Il bello dello studiare B., notavo la settimana scorsa, è che le ipotesi analiticamente giuste risultano sempre confermate a opera sua: salta sulla preda, la inghiotte e digerisce, indi ripete l’operazione; fenomeni naturali, come le cacce del coccodrillo o la digestione del pitone. Tout se tient nella sua storia. I paleontologhi ricostruiscono l’intero dinosauro da una vertebra. Idem qui. Persi i protettori salta in politica e non perché gliene sia venuto l’estro: impadronendosi dello Stato vuol salvare una terrificante ricchezza in crescita continua; siccome ha la cultura dei caimani, non gli passa nella testa che esistano poteri separati; e non stia bene diluirsi i falsi in bilancio, ai quali risulta piuttosto dedito, o storpiare la disciplina delle rogatorie affinché prove d’accusa spariscano dai processi milanesi, o codificare stramberie utili alla fuga da Milano. Racconta d’avere speso 500 miliardi nella difesa. Tre mesi fa, vista l’ombra d’una possibile condanna, viene nell’aula (era contumace) dichiarando d’avere cose da dire, senza contraddittori e nei tempi compatibili col gran daffare: sbraita, suda, gesticola davanti ai giudici allibiti; nessuno credeva possibili spettacoli simili; nel monologo non vola una sillaba sul tema dell’accusa (avere comprato delle sentenze) ma scoppierebbe l’inferno se gli fosse tolta la parola; e forse conveniva che l’abominevole messinscena avvenisse. Dall’accusa gemella s’era fortunosamente salvato grazie a una svista legislativa e al decorso del tempo. Quanto poco sia piaciuto, lo dicono le urne domenica 25 maggio.
Il mese rubato con la pantomima gli serviva a combinarsi un’immunità: le Camere la votano sul tamburo, subito promulgata, sull’illusorio presupposto che sia meno peggio della guerra tra poteri, specie nel semestre europeo; e così le soperchierie diventano diritto. L’Italia non vi guadagna niente. Munitosi del salvacondotto, esporta le sue chiassose anomalie. Lo pretendeva pieno, applicabile anche alle indagini e utile ai correi, uno dei quali gli sta addosso, nient’affatto incline alla parte del capro espiatorio: l’alleato ex-nero pareva d’accordo ma sarebbe stato un mostro d’incostituzionalità; spirando moral suasion, è nato qualcosa d’appena meno abnorme. L’articolo galeotto ignora i coimputati e parla solo dei "processi", lasciando fuori gli atti anteriori: così declamano nelle rispettive aule i relatori, lo ripete un sottosegretario.
Uscito B., la musica s’indiavola. L’on. P., condannato a 11 anni nel dibattimento parallelo, aspetta l’immunità alla quale ritiene d’avere diritto, se ne gode il committente. Nell’attesa perde tempo: un nuovo articolo su misura gli garantisce 45 giorni, quanti ne occorrono all’imputato affinché mediti se gli convenga pattuire la pena; ed esauriti i cavilli, tira in ballo un fascicolo contro ignoti, aperto 8 anni fa. Cosa ci sia dentro, non è chiaro dal feuilleton avvocatesco: la prova della sua innocenza, grida; o almeno del fatto che non sia competente Milano ma Perugia. Fosse un imputato qualunque, tutto finirebbe lì. Quale stretto sodale del premier, interessato a salvarlo (simul stabunt, simul cadent), merita riguardi. L’ingegnere padano, ministro d’una giustizia burlesca, manda due ispettori a inquisire sul misterioso fascicolo 9520: vanno, guardano, tornano, non avendo scovato niente. Ne partono altri due, come nelle favole, e stavolta il referto soddisfa le attese: c’è del losco; nel Giornale 18 luglio un patrono invoca soccorso dal Quirinale paragonando l’on. avvocato d’affari, ricchissimo, protetto, influente, al povero capitano Alfred Dreyfus spedito nell’Isola del Diavolo da un complotto; "Il potere giudiziario minaccia lo Stato". Raccoglie l’appello un brancaleonesco comitato, sulla cui denuncia interviene la procura bresciana, competente ex art. 11 c.p.p. L’obiettivo tattico è rimuovere i due requirenti "accaniti": vecchio e grossolano espediente; l’onorevole li vuole sensibili all’aria, complimentosi, dormienti, quasi fossero già al servizio del governo (una delle riforme annunciate).
Qui pullula l’ennesima storia, sporca. Dal 2001 la procura milanese indaga su Mediaset: tema una frode fiscale (80 milioni d’euro) e relativo falso in bilancio nell’acquisto hollywoodiano dei diritti televisivi su dei film, attraverso società off-shore; due mesi fa v’incappa anche lui; l’ipotesi è che sapesse del trucco, anzi fosse lo stratega. Gl’indaganti chiedono una rogatoria negli Usa, 15 maggio: martedì 10 giugno il ministero comunica d’avere trasmesso la richiesta (l’art. 727, c. 2., contempla uno stop nei 30 giorni, motivato dalla "sicurezza o altri interessi essenziali dello Stato"); l’11 luglio giace ancora; come mai, domanda Milano; lo sanno al governo, risponde l’ambasciata americana. Sabato 18 arriva un plico da via Arenula: "il signor ministro" l’aveva inoltrata ma dal 23 giugno i cinque presidenti sono immuni e siccome tra gl’imputati futuribili ne figura uno, quello sulla cui misura l’articolo era tagliato, se l’è fatta restituire dall’ambasciatore; secondo un "parere pro veritate", tale norma vieta anche d’indagare; perciò S.E. restituisce le carte con l’invito a meditarvi. Il testo della legge richiede profonde riflessioni, confida al popolo leghista venerdì sera 25 presso Pontida: «Io stesso fatico a interpretarlo»; e lo sappiamo laureato, nonché esperto dei rumori. François Rabelais, monaco-medico-mago linguista, formidabile pasticheur, inventava diavolerie simili 471 anni fa nel "Gargantua". Al pragmatico padano riescono naturalissime: aveva una consegna, castigamatti della magistratura; e l’adempie coniugando nefandezze, mimiche esilaranti, indumenti verdi, facezie da teatrino dell’assurdo.
Stavolta la Cdl litiga: quando anche B. fosse intoccabile, non lo sarebbero i coimputati; e non lo è; l’immunità vale solo rispetto agli atti processuali; niente impedisce d’indagare. Cos’hanno da spartire i cinque presidenti con i manager Mediaset? Domanda plausibilissima, se ne togliamo uno, seduto a Palazzo Chigi. Dal Colle arrivano segnali inquieti. Fonti soi-disantes neutrali conducono il coro dello sdegno, notando però "l’eterna caccia" al presidente del Consiglio (lo lascino tranquillo). Quel sottosegretario ventila le dimissioni: sarebbe la prima volta che un democristiano alza le suole spontaneamente, sogghigna l’ingegnere, rimbeccato dal leader della bianca conventicola. Il beneficiario dell’imbroglio plana signorilmente sopra la mischia. I suoi avvocati rispondono a colpo sicuro: l’immunità copre tutto; "processo" significa anche indagini. Ancora l’altro ieri chi l’avesse detto nell’esame guadagnava una fulminea bocciatura. Divus Berlusco trasforma le categorie culturali. Il discorso ha una logica, gangsteristica, quindi chiara: non fingano virtù tardive; salendo sul carro, sapevano dove andasse; se lo disturbano, li scarica; è sua la fabbrica dei voti. La morale della favola sta nelle seguenti massime. Primo, chi parlamenta col caimano presto o tardi gli finisce tra le fauci. Secondo, lo specialista dei rumori non muove dito senza ordini e l’ordine presumibile ci vuol poco a concludere donde venisse. Terzo, anche i più creduli ridono dell’idea che Sua Signoria ignori gli affari Mediaset, come postula il vaniloquio sul conflitto d’interessi votato o difeso da chi oggi s’indigna. Quarto, nel regime berlusconiano il malaffare non ha l’aria del mero accidente. Quinto, lui s’arricchisce e noi affoghiamo: mentre i paesi d’Europa fanno due passi, commenta Bankitalia, l’arrancante Italia ne muove uno; viene dopo Grecia e Portogallo. L’affluent society berlusconiana esiste nel mondo d’Arcore e annessi paradisi fiscali. Ai poveri diavoli che l’hanno votato resta "Beautiful". Cos’altro vogliono?
Berlusconi nel 1985 aveva solo una rete di televisioni locali che trasmettevano non contemporaneamente gli stessi programmi. Era una furbata che permetteva di violare la legge, visto che allora era vietato a soggetti privati di possedere televisioni nazionali. Ma Berlusconi si mette d'accordo con Craxi che gli fa un decreto legge apposta. E fin qui, lo sapevamo già...
Così Berlusconi ha finalmente tre televisioni nazionali vere. Ma molti storcono il naso perché, essendo possibili solo 11 reti nazionali, è un po' anomalo che un solo imprenditore se ne prenda tre. Non siamo nel Far West che il primo che arriva si prende tutto...
Nel 1994 la Corte Costituzionale con la sentenza 420, stabiliva in difesa del pluralismo, che un unico soggetto privato non potesse detenere tre reti nazionali, concedendo un periodo di transizione e rimettendo il problema al legislatore per una soluzione definitiva entro e non oltre l'agosto 1996. Arriva il 1996, scade nell'indifferenza generale la decisione della Corte Costituzionale e Berlusconi continua ad avere tre Tv. Nel 1997 la legge Maccanico stabiliva che un oggetto non potesse detenere più di due reti e che, finché non ci fosse stato un "congruo sviluppo" via satellite e cavo, Rete4 avrebbe potuto continuare a trasmettere via etere, quest'ultima decisione in palese contrasto con le decisioni della Corte Costituzionale che aveva deciso per un termine definitivo entro l'agosto 1996.
D'Alema, una volta diventato capo del governo, decide di risolvere la questione e indice una gara per l'assegnazione delle concessioni delle reti nazionali. La commissione nominata dal Ministero è presieduta da un avvocato di Mediaset. Berlusconi si aspetta che finalmente possa detenere legittimamente, con un regolare mandato dello Stato, le sue tre reti e relative frequenze. Nel luglio 1999 si svolge questa gara d'appalto, per partecipare si richiedono requisiti spaventosi e sembra chiaro che nessuno riuscirà a scombinare i giochi.
Invece, colpo di scena. Arriva un tipo con uno scatolone enorme pieno di documenti e dice: "Buon giorno sono Francesco Di Stefano di Europa 7, vorrei due reti nazionali, grazie." Panico! E chi è questo? È pazzo? No, non è pazzo, è il loro peggior incubo. Iniziano a mettergli i bastoni tra le ruote: "Le manca il certificato 3457!" "No è qui!" "Il modulo 13 bis compilato in 8 lingue?" "Ne ho due copie, bastano?"
Ma poi trovano la furbata: "Il bando di gara richiede di avere 12 miliardi di capitale versato per rete, lei ne ha solo 12, può chiedere una sola Tv." "Balle!" Risponde il signor Di Stefano, "dodici miliardi sono per concorrere, non per ognuna delle due frequenze". Ricorre al Tar e poi al Consiglio di Stato e vince.
Insomma alla fine gli devono dare una concessione per una rete nazionale e presto anche una seconda, perché ne ha diritto e a Berlusconi ne tolgono una, non che la debba chiudere, deve traslocarla sul satellite che comunque è ricevuto da 18 milioni di italiani.
Ma a questo Di Stefano non gli vogliono dare proprio niente. Evidentemente lui deve essere uno che da piccolo lo allenavano ad abbattere i muri con la cerbottana perché avvia una serie di procedimenti giudiziari spaventosa. Ingiunzioni, diffide, cause penali, civili, regionali, Commissione Europea. E vince tutti i ricorsi, tutti gli appelli, tutte le perizie. E alla fine arriva alla Corte Costituzionale che nel novembre 2002, sentenza numero 466-2002, ha stabilito inequivocabilmente che: - Retequattro, dal 1 Gennaio 2004 dovrà emigrare sul satellite - Le frequenze resesi disponibili dovranno essere assegnate a Di Stefano! L'avete sentito dire al telegiornale?
Abbiamo chiesto a Di Stefano come si sentisse in questa storia e ci ha risposto con un lieve sorriso: "Nonostante siano trascorsi ben nove anni dalla decisione della Corte Costituzionale, Mediaset continua a detenere e utilizzare appieno tre reti nazionali su un totale di sette concessioni assegnate sulle undici assegnabili (comprese quelle Rai). Il fatto che un soggetto, a cui è stata data una concessione (in concessione si da' un bene pubblico, in questo caso le frequenze), non riceva poi materialmente il bene è un avvenimento che non ha precedenti al mondo".
Nel luglio 1999 Centro Europa 7 aveva fatto richiesta di due concessioni, una (Europa 7) l'ha ottenuta, per l'altra (7 Plus) c'è stato un diniego, in quanto non ritenuta idonea per la mancanza del requisito del capitale sociale. Una sentenza del Consiglio di Stato ha riconosciuto esistente il requisito del capitale sociale, per cui siamo in attesa di una seconda concessione, anche se il Ministro Gasparri prende tempo.
Nel frattempo Centro Europa 7 per iniziare le trasmissioni, si è dotata di: una struttura di oltre 20.000 mq, di otto grandi studi di registrazione per le proprie eventuali produzioni, di una library di oltre 3000 ore di programmi e di tutto ciò che è necessario per una rete televisiva nazionale con 700 dipendenti. Questa preparazione è stata necessaria poiché la legge stabilisce che, entro sei mesi dall'ottenimento della concessione, la neo-emittente ha l'obbligo di iniziare le trasmissioni.
Attualmente Centro Europa 7 è una società praticamente ferma, non ha alcun introito, poiché non è stata messa in condizione di operare, ma ha avuto, e continua ad avere, pesanti oneri per la gestione della struttura, l'adeguamento della library, l'adeguamento tecnologico, le ingenti spese legali, i costi dei dipendenti...
Ma ora altro colpo di scena... Gasparri si sta muovendo per salvare Rete4. Il D.D.L. Gasparri, art. 20 comma 5 e art. 23 comma 1, realizza in pratica un condono, riconoscendo il diritto di trasmettere a "soggetti privi di titolo" che occupano frequenze in virtù di provvedimenti temporanei, discriminando così le imprese come Europa 7 che hanno legittima concessione, il tutto sempre al fine di salvaguardare Retequattro.
Infatti, quest'ultima potrà continuare a trasmettere, in barba alla sentenza del '94 e del 2002 della Corte Costituzionale e della legge 249/97, pur non avendo ormai da quasi quattro anni la concessione, mentre Europa 7 non potrà mai trasmettere, dimenticando che nel luglio 1999 c'è stata una regolare gara dello Stato per assegnare le concessioni, gara persa da Retequattro e vinta da Europa 7.
Si realizza quindi un ennesimo gravissimo stravolgimento del diritto. In pratica, chi ha perso la gara (Retequattro) può continuare tranquillamente a trasmettere, e chi l'ha vinta (Europa 7), perde definitivamente tale diritto. Non vi sembra straordinario?
Travolti da un miracoloso afflato civico, i deputati del Polo bocciano alla Camera dei Deputati il decreto Gasparri proprio laddove vuol tagliare la gola a Europa 7. È chiaro che le urla di Berlusconi di questi giorni sono anche per ricompattare i suoi, che se lo mollano adesso...
Ora bisogna vedere cosa fa il Senato... e poi la legge deve tornare alla Camera... E poi bisogna vedere se Ciampi la firma, una legge del genere... Saremmo all'oltraggio definitivo del concetto stesso di stato di diritto.
Un conto è fare una legge per non finire in galera... un conto è fare una legge per prendersi qualche cosa che appartiene a un altro.
Si comincia così e poi si pretende il "Jus Primae Noctis". Quindi, cara cittadina, caro cittadino, sappi che in questo momento si sta giocando una partita incredibile. Se questa legge passa: quello che è tuo è suo!! Vedi se riesci a far girare questa mail, che secondo me, anche se gira solo in Internet, un po' li rende nervosi... Internet non conta niente in borsa, ma siamo comunque una decina di milioni... Dario Fo & Franca Rame
Non sono eleggibili inoltre:
1) coloro che in proprio o in qualità di rappresentanti legali di società o di imprese private risultino vincolati con lo Stato per contratti di opere o di somministrazioni, oppure per concessioni o autorizzazioni amministrative di notevole entità economica, che importino l'obbligo di adempimenti specifici, l'osservanza di norme generali o particolari protettive del pubblico interesse, alle quali la concessione o l'autorizzazione è sottoposta;
2) i rappresentanti, amministratori e dirigenti di società e imprese volte al profitto di privati e sussidiate dallo Stato con sovvenzioni continuative o con garanzia di assegnazioni o di interessi, quando questi sussidi non siano concessi in forza di una legge generale dello Stato;
3) i consulenti legali e amministrativi che prestino in modo permanente l'opera loro alle persone, società e imprese di cui ai numeri 1 e 2, vincolate allo Stato nei modi di cui sopra.
Dalla ineleggibilità sono esclusi i dirigenti di cooperative e di consorzi di cooperative, iscritte regolarmente nei registri di Prefettura.
http://info.supereva.it/giuseconi/361-57.htm?p
Nell'era del liberismo selvaggio, non c'è nulla di scandaloso nel privatizzare la giustizia. Basta dirlo apertamente, applicando ad ogni provvedimento ad personam la relativa etichetta: legge Berlusconi, articolo Previti, comma Squillante...Un giorno di molti anni fa, quand'era ministro dell'Interno e rappresentava il governo in parlamento, Oscar Luigi Scalfaro dovette sciropparsi l'interminabile catilinaria di un deputato meridionale, noto principe del foro, che argomentava dottamente come e perché si dovesse riformare un articolo del codice di procedura penale. A un certo punto, esausto, Scalfaro l'interruppe: «Avvocato, abbia pazienza, mi dica quale processo vuole sistemare. Così magari ci mettiamo d'accordo e la facciamo finita...». «Risate da tutta l'aula», annotano i resoconti stenografici della seduta. Oggi, se un ministro ripetesse una frase del genere, scatterebbe immediata la richiesta di dimissioni. E oggi, al posto delle risate, esploderebbe l'insurrezione generale per leso garantismo. Perché da allora il parlamento della Repubblica italiana ha compiuto un notevole salto di qualità. Di avvocati che invocano riforme per salvare dai guai i loro clienti ce ne sono non uno, ma decine. E oggi, a differenza di quello là, le ottengono. Anche perché ora, in parlamento, non ci sono più soltanto gli avvocati. Ma direttamente gli imputati. Che si propongono e si approvano le leggi su misura. A seconda delle necessità processuali del momento. Prêt-à-porter. Dai decreti Conso e Biondi alla legge antimanette, dalle bozze Boato al nuovo 513, dalla Simeone-Saraceni al pacchetto sul giudice unico, dalla riforma dell'immunità a quella per le intercettazioni, fino alle nuove norme sui pentiti e sull'incompatibilità gip-gup, basta guardare in controluce e prenderanno forma le fattezze dell'imputato o degl'imputati eccellenti che si tenta di salvare. Per motivi di trasparenza e decenza tanto varrebbe ufficializzare il tutto: nell'era del liberismo selvaggio non c'è nulla di scandaloso nel privatizzare la giustizia personalizzando le riforme in materia. Basta dirlo apertamente applicando a ogni provvedimento ad personam la relativa etichetta, con tanto di nominativo e didascalia al posto degli aridi numeri. In luogo di legge numero 354, articolo 2, comma bis, paragrafo ter, sarebbe molto più igienico indicare legge Berlusconi, processo Toghe sporche, articolo Previti, comma Squillante, paragrafo Dell'Utri eccetera. Così tutti capiscono e si dissipano i sospetti di sotterfugio. Alla luce del sole, come si conviene a una democrazia avanzata.
Ne è passata di acqua sotto i ponti dai tempi in cui si gridava allo scandalo per le leggi «a gentile richiesta».
Nel 1973 il pretore di Genova Mario Almerighi scoprì che la legislazione fiscale in materia di petroli veniva scritta ed aggiornata direttamente dall'Unione petrolifera italiana che graziosamente prestava i suoi uomini al governo per la bisogna. In cambio imbottiva di miliardi i ministri e i loro partiti. Fu la prima Tangentopoli d'Italia, subito saggiamente archiviata dalla commissione parlamentare inquirente, con la collaborazione della procura di Roma che fagocitò in tempo reale il processo.
Anche le altre grandi imprese venivano amorevolmente sponsorizzate dallo Stato, come ha raccontato l'ex amministratore delegato di Fiat Auto, Vittorio Ghidella, al processo Romiti: «Un settore per arricchire la Fiat Auto era la contribuzione statale per le ricerche tecnologiche. Qui semplicemente si gonfiavano le spese e le ore di applicazione da parte di Fiat Auto e si lucravano somme che coprivano abbondantemente il costo della ricerca. Anzi, si traevano dei buoni guadagni. Se il ministero fosse venuto a controllare, se ne sarebbe accorto. Ma oggi è impossibile. La legge era stata studiata apposta per dare dei soldi a ufo...».
Il 16 ottobre 1984 tre pretori, legge alla mano, vietano al cavalier Berlusconi di trasmettere i programmi dei suoi tre network in contemporanea su tutto il territorio nazionale. Lui replica con la serrata delle tre reti, facendo credere all'Italia che i giudici abbiano «oscurato la tv libera». Poi va a piangere dal suo amico e compare di battesimo Bettino Craxi. Che, tra l'altro, è presidente del Consiglio. Da Londra, dov'è in visita ufficiale, Craxi convoca un consiglio dei ministri ad hoc, primo punto all'ordine del giorno un decreto «che ripristini il dominio del buonsenso», cioè che oscuri i magistrati per riaccendere le tivù illegali del suo amico. Financo il ministro delle Poste Antonio Gava ha qualche dubbio («Sarebbe un errore agire in termini di conflitto con l'autorità giudiziaria, che interpreta norme esistenti»), ma Craxi minaccia la Dc di andare alle elezioni anticipate. E la spunta. Il 21 ottobre le reti berlusconiane tornano a trasmettere in tutta Italia. Ma il 28 novembre, a sorpresa, la Camera vota a maggioranza per l'incostituzionalità del «decreto Berlusconi», che decade ipso facto. I pretori reiterano il divieto di trasmissione oltre l'ambito locale. «Non si era mai visto», dice il pretore di Torino Giuseppe Casalbore, «che a una diffida fatta a un imputato rispondesse la presidenza del Consiglio con un durissimo comunicato». Il 6 dicembre, il governo Craxi vara il secondo «decreto Berlusconi». Poi, per farlo convertire in legge in tempo utile, fa contingentare i tempi degl'interventi in parlamento. Infine pone la questione di fiducia per annientare tutti gli emendamenti.
Per la prima volta nella storia repubblicana, due decreti prendono il nome del beneficiario. E il caso desta un enorme scalpore, per mesi e mesi. Ripetendosi pari pari nel luglio del '90, quando il governo Andreotti pone la fiducia sugli articoli più sfacciatamente filoberlusconiani (quelli sulla pubblicità in tv) della legge Mammì. Veltroni, in aula parla di «fiducia Berlusconi». Cinque ministri della sinistra Dc si dimettono e Andreotti li rimpiazza in una notte. È il prologo, con quattro anni d'anticipo, del governo Berlusconi. Ma anche quella volta lo scandalo nel paese è enorme.
Nel marzo 1993, a un anno e poco più dallo scoppio di Tangentopoli, tiene banco un altro decreto: prende nome dal ministro della Giustizia Giovanni Conso. Ma dovrebbe chiamarsi «Craxi», visto che a volerlo fortissimamente è il presidente del Consiglio Giuliano Amato, da sempre spirito guida dell'inquisitissimo boss socialista, che l'ha imposto al suo ministro «tecnico». Il decreto depenalizza il finanziamento illecito ai partiti. Se passasse, sarebbe il colpo di spugna su gran parte delle ruberie passate, presenti e future della classe politica e imprenditoriale. Ma per fortuna il presidente Scalfaro non lo firma.
Anno nuovo, governo nuovo, decreto nuovo. Questa volta per imporre leggi pro Berlusconi non c'è più bisogno di Craxi (tra l'altro indisponibile per sopravvenuta latitanza). Ci pensa lo stesso Berlusconi, appena promosso presidente del Consiglio: il 14 luglio '94, ecco pronto il decreto Biondi che proibisce l'arresto per i reati di Tangentopoli. Una liberazione per Paolo Berlusconi, che stava per essere arrestato con altri manager della Fininvest per le mazzette alla guardia di finanza. Ma, visto che la legge è uguale per tutti, escono anche centinaia di detenuti. Stavolta Scalfaro firma, ma la rivolta del paese prima, di Fini e di Bossi poi, costringe il governo alla retromarcia. E, appena il «Salvaladri» decade, Berlusconi junior finisce a San Vittore. «Il decreto non l'ho fatto certo per me o per i miei, ma per un desiderio di giustizia» dice il Cavaliere. Gianfranco Miglio lo smentirà pochi mesi dopo: «Nei giorni del decreto Biondi, Berlusconi mi disse: "Dovevamo farlo passare perché i magistrati stavano perseguitando me e i miei amici"».
A fine anno viene inquisito anche Silvio, mentre la procura di Torino mette gli occhi su Marcello Dell'Utri per le fatture false di Publitalia. Il Polo riesuma il decreto Biondi e, con qualche correttivo per renderlo un po' meno indecente, lo ricicla sotto le pompose spoglie di «Riforma della custodia cautelare e dei diritti di difesa». Il centro-sinistra, per quieto vivere (bisogna tenere in piedi l'anemico governo Dini), inaugura la lunga stagione dell'inciucio. E appoggia la presunta riforma.
La sostanza è più o meno la stessa: mille ostacoli agli arresti, non solo per Tangentopoli, ma anche - in nome della par condicio - per gli altri reati. E, per soprammercato, una serie di legnate ai pubblici ministeri, cosìimparano. Un imperdonabile disguido rallenta l'iter della legge che passerà solo a fine agosto '95. Cosìa maggio i giudici di Torino fanno in tempo ad arrestare Dell'Utri, che sta inquinando allegramente le prove: con la riforma in vigore, non avrebbero più potuto fermarlo. Ad abundantiam, c'è anche qualche regalo alla mafia, compresa l'abolizione dell'arresto per i falsi testimoni, voluto a suo tempo da Falcone e Borsellino.
Quella stessa estate, in gran segreto, Stefania Ariosto comincia a raccontare al pool le avventure di Previti, Berlusconi, Squillante e di tutto il porto delle nebbie. Nel marzo '96 finisce in carcere Squillante, Previti e Berlusconi sono indagati anche per le mazzette ai giudici. $è lo scandalo più grave dall'inizio di Tangentopoli. Sperare nella prescrizione è troppo rischioso: non resta che l'amnistia. Ma ci vuole una scusa che tenga. Eccola: prima si fa la Grande Riforma, dopodiché «si volterà pagina». Ci prova Antonio Maccanico, con il governo di larghe intese e larghissima amnistia, ai primi del '96: fallisce per merito di Fini. Peccato, c'era pure Lorenzo Necci superministro delle infrastrutture. Si va alle elezioni. «Stavolta, se vinciamo, non facciamo prigionieri», promette Previti. Invece perde, e si fa la Bicamerale. «Non dovrà occuparsi di giustizia», dice D'Alema a dicembre. Ma a gennaio '97 Berlusconi protesta e lo vota presidente della commissione. E D'Alema cambia idea: «La Bicamerale dovrà occuparsi di giustizia». Il retroscena lo racconterà, anni dopo, Francesco Cossiga: «Berlusconi mi disse che gli fecero accettare la Bicamerale con D'Alema presidente, promettendogli che a quell'accordo ne sarebbe seguito un altro più impegnativo per un governo di unità nazionale, in cui Forza Italia avrebbe partecipato insieme ai Ds e al centro-sinistra». Magari con un ministro della Giustizia come il presidente del comitato garanzie della Bicamerale, che abusivamente si occupa di giustizia: l'apposito Marco Boato, ex lottatore continuo, ora graditissimo al Cavaliere. Le sue continue bozze, sfornate a ritmi vertiginosi, sembrano scritte a quattro mani da Licio Gelli e Cesare Previti. Prevedono ingerenze politiche a gogo nella magistratura, lo smembramento del Csm, la manomissione dell'azione penale obbligatoria e tante altre piacevolezze. Molto apprezzato da caterve di imputati l'art. 129, che recita: «Non è punibile un fatto previsto come reato nel caso che esso non abbia determinato una concreta offensività». È quel che dice sempre il cavalier Berlusconi: «Nel sentire della gente, non è considerato reato ciò che non danneggia gli altri». Intanto, a scanso di equivoci, si abbassa pure dai due terzi al 50 per cento più 1 il quorum parlamentare per approvare le amnistie.
Il 9 aprile '97 il gup di Torino Francesco Saluzzo condanna il presidente della $$fiat Cesare Romiti a 1 anno e 6 mesi per falso in bilancio, finanziamento illecito ai partiti e frode fiscale. L'indomani, con notevole tempismo, dal Polo, dal Ppi e da mezzo Pds si leva un solo grido: «Depenalizziamo il falso in bilancio e il finanziamento illecito». Come «reati minori». Molto in auge la teoria della «modica quantità», appena sostenuta con scarso successo dagli avvocati romitiani Chiusano e Coppi, e ripetuta pari pari dai collegi difensivi del clan Fininvest, anch'esso imputato per falso in bilancio da capogiro: l'ex magistrato e ora deputato di Rinnovamento italiano, Marianna Li Calzi, propone che il falso in bilancio rimanga reato soltanto quando viene «falsata in modo rilevante la rappresentazione delle condizioni economiche della società». Se un'azienda fattura migliaia di miliardi, potrà occultarne agli azionisti diverse centinaia. Chi più ha, più rubi.
Intanto, alcuni processi di Tangentopoli stanno per giungere alla sentenza definitiva. Molti imputati eccellenti rischiano la galera.
Non sia mai. Ecco dunque, puntualissima, una riforma per impedire il tragico evento. $è l'agosto del '97 quando passa, a gran maggioranza, il nuovo art. 513 del codice di procedura penale. Tutte le accuse non ripetute in aula diventano carta straccia, i processi in corso devono ricominciare da capo, le sentenze già emesse non valgono piu`. La Cassazione annulla le condanne di Craxi e Martelli per l'Enimont e per il conto Protezione: quella di Craxi per la Metropolitana milanese, quella di Paolo Berlusconi e vari politici per le mazzette sulle discariche. E cosìvia, a tutte le latitudini. Restano da sistemare alcune giunte regionali inquisite per varie malversazioni: sempre nell'estate del '97, viene pure abolito l'abuso d'ufficio non patrimoniale (con dimezzamento delle pene e dei termini di prescrizione per la fattispecie patrimoniale). Risultato: assolti in blocco, per legge, gli assessori del Piemonte e della Lombardia, imputati per la lottizzazione delle Usl, e quelli dell'Abruzzo, a suo tempo arrestati per una colossale spartizione di fondi comunitari. Idem per i vigili torinesi che restituivano ad amici, parenti e «vip» raccomandati le patenti sequestrate per varie infrazioni. La fanno franca pure gli inquisiti di Affittopoli, mentre quelli del caso Sisde beneficiano della prescrizione anticipata per legge.
Il '98 si apre alla Camera con il salvataggio di Previti dall'arresto. E prosegue con l'udienza preliminare dell'inchiesta Toghe sporche (imputati Berlusconi, Previti, Squillante e Pacifico). Il Cavaliere, intanto, colleziona le sue prime tre condanne: 16 mesi (condonati) per il falso in bilancio di Medusa Cinema, 35 mesi per corruzione della guardia di finanza, 28 mesi per i finanziamenti illeciti di All Iberian a Bettino Craxi. Ce n'è abbastanza per far crollare in parlamento gli ultimi freni inibitori, per cancellare ogni residua traccia di pudore. Produzione di leggi ad personam in quantità industriali. Il Polo comincia col chiedere l'abolizione del carcere per chiunque abbia compiuto 60 anni (guarda caso: nel '98 Berlusconi compie 62 anni, Previti e Craxi 64, Squillante 71). L'idea non passa, ma poi la legge Simeone salva dal carcere almeno gli ultrasessantenni con «inabilità anche parziale». La prostata di Berlusconi e il diabete di Craxi dovrebbero bastare.
Altra «emergenza giustizia»: la Cassazione sta per esaminare le condanne per la maxitangente Enimont. E chi deve scontare più di 2 anni rischia di finire in galera: Forlani, Sama, Bisignani, Garofano, Giallombardo. Urge provvedere. Il 13 giugno la Suprema corte conferma le condanne, e - guarda caso - il 14 giugno entra in vigore la legge Simeone-Saraceni, che risparmia il carcere a chiunque debba scontare meno di 3 anni. Tutti felicemente fuori.
La Corte d'Appello di Milano respinge l'istanza di revisione del processo per l'assassinio del commissario Calabresi: nessuna speranza per Sofri, Bompressi e Pietrostefani, condannati in via definitiva a 22 anni di carcere? Nemmeno per sogno. Il parlamento rimedia subito con l'ennesima riforma su misura, la «legge Sofri». A tempo di record: il 17 settembre '98 l'inizio del dibattito al Senato, l'11 novembre l'approvazione definitiva alla Camera. Visto che Milano è contraria alla revisione, se ne occuperà Brescia, e se anche Brescia dirà no, giudicherà Venezia. All'infinito.
Anche Sgarbi rischia grosso: dopo la condanna a 6 mesi per truffa ai danni dello Stato (definitiva), e le continue pene subite in vari gradi di giudizio per gli insulti lanciati contro magistrati e privati cittadini, i tribunali cominciano a negargli la sospensione condizionale della pena. Ecco dunque l'apposita proposta di riforma costituzionale avanzata dal Polo (primo firmatario, Vittorio Sgarbi, seguito a ruota da Filippo Mancuso e altri): senatori e deputati non saranno più insindacabili soltanto per «i voti dati e le opinioni espresse» nell'esercizio delle funzioni parlamentari, come finora ha previsto la Costituzione, ma potranno anche insultare chi gli pare, «indipendentemente dal senso letterale della parola adoperata e dai contenuti espressi (...) anche fuori dal Parlamento». Ad esempio su Canale 5, sul fare del mezzogiorno. Il centro-sinistra si oppone, anche se poi alla Camera e in Senato collabora col Polo nel dichiarare insindacabili quasi tutti gli eletti impedendo ai tribunali di processarli per calunnie, ingiurie e diffamazioni varie. Inaugura il 1999 il caso Dell'Utri: richiesta di arresto da Palermo per ogni sorta di inquinamento probatorio, a base di falsi pentiti, calunnie aggravate ed estorsioni: il tutto documentato da una montagna di intercettazioni sui telefoni di alcuni pentiti avvicinati dall'onorevole berlusconiano. La Camera, ça va sans dire, dice no all'arresto. E contemporaneamente mette all'ordine del giorno la riforma delle intercettazioni. Da un lato Polo e Ulivo escludono, dai reati per cui è consentito intercettare: la calunnia (guarda caso, quella contestata a Dell'Utri), l'associazione per delinquere semplice e, già che ci sono, tutti i delitti di Tangentopoli. Poi, quando lo scoprono i giornali, ci ripensano per la vergogna. Ma ecco un'altra idea geniale: oltre al divieto di intercettare l'utenza di un parlamentare, prevedere l'inutilizzabilità di tutte le conversazioni intercettate sull'utenza di privati cittadini (regolarmente intercettati) che parlano con parlamentari. La Camera approva. Il Polo propone addirittura di distruggere tutte le bobine in cui qualcuno nomina un parlamentare (chissà mai a quale pensano): ma questa è troppo grossa financo per il centro-sinistra, che però è d'accordo di incenerirle «quando sono irrilevanti», mentre per quelle «rilevanti» i magistrati dovranno chiedere il permesso al parlamento, prima di utilizzarle. Resta da spiegare come si possa considerare irrilevante che due delinquenti, parlando fra loro, facciano il nome di un parlamentare.
Ma Dell'Utri non ha problemi soltanto a Palermo. La condanna a 3 anni subita a Torino per false fatture, confermata in Appello con un rincaro di altri 2 mesi, rischia di diventare definitiva in Cassazione: nemmeno la legge Simeone risparmierebbe al deputato-imputato un paio di mesi al fresco. Ecco dunque un'altra legge ad hoc: quella che consente di patteggiare le pene anche in Cassazione. Approvata due giorni prima che la Corte decida su Dell'Utri, la legge permette ai suoi difensori di presentare istanza di patteggiamento. Con relativo sconto di pena e scampato pericolo di arresto. Nella primavera del '99, ormai una ciliegia tira l'altra. E quasi tutte finiscono in pasto a Previti, sempre più allarmato per l'avanzare dell'udienza Toghe sporche. Il pacchetto Carotti, con le norme di accompagnamento della riforma del giudice unico, viene infarcito di codicilli su misura. Un emendamento dei forzisti Gaetano Pecorella e Donato Bruno prevede di «diminuire sempre la pena quando l'imputato è incensurato o ha superato i 65 anni di età»: un'attenuante speciale che, aggiunta alle altre, accorcerebbe i termini di prescrizione del processo a Berlusconi, Previti & C. e, in caso di condanna, li salverebbe da pene superiori ai 3 anni (cioè dal carcere). Viene respinta a fatica, visto che mezzo Ppi non vede l'ora di approvarla. Approvato invece dalla Camera, nell'indifferenza generale, il nuovo art. 431 del codice di procedura, al posto di quello preparato da Giovanni Falcone nel '92 e approvato soltanto dopo la strage di Capaci: verranno espulsi dal fascicolo del dibattimento «i verbali degli atti assunti nell'incidente probatorio e quelli assunti all'estero in sede di rogatoria». In pratica, tutti gli accertamenti bancari e le testimonianze raccolte all'estero per rogatoria diventano carta straccia. E qual è il processo in corso con il maggior numero di atti acquisiti per rogatoria? Ma il processo Toghe sporche, naturalmente. Un processo che, se tutto va bene, potrebbe non iniziare neppure. Previti e Berlusconi sono così preoccupati per la lentezza del sistema giudiziario che fanno di tutto perché quell'udienza preliminare, iniziata il 29 giugno '98, non finisca mai. Le hanno provate tutte: dai continui rinvii per impegni parlamentari di dubbia urgenza (i due sono dei recordman dell'assenteismo) all'incredibile richiesta di termini fino al 2005 per «studiare le carte»; dalla ridicola ricusazione del pool (come se gli imputati potessero scegliersi il pm che preferiscono) a quella del gip Alessandro Rossato, lo stesso che dispose l'arresto di Previti e che ora conduce l'udienza preliminare. Richieste irricevibili per la giustizia, ma non per il parlamento, che le ha addirittura trasformate in legge, con la fattiva collaborazione della maggioranza. Il 2 giugno, infatti, il senatore Guido Calvi (Ds) propone e fa approvare un emendamento al decreto Diliberto sul giudice unico, per rendere immediatamente esecutiva l'incompatibilità fra gip e gup che il governo voleva rinviare al 2 gennaio 2000. Traduzione: Rossato, avendo già preso decisioni in fase d'indagine preliminare, dovrà farsi da parte ed esser sostituito da un collega che non ha mai letto un rigo di quel processo. Risultato: tutto si bloccherà per almeno un anno. Il resto lo farà la prescrizione, che per le accuse più gravi - le mazzette più recenti, quelle fino al '92 per la sentenza Imi-Sir - potrebbe scattare nel 2001. Una vera fortuna visto che difficilmente la corruzione in atti giudiziari (fino a 8 anni di carcere) potrebbe rientrare nell'amnistia giubilare prossima ventura.
Restano ancora da sistemare alcuni dettagli, come i pentiti di mafia: ma per quelli c'è pronta la riforma della legislazione premiale (che diventerà punitiva) e quella dell'art. 192, degno completamento del 513 (oggi in versione Super, che dopo la bocciatura della Corte costituzionale entrerà direttamente in Costituzione): non farà più differenza se a parlare saranno uno o dieci o venti collaboranti. Divieto totale di riscontri incrociati. L'avevano previsto alcuni camorristi intercettati a Napoli un paio d'anni fa mentre brindavano al 513: «Hanno fatto una bellissima riforma e ora ne faranno un'altra». Ma Totò Riina, che queste cose aveva chiesto ai politici amici nel famoso “papello” del '94, può già dirsi soddisfatto: gli han pure chiuso Pianosa e l'Asinara, rammollito il carcere duro e quasi abolito l'ergastolo. A ciascuno il suo, insomma. È l'ultima frontiera della giustizia, nell'ambito della Grande Riforma del welfare: la giustizia privatizzata, personalizzata. Come ha scritto Michele Serra, “che un miliardario con aereo privato, mass media privati, partito privato e addirittura cimitero privato pretenda anche una giustizia privata è perfettamente nella logica”. Già, ma perché solo lui?
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Nella migliore tradizione giuridica i tribunali non sono cattedre di pubblica e privata moralità, non fanno il ritratto caratteriale dell'imputato, non alludono alle contestazioni polemiche che hanno accompagnato il processo, non rivendicano l'imparzialità della corte, non stabiliscono raffronti storici tra gli atti presi in esame e altri analoghi commessi in un più lungo arco di tempo. Tali argomenti appartengono generalmente allo stile della giustizia militante e a quello dei tribunali speciali dove la condanna deve essere esemplare e la sentenza è una pietra o un mattone per il cantiere dove si costruisce lo Stato etico. Nei buoni sistemi giuridici, invece, la motivazione della sentenza è un documento freddo e grigio dove si descrivono i fatti, si elencano le prove, si verificano le responsabilità e si applicano le pene previste dal codice. E? tanto più credibile quanto più è distaccata, imperturbabile, stilisticamente anonima. Valutata con questi criteri, quella di Milano nel processo contro Cesare Previti e altri imputati pecca per eccesso e per difetto, dice contemporaneamente troppo e troppo poco. Dice troppo perché molte affermazioni non si addicono alle funzioni e alle competenze di un giudice. Quali conoscenze storiche, quale sacerdozio morale autorizzano un tribunale ad affermare che questa «gigantesca» opera di corruzione è «la più grande nella storia dell'Italia repubblicana»? E' opportuno che un tribunale si serva di una motivazione per deplorare gli attacchi subìti in corso d'opera? E? questo il luogo in cui il giudice ha il diritto di difendere polemicamente il suo operato? Non vi è forse in queste parole un conflitto d'interessi, simile a quello di Silvio Berlusconi quando si serve della sua cattedra di premier per difendersi nelle vicende in cui è imputato?
Ma la motivazione, al tempo stesso, pecca per difetto. Una volta adottata la linea del giudizio storico e morale, il tribunale avrebbe dovuto chiedersi perché vicende così gravi siano state possibili in Italia nel corso di questi anni. Il Foglio non ha torto quando afferma, in un editoriale di ieri, che i fatti giudicati a Milano sono manifestazioni di una illegalità diffusa in cui sono stati coinvolti per molti anni uomini politici, imprenditori, finanzieri, persino alcuni magistrati. Il finanziamento illecito dei partiti (quello di una potenza straniera per il Pci e quello degli appalti truccati per altri) ha avvelenato l'intera società italiana. Ha creato complicità inconfessabili tra politica ed economia. Ha instaurato una contabilità perversa in cui ogni favore andava ripagato. Ha incitato molti imprenditori a perseguire impunemente progetti che sarebbero stati, in una economia di mercato, inconcepibili. Ha autorizzato la burocrazia a chiudere gli occhi o, peggio, a «monetizzare» le proprie funzioni. E ha prodotto una impressionante cascata di comportamenti illeciti.
Ho sempre pensato che un fenomeno così vasto non potesse essere affrontato con gli strumenti della giustizia ordinaria e che la sua cura dovesse essere principalmente politica. Bettino Craxi, che in Parlamento aveva cercato di analizzarlo, fu poi accolto da un lancio di monetine. Oggi forse, dopo l'esperienza di un decennio, verrebbe ascoltato. Mi chiedo se Berlusconi, anziché continuare a denunciare teoremi e complotti, non abbia interesse a seguirlo sulla stessa strada e a promuovere una specie di lavaggio nazionale. Nessuno meglio di lui potrebbe, come vecchio imprenditore, parlare di quegli anni con maggiore competenza. Certo, se decidesse di farlo, continuerebbe a essere accusato di «interesse privato in atti d'ufficio». Ma uscirebbe dal pantano in cui rischiamo di affondare e volerebbe più alto. Molti gliene sarebbero grati.
Nell' ultimo quarto di secolo agirono sulla scena politica due personaggi di rilievo, Bettino Craxi ed Enrico Berlinguer. Sarebbe stato un bene per la sinistra se fossero andati d' accordo. Invece si fecero la guerra. Di chi la colpa ? Scrive Piero Fassino, segretario dei Ds, nel libro autobiografico Per passione uscito in questi giorni, e di cui già si è occupata Repubblica: «A ben vedere la sinistra, lungo tutto il Novecento, è stata minata da un "male oscuro": la pretesa di ciascuno dei suoi due massimi partiti di volerla da solo rappresentare tutta, scommettendo sulla sconfitta e sulla sparizione dell' altro. Una maledizione che segna il conflitto Berlinguer-Craxi. Nel ' 75-76 è il Pci, forte di una straordinaria avanzata elettorale, a scommettere su una bipolarizzazione del sistema politico che gli assegni la rappresentanza della sinistra, relegando il Psi a forza residuale. Una scommessa perduta, come si incaricheranno di dimostrare gli eventi successivi». Colpa di Berlinguer, dunque, che in quella fase non seppe istituire una collaborazione efficace coi socialisti? Così è stato interpretato il giudizio di Fassino. Ma in questo suo giudizio manca, a mio avviso, un anello essenziale. Craxi gode in questi giorni di buona stampa. Se la merita? Certo colpì la fantasia di tante persone, come leader del partito, perché era, in una fauna politica piuttosto addomesticata, l' unico animale da preda: dotato di una personalità forte, coraggioso e spregiudicato, capace di decidere. Quanto alle sue singole azioni di governo, ve ne furono di buone e di cattive. Giusto l' intervento sulla scala mobile; criticabili le simpatie per gli argentini nello scontro per le Maldive; discutibile Sigonella, l' episodio in cui mostrò indipendenza di fronte agli americani, ma permise la fuga di un terrorista. Si dice di lui che capì la necessità di "modernizzare" l' Italia, sebbene fosse contrario alle privatizzazioni. Se tuttavia è giusto giudicare un uomo politico, pragmaticamente, dal risultato finale, il suo risultato fu pessimo: prese in mano il partito socialista e lo distrusse. Ma non è questa la sede per giudicare il personaggio. Il tema è un altro: la collaborazione fra socialisti e comunisti, il rapporto con Berlinguer. E qui si dimentica troppo spesso un ostacolo decisivo: la questione morale. Il partito socialista, come si è poi ampiamente dimostrato, era un partito corrotto, e non mi riferisco solo ai finanziamenti illeciti, di cui erano colpevoli, quale più quale meno, anche gli altri partiti. Ricordo di avere incontrato per caso Flaminio Piccoli, in piazza Montecitorio, ai primi tempi del centrosinistra. Piccoli era un uomo schietto. «Anche noi - mi disse, e si riferiva ai democristiani - avremo le nostre colpe, non lo nego; ma questi altri - e si riferiva ai socialisti - da quando si sono avvicinati al potere, hanno una fame, una fame~». Era scandalizzato, perfino lui. In Italia si è riluttanti, pudicamente, a parlare di certe cose, ma non possiamo dimenticare che Bettino Craxi, il grande modernizzatore della repubblica, affidava a questo o a quello, per esempio al proprietario di un bar di Portofino, miliardi e miliardi, come risulta da documenti giudiziari, con l' incarico di trafugarli all' estero e di cancellare in modo assoluto la loro provenienza. Berlinguer era fatto di un' altra pasta. Fece della questione morale una bandiera del suo partito, e ci credeva. Parlava della "diversità" dei comunisti, e si riferiva anche a faccende di questo genere. Ma la modesta sensibilità etica di questo nostro paese non dà grande importanza all' onestà, che è considerata una variabile indipendente, una questione privata: se c' è tanto meglio, se non c' è pazienza. Fassino, che aveva con Berlinguer grande familiarità, non menziona questo aspetto del problema; ma io sono convinto che la questione morale (più semplicemente l' onestà, se preferite) fu uno degli elementi che indussero Berlinguer a evitare ogni tentativo di collaborazione profonda con quel partito socialista. Di Berlinguer uomo politico si possono dire tante cose, gli si possono rivolgere molte critiche. Il suo distacco dall' Unione sovietica fu forse troppo lento, troppo timido. La sua proposta del compromesso storico fallì, e comunque, se avesse avuto successo, non avrebbe giovato al paese. Anche se capiva il valore della libertà, non si staccò mai del tutto, intellettualmente, dal comunismo inteso come teoria; forse può essere paragonato, sotto questo aspetto, a Gorbaciov, che a sua volta non cessò mai di essere comunista nel profondo dell' animo, e quindi anticapitalista; è probabile che fallirono anche per questo, l' uno e l' altro. Resta da vedere se le circostanze avrebbero permesso, all' uno e all' altro, una politica diversa. Ma è pur sempre vero che in materia di onestà personale Enrico Berlinguer aveva le idee chiare. E per questa ragione mi è rimasto, nel ricordo, molto simpatico.
Ho notizia che nei prossimi giorni, per iniziativa della Fondazione «Italiani e Europei» presieduta da Massimo D'Alema e da Giuliano Amato, si svolgerà un convegno sul craxismo al quale interverranno Stefania Craxi, Rino Formica, Gianni De Michelis, lo storico Sabatucci, oltre agli esponenti della predetta Fondazione e al segretario dei Ds, Piero Fassino. L'obiettivo del convegno, se ho capito bene, è una rivalutazione dell'opera politica di Bettino Craxi e di quelli che all'epoca furono i suoi principali collaboratori politici.
Implicitamente, ma abbastanza chiaramente, un siffatto intendimento porterà ad una critica della politica di Enrico Berlinguer e quindi di tutto il gruppo dirigente dell'allora Pci, del resto già anticipato nel libro autobiografico recentemente pubblicato da Fassino.
Considero radicalmente sbagliata un'iniziativa del genere. E Lei
?
GIOVANNI MOLTENI Milano
Debbo pensare, gentile signor Molteni, che la domanda con cui lei conclude la sua lettera sia, come si dice, retorica, nel senso che lei conosce già la risposta se legge abitualmente . In effetti io penso che un dibattito sul craxismo sia del tutto inutile poiché è ininterrottamente, ampiamente e liberamente avvenuto a partire dai primi anni Ottanta fino ad oggi. C'è ancora da scoprire qualcosa di nuovo in punto di fatto? Non direi.
Allora a che cosa serve? Forse a un'operazione battezzata magari come revisionistica ma in realtà di pura marca trasformista? Ho fondate ragioni per rispondere affermativamente a questa domanda, e mi spiego.
Bettino Craxi sostenne, nel corso della sua attività politica, parecchie tesi ampiamente condivisibili. Per esempio, e fin dai tempi in cui militava nella corrente nenniana del Psi, si batté per l'autonomia del Psi dal Pci dopo la fase del frontismo e della compromissione filosovietica del partito di Nenni. Si batté per la modernizzazione dell'economia. Si batté per la riforma di alcuni punti importanti della Costituzione riguardanti la forma di governo e la sua stabilità. Si batté per costruire una posizione socialista che non fosse necessariamente a rimorchio del Pci o della Dc.
Si batté. Ne ebbe, diciamo così, la visione strategica. Ma poi bisognava trovare i mezzi acconci - da lui ritenuti acconci - per realizzare i suddetti fini. E i mezzi furono l'esercizio sempre più spregiudicato del potere e l'occupazione delle istituzioni piegate a strumenti per conservare e accrescere il potere.
Ma poiché il potere è pur sempre insidiabile e insidiato e dunque precario e reversibile per definizione, specie in regimi di democrazia liberale, la sana ricerca della stabílità si deforma molto spesso in tendenza all'autoritarismo.
Così avvenne almeno in parte per il craxismo, il quale cominciò a pretendere che sia i capi dei grandi enti pubblici, sia i dirigenti della Pubblica amministrazione, sia i banchieri, sia gli imprenditori privati inalberassero una bandiera di appartenenza e riconoscimento.
La Dc e gli altri partiti della costellazione di governo non avevano certo bisogno di lezioni per muoversi sul terreno del potere, ma non c'è dubbio che la spregiudicatezza craxiana servì di giustificazione e di esempio emulativo; le pratiche già presenti negli anni Settanta, negli Ottanta divennero canone ed entrarono a far parte d'una sorta di costituzione materiale dell'illecito.
Il Partito socialista smarrì la strategia dei fini e eresse a strategia quella che era stata la tattica dei mezzi. I mezzi cioè diventarono fini con lo stesso processo degenerativo che nella Dc aveva portato al vertice del partito la corrente dorotea. Il famigerato Caf (Craxi Andreotti Forlani) fu il coronamento finale del sistema prima dell'esplosione dei referendum e di Tangentopoli.
Quando Enrico Berlinguer parlava con accenti di autentica disperazione di una sorta di mutazione genetica che si era prodotta nel Partito socialista, aveva sotto gli occhi questa fenomenologia che qualcuno con molta ipocrisia chiamò modernizzazione ma che nella realtà fu corruttela omertosa. Purtroppo, nella parte finale della gestione berlingueriana e dopo di essa, quell'omertà coinvolse in qualche misura anche il Pci.
Queste, signor Molteni, non sono opinioni ma fatti e percorsi accertati nella loro fattispecie concreta. E sono anche altrettanti corpi di reato provati dinanzi a tutti i gradi della giurisdizione.
Aggiungo ancora che l'impero mediatico di Berlusconi e il gigantesco suo conflitto di interessi nacquero da una costola dei craxismo e del doroteismo, dai quali hanno ereditato i metodi e anche i voti.
Immagino che D'Alema e Fassino abbiamo ben presenti questi fatti. Tanto più inspiegabili risultano dunque le iniziative prese per rivalutare un periodo e un gruppo politico al quale si deve in notevole misura non solo ciò che accadde allora ma anche ciò che è accaduto dopo e che tuttora incombe sulle sorti del Paese e sul suo livello di moralità pubblica.
La politica dell’ultimo Berlinguer (il Berlinguer dell’alternativa democratica della questione morale, del rinnovamento dei partiti e della politica per costruire la prospettiva di un diverso sviluppo imperniato sull’austerità e sulla collaborazione fra i popoli del Nord e del Sud del mondo) non nasce dalla presa di coscienza dell’esito deludente – ed anzi decisamente fallimentare dopo il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro – della politica prima del compromesso e poi della solidarietà nazionale praticata durante gli anni settanta. Certo, anche quella presa di coscienza esercitò il suo peso: pesò in particolare l’avvertimento che , mentre la ricerca di un’intesa con le forze migliori del mondo cattolico aveva portato il PCI ai successi elettorali del ’75 e del ’76, la successiva politica di astensione verso il governo monocolore presieduto da Andreotti aveva deluso profondamente la domanda di riforme e di cambiamenti che si esprimeva in quei successi.
Il passaggio alla politica dell’alternativa, dopo il ritorno all’opposizione nel gennaio 1979, non derivò però soltanto dalla delusione per l’esperienza della solidarietà nazionale e dal desiderio di consolidare un radicamento sociale in qualche misura incrinato. Ciò che spinse Enrico Berlinguer fu un’acuta sensibilità – che in lui fu chiara prima che in tanti altri dirigenti del suo stesso partito – per la grave svolta regressiva che sul finire degli anni settanta cominciava a realizzarsi, così sul piano strutturale e istituzionale come negli orientamenti culturali e di fondo, tanto in Italia come negli altri paesi dell’Occidente. A distanza di più di vent’anni appare oggi più chiaro che è quello il momento in cui l’economia capitalistica, dopo la crisi e l’incertezza degli anni settanta, dà avvio a un processo di ristrutturazione e di rilancio che si fonda sulle possibilità aperte dalla rivoluzione informatica e dalla crescente mondializzazione dei processi produttivi e che si avvale di queste possibilità per mettere in discussione i diritti conquistati dai lavoratori con lo stato sociale e per tornare ad affermare un uso flessibile del lavoro come strumento di produzione. A questa svolta in campo economico si accompagna una linea politico-istituzionale che punta sulla restrizione e non più sull’allargamento della partecipazione e della democrazia, sull’affermazione di forme di governo di tipo decisionistico, sulla riduzione della spesa sociale e sulla compressione dei livelli salariali (l’attacco di Craxi alla scala mobile), sull’intreccio sempre più palese fra interessi economici anche personali e uso spregiudicato dei poteri di governo.
Berlinguer comprese con chiarezza che l’indirizzo così prescelto non rispondeva a una generica istanza di “modernizzazione” (come molti dissero anche a sinistra, allora e soprattutto dopo): ma comportava pericoli gravi per una democrazia concepita come effettiva partecipazione dei cittadini alle decisioni, apriva la strada a un sistema di malgoverno fondato sul dilagare della corruzione e del clientelismo, portava a un inasprimento delle ingiustizie e delle disuguaglianze così all’interno di un singolo paese quale l’Italia come fra il Nord e il Sud del mondo. In questo Berlinguer aveva pienamente ragione: di qui la sua battaglia per un’alternativa fondata su un rinnovamento della politica inteso come apertura alla società e soprattutto alle istanze dei nuovi movimenti; sulla centralità assegnata alla questione sociale come preminenza nel governo della cosa pubblica dell’interesse generale sugli interessi di parte; sulla difesa dello stato sociale, sulla lotta per la pace e contro la corsa agli armamenti, sulla ricerca di un’intesa con la parte migliore della sinistra europea (Brandt, Palme) per costruire un rapporto di cooperazione fra Europa e Sud del mondo. Di qui la sua prospettiva di un diverso sviluppo imperniato sul principio dell’austerità, da lui già affermato nel 1977, nel pieno della crisi economica degli anni settanta: cioè uno sviluppo basato su un uso sobrio e razionale delle risorse e sulla lotta alle mille forme di dissipazione e di spreco, al fine di difendere la spesa sociale e i diritti salariali, di rispettare la natura e l’ambiente, di stabilire equi supporti così fra tutti i popoli come fra le donne e gli uomini di tutto il mondo.
La lotta condotta su queste basi (ricordo in particolare le grandi campagne sulla scala mobile, sulla questione morale, per l’occupazione, contro gli euromissili) segnarono un forte rilancio dell’iniziativa del PCI tanto da consentire, alle elezioni europee che si tennero subito dopo la morte di Berlinguer, la sua affermazione come primo partito superando anche la Democrazia cristiana. Ma l’improvvisa morte di Berlinguer troncò questo rilancio prima che fosse completata l’elaborazione di una piattaforma culturale e politica autonoma e compiuta. Il gruppo dirigente successivo, nonostante la buona volontà di Alessandro Natta e di molti dei suoi collaboratori, non fu all’altezza dei nuovi problemi che di conseguenza si posero. Ebbe così inizio un declino che la scelta di Occhetto nel 1989 era destinata a trasformare in una rotta per l’intera sinistra italiana.
http://www.arsinistra.it/documenti/indexberling.html
Non è una cosa facile, nel mondo di oggi, ritrovare le coordinate della figura di Enrico Berlinguer, ricostruire quanto avevano contato il suo carisma e la sua politica, quale spessore di amori e di odii aveva suscitato. E poi quale eredità ha lasciato, che cosa nella grande miniera di idee che aveva messo in campo soprattutto nell’ultima parte della sua vita può essere utile oggi.
Enrico Berlinguer è morto l’11 giugno dell’84, quasi vent’anni fa. Non è ancora storia, non è più cronaca. Ma molte delle vicende di cui è stato protagonista sono ancora aperte, molte intuizioni che aveva avuto, se le guardiamo con gli occhi di oggi, dimostrano la sua preveggenza, la sua capacità di cogliere alla radice i problemi drammatici del nostro tempo.
Credo che pochissimi, fra i politici italiani, abbiano avuto come Berlinguer la capacità di intuire in anticipo quel che stava succedendo, le linee direttrici del cambiamento. In un momento come quello attuale, con la pace messa in pericolo dalla volontà di comando dell’unica superpotenza rimasta, fa una certa impressione ripercorrere il Berlinguer dei primi anni ’80, che esprime una visione quasi avveniristica del futuro. Che si rende conto, ben prima della fine dell’impero sovietico, come ormai il cuore del conflitto non è più fra paesi capitalisti e paesi socialisti ma fra il Nord e il Sud del mondo: fra un occidente sempre più ricco ed arroccato a difesa dei suoi privilegi e le masse povere del terzo e del quarto mondo. In sintonia con lo svedese Olof Palme, che dopo non molto morirà in un attentato mai del tutto chiarito, Berlinguer era arrivato a prospettare un governo mondiale dell'’economia, inteso però come strumento di riequilibrio e di redistribuzione delle ricchezze.
Oggi ha poi un significato speciale ricordare che Berlinguer credeva profondamente nell’Europa. La vedeva come il laboratorio di una nuova sinistra possibile, da contrapporre sia al decrepito comunismo reale che a un neoliberismo d’oltreoceano, portatore di ingiustizie profonde. Proprio in quest’ottica credeva fosse importante difendere “l’anomalia europea”, la sua cultura e la forza antagonista dei suoi partiti, dei sindacati e dei movimenti, dai continui tentativi di omologazione che vedeva messi in atto da Ronald Reagan e dalla nuova destra americana. E anche se non poteva certo immaginare la deriva militar- autoritaria di quelle scelte, aveva colto subito le minacce della rivoluzione conservatrice che cominciava allora, con l’esaltazione del capitalismo selvaggio come cura ai mali dell’economia e dell’egoismo individuale come sostituto ad una società solidale.
Quando era segretario del Pci Berlinguer veniva spesso descritto dai giornali come un uomo chiuso, un po’ fuori dal mondo, un“sardo-muto”,l’opposto di un protagonista di quella politica-spettacolo che già allora stava prendendo piede. E invece Berlinguer aveva una capacità di comunicazione fortissima. I commentatori dell’epoca riconoscevano che pochi riuscivano come lui a “rompere” lo schermo della Tv, a parlare alla gente, molto al di là del suo stesso partito, che peraltro era un grande partito del 30 per cento. C’era una passione e una sincerità nel suo modo di esprimersi che l’aveva fatto diventare una specie di contraltare rispetto a tanti altri politici del suo tempo, e in particolare rispetto a Bettino Craxi. Berlinguer aveva capito molto presto che dietro l’etichetta della modernità, del rinnovamento, delle grandi riforme istituzionali, Craxi aveva obiettivi ben più concreti e inquietanti: far saltare il banco della politica italiana, annettersi il Pci e sdoganare il Msi, farla finita con la cultura dell’antifascismo e della Resistenza.
A completare il disegno, c’era la volontà di arrivare a un presidenzialismo di stampo populista, di mettere la mordacchia al “parco buoi”, come Craxi definiva graziosamente il Parlamento, trasformando la democrazia italiana in senso parzialmente autoritario. Contro questi pericoli, che sono poi quelli con cui oggi ci troviamo a fare i conti, Berlinguer si era battuto con tutte le sue forze, fino a quell’ultimo comizio sul palco di Padova, continuato eroicamente quando ormai era stato colpito dal malore, con frasi sempre più smozzicate sugli scandali, sulla loggia P2, sulla nostra democrazia malata.
Una delle prime volte che avevo visto di persona Enrico Berlinguer, (a cui poi avrei dedicato una biografia in due volumi, cominciata quasi subito dopo i suoi spettacolosi e indimenticabili funerali), era stato il 26 settembre 1980, ai cancelli della Fiat. Il colosso torinese, per superare un momento di grave crisi del mercato internazionale, aveva messo in cassa integrazione 28 mila operai. E poi, siccome si erano rotte le trattative con i sindacati, aveva spedito13 mila lettere di licenziamento, espellendo i quadri sindacali e buona parte delle donne, che erano entrate nella fase di espansione. Berlinguer era arrivato a portare la sua solidarietà dopo che la Flm aveva bloccato la Fiat, in un clima di grande scontro. Avevo seguito il suo giro ai vari cancelli, Mirafiori, Rivalta, Lancia di Chivasso, accolto dappertutto da una folla enorme. Anche se non era previsto un suo intervento, Enrico Berlinguer aveva accettato di parlare, su un palco improvvisato e senza microfono, fra donne e uomini che piangevano senza vergogna per la commozione.
Proprio in questi giorni - all'inizio del 2003 - in occasione della morte di Agnelli, vari programmi Tv hanno ricostruito quell’episodio, poi passato alla storia come esempio dell’estremismo di Berlinguer, che sarebbe andato ai cancelli per spingere gli operai all’occupazione (“Berlinguer incita alla rivolta”,avevano titolato vari giornali il giorno dopo). Abbiamo visto anche un filmato dove Gianni Agnelli, rispondendo a un giovane Bruno Vespa, sentenziava che “esce rafforzato il parere di quelli che hanno poca fiducia nelle possibilità del Pci di convivere in una società democratica”. Nella realtà però, come ricordo molto bene e come ha ricordato in questi giorni Piero Fassino, allora segretario del Pci torinese, le cose erano andate molto diversamente. Rispondendo alla domanda di un sindacalista della Fim che gli chiedeva che cosa avrebbe fatto se gli operai avessero occupato la Fiat, Berlinguer aveva risposto che la decisione sulle forme di lotta spettava solo ai lavoratori. “Se si dovrà arrivare a questo per responsabilità della Fiat e del governo, i comunisti faranno la loro parte”, si era limitato a dire. “Ma credi di aver fatto bene?”gli aveva poi chiesto polemicamente Luciano Lama, il segretario della Cgil, con cui c’era una fase di grande dissenso. E Berlinguer aveva risposto:”E’ un momento in cui la cosa più importante è dare la prova ai lavoratori che siamo con loro”. E’ uno dei tanti episodi che mostra fuori da ogni retorica chi era Berlinguer, la sua umanità, la convinzione che, al dilà delle tattiche politiche, è importante stare comunque dalla parte dei più deboli,dei lavoratori. Una lezione insomma più che mai attuale.
http://www.arsinistra.it/documenti/indexberling.html
È noto che nella cultura politica del PCI la storia del Partito è stata sempre letta in termini di rinnovamento nella continuità. Si tratta di un’interpretazione sostanzialmente veritiera. Da questo punto di vista, il “compromesso storico” teorizzato da Berlinguer è emblematico: nonostante le “discontinuità” (Vacca) che pure presenta, esso per certi versi è il “catalizzatore” di una tendenza strategica di lunga durata.
Essa prende avvio già da Gramsci, che coglie l’importanza per la “rivoluzione italiana” di un “blocco storico” tra la classe operaia settentrionale di orientamento socialista e masse contadine, perlopiù meridionali e cattoliche. Ma è soprattutto con Togliatti – il Togliatti del “Partito nuovo”, dell’unità nazionale antifascista e della “democrazia progressiva” – che la politica delle alleanze trova la sua massima centralità.
Fin dalla Resistenza, Togliatti individua l’importanza di un’azione unitaria tra le forze socialcomuniste e forze cattoliche, rappresentate dalla DC. All’interno di quest’ultima si individua la compresenza di un’ala conservatrice, legata alla “borghesia possidente” e alla parte più retriva della Chiesa cattolica, e un’ala democratica, più radicata nelle masse popolari. Questa concezione della DC come partito “a due facce” rimarrà una costante nella cultura politica del PCI, che si porrà l’obiettivo di favorirne l’ala progressista, evitando così che la DC scivoli a destra, trascinando con sé l’intero quadro politico. L’alleanza tra le tre grandi forze di ispirazione popolare viene così vista come una “necessità storica e politica” (1946), o addirittura come “un aspetto della via italiana al socialismo” (1960).
In altri momenti, Togliatti si rivolgerà direttamente alle masse cattoliche, con gli appelli per la pace e la salvezza del genere umano, nel tentativo di acuire la contraddizione, ormai sempre più evidente, tra il gruppo dirigente conservatore della DC e masse cattoliche potenzialmente progressive. Morto Togliatti, a seguito del Concilio Vaticano II e dell’emergere di un diffuso “dissenso” cattolico, si valuterà anche la possibilità di rompere l’unità politica dei cattolici, ma al tempo stesso si accentuerà il dialogo con la sinistra democristiana, al fine di costruire quella “unità delle forze di sinistra laiche e cattoliche”, che consenta di andare oltre il centrosinistra.
La strategia di Berlinguer nasce su questo retroterra. Ma nasce anche dalla storia italiana (e mondiale) della fine degli anni ’60 e dei primi anni ’70, allorché, sotto la spinta dei grandi movimenti di massa del 1968-69, matura quella grande avanzata del movimento operaio e democratico, a cui lo Stato italiano e l’alleato americano reagiscono innescando la strategia della tensione. In questo quadro, si collocano le stragi di piazza Fontana, di Gioia Tauro e della questura di Milano, il tentativo golpista di Borghese, l’attivismo del SID nello scongiurare un’evoluzione del quadro politico verso sinistra. Né è senza significato l’intesa tra DC e MSI sull’elezione di Leone a Capo dello Stato (1971). Dall’altra parte, l’approvazione dello Statuto dei lavoratori e della legge sul divorzio, la nascita delle Regioni, le grandi lotte operaie. Sul piano internazionale, alla situazione di grave crisi economica si affianca l’ulteriore avanzata dei movimenti di liberazione (Vietnam) e l’emergere di governi progressisti come quello di Allende in Cile.
Quest’ultimo, che si regge su un’unità delle sinistre con appoggio esterno democristiano, è rovesciato nel settembre 1973 dal colpo di Stato di Pinochet, sostenuto dalla CIA e da multinazionali come la ITT. Berlinguer commenta i fatti cileni con tre saggi su “Rinascita”, nei quali afferma che, in Italia come in Cile, non si può governare col 51%, ossia con un fronte di forze esclusivamente di sinistra; solo il consenso “della grande maggioranza della popolazione”, e dunque una “strategia delle alleanze” che sposti settori consistenti di ceto medio, è possibile scongiurare – o almeno rendere più difficile – colpi di mano autoritari e tragedie come quella cilena. Occorre quindi riprendere il processo di rinnovamento e di unità avviatosi con la Resistenza, attraverso un “compromesso storico” tra le maggiori forze popolari e il perseguimento di una “alternativa democratica” alla direzione del Paese.
Si tratta dunque della riproposizione e dell’aggiornamento della tradizionale politica unitaria del PCI, anche se Berlinguer allarga la sua visione delle alleanze fino a comprendervi i nuovi movimenti e le soggettività sociali, politiche e culturali emergenti. Nella sua proposta, dunque, c’è anche qualcosa di nuovo, che allude fin d’ora a quel “rinnovamento della politica” su cui si soffermerà negli anni ’80. Tuttavia, la DC di Fanfani è un interlocutore ben poco adatto: sulla questione del divorzio, il Segretario democristiano spinge per il referendum abrogativo, alleandosi ancora col MSI e puntando a ricostituire un fronte anticomunista. Ciò che avviene, al contrario, è l’aggregarsi di un ampio comitato di “Cattolici per il NO”, e la vittoria del NO con circa il 60% dei voti.
Due settimane dopo, la strage di piazza della Loggia: un altro segnale inequivocabile delle forze reazionarie. Berlinguer torna a chiedere un mutamento di linea e gruppo dirigente della DC, rilanciando la prospettiva di un governo “di svolta democratica”. La strategia della tensione, intanto, è in pieno sviluppo: in agosto c’è la strage dell’Italicus.
Al XIV congresso (1975), Berlinguer precisa che il compromesso storico è una strategia di ampio respiro, non riducibile alla richiesta di partecipazione comunista al governo; è “un più avanzato terreno di lotta” e “una sfida” alle altre forze democratiche. In sostanza, è una proposta volta a superare la conventio ad excludendum ai danni del PCI. Se la DC si rivela del tutto ostile alla proposta berlingueriana, non di meno lo sono le BR, che nella loro prima risoluzione strategica condannano il compromesso storico senza mezzi termini. Ma soprattutto sono ostili gli Stati Uniti, che con Kissinger ribadiscono il loro veto ad un’eventuale ingresso al governo del PCI, ormai plausibile dopo la grande avanzata elettorale delle Amministrative del ’75.
Nella DC, intanto, il gruppo dirigente è cambiato, e nuovo Segretario è Zaccagnini, più aperto ad un dialogo coi comunisti. Alla vigilia delle elezioni del 1976, Berlinguer rilancia la proposta di “un governo di unità democratica”, una sorta di Große Koalition che comprenda “tutti i partiti democratici e popolari compreso il PCI”, invitando l’elettorato ad indebolire la DC. Quest’ultima, dal canto suo, rispolvera il vecchio anticomunismo, chiamando a raccolta grande capitale e Chiesa. A pochi giorni dal voto, Berlinguer afferma che in Italia si deve costruire “il socialismo nella libertà”, ciò per cui si sente “più sicuro nel blocco occidentale e dunque nell’ambito della NATO” – un’affermazione piuttosto discutibile, che Berlinguer tempera aggiungendo che “di qua, all’Ovest, alcuni non vorrebbero nemmeno lasciarci cominciare a farlo [il socialismo], anche nella libertà”.
Le elezioni però si concludono con “due vincitori”: il PCI, che giunge al 34.4%, e la DC, col 38.7%. Per la prima volta un comunista – Ingrao – è eletto presidente della Camera, e al PCI vanno anche le presidenze di varie commissioni parlamentari. Il governo, invece, è un monocolore democristiano guidato da Andreotti, che si regge sulle astensioni di PSI, PSDI, PRI, e su quella – determinante – del PCI: è il governo “della non sfiducia”. Cominci quindi l’esperienza della “solidarietà nazionale”. La DC, in questo modo, cerca di “guadagnar tempo concedendo il meno possibile” (Valentini). Per i comunisti, “è un accordo provvisorio suggerito dalla gravità della situazione” (Fiori).
L’Italia infatti è in balia della crisi economica, a cui il governo cerca di riparare con una serie di pesanti misure antinflazionistiche, che anche il PCI sostiene. Per Berlinguer, tuttavia, la soluzione sta in una politica di austerità, che sia al tempo stesso portatrice di “un nuovo tipo di sviluppo economico e sociale” e di un mutamento della direzione politica del Paese. Occorre – dice – “un nuovo meccanismo di sviluppo”, basato su lotta gli sprechi, programmazione economica, nuove politiche per scuola, trasporti e sanità, affinché migliori la qualità della vita e si inseriscano nella società “elementi di socialismo”. Al tema dell’austerità, il PCI dedica anche un importante convegno, concluso da Berlinguer, che ricollega la sua proposta di politica economica ad un quadro di rapporti internazionali che non possono più basarsi su quello sfruttamento delle risorse del Terzo mondo che consente l’iper-consumo dei paesi a capitalismo avanzato. Tuttavia, il sostegno del PCI alle misure antinflazionistiche comincia a ingenerare nei settori popolari notevoli perplessità, su cui fanno leva il PSI di Craxi, la UIL, la CISL, cavalcando strumentalmente anche le critiche dei gruppi extraparlamentari.
La rottura tra questi ultimi – e il movimento del ’77 – e la “sinistra storica” è sancita drammaticamente dagli scontri che avvengono tra studenti e servizio d’ordine della CGIL, allorché Lama tenta di tenere un comizio all’interno dell’Università di Roma occupata. Il PCI, dunque, è in difficoltà, in qualche modo “accerchiato”, senza una precisa collocazione, non più all’opposizione ma neanche al governo. Tuttavia – dirà Chiaromonte – la strada era quasi obbligata, cosicché si decide di andare avanti, verificando fino in fondo le possibilità esistenti. Si chiede agli altri partiti un “accordo programmatico”, ma si ottiene solo una mozione comune. Le resistenze istituzionali e politiche al cambiamento costituiscono dunque una sorta di “muro di gomma”.
A questo punto, mentre la situazione sociale si aggrava sempre di più e monta la protesta operaia, il PCI prende le distanze dal governo, che – perso anche l’appoggio del PRI – si dimette. Seguono due mesi – i primi del “terribile 1978” – di convulse trattative, incontri, contatti. Per due volte Berlinguer e Moro si incontrano segretamente. Il Segretario del PCI chiede a Moro di fare opera di mediazione come fece per il centrosinistra, per passare “dalla democrazia difficile alla democrazia compiuta”; il leader democristiano, infine, accetta di sostenere l’ingresso del PCI nella maggioranza governativa. Si va quindi all’incontro ufficiale tra i due partiti, ma alla fine la nuova lista dei ministri proposta da Andreotti è molto simile alla precedente, e non si accolgono le novità chieste dai comunisti. Il gruppo dirigente del PCI è incerto sul da farsi, ma il giorno stesso in cui il nuovo governo deve presentarsi alle Camere, Moro viene rapito dalle BR.
Il rapimento e la morte di Moro sono la “pietra tombale” del compromesso storico (Barbagallo). Esso, pur rappresentando “una strategia di transizione” (Vacca), finisce col trovare la sua unica espressione concreta in un’esperienza molto parziale, profondamente segnata dalla drammaticità della situazione. Nei mesi successivi, nonostante l’approvazione di alcune importanti riforme (legge 180, aborto, equo canone, servizio sanitario nazionale), il PCI si rende conto – come dice Amendola – di fare “la guardia a un bidone vuoto”, cosicché all’inizio del ’79 decide “il disimpegno” dalla maggioranza. È la fine della politica di solidarietà nazionale, ma anche un colpo mortale per la strategia del compromesso storico nel suo complesso, nonostante le trattative continuino ancora per tutto l’anno. Nel 1980, infatti, Berlinguer lancia la parola d’ordine dell’alternativa democratica, aprendo una nuova fase in cui i problemi della riforma della politica e della qualità dello sviluppo saranno al centro della sua riflessione.
Sul significato del compromesso storico – e in particolare della “solidarietà nazionale” – ha scritto G. Chiaromonte: “Cercammo di portare al più alto livello di coerenza e concretizzazione la grande svolta avviata, nel 1944, da Togliatti, nel senso di uno sviluppo del PCI da partito di denuncia, di propaganda, di testimonianza, a partito che fa politica, che lotta per avviare a soluzione i problemi delle masse e del paese, a partito di governo. Non potevamo tirarci indietro”. D’altra parte, quella della “solidarietà nazionale” fu “un’esperienza drammatica e alla fine perdente”.
Essa scontò una serie di limiti non secondari: in primo luogo il gruppo dirigente comunista peccò di verticismo e politicismo, nel senso che ridusse quella che era una strategia di portata “storica” – e che richiedeva un forte e costante protagonismo di massa – a una serie di incontri, contatti, trattative, che finirono per sfiancare il PCI e logorarlo proprio sul piano dei rapporti di massa, anche a causa delle eccessive mediazioni cui il Partito si sottopose. In questo, i comunisti – e Berlinguer in particolare – peccarono anche di ingenuità nei confronti della DC, cosa che essi stessi riconosceranno.
È chiaro però che vi sono anche limiti più profondi. La strategia di incontro con le masse cattoliche – così come era stata impostata da Gramsci e Togliatti – implicava comunque un costante esercizio di egemonia (Vacca); al contrario, nell’esperienza della “solidarietà nazionale” è riscontrabile una notevole carenza di egemonia, sul piano politico, ideale, programmatico. Inoltre l’incontro prefigurato da Togliatti è quello con le masse cattoliche: se nell’immediato dopoguerra questo significava tout court fare i conti con la DC, negli anni ’70 – dopo l’emergere del “dissenso cattolico”, le prese di posizione delle ACLI ecc. – la situazione era ben più ricca e complessa. Al contrario, legittimare la DC come unico rappresentante del mondo cattolico, mirando a una transazione con essa, anziché alla conquista diretta – sul piano politico e ideale – della masse cattoliche, costituì un altro pesante limite. Il voto del 1965-76, peraltro, era stato un voto contro la DC: di qui la delusione di molti e il riflusso successivo, abilmente “cavalcato” dal PSI craxiano e dai vari gruppi estremisti.
L’analisi della DC come partito “a più facce” fu inoltre almeno in parte inadeguata: quello democristiano – cosa che pure in vari momenti si era detta – era il partito della conservazione, nonostante la presenza di una sinistra interna – probabilmente sopravvalutata – ed era il partito che difendeva al meglio gli interessi della borghesia, nonostante la base in parte popolare.
Ma accanto a quelli soggettivi, vi furono anche forti limiti oggettivi: i caratteri e la forza del sistema di potere democristiano, il ruolo negativo di PSI, estremisti e BR, le trame dei servizi, le resistenze dello Stato al cambiamento. La stessa morte di Moro tolse alla strategia berlingueriana il suo interlocutore, il che in qualche modo le impedì di esplicarsi completamente.
Infine, il contesto internazionale. Nel mondo diviso in blocchi, la sovranità limitata non esisteva solo in Cecoslovacchia; e non a caso il PCI lottava per il superamento dei blocchi stessi.
Contro questo muro – e quello delle resistenze conservatrici e reazionarie, dell’anticomunismo eversivo – si infranse il compromesso storico, e cioè l’ultima espressione di quella strategia che ha caratterizzato – nel bene e nel male – gran parte della vicenda dei comunisti italiani.
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Circa un anno fa, scorrendo il quotidiano ufficiale della Lega Nord alla ricerca di immagini che descrivessero “La città ideale della Padania”, non potevo fare a meno di chiedermi se fosse davvero possibile in qualche modo separare con un taglio netto una idea di urbanistica “di sinistra”, dal suo ovvio contrappunto, che possiamo chiamare di destra, o guarnire con tutti gli altri aggettivi che il caso e/o la prospettiva storica ci suggeriscono. Da quella lettura emergeva un panorama variegato certo, spesso anche folkloristico nel linguaggio, ma indubitabilmente complesso riguardo al rapporto fra società e territorio, alla riflessione sui mali e i possibili rimedi, all’indicazione di “nodi” tematici spessissimo condivisibili.
Tra i vari approcci possibili alla disciplina urbanistica, dalle cronache locali ai contributi di tipo più strettamente “politico” dei responsabili di partito, spiccavano gli interventi di Gilberto Oneto che, con linguaggio sferzante, ottimi riferimenti culturali e spunti difficilmente contestabili, se la prendeva soprattutto con il “modernismo” delle schiere di discepoli indiretti di Le Corbusier, con gli effetti di una progettazione territoriale poco o nulla attenta ai bisogni sociali e ambientali. Con curiosità superficiale, avevo a suo tempo appurato che l’autore di quei testi era un professionista e studioso piuttosto noto nel campo della progettazione del paesaggio, e la cosa era finita lì. Fino a qualche giorno fa, quando sugli scaffali di una biblioteca universitaria ho notato, per puro caso, il suo Pianificazione del territorio, federalismo e autonomie locali, e ho iniziato a scorrerlo.
E a darmi dell’imbecille, tanto per cominciare. Perché il libro risale addirittura al 1994, e nella mia per quanto breve ricerca della “città ideale” leghista non avevo provveduto al riscontro incrociato minimo, ovvero con una letteratura meno episodica degli articoli del quotidiano, che per quanto ben scritti e documentati scontano sempre e comunque limiti di spazio e approfondimento. Pianificazione ... è pubblicato da Alinea di Firenze nella primavera del ’94, poco prima che la Lega Nord ottenesse nello schieramento dell’allora Polo delle Libertà il più ampio consenso della sua storia, iniziando poi da dentro il primo governo Berlusconi un’azione non più solo rivendicativa sui suoi temi storici e fondativi: società locali, territorio, autonomia e federalismo. Quindi il volumetto, con tutti i distinguo del caso, può essere anche letto come “manifesto” delle idee leghiste sull’urbanistica, o almeno come ampia dichiarazione di intenti, valida in prospettiva anche dopo quasi un decennio, quando col secondo governo Berlusconi si sono avviate concretamente le politiche autonomiste e federaliste di segno “padano”. Sembrano confermare questa impressione i ringraziamenti in coda, che comprendono tra gli altri l’architetto Giuseppe Leoni, esponente di spicco della Consulta Cattolica leghista allora resa celebre dalla responsabile, Irene Pivetti, e il professor Gianfranco Miglio, ispiratore “alto” del progetto federalista, oltre le spinte di base semplicemente centrifughe e separatiste.
Il discorso di Oneto si articola, grosso modo e abbastanza ovviamente, secondo tre momenti: la definizione del problema; gli strumenti potenziali di soluzione; la prospettiva generale (il federalismo, appunto) entro cui questi strumenti potranno dispiegare la propria potenzialità. E vale sicuramente la pena di soffermarsi sul percorso di definizione del problema, notando innanzitutto come temi e casi siano quasi esattamente sovrapponibili a quelli della pubblicistica disciplinare “di sinistra” che tutti conosciamo, e siamo abituati a considerare la pubblicistica tout-court: a partire dagli affreschi senesi di Ambrogio Lorenzetti sul Buon Governo, e via via attraverso la storia della cementificazione italiana, della farraginosità delle leggi e norme, del distacco fra cittadini e grandi attori della trasformazione territoriale, a partire dalle agenzie pubbliche di infrastrutturazione. Insomma una corretta declinazione contestualizzata dell’equazione urbanistica=politica, che dal discorso del camerata Bottai al congresso INU del 1937, ai giorni nostri, nessuno può ovviamente mettere in discussione. E tra le cause del disastro Oneto pone, non ultima, la cultura delle ultime generazioni di progettisti «satura di progressismo ottocentesco che pone tutto il bene in un futuro (per sua definizione) “radioso” e che disprezza il passato (sempre per sua definizione) “oscurantista”» (p. 17). E qui il discorso si fa complesso, implicando questioni ampie, che vanno dalle grandi categorie culturali alle loro presunte inequivocabili tracce in termini di sballata trasformazione e compromissione del territorio, dalla semplificazione degli standards o dello zoning, al semplicismo di analisi, proiezioni, identificazione schematica di “bisogni” spesso inesistenti. Troppo da riassumere in poche battute, e per cui ovviamente si rinvia alla lettura del libro, ma che può trovare buona sintesi in una frase delle conclusioni al volume: «Monseigneur de la Charette, glorioso generale dell’armata vandeana, diceva che i giacobini la patria l’avevano in testa – che ne avevano una concezione astratta e dogmatica – mentre i suoi ce l’avevano sotto i piedi: per essi era insomma una realtà viva, concreta e locale» (p. 129).
Ecco, forse è proprio questo costante filo diretto con le radici, a connotare l’approccio “di destra” al problema, evidentemente contrapposto ai cervellotici “voli” dell’ortodossia modernista, che comprenderebbe in questa voragine di pochezza sia le cementizie astronavi disegnate di Le Corbusier, posate ad occupare militarmente il territorio, sia i molto più piccoli quanto infiniti e tangibili condomini multipiano, sparpagliati a deturpare valli e pianure, nascosti dietro le artificiose regole della legislazione urbanistica o la totale separatezza fra decisioni politiche e bisogni sociali. E certamente nessuno può negare che ce ne sia parecchia, di acqua sporca da buttare, né che il bambino dentro quest’acqua sporca sia spesso difficile da vedere. Non a caso i riferimenti culturali e di testimonianza di Gilberto Oneto sono quelli “abituali” che nella letteratura specializzata di solito premettono conclusioni affatto diverse se non antitetiche: Antonio Cederna, Vezio De Lucia, Michele Martuscelli, solo per citarne alcuni. Emerge l’abituale immagine dell’Italia piena di ricchezze e potenzialità lasciate andare in malora, via via, dal crescente distacco fra decisori e decisi, e in anni meno recenti dalla globalizzazione che tutto amalgama, banalizza, e in definitiva appiattisce e distrugge.
Anche gli aspetti propositivi di questo manifesto della cultura territoriale “padana”, sembrano riecheggiare moltissimi temi più che classici dell’urbanistica consolidata: dal riferimento ad uno spirito comunitario di implicita connotazione olivettiana, alla necessità di un new deal fra discipline territoriali, politica e amministrazione che ricalca il Codice dell’Urbanistica INU degli anni Sessanta, fino alle questioni operative come il superamento della pianificazione quantitativa per standards e zoning, che «si riferiscono a parametri utopici ed irreali che non tengono conto delle specificità di ogni situazione» (p. 31). Naturalmente l’esplicitazione concreta di queste istanze generali, si rivela poi piuttosto diversa da quanto si ascolta nei convegni e nella pubblicistica correnti, che l’Autore definirebbe probabilmente “di regime” (l’egemonia della cultura di sinistra?), visto che alla base di tutto sembra esserci la triade tradizione / famiglia / proprietà, e l’immagine comunitaria che ne esce ricorda più i galli irriducibili di Asterix che Adriano Olivetti, senza la simpatia dei primi e la complessità del secondo. Dettagli illuminanti ad esempio, emergono sul tema delle case popolari, che «in un tessuto sociale sano devono essere di numero limitato e riservate per l’utilizzo perpetuo di cittadini in comprovate condizioni di disagio (anziani, malati cronici, vittime di calamità ..)» (p. 60), o su molti altri aspetti per cui di nuovo si rinvia alla lettura.
Resta certamente il notevole interesse del libro, che (per non ripetere l’errore già commesso dal sottoscritto e citato in apertura) credo debba essere giudicato solo per i contenuti, senza proiettarne luci ed ombre a piacere su un contesto più o meno esteso nel tempo o nello spazio. Probabilmente, e solo per citare un esempio, il senso dei ricchi capitoli sul tema dell’ambiente, del paesaggio, dei centri storici, per essere davvero inquadrato necessita di un confronto con gli altri corposi lavori di Oneto sul tema (fra cui un manuale di progettazione appena ripubblicato, e che si considera un classico fra gli addetti ai lavori). Ma la cosa che credo più proficua, considerato che si tratta di un testo di quasi dieci anni fa, è considerarne l’aspetto positivo di spietata denuncia: chi non ha mai visto uno dei desolati paesaggi che l’Autore descrive con tanta acrimonia come prodotto di generazioni tecniche incolte? Chi non ha mai avuto a che fare con “maestri” che poco o nulla avevano da insegnare, ma che da alti pulpiti recitavano e praticavano una cultura disciplinare maldigerita e irriflessa? Certo anche qui dentro l’acqua sporca che Oneto scaraventa dalla finestra c’è un prezioso bambino, ma si tratta di trovare e difendere quello, non di tenersi ineluttabilmente tutta la schiuma. Magari per rafforzare le proprie convinzioni sui contenuti, oltre il semplice schieramento che spesso in passato non ha combinato niente di buono.
O no?
Caro Giovanni,
[…].
Mi sono avvicinato alla sinistra comunista 45 anni fa: quando molti intellettuali se ne allontanavano. Gli eventi del 1956 mi sollecitarono a una riflessione profonda, dialettica, nella quale compresi l’inevitabile necessità delle durezze della storia. La mia amicizia con Franco Rodano e i suoi amici (da Filippo Sacconi a Tonino Tatò, da Claudio Napoleoni a Giuliana Gioggi, da Mario Melloni a Ugo Baduel, da Vittorio Tranquilli a Giancarlo Paietta, da Marisa Rodano a Giuseppe Chiarante) mi aiutarono a comprendere quanto fosse stretto il legame tra il dramma e la speranza. Compresi allora perché la prima realizzazione statuale del movimento proletario avesse radici così deboli, e perché la prima rottura rivoluzionaria pretendesse (una volta scongiurata, a Stalingrado, la tragedia dell’annientamento finale dell’umanità) uno sviluppo e un salto di qualità nell’Occidente europeo: compresi allora, di conseguenza, quanto fossero grandi le responsabilità della sinistra europea e, in essa, dei comunisti italiani.
Misurai allora, con i miei occhi, quando il comunismo italiano – pur incapace di svolgere pienamente, da solo, un ruolo internazionale all’altezza delle necessità del mondo – avesse contribuito e contribuisse a rendere la società italiana più giusta, più moderna, più ricca, più democratica. Quanto esso (per la presenza di figure come Palmiro Togliatti, e per la sintonia di civiltà che lo legava a figure delle altre sponde) contribuisse a radicare nel paese il senso dello stato, dell’interesse comune, della democrazia. E anche per questa convinzione entrai nel Partito comunista, prima come “indipendente” nelle sue liste poi, scaduto il mandato, come iscritto.
Ho sempre lavorato nel Partito come un membro di un collettivo: un gregario, anzi. Mettendo il mio specifico sapere e saper fare a disposizione di un disegno che condividevo. Solo in casi eccezionali mi è toccato svolgere una funzione di direzione politica: all’inizio degli anni Novanta. In quegli anni ho condiviso la svolta che ci ha portato ad abbandonare le antiche insegne: era una svolta inevitabile, poiché gli errori e i ritardi della sinistra europea avevano permesso che il lascito della Rivoluzione d’ottobre, confinato “in un paese solo”, si disgregasse e l’edificio dell’URSS e del comunismo internazionale tragicamente crollasse.
A mano a mano che la nuova formazione politica si sviluppava mi rendevo conto che il crollo di Berlino, mettendo la parola fine alle speranze nate con la Rivoluzione d’ottobre, rivelava un crollo inaspettato nella struttura stessa della sinistra italiana. Anche noi eravamo stati contagiati dalle malattie che avevamo criticato prima nella DC, poi nel PSI. Una parte molto larga del nostro quadro dalla DC aveva assunto quello che definirei il doroteismo: il privilegio del successo rispetto alla verità, del potere rispetto alla finalità, delle facilità dell’oggi rispetto alle difficoltà del futuro. Del PSI ci ha contagiato (certo marginalmente) la spregiudicatezza nell’asservire a fini di parte interessi comuni, e quella particolare forma di corruzione che in quegli anni esplose.
Furono queste le ragioni sostanziali (in aggiunta al concludersi della mia attività di amministratore locale, e alle particolari inettitudini che dimostrava la sinistra veneziana) che, qualche anno fa, mi hanno indotto a non rinnovare la tessera.
Scusami questa premessa certamente troppo lunga. Ma è la prima occasione che ho di ripensare a un percorso. Essa chiarisce però – mi sembra – le ragioni per cui, come ti dicevo, sono felice della tua candidatura. Mi sembra che essa significhi che è possibile la ripresa di alcune delle speranze smarrite.
La speranza di un ruolo internazionale della sinistra italiana, che si faccia carico in modo costruttivo, “politico”, delle tragedie del nuovo mondo che stiamo scoprendo tra noi e nei continenti (quello in bilico tra distruzione e disperazione), e delle potenzialità del vecchio mondo (un mondo che, con tutti i suoi errori e limiti, abbiamo contribuito a costruire). La speranza di una politica che torni a parlare alle cittadine e ai cittadini, ma a partire dagli ideali, dai principi, dai futuri da costruire insieme, e non dalla vellicazione degli interessi spiccioli. La speranza di un partito che riacquisti le doti della coerenza dei programmi e delle azioni, del rispetto degli altri, del disinteresse personale, e perda la smisurata fiducia nell’immagine che buca lo schermo e nelle parole d’ordine accattivanti (“modernizzazione” è una di queste) ma prive di senso. La speranza di una formazione nella quale la politica e gli altri saperi sappiano dialogare, rispettarsi, alimentarsi a vicenda, senza che la scienza strumentalizzi la politica né ne venga strumentalizzata.
E’ inutile che ti dica quali sono le tue qualità che mi sembrano renderti idoneo al ruolo che in cuor mio ti assegno. Voglio dirti però che il tuo cognome è tra queste, perché è simbolo di una continuità sostanziale con stagioni altissime della nostra storia. […]
Don Enrico Berlinguer
( May 25, 1922 - June 11, 1984), was an italian noble and politician.
Berlinguer was an important leader of the Italian Communist Party ( Partito Comunista Italiano or PCI) and its national secretary from 1972 to 1984.
Early Career
The son of Don Mario Berlinguer and Maria Loriga, Enrico was born in Sassari, Italy to a noble and important Sardinian family, in a notable cultural context and with familiar and political relationships that would have heavily influenced his life and his career.
He was the first cousin of Francesco Cossiga (who was a leader of Democrazia Cristiana and later became a President of the Italian Republic), and both were relatives of Antonio Segni, leader of Democrazia Cristiana and a President of the Italian Republic). Enrico's grandfather, Enrico Berlinguer Sr., was the founder of La Nuova Sardegna, a very important Sardinian newspaper, and a personal friend of Giuseppe Garibaldi and Giuseppe Mazzini, whom he had helped in his parliamentary work on the sad conditions of the island.
In 1937 Enrico Berlinguer had his first contacts with Sardinian anti-Fascists, and in 1943 formally entered the Italian Communist Party, soon becoming the secretary of Sassari's section. The following year a violent riot exploded in the town; he was involved in the disorders and was arrested, but was discharged after 3 months of prison. Immediately after his detention ended, his father brought him to Salerno, the town in which the Royal family and the government had taken refuge after the armistice. In Salermo his father introduced him to Palmiro Togliatti, the most important leader of the Communist Party and a schoolfellow of Don Mario.
Togliatti sent Enrico back to Sardinia to prepare for his political career. At the end of 1944, Togliatti appointed Berlinguer to the national secretariat of the Communist Organisation for Youth; he was soon sent to Milan, and in 1945 he was appointed to the Central Committee as a member.
In 1946 Togliatti became the national secretary (the highest political role) of the Party, and called Berlinguer to Rome, where his talents let him enter the national direction only two years after (at the age of 26, one of the youngest members ever admitted); in 1949 he was named national secretary of FGCI ( Federazione Giovanile Comunista Italiana - the communist movement for youth), a charge that he left in 1956. The year after he was named president of the world federation of democratic youth. In 1957 Berlinguer, as a member of the central school of the PCI, abolished the obligatory visit to Russia, which included political training, that was until then necessary for admission to the highest positions in PCI.
Berlinguer's career was obviously directed towards the highest positions of the party. After having held the most important ones, in 1968 he was elected a deputy for the first time in the electoral collegium of Rome. The following year he was elected the national vice-secretary of the party (the secretary being Luigi Longo); in this role he took part in the international conference of the communist and labour parties in Moscow, where his delegation didn't agree with the "official" political line, and refused to vote on the final document. It was absolutely the strongest speech by a Communist leader ever heard in Russia; he refused to "excommunicate" Chinese communists, and directly told Leonid Breznev that the tragedy in Prague (Czech invasion by Russian tanks) had put into clear evidence the diversity of concepts about fundamental themes like national sovereignty, socialist democracy, and the freedom of culture.
In 1970, memorably, he opened a relationship with the world of industry, and generally speaking with the conservative forces, publicly declaring that the PCI would have looked with favour on an eventual reprise of the industrial production and for a new model of development, concepts that were part of the program of the industrialists. Already the principal leader of the party, Berlinguer became formally the national secretary in 1972 (due to Longo's sudden illness).
In 1973, having been hospitalized after a car accident during a visit to Bulgaria, he wrote three famous articles ("Reflections on Italy after the facts of Chile" - after the golpe) for the intellectual weekly magazine of the party ( Rinascita), presenting the strategy of the so-called Compromesso Storico, a hypothesis of coalition between PCI and Democrazia Cristiana meant to grant Italy a period of political stability, in a moment of heavy economical crisis amd in a contest in which some forces were manoeuvring for a golpe.
The following year in Belgrad he met Yugoslavian president Josip Broz Tito, starting his intense foreign relationships with the major Communist parties of Europe, Asia and Africa.
In 1976, in Moscow again, Berlinguer confirmed the autonomous position of PCI from the Russian communist party. Berlinguer, in front of 5,000 Communist delegates, started talking of a "pluralistic system" (translated by the interpreter as "multiform"), described PCI's intentions to build "a socialism that we believe necessary and possible only in Italy", invoking "distension". When he finally declared the PCI's condemnation for any kind of "interference", the fracture was quite complete, since Italy was indicated by Russians as suffering the interference of NATO, so the only interference that Italian Communists could not suffer (they concluded) was the Russian one. In an interview with Corriere della Sera he declared that he felt "more, more safe under NATO's umbrella".
In 1977, in Madrid with Santiago Carrillo and George Marchais the fundamental lines of Eurocommunism were laid out. A few months later he was again in Moscow, for another speech that Russians didn't appreciate and that was published by Pravda only after relevant censorship. Berlinguer, with a political progression by little steps, was enforcing the structure and the consensus around the party by getting closer to the other components of society. After the surprising opening of 1970 toward conservatives, and the still discussed proposal of the Compromesso Storico, he published a correspondence with Monsignor Luigi Bettazzi, the Bishop of Ivrea; it was an event that sounded quite astonishing since Pope Pius XII had excommunicated the communists soon after World War II (and this measure had not been removed), and the hypothesis of any relationship between communists and Catholics seemed very unlikely. The act was also compensating on another field a terrible equation, commonly and popularly expressed, by which PCI was at least protecting leftist terrorists, in the years of maximum violence and cruelty of Italian terrorism. In this contest PCI opened its doors to many Catholics, and a debate started about the possibility of contact. Notably, Berlinguer's strictly Catholic family was not brought out of its usual, severely respected privacy.
In Italy a government called of national solidarity was ruling, but Berlinguer claimed an emergency government, a strong and powerful cabinet to solve a crisis of exceptional seriousness. On March 16, 1978Aldo Moro, president of DC, was kidnapped by Red Brigades, the day that the new government was going to swear in front of parliament. During the agony of Moro, Berlinguer adhered to the so-called Front of firmness, refusing to treat with terrorists (that had proposed the exchange the freedom of the politician with the freedom of some terrorists in prison).
After the death of Moro (one of DC's leaders more in favour of Berlinguer's Compromesso Storico, if not the most) and after the following adjustments, PCI remained more isolated. In June a campaign against President Giovanni Leone, accused of minor bribery, was progressively approved and finally supported by PCI, and resulted in the President's resignation. The election of the following President Sandro Pertini (socialist) was also emphatically supported by Berlinguer, but didn't produce the effects that PCI probably expected, at least in the immediate acts. Pertini was in fact a socialist and an anti-fascist partisan, imprisonned and sent to confinement by the regime. In Italy, after a new president is elected, the government respectfully resigns, in order to consent a new definition of the political assets. Communists, given his history and his figure (so far from moderate or conservative positions), expected Pertini to use his influence in favour of the leftist parties. But the president was at the time more influenced by minor political leaders like Giovanni Spadolini (republican party) or Bettino Craxi (socialist party), and PCI remained out of the governmental area.
After a few months Berlinguer took part into a meeting with the secretaries of the five parties in the government coalition and declared them that the age of the governments of national solidarity had came to an end.
It has to be recalled that it is during these years that PCI obtained the administrative government of many Italian regions, sometimes more than a half of them. Notably, the regional government of Emilia-Romagna and Tuscany (among the many others) should have been a concrete proof of PCI's governmental capabilities, at the time necessary for propaganda purposes. Berlinguer turned then his attention toward the enforcement of the local power, in the aim of showing that "trains could be in time" under the "reds" too. Throughout the nation, Berlinguer personally followed the electoral campaigns for many other minor institutions like the provinces and the local councils (while other parties used to send only local leaders), consenting the party to win in - sometimes - a relevant majority of them.
In other fields, through the cultural organisation named ARCI, and by the massive occupation of all the most important related public charges, PCI was trying (since perhaps the birth of the Republic) to establish a sort of monopoly of the Italian culture. At this time, musicians, writers, journalists, poets, painters, film directors, teachers, phylosopers and especially historians, intellectuals and artists had somehow to express some sort of coherence with communist positions, had to take part into the political life as external commenters, had to support the communist ideological campaigns and in some cases run for political elections providing the party with the weight of their popularity. The "Festa dell'Unità", popular meetings for ordinary PCI militants, were turned into cultural events, with memorable important political discussions, intellectual debates and conventions, ofter enriched by pop-music concerts. Very few names in said fields remained far from this general tendence.
Following his strong action on PCI's propaganda, Berlinguer worked also to enforce Luciano Lama's popularity in the field of Trade unions. The communist CGIL, Lama's union, became then the most important competitor of the government, de facto quite a dubbed labour party, leading the association with the other two unions (CISL and UIL), while the conservative trade union (CISNAL) was excluded by the most important decisions.
In 1980 PCI publicly condemned the Russian invasion of Afghanistan; Moscow then immediately sent the French "colleague" Marchais to Rome, to try to bring Berlinguer into a milder position toward Russia, but Marchais was received with a notable coldness. The distance with Russia became very far when (in the end of that year) PCI didn't participate in the international conference of communist parties held in Paris. Soon, instead, Berlinguer made an official visit to China. In november of the same year, once again in Salerno, Berlinguer declared that the idea of an eventual Compromesso Storico has been definitively put aside; it would have been substituted with the idea of the democratic alternative.
In 1981, in a television interview he surprisingly declared that, in his personal opinion (and therefore in the political opinion of PCI), "the propulsive push of the October Revolution had been exhausted". The direction of the party criticised the "normalisation" of Poland and very soon the detachement from the Russian communist party became definitive and official, followed by a long polemic at distance between Pravda and L'Unità (the official newspaper of PCI), not made any milder after the meeting with Fidel Castro at Havana, Cuba.
On an internal side, Berlinguer's last principal claim is for the solidarity among the leftist parties ( Unità delle Sinistre).
Berlinguer suddenly abandoned the scene during a speech in a comizio (public meeting) in Padua; he was hit by a brainhaemorrhage while speaking and died three days after.
The figure of Berlinguer has been defined in many ways, but he was generally recognised for a political coherence and a certain courage, together with a rare personal and political intelligence. A severe figure, a serious man (the anecdote with Roberto Benigni was perhaps the most cheerful moment of all his public life), he was sincerely respected and deeply esteemed by opposition figures too and his three days' agony was followed with great participation by the general population. His corpse, exposed at Botteghe Oscure (the head office of the party) was honoured by all of his political opposition, even by those from which he was divided by violent polemics (this fact surprised many foreign observers, starting with François Mitterrand). His funeral was followed by a large number of people, perhaps among the highest ever seen in Rome.
The most important political act of his career in PCI is undoubtedly the dramatic break with Russian Communism, the so-called strappo, together with the creation of Eurocommunism. And together with his substantial work tending to an opening towards possibilities of contact with the conservative half of the country.
The major difficulties that PCI encountered in Italy (in PCI's point of view), was like what other leftist parties encountered in other European countries, and consisted of the quite absolute refusal of contact from conservatives, since PCI hadn't broken its relationships with Russia and hadn't abandoned the classical schematic vision that usually leftist parties used to show regarding the social positions and relationships among social classes. In this sense, Berlinguer's work brought to a better legitimation of the party, even if the strappo is not unanimously considered as a mere manoeuvre of internal politics.
Berlinguer was, quite obviously, strongly fought by many sides. An internal opposition inside the PCI stressed that (in a rough synthesis) he had turned what was born as a workers' party into a sort of bourgeois revisionist club. External opposition figures noted that strappo took several years to be completed; this perhaps as an alleged evidence of not definitive decision on the point (it has to be recalled that previous leader Luigi Longo had already had contrasts with Russia at the time of Czech invasion).
The acceptance of the Atlantic Pact is however generally seen as a notable evidence of the autonomous PCI's position, following the supposed "diversity" of this party that Togliatti, Berlinguer's true maestro, used to describe "strange as a giraffe".
All the work of Berlinguer, nevertheless, even if supported by a notably correct communist local administration of some regions (as said), wasn't able to bring PCI into the government and the last idea of the leader, the democratic alternative, is yet to be translated into something of clear today.
He died Padua.