sta il trucco? Nel testo iniziale l’affidamento della gestione in house era blindato con la parola «prioritariamente». La sua eliminazione non sarebbe un dettaglio di poco conto, anzi, secondo M5S e Si si tratta di un vero e proprio insulto alla democrazia. Le novità più rilevanti, insieme ad altre modifiche cesellate ad arte, infatti prefigurano nuovi scenari che si scontrano con la volontà del popolo italiano. Il servizio idrico smette di essere qualificato come un servizio pubblico che non avendo una rilevanza economica viene sottratto alla libera concorrenza: ci si potrà lucrare sopra. La gestione e l’erogazione del servizio possono essere nelle mani dello stesso soggetto (anche di società quotate in borsa), e fognature, acquedotti e impianti di depurazione non devono essere affidate necessariamente a organi di diritto pubblico. Sono state apportate modifiche anche sulle concessioni per uso differente da quello potabile: nel ddl originale potevano essere revocate anche prima della loro scadenza e assolutamente non più rinnovabili, mentre ora la materia verrà regolamentata da un decreto legislativo ancora tutto da scrivere entro il 2016.

Altre novità, invece, risultano meno sgradite. A tutti i cittadini, sulla carta, dovranno essere garantiti almeno 50 litri di acqua potabile al giorno (anche in caso di mancato pagamento delle bollette, che presto verranno conteggiate con nuovi contatori installati in ogni abitazione). Le bollette diventeranno più «trasparenti» (con parametri di qualità dell’acqua, conteggio delle perdite idriche e dati sugli investimenti negli acquedotti). Sull’acquisto di ogni bottiglia di acqua minerale sarà previsto il contributo di 1 centesimo per finanziare progetti di cooperazione per l’accesso all’acqua potabile. Niente di particolarmente grave per le intoccabili multinazionali dell’acqua: aumenteranno i prezzi.

La TV, regina dei mass media e formatrice delle teste di paglia, dedica la maggior parte del suo tempo (tra il 60 e il 70%) alla politica politicante. Indovinate chi ne mangia più di tutti? Il partito diMatteo Renzi, perfino più di quello del Cavaliere quando era in sella.

Il manifesto, 21 aprile 2016

Le cronache, le inchieste, la società? No, in tv la parte del leone la fanno la politica e i suoi esponenti. Al punto che è legittimo chiedersi quanto di quello che viene raccontato dai telegiornali, pubblici e privati, abbia a che fare con la realtà vera o non sia piuttosto un artefatto ad uso del teatro della politica e dei suoi attori. In paesi a noi vicini i telegiornali non si sognerebbero mai di dedicare, e non dedicano, il 60 o il 70% delle notizie a governi, ministri, partiti, esponenti di partito, amministrazioni politiche centrali o periferiche.

Nell’ultimo mese, secondo Agcom, il tempo di parola messo a disposizione di personaggi delle professioni, della scienza, della cultura, del mondo dell’informazione, dello spettacolo, dello sport, della cronaca, o della gente comune, è poco più del 20% del tempo complessivo. Quasi tutto il resto va alla politica. Dopo avere cancellato il paese degli eroi, dei santi, dei poeti, dei navigatori, i nostri tiggì s’inventano un paese di capi di governo, ministri, sottosegretari, sindaci e onorevoli.

Accade ovunque, sia alla Rai che a Mediaset, sia a La 7 che a Sky: Anche la storica diversità del Tg5, il cui successo nacque sullo spazio riservato alla cronaca, oggi è cancellata: ammalato di politica il Tg del biscione dedica ai suoi protagonisti addirittura il 77% del tempo di parola, un record, seguito dal Tg4 con il 72%, mentre Tg1 e Tg3 si attestano intorno al 70%.

Viene da chiedersi quanto tutto ciò faccia bene ai cittadini e se mai ci sia un rapporto tra la crescente sfiducia nei partiti e questa messa in scena in dosi da cavallo della politica nazionale. Ma i numeri, preziosi, dell’Autorità ci dicono anche altro. Ci svelano ad esempio che il TgLa7, pur lontano dai record iperpolitici del Tg5, è quello dove il Pd copre (col 34,3%) più di un terzo del tempo di parola dei soggetti politico-istituzionali. Ci fanno scoprire come il Tg3, pur offrendo il più ampio spazio ai partiti (e in particolare al Pd, con un 31% che non trova riscontro negli altri tg della Rai), penalizzi invece più di qualsiasi altro telegiornale (pubblico e privato) Sinistra Italiana-Sel, concedendo ai suoi esponenti ( con lo 0,56%) la miseria di 38 secondi di parola (Telekabul è un lontano ricordo).

Gli orrori dell'Occidente, esportatore di libertà, fraternità, eguaglianza, e modello su cui plasmare le civiltà altrui. E arruolatore di bambini in eserciti privati assunti dai governi per combattere in M.O.. Leggete per comprendere. Indro online, aprile 2016

Impala. Nonostante tutte le precauzioni prese dallo Stato Maggiore e dal Governo britannico l’arruolamento di ex bambini soldato della Sierra Leone come mercenari per guerre segrete in Iraq e Medio Oriente è diventato uno scandalo di proporzioni internazionali, reso pubblico dal quotidiano The Sierra Leone Telegraph ‘e ripreso dal quotidiano inglese ‘The Guardian‘. La società di sicurezza privata AEGIS Defences Services per dieci anni (2005 – 2015) ha reclutato ex bambini soldato della Sierra Leone trasformandoli in mercenari inviati in Iraq per combattere nel contesto dell’invasione anglo-americana che abbatté il regime di Saddam Hussein. Il Direttore della AEGIS è Sir Nicholas Soames, un parlamentare della destra Tory Party e nipote del Primo Ministro Winston Churchill. Gli ex bambini soldati africani hanno combattuto nel contesto di contratti di ‘assistenza militare‘ tra la AEGIS e il Pentagono per svariati milioni di dollari.

Gli ex bambini-soldato venivano addestrati dal contingente militare britannico presente in Sierra Leone per mantenere la pace nel Paese e proteggere la popolazione. Dopo l’addestramento venivano inviati in Iraq per completare i ranghi di mercenari inglesi, americani e nepalesi arruolati dalla AEGIS tra le fasce più deboli della popolazione dei tre rispettivi Paesi. La compagnia paramilitare britannica applicava una discriminazione razziale sulla paga dei mercenari africani pari a 16 dollari al giorno, i loro camerati nepalesi, infatti, venivano pagati 25 dollari e i mercenari occidentali 100 dollari. Nonostante questa palese discriminazione sul trattamento economico per una delle professioni più pericolose al mondo, 2.500 ex bambini soldato sierraleonesi hanno firmato il contratto con la AEGIS causa la totale mancanza di prospettive professionali nel loro Paese.

Tra coloro che avrebbero favorire il reclutamento e tollerato le attività della AEGIS spicca il nome del Presidente sierraleonese Ernest Bai Koroma, accusato di aver escluso la maggioranza della popolazione dai benefici della ricostruzione post bellica e ripresa economica. La compagnia di sicurezza internazionale AEGIS è stata fondata nel 2002 da Tim Spicer, un ex ufficiale delle Guardie Scozzesi al centro di uno scandalo scoppiato nel 1998 riguardante vendite illegali di armi inglesi in Sierra Leone, attuato dalla ditta Sandline di cui Spicer era direttore. Nonostante l’embargo internazionale imposto al Paese africano, Spicer vendette al Governo e ai ribelli 100 tonnellate di armi e munizioni. Evitò la prigione grazie all’amicizia con il nipote di Churchill, che nel 2003 divenne socio della AEGIS, assumendo il ruolo di direttore. Il reclutamento della AEGIS in Sierra Leone è stato facilitato dall’Esercito britannico, dal Governo di Freetown e da personale militare della Missione di Pace ONU in Sierra Leone (UNAMSIL), che aveva il compito di demobilizzare i 10.000 bambini soldati reclutati durante la guerra civile.

Small Boys Unit

Secondo indagini di giornalisti della Sierra Leone l’arruolamento degli ex bambini soldati effettuato dalla AEGIS è stato particolarmente selettivo e avente l’obiettivo di reclutare i ‘migliori’ ex bambini-soldato. La maggioranza dei mercenari sierraleonesi ha un passato di guerriglieri militanti nel Revolutionary United Front (RUF) la guerriglia che fece scoppiare la guerra civile nel 1991, terminata nel 2002. Il RUF rapiva minori tra i 07 e i 15 anni costringendo i maschi a diventare soldati, e le femmine, prostitute.

Sommariamente addestrati venivano inquadrati in unità di combattimento note come Small Boy Unit. Il vero addestramento militare avveniva ‘on the job’ facendo pratica sul fronte. Inizialmente gli Small Boys venivano impiegati in operazioni di terrorismo contro i civili nei villaggi e cittadine conquistate dal RUF. Dopo essersi accertati della ferocia e della capacità di uccidere a sangue freddo decine di civili inermi, i comandanti del RUF impiegavano le unità minorili in veri e propri combattimenti contro l’Esercito regolare e i mercenari sudafricani.

I comandanti del RUF distribuivano ai minori alcool e droghe allucinogene durante l’addestramento e i combattimenti. Usavano, inoltre, una brutale disciplina fatta di esaltazioni dei minori, punizioni corporali e privazioni di cibo per trasformare i bambini in macchine da guerra capaci di eseguire automaticamente ordini di sterminio, stupri collettivi, mutilazioni e altri crimini di guerra. Negli addestramenti si insegnava come mutilare le persone utilizzando civili fatti prigionieri in precedenti razzie compiute dal RUF. Anche l’Esercito regolare ha fatto uso di bambini-soldato, anche se in proporzioni minori e limitando l’arruolamento al sedicesimo anno di età. Si calcola che 10.000 bambini hanno preso parte alle operazioni belliche sui opposti fronti durante il conflitto della Sierra Leone. Il Tribunale Speciale per la Sierra Leone ha inserito il reclutamento dei minori nei capi d’accusa rivolti ai leader del RUF, processati per crimini contro l’umanità inserendo nelle procedure giudiziarie il concetto di responsabilità personale come previsto dallo e dalla Convenzione dei Diritti dei Minori

Non servono i carri armati per distruggere la democrazia: basta svuotarne le istituzioni. I Renzichenecchi hanno imparato bene a usare strumenti dolci, come quello di annullare l'esito dei referendum sgraditi con congiure di palazzo e con leggi e leggine approvate da un parlamento finto.

Attac Italia, 21 aprile 2016

Non sono passati più di tre giorni dalla rivendicazione da parte di Renzi dell’astensionismo nel referendum sulle trivellazioni (“referendum inutile”, come certamente hanno capito gli abitanti di Genova), che il governo e il Pd compiono l’ulteriore atto di disprezzo della volontà popolare.

Il tema questa volta è l’acqua e la legge d’iniziativa popolare, presentata dai movimenti nove anni fa, dopo aver raccolto oltre 400.000 firme. Una legge dimenticata nei cassetti delle commissioni parlamentari fino alla sua decadenza e ripresentata, aggiornata, in questa legislatura dall’intergruppo parlamentare in accordo con il Forum italiano dei movimenti per l’acqua.

La legge è stata approvata ieri alla Camera, fra le contestazioni dei movimenti e dei deputati di M5S e SI, dopo che il suo testo è stato letteralmente stravolto dagli emendamenti del Partito Democratico e del governo, al punto che gli stessi parlamentari che lo avevano proposto hanno ritirato da tempo le loro firme in calce alla legge.

Nel frattempo, procede a passo spedito l’iter del decreto Madia (Testo unico sui servizi pubblici locali) che prevede l’obbligo di gestione dei servizi a rete (acqua compresa) tramite società per azioni e reintroduce in tariffa l’”adeguatezza della remunerazione del capitale investito”, ovvero i profitti, nell’esatta dicitura abrogata dal voto referendario.

Un attacco concentrico, con il quale il governo Renzi prova a chiudere un cerchio: quello aperto dalla straordinaria vittoria referendaria sull'acqua del giugno 2011 (oltre 26 milioni di “demagoghi” secondo la narrazione renziana), sulla quale i diversi governi succedutisi non avevano potuto andare oltre all'ostacolarne l'esito, all'incentivarne la non applicazione, ad impedirne l'attuazione.

Il rilancio della privatizzazione dell’acqua e dei servizi pubblici risponde a precisi interessi delle grandi lobby finanziarie che non vedono l'ora di potersi sedere alla tavola imbandita di business regolati da tariffe, flussi di cassa elevati, prevedibili e stabili nel tempo, titoli tendenzialmente poco volatili e molto generosi in termini di dividendi: un banchetto perfetto, che Partito Democratico, Governo Renzi e Ministro Madia hanno deciso di apparecchiare per loro.

Ma poiché la spoliazione delle comunità locali attraverso la mercificazione dell’acqua e dei beni comuni, necessita una drastica sottrazione di democrazia, ecco che lo stravolgimento della legge d’iniziativa popolare sull’acqua e lo schiaffo al vittorioso referendum del 2011 non rappresentano semplici effetti collaterali di quanto sta accadendo, bensì ne costituiscono il cuore e l'anima.

A tutto questo occorre rispondere con una vera e propria sollevazione dal basso, con iniziative di contrasto in tutti i territori e l’inondazione di firme in calce alla petizione popolare per il ritiro del decreto Madia, promossa dal Forum italiano dei movimenti per l’acqua all’interno della stagione appena aperta dei referendum sociali.

Oggi più che mai, si scrive acqua e si legge democrazia.

«Dobbiamo tornare a credere che lo Stato possa entrare effettivamente in opposizione al neoliberalismo, anziché esserne definitivamente schiavo». Già, ma si tratta di capire quale Stato, espressione di quali forze sociali, con quale democrazia. La Repubblica, 21 aprile 2016
Sono passati quasi vent’anni da quando scrissi “L’uomo flessibile”, uno studio sui cambiamenti nell’economia e nelle condizioni del lavoro, e la flessibilità a breve termine, che già a quel tempo iniziava a erodere il nostro lavoro, è aumentata e, anzi, è andata peggiorando sempre di più. I cambiamenti a cui stiamo assistendo nella moderna economia del lavoro sono una paralisi per la classe media, soprattutto la classe medio bassa, un vero ristagno. L’esperienza della flessibilità del lavoro a breve termine nelle imprese camaleontiche influisce sulla struttura delle classi sociali. Le persone “nel mezzo” hanno meno opportunità di trarre profitto dalla diversificazione delle tipologie di lavoro. L’offerta di lavoro infatti si è ridotta per loro. Allo stesso tempo le condizioni di lavoro sono diventate più intensamente legate a un regime di flessibilità.

Non ho mai pensato che un posto di lavoro flessibile potesse rappresentare una possibilità di ascesa sociale e non ho mai guardato alla linea sottile e indefinita che passa tra lo spazio di lavoro e quello domestico come a una realtà che potesse creare una nuova dimensione per l’autoimpiego.

Quella che è maturata è una flessibilità simile a una condizione di repressione, un modo per dominare e ridimensionare il lavoratore attraverso la flessibilità. Ritengo, soprattutto dopo la crisi finanziaria, che sia ancora più il caso di intenderla come una repressione dei lavoratori, più che un tentativo di creare nuove opportunità per loro. Quando sento qualcuno dire: «noi vogliamo dare la possibilità alle persone di lavorare da casa», so che questa espressione non risponde a verità. Tutto il novero di opportunità che si verificano sul posto di lavoro, come fare incontri, scoperte casuali, discussioni varie, sono negate alle persone che lavorano da casa: da casa non puoi creare nessuna rete informale. E questo aspetto, ovvero la diminuzione e dominazione del processo lavorativo in nome di una maggiore flessibilità, ha solo peggiorato la situazione.

Alcuni sostengono che, nel momento in cui il mondo del lavoro diventa sempre più precario e insicuro trovare una sorta di cittadinanza sociale al di fuori del contesto lavorativo sia ciò di cui la gente ha bisogno. Io non ci credo. Il modo in cui la gente imposta la propria esistenza è profondamente legato al rispetto di se stessi e al senso della propria utilità. Tutto questo non può essere sostituito da una dimensione non produttiva. In questo senso, ritengo che Marx avesse ragione quando diceva che l’homo faber, l’operaio, è il fondamento di un senso di autostima.

Il lavoro, come la produttività, sono fondamentali nella costruzione del rispetto di sé e della struttura familiare. Non credo si possa avere una cittadinanza sociale che si basi sul lavoro part- time, o sull’assenza di lavoro, come fonti alternative da cui trarre soddisfazione. Questo vale sia per le donne sia per gli uomini.

La questione, per noi oggi, è come tornare ad avere il controllo del “posto di lavoro”. La mia opinione è che bisogna prevenire la possibilità che i lavoratori pratichino la flessibilità. Non significa inibire la forza lavoro, ma, ad esempio, evitare che qualcuno che abbia lavorato nello stesso ufficio o nella stessa azienda per otto o dieci anni non si veda riconosciuto il diritto a continuare a lavorare (anche solo per il fatto di aver investito parte della sua vita in quel lavoro). Questo accade perché quello che si configura è un sistema di flessibilità che non fa ricadere alcuna responsabilità sui datori di lavoro.

In Gran Bretagna stiamo realizzando che ciò è un problema. Consideriamo il caso delle nostre acciaierie. Di fronte alla crisi il governo dice: «Noi non abbiamo alcuna responsabilità a riguardo, sono problemi vostri». Non sono d’accordo. Il governo ha una responsabilità verso questi lavoratori (per esempio quei settori della Tata Steel che stanno chiudendo), semplicemente perché il lavoro è una risorsa. Il governo dovrebbe aiutarli a mantenere i loro stipendi, aiutarli a trovare un nuovo lavoro, perfino acquistando l’intera Tata Steel per per fare in modo che i lavoratori vadano avanti. Credo che ciò di cui abbiamo davvero bisogno sia fare i conti con i modi in cui questa figura disfunzionale – il capitalismo flessibile – possa essere fronteggiato dallo Stato.

Non sono un tecnofobo. La mia riflessione ha molto a che fare con i lavori che ho condotto, con i miei studenti, presso la London School of Economics.

È vero che la robotica sta sostituendo certi tipi di lavoro. Il lavoro che più sta subendo questo processo è quello dei lavori di manutenzione di basso livello. È stata una sorpresa per noi apprendere che in realtà l’ambito di applicazione delle macchine digitali nel lavoro manuale è praticamente arrivato ai suoi limiti estremi e che molte delle cose che la gente fa manualmente, più o meno lavori di manutenzione come l’idraulico, l’elettricista, e così via, sono già meccanizzati al massimo delle possibilità. Esattamente come per il lavoro industriale, sia per il lavoro qualificato sia per quello non qualificato si è arrivati a una sorta di limite.

Le macchine stanno colonizzando la piccola borghesia. Posti di lavoro come quello degli addetti agli sportelli di banca, quello di chi raccoglie gli ordini per gli acquisti, o i centralinisti, tutti lavori burocratici di basso livello, stanno soccombendo sotto il potere della robotica digitale. Questa tecnologia particolarmente efficace sta scalzando il concetto di forza lavoro della società dei colletti bianchi. Ciò si interseca con il fatto che le classi stagnanti in questa fase del capitalismo, siano proprio quelle dei lavoratori delle classi medio-basse.

Posto che non dobbiamo considerare le macchine, tutta la tecnologia digitale, come uno spauracchio, dobbiamo sapere che gli effetti di questa trasformazione si stanno concentrando sulla classe che, in questo momento, risulta estremamente vulnerabile e che è stata largamente marginalizzata dal neoliberalismo, proprio in nome della ragione di mercato. Tutto questo, direi, rispecchia il bisogno che lo Stato assuma un ruolo maggiore nel supporto alle classi medio basse, garantendo il lavoro, anche se quel lavoro non produce profitto o potrebbe essere anche svolto da una macchina. Dobbiamo tornare a credere che lo Stato possa entrare effettivamente in opposizione al neoliberalismo, anziché esserne definitivamente schiavo.

«Ri-Mediamo. La copertura informativa del referendum del 17 aprile è stata l’anticipazione del clima che a breve si scatenerà sul voto confermativo sulla (contro)riforma costituzionale». Il manifesto, 20aprile 2016 (c.m.c.)

Allarme rosso per la democrazia dell’informazione. L’elettroregime di Matteo Renzi è persino più pesante di quello dell’allora premier Berlusconi – quasi da punteggio tennistico. I dati pubblicati dall’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (elaborati da Geca Italia) sulle presenze televisive di marzo sono impietosi e segnalano una bulimia mediatica senza precedenti.

Il vecchio duopolio Rai – Mediaset ormai è un coro ossessivo con un’unica nota.
Lo stesso Renzi si è lanciato nella serata di domenica in un’invettiva contro talk, facebook, twitter: «rei» di muovere delle critiche, come se anche l’articolo 21 della Costituzione fosse già stato abrogato. Eppure, proprio di tali strumenti si è giovato sempre con bulimia l’attuale presidente del consiglio per la sua affermazione. L’inquietante gravità della situazione meriterebbe tutt’altra reazione. E’ un antico vizietto, duro a morire. La sottovalutazione fu un peccato già grave a fronte di una società più strutturata e di un sistema mediale lento e meno esteso. Ora è un vero e proprio peccato mortale, visto che ciò che residua della sfera politica naviga nel flusso ininterrotto della comunicazione.

E non per caso il proprietario di facebook Mark Zuckerberg ha adombrato una sorta di «scesa in campo». Non solo. La «destra» culturale si sta riorganizzando, con Bolloré e il pur ammaccato – ma sempre vispo negli affari – uomo di Arcore. Le Monde è da un po’ che parla dei fenomeni in corso. La copertura informativa del referendum del 17 aprile è stata l’anticipazione del clima che a breve si scatenerà sul voto confermativo sulla (contro)riforma costituzionale.

Ecco, le parole a caldo del premier la sera di domenica 17 ci raccontano di quale miscela di demagogia e arroganza autoritaria sarà infarcita la campagna che ci attende.

E’ inderogabile, quindi, una campagna di chiarimento su quanto è stato deciso dalla maggioranza parlamentare, che ha scelto di ridimensionare fortemente il circuito democratico della decisione. Altro che riduzione della casta. Ma di tutto questo sarà possibile parlare in trasmissioni adeguatamente istruite e pubblicizzate (almeno come «Rischiatutto»), collocate in orari decenti? Tribune referendarie immaginate per il pubblico del «Commissario Montalbano», per capirci.

L’odierna routine va completamente ripensata.

Basti osservare collocazione nel palinsesto e conseguenti ascolti degli spazi offerti dalla Rai alle «trivelle». Tredici tribune ed altrettanti messaggi autogestiti, mai nelle fasce di buon ascolto, e quindi relegate ad audience inesorabilmente modeste: da 71mila utenti ad un «picco» quasi eccezionale di un milione e 200mila. Il problema va studiato e a questo dovrebbero dedicarsi l’Agcom e la commissione parlamentare di vigilanza.

Nell’ultima vicenda – sempre dai dati dell’Autorità – il tempo dedicato ai referendari è stato al di sotto di ogni sospetto, ma proprio l’Agcom non ha ritenuto di intervenire con i correttivi necessari. Tra l’altro, come ha sempre lucidamente sottolineato il centro di ascolto dei radicali, ore e minuti non vanno contati, bensì «pesati». Una diretta del Tg1 conta ben diversamente di una tribunetta inserita come riempitivo. E non è certo beneaugurante la risposta data dal presidente Cardani ad Alessandro Pace, che presiede il comitato per il no al referendum. Non basta. Buio totale avvolge la raccolta di firme su ulteriori quesiti (contro la legge elettorale e la «buona scuola», nonché le proposte sul lavoro).

Si avvicina un’altra notte della repubblica, in silenzio?

La reale entità del risultato del referendum e le prospettive che si aprono per fronteggiare il rischio che la prossima decisiva consultazione referendaria, quelle sulla "deforma costituzionale", si concluda con la vittoria definitiva del renzismo.

Il manifesto, 20 aprile 2016

Gli elettori italiani, malgrado le tante delusioni, sono sempre più concreti e seri di tanti loro rappresentanti. Anche questa volta la mia impressione è che chi era informato è andato a votare e che lo abbia fatto più per i contenuti del referendum che per motivazioni politiche generali o per seguire indicazioni di partiti ai quali sempre meno persone credono.

Parto da una constatazione: la percentuale di votanti di oggi, 32%, è perfettamente identica a quella dei sette referendum abrogativi del 2000 (tra il 31.9% ed il 32,5%). Per capire se il risultato debba essere interpretato come una vittoria o una sconfitta è opportuno ricordare alcune peculiarità. Ci sono, infatti, più che nelle occasioni precedenti, molti fattori che hanno agito nella direzione di una minore affluenza.

Vediamone i principali: 1)- in tutti in sondaggi dell’ultimo anno la somma di indecisi ed astenuti si è stabilizzata ormai intorno al 50%. 2)- questo referendum non è nato da una raccolta di firme con i tavolini dei promotori alcuni mesi prima. E’ stato richiesto da alcune regioni, istituzioni che non vivono di grande prestigio tra la gente ed il suo svolgimento è stato incerto fino all’ultimo.

3)- il quesito sul quale si è votato è l’unico rimasto dei sei di partenza perché cinque sono stati risolti depotenziando quello che restava; 4- il quesito rimasto riguardava un tema poco legato ad effetti visibili ed immediati ed interessava più “direttamente” solo alcune aree che lo hanno promosso (non a caso la percentuale di votanti dell’area adriatica è stata superiore di quasi dieci punti rispetto a quella delle altre regioni); 5- il connotato ambientalista che lo ha caratterizzato ha riproposto un tema divisivo come quello della contrapposizione ambiente-lavoro abilmente sfruttato e che ha diviso anche il sindacato; 6- l’informazione di merito avrebbe dovuto essere, proprio per la complessità detta, più ampia di quella registrata nelle precedenti occasioni; è stata, al contrario, molto più bassa.

Considerando l’insieme di questi aspetti, che sedici milioni di elettori siano andati a votare ed oltre tredici milioni abbiano votato Si è un fatto di non poco conto. Certamente i comportamenti elettorali sono stati influenzati dalle appartenenze politiche, ma solo in minima parte. Stando alle indagini sulle intenzioni di voto degli elettori dei singoli partiti avrebbero votato la metà degli elettori del M5S e della Sinistra Italiana, il 27% degli elettori di destra, ed, udite, udite, il 27% degli elettori del Pd. Poiché in tutti gli elettorati una parte consistente degli elettori che votano alle politiche non va a votare ai referendum questo 27%, orientato a votare, fa pensare che gli obbedienti a Renzi siano stati non molti di più di quelli disobbedienti.

Detto questo, però, non possiamo non vedere l’altra faccia della medaglia. Il mancato raggiungimento del quorum lo rende non valido e per chi puntava al suo fallimento è una vittoria perché quello che conta è il messaggio sintetico arrivato al paese. Il premier che non deve perdere mai non ha perso un minuto per cantare vittoria – a nome addirittura dei lavoratori che hanno salvato il loro lavoro – e questo messaggio ha offuscato tutte le altre interpretazioni apparse come le solite parole, rabbiose, di chi ha perso, ma non vuole ammetterlo.

Vincere, quindi, è stato facile. Ma diciamocelo: Renzi è un grande maestro nel giocare solo le partite che sa di vincere prima di giocarle. La sua carriera politica si è tutta snodata su questo principio di “buona” politica: scegliere il terreno di gioco (ha fatto decadere gli altri quesiti referendari tranne questo), assegnare i ruoli anche agli avversari (il governo per la difesa del lavoro nelle piattaforme, gli altri contro), scegliere il momento (non accorpamento con le amministrative).

La carriera del leader ha avuto un iter con tutti i passaggi tipici di un percorso professionale, ma ogni tappa è contrassegnata da una scelta: utilizzare lo scalino già raggiunto per preparare il balzo a quello successivo e farlo solo nel momento in cui si sono create le condizioni della vittoria sicura. Così è stato con la scalata al partito, poi con quella al governo, adesso col referendum. E, nel cronoprogramma, così dovrebbe essere col prossimo referendum costituzionale.

Ogni tanto opinionisti vari si cimentano col confronto Craxi – Berlusconi – Renzi. Ed in questa occasione il confronto era facile, il “non votare” di Renzi troppo simile al “tutti al mare” di Craxi.

I tre personaggi sono fortemente diversi per storia, cultura politica, personalità. Ma se le persone sono diverse, le politiche che essi rappresentano appartengono allo stesso ceppo e sono in perfetta continuità. Craxismo, berlusconismo, renzismo sono tre tempi della stessa politica, quella affermatasi come reazione alle conquiste nei diritti e nella distribuzione del reddito dei trent’anni seguiti al dopoguerra che nei paesi guida ha assunto le vesti della Thatcher e di Reagan ed in Italia quelle più italiote di Berlusconi.

Adesso il ciclo è al suo culmine: simbolicamente Craxi lo aprì con l’abolizione della scala mobile, Renzi lo conclude con quella dell’articolo 18. Ma a questo punto Renzi ha già compiuto un passo avanti perché dai predecessori ha imparato una cosa: se non si vogliono subire i contraccolpi delle politiche fatte che ne hanno segnato la sconfitta, occorre assicurarsi un potere assoluto di governo. Su questo punto i predecessori ci hanno provato senza riuscirci dovendo fare i conti con l’opposizione del Pci ed eredi. Renzi, perciò, ha prima conquistato gli eredi e subito dopo, con la riforma costituzionale e con l’Italicum, ha piantato i pilastri del potere assoluto di governo.

Così egli ha già segnato due punti a suo favore e col Si ad ottobre, avendo già incassato la legge elettorale, vuole garantirsi il potere per i prossimi cinque anni (solo gli ingenui possono credere che se vincerà il prossimo referendum resisterà alla tentazione di saltare i congresso del partito e di portarci alle elezioni). Proprio per questo egli ha caricato di significato il referendum e sta già preparando il passaggio al gradino successivo, il prossimo referendum costituzionale, saltando non ha caso le amministrative perché in questo caso la vittoria non è facile.

A sinistra, adesso, si pongono, alla luce del referendum svolto, problemi decisivi e non rinviabili. Li elenco solamente sperando che su di essi si possa sviluppare un ampio confronto: in queste elezioni amministrative è determinante che la linea Renzi venga sconfitta; il prossimo referendum non nasce da una processo partecipato di raccolta firme, dobbiamo farlo vivere tra le persone nei contenuti e chiedere, con i radicali, che i quesiti vengano disaggregati per impedire il referendum su Renzi Si o Renzi No; dobbiamo trovare il modo di modificare al più presto la legge elettorale prima dello svolgimento del referendum; la sinistra Pd in questi mesi si gioca il suo futuro e determinerà quello del paese: occorre allora che essa agisca alla luce del sole sul referendum ed occorre, nel concreto delle scelte da fare, costruire una relazione tra tutte le forze che vogliono contrastare la deriva renziana prima che sia troppo tardi per arrestarla.

Il Fatto Quotidiano, 19 aprile 2016 (p.d.)

Cosa rappresenta per lui e per tutto il sindacato nemmeno lo domandiamo.
“La Carta –spiega Maurizio Landini, segretario dei metalmeccanici della Cgil – è il manifesto della Repubblica che ha il lavoro come fondamento”. E aggiunge: “ Se penso alla vicenda della Fiom con la Fiat che ci voleva escludere dalla contrattazione, la nostra partecipazione è stata garantita dalla Carta costituzionale e dalla Corte costituzionale”.
Dunque, la Carta al centro.

Avete paura di perdere? Informare i cittadini e far capire l'importanza del referendum non sarà semplice: la materia è ostica.

Alla luce delle intercettazioni che hanno svelato gli affari attorno a Tempa Rossa, manderei un messaggio molto preciso e semplice: il problema non è la Costituzione, il problema è la corruzione. La riforma Boschi mira a ridurre gli spazi di partecipazione dei cittadini e aumenta gli spazi di gestione autoritaria. Bisognerebbe con forza affermare che sempre la Corte costituzionale ha anche giudicato illegittima la legge elettorale con cui è stato eletto il Parlamento attualmente in carica. Il quale ha ben pensato di procedere a una riforma costituzionale, nonostante la dichiarazione d’illegittimità della consulta.

Questo ci racconta una certa spudoratezza.

Ma questo è anche il Parlamento dei record di cambi di casacca! Una legislatura che va avanti a colpi di fiducia. Stiamo vedendo solo un antipasto di quello che ci verrà servito se passa la riforma. Il punto non può essere Renzi o chiunque altro: le persone passano. Dobbiamo domandarci cosa – quale Paese – lasciamo a chi verrà dopo di noi. Io penso che la Costituzione andrebbe applicata, non modificata.

Renzi dice che il no si spiega solo con l’odio nei suoi confronti e che se non passa il referendum se ne va.

Questo è un messaggio da rispedire con forza al mittente. Deve smetterla: oltretutto non ha mai sottoposto ai cittadini un programma, governa con i voti di Bersani. E a proposito di questo: per redigere la Costituzione fu votata dai cittadini italiani un’assemblea che aveva questo esplicito mandato, cioè regolare il patto di convivenza, su quali principi si dovesse fondare il nostro vivere insieme come comunità. Tra l’altro quell’assemblea fu eletta con un sistema proporzionale. Lo sottolineo perché l’intenzione era quella di affermare al massimo il principio di rappresentanza.

Secondo lei a cosa è funzionale questa riforma?

I provvedimenti presi dagli ultimi governi sono quelli indicati dalla Bce nella famosa lettera al governo Berlusconi: pensioni, possibilità di licenziamento, processo di privatizzazione, cancellazione dei contratti nazionali. Vorrei ricordare anche quel report di JP Morgan, banca d’affari, che nel 2013 si premurò di spiegare che il problema europeo sono le Costituzioni dei Paesi del Sud Europa, troppo influenzate da idee socialiste. Applicare la costituzione vuol dire cercare di allargare gli spazi di partecipazione dei cittadini e dei lavoratori alla vita democratica. Non il contrario. Avanza l’idea di una Repubblica fondata sullo sfruttamento del lavoro e sul superamento della cittadinanza nei luoghi di lavoro.

In gennaio alla presentazione del Comitato per il No, Stefano Rodotà ha detto: “Il 2016 rischia di essere l'anno del congedo dalla Costituzione, mentre si preparano le celebrazioni per i 70 anni della Costituente”.
Io spero e credo che il 2016 sia l’anno in cui le persone devono essere messe di nuovo in condizione di poter decidere e partecipare. Inoltre, dal 9 aprile la Cgil ha cominciato una raccolta di firme per abrogare le leggi sbagliate che sono state fatte sul lavoro e per estendere i diritti a tutte le persone che lavorano.

Come legge i risultati del referendum sulle trivelle?

Ieri sono andate a votare 15,8 milioni di persone. E, di queste, 13,3 milioni hanno votato sì. In realtà, se mettiamo insieme i voti presi alle elezioni europee del 2014 del Pd e del Ncd - i partiti che ci stanno governando - sono meno di 12 milioni e mezzo. Questo dimostra che non è affatto scontato che il governo sulle scelte di politica economica e sociale che sta facendo abbia la maggioranza del Paese. Si è scontato il fatto che questo è stato un referendum nascosto dai mezzi d’informazione. Alla fine, sono scesi in campo anche il premier e un ex presidente della Repubblica per farlo fallire. Chi invita all’astensione incassa già il fatto che ormai quasi la metà degli italiani aventi diritto non votano, ciò determina situazioni paradossali. In Emilia Romagna, per il referendum è andato a votare il 34%. Due anni fa per l’elezione del presidente sono andati a votare il 37% degli aventi diritto. Anche Bonaccini non ha superato il “quorum”, ma è lo stesso governatore dell’Emilia. Il problema generale che si pone è che meno i cittadini esercitano gli strumenti democratici messi a loro disposizione, più aumenta il potere delle lobby e la distanza con la rappresentanza politica. Credo che i quasi 16 milioni di voti di ieri dicano che c’è richiesta di un nuovo modello di sviluppo, che oggi non ha rappresentanza, ma che non va lasciata cadere.
L’Eurodeputata Barbara Spinelli analizza la sciagurata proposta che l'italiano Renzi ha inviato a Bruxelles: e ne segnala puntualmente i 10 punti più preoccupanti. In sintesi, «disinteresse totale sui diritti umani».

Il Fatto Quotidiano, 19 aprile 2016 (p.d.)

La lettera inviata dal presidente del Consiglio Renzi al presidente della Commissione Jean-Claude Juncker e al presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, unitamente all’allegato “Patto sulla migrazione”, denotano un’impressionante indifferenza alle obiezioni rivolte alle politiche comunitarie dall’Alto Commissariato dell’Onu sui rifugiati, da Human Rights Watch e da Amnesty International. Sono del tutto ignorati i sospetti d’illegalità che gravano sull’accordo tra Unione e Ankara, e le reali condizioni dei fuggitivi rimpatriati in Turchia, che il governo Erdogan respinge in gran numero (un migliaio negli ultimi 6-7 mesi, compresi bambini non accompagnati), nelle zone di guerra siriane da cui erano originariamente scappati.

Si continua a parlare di “crisi dei migranti”, quando è ormai evidente che siamo alle prese, da anni, con una crisi di rifugiati. O per meglio dire: di una crisi dell’Unione e della sua capacità di fronteggiare un afflusso di rifugiati pari allo 0,2% della sua popolazione. Del tutto assente, nella lettera della presidenza del Consiglio come nell’allegato non paper, qualsiasi accenno all’obbligo di rispettare i diritti della persona e il principio del non-refoulement, da parte degli Stati europei come dei Paesi terzi. Simile omissione non sorprende, se si considera il piano nel suo insieme. Anche se largamente contestato, l’accordo con la Turchia è presentato come ammirevole modello per una serie di accordi simili: un modello che secondo Renzi deve essere “ulteriormente sviluppato” ed esteso ad altri Paesi africani, e in particolare a quelli che sono parte del processo di Khartoum e di Rabat (tra cui Paesi dominati da dittatori come Eritrea o Sudan). Obiettivo: una grande trattativa euro-africana, con forti promesse di assistenza finanziaria, per i rimpatri dei rifugiati e la “gestione delle frontiere” da parte dei Paesi terzi, sia di transito che di origine. Ecco i 10 punti più preoccupanti della proposta italiana:

1) La disgregazione dello spazio Schengen sarebbe dovuta alla “sfida migratoria”, e non a precisi difetti dei successivi Piani di azione adottati da Commissione e Consiglio dell’Unione, rivelatisi incapaci di una politica di asilo rispettosa delle leggi europee e internazionali (Carta europea dei diritti fondamentali; Convenzione di Ginevra).

2) Nessuna menzione è fatta di altri punti di crisi geopolitica, a parte quello siriano. Nessun accenno alla guerra in Afghanistan, cui il governo italiano continua a partecipare senza render conto dell’evoluzione del conflitto. Nessun accenno al caos creato dall’intervento militare in Libia del 2011. Nessun accenno alla dittatura in Eritrea, da cui fuggono in migliaia.

3) Discutibile la valutazione della rotta Mediterraneo centro-occidentale, riattivatasi dopo la chiusura di quella balcanica. La rotta verso l’Italia è descritta come “prevalentemente composta da migranti economici”, senza che siano fornite cifre attendibili e operando distinzioni arbitrarie e sbagliate.

4) Nel proporre l’accordo Ue-Turchia come modello di un globale piano di rimpatri, il governo italiano invita a valutare una serie di caratteristiche dei Paesi di origine e di transito da cui partono i fuggitivi (trend economici e sociali, sicurezza, cambiamento climatico) ma non il rispetto dei diritti delle persone, e in particolare di chi sceglie di chiedere asilo fuggendo verso Paesi rispettosi di tali diritti.

5) Il grande Patto Unione-Paesi terzi africani contempla una cooperazione globale e indiscriminata, poliziesca e giudiziaria, concernente la gestione della sicurezza lungo i confini del Paesi terzi, la “comune” lotta ai trafficanti, al terrorismo, alla droga: mescolando quello che non può essere mescolato.

6) Lo scopo è solo quello di ridurre la cosiddetta migrazione irregolare, omettendo di ricordare come tutti i rifugiati siano per definizione migranti irregolari.

7) Nella cintura del Sahel (Nord Senegal, Sud Mauritania, Mali centrale, Nord Burkina Faso, Sud Algeria, Niger, Nord Nigeria, Sud Sudan, Ciad, Nord Eritrea) si propone una presenza poco definita di forze di stabilizzazione europee, che collaborino con i Paesi in questione nell’ambito della sicurezza sia esterna che interna, senza chiedere il rispetto delle leggi internazionali.

8) In Libia si torna a prospettare un ulteriore sviluppo dell’operazione Eunavfor Med Sophia, e si pone l'accento sulla necessità di aiutare il governo più che fragile a fronteggiare sfide radicalmente diverse come i trafficanti, il terrorismo, il “management dei flussi migratori”. Si vuol “stabilizzare la Libia” per meglio rimpatriarvi i rifugiati, come nell’accordo Berlusconi-Gheddafi del 2008.

9) La gestione del Migration Compact proposto dal governo Renzi è essenzialmente affidata alle nuove Guardie di frontiera dell’Unione. I compiti di Frontex vengono estesi, senza alcun accenno alle deficienze insite in un’Agenzia dell’Unione di natura poliziesca, che non si occupa, se non in casi di estrema necessità, della ricerca e soccorso dei fuggitivi minacciati da naufragi in mare, e che ha dimostrato di non esser congegnata in maniera tale da rispettare pienamente i diritti dei rifugiati, permettendo loro di appellarsi a meccanismi di garanzia giuridica e di ricorso in caso di respingimenti abusivi o collettivi.

10) In questo quadro, l’accenno alle vie d’immigrazione legale – e alle “opportunità” che essa rappresenta dal punto di vista economico e demografico – assume un significato preciso e altamente restrittivo. Le vie si apriranno solo nella misura in cui le imprese europee si mostreranno interessate all’impiego di manodopera proveniente da Paesi terzi. Il riferimento è a una decisione presa dal Consiglio europeo nel 1999: ben prima che nascesse in Europa la crisi odierna dei rifugiati. L’espediente è notevole: si torna agli anni 90, fingendo che il presente non esista.

«La battaglia di un medico, l’università, il movimento di intellettuali a spronarlo. La Rai. Tutti insieme per restituire dignità a migliaia di malati, eppure trattati come bestie».

Il Fatto Quotidiano, 18 aprile 2016 (m.p.r.)

Niente Basaglia senza l’apporto di “intellettuali, scrittori, editori, giornalisti e artisti che dedicarono tempo e talento alla lotta per il cambiame nto” scrive John Foot, docente di Storia moderna italiana presso lo University College, nella “Repubblica dei matti”. E niente Basaglia, aggiungiamo noi, senza l'apporto della Rai che seguì le vicende del manicomio di Gorizia raggiungendo l'apice di ascolti (10milioni di persone) con lo speciale di Tv 7 I giardini di Abele di Sergio Zavoli. Che iniziava così “I malati di mente li troviamo sempre in fondo a un viale di periferia, forse perché la loro immagine non turbi la nostra esistenza...”.

La Rai che nel 1967 svolge a pieno il ruolo di servizio pubblico raccontando la grande intuizione di Franco Basaglia, direttore del manicomio di Gorizia che, al termine di una profonda rivisitazione del significato di malattia mentale, dell'esclusione sociale che porta con sé, pervase il mondo culturale e politico fino all'approvazione nel'78 della legge 180 e alla chiusura dei manicomi. «Un individuo malato ha, come prima necessità, non solo la cura della malattia ma molte altre cose: ha bisogno di un rapporto umano con chi lo cura, di risposte reali... di tutto ciò che anche noi medici che lo curiamo abbiamo bisogno. Questa è stata la nostra scoperta. Il malato non è solamente un malato ma un uomo con tutte le sue necessità».

Basta con le sevizie, gli orrori a cui erano condannati negli ospedali psichiatrici, paragonabili a lager nazisti. «Sembravano le marionette di un teatro dell'assurdo... i pazienti legati o rinchiusi in spazi asfissianti. Le urla e i lamenti. Era agghiacciante. Sembrava di essere in un carcere crudele e senza senso... nei primi anni Sessanta, fu sconvolgente constatare che c'erano esseri umani cui era stata tolta la dignità del vivere». È l'indelebile ricordo che Eugenio Borgna ex da direttore del reparto femminile dell'ospedale psichiatrico di Novara affida al collega Antonio Gnoli. Ma una volta abbattuti i muri dei manicomi restavano da abbattere, quelli, forse, ancor più pericolosi, i muri invisibili: quelli culturali.

Un esempio che viene ricordato da John Foot è il dopo il terremoto dell’Aquila, quando la protezione civile decide di «costruire una tendopoli dedicata ai servizi psichiatrici e ai loro pazienti, e solo a loro, ben distante dalla città per timore che in mezzo ai comuni cittadini potesse creare problemi nella gestione dell’emergenza. Il responsabile del servizio, Vittorio Sconci aveva risposto che non se ne parlava, che in Italia la salute mentale, per legge, non si persegue rinchiudendo o isolando i pazienti in strutture apposite, ma favorendone il reinserimento nella comunità; quindi anche i matti avrebbero dovuto essere accolti nelle tendopoli, come tutti».

La grande utopia di Basaglia: dare voce al silenzio di quegli sguardi persi nel nulla del dolore e dell'impotenza che si intravvedevano tra le inferriate. «La più grande rivoluzione italiana», come la definisce la storica Vanessa Roghi riconoscendo a Franco Basaglia il merito di essere stato il più importante intellettuale della storia dell'Italia repubblicana. Tutto inizia nel 1961: Franco Basaglia, il “filosofo” come veniva definito negli ambienti dell'Università di Padova, diventa direttore del manicomio di Gorizia e per la prima volta furono aperti i reparti, i malati partecipavano alle assemblee, e tornarono in possesso dei loro oggetti personali. Gli amministratori iniziano a sentire come propria la condizione in cui vivono i malati.

Basaglia, spiega Foot, ha bisogno di farsi capire dal mondo esterno che ospita gli ospedali. Sente su di sé l'ostilità di Gorizia che toccherà l'apice nel 68 quando un paziente tornato a casa per un giorno uccise la moglie. La reazione dell'opinione pubblica fu durissima. Basaglia lasciò l'ospedale di Gorizia per quello di Trieste, i suoi collaboratori si divisero tra alcune città e Paesi del sud del Mondo. Se qualcuno gli avesse chiesto cosa fosse l'utopia avrebbe risposto, per dirla con Eduardo Galeano: «È come l'orizzonte: cammino due passi, e si allontana di due passi. Cammino dieci passi, e si allontana di dieci passi. L'orizzonte è irraggiungibile. E allora, a cosa serve l'utopia? A questo: per continuare a camminare». Chiudere i manicomi per lui era un imperativo: la libertà è terapeutica. E la legge 180 restituisce finalmente il diritto di cittadinanza alle persone con disturbi mentali. «Se volete vedere una realtà dove si elabora un sapere pratico, andate a Gorizia» disse Jean-Paul Sartre.

Una legge che pur restando una pietra miliare, ancora oggi fatica nella sua completa attuazione. Chi sembra aver fatto sua l'affermazione di Muriel Rukeyser: «Dicono che il mondo è fatto di atomi ma il mondo è fatto di storie che permettono di convertire il passato nel presente, di trasformare il distante nel vicino» è Ernesto Buondonno con il libro Frammenti. Piccole storie di psichiatria edito dalla rivista nazionale di psichiatria democratica. A 90 anni, lo psichiatra seguace di Basaglia, primario e direttore anche del manicomio di Fermo, con la penna dell'umiltà intinta nell'inchiostro dell'umanità, racconta la drammatica e straordinaria esperienza di liberazione dei reclusi.

Storie per imparare a riconoscere la grandezza nascosta nelle piccole cose, scritte «tenendo un occhio nel microscopio e un altro nel telescopio». Protestava da molti anni per essere dimesso. «Un giorno un infermiere lo mise alla prova: esci, vai via» gli disse. Lui si avvicinò al cancello aperto, si fermò perplesso e poi rientrò. In manicomio veniva considerato un ribelle irrecuperabile tanto che una volta un direttore gli disse: «Tu sei il più matto di tutti, vedi quell'albero? Va a parlare con lui io non ti ascolto». Ma non era affatto stupido, non voleva essere cacciato come un cane, voleva essere dimesso con tutte le regole e le tutele. Era refrattario ad una vita senza amore e speranza. La concreta liberazione dal manicomio prevedeva una adeguata rete di servizi che si sarebbero fatti carico di lui. Non era una vaga utopia. Lui aveva chiara la distinzione tra liberazione e abbandono». Dopo molti anni, Buondonno, lo incontra in banca. Dopo aver parlato del più e del meno prima di salutarsi, lui rivolgendosi alla cassiera disse: «Trattate bene questo dottore, è mio amico, mi raccomando». Colsi nella sua voce l'espressione premurosa verso un amico anziano. Quella grande esperienza rivoluzionaria non finirà mai finché resterà viva la capacità di conservare la dignità di emozionarsi e sbalordirsi”.

«In Europa l’apprensione è stata generata dall’immagine di disorganizzazione e di mancanza di solidarietà tra gli Stati europei. Se i flussi fossero stati gestiti diversamente, si sarebbe evitata una paura crescente». Intervista di Maurizio Caprara a Filippo Grandi,

Corriere della Sera, 18 aprile 2016 (m.p.r.)

«I movimenti di popolazioni sono inevitabili. Respingere i migranti con le barriere è un’ingenuità». Così dice al Corriere il responsabile Onu, Filippo Grandi.

«Certo in Italia non è in corso un’invasione. E se si riescono a trovare gli strumenti europei per rispondere all’attuale flusso di profughi non ci sono motivi di apprensione», ha detto al Corriere della Sera Filippo Grandi, l’alto commissario dell’agenzia delle Nazioni unite per i rifugiati, dopo essere intervenuto ieri all’assemblea generale della Commissione Trilaterale riunita a Roma. L’Unhcr, sigla di United Nations High Commissioner for Refugees, è una struttura dotata di antenne utili per farsi un’idea non improvvisata su che cosa si muove nel mondo, sugli spostamenti di massa: è costituita da 9.700 persone al lavoro in 126 Paesi per assistere 60 milioni di profughi. Grandi è il primo italiano a guidarla.

Lontano dai luoghi di impatto e concentrazione dei flussi, la realtà è davvero quella allarmante che si percepisce guardando alcune trasmissioni in tv o leggendo molte dichiarazioni politiche? E le risulta che nei primi tre mesi e mezzo del 2016 gli sbarchi in Italia abbiano aumentato gli arrivi di profughi e migranti del 55% rispetto al 2015?

«La nostra lettura è che al 15 aprile c’è stato l’11% in più di arrivi rispetto allo stesso periodo del 2015. Si è registrata un’intensificazione in gennaio e in marzo. Occorre vedere che cosa accadrà quando sarà passato più tempo dalla chiusura della rotta di passaggio dal Medio Oriente alla Turchia».

C’è chi teme più sbarchi di siriani. Ha senso temerlo?

«Per adesso verso l’Italia si è registrato un leggero aumento di arrivi di persone da tempo bloccate in Libia, per lo più africane. Bisognerà vedere se aumenteranno i siriani e altri da quella regione, in quel caso significherà che si è sviluppato un nuovo percorso dal Medio Oriente. Comunque sarà impossibile fermare questo fenomeno soltanto con strumenti di chiusura».

Perché?

«I movimenti di popolazioni, oggi, sono inevitabili. La tecnologia che noi abbiamo in Occidente per i nostri spostamenti è a disposizione anche di chi si muove da Paesi meno abbienti e dei trafficanti di esseri umani. Che si tratti di rifugiati o di migranti per ragioni economiche credere di respingerli con barriere è un po’ ingenuo. Capisco che dal punto di vista elettorale possa servire dirlo. Sul breve periodo. Ma il problema si ripresenterà».

E perché secondo lei non dovrebbe derivarne apprensione?

«In Europa, oltre che dalle propagande alle quali accennavo, l’apprensione è stata generata l’anno scorso dall’immagine di disorganizzazione e di mancanza di solidarietà tra gli Stati europei. Se i flussi fossero stati gestiti diversamente, si sarebbe evitata una paura crescente».

Le sembra mancata capacità di decidere o di agire?

«Le decisioni erano positive quando l’estate scorsa l’Europa, anche se non tutti i suoi Stati, ha stabilito di ricollocare al suo interno rifugiati venuti da fuori. Però poi la redistribuzione non è stata applicata. Così ci sono stati arrivi non coordinati in Germania, Svezia e Austria, con impressione di disordine. E si è avuto un imbottigliamento totale in Grecia, un Paese nel quale adesso si trovano oltre 50 mila persone in più e al quale andrebbero aumentati gli aiuti».

Ripartire i rifugiati in base a quote tra Stati dell’Unione Europea avrebbe ridotto le presenze in Italia, Paese che comunque per molti di loro non è la meta finale. Quali altri effetti avrebbe prodotto la «ricollocazione»?

«Si sarebbe dimostrato che il problema era gestibile. La scelta in seguito è stata di “esternalizzare” (come le aziende che assegnano a esterni servizi prima forniti dalle stesse imprese, ndr ) i confini europei. È il senso dell’accordo con la Turchia».

Quanto conta come fattore di attrazione di migranti il mercato nero del lavoro?

«Noi ci occupiamo di rifugiati, ma anche il resto è sotto i nostri occhi. Se organizzare meglio i flussi è una parte della risposta a questo fenomeno, farlo per i migranti economici è fondamentale. L’Europa ha bisogno della forza-lavoro derivata dalle emigrazioni. L’importante è offrire alternative organizzate ai canali attuali, e ciò darebbe una spallata ai movimenti irregolari. Per riuscirci però occorre agire su grandi numeri. Oggi si parla di invasione, ma in realtà…».

In realtà?

«…i migranti arrivano irregolarmente e quindi possono essere più facilmente sfruttati».

Quali sarebbero le strade adatte secondo lei?

«Il gesto di papa Francesco a Lesbo è stato eccellente. Prendendo con sé tre famiglie di rifugiati siriani ha dato l’esempio, e il suo non poteva non essere simbolico. Si darebbe un colpo a trafficanti e scafisti se nell’Ue e nel mondo si predisponessero per il 10% dei profughi siriani - circa 400 mila persone su oltre 4 milioni adesso raccolte in prevalenza in Libano, Giordania e Turchia - canali legali con ricongiungimenti familiari, borse di studio, visti umanitari privilegiando i più deboli. Poi occorre agire per fermare le guerre, anche se richiede tempo».

«Voglio chiarire qualcosa di importante alla comunità europea ed anche agli egiziani: il nostro lavoro è proteggere una nazione di 90 milioni di persone. Non potete immaginare cosa succederebbe al mondo intero se questo Paese crollasse». Lo stato di polizia con conosce eccezioni: Italia, Egitto, ... .

La Repubblica, 18 aprile 2016 (m.p.r.)

Parigi. «Siamo esposti a forze malvagie che cercano con tutte le loro energie di scuotere la stabilità dell’Egitto e tentano di dare un’impressione non vera su quello che succede nel nostro Paese». Abd al-Fattah Al Sisi è costretto alla difensiva nel giorno dell’arrivo di François Hollande al Cairo. I due leader si abbracciano a bordo pista, poi però la conferenza stampa congiunta prende una piega non gradita al presidente egiziano. «I diritti dell’uomo sono un mezzo per lottare contro il terrorismo» dice subito Hollande rispondendo alla domanda di una cronista francese sulle continue violazioni dei diritti umani. Al Sisi è visibilmente innervosito dall’argomento. Il leader socialista, accusato in patria da alcune Ong di un “silenzio assordante” a proposito di repressione e abusi del regime del Maresciallo, è costretto a prendere una posizione ufficiale. «La lotta contro il terrorismo», spiega Hollande, «suppone fermezza, ma anche uno Stato, ed uno stato di diritto, è questo che la Francia evoca quando parla di diritti umani: i diritti umani non sono un vincolo, sono anche un modo di combattere il terrorismo».

La visita di Hollande era prevista da tempo per suggellare nuovi affari tra i due Paesi e discutere di questioni internazionali, dalla Siria alla Libia. Ma il debutto è teso. Hollande sostiene di aver parlato con Al Sisi sia del caso di Giulio Regeni che di quello di Eric Lang, insegnante francese trovato morto in un commissariato del Cairo nel 2013. «Ne ho discusso con il presidente perché ci sono domande che riguardano questi ed altri incidenti» ha sottolineato Hollande.
«Accuse che puntano ad indebolire la polizia, la giustizia» risponde Al Sisi. «Ho offerto le mie condoglianze per la morte del ricercatore italiano più di una volta. Ho detto che siamo trasparenti e siamo pronti a ricevere qualsiasi team investigativo ». Il presidente egiziano poi però aggiunge, quasi come una minaccia: «Voglio chiarire qualcosa di importante alla comunità europea ed anche agli egiziani: il nostro lavoro è proteggere una nazione di 90 milioni di persone. Non potete immaginare cosa succederebbe al mondo intero se questo Paese crollasse». E sulla richiesta di rispetto dei diritti umani la conclusione è netta: “le norme europee non possono applicarsi a Paesi in difficoltà come l’Egitto. L’area in cui viviamo è molto turbolenta».
L’accoglienza al leader francese non è insomma delle migliori a dispetto delle gigantografie disseminate per le strade del Cairo con il messaggio: “Benvenuto François Hollande”. Per il capo di Stato arrivato da Parigi è una tappa cruciale della tournée in Medio Oriente cominciata sabato in Libano e che terminerà domani in Giordania. Hollande era già andato nove mesi fa in Egitto per l’inaugurazione dei lavori sul Canale di Suez, tra i pochi leader occidentali presenti, un gesto molto apprezzato da Al Sisi. Il nuovo viaggio dovrebbe portare alla firma di accordi commerciali per oltre un miliardo di euro. Le relazioni tra i due leader sono “di grande fiducia” sottolinea a Repubblica una fonte diplomatica. L’Eliseo considera il presidente egiziano una pedina fondamentale nella stabilizzazione della regione, sul nuovo asse Cairo- Riad.
Nei giorni scorsi, Hollande si era impegnato ad affrontare durante la visita il caso del ricercatore italiano ucciso e di Lang. La famiglia di quest’ultimo ha accusato il governo di voler “insabbiare” l’affaire. In un primo tempo, l’Eliseo sperava di poter discutere in via riservata delle questioni più sensibili ma la pressione internazionale, con il New York Times che ha definito “vergognoso” l’atteggiamento della Francia, è diventata insostenibile. Hollande aveva già avuto modo di parlare degli abusi del regime quando Al Sisi era venuto la prima volta a Parigi, nel novembre 2014. Il Maresciallo aveva dato allora una risposta tagliente: «Sono al cento per cento per i diritti umani, ma non adesso».
La Repubblica, 17 aprile 2017

CON la visita a Lesbo papa Francesco ha deciso di esporre, sul fronte politico più caldo di questo momento, tutta la sua forza e tutta la sua impotenza. Ha compiuto un gesto che s’iscrive nel quadro dei grandi gesti profetici e apocalittici mancati ai decenni recenti e affidati ad una impossibile storia dei “se”: se Pio XII fosse andato a Palazzo Salviati a via della Lungara, la sera del 16 ottobre 1943, dove erano stati portati gli ebrei di Roma...; se Giovanni Paolo II in visita in Cile avesse chiesto a Pinochet di accompagnarlo al forte “Silva Palma” a Valparaiso, dove si torturavano i desaparecidos... La ricerca storica ci insegna la ragioni per cui questo non accadde: la convinzione di dover agire diplomaticamente, di poter far meglio dialogando con quei poteri, qualche illusione politicistica, e via dicendo.

Davanti al dramma di popoli in fuga da un segno apocalittico come la guerra – «a bello fame et peste», dicevano le litanie – è accaduta, invece, la visita di Francesco a Lesbo. Dove arriva una disperazione che non ha nulla di comparabile alla Shoah, che non ha dietro la spietatezza della realpolitik americana: ma che imponeva anche il papato di delle scelte. E Francesco ha fatto la sue.
Ha compiuto un atto liturgico di intercomunione con l’ortodossia, toccando insieme la carne del Cristo povero nei poveri. Ha scelto di compiere un gesto di umiliazione: e alla propaganda jihadista sui crociati mostra un credente disarmato che può solo carezzare qualche viso di quelli che hanno vissuto per decenni sotto le bombe e devono fuggire portandosi la vita come bottino. E ha compiuto un grande gesto politico.

Che consiste nel girare le spalle alla politica, volgersi dalla parte delle vittime e parlare (anche alla politica) solo rimanendo lì, accanto al corpo di Abele: l’Abele dei morti distesi sul fondo dei mari che separano le terre della guerra dalle terre [della]paura; l’Abele degli innocenti vivi e piangenti che gli sono parati innanzi con gesti che mimavano gli episodi stessi del Vangelo.

«Troverete qualche lacrima da asciugare» disse papa Giovanni la sera del discorso della Luna; Francesco è andato a dare la carezza del Papa ai bambini che piangevano disperati, che si sono prostrati davanti a lui in un gesto straziante che consegnava ad un uomo andato a dire «non perdete la speranza», tutta la disperazione inconsolabile di chi è in fuga e rischia di essere ributtato nelle mani di chi ha caricato i propri campi di profughi da usare come arma e come leva di un ricatto che ha funzionato benino.

Da quel punto-Abele ha lanciato un messaggio politico che denuncia l’impotenza di un’Europa che si misura con questi drammi, o facendosi portare dagli amici – Tajani ne aveva ha fatto un mestiere – simpatici capi religiosi che rassicurano una società secolarizzata sulla bontà delle “religioni” o facendo qualche domanda sbagliata alla sociologia religiosa di solito francese... La soluzione che Francesco ha “implorato” infatti non è fatta di principi: legge naturale, norme morali, concetti di civiltà; ma di una prossimità reale di cui ha dato l’esempio andando solo (si portasse il presidente della conferenza episcopale europea non sarebbe male) insieme al Patriarca Ecumenico e ai suoi metropoliti.

Esattamente come ha imposto ai vescovi cattolici di prendere in mano le situazioni “cosiddette irregolari” così ha fatto coi migranti. Il Papa ha stabilito che i vescovi debbano prender in mano personalmente quei drammi e i disastri degli amori estinti non perché pensi che i vescovi sappiano dire parole appropriate: ma perché pensa che sia indispensabile ai vescovi per essere vescovi. E allo stesso modo il papa sa che non saranno le parrocchie dello staterello Vaticano o gli episcopi che aprono qualche stanza ad alcune famiglie a risolvere il dramma di milioni di persone cacciate da casa da guerre lucrose e da lucrosi maneggi politico-petroliferi: sa, però, che aver vicino anche solo un poco di quel disastro rende umano chi lo fa, e disumano chi non lo fa.

«Chi alza muri non è cristiano» ha detto rispondendo a una battuta di Trump che credeva di poter fare lo strafottente col vescovo di Roma. A Lesbo ha spiegato che chi non vuol vedere la sofferenza del carcerato – che “è” il Cristo dice Matteo 25 – non è umano.

Perché come dice Francesco «siamo tutti migranti»: e a forza di muri e confini questo continente che ha inventato le guerre di religione, la guerra totale, il colonialismo, i totalitarismi, lo sterminio e la pulizia etnica, finirà per ripetersi. E perché come dice Bartholomeos «la società sarà giudicata per come vi tratta »: in senso etimologico una Europa “se-cura” – cioè che si libera dal prendersi “cura” di nessuno – è una utopia destinata a dar frutti malvagi.

Per una Europa che si “cura” della pace e della giustizia di terre dimenticate, dove i grandi affari generano grandi cinismi, non basta il disegno di un bambino afghano messo sul tavolo del Papa. Le tre famiglie che diventano rifugiati in Vaticano non sono “la” soluzione di questo dramma epocale: hanno senso se sono un promemoria, un gesto che suscita qualche santa emulazione nei vescovi, nei credenti, negli europei.
«Il movimento francese contro il Jobs act di Valls e Hollande dilaga in tutto il paese. La protesta degli studenti e dei precari contro la riforma del lavoro coinvolge i ferrovieri e i portuali. In migliaia restano nelle piazze fino a notte fonda. A due settimane dal gigantesco sciopero contro il governo socialista, gli orologi sono fermi.

Il Manifesto, 15 aprile 20916

A più di cinque settimane dal primo sciopero di protesta contro la riforma del lavoro, il 9 marzo, la Loi El Khomri sembra un effetto goffamente indesiderato. La legge di troppo, quella che ha fatto traboccare il vaso dell’insofferenza ed è riuscita a coagulare la rabbia delle vite precarie di giovani e lavoratori esposti ai contraccolpi della crisi economica e sottoposti da oltre cinque mesi alla cappa asfittica dello stato di emergenza. E infatti ni chair à patron, ni chair à matraque (non siamo carne da macello per le imprese né per i manganelli) è diventato il ritornello della protesta.

Se la difesa dello statuto dei lavoratori sotto attacco è il primo punto all’ordine del giorno, la posta in gioco della mobilitazione è ben altra. Al coordinamento nazionale degli studenti medi, che sabato e domenica si è riunito per la prima volta a Nanterre, c’è perfino chi suggerisce di votare la rivoluzione. Nelle assemblee universitarie (miste, non miste, di dipartimento e interfacoltà), che si susseguono e si moltiplicano a scadenze ravvicinate, il lavoro è in questione: si discute delle 32 ore, dei sussidi di disoccupazione, di basic income e organizzazione sindacale.

C’è chi perora la causa dei contratti a tempo indeterminato, chi dice “lavorare tutti/lavorare meno” e chi, come Selim, al quarto anno di filosofia alla Sorbona, di lavoro salariato non vuole sentire parlare perché andrebbe abolito. L’assemblea degli studenti di filosofia di Paris 1, riunita lunedì nell’anfiteatro Turgot, si confronta a lungo sulla mozione che propone l’aumento di 300 euro del salario minimo (Smic). Per alcuni è una mossa al ribasso, per Mathieu, che la difende a spada tratta, “non significa la fine del capitalismo, ma è una misura concreta che può servire a qualcosa”; alla fine conquista i pareri degli scettici e la maggioranza è favorevole.

Fare deragliare il governo”

Rapidamente nel corso delle riunioni studentesche è maturata la consapevolezza che non è possibile combattere la Loi Travail senza espandere il perimetro della contestazione: quindi si esige anche la fine dello stato di emergenza, si chiede la revoca della nuova legge contro la prostituzione che criminalizza i clienti, si condannano gli sgomberi degli accampamenti dei rifugiati, si chiede il rilascio immediato dei manifestanti fermati e si decidono azioni concrete di sostegno ai lavoratori in lotta.

La lettera indirizzata ai ferrovieri della Gare d’Austerlitz dagli studenti di Paris 1 e dell’Ecole Normale Supérieure comincia così: “Cari lavoratori e lavoratrici, […] il 31 marzo eravamo più di un milione in piazza a manifestare e a esprimere in massa e con entusiasmo la nostra collera e il rifiuto categorico di questa progetto antisociale. La pioggia e i manganelli non sono riusciti ad abbatterci”. Se il calendario di mobilitazione previsto dalle direzioni sindacali rischia di “dividere il movimento proprio nel momento in cui è fondamentale restare uniti”, gli studenti prendono l’iniziativa da soli e invitano i ferrovieri a Tolbiac, a partecipare sabato mattina a un’assemblea interprofessionale di quartiere con i postini, gli insegnanti, il personale dell’ospedale della Pitié-Salpêtrière e altri lavoratori mobilitati. Se “la convergenza delle lotte non è un mito, né il disco rotto di militanti ottusi, ma la sola carta vincente di questo movimento”, allora bisogna darsi da fare.

E gli studenti non perdono tempo: in duecento martedì pomeriggio hanno fatto incursione alla stazione di Saint-Lazare per dare manforte ai travailleurs debout con la proposta di “far deragliare insieme il governo”. L’obiettivo di questo e altri interventi a fianco di un settore tradizionalmente combattivo, e ora in lotta contro l’attuale riforma dello statuto dell’impresa ferroviaria oltre che contro la Loi Travail, è il tentativo di rinnovare le relazioni pericolose tra studenti e ferrovieri e far scoccare la scintilla sui binari per accendere la fiamma dello sciopero generale, come accaduto a maggio del 1968 e a novembre del 1995.

Call Center, la catena della miseria
Karim, delegato di Sud Rail, che lavora nelle officine di manutenzione dei Tgv e degli Eurostar di Saint-Denis, prende la parola all’incontro sulla convergence des luttes organizzato dal comitato di mobilitazione di Paris 8. “Venite a trovarci in stazione e in officina, perché abbiamo bisogno di sapere che c’è gente là fuori che non aspetta altro che paralizziamo tutti i treni”. Marie, studentessa di Paris 8, raccoglie l’invito: “Se non lo facciamo noi che abbiamo tempo ed energia a disposizione, chi lo deve fare questo lavoro?”. La parata di lavoratori e studenti in lotta che chiedono e promettono di sostenersi a vicenda continua.

Ci sono anche Moustafa e Karine di Air France, Alexis della RATP, l’azienda metropolitana di Parigi, Elisa della coordination degli intermittenti dello spettacolo, e il collettivo degli operatori sociali del 93, un distretto alla periferia nord della capitale. Luís lavora al 3949, il call center del collocamento.

“Lo chiamiamo il gulag perché è un inferno. Noi lavoriamo come sorvegliati speciali, mentre i disoccupati che telefonano ci trattano come se fosse colpa nostra”. Luís racconta la “catena della miseria” che nelle banlieues si propaga all’infinito. Per questo “la battaglia contro la Loi El Khomri deve farsi carico delle periferie dove il lavoro è già una tragedia e per essere fermati dalla polizia non serve neanche manifestare”. Kenza, del coordinamento degli studenti medi, fa appello all’unità contro le intimidazioni.

Cgt: se la polizia tocca uno studente, blocchiamo i porti

Dopo il caso (virale su youtube con oltre due milioni di visualizzazioni) di Danon del liceo Bergson, a Parigi, preso a pugni da tre poliziotti che gli hanno spaccato il naso, e la vicenda di Ryan, il quindicenne fermato per 24 ore con l’accusa di aver tentato di bruciare un cassonetto davanti al liceo Voltaire, che ora rischia fino a 10 anni di prigione e 75mila euro di penale per danneggiamento di beni materiali suscettibile di causare danni a terzi, al liceo Blanqui, a Saint-Ouen, i militari pattugliano l’ingresso dell’edificio, formalmente per ottemperare al piano Vigipirate antiterrorismo.

Manuela lavoratrice portuale di Le Havre, in Normandia, lancia una proposta concreta: “Da noi la CGT ha votato una mozione semplice: se la polizia tocca uno studente, blocchiamo il porto, e finora la minaccia ha funzionato”. Applausi.

Contro la tentazione diffusa a isolare i casseurs (letteralmente “quelli che spaccano”), la portavoce del coordinamento nazionale degli universitari Aïssatou Dabo ha replicato che “la violenza sta tutta da una parte sola”. Gli studenti, insomma, non ci cascano. E il fatto che qualche migliaio di poliziotti abbia sfilato il 7 aprile scorso all’appello del sindacato Unité-police SGP-FO per chiedere una riqualificazione professionale e remunerativa all’altezza degli sforzi supplementari imposti dallo stato di emergenza, è forse la cartina di tornasole più palese di uno stato di repressione, che è riuscito ad affaticare non solo chi lo subisce ma perfino chi lo infligge.

Place de la République: centro irradiatore

Finora, nonostante gli incidenti di percorso, gli studenti hanno dimostrato di avere tutto quello che serve per continuare la protesta: i piedi per terra, per correre e sfuggire alle cariche della polizia, e la testa sulle spalle, per non lasciare che la divisione mediatica tra buoni e cattivi si insinui a frantumare il movimento. Il corteo del 5 aprile è stata una bella prova di solidarietà. A Parigi la manifestazione è finita dopo ore e ore di presidio davanti al commissariato di Rue de l’Evangile in attesa che i compagni arrestati venissero rilasciati (130, di cui molti adolescenti) e si è conclusa con una marcia trionfante e spontanea che poi è confluita verso la Place de la République per ripartire di nuovo, a tarda notte, verso il Quartiere Latino e erigere le barricate sul Boulevard Saint-Germain aspettando la liberazione degli ultimi fermati.

La place de la République, che solo pochi mesi fa era stata investita dal lutto commemorativo degli attentati di novembre, è stata designata dai promotori della Nuit debout a epicentro della protesta. La trovata viene da lontano e risale a una riunione organizzata il 23 febbraio alla Camera del lavoro, non lontano da lì, su iniziativa della redazione del giornale satirico Fakir, diretto da François Ruffin, il regista del film Merci patron!, che sta riscuotendo un successo sorprendente nelle sale e nelle piazze francesi.

In quell’occasione lavoratori, precari, studenti e sindacalisti hanno lanciato la proposta di inventare un modo per “mettere paura” al governo. Quando a marzo quell’iniziativa ha incrociato il percorso della battaglia contro la Loi Travail, è nata l’idea di occupare République, a partire dalla notte del 31 marzo, per perpetuare il movimento e fare in modo che il 1 aprile non segnasse una battuta d’arresto della protesta cristallizzata dallo sciopero del giorno precedente. Così è nato il nuovo calendario che sta prolungando all’infinito il mese di marzo.

Straripamenti

Trascorrere la nuit debout significa rimanere svegli e vigili, ma restare anche in piedi, ben dritti pronti a resistere e contrattaccare. Occupata dopo tre settimane dall’inizio della mobilitazione contro la Loi Travail, la Place de la République, non è il “crepuscolo dei bobo” (bourgeois-bohémiens) che vorrebbe Le Figaro, ma un centro di irradiazione delle lotte. La manifestazione del 9 aprile, partita da République e conclusa tra cariche e lacrimogeni a Place de la Nation, verso sera è tornata al punto di partenza. Da lì ancora centinaia di manifestanti hanno lanciato la proposta di andare a prendere l’aperitivo a casa del primo ministro Manuel Valls. E dopo una lunga scorrazzata in giro per i quartieri del centro – unica vittima un veicolo elettrico dell’autolib, il servizio di car sharing di proprietà del gruppo Bolloré, antico marchio del capitalismo francese dal 1822 – tutti sono riconfluiti di nuovo in piazza cercando di bloccare il traffico dei boulevard limitrofi.

Per prevenire altri “straripamenti”, paventati dalla sindaca socialista della capitale Anne Hidalgo, l’ennesimo sgombero della Place de la République minacciato per la notte di domenica, è avvenuto prevedibilmente all’alba di lunedì, ma la piazza è stata altrettanto prevedibilmente rioccupata dai protagonisti della Nuit debout. All’appello del segretario del Partito Socialista, Jean-Christophe Cambadélis rivolto ai CRS debout! (Celerini in piedi!) la piazza ha risposto per le rime: Paris debout, Valls à genoux! (Parigi in piedi, Valls in ginocchio). E intanto dalle tante piazze francesi della Nuit debout meno celebrate dai riflettori, ma combattive e persistenti, si fa strada l’idea di un appuntamento parigino nazionale, mentre si moltiplicano le notti brave anche nelle periferie della capitale grazie agli sforzi delle assemblee interprofessionali e delle associazioni di quartiere.

Anomalia francese

L’occupazione della piazza evoca inevitabilmente i precedenti illustri di questi ultimi anni – Puerta del Sol, Zuccotti e Gezy Park. Ma i paragoni aiutano fino a un certo punto e rischiano di annacquare l’anomalia francese. Intanto, a differenza del 15-M e di Occupy, la Nuit debout si inscrive all’interno di un movimento sociale nato per contestare un provvedimento di legge che rimette in discussione i capisaldi del diritto del lavoro; non a caso lo sciopero generale, profondamente inscritto nella tradizione del movimento operaio di questo paese, è una delle parole d’ordine della protesta.

E a République tra le tante commissioni che si riuniscono quotidianamente o quasi – Françafrique, azione, democrazia, migrazione lgbt+, educazione, femminismo, economia, discriminazione – per poi presentare lo stato dei lavori ogni sera in assemblea c’è anche la commissione grève générale. In secondo luogo si tratta di un movimento offensivo che ha dato ripetutamente prova di voler forzare limiti e divieti imposti dall’ordine pubblico, pur incanalando la collera nei ranghi della strategia. Merita di non essere trascurata nemmeno la partecipazione delle organizzazioni politiche e sindacali all’esperienza della Nuit debout. Il processo di erosione della legittimità di queste stesse organizzazioni che aveva largamente ispirato l’M15, è per ragioni storiche e congiunturali meno pronunciato in Francia che in Spagna.

Furiosamente espansivi

La dinamica della piazza è furiosamente espansiva. A République non solo confluiscono le tante anime della protesta, ma da lì defluiscono per mobilitare altre forze e altri spazi. La convergence des luttes, un cavallo di battaglia di vecchia data nella storia dell’extrême gauche francese, è nel ritmo prima e oltre che nello spazio, e consiste nel tentativo di sincronizzare gli orologi della lotta. Il tous ensemble, l’arma gloriosa degli scioperi del 1995 contro la riforma del welfare dell’allora primo ministro di Chirac, Alain Juppé, e l’obiettivo dichiarato di questo movimento, non può che essere il risultato di una trama composita di tempistiche non allineate.

Per questo tra le fila dei militanti sindacali, degli studenti e di tanti lavoratori mobilitati c’è timore che le direzioni confederali, la Cgt in primis, rischino di bruciare i tempi rinviando la convocazione del prossimo sciopero al 28 aprile. Per ora le gentili concessioni di Valls agli studenti non hanno sortito alcun esito, mentre Cgt, Sud, Fo, Fsu mantengono la richiesta del ritiro in blocco della Loi Travail.

Se ci fossero ripensamenti da parte dell’Unef, il principale sindacato degli universitari e il più moderato, il coordinamento nazionale degli studenti sarà pronto a contestare qualsiasi accordo unilaterale. A fine aprile inizia perciò il secondo round della mobilitazione: dopo lo sciopero intersindacale del 28, che alcuni settori sembrerebbero pronti a prolungare, la discussione della legge debutterà in Assemblea Nazionale il 3 maggio – qualche settimana prima del processo agli operai di Air France protagonisti a ottobre dell’affaire delle camicie strappate, fissato per il 27 maggio – per concludere a giugno l’iter parlamentare. Difficile fare previsioni in attesa di questo secondo round.

Intanto un nuovo movimento sociale ha cominciato a prender forma, tramutando la rabbia, la crisi, e i tempi bui dell’état d’urgence in qualcosa di nuovo e fortunatamente imprevedibile. “Non sapevano che fosse impossibile, allora l’hanno fatto”, direbbe Mark Twain.

«Soluzione simile all’accordo con la Turchia. Palazzo Chigi convince le capitali dell’Unione». In sintesi: Prendere tutti i finanziamenti europei destinati all'Africa e affidarli a governi corrotti perché impediscano ai loro popoli di uscire dai confini, «anche grazie a soldi e tecnologia Ue». Una felice intuizione della coppia Merkel-Erdogan ripresa e sviluppata da Matteo Renzi. La Repubblica, 16 aprile 2016

Migration Compact, la proposta italiana per risolvere la crisi migranti che ieri Matteo Renzi ha inviato alle istituzioni europee. L’accoglienza a Bruxelles è stata buona e diversi governi, anche quelli dell’Est contrari ad una gestione comune dei flussi, sembrano d’accordo con l’approccio “contrattuale” proposto dall’Italia verso i paesi terzi, in particolare quelli africani: offrire soldi e aiuti in cambio di un impegno a bloccare le partenze verso l’Europa. L’Italia però preme, vuole che l’Unione segua questa strada molto rapidamente.
DIMENSIONE ESTERNA
La filosofia del Migration Compact è quella di concentrarsi su tutti i paesi terzi nello stesso modo con il quale un mese fa sono state chiuse le rotte dalla Turchia. Soldi in cambio di collaborazione. Altrimenti tutte le misure proposte fin qui dall’Unione, come la redistribuzione automatica dei richiedenti asilo tra i 28 o la guardia di confine e costiera Ue, non risolveranno la crisi. D’altra parte dalla Libia arrivano migranti economici, non richiedenti asilo, dunque non riallocabili negli altri paesi europei e destinati a restare da noi. Per questo secondo il governo occorre tamponare i flussi nei paesi di origine e transito in Africa.

AFRICA BONDS
Nelle 4 pagine del documento italiano prima vengono le offerte ai paesi africani. Innanzitutto, mettere in piedi un Fondo europeo per gli Investimenti nei paesi terzi nel quale stornare tutti i soldi che oggi l’Europa usa per l’Africa da destinare a opere socialmente utili. Secondo, creare gli Ue-Africa Bonds per aiutare i partner africani a investire in crescita e innovazione. Terzo, privilegiare la collaborazione sui migranti in tutti i programmi Ue in Africa e creare missioni regionali per gestire i flussi. Quarto, regolare i migranti economici con quote di ingresso destinate solo a chi conosce la lingua e ha frequentato corsi preparatori. Infine, compensare i costi dei paesi africani che adotteranno il diritto di asilo per gli stranieri.

STOP ALLE PARTENZE
In cambio di queste offerte nella logica del “ do ut des”, i paesi di origine e transito devono garantire controlli effettivi delle frontiere e una riduzione dei flussi verso l’Europa (anche grazie a soldi e tecnologia Ue). Rimpatri da parte dei paesi di transito di chi non ha diritto all’asilo (perché proveniente da una nazione sicura) anche grazie al finanziamento Ue di programmi di reinserimento di chi viene rimandato a casa. I paesi terzi devono essere poi aiutati a costruire un sistema e le infrastrutture per accogliere i migranti: tra questi chi avrà diritto all’asilo potrà entrare in Europa con uno schema di ripartizione tra i 28. Si chiede che la nuova Guardia di frontiera Ue finanzi i rimpatri dal paese di transito a quello di origine. L’Italia propone di istituire dei Common Eu migration Bonds, obbligazioni europee per coprire i costi (molto alti) del piano.

LIBIA
C’è infine un capitoletto nel quale si sottolinea la necessità di stabilizzare la Libia. Renzi nella lettera di accompagnamento del Migration Compact fa capire che proprio con Tripoli sarà necessario stringere un patto come quello tra Europa e Turchia.

RISPOSTA UE
Nei primi contatti informali è emerso che a molti governi piace la filosofia del piano italiano. Anche a quelli dell’Est (contrari all’accoglienza, favorevoli a spendere in Africa per sigillare le frontiere esterne). Inoltre Juncker e Mogherini stavano già lavorando in questa direzione e la speranza di Roma è che un consenso politico delle Cancellerie permetta loro di accelerare i tempi. Al governo non interessa che tutti i dettagli del Migration Compact si trasformino in iniziative Ue, ma vuole che lo schema di fondo sulla dimensione esterna dei flussi venga portato avanti in fretta, altrimenti le misure prese finora si dimostreranno inutili e l’Italia rischierebbe di trovarsi da sola alle prese con ondate di migranti in arrivo dalla Libia. Già lunedì Mogherini in Lussemburgo presenterà ai ministri degli Esteri e della Difesa una serie di iniziative immediate preparate prima della lettera italiana (per un piano strutturato sul quale sta già lavorando ci vorrà più tempo): ingresso in acque libiche della missione navale Ue contro gli scafisti o, se il premier Al Sarraj si dovesse opporre, cooperazione con la guardia costiera libica per la formazione del personale, missioni congiunte, scambio di informazioni, equipaggiamenti, ruolo dell’Unhcr nella gestione dei migranti. Inoltre sono in via di finalizzazione diversi accordi con i Paesi di origine e transito.

«Abbiamo perso la speranza e non vediamo quella degli altri a cui resta solo la religione» La provocazione dello studioso francese Jean Birnbaum, autore di “Un silence religieux” (Seuil), intervistato da Fabio Gambaro. La Repubblica, 15 aprile 2016

«Anche se motivato da lodevoli intenzioni, e cioè dalla volontà di non condannare tutta una comunità, è un errore dire che i terroristi del Califfato non hanno nulla a che fare con l’islam». Parte da qui la riflessione di Jean Birnbaum, studioso francese, nonché responsabile del supplemento libri di “Le Monde”, che ha da poco mandato in libreria Un silence religieux (Seuil), un saggio controcorrente, il cui sottotitolo recita: La sinistra di fronte al jihadismo. Secondo l’autore, troppi esponenti della sinistra tendono a rimuovere il movente religioso dei terroristi per ingenuità e senso di colpa, ma anche perché sono figli del razionalismo illuminista, motivo per cui non riescono a comprendere la religione come forza autonoma capace di diventare un vero agente politico. «Solo la verità è rivoluzionaria, si diceva una volta.

Quindi dobbiamo avere il coraggio di guardare in faccia la realtà, senza edulcorarla. Possiamo sempre cercare di rassicurarci, dicendoci che i giovani jihadisti sono solo pazzi, mostri o emarginati che vengono manipolati, ma la realtà è ben diversa. Se un terrorista, il cui discorso si rifà di continuo al Corano, uccide in nome di Allah, non possiamo dire che le sue azioni non hanno nulla a che fare con l’Islam. Chi siamo noi per negare il suo rapporto con la fede? Purtroppo l’islamismo si esercita in nome dell’islam, anche se per fortuna non tutto l’islam è islamista. I fanatici del califfato hanno origini sociali e culturali molto diverse, l’unico elemento che li unisce è il loro rapporto particolare con la religione. E per sconfiggerli dobbiamo capire che la motivazioni autenticamente religiosa delle loro scelte. Il che evidentemente non significa giustificarli».

Non riconoscere la dimensione religiosa del terrorismo islamico è un errore strategico?
«Perché significa pugnalare alla schiena tutti coloro che nell’islam sanno benissimo che questa relazione esiste e cercano ogni giorno di combatterla. All’interno del mondo musulmano si sta svolgendo un’aspra battaglia tra due diverse concezioni dell’islam. Dobbiamo prenderne atto e sostenere tutti coloro che cercano di sottrarre la fede ai fanatici che la deturpano, rifiutando un islam violento, intollerante e omicida. Solo riconoscendo il pericolo si può combatterlo. Il problema è che la violenza jihadista non rientra nelle nostre griglie concettuali e in particolare in quelle della sinistra francese che ha completamente rimosso la dimensione religiosa. Parlare solo di povertà o emarginazione — dimensioni importanti — escludendo la religione, è un modo per ricondurre il problema alle nostre abitudini mentali».

Perché la sinistra non riesce a pensare la dimensione religiosa?
«La sinistra, in particolare quella francese, si è costruita nel solco della tradizione cartesiana, illuminista e marxista, inseguendo il fantasma dello sradicamento della religione, considerata solo un’illusione, una chimera. Il famoso “oppio dei popoli”, di cui parlava Marx e che l’emancipazione sociale avrebbe dovuto far scomparire. Fedele a questa visione, la sinistra ha rinunciato a pensare la religione e la sua forza. Ma la fede non è sempre il sintomo di qualcos’altro. Seguendo le tracce di uno studioso come Christian Jambet, penso che occorra riconoscere una sorta di materialismo spirituale, nel senso che la fede, lungi dall’essere solo un’illusione o un riflesso, può diventare una forza materiale».

A questo proposito lei rende omaggio a Michel Foucault che fu uno dei primi a sottolineare la valenza politica dell’islam, quando si recò in Iran all’inizio della rivoluzione islamica...
«Foucault ha saputo sottolineare la forza propria del messianesimo religioso, tanto che ha parlato di “politica spirituale”. In Iran capì che l’energia che stava dando fuoco alle polveri era la speranza religiosa, riconoscendo tra l’altro che in occidente non sappiamo più cosa sia la politica infiammata dalla fede. Non inseguiamo più “la storia sognata”, che invece in passato è stata importante anche per noi. Proprio perché abbiamo rimosso questa dimensione, oggi ci sembrano impossibili le motivazioni religiose del jihad».

Perché tali motivazioni religiose danno luogo all’iperterrorismo?
«L’islamismo è una reazione alla modernità occidentale e al tentativo di modernizzare l’islam. Al contempo è anche una reazione alle umiliazioni che il mondo occidentale ha inflitto al mondo musulmano. Come ha detto Derrida, tutte le comunità sono attraversate dalla pulsione di morte, quindi anche le comunità religiose, che, prima o poi, sono costrette a fare i conti con i problemi identitari, il fondamentalismo e la violenza. Nell’islam oggi però c’è qualcosa di particolare, come sottolineano Mohammed Arkoun o Abdennour Bidar. L’islam si propone come un’alternativa radicale al mondo contemporaneo, quindi — come ogni volta che s’intende farla finita con un certo mondo — si pone la questione della violenza. I jihadisti non vogliono cambiare il mondo, vogliono distruggerlo».

Insomma secondo lei i giovani che oggi vanno in Siria a combattere sarebbero mossi da una spinta ideale che non sappiamo capire?
«Non voglio assolutamente banalizzare il male o giustificarlo, ma non si può pensare che questi giovani siano mossi all’inizio solo dall’odio e dal desiderio di annientare gli altri. Quando ascoltiamo le loro motivazioni, scopriamo che sono indignati dal mondo contemporaneo, che non si riconoscono nella democrazia e che desiderano raggiungere i fratelli del Califfato. Insomma, all’inizio sono motivati dal bisogno di giustizia e di fratellanza, da una forma di speranza per noi incomprensibile che poi si manifesta con un volto odioso e violento. Se non capiamo questa speranza radicale, non possiamo capire quello che sta accadendo ».

Solo che per loro la speranza non si realizza in terra ma nell’aldilà...

«I jihadisti vogliono farla finita con la storia, con la politica e soprattutto con la vita. Da qui il desiderio e l’elogio della morte. Ma tutto ciò nasce da una speranza. La sola questione che conta è quella posta a suo tempo da Kant: che cosa ci è lecito sperare? La sinistra però non capisce più il bisogno di speranza dei giovani e non ha nulla da proporre loro. Di conseguenza, più la speranza radicale profana — quella della sinistra che vuole cambiare il mondo — diserta la realtà, più si afferma una speranza radicale religiosa, che poi produce le tragedie che abbiamo conosciuto. Oggi la sinistra sa solo proporre la gestione del presente».

Uno strano paese, una strana democrazia negli USA: un popolo capace di offrire sorprendenti audacie. Perché dopo un presiedente nero non sperare in un presidente socialista?

La Repubblica, 16 aprile 2016

«Sarò felice di incontrare il Papa, se questo sarà possibile. E di discutere i temi sociali, economici e ambientali che propongo da decenni e sui quali ho molte similarità con lui. Poi tornerò negli Stati Uniti. Martedì ci sono le primarie di New York, una battaglia importante con Hillary Clinton per la nomination democratica. Se alla fine vincerò, come penso, affronterò poi la sfida con il repubblicano Donald Trump per arrivare alla Casa Bianca».

È l’uomo nuovo della politica americana. Non ha paura a definirsi «un socialista». E vuole rovesciare il sistema economico e politico, risanandolo. Per questo ha file di ammiratori e di detrattori. Il senatore Bernard Sanders, Bernie per tutti, è l’incognita variabile delle elezioni presidenziali di novembre. Se vince, sarà una sorpresa. Se perde, la sua influenza andrà oltre le presidenziali del 2016.

In ogni caso un successo, come testimoniano i risultati già raggiunti che fanno tremare Hillary.

Oggi pomeriggio il senatore del Vermont, nato a New York 74 anni fa, parlerà in Vaticano a un convegno per i 25 anni dell’Enciclica sociale di Giovanni Paolo II “Centesimus annus” organizzato dalla Pontificia accademia delle Scienze sociali. Ci saranno diversi leader della sinistra latinoamericana: dal presidente ecuadoregno Correa al capo di Stato boliviano Morales. E poi l’economista Jeffrey Sachs e il cardinale honduregno Oscar Andres Rodriguez Maradiaga. Una riunione insolita dentro le Mura vaticane. Sanders ne parla volentieri in questa intervista esclusiva con Repubblica.

Senatore, come ha ricevuto l’invito a partecipare al convegno in Vaticano? Lei ha addirittura sospeso la sua campagna elettorale in un momento decisivo, il confronto di New York. Felice di varcare le porte della Santa Sede?
«Sono molto felice e orgoglioso di partecipare a questo convegno. Ho ricevuto l’invito dal Cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze sociali, monsignor Marcelo Sanchez Sorondo, al quale esprimo i miei ringraziamenti. La squadra di relatori è di alto livello ed è concentrata sulle questioni che studio e propongo da decenni: i temi della giustizia sociale e della sostenibilità ambientale, tutte questioni fondamentali per la ripresa dell’economia mondiale”.

Incontrerà Papa Francesco?

«Sarò molto felice di vederlo, se me ne verrà data l’opportunità ».

E se lei lo incontrasse di quali questioni vorrebbe discutere?
«Di come le leggi negli Stati Uniti possono giocare un ruolo importante nel cambiare l’economia attuale, sia sotto il profilo morale sia sotto quello globale. Vorrei discutere con lui di idee e di programmi. Questo è un Papa che affronta anche il tema dei cambiamenti climatici, un’altra questione per la quale mi batto».

Il suo intervento si intitola “L’urgenza di un’economia morale”: quali sono i temi principali?
«Affronterò soprattutto la distribuzione delle risorse globali, le diseguaglianze nella sanità e i cambiamenti climatici. Non trovo accettabile da un punto di vista morale, economico o ambientale che così poche persone abbiamo così tanto e che l’avidità stia dilagando ovunque».

Quali similitudini trova allora fra le cose che lei propone e la visione del mondo e dell’economia di Jorge Bergoglio?
«Guardi, io penso che la ragione per la quale sono stato invitato a partecipare a questo convegno sia che molti degli argomenti che il Papa affronta sono simili ai miei. Sono un grandissimo sostenitore del Pontefice, anche se ho opinioni diverse dalle sue su alcuni temi, a partire dalla legalizzazione delle coppie omosessuali. Ma penso che Francesco sia una figura carismatica che sta aiutando l’opinione pubblica a prendere coscienza delle diseguaglianze di reddito e ricchezza che vediamo in tutto il mondo».

Lei ha sicuramente visto le polemiche per il suo viaggio lampo in Vaticano. Pensa di avere l’appoggio della Santa Sede per la campagna elettorale?
«No, non è così. Il Vaticano non è coinvolto in questo. E il convegno in programma non è un evento politico».

Proprio sulla campagna elettorale, quali sono le sue sensazioni fino ad ora?
«Stiamo cavalcando un grande momento. Tra la fine dei caucus e le primarie stiamo colmando il gap che c’era, e abbiamo ancora molta energia da spendere. Vedo che ogni giorno migliaia di persone arrivano dalla nostra parte. Io sono determinato a vincere la nomination e poi ad affrontare Donald Trump».

Lei ha molti giovani dalla sua parte. Ma il voto dei neri?
«Abbiamo la metà della comunità afro-americana con noi. Ma, certo, c’è ancora molto lavoro da fare. E sono sicuro che supereremo le difficoltà che restano».

Pensa di avere delle possibilità di battere la senatrice Clinton?
«Lo penso, sì. In questo i segnali dei caucus e delle primarie mi stanno confortando. Stiamo andando bene. Otterrò la nomination».

E nel caso poi di un confronto diretto con Trump, ritiene che gli americani si schiereranno con lei?
«Lo credo fortemente. Vedo ogni sondaggio che riguarda Trump e sono confortato. Sono certo che in ultimo lo batterò nella corsa alla Casa Bianca ».

Ma non sarà imbarazzato, lei, un socialista dichiarato, nel varcare oggi le porte della Santa Sede?
«Non credo proprio. La Chiesa oggi parla anche di donne e di omosessuali. Il Papa vuole riparare la società dalle ingiustizie sociali. E in questo sono perfettamente con lui».

Due punti di vista su un problema cruciale dei nostri giorni (e degli anni futuri) che collimano, e che sono entrambi contro la corrente dominante. Articoli di Luca Kocci e intervista di Claudio Dionesalvi e Silvio Messinetti.

Il manifesto, 14 aprile 2016

A LESBO, SOLIDALE
CON I MIGRANTI
di Luca Kocci

«Sabato prossimo mi recherò nell'isola di Lesbo, dove nei mesi scorsi sono transitati moltissimi profughi»
La notizia era già nota da qualche giorno, ma ieri mattina, al termine dell’udienza generale in piazza San Pietro – proprio mentre l’Austria costruisce un nuovo muro anti-immigrati al Brennero e la polizia macedone spara lacrimogeni contro i migranti a Idomeni –, papa Francesco ha voluto annunciarlo direttamente ai fedeli, spiegando anche i motivi della sua visita: ci andrò, ha detto, «per esprimere vicinanza e solidarietà sia ai profughi sia ai cittadini di Lesbo e a tutto il popolo greco, tanto generoso nell'accoglienza». Con Francesco ci saranno anche due importanti autorità della Chiesa ortodossa: il patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo (che l’ha invitato, insieme al presidente greco Paulopolus), e l’arcivescovo di Atene e di tutta la Grecia, Hieronimus II.
L’arrivo di Francesco è previsto sabato mattina all'aeroporto di Mitilene, dove ad accoglierlo ci sarà anche il premier greco Tsipras. Quindi il papa, Bartolomeo e Hieronimus, dopo un momento di preghiera ecumenica al porto, getteranno in mare una corona di fiori, in ricordo delle vittime e poi visiteranno il campo profughi. In serata il rientro in Vaticano.

Una visita lampo che ricorda quella effettuata a Lampedusa, nel luglio 2013, il primo viaggio del pontificato di Bergoglio: entrambe piccole isole nel cuore del Mediterraneo e dell’Egeo – «divenuti un insaziabile cimitero, immagine della nostra coscienza insensibile e narcotizzata», aveva detto Francesco durante la Via Crucis al Colosseo, il venerdì santo –, punti di approdo per tanti uomini e donne in fuga dall’Africa e dal Medio Oriente, luoghi di accoglienza soprattutto grazie alla generosità degli abitanti, ambedue candidate al Nobel per la pace.
Una visita per esprimere «solidarietà» ai profughi e al popolo greco, ma anche per mettere sotto i riflettori il dramma delle migrazioni e sferzare l’Europa. «Il papa non fa degli atti di carattere direttamente politico, fa degli atti di carattere umano, morale e religioso estremamente significativi che richiamano però la responsabilità di ognuno – ha spiegato padre Lombardi, direttore della sala stampa vaticana –. Quindi, certamente è anche un invito ai politici ad agire nella ricerca delle soluzioni più umane, rispettose e solidali nei confronti delle persone che soffrono in questi grandi movimenti problematici del mondo di oggi».
Ancora più chiaro, e critico vero le politiche anti-immigrati dell'Ue, il cardinale Turkson, presidente del Pontificio consiglio Giustizia e Pace, intervistato dalla Radio Vaticana: «Dare una grande somma di denaro alla Turchia affinché quest’ultima fermi l’arrivo dei profughi, serve per l’interesse di chi? Forse l’Europa ora sarà un po’ più tranquilla, ma quanto tempo durerà questa tranquillità? Se queste persone non riescono ad arrivare via mare, troveranno altre maniere. Per giungere ad una soluzione di lungo termine, invece, dobbiamo fare tutto quello che possiamo per creare una situazione di pace».

IL SINDACO DI RIACE
«IL MIGRANTE E' UNA RISORSA
NON UN BUSINESS»

intervista di Claudio Dionesalvi e Silvio Messinetti
a Mimmo Lucano

Intervista. L’accoglienza secondo il sindaco di Riace Mimmo Lucano: «I 35 euro al giorno che lo stato elargisce per l’ospitalità li investiamo per creare posti di lavoro»

La rivista statunitense Fortune lo ha classificato tra le «50 personalità più influenti del pianeta». Mimmo Lucano, sindaco di Riace dal 2004, è un uomo schivo che non si lascia ammaliare dalle luci della ribalta.

Sente più l’onore o il peso di questo riconoscimento? E che effetto fa, a un uomo riservato come lei, essere annoverato tra le personalità influenti del globo?
«La premessa è che non sono, né mi sento, potente piuttosto che influente. Qui a Riace abbiamo solo sperimentato un’idea che a me è connaturata sin dai tempi in cui militavo, negli anni’70, nel movimento studentesco. Volevamo un mondo libero e giusto e abbiamo provato a costruirlo in queste lande. Io faccio il mio lavoro di sindaco con normalità. La nostra la definisco l’utopia della normalità. Mai troveranno spazio ordinanze contro rom o lavavetri come accaduto altrove. Perché, come dico spesso, il migrante che arriva a Riace ha gli stessi diritti del sindaco. È un microcosmo che declina una Calabria solidale, dove i germi dell’umanità hanno attecchito. E questo è anzitutto un processo culturale che mi piace condividere con tutti e che deve partire da una consapevolezza, ovvero che fenomeni epocali, come le migrazioni cui stiamo assistendo, non si arresteranno finché non cesseranno le politiche predatorie del mondo occidentale».

Perché un laboratorio come quello di Riace, un esperimento di integrazione reale da perseguire e da emulare, è stato ignorato per anni, o è arrivato agli onori della cronaca con grande ritardo?
«Perché è più facile urlare, veicolando odio e disprezzo come fa Salvini che è onnipresente in tv. Le guerre tra poveri, le isterie xenofobe, le speculazioni fanno audience, mentre i casi di buona politica dell’immigrazione ne fanno molta meno. La nostra “utopia della normalità” non tira perché è più facile diffondere un discorso razzista che costruire ponti sociali e meticciati culturali. Anche le soluzioni semplicistiche, come combattere il traffico di esseri umani bombardando le carrette del mare come disse Renzi mesi fa, sono boutade che non risolvono i problemi, sono solo utili alla propaganda».

A Riace si accoglie il migrante e non lo si respinge, lo si inserisce nel tessuto sociale e non lo si rinchiude in un hot spot. Qui vivono stabilmente e lavorano 400 rifugiati. Che idea s’è fatto delle politiche europee in tema di immigrazione?
«A Riace non esistono linee di demarcazione, fili spinati, gabbie. C’è semplicemente un’integrazione diffusa dove aborriamo ogni forma di nazionalismo che è alla base dei fallimenti dell’Europa in tema di processi migratori. Pochi credevano che un borgo semideserto si potesse davvero rianimare, che le botteghe artigiane della tessitura della ginestra o della lavorazione della ceramica potessero davvero riaprire, che a Riace si potessero davvero organizzare asili e scuole multilingue per far crescere i figli dei migranti senza bandiere e barriere nazionali, etniche o religiose».

Il laboratorio Riace nasce e cresce nelle specificità della Locride. Come si concilia con la narrativa criminale in cui la Locride è confinata?
La Calabria è una terra stranissima, è la terra degli estremi e delle contraddizioni. Qui a Riace non ci sentiamo portatori di un’idea salvifica ma crediamo che sia la normalità la vera utopia rivoluzionaria. Le risorse che lo stato destina ai migranti le spendiamo al meglio. I 35 euro al giorno che lo stato elargisce per l’ospitalità di ogni migrante – un costo dimezzato rispetto a quello che comporterebbe la sua permanenza in un centro d’accoglienza – non li usiamo in modo assistenziale e parassitario, ma li investiamo per creare posti di lavoro, istituire borse di lavoro. E i migranti molte volte li usano come rimesse verso i loro paesi di origine. Perché qui nulla si spreca e mai si specula».

In altri contesti le risorse disponibili per l’accoglienza sono state accaparrate da mascalzoni che a volte hanno intrappolato i migranti in strutture indegne. In alcuni casi si sono persino infiltrate le mafie. Come fa un amministratore a distinguere i veri operatori dell’accoglienza dagli speculatori?
«Partendo da una presa di coscienza: che il migrante è una risorsa e non un business. Che non si lucra sulla disperazione della povera gente ma si lavora insieme a loro per il riscatto. Quel che in questi anni abbiamo provato a fare con il nostro ’albergo diffuso’, cioè l’assegnazione ai migranti delle case abbandonate, che è arrivato a disporre di ben 150 posti letto. Oppure con i laboratori artigianali, la raccolta differenziata dei rifiuti – che all’inizio i migranti facevano con gli asini, per inerpicarsi nei vicoli del borgo – e poi con le piccole imprese di agricoltura biologica».

Sabato prossimo parteciperà al convegno di Cassano allo Jonio su “Riduzione in schiavitù e l’alternativa di Riace”, organizzato dall’associazione “Combinato disposto” con Arci, Flai Cgil e il vescovo don Savino. Non teme che la schiavitù possa costituire un moderno modello di sviluppo e una diffusa disciplina del mercato del lavoro?
«Assolutamente sì. Qui nel Mezzogiorno i migranti vivono una condizione di schiavismo legalizzato. Ma non se ne esce rafforzando le politiche securitarie, impiantando uno stato di polizia o inasprendo le leggi ma solo estendendo le tutele e garantendo politiche di accoglienza».

Il papa è già stato a Lampedusa, sabato si recherà a Lesbo. Si aspetta che un giorno Bergoglio arrivi a Riace?

«È un mio sogno. Tra l’altro papa Francesco è legatissimo a Riace, quand’era vescovo di Buenos Aires ci accolse insieme alla comunità emigrata riacese. Il suo messaggio rivoluzionario è quello che più si avvicina al quell’universalismo dei diritti che qui, nel nostro piccolo borgo, cerchiamo di praticare giorno per giorno».

Le ragioni per le quali è infondata la richiesta di dichiarare illegittima la pubblicazione delle itercettazioni relative allo scandalo Tampa Rossa.

La Repubblica, 15 aprile 2016

FU PROPRIO questo giornale, subito accompagnato dall’attivismo della Rete e poi dal risveglio delle piazze, ad avviare nel 2010 la campagna “No bavaglio”, che impedì l’approvazione di una pessima legge sulle intercettazioni che avrebbe limitato gravemente la libertà d’informazione. Ma da allora in poi si è assistito ad uno stillicidio di polemiche e di proposte, quasi sempre insincere e strumentali, che andavano sostanzialmente nella stessa direzione. Si diceva che era necessario tutelare la privacy dei cittadini, perché le intercettazioni avevano fatto nascere una sorveglianza di massa. Tesi del tutto infondata, ma che cercava di offrire una giustificazione ad iniziative di una classe politica che voleva costruirsi una rete di protezione che la mettesse al riparo da una conoscenza diffusa di fatti che avrebbero messo in evidenza corruzione, conflitti d’interessi, evasione fiscale, prepotenze privatistiche. Erano i tempi in cui Berlusconi lanciava appelli che riprendevano l’invito attribuito a François Guizot, «Arricchitevi » senza farsi troppi scrupoli. Questa legittimazione anche di comportamenti illegali di massa, che ha molto pesato nel deperimento dell’etica civile, in realtà serviva a coprire la volontà di liberare l’esercizio del potere di governo da quella particolare e democratica forma di controllo resa possibile da una informazione puntuale che obbliga i soggetti pubblici a rendere immediatamente conto del loro operato.

Si faticava, e si fatica ancora, ad acquistare piena consapevolezza di un dato istituzionale che negli Stati Uniti è stato messo in evidenza fin dal 1964. In quell’anno la Corte Suprema, decidendo un caso che vedeva il New York Times accusato da una persona di averla diffamata, stabiliva il principio secondo il quale le “figure pubbliche” ricevono una tutela giuridica attenuata proprio perché i cittadini debbono poter esprimere in ogni momento il loro giudizio su di loro, disponendo di tutte le necessarie informazioni. Questo circolo virtuoso si ritrova oggi nei più diversi Paesi, ha dato origine a moltissime sentenze, e riguarda in particolare proprio situazioni di cui oggi in Italia si discute intensamente, chiedendosi se sia legittimo rendere pubbliche informazioni sulla vita privata che possono sconfinare nel pettegolezzo.

Per discutere con buona cognizione dei termini giuridici del problema, difficile come sempre accade quando si tratta di stabilire un punto d’equilibrio tra privacy e informazione, è necessario tener presenti alcuni specifici riferimenti. Il primo è rappresentato proprio dalla categoria delle figure pubbliche, che non comprende soltanto i politici, ma pure sportivi e persone del mondo dello spettacolo, e che si è venuta estendendo per effetto del dilatarsi del numero di persone che decidono appunto di “vivere in pubblico”. L’esposizione allo ”sguardo generale” non è il risultato di una imposizione, ma di una libera scelta della persona, che dev’essere consapevole del fatto che ciò produce conseguenze sull’intero sistema delle sue relazioni sociali. E la più rilevante di queste conseguenze è rappresentata proprio dal fatto che le figure pubbliche, come s’usa dire, hanno una più ridotta “aspettativa di privacy”.

Questo è il metro di giudizio al quale ricorrere quando si devono individuare i criteri per stabilire quali siano le informazioni personali legittimamente pubblicabili, provengano da intercettazioni telefoniche o da altre fonti. Criteri che, nel nostro sistema giuridico, hanno trovato una traduzione precisa nel modo in cui la questione è affrontata dall’articolo 6 del Codice di deontologia dell’attività giornalistica, che è un insieme di vere e proprie norme giuridiche, applicabili dai giudici civili, penali e amministrativi, e non solo da organi deontologici.

La norma è molto chiara. “La sfera privata delle persone note o che esercitano funzioni pubbliche deve essere rispettata se le informazioni o i dati non hanno alcun rilievo sul loro ruolo o sulla loro vita pubblica”. Ho sottolineato le parole “alcun rilievo” perché esse indicano una soglia particolarmente rigorosa e restrittiva per quanto riguarda l’individuazione dei casi in cui la pubblicazione di una informazione può essere ritenuta illegittima. Deve poi essere messo in evidenza il fatto che le parole adoperate in questo articolo - esercizio di “funzioni pubbliche” - corrispondono a quanto è scritto nell’articolo 54 della Costituzione, che impone a questi soggetti di comportarsi con “disciplina e onore”.

Siamo così di fronte all’attuazione di un criterio costituzionalmente rilevante. E, pur registrando il fatto che principi e regole costituzionali stanno conoscendo torsioni assai preoccupanti, sembra davvero difficile considerare prive di alcun rilievo le parole pubblicate in questi giorni, che connotano in modo del tutto disonorevole il modo in cui sono intese e praticate funzioni pubbliche, addirittura ministeriali, sì che appare del tutto arbitrario derubricarle a «pettegolezzo».

Poiché siamo in materia propriamente costituzionale, bisogna aggiungere un’altra riflessione. Si è messo in evidenza, non da oggi, che le nuove norme sulle intercettazioni sono previste in una delega al governo di cui è stata ripetutamente sottolineata la genericità, e quindi l’incostituzionalità, per la mancanza di quei precisi principi e criteri direttivi ai quali fa esplicito riferimento l’articolo 76 della Costituzione. Si deve aggiungere che intervenire su diritti fondamentali, in questo caso quello all’informazione, dovrebbe indurre a non espropriare il Parlamento di questa delicatissima funzione, che consente all’intera procedura legislativa d’essere pubblica e controllabile, mentre la delega la affida al chiuso di commissioni ministeriali. Si è detto, infine, con una delle tante giravolte politiche di questi tempi, che non si vuole toccare la disciplina delle intercettazioni. Tre ragioni che consigliano di stralciare dal disegno di legge in discussione al Senato una parte così difficile e controversa.

Grazie alle esitazioni del governo Renzi (più della verità sull'assassinio di un italiano contano gli affari dell'Eni e dei mercanti d'armi), all'inerzia dell'Unione europea, all'esplicito appoggio della Francia di Hollande e dell'Arabia saudita, ecco che il tiranno egiziano vince un altro round. Articoli di Carlo Bonini e di Francesca Caferri. La Repubblica, 15 aprile 2016


GLI ALLEATI DELLA MENZOGNA
di Carlo Bonini
La sortita arriva alla vigilia della rogatoria della procura di Roma, che partirà oggi Le incertezze dell’Europa contribuiscono a indebolire ogni forma di pressione
E QUEL che è peggio, in undici settimane, tante ne sono trascorse dal 3 febbraio, il nostro governo sembra aver definitivamente perso la leva, gli argomenti e l’attimo utili a convincere il Cairo che l’occultamento della verità sarebbe costata al regime un prezzo infinitamente superiore al suo svelamento. Le acque, fino a ieri quantomeno agitate, si sono richiuse. Nel giorno in cui la Procura di Roma firma la richiesta di rogatoria (dovrebbe partire oggi) con cui si torna a chiedere all’Egitto ciò che l’Egitto ha annunciato di non voler consegnare (tabulati telefonici, prove forensi, accertamenti tecnici), Al Sisi scagiona pubblicamente gli apparati di sicurezza del Paese da ogni responsabilità, quale che sia, nell’omicidio, ricomponendo, ammesso vi sia stato, il conflitto interno al regime. Nel merito, riporta le lancette dell’affaire al suo giorno uno, riproponendo la screditata pista della “criminalità organizzata” (cara al potente ministro dell’Interno Magdi Abdel Ghaffar e al generale Khaled Shalaby), per giunta tornando provocatoriamente ad associare la morte di Giulio alla scomparsa a Roma di un cittadino egiziano in circostanze affatto misteriose. E la mossa non è casuale, perché figlia di una ritrovata forza data dalla chiusura negli ultimi giorni di nuovi accordi economici e strategici con l’alleato Saudita e dall’imminente firma di nuove commesse, militari e non solo, con la Francia di Hollande.
Il Presidente egiziano Abd al-Fattah al-Sisi è oggi libero dalla minaccia concreta e imminente di isolamento internazionale che, ancora una settimana fa, sembrava allungarsi sul regime. Il consueto balbettio dell’Europa, il silenzio di Palazzo Chigi, che dopo il richiamo dell’ambasciatore a Roma per consultazioni, non ha evidentemente ancora in testa come e fin dove spingere la sua annunciata «pressione proporzionata », hanno convinto Al Sisi ad andare a leggere le carte italiane prima che qualcuno andasse a leggere le sue. Gli accordi commerciali e finanziari per 16 miliardi di dollari stipulati nei suoi cinque giorni di visita al Cairo dal sovrano saudita Salman Ben Abdel Aziz, con la chiusura della decennale contesa sulle due isole nel Mar Rosso di Sanafir e Tiran (occupate in passato da Israele, quindi riconquistate dall’Egitto e ora riconosciute territorio Saudita), non solo danno ossigeno alle casse del regime, ma gli consentono di avere una solida linea di credito con cui chiudere affari e nuove commesse di armi con la Francia.

Il 18 aprile, Hollande sarà infatti al Cairo e, a dispetto della lingua della diplomazia e delle rassicurazioni che il “dossier Regeni” è nell’agenda degli incontri con Al Sisi, nonostante la mobilitazione delle Ong francesi, si prepara a chiudere nuove commesse per la fornitura di armamenti (oltre 1 miliardo di euro per la fornitura di 6 corvette, che si sommano agli 8,2 miliardi già incassati per la vendita di 24 caccia multiruolo Rafale e due portaelicotteri classe Mistral, originariamente destinate alla Russia di Putin e quindi dirottate sul Cairo dopo le sanzioni), nonché una trentina di accordi commerciali e almeno una decina di protocolli di intesa utili a far salire gli scambi commerciali tra i due Paesi (oggi fermi a 2,5 miliardi di euro) che inietteranno altro cemento nelle fondamenta del regime militare.

Nel rinsaldato triangolo Cairo- Riad-Parigi, il Presidente Abd al-Fattah al-Sisi, ha insomma ora buon gioco a degradare «l’irritazione italiana» e la «richiesta di verità» del nostro Presidente del Consiglio a una pistola scarica. E si prepara a incassare lo spettacolo di debolezza che di qui a prossimi giorni — Gentiloni è ancora in attesa di “lumi” da Renzi sul da farsi — produrrà la «proporzionalità» delle misure annunciate da Roma. Non fosse altro perché appariranno all’opinione pubblica egiziana, ma soprattutto italiana, non solo irrilevanti sotto il profilo del potenziale “danno” al Regime, ma persino “tardive”.
Fino a ieri sera, infatti, la linea immaginata da Palazzo Chigi era quella di continuare a tenere agganciate le nostre mosse diplomatiche al corso dell’inchiesta giudiziaria, e dunque di attendere un nuovo “no” egiziano alla rogatoria della Procura di Roma che oggi partirà per il Cairo, prima di far seguire al «richiamo dell’ambasciatore per consultazioni» un qualsiasi nuovo segnale. È ragionevole pensare che la rumorosa mossa di Al Sisi obblighi ora il Governo a un cambio di programma. Con una certezza, tuttavia. Da ieri, i rapporti di forza con il Cairo, sono mutati. E il generale Abd al-Fattah al-Sisi, da militare quale è, sa quanto contino. Palazzo Chigi gli ha offerto in queste undici settimane un vantaggio in cui probabilmente non sperava. Il tempo. Lo ha utilizzato per ridefinire i termini di una partita che poteva travolgerlo e, al contrario, rischia oggi di umiliarci.

ECCO I MEZZI DI COMUNICAZIONE
FINITI NEL MIRINO DEL CAIRO
di Francesca Caferri

Blog e giornali in inglese, le voci del dissenso. E dopo l’editoriale di domenica di “Al Ahram” anche sui quotidiani in lingua araba cominciano a emergere posizioni frondiste

Che i media non fossero una realtà indipendente ma «parte dell’equazione per preservare l’Egitto», per usare le sue parole, Abd al-Fattah al-Sisi lo aveva chiarito già l’estate scorsa, quando il Parlamento approvò una delle leggi sulla stampa più restrittive del mondo. La norma proibisce a chiunque di diffondere notizie «lesive per sicurezza nazionale»: vietata ogni ricostruzione contrastante con la versione ufficiale, pena la detenzione. L’attacco contro i media lanciato ieri dal presidente egiziano quindi non è strano: strano piuttosto è che in Egitto, nonostante tutto, ci siano ancora zone di libera espressione.

La parte del leone in questo senso la fanno i social media: «Se siete stranieri per favore non venite qui» scriveva poche ore dopo il ritrovamento del corpo di Giulio Regeni l’attivista Mona Seif. Il suo post, finito sui giornali di tutto il mondo, le è costato l’apertura un’indagine giudiziaria. Seif non è stata la sola a parlare: hanno usato Twitter e Facebook per contestare la gestione del caso Regeni Wael Ghonim e Mona Eltahawi, volti simbolo della rivolta del 2011, e scrittori come Ahdaf Souef e Ala al Aswani. Tutti in risposta hanno ricevuto insulti e minacce: «Anche sui social media la libertà di espressione è limitata», spiega il professor Andrea Teti dell’università da Aberdeen.

L’altro canale di informazione indipendente sono stati i siti in lingua inglese: dal giornale Mada Masr e da diversi blog sono arrivati resoconti puntuali sulle indagini e sulle versioni fornite di volta in volta dal governo. «Storie incredibili», come le ha definite la blogger Zenobia sul suo Egyptchronicles.

In questo caso le reazioni sono state minori, perché a leggere l’inglese è una minoranza ridottissima della popolazione. «L’Egitto ha una tradizione molto forte di libertà di stampa in inglese – conferma la ricercatrice Catherine Cornet – è quando si passa all’arabo che il quadro cambia: non a caso sin dal primo giorno i media accessibili ai più hanno sposato la linea ufficiale». Per questo l’editoriale con cui domenica scorsa il quotidiano in lingua araba Al Ahram ha invitato apertamente il governo a perseguire i veri responsabili della morte di Regeni, è stato un segnale importante: la prima crepa nel muro dell’informazione di regime.

Con tutta probabilità le origini della presa di posizione odierna di Sisi vanno fatte risalire a quell’episodio. A cui nei giorni scorsi se ne è aggiunto un altro: la cessione all’Arabia Saudita di due isole a lungo contese è stata vissuta come un insulto da parte di buona parte della popolazione e come tale riportata dai media, in una serie di articoli critici del tutto eccezionali nel panorama attuale.

«Tutte queste vicende sono tasselli di un puzzle: in Egitto c’è un forte scontento. Nessuna delle cause strutturali della sollevazione del 2011 ha trovato risposta: non c’è ripresa economica, non c’è sicurezza, la vita quotidiana della gente non è migliorata. Ognuno di questi casi è l’ennesima frattura fra il regime e la gente. È questo a spaventare Sisi», conclude Teti.

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