Ho notizia che nei prossimi giorni, per iniziativa della Fondazione «Italiani e Europei» presieduta da Massimo D'Alema e da Giuliano Amato, si svolgerà un convegno sul craxismo al quale interverranno Stefania Craxi, Rino Formica, Gianni De Michelis, lo storico Sabatucci, oltre agli esponenti della predetta Fondazione e al segretario dei Ds, Piero Fassino. L'obiettivo del convegno, se ho capito bene, è una rivalutazione dell'opera politica di Bettino Craxi e di quelli che all'epoca furono i suoi principali collaboratori politici.
Implicitamente, ma abbastanza chiaramente, un siffatto intendimento porterà ad una critica della politica di Enrico Berlinguer e quindi di tutto il gruppo dirigente dell'allora Pci, del resto già anticipato nel libro autobiografico recentemente pubblicato da Fassino.
Considero radicalmente sbagliata un'iniziativa del genere. E Lei
?
GIOVANNI MOLTENI Milano
Debbo pensare, gentile signor Molteni, che la domanda con cui lei conclude la sua lettera sia, come si dice, retorica, nel senso che lei conosce già la risposta se legge abitualmente . In effetti io penso che un dibattito sul craxismo sia del tutto inutile poiché è ininterrottamente, ampiamente e liberamente avvenuto a partire dai primi anni Ottanta fino ad oggi. C'è ancora da scoprire qualcosa di nuovo in punto di fatto? Non direi.
Allora a che cosa serve? Forse a un'operazione battezzata magari come revisionistica ma in realtà di pura marca trasformista? Ho fondate ragioni per rispondere affermativamente a questa domanda, e mi spiego.
Bettino Craxi sostenne, nel corso della sua attività politica, parecchie tesi ampiamente condivisibili. Per esempio, e fin dai tempi in cui militava nella corrente nenniana del Psi, si batté per l'autonomia del Psi dal Pci dopo la fase del frontismo e della compromissione filosovietica del partito di Nenni. Si batté per la modernizzazione dell'economia. Si batté per la riforma di alcuni punti importanti della Costituzione riguardanti la forma di governo e la sua stabilità. Si batté per costruire una posizione socialista che non fosse necessariamente a rimorchio del Pci o della Dc.
Si batté. Ne ebbe, diciamo così, la visione strategica. Ma poi bisognava trovare i mezzi acconci - da lui ritenuti acconci - per realizzare i suddetti fini. E i mezzi furono l'esercizio sempre più spregiudicato del potere e l'occupazione delle istituzioni piegate a strumenti per conservare e accrescere il potere.
Ma poiché il potere è pur sempre insidiabile e insidiato e dunque precario e reversibile per definizione, specie in regimi di democrazia liberale, la sana ricerca della stabílità si deforma molto spesso in tendenza all'autoritarismo.
Così avvenne almeno in parte per il craxismo, il quale cominciò a pretendere che sia i capi dei grandi enti pubblici, sia i dirigenti della Pubblica amministrazione, sia i banchieri, sia gli imprenditori privati inalberassero una bandiera di appartenenza e riconoscimento.
La Dc e gli altri partiti della costellazione di governo non avevano certo bisogno di lezioni per muoversi sul terreno del potere, ma non c'è dubbio che la spregiudicatezza craxiana servì di giustificazione e di esempio emulativo; le pratiche già presenti negli anni Settanta, negli Ottanta divennero canone ed entrarono a far parte d'una sorta di costituzione materiale dell'illecito.
Il Partito socialista smarrì la strategia dei fini e eresse a strategia quella che era stata la tattica dei mezzi. I mezzi cioè diventarono fini con lo stesso processo degenerativo che nella Dc aveva portato al vertice del partito la corrente dorotea. Il famigerato Caf (Craxi Andreotti Forlani) fu il coronamento finale del sistema prima dell'esplosione dei referendum e di Tangentopoli.
Quando Enrico Berlinguer parlava con accenti di autentica disperazione di una sorta di mutazione genetica che si era prodotta nel Partito socialista, aveva sotto gli occhi questa fenomenologia che qualcuno con molta ipocrisia chiamò modernizzazione ma che nella realtà fu corruttela omertosa. Purtroppo, nella parte finale della gestione berlingueriana e dopo di essa, quell'omertà coinvolse in qualche misura anche il Pci.
Queste, signor Molteni, non sono opinioni ma fatti e percorsi accertati nella loro fattispecie concreta. E sono anche altrettanti corpi di reato provati dinanzi a tutti i gradi della giurisdizione.
Aggiungo ancora che l'impero mediatico di Berlusconi e il gigantesco suo conflitto di interessi nacquero da una costola dei craxismo e del doroteismo, dai quali hanno ereditato i metodi e anche i voti.
Immagino che D'Alema e Fassino abbiamo ben presenti questi fatti. Tanto più inspiegabili risultano dunque le iniziative prese per rivalutare un periodo e un gruppo politico al quale si deve in notevole misura non solo ciò che accadde allora ma anche ciò che è accaduto dopo e che tuttora incombe sulle sorti del Paese e sul suo livello di moralità pubblica.
La politica dell’ultimo Berlinguer (il Berlinguer dell’alternativa democratica della questione morale, del rinnovamento dei partiti e della politica per costruire la prospettiva di un diverso sviluppo imperniato sull’austerità e sulla collaborazione fra i popoli del Nord e del Sud del mondo) non nasce dalla presa di coscienza dell’esito deludente – ed anzi decisamente fallimentare dopo il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro – della politica prima del compromesso e poi della solidarietà nazionale praticata durante gli anni settanta. Certo, anche quella presa di coscienza esercitò il suo peso: pesò in particolare l’avvertimento che , mentre la ricerca di un’intesa con le forze migliori del mondo cattolico aveva portato il PCI ai successi elettorali del ’75 e del ’76, la successiva politica di astensione verso il governo monocolore presieduto da Andreotti aveva deluso profondamente la domanda di riforme e di cambiamenti che si esprimeva in quei successi.
Il passaggio alla politica dell’alternativa, dopo il ritorno all’opposizione nel gennaio 1979, non derivò però soltanto dalla delusione per l’esperienza della solidarietà nazionale e dal desiderio di consolidare un radicamento sociale in qualche misura incrinato. Ciò che spinse Enrico Berlinguer fu un’acuta sensibilità – che in lui fu chiara prima che in tanti altri dirigenti del suo stesso partito – per la grave svolta regressiva che sul finire degli anni settanta cominciava a realizzarsi, così sul piano strutturale e istituzionale come negli orientamenti culturali e di fondo, tanto in Italia come negli altri paesi dell’Occidente. A distanza di più di vent’anni appare oggi più chiaro che è quello il momento in cui l’economia capitalistica, dopo la crisi e l’incertezza degli anni settanta, dà avvio a un processo di ristrutturazione e di rilancio che si fonda sulle possibilità aperte dalla rivoluzione informatica e dalla crescente mondializzazione dei processi produttivi e che si avvale di queste possibilità per mettere in discussione i diritti conquistati dai lavoratori con lo stato sociale e per tornare ad affermare un uso flessibile del lavoro come strumento di produzione. A questa svolta in campo economico si accompagna una linea politico-istituzionale che punta sulla restrizione e non più sull’allargamento della partecipazione e della democrazia, sull’affermazione di forme di governo di tipo decisionistico, sulla riduzione della spesa sociale e sulla compressione dei livelli salariali (l’attacco di Craxi alla scala mobile), sull’intreccio sempre più palese fra interessi economici anche personali e uso spregiudicato dei poteri di governo.
Berlinguer comprese con chiarezza che l’indirizzo così prescelto non rispondeva a una generica istanza di “modernizzazione” (come molti dissero anche a sinistra, allora e soprattutto dopo): ma comportava pericoli gravi per una democrazia concepita come effettiva partecipazione dei cittadini alle decisioni, apriva la strada a un sistema di malgoverno fondato sul dilagare della corruzione e del clientelismo, portava a un inasprimento delle ingiustizie e delle disuguaglianze così all’interno di un singolo paese quale l’Italia come fra il Nord e il Sud del mondo. In questo Berlinguer aveva pienamente ragione: di qui la sua battaglia per un’alternativa fondata su un rinnovamento della politica inteso come apertura alla società e soprattutto alle istanze dei nuovi movimenti; sulla centralità assegnata alla questione sociale come preminenza nel governo della cosa pubblica dell’interesse generale sugli interessi di parte; sulla difesa dello stato sociale, sulla lotta per la pace e contro la corsa agli armamenti, sulla ricerca di un’intesa con la parte migliore della sinistra europea (Brandt, Palme) per costruire un rapporto di cooperazione fra Europa e Sud del mondo. Di qui la sua prospettiva di un diverso sviluppo imperniato sul principio dell’austerità, da lui già affermato nel 1977, nel pieno della crisi economica degli anni settanta: cioè uno sviluppo basato su un uso sobrio e razionale delle risorse e sulla lotta alle mille forme di dissipazione e di spreco, al fine di difendere la spesa sociale e i diritti salariali, di rispettare la natura e l’ambiente, di stabilire equi supporti così fra tutti i popoli come fra le donne e gli uomini di tutto il mondo.
La lotta condotta su queste basi (ricordo in particolare le grandi campagne sulla scala mobile, sulla questione morale, per l’occupazione, contro gli euromissili) segnarono un forte rilancio dell’iniziativa del PCI tanto da consentire, alle elezioni europee che si tennero subito dopo la morte di Berlinguer, la sua affermazione come primo partito superando anche la Democrazia cristiana. Ma l’improvvisa morte di Berlinguer troncò questo rilancio prima che fosse completata l’elaborazione di una piattaforma culturale e politica autonoma e compiuta. Il gruppo dirigente successivo, nonostante la buona volontà di Alessandro Natta e di molti dei suoi collaboratori, non fu all’altezza dei nuovi problemi che di conseguenza si posero. Ebbe così inizio un declino che la scelta di Occhetto nel 1989 era destinata a trasformare in una rotta per l’intera sinistra italiana.
http://www.arsinistra.it/documenti/indexberling.html
Non è una cosa facile, nel mondo di oggi, ritrovare le coordinate della figura di Enrico Berlinguer, ricostruire quanto avevano contato il suo carisma e la sua politica, quale spessore di amori e di odii aveva suscitato. E poi quale eredità ha lasciato, che cosa nella grande miniera di idee che aveva messo in campo soprattutto nell’ultima parte della sua vita può essere utile oggi.
Enrico Berlinguer è morto l’11 giugno dell’84, quasi vent’anni fa. Non è ancora storia, non è più cronaca. Ma molte delle vicende di cui è stato protagonista sono ancora aperte, molte intuizioni che aveva avuto, se le guardiamo con gli occhi di oggi, dimostrano la sua preveggenza, la sua capacità di cogliere alla radice i problemi drammatici del nostro tempo.
Credo che pochissimi, fra i politici italiani, abbiano avuto come Berlinguer la capacità di intuire in anticipo quel che stava succedendo, le linee direttrici del cambiamento. In un momento come quello attuale, con la pace messa in pericolo dalla volontà di comando dell’unica superpotenza rimasta, fa una certa impressione ripercorrere il Berlinguer dei primi anni ’80, che esprime una visione quasi avveniristica del futuro. Che si rende conto, ben prima della fine dell’impero sovietico, come ormai il cuore del conflitto non è più fra paesi capitalisti e paesi socialisti ma fra il Nord e il Sud del mondo: fra un occidente sempre più ricco ed arroccato a difesa dei suoi privilegi e le masse povere del terzo e del quarto mondo. In sintonia con lo svedese Olof Palme, che dopo non molto morirà in un attentato mai del tutto chiarito, Berlinguer era arrivato a prospettare un governo mondiale dell'’economia, inteso però come strumento di riequilibrio e di redistribuzione delle ricchezze.
Oggi ha poi un significato speciale ricordare che Berlinguer credeva profondamente nell’Europa. La vedeva come il laboratorio di una nuova sinistra possibile, da contrapporre sia al decrepito comunismo reale che a un neoliberismo d’oltreoceano, portatore di ingiustizie profonde. Proprio in quest’ottica credeva fosse importante difendere “l’anomalia europea”, la sua cultura e la forza antagonista dei suoi partiti, dei sindacati e dei movimenti, dai continui tentativi di omologazione che vedeva messi in atto da Ronald Reagan e dalla nuova destra americana. E anche se non poteva certo immaginare la deriva militar- autoritaria di quelle scelte, aveva colto subito le minacce della rivoluzione conservatrice che cominciava allora, con l’esaltazione del capitalismo selvaggio come cura ai mali dell’economia e dell’egoismo individuale come sostituto ad una società solidale.
Quando era segretario del Pci Berlinguer veniva spesso descritto dai giornali come un uomo chiuso, un po’ fuori dal mondo, un“sardo-muto”,l’opposto di un protagonista di quella politica-spettacolo che già allora stava prendendo piede. E invece Berlinguer aveva una capacità di comunicazione fortissima. I commentatori dell’epoca riconoscevano che pochi riuscivano come lui a “rompere” lo schermo della Tv, a parlare alla gente, molto al di là del suo stesso partito, che peraltro era un grande partito del 30 per cento. C’era una passione e una sincerità nel suo modo di esprimersi che l’aveva fatto diventare una specie di contraltare rispetto a tanti altri politici del suo tempo, e in particolare rispetto a Bettino Craxi. Berlinguer aveva capito molto presto che dietro l’etichetta della modernità, del rinnovamento, delle grandi riforme istituzionali, Craxi aveva obiettivi ben più concreti e inquietanti: far saltare il banco della politica italiana, annettersi il Pci e sdoganare il Msi, farla finita con la cultura dell’antifascismo e della Resistenza.
A completare il disegno, c’era la volontà di arrivare a un presidenzialismo di stampo populista, di mettere la mordacchia al “parco buoi”, come Craxi definiva graziosamente il Parlamento, trasformando la democrazia italiana in senso parzialmente autoritario. Contro questi pericoli, che sono poi quelli con cui oggi ci troviamo a fare i conti, Berlinguer si era battuto con tutte le sue forze, fino a quell’ultimo comizio sul palco di Padova, continuato eroicamente quando ormai era stato colpito dal malore, con frasi sempre più smozzicate sugli scandali, sulla loggia P2, sulla nostra democrazia malata.
Una delle prime volte che avevo visto di persona Enrico Berlinguer, (a cui poi avrei dedicato una biografia in due volumi, cominciata quasi subito dopo i suoi spettacolosi e indimenticabili funerali), era stato il 26 settembre 1980, ai cancelli della Fiat. Il colosso torinese, per superare un momento di grave crisi del mercato internazionale, aveva messo in cassa integrazione 28 mila operai. E poi, siccome si erano rotte le trattative con i sindacati, aveva spedito13 mila lettere di licenziamento, espellendo i quadri sindacali e buona parte delle donne, che erano entrate nella fase di espansione. Berlinguer era arrivato a portare la sua solidarietà dopo che la Flm aveva bloccato la Fiat, in un clima di grande scontro. Avevo seguito il suo giro ai vari cancelli, Mirafiori, Rivalta, Lancia di Chivasso, accolto dappertutto da una folla enorme. Anche se non era previsto un suo intervento, Enrico Berlinguer aveva accettato di parlare, su un palco improvvisato e senza microfono, fra donne e uomini che piangevano senza vergogna per la commozione.
Proprio in questi giorni - all'inizio del 2003 - in occasione della morte di Agnelli, vari programmi Tv hanno ricostruito quell’episodio, poi passato alla storia come esempio dell’estremismo di Berlinguer, che sarebbe andato ai cancelli per spingere gli operai all’occupazione (“Berlinguer incita alla rivolta”,avevano titolato vari giornali il giorno dopo). Abbiamo visto anche un filmato dove Gianni Agnelli, rispondendo a un giovane Bruno Vespa, sentenziava che “esce rafforzato il parere di quelli che hanno poca fiducia nelle possibilità del Pci di convivere in una società democratica”. Nella realtà però, come ricordo molto bene e come ha ricordato in questi giorni Piero Fassino, allora segretario del Pci torinese, le cose erano andate molto diversamente. Rispondendo alla domanda di un sindacalista della Fim che gli chiedeva che cosa avrebbe fatto se gli operai avessero occupato la Fiat, Berlinguer aveva risposto che la decisione sulle forme di lotta spettava solo ai lavoratori. “Se si dovrà arrivare a questo per responsabilità della Fiat e del governo, i comunisti faranno la loro parte”, si era limitato a dire. “Ma credi di aver fatto bene?”gli aveva poi chiesto polemicamente Luciano Lama, il segretario della Cgil, con cui c’era una fase di grande dissenso. E Berlinguer aveva risposto:”E’ un momento in cui la cosa più importante è dare la prova ai lavoratori che siamo con loro”. E’ uno dei tanti episodi che mostra fuori da ogni retorica chi era Berlinguer, la sua umanità, la convinzione che, al dilà delle tattiche politiche, è importante stare comunque dalla parte dei più deboli,dei lavoratori. Una lezione insomma più che mai attuale.
http://www.arsinistra.it/documenti/indexberling.html
È noto che nella cultura politica del PCI la storia del Partito è stata sempre letta in termini di rinnovamento nella continuità. Si tratta di un’interpretazione sostanzialmente veritiera. Da questo punto di vista, il “compromesso storico” teorizzato da Berlinguer è emblematico: nonostante le “discontinuità” (Vacca) che pure presenta, esso per certi versi è il “catalizzatore” di una tendenza strategica di lunga durata.
Essa prende avvio già da Gramsci, che coglie l’importanza per la “rivoluzione italiana” di un “blocco storico” tra la classe operaia settentrionale di orientamento socialista e masse contadine, perlopiù meridionali e cattoliche. Ma è soprattutto con Togliatti – il Togliatti del “Partito nuovo”, dell’unità nazionale antifascista e della “democrazia progressiva” – che la politica delle alleanze trova la sua massima centralità.
Fin dalla Resistenza, Togliatti individua l’importanza di un’azione unitaria tra le forze socialcomuniste e forze cattoliche, rappresentate dalla DC. All’interno di quest’ultima si individua la compresenza di un’ala conservatrice, legata alla “borghesia possidente” e alla parte più retriva della Chiesa cattolica, e un’ala democratica, più radicata nelle masse popolari. Questa concezione della DC come partito “a due facce” rimarrà una costante nella cultura politica del PCI, che si porrà l’obiettivo di favorirne l’ala progressista, evitando così che la DC scivoli a destra, trascinando con sé l’intero quadro politico. L’alleanza tra le tre grandi forze di ispirazione popolare viene così vista come una “necessità storica e politica” (1946), o addirittura come “un aspetto della via italiana al socialismo” (1960).
In altri momenti, Togliatti si rivolgerà direttamente alle masse cattoliche, con gli appelli per la pace e la salvezza del genere umano, nel tentativo di acuire la contraddizione, ormai sempre più evidente, tra il gruppo dirigente conservatore della DC e masse cattoliche potenzialmente progressive. Morto Togliatti, a seguito del Concilio Vaticano II e dell’emergere di un diffuso “dissenso” cattolico, si valuterà anche la possibilità di rompere l’unità politica dei cattolici, ma al tempo stesso si accentuerà il dialogo con la sinistra democristiana, al fine di costruire quella “unità delle forze di sinistra laiche e cattoliche”, che consenta di andare oltre il centrosinistra.
La strategia di Berlinguer nasce su questo retroterra. Ma nasce anche dalla storia italiana (e mondiale) della fine degli anni ’60 e dei primi anni ’70, allorché, sotto la spinta dei grandi movimenti di massa del 1968-69, matura quella grande avanzata del movimento operaio e democratico, a cui lo Stato italiano e l’alleato americano reagiscono innescando la strategia della tensione. In questo quadro, si collocano le stragi di piazza Fontana, di Gioia Tauro e della questura di Milano, il tentativo golpista di Borghese, l’attivismo del SID nello scongiurare un’evoluzione del quadro politico verso sinistra. Né è senza significato l’intesa tra DC e MSI sull’elezione di Leone a Capo dello Stato (1971). Dall’altra parte, l’approvazione dello Statuto dei lavoratori e della legge sul divorzio, la nascita delle Regioni, le grandi lotte operaie. Sul piano internazionale, alla situazione di grave crisi economica si affianca l’ulteriore avanzata dei movimenti di liberazione (Vietnam) e l’emergere di governi progressisti come quello di Allende in Cile.
Quest’ultimo, che si regge su un’unità delle sinistre con appoggio esterno democristiano, è rovesciato nel settembre 1973 dal colpo di Stato di Pinochet, sostenuto dalla CIA e da multinazionali come la ITT. Berlinguer commenta i fatti cileni con tre saggi su “Rinascita”, nei quali afferma che, in Italia come in Cile, non si può governare col 51%, ossia con un fronte di forze esclusivamente di sinistra; solo il consenso “della grande maggioranza della popolazione”, e dunque una “strategia delle alleanze” che sposti settori consistenti di ceto medio, è possibile scongiurare – o almeno rendere più difficile – colpi di mano autoritari e tragedie come quella cilena. Occorre quindi riprendere il processo di rinnovamento e di unità avviatosi con la Resistenza, attraverso un “compromesso storico” tra le maggiori forze popolari e il perseguimento di una “alternativa democratica” alla direzione del Paese.
Si tratta dunque della riproposizione e dell’aggiornamento della tradizionale politica unitaria del PCI, anche se Berlinguer allarga la sua visione delle alleanze fino a comprendervi i nuovi movimenti e le soggettività sociali, politiche e culturali emergenti. Nella sua proposta, dunque, c’è anche qualcosa di nuovo, che allude fin d’ora a quel “rinnovamento della politica” su cui si soffermerà negli anni ’80. Tuttavia, la DC di Fanfani è un interlocutore ben poco adatto: sulla questione del divorzio, il Segretario democristiano spinge per il referendum abrogativo, alleandosi ancora col MSI e puntando a ricostituire un fronte anticomunista. Ciò che avviene, al contrario, è l’aggregarsi di un ampio comitato di “Cattolici per il NO”, e la vittoria del NO con circa il 60% dei voti.
Due settimane dopo, la strage di piazza della Loggia: un altro segnale inequivocabile delle forze reazionarie. Berlinguer torna a chiedere un mutamento di linea e gruppo dirigente della DC, rilanciando la prospettiva di un governo “di svolta democratica”. La strategia della tensione, intanto, è in pieno sviluppo: in agosto c’è la strage dell’Italicus.
Al XIV congresso (1975), Berlinguer precisa che il compromesso storico è una strategia di ampio respiro, non riducibile alla richiesta di partecipazione comunista al governo; è “un più avanzato terreno di lotta” e “una sfida” alle altre forze democratiche. In sostanza, è una proposta volta a superare la conventio ad excludendum ai danni del PCI. Se la DC si rivela del tutto ostile alla proposta berlingueriana, non di meno lo sono le BR, che nella loro prima risoluzione strategica condannano il compromesso storico senza mezzi termini. Ma soprattutto sono ostili gli Stati Uniti, che con Kissinger ribadiscono il loro veto ad un’eventuale ingresso al governo del PCI, ormai plausibile dopo la grande avanzata elettorale delle Amministrative del ’75.
Nella DC, intanto, il gruppo dirigente è cambiato, e nuovo Segretario è Zaccagnini, più aperto ad un dialogo coi comunisti. Alla vigilia delle elezioni del 1976, Berlinguer rilancia la proposta di “un governo di unità democratica”, una sorta di Große Koalition che comprenda “tutti i partiti democratici e popolari compreso il PCI”, invitando l’elettorato ad indebolire la DC. Quest’ultima, dal canto suo, rispolvera il vecchio anticomunismo, chiamando a raccolta grande capitale e Chiesa. A pochi giorni dal voto, Berlinguer afferma che in Italia si deve costruire “il socialismo nella libertà”, ciò per cui si sente “più sicuro nel blocco occidentale e dunque nell’ambito della NATO” – un’affermazione piuttosto discutibile, che Berlinguer tempera aggiungendo che “di qua, all’Ovest, alcuni non vorrebbero nemmeno lasciarci cominciare a farlo [il socialismo], anche nella libertà”.
Le elezioni però si concludono con “due vincitori”: il PCI, che giunge al 34.4%, e la DC, col 38.7%. Per la prima volta un comunista – Ingrao – è eletto presidente della Camera, e al PCI vanno anche le presidenze di varie commissioni parlamentari. Il governo, invece, è un monocolore democristiano guidato da Andreotti, che si regge sulle astensioni di PSI, PSDI, PRI, e su quella – determinante – del PCI: è il governo “della non sfiducia”. Cominci quindi l’esperienza della “solidarietà nazionale”. La DC, in questo modo, cerca di “guadagnar tempo concedendo il meno possibile” (Valentini). Per i comunisti, “è un accordo provvisorio suggerito dalla gravità della situazione” (Fiori).
L’Italia infatti è in balia della crisi economica, a cui il governo cerca di riparare con una serie di pesanti misure antinflazionistiche, che anche il PCI sostiene. Per Berlinguer, tuttavia, la soluzione sta in una politica di austerità, che sia al tempo stesso portatrice di “un nuovo tipo di sviluppo economico e sociale” e di un mutamento della direzione politica del Paese. Occorre – dice – “un nuovo meccanismo di sviluppo”, basato su lotta gli sprechi, programmazione economica, nuove politiche per scuola, trasporti e sanità, affinché migliori la qualità della vita e si inseriscano nella società “elementi di socialismo”. Al tema dell’austerità, il PCI dedica anche un importante convegno, concluso da Berlinguer, che ricollega la sua proposta di politica economica ad un quadro di rapporti internazionali che non possono più basarsi su quello sfruttamento delle risorse del Terzo mondo che consente l’iper-consumo dei paesi a capitalismo avanzato. Tuttavia, il sostegno del PCI alle misure antinflazionistiche comincia a ingenerare nei settori popolari notevoli perplessità, su cui fanno leva il PSI di Craxi, la UIL, la CISL, cavalcando strumentalmente anche le critiche dei gruppi extraparlamentari.
La rottura tra questi ultimi – e il movimento del ’77 – e la “sinistra storica” è sancita drammaticamente dagli scontri che avvengono tra studenti e servizio d’ordine della CGIL, allorché Lama tenta di tenere un comizio all’interno dell’Università di Roma occupata. Il PCI, dunque, è in difficoltà, in qualche modo “accerchiato”, senza una precisa collocazione, non più all’opposizione ma neanche al governo. Tuttavia – dirà Chiaromonte – la strada era quasi obbligata, cosicché si decide di andare avanti, verificando fino in fondo le possibilità esistenti. Si chiede agli altri partiti un “accordo programmatico”, ma si ottiene solo una mozione comune. Le resistenze istituzionali e politiche al cambiamento costituiscono dunque una sorta di “muro di gomma”.
A questo punto, mentre la situazione sociale si aggrava sempre di più e monta la protesta operaia, il PCI prende le distanze dal governo, che – perso anche l’appoggio del PRI – si dimette. Seguono due mesi – i primi del “terribile 1978” – di convulse trattative, incontri, contatti. Per due volte Berlinguer e Moro si incontrano segretamente. Il Segretario del PCI chiede a Moro di fare opera di mediazione come fece per il centrosinistra, per passare “dalla democrazia difficile alla democrazia compiuta”; il leader democristiano, infine, accetta di sostenere l’ingresso del PCI nella maggioranza governativa. Si va quindi all’incontro ufficiale tra i due partiti, ma alla fine la nuova lista dei ministri proposta da Andreotti è molto simile alla precedente, e non si accolgono le novità chieste dai comunisti. Il gruppo dirigente del PCI è incerto sul da farsi, ma il giorno stesso in cui il nuovo governo deve presentarsi alle Camere, Moro viene rapito dalle BR.
Il rapimento e la morte di Moro sono la “pietra tombale” del compromesso storico (Barbagallo). Esso, pur rappresentando “una strategia di transizione” (Vacca), finisce col trovare la sua unica espressione concreta in un’esperienza molto parziale, profondamente segnata dalla drammaticità della situazione. Nei mesi successivi, nonostante l’approvazione di alcune importanti riforme (legge 180, aborto, equo canone, servizio sanitario nazionale), il PCI si rende conto – come dice Amendola – di fare “la guardia a un bidone vuoto”, cosicché all’inizio del ’79 decide “il disimpegno” dalla maggioranza. È la fine della politica di solidarietà nazionale, ma anche un colpo mortale per la strategia del compromesso storico nel suo complesso, nonostante le trattative continuino ancora per tutto l’anno. Nel 1980, infatti, Berlinguer lancia la parola d’ordine dell’alternativa democratica, aprendo una nuova fase in cui i problemi della riforma della politica e della qualità dello sviluppo saranno al centro della sua riflessione.
Sul significato del compromesso storico – e in particolare della “solidarietà nazionale” – ha scritto G. Chiaromonte: “Cercammo di portare al più alto livello di coerenza e concretizzazione la grande svolta avviata, nel 1944, da Togliatti, nel senso di uno sviluppo del PCI da partito di denuncia, di propaganda, di testimonianza, a partito che fa politica, che lotta per avviare a soluzione i problemi delle masse e del paese, a partito di governo. Non potevamo tirarci indietro”. D’altra parte, quella della “solidarietà nazionale” fu “un’esperienza drammatica e alla fine perdente”.
Essa scontò una serie di limiti non secondari: in primo luogo il gruppo dirigente comunista peccò di verticismo e politicismo, nel senso che ridusse quella che era una strategia di portata “storica” – e che richiedeva un forte e costante protagonismo di massa – a una serie di incontri, contatti, trattative, che finirono per sfiancare il PCI e logorarlo proprio sul piano dei rapporti di massa, anche a causa delle eccessive mediazioni cui il Partito si sottopose. In questo, i comunisti – e Berlinguer in particolare – peccarono anche di ingenuità nei confronti della DC, cosa che essi stessi riconosceranno.
È chiaro però che vi sono anche limiti più profondi. La strategia di incontro con le masse cattoliche – così come era stata impostata da Gramsci e Togliatti – implicava comunque un costante esercizio di egemonia (Vacca); al contrario, nell’esperienza della “solidarietà nazionale” è riscontrabile una notevole carenza di egemonia, sul piano politico, ideale, programmatico. Inoltre l’incontro prefigurato da Togliatti è quello con le masse cattoliche: se nell’immediato dopoguerra questo significava tout court fare i conti con la DC, negli anni ’70 – dopo l’emergere del “dissenso cattolico”, le prese di posizione delle ACLI ecc. – la situazione era ben più ricca e complessa. Al contrario, legittimare la DC come unico rappresentante del mondo cattolico, mirando a una transazione con essa, anziché alla conquista diretta – sul piano politico e ideale – della masse cattoliche, costituì un altro pesante limite. Il voto del 1965-76, peraltro, era stato un voto contro la DC: di qui la delusione di molti e il riflusso successivo, abilmente “cavalcato” dal PSI craxiano e dai vari gruppi estremisti.
L’analisi della DC come partito “a più facce” fu inoltre almeno in parte inadeguata: quello democristiano – cosa che pure in vari momenti si era detta – era il partito della conservazione, nonostante la presenza di una sinistra interna – probabilmente sopravvalutata – ed era il partito che difendeva al meglio gli interessi della borghesia, nonostante la base in parte popolare.
Ma accanto a quelli soggettivi, vi furono anche forti limiti oggettivi: i caratteri e la forza del sistema di potere democristiano, il ruolo negativo di PSI, estremisti e BR, le trame dei servizi, le resistenze dello Stato al cambiamento. La stessa morte di Moro tolse alla strategia berlingueriana il suo interlocutore, il che in qualche modo le impedì di esplicarsi completamente.
Infine, il contesto internazionale. Nel mondo diviso in blocchi, la sovranità limitata non esisteva solo in Cecoslovacchia; e non a caso il PCI lottava per il superamento dei blocchi stessi.
Contro questo muro – e quello delle resistenze conservatrici e reazionarie, dell’anticomunismo eversivo – si infranse il compromesso storico, e cioè l’ultima espressione di quella strategia che ha caratterizzato – nel bene e nel male – gran parte della vicenda dei comunisti italiani.
http://www.arsinistra.it/documenti/indexberling.html
Circa un anno fa, scorrendo il quotidiano ufficiale della Lega Nord alla ricerca di immagini che descrivessero “La città ideale della Padania”, non potevo fare a meno di chiedermi se fosse davvero possibile in qualche modo separare con un taglio netto una idea di urbanistica “di sinistra”, dal suo ovvio contrappunto, che possiamo chiamare di destra, o guarnire con tutti gli altri aggettivi che il caso e/o la prospettiva storica ci suggeriscono. Da quella lettura emergeva un panorama variegato certo, spesso anche folkloristico nel linguaggio, ma indubitabilmente complesso riguardo al rapporto fra società e territorio, alla riflessione sui mali e i possibili rimedi, all’indicazione di “nodi” tematici spessissimo condivisibili.
Tra i vari approcci possibili alla disciplina urbanistica, dalle cronache locali ai contributi di tipo più strettamente “politico” dei responsabili di partito, spiccavano gli interventi di Gilberto Oneto che, con linguaggio sferzante, ottimi riferimenti culturali e spunti difficilmente contestabili, se la prendeva soprattutto con il “modernismo” delle schiere di discepoli indiretti di Le Corbusier, con gli effetti di una progettazione territoriale poco o nulla attenta ai bisogni sociali e ambientali. Con curiosità superficiale, avevo a suo tempo appurato che l’autore di quei testi era un professionista e studioso piuttosto noto nel campo della progettazione del paesaggio, e la cosa era finita lì. Fino a qualche giorno fa, quando sugli scaffali di una biblioteca universitaria ho notato, per puro caso, il suo Pianificazione del territorio, federalismo e autonomie locali, e ho iniziato a scorrerlo.
E a darmi dell’imbecille, tanto per cominciare. Perché il libro risale addirittura al 1994, e nella mia per quanto breve ricerca della “città ideale” leghista non avevo provveduto al riscontro incrociato minimo, ovvero con una letteratura meno episodica degli articoli del quotidiano, che per quanto ben scritti e documentati scontano sempre e comunque limiti di spazio e approfondimento. Pianificazione ... è pubblicato da Alinea di Firenze nella primavera del ’94, poco prima che la Lega Nord ottenesse nello schieramento dell’allora Polo delle Libertà il più ampio consenso della sua storia, iniziando poi da dentro il primo governo Berlusconi un’azione non più solo rivendicativa sui suoi temi storici e fondativi: società locali, territorio, autonomia e federalismo. Quindi il volumetto, con tutti i distinguo del caso, può essere anche letto come “manifesto” delle idee leghiste sull’urbanistica, o almeno come ampia dichiarazione di intenti, valida in prospettiva anche dopo quasi un decennio, quando col secondo governo Berlusconi si sono avviate concretamente le politiche autonomiste e federaliste di segno “padano”. Sembrano confermare questa impressione i ringraziamenti in coda, che comprendono tra gli altri l’architetto Giuseppe Leoni, esponente di spicco della Consulta Cattolica leghista allora resa celebre dalla responsabile, Irene Pivetti, e il professor Gianfranco Miglio, ispiratore “alto” del progetto federalista, oltre le spinte di base semplicemente centrifughe e separatiste.
Il discorso di Oneto si articola, grosso modo e abbastanza ovviamente, secondo tre momenti: la definizione del problema; gli strumenti potenziali di soluzione; la prospettiva generale (il federalismo, appunto) entro cui questi strumenti potranno dispiegare la propria potenzialità. E vale sicuramente la pena di soffermarsi sul percorso di definizione del problema, notando innanzitutto come temi e casi siano quasi esattamente sovrapponibili a quelli della pubblicistica disciplinare “di sinistra” che tutti conosciamo, e siamo abituati a considerare la pubblicistica tout-court: a partire dagli affreschi senesi di Ambrogio Lorenzetti sul Buon Governo, e via via attraverso la storia della cementificazione italiana, della farraginosità delle leggi e norme, del distacco fra cittadini e grandi attori della trasformazione territoriale, a partire dalle agenzie pubbliche di infrastrutturazione. Insomma una corretta declinazione contestualizzata dell’equazione urbanistica=politica, che dal discorso del camerata Bottai al congresso INU del 1937, ai giorni nostri, nessuno può ovviamente mettere in discussione. E tra le cause del disastro Oneto pone, non ultima, la cultura delle ultime generazioni di progettisti «satura di progressismo ottocentesco che pone tutto il bene in un futuro (per sua definizione) “radioso” e che disprezza il passato (sempre per sua definizione) “oscurantista”» (p. 17). E qui il discorso si fa complesso, implicando questioni ampie, che vanno dalle grandi categorie culturali alle loro presunte inequivocabili tracce in termini di sballata trasformazione e compromissione del territorio, dalla semplificazione degli standards o dello zoning, al semplicismo di analisi, proiezioni, identificazione schematica di “bisogni” spesso inesistenti. Troppo da riassumere in poche battute, e per cui ovviamente si rinvia alla lettura del libro, ma che può trovare buona sintesi in una frase delle conclusioni al volume: «Monseigneur de la Charette, glorioso generale dell’armata vandeana, diceva che i giacobini la patria l’avevano in testa – che ne avevano una concezione astratta e dogmatica – mentre i suoi ce l’avevano sotto i piedi: per essi era insomma una realtà viva, concreta e locale» (p. 129).
Ecco, forse è proprio questo costante filo diretto con le radici, a connotare l’approccio “di destra” al problema, evidentemente contrapposto ai cervellotici “voli” dell’ortodossia modernista, che comprenderebbe in questa voragine di pochezza sia le cementizie astronavi disegnate di Le Corbusier, posate ad occupare militarmente il territorio, sia i molto più piccoli quanto infiniti e tangibili condomini multipiano, sparpagliati a deturpare valli e pianure, nascosti dietro le artificiose regole della legislazione urbanistica o la totale separatezza fra decisioni politiche e bisogni sociali. E certamente nessuno può negare che ce ne sia parecchia, di acqua sporca da buttare, né che il bambino dentro quest’acqua sporca sia spesso difficile da vedere. Non a caso i riferimenti culturali e di testimonianza di Gilberto Oneto sono quelli “abituali” che nella letteratura specializzata di solito premettono conclusioni affatto diverse se non antitetiche: Antonio Cederna, Vezio De Lucia, Michele Martuscelli, solo per citarne alcuni. Emerge l’abituale immagine dell’Italia piena di ricchezze e potenzialità lasciate andare in malora, via via, dal crescente distacco fra decisori e decisi, e in anni meno recenti dalla globalizzazione che tutto amalgama, banalizza, e in definitiva appiattisce e distrugge.
Anche gli aspetti propositivi di questo manifesto della cultura territoriale “padana”, sembrano riecheggiare moltissimi temi più che classici dell’urbanistica consolidata: dal riferimento ad uno spirito comunitario di implicita connotazione olivettiana, alla necessità di un new deal fra discipline territoriali, politica e amministrazione che ricalca il Codice dell’Urbanistica INU degli anni Sessanta, fino alle questioni operative come il superamento della pianificazione quantitativa per standards e zoning, che «si riferiscono a parametri utopici ed irreali che non tengono conto delle specificità di ogni situazione» (p. 31). Naturalmente l’esplicitazione concreta di queste istanze generali, si rivela poi piuttosto diversa da quanto si ascolta nei convegni e nella pubblicistica correnti, che l’Autore definirebbe probabilmente “di regime” (l’egemonia della cultura di sinistra?), visto che alla base di tutto sembra esserci la triade tradizione / famiglia / proprietà, e l’immagine comunitaria che ne esce ricorda più i galli irriducibili di Asterix che Adriano Olivetti, senza la simpatia dei primi e la complessità del secondo. Dettagli illuminanti ad esempio, emergono sul tema delle case popolari, che «in un tessuto sociale sano devono essere di numero limitato e riservate per l’utilizzo perpetuo di cittadini in comprovate condizioni di disagio (anziani, malati cronici, vittime di calamità ..)» (p. 60), o su molti altri aspetti per cui di nuovo si rinvia alla lettura.
Resta certamente il notevole interesse del libro, che (per non ripetere l’errore già commesso dal sottoscritto e citato in apertura) credo debba essere giudicato solo per i contenuti, senza proiettarne luci ed ombre a piacere su un contesto più o meno esteso nel tempo o nello spazio. Probabilmente, e solo per citare un esempio, il senso dei ricchi capitoli sul tema dell’ambiente, del paesaggio, dei centri storici, per essere davvero inquadrato necessita di un confronto con gli altri corposi lavori di Oneto sul tema (fra cui un manuale di progettazione appena ripubblicato, e che si considera un classico fra gli addetti ai lavori). Ma la cosa che credo più proficua, considerato che si tratta di un testo di quasi dieci anni fa, è considerarne l’aspetto positivo di spietata denuncia: chi non ha mai visto uno dei desolati paesaggi che l’Autore descrive con tanta acrimonia come prodotto di generazioni tecniche incolte? Chi non ha mai avuto a che fare con “maestri” che poco o nulla avevano da insegnare, ma che da alti pulpiti recitavano e praticavano una cultura disciplinare maldigerita e irriflessa? Certo anche qui dentro l’acqua sporca che Oneto scaraventa dalla finestra c’è un prezioso bambino, ma si tratta di trovare e difendere quello, non di tenersi ineluttabilmente tutta la schiuma. Magari per rafforzare le proprie convinzioni sui contenuti, oltre il semplice schieramento che spesso in passato non ha combinato niente di buono.
O no?
Norberto Bobbio nasce a Torino il 18 ottobre 1909. Studia al liceo Massimo D'Azeglio. In quegli anni conosce Leone Ginzburg, Cesare Pavese e Vittorio Foa.
Nel 1927 si iscrive alla facoltà di giurisprudenza, allievo di Francesco Ruffini, Luigi Einaudi e Gioele Solari. Nel 1931, dopo la laurea, si trasferisce in Germania e a Heidelberg frequenta i corsi di Gustav Radbruch. Stringe amicizia con Karl Jaspers e poi, a Marburg, con Renato Treves e Ludovico Geymonat.
Nel 1932 consegue una seconda laurea in filosofia con una tesi sulla fenomenologia di Husserl. Nel 1934 ottiene la libera docenza e, con il saggio L'indirizzo fenomenologico nella filosofia sociale e giuridica, comincia una intensa collaborazione con riviste scientifiche non solo italiane.
Nel 1935 è coinvolto nella retata con cui il regime fascista cerca di liquidare il gruppo torinese di Giustizia e Libertà. Arrestato il 15 maggio, insieme a Vittorio Foa, Carlo Levi, Augusto Monti e Cesare Pavese, viene rilasciato con una semplice ammonizione. L'8 luglio Bobbio decide di scrivere a Mussolini per affermare la sua adesione al fascismo.
Alla fine dello stesso anno ha un incarico all'università di Camerino. Due anni dopo è, con Guido Calogero e Aldo Capitini, nel processo di costituzione del «movimento liberal-socialista». Nel 1938 concorre per l'abilitazione al ruolo di docente, ma viene prima escluso e poi riammesso grazie alla mediazione di uno zio generale che fa intervenire De Bono con una lettera a Mussolini. Ottiene la cattedra a Siena.
Nel 1941 cura per Einaudi una edizione critica della Città del sole di Campanella. E' l'inizio di una collaborazione che lo farà diventare uno dei più ascoltati consiglieri dello Struzzo. Il 28 aprile 1943 sposa Valeria Cova. Resteranno insieme per 57 anni, fino alla morte di lei. Nel `43 a Padova è arrestato dai repubblichini. Rilasciato a febbraio del `44 pubblica La filosofia del decadentismo.
Nel 1946 escono due saggi su Karl Popper editi dalle riviste «Belfagor» e «La rivista di filosofia». La sconfitta alle elezioni del 1948 del Partito d'Azione coincide con il suo ritiro dalla scena politica. Nel 1955 in due importanti raccolte, gli Studi sulla teoria generale del diritto e Politica e cultura, affronta il ruolo dell'intellettuale nella società. Partecipa a un viaggio di intellettuali italiani in Cina ma non cambia il suo giudizio critico nei confronti del maoismo. Dal `55 al 1965 si occupa dei grandi classici del pensiero politico moderno. Gli scritti di questo periodo saranno raccolti nel volume Teoria generale del diritto.
Nel 1968 appoggia con convinzione l'unificazione socialista. Della contestazione studentesca condivide le «esigenze di rinnovamento» ma ne critica l'«esasperazione verbale». Nel 1969 escono i Saggi sulla scienza politica in Italia dove si occupa dei teorici delle elites. Sempre nello stesso anno viene pubblicato un Profilo ideologico del Novecento italiano, una brillante sintesi di fatti, protagonisti e tendenza della nostra cultura. Nel 1971 esce Una filosofia militante. Studi su Carlo Cattaneo. La pubblicazione nei «Quaderni di Mondo Operaio» di un saggio in cui nega l'esistenza di una teoria marxista dello Stato provoca un vivace dibattito che coinvolge Bobbio nelle vicende del Psi.
Nel 1976 esce Quale socialismo? Discussione di un'alternativa che contiene le sue riflessioni su «questione socialista e questione comunista». Comincia la sua collaborazione con La Stampa. I suoi articoli saranno pubblicati in Ideologie e poteri in crisi, L'utopia capovolta, Verso la seconda Repubblica. Nel 1978 fa parte del gruppo che sostiene la candidatura Giolitti al congresso socialista di Torino. I suoi rapporti con Craxi saranno cordiali ma distanti politicamente e culturalmente. E già nei primi anni `90 Bobbio sottolineerà i rischi legati all'indifferenza per la «questione morale» e la deriva verso la «democrazia dell'applauso» del Psi. Il 16 maggio 1979 tiene la sua ultima lezione universitaria. In quell'anno escono Società e Stato nella filosofia politica moderna e Il problema della guerra e le vie della pace.
Nel 1984 viene nominato senatore a vita da Pertini. Pubblica Il futuro della democrazia e la raccolta dei ritratti politici e intellettuali Maestri e compagni. Nel 1989 raccoglie gli scritti su Thomas Hobbes e pubblica Il terzo assente sul problema della guerra e della pace. Nel 1990 esce L'età dei diritti, mentre l'intervento Una guerra giusta?Sul conflitto del Golfo suscita una vasta discussione tra gli intellettuali italiani.
E' del 1993 la prima edizione di Destra e sinistra. Ragioni e significati di una distinzione politica, un pamplhet che raggiunge tirature da best-seller. Lo stesso anno ritorna sul ruolo degli intellettuali con Il dubbio e la scelta. Sono del 1996 la raccolta De senectute e altri scritti autobiografici e Tra due repubbliche, scritti del periodo della Resistenza. Nel 1997 esce l'Autobiografia; nel 1999, Michelangelo Bovero raccoglie gran parte della sua opera nel volume Teoria generale della politica. Del 2001 è un Dialogo intorno alla Repubblica.
Pubblichiamo per gentile concessione del Centro Studi Piero Gobetti parte del discorso inedito sulla Resistenza tenuto daNorberto Bobbioil 20 aprile ‘55 al Centro Universitario Cinematografico di Torino.
Vi sono alcuni giovani, a quanto leggo in una lettera pubblicata su Ateneo, i quali vorrebbero si mettesse una pesante pietra tombale sulla Resistenza, perché è stata una «guerra fratricida», come se colui che difende la libertà potesse riconoscere come fratello colui che la opprime, o colui che sofferse nei campi di sterminio nazisti potesse riconoscere come fratello colui che aiutava in patria i nazisti a prolungare il loro dominio in Europa. «Fratricida» solo nel senso che tutti gli uomini sono fratelli; ma allora tutte le guerre, e non solo la Resistenza, sono fratricide. Orbene vorrei invitare uno di questi giovani, che ostentano tanta saggezza, di andare a leggere uno dei quei giornali studenteschi che si stampavano nel periodo «glorioso» del fascismo, quando questi giornali erano diventati «politici», ma di quella sola politica che piaceva ai gerarchi e il loro compito principale era di attaccare, con maggiore accanimento e maggiore improntitudine di quel che fosse lecito ai rispettabili quotidiani, i nemici che di volta in volta i gerarchi indicavano loro. Se non prova vergogna o orrore, vuol dire che la sua testa è ermeticamente chiusa a comprendere i problemi della democrazia e del progresso civile (…). Ma se arrossisce, o magari scoppia in una risata, o ammette che ora si possono scrivere cose magari non sempre sublimi, ma non si cade più nella cieca faziosità o nella ciarlataneria di venti anni fa, vuol dire che anch´egli ormai respira, magari senza accorgersene, o non volendolo riconoscere, la nuova aria creata dalla Resistenza. E quest’aria poi, creata dalla Resistenza, è semplicemente l’aria della libertà. Se dovessi dire in breve quel che distingue un regime di libertà da un regime di servitù direi che mentre la servitù è un malanno per tutti, anche per coloro che ne traggono vantaggio, la libertà è un beneficio per tutti, anche per coloro che la sconfessano.
Oltretutto, coloro che rifiutano la Resistenza italiana devono rifiutare il grande moto storico di liberazione che ha scosso tutta l’Europa. La Resistenza italiana è solidale con la Resistenza europea. Gli apologeti del fascismo come gloria nazionale, si rassicurino: il fascismo nel 1943 era diventato un moto quasi universalmente europeo, e ovunque sinonimo di violenza e terrore. L’Italia ha avuto un indiscusso primato; ma la gloria di essere stata fascista l’ha poi dovuta dividere, fortunatamente, con gli altri paesi. Ebbene, la Resistenza rappresenta l’inserimento di una parte degli italiani nella lotta europea per la libertà. Vogliamo respingere la resistenza italiana? Dobbiamo allora, se vogliamo essere coerenti, respingere anche la Resistenza europea. Ma chi respinge la Resistenza europea, dovrà assumere su di sé la responsabilità di dichiarare che il suo ideale di vita sociale sono i campi di sterminio e la discriminazione razziale. Non volete la Resistenza? Allora volevate Hitler. La storia è una selva intricata, dove non vi è talora che un piccolo sentiero che conduce all’aperto. Nei momenti cruciali ci pone di fronte a dure alternative. O di qua o di là. (…)
A coloro che non vogliono più saperne della Resistenza perché in Italia le cose non vanno come dovrebbero andare, c’è da rispondere che la nostra non sempre lieta situazione presente dipende da una ragione soltanto: che non abbiamo ancora appreso tutta intera la lezione della libertà. E siccome l’inizio di questo nuovo corso della libertà è stata la Resistenza, si dovrà concludere che i nostri malanni, se ve ne sono, non dipendono già dal fatto che la Resistenza sia fallita, ma dal fatto che non l’abbiamo ancora pienamente realizzata.
Dopo dieci anni cominciamo soltanto ora a comprendere di quali enormi difficoltà sia irta la vita di un regime libero. Abbiamo imparato che un regime di servitù, quand’è giunto al momento della sua esasperazione, si può strozzare in poco tempo, ma la libertà per consolidarla ci vogliono decenni. Per uccidere un malvagio, basta un tratto di corda. Ma per fare un uomo onesto, quante cure, quanti affanni, quanti sacrifici. E poi, qualche volta, nonostante la buona volontà, non ci si riesce neppure.
È stato davvero uno spettacolo entusiasmante, dall’inizio alla fine: dalle sciabolate satiriche della prima parte, alla lezione di poesia e di letteratura della seconda. Ah, se la sinistra sapesse farsi rappresentare dal cuore di Benigni e dal cervello di Cofferati!
ROMA - Roberto Benigni ha sbancato l'Auditel. Anzi, lo ha preso a schiaffi, perché dopo gli oltre 12 milioni di telespettatori che ieri sera hanno visto L'ultimo del Paradiso, una buona metà delle regole che si davano per acquisite sui gusti del pubblico vanno - direbbe il comico toscano - a farsi benedire.
Niente ballerine e niente ospiti. Questo si sapeva. Ma che Benigni riuscisse a inchiodare davanti al piccolo schermo milioni di persone solo leggendo e interpretando l'ultimo canto del Paradiso di Dante, questo non era affatto scontato. Bisogna tornare ai numeri per capire quanto "scandaloso" (come dice il dantista Sermonti) sia stato l' one man show di ieri sera. La media degli ascolti è stata di 12 milioni e 687 mila spettatori(con il 45,48% di share). Vale a dire che nella prima serata di ieri quasi uno spettatore su due era sintonizzato su RaiUno. Il bello è che quando l'attore ha iniziato la sua "tirata" su Dante, emozionante e appassionata, ma anche sofisticata e poco "spettacolare", l'ascolto è rimasto altissimo.
I dati Auditel parlano chiaro. I picchi di ascolto, è ovvio, si sono registrati in corrispondenza con la fine della prima parte dello show, quella "politica"'. Ma quando è iniziata la seconda parte dello spettacolo, e quasi fino alla fine, in pochi se ne sono andati, cambiando canale: alle 22 e 43 gli ascoltatori erano ancora sopra gli undici milioni.
Chi ha visto la performance di Benigni sa che il dato è clamoroso. Per chi non l'ha vista diciamo che in undici milioni hanno ascoltato per oltre un'ora una lettura testuale dei versi di Dante, e visto un Benigni inedito, almeno in tv, che si ferma ad ogni terzina e spiega, quasi arringa il pubblico per convincerlo di quanto quelle parole scritte 700 anni fa, in realtà ci riguardino tutti.
Parla di Dio, della Madonna, dell'amore. Cita Borges. Elenca similitudini, scioglie metafore. Filosofeggia sull'impossibilità di raccontare l'assoluto. Si lancia in una lunga esegesi del ruolo di San Bernardo nella Divina Commedia. Non si azzardano a farlo nemmeno su Rai Educational dopo l'una di notte. E invece lui fa piangere di commozione il babbo Luigi, riunito a Vergaio con tutta la famiglia, e nel frattempo si porta a casa il 45% di share e dodici milioni di telespettatori.
E' l' One man show più visto degli ultimi anni. Ha battuto, in valori assoluti, i programmi di prima serata condotti da mattatori come Morandi (Uno di noi), Fiorello (Stasera pago io), Panariello (Torno sabato-La lotteria) e Celentano (125 milioni di ca7...te). Ma non è il solito trionfo del Benigni televisivo. La prima tv di "La vita è bella", trasmessa il 22 ottobre dello scorso anno, fu vista da 16 milioni di persone. L'esibizione a Sanremo del 9 marzo scorso fu seguita da 19 milioni 218 mila spettatori. Ma farne dodici milioni come li ha fatti ieri sera è tutta un'altra cosa. Così, mentre a RaiUno arrivano da stamattina numerosi fax di ringraziamento per lo show andato in onda ieri sera, chi scrive i palinsesti televisivi avrà sicuramente di che riflettere. Magari per chiedersi se il pubblico della tv non sia molto meglio di quanto in genere si creda.
Intanto il direttore di RaiUno Fabrizio Del Noce sta già pensando al bis. Gli piacerebbe un appuntamento fisso natalizio. Oppure la lettura di altri canti della Divina Commedia. "Finchè rimarrò io a RaiUno - dice comunque il direttore della rete - Benigni avrà sempre le porte aperte". Anche perché - è sempre Del Noce che parla - ieri sera "è stato scritto un pezzo di storia della televisione, il più importante della tv del 2002".
Squillano in continuazione i telefoni di casa Foa a Formia. I giornali vogliono sapere di Bobbio. E Foa, il suo vecchio amico fin dai tempi dell’università, sempre restio a usare la memoria perché preferisce ragionare sul futuro, sa di dover parlare. Alle agenzie dice di essere commosso non addolorato. E si capisce che per Foa la morte ha chiuso una bella vita, una vita «positiva»: la commozione al posto del dolore testimonia il privilegio della vita del suo amico filosofo. «Ci siamo conosciuti quando eravamo studenti universitari. Laureati nello stesso luglio del 1931, facoltà giuridica dell’università di Torino».
Lei era già antifascista?
«Io sì».
Bobbio, invece?
«Non si impegnava politicamente e non era mai stato un cospiratore ma io ho sempre pensato, anche allora, che le sue idee fossero idee pulite e non idee torbide. L’ho conosciuto sempre come un uomo dalle idee pulite. Col pensiero rivolto al futuro collettivo. Mai idee rivolte alla violenza contro gli altri. In realtà, al di la di quel che ha detto, Bobbio non è mai stato fascista».
A Torino eravate un gruppo consistente...
«Sì. Amici che si frequentavano e si divertivano anche. Andavamo a ballare. Sia ben chiaro: non eravamo gente che si vedeva solo per studiare. C’era il cinema, il ballo, il trovarci con le ragazze. C’erano poi anche i gruppi di attività cospirativa, che però erano un’altra cosa. Con Bobbio era una vita di amicizia orientata in modo positivo».
Con lui ha mai parlato delle sue attività cospirative?
«No. Pensavo che non avesse senso metterlo al corrente di una attività di cui lui non faceva parte. Lui si occupava di studio ad altissimo livello e ritenevo fosse giusto si occupasse di questo. La differenza tra lui ed altri è tutta qui: lui ha sempre privilegiato lo studio e la riflessione rispetto alla politica contingente».
Chi c’era nella squadra di amici di cui Bobbio e lei facevate parte?
«Eravamo tanti. C’erano i fratelli Galante-Garrone, Alessandro e Carlo. Molto importante per il suo ruolo, Giorgio Agosti. C’era Livio Bianco e tutti i partigiani che poi sarebbero confluiti in Giustizia e libertà. Ettore Gelli, Carlo Ziini, Alberto Levi fratello di Natalia, Leone Ginzuburg. Molti altri come Carlo Levi e altri ancora».
In queste vostre amicizie di giovani contava il filo dell’antifascismo?
«Secondo me contava molto anche se non era mai dichiaratamente espresso. Non si poteva dire tranquillamente “sono antifascista” se non eri dentro un certo giro. Parlavi delle altre cose attribuendo un senso positivo di rispetto degli altri, di profonda aspirazione alla giustizia sociale. E già questo era un prendere posizione».
Poi le strade si sono diversificate. Lei finì in carcere. Si perse di vista con Bobbio?
«Quando uscii di prigione, erano gli ultimi giorni d’agosto del 1943 (pochi giorni dopo ci fu l’occupazione tedesca e dovetti tornare in clandestinità nella Resistenza), appena fuori andai a trovare i miei genitori che erano sfollati sulle colline torinesi. Due giorni dopo venne a trovarmi in macchina Bobbio. Aveva saputo che ero uscito e voleva vedermi. Non ci vedevamo da dieci anni, io li avevo trascorsi in carcere e...»
...Il presidente del Consiglio direbbe che anche lei aveva avuto il privilegio di essere mandato in «villeggiatura» dal fascismo...
«...E’ naturale! ma lasciamo perdere... Naturalmente, parlammo della situazione e io rimasi molto colpito dalla forza del suo sentimento socialista che non era schematico per nulla, perché non c’era nulla di schematico in Bobbio. In Bobbio la ricerca era ricerca vera, mai schematismo. Ma c’era calore e passione nella ricerca del senso della giustizia sociale. Mi colpì moltissimo. Anche perché erano molti anni che non parlavamo di queste cose e per la prima volta dopo tanto tempo discutevamo insieme e liberamente di tutto questo».
Foa, quando capì che Bobbio era uno studioso di altissimo livello?
«Si capì subito. In lui c’era una cosa straordinaria. Amava molto la democrazia ma aveva anche questo spirito di critica della democrazia. Sapeva che nella democrazia ci sono molte cose che non vanno e che quindi bisogna amare la democrazia ma anche criticarla, conoscere le cose che non vanno e correggerle: le ingiustizie, le violenze, gli arbitri. È stato il portatore di un senso dinamico nella lotta per l’affermazione della democrazia».
Dopo di allora vi siete ritrovati nel partito d’azione. Bobbio come ci arrivò?
«Lui seguì una via diversa dalla mia. Una via che veniva dal Veneto, da Padova. Bobbio aveva partecipato all’attività padovana».
Né Bobbio né lei siete mai stati comunisti. Lei però fece l’esperienza del Psiup, molto vicino all’Urss. Bobbio, invece, fu sempre molto severo sull’esperienza dei paesi che vennero chiamati del socialismo reale.
«Tra Bobbio e me non fu questa la differenza. Anche io sono sempre stato molto severo con l’Urss. Lui era un socialista moderato. Apparentemente moderato, perché in realtà aveva principi molto fermi. Io invece ero più legato alle vicende politiche più contingenti. Se però dobbiamo pensare al contributo di Bobbio lo vedrei non tanto nel contenuto immediato delle sue posizioni politiche quanto nel valore dell’esempio, dell’esempio civile che lui ci ha dato. Lui ha concepito la politica anche come educazione attraverso l’esempio ed è secondo me un contributo molto importante di cui la Repubblica italiana gli è debitrice. Siamo debitori della capacità di vedere nella politica anche l’insegnamento di un costume e di un comportamento».
Per Bobbio, lei e i vostri amici di generazione, l’etica quanto ha pesato? Avevate letto molti libri, più delle generazioni successive, ma la morale quanto contava?
«Per alcuni i libri sono stati decisivi. Per altri, hanno inciso di più le esperienze. Io credo che ognuno di noi è stato fatto dall’esperienza. Tenga conto che eravamo diversi uno dall’altro anche quando poi insieme sentivamo il valore etico, che era vero».
Quando l’ha incontrato per l’ultima volta?
«Ci siamo incontrati spesso. Spesso Bobbio è venuto a pranzo a casa mia. E l’ho incontrato anche a casa del figlio Andrea. Bobbio era molto legato alla famiglia, è un aspetto molto positivo della sua vita. Ho sempre molto ammirato il modo affettuoso di Bobbio e la sua tenerezza verso i figli e la moglie, Valeria Cova, una donna singolarmente attiva e positiva, una persona deliziosa morta pochi anni fa. Io sono ancora oggi molto legato a due dei suoi figli: Luigi ed Andrea».
Cosa ci lascia Bobbio?
«Possiamo dire che lascia agli italiani, e non solo agli italiani, la lezione di come si deve vivere insieme. Intanto, bisogna imparare a vivere, e non è una cosa facile. E a vivere insieme, non è una cosa facilissima. Bisogna saperlo fare e imparare a farlo. Lui ci ha insegnato a fare queste cose qui».
Norberto Bobbio aveva compiuto novantaquattro anni il 18 ottobre. Si spegne con lui una delle più alte e generose coscienze critiche della nostra democrazia. Si cancella il promemoria vivente d´un secolo. Da oltre sessant´anni, quando collaborò agli esordi clandestini del partito d´Azione e ancora prima, quando, giovane professore, incappò nei rigori giudiziari del fascismo, la sua presenza nella vita politico-culturale italiana si è fatta sentire nelle forme più varie, con elaborazioni teoriche e interventi di attualità. Fu lui, sulla metà degli anni Cinquanta, a stabilire con Palmiro Togliatti un dialogo sia pure aspramente contestativo, legato alla convizione che fosse necessario legare più saldamente l´estrema sinistra alle nostre istituzioni. Più tardi, vennero dal professore torinese le più decise obiezioni alla politica craxiana. Essa - dopo un inizio che giudicò promettente - gli parve tradire quegli ideali socialisti che da sempre lo animavano.
Con la sua azione di stimolo e di monito, il filosofo torinese avrebbe poi seguito i momenti di svolta della sinistra italiana dopo la dissoluzione dell´universo comunista. Da ultimo, aspramente contestato dai cultori di quella voga storiografica per i quali l’azionismo (o ciò che ne resta) è il nemico giurato, Bobbio ha diradato i suoi interventi. Ma le sue messe a punto, pur soffuse di un’amarezza da vegliardo, sono altrettante lezioni.
Dalla fine degli anni Settanta ho intrattenuto con Norberto Bobbio rapporti continui. Gli telefonavo. Ci vedevamo a volte a Torino. Più regolarmente a Roma, nella sua stanza all’hotel Santa Chiara o nel suo piccolo ufficio di senatore a vita in palazzo Giustiniani, finché le condizioni di salute gli hanno consentito di partecipare alla vita parlamentare. Bobbio percorreva amabilmente i suoi ricordi, interveniva sull’attualità. Di queste conversazioni trascrivevo i brani che più mi colpivano, dividendoli per argomento. Quei fogli mi aiutano a ricordarne i gesti, la voce, la sobria passionalità, i disinganni.
Maestri e compagni. Fra i primi amici fu Leone Ginzburg, compagno di classe di Bobbio al liceo D’Azeglio di Torino. Originario di Odessa, ebreo, aveva girato il mondo. Intorno al 1925, era già un antifascista deciso. Gli amici provavano nei suoi confronti un certo complesso d’inferiorità. Li impressionava il sentir dire da un loro coetaneo che Mussolini era un ciarlatano, che avrebbe distrutto l’Italia. Ciò completava la lezione di antifascismo impartita da alcuni insegnanti. Uno era Zino Zini, professore di filosofia, mite e dottissimo. Aveva collaborato all’Ordine nuovo di Gramsci, era comunista. Per i fascisti, un sovversivo. Un reprobo era considerato anche il professore d’italiano Umberto Cosmo, ex redattore della Stampa ed ex neutralista: come dire, agli occhi del regime, un nemico. «Due professori così lasciano il segno», raccontava Bobbio. Ma ancora più profonda fu l’influenza di Augusto Monti. Insegnava anche lui italiano, ma nella sezione B del D’Azeglio (Bobbio era nella A), avendo per allievi Cesare Pavese, Massimo Mila, Giulio Einaudi. Monti li incontrava, con Bobbio, Ginzburg e Vittorio Foa, una volta la settimana al «Rattazzi», un piccolo caffè al centro di Torino. Il professor Monti dirigeva allora, in incognito, Il Baretti, la terza rivista di Piero Gobetti, che sopravvisse al suo fondatore per un paio d’anni. Bobbio, Mila, Ginzburg vi scrissero i loro primi articoli. «Attraverso Monti e la collaborazione al Baretti, per noi Piero Gobetti sarebbe diventato un personaggio mitico». Più tardi, all’università, Bobbio avrebbe trovato altri professori avversi al regime: Luigi Einaudi, Francesco Ruffini, Gioele Solari.
Il primo arresto. A venticinque anni, laureato in giurisprudenza e in filosofia, Bobbio si considerava politicamente meno maturo di un Ginzburg o di un Mila. Meno convinto dell’antifascismo. Il suo primo scritto «consistente» uscì sulla Cultura di Giulio Einaudi, la rivista per la quale l’editore sarebbe stato arrestato l’anno successivo. Il 15 maggio del ?35 arrestarono anche Bobbio, nella grande retata che liquidò il gruppo torinese di Giustizia e Libertà. Vi furono coinvolte una trentina di persone: fra i primi Ginzburg, Foa e Mila, che erano a capo del movimento. Foa e Mila andarono in carcere. Antonicelli e Pavese, al confino. Bobbio, visto come un congiurato «a latere», venne liberato dopo una settimana. Questo precedente non danneggiò troppo la sua carriera accademica. Al concorso per cattedra, che si tenne nel ?38, Bobbio fu inizialmente espulso in conseguenza dell’arresto di tre anni prima. Ma poi venne reintegrato (anche per l’intervento di Emilio De Bono, amico di famiglia) e vinse il concorso. Presidente della Commissione era Giuseppe Capograssi, un cattolico antifascista.
L’insegnamento. Per tre anni, giovane docente a Camerino. Poi, ordinario di filosofia del diritto a Siena: un biennio di studio intenso. Ma anche di contatti politici. Bobbio ha una piccola auto, viaggia con piacere. A Perugia c’è Aldo Capitini, uno dei capi del liberalsocialismo, il movimento fondato da Guido Calogero che continua la tradizione di Giustizia e Libertà. Figlio del guardiano del palazzo comunale di Perugia, Capitini ha per sé una stanzetta in alto, nel municipio, sotto il campanile: questa specie di abbaìno diventa un punto di convegno per dissidenti politici. Capitini di tanto in tanto interrompe la conversazione per correre a suonare le campane (è un compito che gli ha affidato suo padre).
Capitini aveva pubblicato nel ?37 una sorta di libro-guida dell’antifascismo, Elementi di un’esperienza religiosa. I temi portanti erano tre: la non collaborazione al male, la non-menzogna, la non-violenza. Tutti di alta spiritualità. «A Perugia ci si vedeva con Walter Binni, letterato, figlio del farmacista di piazza del Duomo, e con Arturo Massolo, professore di filosofia al liceo. A Siena, i liberalsocialisti erano Mario Delle Piane, Leone Bortone e Michele Gandin. In totale, pochissimi».
Nel partito d’Azione. Di antifascisti Bobbio ne trova pochi anche a Padova, dove va a insegnare nel ?40. Ad esempio, un suo assistente di grande avvenire accademico, Enrico Opocher. Nel Veneto c’erano altri gruppetti. A Treviso Bruno Visentini, vicino a Giustizia e Libertà. Appunto a Treviso avvenne, nel ?42, la fondazione del Partito d’Azione veneto. Arrivò da Milano Ugo La Malfa. Era l’unico che avesse partecipato alla vita politica prefascista, nel gruppo di Giovanni Amendola. «Rappresentava», testimonia Bobbio, «il nostro tramite con il "mondo di ieri"». Nel Partito d’Azione Bobbio sarà vicino al gruppo fiorentino, capeggiato da Calamandrei e Tristano Codignola. Ma provava una solida analogia d’idee con i torinesi, provenienti da Giustizia e Libertà: fra gli altri, Alessandro Galante Garrone, Giorgio Agosti.
Ascoltando Croce. Bobbio conobbe il filosofo nel 1933. Da Meana, in val di Susa, dove villeggiava d’estate, Benedetto Croce andava spesso a Torino, alla Biblioteca nazionale. Bobbio era laurendo in filosofia. «Che cosa consulta?», gli chiese una mattina il senatore. «Sto studiando Husserl». «Ah, interessante», fu il laconico commento. Ma ci furono altri incontri, nella casa torinese di Oreste Rossi, cognato di Croce, o dall’italianista Carlo Dionisotti. Poi il filosofo napoletano si trasferì, d’estate, a Pollone nel Biellese. Poco distante aveva casa Franco Antonicelli. Ancora una volta, Croce era fisicamente vicino agli antifascisti torinesi. Parlava volentieri, ascoltava poco. Ma Bobbio e gli altri ragazzi avevano letto tutti i suoi libri. «Dividevamo il mondo in crociani e non crociani: chi non era crociano era un povero diavolo». L’essere impregnati di Croce li aiutò molto, nel momento di fare una scelta avversa al regime littorio. Più tardi il Croce politico militante, con il suo liberalismo e la sua polemica contro il Partito d’Azione, li scontentò. Ma non per sempre. Nel profondo, Bobbio ha continuato a considerarlo il maestro della sua giovinezza.«Ho sempre pensato che Croce, non ostante il suo spiritualismo di tradizione tedesca, avesse un grande senso della realtà. A differenza di Gentile». Verso il teorico dello Stato etico ebbe infatti un atteggiamento assai più cauto. Oscillava fra il considerarlo «un uomo intellettualmente vigoroso e moralmente generoso» e a bollarne gli atteggiamenti politici come quelli d’«un retore e un corruttore».
Altri maestri. Nel Profilo ideologico del Novecento, Bobbio cita in coppia Luigi Einaudi e Gaetano Salvemini. «Ci hanno insegnato», diceva, «che per fare politica occorre conoscere i problemi uscendo dalle astruserie filosofiche». Entrambi erano legati a Cattaneo, «l’ unico filosofo italiano che non sia un metafisico». In Cattaneo s’era riconosciuto con entusiasmo Piero Gobetti, figura centrale del liberalismo. «Salvemini, Einaudi, Gobetti: la lezione di Cattaneo l’ho ricevuta da queste tre fonti». Altri maestri di realismo politico sono, per Bobbio, Vilfredo Pareto e Gaetano Mosca.
Il secondo arresto. E’ a Padova, il 7 dicembre del 1943. Il federale della città ha ordinato che i docenti dedichino una lampada votiva ai martiti fascisti. Bobbio, con qualche collega, si rifiuta e finisce in manette. Per qualche settimana lo tengono chiuso in una caserma. Seguono tre mesi di permanenza a Verona, in quel carcere degli Scalzi dove sono rinchiusi Ciano e gli altri «traditori» del 25 luglio. Il giorno della loro fucilazione, il filosofo torinese è lì.
Prigione. Interrogatori. Una mattina, per spaventarlo, fanno credere al detenuto Bobbio di aver arrestato anche sua moglie, incinta. «Se non confessate dov’è nascosto Concetto Marchesi, né voi né vostra moglie uscirete vivi da qui». Marchesi, celebre latinista, è un capo dell’antifascismo, legato al Pci. Bobbio, che non sa dove sia, viene rilasciato nel febbraio del ?44.
Che cos’è un intellettuale. E’ una persona che deve essere «indipendente» dalla politica, non «indifferente» ad essa. Non deve asservirsi al potere. Deve però occuparsi anche di questioni nelle quali sono in gioco rapporti di potere. «Seminare dubbi è certo una funzione importante dell’intellettuale». Seminarne. Nutrirne. A costo di apparire, o di essere, fragile. L’uomo di cultura «non è al di sopra della mischia. Viene trascinato, come tutti». Anche Benedetto Croce? Certo, anche lui. Durante la prima guerra mondiale, era un Realpolitiker. Irrideva gli ideali. E’ famosa una frase che scrisse nel 1917. Suonava così: «Io sarò sempre grato a Marx per avermi liberato dalle alcinesche seduzioni della dea Giustizia e della dea Libertà». Poi, venuto il fascismo, con quelle dee Croce ha dovuto fare i conti. E’ diventato un campione, appunto, di libertà.
Lui e i comunisti. Fu molto seguita la discussione fra Bobbio e Togliatti. Si svolse fra il ?54 e il ?55 fra Nuovi Argomenti e Rinascita. «Allora i comunisti erano presi dall’idea del Partito con la p maiuscola. Il partito di massa come il "novello Principe", per dirla con Gramsci». Lui, Bobbio, sosteneva che i diritti dell’uomo sono il presupposto di qualsiasi convivenza civile, e non accettava la distinzione (sulla quale Togliatti insisteva) tra «libertà formale» e «libertà sostanziale». Il professore non tollerava di veder sbeffeggiati gli «ideali dell’Ottantanove». Le posizioni, fra i due, erano molto lontane. Ma, almeno, si parlava. Bobbio ne era compiaciuto. «Il mio intervento terminava così: "Ora il dialogo è veramente cominciato"».
L’ideologia italiana. Ecco uno dei bersagli polemici di Norberto Bobbio. Si tratta di «un certo spiritualismo di maniera» che pervade la nostra cultura e che «scomunica, dovunque appaiano, positivismo, empirismo, utilitarismo come filosofie volgari, anguste, mercantili, impure». Cattaneo ne fu una vittima, «soffocato tra giobertismo e idealismo». Più tardi, Giovanni Gentile sarebbe stato uno dei campioni dello spiritualismo (di destra). I marxisti, fino a qualche decennio fa, erano gli araldi di una sorta di spiritualismo rovesciato «che contrapponeva allo Spirito con la s maiuscola la Materia con la m maiuscola». Queste filosofie dell’assoluto, delle certezze, del progresso garantito hanno ritardato, secondo il pensatore appena scomparso, lo sviluppo in Italia di quelle correnti pragmatiste, neoempiriste, neopositiviste, di radice anglosassone, che studiosi come il suo collega Nicola Abbagnano, a Torino, credevano più adatte a una società democratica e pluralista. Quando il sapere empirico diventerà davvero una bussola per la politica?. Era la domanda che il filosofo torinese, fervido seguace di Carlo Cattaneo, non si stancava di porsi.
La democrazia è un’abitudine? In Italia essa, secondo Bobbio, non era mai stata molto di casa. Invece oggi c’è. E’ entrata, a dispetto di tutto, nel costume. In democrazia è naturale che prevalgano le filosofie adatte a questo modo di vivere: cioè di tipo relativistico, empiristico appunto, non assolutizzanti. Ciò si accompagna alla scomparsa dell’intellettuale rivoluzionario, che crede davvero alla grande avventura della trasformazione. Avendo perso il senso di quella sua «missione», l’intellettuale trova presso i politici forse minor ascolto di prima. Qualche esempio concreto? Craxi conquista nel 1976 il Psi. Qualche tempo più tardi, un gruppo di uomini di cultura di «area» socialisti (Bobbio è fra questi) rende pubblica una lettera in cui si danno dei consigli al nuovo segretario. Craxi li respinge, «dicendo di non riconoscere alla corporazione degli intellettuali alcun diritto privilegiato».
La cultura e i sergenti. Poco entusiasta di Craxi (ancor meno lo sarà di Berlusconi), il filosofo torinese cercava però di capire tutto. Anche l’«antintellettualismo» dei politici. Citava, trovandola assai espressiva, una battuta che Julien Benda inserì in un suo libro, desumendola da un aneddoto tolstoiano. Durante una marcia militare un sergente strapazza brutalmente un soldato. Accanto c’è un intellettuale, che si rivolge scandalizzato al sergente: «Che diamine, lei non ha mai letto il Vangelo?». «E lei», ribatte il sergente, «non ha mai letto il regolamento militare?». Emerge dall’apologo il timore che il ceto politico diventasse una casta con un suo apposito «Vangelo».
La politica, un duello civile. E’ del 1994 il libro più fortunato di Bobbio. S’intitola Destra e sinistra. Lo pubblica l’editore Donzelli, avrà numerose ristampe, raggiungendo una diffusione del tutto insolita nella saggistica politica. E’ una sorta di testamento. Pur considerandosi un moderato e giudicando anacronistico ogni estremismo, Bobbio non condivide l’appiattimento che porta con sé l’asserita «caduta delle ideologie». La politica rimane per lui un universo conflittuale. Destra e sinistra non sono termini obsoleti. Nessuna «corsa al centro» smentisce l’esistenza di queste due realtà in competizione, anzi la rafforza. «Quale centro potrebbe nascere senza due poli»?, insisteva nel chiedersi Bobbio. Il centro, più che un’appartenenza, è una qualità della politica. Una sinistra che guardi verso il centro, e una destra che guardi anch’essa al centro sono garanzia di alternanza nelle moderne democrazie. Per moderata che sia, la sinistra non deve smarrire il senso della propria distinzione. Fra i suoi connotati, prevalente è l’atteggiamento nei riguardi degli immigrati. A sinistra, si tende a vedere nel «diverso» l’uomo.
Il disinganno. La scesa in campo di Berlusconi gli procurò dubbi inquietanti, fino ad indurlo a domandarsi se si trattasse di un politico autoritario o semplicemente di uno sprovveduto, incapace di «ponderare la differenza fra il manager di una grande impresa e l’uomo di governo». Più di recente, il filosofo ha salutato con ottimismo l’ingresso dell’Italia nell’euro: una dimostrazione, al cospetto dei partner europei, che «siamo una nazione, uno stato degni di rispetto». Ma è uno stato d’animo contraddetto da eventi di segno opposto. Da ultimo, il risultato delle elezioni europee del 13 giugno 1999 gli è parso un drastico rovesciamento del nostro sistema politico. Nella «sconfitta disastrosa» riportata in quella consultazione dalla sinistra italiana (una sinistra «sparpagliata e litigiosa»), Bobbio ravvisava un rovesciamento del nostro sistema politico: dalla partitocrazia - disse in quei giorni - si è passati alla «partitopenìa»: ciè, per paradosso, non ostante la loro proliferazione numerica, a una penuria di partiti veri. Specie a sinistra. Quello di Berlusconi, che in certi momenti sembra trionfare, non è infatti un partito vero, ma la protesi di una persona.
Un’Italia piena di incognite. Ecco il panorama che Bobbio contemplava al termine della vita. Ma la vita, è ovvio (ripeteva nella sua serena partecipazione di «intellettuale e di insegnante che si è occupato spesso di politica»), sarebbe continuata dopo di lui. Possibilmente, ad opera di quelli che restano, senza pause e senza distrazioni. Come egli preferiva.
TORINO - Chiede "Funerali semplici, privati, non pubblici", "civili", anche se afferma di non considerarsi "nè ateo nè agnostico". Sono alcune delle ultime volontà che Norberto Bobbio ha stabilito prima di morire e che sono state lette oggi pomeriggio nella camera ardente, chiusa al pubblico e alla presenza del presidente della Repubblica Ciampi, del rettore Rinaldo Bertolino e delle altre autorità, da uno dei figli, Luigi.
Sullo sfondo la musica della "Passione secondo san Giovanni" di Bach, così come indicato dal filosofo e senatore a vita.
"Ho compiuto 90 anni il 18 ottobre. La morte dovrebbe essere vicina - scrive Bobbio - A dire il vero l' ho sentita vicina tutta la vita. Non ho mai neppure lontanamente pensato di vivere così a lungo. Mi sento molto stanco, nonostante le affettuose cure di cui sono circondato, di mia moglie e dei miei figli. Mi accade spesso nella conversazione e nelle lettere di usare l'espressione 'stanchezza mortale'. L'unico rimedio alla stanchezza mortale è il riposo della morte. Requiem aeternam dona eis Domine. Nell'ultimo bellissimo coro della Passione secondo San Giovanni di Bach, il coro subito dopo la morte di Cristo canta: 'Ruht wohl' (riposa in pace)".
"Desidero funerali civili in comune accordo con mia moglie e i miei figli - aggiunge nel suo 'testamento' Bobbio - in un appunto del 10 maggio 1968 'più di 30 anni fa trovo scritto: 'vorrei funerali civili. Credo di non essermi mai allontanato dalla religione dei padri, ma dalla Chiesa si'. Me ne sono allontanato ormai da troppo tempo per tornarvi di soppiatto all'ultima ora. Non mi considero nè ateo nè agnostico. Come uomo di ragione non di fede, so di essere immerso nel mistero che la ragione non riesce a penetrare fino in fondo, e le varie religioni interpretano in vari modi".
"Funerali semplici, privati non pubblici. Raccomando caldamente ai miei familiari questo mio desiderio - insiste Bobbio - ho avuto nella mia vita, anche in occasione dei miei 90 anni, pubblici riconoscimenti, premi, varie forme di onoranze che ho accettato pur essendo convinto che eccedessero i miei meriti. Alla morte si addice il raccoglimento, la commozione intima di coloro che sono più vicini. Il silenzio. Breve cerimonia in casa o, se sarà il caso, in ospedale. Nessun discorso. Non c' è nulla di più retorico e fastidioso che i discorsi funebri. E poi il trasferimento a Rivalta per essere sepolto nella tomba di famiglia".
Sulla lapide "soltanto nome e cognome, data di nascita e di morte, seguiti da questa unica dicitura 'figlio di Luigi e Rosa Caviglia'. Mi piace pensare - conclude Bobbio - che sulla mia lapide il mio nome compaia insieme a quello dei miei genitori".
"Mio padre, alessandrino, è stato il capostipite dei Bobbio di Torino; la tomba è stata fatta costruire da lui nel paese, che ha molto amato, di sua moglie. Il mio nome, unito a quello dei miei genitori, oltretutto, dà il senso della continuità delle generazioni. La famiglia dia la notizia della morte a funerali avvenuti con un necrologio composto con le parole semplici con cui sono in genere scritti i necrologi della gente comuni".
Procede stancamente la discussione in Senato dei disegno di legge Frattini sul conflitto d'interessi. Per quel poco che ne ho letto su Repubblica e sul Corriere della Sera mi sembra un testo pari all'acqua calda o, come meglio diceva la felice memoria di Ernesto Rossi, all'erba trastulla. Ma vorrei il suo parere in proposito. Non sul problema perché so come lei la pensa, ma sul testo in questione. E meglio di niente? Può servire almeno a qualcosa?
VITTORIO DIFFONI
Gentile lettore, la cosa migliore e più limpida su quel testo è l'analisi che ne ha fatto !l senatore Luigi Zanda nell'intervento in Senato 9 marzo scorso. Perciò lascio a lui la parola. In altri tempi quella illustre Assemblea ne avrebbe votato l'affissione, ma oggi questa prassi è passata di moda. Questo l’intervento.
“L'articolo 1 prevede che se it titolare di una carica pubblica, diciamo per esempio il presidente del Consiglio, non è presente in Consiglio dei ministri quando si deliberano provvedimenti nel suo interesse, tutto è a posto. Anche se il Consiglio approva atti a suo favore, non c'è conflitto.
“L'articolo 2 è quello dell'incompatibilità tra la titolarità di interessi e le principali cariche pubbliche. La norma sull'incompatibilità dovrebbe essere la più chiara: o si è incompatibili o non lo si è. Ma per essere compatibili basta dimettersi dalle cariche sociali e restare “mero” proprietario. L'incompatibilità riguarda infatti solo gli amministratori. Il proprietario, che è l’unico beneficiario de gli atti compiuti in condizione di conflitto d'interessi, non è incompatibile con nulla.
“L'articolo 3 ripete il meccanismo dell'articolo 1. Definisce i casi nei quali sussiste la situazione di conflitto d'interessi. Possiamo chiamarlo l’articolo-alibi. Perché il conflitto sussista, spiega l’articolo 3, è necessario che il titolare di cariche di governo partecipi all'adozione dell'atto che lo avvantaggia. Se non partecipa non conta. Facciamo un caso concreto. Se il Consiglio dei ministri approva un disegno di legge utile ad un'azienda del capo del governo è sufficiente che lui non sia presente net momento dell'approvazione dell'atto the lo riguarda (per esempio che esca per dieci minuti dalla sala del Consiglio): a quel punto it conflitto d'interessi sparisce, non c'è più. Per essere salvi basta avere un alibi per quei dieci minuti”.
Nel finale del suo intervento il senatore Zanda si rivolge al relatore del disegno di legge Frattini, senatore Pastore, e dice cosi: “Senatore Pastore, mi permetta di chiudere con una richiesta di carattere politico. Lei condivide le recenti indicazioni del ministro Tremonti, del vicepresidente Fini e dei presidente Casini sulla necessità che maggioranza ed opposizione, superando lo spirito di parte, affrontino insieme con soluzioni quanto piùpossibile condivise le grandi questioni d'interesse nazionale a cominciare dalle regole del gioco politico e istituzionale, dalla giustizia e dalle politiche di cornice? E le chiedo anche, signor Relatore, se davanti a posizioni tanto significative di personalità eminenti del suo schieramento politico lei non ritenga giusto e opportuno iniziare ad applicare questo nuovo metodo proprio da oggi, dal conflitto di interessi”.
Temo che anche questa esortazione resterà lettera totalmente morta
E’ la storia dell’Italia maltrattata. Di un Paese che per rincorrere lo sviluppo e la «modernità» ha finito per consumare buona parte delle proprie ricchezze naturali e del suo territorio. E costruire mostri di cemento, interi villaggi abusivi sulle coste, villette e orribili capannoni industriali che occupano ogni centimetro libero della pianura veneta senza alcun criterio. Il boom edilizio del dopoguerra, la fame di case popolari degli anni Settanta e Ottanta, i condoni. E poi le nuove parole d’ordine: fare presto, costruire, togliere vincoli e impedimenti, modernizzare l’Italia. Non è soltanto un libro scritto bene, quello curato da Francesco Erbani ed edito da Laterza. «L’Italia maltrattata» è un saggio sulla cultura - e l’incultura - del BelPaese che tutti farebbero bene a leggere. Allievo di Antonio Cederna e Antonio Iannello, giornalista di Repubblica e scrittore, Erbani è uno degli ultimi esempi di quel «giornalismo civile» molto poco di moda. Che preferisce denunciare piuttosto che magnificare. Andare controcorrente invece che per prendere per buone le versioni del potente di turno. Il suo volume ripercorre la storia edilizia d’Italia degli ultimi cinquant’anni.
Con otto storie esemplari dei maltrattamenti subiti dal territorio, raccontati con lo stile giornalistico dei reportage e l’intensità del romanzo. Il villaggio Coppola di Caserta, otto enormi casermoni da dodici piani (un milione e mezzo di metri cubi di cemento, 650 appartamenti) in riva al Volturno, tirati su senza lo straccio di una licenza edilizia. La Valle dei Templi assediata dai palazzoni e dalle villette spuntate dalla sera alla mattina, il parco di Palermo e il terremoto dell’Irpinia, occasione per rifare tutto nuovo ma terribilmente anonimo. E poi la «Villettopoli» del Nord Est, come la definì l’urbanista Pieluigi Cervellati, Venezia alle prese con le grandi opere (Mose e sublagunare) e la sempre più rapida trasformazione degli appartamenti in alberghi, pensioni, bed and breakfast che ne accelera l’espulsione degli abitanti. Negli ultimi cinquant’anni sono stati edificati i nove decimi dell’intero patrimonio abitativo italiano, mentre la popolazione in questo mezzo secolo è aumentata soltanto del 20 per cento. Si è scelto quasi sempre - spesso per motivi unicamente speculativi - la nuova edificazione invece del restauro conservativo, il cemento al posto dei mattoni. Un consumo del territorio che non ha eguali in Europa, che ha provocato uno stravolgimento di luoghi unici e delicati.
«Senza guerre, eruzioni, invasioni barbariche», scrive Erbani, «il paesaggio ha cambiato volto. La conservazione ha lasciato il posto alla cementificazione. Negli ultimi dieci anni tre milioni di ettari di terreno sono stati sottratti all’agricoltura, centomila soltanto in Campania». «Qualcosa come due regioni intere urbanizzate spesso senza Piano regolatori o con costruzioni abusive. «Significa tra l’altro», dice Erbani, «rendere i suoli non più permeabili. Così arrivano le alluvioni, sempre più frequenti». Il saccheggio non si ferma, e i condoni lo incoraggiano. La costruzione di edifici abusivi, annota Erbani, subisce un’impennata in coincidenza dei provvedimenti di condono edilizio. Che nelle casse dei Comune portano sempre meno risorse di quelle necessarie per urbanizzare il territorio dove sorgono le opere «condonate». Nel solo 2002 sono state 30.821 le case abusive edificate. di cui il 55 per cento nelle quattro regioni del Sud che ne detengono il record; Campania, Sicilia Puglia, Calabria. 232 mila sono le case edificate dopo l’ultimo condono.
Anche il ricco Nord Est fa la sua parte. Con la trasformazione della pianura in una sequenza di villette con taverna («I veneti sono diventati un popolo di tavernicoli», dice Marco Paolini nei suoi spettacoli), capannoni, svincoli, cemento. Trionfa la cultura degli ipermercati, più che raddoppiati negli ultimi anni. «Non luoghi» che ormai segnano la campagna veneta come un tempo lo facevano chiese e campanili. La monumentale Venezia non fa eccezione. Qui la trasformazione riguarda gli appartamenti, che a ritmo ormai frenetico diventano pensioni, affittacamere e bed and breakfast. Mentre l’attenzione di chi governa è spesso concentrata ad omologare la città d’acqua a tutte le altre. Progettando grandi dighe come il Mose invece di fermare il dissesto della laguna e sperimentare opere compatibili, ripescando idee di metropolitane subacquee già bocciate dieci anni fa, sostituendo i materiali tradizionali (mattoni, trachite e pietra d’Istria) con il finto marmo, il cemento e le lastre tagliate a macchina. I freni sono stati tolti, annota Erbani, e da più parti si intensificano gli attacchi alla pianificazione urbanistica, unico strumento capace di armonizzare le esigenze dei privati con quelle della collettività. Legge obiettivo, conferenza dei servizi e svuotamento di competenze in materia ambientale stanno dando un’ulteriore spinta alla «deregulation». L’Italia è sempre più maltrattata e gli speculatori ringraziano. Anche la stagione delle demolizioni, avviata da qualche sindaco coraggioso sembra ora destinata a fermarsi. Mentre le grandi opere, e la nuova stagione del cemento, dice Urbani, procede a ritmo forsennato. Un libro ispirato da un «ragionevole pessimismo», conclude Erbani, «che non deve però indurre allo scoramento».
L’assalto all’ambiente appartiene alla storia degli uomini più che alla modernità, all’antica ricerca animale del territorio, dello spazio vitale. Un giorno stavo contemplando lo scempio della Valdigna, l’alta Valle d’Aosta e me ne lamentavo, ma chi mi accompagnava disse: “Se tu ci sei venuto, perché non dovrebbero volerci venire anche gli altri?”. Siamo in troppi e vogliamo le stesse cose, gli spazi liberi e ampi. Nell’Ottocento la valle era percorsa da una strada ricalcata su quella romana che gli scalpellini delle legioni avevano aperta, a tratti, nella roccia, come ricorda “La pierre taillee” sotto La Salle. Poi è arrivata la ferrovia e poi l’autostrada, infine il traforo del Monte Bianco da poco riaperto dal ministro delle grandi opere Lunardi, che avendo scavato ventisette tunnel si lamenta di coloro che non li apprezzano. Il fondovalle è sparito sotto le vie ferrate o cementate che corrono parallele a pochi metri di intervallo. Courmayeur, il paese sotto il Monte Bianco, sta sotto una perenne coltre di smog, una serpe grigia lungo tutta la valle. Il viavai perpetuo di auto e di camion giganti non dà tregua, ma il ministro e i potentati economici che gli stanno alle spalle non hanno dato ascolto alle proteste popolari, inutili anche in Val di Susa contro le opere per l’alta velocità ferroviaria. Vince lo sviluppo autolesionista, la metastasi demenziale di un traffico che sposta acque minerali dalla Valtellina alla Calabria e viceversa dal Pollino a Monza, in un caotico carosello di latte, formaggi, vitelli, conserve di pomodoro che vanno e vengono in un moto perpetuo. Traffico su gomma, lo chiamano, e non c’è forza al mondo che possa limitarlo, sui valichi appenninici code interminabili di camion procedono come elefanti in cerca di pascoli. Il Ticino era uno dei pochi fiumi padani non inquinati, una via pulita che scendeva da Lugano al Po, ma gli piovono dentro i veleni degli aerei, il Sesia, fiume di acque pure, è minacciato da una quindicina di costruende centrali elettriche che lo lasceranno secco per nove mesi l’anno. Il Po è una gigantesca latrina dove tutti buttano i loro rifiuti, nel bacino del Lambro, cioè in mezza Lombardia, i veleni sono arrivati a quindici-venti metri di profondità, a Milano quasi tutti i bambini hanno una perenne irritazione ai bronchi, si vedono ciclisti circolare con la mascherina di protezione che non serve a niente, sugli asfalti c’è una patina di polveri micidiali che rendono inutili le giornate senz’auto.
Gli elenchi delle località afflitte da inquinamento riempiono migliaia di pagine, in intere province la qualità della vita è pessima.
Ci occupiamo qui di un solo esempio macroscopico, l’Hub della Malpensa, il megaeroporto internazionale: la vita in una novantina di comuni piemontesi e lombardi è stata violentata, ma sui giornali se ne parla raramente e gli oppositori considerati minoranze snob che non capiscono le leggi dello sviluppo.
Malpensa, un dramma della modernità. Impossibile risolverlo, difficile correggerlo. Ottantasette comuni piemontesi e lombardi privi di silenzio, privi del buio della notte, immersi in un perenne fragore di aerei, quattrocento al giorno che decollano, quattrocento che atterrano, dentro la perenne aurora boreale delle luci dell’Hub. Mi dice il dottor Boggio, sindaco di Varallo Pombia: “Per mettere assieme il parco del Ticino abbiamo dovuto convincere i contadini perché limitassero le loro colture, poi i cacciatori perché rispettassero la fauna e poi quelli che volevano costruirsi la villetta sulla riva del fiume e il popolo delle vacanze perché non sporcasse, e adesso che c’eravamo quasi riusciti è arrivata la grande Malpensa con le sue incessanti piogge di idrocarburi e di polveri e persino di “malaria da bagaglio” o “malaria aeroportuale”. Il guasto provocato da Malpensa riguarda l’intera vita civile in ottantasette comuni dell’Italia più avanzata, la buona amministrazione, la legge hanno lasciato il posto alla prepotenza e alle irresponsabilità.
Cancellare Malpensa, tornare ai tempi del “fiume azzurro” silente e pulito, alle “amate sponde” risorgimentali non è cosa possibile, sarà un miracolo arrestare la metastasi dello sviluppo caotico che ora dal Ticino si sta allargando alla nuova Fiera in costruzione dalle parti di Pero, a pochi chilometri da Milano. Ma il dogma dello sviluppo continuo arriva dal governo europeo, la signora De Palacio, ministro dei Trasporti, ha già sentenziato che i limiti agli Hub sono inaccettabili, che gli Hub hanno come unica regola e misura le richieste di trasporto europee, già accettate dal più grande degli Hub, il Charles De Gaulle di Parigi, che di movimenti di aeromobili ne ha il triplo di Malpensa, più di duemila al giorno.
Dicono il sindaco di Varallo Pombia e gli altri ottantasei che provano ancora a mettere la sciarpa tricolore e a marciare sull’aeroporto per fermare i lavori della terza pista: “Solo dieci anni fa non sapevamo neppure o quasi che a Malpensa ci fosse un aeroporto”. Ma neanche coloro che l’hanno costruito, l’Hub, sapevano bene cosa ne sarebbe nato, un mostro che ha violato l’impatto ambientale, che è passato sopra tutti i divieti governativi. Dire oggi che Malpensa è stata imposta dai grandi poteri economici è dire solo una parte della verità. Sono stati gli dèi di questo tempo a imporla, il dio denaro, la corsa continua che fa delle autostrade lombardo-piemontesi delle piste convulse, frenetiche, cui partecipano tutti. Malpensa è il prodotto di una società omogenea nella sua imprevidenza, compatta nella sua follia. Fra i sostenitori di Malpensa si contano anche i sindacati, anche la Cgil: devono difendere i loro occupati, anche se siamo in una regione di piena occupazione, anche se è prevedibile che le occupazioni “basse” di Malpensa per le pulizie e per altri lavori manuali finiranno agli immigrati.
Vale per Malpensa la cattiva informazione o la “disinformazia” che è di tutto l’attuale modo di vivere e delle sue rapide mutazioni. La pubblica opinione sa niente e pochissimo degli scontri e dei nodi degli interessi retrostanti. Per esempio che l’alleanza fra la Klm e l’Alitalia partiva proprio dal superaeroporto, impossibile vicino ad Amsterdam, cioè dal bisogno degli olandesi di avere i grandi flussi di un Hub già esistente, il flusso continuo di quanti arrivano nel nodo logistico e di quanti ne partono. L’aeroporto gigante come supermercato nella tradizione delle grandi fiere europee, una calamita di commerci e di speculazioni. E su questi interessi reali, concreti, si sono poi sovrapposti quelli virtuali ma non meno decisivi della megalomania patriottica, per cui anche alte cariche dello stato, o almeno gli scribi al loro servizio, esortano i concittadini alla terza o alla quarta pista come conquiste della civiltà e della patria. I grandi e grandissimi interessi passano sopra i diritti e le difese di quanti negli ottantasette comuni ci vivono. Il modo è quello tradizionale del fatto compiuto: prima si dà mano alle opere preparatorie, alle infrastrutture indispensabili, strade, svincoli, collegamenti dell’energia e quant’altro, e quando l’intero paesaggio si è conformato alla grande opera non resta che costruirla. Così sarà della terza pista: una volta fatti i disboscamenti, gli sbanchi del terreno, e il sistema di attracco degli aerei, diciamo i pontili fra gli aerei e la stazione di attesa e di smistamento, chi oserebbe opporsi al completamento dell’opera, chi potrebbe sostenere che è meglio buttar via l’investimento già fatto? Lo sviluppo non si cura della vita degli uomini, figurarsi del loro costume, delle loro istituzioni. Se uno dei cittadini di qui vuole fabbricarsi un canile nel giardino deve rispettare le discipline municipali mentre i grandi poteri, alla faccia dei divieti anche provinciali e regionali, fanno dei movimenti di terra per milioni di metri cubi. E anche se tutti sanno che le leggi sono variabili fra chi sta sopra e chi sta sotto, non è un bel modo di dar forza a una democrazia già di per se fragile.
Sono state raccontate riguardo a Malpensa alcune favole dello sviluppo continuo. Una era quella del glorioso avvenire del trasporto aereo. Certo non era prevedibile la tragedia americana di Manhattan e le sue disastrose conseguenze ma il problema centrale dei grandi numeri e del poco spazio esiste e le soluzioni previste non sembrano prive di rischi e di danni. Se già ora attorno a un Hub come Malpensa la vita sta diventando difficile e a volte insopportabile, che cosa accadrà quando saranno in servizio i superaerei da ottocento o mille posti? Quali fragori, quale inquinamento produrranno in una zona che era quella del fiume azzurro e dei laghi? Per ora nell’economia locale chi ci ha guadagnato sono solo alcuni grandi alberghi e ristoranti cui vengono avviati i viaggiatori in sosta obbligata, non l’occupazione di una provincia ricca e avanzata. Pochi, pochissimi in queste fortunate contrade ambiscono a pulire le toilette e a trasportare valigie, ed è paradossale che a sostegno dell’Hub si sia usato il problema dell’occupazione in una delle plaghe in cui tale problema non esiste.
Quelli dei grandi interessi fanno presto a liberarsi dell’impatto ambientale: salgono in macchina e vanno dove il rumore c’è, ma non è così micidiale. Perché trattasi di un rumore senza tregua, preparato e seguito dall’angoscia del rumore che sta per arrivare, ogni cinque o dieci minuti, e se ritarda pensi al peggio. Andar via? Ma dove? Come? Per quasi tutti gli abitanti degli ottantasette comuni questa è una “residenza di necessità”, si son fatti la casa, hanno il lavoro da queste parti e chi mai potrebbe pensare o pagare un esodo di massa?
Al trasporto aereo va bene e la signora De Palacio, eurocrate, fa il suo mestiere affermando il dogma dello sviluppo continuo, ma se venisse da queste parti lacustri e pedemontane scoprirebbe che qui lo sviluppo continuo è già arrivato al suo invalicabile confine, che qui di sviluppo continuo la gente si ammala, che qui ci sono le massime concentrazioni di cefalee, di nevrosi, che gli allergici sono un esercito e i consumi di ansiolitici al massimo; che il trentatre percento della popolazione sta male, in stato di ansia, con sonni interrotti, con fischi e sibili nelle orecchie, con crescente incapacità di percepire le parole. Malanni superiori di sette volte a quelli della media, malanni fastidiosissimi e forse anticamere di malattie più gravi. Ma i grandi interessi non disarmano, a ogni comitato di protesta ne oppongono uno di appoggio, a ogni indagine sanitaria una predicazione opposta come: “È probabile che le donne dell’area più limitrofa a Malpensa esagerino i loro disturbi per dare maggior voce alle loro lamentele”.
I grandi interessi fanno parte, e parte dirigente, di uno sviluppo che per altri aspetti ha il consenso della maggioranza, per cui denunciarne le pecche sembra quasi una bestemmia. E che avendo dovunque voce in capitolo, poteri di censura e di persuasione riesce a spuntarla comunque. La gente lo sta scoprendo sulla propria pelle: le centraline di controllo degli inquinamenti sono gestite dalla burocrazia megalomane che ha voluto la grande Malpensa, l’informazione ne ha fatto una bandiera da difendere a ogni costo, quando il governo europeo impose delle giuste dilazioni all’apertura dei voli i media insorsero come se ci fosse stato un complotto ai nostri danni. Ma non possono negare che i grandi numeri di chi consuma e il poco spazio a disposizione restringono i confini del mondo.
Gran parte della Lombardia è inquinata ma abbiamo inventato i finti rimedi di cui i giornali riempiono i loro fogli: le mascherine che salvano i polmoni, i pattini a rotelle contro i motoscooter, le domeniche senza auto. La confessione del disastro ecologico, avvenuto e forse non riparabile, trasformata in un rito festoso e consolatorio. La gente tiene ferma l’automobile, esce in bicicletta o in monopattino, i più esibizionisti in carrozzella, guarda felice le strade vuote come a Ferragosto, porta i bambini ai giardinetti e si dice: “Tutto qui? Sarebbero questi i grandi sacrifici, le punizioni economiche, le dure discipline per uscire dall’effetto serra?”. Festanti e virtuosi. Il presidente della regione Lombardia Formigoni, che ha l’austerità di un pastore mormone, promette al suo popolo la salvezza grazie ai sacrifici. Un po’ come negli anni remoti in cui le parrocchie organizzavano raccolte di stagnole di cioccolatini da mandare alle missioni. Le cattive o pessime notizie dell’assalto all’ambiente vengono coperte dalle immagini della festa virtuosa, delle belle famiglie lombarde che respirano con sollievo l’aria avvelenata come negli altri giorni di libero traffico. I giornali sono pieni di notizie sul benefico evento e la gente pensa che se gli dedicano tanta attenzione vuol dire che è una cosa seria, un rimedio efficace. Ormai la funzione preminente dell’informazione è di inventare o partecipare alle menzogne di cui il sistema si gonfia e si droga. Tutti fingono di ignorare che il provvedimento delle auto ferme è perfettamente inutile: primo perché il giorno dopo si torna ai limiti massimi di inquinamento, secondo perché non sono le auto le principali responsabili, fanno di peggio il riscaldamento a gasolio e le polverine che si depositano sugli asfalti.
Dietro la cortina delle menzogne intrecciate, sono le stesse autorità che ordinano i finti rimedi a peggiorare la situazione. Da noi in Italia la riduzione dei gas venefici prevista dall’accordo di Kyoto del sei percento è annullata da nuovi consumi e da nuovi impianti, il presidente della regione è uno dei più accesi sostenitori dell’Hub di Malpensa dai cui aerei piovono idrocarburi nel cielo della Lombardia che “era così bello quando era bello”.
Facciamo i nostri blocchi automobilistici fingendo di non sapere che in un anno le automobili della provincia milanese sono aumentate di centomila e se vogliamo parlare più in grande che è in corso la motorizzazione di un miliardo e quattrocento milioni di cinesi e che gli Usa rifiutano ogni riduzione. Ma i blocchi del traffico nell’informazione per immagini sono benefici per la purezza dell’aria ma per l’inquietudine della gente: le auto sono davvero ferme, le strade sono davvero vuote, una certa eguaglianza fra i cittadini è ristabilita, obbediscono al divieto ricchi e poveri, ordinati e strafottenti, i vigili urbani che fermano e multano i trasgressori sono l’immagine di un’autorità restaurata e la minoranza che trasgredisce conferma la maggioranza che obbedisce.
Le autorità non sanno se l’autodistruzione del mondo è prossima o lontana e perché mai dovrebbero saperlo se lo ignorano anche gli uomini di scienza? Nei giorni di Chernobyl andai a intervistare nella sua casa di campagna sul Lago di Como un famoso professore del Politecnico; lo trovai in cerata e stivaloni di gomma contro le ceneri radioattive in arrivo dall’Ucraina, come quelli che vanno in giro con le mascherine o fumano le sigarette cori il filtro. Come; i milioni di persone che hanno creduto di salvarsi dalla mucca pazza, epidemia immaginaria, mangiando pesce al mercurio. Si è saputo che pesci pescati al Polo Sud, lontano migliaia di chilometri da ogni fonte inquinante, avevano in pancia le sostanze velenose che ormai circolano in tutti gli oceani del mondo. Ci sono alghe che di veleni industriali muoiono, pesci nobili che scompaiono come gli storioni del Po, ma ci sono anche i siluri, arrivati nel fiume al seguito di qualche nave, che raggiungono pesi e misure giganteschi. E i turisti austriaci ne vanno matti, amano la loro carne grassa.
Con i falsi rimedi le autorità costituite obbediscono al riflesso condizionato dell’ordine, non si pronunciano sull’apocalisse annunciata ma vogliono che sia disciplinata, che si vada per passi successivi, ordinati, alla camera a gas finale. Esattamente come voleva Adolf Eichmann, organizzatore dell’Olocausto.
Lodovico Meneghetti aveva sorpreso molti col suo Architettura e paesaggio. Memoria e pensieri, uscito a fine 2000 presso il medesimo editore. “Un libro che non poteva che giungere a conclusione di un luminoso magistero… Il volume… ricollega in una sorta di romanzo di formazione memorie di viaggio vividamente custodite… Allo stesso tempo fuoriesce dal dato autobiografico per dare vita a un discorso sull’arte del costruire che vuole essere anche un ponte fra le generazioni”. Così nelle prime righe la recensione di Giancarlo Consonni, rara per acutezza, apparsa sul numero 23, dicembre 2002, di “Quaderni di Architettura”. Ora con questa raccolta l’autore ricostruisce quel ponte con mezzi diversi distendendo su di esso un altro tipo di memorie recepibili come un nuovo romanzo: spezzato in parti apparentemente autonome che in realtà, mentre presentano ognuna racconti collegati, si sovrappongono ampiamente nei contenuti e nel senso. L’arco di tempo investito dai quarantasette pezzi (a cui si aggiungono, oltre alla Nota introduttiva, le quattro Premesse alle parti) e dalle opere rappresentate nelle 16 tavole è di mezzo secolo. La prima data, il 1953, coincide con l’ illustrazione della prime opere, l’ultima con un capitolo estratto da un saggio del 2002. Giovani, coetanei e persone di età intermedie potranno ritrovare fatti, notizie, argomentazioni corrispondenti a uno o più periodi personalmente vissuti, oppure scoprire qualche tratto delle “strade” (così l’autore denomina le parti) non conosciuto, o infine sfruttare l’occasione di provare per intero uno dei quattro percorsi o tutti.
La parte relativa alla Facoltà di architettura di Milano, benché non si ponga lo scopo di ricostruire una vera storia a partire dagli “anni difficili” delle lotte studentesche, offre tuttavia un quadro organico attraverso sezioni temporali successive che rappresentano bene il tormentato cammino da un allora a un oggi decisamente differente ma che non può considerarsi privo dei retaggi del passato. È naturalmente il punto di vista dell’autore che bisogna accettare: la determinazione di operare in qualsiasi frangente, anche durante la più dura repressione politica, in favore di un nuovo progetto di architettura, mentre preme anche il dovere di partecipare alla “politica” avendo in mente il destino dei giovani. L’esempio personale testimoniato dagli scritti è anche una pratica insieme alla forte minoranza con lui partecipante “al compito indubitabile della nostra scuola: formare una figura professionale denominata architetto che sia anche una persona intera, per cultura e dote morale” (nella Premessa). Quando la scuola finalmente può offrire con pienezza una “didattica aperta al territorio”, Meneghetti apre la progettazione verso l’unico modo capace di salvare il territorio milanese: la realizzazione di un modello policentrico di metropoli che comprenda la miriadi di comuni circostanti la città centrale.
Le vicende narrate, scrive Gianni Ottolini al termine della sua presentazione, “sono vicende mai banali o ‘finite’, ma questioni aperte, persistenti, attuali. Ogni studente o collega che le leggerà sentirà la pulsione di verità e di altruismo, e l’incanto per la buona architettura (e la buona musica) che sono sottesi al suo insegnamento”.
Critica dell’urbanistica e dell’architettura permette di ritrovare la figura di architetto e urbanista dedita alla lotta culturale e politica per l’affermazione dei nuovi principi sociali e disciplinari fondativi del progetto per la città, la casa, il territorio. La polemica, sempre motivata, mai impiegata come evasione dalla comprensione degli avvenimenti e dal confronto delle idee, viene sospinta dalle difficoltà in cui versano l’architettura e l’urbanistica lungo i trentacinque anni che separano l’articolo del 1964 sulla tradita riforma urbanistica dall’esauriente intervista del 1999 in “Costruire in laterizio”. In questa Meneghetti rende conto, con una precisione e un sentimento d’altri tempi, del suo rapporto con alcune opere, con i colleghi dello studio a tre, con quelli della generazione precedente, nonché della ragione del suo ingresso nell’università. Il racconto di come si era conformata l’architettura di una delle case di mattoni più note, poi, è insegnamento di come si può parlare di un proprio lavoro senza alcun compiacimento ma con la sicurezza dovuta al risultato ottenuto.
La polemica punge al di là dell’attesa quando diventa persino sconcertante tanto è anticonformista nei confronti di posizioni ambigue della sinistra. Valga l’esempio dell’articolo Equo iniquo canone (1979), scritto per “l’Unità” ma escluso. Una dimostrazione stringata, veramente scientifica sul piano dell’analisi sociale, economica, urbana ed edilizia dell’ingiustizia che sarebbe calata sulle classi a basso reddito e, al contrario, della regalìa ai proprietari; non solo, ma anche una chiara previsione dell’altrettanto iniquo disordine cui si sarebbe assoggettato il mercato dell’acquisto/vendita e dell’affitto. Il “pessimismo della ragione” trascorre lungo tutti i testi ma “l’ottimismo della volontà” si apre quando preme l’esigenza di saldare critica e progetto, di unire la disciplina alla questione sociale, di rivendicare l’unicità di architettura e urbanistica. “Il richiamo all’unità portato a gran voce da Lodovico Meneghetti in un’epoca in cui già si avvistavano le divisioni fra le discipline… è stato per me, come per molti altri, fondamentale o meglio fondativo”, scrive Antonio Monestiroli nella sua presentazione. Sotto questo aspetto risalta la lunga intervista Ricominciare l’urbanistica, del 1980.
Certo gli avvenimenti più recenti sembrano la tomba di ogni speranza circa la funzione sociale e culturale dell’architettura e dell’urbanistica. Meneghetti, scrivendo la Premessa alla parte, lancia i suoi ultimi strali: “L’urbanistica del progetto leale, fiducioso e di lotta contro i devastatori del territorio è morta”. Secondo certi colleghi oggi l’urbanistica la fanno logicamente le imprese, la fa “un raccomandabile ‘gioco delle forze’”, la fa il mercato; come a Milano: vedi il documento programmatico, vedi il caso Bicocca. “Intanto è morta anche l’architettura, già separata dall’urbanistica e, per questo, indebolita anziché rafforzata come si era potuto credere. È morta quale mestiere civile comunitario anch’esso di lotta… verso l’individualismo che ignora il contesto sociale-spaziale e pretende solo l’esaltazione del sé anche quando il risultato appare… irrimediabile errore e inopinabile bruttezza. Un esempio attuale? Ecco il gherkin di Norman Foster, il troppo famoso padrone di cento architetti-robot al suo servizio.” Sappiamo che non è il solo.
Nella terza parte, Segni di architetti, Meneghetti si rivolge soprattutto ai giovani. “Gli aspetti particolari relativi ai tre maestri stranieri” (Berlage, Taut, Le Corbusier) trattati con grande chiarezza pedagogica in due articoli di fondo dei “Quaderni del Dipartimento di progettazione” e in un articolo sul “Manifesto” possono essere interpretati come messaggi morali, perché la grandezza dei personaggi in causa insita in certe opere e specifiche azioni rivolte al bene di una comunità è essa segno di moralità. L’omaggio a De Carli e a Bottoni poi, egli lo scrive con tale commossa ma provata sincerità e sicura memoria descrittiva e critica, da ricacciare lontano ogni rischio di retorica. Anche in questo caso la Premessa, che aggiunge utili informazioni circa le proprie ascendenze culturali più ampie rispetto ai “segni” o addirittura ad alcuni di questi estranee, non rinuncia all’allarme critico verso la sparizione, nell’attuale architettura, della memoria storica e della vocazione sociale, oltre che della sensibilità al contesto. L’autore si oppone alla falsa originalità di troppi architetti, alla presunzione di autonomia di un’architettura tutta tecnologica: “non esiste architettura degna del nome senza sentimento di appartenenza”.
Fra gli scritti dell’ultima parte, Milano e Milanese, quelli dedicati alla città, a partire da Milano uno spazio in sfacelo del 1984, potrebbero essere datati oggi. Lodovico Meneghetti, con una verve polemica giustificata da una straordinaria conoscenza dei fatti, anche i più minuti, e della posizione ‘culturale’ di amministratori ed ‘esperti’, inoltre da una incredibile capacità di utilizzare dati statistici incontestabili per demolire convinzioni sbagliate e scelte assurde, ci mostra che la Milano odierna, alla quale l’autore riserva un pesante giudizio del tutto meritato, non è che l’erede in coma di quella d’allora e che le colpe per aver segnato un triste destino sono ripartibili fra amministratori incapaci e opportunisti, nuova media-borghesia commerciale esosa, politici si sa quali, modisti, architetti e urbanisti ciechi o compartecipi. I pochi veri oppositori non potevano bastare. Meneghetti tuttavia non rinuncia a disegnare una trincea di resistenza mediante possibili interventi, come prospettati durante l’ insegnamento, nella metropoli estesa, nella nuova periferia esterna al comune di Milano: sia di risanamento ambientale mediante una politica di vastissime piantumazioni, sia di circoscrizione degli insediamenti ancora recepiti come poli entro la spaziatura di un paesaggio agrario che rifiuti la resa ai vandalici invasori.
Che dire, infine, del piccolo promemoria costituito dall’inserto illustrativo di alcune delle opere progettate dal terzetto Gregotti-Meneghetti-Stoppino, prima novarese poi milanese? Opere più volte pubblicate e oggetto di importanti valutazioni critiche? Nulla, in questa sede, da me che, nonostante il lungo tempo trascorso, mi sento ancora pervaso dallo spirito speciale e dall’entusiasmo per l’architettura e l’urbanistica della “scuola di Novara” che ho potuto frequentare, se non rimpiangere la perdita di quei rapporti pedagogici, professionali, umani soprattutto.
Un libro come questo non poteva che giungere a conclusione di un luminoso magistero, nel quale - prima presso la Facoltà di Architettura di Milano e poi di Milano-Bovisa - per 35 anni senza risparmio di energie Lodovico Meneghetti ha trasmesso ai giovani la sua vasta cultura assieme ai segreti del mestiere di architetto acquisiti in un’intensa pratica ‘artigianale’. La tensione civile e l’affabulazione pedagogica sono le stesse, ma filtrate da un bilancio.
Il volume ha una forma insolita e accattivante. Si misura con l'arte del costruire, ma non è né un trattato né un manuale. Ricollega in una sorta di romanzo di formazione memorie di viaggio vividamente custodite: inscena l’accostarsi paziente e ripetuto all’architettura. Allo stesso tempo fuoriesce dal dato autobiografico per dare vita a un discorso sull’arte del costruire che vuole essere anche un ponte fra le generazioni.
Duca è il Simon Schama di Paesaggio e memoria, ma ideali compagni d’avventura sono anche il viandante schubertiano del Viaggio d’inverno e il «lavorante girovago» mahleriano. Riferimenti espliciti e tutt’altro che estemporanei. Lo attesta la capacità di Meneghetti di patire le cose e la libertà con cui compie il suo viaggio nei viaggi.
Per non dire della stessa struttura musicale del libro. Tre temi, tre capitoli: Albero, Flusso, Terra. Quindi Intermezzo - il capitolo fulcro che ha per protagonista proprio il rapporto architettura/musica - seguito da Viaggio in un senso, ripresa sinfonica dei temi musicali enunciati nei primi tre capitoli. E, a chiusura, il gran finale: Ragione e sentimenoi nell'architettura e paesaggio dei Maestri.
È l’ordito di un’opera aperta concepita per un’«educazione sentimentale» all’architettura. I molti inserti narrativi istaurano una situazione conviviale, rafforzata e resa non convenzionale dalla scelta dell’autore di mettersi in gioco con precisi giudizi e commenti.
Il modo è inusuale. Nell’insegnamento accademico e nel lavoro critico è difficile vedere affrontati temi e questioni come quelli relativi al gusto, all’identità dei luoghi e alla civiltà che si esprime nelle opere. La critica è sempre più appiattita sulle logiche massmediatiche: l’abbagliante luce delle star mette fuori discussione l’opera. L'accademia si dibatte in una sorta di schizofrenia: oscilla tra l’indicazione di ingessati modelli stilistici e il riferimento quasi esclusivo alla «tipologia edilizia». In diverse scuole, negli ultimi tre decenni, il «tipo» è diventato una sorta di buco nero che molto ha assorbito del discorso sull’architettura. Con fraintendimenti disorientanti sul piano scientifico e formativo: troppo spesso il discorso sul tipo tralascia di distinguere quando il termine sta a indicare l’esito di una classificazione, quando è il riconoscimento di un organismo prodotto da processi storico-sociali, quando vuole essere l’indicazione di una regola ordinatrice dei tessuti urbani; o quando, ancora, in continuità con l’etimo greco, sta per impronta, inizio, matrice.
Lontano da queste secche, Meneghetti riporta l’architettura all’esperienza diretta, tanto che con Cézanne potrebbe affermare: «le sensazioni formano il fondamento del mio lavoro». Allo stesso tempo, è ben consapevole come, per colmare la distanza che intercorre tra le sensazioni e il senso, si renda necessaria «un’organizzazione dell’esperienza» (p. 64). Mentre è attento alla singolarità e alla irriducibile unicità del luogo, attraverso una meditata scelta degli esempi intreccia un discorso a tutto campo sul rapporto architettura/paesaggio e sulle sue manifestazioni paradigmatiche.
Ma l’affiorare di un ordito teorico nella trattazione non toglie mai all’architettura il suo carattere di concreto fatto materiale. In questo Meneghetti è in sintonia con quanto acutamente osservava Romano Guardini nel 1926: «L’uomo vuole liberarsi di questa unicità perpetuamente ripetuta, di fronte alla quale egli a lungo andare dovrebbe soccombere, per arrivare a un insieme, a un atteggiamento valevole per molti, possibilmente per tutti i casi ed essere così in grado di dominare interamente la realtà che l’attornia. Per ottenere questo egli si sottrae al colloquio che lo metteva direttamente faccia a faccia con la cosa, esce dalla condizione immediata, in cui egli alternativamente era colui che afferra e colui che è afferrato; se ne sottrae per porsi da un punto di vista situato ad di fuori dei questa comunanza tra l’Io e le cose».[1]
È stato osservato come l’invenzione quattrocentesca della finestra quale cornice/soglia che inquadra la veduta prospettica coincida con «la scoperta del paesaggio occidentale. Infatti la finestra è quel riquadro che trasforma il paese in paesaggio, isolandolo, incastonandolo nel quadro» [2]. Con questa invenzione la pittura segnala l’avvio di un passaggio epocale: il distacco dell’individuo dal corpo del mondo come condizione di un nuovo dominio. Il processo è lento e travagliato. Dovranno passare due secoli perché il delinearsi della prospettiva di «ridurre la natura in ceppi» propugnata da Francis Bacon e la separazione cartesiana di corpo e anima riferita anche al mondo materiale segnino l’avvio della tappa successiva: la marcia trionfale della rivoluzione industriale e della secolarizzazione.
Spetterà quindi a Kafka e a Beckett illuminarci sull’ulteriore passaggio che ci vede oggi attori passivi: lo spaesamento fino alle intraviste, estreme conseguenze: l’esilio dell’uomo dal mondo.
Architettura e paesaggio non si adagia su questa linea di forza che sembra vincente e tantomeno cade nella tentazione di farsene mosca cocchiera (come invece si può riscontrare in diversi documenti programmatici del Movimento Moderno e oggi in mostre che si accontentano di uno sguardo autocompiaciuto delle proprie definizioni formalistiche, le quali finiscono di fatto per celebrare il day after dell’urbanità e della cura dei luoghi [3]). Anzi.
Così come con l’architettura neo-liberty - di cui è stato protagonista con Vittorio Gregotti e Giotto Stoppino - Meneghetti guardava fra gli altri a William Morris, allo stesso modo il libro è costruito in polemica controtendenza. Per lui il paesaggio non esclude il paese, ovvero il luogo assunto nella sua totalità, nelle sue valenze di senso e nella sua abitabilità. Tanto che a epigrafe del volume si potrebbe porre quest’altro passo delle Lettere dal lago di Como: «Qui, in questi luoghi, mi sento personalmente interpellato da ogni parte […]. Qui si ergono davanti a me forme, direi, quasi in carne ed ossa; mi trovo a vivere in mezzo ad esse e con esse ho contatti viventi. Mobili, case, strade, città sono altrettante personalità» [4].
Si tratta dunque di una presa di contatto totale e insieme sorvegliata. Come nel famoso dipinto Il viandante sul mare di nebbia (c. 1818) di Caspar David Friedrich, l’autore è il viandante colto di spalle mentre afferra ed è afferrato dal paesaggio: si osserva nelle proprie sensazioni e reazioni come essere «gettato nel mondo» (Merleau-Ponty). Un esempio: «Quando varcammo la soglia della più grande moschea del mondo, dopo la Caabah della Mecca, la celebre Medjid al Djamía di Cordova, bastò poco per sentirsi come presi al petto dall'emozione che la foresta di colonne fittamente collegate da doppi archi cagionava. Se si può affermare di aver provato sensazioni al di là di quella visiva, cioè effetti mentali prodotti dalla stimolazione del corpo dovuti, forse in maniera distinta dalla percezione, alla visione di un paesaggio architettonico, lì, nella mezquita, aggirandoci in uno spazio così agevole, abitabile grazie alla sua etica umanità, se ne provarono le più profonde» (p. 22).
Qui, come in altre rievocazioni di visite a luoghi notevoli, l’uso del passato remoto - e più raramente del presente storico - rimarca la solennità dell’evento: il ricordo è consegnato a un per sempre, e come tale è restituito con incisività e immediatezza. Il sentire è a 360 gradi: tutti i sensi sono mobilitati e così le fondamentali sinestesie: l’ordito musicale di ciò che si offre alla vista, la tattilità della materia osservata. Le costruzioni e i paesaggi sono osservati, ascoltati, toccati con gli occhi e con le mani e il tutto è riportato come se accadesse in quel momento, con lo scrivente e il lettore immersi nello stesso flusso di sensazioni ed emozioni. A ciò si accompagnano precise annotazioni orientative sui caratteri geomorfologici e naturalistici del contesto e sulle matrici e le valenze di senso delle opere che mettono in condizione chi legge di esercitare un proprio giudizio critico.
La capacità di muoversi su una tastiera temporale molto ampia - tra testimonianze antichissime e opere di maestri contemporanei - concorre a distinguere ulteriormente Architettura e paesaggio nel panorama disciplinare.
Rispetto ad altri suoi scritti, qui Meneghetti sembra lasciare sullo sfondo le vicende urbane come se volesse andare alle radici stesse del costruire. Lo interessa il rapporto diretto con la natura e il cosmo: la capacità dell’architettura di dare vita a una bellezza le cui prerogative già Gogol’ nelle Anime morte (1842) aveva colto perfettamente: «quella bellezza che non sanno creare né la natura né l’arte, e che si ottengono soltanto quando queste si riuniscono insieme […]».
A ben guardare è la bellezza sublime la luce attorno a cui ruotano le pagine di questo libro. Lo conferma la stessa preferenza data a quei contesti - il deserto, il mare, i fiumi, le montagne, le gole, le rupi, i crateri - in cui la natura si mostra in una sua forza geologica originaria e insieme costituita di «materie reali e mentali, principi vitali e morali»[5]. Così come è significativo che venga quasi del tutto trascurata la bellezza ‘ordinaria’ del giardino e dei parchi, e in generale le situazioni in cui l’architettura si applica direttamente agli elementi naturali in una sorta di addomesticamento che l’autore sente come artificioso.
Nel contempo l’interesse maggiore sembra andare a quelle architetture che hanno saputo sussumere o comunque dialogare con i principi vitali e morali intravisti dall’autore nella natura primigenia. L’architettura megalitica lo affascina per come sa catturare e restituire la primordialità geologica; Castel del Monte lo attrae nella sua potenza di gigantesco cristallo; i grandi monumenti dell’antichità egiziana, greca e romana lo interessano per la capacità di organizzare e portare ad espressione le energie ancestrali dei luoghi. E la narrazione trascorre con naturalezza da Carnac a Mies van der Rohe, dalla grecità ad Alvar Aalto con collegamenti espliciti e impliciti, inaccettabili per molti storici dell'architettura, ma importanti per chi l'architettura la fa e ne sa cogliere matrici e potenzialità di senso. All’autore interessa capire come questi e altri grandi maestri della contemporaneità - Gaudí, Le Corbusier, Wright - abbiano saputo rinnovare il dialogo con il fascino e il mistero della creazione.
Nell’andare alla ricerca del legame che nella costruzione si instaura fra ragione, misura, etica e bellezza sublime, Meneghetti si mostra immune da semplificazioni, convinto com’è che non ci sia una regola assoluta (p. 66). In primo luogo, suggerisce, bisogna imparare a riconoscere la bellezza e a goderne: questa è la condizione per poterne parlare. Qui emerge una delle valenze civili del libro: quella didattica. Le narrazioni sui luoghi-teatro dell’incontro di architettura e natura in cui il viandante è catturato dal mistero hanno anche il sapore di esercizi in tema di gusto: un mettersi alla prova come in un dialogo interiore che è insieme socraticamente aperto, volto a sollecitazioni maieutiche verso il lettore.
L’invito non cade nel vuoto anche perché chiare ed essenziali sono le chiavi di ingresso.
Il tema dell’incontro di architettura e natura è affrontato assumendo a riferimento l’esemplare lavoro creativo che dal 1908 al 1921 Mondrian compie sulla forma dell’albero: il suo evolvere - per usare espressioni di van Doesburg - dalla forma «mutuata dalla natura» alla «pura impressione plastica». Anche alla luce di questo percorso, Meneghetti rimarca come il rapporto architettura/natura si possa nutrire di due modalità essenziali: da un lato i passaggi intermedi del percorso di Mondrian: l’imitazione e la contaminazione; dall’altra il porsi vis-à-vis del primo e dell’ultimo dei passaggi, ovvero il contrappunto natura/artificio all’insegna del contrasto ma anche della complementarietà, (come la Fontana dei quattro fiumi del Bernini e la Fontana di Trevi di Nicola Salvi teatralizzano nello stesso artificio).
Tra le esemplificazioni di un’armonia ottenuta per continuità mimetica spiccano nella trattazione esempi antichi, come i Metéora monasteria della Tessaglia, ma anche moderni: il Gaudí del parco Guell (e non solo), il Le Corbusier della cappella di Ronchamp. Quanto al contrappunto si spazia da esempi di case d’abitazione - la ville Savoye di Le Corbusier, la casa Farnsworth di Mies van der Rohe, la Glass House di Philip Johnson - ai ponti in ferro di Eiffel e Rothlisberger.
Ma nel reciproco cercarsi delle polarità della natura ‘naturale’ e dell’artificio si danno anche declinazioni che partecipano di entrambi i modi. È il caso di molte architetture della classicità greca, ma anche di alcune opere di Frank Lloyd Wright e di Alvar Aalto. Dove il principio vitale operante nei fatti naturali trova un’eco che informa nell’intimo l’organismo architettonico, stabilendo più profonde sintonie.
Di fronte alla forza emozionale di queste e di altre architetture sublimi, Meneghetti può mostrare come il rapporto artificio/natura superi i termini stessi della «composizione» per assumere quelli di una relazione di dono: architettura e paesaggio (a forte dominanza ‘naturale’) si donano l’una all’altro, divenendone il compimento reciproco. Quando si dà questa condizione - si vedano le pagine su Pont du Gard, Petra, Stonehenge, Segesta, Capo Soúnion, Delphí, Epidauro e altre ancora - allora la presenza umana è a sua volta invitata a comportarsi come se le fosse richiesto di cooperare al compiersi del dono: di divenire l’anello che chiude un rapporto cosmico. Se nella narrazione del sopralluogo a Delphí ciò è esplicitamente indicato - «Noi stessi ci sentiamo legame» (p.86) -, in molti altri passaggi di Architettura e paesaggio assistiamo a manifestazioni di quella che Jean Starobinski ha chiamato la «contemplazione espansiva»[6].
Dei maestri della modernità a Meneghetti interessa soprattutto la lezione di libertà: la capacità di dare corpo e anima alle cose mentre si porta a espressione compiuta la personalità dei luoghi. L’opposto sia dell’imposizione atopica di stilemi bloccati sia della pseudo-libertà del solipsismo che devasta i paesaggi. Il senso ultimo del viaggio è ricercare le manifestazioni di una libertà intesa alla Romagnosi: la «libertà del comune sentire», del reciproco riconoscersi nella comune umanità. È questa l’altra valenza civile del libro.
Nel mettere in campo oltre mezzo secolo di ‘pellegrinaggi’ il cui elenco è già di per sé un racconto[7], Architettura e paesaggio si presta anche a fare da testimone di un mutamento epocale. Si aprono qua e là pagine di dolorosa presa d’atto di devastazioni e collassi che hanno colpito paesaggi che solo qualche decennio fa potevano dirsi mirabili.
Meneghetti sa bene come sia delicato il rapporto architettura-luogo e come il degrado dei contesti porti con sé una sottrazione di valenze di senso allo stesso manufatto architettonico. Si veda la bella lezione di architettura urbana sul Seagram Building osservato una prima volta appena costruito e una seconda nel 1980, con la registrazione di una delusione: «Grattacieli affastellati, talune penose imitazioni del capolavoro (con quel disegno del completamento in alto del volume diventato una mania più che una maniera), avevano non solo abolito la prospettiva storica lungo la Park Avenue, ma anche il significato, se non il fatto della piazzetta. Il Seagram sembrava corrucciato, ritrattosi da tanta bruttura. E, peggio del peggio, era sparito il cielo sopra il neogotico grattacielo e la retrostante Central Station. Tutto si confondeva ora con l'enorme massa del Pan Am (oggi Met-Life) Building, costruito assurdamente “sopra” la stazione, opera la cui consulenza dell'ottantenne Walter Gropius ho sempre ritenuto spuria» (p. 95).
La rottura epocale tra l’allora e l’oggi è motivo centrale del libro. L’autore si fa testimone della devastazione che si è consumata negli ultimi trenta-quarant’anni. I paesaggi-teatro segnati dalla presenza di monumenti della classicità greca e romana visitati nei primi anni del dopoguerra erano in fondo meno lontani da quelli del Grand Tour di quanto lo siano da quelli di oggi.
Sul paesaggio contemporaneo si è da tempo aperta una polemica tra chi vede nella gran parte delle trasformazioni un regresso della civiltà del costruire e chi sostiene sia soprattutto una questione di ‘sguardo’: che si ponga preliminarmente la necessità di ridefinire i criteri di descrizione e valutazione. È un dialogo quasi impossibile perché condotto su livelli che non si incontrano. Su questo Meneghetti sembra non avere dubbi: attrezzarsi per riconoscere le nuove regole che sottostanno al caos reale o apparente è certo necessario, ma questo non può impedire di cogliere la caduta di una tensione all’unità dialettica fra architettura e paesaggio che si è consumata in questi anni.
C’è poi chi ormai coltiva lo spaesamento degli oggetti architettonici indicandolo come l’unico modo ‘attuale’ di interpretare la condizione metropolitana. È in fondo una giustificazione a posteriori di un processo in cui si manifesta sia il narcisismo esasperato che dagli individui si trasferisce agli oggetti sia un’inquietudine: l’aspirazione a far irrompere l’altrove nella finitezza dei luoghi.
Ma anche in questo caso si tratta di un equivoco: la grande architettura che fonda il luogo è strumento di identità e radicamento e insieme capace di una evocazione di senso tanto ricca che in essa trova spazio anche l’altrove.
[1] Romano Guardini, Briefe vom Comer See, Grünewald, Mainz 1953 (1926), trad. it Lettere dal lago di Como. La tecnica e l’uomo, Morcelliana, Brescia 1993, pp. 26-27. Sottolineatura mia.
[2] Alain Roger, Il paesaggio occidentale, in «Lettera internazionale», a. VII, n. 30, ottobre-dicembre 1991, p. 39.
[3] Il riferimento è alle mostre Mutations (Bordeaux 2000-2001) e USE Dentro la città europea (Milano 2002).
[4] Guardini, cit., p. 25.
[5] L’espressione è usata in particolare per «le foreste i fiumi le montagne» (p. 15).
[6] Jean Starobinski, Tra Proust e Ruysdael, in «Lettera Internazionale», cit., p. 37.
[7] Lo riporto per comodità del lettore: Un parco di sequoie, il Parque Güell di Gaudí a Barcellona, la mezquita di Cordoba dalle 514 colonne, la Fountains Abbey nello Yorkshire, le fontana dei Fiumi in piazza Navona di Gian Lorenzo Bernini, la fontana di Trevi di Nicola Salvi, il palazzo di Vaux-le-Vicomte, il Bol’soj Dvorec di Petrodvorec con la sua Gran Cascata, il Pont du Gard, il trecentesco Ponte delle Torri a Spoleto di Matteo di Giovanello, il cinquecentesco ponte turco sulla Neretva a Mostar, il ponte di Paderno sull’Adda dell’ingegnere Giulio Rothlisberger, il ponte sul Tarn in Lozière (Francia) di Gustav Eiffel, e sempre di Eiffel il ponte Maria Pia sul Douro (Portogallo) e il Viaduc de Garabit sulla Truyère nel Cantal (Francia), il tempio rupestre di Ramesses II ad Abu Simbel, il tempio di Iside nell’Isola di Philae, il Mount Rushmore Memorial dello scultore Gutzon Borglum, i metéora monasteria della Tessaglia, il Sacro Monte di Varallo, il Santuario di Santa Caterina del Sasso sul lago Maggiore, il Monte Bianco, il Resegone, l’Acropoli di Atene, il tempio di Giove Anxur sul Monte Sant’Angelo a Terracina, il Castel del Monte nei pressi di Andria in Puglia, Castel Lagopesole in Basilicata, Notre Dame du Haut a Ronchamp di Le Corbusier, la Wilhelmshöe a Kassel in Assia, il bolognese portico di San Luca, il portico di Monte Bèrico a Vicenza, il Monte Stella a Milano di Piero Bottoni, la gravina tufacea di Massafra in Basilicata, i Sassi di Matera, les Beaux de Provence, Petra, le ricostruzioni di Arthur Evans a Cnosso, la Sainte Madeleine di Vezelay “ripristinata” in facciata da Viollet-le-Duc, gli allineamenti di Ménec, Kremario e Kerlescan a Carnac, Stonehenge, Paestum, Segesta, Selinunte, la Valle dei Templi di Agrigento, capo Soúnion, il tempio di Aphéa nell’isola di Egina, il convento di Sainte Marie de la Tourette a Éveux-sur-l’Arbresle di Le Corbusier, Delphí, Olympia, Epidauro, la Ville Savoye a Poissy di Le Corbusier, la Maison Carré di Alvar Aalto a Bazoches a sud di Parigi, il monumento a Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg a Berlino di Mies van der Rohe, e sempre di Mies il Seagram Building a New York e la casa Farnsworth a Plano (Illinois), la Glass House a New Canaan (Connecticut) e il Lincoln Center di New York di Philip Johnson, e, infine, un intenso pellegrinaggio fra le opere di Frank Lloyd Wright e di Alvar Aalto.
Quello che segue potrebbe essere il lieto resoconto di un viaggio italiano. Un viaggio nella celebrata varietà del nostro paesaggio, avviato con animo sereno e ben disposto a nutrirsi di alimenti soavi, quali possono offrire la bellezza e la conoscenza. L’itinerario si presta, alternando la realtà urbana a quella dei paesaggi naturali, l’altezza vertiginosa dei picchi al movimento ondulare delle colline, l’irruenza di alcuni mari al placido correre di un fiume; e la materia gode sia di robusta tradizione letteraria, sia di luminosa esperienza iconografica. L’Italia è stato il paese che ha accolto il maggior numero di viaggiatori illustri e poche altre nazioni possono vantare l’abbondanza di descrizioni che si sono riversate sulle sue città, le sue campagne, le sue chiese e i suoi siti archeologici – fino a costituire, tali opere, un genere che tocca i terreni della saggistica e della narrativa, pur non riducendosi a nessuno di essi e anzi restando una scrittura a sé, letterariamente abilitata proprio dalla quantità e qualità dell’oggetto.
Anche il resoconto che segue avrebbe potuto accodarsi a quel genere, e pur senza nutrire alcuna ambizione espressiva – consapevole della distanza, misurabile in ere, da quei capolavori – avrebbe coltivato quantomeno la speranza di offrirsi quale vademecum in un paese che, alla vasta celebrazione del passato, potesse far corrispondere un altrettanto nobile fotografia del presente. Dalla laguna di Venezia alle rovine magnogreche di Agrigento, l’Italia avrebbe potuto sfoggiare l’abito variamente ricamato che la storia ha fatto indossare alle sue forme naturali, una storia che ha lasciato scoperte alcune di queste forme, fidandosi del profilo sinuoso di una valle o del rude frastagliarsi di una scogliera, e ne ha ricoperte altre di costruzioni monumentali oppure di città edificate secondo criteri di benessere e di qualità del vivere.
Così non è. Questo libro racconta l’Italia maltrattata, quella parte consistente del paese che ha smarrito ogni senso, il valore delle proporzioni e con esso la giustizia e la sicurezza: la giustizia, perché un edificio tirato su dove non dovrebbe o una strada che spazza terreni coltivati o frange boschive rispondono a una volontà di accaparramento di qualcuno – solitamente, ma non sempre, un privato – ai danni di altri – solitamente il pubblico; la sicurezza, perché un edificio abusivo o una bretella autostradale possono violare equilibri spesso delicati, mettendo a repentaglio l’incolumità di esseri umani.
Negli ultimi cinquant’anni l’Italia ha cambiato radicalmente la propria fisionomia, una fisionomia che grosso modo ha resistito per secoli in virtù di una crescita avvenuta a ritmi controllati e in dimensioni equilibrate. Le alterazioni dell’ultimo mezzo secolo si sono verificate non in conseguenza di straordinari sconvolgimenti politici o sociali, ma di eventi quotidiani, di lunga durata e che si rendevano riconoscibili solo a posteriori. Nei secoli scorsi l’Italia ha patito conquiste e invasioni. Il suo territorio è stato solcato da eserciti regolari e da bande di mercenari. Travolgenti terremoti hanno scosso il sottosuolo e violente eruzioni vulcaniche hanno rovesciato antichi assetti geologici. Come in tutto il mondo occidentale, anche l’Italia ha subito modifiche nei rapporti fra la città e la campagna dopo la caduta dell’Impero romano, durante i secoli del feudalesimo, nel Seicento e in occasione dei processi di innovazione industriale. Le città hanno assorbito e perso abitanti, si sono espanse e ristrette. Hanno sottratto spazio alle campagne e poi gliel’hanno restituito. Ma il movimento del dare e dell’avere si è ridotto entro limiti compatibili. Le città, poi, sono state distrutte dai bombardamenti di due conflitti mondiali. Le campagne sono state piagate dalla malaria, affondate dalle inondazioni e sono rinate grazie alle bonifiche idrauliche e fondiarie.
Nel mezzo secolo appena trascorso, invece, l’Italia ha goduto di uno dei periodi più felici della sua storia. Ha archiviato le guerre e ha visto crescere in modo costante, a tratti impetuoso, i suoi livelli di benessere. Ha beneficiato del progresso scientifico e ha distrutto malattie mortali. Ha ampliato il sistema industriale, ha migliorato i collegamenti infrastrutturali. Ha sconfitto quasi del tutto l’analfabetismo ed ha assistito all’unificazione della sua lingua. Ha costruito solide istituzioni e reso i suoi abitanti custodi dei valori democratici.
Eppure durante questo incessante, pacifico e tranquillo periodo di progressi, silenzioso e con pochi sussulti, il territorio italiano ha pagato un prezzo altissimo. Ha subito un consumo la cui intensità non ha termini di paragone con il passato né con ciò che è accaduto in altri paesi europei assimilabili al nostro. L’edificato si è esteso oltre ogni limite: abitazioni, stabilimenti industriali e commerciali, strade e autostrade hanno invaso terreni un tempo destinati all’agricoltura, si sono arrampicati lungo le pendici collinari, erodendo vigneti e uliveti, gli insediamenti si sono estesi lungo le coste, fino ad abbarbicarsi su scogliere e promontori una volta coperti da arbusti e ciuffi di vegetazione mediterranea. All’edilizia di pregio si è affiancata quella scadente, a quella che ha rispettato princìpi di armonia si sono accompagnate le brutture, le mostruosità e le idiozie. Dopo le prime sono spuntate le seconde e per alcuni le terze case. Accanto all’edilizia legale ne è dilagata una illegale, avviata senza permessi, in violazione di norme che solo in rarissime occasioni qualcuno si è impegnato a far rispettare (l’abusivismo edilizio è uno dei poco invidiabili primati italiani nel mondo [ES1] ). L’aspetto fisico di molte estensioni pianeggianti, di località collinari o di piccoli e grandi addensamenti urbani, persino alla sommaria percezione che può offrire il confronto fra due fotografie scattate a cinquant’anni di distanza, mostra tali e tante diversità da rendere non più identificabili i loro tratti distintivi, gli elementi minimi che li rendevano conoscibili.
Questo libro avrebbe potuto raccontare gli sforzi delle amministrazioni pubbliche per consolidare, conservare e riparare, laddove necessario, un patrimonio diffuso che raggiunge vette monumentali, sia nei manufatti che nel paesaggio, o che invece si disperde più minutamente in un filare di aceri che sorreggeva una vite maritata, in una pieve, negli sparuti resti di un porto fluviale di età imperiale. E in effetti la grande maggioranza delle Soprintendenze può vantare una mole di competenze, di tutela, di manutenzione e di restauri che, se messa in rapporto ai pochissimi fondi, agli stipendi ridicoli e a un carico insopportabile di burocrazia, andrebbe narrata con gli strumenti dell’epica. E analogo genere letterario verrebbe usato per tanti magistrati, assessori, funzionari e dirigenti comunali e regionali, per tanti vigili urbani, o per quella quantità indefinita di cittadini che aderiscono a comitati locali o ad associazioni nazionali in difesa del territorio. Ma nonostante tutte queste energie, con la segreta aspirazione di ricaricarle, il libro che segue non può che registrare l’incapacità dei poteri pubblici di contenere un’espansione cementizia intenta a divorare la risorsa non rinnovabile del suolo. Una risorsa che le nostre generazioni avrebbero l’obbligo di conservare per quelle future almeno nello stato in cui l’hanno ereditata e che invece stanno dissipando a ritmi travolgenti, convinte di averne la totale disponibilità, annebbiate nella soddisfazione di bisogni presenti, e ritenendo illimitate le possibilità che quella risorsa si riproduca, oltre che illimitate le proprie attitudini alla manipolazione. Accanto all’incapacità si protende la volontà. Edificare, a prescindere dagli scopi e dalla qualità, è ritenuto un moltiplicatore di profitti, un equivalente dello sviluppo, un suo sinonimo, come se la ricchezza delle nazioni si misurasse in mattoni, e come se la natura, ostile all’uomo iuxta propria principia, solo trasfigurata e imbrigliata, ricoperta di muratura, fosse resa di pieno dominio e finalmente inoffensiva.
La sensibilità verso la salvaguardia del territorio è cresciuta. Le associazioni ambientaliste sono tenute in buona considerazione. E anche le politiche, l’etica pubblica hanno risentito della diffusione mondiale di parole d’ordine come ‘sostenibilità’, ‘compatibilità’, ‘limiti’ e altre ancora. Nel 1983 si iniziò l’abbattimento di circa duemila casette abusive nel bosco della Sterpaia, fra Piombino e Follonica. E dalla metà degli anni Novanta i governi nazionali hanno avviato la demolizione di tanti edifici abusivi in altre zone d’Italia sostenendo gli sforzi delle autorità locali, il coraggio di alcune procure. Ad Agrigento, per esempio, si sono abbattute villette nella Valle dei Templi. Il sindaco di Eboli ha guidato le ruspe contro 400 abitazioni costruite nella pineta, anche ad opera di camorristi. Sono finite in calcinacci le torri del Villaggio Coppola, l’Hotel Amalfitana a Fuenti, centinaia di costruzioni nell’agro romano, nell’oasi del Simeto. Poi questo impeto si è arrestato e una legge, a lungo attesa, e che avrebbe dovuto mettere ordine nelle procedure di repressione delle demolizioni, si è arenata. Contemporaneamente, e con meno clamore, perché attuato sul terreno discreto delle norme e dei decreti, proseguiva lo smantellamento di istituti che regolavano l’uso del territorio. Si è esibita l’intenzione di snellire procedure – e fin qui tutto bene – ma si è mirato direttamente a far saltare passaggi e verifiche importanti, in ossequio supino, culturalmente passivo a uno spirito del fare, che per anni si presumeva annichilito da una civiltà della chiacchiera. Una rivoluzione che si riverberava nel lessico della politica e dell’amministrazione. Rapidità contro lentezza. Esecuzione contro riflessione. Decisione contro dibattito. In particolare si è adoperata la fantasia giuridica per aggirare gli strumenti tradizionali della pianificazione urbanistica, un repertorio quanto si vuole invecchiato, probabilmente da riformare radicalmente, ma l’unico che si conosca in grado di guidare gli interventi in un luogo da un punto d’osservazione unitario, complessivo e, come si dice, di sistema.
Il centrosinistra, che numerosi meriti ha acquisito nel governo del territorio dopo quattro decenni di devastazioni, ha maturato la convinzione – sono parole di Salvatore Settis – che per battere la destra avrebbe dovuto realizzare venti cose di quelle cento che lo schieramento avversario sbandierava: ma in questo modo la destra non è stata battuta e, una volta vinto, si è trovata parte del lavoro già esaurito e si è dilettata, con mezzi più sperimentati, a strafare (bastino solo gli esempi della legge Obiettivo del ministro Pietro Lunardi, che programma una sequela di opere pubbliche, e la Patrimonio S.p.A. del duo Tremonti-Urbani, che prevede la possibilità di vendere, fra gli immobili dello Stato, anche beni culturalmente e artisticamente rilevanti).
Questo libro si nutre di un ragionevole pessimismo, indispensabile nell’agire, ma non vuole indurre allo scoramento (se dovesse accadere sarebbe l’effetto, mal tollerato, di un cattivo controllo dell’intelletto sulle passioni). Dopo tre capitoli centrati su questioni generali che mi pare offrano l’esempio della strutturale anomalia italiana – il consumo di suolo, la deregulation e l’abusivismo – vengono raccolte otto storie di maltrattamento. La fisionomia di questi racconti è assimilabile a quella di un reportage: descrizione dei luoghi, testimonianze dei protagonisti, inchieste, approfondimento, storia. Con il linguaggio, mi auguro, più consono a quello dei reportages. Uno dei criteri di scelta, sempre arbitrario (il libro, come si dice, è aperto: tali e tante sono le vicende che lo possono riempire), è la qualità direi drammatica delle storie da raccontare: per intensità dell’abuso, ma anche per il rilievo umano dei protagonisti, per la densità di questioni politiche che emanano, per i conflitti che scaturiscono, per le emozioni che alimentano. Spero siano storie dotate di forza simbolica, ‘storie italiane’, nel senso che contengono caratteri tipici di alcune realtà colte nella loro staticità e nelle loro mutazioni.
[…]
[ES1]Direi europa
Nessun commento dal direttore del Tg1, Clemente Mimun, che in commissione di Vigilanza ha ribaltato la prassi dell’audizione: ai parlamentari ha detto solo «vi ascolto, risponderò dopo». Perché «rispetto il Parlamento», dice. «Un’audizione panino», secondo l’opposizione, che corrisponde alla tecnica usata dal Tg1, per cui l’ultima parola ce l’ha la maggioranza. Daniela Tagliafico aveva già spiegato i motivi tutti professionali del suo disagio, chiedendo al direttore una «narrazione della politica» corretta e non a «panino»; maggiore autonomia giornalistica e più interviste; un limite all’uso «chiavi in mano» delle immagini dei services di partito; l’utilizzo di tutti i giornalisti. Mimun le ha risposto solo in un comunicato: «Io non la esonero dall’incarico, se lei si vuole dimettere, si dimetta».
Erano più di centocinquanta i giornalisti riuniti mercoledì a Saxa Rubra: dalle redazioni dei tre tg, dalla radio, da Rainews24 e Televideo, molti i precari. Nel documento finale approvato all’unanimità l’assemblea denuncia il «grave stato di tensione e intimidazione che si respira nell’azienda» che lede l’autonomia e la libertà d’informazione, «minacciate da una dirigenza sempre più piegata al potere politico». Solidarietà anche al direttore di RaiTre Ruffini e al responsabile satira Andrea Salerno: il Dg Cattaneo ritiri i provvedimenti disciplinari dopo la richiesta di archiviazione della querela Mediaset contro «Raiot». L’Usigrai annuncia un nuovo «libro bianco» su tutti i casi di censura e manipolazione delle notizie e chiede di essere ascoltato dalla commissione che rivedrà di nuovo la legge Gasparri.
Nell’appello a Pera e Casini i giornalisti chiedono «condizioni minime di garanzia» per un’informazione equilibrata, da verificare «testata per testata, rete per rete e di tutti i settori produttivi dell’azienda». In pratica si chiede il sostegno istituzionale a quella vertenza sul pluralismo interno alla Rai che vuole aprire Lucia Annunziata. Molti interventi hanno richiamato i messaggi del presidente Ciampi sul pluralismo, Bruno Morbici del Tg1 ha citato quello di ieri sul «non demonizzare gli avversari». Il leitv motiv dell’assemblea è stato un no alla logica senza dialogo del «chi dissente vada via». «Questa è casa nostra, la Rai non è una caserma, i direttori non sono “l’ultimo imperatore”». Molti i conduttori, fra questi David Sassoli del Tg1, Federica Sciarelli del Tg3 suggerisce: «Denunciamo all’ordine dei giornalisti i casi di censure» o dei professionisti tenuti in panchina come Sandro Ruotolo e Riccardo Iacona della squadra di «Sciuscià» (ieri all’assemblea) «vengano utilizzati almeno per condurre “Primo Piano”». I giornalisti di RadioRai e dei Gr hanno denunciato la grave crisi della radio (il cui direttore Bruno Socillo sembra sia in procinto di lasciare). Precari in rivolta per l’eterna condizione che li mantiene sotto ricatto, si pensa ai ricorsi alla Corte dei Conti.
Mimun non ha voluto parlare, «la Vigilanza non è la commissione Warren», esagera in un battuta «innocente... e io non sono l'assassino di Kennedy». L’opposizione ha fatto le sue critiche: Gentiloni, della Margehrita, ha ricordato come lo spazio per il centrosinistra nel Tg1 si sia ridotto nel 2003 a un quarto, anziché un terzo: 20,9% all’Ulivo, 2,5 a Rifondazione. Sull’inflazione solo a dicembre solo 34 minuti su 51 ore, 1,1%. «Sono scomparsi dal tg i problemi reali», accusa Giordano, del Prc, che ha chiesto «un assetto di garanzia» per la campagna elettorale. Ma nella lista dei censurati dalla Cdl di Viale Mazzini è entrato anche un deputato: il diessino Giuseppe Giulietti non è stato voluto a «UnoMattina», pur essendo stato invitato in precedenza per parlare della legge contro le «truffe nelle televendite» di cui è primo firmatario. Ne chiede conto al direttore generale Rai il ds Gambino, al quale è stato chiesto di partecipare alla trasmissione perché «la presenza di Giulietti non era gradita», racconta nella lettera a Cattaneo. Gambino si è rifiutato, è andato D’Andrea, della Margherita, ignaro del retroscena.