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Giuro, questo non è un articolo sulla verifica di cui vi importa poco, e a me ancor meno. È semplicemente il racconto di quanto è accaduto ieri durante una riunione a Palazzo Chigi fra gli alti papaveri della coalizione. Convocata da La Loggia, ministro per la Regioni, vi hanno partecipato Fini, Buttiglione, La Russa, Nania, Volontè, Calderoli e altri.

Qualcuno aveva pensato si trattasse di un incontro pacificatorio dopo le polemiche dei giorni scorsi sulla pretesa necessità di un rimpasto di governo allo scopo di rilanciarne l’azione. In realtà si è parlato di ben altro. E il verbo parlare è improprio se si considera che il colloquio è presto degenerato in turpiloquio. Proprio così. Sono volati gli stracci. Riportiamo per puro dovere di cronaca (anche nelle pagine interne) quanto ci è stato dato sapere, ma confessiamo un certo imbarazzo, perché mai avremmo creduto che la situazione nella Casa delle Libertà fosse tanto grave. Eravamo al corrente come voi delle tensioni, dei contrasti e dei litigi, però non immaginavamo si arrivasse tanto in basso.

Dei presenti alla seduta, il personaggio di maggiore spicco indovinate chi è? Silvio Berlusconi. Il quale prende in mano il pallino e annuncia cosa intende fare per predisporre la maggioranza a vincere le prossime elezioni, sia quelle amministrative sia quelle europee fissate il 13 e 14 giugno.

Punto primo. Modifica della legge elettorale. Abolizione del doppio turno per l’elezione dei sindaci, motivata dal fatto che la Lega pretende di correre in proprio e che gli elettori del centrodestra non amano essere mobilitati due volte a distanza di quindici giorni l’una dall’altra.

Secondo punto. Revisione della legge sulla par condicio. Ogni partito, dice il premier ribadendo una tesi già nota, avrà in tivù uno spazio proporzionato alla propria consistenza numerica. Esempio. Forza Italia ha il 26 per cento, quindi ha diritto a 26 minuti, si fa per dire. Alleanza nazionale ha il 12, quindi, 12 minuti. Figuriamoci la reazione degli ex missini e dei rappresentanti dell’Udc. No caro Cavaliere. Piuttosto, si dia uno spazio ai due schieramenti avversari, poi ciascuno di essi si regolerà seguendo una equa spartizione che non mortifichi né privilegi alcuno.

Quanto alla riforma della legge elettorale, aggiunge Fini, è indispensabile evitarla poiché la partita è già cominciata. Gli stessi concetti, all’incirca, sono espressi da Volontè (Udc). Ed è qui che il premier perde la pazienza e le staffe. Attacca con voce stentorea: «Voi ex democristiani mi avete rotto il cazzo, me lo hai rotto tu e il tuo segretario Follini. Basta con la vecchia politica. Conosco i vostri metodi da irresponsabili. Fate favori di qua e di là e poi raccogliete voti, ma io vi denuncio, non ve la caverete a buon mercato, vi faccio a pezzi. Io le televisioni le so usare e le userò. Chiaro? Mi avete rotto i coglioni. Non mi faccio massacrare due anni e mezzo per poi schiattare come un pollo cinese. Se andiamo avanti in questo modo ci stritolano, lo capite o no, affaristi che non siete altro?».

L’intemerata ammutolisce gli astanti. Volontè ha gli occhi sbarrati. Buttiglione gli tira la giacchetta per impedirgli di rispondere a tono oppure di alzarsi e filarsela. Chi invece si alza e gira i tacchi è Gianfranco Fini, pallido, anzi livido.

Berlusconi non è tipo da sfuriate. Al contrario è avvezzo a ricorrere alla blandizie, e punta a persuadere piuttosto che a intimidire. Se ha mutato registro all’improvviso, significa che ha i nervi logori. Non ne può più di mediare, di rabbonire questo e calmare quello, di predicare la concordia e appellarsi allo spirito di collaborazione. È scoppiato. La menata della verifica lo ha esasperato. Forse non ha idea di come ridurre i poteri a Tremonti e soddisfare le esigenze di An nonché dell’Udc. Inoltre, avverte il pericolo di una nuova sconfitta alle amministrative. E sorvoliamo sulle europee, alle quali è improbabile che la Casa delle Libertà riesca a “iscriversi” con un listone unico, e ciò rischia di indebolire la coalizione, dando l’impressione alla “base” che le beghe distraggano la maggioranza e la conducano alla deriva.

Insomma, Silvio davanti a simili ostacoli ha smarrito la sinderesi.

Oddio, comprendo il suo stato d’animo, lo comprendiamo tutti. Ma abbandonarsi all’ira in momenti delicati e di crisi è deleterio. Perché anche uomini cauti quali Fini non hanno le batterie della tolleranza inesauribili. A furia di strappi la corda è destinata a spezzarsi, e sarebbe un guaio. Se la coalizione va a ramengo, va a ramengo il governo, vanno a ramengo le elezioni.

Poi ci toccherà tornare a votare per le politiche e la sinistra, pur sfranta e sfinita, ha riserve d’energia per risollevarsi e conquistare la prima piazza. Questo, Berlusconi, ripresosi dallo scatto di rabbia, deve averlo intuito. Infatti in serata si è intrattenuto con Follini, e ci auguriamo che la frattura sia stata sanata. Udc e An sono in attesa di una schiarita, consapevoli che senza Berlusconi si affonda, ma con Berlusconi è faticoso galleggiare.

Il problema è aggravato dall’irritazione del capo di governo provocata dal momentaneo accantonamento della legge Gasparri, la cui eventuale bocciatura sarebbe una mazzata mortale per Retequattro, costretta a emigrare sul satellite, anticamera del cimitero.

Comunque Berlusconi non è bollito, nossignori. È semplicemente stato strinato dal fuoco sotto la sedia. Sarà obbligato a estendere il lifting alla schiena dove la carne si fa morbida.

Oggi il Corriere della Sera pubblica una lettera a Paolo Mieli del deputato della Margherita Roberto Giachetti, che ha iniziato martedì 3 febbraio uno sciopero della fame per chiedere che il presidente Berlusconi mantenga le sue promesse elettorali.

Sono passati piu' di 1000 giorni di governo Berlusconi ed oltre 800 dalla presentazione del ddl Frattini al Parlamento, ma il problema del conflitto non e' stato risolto, come invece aveva promesso di fare Berlusconi, entro i primi 100 giorni di governo.

Nella sua risposta sul Corriere Mieli scrive: "Se il disegno di legge Frattini sul conflitto d'interessi fosse stato approvato definitivamente non due anni e mezzo fa come promesso ma due settimane fa, oggi il presidente del Consiglio non avrebbe potuto porre la questione di fiducia sul decreto «salva Rete-Quattro», dal momento che tale voto di fiducia sarebbe stato in palese contrasto con l'art. 3 comma 1 della legge sul conflitto d'interessi, disegno di legge che peraltro prevede all'art. 6 comma 8 proprio per questo pesanti sanzioni."

Forniamo i riferimenti necessari per chi volesse verificare personalmente la questione:

DISEGNO DI LEGGE

presentato dal Presidente del Consiglio dei ministri (BERLUSCONI) e dal Ministro per la funzione pubblica (FRATTINI) di concerto col Ministro per gli affari regionali (LA LOGGIA) (V. Stampato Camera n. 1707) approvato dalla Camera dei deputati il 28 febbraio 2002 (V. Stampato n. 1206) modificato dal Senato della Repubblica il 4 luglio 2002 (V. Stampato Camera n. 1707-B) nuovamente modificato dalla Camera dei deputati il 22 luglio 2003 Trasmesso dal Presidente della Camera dei deputati alla Presidenza il 23 luglio 2003

Norme in materia di risoluzione dei conflitti di interessi

Art. 3. (Conflitto di interessi)

1. Sussiste situazione di conflitto di interessi ai sensi della presente legge quando il titolare di cariche di governo partecipa all?adozione di un atto, anche formulando la proposta, o omette un atto dovuto, trovandosi in situazion e di incompatibilità ai sensi dell'articolo 2, comma 1, ovvero quando l'atto o l'omissione ha un?incidenza specifica e preferenziale sul patrimonio del titolare, del coniuge o dei parenti entro il secondo grado, ovvero delle imprese o società da essi controllate, secondo quanto previsto dall'articolo 7 della legge 10 ottobre 1990, n. 287 [cfr.(1)], con danno per l?interesse pubblico.

Art. 6. (Funzioni dell?Autorità garante della concorrenza e del mercato in materia di conflitto di interessi)

8. Quando l'impresa facente capo al titolare di cariche di governo, al coniuge o ai parenti entro il secondo grado, ovvero le imprese o società da essi controllate, secondo quanto previsto dall?articolo 7 della legge 10 ottobre 1990, n. 287, pongono in essere comportamenti diretti a trarre vantaggio da atti adottati in conflitto di interessi ai sensi dell?articolo 3, e vi è prova che chi ha agito conosceva tale situazione di conflitto, l?Autorità garante della concorrenza e del mercato diffida l?impresa ad astenersi da qualsiasi comportamento diretto ad avvalersi dell?atto medesimo ovvero a porre in essere azioni idonee a far cessare la violazione o, se possibile, misure correttive. In caso di inottemperanza entro il termine assegnato, l?Autorità garante della concorrenza e del mercato infligge all?impresa una sanzione pecuniaria correlata alla gravità del comportamento e commisurata nel massimo al vantaggio patrimoniale effettivamente conseguito dall?impresa stessa.

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(1) Legge 10 ottobre 1990, n. 287 Norme per la tutela della concorrenza e del mercato

Art. 7. Controllo 1. Ai fini del presente titolo si ha controllo nei casi contemplati dall'articolo 2359 del codice civile ed inoltre in presenza di diritti, contratti o altri rapporti giuridici che conferiscono, da soli o congiuntamente, e tenuto conto delle circostanze di fatto e di diritto, la possibilità di esercitare un'influenza determinante sulle attività di un'impresa, anche attraverso:

a) diritti di proprietà o di godimento sulla totalità o su parti del patrimonio di un'impresa;

b) diritti, contratti o altri rapporti giuridici che conferiscono un'influenza determinante sulla composizione, sulle deliberazioni o sulle decisioni degli organi di un'impresa.

2. Il controllo è acquisito dalla persona o dalla impresa o dal gruppo di persone o di imprese:

a) che siano titolari dei diritti o beneficiari dei contratti o soggetti degli altri rapporti giuridici suddetti;

b) che, pur non essendo titolari di tali diritti o beneficiari di tali contratti o soggetti di tali rapporti giuridici, abbiano il potere di esercitare i diritti che ne derivano.

by Bollettino Osservatorio

Manette! Manette! Dopo anni di messianiche battaglie garantiste dovute alle grane giudiziarie sue e di amici, Silvio Berlusconi ha riscoperto in questi giorni i bei tempi in cui metteva le sue tivù «a disposizione di Di Pietro», plaudiva a Gianfranco Fini scatenato contro il «governissimo dei ladroni, il ladronissimo Dc-Psi-Pds» e chiedeva agli aspiranti candidati di Forza Italia di sottoscrivere una impegnativa dichiarazione. Il testo era il seguente: «Dichiaro: 1) di non avere carichi pendenti; 2) di non aver ricevuto avvisi di garanzia; 3) di non essere stato e di non essere sottoposto a misure di prevenzione e di non essere a conoscenza dell'esistenza a mio carico di procedimenti in corso...».

Provvisoriamente accantonati i reucci del cavillo che a lungo l’hanno assistito nelle aule giudiziarie, ha dunque deciso coi «Cavalieri Azzurri» di Milano e ieri ad Atene di sparare tre colpi. Primo: «Fermate i vecchi politici! L'imperativo categorico di Forza Italia è sempre stato la moralità». Secondo: basta con quelli «che non hanno mai messo piede in una vera azienda, nel mondo del lavoro, persone che hanno soltanto chiacchierato nella loro vita, che non hanno combinato nient’altro che prendere i soldi dei cittadini». Terzo: «Ci sono tanti signori che hanno la casa al mare, la casa in città, la casa ai monti, la barca... Guardando a quel che guadagnano questi signori e quello che a volte devono anche dare ai loro partiti, mi chiedo: ma come hanno fatto a farsi tutte queste proprietà? Sono soldi rubati. Soldi rubati ai cittadini». Mentre salivano gli applausi dei fedelissimi e le polemiche anche intestine aperte da Marco Follini, tuttavia, tra le sue file si avvertivano vistosi sbandamenti accompagnati dalla domanda che cadde all’ultima cena: «Sono forse io, Signore?»

Al primo colpo si è accasciato Gianstefano Frigerio, vecchia talpa democristiana milanese, condannato a diversi anni di carcere in vari processi di Tangentopoli e nonostante ciò non solo eletto tra gli azzurri in Puglia col nome d’arte di Carlo Frigerio (lifting anagrafico), non solo salvato dalla galera dopo la conferma in via definitiva delle pene ma promosso due mesi fa a coordinatore dei dipartimenti. Al mancamento seguiva una catena di pesantissime emicranie. Prima Alfredo Vito, l’ex diccì tornato alla Camera come berlusconiano nonostante Paolo Cirino Pomicino gli rinfacci 22 condanne per corruzione. Poi Gaspare Giudice, per il quale i giudici di Palermo hanno chiesto inutilmente l’arresto considerandolo «a disposizione» del presunto boss di Caccamo Giuseppe Panzeca. E via via altri deputati e senatori condannati, inquisiti o miracolati dalla prescrizione: «Sono forse io, Signore?».

Al secondo colpo, nei dintorni sono impalliditi ancor più numerosi. Chi saranno mai questi politici che non hanno «mai messo piede in una vera azienda» e quindi nell'ottica berlusconiana sono «faniguttùn», fannulloni che «hanno solo chiacchierato nella loro vita» senza «combinare nient’altro che prendere i soldi dei cittadini»? Il vicepremier Gianfranco Fini, che in gioventù passò del tempo al Secolo d’Italia per darsi poi alla politica a tempo pieno 27 anni fa o Umberto Bossi, di cui si ricordano tre feste di laurea senza laurea e 10 mesi di lavoro all’Aci prima che entrasse al Senato 17 anni fa o il presidente della Camera Pier Ferdinando Casini che masticava politica con le merendine ed è parlamentare da 21 anni? O il ministro azzurro Enrico La Loggia, chiamato a svecchiare la vecchia politica nella scia di un fratello del bisnonno ministro borbonico, di un nonno senatore del Regno e di un padre deputato diccì e presidente della Regione Siciliana? Per non dire di Beppe Pisanu che fa il parlamentare da 32 anni e Claudio Scajola che ebbe in dote dalla Balena Bianca di papà sindaco la sua prima presidenza di un’Asl quando aveva 28 anni e tanti tanti altri azzurri che solo quello hanno sempre fatto: politica. «Sono forse io, Signore?».

Quanto al terzo colpo, il vice-coordinatore Fabrizio Cicchitto e la sotto-segretaria Margherita Boniver e il cappellano di corte Gianni Baget Bozzo e l’amato consigliori Gianni De Michelis e insomma tutti i reduci del Psi si sono sentiti fischiare le orecchie. La velenosa battuta berlusconiana sulle ville e le barche suona infatti fastidiosamente simile all’atto di accusa che Enzo Mattina lanciò a un’assemblea socialista del 1987: «Caro Bettino, dobbiamo affrontare la questione morale prima di tutto nel nostro partito. Diamo un’occhiata alle denunce dei redditi di molti nostri compagni. Con quei redditi dichiarati, al massimo si mantiene una buona casa di livello medio-basso. Invece cosa vediamo? Case lussuose. Yacht da centinaia di milioni. Ville al mare, in montagna, in collina. Cosa dobbiamo concludere? Che abbiamo sposato tutti mogli ricche? È possibile che tutte le ragazze ricche sposino dirigenti nostri?». Craxi gli rispose andandosene a fare una pennica. Tema: come dire agli elettori, dopo anni di battaglie contro le inchieste e i Robespierre del sospetto, che oggi sì, oggi basta una casa o una barca perché siano frutto di «soldi rubati ai cittadini»?

E poi, il Cavaliere ce l’aveva con la barca del «faniguttùn» D’Alema o con la villa principesca dietro piazza del Popolo del «faniguttùn» azzurro Angelo Sanza, villa avuta in «comodato d'uso» e dotata di campi da tennis, parco, ascensore, sala fitness, vasca in mosaico pompeiano accanto al letto e garage con tetto trasparente sotto la piscina con grande soddisfazione di Angiolino, figlio d’un impiegato Inam? O forse ce l’aveva con tanti altri del suo giro visto che lui stesso ebbe a dire: «Erano zucche e li ho trasformati in principi»? Ah, saperlo! Saperlo! «Sono forse io, Signore?». E il Signore, quello vero, rispose: «Forse no, ma di’ al tuo capo che chi è senza peccato...».

Il verbo demonizzare è di gran moda, si sa. Diventerà il sigillo linguistico dell’era berlusconiana anche se è nato, sembra, nel 1982. La parola, in questi vent’anni, è stata negletta. Il Grande dizionario della lingua italiana del Battaglia la ignora e così il Devoto-Oli. Più comprensivi lo Zingarelli, il Garzanti e soprattutto, il Sabatini-Coletti: «Far apparire qualcuno o qualcosa moralmente riprovevole; attribuire a persone o cose volontà o qualità perverse».

L’accusa dei fedeli berlusconiani a coloro che considerano nemici, non avversari politici come dovrebbe essere, è naturalmente quella di venire demonizzati, accusati di essere dei diavoli, Barbariccia, Alichino e Calcabrina, Cagnazzo e Libicocco, Draghignazzo, Ciriatto e Graffiacane, Farfarello e Rubicante pazzo, la decina dantesca. Poveri angeli caduti, il Bondi, il Ferrara, il Cicchitto, il Baget Bozzo, lo Schifani, così parsimoniosi nel loro dialogare, così morbidi nella scelta delle parole, così flautati nel ribadire i voleri del Capo, celestiali pianissimi da non aver alcun bisogno di abbassare i toni.

È il capo stesso, non poche volte, il primattore.

Dar dell’assassino, autore di «azioni criminose» (Biagi, Santoro), lanciare anatemi, segnare a dito i magistrati di Milano («figure da ricordare con orrore»), annotare sul libro nero chi ha opinioni differenti, chi non si inchina alla santa gerarchia, definire un giornale come l’Unità «tendenzialmente omicida», rientra davvero nella normalità «liberale»? Chi demonizza?

Non è possibile attaccare volgarmente un giurista come Gustavo Zagrebelsky appena eletto presidente della Corte Costituzionale, definito un «girotondino» dalla Lega e un nemico da Bondi, «un’anomalia», mancante di neutralità, uno che dovrebbe imparare da Piero Calamandrei che cosa è l’indipendenza. Lasci stare Calamandrei che proverebbe vergogna della citazione, Bondi, e legga almeno qualche pagina di Zagrebelsky “Il Crucifige! e la democrazia”; lo scritto alto, di religiosità profonda che introduce la nuova edizione delle “Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana” o il finale del “Diritto mite”: «C’è oggi certamente una grande responsabilità dei giudici nella vita del diritto, sconosciuta negli ordinamenti dello Stato di diritto legislativo. Ma i giudici non sono i padroni del diritto nello stesso senso in cui il legislatore lo era nel secolo scorso. Essi sono più propriamente i garanti della complessità strutturale del diritto nello Stato costituzionale, cioè della necessaria, mite coesistenza di legge, diritti e giustizia. Potremmo anzi dire conclusivamente che tra Stato costituzionale e qualunque «padrone del diritto» c’è una radicale incompatibilità. Il diritto non è oggetto in proprietà di uno ma deve essere oggetto delle cure di tanti».

C’è chi sostiene che non giova all’opposizione lo scontro frontale. Che giova soltanto a Berlusconi essere definito il male assoluto. Che cosa vuol dire? Che bisogna usare le vecchie tattiche ambigue capaci di far apparire al confronto i dc dorotei dei giacobini, le stesse usate dal Cavaliere nella sua «verifica» di governo? Prender le legnate in testa e starsene tranquilli? Diventare moderati al posto di coloro che si definiscono tali, ma in ogni questione si comportano come estremisti dissennati? Non è stato fruttuoso, in passato.

Certo, sarebbe più vantaggiosa, per l’intero Paese, una politica fondata su un rapporto leale tra maggioranza e opposizione. Ma è possibile un qualsiasi genere di dialogo con chi nega i princìpi dell’esistere civile e politico e considera la Costituzione una carta da stracciare? Per questo è necessario ribattere colpo su colpo, sottolineare gli errori, le menzogne, l’incompetenza di governanti che con le loro leggi codine, aziendali, a uso privato, incuranti del bene collettivo, stanno disfacendo dei capisaldi dello Stato sociale e dello Stato di diritto. Non sarà facile, dopo, rimettere a posto leggi improvvide che riguardano una società incrinata: scuola, giustizia, televisione pubblica, beni culturali, sanità. E non è casuale che il disagio e la protesta siano oggi così estesi, dai professori ai medici ai piloti, dai pensionati alle maestre d’asilo ai veterinari agli operai di Terni.

Di nuovo sul verbo demonizzare. Domenica scorsa il segretario dell’Associazione nazionale magistrati Carlo Fucci ha suscitato scandalo ricordando, a proposito della riforma della magistratura, il decreto Oviglio, il guardasigilli del governo Mussolini appena al potere che vietava l’associazionismo giudiziario, prevedeva l’abolizione del sistema elettivo dei componenti del Consiglio superiore della magistratura e la soppressione del carattere giurisdizionale della Corte di disciplina. Può darsi che il riferimento alla «deriva istituzionale del 1923» in quel momento del Congresso fosse inopportuno. Ma le reazioni infuocate non potevano non far pensare alla coda di paglia ministeriale. Gli intoccabili. Non era preferibile, anziché usar l’insulto nei confronti di quella toga che tre l’altro rossa non è, spiegare che esistono differenze tra il regio decreto n. 2786 del 30 dicembre 1923 e la legge ora in discussione e che quindi la citazione era sbagliata? O non era proprio possibile farlo perché le similitudini scottano?

Sul decreto Oviglio, sulla sua sostanza, nessuno, tra vociferanti diatribe, ha chiesto alcunché, nessuno ha voluto sapere. Il quotidiano «tendenzialmente omicida» è stato l’unico a spiegarlo, mercoledì scorso, con un articolo di Paolo Piacenza.

PARIGI Nel panorama politico francese, Gilles Martinet (nato a Parigi nel 1916) occupa un posto comparabile a quello che è stato di Norberto Bobbio in Italia, in quanto coscienza critica dei valori della democrazia. Del resto, Martinet ha conosciuto Bobbio molto bene, ne è stato amico e ne ha perfino ricevuto una laurea honoris causa all’Università di Torino. Per la prima volta, ha accettato di rispondere ad alcune domande sulla percezione francese del berlusconismo.

Animatore del giornale clandestino «L’insurgé» durante l’occupazione tedesca, Martinet è stato successivamente redattore capo dell’Agenzia France Presse (AFP), direttore del settimanale L’Observateur (per quattordici anni) e direttore di riviste (La revue internationale e Faire). Nella sua carriera di uomo politico, è stato cofondatore poi segretario del Partito Socialista Unificato (PSU), segretario nazionale del Partito Socialista (PS), deputato europeo.

Amante della cultura italiana fin dalla giovinezza (e genero del grande sindacalista Bruno Buozzi, esiliato a Parigi fin dagli anni ‘20 e ucciso dai nazisti nel 1944), Martinet è stato scelto da Mitterrand come Ambasciatore di Francia in Italia (1981-85) proprio in considerazione della sua profonda conoscenza del nostro Paese. In oltre mezzo secolo di attività, ha pubblicato una quindicina di volumi (fra cui «Les cinq communismes», «Sept syndicalismes», «Cassandre et les tueurs», «Les Italiens», «Une certaine idée de la gauche»).

Perché il personaggio Berlusconi irrita tanto i francesi, ben al di là delle divisioni politiche fra destra e sinistra?

«Credo si debba risalire agli anni ‘80, quando il presidente Mitterrand decise di mettere fine al monopolio di Stato sul settore audiovisivo, favorendo la nascita di radio e televisioni private. Così nacque la Cinq, creata da un industriale protestante vicino alla sinistra, Jérôme Seydoux, in società con Silvio Berlusconi, che all’epoca era molto legato a Bettino Craxi. La nuova programmazione destò subito i timori del mondo intellettuale, così influente in Francia, che paventava un involgarimento del paesaggio televisivo. Ma al tempo stesso suscitò aspre reazioni negli ambienti di destra e di centro-destra, dove si diceva che in apparenza i socialisti avevano compiuto una scelta liberale nel privatizzare, ma in realtà l’avevano fatto per favorire i loro amici politici. Quando la destra tornò al governo nel 1986, inaugurando il primo biennio di coabitazione con Mitterrand, immediatamente annullò la concessione al tandem Seydoux-Berlusconi, che usciva di scena con un risultato catastrofico sia sul piano economico sia in termini d’immagine».

Da allora, la percezione francese del berlusconismo è divenuta sempre più negativa...

«Fin dalle prime battute di Mani Pulite, i francesi hanno cominciato ad associare il personaggio Berlusconi con l’Italia della corruzione: da allora, la sua faccia furba e quasi sempre sorridente continua ad ispirare la più totale diffidenza. Quando poi è avvenuta la sua entrata in politica, tutti in Francia l’hanno trovata abbastanza incomprensibile, per almeno due ragioni. Anzitutto, perchè gli uomini d’affari del nostro Paese non hanno l’abitudine di rappresentare personalmente i propri interessi sulla scena politica nazionale, e d’altronde anche in Italia i maggiori esponenti del potere economico si sono generalmente attenuti alla regola di esercitare un’influenza, ma senza assumere responsabilità dirette. Nella logica francese, la scelta di Berlusconi aveva tutta l’aria di un gettare la maschera di fronte ad una situazione altrimenti indifendibile. In secondo luogo, ha suscitato grande perplessità che l’uomo legato ai socialisti di Craxi si sia proposto come il capo di una coalizione destinata a riunire tutte le componenti della destra italiana. Ciò ha confermato l’impressione che l’entrata in politica di Berlusconi non corrispondesse ad alcuna esigenza d’interesse generale, ma semplicemente ad un suo personale stato di necessità: al bisogno di far apparire ogni inchiesta giudiziaria a suo carico come il frutto di una persecuzione politica».

Qual è la valutazione dominante in Francia sulla politica estera del governo Berlusconi ?

«In estrema sintesi, viene considerato come meno europeista, più nazionalista ed al tempo stesso più filo-americano dei suoi predecessori. Eravamo abituati a considerare l’Italia come un Paese che associava il proprio destino all’avanzare della costruzione europea e che, memore dell’avventura fascista, non nutriva ambizioni nazionali al di fuori dell’importante sviluppo economico e sociale che effettivamente nell’ultimo mezzo secolo, sebbene fra grandi contraddizioni, è stato realizzato. Craxi aveva cominciato a modificare questo scenario, Berlusconi ha accentuato il cambiamento ed è difficile dire dove voglia arrivare».

Sempre in materia di politica estera, l’elemento che più ha irritato i francesi è stato senza dubbio l’allineamento del governo Berlusconi sulle posizioni americane in occasione della guerra dell’Iraq.

«Si è trattato di un allineamento un po’ più prudente di quello spagnolo, essenzialmente a causa dell’influenza del Vaticano. Ma è chiaro che il governo Berlusconi si è posto in antitesi nettissima rispetto all’orientamento pacifista della grande maggioranza degli italiani. A mio avviso, su questa vicenda Parigi ha sostenuto una posizione fondamentalmente giusta, ma ha commesso l’errore politico di presentarla come espressione dell’eterno motore franco-tedesco cui tutti gli altri europei dovrebbero sempre obbedire. Se invece di affrettarsi a minacciare il suo veto in Consiglio di Sicurezza prima dell’inizio della guerra, e di poi contraddirsi avallando l’intervento americano nel voto del Consiglio intervenuto successivamente, la Francia avesse cercato fin dall’inizio una maggiore concertazione con i Paesi vicini, con ogni probabilità non avremmo assistito ad un’immagine finale così lacerata dell’Unione Europea».

Un’ultima domanda, più “leggera”. Come vengono percepite dai francesi le frequenti gaffes del nostro Presidente del Consiglio?

«Qualcuno vuole perfino interpretarle come sintomi di spontaneità, ma la gran parte degli osservatori francesi ha l’impressione di trovarsi di fronte ad un uomo di successo che sembra fiero di non aver assimilato la professionalità specifica dei politici, nè il loro linguaggio. Quindi la percezione è per lo più assai negativa».

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