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«So per certo che Berlusconi alza il telefono e chiama i consiglieri d'amministrazione per suggerire nomine ed influenzare le scelte sui programmi». Una denuncia esplicita che ha un effetto bomba, quella fatta dalla presidente Rai, Lucia Annunziata, in un incontro con la stampa estera. Subito si è scatenata l’ira del centrodestra (soprattutto di FI) e una raffica di smentite dai quattro consiglieri: «Si è incrinato il rapporto di fiducia nel Cda», afferma Marcello Veneziani. Se poi questo possa tradursi in una sfiducia alla presidente, nel Cda di oggi pomeriggio, è da vedere. Ma da destra le pressioni sono forti e dirette.
«Queste sono le spiegazioni che mi vengono date in via non ufficiale per giustificare alcune delle decisioni che vengono prese», ha risposto Lucia Annunziata ai giornalisti stranieri. La «goccia che ha fatto traboccare il vaso» è stata la «bocciatura» da parte della maggioranza del Cda Rai del nome di Ferruccio De Bortoli per la striscia informativa di sei minuti dopo il Tg1 delle 20, lo spazio che era occupato da «Il Fatto» di Enzo Biagi prima del diktat berlusconiano. E per una che si definisce una «moderata intransigente», il veto su una persona moderata come l’ex direttore del «Corriere della Sera» è stato la «goccia» esplosiva, spiegano da Viale Mazzini.
Uno per uno i consiglieri hanno smentito. Dall’ospedale parla per primo Giorgio Rumi, cattolico: «Io non ho mai ricevuto nessuna telefonata. Berlusconi non lo conosco nemmeno personalmente», ma «non ho capito perché De Bortoli non vada bene», aggiunge. Segue Francesco Alberoni, «sbalordito». «Mai ricevuto telefonate da Berlusconi per le nomine»; accusa la presidente di fare «comizi e comunicati durante il Cda», poi minimizza sulla scelta dei nomi: uno scambio di vedute con «diverse proposte, rinviamo ogni decisione, non c'è fretta», aveva detto (eppure la striscia sarebbe dovuta partire a febbraio aveva detto il Dg Cattaneo la settimana scorsa, ora è stata rinviata a marzo, dopo Sanremo). Dopo un po’ parla Marcello Veneziani, vicino ad An: «O chiarisce il suo pensiero e rivede la dichiarazione incauta rilasciata, oppure si incrinerà il rapporto fiduciario all'interno del Cda». Mai «preso ordini da nessuno», mai «ricevuto telefonate», Veneziani gira la questione: Annunziata «organica alla sinistra», attaccata da «Santoro e Sabina Guzzanti». Ultimo replica con toni duri Angelo Maria Petroni, il consigliere più organico a FI e che si sarebbe opposto per primo a De Bortoli: «La dottoressa Annunziata ha un transfert psicoanalitico. Probabilmente pensava a consiglieri Rai del passato, a Presidenti del consiglio del passato e a giornalisti Rai del passato» («ai miei tempi le nomine le facevamo noi», replica l’ex presidente Rai, Zaccaria, che cita tre direttori di Tg: Borrelli, Lerner e Longhi).
Subito la destra parte all’attacco chiedendo le dimissioni. Dalla prima fila delle truppe di Forza Italia parte Cicchitto: «Annunziata dà il suo contributo alla campagna elettorale dell’Ulivo, mettendo nel mirino il presidente del Consiglio»; Isabella Bertolini imita il Capo: «A RaiTre i vari soviet di redazione godono di ottima salute». Ricciotti è lapidario: «La signora Annunziata ha dichiarato il falso, farebbe bene ad andarsene». Accuse anche da An, con Bonatesta e Butti. Voce solitaria, il direttore del Tg2, Mauro Mazza (vicino ad An) trova «scandaloso scandalizzarsi. Anche nel caso della mia nomina la politica ha detto qualche parola».
Il centrosinistra è allarmato: «Il Re è nudo», afferma Rizzo, Pdci; Morri dei Ds: «È inutile strepitare, è la verità e la difesa dell'autonomia della Rai dovrebbe essere svolta non solo dal Presidente ma da tutto il CdA e dal Direttore Generale. O pensavate che la Presidente dovesse tagliare soltanto i nastrini?». Il diessino Falomi chiede che «l'Authority per le Comunicazioni avvii un’indagine sul controllo politico dell'informazione in Rai» e che ci sia «un’iniziativa del presidente della Commissione di Vigilanza». Lusetti, Margherita: «Inquietante, non bastano semplici dichiarazioni di smentita per fugare tutti i dubbi».
Già la settimana scorsa, quando fu «bocciato» De Bortoli, Lucia Annunziata aveva denunciato «pressioni esterne» sul nome «sgradito al governo». Qualcosa «era successo», perché l’accordo con il direttore generale, Flavio Cattaneo, era saltato nel Cda. Ma ieri la denuncia ha avuto un cognome (che vale anche per le pressioni di famiglia sulla sfida Bonolis-Ricci). Altro che «figurante», come l’ha definita Santoro, è stata nominata per «vigilare sul conflitto di interessi», spiegano, ma i consiglieri hanno sempre bocciato quattro a uno ogni sua proposta pluralista», per avere il controllo totale sull’informazione, tanto più in campagna elettorale. Annunziata aspetta ancora una risposta chiara sul veto a De Bortoli. Accada quel che accada nel Cda di oggi, la sfida è aperta.
Sulla scelta dei conduttori per la striscia c’è tempo, comunque resta in campo Vespa, alternato o affiancato da nuovi nomi: Enzo Bettizza, editorialista de «La Stampa», Maria Latella e Barbara Palombelli del «Corriere». Rinviata a mercoledì l’audizione in Vigilanza del direttore del Tg1, Mimun: convocata alle 14 di oggi, alla stessa ora è stata fissata la seduta in aula a Montecitorio per la Legge Gasparri.
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«So per certo che Berlusconi alza il telefono e chiama i consiglieri d'amministrazione per suggerire nomine ed influenzare le scelte sui programmi». Lucia Annunziata, presidente del Cda Rai, ha pronunciato questa frase intervenendo oggi a Roma davanti a una platea di corrispondenti di giornali esteri. La Annunziata precisa che queste almeno sono le spiegazioni che le sono state date in via non ufficiale per giustificare alcune decisioni prese in Rai su cui evidentemente la presidente non è stata d'accordo. Il riferimento è in particolare la recente bocciatura da parte della maggioranza del Cda della candidatura di Ferruccio De Bortoli alla conduzione della striscia informativa su Raiuno al posto de «Il Fatto» di Enzo Biagi. Questa bocciatura sarebbe stata decisa perchè l'ex direttore del Corriere della Sera «non è gradito al governo».
I consiglieri Giorgio Rumi e Francesco Alberoni cadono dalle nuvole e rispondono in coro che a loro il premier non ha mai telefonato. Nè conoscono vicende simili anche solo per sentito dire.
Mentre Giorgio Lainati, capogruppo di Forza Italia in commissione di vigilanza Rai, rincara la dose esprimendo sconcerto per le «gravi» dichiarazioni della presidente, considerandole per altro alla stregua di «pettegolezzo». «L'ennesima, gravissima scorrettezza» della Annunziata, soggiunge Antonio Leone, vicepresidente del Gruppo di Forza Italia alla Camera.
E un altro consigliere, l'intellettuale di destra Marcello Veneziani avverte che o la Annunziata smentisce o «il rapporto con il Cda deve considerarsi incrinato». «Capisco - continua - che l'Annunziata viva un difficile momento all'interno della sinistra
dopo le accuse rivoltele da Michele Santoro, in parte da Sabina Guzzanti e dal popolo dei girotondini. Ma che debba tentare di legittimarsi agli occhi della sinistra sparando sul consiglio che presiede è inaccettabile».
Infine il consigliere Angelo Maria Petroni descrive l'uscita della presidente alla stregua di un gesto di "matteria". Per Petroni la Annunziata si doveva riferire al passato e lui crede che dunque «abbia operato un transfert psicoanalitico».
Per il vice coordinatore di Forza italia Fabrizio Cicchitto, la denuncia della Annunziata va invece letta come un riflesso della campagna elettorale già iniziata.
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È in auge una giudiziosa campagna d´opinione contro i toni forti. Con rimbrotti equamente ripartiti contro le due bande estreme del campo politico, la destra gradassa e la sinistra indignata. Però, al netto del fair-play e di altre non secondarie questioni di civismo e rispetto, restano sul campo, e contribuiscono a incendiarlo, questioni che purtroppo non sono affatto di tono (magari lo fossero!), ma di sostanza.
Per esempio la parola "censura", che è sgradevole e ingombrante quanto la parola "regime", della quale è sintomo, viene sovente tacitata di esagerazione strumentale, e isterica. Bene: vogliamo entrare nel merito, allora, per verificare se questa parola dia scandalo perché la si adopera a sproposito, o piuttosto perché la si adopera a proposito?
Ieri l´altro la magistratura competente ha fatto sapere che non c´è alcuna ragione di procedere per diffamazione contro Sabina Guzzanti e il suo Raiot. Poiché la Rai aveva sospeso ufficialmente la trasmissione esattamente per questa ragione - perché temeva le conseguenze legali - sarebbe logico presumere che a Guzzanti fossero restituiti, a questo punto, immagine e favella. Non accade e non accadrà. Da un punto di vista logico (e non politico) è lecito o no parlare di censura?
Due giornalisti di punta della Rai, Biagi e Santoro, dopo che in un discorso pubblico il premier li nominò persone sgradite e nemiche, sono stati levati dalla programmazione. Che il caso sia risaputo e logoro non cambia di una virgola la sostanza (non il tono) della nostra domanda, ugualmente risaputa e logora: è lecito o no parlare di censura?
Il comico e dicitore Daniele Luttazzi invitò nel suo talk-show il giornalista Travaglio, autore di un libro (regolarmente in vendita) contro Silvio Berlusconi. Carriera televisiva stroncata, e significativa difficoltà, per Luttazzi, di trovare teatri disponibili a farlo lavorare, specie nel Nord del Paese. Di nuovo: è lecito oppure no parlare di censura?
Dario Fo e Franca Rame hanno scritto una farsa satirica su Silvio Berlusconi. Prima alcuni consiglieri del Piccolo Teatro, nominati dalla maggioranza di centrodestra, si dichiarano contrari alla messa in scena perché lo spettacolo «fa politica schierata» (da Aristofane in poi, in effetti, capita), poi una rete satellitare lo manda in onda senza audio nel timore delle solite «conseguenze giudiziarie». Per la quarta volta: è lecito o no parlare di censura?
A Bologna, l´etologo Celli è invitato a parlare del comportamento dei cani in una sala pubblica. L´argomento non è strettamente politico, a meno di considerare Celli un manipolatore della scienza così geniale da volgere l´esegesi dei volpini e dei pastori bergamaschi in polemica antigovernativa. Ma dal Comune fanno sapere agli organizzatori del dibattito che Celli è «persona sgradita» (aridagli), e siamo punto e a capo: censura o cos´altro?
Infine, e forse perfino peggio, la vicenda della fascia preserale di Raiuno. Ferruccio De Bortoli viene indicato tra i possibili protagonisti Rai di quell´Ora Fatale, quella contesa a colpi di maglio tra Ricci e Bonolis. Pressioni di area governativa sconsigliano e dirottano, il presidente della Rai Annunziata sostiene che il premier in persona (proprietario di Mediaset) telefona ai consiglieri di viale Mazzini per consigliarli, e l´Unità, finora non smentita, giorni fa scrisse che lo stesso direttore generale discusse (diciamo così) con Berlusconi l´assetto della fascia preserale. L´accusa, nel caso in questione, è semplicemente gravissima, perché allo scopo censorio si sommerebbero ragioni di concorrenza sleale, rilevanti penalmente, nonché di Leso Mercato, crimine inaudito sotto questo cielo ma inevitabile strascico logico del famoso conflitto di interessi (altra questione sostanziale spesso retrocessa a una questione di cattivo umore di chi la tira in ballo).
A corollario di quanto detto, aggiungo due osservazioni. La prima: il dibattito sui precedenti casi si è dipanato principalmente sui toni inopportuni (di nuovo!) e lo stile dei censurati, sulla natura della satira, sul carattere fumantino della Guzzanti, sulla consunzione o meno del teatro di Fo-Rame, quasi si fosse a una convention di critici. Assai di meno ci si è soffermati sulla notizia-notizia, che era ed è, indubitabilmente, il secco limite alla libertà di espressione che queste vicende descrivono. Bastasse il giudizio negativo su uno spettacolo, per volerlo oscurare, io cancellerei di mio pugno metà dei palinsesti Rai e Mediaset: il fatto è che non basta affatto, quel giudizio, e la libertà d´espressione contiene, come scomoda conseguenza, appunto la messa in onda di facce e parole "antipatiche": ai giudici il compito, quando sia necessario, di risarcire i diffamati o di perseguire i reati commessi per mezzo della parola. Il resto, tutto il resto, è solo e soltanto censura politica.
Seconda osservazione: che a rimanere vittima di ostracismo politico sia stato, insieme ai ben noti agitatori di sinistra sopraccitati, anche Ferruccio De Bortoli, la dice lunga sull´imprevidenza di un dibattito fondato solo sul garbo politico: si sia garbati o meno - e De Bortoli lo è assolutamente e ai tempi del Corriere lo fu anche valorosamente - si rischia comunque di essere rispediti a casa, con tanti saluti. E dunque garbatamente, perfino squisitamente, con un cordiale sorriso sulle labbra e stringendo la mano a tutti, domando: non è arrivato il momento di chiederci che cosa sta succedendo, in questo paese, alla libertà d´espressione?
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Un appello a Pera e Casini dai giornalisti Rai: i presidenti delle Camere intervengano per garantire l’autonomia professionale e le «minime» condizioni per una corretta informazione in vista della campagne elettorale. Un allarme lanciato dall’assemblea di tutte le redazioni, riunita a Saxa Rubra. E mercoledì si è dimessa Daniela Tagliafico, vicedirettore del Tg1, alla quale l’assemblea esprime solidarietà. La sua lettera, inviata anche al comitato di redazione, è affissa nella bacheca del tg a Saxa Rubra: «Caro direttore, poiché non hai risposto alla mia lettera in cui esplicitavo una serie di punti, a mio avviso ineludibili per ripristinare le condizioni per una piena condivisione della linea editoriale, e poiché mi hai pubblicamente invitato a dare le dimissioni da vicedirettore del Tg1, ti chiedo l'assegnazione di un nuovo incarico dentro la testata adeguato alla mia professionalità».
Nessun commento dal direttore del Tg1, Clemente Mimun, che in commissione di Vigilanza ha ribaltato la prassi dell’audizione: ai parlamentari ha detto solo «vi ascolto, risponderò dopo». Perché «rispetto il Parlamento», dice. «Un’audizione panino», secondo l’opposizione, che corrisponde alla tecnica usata dal Tg1, per cui l’ultima parola ce l’ha la maggioranza. Daniela Tagliafico aveva già spiegato i motivi tutti professionali del suo disagio, chiedendo al direttore una «narrazione della politica» corretta e non a «panino»; maggiore autonomia giornalistica e più interviste; un limite all’uso «chiavi in mano» delle immagini dei services di partito; l’utilizzo di tutti i giornalisti. Mimun le ha risposto solo in un comunicato: «Io non la esonero dall’incarico, se lei si vuole dimettere, si dimetta».
Erano più di centocinquanta i giornalisti riuniti mercoledì a Saxa Rubra: dalle redazioni dei tre tg, dalla radio, da Rainews24 e Televideo, molti i precari. Nel documento finale approvato all’unanimità l’assemblea denuncia il «grave stato di tensione e intimidazione che si respira nell’azienda» che lede l’autonomia e la libertà d’informazione, «minacciate da una dirigenza sempre più piegata al potere politico». Solidarietà anche al direttore di RaiTre Ruffini e al responsabile satira Andrea Salerno: il Dg Cattaneo ritiri i provvedimenti disciplinari dopo la richiesta di archiviazione della querela Mediaset contro «Raiot». L’Usigrai annuncia un nuovo «libro bianco» su tutti i casi di censura e manipolazione delle notizie e chiede di essere ascoltato dalla commissione che rivedrà di nuovo la legge Gasparri.
Nell’appello a Pera e Casini i giornalisti chiedono «condizioni minime di garanzia» per un’informazione equilibrata, da verificare «testata per testata, rete per rete e di tutti i settori produttivi dell’azienda». In pratica si chiede il sostegno istituzionale a quella vertenza sul pluralismo interno alla Rai che vuole aprire Lucia Annunziata. Molti interventi hanno richiamato i messaggi del presidente Ciampi sul pluralismo, Bruno Morbici del Tg1 ha citato quello di ieri sul «non demonizzare gli avversari». Il leitv motiv dell’assemblea è stato un no alla logica senza dialogo del «chi dissente vada via». «Questa è casa nostra, la Rai non è una caserma, i direttori non sono “l’ultimo imperatore”». Molti i conduttori, fra questi David Sassoli del Tg1, Federica Sciarelli del Tg3 suggerisce: «Denunciamo all’ordine dei giornalisti i casi di censure» o dei professionisti tenuti in panchina come Sandro Ruotolo e Riccardo Iacona della squadra di «Sciuscià» (ieri all’assemblea) «vengano utilizzati almeno per condurre “Primo Piano”». I giornalisti di RadioRai e dei Gr hanno denunciato la grave crisi della radio (il cui direttore Bruno Socillo sembra sia in procinto di lasciare). Precari in rivolta per l’eterna condizione che li mantiene sotto ricatto, si pensa ai ricorsi alla Corte dei Conti.
Mimun non ha voluto parlare, «la Vigilanza non è la commissione Warren», esagera in un battuta «innocente... e io non sono l'assassino di Kennedy». L’opposizione ha fatto le sue critiche: Gentiloni, della Margehrita, ha ricordato come lo spazio per il centrosinistra nel Tg1 si sia ridotto nel 2003 a un quarto, anziché un terzo: 20,9% all’Ulivo, 2,5 a Rifondazione. Sull’inflazione solo a dicembre solo 34 minuti su 51 ore, 1,1%. «Sono scomparsi dal tg i problemi reali», accusa Giordano, del Prc, che ha chiesto «un assetto di garanzia» per la campagna elettorale. Ma nella lista dei censurati dalla Cdl di Viale Mazzini è entrato anche un deputato: il diessino Giuseppe Giulietti non è stato voluto a «UnoMattina», pur essendo stato invitato in precedenza per parlare della legge contro le «truffe nelle televendite» di cui è primo firmatario. Ne chiede conto al direttore generale Rai il ds Gambino, al quale è stato chiesto di partecipare alla trasmissione perché «la presenza di Giulietti non era gradita», racconta nella lettera a Cattaneo. Gambino si è rifiutato, è andato D’Andrea, della Margherita, ignaro del retroscena.
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Giuro, questo non è un articolo sulla verifica di cui vi importa poco, e a me ancor meno. È semplicemente il racconto di quanto è accaduto ieri durante una riunione a Palazzo Chigi fra gli alti papaveri della coalizione. Convocata da La Loggia, ministro per la Regioni, vi hanno partecipato Fini, Buttiglione, La Russa, Nania, Volontè, Calderoli e altri.
Qualcuno aveva pensato si trattasse di un incontro pacificatorio dopo le polemiche dei giorni scorsi sulla pretesa necessità di un rimpasto di governo allo scopo di rilanciarne l’azione. In realtà si è parlato di ben altro. E il verbo parlare è improprio se si considera che il colloquio è presto degenerato in turpiloquio. Proprio così. Sono volati gli stracci. Riportiamo per puro dovere di cronaca (anche nelle pagine interne) quanto ci è stato dato sapere, ma confessiamo un certo imbarazzo, perché mai avremmo creduto che la situazione nella Casa delle Libertà fosse tanto grave. Eravamo al corrente come voi delle tensioni, dei contrasti e dei litigi, però non immaginavamo si arrivasse tanto in basso.
Dei presenti alla seduta, il personaggio di maggiore spicco indovinate chi è? Silvio Berlusconi. Il quale prende in mano il pallino e annuncia cosa intende fare per predisporre la maggioranza a vincere le prossime elezioni, sia quelle amministrative sia quelle europee fissate il 13 e 14 giugno.
Punto primo. Modifica della legge elettorale. Abolizione del doppio turno per l’elezione dei sindaci, motivata dal fatto che la Lega pretende di correre in proprio e che gli elettori del centrodestra non amano essere mobilitati due volte a distanza di quindici giorni l’una dall’altra.
Secondo punto. Revisione della legge sulla par condicio. Ogni partito, dice il premier ribadendo una tesi già nota, avrà in tivù uno spazio proporzionato alla propria consistenza numerica. Esempio. Forza Italia ha il 26 per cento, quindi ha diritto a 26 minuti, si fa per dire. Alleanza nazionale ha il 12, quindi, 12 minuti. Figuriamoci la reazione degli ex missini e dei rappresentanti dell’Udc. No caro Cavaliere. Piuttosto, si dia uno spazio ai due schieramenti avversari, poi ciascuno di essi si regolerà seguendo una equa spartizione che non mortifichi né privilegi alcuno.
Quanto alla riforma della legge elettorale, aggiunge Fini, è indispensabile evitarla poiché la partita è già cominciata. Gli stessi concetti, all’incirca, sono espressi da Volontè (Udc). Ed è qui che il premier perde la pazienza e le staffe. Attacca con voce stentorea: «Voi ex democristiani mi avete rotto il cazzo, me lo hai rotto tu e il tuo segretario Follini. Basta con la vecchia politica. Conosco i vostri metodi da irresponsabili. Fate favori di qua e di là e poi raccogliete voti, ma io vi denuncio, non ve la caverete a buon mercato, vi faccio a pezzi. Io le televisioni le so usare e le userò. Chiaro? Mi avete rotto i coglioni. Non mi faccio massacrare due anni e mezzo per poi schiattare come un pollo cinese. Se andiamo avanti in questo modo ci stritolano, lo capite o no, affaristi che non siete altro?».
L’intemerata ammutolisce gli astanti. Volontè ha gli occhi sbarrati. Buttiglione gli tira la giacchetta per impedirgli di rispondere a tono oppure di alzarsi e filarsela. Chi invece si alza e gira i tacchi è Gianfranco Fini, pallido, anzi livido.
Berlusconi non è tipo da sfuriate. Al contrario è avvezzo a ricorrere alla blandizie, e punta a persuadere piuttosto che a intimidire. Se ha mutato registro all’improvviso, significa che ha i nervi logori. Non ne può più di mediare, di rabbonire questo e calmare quello, di predicare la concordia e appellarsi allo spirito di collaborazione. È scoppiato. La menata della verifica lo ha esasperato. Forse non ha idea di come ridurre i poteri a Tremonti e soddisfare le esigenze di An nonché dell’Udc. Inoltre, avverte il pericolo di una nuova sconfitta alle amministrative. E sorvoliamo sulle europee, alle quali è improbabile che la Casa delle Libertà riesca a “iscriversi” con un listone unico, e ciò rischia di indebolire la coalizione, dando l’impressione alla “base” che le beghe distraggano la maggioranza e la conducano alla deriva.
Insomma, Silvio davanti a simili ostacoli ha smarrito la sinderesi.
Oddio, comprendo il suo stato d’animo, lo comprendiamo tutti. Ma abbandonarsi all’ira in momenti delicati e di crisi è deleterio. Perché anche uomini cauti quali Fini non hanno le batterie della tolleranza inesauribili. A furia di strappi la corda è destinata a spezzarsi, e sarebbe un guaio. Se la coalizione va a ramengo, va a ramengo il governo, vanno a ramengo le elezioni.
Poi ci toccherà tornare a votare per le politiche e la sinistra, pur sfranta e sfinita, ha riserve d’energia per risollevarsi e conquistare la prima piazza. Questo, Berlusconi, ripresosi dallo scatto di rabbia, deve averlo intuito. Infatti in serata si è intrattenuto con Follini, e ci auguriamo che la frattura sia stata sanata. Udc e An sono in attesa di una schiarita, consapevoli che senza Berlusconi si affonda, ma con Berlusconi è faticoso galleggiare.
Il problema è aggravato dall’irritazione del capo di governo provocata dal momentaneo accantonamento della legge Gasparri, la cui eventuale bocciatura sarebbe una mazzata mortale per Retequattro, costretta a emigrare sul satellite, anticamera del cimitero.
Comunque Berlusconi non è bollito, nossignori. È semplicemente stato strinato dal fuoco sotto la sedia. Sarà obbligato a estendere il lifting alla schiena dove la carne si fa morbida.
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Oggi il Corriere della Sera pubblica una lettera a Paolo Mieli del deputato della Margherita Roberto Giachetti, che ha iniziato martedì 3 febbraio uno sciopero della fame per chiedere che il presidente Berlusconi mantenga le sue promesse elettorali.
Sono passati piu' di 1000 giorni di governo Berlusconi ed oltre 800 dalla presentazione del ddl Frattini al Parlamento, ma il problema del conflitto non e' stato risolto, come invece aveva promesso di fare Berlusconi, entro i primi 100 giorni di governo.
Nella sua risposta sul Corriere Mieli scrive: "Se il disegno di legge Frattini sul conflitto d'interessi fosse stato approvato definitivamente non due anni e mezzo fa come promesso ma due settimane fa, oggi il presidente del Consiglio non avrebbe potuto porre la questione di fiducia sul decreto «salva Rete-Quattro», dal momento che tale voto di fiducia sarebbe stato in palese contrasto con l'art. 3 comma 1 della legge sul conflitto d'interessi, disegno di legge che peraltro prevede all'art. 6 comma 8 proprio per questo pesanti sanzioni."
Forniamo i riferimenti necessari per chi volesse verificare personalmente la questione:
DISEGNO DI LEGGE
presentato dal Presidente del Consiglio dei ministri (BERLUSCONI) e dal Ministro per la funzione pubblica (FRATTINI) di concerto col Ministro per gli affari regionali (LA LOGGIA) (V. Stampato Camera n. 1707) approvato dalla Camera dei deputati il 28 febbraio 2002 (V. Stampato n. 1206) modificato dal Senato della Repubblica il 4 luglio 2002 (V. Stampato Camera n. 1707-B) nuovamente modificato dalla Camera dei deputati il 22 luglio 2003 Trasmesso dal Presidente della Camera dei deputati alla Presidenza il 23 luglio 2003
Norme in materia di risoluzione dei conflitti di interessi
Art. 3. (Conflitto di interessi)
1. Sussiste situazione di conflitto di interessi ai sensi della presente legge quando il titolare di cariche di governo partecipa all?adozione di un atto, anche formulando la proposta, o omette un atto dovuto, trovandosi in situazion e di incompatibilità ai sensi dell'articolo 2, comma 1, ovvero quando l'atto o l'omissione ha un?incidenza specifica e preferenziale sul patrimonio del titolare, del coniuge o dei parenti entro il secondo grado, ovvero delle imprese o società da essi controllate, secondo quanto previsto dall'articolo 7 della legge 10 ottobre 1990, n. 287 [cfr.(1)], con danno per l?interesse pubblico.
Art. 6. (Funzioni dell?Autorità garante della concorrenza e del mercato in materia di conflitto di interessi)
8. Quando l'impresa facente capo al titolare di cariche di governo, al coniuge o ai parenti entro il secondo grado, ovvero le imprese o società da essi controllate, secondo quanto previsto dall?articolo 7 della legge 10 ottobre 1990, n. 287, pongono in essere comportamenti diretti a trarre vantaggio da atti adottati in conflitto di interessi ai sensi dell?articolo 3, e vi è prova che chi ha agito conosceva tale situazione di conflitto, l?Autorità garante della concorrenza e del mercato diffida l?impresa ad astenersi da qualsiasi comportamento diretto ad avvalersi dell?atto medesimo ovvero a porre in essere azioni idonee a far cessare la violazione o, se possibile, misure correttive. In caso di inottemperanza entro il termine assegnato, l?Autorità garante della concorrenza e del mercato infligge all?impresa una sanzione pecuniaria correlata alla gravità del comportamento e commisurata nel massimo al vantaggio patrimoniale effettivamente conseguito dall?impresa stessa.
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(1) Legge 10 ottobre 1990, n. 287 Norme per la tutela della concorrenza e del mercato
Art. 7. Controllo 1. Ai fini del presente titolo si ha controllo nei casi contemplati dall'articolo 2359 del codice civile ed inoltre in presenza di diritti, contratti o altri rapporti giuridici che conferiscono, da soli o congiuntamente, e tenuto conto delle circostanze di fatto e di diritto, la possibilità di esercitare un'influenza determinante sulle attività di un'impresa, anche attraverso:
a) diritti di proprietà o di godimento sulla totalità o su parti del patrimonio di un'impresa;
b) diritti, contratti o altri rapporti giuridici che conferiscono un'influenza determinante sulla composizione, sulle deliberazioni o sulle decisioni degli organi di un'impresa.
2. Il controllo è acquisito dalla persona o dalla impresa o dal gruppo di persone o di imprese:
a) che siano titolari dei diritti o beneficiari dei contratti o soggetti degli altri rapporti giuridici suddetti;
b) che, pur non essendo titolari di tali diritti o beneficiari di tali contratti o soggetti di tali rapporti giuridici, abbiano il potere di esercitare i diritti che ne derivano.
by Bollettino Osservatorio