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LA STRATEGIA di Cesare Previti è nota. Per venire fuori dal guaio giudiziario in cui si è cacciato con Silvio Berlusconi, Previti insinua il sospetto che i pubblici ministeri di Milano, con l’acquiescenza dei giudici, hanno truccato le carte dell’inchiesta nascondendo nei recessi di un fascicolo segreto (numero 9520/95/21) le prove della sua innocenza. Quel fascicolo è illegittimo, dice, perché è ancora in vita senza autorizzazione, dopo otto lunghi anni. Previti semina quel sospetto dovunque. Dice: le carte, che non mi mostrano e non mostrano ai giudici, confermano che non era il tribunale di Milano a dovermi giudicare: i competenti erano a Perugia. Quelle carte segrete dimostrano ancora che hanno fatto sparire i verbali dei magistrati di Roma interrogati nel 1996. Non ci sono più. Sono evaporati come acqua al sole. Lì c’era la prova della mia innocenza e della colpevolezza di altri (Romano Prodi, of course). Ancora. Mi nascondono gli appunti della Guardia di Finanza sulle confidenze di Stefania Ariosto, una testimone che è stata «imbeccata» dai procuratori.

Cesare Previti afferra questi argomenti - quanto fondati, lo vedremo presto - e li ripete, li ripete instancabilmente come in un tormentone e li fa ripetere, raccontare e illustrare ai media che controlla direttamente o indirettamente il suo amico e Capo. Ne fa interpellanze e interrogazioni parlamentari, dichiarazioni politiche, prese di posizione di partito e di governo. Trasforma quegli argomenti, senza alcun fondamento nei fatti e nel diritto, in accuse contro i suoi accusatori, contro i giudici che lo hanno giudicato e condannato a 11 anni (Lodo Mondadori/Imi-Sir), contro i giudici che ancora di nuovo dovranno presto giudicarlo (Sme). Infine, qualche amico denuncia i pubblici ministeri con quegli stessi argomenti e il catalogo delle verità rovesciate che ha messo insieme diviene addirittura un j’accuse contro i suoi accusatori.

Se Previti non fosse Previti, se Previti e Berlusconi non avessero a disposizione la grancassa di un sistema mediatico diciamo dipendente, che ne sarebbe della loro contestazioni ai processi di Milano? Un niente. Una bolla d’aria. Ma Previti è Previti e Berlusconi è il capo del governo, così conviene affrontare uno dopo l’altro quegli argomenti (oggi all’esame della procura di Brescia) e vedere che cosa resta delle sue proteste e della sua strategia perché ripetere un falso fino a estenuare chi ascolta non lo fa diventare vero.

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Competenza. Ancora oggi il quotidiano della famiglia Berlusconi ripete: «La competenza territoriale (dell’inchiesta "toghe sporche") è a Perugia visto che fu la procura umbra a ricevere per la prima la notizia di reato». Vero o falso?

Ci sono dei criteri per decidere qual è il giudice che deve valutare se qualcosa è accaduto e per responsabilità di chi. Il primo criterio è il luogo dove è stato consumato il reato. In un caso di corruzione come questo, un altro criterio è il luogo in cui c’è stato il passaggio di denaro dal corruttore al corrotto. O ancora il criterio della residenza, dimora o domicilio dell’imputato.

Bene. Nell’affare delle sentenze vendute e comprate, non si sa dove è stato consumato il reato. Il denaro della corruzione si è mosso estero su estero. Gli imputati hanno residenze e dimora in più città. Quando la situazione è questa, c’è soltanto un ultimo criterio per decidere la competenza territoriale: «La priorità di iscrizione al registro degli indagati». La formula assegna la competenza all’ufficio giudiziario che per primo ipotizza il reato. Previti accetta che questo sia il solo criterio utile, ma obietta che è stata Perugia e non Milano a lavorare per prima all’ipotesi di corruzione in atti giudiziari. Con questo argomento si rivolge al tribunale, alla Corte d’appello. La questione viene presa in esame ripetutamente dalla Corte di Cassazione e sempre l’argomento di Previti viene bocciato per il semplice motivo che non corrisponde documentalmente al vero.

Come è stato dimostrato in ogni sede e da ogni giudice che ha affrontato la contestazione, Perugia avvia un’indagine a seguito della denuncia del presidente dell’Imi Luigi Arcuti per «rivelazione e utilizzazione di segreti di ufficio» e non per «corruzione in atti giudiziari», reato ipotizzato soltanto dalla Procura di Milano. Ancora qualche mese fa (15 marzo), la Suprema Corte è ritornata ad affrontare la questione respingendo ancora una volta l’istanza di Previti e ricordandogli che «l’ipotesi di reato a Perugia era affatto diversa da quella per la prima volta iscritta dalla Procura di Milano». E, infatti, aggiungono i giudici della Cassazione «dopo le indagini, il fascicolo è stato trasmesso alla procura di Roma, segno evidente che quella di Perugia, a torto o fondatamente, non ha ravvisato reati commessi da magistrati romani in quanto altrimenti avrebbe ritenuto la sua competenza».

La questione della competenza è soltanto il primo degli argomenti del tipo «l’asino che vola» periodicamente giocato da Cesare Previti. Ce n’è un altro che, dopo molti cambi di fronte, passi obliqui e marce all’indietro, sembra oggi diventato il suo cavallo di battaglia contro i pubblici ministeri. E’ l’affare del 9520/95/21, il numero dell’inchiesta che ha partorito i processi di Milano.

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Il "9520/95/21". Per Cesare Previti, questo fascicolo d’indagine è abusivo, è illegale, è un mostro giuridico perché nessun giudice delle indagini preliminari lo ha autorizzato e, seppure lo avesse autorizzato, i tempi d’indagine sarebbero esauriti da quel dì. Vero o falso? Ci ritornano su gli amici di Forza Italia che hanno denunciato a Brescia Boccassini e Colombo: «I sostituti procuratori rifiutano di definire il fantomatico procedimento, sì che i suddetti atti restano segreti e occulti, mentre avrebbero dovuto essere depositati a norma di legge per consentire l’esercizio dei diritti della difesa». Anche in questo caso, Previti ha più volte proposto la questione ai tribunali che lo hanno giudicato chiedendone il sequestro. Richiesta respinta dai tribunali per lo meno in quattro occasioni (5,22,29 aprile, 15 maggio), per quanto è stato rapidamente possibile ricostruire.

La contestazione di Previti può essere riassunta così. I tre processi Lodo/Mondadori, Imi/Sir (poi riuniti in un unico dibattimento) e Sme sono stati stralciati dal fascicolo d’inchiesta "9520/95/21". Se questo fascicolo è illegittimo perché privo di autorizzazione a continuare le indagini (in ogni caso, scadute), il lavoro del pubblico ministero va annullato e con esso il processo, i processi.

È in un’ordinanza della IV sezione penale del tribunale di Milano (Paolo Carfì, Enrico Consolandi, Maria Luisa Balzarotti) che la contestazione viene affrontata a lungo, di diritto e di rovescio. Privata di tecnicismi, la questione è questa. Dall’inchiesta sulle toghe di Roma vengono isolati tre episodi di corruzione destinati al processo: il baratto delle sentenze Imi/Sir, Lodo Mondadori, Sme. In questi fascicoli vengono inseriti tutti «gli atti riferibili alle persone e alle imputazioni per cui è stata esercitata l’azione penale». Diciamo meglio, tutte le carte che riguardano gli imputati e le circostanze che vengono loro contestate. Il "9520/95/21" continua a vivere, ma soltanto «contro ignoti».

Ora Previti sostiene che quella proroga non è stata autorizzata dal giudice. E’ falso. L’autorizzazione del giudice, richiesta dal pubblico ministero il 10 febbraio del 1997, è agli atti dei processi di Milano. Come è potuta sfuggire agli avvocati di Previti (e colpevolmente anche agli occhiuti ispettori del ministro Castelli)? E come gli avvocati e Previti possono sostenere che «nel caso di procedimenti contro ignoti, il provvedimento del gip ha durata limitata nel tempo e, in particolare, "per un tempo non superiore a sei mesi"»?

Scrivono i giudici del tribunale di Milano: «Nel caso di procedimenti contro ignoti il codice prevede il provvedimento di autorizzazione alla prosecuzione delle indagini senza l’apposizione di alcun termine per la chiusura delle stesse». «Costantemente», avverte il tribunale, «la Cassazione ha affermato che la prosecuzione a proseguire le indagini contro ignoti non può essere sottoposta ad alcun termine finale» addirittura «qualificando come abnorme un provvedimento con il quale il gip, nell’autorizzare un pm a proseguire le indagini, imponeva un termine entro il quale concludere l’inchiesta».

Respinto sulla questa linea, definiamola di diritto, Previti aggira l’ostacolo aggrappandosi finalmente a qualche fatto. Dice, in sostanza: ritenete quel fascicolo legittimo? Bene, è legittimo! E allora datemelo perché, vedete, in quelle carte i pubblici ministeri hanno nascosto la prova della mia innocenza. Quali? Gli interrogatori dei magistrati di Roma che mi scagionano; le «imbeccate» che hanno condizionato la testimonianza di Stefania Ariosto, ad esempio.

Vediamo come sono andate le cose.

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Verbali spariti. Si comincia con alti strepiti. Dove sono, chiede Previti, chiedono gli avvocati di Previti e naturalmente poi gli avvocati di Berlusconi, le decine di verbali di interrogatorio raccolti a Roma dal pubblico ministero Paolo Ielo spedito da Milano nella Capitale per raccogliere le testimonianze dei colleghi dei magistrati corrotti? La denuncia (gran titoli nei media di riferimento) va avanti per un pezzo e semina qualche dubbio negli ignari. Ma come? Questi pm raccolgono testimonianze dell’innocenza degli imputati, per di più da decine di loro colleghi, e le nascondono? O ancora, perché con quel che spendono Berlusconi e Previti in avvocati (500 miliardi, a quanto pare) non individuano da soli i testimoni e raccolgono quelle testimonianze utili per una rapida assoluzione? Infine, perché quei testimoni non si fanno avanti spontaneamente?

Risposta semplice: quei testimoni e quelle testimonianze non ci sono, non sono mai esistite. Ielo raggiunge Roma e interroga due soli magistrati, Mario Antonio Casavola e Claudio D’Angelo. Inutilizzabili nell’affare milanese, i verbali vengono trasmessi utilmente alla procura di Perugia. Paradosso grottesco: quei due verbali sono mostrati dagli avvocati di Previti ai tribunali di Milano, da quegli stessi avvocati e da quello stesso imputato che, dai giornali, ne denunciano la «sparizione». Comunque, per lo meno in tre occasioni (8 luglio 2002/ 20 settembre 2002/ 16 maggio 2003) la I e la IV sezione del tribunale di Milano prendono in esame la possibilità di acquisire i due verbali. Ipotesi respinta perché (IV sezione) «il contenuto delle dichiarazioni di Casavola e D’Angelo è assolutamente irrilevante rispetto ai temi di questo processo... ictu oculi le dichiarazioni di Casavola riguardano tutt’altre vicende (casi Nomisma, Banco di Roma, lenzuola d’oro) tant’è che sono state trasmesse per competenza alla procura di Perugia... quanto a D’Angelo, egli si limita ad affermare in modo generico di aver intrattenuto corretti rapporti professionali con Squillante (Renato, giudice e imputato, n.d.r.)». Carte inutili, dunque, perché (I sezione) «proprio nell’ambito delle dichiarazioni di Casavola e D’Angelo, esibite dalla difesa Previti, emerge con sicurezza che non sono per nulla attinenti all’imputazione oggetto di questo procedimento».

Quei verbali «spariti» che dovevano essere, negli annunci dei media, la «prova regina» dell’innocenza di Cesare Previti non ne mutano, come si vede, la difficile condizione di imputato messo maluccio. Quando avverte di essere in questa condizione, Previti evoca Stefania Ariosto come per un riflesso automatico. Denuncia: i pubblici ministeri «hanno imbeccato quella donna» e le prove sono in un fascicolo segreto della Guardia di Finanza che mi si impedisce di consultare. E’ in quelle carte la «prova regina» della congiura contro di me.

Anche qui, occorre stare ai fatti.

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Ariosto. Stefania Ariosto racconta ai pm di Milano, in sostanza, un paio di cose: Previti ha rapporti molti stretti con magistrati romani, soprattutto attraverso Attilio Pacifico, anch’egli avvocato. Tra Previti, Pacifico e i magistrati (Squillante, soprattutto) c’è un gran passaggio di denaro. Nessuna di queste rivelazioni della testimone è stata smentita. Anzi. Nessuno sapeva chi fosse Pacifico e quando lo si scopre (grazie all’Ariosto) si comprende il suo ruolo di importatore/esportatore di denaro, mediatore tra Previti e i magistrati. Che poi tra Previti e magistrati corresse tanto denaro lo hanno dovuto ammettere anche gli imputati confessandosi evasori fiscali, maestri di compensazioni estero su estero o di «esterovestizioni», per dirla con Previti, necessarie a proteggere capitali illegalmente esportati. Il contributo (essenziale) della Ariosto all’indagine finisce qui. Quel che davvero mette nei guai gli imputati, come si sa, sono i movimenti di denaro sui conti esteri.

Tuttavia, quando è a mal partito, Previti estrae il nome dell’Ariosto e ricama qualche cabala. L’ultima è questa. Dice Previti: ecco, io ho qui una lettera della Guardia di Finanza che risponde a una mia domanda sul fascicolo personale dell’Ariosto in questo modo: «La documentazione contenuta nel fascicolo 103860 di schedario di questo comando intestato "Stefania Ariosto" è stata formata da ufficiali nel corso di attività di polizia e in quanto tale ha come indefettebile destinazione e esclusiva utilizzazione il pubblico ministero, a quale spettano definitive terminazioni». Come a dire, gli investigatori hanno lavorato per la procura, per qualsiasi determinazione rivolgetevi ai pm. Ora Previti ribalta quella risposta ovvia, la legge in modo ambiguo e sostiene che in quel fascicolo segreto, che gli viene negato, ci sono le prove dell’«imbeccata» della Ariosto e della congiura. Ma è vero che il fascicolo gli è stato negato? E’ vero che Previti non conosce il fascicolo?

Non è vero. Previti conosce quelle carte. Degli «appunti» della Guardia di Finanza sulla collaborazione della Ariosto si occupa la IV sezione penale (processo Lodo/Imi-Sir) per quattro volte in 25 giorni (22 aprile 2002/ 6,15,17 maggio 2002) «dando atto che erano state messe a disposizione di tutte le parti, le relazioni e gli appunti della Guardia di Finanza relative alla fonte "Ariosto"». La I sezione (processo Sme) se ne occupa il 3 e il 16 maggio 2003. In quest’ultima occasione il tribunale scrive: «... è da rigettare la richiesta di ordine di esibizione e addirittura di sequestro dell’intero fascicolo Ariosto formato dalla Guardia di Finanza nel periodo in cui la medesima riceveva informazioni da una fonte confidenziale. In proposito va detto che autonomamente il pm ha posto a disposizione delle difese le relazioni della Guardia di Finanza relative al procedere dell’assunzione di informazioni».

Anche in questo caso che cosa resta delle accuse di Previti?

Niente, se si esclude che l’imputato si chiama Previti; che è l’amico del Capo; che altri amici hanno spedito per posta una denuncia contro i pubblici ministeri a Brescia; che la procura di Brescia in 24 ore ha messo su un’inchiesta penale senza prendersi nemmeno la briga, come intigna qualche maligno, di verificare come d’abitudine (e obbligo) che quelle firme fossero autentiche. Così va l’Italia se ti chiami Cesare Previti.

Non sono eleggibili inoltre:

1) coloro che in proprio o in qualità di rappresentanti legali di società o di imprese private risultino vincolati con lo Stato per contratti di opere o di somministrazioni, oppure per concessioni o autorizzazioni amministrative di notevole entità economica, che importino l'obbligo di adempimenti specifici, l'osservanza di norme generali o particolari protettive del pubblico interesse, alle quali la concessione o l'autorizzazione è sottoposta;

2) i rappresentanti, amministratori e dirigenti di società e imprese volte al profitto di privati e sussidiate dallo Stato con sovvenzioni continuative o con garanzia di assegnazioni o di interessi, quando questi sussidi non siano concessi in forza di una legge generale dello Stato;

3) i consulenti legali e amministrativi che prestino in modo permanente l'opera loro alle persone, società e imprese di cui ai numeri 1 e 2, vincolate allo Stato nei modi di cui sopra.

Dalla ineleggibilità sono esclusi i dirigenti di cooperative e di consorzi di cooperative, iscritte regolarmente nei registri di Prefettura.

http://info.supereva.it/giuseconi/361-57.htm?p

Nell'era del liberismo selvaggio, non c'è nulla di scandaloso nel privatizzare la giustizia. Basta dirlo apertamente, applicando ad ogni provvedimento ad personam la relativa etichetta: legge Berlusconi, articolo Previti, comma Squillante...Un giorno di molti anni fa, quand'era ministro dell'Interno e rappresentava il governo in parlamento, Oscar Luigi Scalfaro dovette sciropparsi l'interminabile catilinaria di un deputato meridionale, noto principe del foro, che argomentava dottamente come e perché si dovesse riformare un articolo del codice di procedura penale. A un certo punto, esausto, Scalfaro l'interruppe: «Avvocato, abbia pazienza, mi dica quale processo vuole sistemare. Così magari ci mettiamo d'accordo e la facciamo finita...». «Risate da tutta l'aula», annotano i resoconti stenografici della seduta. Oggi, se un ministro ripetesse una frase del genere, scatterebbe immediata la richiesta di dimissioni. E oggi, al posto delle risate, esploderebbe l'insurrezione generale per leso garantismo. Perché da allora il parlamento della Repubblica italiana ha compiuto un notevole salto di qualità. Di avvocati che invocano riforme per salvare dai guai i loro clienti ce ne sono non uno, ma decine. E oggi, a differenza di quello là, le ottengono. Anche perché ora, in parlamento, non ci sono più soltanto gli avvocati. Ma direttamente gli imputati. Che si propongono e si approvano le leggi su misura. A seconda delle necessità processuali del momento. Prêt-à-porter. Dai decreti Conso e Biondi alla legge antimanette, dalle bozze Boato al nuovo 513, dalla Simeone-Saraceni al pacchetto sul giudice unico, dalla riforma dell'immunità a quella per le intercettazioni, fino alle nuove norme sui pentiti e sull'incompatibilità gip-gup, basta guardare in controluce e prenderanno forma le fattezze dell'imputato o degl'imputati eccellenti che si tenta di salvare. Per motivi di trasparenza e decenza tanto varrebbe ufficializzare il tutto: nell'era del liberismo selvaggio non c'è nulla di scandaloso nel privatizzare la giustizia personalizzando le riforme in materia. Basta dirlo apertamente applicando a ogni provvedimento ad personam la relativa etichetta, con tanto di nominativo e didascalia al posto degli aridi numeri. In luogo di legge numero 354, articolo 2, comma bis, paragrafo ter, sarebbe molto più igienico indicare legge Berlusconi, processo Toghe sporche, articolo Previti, comma Squillante, paragrafo Dell'Utri eccetera. Così tutti capiscono e si dissipano i sospetti di sotterfugio. Alla luce del sole, come si conviene a una democrazia avanzata.

Ne è passata di acqua sotto i ponti dai tempi in cui si gridava allo scandalo per le leggi «a gentile richiesta».

Nel 1973 il pretore di Genova Mario Almerighi scoprì che la legislazione fiscale in materia di petroli veniva scritta ed aggiornata direttamente dall'Unione petrolifera italiana che graziosamente prestava i suoi uomini al governo per la bisogna. In cambio imbottiva di miliardi i ministri e i loro partiti. Fu la prima Tangentopoli d'Italia, subito saggiamente archiviata dalla commissione parlamentare inquirente, con la collaborazione della procura di Roma che fagocitò in tempo reale il processo.

Anche le altre grandi imprese venivano amorevolmente sponsorizzate dallo Stato, come ha raccontato l'ex amministratore delegato di Fiat Auto, Vittorio Ghidella, al processo Romiti: «Un settore per arricchire la Fiat Auto era la contribuzione statale per le ricerche tecnologiche. Qui semplicemente si gonfiavano le spese e le ore di applicazione da parte di Fiat Auto e si lucravano somme che coprivano abbondantemente il costo della ricerca. Anzi, si traevano dei buoni guadagni. Se il ministero fosse venuto a controllare, se ne sarebbe accorto. Ma oggi è impossibile. La legge era stata studiata apposta per dare dei soldi a ufo...».

Il 16 ottobre 1984 tre pretori, legge alla mano, vietano al cavalier Berlusconi di trasmettere i programmi dei suoi tre network in contemporanea su tutto il territorio nazionale. Lui replica con la serrata delle tre reti, facendo credere all'Italia che i giudici abbiano «oscurato la tv libera». Poi va a piangere dal suo amico e compare di battesimo Bettino Craxi. Che, tra l'altro, è presidente del Consiglio. Da Londra, dov'è in visita ufficiale, Craxi convoca un consiglio dei ministri ad hoc, primo punto all'ordine del giorno un decreto «che ripristini il dominio del buonsenso», cioè che oscuri i magistrati per riaccendere le tivù illegali del suo amico. Financo il ministro delle Poste Antonio Gava ha qualche dubbio («Sarebbe un errore agire in termini di conflitto con l'autorità giudiziaria, che interpreta norme esistenti»), ma Craxi minaccia la Dc di andare alle elezioni anticipate. E la spunta. Il 21 ottobre le reti berlusconiane tornano a trasmettere in tutta Italia. Ma il 28 novembre, a sorpresa, la Camera vota a maggioranza per l'incostituzionalità del «decreto Berlusconi», che decade ipso facto. I pretori reiterano il divieto di trasmissione oltre l'ambito locale. «Non si era mai visto», dice il pretore di Torino Giuseppe Casalbore, «che a una diffida fatta a un imputato rispondesse la presidenza del Consiglio con un durissimo comunicato». Il 6 dicembre, il governo Craxi vara il secondo «decreto Berlusconi». Poi, per farlo convertire in legge in tempo utile, fa contingentare i tempi degl'interventi in parlamento. Infine pone la questione di fiducia per annientare tutti gli emendamenti.

Per la prima volta nella storia repubblicana, due decreti prendono il nome del beneficiario. E il caso desta un enorme scalpore, per mesi e mesi. Ripetendosi pari pari nel luglio del '90, quando il governo Andreotti pone la fiducia sugli articoli più sfacciatamente filoberlusconiani (quelli sulla pubblicità in tv) della legge Mammì. Veltroni, in aula parla di «fiducia Berlusconi». Cinque ministri della sinistra Dc si dimettono e Andreotti li rimpiazza in una notte. È il prologo, con quattro anni d'anticipo, del governo Berlusconi. Ma anche quella volta lo scandalo nel paese è enorme.

Nel marzo 1993, a un anno e poco più dallo scoppio di Tangentopoli, tiene banco un altro decreto: prende nome dal ministro della Giustizia Giovanni Conso. Ma dovrebbe chiamarsi «Craxi», visto che a volerlo fortissimamente è il presidente del Consiglio Giuliano Amato, da sempre spirito guida dell'inquisitissimo boss socialista, che l'ha imposto al suo ministro «tecnico». Il decreto depenalizza il finanziamento illecito ai partiti. Se passasse, sarebbe il colpo di spugna su gran parte delle ruberie passate, presenti e future della classe politica e imprenditoriale. Ma per fortuna il presidente Scalfaro non lo firma.

Anno nuovo, governo nuovo, decreto nuovo. Questa volta per imporre leggi pro Berlusconi non c'è più bisogno di Craxi (tra l'altro indisponibile per sopravvenuta latitanza). Ci pensa lo stesso Berlusconi, appena promosso presidente del Consiglio: il 14 luglio '94, ecco pronto il decreto Biondi che proibisce l'arresto per i reati di Tangentopoli. Una liberazione per Paolo Berlusconi, che stava per essere arrestato con altri manager della Fininvest per le mazzette alla guardia di finanza. Ma, visto che la legge è uguale per tutti, escono anche centinaia di detenuti. Stavolta Scalfaro firma, ma la rivolta del paese prima, di Fini e di Bossi poi, costringe il governo alla retromarcia. E, appena il «Salvaladri» decade, Berlusconi junior finisce a San Vittore. «Il decreto non l'ho fatto certo per me o per i miei, ma per un desiderio di giustizia» dice il Cavaliere. Gianfranco Miglio lo smentirà pochi mesi dopo: «Nei giorni del decreto Biondi, Berlusconi mi disse: "Dovevamo farlo passare perché i magistrati stavano perseguitando me e i miei amici"».

A fine anno viene inquisito anche Silvio, mentre la procura di Torino mette gli occhi su Marcello Dell'Utri per le fatture false di Publitalia. Il Polo riesuma il decreto Biondi e, con qualche correttivo per renderlo un po' meno indecente, lo ricicla sotto le pompose spoglie di «Riforma della custodia cautelare e dei diritti di difesa». Il centro-sinistra, per quieto vivere (bisogna tenere in piedi l'anemico governo Dini), inaugura la lunga stagione dell'inciucio. E appoggia la presunta riforma.

La sostanza è più o meno la stessa: mille ostacoli agli arresti, non solo per Tangentopoli, ma anche - in nome della par condicio - per gli altri reati. E, per soprammercato, una serie di legnate ai pubblici ministeri, cosìimparano. Un imperdonabile disguido rallenta l'iter della legge che passerà solo a fine agosto '95. Cosìa maggio i giudici di Torino fanno in tempo ad arrestare Dell'Utri, che sta inquinando allegramente le prove: con la riforma in vigore, non avrebbero più potuto fermarlo. Ad abundantiam, c'è anche qualche regalo alla mafia, compresa l'abolizione dell'arresto per i falsi testimoni, voluto a suo tempo da Falcone e Borsellino.

Quella stessa estate, in gran segreto, Stefania Ariosto comincia a raccontare al pool le avventure di Previti, Berlusconi, Squillante e di tutto il porto delle nebbie. Nel marzo '96 finisce in carcere Squillante, Previti e Berlusconi sono indagati anche per le mazzette ai giudici. $è lo scandalo più grave dall'inizio di Tangentopoli. Sperare nella prescrizione è troppo rischioso: non resta che l'amnistia. Ma ci vuole una scusa che tenga. Eccola: prima si fa la Grande Riforma, dopodiché «si volterà pagina». Ci prova Antonio Maccanico, con il governo di larghe intese e larghissima amnistia, ai primi del '96: fallisce per merito di Fini. Peccato, c'era pure Lorenzo Necci superministro delle infrastrutture. Si va alle elezioni. «Stavolta, se vinciamo, non facciamo prigionieri», promette Previti. Invece perde, e si fa la Bicamerale. «Non dovrà occuparsi di giustizia», dice D'Alema a dicembre. Ma a gennaio '97 Berlusconi protesta e lo vota presidente della commissione. E D'Alema cambia idea: «La Bicamerale dovrà occuparsi di giustizia». Il retroscena lo racconterà, anni dopo, Francesco Cossiga: «Berlusconi mi disse che gli fecero accettare la Bicamerale con D'Alema presidente, promettendogli che a quell'accordo ne sarebbe seguito un altro più impegnativo per un governo di unità nazionale, in cui Forza Italia avrebbe partecipato insieme ai Ds e al centro-sinistra». Magari con un ministro della Giustizia come il presidente del comitato garanzie della Bicamerale, che abusivamente si occupa di giustizia: l'apposito Marco Boato, ex lottatore continuo, ora graditissimo al Cavaliere. Le sue continue bozze, sfornate a ritmi vertiginosi, sembrano scritte a quattro mani da Licio Gelli e Cesare Previti. Prevedono ingerenze politiche a gogo nella magistratura, lo smembramento del Csm, la manomissione dell'azione penale obbligatoria e tante altre piacevolezze. Molto apprezzato da caterve di imputati l'art. 129, che recita: «Non è punibile un fatto previsto come reato nel caso che esso non abbia determinato una concreta offensività». È quel che dice sempre il cavalier Berlusconi: «Nel sentire della gente, non è considerato reato ciò che non danneggia gli altri». Intanto, a scanso di equivoci, si abbassa pure dai due terzi al 50 per cento più 1 il quorum parlamentare per approvare le amnistie.

Il 9 aprile '97 il gup di Torino Francesco Saluzzo condanna il presidente della $$fiat Cesare Romiti a 1 anno e 6 mesi per falso in bilancio, finanziamento illecito ai partiti e frode fiscale. L'indomani, con notevole tempismo, dal Polo, dal Ppi e da mezzo Pds si leva un solo grido: «Depenalizziamo il falso in bilancio e il finanziamento illecito». Come «reati minori». Molto in auge la teoria della «modica quantità», appena sostenuta con scarso successo dagli avvocati romitiani Chiusano e Coppi, e ripetuta pari pari dai collegi difensivi del clan Fininvest, anch'esso imputato per falso in bilancio da capogiro: l'ex magistrato e ora deputato di Rinnovamento italiano, Marianna Li Calzi, propone che il falso in bilancio rimanga reato soltanto quando viene «falsata in modo rilevante la rappresentazione delle condizioni economiche della società». Se un'azienda fattura migliaia di miliardi, potrà occultarne agli azionisti diverse centinaia. Chi più ha, più rubi.

Intanto, alcuni processi di Tangentopoli stanno per giungere alla sentenza definitiva. Molti imputati eccellenti rischiano la galera.

Non sia mai. Ecco dunque, puntualissima, una riforma per impedire il tragico evento. $è l'agosto del '97 quando passa, a gran maggioranza, il nuovo art. 513 del codice di procedura penale. Tutte le accuse non ripetute in aula diventano carta straccia, i processi in corso devono ricominciare da capo, le sentenze già emesse non valgono piu`. La Cassazione annulla le condanne di Craxi e Martelli per l'Enimont e per il conto Protezione: quella di Craxi per la Metropolitana milanese, quella di Paolo Berlusconi e vari politici per le mazzette sulle discariche. E cosìvia, a tutte le latitudini. Restano da sistemare alcune giunte regionali inquisite per varie malversazioni: sempre nell'estate del '97, viene pure abolito l'abuso d'ufficio non patrimoniale (con dimezzamento delle pene e dei termini di prescrizione per la fattispecie patrimoniale). Risultato: assolti in blocco, per legge, gli assessori del Piemonte e della Lombardia, imputati per la lottizzazione delle Usl, e quelli dell'Abruzzo, a suo tempo arrestati per una colossale spartizione di fondi comunitari. Idem per i vigili torinesi che restituivano ad amici, parenti e «vip» raccomandati le patenti sequestrate per varie infrazioni. La fanno franca pure gli inquisiti di Affittopoli, mentre quelli del caso Sisde beneficiano della prescrizione anticipata per legge.

Il '98 si apre alla Camera con il salvataggio di Previti dall'arresto. E prosegue con l'udienza preliminare dell'inchiesta Toghe sporche (imputati Berlusconi, Previti, Squillante e Pacifico). Il Cavaliere, intanto, colleziona le sue prime tre condanne: 16 mesi (condonati) per il falso in bilancio di Medusa Cinema, 35 mesi per corruzione della guardia di finanza, 28 mesi per i finanziamenti illeciti di All Iberian a Bettino Craxi. Ce n'è abbastanza per far crollare in parlamento gli ultimi freni inibitori, per cancellare ogni residua traccia di pudore. Produzione di leggi ad personam in quantità industriali. Il Polo comincia col chiedere l'abolizione del carcere per chiunque abbia compiuto 60 anni (guarda caso: nel '98 Berlusconi compie 62 anni, Previti e Craxi 64, Squillante 71). L'idea non passa, ma poi la legge Simeone salva dal carcere almeno gli ultrasessantenni con «inabilità anche parziale». La prostata di Berlusconi e il diabete di Craxi dovrebbero bastare.

Altra «emergenza giustizia»: la Cassazione sta per esaminare le condanne per la maxitangente Enimont. E chi deve scontare più di 2 anni rischia di finire in galera: Forlani, Sama, Bisignani, Garofano, Giallombardo. Urge provvedere. Il 13 giugno la Suprema corte conferma le condanne, e - guarda caso - il 14 giugno entra in vigore la legge Simeone-Saraceni, che risparmia il carcere a chiunque debba scontare meno di 3 anni. Tutti felicemente fuori.

La Corte d'Appello di Milano respinge l'istanza di revisione del processo per l'assassinio del commissario Calabresi: nessuna speranza per Sofri, Bompressi e Pietrostefani, condannati in via definitiva a 22 anni di carcere? Nemmeno per sogno. Il parlamento rimedia subito con l'ennesima riforma su misura, la «legge Sofri». A tempo di record: il 17 settembre '98 l'inizio del dibattito al Senato, l'11 novembre l'approvazione definitiva alla Camera. Visto che Milano è contraria alla revisione, se ne occuperà Brescia, e se anche Brescia dirà no, giudicherà Venezia. All'infinito.

Anche Sgarbi rischia grosso: dopo la condanna a 6 mesi per truffa ai danni dello Stato (definitiva), e le continue pene subite in vari gradi di giudizio per gli insulti lanciati contro magistrati e privati cittadini, i tribunali cominciano a negargli la sospensione condizionale della pena. Ecco dunque l'apposita proposta di riforma costituzionale avanzata dal Polo (primo firmatario, Vittorio Sgarbi, seguito a ruota da Filippo Mancuso e altri): senatori e deputati non saranno più insindacabili soltanto per «i voti dati e le opinioni espresse» nell'esercizio delle funzioni parlamentari, come finora ha previsto la Costituzione, ma potranno anche insultare chi gli pare, «indipendentemente dal senso letterale della parola adoperata e dai contenuti espressi (...) anche fuori dal Parlamento». Ad esempio su Canale 5, sul fare del mezzogiorno. Il centro-sinistra si oppone, anche se poi alla Camera e in Senato collabora col Polo nel dichiarare insindacabili quasi tutti gli eletti impedendo ai tribunali di processarli per calunnie, ingiurie e diffamazioni varie. Inaugura il 1999 il caso Dell'Utri: richiesta di arresto da Palermo per ogni sorta di inquinamento probatorio, a base di falsi pentiti, calunnie aggravate ed estorsioni: il tutto documentato da una montagna di intercettazioni sui telefoni di alcuni pentiti avvicinati dall'onorevole berlusconiano. La Camera, ça va sans dire, dice no all'arresto. E contemporaneamente mette all'ordine del giorno la riforma delle intercettazioni. Da un lato Polo e Ulivo escludono, dai reati per cui è consentito intercettare: la calunnia (guarda caso, quella contestata a Dell'Utri), l'associazione per delinquere semplice e, già che ci sono, tutti i delitti di Tangentopoli. Poi, quando lo scoprono i giornali, ci ripensano per la vergogna. Ma ecco un'altra idea geniale: oltre al divieto di intercettare l'utenza di un parlamentare, prevedere l'inutilizzabilità di tutte le conversazioni intercettate sull'utenza di privati cittadini (regolarmente intercettati) che parlano con parlamentari. La Camera approva. Il Polo propone addirittura di distruggere tutte le bobine in cui qualcuno nomina un parlamentare (chissà mai a quale pensano): ma questa è troppo grossa financo per il centro-sinistra, che però è d'accordo di incenerirle «quando sono irrilevanti», mentre per quelle «rilevanti» i magistrati dovranno chiedere il permesso al parlamento, prima di utilizzarle. Resta da spiegare come si possa considerare irrilevante che due delinquenti, parlando fra loro, facciano il nome di un parlamentare.

Ma Dell'Utri non ha problemi soltanto a Palermo. La condanna a 3 anni subita a Torino per false fatture, confermata in Appello con un rincaro di altri 2 mesi, rischia di diventare definitiva in Cassazione: nemmeno la legge Simeone risparmierebbe al deputato-imputato un paio di mesi al fresco. Ecco dunque un'altra legge ad hoc: quella che consente di patteggiare le pene anche in Cassazione. Approvata due giorni prima che la Corte decida su Dell'Utri, la legge permette ai suoi difensori di presentare istanza di patteggiamento. Con relativo sconto di pena e scampato pericolo di arresto. Nella primavera del '99, ormai una ciliegia tira l'altra. E quasi tutte finiscono in pasto a Previti, sempre più allarmato per l'avanzare dell'udienza Toghe sporche. Il pacchetto Carotti, con le norme di accompagnamento della riforma del giudice unico, viene infarcito di codicilli su misura. Un emendamento dei forzisti Gaetano Pecorella e Donato Bruno prevede di «diminuire sempre la pena quando l'imputato è incensurato o ha superato i 65 anni di età»: un'attenuante speciale che, aggiunta alle altre, accorcerebbe i termini di prescrizione del processo a Berlusconi, Previti & C. e, in caso di condanna, li salverebbe da pene superiori ai 3 anni (cioè dal carcere). Viene respinta a fatica, visto che mezzo Ppi non vede l'ora di approvarla. Approvato invece dalla Camera, nell'indifferenza generale, il nuovo art. 431 del codice di procedura, al posto di quello preparato da Giovanni Falcone nel '92 e approvato soltanto dopo la strage di Capaci: verranno espulsi dal fascicolo del dibattimento «i verbali degli atti assunti nell'incidente probatorio e quelli assunti all'estero in sede di rogatoria». In pratica, tutti gli accertamenti bancari e le testimonianze raccolte all'estero per rogatoria diventano carta straccia. E qual è il processo in corso con il maggior numero di atti acquisiti per rogatoria? Ma il processo Toghe sporche, naturalmente. Un processo che, se tutto va bene, potrebbe non iniziare neppure. Previti e Berlusconi sono così preoccupati per la lentezza del sistema giudiziario che fanno di tutto perché quell'udienza preliminare, iniziata il 29 giugno '98, non finisca mai. Le hanno provate tutte: dai continui rinvii per impegni parlamentari di dubbia urgenza (i due sono dei recordman dell'assenteismo) all'incredibile richiesta di termini fino al 2005 per «studiare le carte»; dalla ridicola ricusazione del pool (come se gli imputati potessero scegliersi il pm che preferiscono) a quella del gip Alessandro Rossato, lo stesso che dispose l'arresto di Previti e che ora conduce l'udienza preliminare. Richieste irricevibili per la giustizia, ma non per il parlamento, che le ha addirittura trasformate in legge, con la fattiva collaborazione della maggioranza. Il 2 giugno, infatti, il senatore Guido Calvi (Ds) propone e fa approvare un emendamento al decreto Diliberto sul giudice unico, per rendere immediatamente esecutiva l'incompatibilità fra gip e gup che il governo voleva rinviare al 2 gennaio 2000. Traduzione: Rossato, avendo già preso decisioni in fase d'indagine preliminare, dovrà farsi da parte ed esser sostituito da un collega che non ha mai letto un rigo di quel processo. Risultato: tutto si bloccherà per almeno un anno. Il resto lo farà la prescrizione, che per le accuse più gravi - le mazzette più recenti, quelle fino al '92 per la sentenza Imi-Sir - potrebbe scattare nel 2001. Una vera fortuna visto che difficilmente la corruzione in atti giudiziari (fino a 8 anni di carcere) potrebbe rientrare nell'amnistia giubilare prossima ventura.

Restano ancora da sistemare alcuni dettagli, come i pentiti di mafia: ma per quelli c'è pronta la riforma della legislazione premiale (che diventerà punitiva) e quella dell'art. 192, degno completamento del 513 (oggi in versione Super, che dopo la bocciatura della Corte costituzionale entrerà direttamente in Costituzione): non farà più differenza se a parlare saranno uno o dieci o venti collaboranti. Divieto totale di riscontri incrociati. L'avevano previsto alcuni camorristi intercettati a Napoli un paio d'anni fa mentre brindavano al 513: «Hanno fatto una bellissima riforma e ora ne faranno un'altra». Ma Totò Riina, che queste cose aveva chiesto ai politici amici nel famoso “papello” del '94, può già dirsi soddisfatto: gli han pure chiuso Pianosa e l'Asinara, rammollito il carcere duro e quasi abolito l'ergastolo. A ciascuno il suo, insomma. È l'ultima frontiera della giustizia, nell'ambito della Grande Riforma del welfare: la giustizia privatizzata, personalizzata. Come ha scritto Michele Serra, “che un miliardario con aereo privato, mass media privati, partito privato e addirittura cimitero privato pretenda anche una giustizia privata è perfettamente nella logica”. Già, ma perché solo lui?


"... a questo punto e con il rincrescimento di dover comunque contribuire ad una sceneggiata sono dovuto intervenire per precisare"

"... il 'punto di vista della sinistra' sul governo del territorio, rischia di arrivare in ritardo; come al solito consentendo agli imbonitori del Far West di continuare a vendere il loro elisir di lunga vita in assenza di una indispensabile riforma urbanistica"

"... mentre nel West i venditori di elisir venivano regolarmente impeciati ed impiumati, il nostro, cambiando di volta in volta cappello, gira ancora per le piazze, invero sempre più piccole e sempre meno affollate, ma qualche dollaro (incarico) ancora lo rimedia comunque, soprattutto nelle zone della sinistra d’annata, dura, pura e ricca"

C’era un oratore da banchetto, pronto e infallibile anche sull’argomento più ostico che i commensali scegliessero a sorpresa: a esempio, «femore»; e lui volava. «Il femore, o signori, è un osso d’armoniose proporzioni». Loquela innocua, spendibile nelle cerimonie nuziali, funebri, accademiche. Fioriscono anche elocutori meno dediti all’arte pura. Eccone uno nelle cui ballate spesso figura Berlusco felix (così i contemporanei chiamano Lucio Cornelio Silla, al quale riesce ogni impresa). L’anno scorso avevo raccolto due detti memorabili: una similitudine (l’affarista barzellettiere paragonato a De Gaulle) e l’articolo dove, a proposito del conflitto d’interessi, enumerava tre effetti negativi. Primo: finché sia malvista dall’Europa, Mediaset non acquisirà mai i "gioielli televisivi" continentali; Deo gratias, direi. Secondo, la Rai è succuba della sinistra. Infine (salto acrobatico), i pubblici ministeri sono strapotenti e impuniti. Stavolta, fulmineo, risponde ai motivi della sentenza Imi-Sir e Lodo Mondadori stroncandola (Corriere della Sera, 8 agosto). Hanno cinque colpe gli autori: predicano valori morali; dipingono l’imputato; rievocano le polemiche esplose durante il processo; rivendicano l’imparzialità; scrivono storia. Roba da "giustizia militante", "tribunali speciali", "Stato etico" (i modelli novecenteschi sono corti moscovite 1936-38, il Volksgerichthof nazista, i nove scherani in divisa nera che condannano i "traditori" fascisti a Verona, 10 gennaio 1943). Poi spiega come motivino le sentenze i "buoni sistemi giuridici". Indi declama punti interrogativi: cosa legittima gli ayatollah togati al mestiere storiografico? (lui compone historiettes divulgative); può un giudice dolersi degli attacchi subiti?; non è "conflitto d’interessi" pari al berlusconiano? Ormai nei circoli neutrali è mala physiognomìa avere riflessi morali e una testa che pensa.

Irriconoscibile. Ha cambiato stile, dalla prosa notarile al canto impetuoso e ventila l’idea d’una falsa giustizia milanese. Forse qualche credulo beve ma ogni lettore sveglio fiuta il trucco, svelato nell’intervista al presidente del collegio (p. 10). Perché due atipiche pagine introduttive? Risposta: "uno scatto d’orgoglio"; avevano taciuto anni interi sotto infami contumelie. Risposta limpida, noncurante dei commenti obliqui. L’ex-ambasciatore pilucca nelle due pagine, ignorandone 535. Se cerca una macchina critica d’ottima fattura, legga quelle sui reperti, dalle minute d’atti giurisdizionali sequestrate negli archivi d’avvocati-ombra ai conti bancari esteri: Corte d’appello e Cassazione diranno se resti qualche dubbio; spacciarle come fiction politicante è gesto falsario. Lo lasci agl’interessati o al personale del Barnum forzaitaliota.

Gli argomenti della seconda metà tagliano il fiato: a Milano c’è un tribunale montagnardo; condannando elude la questione del come mai avvenissero tante baratterie. Qui pesca nel Foglio 7 agosto, fonte quasi biblica: delinquevano tutti, politici, imprenditori, finanzieri, "persino alcuni magistrati" (infatti, sedevano alla sbarra nelle aule milanesi); correva una "contabilità perversa" tra economia e politica; burocrati corrotti; imprenditori d’avventura perseguivano impunemente disegni impensabili nel mercato. Ha descritto benissimo l’impero televisivo fondato sul privilegio. Allora è una fandonia la ghigliottina con cui "i comunisti", manovratori della magistratura eversiva, decapitano l’Italia liberal-cattolica affossando una virtuosa classe politica: nei primi anni Novanta il malaffare pullula dovunque un pubblico ministero scavi; anzi, basta grattare col dito; e ripullula nel terzo millennio sotto l’ala liberista (perciò gli homines novi vogliono procure ministeriali, affinché nessuno disturbi gl’integrati).

Resta l’ultimo quarto, sbalorditivo. Che la malattia richiedesse terapie politiche, l’aveva detto Craxi (eponimo del sistema). Oggi l’ascolteremmo. Se vuol essere fedele alla sua missione storica, B. rilanci l’idea: ha tutti i titoli; "vecchio imprenditore", conosceva a menadito i giri. Non è perfida ironia. Gli consiglia mosse clamorose: promuovere un bagno collettivo; esca "dal pantano in cui rischiamo" d’affogare; "vol[i] più alto"; "molti gliene sarebbero grati". Se ho capito bene, raccomanda una bevuta nel fiume Lete, pochi sorsi del quale estinguono le memorie. Lavarsi significa oblio delle cose antipatiche. Fingiamo che B. sia vero imprenditore, dagli esordi adamantini, senza passato piduista, uomo d’una sola parola, incline al rispetto delle norme, lettore d’Erasmo e Tommaso Moro, mai volgare: che i network non nascano dal privilegio negoziato sotto banco; i relativi programmi coltivino le anime; l’agonista d’Arcore non falsifichi bilanci, né frodi il fisco; convertendo l’azienda nel partito, salvi l’Italia dal drago comunista; e siccome guarda solo l’interesse collettivo, sia inutile ogni cautela normativa. Nei mondi virtuali il passato fluttua: ci vuol poco a cambiarlo, ancora meno se cooperano gli oppositori; insomma, torniamo all’aprile 1994 quando, unto dal popolo, destina alla giustizia l’on. P., ora condannato a 11 anni dal "Tribunale speciale".

Peccato che l’incantesimo non attecchisca. Pochi italiani bevono dal Lete. Mentre S.R. predica bagni pro divo Berluscone, la campana economica suona a morto: secondo calo stagionale del Pil; è la prima volta dopo 11 anni; e da 2 pontifica lo pseudo-taumaturgo insuperabile nell’arricchirsi in barba alle regole. Sebbene voli sulla mongolfiera d’un Ego mostruoso, sente l’acqua alla gola: infatti, cova misure straordinarie; gli presterà man forte l’hard boiled ex-ministro degl’Interni, reso famoso dal turpiloquio su un morto davanti al quale dovrebbe stare col cappello in mano, chiedendo umilmente perdono.

Parliamo ancora dei tropismi: sono movimenti d’un organismo, pianta o animale, causati da stimoli esterni; se ne vedono tanti nel bestiario politico. Ne abbiamo alcuni sotto gli occhi. Giovedì 7 agosto, apparsi i motivi della condanna, «Il Foglio» intavola una disperata difesa: così facevano tutti, come nell’opera; e B. non è anacoreta. Vero ma le tangenti sono colpe veniali davanti alla giustizia venduta, specie quando porti al corruttore un impero editoriale. Stride la conclusione: che meriti una corona perché rampava meglio dei concorrenti, tanto da accumulare tesori diventando anche presidente del consiglio; siamo già a Tortuga, isola pirata? L’indomani canta l’ex-feluca. Dalle stesse colonne, sabato 9, varia l’antifona uno la cui rubrica emette fiamme: in posa zarathustriana assale "i moralisti a senso unico"; su, allestiscano un girotondo sullo scandalo Cirio; "meditate gente, meditate" sull’"l’Italia antica", organicamente malavitosa. I corollari emergono da soli: al diavolo i moralismi; fidatevi del self-made man d’Arcore, liberista sui generis dal quale lo scandinavo non compra nemmeno un’automobile usata; il futuro nasce dalle sue lanterne. Se le risorse dialettiche del circo criptoberlusconiano sono tutte lì, mala tempora currunt. L’abbiamo visto così tremebondo da disdire l’appuntamento veronese con Schroeder all’Arena: temeva i fischi; ormai vive nel virtuale. E come strepita l’ignivoro (ivi, 24 agosto) sul fatto che, Lui assente, l’orchestra esegua gl’inni nazionali, con profitto morale del futuro antagonista.


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Stato di diritto e veleni diffusidi Sergio Romano

Nella migliore tradizione giuridica i tribunali non sono cattedre di pubblica e privata moralità, non fanno il ritratto caratteriale dell'imputato, non alludono alle contestazioni polemiche che hanno accompagnato il processo, non rivendicano l'imparzialità della corte, non stabiliscono raffronti storici tra gli atti presi in esame e altri analoghi commessi in un più lungo arco di tempo. Tali argomenti appartengono generalmente allo stile della giustizia militante e a quello dei tribunali speciali dove la condanna deve essere esemplare e la sentenza è una pietra o un mattone per il cantiere dove si costruisce lo Stato etico. Nei buoni sistemi giuridici, invece, la motivazione della sentenza è un documento freddo e grigio dove si descrivono i fatti, si elencano le prove, si verificano le responsabilità e si applicano le pene previste dal codice. E? tanto più credibile quanto più è distaccata, imperturbabile, stilisticamente anonima. Valutata con questi criteri, quella di Milano nel processo contro Cesare Previti e altri imputati pecca per eccesso e per difetto, dice contemporaneamente troppo e troppo poco. Dice troppo perché molte affermazioni non si addicono alle funzioni e alle competenze di un giudice. Quali conoscenze storiche, quale sacerdozio morale autorizzano un tribunale ad affermare che questa «gigantesca» opera di corruzione è «la più grande nella storia dell'Italia repubblicana»? E' opportuno che un tribunale si serva di una motivazione per deplorare gli attacchi subìti in corso d'opera? E? questo il luogo in cui il giudice ha il diritto di difendere polemicamente il suo operato? Non vi è forse in queste parole un conflitto d'interessi, simile a quello di Silvio Berlusconi quando si serve della sua cattedra di premier per difendersi nelle vicende in cui è imputato?

Ma la motivazione, al tempo stesso, pecca per difetto. Una volta adottata la linea del giudizio storico e morale, il tribunale avrebbe dovuto chiedersi perché vicende così gravi siano state possibili in Italia nel corso di questi anni. Il Foglio non ha torto quando afferma, in un editoriale di ieri, che i fatti giudicati a Milano sono manifestazioni di una illegalità diffusa in cui sono stati coinvolti per molti anni uomini politici, imprenditori, finanzieri, persino alcuni magistrati. Il finanziamento illecito dei partiti (quello di una potenza straniera per il Pci e quello degli appalti truccati per altri) ha avvelenato l'intera società italiana. Ha creato complicità inconfessabili tra politica ed economia. Ha instaurato una contabilità perversa in cui ogni favore andava ripagato. Ha incitato molti imprenditori a perseguire impunemente progetti che sarebbero stati, in una economia di mercato, inconcepibili. Ha autorizzato la burocrazia a chiudere gli occhi o, peggio, a «monetizzare» le proprie funzioni. E ha prodotto una impressionante cascata di comportamenti illeciti.

Ho sempre pensato che un fenomeno così vasto non potesse essere affrontato con gli strumenti della giustizia ordinaria e che la sua cura dovesse essere principalmente politica. Bettino Craxi, che in Parlamento aveva cercato di analizzarlo, fu poi accolto da un lancio di monetine. Oggi forse, dopo l'esperienza di un decennio, verrebbe ascoltato. Mi chiedo se Berlusconi, anziché continuare a denunciare teoremi e complotti, non abbia interesse a seguirlo sulla stessa strada e a promuovere una specie di lavaggio nazionale. Nessuno meglio di lui potrebbe, come vecchio imprenditore, parlare di quegli anni con maggiore competenza. Certo, se decidesse di farlo, continuerebbe a essere accusato di «interesse privato in atti d'ufficio». Ma uscirebbe dal pantano in cui rischiamo di affondare e volerebbe più alto. Molti gliene sarebbero grati.

A mezzo millennio dal linciaggio di Amboise Paré, uno dei fondatori della chirurgia moderna accusato di pubblicazioni «indecenti» per avere osato inserire nei suoi libri di medicina illustrazioni esplicite di piaghe purulente, facce sconvolte dalla lebbra, gambe mozze e malformazioni varie, il sindaco di Vicenza Enrico Hullweck ha deciso di celebrare l'Anno internazionale dei disabili tornando su uno dei grandi temi dei secoli bui: la «deformità ributtante». La quale, come spiega l'ordinanza 25021, è oggi proibita in tutto il territorio berico. Il divieto è contenuto nell’ormai famigerato catalogo di regole fissate per disciplinare l’attività dei mendicanti. Regole che, già censurate da vari commentatori, stabiliscono come ogni accattone debba lasciare «uno spazio libero per il transito dei pedoni di almeno un metro» o che tra l’uno e l’altro debba «esservi una distanza non inferiore a metri 200». Che il Vangelo parli della carità in modo diverso, lasciamo stare: se la vedrà il sindaco. Che l’assedio di questuanti sia spesso fastidioso e professionistico è vero. Che lo sfruttamento di tanti bambini sia pianificato da bande criminali è sotto gli occhi di tutti. Ma la delicatezza del tema è tale da obbligare ogni persona a pesare le parole. E qui non sono state pesate.

Forse il sindaco voleva mettere in guardia i truffatori che ostentano menomazioni false. E nessuno avrebbe da ridire: le gambe mozze che mozze non sono o gli occhi vitrei che vitrei non sono, rappresentano un insulto per i disabili veri.

Ma qui non si vietano solo l'imbroglio o l'ostentazione esibizionistica, che vanno colpiti con la massima severità. Si vieta «la mendicità invasiva ovvero aggravata mostrando nudità, piaghe, amputazioni o deformità ributtanti».

E su questo, al di là di ogni giudizio sull'ordinanza, non ci siamo proprio: possono una piaga, un'amputazione o una deformità, chiunque ne sia il portatore, essere definite oggi, nel Terzo Millennio, «ributtanti» come ai tempi in cui la madre e la sorella di Ben Hur andavano a ficcarsi in fondo a una caverna per celarsi agli occhi del mondo? Eppure il sindaco vicentino non merita di essere messo, lui solo, in croce: prima di lui, l'hanno fatto a decine.

Questo è il punto. Il concetto antico e odioso di «deformità ributtante», così osceno e offensivo per ogni disabile, è rimasto appeso come un refuso in decine e decine di regolamenti comunali dove ogni impiegato, per fare prima, ha copiato il regolamento di altri. Che poi ogni sindaco ha firmato senza dare peso alcuno alla carica insultante di certe parole. E puoi trovarlo nei «decaloghi» di grandi città come Milano e di paesi come Solaro, di città amministrate dalla destra come Trieste o dalla sinistra come La Spezia. E nelle stesse pagine, dalla piemontese Galliate all'umbra Narni, puoi scovare il divieto di lasciar circolare liberamente i «deficienti». Vale a dire i disabili mentali nel linguaggio sbirresco e raggelante di un tempo.

Certo, insieme con il divieto di «pascere o far pascolare animali, domarli, addestrarli, ungerli, strigliarli, tosarli e ferrarli» che in via Montenapoleone suona surreale, si tratta di residui. Come i fiori sul fondo delle bottiglie di vino. Ma chi amministra non potrebbe preoccuparsi di dare una ripulita, oltre ai parchi, anche a certe leggi comunali spesso più indecorose di un giardino trascurato? «E' una vergogna: il sindaco di Vicenza e tutti gli altri dovrebbero usare meglio le parole, che mai come in questi casi sono pietre», accusa Pietro Barbieri, presidente della «Fish», la Federazione italiana per il superamento dell'handicap che raggruppa una trentina di associazioni, «Non esistono malattie "ributtanti". E' un concetto vergognoso. Non esistono nel pilota Alex Zanardi, che ha perso le gambe in gara, e non esistono nel mendicante. Un conto è colpire chi sfrutta il portatore di handicap sui marciapiedi, un altro usare parole così. Si vergognino, lui e gli altri. E il vecchio che sbava? E il bimbo down? Turbano anche loro il decoro cittadino? C'è dietro un'idea della "normalità" che mette spavento. Di questo passo si torna alla Rupe Tarpea...». Oppure, per non andare indietro fino al dio zoppo Efesto o a Polifemo dall'occhio solo, a un'idea dell'handicap come «scherzo mostruoso della natura», frutto d'una punizione dei peccatori. Dove i gobbi e i dementi dovevano le loro sofferenze alla madre «che troppo a lungo rimase seduta durante la gravidanza». Dove la Taxa Camerae di Leone X stabiliva che «i laici contraffatti o deformi che vogliano ricevere ordini sacri e possedere benefici, pagheranno alla cancelleria apostolica 58 libbre, 2 soldi».

Dove Caterina de' Medici si vantava di possedere sei nani, Re Sigismondo di Polonia nove e il cardinale Vitelli 39. Dove il povero John Merrick, che aveva avuto la testa schiacciata mentre ancora era nel grembo della mamma finita sotto un elefante, veniva trascinato per l'Inghilterra vittoriana come un fenomeno da circo: «Elephant Man». Per non parlare dell'«orrore spettacolare» che Phineas Taylor Barnum sollevava portando in giro la donna barbuta e la bambina coi mustacchi, la gigantessa Anna Swan e i due «selvaggi australiani» che in verità erano microcefali dell'Ohio. Tutti deformi, tutti «ributtanti».

Ma più ancora, vale la pena forse di ricordare a Hullweck e ai suoi colleghi tre brani che non riguardano i «soggetti appartenenti a varie nazionalità» di cui parla il sindaco vicentino nella sua ordinanza. Il primo è di Charles Dickens su Pisa, città di mendicanti dove ogni «sfortunato visitatore» era «circondato e assalito da mucchi di stracci e di corpi deformi». Il secondo della rivista americana Leslie's Illustrated del 1901: «C'è una gran quantità di malattie organiche in Italia e molte deformazioni, molti zoppi e ciechi, molti con gli occhi malati. Questi, da bambini, prima di essere abbastanza vecchi da barattare le proprie afflizioni, vengono esibiti dai loro genitori o parenti per attirare la pietà e l'elemosina dei passanti». Il terzo è del New York Times : «Tra i passeggeri di terza classe del "Vatorland" c'erano ieri 200 italiani, che il sovrintendente Jackson definì la parte più lurida e miserabile di esseri umani mai sbarcati a Castle Garden. Mentre sfilavano a terra il personale rabbrividiva alla vista di un oggetto spaventosamente deforme che zoppicava su tutti e quattro gli arti come un cane. Le dita di entrambe le mani erano contorte in modo impressionante ed erano coperte di bitorzoli. Le gambe erano senza forma e corte in maniera anormale, una più lunga dell'altra e una era interamente paralizzata». Una visione dell'handicap davvero «ributtante». Era il 1879. Più di un secolo dopo, nell'Anno del disabile tanto strombazzato, li vogliamo cambiare questi regolamenti?

«Mussolini andò al potere nel '22, ma non con la marcia su Roma. Andò al potere nell'assoluto rispetto dello Statuto Albertino. E allora, attenzione ai primi sintomi. Non facciamo finta di non vedere». Oscar Luigi Scalfaro ha infiammato la platea della Festa nazionale dell'Unità. Ad invitarlo a Bologna è stato personalmente il segretario Ds Piero Fassino, che lo ha voluto accanto a sé per la giornata dedicata al sessantesimo anniversario dell'8 settembre. E il presidente emerito della Repubblica, che ha accettato «per ragioni di affetto e di amicizia», ha scaldato gli animi dei circa duemila stipati nel Palaconad. Come? Semplicemente ripercorrendo le tappe che hanno segnato la storia d'Italia dal '22 al '45. E però, nel farlo, non nascondendo la sua apprensione per il rischio che la storia si ripeta. Perché oggi, ha detto l'ex capo dello Stato criticando le diverse leggi approvate «per una o due persone», siamo di fronte alla «lacerazione di fondamentali principi giuridici». Perché oggi, ha aggiunto con tono ancora più duro, «si sta mettendo la Costituzione sotto i piedi».

A chi gli si è fatto intorno alla fine del dibattito per domandargli se avesse correttamente interpretato il suo intervento, e cioè come un parallelismo tra Mussolini e Berlusconi, Scalfaro non ha risposto direttamente, ma ha detto: «Oggi abbiamo come dei tarli che cercano di erodere questo legno formidabile che è la nostra Storia». E ha poi aggiunto: «Non dico che qui c'è la dittatura. Mi fermo ai fatti». E allora eccoli i fatti elencati dal senatore a vita, dall'alto dei suoi 85 anni (li compie domani), dei quali 58 passati in politica.

I fatti, quelli del Ventennio: «Mussolini andò al potere nel '22. Ma non con la marcia su Roma, che sul piano costituzionale non è esistita. Mussolini andò al potere nel rispetto dello Statuto Albertino». Ha interrotto la lettura storica solo per invitare a fare «attenzione», perché «quando nascono delle cose corrette è sbagliato dire "è nata in modo corretto, quindi andiamo a dormire". E se il giorno quando ci svegliamo non è più corretta?». Chiaro il riferimento a Berlusconi, e a quanti invitano a lasciarlo fare perché regolarmente eletto dai cittadini. Ha ripreso con i fatti: «Nel 1924 viene ucciso Matteotti. Il re tacque». Nessun commento a questo passaggio. Né a quello dopo: «Nel 1930 arriva una disposizione che imponeva a tutti i dipendenti dello Stato di iscriversi al partito fascista». E ancora: «1938: tu sei ebreo? - ha detto puntando il dito indice davanti a sé - non avrai più la pienezza dei diritti. E il re, che aveva taciuto nel '24 e nel '30, firma la legge». È a questo punto che Scalfaro ha di nuovo invitato a fare attenzione: «Attenzione ai primi sintomi. Non facciamo finta di nulla, non facciamo finta di non vedere».

Ed è a questo punto che c'è stato il cambio di registro. Sempre di fatti, ha parlato. Ma dei fatti di oggi, delle leggi vergogna, dei ripetuti attacchi contro la magistratura. Poco prima era ricorso al tono ironico, ricordando che lui di professione è stato un magistrato: «Faccio parte dei matti», ha scherzato facendo ben intendere cosa pensi dell'intervista rilasciata da Berlusconi nei giorni scorsi. Frasi dette con tono ironico, all'inizio del suo intervento, quando aveva appena ricevuto in regalo da Fassino una penna Mont Blanc per il suo 85esimo compleanno. E anche con tono scherzoso aveva salutato Sergio Cofferati, seduto in prima fila insieme a tutto lo stato maggiore della Quercia dell'Emilia Romagna: «Tu, caro Cofferati, hai portato nel mondo politico una grande saggezza ed equilibrio. A te che sei matto non te lo potrà mai dire nessuno». Poi, però, il tono è cambiato quando ha iniziato a ripercorrere le tappe del Ventennio, fino all'8 settembre '43 e alla liberazione del 25 aprile '45 (criticando il «revisionismo in malafede» Scalfaro ha detto: «Mi inchino di fronte ai giovani che, schierandosi con la Repubblica sociale, andarono a morire credendo di farlo per la patria. Questo non può però mutare la realtà: erano schierati contro la parte della libertà e della tranquillità del nostro popolo»).

E il tono è rimasto serio quando è passato dalle leggi razziali alle leggi approvate recentemente in Italia, «leggi approvate per una, due o cinque persone», leggi che «sono una lacerazione del principio giuridico dell'uguaglianza dei cittadini davanti alla legge sancito dall'articolo 3 della Costituzione». Il cosiddetto lodo Schifani, ha aggiunto Scalfaro, è stato per giunta votato «come una legge normale e non con le procedure previste per la modifica costituzionale. E questo perché dovevano approvarlo di corsa, altrimenti il processo poteva andare avanti», ha detto senza specificare di quale processo si trattasse, ma facendolo ben intuire. «Questo - ha scandito mentre già tutta la platea esplodeva in un applauso scrosciante - è mettere la Costituzione sotto i piedi». Una Costituzione che oggi è «in sofferenza», perché si stanno attaccando più principi. Ha ricordato l'articolo 3, il presidente emerito della Repubblica, ma anche l'articolo 21, che sancisce il diritto di ognuno ad esprimersi liberamente e ad essere correttamente informato. «Ma ditemi voi - ha chiesto rivolgendosi alla platea - come sono i telegiornali? come sono le notizie?».

I duemila sotto il tendone del Palaconad hanno interrotto spesso con applausi il suo intervento. Ed è stato un boato quando Scalfaro ha attaccato duramente non solo il presidente del Consiglio, ma l'intero schieramento di centrodestra: «Quando mi capita di sentire il premier che dice qualcosa quanto meno irreale, incomincia una catena salmodiante di ogni rappresentante della maggioranza che spiega: non ha voluto dire così, guardate è la sinistra che... Questa - ha concluso con tono duro tra gli applausi - è la salmodia dei servi».

Solo una volta Scalfaro (che ha anche dedicato un passaggio dell'intervento all'unità del centrosinistra: «Solo se si sta uniti si vince») ha citato l'attuale inquilino del Quirinale, Carlo Azeglio Ciampi. E lo ha fatto con parole di elogio per il comunicato diffuso nel giorno dell'attacco di Berlusconi contro i giudici. Il senatore a vita ha spiegato di aver apprezzato l'intervento di Ciampi perché fatto in riferimento diretto ed esplicito a quella vicenda: «Ho detto altre volte che le prediche apostoliche, chiunque le faccia, non servono a nulla».

Dai toni meno accesi l'intervento di Fassino, concentrato sul tema della Resistenza ma con alcuni riferimenti alla situazione politica di oggi. «In democrazia non ci sono nemici da battere, ma avversari con cui confrontarsi», ha detto il segretario Ds, poi aggiungendo: «Non è inutile ricordarlo nel momento in cui la vita politica è avvelenata dalla demolizione dell'avversario inteso come nemico». Ha poi criticato duramente l'opera di «revisionismo storico» con la quale si cerca di «recidere le radici della nostra storia, che è nata nei 18 mesi delle Resistenza». Ha concluso Fassino tra gli applausi: «La nostra Repubblica nasce e vive perché una generazione ha deciso che nascesse e vivesse. Il Paese fu riscattato da uomini e donne di idee diverse, ma accomunati dai valori antifascisti».

C'ERA un unico modo non retorico e dunque non inutile di celebrare l'8 settembre, sessant'anni dopo: leggere quella data non come la morte della patria, ma come l'inizio della Resistenza, e collegare la Resistenza al suo esito politico-istituzionale più alto, la Costituzione Repubblicana del 1948. Lo ha fatto ieri Carlo Azeglio Ciampi e l'operazione è importante sotto l'aspetto morale, politico e culturale. Vediamo perché.

Sostengo da tempo che nel nostro Paese è in atto un vero e proprio cambio di egemonia culturale, senza il quale non si potrebbe spiegare l'incarnazione politica della nuova destra italiana, la sua durata e il suo insediamento, il suo impeto "rivoluzionario", l'istinto di modernizzazione anti-istituzionale che la domina, l'estremismo populista della sua classe dirigente.

Anzi, il trapasso di egemonia culturale è esattamente l'involucro che avviluppa questa politica, tiene insieme il suo procedere a strappi, fa da sfondo, orizzonte e legittimazione. Perché ciò che chiamiamo spirito dei tempi (e la nuova destra lo rappresenta esattamente e lo traduce politicamente) in Italia è esattamente questo: un trasloco di identità condivisa, un cambio culturale di stagione, una destrutturazione del sistema di valori civici su cui si è retta la nostra democrazia per quasi sessant'anni. Insomma, tutto ciò che forma lo spirito repubblicano, la coscienza statuale di una nazione.

Apparentemente, l'operazione culturale e l'operazione politica sono disgiunte e hanno protagonisti e finalità distinte. In realtà la prima funziona da battistrada e da garante della seconda. Né il carattere di rifondazione costituzionale permanente della Casa delle Libertà, né la frettolosa e silenziosa trasformazione degli ex missini di An in forza di governo, né la spinta congiunta e anti-istituzionale di tutto il Polo avrebbero potuto imporsi compiutamente senza una seminazione culturale preventiva e appropriata: che nasce certo altrove, nella piena autonomia della ricerca storica e giornalistica, ma che legittima come una cornice questo quadro italiano di oggi.

Negli ultimi anni, infatti, abbiamo assistito ad un attacco diretto a tre punti fermi della cultura civile repubblicana: l'antifascismo, l'azionismo, il Risorgimento. Il risultato è presto detto: la Resistenza - punto d'incontro delle tre culture, soprattutto nell'interpretazione gobettiana dell'azionismo piemontese - è stata svalutata a momento ideologico e strumento politico di una parte (i comunisti).

Con l'effetto culturale e politico di togliere alla Repubblica e alla sua Costituzione ogni fondamento autonomo e nazionale di riconquista della democrazia, trasformandole in costruzioni istituzionali fredde e astratte, senz'anima, quasi octroyé dagli Alleati.

Naturalmente non sottovaluto l'uso politico, di parte, che il Pci ha fatto per anni dell'antifascismo, con il risultato di ritardare e silenziare la compiuta presa di coscienza dei crimini del comunismo: non dello stalinismo, ma del comunismo. Ma resto convinto, con Bobbio, che il rifiuto dell'antifascismo in nome dell'anticomunismo ha finito spesso per condurre a un'altra forma di equidistanza abominevole: tra fascismo e antifascismo. Voglio essere più chiaro.

Un'equiparazione storica tra fascismo e comunismo è legittima. Purché non serva a cancellare lo specifico italiano, diventando una giustificazione per la nostra storia, dimenticando che qui - in Italia - la dittatura fascista è durata più di vent'anni, e che il 25 aprile non è una data scelta a caso che segna sul calendario la fine generica delle tirannie, ma al contrario è un giorno che testimonia concretamente un accadimento storico italiano, e cioè la liberazione del nostro Paese dalla dittatura di Mussolini.

Un Paese che, in nome dell'ideologia camuffa il significato della sua storia, non ha coscienza di sé. Eppure in questi anni abbiamo assistito al tentativo di ridurre il fascismo ad una sorta di debolezza nazionale, di cedimento italico, di vizio collettivo. La "zona grigia" del consenso al regime è stata esaltata come vera interprete del sentimento politico nazionale, come incarnazione del carattere collettivo, come conferma di una dittatura "che non era poi tanto male" e che comunque era patrimonio - magari inconfessabile - di tutti, salvo pochi fanatici alla cui scelta si nega ogni valore morale, ogni capacità di testimonianza valida anche per oggi.

Ancora domenica, come ha ricordato ieri Mario Pirani, il Corriere della Sera recuperava le ragioni degli attendisti, coloro che non si schierarono dopo l'8 settembre: soprattutto perché, spiega Sergio Romano, non accettavano la generale condanna che veniva dai partiti antifascisti sull'intero corso del regime, dal 1922 al 1943, disposti com'erano a riconoscere a Mussolini responsabilità soltanto negli ultimi anni, con la guerra e l'alleanza con Hitler.

Eppure, verrebbe da ricordare, l'assassinio di Matteotti è del 1924: non bastava, per definire il regime? Tra il '25 e il '28 Mussolini instaura tecnicamente la dittatura, sopprimendo la libertà di stampa e sciogliendo i partiti. Poi le leggi razziali. Cos'è successo perché di fronte a tutto ciò il conformismo e le paure degli attendisti vengano presentati, oggi, come "ragioni"? Quali "ragioni" aveva chi accettava la tragedia della democrazia come normale? E perché equiparare sempre tutto, le motivazioni di chi ha sostenuto la dittatura, quelle di chi se n'è lavato le mani, attendendo, e quelle infine di chi l'ha combattuta?

Sessant'anni dopo, c'è un'unica risposta, purtroppo ideologica. L'azzeramento di ogni moralità repubblicana, indispensabile per la destrutturazione di princìpi e istituzioni, passa attraverso la rappresentazione di un'Italia al peggio, in cui tutti sono uguali nei vizi e le virtù civiche non contano perché lo Stato è un estraneo.

Un Paese dove risuona l'elogio del malandrino, dove il rovesciamento della tavola dei valori è in pieno corso, dove l'estetismo e la goliardia si coniugano nello scherno dell'avversario, nella derisione dei suoi ideali, nello sberleffo per i valori civili considerati come inutili: dunque vecchi, superati, sopravvissuti.

Solo in questo quadro culturale si può davvero spiegare il sentimento extra-istituzionale della nostra destra, il suo modernissimo e impudico essere "aliena" allo Stato e alla sua costruzione bilanciata di poteri, il suo carattere rivoluzionario permanente. Solo dentro questa cornice che da anni filtra legittimazioni e delegittimazioni ideologiche si giustifica il prossimo obiettivo della destra: la riscrittura della Costituzione, lo spostamento dei poteri, la fondazione istituzionale di una Terza Repubblica costruita attorno alla leadership del Capo.

Un'operazione possibile solo dopo che sono stati recisi tutti i fili che legano la Costituzione alla fondazione morale della nostra Repubblica, e cioè alla Resistenza, unica fonte di legittimità capace di dare a questo Stato una tradizione viva, autonoma, riconoscibile.

Per questo il discorso di Ciampi è importante. Perché è in assoluta contro-tendenza. Parte dal rifiuto della tesi-madre di tutta l'operazione culturale di cui abbiamo parlato, la tesi che vuole la patria morta l'8 settembre, e al contrario spiega che in quella data "gli uomini e le donne che decisero di reagire salvarono l'onore della patria". Recupera il valore della guerra di liberazione, contro tante letture riduttive e di comodo, sottolinea il sostegno e la condivisione della popolazione, e vede in quella passione civile il "cemento morale" del Paese.

Ma soprattutto, il Presidente pone questo momento di riscatto all'inizio del processo costituente della nostra democrazia statuale, fino alla nascita della Repubblica e al varo della Costituzione. Una Costituzione che Ciampi difende come "valida, viva e vitale" proprio perché ha un'anima: "Lo spirito risorgimentale passato attraverso il dramma della dittatura e la catarsi del 1943-45".

È una rilettura radicale, integrale, della nostra storia, dopo le forzature di comodo. Così, la Repubblica e la Costituzione ritrovano le loro radici legittime, che erano state troppo spesso amputate negli ultimi anni. Diventerà meno facile manipolarle come fiori secchi. Come diventerà meno facile spostare i poteri al vertice dello Stato in una frettolosa riscrittura costituzionale.

Forse, nei tempi difficili in cui viviamo, si comincia finalmente a capire cosa intendevano i padri costituenti quando volevano un uomo di garanzia al vertice della Repubblica.

L’organetto canta i soliti refrains, «Intreccio fatale delle due sinistre» ovvero «Due anime, riformista e avventurista» ( Corriere della Sera, 2 settembre). Poi le identifica a battute interrogative: B. è solo criticabile a causa del «cattivo governo», come insegna l’oppositore dialogante, già suo partner nella Bicamerale, o significa «anticamera della tirannide», «da combattere con tutti i mezzi?». La "sinistra democratica" risponde lodevolmente nel primo senso: unico punto anomalo l’insoluto conflitto d’interessi (il colmo dell’ipocrisia è supporlo risolubile); quanto al resto, siamo nella norma; e se qualcuno arrischia le tre sillabe "regime", lo degnano appena d’un sorriso, fini quali sono. Purtroppo esiste l’altra, smaniosa d’avventure: vuol «abbattere un tiranno»; e mobilita gli ossessi dell’antiberlusconismo, così giudiziosamente deplorato dagli equanimi à gauche. I veri estremisti sono quelli del girotondo. Meglio Rifondazione comunista, erede d’antiche visioni delle classi. Due sinistre incompatibili. Le divide la questione se «sia lecito negare», a parole e con «gli atti, la legittimità d’un governo regolarmente eletto». Qui la voce meccanica apre una digressione: non sono poi così naïfs da credere al tiranno; ma vi crede, «fermamente», il «bacino d’utenza» dove pescano. Ecco il problema, contare i malati della sindrome antiberlusconiana: i sondatori non bastano; ci vuole il voto. Ergo, la sinistra seria vada alle urne con un partito riformista, schiumato del veleno giacobino; gli ossessi corrano da soli. Niente lista unica.

Questa cantata merita un posto d’onore nel manuale dei falsi argomenti: onesto stupidario, stile Bouvard e Pécuchet, o repertorio d’inganno sofistico. Cominciamo dal clou, se un governo costituito dans les règles sia qualificabile tirannico. Vecchia questione, su cui gl’intenditori non hanno dubbi: un conto è come il tale arrivi al potere; altro i modi nei quali lo esercita; e la pura legalità formale non basta, altrimenti nessun governo sarebbe più legittimo del nazista. Hitler non usurpa niente: s’insedia alla Cancelleria sulle ali della vittoria elettorale, chiamato dal presidente Hindenburg; ottiene i pieni poteri; morto il vegliardo, gli succede cumulando le due funzioni nella figura carismatica Führer; e siccome sopravvivono obsolete competenze autonome, una legge acclamata dal Reichstag gliele subordina (26 aprile 1942). Bartolo da Sassoferrato, luminare trecentesco (quando comuni e repubbliche diventano signorie), dedica un trattato alla tirannia, distinguendo due specie: "ex defectu tituli", l’usurpatore; ed "ex parte exercitii", chi abusa del potere validamente acquisito. Distingue anche due forme, "manifesta" e "velata" dalla maschera costituzionale. Era legittimo il governo d’Hitler? Che domanda. Inutile aspettare risposte dall’organetto: non percepisce né pensa, ripete all’infinito gli stessi suoni; e i paladini d’Arcore rispondono furiosi nemmeno avessimo attribuito al signor B. le nefandezze del caporale austriaco. Stiano quieti, erano teoremi. Non è ancora proibito usare il cervello, chi l’abbia.

Veniamo al merito. "Abbattere il tiranno" è formula da cappa e spada: nel campo antiberlusconiano nessuno macchina secessioni, scioperi fiscali, jacqueries, né arruola bande armate o fonda reti underground; la massima violenza è stata chiamarlo "buffone" perché dava spettacolo nell’aula milanese (epiteto fuori cerimoniale ma fatti, lessico, norme penali l’assolvono). I dissidenti girotondini praticano rituali civilmente beffardi: non avendo televisioni o giornali, manifestano come possono; né sarebbe atto sacrilego o eversivo fischiarlo a teatro. Se esistono eversori, e uno calca la scena con allarmante propensione al guignol, cerchiamoli altrove. Qualche esempio: equipara "Uno bianca" (poliziotti assassini) e procure indaganti su delitti piuttosto probabili, visto che piovono condanne o proscioglimenti ignominiosi (sono passati tanti anni; i fatti esistono, forse però li ignorava; o non costituiscono più reato, essendosi lui tolta dai piedi la norma); proclama «perseguitato politico» l’emissario che un tribunale condanna a 11 anni; nel nome del popolo sovrano iugula le Sezioni unite, colpevoli d’avergli impedito la fuga da Milano. Che storia triste: accumula soldi incretinendo il pubblico delle sue lanterne magiche, sotto le ali d’un consociativismo corrotto del quale raccoglie l’eredità, attraverso una mutazione genetica perché i precursori avevano idee politiche, mentre lui resta uno scorridore d’affari; recluta schiume, agita clave (scandalo Telekom), spaccia finti valori (ordine, moralità, rispetto dei meriti); contraffà i segni della cultura (quel ridicolo culto d’Erasmo); governa avendo tante mani private intese al profitto; dissemina una barbarie politica nuova negli annali costituzionali. È perversione giacobina dirlo? No, matter of fact.

I persuasori neutrali ostentano compatimento e irrisione: «Ah sì, stiamo rivivendo gli anni 1925 e 26; partito unico, dissenso-delitto, tribunale speciale; dove li vedete?». Ironie gaglioffe: la storia non è un melodramma i cui attori concedano bis; le dittature macabre non tornano più; riconfigurati up to date, Mussolini o Hitler sarebbero alquanto diversi, restando identici nel profondo. Gli eventi d’allora sono irripetibili, non foss’altro perché stiamo nell’Ue. Esistono instrumenta regni più sicuri, duttili, meno sporchi. Rispetto all’Italia 2003, caso senza precedenti nelle patologie politiche, «conflitto d’interessi» significa regime personale. Tale va definita ogni società che abbia un padrone. In larga misura B. lo è e non gli basta. Guardate come adopera governo, parlamento, risorse pubbliche (cominciando dalla Rai), l’impero privato editorial-televisivo, un patrimonio i cui tentacoli solo Iddio sa dove arrivino, tra paradisi fiscali, sedi off-shore, scatole cinesi, vertiginosi caleidoscopi societari. Dopo Achille Starace, cane da guardia del Pnf, s’era mai visto un partito simile ai forzaitalioti? Quanto poco c’entrino le idee, lo dicono mimiche, stereotipi verbali, una disciplina dove manca persino quel tanto d’Io indipendente che il contratto riservava all’assoldato nelle compagnie di ventura: stanno sull’attenti; ripetono senza impallidire qualunque bestialità comandata dal Sire; tra loro s’azzannano, naturalmente. Inviti a corte, lever du Roi, coucher du Roi, passatempi in sala, salotti, giardino: a Versailles forse c’era più spirito, né Re Sole s’esibiva da comico o canterino; a Villa Certosa il tempo passa tra conferenze strategiche con i Big, visite d’ossequio, pantomime, melodie napoletane, nel quale pot-pourri l’Unico parla, mima, ride, canta, ringhia, benedice, scaglia fulmini, signore della scena.

Hanno un senso molto pratico i refrains dai quali siamo partiti. Definiamolo così: lo strapotente B. vince comodo su un’opposizione che, ignara delle poste o simulando d’esserlo, lo tratti da interlocutore perfetto, e magari gli aumenti i poteri, servizievole nel gioco delle riforme. Perciò l’organetto aborre gli «avventuristi» ossia chiunque abbia una testa e sentimenti morali.

Se fosse esistito qualche dubbio su origini e stile dell’uomo al governo, lo scandalo Telekom lo dissiperebbe. La storia comincia nel giugno 1997, quando Telecom Italia, il cui 61% appartiene ancora allo Stato, acquista il 29% dall’omonima serba, sborsando 878 miliardi: 5 anni dopo glielo rivende e ne incassa 378, essendo ormai una società a capitale privato (la residua quota pubblica ammonta al 3.9%). Nel frattempo lì era scoppiato l’inferno: Kosovo, intervento militare Usa e Nato, collasso serbo; e i manager non sono Nostradamus. Affari simili attirano gli squali. Dal febbraio 2001 la procura torinese indaga sui retroscena. L’inchiesta parlamentare parte nel maggio 2002. Obiettivo, squalificare gli avversari evocando miliardi corsi sotto banco: intona il canto un tale dal cospicuo record penale ma è roba tale da non essere spendibile nemmeno nel pubblico d’11 anni prediletto dai comunicatori Mediaset; l’impresentabile sparisce; e faute de mieux, ecco Igor Marini, al quale non manca il look forzaitaliota. Come testimone gentiluomo, vale l’altro. Mercoledì 8 maggio innesca un diversivo dal dibattimento Sme dove Sua Signoria guadagna tempo aspettando l’ignobile lodo: arrestato sul suolo elvetico, dove guidava i commissari alla ricerca delle prove, abita ora nelle Vallette, prigione subalpina munitissima; lo descrivevano formidabile macchina mnemonica, senonché cambia versione ogni volta, né esistono riscontri. Anche chi non abbia l’acume induttivo d’Auguste Dupin (proto-detective inventato da E.A. Poe) vede in che brago affondino gli onorevoli inquirenti. Infine indica tre destinatari dei soldi neri rifluiti dalla Serbia: l’allora presidente del Consiglio, nel quale B. ha un pericoloso antagonista elettorale, il ministro degli Esteri, un sottosegretario; nella seduta seguente ne nomina ancora tre, uno dei quali sedeva all’opposizione adesso padrona (frange ex-democristiane fluttuano). Nemmeno una sillaba sul ministro del Tesoro, attuale capo dello Stato, ma a tempo debito lo evoca quale commensale del correo Fabrizio Paoletti, da cui afferma d’averlo saputo, e costui cade dalle nuvole.

L’allora sottosegretario agli esteri P.F., ora segretario Ds, chiama sulla scena «il burattinaio» seduto nel Palazzo Chigi. I soliti replicanti fingono d’inorridire, come quando l’innocuo mattoide Robert-François Damiens punge con un coltellino Luigi XV, le "Bien-aimé". L’amatissimo Sire d’Arcore scaglia fulmini. Peccato che non vigano più le pene d’allora, essendosi ingentiliti i costumi nei 256 anni dallo squartamento su place de Grève. Querela o causa civile? Lunedì 15 settembre il dado è tratto: tutt’e due, querela a Bologna, citazione davanti al tribunale romano; l’offeso chiede 15 milioni d’euro. P.F. rinuncia all’immunità parlamentare e lo sfida ad analogo passo nel giudizio milanese. È materia indisponibile, avvertono gli zelanti. Non confondiamo cose diverse sotto lo stesso nome: "opinioni" e "voti" inquadrabili nella funzione parlamentare sono atti penalmente irreprensibili ab ovo, lo chieda o no l’immune (art. 68 Cost.); è privilegio personale disponibilissimo, invece, la sospensione dei giudizi che B. s’è affatturata.

Ma il caso de quo evade dall’ art. 68: dire «Mussolini manda dei sicari a Matteotti» o "De Gasperi chiama bombe americane su Roma" (l’aveva scritto Guareschi) o «Igor Marini lavora pro B.», non è dialettica camerale; sono discorsi virtuosi o diffamatori, secondo i contesti, chiunque parli, sieda o no in Parlamento; a dati presupposti cadono sotto una scriminante arguibile analogicamente, perché l’interesse collettivo impone critiche anche sanguinose; ipotesi da non confondere con l’exceptio veritatis (prova l’asserto e sarai assolto: art. 596 c.p.). Ora, «burattinaio» è metafora abbastanza ampia da includere due casi estremi e tanti intermedi: N imbecca P affinché compia gesti o dica cose a comando; o era P a muoversi; rende servizi spontanei, sicuro che N, ricchissimo, strapotente, largo pagatore, non lesini sul compenso; fosse roba pulita, la definiremmo gestione d’affari (artt. 2028-32 c.c.). I tribunali diranno quale sia l’ipotesi più probabile, considerati precedenti, persone, interessi. La lunga grancassa mediatica sulle pseudo-rivelazioni lascia pochi dubbi.

I soliti plananti sulla mischia raccomandano toni bassi. Qualcuno ventila simmetrie, equiparando il narratore detenuto alla testimone le cui parole avevano innescato i procedimenti Imi-Sir, Lodo Mondadori, Sme. Chiaro l’invito a rimuovere i rispettivi episodi attraverso una doppia amnesia: ormai B. sta quasi fuori, salvato da immunità e prescrizione, estendere le quali ai correi è affare tecnico; basta liquidare l’antiberlusconismo rabbioso, affinché rifioriscano i dialoghi sulle riforme, cominciando dalla giustizia (carriere separate, ecc.). Definiamolo discorso tartufesco, appeso a una falsa simmetria, falsissima, più falsa delle finestre dipinte: i rispettivi detti non s’equivalgono affatto; uno affabula; i fatti svelati dall’altra conducono a reperti (carte bancarie estere) talmente incriminanti che, nel goffo tentativo d’escluderli, squadre d’onorevoli operai riscrivono articoli sulle rogatorie in termini addirittura manicomiali (alludo all’art. 729, 1-ter); e un tribunale emette dure condanne.

Nella seconda decade d’agosto sopravviene la svolta tattica, necessaria perché l’indagine torinese liquiderà le favole d’Igor: che débâcle; erano l’amo d’una truffa telematica i finti 120 milioni $ della pretesa tangente serba nella banca monegasca Paribas; lo manovravano pirati romani specialisti dell’assalto informatico alle banche (qui, 22 settembre). Archiviate le tangenti, i berluscones deplorano l’affare rovinoso a profitto del sanguinario dittatore serbo, presupponendo che i ministri siano obbligati a vedere nel futuro (tra l’acquisto Telekom e l’inferno kosovaro passano 3 anni): colpa diretta, se lo sapevano; o controlli omessi, quindi inescusabile negligenza. Ogni tanto persone variamente situate girano in tondo come nel presepio meccanico: forse le muove un filo; militanti estremisti, pontieri melliflui, oracoli finti neutrali, salmodiano quel dilemma nei rispettivi stili. L’ex-speaker forzaitaliota, ora coordinatore, trae una conclusione categorica: devono dimettersi; e siccome gli attuali titolari d’uffici sono due, i bersagli saltano all’occhio; uno è il capo dello Stato; l’altro siede nella Commissione europea. Poi nega l’allusione al Quirinale, ma nel mondo blu le parole significano mille cose, anche opposte: non esistono parti fisse; era colomba, diventa guerrigliero o l’inverso. Unica costante l’interesse padronale, da servire in ginocchio e con quanto zelo lo servono. Il signore delle lanterne magiche lavora nel fluido, noncurante dei fatti: 2+2=5 o forse 7 o lui solo sa quanto; aveva vinto spaventando gli elettori con lo spettro comunista (anno Domini 1994, nemmeno fossimo regrediti al 1948); dopo 8 anni ripete l’en plein spacciando illusioni; gli avversari sgomenti credevano che avesse catturato almeno 7 italiani su 10.

L’ugola ufficiale spendeva parole mirate chiedendo le dimissioni dei ministri d’allora: uno, ripetiamolo, è l’antagonista probabilmente vittorioso nella futura sfida elettorale; e se l’altro scendesse dal Colle, vi salirebbe Berlusco felix. Le allusioni intimidatorie puntano anche al futuro imminente: aspettano il voto due testi spudoratamente viziosi, su tv e conflitto d’interessi; restituendoli alle Camere con un messaggio dove spieghi perché non li promulga, il capo dello Stato lo metterebbe spalle al muro; rivotarli tali e quali significa togliersi la maschera, gesto prematuro. Incombono mesi caldi. Perciò B. avvelena l’atmosfera, con tale volgarità da attirarsi gli ammonimenti dei vescovi, 16 settembre, nonostante i favori alle scuole private. Anima d’eversore e padrone dell’ordigno mediatico, ha tutto da guadagnare nella bagarre.

MARZABOTTO (Bologna).

Una lezione di storia. Destinata a tutti coloro che dicono «sciocchezze» sul passato, con l’obiettivo neanche tanto nascosto di stravolgerlo per i propri fini politici. L’ha tenuta il senatore a vita Oscar Luigi Scalfaro, parlando davanti a migliaia di persone riunite a Marzabotto, per commemorare il 59° anniversario dell’eccidio nazifascista nel quale morirono 955 civili. Scalfaro ritorna sulle dichiarazioni di Berlusconi su Mussolini e sulla sua «benevola» dittatura. E, pur senza citare mai direttamente il premier, non nasconde l’indignazione: «Se io sono libero lo devo a coloro che hanno lasciato qui la propria vita - esordisce il presidente emerito della Repubblica -. E se taluni abusano di questa libertà per alterare la storia in modo sciocco e vuoto, si ricordino che sono liberi, anche di dire sciocchezze, grazie a loro». E ancora: «Lo so che si può dire che Mussolini non aveva ucciso nessuno - continua, riferendosi direttamente all’intervista di Berlusconi con la rivista inglese The Spectator -, ma neanche Nerone personalmente ha mai ucciso nessuno».

La folla applaude a lungo: c’è davvero tanta gente nella piazza del centro sull’Appennino emiliano che è sede della Scuola di pace edificata per educare i giovani alla tolleranza e al rispetto reciproco. Tutt’intorno ecco i moltissimi gonfaloni di città e province, striscioni e cartelli dell’Associazione nazionale partigiani italiani («No a un regime autoritario, uniti per la Costituzione»). Ci sono anziani con il caratteristico fazzoletto tricolore, alpini ricoperti di medaglie al valore, ma anche nonni accompagnati dai loro nipoti, accomunati dalla volontà di difendere la Resistenza. Sul palco delle autorità anche Sergio Cofferati, candidato sindaco del centrosinistra sotto le Due Torri, che viene salutato con calore dalle persone. E poi ancora Vasco Errani, governatore dell’Emilia-Romagna, Vittorio Prodi, presidente della Provincia di Bologna e della Scuola di pace di Montesole, e Giovanni Salizzoni, numero due di Palazzo D’Accursio.

Davanti a questo «splendido spettacolo di popolo», Scalfaro prosegue il suo monito: «È la guerra a trasformare gli uomini in mostri. La falsità e la menzogna sono la prima fonte di guerra: l’uomo politico che non rispetta la verità non è degno di dirsi tale». Ed è ancora a Berlusconi e ai suoi uomini che fischiano le orecchie quando il senatore a vita, che a soli 27 anni partecipò all’assemblea costituente per redigere la carta fondamentale della Repubblica, censura qualsiasi tentativo di «incrinare il principio che vede gli uomini tutti uguali di fronte alla giustizia». Scalfaro invita tutti a vigilare sulla degenerazione di questi inquietanti segnali: «Mi chiedo quanti abbiano contestato quando la dittatura fascista ha cominciato a togliere il diritto di voto, la libertà di stampa, a discriminare gli ebrei... E quanti invece sono stati zitti per restare fuori dai guai? Il silenzio davanti a queste storture non è prudenza, è vigliaccheria».

L’altro oratore d’eccezione della cerimonia è Joschka Fischer, ministro degli Esteri tedesco. Mentre parla alla folla, lacrime di commozione gli rigano il volto. «Il ricordo e la responsabilità storica per quello che è successo a Marzabotto continuano a farci male e a farci vergognare - dice Fischer in un fluente italiano -. Si tratta del più terribile crimine tedesco commesso in territorio italiano. Mi inchino con profonda tristezza davanti alle vittime». Fischer testimonia così il cordoglio e la partecipazione del popolo tedesco, come un anno e mezzo fa aveva fatto il presidente della Repubblica federale Johannes Rau nella visita con il presidente Carlo Azeglio Ciampi sui luoghi della strage. «Sono esterrefatto e scosso di fronte a quest’orrendo atto - conclude Fischer -, ancora oggi siamo in lutto per le vittime innocenti insieme ai familiari e a tutto il popolo italiano. I disastri del nazionalismo e del nazismo ci servano di ammonimento, non dobbiamo dimenticare mai».

ROMA - Le bugie hanno le gambe corte. Almeno questo è quanto sostiene il giornalista inglese Nicholas Farrell a proposito del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Che per giustificare le sue recenti affermazioni su fascismo e giustizia, afferma Farrell, sta raccontando una frottola dopo l'altra agli italiani.

Nicholas Farrell non è un giornalista qualsiasi. E' l'uomo che ha realizzato l'intervista per The Spectator dopo la quale sul premier italiano si è scatenata una bufera senza precedenti. Per intenderci, è l'intervista su Mussolini in versione "buonista" e sui giudici "mentalmente disturbati". Ebbene, al Cavaliere che si è difeso dicendo di essere stato travisato, e che davanti alla comunità ebraica ha parlato di una chiacchierata "tra amici" accompagnata da ben due bottiglie di champagne (e dunque male interpretata), Farrell replica puntigliosamente. E smonta l'intera versione fornita dal capo del governo.

Ecco l'esordio della lettera aperta scritta dal giornalista inglese e pubblicata oggi dalla Voce della Romagna: "Caro Cavaliere, quello che sto per scriverti mi addolora perché, mio Berlusca, tu sei grande e io ti voglio bene, ma la verità è sacra e tu non hai detto la verità, hai raccontato alcune frottole e io ho le prove".

Prima bugia. "Continui a dire - scrive Farrell - che la nostra intervista con te era 'una chiacchierata estiva tra amici', non un'intervista con dei giornalisti. Invece era un'intervista on the record (ufficiale) e sono servite settimane per organizzarla. Questo è il motivo per cui sia io che Boris abbiamo messo i nostri registratori sul tavolo di fronte a te e poi, naturalmente, li abbiamo accesi". Su questo punto il giornalista rivela anche un altro dettaglio, con il quale vuole dimostrare che Berlusconi era perfettamente a conoscenza della ufficialità del colloquio: "All'inizio della nostra intervista hai chiesto a me e a Boris (Johnson, il direttore del settimanale, ndr.) se avremmo fatto le domande in inglese e ha chiesto di sapere quando e dove sarebbe apparsa l'intervista". La risposta - dice Farrel - l'ha data appunto Johnson, dicendo al premier che sarebbe stata pubblicata "la prossima settimana su una rivista chiamata The Spectator di cui io sono il direttore".

Seconda bugia. E' quella raccontata ai leader della comunità ebraica alla Sinagoga di Roma mercoledì scorso. "Hai detto loro che tu hai fatto commenti sui giudici pazzi e il benigno Mussolini solo perché eri a little tipsy (un po' alticcio) dopo aver bevuto 'due bottiglie di champagne' con noi". Non è vero, e Farrel lo segnala in modo piuttosto colorito: "Ma và, Berlusca! Tu sai bene quanto noi che l'unica cosa che abbiamo bevuto durante l'intervista era tè freddo al limone, molte caraffe di tè freddo al limone".

Quindi: "Smetti di dire queste frottole, altrimenti non verrò mai più a intervistarti in Sardegna, e smetti di chiamare me e Boris criminali, perché noi siamo giornalisti e facciamo il nostro mestiere, che è quello di seminare zizzania, che non è più un delitto capitale". Nicholas Farrell conclude ironicamente "raccomandando" a Berlusconi di "fare il bravo", altrimenti "è pronta la pubblicazione della terza puntata". Lasciando tutti con la curiosità di sapere cos'altro avrà mai detto Silvio Berlusconi in quelle due ore di conversazione on the record e senza una sola goccia di champagne.

Riccardo De Gennaro
Cattaneo contro Annunziata Sindacati in tv? Hanno Rai3

Riforma pensioni, il direttore generale Rai disposto a concedere solo un contraddittorio da Vespa - Possibile manifestazione nazionale a fine novembre Ieri incontro a Viale Mazzini. Maroni: la legge può essere ancora migliorata

ROMA - Forse uno speciale «Porta a porta» sulle pensioni, dove potrebbero avere un piccolo spazio tutto loro per spiegare le ragioni del no alla riforma Berlusconi. O, forse, niente. I tre leader di Cgil, Cisl e Uil, Epifani, Pezzotta e Angeletti, sono usciti ieri dall' incontro in Rai con il presidente Lucia Annunziata e il suo direttore generale Flavio Cattaneo con una mezza promessa, ma con la conferma della difficile coabitazione tra i due, ormai ai limiti dello scontro. Mentre la Annunziata ha dato ragione ai sindacati sulla legittimità della loro richiesta di uno spazio in tv dopo gli interventi sulle pensioni di Berlusconi e Tremonti (il primo a reti unificate, il secondo invitato a «La vita in diretta»), Cattaneo ha preso tempo, riservandosi una decisione dopo una consultazione con i direttori di rete e richiamandosi a «delibere interne» e ad «elementi normativi». Dopo che il direttore generale ha dichiarato di rispondere soltanto al consiglio di amministrazione, il presidente Annunziata ha ribattuto che oggi porterà il problema nella riunione del cda. Preso atto della posizione di Cattaneo, la Annunziata ha anche manifestato al direttore generale le sue perplessità sulla coerenza della Rai rispetto alle sue caratteristiche di servizio pubblico. è, insomma, la seconda puntata del braccio di ferro cominciato in occasione della mancata concessione della diretta tv per la manifestazione dei sindacati europei a Roma. In apertura dell' incontro, durato oltre un' ora, Cattaneo ha fatto immediatamente capire ai sindacati la sua scarsa disponibilità a concedere loro spazi televisivi: «Di che cosa vi lamentate? Avete già Raitre, che ogni giorno sostiene le vostre ragioni», ha detto Cattaneo, raccontano i sindacati. «Allora diremo ai nostri iscritti di pagare soltanto un terzo del canone», ha ribattuto Pezzotta. I sindacati chedono, come ha sollecitato anche il presidente della commissione di vigilanza sulla Rai, Claudio Petruccioli, parità di trattamento rispetto agli interventi di Berlusconi e Temonti, che hanno potuto parlare della riforma previdenziale senza alcun contradditorio: «Abbiamo chiesto che ci sia spazio anche per le posizioni del sindacato - ha detto Epifani - cosa che per il servizio radiotelevisivo dovrebbe essere quasi un dovere istituzionale. Fino ad oggi, invece, questo non è avvenuto». I sindacati, intanto, sono impegnati nella preparazione dello sciopero generale di venerdì prossimo: la nostra sensazione, dicono, è che sarà molto partecipato. E sarà solo il primo passo: Cgil, Cisl e Uil avrebbero infatti già stabilito il percorso di lotta successivo, che dovrebbe prevedere - se il governo non ritirerà la delega - una grande manifestazione nazionale a Roma (come nel ' 94) da fissare per sabato 22 o 29 novembre e uno sciopero generale - questa volta di otto ore - per il mese di dicembre. Il ministro del Welfare, Roberto Maroni, intanto, torna alla carica e ribadisce che «spazio per il dialogo con le parti sociali c' è, vedremo se ci sarà la volontà di discutere dall' altra parte, per ora ho sentito soltanto dei no e nessuna proposta alternativa». Gli risponde Pezzotta: «Adesso facciamo lo sciopero, poi - se il governo cambia la sua proposta - si può discutere. Comunque è lui che deve cambiare, non io. Il sindacato le controproposte le aveva fatte e non ha ricevuto alcuna risposta». Quanto all' unità sindacale, Pezzotta ha dichiarato che «ci sono dei momenti in cui è prioritaria la convergenza su obiettivi comuni anche se questo non vuol dire aver superato le divisioni. Oggi è uno di quei momenti». Da Palazzo Chigi, intanto, nessuna notizia della lettera sulle pensioni che Berlusconi ha annunciato di voler inviare agli italiani sull' esempio del primo ministro francese, Jean Raffarin. è possibile che, dopo una prima valutazione in senso contrario, l' invio della missiva avvenga dopo lo sciopero generale proclamato da tutti i sindacati, ad eccezione delle Rdb-Cub, che hanno scelto il 7 novembre. Per ora l' unico punto fermo è che la lettera sarà lunga non più di 25 righe, una cartella.

La Rai oscura i sindacati, Annunziata non convoca il cda

Bocciata la proposta del presidente di prevedere finestre informative sullo sciopero di venerdì. Polemica con Gasparri

ROMA - Lucia Annunziata manda al minimo i motori della Rai. Il presidente della tv di Stato rinuncia, cioè, a convocare la prossima riunione del consiglio d' amministrazione. Il suo è un estremo atto di protesta contro lo decisione del direttore generale Cattaneo e dei 4 consiglieri di non dar «voce» al sindacato sulla riforma delle pensioni. In concreto Lucia Annunziata chiedeva che RaiUno, la rete più vista, aprisse delle "finestre informative" sullo sciopero del 24 ottobre. Queste finestre avrebbero compensato il messaggio di Berlusconi agli italiani (quello a reti unificate) ed anche la presenza di Tremonti al programma di Cucuzza, il 15 ottobre. Niente da fare. Dello sciopero dovrà occuparsi RaiTre, più piccola e meno vista, con un pugno di spazi informativi. Cada nel vuoto anche l' idea del segretario della Uil Luigi Angeletti, che sognava un confronto video con Berlusconi o almeno con Tremonti. Annunziata è arrabbiata anche perché oggi "Uno Mattina" ospiterà il ministro Maurizio Gasparri, malgrado un atto della commissione parlamentare di Vigilanza sulla Rai vieti la presenza dei politici in programmi di intrattenimento. In questo clima, Giuseppe Giulietti dei Ds promette un ricorso alle «autorità di garanzia, italiane ed europee» perché si valuti se la Rai rispetta i criteri minimi di pluralismo: «L' evidenza è che chiude la bocca al sindacato e offre telecamere, microfoni e truccatrici solo a questo o quel ministro». Fabrizio Morri, sempre dei Ds, è «incredulo perché la tv di Stato nega spazio, oltre che ai partiti dell' opposizione, addirittura alle forze sindacali, dunque ai lavoratori di ogni credo ed opinione». Dall'altro fronte, Schifani (Forza Italia) accusa Annunziata di fare ormai un «uso politico» della sua poltrona di presidente. Batte un colpo anche il portavoce di Gasparri per spiegare che, stamattina, il ministro non vestirà la giacca del politico, semmai quella del rappresentante delle istituzioni. La Rai, infine, ricorda che anche Vespa, lunedì sera, si occuperà di pensioni. (a.fon.)

Annunziata: nel 2004 non ci sarà pluralismo

Il presidente Rai: 'Il digitale è sulla carta, Ciampi si illude' - La polemica. Oggi i vertici in Vigilanza 'Dare più voce ai sindacati'

ROMA - Lucia Annunziata, presidente della Rai, avverte i politici ed anche il presidente Ciampi. Niente illusioni: il pluralismo informativo non è dietro l' angolo, non arriverà nel 2004, e comunque non è garantito dalla legge Gasparri, all' esame del Parlamento. E' un errore - aggiunge Annunziata - riporre troppe speranze nella Tv digitale terrestre, di cui parla la legge. Questa nuova tecnica di trasmissione del segnale promette di moltiplicare i canali ricevibili a casa, dunque gli editori che offrono contenuti, dunque il pluralismo informativo. Ma una tecnica così innovativa richiede tempi lunghi prima di affermarsi, almeno 10 anni: bisognerà cambiare antenne e televisori, ad esempio. Prima di allora, la fine del duopolio è una pia illusione. E a proposito di pluralismo, la commissione parlamentare di Vigilanza sulla Rai convoca per oggi Annunziata e il direttore generale Flavio Cattaneo. I due amministratori si sono scontrati martedì, lei favorevole a collocare nel palinsesto di RaiUno (la rete più vista) spazi informativi sullo sciopero dei sindacati, lui disposto a concedere solo la piccola (e meno vista) RaiTre. Paolo Gentiloni della Margherita chiede che la commissione parlamentare di Vigilanza approfondisca la questione. Non solo. Il direttore generale Cattaneo dovrà anche spiegare perché i ministri Tremonti e Gasparri sono andati da Cucuzza e ad "Uno Mattina" (su pensioni e televisione digitale) malgrado un documento della Vigilanza vieti la presenza di politici in programmi di intrattenimento. Infine, Ulivo e Rifondazione attaccano Tony Renis, che organizzerà il Festival di Sanremo, e anche il direttore di RaiUno Del Noce. Il 14 ottobre, l' Unità ha pubblicato un articolo di Nando Dalla Chiesa che raccontava delle presunte amicizie di Renis con alcuni boss mafiosi americani. Ieri, poi, in una intervista al Corriere della Sera, Del Noce ha sdrammatizzato la cosa, ha parlato di una campagna di «sospetto e diffamazione senza prove», infine ha ricordato che anche Sinatra conosceva personaggi equivoci, inevitabile forse per chi calca i palcoscenici. Ulivo e Rifondazione non gradiscono il teorema di Del Noce (ieri preso di mira anche dalla trasmissione radiofonica di Alessandro Sortino, in onda su Capital). Falomi dei Ds e Piscitello (Margherita) chiedono che il contratto di Renis con la Rai sia sottoposto alle verifiche antimafia, come capita per gli appalti alle imprese. Vendola (Rifondazione) invoca le dimissioni dell' artista. An, invece, accusa il centrosinistra di muoversi ormai sulla linea «colpevolista e insinuante» tracciata da Violante. (a.fon.)

Caro direttore, ieri sera, all’una di notte, doveva andare in onda un nuovo programma di Rai Due, Cyrano, dove io avrei vestito i panni del celebre spadaccino di Rostand. L’idea del format era venuta qualche mese fa a Edoardo Fiorillo, producer di Match Music, un gruppo di giovani, bravi ed entusiasti che si erano occupati finora prevalentemente di programmi musicali ma che intendevano fare il salto verso un tipo di televisione più impegnata e avevano individuato in me la persona più adatta per la parte di Cyrano, un osservatore della vita un po' trasognato e fuori dagli schemi il cui compito era quello di commentare, a modo suo, i temi e i servizi della trasmissione, in genere di costume (la prima puntata, intitolata «Morire prima, morire tutti», era sarcasticamente dedicata all’incapacità, tutta moderna, di accettare la vecchiaia e la morte). Fiorillo ha proposto il programma ad Antonio Marano, direttore di Rai Due, che l’ha accettata in blocco, compresa la mia partecipazione. Abbiamo firmato i contratti, fatto le prove in corso Sempione, l’ufficio stampa Rai ha emesso un comunicato in cui si dava notizia del nuovo format, che si sarebbe articolato in 15 puntate, e del fatto che Cyrano sarebbe stato Massimo Fini, è uscita un'Ansa in proposito, molti giornali ne hanno parlato e Tv Sette, nella sua consueta rubrica ha segnalato il programma, corredandolo con una mia fotografia, fra quelli da vedere, cosa, mi dicono, rarissima e forse unica per una trasmissione in onda a quell’ora. Infine, il 24 settembre, abbiamo registrato la prima puntata.

Ma quello stesso giorno - e prima di poter vedere la puntata, che andava comunque montata - Edoardo Fiorillo è stato convocato da Marano che gli ha comunicato che c’erano delle grosse difficoltà, dei veti. «Sul programma?» ha chiesto Fiorillo. «No, sulla persona, su Massimo Fini» ha risposto Marano che quindi ha proposto al producer di fare ugualmente la trasmissione, ma togliendomi di mezzo. Fiorillo ha replicato: «Non è possibile: Fini è coautore del programma e inoltre il personaggio di Cyrano è stato pensato e tagliato su di lui». Una risposta coraggiosa perché Fiorillo sapeva di giocarsi in questo modo due mesi di lavoro, un programma su cui aveva investito molto dal punto di vista professionale ed emotivo e, probabilmente, ogni futuro rapporto con la Rai.

L’altro ieri, 29 settembre, mi sono visto con Antonio Marano nel suo ufficio di corso Sempione, alla presenza di un suo collaboratore, Michele Bovi, e di Edoardo Fiorillo. Il direttore di Rai Due mi ha tenuto il seguente discorso: «Voglio essere franco con lei. Potrei salvarmi dicendo che la trasmissione non va bene, che ha bisogno di aggiustamenti. Ma non sarebbe giusto. La puntata che ho visto funziona benissimo. Il fatto è che c’è un veto su di lei, un veto politico e aziendale, da parte di una persona cui non posso resistere. Chi sia questa persona non intendo dirglielo, lo farò il primo gennaio ». Quindi mi ha proposto, come mediazione, di rimanere come autore ma di sparire dal video. Ho risposto: «Non so se vi rendete conto della violenza che mi state usando. Mi avete avvicinato voi, mi avete contrattualizzato, poiché si trattava di quindici puntate, ho dovuto modificare i miei programmi, rinunciare ad altri lavori. Facciamo le prove, le facciamo in Rai, l’ufficio stampa Rai manda fuori un comunicato in cui si dice che Massimo Fini sarà Cyrano, i giornali ne parlano, facciamo la prima puntata e senza neanche vederla, senza nemmeno entrare nel merito, mi si dice: no, tu non puoi lavorare. Cioè, io non posso lavorare in questo Paese?» Marano: «No, no, lei può lavorare...» Io: «Sarò più preciso: ci sono lavori che io, cittadino di questo Paese, non posso fare perché qualche federale me lo vieta ». Marano: «Ecco. È così».

Adesso Marano, rispondendo ai giornalisti che lo interrogano sul caso che si è creato, si difende dicendo che la trasmissione andava messa a punto, che era deboluccia. Lo capisco. Non può dire pubblicamente ciò che ha detto a me. E mi dispiace anche tirarlo così pesantemente in mezzo perché mi è sembrato, tutto sommato, un brav’uomo, il diavolo meno brutto della compagnia, schiacciato da forze troppo più potenti di lui. Ma la verità è quella che ho scritto io, qui, e ho tutte le possibilità di dimostrarlo perché, a parte la testimonianza di Fiorillo, quella conversazione è registrata.

Chi ha posto il veto? Marano non l’ha detto e io non gliel’ho chiesto. Posso solo fare delle deduzioni. Le sinistre no perché attualmente non hanno questo potere in Rai. La Lega no, perché Marano è leghista ed è lui che ha sponsorizzato Cyrano. In quanto ad An, uno dei collaboratori di Marano, Spoto ha fatto un sondaggio presso il ministero delle Comunicazioni, Maurizio Gasparri, il quale ha risposto che non mi vede certo di buon occhio ma che comunque non c’erano pregiudiziali (poteva essere un po' più generoso, monsignor Gasparri, ricordando che negli anni Ottanta, quando l’Msi era al bando, io ero, insieme a Giampiero Mughini, l’unico intellettuale italiano non di destra a partecipare alla loro convention e alle loro manifestazioni culturali, lo facevo non perché condividessi, ma per testimoniare che quattro milioni di italiani non potevano essere arbitrariamente esclusi dal gioco politico). Le correnti di An però oggi sono tante. Gasparri, poniamo, non è La Russa. La mia impressione è comunque che si tratti di un berlusconiano, di Forza Italia, di An, di Comunione e Liberazione, non importa, molto potente per costringere un direttore di Rete come Marano a fare la figuraccia che ha fatto, un berlusconiano forse più realista del Re al quale le mie critiche non sono mai andate giù, non perché, ovviamente, abbiano chissà quale risonanza, ma perché sono comunque fastidiose dato che non è facile gabellarmi per «comunista». Di chiunque sia, un veto c’è stato. Politico e, oserei dire, quasi antropologico. Non essendo iscritto ad alcun partito, non essendo riferibili ad alcuna area politica, non essendo intruppato in alcuna lobby sono abituato, da un quarto di secolo, ad essere emarginato, non pensavo però di diventare addirittura un appestato. Ma se a 58 anni suonati, in cui, caso, credo, quasi unico, non ho mai lavorato né per la Rai né per Mediaset, neppure con una consulenza piccina piccina, non posso nemmeno avere una parte in una trasmissione di costume che va in onda all’una e mezza di notte, cosa devo pensare? Che cosa dobbiamo fare? Ci dicano dove possiamo lavorare. Abbiano almeno il coraggio di dirci apertamente che ci sono dei cittadini che non possono fare certi lavori. Promulghino delle leggi, come ai bei dì. Sarebbe una situazione più chiara e eviterebbe perlomeno a dei disgraziati, come Fiorillo, ma anche come Marano, di entrare in contatto con degli appestati senza poter sapere che sono tali. Caro direttore, perdona lo sfogo, il lungo sfogo. Ma è particolarmente deprimente vivere in un Paese dove ogni santo giorno le più alte cariche dello Stato tuonano contro il fascismo che fu, facendo finta di non accorgersi del fascismo che è. Quanto a me mi appunterò, da ora, una stella gialla al petto, come una medaglia al merito.

Berlusconi nel 1985 aveva solo una rete di televisioni locali che trasmettevano non contemporaneamente gli stessi programmi. Era una furbata che permetteva di violare la legge, visto che allora era vietato a soggetti privati di possedere televisioni nazionali. Ma Berlusconi si mette d'accordo con Craxi che gli fa un decreto legge apposta. E fin qui, lo sapevamo già...

Così Berlusconi ha finalmente tre televisioni nazionali vere. Ma molti storcono il naso perché, essendo possibili solo 11 reti nazionali, è un po' anomalo che un solo imprenditore se ne prenda tre. Non siamo nel Far West che il primo che arriva si prende tutto...

Nel 1994 la Corte Costituzionale con la sentenza 420, stabiliva in difesa del pluralismo, che un unico soggetto privato non potesse detenere tre reti nazionali, concedendo un periodo di transizione e rimettendo il problema al legislatore per una soluzione definitiva entro e non oltre l'agosto 1996. Arriva il 1996, scade nell'indifferenza generale la decisione della Corte Costituzionale e Berlusconi continua ad avere tre Tv. Nel 1997 la legge Maccanico stabiliva che un oggetto non potesse detenere più di due reti e che, finché non ci fosse stato un "congruo sviluppo" via satellite e cavo, Rete4 avrebbe potuto continuare a trasmettere via etere, quest'ultima decisione in palese contrasto con le decisioni della Corte Costituzionale che aveva deciso per un termine definitivo entro l'agosto 1996.

D'Alema, una volta diventato capo del governo, decide di risolvere la questione e indice una gara per l'assegnazione delle concessioni delle reti nazionali. La commissione nominata dal Ministero è presieduta da un avvocato di Mediaset. Berlusconi si aspetta che finalmente possa detenere legittimamente, con un regolare mandato dello Stato, le sue tre reti e relative frequenze. Nel luglio 1999 si svolge questa gara d'appalto, per partecipare si richiedono requisiti spaventosi e sembra chiaro che nessuno riuscirà a scombinare i giochi.

Invece, colpo di scena. Arriva un tipo con uno scatolone enorme pieno di documenti e dice: "Buon giorno sono Francesco Di Stefano di Europa 7, vorrei due reti nazionali, grazie." Panico! E chi è questo? È pazzo? No, non è pazzo, è il loro peggior incubo. Iniziano a mettergli i bastoni tra le ruote: "Le manca il certificato 3457!" "No è qui!" "Il modulo 13 bis compilato in 8 lingue?" "Ne ho due copie, bastano?"

Ma poi trovano la furbata: "Il bando di gara richiede di avere 12 miliardi di capitale versato per rete, lei ne ha solo 12, può chiedere una sola Tv." "Balle!" Risponde il signor Di Stefano, "dodici miliardi sono per concorrere, non per ognuna delle due frequenze". Ricorre al Tar e poi al Consiglio di Stato e vince.

Insomma alla fine gli devono dare una concessione per una rete nazionale e presto anche una seconda, perché ne ha diritto e a Berlusconi ne tolgono una, non che la debba chiudere, deve traslocarla sul satellite che comunque è ricevuto da 18 milioni di italiani.

Ma a questo Di Stefano non gli vogliono dare proprio niente. Evidentemente lui deve essere uno che da piccolo lo allenavano ad abbattere i muri con la cerbottana perché avvia una serie di procedimenti giudiziari spaventosa. Ingiunzioni, diffide, cause penali, civili, regionali, Commissione Europea. E vince tutti i ricorsi, tutti gli appelli, tutte le perizie. E alla fine arriva alla Corte Costituzionale che nel novembre 2002, sentenza numero 466-2002, ha stabilito inequivocabilmente che: - Retequattro, dal 1 Gennaio 2004 dovrà emigrare sul satellite - Le frequenze resesi disponibili dovranno essere assegnate a Di Stefano! L'avete sentito dire al telegiornale?

Abbiamo chiesto a Di Stefano come si sentisse in questa storia e ci ha risposto con un lieve sorriso: "Nonostante siano trascorsi ben nove anni dalla decisione della Corte Costituzionale, Mediaset continua a detenere e utilizzare appieno tre reti nazionali su un totale di sette concessioni assegnate sulle undici assegnabili (comprese quelle Rai). Il fatto che un soggetto, a cui è stata data una concessione (in concessione si da' un bene pubblico, in questo caso le frequenze), non riceva poi materialmente il bene è un avvenimento che non ha precedenti al mondo".

Nel luglio 1999 Centro Europa 7 aveva fatto richiesta di due concessioni, una (Europa 7) l'ha ottenuta, per l'altra (7 Plus) c'è stato un diniego, in quanto non ritenuta idonea per la mancanza del requisito del capitale sociale. Una sentenza del Consiglio di Stato ha riconosciuto esistente il requisito del capitale sociale, per cui siamo in attesa di una seconda concessione, anche se il Ministro Gasparri prende tempo.

Nel frattempo Centro Europa 7 per iniziare le trasmissioni, si è dotata di: una struttura di oltre 20.000 mq, di otto grandi studi di registrazione per le proprie eventuali produzioni, di una library di oltre 3000 ore di programmi e di tutto ciò che è necessario per una rete televisiva nazionale con 700 dipendenti. Questa preparazione è stata necessaria poiché la legge stabilisce che, entro sei mesi dall'ottenimento della concessione, la neo-emittente ha l'obbligo di iniziare le trasmissioni.

Attualmente Centro Europa 7 è una società praticamente ferma, non ha alcun introito, poiché non è stata messa in condizione di operare, ma ha avuto, e continua ad avere, pesanti oneri per la gestione della struttura, l'adeguamento della library, l'adeguamento tecnologico, le ingenti spese legali, i costi dei dipendenti...

Ma ora altro colpo di scena... Gasparri si sta muovendo per salvare Rete4. Il D.D.L. Gasparri, art. 20 comma 5 e art. 23 comma 1, realizza in pratica un condono, riconoscendo il diritto di trasmettere a "soggetti privi di titolo" che occupano frequenze in virtù di provvedimenti temporanei, discriminando così le imprese come Europa 7 che hanno legittima concessione, il tutto sempre al fine di salvaguardare Retequattro.

Infatti, quest'ultima potrà continuare a trasmettere, in barba alla sentenza del '94 e del 2002 della Corte Costituzionale e della legge 249/97, pur non avendo ormai da quasi quattro anni la concessione, mentre Europa 7 non potrà mai trasmettere, dimenticando che nel luglio 1999 c'è stata una regolare gara dello Stato per assegnare le concessioni, gara persa da Retequattro e vinta da Europa 7.

Si realizza quindi un ennesimo gravissimo stravolgimento del diritto. In pratica, chi ha perso la gara (Retequattro) può continuare tranquillamente a trasmettere, e chi l'ha vinta (Europa 7), perde definitivamente tale diritto. Non vi sembra straordinario?

Travolti da un miracoloso afflato civico, i deputati del Polo bocciano alla Camera dei Deputati il decreto Gasparri proprio laddove vuol tagliare la gola a Europa 7. È chiaro che le urla di Berlusconi di questi giorni sono anche per ricompattare i suoi, che se lo mollano adesso...

Ora bisogna vedere cosa fa il Senato... e poi la legge deve tornare alla Camera... E poi bisogna vedere se Ciampi la firma, una legge del genere... Saremmo all'oltraggio definitivo del concetto stesso di stato di diritto.

Un conto è fare una legge per non finire in galera... un conto è fare una legge per prendersi qualche cosa che appartiene a un altro.

Si comincia così e poi si pretende il "Jus Primae Noctis". Quindi, cara cittadina, caro cittadino, sappi che in questo momento si sta giocando una partita incredibile. Se questa legge passa: quello che è tuo è suo!! Vedi se riesci a far girare questa mail, che secondo me, anche se gira solo in Internet, un po' li rende nervosi... Internet non conta niente in borsa, ma siamo comunque una decina di milioni... Dario Fo & Franca Rame

Utilizzare le riserve di Bankitalia per finanziare il «taglio» fiscale annunciato a più riprese dal premier. L’ipotesi, rimbalzata sabato scorso a Cernobbio, poi smentita da Silvio Berlusconi, sarebbe in relatà sulla scrivania di Giulio Tremonti. Sull’operazione c’è il massimo riserbo perché il ministro vorrebbe parlarne al vertice informale dell’Ecofin di venerdì, per fare in modo che la proposta assuma un carattere europeo.

Per arrivare all’obiettivo, infatti, occorre convincere la Bce (che dispone delle riserve a tutela della stabilità della moneta unica) e superare le ritrosie di Via Nazionale, con cui i rapporti sono tutt’altro che rosei. Per questo, meglio smentire per il momento.

Così, nel giorno della proroga di quattro mesi del termine per aderire al condono edilizio (un flop vertiginoso per le casse pubbliche che si aggiunge a quello del concordato preventivo), in consiglio dei ministri il premier dà mandato al titolare dell’Economia di verificare, simulazioni alla mano, le condizioni per l’alleggerimento fiscale. In Tv poi Tremonti aggiunge: «Agiremo sui trasferimenti». Tradotto: meno soldi a ministeri e amministrazioni locali (già sull’orlo del collasso). Difficile stringere ulteriormente la cinghia. Più facile «pescare» nei forzieri di Bankitalia. Anche se sarà assai complicato convincere i banchieri di Francoforte che quelle riserve vengono utilizzate per ridurre le tasse e non per ridurre il debito gigantesco del Paese. Per di più con il rischio declassamento degli analisti internazionali, visti i «buchi» di bilancio che stanno emergendo (le ultime indiscrezioni parlavano di 4 miliardi di euro).

Ma sul reperimento delle risorse necessarie per realizzare il capitolo fondamentale del programma di governo circolano anche altre ipotesi. Una riguarda gli immobili. Si potrebbe estendere il lease back (vendita e riaffitto) dei ministeri, già varato con il «decretone» (gettito previsto: 1,5 miliardi quest’anno, un miliardo per il 2005 e il 2006). Ma quello immobiliare è un altro capitolo rischioso, viste le «secche» in cui si sono ritrovate anche le cartolarizzazioni. Ieri il governo ha dovuto porre la fiducia alla Camera sul decreto che riconosce agli inquilini degli enti un prezzo inferiore a quello previsto dalla Scip2. Un’operazione gigantesca 8sulla carta) quella lanciata dal Tesoro su un patrimonio valutato in 7,7 miliardi di euro. Ebbene, i ricavi al 31 dicembre non superavano i 693 milioni, tanto che ad una delle ultime aste ha dovuto intervenire Fintecna (sempre il Tesoro) per acquistare l’invenduto, e che si è dovuto assicurare un prestito ponte alla Scip in risarcimento degli «sconti» voluti dal Parlamento. Insomma, la matassa degli immobili sta diventando sempre più intricata. Se ci si mette anche il fisco a reclamare incassi dalle case si trasformerà in un nodo insolubile. Terza strada: una tassa per la salute. Meno Irpef, ma un «obolo» per la sanità. Magari da addossare alle Regioni, «colpevoli» secondo Tremonti di essere troppo spendaccione. L’ipotesi si affiancherebbe bene con quel «taglio ai trasferimenti» ipotizzato in Tv dal ministro.

A parte le «fonti» di finanziamento, c’è anche da scoprire chi beneficerà della riduzione fiscale e in che forma. I malumori del vicepremier Gianfranco Fini la dicono lunga sul duello interno alla Casa delle Libertà. Perché partire dall’Irpef e non dall’Irap per le piccole e medie imprese, si chiede Fini. E soprattutto, da quale aliquota Irpef si dovrebbe cominciare? A quanto pare Berlusconi penserebbe a quella dei più ricchi. Per un semplice motivo: costerebbe meno «coprire» il «taglio». I più abbienti sono sicuramente di meno del ceto medio-basso. Ma in termini di voti sarebbe il collasso. E An lo sa bene. Per questo batte le mani sul tavolo e chiede maggiore collegialità. Quanto all’Irap, non sembra che il vicepremier abbia speranza di spuntarla: Berlusconi parla di una misura per le famiglie. E basta.

La proroga (annunciata) della sanatoria ambientale sposta al 31 luglio il termine dell’adesione e al 30 settembre e 30 novembre quello per il versamento della seconda e terza rata dell’oblazione e degli oneri concessori. La «mossa» viene definita tecnica da ambienti vicini all’esecutivo, visto che solo l’11 maggio la Consulta deciderà sulla costituzionalità del provvedimento. Difficile dunque che si denuncino gli abusi sena avere la certezza del condono. Tant’è che le adesioni finora non avevano superato le poche migliaia (in testa Roma con quasi 7mila domande). Resta comunque difficile che si raggiunga l’obiettivo dei 3,7 miliardi di euro iscritti a bilancio. E non solo perché su tutta l’operazione pesa l’incognita Consulta. A molti osservatori sembra assai difficile che si possa raggiungere quella cifra. A parte gli aspetti tecnici, comunque, la decisione avrà pesanti «code» politiche, vista la latitanza del ministro dell’Ambiente al consiglio di ieri.

«Oltre che un indecente invito all’illegalità sul territorio - dichiara Fausto Giovanelli, capogruppo ds al Senato - quel condono si è dimostrato un errore di valutazione politica e finanziaria». .«La proroga del condono edilizio equivale all' ammissione di una disfatta per il governo - aggiunge Fabrizio Vigni dalla camera - Dei soldi previsti per le casse dello Stato non c'è neppure l' ombra. In compenso c'è un danno grave per l' Italia, esposta ad una nuova ondata di abusivismo». Fuoco ad alzo zero dagli ambientalisti. «Si proroga l'impunità, lo scempio, l'irresponsabilità del governo», dichiara Legambiente.

«Spendete più che potete». L'inflazione non cala ma il premier non cambia ricetta.

Ho notizia che nei prossimi giorni, per iniziativa della Fondazione «Italiani e Europei» presieduta da Massimo D'Alema e da Giuliano Amato, si svolgerà un convegno sul craxismo al quale interverranno Stefania Craxi, Rino Formica, Gianni De Michelis, lo storico Sabatucci, oltre agli esponenti della predetta Fondazione e al segretario dei Ds, Piero Fassino. L'obiettivo del convegno, se ho capito bene, è una rivalutazione dell'opera politica di Bettino Craxi e di quelli che all'epoca furono i suoi principali collaboratori politici.
Implicitamente, ma abbastanza chiaramente, un siffatto intendimento porterà ad una critica della politica di Enrico Berlinguer e quindi di tutto il gruppo dirigente dell'allora Pci, del resto già anticipato nel libro autobiografico recentemente pubblicato da Fassino.
Considero radicalmente sbagliata un'iniziativa del genere. E Lei

?

GIOVANNI MOLTENI Milano

Debbo pensare, gentile signor Molteni, che la domanda con cui lei conclude la sua lettera sia, come si dice, retorica, nel senso che lei conosce già la risposta se legge abitualmente . In effetti io penso che un dibattito sul craxismo sia del tutto inutile poiché è ininterrottamente, ampiamente e liberamente avvenuto a partire dai primi anni Ottanta fino ad oggi. C'è ancora da scoprire qualcosa di nuovo in punto di fatto? Non direi.

Allora a che cosa serve? Forse a un'operazione battezzata magari come revisionistica ma in realtà di pura marca trasformista? Ho fondate ragioni per rispondere affermativamente a questa domanda, e mi spiego.

Bettino Craxi sostenne, nel corso della sua attività politica, parecchie tesi ampiamente condivisibili. Per esempio, e fin dai tempi in cui militava nella corrente nenniana del Psi, si batté per l'autonomia del Psi dal Pci dopo la fase del frontismo e della compromissione filosovietica del partito di Nenni. Si batté per la modernizzazione dell'economia. Si batté per la riforma di alcuni punti importanti della Costituzione riguardanti la forma di governo e la sua stabilità. Si batté per costruire una posizione socialista che non fosse necessariamente a rimorchio del Pci o della Dc.

Si batté. Ne ebbe, diciamo così, la visione strategica. Ma poi bisognava trovare i mezzi acconci - da lui ritenuti acconci - per realizzare i suddetti fini. E i mezzi furono l'esercizio sempre più spregiudicato del potere e l'occupazione delle istituzioni piegate a strumenti per conservare e accrescere il potere.

Ma poiché il potere è pur sempre insidiabile e insidiato e dunque precario e reversibile per definizione, specie in regimi di democrazia liberale, la sana ricerca della stabílità si deforma molto spesso in tendenza all'autoritarismo.

Così avvenne almeno in parte per il craxismo, il quale cominciò a pretendere che sia i capi dei grandi enti pubblici, sia i dirigenti della Pubblica amministrazione, sia i banchieri, sia gli imprenditori privati inalberassero una bandiera di appartenenza e riconoscimento.

La Dc e gli altri partiti della costellazione di governo non avevano certo bisogno di lezioni per muoversi sul terreno del potere, ma non c'è dubbio che la spregiudicatezza craxiana servì di giustificazione e di esempio emulativo; le pratiche già presenti negli anni Settanta, negli Ottanta divennero canone ed entrarono a far parte d'una sorta di costituzione materiale dell'illecito.

Il Partito socialista smarrì la strategia dei fini e eresse a strategia quella che era stata la tattica dei mezzi. I mezzi cioè diventarono fini con lo stesso processo degenerativo che nella Dc aveva portato al vertice del partito la corrente dorotea. Il famigerato Caf (Craxi Andreotti Forlani) fu il coronamento finale del sistema prima dell'esplosione dei referendum e di Tangentopoli.

Quando Enrico Berlinguer parlava con accenti di autentica disperazione di una sorta di mutazione genetica che si era prodotta nel Partito socialista, aveva sotto gli occhi questa fenomenologia che qualcuno con molta ipocrisia chiamò modernizzazione ma che nella realtà fu corruttela omertosa. Purtroppo, nella parte finale della gestione berlingueriana e dopo di essa, quell'omertà coinvolse in qualche misura anche il Pci.

Queste, signor Molteni, non sono opinioni ma fatti e percorsi accertati nella loro fattispecie concreta. E sono anche altrettanti corpi di reato provati dinanzi a tutti i gradi della giurisdizione.

Aggiungo ancora che l'impero mediatico di Berlusconi e il gigantesco suo conflitto di interessi nacquero da una costola dei craxismo e del doroteismo, dai quali hanno ereditato i metodi e anche i voti.

Immagino che D'Alema e Fassino abbiamo ben presenti questi fatti. Tanto più inspiegabili risultano dunque le iniziative prese per rivalutare un periodo e un gruppo politico al quale si deve in notevole misura non solo ciò che accadde allora ma anche ciò che è accaduto dopo e che tuttora incombe sulle sorti del Paese e sul suo livello di moralità pubblica.

L'ULTIMO BERLINGUER Giuseppe Chiarante

La politica dell’ultimo Berlinguer (il Berlinguer dell’alternativa democratica della questione morale, del rinnovamento dei partiti e della politica per costruire la prospettiva di un diverso sviluppo imperniato sull’austerità e sulla collaborazione fra i popoli del Nord e del Sud del mondo) non nasce dalla presa di coscienza dell’esito deludente – ed anzi decisamente fallimentare dopo il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro – della politica prima del compromesso e poi della solidarietà nazionale praticata durante gli anni settanta. Certo, anche quella presa di coscienza esercitò il suo peso: pesò in particolare l’avvertimento che , mentre la ricerca di un’intesa con le forze migliori del mondo cattolico aveva portato il PCI ai successi elettorali del ’75 e del ’76, la successiva politica di astensione verso il governo monocolore presieduto da Andreotti aveva deluso profondamente la domanda di riforme e di cambiamenti che si esprimeva in quei successi.

Il passaggio alla politica dell’alternativa, dopo il ritorno all’opposizione nel gennaio 1979, non derivò però soltanto dalla delusione per l’esperienza della solidarietà nazionale e dal desiderio di consolidare un radicamento sociale in qualche misura incrinato. Ciò che spinse Enrico Berlinguer fu un’acuta sensibilità – che in lui fu chiara prima che in tanti altri dirigenti del suo stesso partito – per la grave svolta regressiva che sul finire degli anni settanta cominciava a realizzarsi, così sul piano strutturale e istituzionale come negli orientamenti culturali e di fondo, tanto in Italia come negli altri paesi dell’Occidente. A distanza di più di vent’anni appare oggi più chiaro che è quello il momento in cui l’economia capitalistica, dopo la crisi e l’incertezza degli anni settanta, dà avvio a un processo di ristrutturazione e di rilancio che si fonda sulle possibilità aperte dalla rivoluzione informatica e dalla crescente mondializzazione dei processi produttivi e che si avvale di queste possibilità per mettere in discussione i diritti conquistati dai lavoratori con lo stato sociale e per tornare ad affermare un uso flessibile del lavoro come strumento di produzione. A questa svolta in campo economico si accompagna una linea politico-istituzionale che punta sulla restrizione e non più sull’allargamento della partecipazione e della democrazia, sull’affermazione di forme di governo di tipo decisionistico, sulla riduzione della spesa sociale e sulla compressione dei livelli salariali (l’attacco di Craxi alla scala mobile), sull’intreccio sempre più palese fra interessi economici anche personali e uso spregiudicato dei poteri di governo.

Berlinguer comprese con chiarezza che l’indirizzo così prescelto non rispondeva a una generica istanza di “modernizzazione” (come molti dissero anche a sinistra, allora e soprattutto dopo): ma comportava pericoli gravi per una democrazia concepita come effettiva partecipazione dei cittadini alle decisioni, apriva la strada a un sistema di malgoverno fondato sul dilagare della corruzione e del clientelismo, portava a un inasprimento delle ingiustizie e delle disuguaglianze così all’interno di un singolo paese quale l’Italia come fra il Nord e il Sud del mondo. In questo Berlinguer aveva pienamente ragione: di qui la sua battaglia per un’alternativa fondata su un rinnovamento della politica inteso come apertura alla società e soprattutto alle istanze dei nuovi movimenti; sulla centralità assegnata alla questione sociale come preminenza nel governo della cosa pubblica dell’interesse generale sugli interessi di parte; sulla difesa dello stato sociale, sulla lotta per la pace e contro la corsa agli armamenti, sulla ricerca di un’intesa con la parte migliore della sinistra europea (Brandt, Palme) per costruire un rapporto di cooperazione fra Europa e Sud del mondo. Di qui la sua prospettiva di un diverso sviluppo imperniato sul principio dell’austerità, da lui già affermato nel 1977, nel pieno della crisi economica degli anni settanta: cioè uno sviluppo basato su un uso sobrio e razionale delle risorse e sulla lotta alle mille forme di dissipazione e di spreco, al fine di difendere la spesa sociale e i diritti salariali, di rispettare la natura e l’ambiente, di stabilire equi supporti così fra tutti i popoli come fra le donne e gli uomini di tutto il mondo.

La lotta condotta su queste basi (ricordo in particolare le grandi campagne sulla scala mobile, sulla questione morale, per l’occupazione, contro gli euromissili) segnarono un forte rilancio dell’iniziativa del PCI tanto da consentire, alle elezioni europee che si tennero subito dopo la morte di Berlinguer, la sua affermazione come primo partito superando anche la Democrazia cristiana. Ma l’improvvisa morte di Berlinguer troncò questo rilancio prima che fosse completata l’elaborazione di una piattaforma culturale e politica autonoma e compiuta. Il gruppo dirigente successivo, nonostante la buona volontà di Alessandro Natta e di molti dei suoi collaboratori, non fu all’altezza dei nuovi problemi che di conseguenza si posero. Ebbe così inizio un declino che la scelta di Occhetto nel 1989 era destinata a trasformare in una rotta per l’intera sinistra italiana.

http://www.arsinistra.it/documenti/indexberling.html

L'EREDITA' E L'ATTUALITA' DI ENRICO Chiara Valentini

Non è una cosa facile, nel mondo di oggi, ritrovare le coordinate della figura di Enrico Berlinguer, ricostruire quanto avevano contato il suo carisma e la sua politica, quale spessore di amori e di odii aveva suscitato. E poi quale eredità ha lasciato, che cosa nella grande miniera di idee che aveva messo in campo soprattutto nell’ultima parte della sua vita può essere utile oggi.

Enrico Berlinguer è morto l’11 giugno dell’84, quasi vent’anni fa. Non è ancora storia, non è più cronaca. Ma molte delle vicende di cui è stato protagonista sono ancora aperte, molte intuizioni che aveva avuto, se le guardiamo con gli occhi di oggi, dimostrano la sua preveggenza, la sua capacità di cogliere alla radice i problemi drammatici del nostro tempo.

Credo che pochissimi, fra i politici italiani, abbiano avuto come Berlinguer la capacità di intuire in anticipo quel che stava succedendo, le linee direttrici del cambiamento. In un momento come quello attuale, con la pace messa in pericolo dalla volontà di comando dell’unica superpotenza rimasta, fa una certa impressione ripercorrere il Berlinguer dei primi anni ’80, che esprime una visione quasi avveniristica del futuro. Che si rende conto, ben prima della fine dell’impero sovietico, come ormai il cuore del conflitto non è più fra paesi capitalisti e paesi socialisti ma fra il Nord e il Sud del mondo: fra un occidente sempre più ricco ed arroccato a difesa dei suoi privilegi e le masse povere del terzo e del quarto mondo. In sintonia con lo svedese Olof Palme, che dopo non molto morirà in un attentato mai del tutto chiarito, Berlinguer era arrivato a prospettare un governo mondiale dell'’economia, inteso però come strumento di riequilibrio e di redistribuzione delle ricchezze.

Oggi ha poi un significato speciale ricordare che Berlinguer credeva profondamente nell’Europa. La vedeva come il laboratorio di una nuova sinistra possibile, da contrapporre sia al decrepito comunismo reale che a un neoliberismo d’oltreoceano, portatore di ingiustizie profonde. Proprio in quest’ottica credeva fosse importante difendere “l’anomalia europea”, la sua cultura e la forza antagonista dei suoi partiti, dei sindacati e dei movimenti, dai continui tentativi di omologazione che vedeva messi in atto da Ronald Reagan e dalla nuova destra americana. E anche se non poteva certo immaginare la deriva militar- autoritaria di quelle scelte, aveva colto subito le minacce della rivoluzione conservatrice che cominciava allora, con l’esaltazione del capitalismo selvaggio come cura ai mali dell’economia e dell’egoismo individuale come sostituto ad una società solidale.

Quando era segretario del Pci Berlinguer veniva spesso descritto dai giornali come un uomo chiuso, un po’ fuori dal mondo, un“sardo-muto”,l’opposto di un protagonista di quella politica-spettacolo che già allora stava prendendo piede. E invece Berlinguer aveva una capacità di comunicazione fortissima. I commentatori dell’epoca riconoscevano che pochi riuscivano come lui a “rompere” lo schermo della Tv, a parlare alla gente, molto al di là del suo stesso partito, che peraltro era un grande partito del 30 per cento. C’era una passione e una sincerità nel suo modo di esprimersi che l’aveva fatto diventare una specie di contraltare rispetto a tanti altri politici del suo tempo, e in particolare rispetto a Bettino Craxi. Berlinguer aveva capito molto presto che dietro l’etichetta della modernità, del rinnovamento, delle grandi riforme istituzionali, Craxi aveva obiettivi ben più concreti e inquietanti: far saltare il banco della politica italiana, annettersi il Pci e sdoganare il Msi, farla finita con la cultura dell’antifascismo e della Resistenza.

A completare il disegno, c’era la volontà di arrivare a un presidenzialismo di stampo populista, di mettere la mordacchia al “parco buoi”, come Craxi definiva graziosamente il Parlamento, trasformando la democrazia italiana in senso parzialmente autoritario. Contro questi pericoli, che sono poi quelli con cui oggi ci troviamo a fare i conti, Berlinguer si era battuto con tutte le sue forze, fino a quell’ultimo comizio sul palco di Padova, continuato eroicamente quando ormai era stato colpito dal malore, con frasi sempre più smozzicate sugli scandali, sulla loggia P2, sulla nostra democrazia malata.

Una delle prime volte che avevo visto di persona Enrico Berlinguer, (a cui poi avrei dedicato una biografia in due volumi, cominciata quasi subito dopo i suoi spettacolosi e indimenticabili funerali), era stato il 26 settembre 1980, ai cancelli della Fiat. Il colosso torinese, per superare un momento di grave crisi del mercato internazionale, aveva messo in cassa integrazione 28 mila operai. E poi, siccome si erano rotte le trattative con i sindacati, aveva spedito13 mila lettere di licenziamento, espellendo i quadri sindacali e buona parte delle donne, che erano entrate nella fase di espansione. Berlinguer era arrivato a portare la sua solidarietà dopo che la Flm aveva bloccato la Fiat, in un clima di grande scontro. Avevo seguito il suo giro ai vari cancelli, Mirafiori, Rivalta, Lancia di Chivasso, accolto dappertutto da una folla enorme. Anche se non era previsto un suo intervento, Enrico Berlinguer aveva accettato di parlare, su un palco improvvisato e senza microfono, fra donne e uomini che piangevano senza vergogna per la commozione.

Proprio in questi giorni - all'inizio del 2003 - in occasione della morte di Agnelli, vari programmi Tv hanno ricostruito quell’episodio, poi passato alla storia come esempio dell’estremismo di Berlinguer, che sarebbe andato ai cancelli per spingere gli operai all’occupazione (“Berlinguer incita alla rivolta”,avevano titolato vari giornali il giorno dopo). Abbiamo visto anche un filmato dove Gianni Agnelli, rispondendo a un giovane Bruno Vespa, sentenziava che “esce rafforzato il parere di quelli che hanno poca fiducia nelle possibilità del Pci di convivere in una società democratica”. Nella realtà però, come ricordo molto bene e come ha ricordato in questi giorni Piero Fassino, allora segretario del Pci torinese, le cose erano andate molto diversamente. Rispondendo alla domanda di un sindacalista della Fim che gli chiedeva che cosa avrebbe fatto se gli operai avessero occupato la Fiat, Berlinguer aveva risposto che la decisione sulle forme di lotta spettava solo ai lavoratori. “Se si dovrà arrivare a questo per responsabilità della Fiat e del governo, i comunisti faranno la loro parte”, si era limitato a dire. “Ma credi di aver fatto bene?”gli aveva poi chiesto polemicamente Luciano Lama, il segretario della Cgil, con cui c’era una fase di grande dissenso. E Berlinguer aveva risposto:”E’ un momento in cui la cosa più importante è dare la prova ai lavoratori che siamo con loro”. E’ uno dei tanti episodi che mostra fuori da ogni retorica chi era Berlinguer, la sua umanità, la convinzione che, al dilà delle tattiche politiche, è importante stare comunque dalla parte dei più deboli,dei lavoratori. Una lezione insomma più che mai attuale.

http://www.arsinistra.it/documenti/indexberling.html

SIGNIFICATO E LIMITI DEL COMPROMESSO STORICO Alexander Hobel

È noto che nella cultura politica del PCI la storia del Partito è stata sempre letta in termini di rinnovamento nella continuità. Si tratta di un’interpretazione sostanzialmente veritiera. Da questo punto di vista, il “compromesso storico” teorizzato da Berlinguer è emblematico: nonostante le “discontinuità” (Vacca) che pure presenta, esso per certi versi è il “catalizzatore” di una tendenza strategica di lunga durata.

Essa prende avvio già da Gramsci, che coglie l’importanza per la “rivoluzione italiana” di un “blocco storico” tra la classe operaia settentrionale di orientamento socialista e masse contadine, perlopiù meridionali e cattoliche. Ma è soprattutto con Togliatti – il Togliatti del “Partito nuovo”, dell’unità nazionale antifascista e della “democrazia progressiva” – che la politica delle alleanze trova la sua massima centralità.

Fin dalla Resistenza, Togliatti individua l’importanza di un’azione unitaria tra le forze socialcomuniste e forze cattoliche, rappresentate dalla DC. All’interno di quest’ultima si individua la compresenza di un’ala conservatrice, legata alla “borghesia possidente” e alla parte più retriva della Chiesa cattolica, e un’ala democratica, più radicata nelle masse popolari. Questa concezione della DC come partito “a due facce” rimarrà una costante nella cultura politica del PCI, che si porrà l’obiettivo di favorirne l’ala progressista, evitando così che la DC scivoli a destra, trascinando con sé l’intero quadro politico. L’alleanza tra le tre grandi forze di ispirazione popolare viene così vista come una “necessità storica e politica” (1946), o addirittura come “un aspetto della via italiana al socialismo” (1960).

In altri momenti, Togliatti si rivolgerà direttamente alle masse cattoliche, con gli appelli per la pace e la salvezza del genere umano, nel tentativo di acuire la contraddizione, ormai sempre più evidente, tra il gruppo dirigente conservatore della DC e masse cattoliche potenzialmente progressive. Morto Togliatti, a seguito del Concilio Vaticano II e dell’emergere di un diffuso “dissenso” cattolico, si valuterà anche la possibilità di rompere l’unità politica dei cattolici, ma al tempo stesso si accentuerà il dialogo con la sinistra democristiana, al fine di costruire quella “unità delle forze di sinistra laiche e cattoliche”, che consenta di andare oltre il centrosinistra.

La strategia di Berlinguer nasce su questo retroterra. Ma nasce anche dalla storia italiana (e mondiale) della fine degli anni ’60 e dei primi anni ’70, allorché, sotto la spinta dei grandi movimenti di massa del 1968-69, matura quella grande avanzata del movimento operaio e democratico, a cui lo Stato italiano e l’alleato americano reagiscono innescando la strategia della tensione. In questo quadro, si collocano le stragi di piazza Fontana, di Gioia Tauro e della questura di Milano, il tentativo golpista di Borghese, l’attivismo del SID nello scongiurare un’evoluzione del quadro politico verso sinistra. Né è senza significato l’intesa tra DC e MSI sull’elezione di Leone a Capo dello Stato (1971). Dall’altra parte, l’approvazione dello Statuto dei lavoratori e della legge sul divorzio, la nascita delle Regioni, le grandi lotte operaie. Sul piano internazionale, alla situazione di grave crisi economica si affianca l’ulteriore avanzata dei movimenti di liberazione (Vietnam) e l’emergere di governi progressisti come quello di Allende in Cile.

Quest’ultimo, che si regge su un’unità delle sinistre con appoggio esterno democristiano, è rovesciato nel settembre 1973 dal colpo di Stato di Pinochet, sostenuto dalla CIA e da multinazionali come la ITT. Berlinguer commenta i fatti cileni con tre saggi su “Rinascita”, nei quali afferma che, in Italia come in Cile, non si può governare col 51%, ossia con un fronte di forze esclusivamente di sinistra; solo il consenso “della grande maggioranza della popolazione”, e dunque una “strategia delle alleanze” che sposti settori consistenti di ceto medio, è possibile scongiurare – o almeno rendere più difficile – colpi di mano autoritari e tragedie come quella cilena. Occorre quindi riprendere il processo di rinnovamento e di unità avviatosi con la Resistenza, attraverso un “compromesso storico” tra le maggiori forze popolari e il perseguimento di una “alternativa democratica” alla direzione del Paese.

Si tratta dunque della riproposizione e dell’aggiornamento della tradizionale politica unitaria del PCI, anche se Berlinguer allarga la sua visione delle alleanze fino a comprendervi i nuovi movimenti e le soggettività sociali, politiche e culturali emergenti. Nella sua proposta, dunque, c’è anche qualcosa di nuovo, che allude fin d’ora a quel “rinnovamento della politica” su cui si soffermerà negli anni ’80. Tuttavia, la DC di Fanfani è un interlocutore ben poco adatto: sulla questione del divorzio, il Segretario democristiano spinge per il referendum abrogativo, alleandosi ancora col MSI e puntando a ricostituire un fronte anticomunista. Ciò che avviene, al contrario, è l’aggregarsi di un ampio comitato di “Cattolici per il NO”, e la vittoria del NO con circa il 60% dei voti.

Due settimane dopo, la strage di piazza della Loggia: un altro segnale inequivocabile delle forze reazionarie. Berlinguer torna a chiedere un mutamento di linea e gruppo dirigente della DC, rilanciando la prospettiva di un governo “di svolta democratica”. La strategia della tensione, intanto, è in pieno sviluppo: in agosto c’è la strage dell’Italicus.

Al XIV congresso (1975), Berlinguer precisa che il compromesso storico è una strategia di ampio respiro, non riducibile alla richiesta di partecipazione comunista al governo; è “un più avanzato terreno di lotta” e “una sfida” alle altre forze democratiche. In sostanza, è una proposta volta a superare la conventio ad excludendum ai danni del PCI. Se la DC si rivela del tutto ostile alla proposta berlingueriana, non di meno lo sono le BR, che nella loro prima risoluzione strategica condannano il compromesso storico senza mezzi termini. Ma soprattutto sono ostili gli Stati Uniti, che con Kissinger ribadiscono il loro veto ad un’eventuale ingresso al governo del PCI, ormai plausibile dopo la grande avanzata elettorale delle Amministrative del ’75.

Nella DC, intanto, il gruppo dirigente è cambiato, e nuovo Segretario è Zaccagnini, più aperto ad un dialogo coi comunisti. Alla vigilia delle elezioni del 1976, Berlinguer rilancia la proposta di “un governo di unità democratica”, una sorta di Große Koalition che comprenda “tutti i partiti democratici e popolari compreso il PCI”, invitando l’elettorato ad indebolire la DC. Quest’ultima, dal canto suo, rispolvera il vecchio anticomunismo, chiamando a raccolta grande capitale e Chiesa. A pochi giorni dal voto, Berlinguer afferma che in Italia si deve costruire “il socialismo nella libertà”, ciò per cui si sente “più sicuro nel blocco occidentale e dunque nell’ambito della NATO” – un’affermazione piuttosto discutibile, che Berlinguer tempera aggiungendo che “di qua, all’Ovest, alcuni non vorrebbero nemmeno lasciarci cominciare a farlo [il socialismo], anche nella libertà”.

Le elezioni però si concludono con “due vincitori”: il PCI, che giunge al 34.4%, e la DC, col 38.7%. Per la prima volta un comunista – Ingrao – è eletto presidente della Camera, e al PCI vanno anche le presidenze di varie commissioni parlamentari. Il governo, invece, è un monocolore democristiano guidato da Andreotti, che si regge sulle astensioni di PSI, PSDI, PRI, e su quella – determinante – del PCI: è il governo “della non sfiducia”. Cominci quindi l’esperienza della “solidarietà nazionale”. La DC, in questo modo, cerca di “guadagnar tempo concedendo il meno possibile” (Valentini). Per i comunisti, “è un accordo provvisorio suggerito dalla gravità della situazione” (Fiori).

L’Italia infatti è in balia della crisi economica, a cui il governo cerca di riparare con una serie di pesanti misure antinflazionistiche, che anche il PCI sostiene. Per Berlinguer, tuttavia, la soluzione sta in una politica di austerità, che sia al tempo stesso portatrice di “un nuovo tipo di sviluppo economico e sociale” e di un mutamento della direzione politica del Paese. Occorre – dice – “un nuovo meccanismo di sviluppo”, basato su lotta gli sprechi, programmazione economica, nuove politiche per scuola, trasporti e sanità, affinché migliori la qualità della vita e si inseriscano nella società “elementi di socialismo”. Al tema dell’austerità, il PCI dedica anche un importante convegno, concluso da Berlinguer, che ricollega la sua proposta di politica economica ad un quadro di rapporti internazionali che non possono più basarsi su quello sfruttamento delle risorse del Terzo mondo che consente l’iper-consumo dei paesi a capitalismo avanzato. Tuttavia, il sostegno del PCI alle misure antinflazionistiche comincia a ingenerare nei settori popolari notevoli perplessità, su cui fanno leva il PSI di Craxi, la UIL, la CISL, cavalcando strumentalmente anche le critiche dei gruppi extraparlamentari.

La rottura tra questi ultimi – e il movimento del ’77 – e la “sinistra storica” è sancita drammaticamente dagli scontri che avvengono tra studenti e servizio d’ordine della CGIL, allorché Lama tenta di tenere un comizio all’interno dell’Università di Roma occupata. Il PCI, dunque, è in difficoltà, in qualche modo “accerchiato”, senza una precisa collocazione, non più all’opposizione ma neanche al governo. Tuttavia – dirà Chiaromonte – la strada era quasi obbligata, cosicché si decide di andare avanti, verificando fino in fondo le possibilità esistenti. Si chiede agli altri partiti un “accordo programmatico”, ma si ottiene solo una mozione comune. Le resistenze istituzionali e politiche al cambiamento costituiscono dunque una sorta di “muro di gomma”.

A questo punto, mentre la situazione sociale si aggrava sempre di più e monta la protesta operaia, il PCI prende le distanze dal governo, che – perso anche l’appoggio del PRI – si dimette. Seguono due mesi – i primi del “terribile 1978” – di convulse trattative, incontri, contatti. Per due volte Berlinguer e Moro si incontrano segretamente. Il Segretario del PCI chiede a Moro di fare opera di mediazione come fece per il centrosinistra, per passare “dalla democrazia difficile alla democrazia compiuta”; il leader democristiano, infine, accetta di sostenere l’ingresso del PCI nella maggioranza governativa. Si va quindi all’incontro ufficiale tra i due partiti, ma alla fine la nuova lista dei ministri proposta da Andreotti è molto simile alla precedente, e non si accolgono le novità chieste dai comunisti. Il gruppo dirigente del PCI è incerto sul da farsi, ma il giorno stesso in cui il nuovo governo deve presentarsi alle Camere, Moro viene rapito dalle BR.

Il rapimento e la morte di Moro sono la “pietra tombale” del compromesso storico (Barbagallo). Esso, pur rappresentando “una strategia di transizione” (Vacca), finisce col trovare la sua unica espressione concreta in un’esperienza molto parziale, profondamente segnata dalla drammaticità della situazione. Nei mesi successivi, nonostante l’approvazione di alcune importanti riforme (legge 180, aborto, equo canone, servizio sanitario nazionale), il PCI si rende conto – come dice Amendola – di fare “la guardia a un bidone vuoto”, cosicché all’inizio del ’79 decide “il disimpegno” dalla maggioranza. È la fine della politica di solidarietà nazionale, ma anche un colpo mortale per la strategia del compromesso storico nel suo complesso, nonostante le trattative continuino ancora per tutto l’anno. Nel 1980, infatti, Berlinguer lancia la parola d’ordine dell’alternativa democratica, aprendo una nuova fase in cui i problemi della riforma della politica e della qualità dello sviluppo saranno al centro della sua riflessione.

Sul significato del compromesso storico – e in particolare della “solidarietà nazionale” – ha scritto G. Chiaromonte: “Cercammo di portare al più alto livello di coerenza e concretizzazione la grande svolta avviata, nel 1944, da Togliatti, nel senso di uno sviluppo del PCI da partito di denuncia, di propaganda, di testimonianza, a partito che fa politica, che lotta per avviare a soluzione i problemi delle masse e del paese, a partito di governo. Non potevamo tirarci indietro”. D’altra parte, quella della “solidarietà nazionale” fu “un’esperienza drammatica e alla fine perdente”.

Essa scontò una serie di limiti non secondari: in primo luogo il gruppo dirigente comunista peccò di verticismo e politicismo, nel senso che ridusse quella che era una strategia di portata “storica” – e che richiedeva un forte e costante protagonismo di massa – a una serie di incontri, contatti, trattative, che finirono per sfiancare il PCI e logorarlo proprio sul piano dei rapporti di massa, anche a causa delle eccessive mediazioni cui il Partito si sottopose. In questo, i comunisti – e Berlinguer in particolare – peccarono anche di ingenuità nei confronti della DC, cosa che essi stessi riconosceranno.

È chiaro però che vi sono anche limiti più profondi. La strategia di incontro con le masse cattoliche – così come era stata impostata da Gramsci e Togliatti – implicava comunque un costante esercizio di egemonia (Vacca); al contrario, nell’esperienza della “solidarietà nazionale” è riscontrabile una notevole carenza di egemonia, sul piano politico, ideale, programmatico. Inoltre l’incontro prefigurato da Togliatti è quello con le masse cattoliche: se nell’immediato dopoguerra questo significava tout court fare i conti con la DC, negli anni ’70 – dopo l’emergere del “dissenso cattolico”, le prese di posizione delle ACLI ecc. – la situazione era ben più ricca e complessa. Al contrario, legittimare la DC come unico rappresentante del mondo cattolico, mirando a una transazione con essa, anziché alla conquista diretta – sul piano politico e ideale – della masse cattoliche, costituì un altro pesante limite. Il voto del 1965-76, peraltro, era stato un voto contro la DC: di qui la delusione di molti e il riflusso successivo, abilmente “cavalcato” dal PSI craxiano e dai vari gruppi estremisti.

L’analisi della DC come partito “a più facce” fu inoltre almeno in parte inadeguata: quello democristiano – cosa che pure in vari momenti si era detta – era il partito della conservazione, nonostante la presenza di una sinistra interna – probabilmente sopravvalutata – ed era il partito che difendeva al meglio gli interessi della borghesia, nonostante la base in parte popolare.

Ma accanto a quelli soggettivi, vi furono anche forti limiti oggettivi: i caratteri e la forza del sistema di potere democristiano, il ruolo negativo di PSI, estremisti e BR, le trame dei servizi, le resistenze dello Stato al cambiamento. La stessa morte di Moro tolse alla strategia berlingueriana il suo interlocutore, il che in qualche modo le impedì di esplicarsi completamente.

Infine, il contesto internazionale. Nel mondo diviso in blocchi, la sovranità limitata non esisteva solo in Cecoslovacchia; e non a caso il PCI lottava per il superamento dei blocchi stessi.

Contro questo muro – e quello delle resistenze conservatrici e reazionarie, dell’anticomunismo eversivo – si infranse il compromesso storico, e cioè l’ultima espressione di quella strategia che ha caratterizzato – nel bene e nel male – gran parte della vicenda dei comunisti italiani.

http://www.arsinistra.it/documenti/indexberling.html

Bruno Gravagnuolo, su l'Unità del 19 Settembre, scrive che Berlinguer avrebbe potuto portare il Pci al governo, con Craxi premier, «radicalizzando la revisione ideologica e senza rinunziare in nulla alla questione morale» e a riprova ricorda una offerta socialista in tal senso che, Tatò prima, e Berlinguer dopo, hanno rifiutato. Dell’offerta di Craxi, fatta tramite Scalfari, parla Antonio Tatò nel libro «Caro Berlinguer, note e appunti riservati di Tatò a Enrico Berlinguer, 19691984». Tatò la commenta a Berlinguer con sarcasmo e accusa Craxi di usare un tono «mussolinesco, minatorio e ricattatorio e gli chiede di non prenderla nemmeno in considerazione. La proposta è del 10 marzo 1981, ricco di avvenimenti poco edificanti che dimostrano quanto Craxi e il Psi, ormai largamente «craxizzato», fossero del tutto inaffidabili.

Le vicende del Psi craxiano, le ho vissute in prima persona fino al mese di ottobre del 1981, quando, insieme a un gruppo di compagni del comitato centrale, tra i quali ricordo Codignola, Enriques Agnoletti, Bassanini, Amendola, Leon, Ballardini, fummo buttati fuori dal Psi, con un telegramma di Antonio Natali, presidente della Commissione di controllo, inventore del sistema di tangentopoli, nel quale era scritto: «In relazione a notizie di stampa circa la tua adesione a iniziative scissionistiche sei convocato presso la sede della Commissione centrale di controllo per fornire entro le ore 18 di martedì (lo stesso giorno!) tue spiegazioni ed eventuali smentite». Alla nostra cacciata reagirono in molti: Giolitti, Lombardi, De Martino, Mancini, Bobbio, Bocca. Craxi, però, sulla questione morale, ragione prima della nostra opposizione, non tollerava critiche. Perciò, attaccò con inaudita violenza e definì gli oppositori: «piccoli trafficanti, girovaghi e avventurieri della politica».

Il congresso di Palermo della primavera del 1981 avvia il controllo totale di Craxi sul partito, avendo il segretario chiesto e ottenuto di cambiare lo statuto e di essere eletto direttamente dal congresso. Il partito sembra un altro e chi come me ne osserva l’andamento dalla presidenza, si rende conto della mutazione genetica che ha subito. L’autofinanziamento, l’anagrafe patrimoniale dei dirigenti, il Progetto socialista per l’alternativa del congresso di Torino, il dibattito culturale di Mondo Operaio, sono solo ricordi. Vittime della «modernità» sono la storia socialista, i suoi valori, i suoi uomini più rappresentativi. D’ora in poi la politica ha un solo scopo: rimanere a tutti i costi al governo e accumulare denaro e potere, ritenuti strumenti indispensabili per conquistare la presidenza del Consiglio. Appena terminato il congresso, Forlani, capo del governo, rende pubbliche le liste della P2, evitando, su richiesta di Craxi di farlo prima, perché gli avrebbe rovinato la festa. Nelle liste ci sono i nomi di 35 socialisti, alcuni dei quali il segretario conosceva da tempo, ma aveva taciuto, perché gli servivano per stravincere il congresso. Scoppia lo scandalo, Craxi adotta la linea morbida e affida il caso alla Commissione di controllo presieduta dal fido Natali che di fatto assolve tutti. Davanti alla Commissione Anselmi, nel 1984, Craxi sosterrà di saperne poco e definirà la P2 «un elemento del sistema massonico, non rispettoso delle regole degli altri ordinamenti, una sorta di placca di controllo e d’influenza sulle attività pubbliche con disegni velleitari e megalomaniaci». Ammette di avere incontrato Gelli «una sola volta» e di considerarlo una sorta di «grand commis, di segretario generale».

Sempre nel 1981 scoppia lo scandalo del conto protezione e viene arrestato Calvi, il quale ai giudici di Milano confessa di avere dato 21 milioni di dollari al Psi. Craxi, a quel punto, supera se stesso: va alla Camera, attacca i magistrati di Milano e conclude il suo intervento con queste parole: «Quando si mettono le manette a finanzieri che rappresentano in modo diretto o indiretto i gruppi che contano per quasi la metà del listino di borsa, è difficile non prevedere incontrollabili reazioni psicologiche e varchi aperti per le correnti speculative». La campagna d’estate contro i magistrati che «si muovono in nome e per conto del partito comunista» è violenta e anticipa di molti anni, anche nelle parole, oltre che nelle argomentazioni, le campagne berlusconiane. Il 1983, atto di nascita del governo Craxi, è segnato dagli scandali di Torino e Savona, che mettono in evidenza la corruzione galoppante nel partito. A Torino si vuole mandare a casa il sindaco Novelli, difeso in piazza da Berlinguer, perché ha consigliato agli imprenditori taglieggiati di andare dai magistrati e a Savona, Teardo, si dichiara prigioniero politico. Il Psi alle elezioni prende l’11,4 % dei voti: la «modernità», di cui gli affari e la corruzione costituiscono un elemento strutturale, non paga.

Il governo Craxi esordisce con il condono edilizio, spiegato e giustificato da Amato. Il 1984 è l’anno della grande abbuffata degli enti e i partiti di governo si dividono: Bnl, Comit, Credito Italiano, Casse di risparmio di Roma e di Torino, Eni, Agip, Iri, Stet, Sip, Enel, Finsider, Ina, Enea, Cassa del mezzogiorno. Oltre alla Rai, a proposito della quale, Ugo Zatterin, nel lasciare la direzione del telegiornale, in un’esilarante intervista dice: «Sono stato per sei anni il direttore lottizzato di un telegiornale lottizzato di un’azienda lottizzata». Se i protagonisti si somigliano, i fatti si ripetono, per cui scoppia anche un caso Biagi, il quale ha la cattiva idea di intervistare nel programma Linea Diretta, Biffi Gentili e Teardo, protagonisti arrestati de gli scandali di Torino e di Savona. Intervengono Martelli e Pillitteri e attaccano Biagi che replica paragonando Martelli a Goebbels. Ma il pezzo forte del governo sono le tv del Cavaliere, oscurate da tre pretori perché fuorilegge. Craxi, non perde tempo e dall’aereo che da Londra lo porta in Italia, fa sapere che il Consiglio dei ministri, convocato nei giorni successivi approverà un decreto legge che permetta alle tv del suo amico Silvio di riprendere le trasmissioni. Ci penserà Giuliano Amato a inventare il trabocchetto giuridico contenuto in ben tre decreti legge che il Parlamento non aveva alcuna voglia di approvare e che alla fine ingoia, perché Craxi ne fa una questione di vita o di morte. L’occupazione degli organi d’informazione diventa una sorta di ossessione: i giornalisti amici si promuovono e si premiano, i nemici, che poi sono quelli autonomi, come Andrea Barbato, si cacciano. I corrispondenti di Le Monde e Der Spiegel vengono messi alla porta e, di Philippe Pons (le Monde), si chiede il trasferimento in Nicaragua perché ha scritto degli affari oscuri del Psi con Calvi. Il sogno di Craxi (come di Berlusconi) è mettere le mani sul Corriere della Sera, che cerca di far comprare dai suoi amici e che combatte quando, dopo la vicenda P2, diventa direttore Cavallari, che non è manovrabile. A Pansa e a Padellaro i quali gli chiedono una intervista, risponde che la concederà quando Scalfari e Cavallari non saranno più direttori. Intanto il debito pubblico esplode e nei quattro anni di Craxi a palazzo Chigi raddoppia. I richiami degli economisti, anche amici, e di Ciampi, che presenta le dimissioni dopo l’incidente del venerdì nero della lira, non sortiscono alcun effetto. Spaventa, Andreatta e Pedone, in un forum di Repubblica lanciano l’allarme perché «un deficit senza freni, avviato verso un milione di miliardi, mina la stabilità del governo e l’economia». Ma il capo del governo va avanti per la sua strada.

Pertanto, se si valutano i fatti attentamente, risulta evidente che era impossibile qualsiasi collaborazione, senza correre il rischio di diventare complici, dal momento che la degenerazione della politica negli affari, nell’occupazione dello Stato, nella corruzione diffusa, era diventata parte costitutiva della «modernità» craxiana. La sconfitta sulla scala mobile, da sola, non autorizza a parlare di scacco matto a Berlinguer. Le vicende successive dimostrano che se Berlinguer fosse vissuto fino al 1992 si sarebbe presa la sua grande rivincita sulla Questione Morale, magari avendo anticipato di qualche anno la svolta di Occhetto. In ogni caso, nessuno spiega la cancellazione del Psi, il più antico partito italiano della sinistra, che aveva resistito a tutte le repressioni, nel momento in cui, dopo il crollo del comunismo, il socialismo in Europa ha mantenuto le posizioni e in alcuni paesi si è rafforzato.

A meno di sposare la tesi del complotto dei giudici, che serve solo a giustificare il fallimento della strategia Craxiana.

Circa un anno fa, scorrendo il quotidiano ufficiale della Lega Nord alla ricerca di immagini che descrivessero “La città ideale della Padania”, non potevo fare a meno di chiedermi se fosse davvero possibile in qualche modo separare con un taglio netto una idea di urbanistica “di sinistra”, dal suo ovvio contrappunto, che possiamo chiamare di destra, o guarnire con tutti gli altri aggettivi che il caso e/o la prospettiva storica ci suggeriscono. Da quella lettura emergeva un panorama variegato certo, spesso anche folkloristico nel linguaggio, ma indubitabilmente complesso riguardo al rapporto fra società e territorio, alla riflessione sui mali e i possibili rimedi, all’indicazione di “nodi” tematici spessissimo condivisibili.

Tra i vari approcci possibili alla disciplina urbanistica, dalle cronache locali ai contributi di tipo più strettamente “politico” dei responsabili di partito, spiccavano gli interventi di Gilberto Oneto che, con linguaggio sferzante, ottimi riferimenti culturali e spunti difficilmente contestabili, se la prendeva soprattutto con il “modernismo” delle schiere di discepoli indiretti di Le Corbusier, con gli effetti di una progettazione territoriale poco o nulla attenta ai bisogni sociali e ambientali. Con curiosità superficiale, avevo a suo tempo appurato che l’autore di quei testi era un professionista e studioso piuttosto noto nel campo della progettazione del paesaggio, e la cosa era finita lì. Fino a qualche giorno fa, quando sugli scaffali di una biblioteca universitaria ho notato, per puro caso, il suo Pianificazione del territorio, federalismo e autonomie locali, e ho iniziato a scorrerlo.

E a darmi dell’imbecille, tanto per cominciare. Perché il libro risale addirittura al 1994, e nella mia per quanto breve ricerca della “città ideale” leghista non avevo provveduto al riscontro incrociato minimo, ovvero con una letteratura meno episodica degli articoli del quotidiano, che per quanto ben scritti e documentati scontano sempre e comunque limiti di spazio e approfondimento. Pianificazione ... è pubblicato da Alinea di Firenze nella primavera del ’94, poco prima che la Lega Nord ottenesse nello schieramento dell’allora Polo delle Libertà il più ampio consenso della sua storia, iniziando poi da dentro il primo governo Berlusconi un’azione non più solo rivendicativa sui suoi temi storici e fondativi: società locali, territorio, autonomia e federalismo. Quindi il volumetto, con tutti i distinguo del caso, può essere anche letto come “manifesto” delle idee leghiste sull’urbanistica, o almeno come ampia dichiarazione di intenti, valida in prospettiva anche dopo quasi un decennio, quando col secondo governo Berlusconi si sono avviate concretamente le politiche autonomiste e federaliste di segno “padano”. Sembrano confermare questa impressione i ringraziamenti in coda, che comprendono tra gli altri l’architetto Giuseppe Leoni, esponente di spicco della Consulta Cattolica leghista allora resa celebre dalla responsabile, Irene Pivetti, e il professor Gianfranco Miglio, ispiratore “alto” del progetto federalista, oltre le spinte di base semplicemente centrifughe e separatiste.

Il discorso di Oneto si articola, grosso modo e abbastanza ovviamente, secondo tre momenti: la definizione del problema; gli strumenti potenziali di soluzione; la prospettiva generale (il federalismo, appunto) entro cui questi strumenti potranno dispiegare la propria potenzialità. E vale sicuramente la pena di soffermarsi sul percorso di definizione del problema, notando innanzitutto come temi e casi siano quasi esattamente sovrapponibili a quelli della pubblicistica disciplinare “di sinistra” che tutti conosciamo, e siamo abituati a considerare la pubblicistica tout-court: a partire dagli affreschi senesi di Ambrogio Lorenzetti sul Buon Governo, e via via attraverso la storia della cementificazione italiana, della farraginosità delle leggi e norme, del distacco fra cittadini e grandi attori della trasformazione territoriale, a partire dalle agenzie pubbliche di infrastrutturazione. Insomma una corretta declinazione contestualizzata dell’equazione urbanistica=politica, che dal discorso del camerata Bottai al congresso INU del 1937, ai giorni nostri, nessuno può ovviamente mettere in discussione. E tra le cause del disastro Oneto pone, non ultima, la cultura delle ultime generazioni di progettisti «satura di progressismo ottocentesco che pone tutto il bene in un futuro (per sua definizione) “radioso” e che disprezza il passato (sempre per sua definizione) “oscurantista”» (p. 17). E qui il discorso si fa complesso, implicando questioni ampie, che vanno dalle grandi categorie culturali alle loro presunte inequivocabili tracce in termini di sballata trasformazione e compromissione del territorio, dalla semplificazione degli standards o dello zoning, al semplicismo di analisi, proiezioni, identificazione schematica di “bisogni” spesso inesistenti. Troppo da riassumere in poche battute, e per cui ovviamente si rinvia alla lettura del libro, ma che può trovare buona sintesi in una frase delle conclusioni al volume: «Monseigneur de la Charette, glorioso generale dell’armata vandeana, diceva che i giacobini la patria l’avevano in testa – che ne avevano una concezione astratta e dogmatica – mentre i suoi ce l’avevano sotto i piedi: per essi era insomma una realtà viva, concreta e locale» (p. 129).

Ecco, forse è proprio questo costante filo diretto con le radici, a connotare l’approccio “di destra” al problema, evidentemente contrapposto ai cervellotici “voli” dell’ortodossia modernista, che comprenderebbe in questa voragine di pochezza sia le cementizie astronavi disegnate di Le Corbusier, posate ad occupare militarmente il territorio, sia i molto più piccoli quanto infiniti e tangibili condomini multipiano, sparpagliati a deturpare valli e pianure, nascosti dietro le artificiose regole della legislazione urbanistica o la totale separatezza fra decisioni politiche e bisogni sociali. E certamente nessuno può negare che ce ne sia parecchia, di acqua sporca da buttare, né che il bambino dentro quest’acqua sporca sia spesso difficile da vedere. Non a caso i riferimenti culturali e di testimonianza di Gilberto Oneto sono quelli “abituali” che nella letteratura specializzata di solito premettono conclusioni affatto diverse se non antitetiche: Antonio Cederna, Vezio De Lucia, Michele Martuscelli, solo per citarne alcuni. Emerge l’abituale immagine dell’Italia piena di ricchezze e potenzialità lasciate andare in malora, via via, dal crescente distacco fra decisori e decisi, e in anni meno recenti dalla globalizzazione che tutto amalgama, banalizza, e in definitiva appiattisce e distrugge.

Anche gli aspetti propositivi di questo manifesto della cultura territoriale “padana”, sembrano riecheggiare moltissimi temi più che classici dell’urbanistica consolidata: dal riferimento ad uno spirito comunitario di implicita connotazione olivettiana, alla necessità di un new deal fra discipline territoriali, politica e amministrazione che ricalca il Codice dell’Urbanistica INU degli anni Sessanta, fino alle questioni operative come il superamento della pianificazione quantitativa per standards e zoning, che «si riferiscono a parametri utopici ed irreali che non tengono conto delle specificità di ogni situazione» (p. 31). Naturalmente l’esplicitazione concreta di queste istanze generali, si rivela poi piuttosto diversa da quanto si ascolta nei convegni e nella pubblicistica correnti, che l’Autore definirebbe probabilmente “di regime” (l’egemonia della cultura di sinistra?), visto che alla base di tutto sembra esserci la triade tradizione / famiglia / proprietà, e l’immagine comunitaria che ne esce ricorda più i galli irriducibili di Asterix che Adriano Olivetti, senza la simpatia dei primi e la complessità del secondo. Dettagli illuminanti ad esempio, emergono sul tema delle case popolari, che «in un tessuto sociale sano devono essere di numero limitato e riservate per l’utilizzo perpetuo di cittadini in comprovate condizioni di disagio (anziani, malati cronici, vittime di calamità ..)» (p. 60), o su molti altri aspetti per cui di nuovo si rinvia alla lettura.

Resta certamente il notevole interesse del libro, che (per non ripetere l’errore già commesso dal sottoscritto e citato in apertura) credo debba essere giudicato solo per i contenuti, senza proiettarne luci ed ombre a piacere su un contesto più o meno esteso nel tempo o nello spazio. Probabilmente, e solo per citare un esempio, il senso dei ricchi capitoli sul tema dell’ambiente, del paesaggio, dei centri storici, per essere davvero inquadrato necessita di un confronto con gli altri corposi lavori di Oneto sul tema (fra cui un manuale di progettazione appena ripubblicato, e che si considera un classico fra gli addetti ai lavori). Ma la cosa che credo più proficua, considerato che si tratta di un testo di quasi dieci anni fa, è considerarne l’aspetto positivo di spietata denuncia: chi non ha mai visto uno dei desolati paesaggi che l’Autore descrive con tanta acrimonia come prodotto di generazioni tecniche incolte? Chi non ha mai avuto a che fare con “maestri” che poco o nulla avevano da insegnare, ma che da alti pulpiti recitavano e praticavano una cultura disciplinare maldigerita e irriflessa? Certo anche qui dentro l’acqua sporca che Oneto scaraventa dalla finestra c’è un prezioso bambino, ma si tratta di trovare e difendere quello, non di tenersi ineluttabilmente tutta la schiuma. Magari per rafforzare le proprie convinzioni sui contenuti, oltre il semplice schieramento che spesso in passato non ha combinato niente di buono.

O no?

Caro Giovanni,

[…].

Mi sono avvicinato alla sinistra comunista 45 anni fa: quando molti intellettuali se ne allontanavano. Gli eventi del 1956 mi sollecitarono a una riflessione profonda, dialettica, nella quale compresi l’inevitabile necessità delle durezze della storia. La mia amicizia con Franco Rodano e i suoi amici (da Filippo Sacconi a Tonino Tatò, da Claudio Napoleoni a Giuliana Gioggi, da Mario Melloni a Ugo Baduel, da Vittorio Tranquilli a Giancarlo Paietta, da Marisa Rodano a Giuseppe Chiarante) mi aiutarono a comprendere quanto fosse stretto il legame tra il dramma e la speranza. Compresi allora perché la prima realizzazione statuale del movimento proletario avesse radici così deboli, e perché la prima rottura rivoluzionaria pretendesse (una volta scongiurata, a Stalingrado, la tragedia dell’annientamento finale dell’umanità) uno sviluppo e un salto di qualità nell’Occidente europeo: compresi allora, di conseguenza, quanto fossero grandi le responsabilità della sinistra europea e, in essa, dei comunisti italiani.

Misurai allora, con i miei occhi, quando il comunismo italiano – pur incapace di svolgere pienamente, da solo, un ruolo internazionale all’altezza delle necessità del mondo – avesse contribuito e contribuisse a rendere la società italiana più giusta, più moderna, più ricca, più democratica. Quanto esso (per la presenza di figure come Palmiro Togliatti, e per la sintonia di civiltà che lo legava a figure delle altre sponde) contribuisse a radicare nel paese il senso dello stato, dell’interesse comune, della democrazia. E anche per questa convinzione entrai nel Partito comunista, prima come “indipendente” nelle sue liste poi, scaduto il mandato, come iscritto.

Ho sempre lavorato nel Partito come un membro di un collettivo: un gregario, anzi. Mettendo il mio specifico sapere e saper fare a disposizione di un disegno che condividevo. Solo in casi eccezionali mi è toccato svolgere una funzione di direzione politica: all’inizio degli anni Novanta. In quegli anni ho condiviso la svolta che ci ha portato ad abbandonare le antiche insegne: era una svolta inevitabile, poiché gli errori e i ritardi della sinistra europea avevano permesso che il lascito della Rivoluzione d’ottobre, confinato “in un paese solo”, si disgregasse e l’edificio dell’URSS e del comunismo internazionale tragicamente crollasse.

A mano a mano che la nuova formazione politica si sviluppava mi rendevo conto che il crollo di Berlino, mettendo la parola fine alle speranze nate con la Rivoluzione d’ottobre, rivelava un crollo inaspettato nella struttura stessa della sinistra italiana. Anche noi eravamo stati contagiati dalle malattie che avevamo criticato prima nella DC, poi nel PSI. Una parte molto larga del nostro quadro dalla DC aveva assunto quello che definirei il doroteismo: il privilegio del successo rispetto alla verità, del potere rispetto alla finalità, delle facilità dell’oggi rispetto alle difficoltà del futuro. Del PSI ci ha contagiato (certo marginalmente) la spregiudicatezza nell’asservire a fini di parte interessi comuni, e quella particolare forma di corruzione che in quegli anni esplose.

Furono queste le ragioni sostanziali (in aggiunta al concludersi della mia attività di amministratore locale, e alle particolari inettitudini che dimostrava la sinistra veneziana) che, qualche anno fa, mi hanno indotto a non rinnovare la tessera.

Scusami questa premessa certamente troppo lunga. Ma è la prima occasione che ho di ripensare a un percorso. Essa chiarisce però – mi sembra – le ragioni per cui, come ti dicevo, sono felice della tua candidatura. Mi sembra che essa significhi che è possibile la ripresa di alcune delle speranze smarrite.

La speranza di un ruolo internazionale della sinistra italiana, che si faccia carico in modo costruttivo, “politico”, delle tragedie del nuovo mondo che stiamo scoprendo tra noi e nei continenti (quello in bilico tra distruzione e disperazione), e delle potenzialità del vecchio mondo (un mondo che, con tutti i suoi errori e limiti, abbiamo contribuito a costruire). La speranza di una politica che torni a parlare alle cittadine e ai cittadini, ma a partire dagli ideali, dai principi, dai futuri da costruire insieme, e non dalla vellicazione degli interessi spiccioli. La speranza di un partito che riacquisti le doti della coerenza dei programmi e delle azioni, del rispetto degli altri, del disinteresse personale, e perda la smisurata fiducia nell’immagine che buca lo schermo e nelle parole d’ordine accattivanti (“modernizzazione” è una di queste) ma prive di senso. La speranza di una formazione nella quale la politica e gli altri saperi sappiano dialogare, rispettarsi, alimentarsi a vicenda, senza che la scienza strumentalizzi la politica né ne venga strumentalizzata.

E’ inutile che ti dica quali sono le tue qualità che mi sembrano renderti idoneo al ruolo che in cuor mio ti assegno. Voglio dirti però che il tuo cognome è tra queste, perché è simbolo di una continuità sostanziale con stagioni altissime della nostra storia. […]

1922: Enrico Berlinguer nasce a Sassari il 25 maggio, primo di due fratelli (Giovanni, il secondogenito, è del 1924) da Mario Berlinguer, avvocato, e Maria Loriga;

1937-1943: frequenta il liceo classico Azuni di Sassari conseguendo la maturità nel 1940. Si iscrive alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Sassari, sostenendo tutti gli esami e progettando di laurearsi con una tesi su “Filosofia del diritto: da Hegel a Croce e Gentile”, Nell’ottobre del ’43 si iscrive al Partito Comunista Italiano, diventando Segretario della sezione giovanile di Sassari;

1944: il 7 gennaio viene arrestato perché ritenuto uno dei responsabili dei “moti per il pane” verificatosi in quei giorni a Sassari. Il 25 aprile viene prosciolto e scarcerato. Nel mese di maggio viene nominato responsabile della Federazione Giovanile Comunista di Sassari. Nell’autunno si trasferisce a Roma ed entra a far parte della Segreteria Nazionale del Movimento Giovanile Comunista;

1945: dopo la Liberazione è a Milano come responsabile della Commissione giovanile centrale del P.C.I;

1946: torna a Roma;

1948: al VI Congresso del PCI ,svoltosi a Milano dal 5 al 10 gennaio, viene eletto membro effettivo del Comitato Centrale e membro candidato della direzione del partito;

1950: al Congresso nazionale dell’appena costituita Federazione Giovanile Comunista Italiana svolto a Livorno dal 29 marzo al 2 aprile, viene eletto Segretario Generale, carica che manterrà fino al 1956; assume la Presidenza della Federazione Mondiale della Gioventù Democratica che ricoprirà fino al 1952;

1956: con l’VIII Congresso del PCI esce dalla Direzione centrale ed assume l’incarico di direttore dell’Istituto Centrale di Studi Comunisti;

1957: si sposa il 26 settembre con Letizia Laurenti, dal cui matrimonio nasceranno quattro figli (Bianca, Marco, Maria e Laura); sempre in questo mese torna in Sardegna come Vice Segretario Regionale del PCI;

1958: nel mese di luglio torna a Roma ed entra a far parte della Segreteria Nazionale e dell’ufficio di Segreteria del PCI;

1960: al IX Congresso del PCI è nominato membro della Direzione, responsabile dell’ufficio di Organizzazione del partito fino al 1962;

1962: al X Congresso di Roma entra a far parte della Segreteria come responsabile dell’Ufficio di segreteria;

1964: membro della delegazione che partecipa al Congresso del Partito Comunista Francese esprime il rifiuto del PCI di condannare la politica del Partito Comunista Cinese;

1966: all’XI Congresso di Roma esce dalla Segreteria del Partito, entrando nell’Ufficio Politico. Nel mese di febbraio diviene Segretario Regionale del PCI del Lazio, carica che manterrà fino al 1969. Visita il Vietnam del Nord;

1968: viene eletto deputato nel collegio di Roma con 151.134 voti di preferenza e diviene membro della Commissione Esteri;

1969: al XII Congresso di Bologna viene eletto Vice Segretario Nazionale del PCI. Il 14 giugno intervenendo alla Conferenza Mondiale dei 75 partiti comunisti a Mosca, illustra la posizione del PCI che non vota il documento conclusivo;

1972: al XIII Congresso Nazionale del Partito, svoltosi a Milano dal 12 al 17 marzo, viene eletto Segretario Nazionale. Nelle elezioni politiche del 7 e 8 maggio viene rieletto deputato nel Collegio di Roma con 230.722 voti di preferenza;

1973: esprime il voto favorevole nella Commissione Esteri della Camera al riconoscimento della Repubblica Democratica del Vietnam. A seguito del golpe fascista in Cile ( 10 marzo), il 28 settembre, il 5 e 12 ottobre pubblica su Rinascita tre articoli di “ riflessione sui fatti del Cile “ nei quali formula la proposta del “ compromesso storico”;

1975: viene riconfermato Segretario Nazionale al Congresso del PCI a Roma dal 18 al 23 marzo;

1976: in varie interviste sui principali quotidiani europei ribadisce la scelta democratica e la piena autonomia del Partito Comunista Italiano. Nel luglio - Aldo Moro eletto Presidente del Consiglio Nazionale della Democrazia Cristiana - annuncia l’astensione del PCI al Governo nazionale avviando la politica di “solidarietà nazionale”;

1977: agli esponenti del mondo della cultura a Roma propone la politica dell’austerità come avvio di un processo per la trasformazione del Paese;

1978: il 26 gennaio con il Comitato Centrale del Partito sottolinea l’esigenza di una partecipazione diretta del PCI al Governo del Paese. In occasione del rapimento di Aldo Moro,il 16 marzo, e l’uccisione dei 5 uomini della sua scorta, intervenendo al dibattito parlamentare riafferma la linea della fermezza contro il terrorismo sostenuta dal PCI;

1979: il 26 gennaio comunica ai leader dei partiti che sostengono il Governo Andreotti la volontà del PCI di uscire dalla maggioranza. Nelle elezioni politiche del 3 e 4 giugno viene rieletto sempre nel collegio romano con 238.399 voti di preferenza;

1980: condanna l’intervento sovietico in Afghanistan. Il 26settembre a Torino, davanti ai cancelli della Fiat, conferma l’appoggio del PCI alla lotta degli operai contro i licenziamenti e la cassa integrazione: Dopo il terremoto in Irpinia, espone la nuova linea politica comunista dell’alternativa democratica;

1981: il 26 settembre aderisce alla marcia per la pace Perugia-Assisi;

1983: viene rieletto nelle elezioni del 26 e 27 giugno per la IV volta deputato nel Collegio di Roma con 221.307 voti di preferenza;

1984: il 7 giugno durante un comizio a Padova per le elezioni europee, viene colto da ictus cerebrale. Muore l’11 giugno. Imponenti i suoi funerali.

Bibliografia tratta da quella di Antonio Smargiasse.

Fonte: http://www.arcabari.it/Archivio/schede/Enrico_Berlinguer.htm

Don Enrico Berlinguer

( May 25, 1922 - June 11, 1984), was an italian noble and politician.

Berlinguer was an important leader of the Italian Communist Party ( Partito Comunista Italiano or PCI) and its national secretary from 1972 to 1984.

Early Career

The son of Don Mario Berlinguer and Maria Loriga, Enrico was born in Sassari, Italy to a noble and important Sardinian family, in a notable cultural context and with familiar and political relationships that would have heavily influenced his life and his career.

He was the first cousin of Francesco Cossiga (who was a leader of Democrazia Cristiana and later became a President of the Italian Republic), and both were relatives of Antonio Segni, leader of Democrazia Cristiana and a President of the Italian Republic). Enrico's grandfather, Enrico Berlinguer Sr., was the founder of La Nuova Sardegna, a very important Sardinian newspaper, and a personal friend of Giuseppe Garibaldi and Giuseppe Mazzini, whom he had helped in his parliamentary work on the sad conditions of the island.

In 1937 Enrico Berlinguer had his first contacts with Sardinian anti-Fascists, and in 1943 formally entered the Italian Communist Party, soon becoming the secretary of Sassari's section. The following year a violent riot exploded in the town; he was involved in the disorders and was arrested, but was discharged after 3 months of prison. Immediately after his detention ended, his father brought him to Salerno, the town in which the Royal family and the government had taken refuge after the armistice. In Salermo his father introduced him to Palmiro Togliatti, the most important leader of the Communist Party and a schoolfellow of Don Mario.

Togliatti sent Enrico back to Sardinia to prepare for his political career. At the end of 1944, Togliatti appointed Berlinguer to the national secretariat of the Communist Organisation for Youth; he was soon sent to Milan, and in 1945 he was appointed to the Central Committee as a member.

In 1946 Togliatti became the national secretary (the highest political role) of the Party, and called Berlinguer to Rome, where his talents let him enter the national direction only two years after (at the age of 26, one of the youngest members ever admitted); in 1949 he was named national secretary of FGCI ( Federazione Giovanile Comunista Italiana - the communist movement for youth), a charge that he left in 1956. The year after he was named president of the world federation of democratic youth. In 1957 Berlinguer, as a member of the central school of the PCI, abolished the obligatory visit to Russia, which included political training, that was until then necessary for admission to the highest positions in PCI.

Berlinguer's career was obviously directed towards the highest positions of the party. After having held the most important ones, in 1968 he was elected a deputy for the first time in the electoral collegium of Rome. The following year he was elected the national vice-secretary of the party (the secretary being Luigi Longo); in this role he took part in the international conference of the communist and labour parties in Moscow, where his delegation didn't agree with the "official" political line, and refused to vote on the final document. It was absolutely the strongest speech by a Communist leader ever heard in Russia; he refused to "excommunicate" Chinese communists, and directly told Leonid Breznev that the tragedy in Prague (Czech invasion by Russian tanks) had put into clear evidence the diversity of concepts about fundamental themes like national sovereignty, socialist democracy, and the freedom of culture.

In 1970, memorably, he opened a relationship with the world of industry, and generally speaking with the conservative forces, publicly declaring that the PCI would have looked with favour on an eventual reprise of the industrial production and for a new model of development, concepts that were part of the program of the industrialists. Already the principal leader of the party, Berlinguer became formally the national secretary in 1972 (due to Longo's sudden illness).

In 1973, having been hospitalized after a car accident during a visit to Bulgaria, he wrote three famous articles ("Reflections on Italy after the facts of Chile" - after the golpe) for the intellectual weekly magazine of the party ( Rinascita), presenting the strategy of the so-called Compromesso Storico, a hypothesis of coalition between PCI and Democrazia Cristiana meant to grant Italy a period of political stability, in a moment of heavy economical crisis amd in a contest in which some forces were manoeuvring for a golpe.

International relations

The following year in Belgrad he met Yugoslavian president Josip Broz Tito, starting his intense foreign relationships with the major Communist parties of Europe, Asia and Africa.

In 1976, in Moscow again, Berlinguer confirmed the autonomous position of PCI from the Russian communist party. Berlinguer, in front of 5,000 Communist delegates, started talking of a "pluralistic system" (translated by the interpreter as "multiform"), described PCI's intentions to build "a socialism that we believe necessary and possible only in Italy", invoking "distension". When he finally declared the PCI's condemnation for any kind of "interference", the fracture was quite complete, since Italy was indicated by Russians as suffering the interference of NATO, so the only interference that Italian Communists could not suffer (they concluded) was the Russian one. In an interview with Corriere della Sera he declared that he felt "more, more safe under NATO's umbrella".

In 1977, in Madrid with Santiago Carrillo and George Marchais the fundamental lines of Eurocommunism were laid out. A few months later he was again in Moscow, for another speech that Russians didn't appreciate and that was published by Pravda only after relevant censorship. Berlinguer, with a political progression by little steps, was enforcing the structure and the consensus around the party by getting closer to the other components of society. After the surprising opening of 1970 toward conservatives, and the still discussed proposal of the Compromesso Storico, he published a correspondence with Monsignor Luigi Bettazzi, the Bishop of Ivrea; it was an event that sounded quite astonishing since Pope Pius XII had excommunicated the communists soon after World War II (and this measure had not been removed), and the hypothesis of any relationship between communists and Catholics seemed very unlikely. The act was also compensating on another field a terrible equation, commonly and popularly expressed, by which PCI was at least protecting leftist terrorists, in the years of maximum violence and cruelty of Italian terrorism. In this contest PCI opened its doors to many Catholics, and a debate started about the possibility of contact. Notably, Berlinguer's strictly Catholic family was not brought out of its usual, severely respected privacy.

In Italy a government called of national solidarity was ruling, but Berlinguer claimed an emergency government, a strong and powerful cabinet to solve a crisis of exceptional seriousness. On March 16, 1978Aldo Moro, president of DC, was kidnapped by Red Brigades, the day that the new government was going to swear in front of parliament. During the agony of Moro, Berlinguer adhered to the so-called Front of firmness, refusing to treat with terrorists (that had proposed the exchange the freedom of the politician with the freedom of some terrorists in prison).

After the death of Moro (one of DC's leaders more in favour of Berlinguer's Compromesso Storico, if not the most) and after the following adjustments, PCI remained more isolated. In June a campaign against President Giovanni Leone, accused of minor bribery, was progressively approved and finally supported by PCI, and resulted in the President's resignation. The election of the following President Sandro Pertini (socialist) was also emphatically supported by Berlinguer, but didn't produce the effects that PCI probably expected, at least in the immediate acts. Pertini was in fact a socialist and an anti-fascist partisan, imprisonned and sent to confinement by the regime. In Italy, after a new president is elected, the government respectfully resigns, in order to consent a new definition of the political assets. Communists, given his history and his figure (so far from moderate or conservative positions), expected Pertini to use his influence in favour of the leftist parties. But the president was at the time more influenced by minor political leaders like Giovanni Spadolini (republican party) or Bettino Craxi (socialist party), and PCI remained out of the governmental area.

After a few months Berlinguer took part into a meeting with the secretaries of the five parties in the government coalition and declared them that the age of the governments of national solidarity had came to an end.

It has to be recalled that it is during these years that PCI obtained the administrative government of many Italian regions, sometimes more than a half of them. Notably, the regional government of Emilia-Romagna and Tuscany (among the many others) should have been a concrete proof of PCI's governmental capabilities, at the time necessary for propaganda purposes. Berlinguer turned then his attention toward the enforcement of the local power, in the aim of showing that "trains could be in time" under the "reds" too. Throughout the nation, Berlinguer personally followed the electoral campaigns for many other minor institutions like the provinces and the local councils (while other parties used to send only local leaders), consenting the party to win in - sometimes - a relevant majority of them.

In other fields, through the cultural organisation named ARCI, and by the massive occupation of all the most important related public charges, PCI was trying (since perhaps the birth of the Republic) to establish a sort of monopoly of the Italian culture. At this time, musicians, writers, journalists, poets, painters, film directors, teachers, phylosopers and especially historians, intellectuals and artists had somehow to express some sort of coherence with communist positions, had to take part into the political life as external commenters, had to support the communist ideological campaigns and in some cases run for political elections providing the party with the weight of their popularity. The "Festa dell'Unità", popular meetings for ordinary PCI militants, were turned into cultural events, with memorable important political discussions, intellectual debates and conventions, ofter enriched by pop-music concerts. Very few names in said fields remained far from this general tendence.

Following his strong action on PCI's propaganda, Berlinguer worked also to enforce Luciano Lama's popularity in the field of Trade unions. The communist CGIL, Lama's union, became then the most important competitor of the government, de facto quite a dubbed labour party, leading the association with the other two unions (CISL and UIL), while the conservative trade union (CISNAL) was excluded by the most important decisions.

The breakup with Russia

In 1980 PCI publicly condemned the Russian invasion of Afghanistan; Moscow then immediately sent the French "colleague" Marchais to Rome, to try to bring Berlinguer into a milder position toward Russia, but Marchais was received with a notable coldness. The distance with Russia became very far when (in the end of that year) PCI didn't participate in the international conference of communist parties held in Paris. Soon, instead, Berlinguer made an official visit to China. In november of the same year, once again in Salerno, Berlinguer declared that the idea of an eventual Compromesso Storico has been definitively put aside; it would have been substituted with the idea of the democratic alternative.

In 1981, in a television interview he surprisingly declared that, in his personal opinion (and therefore in the political opinion of PCI), "the propulsive push of the October Revolution had been exhausted". The direction of the party criticised the "normalisation" of Poland and very soon the detachement from the Russian communist party became definitive and official, followed by a long polemic at distance between Pravda and L'Unità (the official newspaper of PCI), not made any milder after the meeting with Fidel Castro at Havana, Cuba.

On an internal side, Berlinguer's last principal claim is for the solidarity among the leftist parties ( Unità delle Sinistre).

Berlinguer suddenly abandoned the scene during a speech in a comizio (public meeting) in Padua; he was hit by a brainhaemorrhage while speaking and died three days after.

Analysis

The figure of Berlinguer has been defined in many ways, but he was generally recognised for a political coherence and a certain courage, together with a rare personal and political intelligence. A severe figure, a serious man (the anecdote with Roberto Benigni was perhaps the most cheerful moment of all his public life), he was sincerely respected and deeply esteemed by opposition figures too and his three days' agony was followed with great participation by the general population. His corpse, exposed at Botteghe Oscure (the head office of the party) was honoured by all of his political opposition, even by those from which he was divided by violent polemics (this fact surprised many foreign observers, starting with François Mitterrand). His funeral was followed by a large number of people, perhaps among the highest ever seen in Rome.

The most important political act of his career in PCI is undoubtedly the dramatic break with Russian Communism, the so-called strappo, together with the creation of Eurocommunism. And together with his substantial work tending to an opening towards possibilities of contact with the conservative half of the country.

The major difficulties that PCI encountered in Italy (in PCI's point of view), was like what other leftist parties encountered in other European countries, and consisted of the quite absolute refusal of contact from conservatives, since PCI hadn't broken its relationships with Russia and hadn't abandoned the classical schematic vision that usually leftist parties used to show regarding the social positions and relationships among social classes. In this sense, Berlinguer's work brought to a better legitimation of the party, even if the strappo is not unanimously considered as a mere manoeuvre of internal politics.

Berlinguer was, quite obviously, strongly fought by many sides. An internal opposition inside the PCI stressed that (in a rough synthesis) he had turned what was born as a workers' party into a sort of bourgeois revisionist club. External opposition figures noted that strappo took several years to be completed; this perhaps as an alleged evidence of not definitive decision on the point (it has to be recalled that previous leader Luigi Longo had already had contrasts with Russia at the time of Czech invasion).

The acceptance of the Atlantic Pact is however generally seen as a notable evidence of the autonomous PCI's position, following the supposed "diversity" of this party that Togliatti, Berlinguer's true maestro, used to describe "strange as a giraffe".

All the work of Berlinguer, nevertheless, even if supported by a notably correct communist local administration of some regions (as said), wasn't able to bring PCI into the government and the last idea of the leader, the democratic alternative, is yet to be translated into something of clear today.

He died Padua.

Fonte

http://www.wikipedia.org/wiki/Enrico_Berlinguer

Enrico Berlinguer nacque a Sassari nel 1922 in una famiglia agiata della media borghesia cittadina (aristocratica ma antifascista) - (cugino di Francesco Cossiga di sei anni più giovane)

L’aria che respirò fin da bambino fu quella dell’antifascismo democratico e liberale del padre Mario, esponente dell’Unione Democratica Nazionale di Giovanni Amendola, poi del Partito d’Azione e, dopo la Seconda Guerra Mondiale, del Partito Socialista Italiano.

La cultura democratica ed antifascista portarono il giovane Enrico ad assumere atteggiamenti contestatari nei confronti del sistema ed ad aderire (a 14 anni), in forma segreta e clandestina, al Partito Comunista Italiano di cui diventerà uno dei massimi dirigenti.

Trampolino di lancio di questa futura carriera sarà un incontro con Togliatti procuratogli proprio dal padre Mario.

La carriera di Berlinguer è quella del perfetto funzionario togliattiano; inizia con cariche a livello locale, entra in Parlamento, viene cooptato nel gruppo dirigente del Partito ed infine fa una veloce carriera politica ai vertici di quest’ultimo.

Alla morte di Togliatti sostituì Giorgio Amendola nel ruolo di coordinatore del Partito divenendone, negli anni della segreteria di Luigi Longo, il numero due.

Durante gli ultimi anni della segreteria Longo, quando il vecchio esponente comunista era malato, assumerà la guida effettiva del PCI di cui sarà nominato ufficialmente segretario nel 1972 ed inizierà subito un nuovo corso per la politica comunista pur mantenendo una forte continuità nelle tradizioni e nei comportamenti.

Di togliattiano non ebbe solamente il cursus honorem, ma anche, soprattutto, la formazione in cui furono presenti anche molti elementi di derivazione crociana che fecero di Enrico Berlinguer prima di tutto un attento osservatore delle vicende italiane ed un fine intellettuale.

Partendo dalle considerazioni togliattiane sulla fragilità della democrazia italiana ed analizzando la crisi cilena del 1973, Berlinguer progettò fin dal 1974 l’incontro tra cattolici, laici e comunisti che avrebbe dovuto essere la condizione per l’inizio di un periodo di ripresa e di sviluppo della democrazia italiana basato su di un compromesso di portata storica.

Purtroppo la tragica fine dell’onorevole Moro impedì che ciò avvenisse ed aprì le porte agli anni rampanti del craxismo e della corruzione.

Come Togliatti Berlinguer affidava ai partiti un ruolo pedagogico e di mediazione politica e sociale. La mediazione doveva essere di carattere alto e nobile in grado di impedire derive reazionarie nelle classi meno mature dal punto di vista politico e culturale.

Il “Compromesso Storico” avrebbe avuto come principale interlocutore il mondo cattolico e ciò doveva essere inteso come la naturale continuazione del tentativo di rapporto verso tali settori iniziato con il voto a favore dell’articolo 7 della Costituente da parte del PCI nel 1947 e del successivo discorso di Bergamo ai cattolici da parte di Togliatti.

Il dialogo ed il rapporto con i cattolici non era soltanto di carattere strategico, ma aveva anche una comunanza di caratteri di base come è verificato dal rapporto epistolare esistente tra Berlinguer ed il Vescovo di Ivrea, monsignor Bettazzi, ed i discorsi tenuti dallo stesso segretario comunista ad Assisi, alle “Marce della Pace” organizzate da Aldo Capitini.

Inoltre alcuni cattolici furono candidati nelle liste del PCI come indipendenti a partire dal 1976; Adriano Ossicini, Mario Gozzini ed Antonio Tatò furono i principali esponenti di quel tentativo di coniugare le istanze solidaristiche del messaggio evangelico cristiano con la ricerca di una più forte ed equa giustizia sociale della tradizione socialcomunista: era il cosiddetto cattocomunismo tanto odiato da Craxi, prima, e, poi, da Berlusconi.

Questa apertura culturale dei comunisti in politica interna andava di pari passo con una nuova politica estera più slegata da Mosca (in tale ottica va interpretato l’appoggio dato alla “Primavera di Praga” e la condanna del successivo intervento reazionario sovietico, maggiormente aperta a livello di integrazione europea e basata sulla ricerca di rapporti politici non solo con i partiti comunisti europei, che furono, anch’essi, di nuovo modello (l’ Eurocomunismo ), ma anche con la socialdemocrazia ed il laburismo europei, in primo luogo con la S.P.D. di Willy Brandt ed il Labour Party di Harold Wilson.

Altro tema cardine della politica berlingueriana fu la “questione morale”, ossia la denuncia della corruzione e dell’inefficienza del sistema democratico dei partiti politici.

Ciò non avvenne in un’ottica qualunquistica e demagogica, ma semplicemente fu il campanello d’allarme, insieme con la richiesta di una maggiore austerità economica, di ciò che sarebbe potuto venire se la politica non si fosse saputa regolare facendo, così, venire meno il legame con il paese reale.

Le parole usate dallo stesso Berlinguer per descrivere ed analizzare il fenomeno sono esaustive e descrivono chiaramente il fenomeno in questione.

Berlinguer, nel corso di una ormai famosa intervista ad Eugenio Scalfari, ebbe a dire, nel 1981, quanto segue: “I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le Università, la RAI TV , alcuni grandi giornali…..Bisogna agire affinché la giusta rabbia dei cittadini verso tali degenerazioni non diventi un’avversione verso il movimento democratico dei partiti”.

L’invito non fu accolto dalla classe politica dominante che, anzi, preferì parlare di moralismo usando toni a dir poco squallidi.

Anche il tema del risanamento economico, da intendersi anche come la ricerca di un nuovo modello di sviluppo compatibile non fu capita, ma anzi fu, addirittura, avversata: solo uomini come Ugo La Malfa, Paolo Baffi e Bruno Visentini ascoltarono, capirono e compresero il messaggio di Enrico Berlinnguer.

Esso era, in sostanza, un disperato appello per la salvezza e la difesa delle nostre istituzioni repubblicane e del nostro vivere comune, in poche parole della idea stessa di democrazia.

Se avessero ascoltato Berlinguer ci si sarebbero risparmiato i “folli anni ‘80” e la successiva fase caratterizzata da “Tangentopoli”.

Altro tema in cui Berlinguer fu precursore fu quello del decentramento politico, amministrativo e fiscale nel quadro di una maggiore responsabilizzazione dei centri di spesa locale.

Al convegno fiorentino del novembre 1982 organizzato dalla Confindustria sul tema “Lo Stato e i soldi dei cittadini” ebbe a dire: “E’ poi indispensabile che i Comuni – i quali peraltro sono l’unico settore dello Stato le cui spese sono rimaste al di sotto del tetto d’inflazione programmato – possano disporre di una autonoma capacità impositiva, secondo una linea generale che tenda a responsabilizzare sempre di più tutti i centri di spesa”.

La figura di Berlinguer è stata negli ultimi tempi oggetto di dibattiti e di convegni. Per tutti deve rimanere il ricordo di un uomo che ebbe indiscussi esempi di lungimiranza politica, che seppe arrivare prima a capire fenomeni e questioni che altri intuirono troppo tardi o che non capirono mai.

Come ha scritto Sandro Curzi. “Invece aveva ragione, non suggeriva alcun cilicio agli italiani e alla società moderna, e nemmeno voleva che qualcuno si spogliasse dei propri beni. Invitava piuttosto a riflettere sulla limitatezza complessiva delle risorse, a trovare una misura nel consumo: misura morale prima ancora che economica”.

Berlinguer morì nel 1984 ed ai suoi funerali parteciparono volontariamente e spontaneamente oltre un milione di cittadini che volevano esprimere il proprio affetto per un grande politico, anzi meglio, per un grande uomo che Indro Montanelli aveva definito “un uomo introverso e malinconico, di immacolata onestà e sempre alle prese con una coscienza esigente, solitario, di abitudini spontanee, più turbato che alettato dalla prospettiva del potere, e in perfetta buona fede” di cui ci resta un programma sociale, politico, economico, etico e morale non scritto basilare per il futuro democratico e di progresso del nostro Paese.

di Luca Molinari

http://www.cronologia.it/storia/biografie/berlingu.htm

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