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MILANO

Gerardo D’Ambrosio è in pensione da qualche mese, dopo quarantasei anni di magistratura. Procuratore a Milano, ha vissuto per intero la vicenda giudiziaria di Tangentopoli, dall’arresto di Mario Chiesa in poi, e ha subito le conseguenze di molte polemiche e di infiniti attacchi. Poco più di un anno fa, a proposito di una delle tante manovre per bloccare i processi milanesi, commentò con parole durissime: «È la notte della democrazia». Adesso uno di quei processi è arrivato a sentenza.

Signor procuratore, la notte può apparire meno scura?

«È estremamente importante che nel contesto difficile che tutti conosciamo si sia riusciti comunque ad arrivare alla decisione di primo grado. Questo dimostra in modo del tutto evidente che la nostra democrazia, se pure giovane, funziona, che la nostra democrazia è forte. Sotto il profilo della giustizia è positivo, profondamente positivo, aver raggiunto questo risultato, nonostante tutte le tecniche dilatorie che sono state poste in essere contro la sentenza. Tecniche dilatorie che sono state da tutti riconosciute come esasperate, tanto esasperate che persino gli avvocati penalisti hanno in modo aperto criticato una politica giudiziaria, in questa legislatura, così influenzata da questa vicenda. Si sono allungati i tempi del processo in modo anomalo. Si sono contate in tre anni otto ricusazioni. A questo punto davvero la notte può apparire meno oscura. Quei tentativi di dilazione erano compiuti in attesa di una soluzione che intervenisse prima della sentenza e che venisse data dal Parlamento. Il Parlamento invece non ha voluto dare un colpo di spugna e quindi, sotto questo profilo, anche nella maggioranza non si è voluto dare un colpo di spugna, a proposito peraltro di episodi anteriori all’assunzione di incarichi parlamentari. Abbiamo assistito a una mobilitazione che ha contribuito a dissuadere il Parlamento e una parte della maggioranza a ricorrere a ulteriori espedienti, come quelli rappresentati da alcuni disegni di legge sulla sospensione dei processi a carico di parlamentari. E mi riferisco in particolare al progetto di legge 3393, firmato dall’onorevole Nitto Palma, che è stato presentato, ma non è stato approvato. Il che significa che per il Parlamento vale ancora il principio della nostra Costituzione secondo il quale la legge è uguale per tutti, anche se vi è un articolo, il 68, che comunque introduce dei temperamenti, perché è noto che per la cattura, per le perquisizioni, per le intercettazioni telefoniche e per l’acquisizione di tabulati occorre comunque che vi sia una autorizzazione parlamentare.

Si può dire che in qualche misura questa sentenza potrebbe aiutare a voltare pagina...

«Bisogna anche dire che questo disegno di legge di cui si temeva l’approvazione e con cui si sarebbe tentato di differire questa pronuncia, sarebbe stato assai pericoloso in un sistema maggioritario, perché si prevedeva in questo modo la sospensione del processo alla fino alla conclusione del mandato sulla richiesta del parlamentare senza alcun motivazione sul fumus persecutionis. Sarebbe diventato una forma di immunità per la maggioranza, senza alcun tutela per la minoranza. Nel contesto generale, nonostante le traversie, questo fa sperare in un diverso orientamento futuro della politica giudiziaria e soprattutto che si vada nella direzione di rendere più rapidi i processi per giungere a sentenza in tempi ragionevoli, così come indica la Costituzione».

Un fatto positivo, ovviamente, a prescindere dagli undici anni di condanna...

«Teniamo conto che si tratta sempre di una sentenza di primo grado...».

Una sentenza che ha peraltro assolto l’imputato Verde...

«E che dimostra dunque che la giustizia è sempre molto attenta, prima di condannare. A volte le tesi dell’accusa vengono accolte, a volte no. Questa è la logica del processo. Non è detto che tutto debba finire in condanna. Evidentemente in questo caso la tesi dell’accusa non è stata ritenuta fondata. Mi pare che anche questo rientri nella assoluta normalità. Bisogna dire che tante questioni sollevate rientrano nei meccanismi interni al processo, anche le questioni di competenza. Il processo è fatto di tre gradi, si vedrà».

Come giudica l’ultima, oserei dire estrema iniziativa del ministro Castelli, che ha chiesto proprio l’altro ieri documentazione al Tribunale di Milano per verificare la fondatezza dell’esposto annunciato da Previti contro i pm Boccassini e Colombo? Qualcuno, Carlo Fucci, presidente dell’associazione nazionale magistrati, ha accusato il ministro di interferenza...

«Questo rientra nei poteri del ministro Castelli. Non è la prima volta che la Procura di Milano viene sottoposta a queste indagini, che si sono poi rivelate infondate. Non giudico questa iniziativa una interferenza, dal momento che si è deciso che l’azione disciplinare dipenda dal ministro, che è nella possibilità dunque del ministro di aprire una inchiesta, è un suo diritto verificare come sono andati i fatti e poi archiviare... Insomma non mi fa meraviglia. Il ministro, lo sappiamo, molte volte ha preso iniziative analoghe nei nostri confronti. Il problema è non intaccare la credibilità delle istituzioni che da questo punto di vista dipendono una dall’altra. Se perde credibilità una, non è che le altre rimangano indenni».

Roma, 10 giugno 2003

ILL.MO PRESIDENTE della

REPUBBLICA ITALIANA

CARLO AZEGLIO CIAMPI

Illustre Presidente,

la salvaguardia dell’ambiente e la tutela della sua integrità rappresentano un valore fondamentale e primario per tutta la comunità nazionale.

Ed è un valore che non può non trascendere l’alternanza delle diverse coalizioni e delle diverse formazioni politiche nella responsabilità del Governo del Paese.

Del resto in questo campo così delicato le direttive comunitarie costituiscono un riferimento invalicabile e sicuro.

Nel nostro Paese, invece, con la delega sulla normativa ambientale richiesta dal Governo, il bene ambiente è sottoposto ad un grave e preoccupante indebolimento.

Suscitano forte inquietudine l’ampiezza che non ha precedenti della delega e le modalità previste per il suo esercizio, con la completa espropriazione del ruolo del Parlamento e della sua funzione legislativa.

Infatti spetterà ad una Commissione di esperti, scelti dal Ministro per l’Ambiente ed alle sue dipendenze, l’intera elaborazione di decreti attuativi della delega, con il conseguente esautoramento delle Assemblee legislative.

In questo contesto già così difficile, con specifica circolare del Capo di Gabinetto del Ministro dell’Ambiente, tutto il personale del Ministero, dell’Agenzia per la protezione ambientale, dell’ICRAM e di tutti gli organismi collegati è stato invitato a non svolgere alcuna attività sugli argomenti – pressoché tutti - oggetto della delega legislativa.

Si realizzerebbe, così, una singolare e per tanti versi incredibile “sospensione” della vigente normativa in campo ambientale, con accentramento inammissibile di ogni questione in capo all’ufficio del Ministro.

Questa vicenda non ha ovviamente alcun riscontro negli altri Stati dell’Unione Europea.

La incertezza legislativa, che così si determina sul versante ambientale, è ancora più grave in vista del semestre europeo affidato alla presidenza italiana, che vedrà il nostro Paese in una condizione assolutamente anomala e gravida di pericolose incognite rispetto ad un valore così rilevante, come la tutela dell’ambiente.

Riteniamo pertanto, nella veste di componenti della Commissione Ambiente della Camera dei Deputati, di affidare alla sua autorevole attenzione la delicatezza estrema di questa situazione che riveste il bene ambientale, ormai caratterizzato e vitale per tutta la nostra democrazia.


DS On. Bandoli
DS On. Vigni
DS On. Abbondanzieri
DS On. Sandri
DS On. Chianale
DS On. Vianello
DS On. Mariani
DS On. Dameri
DS On. Piglionica
DS On. Zunino
Margherita On. Realacci
Margherita On. Iannuzzi
Margherita On. Merlo
Margherita On. Reduzzi
Margherita On. Villari
Margherita On. Fusillo
PCDI On. Nesi
Verdi On. Lion
Rif. Com. On. Vendola
SDI On. Pappaterra

Il nuovo direttore del Tg1, Clemente Mimun, dichiara in un' intervista ( del 21 maggio) che il suo «editore di riferimento» è soltanto il telespettatore e che, essendo la Rai un «servizio pubblico», lui non si sa «immaginare un prodotto che non punti a fare il pieno di ascolti». Colgo l'occasione per dissentire. Ho molto rispetto per Mimun. Le critiche gli sono dovute ex officio, perché è lui che guida l'ammiraglia della tv di Stato. Editore di riferimento è dizione zuccherata e cincischiata. Messa in chiaro vuol dire chi comanda. E la risposta può essere altrettanto chiara: in passato comandava la Dc, poi ha comandato la sinistra e ora comanda Berlusconi. Certo non comanda il pubblico dei 25 milioni di telespettatori del quale Mimun si fa scudo. Magari fosse così. Ma così non è. In un'economia di mercato il consumatore è sovrano perché può scegliere tra prodotti differenziati (dall' utilitaria alla Ferrari) che paga. Nel cosiddetto mercato televisivo io non posso rifiutare di pagare e non posso passare a prodotti di qualità superiore perché nessuno me li offre. A me tocca ascoltare quel che mi passano conventi che sono tutti eguali nel ridurre l' informazione seria a quasi nulla. Sono un sovrano? No, il vero sovrano, qui, è la pubblicità calcolata sui dati di ascolto dell' Auditel. Per i signori di Saxa Rubra il compito del servizio pubblico è di fare un pieno di pubblico, di fare «il pieno di ascolti». Ma se così fosse, qual è la differenza tra servizio pubblico e televisione commerciale? Se così fosse, il servizio pubblico è da chiudere e basta. Perché dobbiamo pagare un canone per ottenere un prodotto commerciale che possiamo ottenere gratis? Il nodo della questione è, allora, che un servizio pubblico è tale perché è tenuto a servire interessi generali, interessi collettivi. Restando al caso dei telegiornali, il loro compito pubblico è, prima di tutto e soprattutto, d' informare sulla cosa pubblica, e in questo senso di formare cittadini in grado di g estire la loro democrazia. Si avverta: informare non è dare notizie di 20-30 secondi che di per sé non significano nulla. Informare è spiegare, è far capire, è far discutere gli eventi non da politici che si urlano addosso, ma da esperti. Questo corretto modo d' informare io negli Stati Uniti lo vedo e seguo tutte le sere. Il modello esiste. Volendo, è facile da replicare. È che non lo si vuole. All' Italia occorre un Biagi ingrandito e moltiplicato per dieci (non può fare tutto lui da solo). In vece il nostro cosiddetto editore di riferimento si propone di silenziare persino Biagi, vuole un oscuramento totale, sovrastato dalla voce del padrone. I poveri 25 milioni di telespettatori del Tg1 non si rendono conto, ovviamente, di quanto non vie ne loro mai detto. Sono imbottiti di cronaca nera, di cronaca rosa, di storie strappalacrime. E i pochissimi minuti di notizie rilevanti sono confezionati in modo da evitare grane. Manca l' acqua in Sicilia? Perché? Silenzio di tomba. Spiegarlo irriterebbe i politici siciliani svelando orripilanti retroscena di mafia (dell'acqua). C' è o non c' è un buco nel bilancio? Esistono economisti in grado d' illuminarci. Ma Tremonti non gradirebbe una verità diversa dalla sua. Meglio abbozzare. E cosa sta succedendo delle fondazioni bancarie? E' un'ennesima, scandalosa pappata dei nostri politici, oppure no? Questi, e moltissimi altri, non sono temi da talk show alla Vespa o alla Santoro (che fanno spettacolo ma che non chiariscono un bel nulla). Sono temi che almeno un telegiornale non commerciale dovrebbe sottoporre a un dibattito di esperti in un'ora di massimo ascolto. La Rai di canali ne ha tre. Ma per un servizio pubblico che si occupa della cosa pubblica non ha posto. Anche se ne avesse sei, li lottizzerebbe. Che vergogna.

MILANO - Dottor Gerardo D’Ambrosio, lei è stato il capo dell’ufficio dell’accusa per tutto il tempo delle indagini, dell’udienza preliminare e per buona parte del dibattimento. Sette condanne e un’assoluzione, come commenta?

«Mi sembra una sentenza che dimostra la grande serietà e serenità del Tribunale che è stato attaccato pesantemente ma che ha saputo mantenere la sua indipendenza. Anche dalle tesi della procura. Un solo proscioglimento conferma l’impianto dell’accusa ma dimostra anche che non c’è stato nessun appiattimento. Una cosa, però, mi sembra ancora più importante».

Che cosa?

«Il fatto che si sia arrivati alla sentenza significa che la nostra giovane democrazia è forte, ha retto al tentativo che è stato fatto di fermare la giustizia e di sottrarre degli imputati eccellenti al suo corso. È la prova che il principio che la legge è uguale per tutti è una realtà. Sono state sconfitte le manovre di chi voleva l’impunità».

Più che un processo, questo dibattimento è stato un percorso di guerra.

«Diciamo che c’è stato un atteggiamento di insofferenza verso l’amministrazione della giustizia. Si è cominciato con le opposizioni in Svizzera alla trasmissione degli atti rogatoriali e si è arrivati a sollevare un conflitto di attribuzioni davanti alla Corte Costituzionale, fino a presentare otto istanze di ricusazione e due istanze di rimessione. Certo non si è andati incontro al principio della ragionevole durata del processo.....».

Ci sono state anche interferenze legislative.

«Direi che è stato un processo molto singolare. Ha provocato addirittura un trattato internazionale tra Italia e Svizzera; l’articolo 111 della Costituzione e poi, quando il governo di centrodestra è salito al potere, tutta la politica giudiziaria è stata influenzata da questo processo. Bisognava trovare a tutti i costi una soluzione a quello che ho sempre definito il secondo conflitto di interessi del presidente del consiglio. Tra gli imputati c’è un suo ex ministro, Cesare Previti, che era il suo avvocato quando Silvio Berlusconi faceva solo l’imprenditore».

Quali leggi sono state viziate da questo conflitto?

«Quella sulle rogatorie, quella sul falso in bilancio, la legge Cirami. E che queste leggi tendessero a sottrarre gli imputati a questo processo non lo dico io, né l’opposizione, ma autorevoli esponenti di Forza Italia. E siccome quelle leggi non sono bastate è arrivato il maxi-emendamento, con il progetto di modificare l’ordinamento giudiziario; e poi i 45 giorni di sospensione per decidere se accedere al patteggiamento allargato».

Lei ha passato 45 anni in magistratura. Era mai successo?

«No. Non c’è nella storia giudiziaria italiana un precedente di questo tipo. Nel '39, in pieno fascismo, c’era stata una circolare del ministro Grandi che invitava a non usare l’istituto della legittima suspicione per sospetto per «non ingenerare deplorevoli dubbi sull’imparzialità della magistratura» e «autorizzare il sospetto che si potesse alterare il corso della giustizia»».

Che costi ha avuto tutto questo?

«Il costo per la credibilità delle istituzioni è stato elevatissimo. Delegittimare il pm significava attaccare una parte, ma quando si sono attaccati anche i giudici è stato gravissimo. Per scongiurare i temuti effetti di una singola sentenza si è seminato il dubbio sull’imparzialità del giudice e, a cascata, sull’intero sistema: dai giudici d’appello fino a quelli delle sezioni unite della Cassazione».

L’onorevole Previti sostiene che si è solo difeso da un complotto e giudica questa sentenza una persecuzione.

«Previti ne ha dette di tutti i colori, la sua reazione è coerente con il comportamento che ha tenuto finora. Ma ha già risposto la Cassazione a sezioni unite e otto volte i giudici, sempre diversi, della Corte d’appello. Se avesse ragione lui, vorrebbe dire che la persecuzione è di tutta la magistratura».

Crede che dopo questa sentenza sia finita la guerra tra politica e magistratura?

«Secondo me sì. Seguirà una coda, una legge per concedere la sospensione dei processi in corso nei confronti delle più alte cariche istituzionali; così il presidente Berlusconi (imputato in un processo simile, quello per il caso Sme, ndr.) sarà sollevato dai suoi impegni giudiziari. E dopo, finalmente, si comincerà a occuparsi di giustizia. Lo sciopero annunciato dagli avvocati mi sembra un segnale molto forte, anche loro sono molto scontenti di quanto si è fatto finora. Spero davvero che adesso si volti pagina».

Martedì 17 B. degna il Tribunale d’un secondo show nel dibattimento Sme. Ventiquattr’ore dopo dall’alambicco della Camera bassa nascerà la legge che sospende i suoi processi. Parliamone. L’ordinamento è una piramide: tante norme situate a vari livelli, insegna Hans Kelsen, maestro della sintassi giuridica novecentesca; quelle al vertice fungono da tavola genetica, stabilendo come nascano le altre e a quali parametri ubbidiscano. Nell’art. 3 Cost., ad esempio, «tutti i cittadini (...) sono eguali davanti alla legge», indipendentemente dal rispettivo stato «personale e sociale»: tutti, nessuno escluso, dal povero diavolo al signore dell’etere, spaventosamente ricco, nella cui corte brulicano famigli, clienti, manovali, anche acquisisse alte dignità; eguale a tutti, subisce processi penali quando un pubblico ministero gl’imputi dei reati. Supponiamo che assemblee servizievoli, forti dei numeri, gli conferiscano uno status diseguale, d’immunità dalle macchine processuali: norma invalida, se la votano nei modi soliti; l’organo chiamato ad applicarla investe della questione la Corte competente e l’esito appare sicuro.

Non erano ipotesi scolastiche. Palazzo Madama fornisce esempi monstre, 5 giugno, emendando un ddl che attua scandalosamente l’art. 68 Cost.: del quale precedente testo bisognerà dire tutto il male che merita; l’idea risale alla Bicamerale d’infausta memoria; affiorano omertà trasversali. Gl’inquilini della Cdl v’innestano un art. 1: i cinque presidenti (della Repubblica, Senato, Camera, consiglio dei ministri, Corte costituzionale) godono d’un limbo finché durino i rispettivi uffici, anche sui fatti anteriori; sospesi i procedimenti «in ogni fase, stato o grado». Sono angeli? No, animali umani e «cittadini» eguali «davanti alla legge». Questo privilegio li discrimina invalidamente. L’art. 3 Cost. è derogabile solo attraverso norme pari rango: l’articolo votato da forzaitalioti e soci è legge comune; dunque, nasce morto. Non perdiamovi tempo, tanto salta agli occhi l’offesa al principio d’eguaglianza. Notiamo solo come la esasperino due aspetti. Primo, non esistono termini finali. Quattro dei predetti uffici sono indefinitamente reiterabili: in vent’anni, 1878-98, Domenico Farini risulta eletto presidente 4 volte dalla Camera bassa e 8 nel Senato; dal 1870 al 1898 Giuseppe Biancheri dura 14 anni sullo scranno più alto a Montecitorio, eletto 15 volte (erano congiunture mobili); Agostino Depretis presiede 8 gabinetti; Giolitti 5; Benito Mussolini governa 20 anni, 8 mesi, 25 giorni. Ora, processi sospesi sine die significano impunità se l’imputato fosse colpevole. Le norme incriminanti sono parole inerti fuori dal processo, l’ostacolo al quale diventa immunità penale

Altrettanto allarmante il secondo aspetto: gli augusti patres, blu, bianchi, ex-neri, scrivono: «Non possono essere sottoposti a processi penali» e nel lessico tecnico il nome indica la sequela d’atti aperta dall’imputazione; le indagini stanno fuori, ma l’interessato a schivarle sosterrà che la formula abbia senso lato. C’è una parola galeotta nel comma 2: quando parlano dell’intero processo, tecnicamente inteso, i compilatori dicono «in ogni stato e grado»; stavolta il binomio diventa trinomio, «ogni fase, stato o grado». Cosa succede quando bisogni acquisire prove non rinviabili? Ad esempio: la testimonianza del morente; l’atto ricognitorio che perderebbe gran parte del valore se fosse differito, essendo labili le impressioni mnemoniche; perizie la cui materia deperisca presto. In casi simili gli operatori usano l’incidente probatorio: atti istruttori anticipati, destinati a valere come fossero compiuti nel dibattimento; ma gl’incidenti probatori sono atti processuali, vietati nel comma 2. Altrove il caso è previsto: la sospensione non impedisce il compimento degli atti urgenti (artt. 47, c. 2; 70, c. 3; 71, c. 4; 344, c. 3). Gli artisti del tempo perso sfoderano un bolso latino: «ubi lex voluit, dixit»; e sapendo come, dove, a qual fine nascano certe meraviglie legislative, quel silenzio assume significati sinistri. A parte l’eguaglianza postulata nell’art. 3 Cost., esiste l’art. 112: «il pubblico ministero ha l’obbligo d’esercitare l’azione penale», regola necessaria al sistema, perché se la scelta d’agire o no fosse libera, i reati diventerebbero materia disponibile, con una virtuale impunità delle persone gradite ai dominanti; quel che invocano filosofi, cappellani, araldi berlusconiani, seguiti dagli opinanti pseudoliberali. L’art. 112 è una delle loro bestie nere.

Notiamo infine quanto poco generale e astratta sia la previsione. L’art. 1 contempla alti uffici: il presidente del Consiglio viene quarto ma l’utente del trucco è B.; se le cause milanesi fossero finite a Brescia, nessuno chiamerebbe alla ribalta i 5 presidenti. Come avviene da due anni, le Camere lavorano pro domino, tagliando leggi sulle sue abnormi misure. Dei santoni prestano viso e ugola alla farsa. Nasce morto il cosiddetto lodo e tale rimarrà a Montecitorio, mercoledì 18. I piccoli Tartufi acclamanti lo sanno: è tutto calcolato; lavora anche nelle Camere l’équipe cavillante alla quale il Boss, ciarliero, quindi spesso incauto, paga parcelle astronomiche mai sognate nell’avvocatura (lo racconta lui; ai bei tempi avvocati insigni, ancora attivi sui 90 anni, morivano quasi poveri: sia permesso nominarne due, Arturo Carlo Jemolo e Alfredo De Marsico). Passeranno mesi prima che la Consulta dichiari invalido l’art. 1: nel frattempo rivive l’immunità parlamentare, esumata dopo 10 anni con lievi varianti; e gloriosamente le due Camere ridiventano luogo d’asilo, dove i re del malaffare abbastanza abili da scegliersi la compagnia giusta, ne filano quanto vogliano, intoccabili. L’ostetrico del parto macabro assale un ex-Capo dello Stato e la ciurma blu ringhia a comando. Nelle stesse ore l’Immune proclama da Brescia che «rivisiterà» codici e ordinamento giudiziario. Traduco, caso mai qualcuno non capisse: vuole pubblici ministeri governativi agli ordini del castigamatti padano, giudici malleabili, procedure à la carte, sicché le condanne colpiscano solo i malvisti da chi comanda. Alla sera tiene filastrocche televisive un capovoga An, il cui partito 10 anni fa mandava alla lanterna i politicanti dalle mani sporche: i tribunali non interferiscano obliquamente nella cosa politica giudicando B., accusato d’essersi comprato delle sentenze; esiste un voto del popolo sovrano, ecc. Il meglio viene l’indomani, venerdì 6, quando Sua Maestà B., maglione da yachtman al collo, svela la seconda mossa: incidere organicamente nel sistema, varando l’immunità parlamentare su modello europeo; verrà utile agli oppositori, sogghigna, perché «modello europeo» significa apparati giudiziari comandati dal ministro. Sabato 7 celebra l’idea della pena inesorabilmente applicata a chiunque risulti colpevole. L’11 non l’aspettino nel dibattimento Sme, dove aveva annunciato dichiarazioni da scuotere l’asse terrestre: l’argomento non interessa più; dopo il Milan europeo la questione palestinese è l’ultimo «legittimo impedimento»; ormai ha uno scudo nel lodo. Povera giustizia, illo tempore corrotta sul Tevere, adesso strangolata e schernita tra Naviglio, Olona, Lambro. Più che gaffes da loquela sbracata, sono allusioni, avvertimenti, sberleffi (ha sotto mano gli specialisti, ghost writers e ventrìloqui). Siccome straripa, coatto a ripetersi, bisogna ridirglielo: lazzi simili hanno un nome tedesco, «Galgenhumor», umorismo da forca; già che ci siamo, gli rammento ancora il nome greco della soperchieria intollerabile dall’Olimpo, «pleonexìa». Spesso le metafore mitologiche mascherano fini analisi. Lasciamo stare gli dèi: esiste un sensorio collettivo; sinora l’ha addormentato a metà, ma è sicuro che l’anestetico lavori all’infinito?

È meglio pensarla come Vittorio Alfieri o come Silvio Berlusconi? È meglio pensarla come chi pensa o come chi fa in politica il gioco delle tre carte? Noi preferiamo il grande antitaliano di Asti che nel 1789 pubblica a Firenze ´Della tirannide libri due´ dove al libro primo capitolo secondo si legge: "Tirannide indistintamente appellar si debbe ogni qualunque governo in cui chi è preposto alla esecuzione delle leggi può farle, distruggerle, interpretarle, impedirle, sospenderle o anche soltanto eluderle, con sicurezza di impunità. E quindi o questo infrangi-leggi sia ereditario o elettivo usurpatore o legittimo; uomo buono o tristo; uno o molti a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva che basti a ciò fare è tiranno; ogni società che lo ammetta è tirannide; ogni popolo che lo sopporta è schiavo".

Esattamente così. Questa la fotografia dello stato delle cose nell´Italia al principio del Ventunesimo secolo: gli schiavi sono in numero abbondante e gli va benone. C´è stato di recente un cambio del pilota al ´Corriere della Sera´. Cacciano un direttore che ha avuto il coraggio di rifiutare un invito a cena del senatore Previti quello che "Mai mai mai avrebbe corrotto un giudice" e al suo posto nominano un notista politico romano, giornalista di vari e ben noti talenti che ha questa concezione, italianissima, del giornalismo politico: esporre con maestria e metodo il passaggio vario e demenziale della politica italiana, senza fare la minima imprudenza di ricercarvi una trama, un filo conduttore.

Una idea del giornalismo antica e radicata, già teoria di un altro direttore celebre il Missiroli, il direttore ´andata e ritorno´ come lo chiamavano, che nella prima colonna, sia pur con la dovuta prudenza, accennava a una scelta politica e nella seconda con più calcolata prudenza la smentiva.

E subito è stato un invio di lettere, dichiarazioni, messaggi, congratulazioni dei politici al nuovo direttore, perché ai politici di cosa si scriva e si pensi politicamente al ´Corriere´ non importa un fico secco, gli importa che sia un giornale a grande tiratura e che la direzione abbia un´attenzione di riguardo alle loro miserevoli ambizioni. Anche il ricostruttore del comunismo Bertinotti, anche il suo attuale distruttore in carica D´Alema, tutti pronti a rinnovare la loro profonda stima all´´autorevole quotidiano´ che ai tempi della guerra fredda pubblicava le corrispondenze dalla Russia di Vittorio G. Rossi in cui raccontava che i comunisti avevano degli occhi "come iniettati di benzina, aggressivi e velenosi".

Agli schiavi l´identikit del tirannello fatto da Vittorio Alfieri va benone, gli sembra calzante solo che, alla fin dei conti, non gli dispiace affatto, è il loro modello, uno che piange miseria e persecuzioni essendo diventato un riccone e potentissimo grazie ai politici che disprezzava ma che pagava.

L´allineamento degli schiavi è in corso avanzato, basta saper leggere i giornali, specie le notizie un po´ nascoste per via di quel poco che resta di vergogna: per esempio che a un´iniziativa milanese neo fascista per una pretesa parità dei diritti fra uomini e donne sono accorsi grandi finanzieri, gente dello spettacolo, persino la compagna del più brechtiano degli attori, facendo finta di aderire a una campagna civile e non alla propaganda di quel partito di raccolta della borghesia conservatrice che è diventato Alleanza nazionale.

Proprio così. Si fa finta di non vedere che alla televisione stanno tornando i cortigiani di Craxi, che in tutti i premi letterari e giornalistici della penisola arrivano i redattori del ´Secolo d´Italia´ e che ´Il Foglio´ pubblica una memoria nostalgica e zuccherosa del camerata Anfuso che stava a Berlino, ambasciatore di Salò, con i fucilatori di partigiani.

Alcuni giorni fa il Presidente della Camera Pierferdiando Casini ha detto, riflettendo sulla situazione italiana durante un viaggio in Europa: «Che Berlusconi fosse proprietario di televisioni gli italiani lo sapevano anche prima delle elezioni e lo hanno votato. In democrazia il padrone è il popolo».

L’affermazione, giusta e fondata com’è, ha bisogno di una correzione, lieve nella forma e fondamentale nelle conseguenze. Mi permetto di dire al Presidente della Camera, sulla base di quella parte della nostra Costituzione che non è stata ancora manomessa: tutto il popolo è padrone della democrazia, chi ha votato a favore e chi ha votato contro. Il vincitore non è un proprietario. È un gestore a termine tenuto continuamente sotto la sorveglianza e il controllo di chi, non essendo maggioranza, diventa opposizione.

Se lasciamo la frase senza questo chiarimento facciamo cadere nel nulla il lungo lavoro svolto dai padri fondatori della prima democrazia moderna, quella americana, quando Alexander Hamilton, John Jay e James Madison si sono uniti per dire: «La democrazia finisce sùbito se cade sotto la tirannia della maggioranza». E hanno stabilito due ordini di principi, che poi sono diventati sacri per tutte le Costituzioni democratiche del mondo: i poteri costitutivi della democrazia sono l’esecutivo, il legislativo e il giudiziario. Toglierne, limitarne o umiliarne uno, ferisce a morte il sistema. E anche: la protezione del diritto della minoranza al dissenso, alla opposizione, alla libera e piena circolazione della sua voce, delle sue proposte, delle sue obiezioni, delle sue censure, nonostante la sconfitta al voto, è condizione indispensabile perché un Paese possa definirsi democratico.

Molti vincitori non democratici hanno trovato, in certi momenti storici, una maggioranza che li ha eletti. Ciò che segna la democrazia è che essa appartiene anche alla parte di popolo che ha votato contro e che non ha vinto. La democrazia consiste nel fatto che essi, gli sconfitti, l’opposizione, restano padroni della democrazia alla pari con i vincitori. Non governano ma controllano, obiettano, contrappongono la loro diversa visione.

Sono garantiti dalla rigorosa separazione dei poteri e la loro forza (la forza del sistema democratico) è che non si può far tacere o oscurare l’opposizione.

Non esiste una minoranza buona che coopera, e lavora all’interno di certe regole per il bene del Paese. Il bene del Paese, stabiliscono tutte le Costituzioni, e quella italiana con particolare enfasi, dato il brutto periodo storico da cui è nata, è la libertà.

Perciò quando la minoranza torna a dire con passione che il conflitto di interessi inquina la politica e minaccia la democrazia, non solo ha diritto di dirlo ancora e ancora, nonostante il voto di chi ha approvato Berlusconi benché imputato, benché detentore di concessione governativa per l’esercizio delle sue televisioni (una volta nominato capo del governo, è diventato colui che concede a se stesso i benefici di cui gode). Ma sta segnalando anche a chi ha votato Berlusconi il pericolo Berlusconi. Il conflitto d’interessi intacca la democrazia, perciò riguarda tutti. Chi rispetta coloro che hanno deciso a suo tempo di votare per Berlusconi ha il dovere di tornare a dire loro: attenzione, il problema non è nel vostro voto. Il problema è nella decisione - assurda, illogica, e antidemocratica - di considerare quel voto non come una valutazione fatta in un dato tempo storico con riserva di giudizio, ma come un plebiscito che incorona un sovrano senza più alcun diritto di intervento e di critica.

Il voto del 13 maggio 2001 non era un plebiscito. Era una normale elezione democratica che non spegne obiezioni e critiche e non cancella reati. È compito e mandato dell’opposizione far notare in ogni momento e senza sosta le anomalie non dell’elezione, ma dell’eletto, che, proprio perché eletto, deve essere giudicato da tutti.

***

Se dovessimo usare un riferimento ad altre democrazie del mondo, faremmo l’esempio di Richard Nixon. Quando Nixon è stato rieletto con un buon margine di voti nel 1972, la brutta storia del Watergate (furto con scasso compiuto di notte nella sede del partito avversario in cerca di documenti compromettenti da usare contro il candidato rivale) era già esplosa, già nota a tutti gli americani. Gli elettori di Nixon hanno deciso di non prestarvi attenzione. Legittimo.

Se si fosse trattato di un plebiscito che manda al potere un personaggio autoritario, quel voto lo avrebbe salvato. Ma in democrazia nessuno è salvo dalle proprie malefatte. Ciò che non ha notato la maggioranza degli elettori, è stato tenuto vivo e sbandierato come grave violazione della legge dalla opposizione, fino a quando un altro potere della democrazia, quello giudiziario, ha deciso di guardare a fondo nell’evento. Ed è andato così a fondo da incriminare tutte le persone vicine a Nixon e infine, se non si fosse dimesso, lo stesso presidente. Nessuno ha mai pensato che fossero stati offesi gli elettori di Nixon. Al contrario, molti di essi (forse tutti) si sono sentiti difesi dalla forza straordinaria di un sistema che abbatte il proprio presidente quando scopre che agisce e si muove al di fuori della legge. Se la legge non fosse arrivata alla porta dello Studio ovale (vedi l'indimenticabile film di Oliver Stone) il messaggio sarebbe stato: la legge non è uguale per tutti. Quel messaggio avrebbe offeso gli elettori e screditato il loro Paese. Gli Stati Uniti hanno avuto la fortuna e il privilegio di scampare a quel pericolo, che è come un’infezione: quando comincia, è probabile che si espanda.

Da noi si espande quando Silvio Berlusconi va dai giudici di Milano per le cosidette «dichiarazioni spontanee» (un comizio che difficilmente sarebbe tollerato dall’opinione pubblica informata di altri Paesi) e dice: «State gettando fango sull’Italia». È una frase gravissima. Come il Napoleone di tante cliniche psichiatriche, Berlusconi crede, forse sinceramente, di essere l’Italia. Si può essere visionari o soffrire di percezioni distorte che non hanno niente a che fare con la realtà. Non si ricorda alcun capo di governo di Paesi democratici che abbia mai preteso di essere il simbolo vivente del Paese che governa. Se attaccare un governo equivalesse a infangare un Paese, l’opposizione sarebbe impossibile. E infatti questo è stato il percorso del fascismo per impiantare il regime. Nel nostro caso, se mai, è l’imputato che, diventando primo ministro nonostante tutte le imputazioni a suo carico, in una situazione unica al mondo (i reati sono stati compiuti prima di essere stato eletto) disonora il suo Paese.

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Il fatto è che siamo molto avanti lungo questa strada che contraddice i principi fondamentali di ogni democrazia e - in particolare - nega o viola o manomette la nostra Costituzione.

Appena pochi giorni fa i più eminenti costituzionalisti italiani riuniti all’Accademia dei Lincei, hanno dichiarato che «Quando la maggioranza diviene tirannia tocca alla società civile far sentire la propria voce e al mondo accademico uscire dall’inerzia. I giuristi devono reagire agli attacchi contro la Costituzione mediante un coordinamento continuo non più limitato a sporadici appelli al Presidente della Repubblica».

E ancora «C’è un consapevole scavalcamento della Costituzione nei casi in cui si attribuisce a qualcuno immunità personale e controllo quasi completo delle informazioni».

In tempi normali la gravità estrema di queste affermazioni (sottoscritte da tutti i più illustri costituzionalisti italiani, da Leopoldo Elia e Mario Dogliani) avrebbe meritato le prime pagine dei giornali e le aperture dei telegiornali. Ma l’allarme che ha pervaso il Convegno della Accademia dei Lincei spiega le ragioni del silenzio. Grava sull’Italia una potente intimidazione, c’è una museruola nel mondo delle informazioni, c’è l’impunità personale del primo ministro, gravemente e vistosamente incostituzionale perché contrasta con tutti i principi democratici del mondo civile (e infatti ha sùbito creato allarme e scandalo in Europa).

Nell’Italia in cui viviamo le violazioni alla Costituzione si susseguono. I giuristi della Accademia dei Lincei stanno dicendo: dobbiamo fare da soli, dobbiamo fare appello ai cittadini, non abbiamo più alcun luogo o persona o istituzione a cui fare ricorso.

Difficile dire, quando si parla con colleghi giornalisti o politici europei, l’imbarazzo profondo per il silenzio italiano, per questo far finta che ci sia qualcosa di tollerabile, di normale, di regolarmente democratico negli eventi legislativi che si susseguono. Vengono votate e accettate, una dopo l’altra, leggi che devastano lo Stato di diritto. Contro di esse l’opposizione combatte tenacemente. Ma sono automaticamente approvate da una maggioranza passiva che non discute niente.

Qualcuno, fra i cittadini dei movimenti della società civile comincia a chiedersi: ma non stiamo andando in fretta verso un punto di non ritorno?

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La legge sulle comunicazioni in discussione in queste ore al Senato lo fa pensare: è diretta a distruggere quel che resta dei giornali e della loro libertà, a concentrare tutto il potere nelle televisioni.

Lo scandalo si vede, l’indecenza è palpabile. Si vede persino l’interesse privato. La legge Gasparri, dettata a Gasparri da chi se ne intende, concentra tutta la pubblicità sulle televisioni, nel momento in cui presiede il governo uno che le televisioni le possiede tutte, o le controlla, ed è in grado di fare in modo che la parte pubblica del suo potere televisivo non rechi danno alla parte privata del suo impero, ma anzi che lasci alla parte privata sempre più spazio e più guadagno. L’Europa conosce anche le cifre del beneficio privato che sarà il frutto di quest’altro progetto-vergogna: sono alte e scandalose.

Poi il «business plan» che è stato dato a Gasparri da mani fidate, diventerà legge, un altro nodo scorsoio al collo del Paese, un’altra violazione al principio sacro di libertà, la libertà di informazione. Ma a chi lo vai a dire, nel Paese in cui la legge non è più uguale per tutti, e in cui tale aberrante principio è diventato legge, al punto che l’imputato adesso usa i suoi ministri per dare la caccia ai giudici che credevano di poterlo processare come in una repubblica normale, ai giudici che confidavano, nel momento del pericolo (adesso è vero pericolo) di essere autorevolmente difesi?

Noi - senza televisioni e quasi senza giornali (quelli che ci sono, sono strangolati dal blocco della pubblicità) - lo andremo a dire agli elettori, sopratutto a coloro che avevano votato Berlusconi aspettando il nuovo, e che adesso vedono l’Italia spinta indietro di decenni. Lo diremo a quegli elettori che avevano creduto a qualcosa di nuovo, nel mondo dell’impresa, e vedono l’intero Paese svilito e svalutato. Lo andremo a dire ai tanti cittadini che nella Costituzione italiana credono davvero e non capiscono perché la Costituzione non venga fermamente difesa.

Lo andremo a dire, anzi, cominciamo a dirlo già adesso, ogni giorno, sperando con tutto il cuore e tutte le forze, che non sia stato superato il punto di non ritorno nella devastazione delle leggi della Repubblica, nello smantellamento della Costituzione repubblicana.

«La garanzia del pluralismo e dell’imparzialità dell’informazione costituisce strumento essenziale per la realizzazione di una democrazia compiuta... Il principio fondamentale del pluralismo è sancito dalla Costituzione e dalle norme dell’Unione Europea... E’ necessaria l’emanazione di una legge di sistema, intesa a regolare l’intera materia delle informazioni, delle radiotelediffusioni, dell’editoria di giornali e periodici...». Il 23 luglio 2002, il Presidente della Repubblica dettava così il suo primo ed unico messaggio trasmesso al Parlamento. Oggi, a un anno esatto da quel passo solenne, è arrivata la «risposta» del governo Berlusconi.

La riforma Gasparri è stata approvata dal Senato, e ora passa all’esame della Camera per il varo definitivo. In teoria è la nuova «legge di sistema» invocata dal Quirinale. In pratica è uno schiaffo in faccia a Ciampi e alla Costituzione. Uno sberleffo alle sentenze della Consulta e alle direttive della Ue. Un favore a Mediaset e agli interessi personali del Cavaliere. Un danno alla concorrenza e agli interessi generali della collettività. Stavolta, e almeno fino a questo momento, non sono bastati i segnali lanciati dal Colle e la «moral suasion» tentata in prima persona dal Capo dello Stato. Le televisioni sono il «core business» del potere berlusconiano. Contano quanto, se non più degli affari giudiziari del premier. La Gasparri esce da Palazzo Madama molto peggio di come c’è entrata. Se non cambierà a Montecitorio, Ciampi non firmerà un testo che, a questo punto, si può considerare davvero come la quinta «legge vergogna» della legislatura. Dopo le rogatorie, il falso in bilancio, la Cirami e il Lodo Schifani.

La nuova legge blinda e perpetua la potenza di fuoco mediatico del Cavaliere, che conserva il controllo del servizio pubblico televisivo, mantiene la proprietà delle sue tre reti private e in prospettiva può allungare le mani sulla carta stampata. La nuova legge immanentizza il conflitto di interessi, e lo rende consustanziale al «virus videocratico» che Berlusconi sta inoculando nella nostra democrazia.

Ciampi non firmerà, perché non può sconfessare se stesso, e rinnegare l’atto formale più impegnativo di questa sua prima metà di settennato. Nel suo messaggio alle Camere, ha sollecitato l’immediato recupero dei principi costituzionali del «pluralismo, l’obiettività, la completezza e l’imparzialità dell’informazione». Ha richiamato almeno tre sentenze fondamentali della Corte costituzionale, sistematicamente ignorate dal legislatore e ora allegramente aggirate dalla Gasparri. La prima sentenza, la 536 del 1988, aveva precisato che il pluralismo «non potrebbe in ogni caso considerarsi realizzato dal concorso tra un polo pubblico e un polo privato». Al «duopolio imperfetto» oggi dominante, governi e Parlamenti non hanno voluto o potuto porre un rimedio. Né la legge Mammì del 1990, né la legge Maccanico del 1997. La seconda sentenza, la 420 del 1994, aveva richiamato «il vincolo, imposto dalla Costituzione, di assicurare il pluralismo delle voci, espressione della libera manifestazione del pensiero, e di garantire il fondamentale diritto del cittadino all’informazione»: quella pronuncia aveva dichiarato incostituzionale il limite del 25% (pari a tre reti televisive) che la Mammì aveva previsto come massimo consentito a ciascun concessionario, con la motivazione che «non garantisce la libertà e il pluralismo informativo e culturale». La terza e ultima sentenza, la 155 del 2002, aveva implicitamente confermato l’illegittimità della posizione degli operatori televisivi che possiedono più di due reti su scala nazionale. Ed aveva esplicitamente ribadito «l’imperativo costituzionale» secondo cui «il diritto di informazione garantito dall’articolo 21 della Costituzione deve essere qualificato e caratterizzato, tra l’altro, sia dal pluralismo delle fonti cui attingere conoscenze e notizie... sia dall’obiettività e dall’imparzialità dei dati forniti, sia infine dalla completezza, dalla correttezza e dalla continuità dell’attività di informazione erogata».

Nel suo messaggio, Ciampi ha giudicato questa sentenza, «particolarmente significativa là dove pone in rilievo che la sola presenza dell’emittenza privata (cosiddetto 'pluralismo esterno’) non è sufficiente a garantire la completezza e l’obiettività della comunicazione politica, ove non concorrano ulteriori misure sostanzialmente ispirate al principio della parità di accesso delle forze politiche (cosiddetto 'pluralismo interno’)».

A queste tre sentenze citate nel messaggio se n’è aggiunta pochi mesi dopo una quarta, la 466 del 20 novembre 2002. Evidenziava un ulteriore impoverimento del pluralismo: «Dalla previsione di 12 reti nazionali (di cui 9 private) si è passati a 11 reti (8 private), e ciò non garantisce l’attuazione del principio del pluralismo informativo esterno». Stabiliva che il regime transitorio (quello che ha permesso a Berlusconi di possedere tre reti private in tutti questi anni) «non può eccedere il termine del 31 dicembre 2003». Entro questa data, Mediaset deve vendere Retequattro, o trasferirla su satellite.

Ciampi non firmerà, perché non può non vedere quanto sia stata disattesa, nella prassi e nella legislazione, la richiesta espressa che lui stesso ha indirizzato alle Camere, invocando «una legge di sistema» nel settore dell’informazione, indicando persino i principi fondamentali che la devono caratterizzare: «Il pluralismo e l’imparzialità dell’informazione, così come lo spazio da riservare nei mezzi di comunicazione alla dialettica delle opinioni, sono fattori indispensabili di bilanciamento dei diritti della maggioranza e dell’opposizione: questo tanto più in un sistema come quello italiano, passato dopo mezzo secolo di rappresentanza proporzionale alla scelta maggioritaria...». Di tutto quello che il Colle ha seminato un anno fa, il governo non raccoglie nulla nella riforma Gasparri. Come era stato annunciato dal ministro per le Comunicazioni, i vincoli antitrust introdotti dalla Camera sono stati puntualmente cancellati dal Senato. L’aula di Palazzo Madama ha reintrodotto un generico «divieto di cumulo dei programmi televisivi e radiofonici», in base al quale uno stesso concessionario «non può essere titolare di autorizzazioni che consentano di diffondere più del 20% dei programmi televisivi», né può avere ricavi superiori al 20%, calcolati secondo le «risorse complessive del Settore integrato delle comunicazioni». Il famigerato «Sic», un parametro volutamente vago e inafferrabile, al quale è impossibile ancorare paletti contro i monopoli. Al Senato Franco Debenedetti ha azzardato un’ipotesi quantitativa: il «Sic» varrebbe intorno ai 23 miliardi 387 milioni di euro. Uno sproposito, che rende pressoché irraggiungibile il tetto del 20%. Ma l’artificio consente al Cavaliere di eludere l’obbligo che da dieci anni gli rinnovano inutilmente leggi e sentenze: vendere Retequattro, o trasferirla sul satellite. A scanso di equivoci, la Gasparri approvata ieri ha previsto un salvacondotto in più. Un emendamento del relatore Luigi Grillo, ovviamente di Forza Italia, fa un ulteriore regalo alle reti che alla fine del 2004 copriranno almeno il 50% della popolazione con il sistema digitale: potranno ottenere una nuova concessione con il sistema analogico. Un altro trucco, che evita definitivamente a Emilio Fede il fastidio di doversi trasferire sul satellite.

Non resta molto altro, di questa «epocale riforma» televisiva. Nell’attesa palingenetica dell’era digitale, istituzionalizzerà una volta di più quella che un grande costituzionalista come Gaetano Azzariti ha definito la «temporaneità perpetua» del sistema televisivo: tra costanti rinvii e continue proroghe, il «regime transitorio» è diventato l’escamotage giuridico che serve a rendere definitivi gli squilibri esistenti. Nell’attesa di una chimerica privatizzazione della Rai (per la quale non si fissa neanche una data) non impedirà che si producano gli errori e gli orrori cui abbiamo assistito guardando i telegiornali in questi ultimi due anni: dal Televideo che occulta i dati Istat sul crollo della produzione industriale al Tg1 che censura gli insulti di Berlusconi a Schulz davanti all’Europarlamento di Strasburgo.

Ciampi non firmerà un testo che peggiora la qualità della nostra democrazia. Nella letteratura politica, gli studi di Larry Diamond e Marc Plattner misurano la democrazia di un Paese partendo dalla suddivisione tra «democrazie elettorali e democrazie liberali». Nelle prime, il criterio minimo di base è lo svolgimento di regolari elezioni tra partiti antagonisti. Nelle seconde si richiedono altri quattro criteri, assai più stringenti: il rispetto delle libertà civili (di fede, di espressione, di protesta), la certezza del diritto e la parità di trattamento di tutti i cittadini davanti alla legge, una magistratura indipendente e neutrale, e infine la garanzia di una società civile aperta e pluralista, di cui è parte integrante la libertà dei mass-media. L’Italia non è «un regime», non rischia derive dittatoriali. Ma dopo due anni di cura Berlusconi, si può dire che il nostro Paese è fuori dal secondo, dal terzo e dal quarto criterio di questa virtuale «Maastricht della democrazia». A un anno dal suo messaggio sul pluralismo, Ciampi non può esserne contento. Noi meno di lui.

Occorre ormai rendersi conto che Silvio Berlusconi appartiene ai "grandi" protagonisti della storia d’Italia. Per esser tali, nell’accezione qui adoperata, conta il fatto d’incarnare e interpretare in maniera storicamente significativa un certo coagulo d’interessi e orientamenti dominanti e il corrispondente "spirito del tempo". Ci sarà nella nostra storia nazionale un’era Berlusconi. Nella cultura, nella scienza, nello sport non si può emergere almeno ai primissimi posti se non per effetto d’una selezione che non consente, per così dire, "usurpazioni". Nel campo della politica e del governo ogni cosa è invece possibile. I titolari del potere supremo possono essere dei Jefferson o dei Wilson oppure dei Gorge W. Bush. I primi autentici giganti, quest’ultimo un piccolo "uomo senza qualità" divenuto il leader più potente del mondo unicamente grazie a una combinazione d’interessi che lo ha trascinato alla Casa Bianca, lo sostiene e dirige.

Ma Berlusconi, a differenza di Bush, non è classificabile come "un uomo senza qualità". Egli non è eterodiretto; ha creato un movimento e dirige in prima persona affari e governo. Ha riunito intorno a sé la "sua" Italia e la rappresenta. Si potrà abbatterlo dallo scranno di Palazzo Chigi, ma non più sbalzarlo dagli annali della nazione. Il suo posto è dunque accanto a Depretis, Crispi, Giolitti, Mussolini, De Gasperi, Andreotti, Craxi, a coloro insomma che hanno non solo segnato profondamente la nostra storia, ma impresso uno stile e dato volto a orientamenti altamente tipici. Un filo rosso lega questi uomini diversissimi nelle loro personalità e nelle loro finalità: hanno condiviso progetti tesi a ricollocare la vita nazionale lacerata da profondi contrasti su nuovi equilibri, vuoi servendosi prevalentemente del compromesso o dell’esclusione autoritaria vuoi combinando i due fattori. D’essi nessuno ha conseguito pienamente i suoi scopi. La maggioranza ha fallito, due soli hanno ottenuto un sostanziale successo, uno ha portato il paese alla rovina. Ad avere un sostanziale successo sono stati Depretis, il quale col trasformismo riuscì a ricompattare la destra e la sinistra liberali, fronteggiando i nemici cattolici, anarchici, socialisti e repubblicani, e De Gasperi, che creò un forte centro, isolando la sinistra socialcomunista e la destra neofascista e lanciando la ricostruzione economica del paese. Crispi e Giolitti furono gli esponenti di progetti d’integrazione nazionale condotti con le armi opposte per un verso dell’autoritarismo e del militarismo, per l’altro d’un riformismo liberaldemocratico, entrambi delusi nei loro esiti. Mussolini giocò la carta della ricostruzione dittatoriale del paese e portò l’Italia alla distruzione. Andreotti, prendendo atto che l’Italia partitica era un abito d’Arlecchino con pezze alcune grandi e alcune piccole, finì per cercare compromessi in modo disincantato con tutti a seconda dei tempi, delle circostanze e delle convenienze.

Depretis, Crispi, Giolitti, De Gasperi, Andreotti furono statisti che avevano alle spalle vecchie scuole con robuste radici. Mussolini, Craxi e Berlusconi hanno invece incarnato, nella specificità dei loro itinerari, i classici "uomini nuovi". Non è un caso, probabilmente, che li accomunino un tratto, un piglio, una psicologia: avversione-odio per gli avversari, gusto "gladiatorio", convinzione d’esser "unici", piacere e bisogno d’una corte di seguaci devoti ed entusiasti di vivere nella cerchia d’un "capo" osannato nel contesto d’un culto spettacolarizzato della personalità.

L’ascesa di Mussolini è stata resa possibile dalla disfatta dei liberali, dei popolari e della sinistra socialista e comunista; Craxi s’è incuneato tra la crisi dei comunisti, forti di voti ma via via più deboli strategicamente e svuotati d’identità, e la perdita della capacità della Democrazia cristiana di mantenere il bastone di comando. Ma la grande ascesa del primo è finita nella guerra civile; quella minore del secondo nel disegno frustrato di rifondare la sinistra italiana e di rendere politicamente a sé subalterna la Democrazia cristiana, fino a che la frana lo ha travolto con l’intero sistema politico della Prima repubblica. L’ascesa di Berlusconi, l’imprenditore che non aveva alcuna radice politica, alcuna scuola politica cui collegarsi, ha anch’essa alla base il proposito di rifondare il paese partendo dal crollo d’un sistema partitico. Uomo in ciò davvero tutto nuovo, mai visto in precedenza, è il plutocrate diventato padrone anche d’un partito creato con l’uso congiunto di danaro e mezzi d’informazione, che s’è proposto come il salvatore da un Armagedon statalista-comunista da lui inventato. Ma occorre aggiungere che egli non avrebbe potuto vincere la battaglia per il potere se moltissimi non avessero creduto alle sue promesse. Il nucleo più serio di queste, che si collegava all’onda lunga del neoliberismo d’origine thatcheriana, era la determinazione - in cui credettero gran parte del ceto imprenditoriale, strati popolari, giovani senza lavoro - d’aprire le porte a un nuovo corso "liberale", capace d’abbattere vecchie bardature burocratiche e stataliste, sprigionare energie e capacità represse, rilanciare lo sviluppo dell’economia e della società. Garantiva la sua meravigliosa storia di self-made man, d’"americano" in Italia.

Ma il piano, dopo aver agito come una possente arma propagandistica che ha portato all’attuale governo, s’è decisamente intorbidato. Efficace contro gli avversari in chiave negativa, l’arma s’è spuntata in fase di realizzazione. La severità liberistica thatcheriana s’è caricata di miracolismo irresponsabile, di promesse mancate rivolte a destra a manca, ai ricchi come ai poveri, al Nord come al Sud, a Bossi come a Fini. La coalizione delle forze politiche di centrodestra ha mostrato sempre più in sede di governo la sua eterogeneità e conflittualità interna. Il Parlamento berlusconiano, che avrebbe dovuto lavorare al ritmo di "Cento giorni" dopo "Cento giorni", ha fatto succedere i mesi per difendere prioritariamente i conflitti d’interessi d’ogni genere del Cavaliere. Il governo "forte" si trova tiranneggiato da Bossi, il quale parla e straparla con il suo piccolo elettorato ma con in mano una enorme rendita di posizione che ha imparato da Craxi a usare e fa ora macinare rabbia a Fini e Follini come in passato De Mita. Il conflitto con la giustizia è tenuto aperto ogni giorno dal guardasigilli, che opera zelantemente per tenere in piedi l’asse tra Bossi e il Cavaliere. Il ruolo dell’Italia nell’Unione europea è inquinato da comportamenti che suscitano indignazione. L’economia boccheggia. Il cavallo del Cavaliere è zoppo, ma, anche se non galoppa, continua a camminare.

Quello che più inquieta è che il nostro presidente del Consiglio, divenuto un capitolo centrale della storia d’Italia, rappresenta in maniera autentica una parte importante della nostra società, che ammira i forti e i furbi, s’infischia d’ogni senso della legalità e bada al sodo dei propri interessi. Questo è il problema presente più importante e grave della nazione. Ormai i miracoli promessi appaiono giocattoli la cui montatura è rotta. Tutto, a questo punto, nella vicenda politica del Cavaliere è emerso alla luce del sole. La sua parabola nella vicenda del nostro Stato è destinata a finire male per lui se infine perderà e male per il paese se egli continuerà a vincere. Quando lanciò il progetto di "Nuova Libertà" Wilson disse che nulla era «assolutamente intollerabile» quanto «il controllo dei grandi affaristi sul governo». Ma oggi a questo noi siamo in Italia: nelle mani d’un gruppo di governo guidato da un affarista circondato da vari personaggi scadenti, privi d’ogni senso dell’etica pubblica e intellettualmente squalificati. Siamo a un tramonto politico. Berlusconi, assurto a "grande" protagonista della nostra storia, è divenuto al tempo stesso l’espressione d’una delle nostre maggiori miserie nazionali.

Orbene, d’ora innanzi avremo piena la misura dell’altra Italia e della sua capacità politica.

Sull’Italia 2003 regna un tecnocrate la cui visione del mondo sta in tre battute: prima, gl’italiani hanno teste deboli; seconda, bisogna indebolirle ancora, perché quanto meno pensano, tanto più lui s’ingrassa; terza, le norme esistono affinché i furbi, violandole, prevalgano sugl’inibiti. Nei tardi anni Settanta era un ignoto fuori del serraglio affaristico locale: l’unico punto sicuro è che fosse piduista; poi visitando i posti giusti «con l’assegno in bocca», trova Nostro Signore nell’orto ossia un privilegio sull’etere, del quale diventa duopolista quando la Rai rispetta ancora i cervelli; grave handicap; e spacciando un’epidemia d’allegra volgarità, conquista il mercato. Persi i protettori, s’improvvisa demiurgo alle soglie dei 60 anni, ignorando l’abc politico. Quanto poco impari, lo dicono due anni d’un governo calamitoso.

Tale premessa spiega l’attuale teatro parlamentare. Senza l’ordigno mediatico cadrebbe in 24 ore, come Savonarola appena il pubblico vede che imbroglio sia l’ordalia del fuoco, sabato 7 aprile 1498: perciò non venderà mai le televisioni alle quali deve tutto (sono patrimonio italiano, gridano i caudatari e qualche distinto oppositore annuisce); prima vende l’anima.

Nei paesi evoluti i suoi simili, tanto meno pericolosi, agiscono attraverso lobbies, tenuti d’occhio dalle autorità. Qui l’art. 49 Cost. garantisce ai cittadini il «diritto d’associarsi liberamente in partiti», influendo sulle scelte politiche, ma dove 6 o 7 su 100 leggono, mentre tutti o quasi dipendono dagli schermi, chi li controlla satura gli spazi mentali: mancano i presupposti d’una fisiologia dei consensi; era chiaro che, lui incombente, il conflitto d’interessi fosse insolubile. I due testi passati sulla scena (Montecitorio, 28 febbraio 2002, e Palazzo Madama, 4 mesi dopo) non salvano nemmeno le forme. Puro vaniloquio. L’ultimo segnale viene dalla musica pseudo-neutrale. I musicanti auspicano che, svanito l’incubo giudiziario, tagli virtuosamente i nodi col passato d’imprenditore.

Gli araldi adempiono la loro parte: l’interessato simula scrupoli; le Camere ubbidiscono. Quel capolavoro venuto l’anno scorso da Palazzo Madama figurava nel calendario d’autunno ma il momento è adesso, nella canicola prediletta dal Conquistatore, mentre nasce una l. Gasparri che lo consolida calpestando i responsi della Consulta: due colpi formidabili; re dei media, ormai legalmente invulnerabile, sorriderà all’Europa con quelle ganasce. I votanti presuppongono che, non avendo cariche Mediaset, plani nel disinteresse: se poi un veto ministeriale blocca le rogatorie Usa su frodi fiscali e falsi in bilancio, lui cosa c’entra?; honni soit qui mal y pense.

Siamo in regola, assevera dall’estero il presidente della Camera: che B. abbia delle televisioni, gli elettori lo sapevano; non piangano se, forte dei numeri, regola la materia a modo suo (posava a difensore dell’ultimo caposaldo liberal-biancofiore, contro l’orda blu-quasi nero-verde, e qualche illuso l’aveva preso sul serio). Tornato in patria, combina il fulmineo capolavoro: martedì 22 luglio, dedicato a santa Maria Maddalena, una Camera supera l’altra; Palazzo Madama santifica Mediaset duopolista (essendo B. padrone politico della Rai), mentre Montecitorio vota le boutades sul conflitto d’interessi; furiosi nel contendersi ogni osso gl’inquilini della Cdl cadono in ginocchio davanti al signore. Stavolta l’incostituzionalità investe i fondamenti d’ogni Stato che voglia distinguersi dalle botteghe fraudolente. Siamo alla settima legge ricalcata sul privato interesse berlusconiano.

Viene ora alla ribalta il capo dello Stato. Sinora le ha promulgate smussando le punte, dicono i paladini. Non m’ero accorto d’interventi correttivi quando gli yes-men affievolivano a bagatella il falso in bilancio, mentre negli Usa liberisti i falsari rischiano 25 anni, o legiferavano pro divo Berluscone & C. sulle rogatorie. Sia detto sotto voce, roba oscena. I profani s’informino perché anche la procedura penale, materia povera, ha una sintassi. A esempio, sbaglia chi crede che l’attuale art. 45 corregga il primo ddl Cirami: semmai riesce più pericoloso un "legittimo sospetto" fuori della casistica legale; né dipende da tale variante la decisione con cui le Sezioni unite hanno risposto picche al Sire d’Arcore. La Cassazione aveva sotto mano una formula talmente vaga da poterne cavare qualunque conclusione, e l’ha intesa nel senso restrittivo, guidata dal sistema (art. 25 Cost., c. 1). Onore alla Corte. Infine, non pare gran merito avere escluso i correi dal famoso lodo: sarebbe stato infame; ma altrettanto invalido è l’indecorosamente votato.

Siamo al clou: cos’aspettino tanti italiani, nient’affatto dementi. Art. 74 Cost.: se una legge gli pare fuori del sistema, la restituisce spiegando perché; qualora gli onorevoli ignorino l’ammonimento o vi ridano su, legato dal secondo voto, deve promulgarla. Qui le prediche danno nell’apocalisse: smentito o irriso dalle assemblee, deve dimettersi; e rimasto vacante il Colle, c’è uno pronto a occuparlo; ecco dove conducono le maniere dure. Dio sa perché debba dimettersi davanti al protervo bis in idem (alquanto improbabile): sarebbe atto codardo; adempia l’arduo mestiere del garante d’equilibri costituzionali; esistono partiti, opinione pubblica, elettorato, dialettica democratica, occhio critico d’Europa. Varrebbe tanto un gesto. L’ultimo voto segnala nervi svegli dal Nordest alla Sicilia, dove Sua Signoria aveva preso tutto: e quando le false norme cadano, dichiarate invalide, l’assalitore resta nel brago; se poi un italiano su due, più uno, lo votano anche la prossima volta (non lo credo), diremo «causa Berlusconis placuit diis». L’importante è avere combattuto bene, dalla parte giusta. Al resto provvede il tempo, giudice equanime. Nell’Europa del terzo millennio esistono limiti esterni alle perversioni politiche.

I paladini alzano la voce: non spetta a lui dire se la tal norma sia valida; lo dirà una corte sull’altro ciglio del colle; l’importante era che non fosse «manifestamente» invalida, e gliel’assicurava chi se ne intende. In proposito, 21 giugno, raccontavo l’aneddoto d’un re, Vittorio Emanuele III, furente perché le Camere l’hanno insignito ex-aequo del titolo "primo maresciallo dell’Impero": il duce gli porta l’expertise dello studioso che presiede il Consiglio di Stato; «pusillanime opportunista», sibila Sua Maestà. Spesso gl’interpellati ripetono quel che leggono nell’interpellante. Era molto discutibile quel regalo d’immunità: con le migliori intenzioni vi ha speso della "moral suasion"; cattiva scelta politica, secondo molti italiani, e non s’offenda se gliene chiedono conto. Nello show strasburghese l’Immune gli scarica addosso il tutto. Seguono eufemismi da ufficio stampa, acqua tiepida. Almeno ha salvato i processi ai consorti? No. L’inseparabile P. aspetta un favore analogo prima del solstizio d’inverno, idem i coimputati extraparlamentari. Miti e storie, dal Minotauro a Hitler 1938, condannano i gentleman’s agreement col soperchiatore: lo stipulante ha tutto da perdere; nel caso infausto (Dio lo scongiuri), l’accuseranno d’avere traghettato le anime sull’altra sponda d’Acheronte.

Il punto è che non siamo Francia, Spagna, Germania, Inghilterra, Olanda, ecc., dove i partiti giostrano e il vincitore governa nelle regole. L’Italia cova una vorace neoplasia plutomediatica. Solo qui capita che un manager variamente imputato, su fondale mafioso, metta in scena il processo a Socrate e batta la bandiera d’Erasmo, malinconico umanista; l’impresario dai mille affari (ultimo la presidenza del Consiglio), sotto accusa d’avere comprato delle sentenze, blateri invettive alla giustizia cancerosa; e l’onorevole suo agente invochi aiuto dal Quirinale paragonandosi al capitano Alfred Dreyfus. Commedia nera. No, dialettica bipolare, sogghignano affabili oracoli: se ne fossero convinti, sarebbe istupidimento; forse però leggono nel futuro e, rassegnati alla signoria, vogliono starvi comodi; che non sia più il tempo dell’etica, lo insegnava Palmiro Togliatti. Comunque finisca, B. ha imposto dei modelli: è berlusconoide anche qualche suo avversario; dei curiosi domandano dove stia il male minore. Sono mali componibili (vedi arti bicamerali); e nella somma scoppiano sinergie negative: 2+2=-7.

Il bello dello studiare B., notavo la settimana scorsa, è che le ipotesi analiticamente giuste risultano sempre confermate a opera sua: salta sulla preda, la inghiotte e digerisce, indi ripete l’operazione; fenomeni naturali, come le cacce del coccodrillo o la digestione del pitone. Tout se tient nella sua storia. I paleontologhi ricostruiscono l’intero dinosauro da una vertebra. Idem qui. Persi i protettori salta in politica e non perché gliene sia venuto l’estro: impadronendosi dello Stato vuol salvare una terrificante ricchezza in crescita continua; siccome ha la cultura dei caimani, non gli passa nella testa che esistano poteri separati; e non stia bene diluirsi i falsi in bilancio, ai quali risulta piuttosto dedito, o storpiare la disciplina delle rogatorie affinché prove d’accusa spariscano dai processi milanesi, o codificare stramberie utili alla fuga da Milano. Racconta d’avere speso 500 miliardi nella difesa. Tre mesi fa, vista l’ombra d’una possibile condanna, viene nell’aula (era contumace) dichiarando d’avere cose da dire, senza contraddittori e nei tempi compatibili col gran daffare: sbraita, suda, gesticola davanti ai giudici allibiti; nessuno credeva possibili spettacoli simili; nel monologo non vola una sillaba sul tema dell’accusa (avere comprato delle sentenze) ma scoppierebbe l’inferno se gli fosse tolta la parola; e forse conveniva che l’abominevole messinscena avvenisse. Dall’accusa gemella s’era fortunosamente salvato grazie a una svista legislativa e al decorso del tempo. Quanto poco sia piaciuto, lo dicono le urne domenica 25 maggio.

Il mese rubato con la pantomima gli serviva a combinarsi un’immunità: le Camere la votano sul tamburo, subito promulgata, sull’illusorio presupposto che sia meno peggio della guerra tra poteri, specie nel semestre europeo; e così le soperchierie diventano diritto. L’Italia non vi guadagna niente. Munitosi del salvacondotto, esporta le sue chiassose anomalie. Lo pretendeva pieno, applicabile anche alle indagini e utile ai correi, uno dei quali gli sta addosso, nient’affatto incline alla parte del capro espiatorio: l’alleato ex-nero pareva d’accordo ma sarebbe stato un mostro d’incostituzionalità; spirando moral suasion, è nato qualcosa d’appena meno abnorme. L’articolo galeotto ignora i coimputati e parla solo dei "processi", lasciando fuori gli atti anteriori: così declamano nelle rispettive aule i relatori, lo ripete un sottosegretario.

Uscito B., la musica s’indiavola. L’on. P., condannato a 11 anni nel dibattimento parallelo, aspetta l’immunità alla quale ritiene d’avere diritto, se ne gode il committente. Nell’attesa perde tempo: un nuovo articolo su misura gli garantisce 45 giorni, quanti ne occorrono all’imputato affinché mediti se gli convenga pattuire la pena; ed esauriti i cavilli, tira in ballo un fascicolo contro ignoti, aperto 8 anni fa. Cosa ci sia dentro, non è chiaro dal feuilleton avvocatesco: la prova della sua innocenza, grida; o almeno del fatto che non sia competente Milano ma Perugia. Fosse un imputato qualunque, tutto finirebbe lì. Quale stretto sodale del premier, interessato a salvarlo (simul stabunt, simul cadent), merita riguardi. L’ingegnere padano, ministro d’una giustizia burlesca, manda due ispettori a inquisire sul misterioso fascicolo 9520: vanno, guardano, tornano, non avendo scovato niente. Ne partono altri due, come nelle favole, e stavolta il referto soddisfa le attese: c’è del losco; nel Giornale 18 luglio un patrono invoca soccorso dal Quirinale paragonando l’on. avvocato d’affari, ricchissimo, protetto, influente, al povero capitano Alfred Dreyfus spedito nell’Isola del Diavolo da un complotto; "Il potere giudiziario minaccia lo Stato". Raccoglie l’appello un brancaleonesco comitato, sulla cui denuncia interviene la procura bresciana, competente ex art. 11 c.p.p. L’obiettivo tattico è rimuovere i due requirenti "accaniti": vecchio e grossolano espediente; l’onorevole li vuole sensibili all’aria, complimentosi, dormienti, quasi fossero già al servizio del governo (una delle riforme annunciate).

Qui pullula l’ennesima storia, sporca. Dal 2001 la procura milanese indaga su Mediaset: tema una frode fiscale (80 milioni d’euro) e relativo falso in bilancio nell’acquisto hollywoodiano dei diritti televisivi su dei film, attraverso società off-shore; due mesi fa v’incappa anche lui; l’ipotesi è che sapesse del trucco, anzi fosse lo stratega. Gl’indaganti chiedono una rogatoria negli Usa, 15 maggio: martedì 10 giugno il ministero comunica d’avere trasmesso la richiesta (l’art. 727, c. 2., contempla uno stop nei 30 giorni, motivato dalla "sicurezza o altri interessi essenziali dello Stato"); l’11 luglio giace ancora; come mai, domanda Milano; lo sanno al governo, risponde l’ambasciata americana. Sabato 18 arriva un plico da via Arenula: "il signor ministro" l’aveva inoltrata ma dal 23 giugno i cinque presidenti sono immuni e siccome tra gl’imputati futuribili ne figura uno, quello sulla cui misura l’articolo era tagliato, se l’è fatta restituire dall’ambasciatore; secondo un "parere pro veritate", tale norma vieta anche d’indagare; perciò S.E. restituisce le carte con l’invito a meditarvi. Il testo della legge richiede profonde riflessioni, confida al popolo leghista venerdì sera 25 presso Pontida: «Io stesso fatico a interpretarlo»; e lo sappiamo laureato, nonché esperto dei rumori. François Rabelais, monaco-medico-mago linguista, formidabile pasticheur, inventava diavolerie simili 471 anni fa nel "Gargantua". Al pragmatico padano riescono naturalissime: aveva una consegna, castigamatti della magistratura; e l’adempie coniugando nefandezze, mimiche esilaranti, indumenti verdi, facezie da teatrino dell’assurdo.

Stavolta la Cdl litiga: quando anche B. fosse intoccabile, non lo sarebbero i coimputati; e non lo è; l’immunità vale solo rispetto agli atti processuali; niente impedisce d’indagare. Cos’hanno da spartire i cinque presidenti con i manager Mediaset? Domanda plausibilissima, se ne togliamo uno, seduto a Palazzo Chigi. Dal Colle arrivano segnali inquieti. Fonti soi-disantes neutrali conducono il coro dello sdegno, notando però "l’eterna caccia" al presidente del Consiglio (lo lascino tranquillo). Quel sottosegretario ventila le dimissioni: sarebbe la prima volta che un democristiano alza le suole spontaneamente, sogghigna l’ingegnere, rimbeccato dal leader della bianca conventicola. Il beneficiario dell’imbroglio plana signorilmente sopra la mischia. I suoi avvocati rispondono a colpo sicuro: l’immunità copre tutto; "processo" significa anche indagini. Ancora l’altro ieri chi l’avesse detto nell’esame guadagnava una fulminea bocciatura. Divus Berlusco trasforma le categorie culturali. Il discorso ha una logica, gangsteristica, quindi chiara: non fingano virtù tardive; salendo sul carro, sapevano dove andasse; se lo disturbano, li scarica; è sua la fabbrica dei voti. La morale della favola sta nelle seguenti massime. Primo, chi parlamenta col caimano presto o tardi gli finisce tra le fauci. Secondo, lo specialista dei rumori non muove dito senza ordini e l’ordine presumibile ci vuol poco a concludere donde venisse. Terzo, anche i più creduli ridono dell’idea che Sua Signoria ignori gli affari Mediaset, come postula il vaniloquio sul conflitto d’interessi votato o difeso da chi oggi s’indigna. Quarto, nel regime berlusconiano il malaffare non ha l’aria del mero accidente. Quinto, lui s’arricchisce e noi affoghiamo: mentre i paesi d’Europa fanno due passi, commenta Bankitalia, l’arrancante Italia ne muove uno; viene dopo Grecia e Portogallo. L’affluent society berlusconiana esiste nel mondo d’Arcore e annessi paradisi fiscali. Ai poveri diavoli che l’hanno votato resta "Beautiful". Cos’altro vogliono?

LA STRATEGIA di Cesare Previti è nota. Per venire fuori dal guaio giudiziario in cui si è cacciato con Silvio Berlusconi, Previti insinua il sospetto che i pubblici ministeri di Milano, con l’acquiescenza dei giudici, hanno truccato le carte dell’inchiesta nascondendo nei recessi di un fascicolo segreto (numero 9520/95/21) le prove della sua innocenza. Quel fascicolo è illegittimo, dice, perché è ancora in vita senza autorizzazione, dopo otto lunghi anni. Previti semina quel sospetto dovunque. Dice: le carte, che non mi mostrano e non mostrano ai giudici, confermano che non era il tribunale di Milano a dovermi giudicare: i competenti erano a Perugia. Quelle carte segrete dimostrano ancora che hanno fatto sparire i verbali dei magistrati di Roma interrogati nel 1996. Non ci sono più. Sono evaporati come acqua al sole. Lì c’era la prova della mia innocenza e della colpevolezza di altri (Romano Prodi, of course). Ancora. Mi nascondono gli appunti della Guardia di Finanza sulle confidenze di Stefania Ariosto, una testimone che è stata «imbeccata» dai procuratori.

Cesare Previti afferra questi argomenti - quanto fondati, lo vedremo presto - e li ripete, li ripete instancabilmente come in un tormentone e li fa ripetere, raccontare e illustrare ai media che controlla direttamente o indirettamente il suo amico e Capo. Ne fa interpellanze e interrogazioni parlamentari, dichiarazioni politiche, prese di posizione di partito e di governo. Trasforma quegli argomenti, senza alcun fondamento nei fatti e nel diritto, in accuse contro i suoi accusatori, contro i giudici che lo hanno giudicato e condannato a 11 anni (Lodo Mondadori/Imi-Sir), contro i giudici che ancora di nuovo dovranno presto giudicarlo (Sme). Infine, qualche amico denuncia i pubblici ministeri con quegli stessi argomenti e il catalogo delle verità rovesciate che ha messo insieme diviene addirittura un j’accuse contro i suoi accusatori.

Se Previti non fosse Previti, se Previti e Berlusconi non avessero a disposizione la grancassa di un sistema mediatico diciamo dipendente, che ne sarebbe della loro contestazioni ai processi di Milano? Un niente. Una bolla d’aria. Ma Previti è Previti e Berlusconi è il capo del governo, così conviene affrontare uno dopo l’altro quegli argomenti (oggi all’esame della procura di Brescia) e vedere che cosa resta delle sue proteste e della sua strategia perché ripetere un falso fino a estenuare chi ascolta non lo fa diventare vero.

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Competenza. Ancora oggi il quotidiano della famiglia Berlusconi ripete: «La competenza territoriale (dell’inchiesta "toghe sporche") è a Perugia visto che fu la procura umbra a ricevere per la prima la notizia di reato». Vero o falso?

Ci sono dei criteri per decidere qual è il giudice che deve valutare se qualcosa è accaduto e per responsabilità di chi. Il primo criterio è il luogo dove è stato consumato il reato. In un caso di corruzione come questo, un altro criterio è il luogo in cui c’è stato il passaggio di denaro dal corruttore al corrotto. O ancora il criterio della residenza, dimora o domicilio dell’imputato.

Bene. Nell’affare delle sentenze vendute e comprate, non si sa dove è stato consumato il reato. Il denaro della corruzione si è mosso estero su estero. Gli imputati hanno residenze e dimora in più città. Quando la situazione è questa, c’è soltanto un ultimo criterio per decidere la competenza territoriale: «La priorità di iscrizione al registro degli indagati». La formula assegna la competenza all’ufficio giudiziario che per primo ipotizza il reato. Previti accetta che questo sia il solo criterio utile, ma obietta che è stata Perugia e non Milano a lavorare per prima all’ipotesi di corruzione in atti giudiziari. Con questo argomento si rivolge al tribunale, alla Corte d’appello. La questione viene presa in esame ripetutamente dalla Corte di Cassazione e sempre l’argomento di Previti viene bocciato per il semplice motivo che non corrisponde documentalmente al vero.

Come è stato dimostrato in ogni sede e da ogni giudice che ha affrontato la contestazione, Perugia avvia un’indagine a seguito della denuncia del presidente dell’Imi Luigi Arcuti per «rivelazione e utilizzazione di segreti di ufficio» e non per «corruzione in atti giudiziari», reato ipotizzato soltanto dalla Procura di Milano. Ancora qualche mese fa (15 marzo), la Suprema Corte è ritornata ad affrontare la questione respingendo ancora una volta l’istanza di Previti e ricordandogli che «l’ipotesi di reato a Perugia era affatto diversa da quella per la prima volta iscritta dalla Procura di Milano». E, infatti, aggiungono i giudici della Cassazione «dopo le indagini, il fascicolo è stato trasmesso alla procura di Roma, segno evidente che quella di Perugia, a torto o fondatamente, non ha ravvisato reati commessi da magistrati romani in quanto altrimenti avrebbe ritenuto la sua competenza».

La questione della competenza è soltanto il primo degli argomenti del tipo «l’asino che vola» periodicamente giocato da Cesare Previti. Ce n’è un altro che, dopo molti cambi di fronte, passi obliqui e marce all’indietro, sembra oggi diventato il suo cavallo di battaglia contro i pubblici ministeri. E’ l’affare del 9520/95/21, il numero dell’inchiesta che ha partorito i processi di Milano.

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Il "9520/95/21". Per Cesare Previti, questo fascicolo d’indagine è abusivo, è illegale, è un mostro giuridico perché nessun giudice delle indagini preliminari lo ha autorizzato e, seppure lo avesse autorizzato, i tempi d’indagine sarebbero esauriti da quel dì. Vero o falso? Ci ritornano su gli amici di Forza Italia che hanno denunciato a Brescia Boccassini e Colombo: «I sostituti procuratori rifiutano di definire il fantomatico procedimento, sì che i suddetti atti restano segreti e occulti, mentre avrebbero dovuto essere depositati a norma di legge per consentire l’esercizio dei diritti della difesa». Anche in questo caso, Previti ha più volte proposto la questione ai tribunali che lo hanno giudicato chiedendone il sequestro. Richiesta respinta dai tribunali per lo meno in quattro occasioni (5,22,29 aprile, 15 maggio), per quanto è stato rapidamente possibile ricostruire.

La contestazione di Previti può essere riassunta così. I tre processi Lodo/Mondadori, Imi/Sir (poi riuniti in un unico dibattimento) e Sme sono stati stralciati dal fascicolo d’inchiesta "9520/95/21". Se questo fascicolo è illegittimo perché privo di autorizzazione a continuare le indagini (in ogni caso, scadute), il lavoro del pubblico ministero va annullato e con esso il processo, i processi.

È in un’ordinanza della IV sezione penale del tribunale di Milano (Paolo Carfì, Enrico Consolandi, Maria Luisa Balzarotti) che la contestazione viene affrontata a lungo, di diritto e di rovescio. Privata di tecnicismi, la questione è questa. Dall’inchiesta sulle toghe di Roma vengono isolati tre episodi di corruzione destinati al processo: il baratto delle sentenze Imi/Sir, Lodo Mondadori, Sme. In questi fascicoli vengono inseriti tutti «gli atti riferibili alle persone e alle imputazioni per cui è stata esercitata l’azione penale». Diciamo meglio, tutte le carte che riguardano gli imputati e le circostanze che vengono loro contestate. Il "9520/95/21" continua a vivere, ma soltanto «contro ignoti».

Ora Previti sostiene che quella proroga non è stata autorizzata dal giudice. E’ falso. L’autorizzazione del giudice, richiesta dal pubblico ministero il 10 febbraio del 1997, è agli atti dei processi di Milano. Come è potuta sfuggire agli avvocati di Previti (e colpevolmente anche agli occhiuti ispettori del ministro Castelli)? E come gli avvocati e Previti possono sostenere che «nel caso di procedimenti contro ignoti, il provvedimento del gip ha durata limitata nel tempo e, in particolare, "per un tempo non superiore a sei mesi"»?

Scrivono i giudici del tribunale di Milano: «Nel caso di procedimenti contro ignoti il codice prevede il provvedimento di autorizzazione alla prosecuzione delle indagini senza l’apposizione di alcun termine per la chiusura delle stesse». «Costantemente», avverte il tribunale, «la Cassazione ha affermato che la prosecuzione a proseguire le indagini contro ignoti non può essere sottoposta ad alcun termine finale» addirittura «qualificando come abnorme un provvedimento con il quale il gip, nell’autorizzare un pm a proseguire le indagini, imponeva un termine entro il quale concludere l’inchiesta».

Respinto sulla questa linea, definiamola di diritto, Previti aggira l’ostacolo aggrappandosi finalmente a qualche fatto. Dice, in sostanza: ritenete quel fascicolo legittimo? Bene, è legittimo! E allora datemelo perché, vedete, in quelle carte i pubblici ministeri hanno nascosto la prova della mia innocenza. Quali? Gli interrogatori dei magistrati di Roma che mi scagionano; le «imbeccate» che hanno condizionato la testimonianza di Stefania Ariosto, ad esempio.

Vediamo come sono andate le cose.

* * *

Verbali spariti. Si comincia con alti strepiti. Dove sono, chiede Previti, chiedono gli avvocati di Previti e naturalmente poi gli avvocati di Berlusconi, le decine di verbali di interrogatorio raccolti a Roma dal pubblico ministero Paolo Ielo spedito da Milano nella Capitale per raccogliere le testimonianze dei colleghi dei magistrati corrotti? La denuncia (gran titoli nei media di riferimento) va avanti per un pezzo e semina qualche dubbio negli ignari. Ma come? Questi pm raccolgono testimonianze dell’innocenza degli imputati, per di più da decine di loro colleghi, e le nascondono? O ancora, perché con quel che spendono Berlusconi e Previti in avvocati (500 miliardi, a quanto pare) non individuano da soli i testimoni e raccolgono quelle testimonianze utili per una rapida assoluzione? Infine, perché quei testimoni non si fanno avanti spontaneamente?

Risposta semplice: quei testimoni e quelle testimonianze non ci sono, non sono mai esistite. Ielo raggiunge Roma e interroga due soli magistrati, Mario Antonio Casavola e Claudio D’Angelo. Inutilizzabili nell’affare milanese, i verbali vengono trasmessi utilmente alla procura di Perugia. Paradosso grottesco: quei due verbali sono mostrati dagli avvocati di Previti ai tribunali di Milano, da quegli stessi avvocati e da quello stesso imputato che, dai giornali, ne denunciano la «sparizione». Comunque, per lo meno in tre occasioni (8 luglio 2002/ 20 settembre 2002/ 16 maggio 2003) la I e la IV sezione del tribunale di Milano prendono in esame la possibilità di acquisire i due verbali. Ipotesi respinta perché (IV sezione) «il contenuto delle dichiarazioni di Casavola e D’Angelo è assolutamente irrilevante rispetto ai temi di questo processo... ictu oculi le dichiarazioni di Casavola riguardano tutt’altre vicende (casi Nomisma, Banco di Roma, lenzuola d’oro) tant’è che sono state trasmesse per competenza alla procura di Perugia... quanto a D’Angelo, egli si limita ad affermare in modo generico di aver intrattenuto corretti rapporti professionali con Squillante (Renato, giudice e imputato, n.d.r.)». Carte inutili, dunque, perché (I sezione) «proprio nell’ambito delle dichiarazioni di Casavola e D’Angelo, esibite dalla difesa Previti, emerge con sicurezza che non sono per nulla attinenti all’imputazione oggetto di questo procedimento».

Quei verbali «spariti» che dovevano essere, negli annunci dei media, la «prova regina» dell’innocenza di Cesare Previti non ne mutano, come si vede, la difficile condizione di imputato messo maluccio. Quando avverte di essere in questa condizione, Previti evoca Stefania Ariosto come per un riflesso automatico. Denuncia: i pubblici ministeri «hanno imbeccato quella donna» e le prove sono in un fascicolo segreto della Guardia di Finanza che mi si impedisce di consultare. E’ in quelle carte la «prova regina» della congiura contro di me.

Anche qui, occorre stare ai fatti.

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Ariosto. Stefania Ariosto racconta ai pm di Milano, in sostanza, un paio di cose: Previti ha rapporti molti stretti con magistrati romani, soprattutto attraverso Attilio Pacifico, anch’egli avvocato. Tra Previti, Pacifico e i magistrati (Squillante, soprattutto) c’è un gran passaggio di denaro. Nessuna di queste rivelazioni della testimone è stata smentita. Anzi. Nessuno sapeva chi fosse Pacifico e quando lo si scopre (grazie all’Ariosto) si comprende il suo ruolo di importatore/esportatore di denaro, mediatore tra Previti e i magistrati. Che poi tra Previti e magistrati corresse tanto denaro lo hanno dovuto ammettere anche gli imputati confessandosi evasori fiscali, maestri di compensazioni estero su estero o di «esterovestizioni», per dirla con Previti, necessarie a proteggere capitali illegalmente esportati. Il contributo (essenziale) della Ariosto all’indagine finisce qui. Quel che davvero mette nei guai gli imputati, come si sa, sono i movimenti di denaro sui conti esteri.

Tuttavia, quando è a mal partito, Previti estrae il nome dell’Ariosto e ricama qualche cabala. L’ultima è questa. Dice Previti: ecco, io ho qui una lettera della Guardia di Finanza che risponde a una mia domanda sul fascicolo personale dell’Ariosto in questo modo: «La documentazione contenuta nel fascicolo 103860 di schedario di questo comando intestato "Stefania Ariosto" è stata formata da ufficiali nel corso di attività di polizia e in quanto tale ha come indefettebile destinazione e esclusiva utilizzazione il pubblico ministero, a quale spettano definitive terminazioni». Come a dire, gli investigatori hanno lavorato per la procura, per qualsiasi determinazione rivolgetevi ai pm. Ora Previti ribalta quella risposta ovvia, la legge in modo ambiguo e sostiene che in quel fascicolo segreto, che gli viene negato, ci sono le prove dell’«imbeccata» della Ariosto e della congiura. Ma è vero che il fascicolo gli è stato negato? E’ vero che Previti non conosce il fascicolo?

Non è vero. Previti conosce quelle carte. Degli «appunti» della Guardia di Finanza sulla collaborazione della Ariosto si occupa la IV sezione penale (processo Lodo/Imi-Sir) per quattro volte in 25 giorni (22 aprile 2002/ 6,15,17 maggio 2002) «dando atto che erano state messe a disposizione di tutte le parti, le relazioni e gli appunti della Guardia di Finanza relative alla fonte "Ariosto"». La I sezione (processo Sme) se ne occupa il 3 e il 16 maggio 2003. In quest’ultima occasione il tribunale scrive: «... è da rigettare la richiesta di ordine di esibizione e addirittura di sequestro dell’intero fascicolo Ariosto formato dalla Guardia di Finanza nel periodo in cui la medesima riceveva informazioni da una fonte confidenziale. In proposito va detto che autonomamente il pm ha posto a disposizione delle difese le relazioni della Guardia di Finanza relative al procedere dell’assunzione di informazioni».

Anche in questo caso che cosa resta delle accuse di Previti?

Niente, se si esclude che l’imputato si chiama Previti; che è l’amico del Capo; che altri amici hanno spedito per posta una denuncia contro i pubblici ministeri a Brescia; che la procura di Brescia in 24 ore ha messo su un’inchiesta penale senza prendersi nemmeno la briga, come intigna qualche maligno, di verificare come d’abitudine (e obbligo) che quelle firme fossero autentiche. Così va l’Italia se ti chiami Cesare Previti.

ALMENO a parole la guerra civile fra sostenitori ed eversori della democrazia liberale è dichiarata. Il capo del governo Silvio Berlusconi, al ritorno da uno dei suoi viaggi nuziali, l’ha dichiarata in modo non equivocabile: «Perseguirò la guerra alla magistratura di parte fino alla sua sconfitta. Fosse anche questo il mio unico successo». La magistratura di parte per dire quella che non sta ai suoi ordini. E gli fanno eco gli uomini di assalto di Forza Italia o della Lega, gli stessi che minacciano di riaprire il movimento di secessione della Padania. Non a caso, fra il secessionismo della Lega e il rifiuto della giustizia di Berlusconi esistono le affinità elettive di un autoritarismo che non accetta controlli e freni.

I metodi di lotta politica sono certamente simili: l’offensiva continua, le spallate successive, l’avversario "lavorato al corpo" per vedere se gli saltano i nervi, se cede a stanchezza o impotenza. È il solito dire e disdire. Le rodomontate dei vari Calderoli e dei Bondi smentibili se la manovra intimidatoria non passerà.

La guerra fra la democrazia delle istituzioni e i suoi aggressori autoritari è un dato di fatto. In una dichiarazione congiunta i magistrati del Consiglio superiore della magistratura del centrosinistra fanno il punto su questa guerra preventiva e continua tipica del conservatorismo radicale diffuso nel mondo intero: "La istituzione di una commissione parlamentare di inchiesta per accertare se una parte della magistratura ha operato e opera come associazione a delinquere a fini eversivi mette in pericolo gli equilibri istituzionali previsti dalla Costituzione e pone, a nostro avviso, non più e non solo un problema di tutela della onorabilità e della credibilità dei singoli magistrati e della intera magistratura ma anche la necessità di valutare che cosa il Consiglio superiore possa fare per adempiere al dovere costituzionale di difendere l’indipendente esercizio della giurisdizione".Con il suo esercito di avvocati pronti a procurare armi formali alla offensiva autoritaria si è già arrivati, nel caso della commissione di inchiesta, a mettere in pratica la dittatura della maggioranza. Prima questa maggioranza vota la creazione di una commissione inquirente che punta a mettere sotto accusa la magistratura che ha osato opporsi ai voleri del "piccolo Cesare" e come secondo e definitivo passo minaccia chi si oppone di offesa a un organo dello Stato democraticamente eletto. Dice il leghista Calderoli: «Dichiarazioni sottoscritte da una parte dei componenti del Consiglio superiore della magistratura sulla istituzione di una commissione di inchiesta sono di una gravità estrema e rappresentano, esse stesse, motivo in più per procedere alla approvazione della commissione».

Quando la democrazia autoritaria scopre il potere formale che è a sua disposizione non ha più limiti. Il rifiuto dei magistrati di prestarsi a una operazione di potere diventa un reato punibile con la galera. Il vicepresidente del Senato Calderoli, riconoscibile per il tovagliolo verde che straborda dal suo taschino, si rivolge già al Codice penale: «Sarei lieto che chi di competenza valutasse se ricorrono o meno gli estremi previsti dall’articolo 289 del Codice penale, quello che fa riferimento all’attentato contro organi istituzionali. È assolutamente necessario dare il via alla Commissione estendendo, con un emendamento, l’indagine anche sulla attività degli ultimi anni proprio del Consiglio superiore della magistratura. Continuo a essere sempre più convinto che si debba prevedere nelle riforme anche la revoca del potere disciplinare del Csm. Gli esiti della inchiesta confermeranno questa necessità».

Il bulldog della Lega, da perfetto liberale, sa già come finirà la commissione di inchiesta e ha la faccia tosta di chiedere al «presidente della Repubblica nella sua qualità di presidente del Csm di approvare l’iniziativa».

C’è da chiedersi a questo punto il perché di questa accelerazione berlusconiana verso lo scontro frontale. Una ragione solo in apparenza marginale è che egli non conosce altra organizzazione del potere che quella aziendale dove il comando del padrone è totale e indiscutibile. In buona o in mala fede i "Ceo", come chiamano in America i sommi dirigenti aziendali, sono indiscutibili, al di sopra delle leggi e della morale.

Per Berlusconi, arrivato per vie magiche più che politiche al sommo del potere, la resistenza di una parte della magistratura al suo disinvolto modo di governare non è un ostacolo imprevisto ma un’offesa imperdonabile, un rifiuto della sua missione provvidenziale, del Bene che egli rappresenta contro il Male dei sempre comunisti che sono tutti coloro che non si inginocchiano di fronte a lui. La seconda ragione, più politica che personale è che egli si sente, come dovette sentirsi Mussolini nei giorni della crisi Matteotti, i giorni in cui un capo politico sa di poter guadagnare o perdere tutto e perciò non esita a giocare forte e pesante. Fa specie vedere che il berlusconismo dilaga anche in campo sportivo: chi tenta di mettere ordine viene accusato di essere nemico delle istituzioni.

Titolo a tutta pagina di quasi tutti i giornali: «Ciampi smentisce Berlusconi». Ovvero: il presidente della Repubblica, sulla cui lealtà, coerenza, rispettabilità non esistono né dubbi né riserve, è tirato ingiustamente in ballo. Dice il capo del governo: «Il Quirinale non critica la riforma tv». Tre ore dopo secca smentita e precisazione: «Non è vero niente, non ne abbiamo mai parlato». Addirittura. Si tratta dunque, scegliete voi il vocabolo che vi sembra più adeguato, di menzogna, frottola o più semplicemente di bugia? Tra i due personaggi di cui si discute, chi vi sembra il più credibile? Domanda legittima: ma il Berlusca, come lo chiamava Bossi, il pensatore della Lega, che concetto ha dei suoi compatrioti? E di questa nazione? Si è reso conto che quando entra a Palazzo Chigi non sta andando in ditta?

Gli americani, quando non danno credito a un individuo, dicono: «Comprereste un’auto usata da questo signore?». L’ Economist ha tracciato un ritratto poco lusinghiero di Berlusconi, confermando quello che modestamente sosteniamo da tempo: in lui non c’è affatto conflitto di interessi, perché pensa soprattutto al suo. Le sue aziende, i suoi soldi. È un caso, credo, unico al mondo: ha tre reti televisive, pari con quelle statali, la più forte casa editrice italiana, un quotidiano e un importante settimanale, e divide l’universo in due: o con me o contro di me. Non c’è da abbassare i toni, ma da stare zitti.

Non avete una idea di quali disponibilità al servilismo dimostrino gli estimatori, neppure ai tempi di Starace c’erano così clamorose e pubbliche dichiarazioni di devozione. C’è chi ha parlato non solo per sé ma per tutta la famiglia, nonni compresi. Con che faccia sorridente, per ispirare penso ottimismo, si presenta oggi il presidente del Consiglio, smentito senza equivoci o sfumature, da Ciampi? Chi deve credergli?

Non sarà forse che il gruppo Pearson, azionista di controllo dell'Economist, ce l'ha con Mediaset, magari perché il Biscione, che ha la maggioranza della spagnolaTelecinco, si oppone alla vendita di un pacchetto azionario detenuto dalla Dresdner Bank agli inglesi? O è tutta opera di Tana De Zulueta, l'ex corrispondente da Roma del settimanale britannico, che oggi siede come senatrice nei banchi dei Ds? Oppure, come ripetono dalla Fininvest, non si tratta che di «materiale di importazione» in cui si riconoscerebbero le «tesi colpevoliste» dei «professionisti dell'informazione ideologizzata specializzata in anti-berlusconismo»? E invece no, il dossier su Berlusconi del settimanale The Comunist (come lo definisce Nando Dalla Chiesa, quando fa la parodia del Cavaliere) non ha nulla a che fare con i complotti della finanza o le imboscate della sinistra. «Già a pensarla così, dimostrate di essere italiani», taglia corto il direttore Bill Emmett, che ha firmato la «lettera aperta» recapitata personalmente al presidente del Consiglio con qualche giorni di anticipo rispetto alla pubblicazione.

Al Riformista Emmett chiarisce innanzitutto che «le decisioni editoriali non sono mai discusse con i nostri azionisti, incluso il gruppo Pearson. Io ho tutto il diritto di prendere le mie decisioni in piena autonomia». Dunque la proprietà non c'entra, come non c'entra Tana De Zulueta. «Naturalmente abbiamo lavorato con fonti italiane», continua il direttore, «ma l'inchiesta è stata interamente gestita da Londra». A coordinarla è stato Tim Lackson, uno degli investigative reporter di punta del giornale, che parallelamente sta scrivendo un libro su Tangentopoli. «Quanto tempo ci abbiamo messo? Direi che abbiamo lavorato ininterrottamente sul tema dalla nostra prima inchiesta dell'aprile 2001 (quella della celebre copertina Fit to run Italy?, ancora oggetto di una querela per diffamazione, ndr), ma solo negli ultimi mesi abbiamo deciso di ricorrere alla forma di una lettera aperta». Emmett respinge ogni dietrologia: «Abbiamo pubblicato adesso il dossier semplicemente perché ci sentivamo pronti, perché avevamo delle notizie che ce lo consentivano». Ma a far scattare l'iniziativa è stato il lodo Maccanico: «Quando la legge sull'immunità ha messo fine alla possibilità che Berlusconi potesse rendere conto di tutti questi interrogativi davanti ad un tribunale, ci siamo convinti che sarebbe stata una buona idea fargli delle domande per mezzo di una lettera aperta». Una procedura insolita anche per l'Economist, che pure in passato aveva attaccato con inchieste al vetriolo capi di Stato come Boris Eltsin o Jacques Chirac. «Ma il caso di Berlusconi è diverso - insiste il direttore - perché nessuno prima si era messo al riparo dalla legge così come ha fatto lui». Dunque, anche tenuto conto degli standard di moralità italiani (che devono apparire assai bassi, giudicati da lassù), gli inglesi hanno ritenuto che la misura fosse colma e sono usciti con una nuova copertina sul Cavaliere (la seconda da maggio). Consultando ovviamente prima i loro uffici legali, che sono già impegnati in una causa per diffamazione a Roma, il cui esito è atteso per la fine dell'anno.

E nemmeno è esatto parlare di «materiale d'importazione», ribattono da Londra, perché almeno un elemento nuovo nel dossier dell'Economist c'è. Lo si individua alla quinta domanda, disponibile solo sul sito Internet del giornale (Your other trials), nel paragrafo dedicato ai processi per falso in bilancio, quando si scrive che l'avvocato londinese David Mills, contrariamente a quanto sostenuto nelle sue deposizioni ai magistrati italiani, avrebbe intrattenuto un rapporto professionale con la Fininvest già a partire dal 1980 (e non nel '89 o '90 come dichiarato sotto giuramento). In base ai registri camerali consultati dal settimanale, Mills avrebbe infatti iniziato in quello stesso anno a mettere in piedi una rete di società off-shore (come la All-Iberian) nota come «Fininvest-B», allo scopo di accantonare fondi neri, da impiegare successivamente anche per il pagamento di tangenti. Uno schema che tramite Mills e il suo mandante, Giancarlo Foscale, cugino di Berlusconi e manager della holding di famiglia, avrebbe sottratto oltretutto al fisco inglese tasse su utili lordi per 75 milioni di dollari, solo nel periodo '80-'87. L'avvocato Mills, in sostanza, a detta dell'Economist, sarebbe un evasore fiscale. Piccolo particolare: il legale è il marito di Tessa Jowell, ministro della Cultura di Tony Blair. Se l'accusa dovesse dimostrarsi vera, il premier inglese si troverebbe ancora di più sulla graticola. E forse è lui il vero obiettivo di questo attacco.

GIUSEPPE D’AVANZO

LE ULTIME parole di Ilda Boccassini sono un urlo alla luna nera, una protesta civile, il tentativo finale di proteggere almeno, soffocato il processo con una legge palesemente incostituzionale, la limpidezza del lavoro della procura di Milano, lo spirito di servizio e la correttezza degli addetti in toga e in divisa. Il pubblico ministero ha buone ragioni per farlo.

Appena qualche giorno fa. L’imputato Berlusconi entra nell’aula del suo processo con l’aria spavalda di chi è uso agli schermi e al riflettore. Libera il suo flusso verbale, accortissimo a tenersi lontano dalle circostanze, dalle testimonianze, dai documenti che lo indicano come corruttore di giudici.Accusa i magistrati, insinua trame e complotti, indica burattinai, dileggia testimoni. Può farlo a mano libera e senza timore perché è l’imputato e perché non accetta il contraddittorio. Promette al tribunale (e all’opinione pubblica) che tornerà in quell’aula «a dirne di altre», finalmente «nel merito». Quando lo promette, sa che non terrà fede alla sua parola perché la maggioranza ha già pronto un salvacondotto che non trova ostile l’opposizione né in dissenso il capo dello stato: e tuttavia, non è l’assenza (o la fuga) dell’imputato eccellentissimo dopo il j’accuse, come sembra pensare la Boccassini, l’epilogo di questo processo.

Il compimento s’era già consumato il 17 di giugno. È un’osservazione di Marcello Dell’Utri. «La scena con cui martedì si sono chiuse le "dichiarazioni spontanee" del presidente del consiglio sono l’immagine plastica della fine di una stagione. Berlusconi, che nell’aula magna del palazzo di giustizia di Milano risponde all’ultimo affondo della Boccassini: "Venga a Palazzo Chigi se crede, ora mi scusi devo andare a governare", è il segno che sul decennio giustizialista cala il sipario», (La Stampa).

Se lasciamo in un canto la rituale classificazione («decennio giustizialista»), Dell’Utri non ha torto. Quella rapidissima scena occorre imprimersela a fuoco nella memoria perché non chiude soltanto un decennio (e il tentativo di ripristinare il controllo di legalità sull’azione dei poteri pubblici e privati: questa è stata Tangentopoli) ma ribalta alla radice il tratto costitutivo della nostra repubblica. Riavvia il nostro futuro verso un passato storico che fu di Rousseau e dei giacobini per i quali «deve avere comunque l’ultima parola chi, in sede politica, è legittimato a rappresentare la volontà generale». Ecco allora il significato di quell’immagine che chiude il processo di Milano. Berlusconi non accetta di farsi processare come un cittadino qualunque perché non si sente un cittadino qualunque. Egli è un potere, anzi il potere. Lo incarna perché rappresenta il popolo sovrano, la sua volontà e il suo interesse. Egli, come Rousseau, come Saint Just e Robespierre, pensa che il potere debba essere, sia uno. Crede che l’unicità di quel potere sia custodita dal potere politico, il solo potere legittimato mentre gli altri poteri, quando non sono funzioni amministrative, si definiscono al più eccezioni o supplenze. È l’onnipotenza della politica come versione moderna della sovranità del principe.

Quest’idea "istintiva" del signore di Arcore ("istintiva" perché tutta iscritta nel codice genetico del suo animal spirit) è apparsa all’inizio di questa avventura la pretesa stravagante (arrogante? ingenua?) di un parvenu della democrazia. Ora che quella convinzione è stata codificata in una legge che ne riconosce l’intangibilità; ora che alla luce del sole il sistema istituzionale gli ha dato il via libera fermando la mano del giudice, va preso molto sul serio Giuliano Ferrara quando annuncia la nascita della «terza repubblica» e scrive dell’immunità firmata da Ciampi come di «un atto rifondativo del primato della democrazia e della politica dopo dieci anni di veleni di interdizioni».

La notizia, come si dice, è la riproposizione del «primato della politica» come fondamento della democrazia italiana o della "democrazia berlusconiana", e non è una buona notizia. Come è evidente, non parliamo più di un processo o di un imputato che è anche capo del governo né di pubblici ministeri e di procure, di mani pulite e di baratti giudiziari. Quel che appare a chi governa addirittura «un atto rifondativo» è l’epifania di un nuovo sistema politico che ha al suo centro un convincimento vecchio di tre secoli - la concezione "assolutista" della politica - che, se ha ragione Jacob L. Talmon nelle «Origini della democrazia totalitaria», ha ispirato le ideologie e i regimi totalitari del Novecento: la sovranità popolare come potere primigenio e illimitato di fronte al quale ogni altro deve cedere, un potere che non tollera limiti e contrappesi. E’ un’idea che annichilisce quella che Giuliano Amato ricorda essere «la concezione lockiana della divisione dei poteri, quella all’interno della quale i poteri sono davvero plurali, l’uno non dipende dagli altri e c’è una legge superiore (la Costituzione)». In questa architettura liberale, al contrario di quanto annuncia Giuliano Ferrara, i poteri sono distinti ed equiordinati, non esiste una primazia dell’uno rispetto agli altri perché sono collocati in ambiti diversi.

Ci saranno i tempi, i modi e le intelligenze per riflettere dalle colonne di questo giornale sul ripiegamento giacobino della nostra democrazia, quel che qui si vuole osservare è che quell’idea di «primato della politica» non nasce con Berlusconi, ma è nel cuore stesso della cultura politica del nostro Paese e l’attraversa a destra, come a sinistra. Che cosa fu la Bicamerale, presieduta da Massimo D’Alema, se non il tentativo esplicito e risoluto di restituire alla politica (a chi governa) quel che sembrava fosse andato perduto nel crollo della "prima repubblica"? E non fu quello il tentativo di trovare «la via per condurre i magistrati all’allineamento alla law making majority» (Stefano Rodotà)? Non è negli anni del centro-sinistra (1996/2001), e sempre in ossequio a un ambiguo «primato della politica», che non venne affrontata la crisi delle garanzie che affligge il nostro sistema politico innovato dal maggioritario? Quell’«atto rifondativo», che è la morte del processo di Milano e la legge di immunità/impunità per Silvio Berlusconi, non è un fiore nato nel deserto. E’ un pensiero di fondo di cui la cultura politica italiana non riesce a liberarsi. E non riuscirà mai a disfarsene, soprattutto nell’opposizione di sinistra, «mostrificando» Berlusconi senza ripensare con critica severità alle proprie antiche e pericolose convinzioni, a quella tentazione giacobina che l’ha affascinata fino ad ieri. E che oggi, per mano della destra, diventa governo, metodo, cultura e addirittura legge.

ROMA - Secondo i suoi portavoce, Silvio Berlusconi non risponde alle domande dell’Economist perché «ha altro da fare» e «non ha tempo». Strano, perché ha avuto quindici anni per farlo: davanti agli elettori, ai pm, ai giudici, alla stampa, all’Europa. Invece niente, nessuna risposta. Non ha tempo, o magari non può?

La villa. «Pensa che la signora Casati Stampa abbia concluso un’equa transazione per villa San Martino e i terreni di Cusago?» . Nel 1975 la marchesina Annamaria Casati, orfana e minorenne, assistita dal pro-tutore Cesare Previti, cede a Silvio Berlusconi la villa e la tenuta di Arcore a un prezzo irrisorio. Per giunta non in contanti, ma in azioni di una società non quotata. Si scoprirà poi che Previti era contemporaneamente prestanome di Berlusconi in un paio di società. Nel '94 l’Espresso sbatte la storia in copertina: «La grande truffa». Previti chiede 2 miliardi di danni. Il Tribunale di Roma dà ragione all’Espresso: è tutto vero.

Le holding. «Chi versò 16,94 miliardi nella Fininvest Srl come prestiti agli azionisti negli anni 1977-78 e da dove veniva il denaro? E perché lo fece in 25 tranche in 20 mesi?». Queste e altre domande i pm e i giudici del processo Dell’Utri, in trasferta da Palermo a Palazzo Chigi, intendevano rivolgergli il 26 novembre 2002. Ma il premier si avvalse della facoltà di non rispondere. Idem sulla presenza per due anni in casa sua del boss Vittorio Mangano, inopinatamente scambiato per uno stalliere o un «fattore». Le operazioni di finanziamento e capitalizzazione delle 22 holding «Italiana» che controllavano Fininvest sono oggetto delle famose perizie del vicedirettore della Banca d’Italia di Palermo Francesco Giuffrida al processo Dell’Utri: «si ignora la provenienza» di 99 miliardi (pari a 6-700 oggi) entrati nelle holding nel quinquennio 1978-’83, almeno 14 dei quali in contanti. Lo stesso consulente della difesa Dell’Utri, professor Paolo Jovenitti, dopo aver sostenuto che a finanziare Berlusconi era Berlusconi, ha dovuto ammettere che alcune operazioni «potremmo definirle non trasparenti». E che il Cavaliere non gli aveva trasmesso le carte sui movimenti finanziari dal 1975 al '78 («non ne ero al corrente»). Tre anni di omissis. La Procura sostiene che i miliardi provenivano da Cosa Nostra, come raccontano il pentito Di Carlo e il finanziere Rapisarda. Le operazioni «anomale», dicono i pm, sarebbero servite a far perdere le tracce del riciclaggio del denaro sporco.

La P2. «Perché ha mentito sulla data di affiliazione alla loggia P2?». Nel '90 Berlusconi fu riconosciuto colpevole di falsa testimonianza (e salvato dall’amnistia) per aver giurato di essersi iscritto alla P2 «poco prima dello scandalo» (1981), mentre la sua tessera risale al 1978. Senza la P2, non avrebbe mai ottenuto enormi favori e prestiti da Bnl e Montepaschi, due istituti che – denunciò la commissione Anselmi - gli garantirono «appoggi e finanziamenti al di là di ogni merito creditizio». Non solo. Nel 1979 una pattuglia della Guardia di Finanza ispeziona l’Edilnord, scoprendo tracce di irregolarità valutarie. Berlusconi, il titolare, si spaccia per un «semplice consulente» . Il blitz si conclude in meno di un mese: nulla di fatto. Pochi mesi dopo, il caposquadra, colonnello Gallo, entra nella P2, mentre l’altro sottufficiale, il capitano Berruti, lascia le Fiamme Gialle per diventare avvocato nello studio Carnelutti. Lavorerà per la Fininvest, specializzato in società off-shore. Sarà condannato per favoreggiamento nelle mazzette alla Guardia di Finanza.

Mister Mills. «Con che frequenza, se mai l’ha fatto, ha parlato con Mr. Mills?». David Mills è un avvocato d’affari londinese, marito di una ministra del governo Blair, grande architetto della finanza estera Fininvest. Anche lui lavorava per lo studio Carnelutti. Sentito l’11 marzo al processo Sme, assicura di aver lavorato per il Biscione «solo dopo il 1989». E poi: «Berlusconi lo conobbi nell’estate '95 nella villa di Arcore per consigli legali». L’avvocato Pecorella esulta: «Visto che la Procura ci contesta corruzioni giudiziarie estero su estero fino al 1991, vuol dire che Berlusconi non c’entra». Ora però l’Economist scopre che Mills costituiva società per conto della Fininvest fin dal 1980. Bugie che minacciano di danneggiare il Cavaliere, ma anche Mills, che rischia un’indagine fiscale nel suo paese.

All Iberian. «Quanto sapeva della rete off-shore della Fininvest?» . Nel 1998 Berlusconi dichiara: «Di All Iberian non so nulla» . Ma per il Tribunale (condanna), la Corte d’appello e la Cassazione (prescrizione), il Cavaliere mente: fu con il suo «rilevante concorso» che, nel 1989-’91, All Iberian versò 23 miliardi al conto «Northern Holding» di Craxi. La stessa All Iberian usata, secondo il pool, per pagare i giudici.

La medaglia. «Perché lei meriterebbe una medaglia d’oro?». Berlusconi l’ha chiesta «per aver fatto risparmiare 2000 miliardi allo Stato sventando la svendita della Sme a De Benedetti per un quinto del valore. Una rapina!». Ma la Sme, secondo i suoi stessi alleati Barilla e Ferrero, valeva non più di 470 miliardi. L’Iri ne chiese all’Ingegnere 497. Berlusconi, tramite l’avvocato Scalera amico di Previti, rilanciò offrendo appena il 10% in più (550). Rapinatore anche lui? Economist, la Fininvest contrattacca

di Andrea GagliardoROMA - Il dossier dell´Economist ha lasciato il segno. L´inchiesta contro Berlusconi è su tutti i giornali, ma il premier si trincera nel no comment. Non ha nulla da aggiungere a quanto già aveva riferito il portavoce Paolo Bonaiuti: «L´Economist lo leggeranno gli avvocati del premier».

Il presidente del Consiglio non ha nessuna voglia di entrare nel merito e di rispondere alle 28 domande del settimanale della City. Preferisce la via giudiziaria. I suoi legali stanno curando i dettagli dell´azione penale. Sono al lavoro per identificare i presunti aspetti diffamatori del dossier. In sede civile si ipotizza poi una citazione per danni, probabilmente presso il tribunale di Roma. Il settimanale inglese si accinge così a ricevere la seconda querela per diffamazione da parte di Berlusconi. La prima seguì all´articolo dell´aprile 2001, che aveva definito il premier «inadatto a guidare l´Italia».

L´ufficio legale della Fininvest è durissimo. Respinge tutte le accuse e in una nota dà per scontato un «esito giudiziario» di quella che viene definita una «deprecabile e sedicente inchiesta giornalistica», ennesimo episodio di «una campagna ostile e tutta politica nei confronti di Berlusconi». Campagna basata su «materiale d´importazione, rubato dalla vasta pubblicistica anti-berlusconiana che da anni tiene banco in Italia».

«Quella lanciata dal dossier dell´Economist - prosegue la nota Fininvest - non è una sfida all´on. Berlusconi, bensì una sfida alla verità dei fatti e alla decenza giornalistica». Tanto che saremmo di fronte «alla caduta di un mito del giornalismo internazionale».

Sul fronte politico l´opposizione si gode il clamore suscitato in tutta Europa dal dossier. Tacciono An, Udc e Lega. Forza Italia riarruola invece certa stampa estera tra i «detrattori a prescindere». La difesa d´ufficio del premier è affidata a Renato Schifani. Il capogruppo forzista alla Camera spara a zero e accusa l´opposizione di essere corresponsabile del «violento scontro socio-politico in atto, con le sue delegittimazioni totali dell´avversario, consumate anche attraverso un inaccettabile uso politico della giustizia e la connivenza di certa stampa estera, come l´Economist».

«Fino a questo momento nella Repubblica-Berlusconi è valsa solo una regola: diventa legge solo ciò che può servire al piccolo uomo alto un metro e sessantaquattro ma con un grande Ego. Tutto ciò che disturba, deve scomparire. Berlusconi era entrato in politica per risolvere, lo dice lui stesso, tutti i suoi problemi giudiziari e finanziari. E lui lo fa in un modo che finora in una democrazia europea non era nemmeno immaginabile. L’Italia viene smontata e ricostruita secondo le esigenze del suo capo di governo. Della divisione

«Il suo partito Forza Italia, un urlo usato per incoraggiare la squadra di calcio italiana, è la più grande forza in Parlamento. Pende dalle sue labbra. L’ha fondato sul modello di un’azienda, tant’è che molti deputati di Forza Italia sono stati scelti tra i suoi consiglieri personali. Non era nemmeno arrivato al potere, che già pensò di fare ordine in Rai. Tutti i critici di Berlusconi furono allontanati, perché rei di aver fatto, secondo Berlusconi, un «uso criminoso» della televisione. (cita poi il caso Biagi, ndt)

«A gennaio il Consiglio europeo, dopo che un gruppo di esperti avevano preso in esame il caso Italia, aveva constatato: Il conflitto di interesse tra il ruolo politico di Berlusconi e i suoi interessi privati nel campo dei media, è una minaccia al pluralismo dell’informazione.

Martedì prossimo quest’uomo guiderà per sei mesi la presidenza del Consiglio dell’Unione europea. L’Europa lo accetta in silenzio, imbarazzata e tutto al più solo nelle stanze chiuse della politica critica il fatto che tocca al “Lider Maximo” del Tevere, essere per sei mesi “Mr. Europa”. Occhi chiusi e via, questo è il motto dei suoi 14 colleghi europei. Perché ciò che irrita i suoi colleghi europei non è solo la sua quantità di potere, il fatto che lui, il padrino delle politica italiana, smonta e usa per il suo bisogno la repubblica romana, ciò che rende davvero nervosi i principali leader europei è l’umiliante consapevolezza di essere rappresentati da qualcuno che molti europei molto semplicemente considerano un imbroglione».

«Perché nonostante Berlusconi senta su di sé il “profumo di santità”, la sua carriera fin dall’inizio è stata in penombra. (Elenca tutti suoi guai giudiziari avuti con la giustizia italiana e internazionale, ndt). Non c’è dubbio che Berlusconi abbia vinto democraticamente le elezioni. Berlusconi ha talento per la messinscena politica. Giorno per giorno fino ad oggi, è stato il regista e il protagonista principale del Berlusconi-Show: re Silvio, il buon padre, l’imprenditore di successo, l’avvocato di tutti gli italiani». «Anche con i suoi colleghi internazionali ci tiene a fare bella figura. È piaciuto all’istante per esempio al presidente americano George W. Bush, così come è piaciuto al russo W. Putin. Racconta barzellette, suona il piano, canta, prende tutti sotto braccio e li assicura, “sono il vostro migliore amico”.

...«Non è un segreto per nessuno cosa pensa Prodi del prossimo presidente di turno dell’Ue. Lo considera pericoloso. Durante la preparazione della presidenza italiana, prendendo parte alla guerra in Iraq, andando in Medio Oriente quasi in missione per conto di Bush, Berlusconi si è allontanato in maniera eclatante dalle decisioni dell’Unione europea, in un modo che non ha paralleli nei 50 della storia della comunità europea. I colleghi di Berlusconi non sono così entusiasti dei prossimi sei mesi della sua presidenza. Chirac considera il premier italiano un “pallone gonfiato”. Secondo lui, l’Italiano ha dei problemi con il proprio ego. Tant’è che da quando Berlusconi è al governo le relazioni tra Francia e Italia, sempre serene, sono diventate di colpo più fredde. A Berlino invece si guarda all’Italia come un paese con delle inclinazioni anti-europee. Ai diplomatici tedeschi, rimasti anonimi, si sente dire che in questo momento “non è tanto semplice avere a che fare con gli italiani”. Molto meglio è visto Berlusconi invece a Londra». «Ciò che di Berlusconi irrita Bruxelles non è il fatto che lui difenda a spada tratta gli interessi italiani accorpando cose che non hanno a che fare l’una con l’altra, minacciando poi il veto. Quanto soprattutto il fatto che lui costringa i capi di Stato e di Governo, ad un vertice peraltro sull’Iraq, di parlare delle quote latte e inscenare uno show quando l’olandese Balkanende cerca di difendere gli interessi dei propri contadini: tutto ciò fa venire dei dubbi se Berlusconi sia davvero in grado di tenere una presidenza imparziale».

MILANO - E’ durato tanto il processo sulla presunta compravendita delle sentenze Imi-Sir e Lodo Mondadori. Sicuramente troppo. Ma i tre anni trascorsi tra la prima udienza e la sentenza sono stati rosicchiati da interi mesi di sospensione imposti da impedimenti degli imputati e nuove leggi varate dal Parlamento. I giudici del tribunale di Milano se ne rammaricano, perché un dibattimento così lungo contrasta con la «ragionevole durata» prevista dalla Costituzione. E però, aggiungono, i tempi morti sono serviti a studiare fin nelle virgole le migliaia di documenti portati da accusa e difesa, «fino all’ultima ora dell’ultimo giorno». Giungendo al risultato che quella compravendita di sentenze non è più presunta, bensì «documentalmente provata». Per i giudici «si può concludere che sia stato un bene» poter usufruire dei rinvii, mentre per gli imputati sembra una sorta di contrappasso: se pensavano che tirarla per le lunghe li avrebbe aiutati, ora si scoprono incastrati da «prove» che la Procura non aveva visto o ben valutato, e che il tribunale ha avuto tempo e modo di scovare tra montagne di carte.

Arrivando a stabilire che due magistrati romani e un gruppo di «avvocati d’affari» di cui fa parte il deputato di Forza Italia ed ex ministro Cesare Previti sono stati protagonisti della «più grande corruzione nella storia dell’Italia repubblicana», simbolo del «degrado della Giustizia (la maiuscola è degli estensori della sentenza, ndr) che da cieca fu trasformata in "giustizia ad uso privato"». Giacché è dimostrato, secondo il tribunale, che un giudice ha venduto le cause Imi-Sir e lodo Mondadori «alla parte Sir di Nino Rovelli e a quella Fininvest di Silvio Berlusconi, dietro pagamento di denaro».

I motivi di una simile certezza sono racchiusi nelle 536 pagine della sentenza. Ma prima di esporre le «prove» raccolte in tre anni, a cominciare dalle bozze preparatorie dei provvedimenti giudiziari sull’Imi-Sir trovate negli studi degli avvocati, i giudici hanno voluto inserire una premessa che suona come uno scatto d’orgoglio in difesa della toga che indossano. «Questo Tribunale - scrivono a pagina 2 - è stato oggetto delle "critiche" più aspre e delle accuse più gravi, dentro e soprattutto fuori dall’aula; fino a quella più infamante per un giudice, di essere non al servizio della legge ma al soldo di una parte politica. Accuse che mai un organo giudicante ha dovuto sopportare "in corso d’opera"». Per tre anni il presidente Paolo Carfì e i giudici Enrico Consolandi e Luisa Balzarotti non hanno replicato a invettive e sospetti. Tacere era un «assoluto dovere», spiegano oggi, perché «per un Magistrato (anche qui la maiuscola è degli autori, ndr) la sede istituzionale ove rispondere a "critiche" e accuse è la motivazione che solo, condivisa o meno che sia, può dar conto dell’onorabilità di un Tribunale della Repubblica». Come dire che la replica a tutte le grida di illegalità e parzialità sta nel frutto del lavoro che è ora a disposizione di chiunque voglia guardarlo e giudicarlo. Con l’aggiunta che il tribunale resta «aperto alle più serie critiche che si vorranno muovere», laddove il «serie» sembra escludere i prevedibili e generici attacchi sul «teorema politico» che già ieri sono cominciati a piovere sulla sentenza. Da alcuni imputati e non solo, per le evidenti ripercussioni di un processo che vede alla sbarra un ex ministro e dal quale l’attuale presidente del Consiglio è uscito prima del dibattimento grazie alla concessione delle «attenuanti» e alla prescrizione.

Nel ripercorrere le vicende della sentenza Imi-Sir che diede ragione a Rovelli nella controversia con lo Stato, il tribunale ritiene di aver accertato che non solo un verdetto fu comprato da Rovelli stesso tramite gli avvocati di cui s’è servito (Previti, Pacifico e Acampora) e venduto dal giudice Metta, ma che pure passaggi intermedi come la consulenza d’ufficio sul valore della Sir sono sospetti di «aggiustamenti». Nuove indagini potranno scaturire da questo e altri particolari, a conferma del motivo per cui la Procura ha tenuto aperto l’ormai famoso fascicolo 9520/95: attendere che dal dibattimento emergessero ulteriori spunti investigativi. E se il dibattimento è durato tre anni, come hanno sottolineato i giudici, le responsabilità vanno cercate altrove.

Anche nella disputa sul lodo Mondadori - dov’è nuovamente coinvolto il giudice Metta, il quale «si apprestava a relazionare quando ancora non aveva finito di depositare nei suoi conti correnti il prezzo della compravendita della causa Imi-Rovelli» - il tribunale ritiene di aver ricostruito «un quadro che definire gravemente indiziante è dire poco». Arrivando alla conclusione che tre miliardi di lire versati nel ’91 su un conto estero di Previti altro non siano che la «"provvista" pagata dalla Fininvest di Silvio Berlusconi per regolare rapporti di natura illecita (corruzione del giudice Metta) strettamente connessi alla causa Mondadori».

Dal conto di Previti sono poi partiti i soldi per i magistrati corrotti, sostiene il tribunale che ha analizzato tutte le tesi difensive dell’ex ministro ritenendole infondate una a una. Attirandosi ulteriori attacchi (in parte già giunti a destinazione) dall’imputato, dai suoi difensori e dai suoi colleghi di partito. Ma all’accusato più noto, replicano i giudici, è mancato l’aiuto più importante: «Forse un contributo di chiarezza sui rapporti anche economici tra l’imputato Previti e il gruppo Fininvest poteva essere dato dal "dominus" del gruppo, Silvio Berlusconi. Ma il presidente del Consiglio, dopo aver concordato con il tribunale, tramite i suoi avocati, la data dell’esame previsto a palazzo Chigi, comunicava il sopravvenire di un impedimento per quella data, e contestualmente manifestava la volontà di avvalersi del diritto di non rispondere».

NELLA sua deriva ogni giorno più tragica e inarrestabile, Silvio Berlusconi ieri è andato a sbattere contro lo scoglio dell’Europa, trascinato dalla sua mancanza di cultura istituzionale, da quel dilettantismo che tanto piace in Italia, con i muscoli che sostituiscono la competenza, dall’incapacità politica e più ancora morale di rispondere alle accuse che riguardano il clamoroso conflitto d’interessi di cui è insieme prigioniero e beneficiario. È come se tutto il castello posticcio costruito in questi anni attorno a una leadership fortissima sul piano elettorale, e fragilissima sul piano politico, fosse crollato di colpo, appena investito dal vento dell’opinione pubblica europea, fuori dalla campana di vetro domestica, dentro la quale il dominio proprietario sui media e su pezzi interi di società politica consente alla realtà virtuale del berlusconismo di galoppare all’apparenza indisturbata. Il risultato è drammatico per il presidente del Consiglio, squalificato dalle sue stesse parole nella solenne seduta del Parlamento europeo, che non aveva mai udito nulla di simile: tanto che si può considerare la data di ieri come l’inizio ufficiale del declino del Cavaliere.

Ma insieme, il risultato è amarissimo per il nostro Paese, che paga un prezzo ingiusto e sproporzionato agli errori e alla natura di Berlusconi, precipitando nel girone infernale dei Paesi europei sotto osservazione, per colpa di una leadership che costituisce un’eccezione assoluta nell’intero continente.

Il semestre di guida italiana della Ue rappresentava un’occasione irripetibile per l’Italia e per il suo premier. Riflettiamoci un momento.

Paese fondatore dell’Unione, schierato per tutto il dopoguerra a fianco dell’America ma solo e sempre passando attraverso la costruzione continua dell’Europa, unendo De Gasperi e Spinelli, l’Italia aveva l’opportunità di tentare in prima persona una ricucitura tra europei e americani, dopo lo strappo della guerra. Poteva farlo per i buoni rapporti che Berlusconi ha costruito con Bush da un lato, e per il suo ruolo storico europeo dall’altro.

Di questa grande operazione avrebbe potuto giovarsi - insieme con tutti i soggetti politici del nostro continente - in particolare il presidente del Consiglio, che aveva un bisogno disperato di legittimazione internazionale, dopo la condotta erratica della sua politica estera, le improvvisazioni ai vertici, il velleitarismo da piccola superpotenza mediatrice e arruffona, la mancanza di uno standard da statista riconosciuto.

In più, una forte, convinta e trasparente legittimazione in Europa avrebbe aiutato Berlusconi anche in Italia, dove la sua politica e il suo programma dopo due anni arrancano visibilmente. Ecco perché il presidente Ciampi aveva sottolineato più volte l’importanza di questo appuntamento casuale (perché fissato dalla turnazione semestrale) ma cruciale. Conosceva il rischio, che da oggi potremmo a ragione chiamare «fattore B», ma vedeva anche l’opportunità: fissare finalmente una netta linea d’azione europeista per l’Italia, capace di confermare il successo ottenuto con l’aggancio dell’euro in condizioni difficilissime, e di cancellare quell’antico pregiudizio anti-italiano che riaffiora implacabile in ogni momento di debolezza della nostra immagine e della nostra politica.

Il semestre italiano ha invece spazzato via in una sola giornata - la prima - tutte le straordinarie opportunità che l’Europa ci offriva, ed è naufragato all’istante in una vera e propria crisi internazionale, con almeno tre fronti aperti: il primo è la «grave offesa» da parte di Berlusconi all’Europarlamento, come ha dovuto denunciare ieri sera il presidente Cox. Il secondo è la frattura con la Germania per l’incredibile insulto (Kapò) lanciato dal premier italiano a un deputato socialdemocratico tedesco che gli aveva rivolto critiche politiche, con il governo di Berlino che in una nota ufficiale ha giudicato «inaccettabile» il comportamento del nostro presidente del Consiglio. Il terzo è la polemica con il gruppo europeo dei socialisti e più in generale con le sinistre che contestavano l’incredibile dichiarazione del Cavaliere secondo cui il conflitto d’interessi non esiste «perché le mie televisioni mi criticano». C’è poi un quarto fronte, quello degli alleati italiani di Berlusconi, e da ieri è il fronte della disperazione. Bastava vedere l’incredulità sui volti dei ministri Frattini e Buttiglione, seduti sulle spine alle spalle del Cavaliere, mentre lui spiegava che «sono solo tre» le leggi da lui stesso varate in suo favore. E soprattutto, bastava vedere la disperazione di Gianfranco Fini - che sa da dove viene, lui e il suo partito - mentre Berlusconi attaccava il tedesco Schultz offrendogli una parte da kapò in un documentario che le televisioni stanno preparando «sui campi di concentramento nazisti». Questa volta, Fini racconterà al suo partito in subbuglio ciò che gli è toccato ascoltare e vedere a Strasburgo. E da ieri, l’uscita di An (o almeno del suo uomo simbolo, il vicepresidente) dal governo, è qualcosa di più di una minaccia.

Verrebbe da chiedersi: com’è potuto accadere tutto questo, dove nasce il cupio dissolvi del Cavaliere, perché nessuno si è preoccupato di gestire, occultare, educare gli spiriti animali che dominano il presidente del Consiglio in questa fase? Com’è possibile che in quegli staff e tra quei consiglieri nessuno abbia avvertito il premier della dogana politica e morale che corre tra l’Italia berlusconiana di oggi e l’Europa? Che nessuno abbia capito che la mistificazione e la dissimulazione propagandistica che sono la regola nell’Italia delle sei televisioni del re, non hanno corso in Europa, dove esiste una libera stampa, dove valgono regole precise e comuni, dove c’è un’opinione pubblica non ancora mitridatizzata da opinion leader compiacenti? L’Europa, oggi, è il Paese dei parametri di Maastricht, delle regole e dei comportamenti, più che di una politica e di una politica estera: come si può pensare di farla franca con il conflitto d’interessi che configura un improprio accumulo di «potere economico, mediatico e politico» (come ha detto ieri il socialista Baron Crespo) e sfocia addirittura nell’abuso delle leggi su misura confezionate dall’imputato-presidente per sfuggire al suo giudice? Eppure, anche se avevamo avvertito che l’Europa è il tallone d’Achille del Cavaliere, che la platea europea è diversa dal teatrino addomesticato italiano, che i giornali stranieri giudicano l’anomalia berlusconiana per quello che è, a differenza dei giornali italiani, non ci aspettavamo che lo scontro avvenisse così presto, con questo fragore, e con queste dimensioni.

Berlusconi è andato incontro al più clamoroso incidente di politica estera della storia repubblicana come se dovesse compiere il suo destino, citando Erasmo da Rotterdam, attaccando ancora giudici e comunisti, come in un’ossessione devastante, quasi non sapesse più distinguere la sua stessa finzione dalla realtà. La scena era politicamente crudele: il Capo di un governo europeo, nel momento solenne in cui assumeva la sovranità delegata della guida dell’Unione, riusciva a mettersi contro il Parlamento di Strasburgo, e davanti alle critiche reagiva con toni da gazzarra come in una riunione notturna di partito dopo che si sono perse le elezioni, con modi, linguaggio, immagini del tutto improprie per la seduta e per l’occasione.

L’impotenza dei suoi alleati al fianco è la controprova di una leadership assoluta, sciolta da ogni vincolo, anche quello del buon senso politico. Una leadership che è puro istinto e pura forza (gli "attributi" di cui ha parlato ieri la Lega plaudente) nella convinzione che il berlusconismo allo stato puro, se può dispiegarsi liberamente, sia sempre vincente.

L’incidente non nasce dunque dal caso, ma è figlio di una cultura, che determina una politica. È la cultura, oggi vincente in casa Berlusconi, dei "toni forti", con l’intimidazione degli avversari, gli insulti, la spallata, un misto di dilettantismo e di forza, nell’illusione rivoluzionaria di vivere ogni momento come passaggio di una sfida epocale, fuori dalla mediocrità della politica, ma dentro l’epica populista di un’avventura mitologica, con il Cavaliere invincibile alfiere della libertà in un Paese dominato da comunisti e agenti del male che congiurano contro il bene supremo, coincidente col dominio berlusconiano. C’è, in questo paesaggio politico fittizio, la rinuncia al vero compito politico supremo del Cavaliere, la missione necessaria e tuttavia già fallita, dopo la vittoria elettorale: fondere le diverse anime errabonde delle diverse destre italiane (postfascisti, leghisti, forzisti, ex democristiani) in una moderna cultura conservatrice europea per un Paese che non l’ha mai avuta.

No. Ormai è chiaro che il berlusconismo fa vincere elettoralmente la destra, ma poi la tiene prigioniera di una sub-cultura muscolare e gridata, anti-istituzionale, miracolistica, titanica e populista: una cultura che è fuori dall’Europa, e trascina tutta l’Italia in questa triste posizione pre-politica, marginale, autarchica e solitaria. Una posizione tragica per un Paese come l’Italia, trascinata dal Cavaliere nel suo stesso declino. Un declino che si annuncia terribile, se il senso dello Stato e delle istituzioni è quello mostrato ieri a Strasburgo.

Berlusconi, lite a Strasburgo

La cronaca del primo scontro tra B. e l’Europa, firmata da Gianluca Luzi per la del 3 luglio 2003

STRASBURGO - «Signor Schulz, so che in Italia c’è un produttore che sta montando un film sui campi di concentramento nazisti. La suggerirò per il ruolo di kapò. Lei è perfetto». Parlamento europeo, mezzogiorno. Berlusconi replica agli interventi degli europarlamentari e al capogruppo socialista tedesco Martin Schulz, che nel suo intervento lo aveva aspramente criticato per le vicende giudiziarie e per la politica sull’immigrazione, Berlusconi risponde con una offesa che è apparsa così intollerabile da costringere il presidente del Parlamento europeo Cox a intervenire e chiedere di cancellare la frase dal verbale della seduta.

Inutilmente, per tutto il giorno, e anche nella conferenza stampa che ha seguito lo scontro in aula, Berlusconi ha cercato di minimizzare l’incidente derubricando l’offesa a «una battuta ironica in risposta a una provocazione che offende me e tutti gli italiani che mi hanno votato». Non c’è stato niente da fare: il capo del governo non ha presentato ufficialmente le sue scuse, «non ci penso nemmeno. Mi scuso con chi non ha capito che era una battuta, anche con il popolo tedesco, ma non con chi mi ha provocato», e ha insistito nella sua tesi: «Il Signor Schulz con il suo gesticolare mi ha ricordato l’attore di una serie tv che faceva quella parte. Era solo una battuta ironica». Anzi, per spiegare che voleva scherzare, Berlusconi ha anche spiegato agli esterefatti parlamentari popolari che «in Italia tengono banco da decenni storielle sull’Olocausto. Gli italiani sanno scherzare sulle tragedie per superarle e forse non abbiamo la sensibilità che avete voi in Germania».

Comincia così, in modo certamente insolito per gli standard dell’Unione Europea, il semestre di presidenza italiana. E quasi a confermare le perplessità della stampa di mezzo mondo, l’esordio di Berlusconi è andato al di là della più sfrenata e pessimistica previsione. Ha incassato - è vero - le congratulazioni arrivate molto provvidenzialmente dal presidente americano Bush, ma le espressioni del vicepremier Fini e del ministro per i rapporti europei Buttiglione fotografavano con spietata sincerità l’imbarazzo per l’incidente. E pensare che alle nove passate da pochi minuti Berlusconi aveva cominciato la sua presidenza europea con un discorso dai toni quasi «ciampiani». Senza asprezze, ma anzi con una grande attenzione per la «mediazione» allo scopo di varare la Costituzione europea.

Poi, dopo un paio d’ore di interventi dei rappresentanti dei vari gruppi, la tempesta. Se in apertura di seduta Berlusconi aveva letto un testo scritto, nella replica ha parlato a braccio. E i segnali che stava per cambiare tono si sono avvertiti subito. Ancora una volta la giustizia è stato il drappo rosso di fronte al quale ha caricato a testa bassa. Con una importante ammissione, per la prima volta. Rispondendo alle critiche sulle leggi ad personam approvate in Italia, ha detto: «Quei tre disegni di legge sono stati la risposta, con gli strumenti della democrazia, un voto parlamentare, a chi invece profitta del suo ruolo di funzionario della giustizia per attaccare con la giustizia dei nemici politici». Comunque «è stato fatto soltanto in tre casi».

Cresce la contestazione, ma Berlusconi insiste: «Probabilmente gli amici e colleghi socialdemocratici dovrebbero ampliare le loro frequentazioni al di là dei colleghi italiani che trovano qui in Parlamento e dovrebbero ampliare le loro letture al di là dei giornali di estrema sinistra che evidentemente hanno formato i loro convincimenti». Una replica anche agli ecologisti: «Forse i signori verdi non sanno che l’hobby principale del presidente Berlusconi è quello dei fiori, del verde, dei giardini, dei parchi. E’ praticamente l’unico hobby dopo che il calcio si è allontanato da me. E la nostra politica va nella direzione di una maggiore tutela dell’ambiente».

In molti interventi era stato contestato a Berlusconi il conflitto di interessi. «Forse - ha risposto il presidente del consiglio - non avete la conoscenza del fatto che in Italia i giornali ma soprattutto le televisioni che ancora appartengono al mio gruppo e alla mia famiglia sono tra i nostri più decisi critici». Risate dai settori di sinistra del Parlamento. «Evidentemente vi manca il sole dell’Italia e non avete mai acceso la televisione italiana. Dovreste sapere che ogni giornalista ha come massima sua preoccupazione quella di apparire indipendente nei confronti dei suoi colleghi e questa indipendenza lo porta ad essere ogni giorno critico nei confronti di colui che considera il padrone».

A questo punto gli europarlamentari socialisti cominciano a battere rumorosamente le mani sui banchi: «Se questa è la forma di democrazia che volete usare per chiudere le parole del presidente del consiglio europeo - scandisce Berlusconi alzando la voce - vi posso dire che dovreste venire come turisti in Italia, ma che qui sembrate turisti della democrazia, dei turisti della democrazia. Sono stato capo dell’opposizione sei anni in Italia, non mi fanno paura questi interventi, ho l’abitudine ad essere contraddetto». Ormai il grande emiciclo è una bolgia, ma Berlusconi carica ancora: «Il signor Schulz mi ha offeso sul piano personale, gesticolando e con un tono di voce inammissibile in un parlamento come questo. Io ho detto con ironia quello che ho detto. Se non siete in grado di capire l’ironia mi dispiace, ma non ritiro, non ritiro quello che ho detto se il signor Schulz non ritira le offese personali che mi ha rivolto. Io l’ho detto con ironia lui l’ha fatto con cattiveria».

Si chiude il primo giorno di Berlusconi presidente europeo: «Nella mia storia ci sono solo successi e solo cose tese a fini buoni. Ai nostri avversari vorrei dire con un sorriso che non devono fare una tragedia di questa nostra presidenza: sei mesi passano molto in fretta. Stamattina abbiamo cominciato a divertirci».

Ecco i punti salienti delle motivazioni della sentenza

MILANO - "Una gigantesca opera di corruzione" che dagli imputati è stata "eletta a vero e proprio sistema di vita". "Il più grande caso di corruzione nella storia, non solo d'Italia", "un degrado della

giustizia che da cieca fu trasformata in giustizia ad uso privato". Parole durissime quelle che i giudici della quarta sezione penale del tribunale di Milano usano nelle motivazioni della sentenza con la quale, lo scorso 29 aprile, hanno condannato sei dei sette imputati, fra i quali Cesare Previti, nel processo Lodo Mondadori - Imi-Sir.

Vediamo i passaggi salienti delle oltre 534 pagine redatte dal tribunale presieduto da Paolo Carfì per spiegare le condanne inflitte.

Imi-Sir: gigantesca opera di corruzione. Lo studio dell'enorme materiale processuale, spiegano i giudici, ha permesso di arrivare alla conclusione che "la causa civile Imi-Sir fu tutta frutto di una gigantesca opera di corruzione".

Precise prove documentaliv. Se la sentenza è arrivata dopo due anni, 11 mesi e 88 udienze è perché al Tribunale "è stato 'concesso' molto tempo per studiare in modo capillare e approfondito tutto l'enorme materiale processuale". Il problema del "ritardo" non è stato dunque, come hanno sostenuto i legali di Previti, che il processo si è basato "solamente su un magmatico, indistinto e insufficiente quadro indiziario" ma su "precise prove documentali".

Analogie con il Lodo-Mondadori. Sempre lo studio e la comparazione degli atti ha permesso "di constatare, pure qui con un quadro che definire gravemente indiziario è dire poco, che anche la coeva causa Mondadori presenta impressionanti analogie (per l'iter processuale e la presenza sempre degli stessi protagonisti) con ciò che si è appurato rispetto alla 'gemella' controversia Imi-Sir".

La più grande corruzione nella storia dell'Italia Repubblicana. Il quadro che si delinea, per il collegio, è "quello della "più grande corruzionè nella storia dell'Italia Repubblicana e forse anche di più, se si dovesse seguire l'opinione di uno degli imputati di questo processo (Cesare Previti, n.d.r).

Imparzialità della giurisdizione. Per i giudici "certo è che si tratta di un caso di corruzione devastante, atteso che tocca uno dei gangli vitali di uno stato democratico: quello della imparzialità della giurisdizione". "Questo Tribunale - scrivono - è stato oggetto, negli ultimi due anni in particolare, delle 'critiche' più aspre e delle accuse più gravi - perché di questo si è trattato - dentro e, soprattutto, fuori dall'aula, fino a quella più infamante per un giudice: quella non poche volta propalata, di essere non al 'servizio della legge' ma al soldo di una parte politica".

Giustizia a uso privatoI. Il dibattimento Imi-Sir/Lodo, "principalmente è - ed è sempre stato - un processo ad alcuni magistrati della corte d'appello di Roma, al loro modo di concepire la funzione cui sono stati chiamati, ai loro inconfessabili rapporti con un gruppo di "avvocati d'affari e a ciò che ne è conseguito, fino al punto di poter parlare - in questo caso sì - di un degrado della giustizia che da cieca fu trasformata in "giustizia ad uso privato".

Corruzione come stile di vita. "Appare assolutamente evidente" come gli imputati Vittorio Metta, Renato Squillante, Cesare Previti, Attilio Pacifico e Giovanni Acampora "avessero eletto la corruzione in atti giudiziari a vero e proprio sistema di vita, a metodo attraverso il quale conseguire nel modo più facile, ma anche tra i più sordidi, quella ricchezza materiale evidentemente mai sufficiente, ponendo la loro professioni, le loro capacità e le loro intelligenze al servizio ora di questo ora di quello tra i 'clienti' disposti a pagare qualsiasi cifra pur di raggiungere il loro scopo".

Autodifesa dall'accusa di "moralismo". Per i giudici milanesi la condotta degli imputati non lascia dubbi. E aggiungono: "Sarà anche 'moralismo', come sicuramente qualcuno obietterà, ma ritiene questo collegio che nessuna scusante possa essere addotta da imputati a cui nessuno e nulla, nè le condizioni famigliari, nè quelle sociali, nè quelle economiche, ha imposto di vendere in tal modo, la loro imparzialità, correttezza e professionalita".

La versione di Previti: inattendibile. Sulla posizione del parlamentare di Forza Italia "pesa a suo sfavore l'iniziale menzogna relativa alla destinazione dell'ingente somma ricevuta nel 1994, a causa finita, dagli eredi Rovelli, inserita in un quadro di generale presa di distanze da tutti i soggetti in quel momento protagonisti della indagine. Una menzogna - scrivono i giudici - che pesa ancora di più quando si vanno a valutare le giustificazioni addotte dall'imputato allorquando, nel corso dell'esame dibattimentale, ha rappresentato uan diversa verità dei fatti, sempre e comunque lontana dall'accusa di corruzione".

Familiari dell'ingegner Rovelli. Il trattamento più favorevole per i familiari di Nino Rovelli è determinato "non tanto per lo stato di incensuratezza, comune a tutti gli imputati, ma più che altro in considerazione di alcune "particolarità della loro condotta criminosa". La vedova e il figlio di Nino Rovelli, per il collegio, hanno agito infatti "in un certo senso 'iure ereditario', trovandosi inseriti in un "iter criminoso già in stato di avanzata realizzazione". "Certo, nessuno dei due - è scritto -, e in particolare Felice Rovelli, sembra aver fatto troppa 'fatica' a trovare un accordo con tre intermediari". "Tutto ciò - a detta dei giudici - nella più assoluta indifferenza dei danni enormi causati non solo alla "giustizia", ma all'intera tenuta morale di una comunità".

Pessimo comportamento processuale degli imputati. A questo va aggiunto "un comportamento processuale a dir poco pessimo, volto a negare qualsiasi circostanza, anche la più evidente, così dimostrando una assoluta mancanza di un sia pur minimo 'ripensamento' della loro condotta di vita". Comportamento che "si è concretizzato in una serie di tentativi volti esclusivamente ad impedire lo svolgimento del processo, strumentalmente utilizzando gli istituti previsti dal codice: una serie infinita di ricusazioni per i più diversi motivi fin sulla soglia della camera di consiglio, la revoca del mandato ai propri difensori nel novembre 2001 in risposta alle ordinanze di questo Tribunale sulle rogatorie e sulle problematiche poste dalla sentenza 225/2001 della Corte Costituzionale, manovre dilatorie di ogni genere".

"Reati gravissimi - concludono i giudici milanesi -, anche e soprattutto da un punto di vista soggettivo; condotta processuale pessima da qualsiasi parte la si osservi; si può ribaltare agli istanti la domanda: su quali basi giuridiche potrebbero essere concesse le invocate attenuanti generiche?".

D’AvanzoLe domande al Cavaliere

MOSSA incauta lasciar troppo tempo a giudici non impigriti o burocratici. Previti si difende dal processo più che nel processo. Pensa di guadagnare tempo, di strozzare il dibattimento e cancellare ogni dubbio con la prescrizione. Si sta invece cacciando in un pasticcio peggiore perché i giudici, come talpe, sono al lavoro e nei tempi morti di due istanze di astensione, sette dichiarazioni di ricusazione e una richiesta di rimessione (non si contano i "legittimi impedimenti" di imputati e avvocati) "scavano" nei cento faldoni del processo. Milioni di carte e documenti. Riascoltano e incrociano testimonianze. Verificano date. Controllano versamenti.

Accade così che le motivazioni della sentenza di condanna del processo "toghe sporche" aggiungano al "quadro indiziario" messo insieme dall'accusa, "già di per sé concordante, preciso e univoco", un paio di prove documentali che convincono il tribunale di Milano: "La causa civile Imi-Sir fu il frutto di una gigantesca opera di corruzione che si è spinta a concordare, tra il giudice Metta e gli "avvocati occulti di Nino Rovelli" (Previti, Acampora e Pacifico), la preventiva decisione e la motivazione della sentenza d'appello che poi diverrà definitiva". E ancora di "constatare che anche la coeva causa Mondadori presenta impressionanti analogie con ciò che si è appurato rispetto alla "gemella" controversia Imi-Sir". Non solo indizi, come si affannano a ripetere senza molta convinzione i corifei del Capo, ma documenti. "Prove regine", le chiamerebbe Previti.

I giudici scoprono nelle carte sequestrate negli studi di Acampora e Pacifico la "prova" della corruzione. Minute di perizie volute dal Tribunale concordate con gli avvocati di parte e poi "travasate" in Tribunale. Bozze di sentenze dei giudici preparate prima della sentenza con la collaborazione degli avvocati di una delle parti in causa. ("Una realtà che questo Tribunale fatica a non definire sconvolgente").

Sono "prove documentali" che giustificano le conclusioni del Tribunale: Vittorio Metta (ha giudicato sia l'Imi-Sir che il Lodo Mondadori) "si è fatto "aiutare" da alcuni avvocati nella stesura della sentenza di rinvio della causa Imi-Sir per dar ragione alla parte Rovelli dietro compenso in denaro ... Se la motivazione Imi-Sir è stata stesa "in collaborazione" con studi legali esterni, quella del Lodo risulterà quanto meno dattiloscritta in "ambito non istituzionale" e, con ogni probabilità, anche redatta prima della stessa Camera di Consiglio".

Per il Tribunale è provato ("assolutamente provato") che "il giudice Vittorio Metta, fosse un magistrato corrotto, ormai a " libro paga" (come dimostra l'afflusso continuo e costante di denaro nella sua disponibilità); un giudice non "occasionalmente" ma "stabilmente" organico a quella lobby di magistrati e avvocati "gestita" da Cesare Previti con la stretta collaborazione di Pacifico e (almeno per quanto riguarda questi due processi) Acampora".

L'affresco disegnato dal migliaio di pagine della motivazione milanese "delinea il quadro della "più grande corruzione" nella storia dell'Italia repubblicana". E' un caso di corruzione devastante, ragionano i giudici, perché deforma uno dei gangli vitali di un moderno stato democratico: quello della imparzialità della giurisdizione. "Perché, indipendentemente da come è stato "presentato" al di fuori dell'aula, questo processo solo "mediaticamente" è stato definito come "processo Previti"; in realtà, principalmente è ? ed è sempre stato ? un processo ad alcuni magistrati della Corte di Appello di Roma, al loro modo di concepire la funzione cui sono stati chiamati, ai loro inconfessabili rapporti con un gruppo di "avvocati d'affari" e a ciò che ne è conseguito, fino al punto di poter parlare ? in questo caso sì - di un degrado della Giustizia che da cieca fu trasformata in "giustizia ad uso privato"".

Ora soltanto l'ipocrisia (o una colpevole acquiescenza) potrebbe impedire di porre qualche questione a un presidente del Consiglio che qualche fortuna ha lucrato da quell'uso privato della giustizia. Cesare Previti è stato il braccio destro dell'imprenditore Silvio Berlusconi. E' stato ed è sodale di Silvio Berlusconi politico, il più stretto e ascoltato tra i collaboratori dai tempi dell'acquisto della villa di Arcore dai marchesi Casati fino alla nascita di Forza Italia e alla vittoria elettorale della Casa delle Libertà. Cesare Previti, nel tempo, è stato in possesso, come dice (come egli stesso ha detto in aula durante il processo, 28 settembre 2002), "di un mandato professionale molto ampio per rappresentare la persona fisica come il gruppo di Silvio Berlusconi". Ha detto Previti: "Io rappresentavo il dominus per le questioni legali, sceglievo gli avvocati, esaminavo nei dettagli tutti gli argomenti che avremmo usato e anche le persone e le operazioni da organizzare nelle varie situazioni".

Questo ruolo era occulto, segreto. Non c'è (né Previti lo ha mostrato) un solo documento processuale che porta la sua firma: un atto di citazione, una comparsa di risposta, una memoria conclusiva, un parere giuridico, un atto di transazione; come non esiste neppure (né è stata mostrata) una fattura, una ricevuta informale, un estratto dei libri contabili di Fininvest, un qualsivoglia documento che attesti la causale dei pagamenti effettuati dal Gruppo a favore di Cesare Previti. Bene. Né la Fininvest né Previti amano il fisco, e questo si sa. Ma quel ruolo di dominus che Previti rivendica, i suoi metodi, le scelte delle "operazioni" era, anche se in controluce, a conoscenza di Silvio Berlusconi?

Le conclusioni di questo processo che non si doveva fare, che il governo e il Parlamento hanno in ogni modo provato a soffocare, mostrano il lavoro di Previti nel momento più saliente e autentico. Altro che comparse di risposta o atti di transazione. Il lavoro di Previti, dice la sentenza milanese, era il lavoro sporco del corruttore. Di quel lavoro sporco si è avvantaggiato anche Silvio Berlusconi mettendo illecitamente le mani sulla più grande casa editrice del Paese costruendo così il più grande gruppo italiano di media. Qualcosa il presidente del Consiglio dovrà pur dire perché purtroppo qualcosa, questa sentenza, dice di lui.

Dice, innanzittuto, che non tutti i suoi successi luccicano. A coronamento del suo impero ? se leggiamo le pagine del tribunale di Milano ? c'è la corruzione, il maneggio, il baratto. Non c'è scritto da nessuna parte che Berlusconi sapesse dei metodi opachi di Cesare Previti. E' lecito pensare che Berlusconi non poteva immaginare nemmeno che quando "Cesarone" gli diceva: "Silvio, ci penso io!", Previti aveva già in mente quale scorciatoia imboccare, qualche giudice muovere, qualche collegio comporre, qualche toga infine corrompere. Certo, ha ragione il tribunale di Milano, "un contributo di chiarezza alla problematica dei rapporti, anche economici, fra l'imputato Previti e il Gruppo Fininvest, poteva essere dato da Silvio Berlusconi, atteso che da un conto non ufficiale del suo gruppo, è stata bonificata a un suo strettissimo e "storico" collaboratore (sono concetti espressi dallo stesso Previti) la comunque considerevole somma di 3 miliardi di lire in dollari, cui non corrisponde alcuna regolare fattura. Ma il presidente del Consiglio, dopo aver concordato con il Tribunale la data del suo esame (previsto per il 15-7-2002 a Palazzo Chigi), comunicava il sopravvenire di un impedimento per quella data e contestualmente manifestava la volontà di avvalersi del diritto di non rispondere".

Berlusconi può, adesso che le ragioni della condanna di Previti sono squadernate, "avvalersi del diritto di non rispondere" come sempre ha fatto dinanzi ai giudici, all'opinione pubblica, ai media? Al di là di quel che ieri sapeva o non sapeva, oggi dinanzi agli occhi di Berlusconi c'è la trama che per decenni ha tessuto il suo Cesare. Il capo del governo non può far finta di non vedere. Non può continuare a parlare di "complotto" perché i fatti sono i fatti, le parole parole, i documenti documenti e fatti, parole e documenti dicono che Previti era il regista di una squadra di "barattieri di sentenze" che ha favorito anche gli affari del capo del governo. Che cosa pensa Berlusconi del suo amico e dei vantaggi che, grazie a lui, ha ottenuto? Anche se fino a sentenza definitiva a ogni imputato va garantita la presunzione di non colpevolezza, non crede Berlusconi che sia più saggio prendere subito le distanze dal suo "compagno di strada"? Non conviene attendere in maniera più neutra, più distaccata, meno "politica" gli ulteriori gradi di giudizio? Non è utile per sé, e per il Paese che governa, liberarsi da quel vincolo amicale e professionale che rischia di trascinarlo a fondo?

Non avverrà nulla di ciò, come è ovvio. Berlusconi accetterà di condividere con il suo braccio destro il calvario che, dopo la legge che lo rende immune, sarà per lui soltanto politico. E' fin d'ora chiaro però che sarà arduo e irragionevole, nei prossimi mesi, posare a "indignato" quando l'intera stampa internazionale a ogni sortita pubblica gli chiederà: signor Berlusconi, lei sapeva che Cesare Previti ha corrotto i giudici chiamati a decidere degli affari di Fininvest? E oggi che lo sa, non ha niente da dire?

Auguri, signor Berlusconi.

MAI come in questi giorni è parso visibile il confine che separa l'Italia berlusconiana dall'Europa democratica. Viviamo, noi italiani, in un mondo a parte e basta accendere la televisione per capirlo. La folle volgarità con cui Silvio Berlusconi ha inaugurato lo show semestrale ha provocato uno scandalo internazionale, regalato tonnellate di discredito all'Italia e costretto l'autore a scusarsi ufficialmente con il governo tedesco. "L'Europa è compatta nel disgusto per Berlusconi", per citare un titolo inglese. E i nostri (anzi, i suoi) telegiornali, pubblici e privati, che cosa fanno? Prima nascondono e censurano, poi minimizzano secondo il manzoniano "troncare, sopire".

Mezzibusti da sbarco e da riporto s'affannano a precisare che si è trattato appena di un "battibecco", di un "piccolo incidente". Il cittadino comune non si spiega allora perché intorno a un'inezia si muovano le cancellerie, venga convocato l'ambasciatore a Berlino, Fini e Follini prendano le distanze. Per non sbagliarsi, i servizi di Tg1, Tg2, Tg5 adottano come propri gli slogan del capo, come si faceva nei cinegiornali Luce. Lo schema è dunque "l'ironia di Berlusconi" opposta alla "cattiveria di Schulz". Che cosa c'entri l'ironia nel dare del kapò a qualcuno, Dio solo lo sa. Anzi lo sanno Berlusconi e i suoi servi. Non è del tutto chiaro neppure il criterio morale per cui fare una battuta sul conflitto d'interessi o sulle leggi ad personam rappresenterebbe un delitto contro l'umanità, indice di cattiveria "nazista", roba insomma da Norimberga. Mentre scherzare sui lager è indice di raffinato sense of humour. Lo stesso Berlusconi a mente fredda, si fa per dire, si è giustificato così: "Circolano numerose storielle sull'Olocausto. Gli italiani sanno ridere delle tragedie".

Ma in questo modo il Cavalier barzelletta offende, dopo i tedeschi, anche il nostro popolo. Non gli italiani ma certi italiani amano ridere sulle tragedie altrui. In particolare, dice il portavoce della comunità ebraica, "pochi imbecilli che evidentemente il presidente del consiglio frequenta".

Questo scandalo è l'ultimo di una lunga serie che basterebbe nell'Europa democratica a stroncare qualsiasi carriera politica. Non sarà così da noi, dov'è destinato a cadere nel vuoto della rassegnazione. Ma almeno può servire a sbarazzare il campo da un equivoco e da una leggenda che ha trovato spesso adepti anche a sinistra. Silvio Berlusconi non è affatto quel Grande Comunicatore che crede e soprattutto che riesce a far credere ai suoi avversari. Se lo fosse, non commetterebbe colossali sciocchezze come quella dell'altro giorno o l'altra, clamorosa, sullo "scontro di civiltà" con l'Islam. Berlusconi è un padrone arrogante e paternalistico, un politico ignorante e autoritario, che perde la testa ogni volta che si trova di fronte a una singola domanda o critica da parte di un uditorio giornalistico e politico sul quale non ha influenza. È insomma incapace di affrontare una delle situazioni più normali, quotidiane, di un politico democratico.

Se da noi Berlusconi passa per Grande Comunicatore è perché, molto banalmente, possiede o controlla il novanta per cento dell'informazione. In questi anni non ha mai dovuto affrontare un pubblico contraddittorio democratico. Può fare e dire quel che gli pare senza dover rispondere o chiedere scusa a nessuno perché gode dell'impunità e immunità mediatica, la più ampia, pericolosa e antidemocratica che esista nell'era dell'informazione. Bush è sotto accusa per le bugie sulla guerra, il mito di Blair demolito dalla tv pubblica. Ma nell'Italia di Berlusconi i cittadini non sanno, non devono sapere, non possono dunque giudicare. Questa è la differenza fra noi e loro, la strana legge di questo mondo a parte, la vera anomalia italiana. Ed è un dramma che gli avversari di Berlusconi non abbiano capito che sarebbe bastata una riforma liberale dell'informazione (e della Rai) per vedere svanire il portentoso fenomeno berlusconiano.

Per fortuna c'è l'Europa. Dove il re in doppiopetto appare sempre più nudo. Gli basta trovare sulla strada un giornalista libero o un socialista europeo, senza neppure poter gridare ai carabinieri "identificatelo!". E non sarà certo la ridicola legge sul conflitto d'interessi in preparazione a fornirgli un po' di decenza. Agli italiani che non scherzano sulle tragedie e sulla libertà rimane soltanto da vergognarsi per lui. Detto con ironia, sia chiaro

COVER STORY
Forza Berlusconi!

Il battagliero Presidente del Consiglio italiano ha convocato Boris Johnson e Nicholas Farrell nel suo rifugio in Sardegna, e ha concesso loro di fare un'analisi del suo successo.

E' il crepuscolo in Sardegna. Il sole e' svanito dietro alle rocce a strapiombo. I grilli, da un momento all'altro, hanno smesso di cantare. Le guardie con il fucile automatico a tracolla si aggirano all'interno della macchia di mirti e olivi, e l'uomo piu' ricco d'Europa mi afferra per un braccio.

La sua voce e' eccitata "Guarda!" dice, puntando la torcia "Guarda la forza di quell'albero!" E' davvero una visione suggestiva.

Un antico ulivo che sembra risalire al Giurassico e' cresciuto fuori da una crepa nella roccia e, come un paziente pitone di legno, ha spaccato in due il grande masso grigio. "Straordinario" mormoro io. Il mio ospite ed io ci fermiamo pieni di reverenziale timore di fronte alla forza dell'ulivo. Se Silvio Berlusconi, 67 anni, primo ministro italiano, sta segretamente sperando che una metafora prenda forma nella mia mente, non restera' deluso.

Che cosa dimostra questo ulivo, cosi' eccessivo, se non la forza che guida Berlusconi stesso? E che cosa sta a simboleggiare questa colossale roccia spaccata? Che si possono provocare l'establishment politico italiano, o l'elite liberale europea, o semplicemente le opinioni dell'Occidente civilizzato: tutte entita' che Silvio ha scandalizzato e diviso. Solo la settimana scorsa il ministro degli esteri svedese, Anna Lindh, ha lanciato anatemi non solo contro Berlusconi, ma anche contro l'Italia.

Con il governo di Forza Italia -ha asserito- l'Italia non puo' piu' essere considerata parte della tradizione occidentale europea o condividere i suoi valori. Ed e' una offesa bruciante se si considera che il testo fondante dell'Europa e' il Trattato di Roma. Ehi! Ma dov'era la Svezia alla conferenza di Messina del 1955? Alla vista di Berlusconi che viene demonizzato da Anna Lindh potreste trovarvi come me, nell'atto istintivo di sguainare la spada per difenderlo. Ma sospetto che sia stato l'attacco dell'Economist a fare centro su Berlusconi e il suo entourage, anche perche' viene letto dagli Americani, o almeno giace sui tavolini dei loro salotti.

Per due volte questa celebre rivista (motto: l'intelligenza di essere stupidi) ha scalciato violentemente contro Silvio. Ha detto che non e' idoneo a governare l'Italia e, in un numero recente, gli ha rivolto 28 accuse, e ha detto che non solo non e' idoneo a governare l'Italia, ma non e' nemmeno adatto ad essere il Presidente dell'Unione Europea - incarico che manterra' fino a dicembre. E' proprio l'attacco dell'Economist che puo' aver contribuito alla presenza dello Spectator qui, fra le canne e il rosmarino, nella sua tenuta di 170 acri in Costa Smeralda. Nick Farrell, il nostro corrispondente italiano nonche' biografo di Mussolini, e' volato fin qui da Predappio. Io sono stato convocato dalla parte opposta dell'isola dove, per una coincidenza, anche la famiglia Johnson stava trascorrendo la sua vacanza, seppure in una sistemazione infinitamente meno splendida.

Quando Farrell ed io ci incontriamo in un bar di Porto Rotondo per discutere sulla tattica da adottare, decidiamo che, naturalmente, e' necessario sollevare il problema delle accuse con il Signor Presidente, come viene chiamato il Primo Ministro. Ma sappiamo che sara' poco probabile per noi arrivare ad un verdetto sulle questioni chiave, che riguardano la mancata vendita nel 1985 di una fabbrica di biscotti, di proprieta' dello Stato, alla Buitoni, regina degli spaghetti. Lasciamo queste faccende agli avvocati e alle calcolatrici ormai esaurite dell'Economist. Noi abbiamo un proposito piu' grande e piu' alto: e cioe' vogliamo stabilire, secondo la nostra sensibilita', se il Signor Berlusconi, nel complesso sia un forza benefica per l'Italia, l'Europa ed il mondo.

Siamo stati per tre ore con lui. Siamo stati seduti ad un tavolo nel soggiorno, con Berlusconi a capotavola, che mostrava i capezzoli in trasparenza, attraverso un pigiama

bianco alla Marlon Brando. Di tanto in tanto quel tavolo veniva picchiato vigorosamente, tanto da far tremare i soprammobili di vetro e le statuette femminili nude in giro per la stanza. Abbiamo bevuto pinte di te' ghiacciato e zuccherato, servite in silenzio, senza bisogno di chiedere, mentre lui delineava la sua visione del mondo, robusta e neo-conservatrice. Ad un certo momento, dopo circa un'ora, il Primo Ministro e' scomparso in cucina e ha fatto portare tre coppette di gelato alla vaniglia e pistacchio, come per rifornire la sua torrenziale loquacita'. L'abbiamo sentito esaltare la Thatcher, lodare Blair ('Che io sappia non siamo mai stati in disaccordo su qualcosa'), magnificare Bush e condannare la magistratura italiana come "antropologicamente diversa dal resto dell'umanita'".

Valentino, il suo simpatico interprete, dice che e' stata l'intervista piu' dettagliata e generosa che il leader abbia mai concesso, e, verso le sette, francamente, Farrell ed io ci sentiamo un po' stanchi. Ma non c'e' verso di fermare il raggiante e vivace multi-miliardario che tende un po' alla calvizie.

Ha avuto uno scontro con il cancro un paio d'anni fa; il suo colorito e' un po' giallino per essere quello di un uomo che ha passato il mese di agosto in Sardegna; ha piu' l'aspetto di un uomo da un milione di lire che quello di un uomo da un milione di dollari. Ma e' il piu' frizzante compagnone che si sia mai visto. "Facciamo un giro"(in italiano nel testo) dice.

Quando Berlusconi e' al volante della macchina elettrica non corre tranquillo, ma accelera e frena lungo i sentieri ben puliti della sua tenuta, come Niki Lauda sulle curve di Monza. E, mentre i suoi passeggeri oscillano come anemoni marini, indica a gesti un paesaggio naturalmente splendido, con il sole che tramonta e il Mar Tirreno che volge dall'indaco all'azzurrino chiaro. Ma lui vede dappertutto i segni del lavoro delle sue mani e, in un certo senso, tutto sembra il prodotto della sua immaginazione. "Ecco" dice, indicando una fila di plumbago azzurre "questo e' il fiore di Forza Italia. Il fiore non lo sa, ma io si'"

Forza Italia! Come on Italy! Il nome stesso sembra echeggiare dalle tribune di uno stadio, e sarebbe sufficiente a far arricciare il naso ad Anna Lindh e all'Euronomenklatura. Forza Italia era il movimento da lui fondato nel 1994 sfruttando il suo patrimonio da 12 miliardi di dollari, con cui ha conquistato per la prima volta la leadership, per poi perderla quando i suoi alleati di destra gli voltarono le spalle, e gli avvocati lo circondarono (ndt.forse intende i PM). Fu accusato di corruzione. Combatte' e resistette. Ma la FORZA era grande in Berlusconi e nel 2001 torno' all'assalto.

Di porto in porto andava la nave di Forza Italia - non diversamente da quella sulla quale aveva cantato il diciassettenne Berlusconi- e folle adoranti si materializzavano davanti alle telecamere. Al costo di 20 milioni di dollari (ndt. mi sembra una cifra esagerata) distribui' capillarmente in 12 milioni di case italiane la sua magnifica Berluscografia di 128 pagine a colori, Una Vita Italiana. All'interno una fantastica, vulcanica storia di auto-propulsione all'americana; la precoce abilita' nelle traduzioni di latino e greco, una capacita' che metteva a disposizione dei compagni meno dotati in cambio di denaro; gli amici devoti rimasti con lui mentre espandeva il suo impero, a cominciare dalla citta' che costrui' nel 1960, in una palude fuori Milano, che conta 4000 abitanti e che, a giudicare dalle fotografie, e' gradevole in senso Milton-Keynesiano.

Si veniva a sapere della sua prima moglie, e di come i loro sentimenti si fossero tramutati "da amore in amicizia" prima che si trovasse una seconda moglie, una bionda da knock-out, la soap-star Veronica Lario.

Venivano fornite notizie sui suoi abiti (Ferdinando Caraceni), sul suo cuoco, sul suo cancro, e, soprattutto, veniva riportata la testimonianza di sua madre Rosella.

La mamma di Silvio diceva che Silvio era un tipo davvero in gamba, e qualsiasi cosa dicesse la mamma di Silvio, le altre mamme la prendevano molto seriamente.

Tutte le pagine erano costellate del suo allegro sorrisetto da scoiattolino e del suo naso disneyano. Per ogni piccolo uomo d'affari italiano simboleggiava l'ottimismo e la fiducia e l'abilita' nell'ottenere le cose che voleva.

E qui, alla prima fermata della nostra scarrozzata, ha luogo una lezione sul suo approccio al poter-fare.

Un giorno Silvio arrivo', e scopri' che avevano abbattuto tutti gli alberi

nel raggio di 50 metri per allestire una pista per l'atterraggio degli elicotteri.

Lui non la voleva una pista per gli elicotteri. Era disperato. Ando' a dormire,

la sera di Pasqua, arrovellandosi sul problema.

"A un certo punto decisi che da ogni male bisogna saper trarre qualcosa

di buono. Pensai che potevo creare un labirinto, e poi decisi di creare

qualcosa che non era mai esistito prima - un museo dei cactus.”

Scendiamo e ammiriamo il bizzarro anfiteatro in cui un pubblico di 4000

spettatori spinosi, comprendente 400 specie, provenienti da sette diversi

paesi, guarda giu' dalle terrazze circolari, verso una bella piscina blu

affacciata sulla baia.

"Questo e' il cervello del mio ministro delle finanze" dice Silvio, indicando

un qualcosa che assomiglia a un carciofo rabbioso "idee dappertutto". Accarezza i fianchi polverosi di un'altra pianta per mostrare la sua ingegnosa difesa contro le formiche che si arrampicano. "E questo -dice, indicando un'abominevole collezione di spine- e' il cuscino della suocera. Questa roccia e' arrivata da Lanzarote!" Perche' e' arrivata da Lanzarote? Era proprio necessaria? Forse no, ma serviva a dimostrare che Silvio puo' smuovere le montagne.

Di certo ha smosso Farrell che sta manifestando sintomi di intenso rapimento. "Bravo Signor Presidente (in italiano nel testo)" dice il biografo di Mussolini "Veramente bravo".

Berlusconi fa un gesto come per smorzare il nostro entusiasmo, ma non resiste alla tentazione di trarre una morale: "Vedete -dice- questo e' cio' che riesce a fare il settore privato!" Sono io che l'ho fatto: il vanto di ogni maschio-alfa. Come il bimbo di tre anni alla mamma che lo asseconda, come Agrippa sul fregio del Pantheon.

La sua energia e' piaciuta al popolo italiano, che l'ha ricompensato alla grande. Nel 2001 ha ottenuto una maggioranza mai vista, che gli consente di controllare le due Camere. Ha avuto la fantastica opportunita' di realizzare quello che proclamava essere il suo sogno: una riforma dell'Italia di tipo thatcheriano, che prevede tagli alle tasse. I suoi nemici scoppiavano di indignazione e, in effetti, si puo' comprendere la causa del loro fastidio. E' sconvolgente che un uomo solo abbia una simile concentrazione di potere commerciale e politico. Fa quasi venire la nausea l'idea che quest'uomo affascinante non sia solo il piu' grande magnate dei media in Italia, essendo proprietario della piu' grande casa editrice, la Mondadori, della piu' importante squadra di calcio, il Milan, di parecchi giornali e di un bel pezzo della televisione italiana, ma anche il Primo Ministro.

Gli prospettiamo questi dubbi e Berlusconi li restituisce tutti al mittente, con frasi ben oliate. No, non e' entrato in politica per proteggere i suoi interessi commerciali, come egli stesso avrebbe confessato in privato, secondo il giornalista Enzo Biagi. Dice: "Non potevo lavorare per tutta la vita in Italia con un governo comunista, di sinistra" No, non c'e' conflitto di interessi. La gente puo' scrivere quello che vuole sui suoi giornali. "Sono l'editore piu' liberale della storia." E no, le accuse dell'Economist sono vecchie, sciocche, senza fondamento e, intanto, mentre reitera la sua difesa, il tavolo subisce una gragnuola di colpi.

E' proprio la cosa giusta votare una legge che lo esoneri da ogni processo durante il periodo del suo mandato, Chirac ha fatto lo stesso.

Ma, l'oggetto di questa intervista non e' mai stato quello di stabilire la natura poco limpida dei suoi affari. Noi stavamo solo cercando di valutare se, facendo un bilancio complessivo, lui rappresenti qualcosa di buono. La nostra risposta, quando la gita sulla golf-buggy e' terminata e ci ritroviamo seduti, esausti come due urie coperte di petrolio, davanti ad una birra a Porto Rotondo, e' un si' senza riserve.

E' difficile non restare affascinati da un uomo che pone un simile interesse nei cactus e che e' capace, alle riunioni dei leaders europei, di raccontare barzellette non solo sui comandanti dei campi di concentramento nazisti, ma anche sul fatto che sua moglie se ne stia o no andando con qualcun altro. C'e' qualcosa di eroico nel suo stile, qualcosa di allegramente imperiale - dalla enorme piscina che ha creato riempiendo un bacino fra le colline sarde, alle quattro vasche per talassoterapia che ha allestito per Veronica, e che sono alimentate con dei computer piu' avanzati di quelli che vengono usati per i lanci sulla luna.

Non e' necessario che lui asserisca di non aver mai licenziato uno dei suoi 46.000 dipendenti. Ci basta scrutare da vicino le facce del suo cuoco e del suo maggiordomo, mentre ci passano accanto in un'altra golf-buggy, salutandolo con familiarita'. "Dove andate di bello?" chiede Berlusconi "Ce ne andiamo a fare un giro!" dicono. Si', sembrano felici. Secondo me, cio' che attrae in lui e' il fatto che assomiglia a tante delle cose che ha portato qui, su questa costa sarda. E' un innesto.

Improvvisamente, dopo decenni in cui la politica italiana e' stata ostaggio di una serie di cupi, sinistri partitocrati che parlano in politichese, e' sbocciato questo fiore di super entusiasmo americano. Si', puo' darsi anche che sia rimasto coinvolto in affari discutibili; puo' anche darsi che venga scoperto e debba pagarne il prezzo. Per adesso, tuttavia, sembra ragionevole permettergli di continuare con il suo programma. Puo' fallire. Ma, a quel punto, - e questo andrebbe scritto a lettere cubitali, ripiegato e infilato nella bocca di Anna Lindh, il ministro degli esteri svedese- il popolo italiano puo' non votarlo piu'.

Ad Anna Lindh forse non garba, ma lui e' stato eletto democraticamente da quello stesso popolo che lei insulta. Se dobbiamo fare un paragone tra Silvio Berlusconi e Anna Lindh, e altri politici europei, prepotenti e pieni di pretese, sono d'accordo con Farrell: come la voce narrante dice di Jay Gatsby (un uomo cui Berlusconi per qualche verso assomiglia): "meglio lui di tutti quegli altri".


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Berlusconi e i giudici matti: ecco l’intervista

Questo è il testo integrale dell’intevista rilasciata da Silvio Berlusconi, così come pubblicata dal quotidiano La Voce di Rimini del 4 settembre 2003

Si è rappacificato con il cancelliere Schroeder, dopo che Lei ha paragonato il parlamentare europeo Martin Schulz ad un kapò?

Non c'è mai stata nessuna rottura. Con Schroeder ci fu solo una telefonata. Ero io che ero offeso, il mio governo il mio paese. E ho risposto con una battuta. Volevo essere spiritoso. Tutto il parlamento ha riso. La mia risposta è stata presa ed usata contro di me. Ma sapete una cosa? Era una risposta a cui era praticamente impossibile per me resistere perché una volta ho trasmesso 120 episodi di Hoganls Heroes in cui c’era questo Sergente Schulz. Vi ricordate? Era una battuta che mi è venuta spontaneamente. Ed è uscita di getto. Cerco sempre di essere ironico nei miei discorsi. Comunque, ho avuto una conversazione telefonica con Schroeder in cui ho detto che la mia intenzione non era stata di offendere e che ero dispiaciuto del fatto che la mia battuta avesse offeso qualcuno.

Cosa lo ha provocato?

In quella seduta del Parlamento i discorsi erano stati preparati precedentemente sotto la regia degli europarlamentari della Sinistra Italiana. Così ne era uscita la seguente immagine dell'Italia: uno, che in Italia c'è un signore che controlla l'85 per cento della stampa italiana - è vero il contrario - io sono l’editore più liberale della storia; due, che questa persona controlla anche tutta la televisione italiana,ú quando ho un amico che è Emilio Fede che ha il 7 per cento di share; tre, che metto sotto i piedi i giudici italiani e quindi che, se l'Italia si candidasse oggi per far parte dell' Unione Europea, sarebbe respinta. Questo era l'argomento dei discorsi della Sinistra quel giorno. La realtà italiana è che è una democrazia assoluta con delle anomalie. Una è che abbiamo un'opposizione che non è del tutto democratica perché è fatta di persone che furono comunisti e protagonisti del partito comunista Italiano che era stalinista in origine. Un'altra anomalia che all'estero non è conosciuta è che abbiamo una magistratura estremamente politicizzata. E la terza anomalia è che c’è un’enorme disinformazione da parte della stampa. Basta leggere 'La Repubblica', basta leggere 'l'Unità'- sono quotidiani completamente al servizio della Sinistra. Se leggete l’Unità penserete di star vivendo sotto una tirannia.

Qual è la prova che noi abbiamo una magistratura politicizzata?

La dichiarazione stessa dei giudici. In una delle loro organizzazioni – magistratura democratica – hanno dichiarato pubblicamente che i loro membri devono usare il sistema legale per rovesciare lo stato borghese.

Berlusconi sulla cospirazione della sinistra

La gente non considera la storia della politica italiana. Per mezzo secolo l'Italia è stata governata da una coalizione di cinque partiti che erano di origine democratica e pro-occidente, i cristiano-democratici, i socialisti, i repubblicani, i social-democratici e i liberali. Il sistema italiano ha prodotto 57 governi in poco meno di 50 anni. Io sono a capo del cinquantasettesimo governo e per la prima volta in cinquanta anni ho la grande maggioranza in entrambe le Camere del Parlamento. Successe anche nel 1992, dopo la caduta del muro di Berlino, il partito comunista, la Sinistra, era stata sconfitta dalla storia, non fu processato per la complicità morale con i crimini del regime comunista – che loro avevano sempre appoggiato, dalla Cambogia a Fidel Castro a Milosevic – e venivano appoggiati perché la Sinistra ha sempre avuto un’attrazione fatale per la dittatura, sapete, e non furono portati in tribunale perché la Sinistra fece infiltrare i suoi uomini in tutti i punti nodali dello stato, cioè le scuole, i giornali, le stazioni TV, la magistratura, nel sistema nervoso centrale dello stato. Invece di essere processati, usarono le loro infiltrazioni non per essere processati, ma per portare in tribunale tutti gli altri partiti, a cui la storia aveva dato ragione.

Perché è entrato in politica?

Sono entrato in politica con grande dispiacere, ma nel 1994 ho pensato che l'estrema Sinistra sarebbe stata un disastro per l'Italia. I partiti della Sinistra controllavano il 34 per cento dei voti, ma avevano più dell’ 80 per cento delle poltrone in Parlamento perché gli altri partiti, quei cinque partiti che avevano governato l'Italia per 50 anni, erano distrutti. Ero l'uomo più popolare in Italia perché ho creato la TV commerciale dal niente ed ero un importante uomo d'affari, perché ero un uomo di sport con molte vittorie. Avevo cinque squadre e non solo di calcio, ma di hockey, pallavolo, rugby ed erano vittoriose In tutti i campionati italiani e mondiali. Ho costruito piccoli paesi ed ero Il proprietario della seconda più grande catena di supermercati - tutti gli italiani lo sapevano. Ero alla guida di un movimento popolare, e la gente lo diceva, tu sei la nostra sola speranza di non avere un governo di Sinistra.

Perché tutti i commentatori lo attaccarono?

Credo ci sia un elemento di gelosia in ognuna di queste persone perché non riesco a trovare un'altra spiegazione. Tutti questi giornalisti - Biagi, Montanelli - erano più anziani di me e credevano di essere loro quelli importanti nel nostro rapporto. Poi il rapporto si è capovolto e io sono diventato ciò che loro stessi volevano essere. Dunque, dato che loro non mi sono politicamente affini, si è sviluppato un sentimento irrazionale tra giornalisti italiani molto famosi.

Berlusconi dice di ammirare la signora Thatcher, ma sta veramente conducendo una rivoluzione thatcheriana in Italia?

Sono un grande ammiratore della Signora Thatcher, ma ho letto nella sua biografia che nei suoi primi quattro anni lei ha compiuto molto poco. Ho grandi difficoltà con il sistema bicamerale italiano, e devo discutere qualsiasi cosa con i miei compagni di coalizione. Il Primo Ministro italiano non ha il potere di Tony Blair. Io ho solo il potere di persuasione morale. Non posso licenziare un ministro o un sottosegretario, ed è quasi un miracolo che sia stato capace di fare ciò che ho fatto. Ho ereditato uno Stato non solo con il debito pubblico più alto in Europa, al 105 per cento del nostro PIL, e il 6 per cento di quel Pil va a ripianare il nostro debito, e questo ha un fortissimo impatto sul nostro margine di manovra. Ma ho anche ereditato un paese che è vecchio nelle sue strutture e nelle sue istituzioni. L’Italia ha una classe imprenditoriale molto valida, grazie a Dio, e sono i 5 milioni di imprenditori la vera ricchezza d'Italia. Ma lo stato è vecchio, obsoleto, con una pubblica amministrazione che è pletorica, inefficiente e molto costosa. Abbiamo abolito la tassa di successione, Quella sulle donazioni, abbiamo introdotto break di tasse per le imprese. Abbiamo aumentato la deduzione dalle tasse per ogni figlio da 1m lire a 1,5m lire. In 5 anni intendo mantenere la mia promessa e portare l'incidenza delle tassa sul reddito personale dal 47 per cento al 33 per cento. Allo stesso tempo voglio creare delle grandi zone tax-free per i meno abbienti. Quando abbiamo guardato i libri, abbiamo trovato un debito extra di 13 miliardi di euro, ma dopo due anni siamo avanti sulla tabella di marcia. Ho garantito le condizioni in cui ci saranno un milione di nuovi posti di lavoro. Stiamo provando a togliere persone dal mercato nero e regolarizzare il loro impiego. Poi il tasso di crimini denunciati è del 12 per cento più basso, perché stiamo trasformando la filosofia di giustizia e ordine da una filosofia puramente repressiva ad una di tipo preventivo. Abbiamo introdotto una figura simile a quella del vostro “bobby" in tutte le maggiori città italiane: nelle strade, nelle piazze, nei pressi delle scuole, negli stadi. Ora circolano in coppia e in futuro forse potranno farlo da soli. Inoltre ho presentato un vasto programma di opere pubbliche, del valore di 125 miliardi di euro, comprendendo 125 opere di maggior importanza delle quali 6 sono epocali, come il ponte a Messina e la barriera a Venezia. Sono già riuscito a digitalizzare la nostra pubblica amministrazione e a rendere il nostro mercato del lavoro il più flessibile in Europa. Sì, è più flessibile di quello inglese, ora.

La sua fiducia nella mediazione per la Convenzione europea.

Credo che il solo modo sia di approvare che ciò è emerso dalla convenzione di Giscard esattamente come è, forse con una o due modifiche, ma questo è tutto. L'Italia è naturalmente favorevole ali'introduzione di un riferimento alla cultura cristiana dell'Europa, o cultura giudaico-cristiana, ma ci sono solo 4 paesi che appoggiano questa causa, Italia, Spagna, Olanda e Polonia. Noi lo vogliamo ma francamente non credo che sarà possibile. Sarebbe una buona cosa se avessimo una comune politica straniera, se l'Europa avesse una singola voce, ma so che al momento non è possibile.

Perché ha appoggiato la guerra in Iraq?

Abbiamo avuto molti dubbi sulla necessità di questa guerra, e abbiamo cercato di evitarla, ma quando abbiamo visto che gli Stati Uniti e l'Inghilterra, nostri tradizionali alleati, avevano deciso dì fare la guerra, noi siamo stati solidali nei loro confronti. Facciamo l'esempio di un nostro fratello che si lancia In un affare dopo che per tre mesi gli abbiamo chiesto di desistere - beh, è mio fratello, e lo appoggio, anche se non al punto di pagare le sue perdite! E io ho fatto lo stesso con gli Stati Uniti. Siamo vivi oggi grazie agli Stati Uniti. Furono loro a liberarci dal nazismo e dal comunismo e ad appoggiare la nostra crescita economica. Abbiamo vissuto per 50 anni sotto la loro ala protettiva perché spesero il 4 per cento del loro Pil per proteggerei contro l'Unione Sovietica, e noi abbiamo speso solo 1'1.5 per cento del nostro PiI dunque abbiamo un senso di gratitudine che è assoluto, assoluto. é stato difficile appoggiare la guerra perché avevo l’intera Sinistra contro di me, ma ho tenuto la linea Ho detto immediatamente al presidente Bush che mi era costituzionalmente vietato mandare truppe senza una seconda risoluzione dell'Onu, ma abbiamo mandato 3000 soldato ora per aiutare la democrazia e mantenere la pace.

Cosa è successo alle armi di distruzione di massa?

Sono abituato a mettermi nei panni degli altri, e ho pensato che se fossi stato in Saddam, mi sarei detto, "Faremo sparire tutte le armi di distruzione di massa, perché cosi bloccheremo la risoluzione dell' Onu, e non ci sarà un attacco dall'America." Così Saddam ha eliminato le armi di distruzione di massa perché qualcuno gli ha riferito, qualcuno molto importante, che non ci sarebbe stato un attacco senza una risoluzione dell'Onu. Dunque credo che le abbia distrutte o mandate all'estero.

L'opinione pubblica occidentale è stata ingannata su questa questione?

Questo non lo posso dire, non so come tutto questo sia successo. Provo una grande stima per Tony Blair, e c'è una grande sincerità nei nostri rapporti personali. Credo a Blalr e Bush perché guardo nei loro occhi e credo a loro. Non ho parlato direttamente a Bush o a Blair riguardo l'imminenza delle minacce dall'Iraq.

Berlusconi sul Medio Oriente

Vorrei allargare i miei commenti e dire che, al di là dell'opportunità di questa guerra, noi abbiamo certamente un grande problema nelle relazioni tra l'Occidente e il mondo islamico. E’ un fatto che nel Medio Oriente non c'è democrazia e giudico questo intervento in Iraq positivo perché ha messo fine ad una dittatura, e può essere paradigmatico per l'intera regione. Capisco la difficoltà di insegnare la democrazia a gente che ha conosciuto solo la dittatura. e come rapportarsi col mondo. Ci stiamo ora confrontando con una nuova situazione mondiale. Siamo passati dallo scontro di due blocchi perché la federazione russa ha deciso sotto la guida del signor Putin, di essere parte dell'Europa e dell'Occidente. Questo è un evento molto importante. Ho avuto l'occasione di essere presidente del G8 a Genova nel 2001, ed ero l'ospite della cena, provando a portare ognuno dentro la conversazione, e stavo facendo battute come al solito. Ho chiesto a Schroeder delle sue esperienze con le donne, dato che è stato sposato quattro volte, e l'ho fatto ridere. E dopo poco ho deciso dì spostare la mia sedia dal tavolo e lasciarli parlare, ed ho visto Blair scherzare con Chirac, e Putin scherzare con Bush, e io stavo scherzando con tutti, ed improvvisamente ho pensato, guarda, eccomi qui, un uomo che ha vissuto sulla sua pelle la Seconda Guerra Mondiale, essendo nato nel 1936. Ho visto mio padre vestito da soldato, e ho pensato, che mondo meraviglioso. Potrebbe essere così bello. Che mondo diverso lasceremo ai nostri figli. All'inizio del nostro secolo, del nostro millennio! Che meraviglia! Mi è sembrato quasi incredibile, perché quando ero un bambino, conoscevo il comunismo. Ero a scuola dai salesiani vicino a Milano, e alcuni preti che erano fuggiti superando la cortina di ferro vennero a trovarci e dissero del terrore. Sapevo che all’età di 12 anni che il comunismo era l’oppressione più inumana a criminale della storia dell’uomo. Il comunismo non è morto oggi, a proposito: ci sono ancora

più di un miliardo di persone nel mondo che vivono sotto il comunismo,, e dove l'opposizione è'in prigione o in esilio. Ma qui veniamo al punto, che ritengo straordinario, una bellissima scena attorno ad un tavolo a Genova. Ero felice e ho pensato che avremmo lasciato ai nostri figli una prospettiva di un mondo pacifico - poi venne l' 11 settembre e l'attuale situazione di terrorismo e fondamentalismo. Imporre Libertà e Democrazia Così da quel giorno abbiamo discusso questa questione, e all'ultimo G8 abbiamo discusso il Nuovo Ordine del Mondo, che comprende un occidente che è straordinariamente forte paragonato al resto del mondo e abbiamo promesso varie volte di dare ai poveri del mondo cibo, acqua, educazione, sanità. Ma l'ho detto al summit di Evian, e l'ho detto quando ero al ranch con Bush per due giorni, non esiste un bene che viene prima di questi beni materiali? E non è chiamata Libertà questo bene? La libertà crea questi beni materiali, e senza di questa non potrebbero esistere. Se c'è una dittatura, se c'è una tirannia, se non c'è libertà, allora tutto questo denaro va nelle mani di despoti che lo mettono nei loro conti nelle banche svizzere. Si armano e fanno guerra. Una comunità di democrazie. Così ho detto, dato l'enorme e paradossale successo del fondamentalismo, perché non parliamo più apertamente della comunità di democrazie? Sì, perché non riformiamo l'ONU? Diciamo che il signor X o Y In questa o quella dittatura, tu devi riconoscere I diritti umani nel tuo paese, e noi ti diamo 6 o 12 mesi o giù di lì, altrimenti interveniamo. E possiamo farlo perché non c’è una forza contrastante. Nei vecchi tempi l' America o la Russia non chiedevano ad un terzo stato se i loro cittadini avessero diritti umani, o se l'opposizione avesse una voce. Loro chiedevano se stavano con loro o con gli altri. Se lui è con noi, è abbastanza, e non importa se è un dIttatore. Se necessario con la forza. Ma ora, in questo nuovo ambiente, dobbiamo considerare cosa sta creando la dittatura, e dobbiamo capire perché Bin Laden esiste, e perché il fondamentalismo genera terrorismo.

Vi dico la verità, se vivessi in un Paese dove non ci fossero le elezioni, diventerei un rivoluzionario, se non un terrorista. E questo è perché io amo troppo la libertà, e senza libertà un uomo non è un uomo. Non ha dignità. E così oggi siamo capaci, con Russia e America insieme, di guardare a tutti gli stati del mondo, e valutare la dignità di tutta la gente del mondo, e possiamo dar loro dignità e libertà. Sì! Con la forza se necessario! Perché è l'unico modo di mostrare che non è uno scherzo. Abbiamo detto a Saddam, fallo, o noi arriviamo, e siamo arrivati e l'abbiamo fatto. Non posso dire da quale paese mi è arrivata una telefonata nei giorni scorsi, ma mi ha chiamato un importante leader e mi ha detto: "Farò qualsiasi cosa gli americani vogliano, perché ho visto cosa è successo in Iraq, e ho avuto paura." (Il portavoce di Berlusconi ha indicato che il leader in Questione era il Colonello Gheddafi). Il libro di Bush sugli stati canaglia Ad Evian ho partecipato al mattino ad un meeting con il presidente Bush, l'FBI e la CIA. E loro avevano un libro, con tutti i paesi del mondo dove non c'è pace. Abbiamo cominciato con la Liberia, e poi Bush ha detto 'E l'Afghanistan? E Chirac ! E la Corea?", e siamo arrivati al Kosovo, dove noi italiani abbiamo 3600 soldati, Bush mi ha detto grazie. E io ho detto “No, sono io che ti ringrazio, perché il Kosovo è vicino a me" Dunque abbiamo un compito morale di essere responsabili per il Nuovo Ordine del Mondo, e dobbiamo capire che l'America ha 400,000 soldati oltreoceano. E come è possibile questo? Grazie ai soldi di quelli che pagano le tasse in America. Dobbiamo apprezzare tutto questo, e dobbiamo muoverci anche noi.

L'Europa non dovrebbe dividere il fardello?

Certamente, certamente, l'Europa dovrebbe spendere di più per dare alle forze militari, o non sarà mai eguale agli Stati Uniti, e la distanza tra noi sarebbe insanabile. Abbiamo molte difficoltà di budget in Italia, e io ho ereditato una cattiva situazione ma sono convinto che con il tempo l'Italia dovrebbe gradualmente spendere più soldi nella difesa. Ma sono anche convinto che ci dovrebbe essere una spesa intelligente, così che ogni paese europeo si specializzi in determinati corpi.

Perché l’Economist crede che Lei non sia adatto a governare l’Italia?

L’Economist ha fatto un grande e colossale errore confondendo le guardie con i ladri. Ha preso i protettori della democrazia e della libertà per i ladri, e ha preso i ladri per le guardie. Ha mescolato tutto. Non ho mai guadagnato un soldo nella mia vita dalla politica. Ho messo i miei soldi nella politica, sì, per finanziare Forza Italia. Non oso telefonare al mio gruppo perché un solo operatore telefonico potrebbe dire “Berlusconi sta chiamando”. E per il conflitto di interessi, è tutto il contrario, perché ho dovuto vendere tutto il mio sistema di grandi negozi perché i comunisti non volevano comprare da me e avevano una strategia BB – boicotta Berlusconi. Le autorità di sinistra non mi davano nessun nuovo permesso per costruire negozi, e non ho chiesto alla Destra perché si sarebbe potuto pensare che io avessi un interesse, quindi i miei figli hanno deciso di vendere. E’ giusto approvare leggi che la salvano dai processi? Dovete capire che ho avuto più di 500 visite dal1a Guardia di Finanza al mio gruppo, che ho avuto più di 90 indagini. Dovete chiedere, qual è il rimedio se un’intera procura, a Milano e a Palermo, non fa altro che inventare teoremi su di me? Qual è il rimedio se loro continuano a chiedermi di andare in tribunale, o continuano a farmi avere incontri con i miei avvocati? Sto governando o sto rispondendo continuamente a tutte queste accuse? Non è possibile. Soltanto l’8 per cento degli italiani ha fiducia in questa magistratura. Questo perché hanno capito ciò che l’Economist non ha ancora capito. Soltanto l' 8 per cento. Dunque questo è sembrato il solo possibile rimedio. E non casi chiusi ma sospesi durante il periodo di servizio allo stato. Io ero contro. Non lo volevo E ma quando mi dicono - ho vinto tutte le mie cause - eh - solo una rimasta – che i giudici di Milano stanno facendo esattamente quello che hanno fatto nel 1994- nel 1994 il mio governo cadde perché mi accusarono di corruzione, poi fui prosciolto per sei anni. Ma fecero cadere il mio governo per quello.

Ma la sua azienda ha corrotto il giudice Squillante?

Per quanto riguarda il denaro, niente è stato provato, In relazione a noi, in relazione alla mia azienda, cosa è stato dimostrato è solo Il pagamento delle parcelle agli avvocati che a Roma avevano In sistema di conti bancari per e dalla Svizzera In cui tutti i giudici romani avevano partecipato. Non sto dicendo che questo fosse corretto, sto solamente dicendo che noi non abbiamo nulla a che fare con questo, e in ogni caso questo Squillante non era coinvolto in un caso che coinvolgeva me. Perché Il mio gruppo dovrebbe pagare Squillante se non c'era una mia sola causa che lui avesse per le mani. Tutte le mie cause erano a Milano, non a Roma. Perché la mia azienda dovrebbe fare dei pagamenti a Squillante? Squillante non era un giudice In nessuna delle nostre cause, quindi non capisco come sia successo Gli italiani credono in me e non credono ai giudici.

Non credono all'Economist?

No! Loro sanno tutto questo. Ho vinto le elezioni con questa causa già avviata, con tutta la TV contro di me. Gli italiani hanno creduto a me e non hanno creduto ai giudici.

Perché l' opinione pubblica 'non la capisce' all' estero?

Credo che l’80 per cento dei giornalisti siano di Sinistra e abbiamo rapporti molto stretti con l'informazione estera, e hanno tutti un club a Roma. Non concedo conferenze stampa all'informazione estera perché loro la usano solo come opportunità per attaccarmi. Non prendono in considerazione cosa faccio o dico. Scrivono ciò che c'è già nella loro testa. Non capiscono la nostra magistratura. Guada cosa è successo ad Andreotti che era stato condannato a 20 anni.

Andreotti sette volte primo ministro, non era un mafioso? Ma no, ma no. Andreotti è troppo intelligente. é troppo intelligente. Guardate, Andreotti non è mio amico. Lui è di Sinistra. Hanno creato questa menzogna per dimostrare che la Democrazia Cristiana che è stata per 50 anni il partito più Importante nella nostra storia non era un partito etico, ma un partito vicino alla criminalità. Ma non è vero. é una follia! Questi giudici sono doppiamente matti! Per prima cosa, perché lo sono politicamente, e secondo sono matti comunque. Per fare quel lavoro, devi essere mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche- Se fanno quel lavoro è perché sono antropologicamente diversi dal resto della razza umana

4 Set 2003

Il Premier italiano ha un singolare senso dell’ironia e della diplomazia

Anche considerando l’altalenante carattere del primo ministro italiano, non si può non sottolineare con quanta rapidità Silvio Berlusconi abbia bruciato la sua reputazione.

Al secondo giorno di presidenza del semestre europeo, Berlusconi ha scandalizzato sia il parlamento europeo sia il governo tedesco insultando uno dei suoi capigruppo parlamentare.

Come uomo di marketing, il magnate dei media diventato primo ministro non è secondo a nessun altro leader europeo. Il problema è che la stessa cosa potrebbe essere detta della sua straordinaria abilità nell’alienarsi le simpatie dell’establishment politico europeo.

Con il suo smoderato sfogo tenuto in parlamento, immaginando Martin Schulz, leader del partito socialdemocratico tedesco, come interprete di un kapò in un lager nazista in un prossimo film, Berlusconi ha dimostrato di essere non solo insensibile agli altri ma straordinariamente suscettibile. Ha dovuto affrontare un fuoco di fila di critiche relative al suo conflitto di interessi tra la gestione dei media e la sua posizione politica ed è esploso in una rabbia plateale.

In sua difesa, il primo ministro italiano ha dichiarato di essere stato ironico. Sembra avere un peculiare senso dell’ironia (ammesso che in italiano la parola ironia non abbia un diverso significato).

Blandiva per mettere in ridicolo? O stava dicendo il contrario di quello che intendeva come espediente retorico? Improbabile. Semplicemente stava dicendo il primo insulto che gli è passato per la testa per o contrastare o parare quello che senza dubbio è stato un attacco violento. L’allusione nazista riferita a un politico tedesco non è esattamente un esercizio di retorica.

L’incidente dimostra una cosa: ovvero il pericolo insito nel suo ampio controllo dei media del suo Paese. Egli vive in una bolla mediatica dove le sue gaffe pubbliche e i suoi insulti gratuiti sono largamente ignorati in Italia, o almeno fino a quando non si reca all’estero.

L’edizione serale di mercoledì del TG1, sul più importante canale televisivo nazionale, non ha permesso ai suoi telespettatori di ascoltare le effettive parole pronunciate nel parlamento europeo. I media sovietici sotto Breznev non avrebbero potuto fare di meglio.

Questo dimostra che il primo ministro è straordinario come persona irritante e senza speranza come mediatore. Egli ha detto al parlamento che migliorare le relazione transatlantiche sarà la priorità maggiore durante la sua presidenza. È una lodevole ambizione. Ma se Berlusconi non è nemmeno in grado di comunicare in un linguaggio civile con i leader dell’Unione Europea come Gerhard Schröder e Jacques Chirac, è improbabile che sia l’uomo giusto per unire ciò che è diviso.

Egli vuole fortemente presiedere un grande evento di pubbliche relazioni a Roma, se possibile entro dicembre, ultimando la bozza della Costituzione Europea e firmandola come il nuovo trattato di Roma.

Se lui si aliena sia il parlamento europeo sia uno dei più importanti Stati membri come la Germania, non avrà diritto a questo onore.

Si è sempre detto in Europa che l’Italia colpiva al di sotto del suo peso. Il pericolo è che ora con Berlusconi si dica semplicemente che l’Italia colpisce sotto la cintura.

(traduzione di Libertà e Giustizia)

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