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PARIGI Nel panorama politico francese, Gilles Martinet (nato a Parigi nel 1916) occupa un posto comparabile a quello che è stato di Norberto Bobbio in Italia, in quanto coscienza critica dei valori della democrazia. Del resto, Martinet ha conosciuto Bobbio molto bene, ne è stato amico e ne ha perfino ricevuto una laurea honoris causa all’Università di Torino. Per la prima volta, ha accettato di rispondere ad alcune domande sulla percezione francese del berlusconismo.

Animatore del giornale clandestino «L’insurgé» durante l’occupazione tedesca, Martinet è stato successivamente redattore capo dell’Agenzia France Presse (AFP), direttore del settimanale L’Observateur (per quattordici anni) e direttore di riviste (La revue internationale e Faire). Nella sua carriera di uomo politico, è stato cofondatore poi segretario del Partito Socialista Unificato (PSU), segretario nazionale del Partito Socialista (PS), deputato europeo.

Amante della cultura italiana fin dalla giovinezza (e genero del grande sindacalista Bruno Buozzi, esiliato a Parigi fin dagli anni ‘20 e ucciso dai nazisti nel 1944), Martinet è stato scelto da Mitterrand come Ambasciatore di Francia in Italia (1981-85) proprio in considerazione della sua profonda conoscenza del nostro Paese. In oltre mezzo secolo di attività, ha pubblicato una quindicina di volumi (fra cui «Les cinq communismes», «Sept syndicalismes», «Cassandre et les tueurs», «Les Italiens», «Une certaine idée de la gauche»).

Perché il personaggio Berlusconi irrita tanto i francesi, ben al di là delle divisioni politiche fra destra e sinistra?

«Credo si debba risalire agli anni ‘80, quando il presidente Mitterrand decise di mettere fine al monopolio di Stato sul settore audiovisivo, favorendo la nascita di radio e televisioni private. Così nacque la Cinq, creata da un industriale protestante vicino alla sinistra, Jérôme Seydoux, in società con Silvio Berlusconi, che all’epoca era molto legato a Bettino Craxi. La nuova programmazione destò subito i timori del mondo intellettuale, così influente in Francia, che paventava un involgarimento del paesaggio televisivo. Ma al tempo stesso suscitò aspre reazioni negli ambienti di destra e di centro-destra, dove si diceva che in apparenza i socialisti avevano compiuto una scelta liberale nel privatizzare, ma in realtà l’avevano fatto per favorire i loro amici politici. Quando la destra tornò al governo nel 1986, inaugurando il primo biennio di coabitazione con Mitterrand, immediatamente annullò la concessione al tandem Seydoux-Berlusconi, che usciva di scena con un risultato catastrofico sia sul piano economico sia in termini d’immagine».

Da allora, la percezione francese del berlusconismo è divenuta sempre più negativa...

«Fin dalle prime battute di Mani Pulite, i francesi hanno cominciato ad associare il personaggio Berlusconi con l’Italia della corruzione: da allora, la sua faccia furba e quasi sempre sorridente continua ad ispirare la più totale diffidenza. Quando poi è avvenuta la sua entrata in politica, tutti in Francia l’hanno trovata abbastanza incomprensibile, per almeno due ragioni. Anzitutto, perchè gli uomini d’affari del nostro Paese non hanno l’abitudine di rappresentare personalmente i propri interessi sulla scena politica nazionale, e d’altronde anche in Italia i maggiori esponenti del potere economico si sono generalmente attenuti alla regola di esercitare un’influenza, ma senza assumere responsabilità dirette. Nella logica francese, la scelta di Berlusconi aveva tutta l’aria di un gettare la maschera di fronte ad una situazione altrimenti indifendibile. In secondo luogo, ha suscitato grande perplessità che l’uomo legato ai socialisti di Craxi si sia proposto come il capo di una coalizione destinata a riunire tutte le componenti della destra italiana. Ciò ha confermato l’impressione che l’entrata in politica di Berlusconi non corrispondesse ad alcuna esigenza d’interesse generale, ma semplicemente ad un suo personale stato di necessità: al bisogno di far apparire ogni inchiesta giudiziaria a suo carico come il frutto di una persecuzione politica».

Qual è la valutazione dominante in Francia sulla politica estera del governo Berlusconi ?

«In estrema sintesi, viene considerato come meno europeista, più nazionalista ed al tempo stesso più filo-americano dei suoi predecessori. Eravamo abituati a considerare l’Italia come un Paese che associava il proprio destino all’avanzare della costruzione europea e che, memore dell’avventura fascista, non nutriva ambizioni nazionali al di fuori dell’importante sviluppo economico e sociale che effettivamente nell’ultimo mezzo secolo, sebbene fra grandi contraddizioni, è stato realizzato. Craxi aveva cominciato a modificare questo scenario, Berlusconi ha accentuato il cambiamento ed è difficile dire dove voglia arrivare».

Sempre in materia di politica estera, l’elemento che più ha irritato i francesi è stato senza dubbio l’allineamento del governo Berlusconi sulle posizioni americane in occasione della guerra dell’Iraq.

«Si è trattato di un allineamento un po’ più prudente di quello spagnolo, essenzialmente a causa dell’influenza del Vaticano. Ma è chiaro che il governo Berlusconi si è posto in antitesi nettissima rispetto all’orientamento pacifista della grande maggioranza degli italiani. A mio avviso, su questa vicenda Parigi ha sostenuto una posizione fondamentalmente giusta, ma ha commesso l’errore politico di presentarla come espressione dell’eterno motore franco-tedesco cui tutti gli altri europei dovrebbero sempre obbedire. Se invece di affrettarsi a minacciare il suo veto in Consiglio di Sicurezza prima dell’inizio della guerra, e di poi contraddirsi avallando l’intervento americano nel voto del Consiglio intervenuto successivamente, la Francia avesse cercato fin dall’inizio una maggiore concertazione con i Paesi vicini, con ogni probabilità non avremmo assistito ad un’immagine finale così lacerata dell’Unione Europea».

Un’ultima domanda, più “leggera”. Come vengono percepite dai francesi le frequenti gaffes del nostro Presidente del Consiglio?

«Qualcuno vuole perfino interpretarle come sintomi di spontaneità, ma la gran parte degli osservatori francesi ha l’impressione di trovarsi di fronte ad un uomo di successo che sembra fiero di non aver assimilato la professionalità specifica dei politici, nè il loro linguaggio. Quindi la percezione è per lo più assai negativa».

ROMA - Professore Sartori, quale progetto si cela secondo lei dietro questa offensiva mediatica di Berlusconi?

«La strategia è quella di moltiplicare la presenza e il protagonismo televisivo. Berlusconi viene dallo spettacolo, ha creato un impero mediatico e dunque il protagonismo televisivo c´è l´ha nel Dna. Ma rispetto a questo percorso naturale ci sono due novità. La prima è la dichiarazione, molto grave per il capo di un governo e di un partito, che tutti i politici professionisti sono dei ladri».

Non sembra avere riscosso molto successo fra i suoi alleati...

«Infatti. Berlusconi dice molte cose a vanvera. Con quale logica può dire questa cosa, spiegando che si riferiva solo alla sinistra, quando metà dei suoi alleati che siedono in Parlamento sono politici professionisti? È un´affermazione insensata e proporla dimostra molta arroganza perché è indifendibile. Se i politici professionali sono quelli che non hanno un´occupazione alternativa, e sono ladri, questo vale sia per la destra che per la sinistra. Usare questo tipo di ragionamenti può essere un boomerang per il presidente del Consiglio».

E allora perché il Cavaliere usa questo argomento? Non solo non demorde: insiste.

«Perché ormai l´uomo è sicuro di sé, lo dice, se ne frega delle obiezioni. E intanto colpisce una fascia elettorale ben precisa a cui piace la frase "i politici professionali sono dei ladri. E Berlusconi non lo è"».

Questa è la prima novità. E l´altra novità nel comportamento di Berlusconi qual è?

«L´altra novità rilevante è che Berlusconi sente di avere titolo di fare un uso anche della televisione pubblica come vuole e quando vuole. Telefona ad un programma e parla. I responsabili dovrebbero dirgli: abbia pazienza, al massimo possiamo darle tre minuti. E invece il fatto che lo lascino parlare per diciassette minuti dimostra la sudditanza terribile e totale della televisione di stato all´invadenza di Berlusconi».

La Margherita avanza il sospetto che la telefonata alla Domenica sportiva fosse concordata e autorizzata dal dg Cattaneo.

«L´ipotesi che la cosa sia stata concordata è ancora più grave. Un direttore generale che voleva salvare le apparenze e la faccia, anche se tutti sanno che prende ordini da Berlusconi, avrebbe dovuto chiedere al Cavaliere almeno di autolimitarsi».

Cattaneo si difende dicendo che Berlusconi è intervenuto come presidente del Milan.

«Vuol dire che tutti i presidenti di calcio di serie A possono telefonare per sedici minuti a qualsiasi trasmissione televisiva? Hanno o non hanno questo diritto? E se non lo hanno, Cattaneo ci può spiegare dove sta la differenza tra loro e Berlusconi? Non basta la qualifica con la quale lui giustifica l´intervento di Berlusconi, cioè quella di essere presidente di una squadra di calcio?

L´Annunziata ha fatto bene a intervenire?

«Ha fatto benissimo. Per fortuna che c´è lei alla presidenza del cda della Rai. Ma mentre lei cerca di fermare Berlusconi l´altro, Cattaneo, dice che va tutto bene».

Alcuni direttori Rai si complimentano con Fabrizio Maffei per lo scoop di avere avuto Berlusconi in diretta...

«E chi sono?».

Clemente Mimun, Anna La Rosa, Mauro Mazza, Antonio Bagnardi, Bruno Soccillo...

«Ah i berlusconoidi della Rai! Ma che razza di scoop è questo di cui parlano? Berlusconi in tv ci va già abbondantemente, ma questa volta è andato in un una sede extra. Ma i berlusconoidi della Rai devono sempre dimostrare la loro fedeltà al capo e usano l´argomento del grande scoop della Domenica Sportiva. Il problema è che abbiamo un servizio pubblico di stato appiattito su un presidente del Consiglio in corsa per le elezioni».

Ma chi può fermare questa deriva?

«Tanto per cominciare la commissione di Vigilanza Rai deve fare qualcosa. Altrimenti su che cosa vigila? Stiamo assistendo all´invasione di spazi impropri in misura totalmente inaccettabile e la Vigilanza non ha nulla da dire? Allora aboliamola o cambiamo il presidente. Claudio Petruccioli impari il mestiere di dirigere la Vigilanza dal suo predecessore Storace: quello urlava come un´aquila tutti i giorni e riusciva davvero a intimidire la Rai».

ROMA - Anche l'ultima uscita di Silvio Berlusconi sull'allenatore del suo Milan è campagna elettorale. Così come era campagna elettorale quella precedente sull'evasione fiscale che può essere tollerata se le tasse sono troppo alte o quella, subito seguente, sui politici di professione che "rubano o hanno rubato". Campagna elettorale. Sarà lunga, lunghissima fino a giugno per le amministrative e le europee. Poi continuerà fino alle politiche del 2006. E sarà dura, radicale, dai toni forti. Un clima pesante. Perché così la vuole Berlusconi "perché quello è il suo ring, lì lui è cintura nera e sa di poter vincere". E' l'analisi di Alessandro Amadori, psicologo, fondatore dell'istituto di ricerca Coesis Research. E' autore di due libri su Berlusconi: Mi consenta volumi 1 e 2.

Amadori, che tipo di campagna elettorale sarà questa che è di fatto già incominiciata?

"Radicalizzata, dai toni forti. E tutta basata a fare quadrato interno. Cioè a consolidare, da parte di entrambi gli schieramenti, il proprio mercato più che attrarre mercato potenziale".

Perché?

"Perché la politica è a corto di idee. Perché i problemi del Paese sono strutturali, come ha rivelato il caso Parmalat e diventa difficile parlarne in termini realistici. Perché è più facile. E' come il tifo calcistico. Si rafforza la propria parte e si demonizza l'altra. Perché forse è quello che gli italiani in qualche modo inconsciamente desiderano. Ma una delle ragioni decisive è che Berlusconi è più debole. La sua psicologia del sogno non attecchisce più e lui lo sa. Ha bisogno di una via d'uscita chiassosa".

E che spiegazione si darebbe Berlusconi del proprio indebolimento? Colpa dell'azione di governo o, come spesso ha detto, di un difetto di comunicazione delle cose fatte?

"E' convinto che il metodo dell'imprenditore, il metodo autocratico, non è praticabile in questo assetto istituzionale. Quella è la vera partita: le riforme, modificare surrettiziamente il dna della nostra democrazia. Per fare questo ha bisogno di due legislature. E mentre lui lavora a questo noi parliamo di Ancelotti".

L'uscita su Ancelotti servirebbe a sviare l'attenzione? Ma non è stata contropruducente? Gli italiani non potrebbero pensare: "Ma con tutti i problemi che abbiamo, il presidente pensa al Milan"?

"Dall'estate del 2003 all'elemento di distrazione si è aggiunto un elemento di evoluzione psicologica. La teoria della nemesi creativa: l'improvviso imbarbarimento dei grandi capi autoritari. Ci si distacca dalla realtà e si diventa preda di una forma di percezione all'insegna dell'onnipotenza. Questa mi sembra l'unica spiegazione dell'uscita su Ancelotti".

Quindi non era prevista? Non era un calcolo da grande comunicatore. Ma allora questa campagna elettorale rischia di avere elementi aleatori che potrebbero renderla ancora più incontrollabile. E' così?

"E' la teoria dei tre terzi. Per un terzo sarà strategia. Berlusconi parlerà di tasse, sicurezza, grandi opere e così via. La strategia ha come asse portante il presidio del territorio conquistato e fare i conti all'interno della coalizione".

Il secondo terzo?

"E' il diversivo, la schermaglia tattica. Volontà di distrarre l'attenzione. L'evasione fiscale, i comunisti senza comunismo, i politici che rubano. Il messaggio del Berlusconi antipolitico".

Infine?

"Berlusconite. Cesarismo. L'uscita su Ancelotti. Come se dicesse: 'Vedete che avevo ragione?' 'Che se non fate come dico io, se non fate giocare il Milan con due punte sbagliate?'"

Quanto pesa quest'ultimo terzo?

"E' la scheggia impazzita che rischia di rompere le uova nel paniere berlusconiano".

Ma se è come dice lei perché nessuno dei consulenti del premier lo sconsiglia dal fare queste uscite?

"Nella cerchia ristretta dei consulenti di Berlusconi si fa fatica a fargli capire gli effetti collaterali che certe uscite possono avere".

Insomma, nessuno ha il coraggio di dirglielo.

"Secondo me è così. Perché certe uscite sono francamente autolesionistiche. Le grandi personalità autoritarie hanno incominicato a distaccarsi dalla realtà perché sono venuti a mancare gli elementi di controllo, le verifiche razionali".

Quale è stata la miglior uscita elettorale di Berlusconi?

"Quella sui politici che rubano è quella che parla di più al suo elettorato. Che spesso gli rimprovera di proprio aver perduto la sua forza antipolitica".

La peggiore?

"I comunisti senza comunismo. Un messaggio che non interessa più a nessuno".

Il lifting?

"Una via di mezzo. L'ha fatto nel momento sbagliato, quando gli italiani sentono di diventare più poveri".

Berlusconi comunque sembra pronto per la lunga campagna elettorale. Che cosa dovrebbe fare il centrosinistra per vincere?

"Non cadere nella trappola. Se risponde alla provocazione il centrosinistra perde. Berlusconi in questo terreno è più bravo. L'opposizione dovrebbe fare in modo che Berlusconi faccia a pugni con il vuoto".

Succederà?

"Prodi e la Margherita sembrano averlo capito. Per i Ds è un po' più difficile resistere alla tentazione. E' comprensibile con tutti gli attacchi che subiscono quotidianamente".

RIUSCIREMO a sopravvivere da paese civile alla prossima campagna elettorale? Esiste un sistema per smontare la rabbiosa macchina da guerra messa in moto da Berlusconi per le Europee? È questa, più della vittoria dell´uno o dell´altro schieramento, la vera posta in gioco da qui a giugno. Una democrazia può ben resistere a un cambio di maggioranza ma non all´imbarbarimento progressivo della lotta politica oltre un punto di non ritorno. Ed è più o meno questo l´obiettivo di Berlusconi.

Convinto che con una campagna elettorale "normale" il suo partito andrebbe incontro a una disfatta storica, il premier fa leva sull´immenso potere mediatico per imporre una campagna folle, estrema, in un certo senso "finale". Il suo è un estremismo calcolato, una pazzia lucida e meticolosa. Si tratta di vedere se gli avversari sapranno riconoscerla come tale.

La reazione più naturale di fronte alle provocazioni del premier è, triste a dirsi, anche la più inutile. Scandalizzarsi non serve a niente. La maggioranza degli italiani in ogni caso non si scandalizza, non più, non per Berlusconi. La società è mitridatizzata, l´informazione scarsa e controllata.

Chi ha provato a contare i vantaggi enormi che l´attuale campione dell´antipolitica ha ricevuto dagli odiati politicanti della prima Repubblica è stato già censurato ed espulso da tutte le televisioni del regno. Si potrebbe anche provare a fare il calcolo di quante tangenti occorrono per arrivare in cima alla montagna di miliardi che si è messo in tasca lui da quando è premier, fra condoni, decreti tivù, defiscalizzazioni, abolizione della tassa di successione e perfino spalma-debiti per il calcio. Facciamo duemila seconde case di onorevoli? Un migliaio di barche con annesso skipper? Ma anche questo argomento non servirebbe a molto. Guai, oggi, a demonizzare chi lo merita.

Assai più utile è cercare di capire la meccanica della "follia" di Berlusconi e magari smontarla. La strategia del premier parte dalla lettura dei sondaggi che da mesi indicano un crollo di Forza Italia dal 30 al 20 per cento e una costante crescita di consensi della Lista Prodi fino al 35-37 per cento. Notizia che di per sé giustificava almeno un lifting. Berlusconi ha riunito i suoi esperti di comunicazione e ha deciso di sperimentare sul terreno la ricerca del messaggio in grado di rovesciare la situazione. Da quando è tornato sulla scena ne ha sperimentati tre. Il primo, l´Ottimismo. In tinta con il rimpasto facciale, il premier ha cominciare a dire che l´Italia è più ricca e prospera, felice e fiduciosa, insomma "più bella che pria". Non ha funzionato. Al contrario, l´ottimismo fuori luogo ha prodotto nell´opinione pubblica una reazione infastidita e di distacco dal capo, del genere: "Andrà meglio a lui, ma a noi?". Mancato il primo colpo si è passati al secondo, un classico: l´anticomunismo. Comunisti dappertutto, dalla Corte Costituzionale fino all´ultima aula scolastica. Comunisti feroci, sabotatori incalliti.

"Comunisti senza comunismo". E qui ha sbagliato slogan. Perché un conto è richiamare alle armi lo storico anticomunismo nazionale, vero collante ideologico dei ceti medi dal dopoguerra. Altro è ammettere che il comunismo non c´è più. Quel "senza" è stato fatale. Perché se il comunismo non esiste (in effetti sono passati quindici anni dal crollo del muro e tredici dalla dissoluzione del blocco sovietico) perché scaldarsi tanto contro i poveri superstiti?

Bruciati in pochi giorni i due messaggi fondanti del berlusconismo, il grande comunicatore non si è perso d´animo e con la riconosciuta mancanza di scrupoli è passato a quella che un dottor Stranamore chiamerebbe "l´arma fine di mondo", il qualunquismo. «È giusto evadere le tasse alte», «i politici sono tutti ladri». Pare di ascoltare il Bossi prima maniera. Ma intanto il messaggio è efficace, doppiamente efficace. Da un lato parla agli istinti animali dell´elettorato, dà voce a un rifiuto della politica forte e radicato nella società italiana tanto fra i giovani che fra i vecchi, fra i ricchi e gli impoveriti, gli operai e gli imprenditori, i professionisti e gli impiegati. Dall´altro costringe la politica a una difesa che suona di nomenklatura, rivelando un qualunquismo speculare. Da sempre in Italia all´antipolitica della società corrisponde lo spirito antisociale della politica. In questo modo Berlusconi recupera la sua centralità, la pretesa di essere diverso e migliore, l´unico capace di mediare fra il Palazzo e la Gente, tramite divino dal paese reale a quello (sempre meno) legale.

Trovato il "messaggio", non c´è dubbio che Berlusconi userà tutto il potere di cui dispone per imporlo alla campagna elettorale, senza preoccuparsi del potenziale distruttivo ed eversivo che sprigiona. Sarà come se nel ?92 Bossi e Miglio avessero avuto a disposizione il 90 per cento dell´informazione. Ma con una differenza importante e forse decisiva: l´esperienza di questi dieci anni.

Smontare il messaggio di Berlusconi non è poi così difficile. Tutte le sue strategie mirano all´unico scopo di oscurare i fatti con le parole. Vuole costringere tutti a discutere di quel che ha detto oggi o ieri perché si dimentichi quanto ha fatto in due anni e mezzo di governo. un´intuizione esatta. Gli italiani non sono affatto delusi dalle sue parole, che anzi continuano a piacere moltissimo. Sono delusi dai fatti, dalla distanza fra promesse e risultati. Se l´opposizione saprà insistere su questo contromessaggio, se saprà ogni volta incalzare il presidente del Consiglio chiamandolo a rispondere delle concrete azioni di governo e non delle sparate da capopopolo, allora avremo una campagna elettorale normale, davvero europea.

PER i lettori di Repubblica non sarà una sorpresa apprendere che la commissione d’inchiesta parlamentare Telekom Serbia è stata ingranaggio di una Grande Trappola contro il presidente della Commissione europea, il leader del maggior partito di opposizione, un ex presidente del Consiglio. Di quel disegno politico, perché di questo si tratta, Repubblica ha provato a indicare, fin da settembre scorso, gli attori, i comprimari e le mosse. Ora uno dei protagonisti dell’affare - Antonio Volpe - è in carcere, con Igor Marini, accusato di calunnia contro Prodi, Fassino e Dini. La magistratura farà il suo lavoro, accerterà e attribuirà le responsabilità, ma la decisione del giudice di Torino pone fin da ora una domanda e due questioni. La domanda interpella il governo. Antonio Volpe non è un uomo senza storia. è la muffa di un sistema che si immaginava seppellito per sempre. La sua opaca biografia di frammassone, di manovale a cottimo dei servizi segreti, i contatti costanti e recenti con l’intelligence della Difesa, la rete di legami (Francesco Pazienza, Renato D’Andria) con circoli di depistaggio e diffamazione impongono di sapere se, dentro le strutture dello Stato, esiste ancora (organizzata da chi? controllata da chi? tollerata da chi?) un’area oscura che si mette in azione contro gli avversari politici armata di dossier falsi e false testimonianze. è una risposta che tocca al governo dare. Sono il sottosegretario con la delega ai servizi segreti, il ministro della Difesa e dell’Interno a dover spiegare che cosa è nascosto sotto il tappeto nelle «case» di cui hanno la responsabilità politica. A dover dire se qualcosa sanno; se qualcosa e che cosa faranno per sapere; se sono d’accordo che sia ragionevole e doveroso, a questo punto, che qualcosa si sappia. Quel che è accaduto è sufficientemente chiaro a tutti. Una accolita di brutti ceffi, noti alla cronache fin dagli Anni Ottanta, si è stretta intorno a una commissione d’inchiesta parlamentare per annientare con la calunnia l’intera leadership dell’opposizione lanciando in aria, sospesa, addirittura una minaccia contro il presidente della Repubblica. Questi brutti ceffi, scrive il giudice di Torino, si sono mossi nel solco di «un unico disegno criminoso». Si incontra qui una prima questione politica: dove sono e chi sono i mandanti politici di quell’azione. Neppure Candido crederebbe che, un giorno tra novembre e dicembre del 2002, una pattuglia di massoni piduisti, di spioni e di spiantati si propone al lavoro di una commissione d’inchiesta, così, tanto per ammazzare il tempo in mancanza di meglio. Per stare ai fatti, vediamo Antonio Volpe intorno alla commissione Telekom fin da dicembre del 2002 (i lavori non sono ancora entrati nel vivo). Lo ritroviamo, a sentir lui, nelle stanze di san Macuto (il palazzo dove la commissione si riunisce) nel gennaio 2003 quando il cacciaballe Igor Marini ancora fatica da facchino all’ortomercato di Brescia. Frammassone Antonio Volpe se ne va in giro da quel momento presentandosi come «consulente della commissione». Ne rintracciamo la presenza nello studio del presidente Trantino in luglio, in comunicazione via fax con il "commissario" di Forza Italia Alfredo Vito in agosto e ancora con Alfredo Vito in settembre. Che cosa e chi lo autorizza a muoversi con quell’autonomia e, diciamo così, autorevolezza? Quale ingaggio, quale incarico? Se fossimo in una situazione appena decente, o decentemente normale, dovrebbe essere la stessa commissione parlamentare d’inchiesta presieduta da Enzo Trantino a fare luce sulla manovra che l’ha condotta in un vicolo maleodorante di calunnie. è la seconda questione che occorre affrontare. è una questione che chiama in causa il Parlamento e i presidenti di Camera e Senato. è in grado quella commissione di lavorare con serenità ed equilibrio? è in grado di raccogliere il rispetto dell’opinione pubblica, di onorare il qualificato compito che le è stato assegnato. Stiamo ancora i fatti. Anzi, a un fatto accaduto ieri. Un "commissario", Giuseppe Consolo, senatore di Alleanza nazionale, tra i più entusiasti estimatori del cacciaballe Igor Marini, tra i più inflessibili accusatori di Prodi, Fassino e Dini, apprende la notizia dell’arresto di Volpe. Non viene sfiorato né dall’imbarazzo né dalla cautela. Dà alle agenzie una notizia: ho consegnato alla commissione un documento da cui «si evince l’obbligo per le società pubbliche come Telecom di informare preventivamente l’azionista». Consolo non pensa di chiedere scusa a chi è stato per mesi infangato dalla calunnie che la sua avventatezza ha contribuito a diffondere. Consolo rilancia. Sventola un documento sortito chi lo sa da dove e come (non lo spiega) e dice: l’azionista di Telecom, cioè il ministro del Tesoro, cioè Carlo Azeglio Ciampi, doveva sapere. Delle due, l’una: o ha saputo e ha taciuto; o non ha saputo perché ha chiuso gli occhi. Senza un’ombra di rossore nel volto, Consolo ripropone la tecnica che ha soffocato la credibilità della commissione in questi mesi. Una procedura costruita con "clamorose" dichiarazioni alla stampa, con messaggi oscuri e parole oblique. Non c’è da meravigliarsi: la commissione Telekom non è nata per accertare i modi dell’acquisizione dell’azienda telefonica serba (e fatti da accertare ce n’erano e ce ne sono, come i lettori di Repubblica sanno). Quella commissione è stata costruita per liquidare l’opposizione, per fare da "camera di scoppio" di una campagna di diffamazione e di violenza politica. è quel che è avvenuto con l’arrivo di Marini e di Volpe, con le lettere anonime, con falsi documenti inviati da malvissuti ricattati da vecchi arnesi della massoneria piduista. Sono Pera e Casini a dover interrompere questa spirale di strumentalizzazioni politiche. I presidenti di Camera e Senato non possono interferire nelle determinazioni della commissione né devono condizionare la sua autonomia. è scritto nei regolamenti, è giusto che sia così. Ma la seconda e la terza autorità dello Stato hanno anche l’obbligo di preservare la rispettabilità delle Camere, hanno il dovere di chiedere che si allontani spontaneamente dalla commissione chi per inettitudine non ha saputo difenderne la limpidezza. Dopo quanto accaduto a san Macuto, in un Paese civile sarebbero formulate scuse a chi è stato ingiustamente infangato e sarebbe restituito, perché interesse di tutti, l’onore al Parlamento.

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