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Ha suscitato qualche preoccupazione sui giornali di ieri la dichiarazione del ministro Pisanu a proposito dell'annunciata manifestazione del 14 settembre, che è stata sentita come un allarme, discutibile, per una manifestazione di piazza che si vuole pacifica. Vorrei spezzare una lancia in favore di Pisanu, il quale ha detto sicuramente qualcosa di leggero (nel senso di commettere una leggerezza) ma anche qualcosa di pesante (nel senso che ha peso, e deve essere preso nella dovuta considerazione). Il ministro ha dichiarato di voler difendere, contro ogni movimento della piazza, il libero accesso alle sedi del Parlamento e il diritto degli eletti dal popolo di accedere alle loro sedi deputate. Giusto, e direi che è il suo mestiere. Qualcuno ha osservato che il 14 settembre non sono previsti lavori parlamentari, e che quindi il ministro poteva esimersi dall'esprimere questa preoccupazione. Però, nel dirlo, e nel sostenere "il diritto di essere rappresentati in Parlamento" (diritto certamente sacrosanto), ha citato di converso il "diritto di piazza" ovvero "il diritto di manifestare liberamente e pacificamente le proprie opinioni".

Il riferimento al diritto di piazza sembra così ovvio che non sarebbe il caso di congratularsi col ministro per averlo evocato, ma viviamo in tempi oscuri, e non dobbiamo dimenticare che meno di due settimane fa questo diritto era stato messo in dubbio dal presidente del Senato. Infatti, al Meeting di Rimini, Marcello Pera aveva ammonito che la politica non si fa "in piazza", bensì nelle sedi deputate, vale a dire nelle due Camere. Così ammonendo aveva ridato voce a opinioni già espresse negli ultimi tempi nell'ambito della maggioranza, dove più volte si era manifestata irritazione nei confronti delle manifestazioni di piazza. Ora siccome le opinioni di persone così illustri possono essere ascoltate alla radio o alla televisione anche da giovanissimi, forse ancora all'oscuro di una nozione di democrazia, bisogna riflettere un momento sulla funzione politica della "piazza".

Le manifestazioni di piazza possono essere di vario tipo. Alcune, ancorché spiegabili storicamente, sono passate in giudicato come manifestazioni di disordine che avevano forse valore sintomatico ma che non hanno prodotto risultati apprezzabili. Si pensi allo storico tumulto dei Ciompi, o ai torbidi di cui tanto bene ci racconta Manzoni, e in cui si era trovato coinvolto il povero Renzo. Talora manifestazioni di insofferenza popolare hanno dato origine a repressioni spaventose, come ai tempi di Bava Beccaris, talora ancora la piazza si è dimostrata feroce e incontrollabile, talora è stata manovrata dal potere per i propri fini, e metto dentro lo stesso paniere, dal punto di vista della loro dinamica, sia il rogo dei libri promosso da facinorosi nazisti che tante manifestazioni della rivoluzione culturale cinese, manovrate accortamente dallo stesso Mao.

Non solo, la storia ha pronunciato diversi giudizi su insurrezioni popolari, si vedano le cinque giornate di Milano, che noi devotamente rievochiamo con pubbliche cerimonie e che i nostri ragazzi studiano a scuola come splendido esempio di eroismo, e che tuttavia sotto diversa luce apparivano al buon maresciallo Radetsky e al suo regio e imperial governo. Ma la piazza non si manifesta solo nella violenza, e le democrazie occidentali l'hanno riconosciuta e istituzionalizzata come luogo della libera espressione, non dico romanticamente della volontà popolare, ma almeno di settori non trascurabili della pubblica opinione.

Nelle democrazie esistono, è vero, tre poteri, il legislativo, l'esecutivo e il giudiziario, tutti e tre sovrani nel proprio ambito (e mi permetto di ricordarlo anche al presidente del Consiglio, nell'ambito di un progetto di educazione permanente degli adulti), e la sede per condurre dibattiti politici che poi sfocino in leggi è il Parlamento. Ma le democrazie riconoscono anche al "popolo", che poi è la pubblica opinione nelle sue varie sfaccettature, il diritto di controllare i vari poteri dello Stato, giudicarne l'azione e stimolarla, manifestare eventuali insoddisfazioni circa la conduzione della cosa pubblica. In tal senso la voce dell'elettorato, che non può manifestarsi solo il giorno del voto, è utile anche al Parlamento e al governo stesso, al secondo perché gli trasmette un segnale, una sollecitazione, al primo perché dall'insoddisfazione popolare si possono trarre utili indicazioni sulle elezioni successive (che è poi quello che si tenta di appurare anche mediante sondaggi, un ricorso alla piazza "virtuale" che nessuno considera una forma di pressione illecita).

Come si manifestano le opinioni degli elettori? Attraverso l'azione di vari leader di opinione, giornali, associazioni, partiti, e persino gruppi di interesse particolare, tanto che negli Usa è praticamente istituzionalizzata la funzione delle lobbies, che aprono uffici a Washington per cercare di favorire gli interessi di ogni singolo gruppo, sia quello dei fabbricanti di armi che quelli che difendono qualche minoranza etnica o religiosa. Ma queste opinioni si manifestano anche a opera della piazza.

Le democrazie conoscono infinite dimostrazioni di piazza, che non sono tali in virtù delle persone che vi partecipano, perché può essere manifestazione di piazza anche quella di una ristretta minoranza, persino di due o tre persone, che riunendosi vogliono comunicare in pubblico quello che pensano o vogliono. In tal senso basta andare davanti al Parlamento inglese, o in ogni città americana, per vedere schiere di cittadini che inalberano cartelli e scandiscono slogan, cercando di coinvolgere i passanti. Basta andare sul celebre Hyde Park Corner, per vedere signori che su un podio improvvisato arringano gli astanti - ma non è necessario andare a Londra, anche nelle città italiane si trovano luoghi in cui la gente si riunisce spontaneamente a discutere dei fatti politici del giorno. Talora queste manifestazioni di piazza possono essere imponenti, come il Moratorium di Washington del 1969, contro la guerra in Vietnam, che ha scosso il paese.

Possono essere di destra o di sinistra, e si ricorderà la marcia dei quarantamila a Torino, che esprimeva nel pieno della lotta sindacale la posizione dei quadri aziendali, i cosiddetti colletti bianchi, o le manifestazioni di piazza delle "maggioranze silenziose", le sfilate dei sostenitori del Polo e le celebrazioni celtiche della Lega. Con tutto il rispetto, sono manifestazioni di piazza anche quelle che vedono addensarsi folle multicolori in piazza San Pietro, eventi così legittimi che la televisione li pubblicizza ed esalta.

La piazza si manifesta in vari modi e la legge delle democrazie è che possa farlo, se la manifestazione non degenera in violenza e qualcuno non arriva a sfasciare le vetrine o a incendiare le automobili. Ero presente al Moratorium del 1969, e l'ho visto svolgersi in modo pacifico dalla mattina alle 4 del pomeriggio, sino a che un gruppo di attivisti, che all'epoca si chiamavano Weathermen, non ha creato disordini, e allora la polizia è intervenuta con i gas lacrimogeni. Ma, regolati i conti coi Weathermen, nessuno in America ha giudicato il Moratorium violento e illegittimo, visto che vi parlava persino il dottor Spock, celebre autore di un manuale su cui le mamme americane hanno educato almeno due generazioni di bambini, il quale si è rivolto all'immensa folla giovanile iniziando con "Voi, tutti figli miei!" scatenando un irrefrenabile applauso di complicità e riconoscenza.

Ho citato le manifestazioni delle maggioranze silenziose e quelle della Lega. Non capisco perché le si debba considerare (e giustamente) legittime, quando poi si grida all'untore se la manifestazione è organizzata dai sindacati, e solo per il fatto giuridicamente trascurabile che raccoglie non migliaia bensì milioni di persone, o se si esprime attraverso un girotondo. È legittimo inneggiare alla Razza Piave e non alla Bella Lavanderina?

Certo, nelle manifestazioni di piazza fa aggio la quantità. Ma "quantità" non è una brutta parola, poiché è sulla quantità (in mancanza di criteri più sicuri) che si regge la democrazia, dove alle elezioni vincono coloro che sono in maggior numero. La piazza, quando si comporta in modo non violento, è espressione di civile libertà, e consideriamo dittatoriali quei paesi dove le manifestazioni di piazza non sono consentite, oppure se ne costruiscono dei simulacri organizzati dall'alto, come le adunate oceaniche a Piazza Venezia. Ma queste erano discutibili non perché fossero oceaniche, bensì perché non presupponevano contro-adunate di segno opposto. Chiediamoci ora che cosa fosse il Meeting di Rimini dove Pera ha condannato la piazza. Non era una seduta parlamentare, e nemmeno un seminario umbratile per addetti ai lavori. Come le feste dell'Unità, e ancor più, perché si svolgeva anche nel centro stesso della città, era una manifestazione della "piazza", e di sicuro impatto politico, dove gli organizzatori erano fieri di sottintendere "vedete quanti siamo?", con la stessa soddisfazione che in pari occasioni manifestano sia il Papa che Cofferati.

E dove ha pronunciato il presidente del Senato la sua arringa contro la piazza? In piazza, in una manifestazione che si svolgeva al di fuori delle aule parlamentari e intendeva esprimere le opinioni di una parte dei cittadini. Per cui la condanna della piazza avvenuta in piazza sembrava quasi l'azione di un severo moralista che, volendo condannare le pratiche di esibizionismo, si presenti sul sagrato del duomo, apra di colpo l'impermeabile esibendo quello che non si deve mostrare e gridi "Non fate mai così, intesi?"

Il ministro Pisanu è stato più accorto e ha ammesso che si ha il diritto di mostrarsi in piazza, purché non si mostri quello che non si deve mostrare. Pena, avrebbe dovuto dire, l'intervento della Buoncostume. Ma, nel clima in cui viviamo, si è avvertito, a torto o a ragione, ancora una volta un clima di diffidenza verso la piazza. Però verso la piazza degli altri, non verso la propria. Ma in democrazia non deve esserci differenza tra piazza del Popolo, piazza Risorgimento e piazza San Pietro. Le piazze sono tutte uguali, sono di tutti, aperte a tutti e quando rimangono vuote, presidiate dai carri armati, allora si parla di Repubblica delle banane.

(29 agosto 2002)

«Fermatevi a riflettere». L’appello, rivolto ai promotori del referendum per l’estensione dell’articolo 18, è di Sergio Cofferati. Ed è un appello preoccupato. Per quello che potrà accadere sul piano dei rapporti politici, nella sinistra e nel sindacato. E per quello che potrà accadere sul terreno stesso dei diritti. Perché una cosa non è in discussione: l’obiettivo finale. «Noi - dice l’ex leader della Cgil a Massa Marittima, dove si celebra il centenario della nascita del sindacato dei minatori - dobbiamo lavorare per dare garanzie alle persone che non le hanno». Tanto che - sottolinea tra gli applausi - «bene ha fatto la Cgil a promuovere la raccolta di firme su una legge di iniziativa popolare per riformare gli ammortizzatori sociali e dare prospettive a chi non ne ha». Ma la consultazione, quella, potrebbe complicare le cose.

«Ritengo che il referendum - dice Cofferati - sia un errore politico, lo credo fermamente». Non è questione di buona fede. «La bontà delle intenzioni dei proponenti è fuori discussione». Il punto è un’altro. Il referendum «è un atto che rischia di dividere ciò che con tanta fatica abbiamo progressivamente unificato nel corso di questi mesi».

L’alternativa, allora, è quella già annunciata: la legge. Anche se «il percorso legislativo è più difficile e faticoso di quello referendario» che è invece più rapido. «Ho speso un bel po’ della mia energia - afferma l’ex leader della Cgil - per convincere molti riottosi che il tema dei diritti è fondamentale in questo Paese e che la loro estensione è importante. Ma con la stessa determinazione credo di poter dire che la via più efficace sia quella dell’atto legislativo». E la stessa difficoltà della strada potrebbe rivelarsi utile. «Se percorsa con convinzione da tutti - spiega - rappresenterebbe il primo atto che ci permetterebbe di unificare il nostro fronte e di arrivare con tutta probabilità a risultati che oggi appaiono a molti insperati. Quando abbiamo cominciato in splendida solitudine la battaglia per i diritti molti se ne sono accorti strada facendo». Conclusione, niente da rimproverare a nessuno, ma cercare di stare insieme e, insieme, «fare un passo avanti, presupposto per poterne fare un altro domani nella direzione giusta». Ogni ipotetica fuga in avanti, insomma - conclude Cofferati - ogni atto generoso, che però non determina unità rischia di essere paradossalmente un errore.

Anche Vincenzo Vita, portavoce della sinistra Ds, è per la via legislativa. «Sarebbe un errore - dice - rassegnarsi all’eventuale impossibilità di varare una legge che raccolga la sostanza del quesito referendario».

Sul versante opposto, quello degli imprenditori, che l’articolo 18, specie negli ultimi tempi, l’hanno visto come fumo negli occhi, ieri è sceso in campo Antonio D’Amato. Per il presidente di Confindustria il risultato del referendum - «che difficilmente sarà evitabile» - dovrebbe essere scontato. «Non credo sia pensabile - spiega - portare l’Italia indietro, ai tempi del Medioevo». Anche se non dice quale Medioevo. Visto che quello conosciuto da tutti non brillava certo per estensione e qualità dei diritti. Secondo D’Amato, comunque, con il referendum si è aperta una questione «che mette in campo due visioni completamente diverse della società e del mondo del lavoro. Da una parte un estremo di rigidità, direi medioevale, e con il rischio di mortificare ogni possibilità di competere, soprattutto per le piccole imprese. Dall’altra, una visione più riformista che cerca di dare spazi maggiori per la crescita dell’occupazione, dello sviluppo e del lavoro emerso». Conclusione. L’iniziativa sull’articolo 18, per il numero uno di viale dell’Astronomia, è «una vera provocazione fatta a sinistra, che mette in luce le contraddizioni della sinistra alle quali però la parte migliore della sinistra sta rispondendo con uno scatto di maggior pragmatismo e minor ideologismo, schierandosi per il “no” con evidente buon senso».

In sostanza, par di capire, dichiarazioni che suonano come un “no” ad ogni disponibilità a studiare soluzioni, legislative, alternative. Per le quali, a sinistra, già si comincia ad entrare nel merito. Da chi (è il caso della Uil, dell’ex segretario Cisl, Pierre Carniti, del giuslavorista Pietro Ichino) vedrebbe con favore il modello tedesco - che demanda al giudice il potere di dirimere le controversie in materia di licenziamento - a chi (è il caso del responsabile lavoro Ds, Cesare Damiano) quel modello non vede invece con particolare favore. E pensa a soluzioni diverse. A chi (è il caso dell’ex ministro, Tizano Treu, Margherita) sull’articolo 18 una proposta di legge l’ha già presentata.

Ieri intanto, a Torino, è stato costituito il primo comitato provinciale per il “sì”.

Le discussioni sulla grazia a Sofri, riaperte dall’articolo di Stefano Folli (20 luglio) hanno riacceso quelle su tante ferite non ancora rimarginate del nostro passato prossimo e hanno fatto risuonare una toccante, ampollosa e ambigua parola, riconciliazione. Come il direttore del Corriere e molti altri, credo che a Sofri possa e debba essere concessa la grazia, che non implica necessariamente la convinzione della sua innocenza e non esclude il dissenso o la disistima nei confronti di ciò che scriveva in quel sanguinoso ieri o di ciò che scrive nel melmoso oggi. Non è certo un maestro, né cattivo né buono, piuttosto uno scolaro con una supponenza da primo della classe, ma si è comportato esemplarmente nella sua pesante esistenza di detenuto e ha esemplarmente rifiutato la possibilità di essere illegalmente libero. Colpevole o innocente, ha scontato una dura pena e sarebbe giusto che gli venisse concessa la libertà, che non costituirebbe un pericolo per nessuno.

La famiglia Calabresi ha dimostrato nei suoi riguardi una magnanimità e una serenità che sono difficilissime in chi è stato straziato da una feroce violenza e attestano una rara umanità. In linea generale, tuttavia, la grazia - nei confronti di chiunque - dovrebbe prescindere dal perdono dei familiari della vittima, un arcaico residuo tribale della barbara confusione tra diritto e legami di sangue. La tragedia greca ha già rappresentato 2.500 anni fa la dolorosa, luminosa ascesa dello spirito umano dall’oscura legge del clan a quella universale dei cittadini e della ragione. La famiglia ama, soffre, gioisce - tutte cose umanamente più importanti del codice - ma non può emettere sentenze né influire sulle sentenze. Ci possono essere famiglie sensibili, affettuose, brutali, di sentimenti elevati o crudeli, distrutte dal dolore per la perdita di un loro caro o quasi indifferenti a tale lutto; non è dal loro stato d’animo che può dipendere un provvedimento di legge. La grazia non è il perdono, cosa altissima ma diversa; viene concessa dal capo dello Stato, della comunità di cittadini legati da un libero reciproco patto e non dalla parentela.

A parte la grazia, le sentenze vanno valutate prescindendo da simpatie o antipatie personali e ideologiche, diversamente da coloro che accettano il verdetto quando condanna Andreotti e lo contestano quando lo assolve o viceversa. È più che legittimo contestare una sentenza, ma - almeno finché si ritiene di vivere in uno Stato difettoso ma pur sempre di diritto e non in uno Stato totalitario e terroristico, contro il quale v’è solo la resistenza armata - la si può correggere solo per via giudiziaria, tramite altra sentenza. Così ha fatto ad esempio Andreotti, il quale ha impugnato le sentenze contro di lui, ma, a differenza di Berlusconi, non ha cercato di delegittimare i giudici e il sistema giudiziario, ben sapendo che ciò costituisce la premessa della negazione dello Stato e della guerra civile. Basta questa differenza di comportamento per dimostrare che Andreotti, qualsiasi giudizio si possa avere su di lui, è un uomo di Stato o almeno un vero politico, mentre Berlusconi non è, neanche in misura minima, né l’uno né l’altro.

La richiesta di grazia per Sofri è stata collegata a un’ipotesi di amnistia per detenuti condannati per delitti compiuti in nome del terrorismo politico - collegamento scorretto, perché la grazia è un provvedimento individuale. I terroristi - ritenendo di vivere in uno Stato illegittimo, anti-democratico e repressivo - hanno ovviamente contestato la legittimità dei giudici e delle loro sentenze. È ovvio che, dinanzi ai tribunali di Stalin o di Hitler, l’unica reale difesa del cittadino maciullato sarebbe stata la lotta armata.

È meno ovvio che l’Italia degli anni Settanta e di oggi fosse e sia, nonostante tutte le sue miserie e le sue tenebre, un Paese totalitario ignaro di diritti.

Invece secondo il professor Toni Negri, leader di Autonomia operaia e condannato per partecipazione a banda armata, vi sarebbe una voluta e pianificata continuità tra le persecuzioni inflitte dalla magistratura italiana ai terroristi negli anni di piombo e le persecuzioni inflitte ora da essa a Berlusconi, al quale Negri ha espresso pubblicamente solidarietà e che evidentemente egli considera «vittima della giustizia borghese» come i condannati per la lotta armata, lotta che ha visto cadere assassinati tanti galantuomini. È strano che un capo di governo non si senta offeso da tale accostamento e non senta il bisogno di respingerlo.

Le «vittime della giustizia borghese» attualmente in carcere per crimini di terrorismo vanno tutelate con fermezza nei loro diritti, come ogni cittadino, e vanno comprese nelle astratte e febbrili passioni che possono averle portate a commettere quegli atti, nei sentimenti talora soggettivamente generosi ancorché distorti e oggettivamente aberranti che li hanno mossi; in quegli smarrimenti, incertezze, confusioni, reazioni emotive, spocchie intellettuali, slanci utopici, esaltazioni pacchiane e sdegnati furori che, incrociandosi con le torbidezze di un’epoca e di una società, possono portare chiunque, e soprattutto un giovane, alle scelte e alle azioni più disperate e colpevoli, come Raskolnikov in Delitto e Castigo .

È augurabile che questa comprensione possa tradursi in provvedimenti giudiziari atti a restituire delle persone alla pienezza della vita civile senza pregiudizio di quest’ultima. Forse si può chiamare tutto ciò «riconciliazione», a patto di intendersi sul termine. Lo Stato e gli ex-terroristi non sono come la Francia e la Germania che, dopo essersi sbranate per secoli, si danno la mano - nello storico incontro fra de Gaulle e Adenauer - riconoscendo la parità dei torti reciproci (a parte il nazismo). Questa è, a tutti gli effetti, un’autentica riconciliazione - sulla quale, peraltro, si basa in buona parte concretamente l’Europa.

La premessa di un’eventuale amnistia per gli ex-terroristi è invece la tranquilla, definitiva e condivisa consapevolezza che lo Stato italiano - malgrado le sue carenze e le sue sacche anche criminose - non era la Germania di Hitler, che dunque il terrorismo non era una scelta solo sbagliata e politicamente insensata e perdente bensì oggettivamente criminosa e che erano nel giusto Pertini e Valiani e non il partito sotterraneo e trasversale, vivo ancor oggi e confluito in gran parte nella destra, di chi diceva «né con lo Stato né con le Brigate Rosse»; il partito di chi era pronto a trattare con i carcerieri di Moro senza turbarsi del fatto che questi ultimi fossero già gli assassini di cinque agenti, evidentemente considerati carne da cannone; il partito di chi, pur di opporsi a ogni tentativo di creare un’Italia più democratica e più libera, flirtava, da reazionario con le frange del terrorismo. Chiarito serenamente tutto questo, si può e si deve aver comprensione di tanti destini umani e restituirli alla vita, senza inchiodarli ai loro errori ma senza riconciliarsi con quegli errori.

Non è un caso che sia la destra a parlare, spesso equivocamente, di riconciliazione. Quest’ultima è tanto più necessaria quanto più brucianti sono, nella storia di un Paese, le ferite da rimarginare. Lo è stata, ad esempio, dopo il ’45, quando si trattava di sanare la lacerazione della guerra civile e di riunificare le due Italie che si erano contrapposte con le armi. Ma questa riunificazione (o riconciliazione) non significava e non significa una via di mezzo tra fascismo e antifascismo o, come mi è capitato di dire, Valiani più Farinacci fratto due. Essa si basa sul chiaro riconoscimento di quale è stata e continua ad essere la parte giusta e quale quella sbagliata, il che significa considerarsi eredi dell’antifascismo e dei suoi valori.

Certo, nel Dna di una nazione, come di un individuo, c’è tutto il passato; Auschwitz fa parte della storia tedesca e ogni tedesco deve saperlo, il che non vuol dire che egli si senta egualmente erede di Himmler e di Goethe, bensì che egli deve costruire la sua storia di oggi e di domani sul rifiuto di Auschwitz.

Il fascismo non è stato certo il nazismo o lo stalinismo, ma anche la nostra storia si basa sul consapevole e sereno rifiuto di esso. Su questa premessa condivisa è possibile e doveroso riconoscere i suoi aspetti positivi, comprendere e rispettare i motivi che hanno indotto molte persone d’animo generoso a credere in esso e dunque integrarlo - ma solo sulla base di questo giudizio - nella nostra memoria storica. L’unità della patria, che permette e presuppone quella riconciliazione, si fonda su una scelta di valori, non su un’ammucchiata. Il patriottismo della Francia è espresso dalla Marsigliese, il canto nato in un momento di estrema divisione e da una precisa scelta di parte, della Rivoluzione - e che per questo oggi può esprimere l’unità del Paese. Così è l’Italia della Resistenza, non quella della marcia su Roma o delle leggi razziali, che può parlare a nome di tutti gli italiani, anche dei caduti a El Alamein.

CHE cosa poteva fare un galantuomo, se non buttarla in ridere, quando certi nostri intellettuali in gita a Parigi si camuffarono da partigiani in lotta contro la dittatura? E che altro poteva fare, se non scherzarci sopra, quando un presentatore della Tv intonò «Bella ciao» chiamando il suo pubblico alla resistenza contro il dittatore? No, non poteva far altro. Evidenziare la comicità di quelle scenate sembrò naturale. Persino doveroso. Quando dalla lontana Sofia il capo del governo - non un portaborse, non un ministro da strapazzo - accusò due noti giornalisti di comportamenti «criminosi», il galantuomo pensò si trattasse di un' altra «gaffe». Dell' ennesima cafonata. Le reazioni alla «fatwa» di Sofia, quello strillare di censure, liste di proscrizione, minacce alla libertà di parola, gli parvero perciò esagerate. Anche perché venivano da fonti ormai inascoltabili. Da chi ha fatto un facile mestiere dello sparare ogni santo giorno a mitraglia contro ogni mossa, parola o pensiero del capo del governo.

Al contrario, il galantuomo pensò che la grossolana sortita di Sofia avesse messo i due giornalisti al riparo da qualsiasi eventuale misura nei loro confronti. Li avesse resi invulnerabili. Infatti, se mai quei due fossero stati davvero estromessi dai loro programmi nella televisione pubblica, questo avrebbe confermato in modo clamoroso - se non proprio un progetto autoritario in atto - quanto meno la tracotanza e volgarità di chi oggi detiene il potere in Italia. E a tanto il capo del governo non poteva arrivare. Semmai, il suo personale interesse e quello del governo stavano adesso nel far dimenticare la «gaffe». Stendervi un velo sopra, non riparlarne mai più. I due giornalisti potevano stare dunque tranquilli.

Intanto però, il coro di «Bella ciao» si levava sempre più compatto e stonato, e una quantità di personaggi già ridicoli di per sé stessi stavano superando ogni limite del grottesco atteggiandosi a combattenti della libertà. Siamo giusti: come avrebbe potuto trattenersi un galantuomo dall' ironizzare sulla Nuova Resistenza, su quella nuova carnevalata che gli stavano montando sotto il naso?

Bene: il galantuomo s' è sbagliato, non aveva capito niente. Non s' era reso conto che in questo paese, di questi tempi, c' è poco da scherzare. I due giornalisti hanno infatti perso i loro programmi. Gli «hommes de main» del capo del governo, i nuovi presidenti, direttori generali e direttori di rete della Rai, li hanno fatto fuori. Né più né meno. La sortita di Sofia non era quindi, come sembrava, una «gaffe»: era un ordine impartito agli uomini di mano perché agissero brutalmente e al più presto. Per il galantuomo, l' intera vicenda non potrebbe essere più malinconica. E non perché gli mancheranno i programmi televisivi cancellati d' autorità, che anzi non gli piacevano. Ma perché adesso si trova costretto ad allinearsi col coro di «Bella ciao», con quelli camuffati da partigiani, con quelli del «resistere, resistere, resistere». Di colpo mescolato, insomma, ai più rumorosi e faziosi. Ma la scelta è obbligata. Con quelli che mettono alla porta due giornalisti invisi al padrone, non si può infatti stare. Da quella parte c' è troppo cattivo odore.

Caro prof. Salzano

ho avuto grazie a te il piacere di leggere il libro di Sergio Brenna "La città Architettura e politica", edito da Hoepli. Come sai, è un agevole manuale che illustra con chiarezza gli aspetti tecnici dell'urbanistica: il contenuto dei piani, le modalità di attuazione, la disciplina delle attrezzature pubbliche, gli oneri di urbanizzazione, i provvedimenti abilitativi.

Tuttavia, il suo vero pregio sta nel mettere in luce, per ciascun tema, le ragioni che hanno portato all'introduzione dei vari strumenti e le finalità che si volevano perseguire. Brenna ci aiuta così a capire meglio la portata delle modifiche più recenti, introdotte nella legislazione nazionale e regionale. Si svela un grande equivoco: che la pletora di nuovi strumenti e meccanismi (i programmi complessi, gli standard qualitativi, la perequazione e così via) siano l'unica e indispensabile risposta all'inefficacia della precedente strumentazione. Non è così. Le "novità" introdotte sono tutte il prodotto di un mutato orientamento culturale che - nel rapporto tra iniziativa privata e iniziativa pubblica - privilegia la prima e affida alla seconda un ruolo "sussidiario" e in molti casi subalterno. Altre risposte tecniche sono possibili, lasciando all'amministrazione pubblica il primato nella sfera delle decisioni sull'assetto del territorio.

Che si tratti di un mutamento profondo, quindi, è fuor di discussione. Che si tratti di una novità, invece, non è del tutto vero. Brenna riprende gli scritti di Giuseppe de Finetti, redatti subito dopo la seconda guerra mondiale per mostrarci la loro estrema attualità e - ancora - non esita a sottolineare le analogie tra la proposta di riforma urbanistica nazionale oggi in discussione e le leggi urbanistiche ottocentesche.

Conclude il libro l'invito, formulato molti anni fa da De Finetti, a non farci incantare dalle sirene "dei praticoni che credono di fare la civiltà d'oggi perché costruiscono case o producono beni industriali o commerciano le merci o il danaro e lo fanno sempre con furia gloriandosi della velocità della loro azione e del loro successo, ma sciupando la civiltà del domani, l'industria del domani, la ricchezza del domani". Come non raccoglierlo?

Signor presidente del Consiglio,

le parole con cui Ella ha voluto esprimere i suoi giudizi sulla Resistenza e sul ruolo che in essa vi ha svolto la sinistra hanno suscitato in me - e Le assicuro non solo in me - sconcerto e indignazione.

Sì, perché quelle parole sono frutto al tempo stesso di ignoranza e di arroganza. L’ignoranza di chi parla di cose che non conosce; l’arroganza di chi crede che a un presidente del Consiglio tutto sia consentito.

E, invece, chi ha la responsabilità di guidare una nazione ha il dovere di conoscerne la storia e di rispettarla.

Lei non può ignorare - anzi non “dovrebbe” ignorare - che quella Repubblica di cui Ella oggi guida il Governo affonda le sue radici nella lotta antifascista, quando uomini e donne di credo politico diverso, di ogni appartenenza sociale, di sensibilità culturali differenti, si unirono nel comune impegno di liberare l’Italia dal fascismo e dalla guerra catastrofica a cui la dittatura l’aveva condotta.Tra quegli uomini e quelle donne molti erano di sinistra - comunisti, socialisti, azionisti, repubblicani - che fecero fino in fondo la loro parte di combattenti per la libertà.

Mi auguro che Lei non ignori che in calce a quella Costituzione della Repubblica - sì, quella che Lei ha sbrigativamente definito “sovietica” - accanto alle firme di un convinto liberale come Enrico De Nicola e di un cattolico come Alcide De Gasperi c'è la firma di Umberto Terracini.

E non voglio davvero credere che Lei non conosca nomi come Antonio Gramsci, Giacomo Matteotti, i fratelli Rosselli, Piero Gobetti, Bruno Buozzi, Leone Ginzburg, uomini di sinistra che insieme a tantissimi altri pagarono con la vita il loro coraggio antifascista.

O nomi come Sandro Pertini, Giuseppe Saragat, Pietro Nenni, Palmiro Togliatti, Gian Carlo Pajetta, Camilla Ravera, Giorgio Amendola, Carlo Levi, Emilio Lussu, Ernesto Rossi, Pietro Calamandrei, uomini di sinistra che pagarono con l’esilio, il confino, il carcere duro la loro tenace volontà di non piegarsi.Forse, non è inutile ricordarLe che nei giorni di aprile di cinquantotto anni fa Milano - la sua città - prima che arrivassero le truppe alleate fu liberata dai partigiani di Cino Moscatelli, Corrado Bonfantini e Tino Casali. E Milano liberata vide sfilare alla testa dei partigiani, fianco a fianco, cattolici come Enrico Mattei insieme a uomini di sinistra come Riccardo Lombardi, Ferruccio Parri e Luigi Longo. Le potrei ricordare che nell’aprile del ’44 a Torino caddero sotto lo stesso piombo fascista, gridando insieme «viva l'Italia libera», il monarchico generale Perotti, il socialista Erik Giachino e il comunista Eusebio Giambone.

Le potrei ricordare che combattendo a Megolo, nell’alto Piemonte, morirono insieme il cattolico Antonio Di Dio, il raffinato borghese Filippo Maria Beltrami e Gaspare Paietta.

Le potrei ancora ricordare come a Genova i tedeschi del generale Meinhold si siano arresi ai partigiani del cattolico Paolo Emilio Taviani e dell’operaio comunista Remo Scappini. Potrei continuare con mille altri esempi - dalle giornate di Napoli al sacrificio dei fratelli Cervi - di quanto la sinistra abbia contribuito a quel moto nazionale di liberazione democratica che non a caso fu chiamato “Secondo Risorgimento”, riscattando così l’onore dell’Italia infangato dal fascismo e dalle sue avventure di aggressione. Boves, Marzabotto, Sant’Anna di Stazzema, le Fosse Ardeatine, il Portico d’Ottavia, la Risiera di San Saba, il Lager di Fossoli sono lì a testimoniare il pesante contributo di dolore e sofferenza con cui questo nostro Paese ha riconquistato la sua libertà.Una storia che appartiene all’Italia e agli italiani. Una storia che Lei non solo dovrebbe avere la sensibilità di conoscere, ma soprattutto di rispettare. Perché lì c’è l’identità democratica e civile dell’Italia di oggi.

E dunque, Presidente, in questo 25 aprile renda onore a chi per la libertà ha pagato con la vita, a chi per la libertà si è battuto, a chi la libertà ha conquistato per ciascuno di noi. Anche per Lei.

Vedi alla Voce Complice

Una pagina di storia da ricordare, oggi che si tenta di accreditare la tesi che “di notte tutti i gatti sono grigi, che fascisti e antifascisti erano uguali, partigiani e repubblichini avevano ragione entrambi. I gatti sono tutti ugualmente grigi solo la notte: nella notte della smemoratezza. Rosetta Loy, su l’Unità del 10 ottobre 2003, ci aiuta a ricordarlo

Viviamo in uno strano tempo dove accadono guerre che avevamo creduto non dover vedere mai più. Solo che oggi vengono addobbate con nomi «soft»: guerra umanitaria, enduring freedom, guerra preventiva, simili a quei belletti spalmati sui defunti perché i parenti possano, in quelle guance dipinte di rosa e in quelle bocche rosse, illudersi sulla rigidità cadaverica. Lo stesso progetto di edulcorazione sembra spandersi come un miele sulla storia alle nostre spalle, o più precisamente su una certa storia che ha marchiato di tragedie l’Italia, e succede sempre più spesso che nei discorsi su Mussolini si rimanga invischiati in una sorta di melassa quasi tornasse l’eco dell’agitarsi dei gagliardetti e la mascherata delle divise, i roboanti proclami del Mare Nostrum. La mia generazione cresciuta fra «Credere Obbedire Combattere», «È l’aratro che traccia il solco ma è la spada che lo difende», «Noi tireremo diritto» con il calce l’inconfondibile firma, ha dovuto faticare non poco per liberarsi dall’apoteosi di una violenza che ci avvolgeva in un tripudio di glorie a venire, e mai avvenute.

Ma abbiamo anche imparato a fiutarne subito l’odore.

La data di oggi porta a riflettere sull’addolcimento che ha ammorbidito anche le «leggi razziali» fasciste, mettendole a confronto con quelle naziste. È una vecchia storia questa di buttare sempre le colpe sulle spalle dei tedeschi. Un velo pietoso viene oggi disteso sulle leggi che difendevano la nostra purezza di «razza ariano nordica» (chissà se ne penserebbe Bossi di un calabrese o un lucano «ariano nordico»), le prime leggi razziali a interessare un paese europeo, dopo la Germania. Esecrabili, anche se non ancora criminali; e arricchite di infiniti codicilli persecutori durante il corso disastroso della guerra. Ma è soprattutto sulle disposizioni adottate dalla Repubblica Sociale dopo l’8 settembre che l’amnesia è totale. Un colpo di spugna è passato sui diciannove mesi in cui la Repubblica di Salò rimase attiva. Eppure il giorno stesso della sua costituzione, il 23 settembre del 1943, quella Repubblica sanciva «la deportabilità degli ebrei di cittadinanza italiana». Una sola frase che equivaleva a una condanna a morte in quanto significava Auschwitz. Ma questo era solo l’inizio: il 10 e l’11 ottobre i quotidiani in edicola informavano gli italiani che tornavano in vigore le norme antiebraiche abrogate dopo il 25 luglio e annunciavano ulteriori misure intese a «mettere definitivamente gli ebrei in condizione di non poter più nuocere agli interessi nazionali» (chissà quale minaccia rappresentavano delle persone in maggioranza private del lavoro, della scuola, e di buona parte dei loro beni). Il 6 novembre Mussolini aveva già sul suo tavolo il progetto di legge «inteso a regolare la questione razziale, appoggiandosi alla legislazione germanica in materia, nota sotto il nome di legge di Norimberga». Progetto trasformato nel «manifesto programmatico» presentato il 14 novembre, alla prima assemblea del nuovo Partito Fascista a Verona, manifesto che al punto 7 stabiliva che «gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri. Durante questa guerra appartengono a nazionalità nemica». La stessa assemblea quel giorno dichiarava che il nuovo stato era «programmaticamente antisemita». E con tutta tranquillità il 20 novembre il ministro dell’Interno Buffarini Guidi poteva disporre, con l’ordine di polizia n. 5, l’«arresto di tutti gli ebrei a qualsiasi nazionalità appartengano e il loro internamento in campi provinciali in attesa di essere riuniti in campi di concentramento appositamente attrezzati».

Sempre quello stesso anno, il 16 dicembre, il Consiglio dei ministri, presieduto da Mussolini, approvava lo schema destinato a diventare decreto legge il 4 gennaio del ’44 che imponeva ai capi delle provincie di procedere «immediatamente alla confisca di tutti i beni di qualsiasi natura (aziende, terreni, fabbricati, crediti vari, valori depositati nelle banche, mobili di arredamento, soprammobili, stoviglie, lenzuola, vestiario ecc.) delle persone di razza ebraica».

Nel marzo del ’44 furono ancora elaborati alcuni progetti legislativi che estendevano la persecuzione a tutte le persone con più di un bisnonno ebreo. Progetti che fortunatamente non fecero a tempo a essere realizzati e l’ordine di arresto (e conseguente deportazione) continuò a colpire «solo» le vittime già individuate, ossia tutti quelli che avevano otto o sette bisnonni ebrei, praticamente tutti quelli che ne avevano cinque, una parte imprecisabile ma consistente di quelli che ne avevano quattro, un ristretto gruppo di chi ne aveva tre o due. Ma lascio qui la parola a Michele Sarfatti il cui libro «Gli ebrei nell’Italia Fascista» raccomando soprattutto a chi è colpito da amnesia o è stato scarsamente informato.

Scrive Sarfatti: «Dal 1° dicembre 1943 i capi delle Provincie della Rsi cominciarono ad allestire i campi di internamento provinciali e i questori a programmare gli arresti. Le operazioni iniziarono presso le abitazioni degli ebrei, perquisite alla ricerca di arrestandi e poi sigillate perché poste sotto sequestro. Gli arresti furono in linea generale attuati da reparti non «specializzati» della polizia ordinaria. Il capo della provincia di Vercelli trovò del tutto ovvio chiedere ai podestà, nella loro qualità di ufficiali di pubblica sicurezza, di collaborare «pienamente con gli altri organi di polizia». Anche da parte italiana, tra i corpi che contribuirono con un apporto specifico all’arresto degli ebrei, vi furono quelli incaricati della sorveglianza al confine con la Svizzera. Fiero dei cinquantotto arresti eseguiti «dai primi di ottobre ad oggi» e dei «rilevanti valori» sequestrati in tali occasioni, il 12 dicembre 1943, il comandante della II legione «Monte Rosa» della Guardia nazionale repubblicana confinaria scrisse al capo della provincia di Como: «È così che la corsa verso il confine degli ebrei, che con la fuga nell’ospitale terra elvetica - rifugio di rabbini tentano di sottrarsi alle provvidenziali e lapidarie leggi Fasciste, è ostacolata dalle vigili pattuglie della Guardia Nazionale Repubblicana che indefessamente, su tutti i percorsi anche i più rischiosi con qualsiasi tempo e a qualsiasi ora, con turni di servizio volontariamente prolungati, vigilano per sfatare ogni attività oscura e minacciosa di questi maledetti figli di Giuda».

Forse non è inutile ricordare che gli ebrei bulgari furono gli unici, nei paesi alleati dei tedeschi, a non finire in un campo di concentramento perché il Re si rifiutò di firmare l’ordine. Re Boris morì poco dopo in circostanze misteriose, probabilmente ucciso. Ma nessuno dei suoi sudditi fu deportato.

Essi esprimono bene i sentimenti di molti italiani nei confronti della proposta di graziare uno dei responsabili della strage delle Fosse Ardeatine. 337 persone, scelte a caso nelle carceri romane, furono assassinate in una cava di tufo per vendicare trenta soldati tedeschi uccisi in un attentato a Via Rasella. Aggiungo una lettera che ho mandato a Radio Tre per contestare una sciocchezza detta da una signora a proposito dei “veri colpevoli” della strage nazista, in calce agli articoli

Miriam Mafai Quel diritto a non perdonare

Siamo tutti un legno secco della storta pianta umana: Priebke che passa gli ultimi anni della sua vita nella casa romana del suo avvocato, Adriano Sofri che passa gli anni della sua maturità in una cella del carcere di Pisa, l´ignoto extracomunitario condannato per traffico di droga, la ragazza di Novi Ligure che ha ucciso la madre e il fratellino e che è stata condannata a non so quanti anni di carcere. Legni secchi della storta pianta umana. Ma nessuno, salvo Priebke, ha condotto al macello e macellato, con un colpo alla nuca, non so quanti giovani e meno giovani romani un giorno di marzo del lontano 1944.

Io non ho avuto né parenti né amici seppelliti in quel carnaio. Non sono dunque tra coloro che potrebbero o dovrebbero, secondo Adriano Sofri, perdonare quello che era allora un giovane ufficiale tedesco e che oggi è un novantenne condannato all´ergastolo, e consentirgli di tornare a casa sua, a Barilolce, dove lo aspetta una moglie altrettanto vecchia e malata. Ho visto anch´io i manifesti affissi sui muri di Roma nei quali i promotori di una manifestazione per la grazia a Priebke accostavano il suo nome a quello del detenuto di Pisa. Un accostamento osceno. Ma non riesco, per quanto onestamente mi sforzi, a condividere la posizione di Sofri, quando chiede alla comunità ebraica di Roma di perdonare l´ergastolano, o più precisamente , di «voltare le spalle e il viso alla scena nella quale si consumerà il tempo estremo di uno che si prestò ad essere un odioso nemico». Non faccio nemmeno parte della comunità ebraica di Roma. E non credo che si debba chiedere a questa un atto di generosità o di comprensione. Anche perché tra le vittime delle Ardeatine non c´erano solo ebrei, ma anche ragazzi che, nati e cresciuti a Roma, non sapevano forse nemmeno dove fosse la sinagoga, e ufficiali del nostro esercito che, combattendo contro i tedeschi, pensavano di servire ancora il Re.

A me sembra che nessuno di noi, dei sopravvissuti a quelle tragiche vicende, abbia il diritto di perdonare. Solo le vittime potrebbero , forse, farlo. Ma quelle non ci sono più. Sono state sepolte sotto la calce e il tufo di quella cava a pochi chilometri dal centro della nostra città. Ci sono reati, i delitti contro l´umanità, che non cadono mai in prescrizione. Tra poche settimane , il 20 aprile, sarà celebrato a La Spezia il processo contro gli autori della strage di S. Anna di Strazzena, dove nel maggio del 1944, centinaia di civili vennero trucidati, molti bruciati vivi con i lanciafiamme (non vennero risparmiati nemmeno i bambini, nemmeno le donne in stato interessante) da un gruppo di SS agli ordini di un certo sergente Sontag. Non credo si esprima in questi tardivi processi nessuna volontà di vendetta. Ma un desiderio di verità e di giustizia sì. Ed io credo che questo desiderio di verità e di giustizia non possa, non debba, venir soverchiato dalla pur comprensibile umana pietà di cui si è fatto interprete e portatore Adriano Sofri, l´unico che può farlo con tanta sensibilità, intelligenza, e pudore. Io, lo confesso, non ci riesco. E, da legno secco della storta pianta umana di cui tutti siamo fatti, non credo che questo mio sentimento possa essere considerato alla stregua di una mancanza di umanità, quasi una colpa.

Il nostro mondo è ancora oggi pieno di atrocità consumate a danno di vittime innocenti. Il fatto che tali atrocità vengano ancora commesse non ci esime dal ricercare e condannare i responsabili di quelle commesse nel passato. Al contrario. Se chiedo, sia pure invano, che Pinochet, ormai vecchio e gravemente malato, sia condannato per i suoi delitti, non vedo perché dovrei provare compassione per il vecchio nazista che è stato riconosciuto, e si è ammesso colpevole della strage delle Ardeatine.

Per questo, a differenza di Sofri, ho condiviso la decisione di Walter Veltroni e del prefetto Serra di non concedere una piazza della nostra città a coloro che intendevano manifestare a favore della grazia per il vecchio e non pentito nazista.

Per questo ho apprezzato le parole pronunciate ieri sera dal presidente Ciampi che ancora una volta ha saputo interpretare i sentimenti della maggior parte di questo Paese, cui qualcuno vorrebbe impedire di ricordare il proprio passato, sottoponendolo ad una sorta di lobotomia in virtù della quale nessuno dovrebbe più essere in grado di distinguere le vittime dagli assassini.

Walter Veltroni Priebke, una ferita ancora aperta

Caro Adriano, ho letto il tuo articolo di venerdì su Priebke. L´ho letto con l´interesse e la partecipazione che ho sempre per le tue osservazioni, per i tuoi ragionamenti, per le immagini con cui accompagni spesso il tuo argomentare. Puoi immaginare come mi abbia colpito il tuo disegnare quel «detenuto anziano, grande e pesante, nel pigiama triste del ricoverato» che cade in ginocchio e scoppia in lacrime quando gli dicono che se ne potrà andare a casa, in Calabria, a trascorrere lì il suo ultimo tempo. E puoi anche immaginare, credo, come io sia d´accordo con te, in principio, su un altro tuo ritratto: quello del «legno secco della storta pianta umana» , della comunanza tra simili di cui tutti dovremmo avere di più, sempre, piena consapevolezza.

Proprio qui, però, mi sono fermato un primo momento, nel leggerti. Qui, dove dici anche che «non occorre sapere chi sia, né chi sia stato» , quell´uomo dal triste pigiama d´ordinanza al quale viene concessa la libertà. È vero, è come dice Miriam Mafai: le ragioni di umana pietà per cui a tuo avviso Erich Priebke potrebbe tornare a morire a casa sua, in Argentina, da sua moglie, tu le esponi in tutto il seguito dell´articolo con la sensibilità e l´intelligenza di sempre, e anche con un giusto pudore. Io però proprio su questo punto, vorrei soffermarmi. Qui non c´è, caro Adriano, solo «un ramo secco». Qui c´è una enorme ferita aperta, che attraversa la carne viva, che fa soffrire i cuori e non abbandona, non può abbandonare, le menti. Qui c´è la tragedia di un popolo intero e di una comunità, quella degli ebrei romani, di tutta Roma, che è molto più grande, troppo più grande, di un´aula di giustizia, di un «semplice» delitto e di una sentenza, di una domanda di grazia. E nel caso di Priebke io non riesco - credimi, non riesco - a non pensare a chi sia, e a chi sia stato, quest´uomo. Può darsi sia qualcosa che va al di là delle orribili colpe di cui può essersi macchiato un individuo colpevole non di un omicidio, ma di una strage di innocenti in ginocchio, di bambini e di reclusi a via Tasso; una strage per la quale è scappato, lasciando dietro di sé il dolore inumano di tante famiglie, che hanno il diritto di veder rispettati i loro sentimenti, il loro dolore, e se credono il loro diritto a non perdonare. Può darsi che sì, la Storia arrivi ad essere davvero troppo grande e complessa per un uomo che oggi ha più di novant´anni, e d´altra parte la Storia fu ancora più grande e atroce per chi stava da quest´altra parte, e la vita la perse a venti o trent´anni, preso in un ingranaggio infernale che non aveva voluto, che non comprendeva, che odiava.

Ma è così, e io credo sia davvero difficile, allora, non pensare, dimenticare anche solo per un attimo, a chi è stato Priebke, a cosa furono le Fosse Ardeatine, a cosa sono oggi, simbolo della storia e della vita del nostro Paese, spazio fondamentale di quella memoria collettiva che è elemento costitutivo di una società civile. Quel passato dobbiamo continuare a guardarlo. Dobbiamo starci di fronte, coi piedi ben piantati per terra, accompagnati da chi lo visse e lo subì, tenendo a nostra volta per mano i ragazzi di questa generazione, perché non dimentichino, come abbiamo fatto ad esempio durante il viaggio con i ragazzi delle scuole romane ad Auschwitz, lo scorso ottobre. Io temo, caro Adriano, che non sia possibile e non sia giusto «voltare le spalle e il viso» nemmeno alla scena che vedrà consumarsi il tempo estremo di quest´uomo di novant´anni, perché a sua volta - ripeto, forse al di là del suo stesso essere uomo - egli è un simbolo di qualcosa di troppo grande e atroce, davvero di «un delitto contro l´umanità che ha colpito profondamente i sentimenti del popolo italiano», come ha voluto sottolineare il presidente Ciampi. È una ferita aperta, troppo profonda. Lo capisci dal dolore ancora vivo dei parenti, lo senti dalle loro parole, lo vedi dai loro sguardi quando ogni 24 marzo in un silenzio doloroso e irreale vengono letti, uno per uno, i nomi delle 335 vittime. È lo stesso sguardo di chi pensa o torna a Marzabotto e a Sant´Anna di Stazzema, ad Auschwitz e a Dachau. Di chi ogni 16 ottobre si ritrova al Portico d´Ottavia, nel cuore del Ghetto di Roma. Tutti questi nomi sono simboli incancellabili. Ma anche le persone che vollero e permisero questo sono destinate a portare un macigno più grande delle loro spalle di uomini, e sono un simbolo. Non ha avuto torto Simon Wiesenthal a ricercare, per tutta la sua vita, questi simboli. Non ha torto il Tribunale penale internazionale a processare gli uomini che sono simbolo di Trnopolje, dei campi di detenzione di quei Balcani che conosci così bene, che hai raccontato come pochi. La giustizia non deve essere mai accanimento, non deve essere inumana, deve saper guardare alle persone che con il tempo possono non essere più le stesse, deve avere come obiettivo non la segregazione in sé ma il recupero e il reinserimento nella società. Su questo sai come la penso, ne abbiamo parlato tante volte, anche per cose a cui teniamo entrambi, e tu - come posso dire - con qualche motivo in più rispetto a me. Nel caso di Priebke, però, ha ragione Tullia Zevi: siamo di fronte a un uomo che non ha mai dato segni di pentimento o di ravvedimento, né di pietà verso le vittime del nazismo. E poi stiamo parlando di una persona che non è in carcere, che sta trascorrendo la detenzione in una abitazione privata. E´ per questo, caro Adriano, che voglio dirti per prima cosa che trovo odiosi quei manifesti che accostano il tuo nome a questa vicenda, perché la tua libertà, che io spero e sollecito, nasce in primo luogo dalla grandezza del tuo comportamento in questi anni difficili. E poi voglio dirti che è per tutto questo che non ho ritenuto di poter limitarmi a «un´alzata di spalle» quando si è trattato di decidere se concedere o no l´occupazione del suolo pubblico ai sostenitori della grazia per Priebke. Non so se conosci personalmente Piero Terracina, certo avrai letto di lui, e le sue testimonianze di ragazzo rinchiuso ad Auschwitz e tra i pochi ad essere tornato. Bene, ti assicuro che Piero è una persona di profonda umanità e apertura, privo di qualsiasi spinta vendicativa anche verso chi allora fu suo carnefice, portandogli via tutta la famiglia, nessuno escluso. Mi è stato di conforto, allora, il modo in cui ha condiviso le decisioni che abbiamo preso, senza impedire il diritto di esprimere le proprie opinioni ai sostenitori della grazia, ma anche senza concedere - e in questo apprezzo la sensibilità dimostrata dal Prefetto Serra - l´avallo ufficiale delle istituzioni a una manifestazione che avrebbe offeso la comunità ebraica, tutta Roma e per primi i parenti delle vittime. Il Ghetto di Roma, dal quale furono strappate in una notte più di mille persone, è ancora oggi un luogo che trasuda dolore e grida, smarrimento e pianto. Non c´è equilibrio fra 335 morti innocenti e un uomo che è fuggito e non ha mai riconosciuto l´orrore assoluto del proprio comportamento. Almeno la memoria, quell´equilibrio deve salvaguardarlo.

Edoardo SalzanoLettera a Radio Tre, Prima Pagina

Caro Calabresi,

Una signora, ieri, ha detto che il responsabile della strage delle Fosse Ardeatine è chi ha compiuto l'attentato di via Rasella e non si è consegnato quando ha saputo che 335 persone sarebbero state uccise. Nella risposta lei non ha citato un fatto decisivo ai fini di ogni giudizio. Cioè che della strage delle fosse Ardeatine si è data notizia quando il crimine era già stato compiuto. Qualunque storia di quegli anni lo sottolinea, e così lo ricorda chi - come me - in quegli anni era a Roma e ha ancora presente il titolo del Messaggero di allora.

La strage fu conclusa alle ore 19 del 24 marzo, e la notizia dell'avvenuta esecuzione avvenne il giorno successivo, 25 marzo, alle ore 12. Il titolo e il sommario del Messaggero informavano dell'avvenuto attentato, della decisione di fucilare "dieci comunisti badogliani" per ogni soldato tedesco ucciso, e dell'avvenuta esecuzione: "l'ordine è già stato eseguito".

Grazie dell'attenzione

FALOMI (Misto). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

FALOMI (Misto). Signor Presidente, i senatori della lista Di Pietro-Occhetto Società Civile voteranno contro questa legge. Con questa legge Berlusconi e le sue aziende si portano a casa un bel gruzzolo, si portano a casa non meno di 1,2 miliardi di euro (oltre 2.400 miliardi di vecchie lire) grazie alla vanificazione di ogni vincolo antitrust, che consente una consistente crescita del gruppo. Si portano a casa altri 600 miliardi vecchie lire all'anno, grazie all'esclusione delle telepromozioni dai tetti di affollamento pubblicitario.

E mentre sulle aziende di Silvio Berlusconi, del presidente del Consiglio, piovono miliardi, per i pensionati e lavoratori invece piove sul bagnato. State infatti per tagliare 6.000 di euro all'anno per sei anni alla spesa per le pensioni. Ai lavoratori della FIAT di Melfi, che chiedono salari e condizioni uguali a quelle dei loro colleghi degli altri stabilimenti, avete mandato la polizia. Alle migliaia di lavoratori dell'Alitalia che rischiano il posto di lavoro avete offerto soltanto risse tra Ministri e nessuna idea di una diversa politica di trasporto. Qui non è in ballo, come qualcuno ha detto in passato, un patrimonio del Paese, è in ballo il patrimonio personale del Presidente del Consiglio, in nome del quale questa legge riduce gli spazi di libertà e di pluralismo di informazione.

Per queste ragioni noi siamo contro questa legge e lavoreremo per abrogarla, quando saremo al Governo.

PAGLIARULO (Misto-Com). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

PAGLIARULO (Misto-Com). Signor Presidente, i Comunisti Italiani votano contro questo provvedimento. Il signor Berlusconi controlla la televisione privata e quella pubblica. Da questa strapotenza è nata la ragione di fondo di un intollerabile dominio nel mondo delle comunicazioni. Perciò il problema del conflitto di interessi rappresenta un paradosso unico al mondo e pone il nostro Paese fuori dall'Europa. Questa legge sul sistema radio televisivo lo ratifica.

Il Presidente della Repubblica la rinviò alle Camere perché, in particolare, non rispettava il pluralismo e perché l'altisonante sistema integrato delle comunicazioni consentiva la formazione di posizioni dominanti; la riscrittura della legge non la cambia nella sostanza, irride al monito del Presidente della Repubblica, contraddice le sentenze della Corte costituzionale. Il pluralismo si è trasformato in una prospettiva che non si realizzerà mai.

L'Europa ancora una volta ha sanzionato l'anomala situazione del nostro Paese nel campo dell'informazione, mentre la RAI è stata brutalmente normalizzata; vige la censura, si espellono e si cancellano uomini e programmi non graditi. In RAI si vede un Paese che non esiste, dove il Governo consegue straordinari successi, che sono solo nella sua propaganda elettorale. Questa legge assegna odiosi privilegia alla persona che oggi è Presidente del Consiglio e ai poteri che la circondano. Viene colpito a morte l'articolo 21 della Costituzione, ove si afferma la libertà di stampa. Perciò l'approvazione di questa legge è un altro durissimo colpo a quell'insieme di tutele, garanzie, diritti, libere rappresentanze che abbiamo chiamato democrazia, e che si incardina nel modo assoluto nella Costituzione.

Il Governo è irresponsabile, inerte, inetto sul drastico peggioramento sulla vita delle famiglie, litiga in modo furibondo sugli assetti di potere dei singoli Ministri, maè attentissimo a costruire un comando autoritario e centralizzato attorno alla figura di Berlusconi. Se ne vada, e al più presto!

Per queste ragioni noi, Comunisti Italiani, diciamo no a questa legge. (Applausi dai Gruppi Misto-Com e Misto-RC e del senatore Rotondo)

SODANO Tommaso (Misto-RC). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

SODANO Tommaso (Misto-RC). Signor Presidente, affermare che quello che stiamo trattando è un provvedimento scandaloso è davvero poca cosa. Gli interessi da difendere sono evidentemente troppo grossi per preoccuparsi dell'indignazione degli italiani. A nulla sono valse le indicazioni delle sentenze della Corte costituzionale e del messaggio del Presidente della Repubblica, che hanno avuto in comune il richiamo ad un maggior rispetto del pluralismo dell'informazione. Purtroppo, questi richiami hanno trovato una maggioranza sorda ed il testo continua a legittimare la condizione di illegalità diffusa in questo settore.

L'ultima versione della legge Gasparri realizza un aggiustamento falso, formale e inefficace di un sistema truffaldino, quale il sistema integrato delle comunicazioni.

L'essenza del provvedimento è una cristalizzazione di quei poteri forti, di quelle posizioni dominanti, di quei conflitti di interesse di cui l'attuale maggioranza è fortemente intrisa e attraversata, tanto da caratterizzarsi ormai chiaramente come un vero e proprio contratto di affare. È impressionante come, nell'affrontare i problemi inerenti al sistema pubblico, ci scontriamo innanzitutto con gli interessi politici della maggioranza e quelli privati del Presidente del Consiglio.

L’informazione oggi è il bandolo di cui il Governo, il Presidente del Consiglio in primo luogo, intendono servirsi per ricostruire un consenso che si è incrinato.

Di fronte a un evidente blackout del consenso, rispondete come avete fatto a Melfi con la repressione o tentando di ingabbiare il pluralismo con un’operazione tutta anomala e illegale.

Lo spirito antidemocratico di questo provvedimento non può essere dunque emendato, ma dev’essere debellato demolendone l’impianto strategico. (Richiami del Presidente).

Quella della legge Gasparri è un’impostazione ad personam che assegna odiosi privilegi all’interesse privato.

Il Governo fa carta straccia dell’articolo 21 della Costituzione, senza garantire il pluralismo delle voci, dei soggetti e della libera informazione della stampa. La legge Gasparri rappresenta una chiara metafora della maggioranza e della sua cultura politica. Non è neppure un caso che per tale via ha inteso operare ancora un imbavagliamento del conflitto sociale, dei movimenti della scuola, dell’università, del precariato, del lavoro e di quello per la pace.

Non si può cancellare quanto sta accadendo nel Paese; non si possono cancellare le immagini dei lavoratori e delle lavoratrici di Melfi, che reclamano un trattamento dignitoso e subiscono cariche indiscriminate; non si può cancellare l’ondata di malcontento che attraversa il nostro Paese e che rischia di travolgervi.

Il giudizio di Rifondazione Comunista su questo provvedimento è estremamente negativo, ma non ci limiteremo ad esprimere in quest’Aula il nostro voto contrario: faremo di tutto per renderne difficile l’applicazione reale nel Paese, affiancheremo tutte le mobilitazioni che la società civile metterà in campo contro quest’ennesimo schiaffo che il Governo intende dare alla democrazia del nostro Paese. (Applausi dai Gruppi Misto-RC, Misto-Com e del senatore Bonavita. Congratulazioni).

FABRIS (Misto-AP-Udeur). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

FABRIS (Misto-AP-Udeur). Signor Presidente, colleghi, la maggioranza ci sta costringendo ancora una volta a votare una legge che non solo fa gli interessi del Presidente del Consiglio, ma che già sappiamo rischia di cadere, dopo la sua approvazione, sotto la scure della Corte costituzionale.

A nome dunque dei senatori di Alleanza popolare-Udeur annuncio il voto contrario alla cosiddetta legge Gasparri, anche se il Ministro non me ne vorrà, ma noi pensiamo che non sia proprio lui il padre biologico non sia lui…

Ricordo che questa legge è stata rinviata alle Camere dal Presidente della Repubblica con un messaggio assolutamente chiaro e inequivoco nei contenuti. Vi era in quel rinvio un elemento di novità che la maggioranza ha fatto finta di non capire. Per la prima volta il Capo dello Stato ha rinviato una legge di sistema sottoposta a censura di fatto nel suo intero impianto, che in quanto tale doveva essere riconsiderata nel suo insieme e non per singole parti come avete fatto voi.

Non vi sono dubbi, dunque, che questa legge, come già altre leggi di questo Governo, inevitabilmente finirà sotto la scure della Corte costituzionale! È già successo con il lodo Schifani sta per succedere con la legge Bossi-Fini, come a suo tempo noi avevamo ampiamente pronosticato.

Il problema vero è che questo Governo non sa fare buone leggi e avete sprecato più di due anni per fare questo regalo a Berlusconi, invece che risolvere i problemi degli italiani.

Abbiamo assistito a un episodio di una gravità istituzionale senza precedenti: qui al Senato, come e peggio che alla Camera, il messaggio con il quale il Presidente della Repubblica aveva rinviato il testo della legge è stato nei fatti svilito, ridimensionato, direi ridicolizzato.

Le questioni rilevantissime che vi erano evidenziate sono state accolte, non come un saggio e autorevole contributo da utilizzare nell'iter di formazione di una legge importante (che riguardava - lo ricordo - il pluralismo nel settore dell’informazione), bensì come un fastidioso e ingombrante ostacolo alla tutela degli interessi del Presidente del Consiglio.

Francamente, ci saremmo aspettati un Senato un po’ più orgoglioso, un po’ meno inerme. Ma qui, a differenza che alla Camera, i colleghi della maggioranza non hanno mai dimostrato alcuna autonoma capacità (Richiami del Presidente). Ho finito, signor Presidente, di intervento rispetto ai desiderata del Presidente del Consiglio.

Tutte le proposte del Governo qui al Senato vengono digerite dai colleghi di maggioranza, lasciando ai loro colleghi della Camera, che evidentemente essi ritengono più coraggiosi e intelligenti, il compito di correggere i loro errori, salvo poi - da bravi soldatini - votare il compito corretto dalla Camera.

Noi voteremo dunque contro questa legge per questi motivi, ma anche perché essa nei fatti uccide il pluralismo e la democrazia nel sistema delle telecomunicazioni è dell'informazione. (Applausi dei senatori Zanda e Vitali).

MARINI (Misto-SDI). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MARINI (Misto-SDI). Signor Presidente, onorevoli colleghi, il testo che la maggioranza sta per approvare sollecita una riflessione generale sul modo di essere della nostra democrazia. Il provvedimento quindi va ben al di là dei contenuti tecnici che sostiene, ed a mio giudizio è riduttivo, anche se corrisponde a verità, denunciare la grave anomalia e la lesione che si determinano all’interno della nostra democrazia considerata la condizione nella quale il Parlamento esprime un voto che riguarda il sistema dell’informazione.

Noi sappiamo che il Presidente del Consiglio difende suoi interessi, che l’intera maggioranza è in ostaggio, si pone a difesa degli stessi ed è acritica rispetto a questa situazione. Secondo me però questo è poca cosa rispetto al problema più generale, perché la questione è ampia e si intreccia, da un lato, al rapporto comunicazione-formazione-opinione politica dei cittadini e, dall’altro, alla libertà e al pluralismo dell’informazione in uno Stato democratico.

Il ruolo dell’informazione in una società democratica è fondamentale, perché contribuisce a costruire la volontà dei cittadini, ed è fondamentale soprattutto per quei cittadini meno attrezzati culturalmente, che hanno minori possibilità di leggere i quotidiani e non conoscono esattamente i termini delle varie questioni affrontate, di volta in volta, da chi guida il Paese. Eppure la nostra Costituzione, nella sua Parte I, quella che anche voi colleghi della maggioranza ritenete non vada toccata, anzi tutelata, detta i principi fondamentali della nostra democrazia, ponendo al centro la libertà dei cittadini, presupposto della quale è la formazione libera della coscienza democratica.

L’articolo 49 tutela il principio di libertà della formazione dei cittadini, con una volontà che si esprimerà attraverso l’associazionismo. Ma tutto ciò passa attraverso la neutralità dell’informazione, che a nostro giudizio manca oggi in Italia e che con questa legge mancherà ancor di più.

Come si può determinare una politica nazionale voluta dai cittadini in una democrazia se non attraverso la partecipazione, il coinvolgimento degli stessi nei momenti, se non decisionali, quanto meno di promozione delle decisioni? Come è possibile costruire una democrazia partecipata senza corretta informazione? Ricordo che la formazione corretta passa attraverso il pluralismo dell’informazione, ma tale pluralismo può essere forse garantito da un monopolio? Secondo me no e credo che nemmeno voi possiate pensare una cosa simile.

Il pluralismo si determina in due modi, o attraverso il dominio assoluto dell’informazione, e questo non può essere rimesso all’Esecutivo, ma a cittadini al di sopra delle parti, o attraverso la concorrenza, con l’esistenza di una serie di reti e di strumenti di informazione. Più reti, diverse proprietà; diverse proprietà, diverso modo di presentare l’informazione. In Italia noi abbiamo invece una situazione assurda, da un lato la RAI, che esercita metà dell’informazione, e sappiamo che è pessima, spazzatura, dall’altra un proprietario privato, che rappresenta l’altra metà dell’informazione e che determina il cinquanta per cento pubblico.

Se questa è la situazione, ed è di fronte agli occhi di tutti, credo non si possa che essere convintamente contrari a questo disegno di legge. Noi socialisti voteremo contro. (Applausi dal Gruppo Misto-SDI e del senatore Fabris).

DONATI (Verdi-U). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

DONATI (Verdi-U). Signor Presidente, onorevoli colleghi e colleghe, rappresentanti del Governo, il giudizio dei Verdi su questo provvedimento resta estremamente negativo, perché il disegno di legge Gasparri/Mediaset continua inesorabilmente ad andare in direzione contraria a quelle norme di "garanzia del pluralismo ed imparzialità dell’informazione", invocate dal Presidente della Repubblica nel suo messaggio al Parlamento, il 23 luglio 2002.

Stiano discutendo nuovamente questo provvedimento, perché il 15 dicembre 2003 il Presidente della Repubblica ha rinviato il provvedimento alle Camere, invitandole a rivedere il testo in quanto contravveniva al principio fondamentale del rispetto del diritto al pluralismo dell'informazione e con la garanzia di un sistema pubblico in grado di assicurare realmente una informazione equa e non di parte.

Le sentenze della Corte costituzionale, le indicazioni dell’Autorità garante, il messaggio del Presidente della Repubblica hanno tutti in comune il richiamo ad un maggior rispetto, ancora assolutamente disatteso nel testo che il Senato si appresta a votare, del pluralismo dell'informazione nonché all'obbligo del legislatore (cioè noi) di contrastare la concentrazione nelle mani di pochi del sistema radiotelevisivo.

Ma Governo e maggioranza, anziché rivedere seriamente il disegno di legge oggetto dei rilievi del Presidente della Repubblica, si sono limitati soltanto ad apportare piccole operazioni di lifting al testo, lasciandolo sostanzialmente inalterato.

E un testo che i Verdi e le forze dell'opposizione unite hanno duramente contrastato sia in Commissione sia in quest'Aula del Senato, ma che non ha impedito a Governo e maggioranza, accecati dall'esigenza di tutelare gli interessi privati del Premier, di procedere comunque nel più evidente disprezzo dei rilievi avanzati dal Capo dello Stato.

La prima fondamentale obiezione riguarda il limite di concentrazione per un unico soggetto proprietario sul complessivo Sistema integrato delle comunicazioni, una sorta di paniere allargato del sistema informativo che consentirà agli attuali operatori di espandersi ulteriormente. È stato stimato che Mediaset potrà crescere del 55 per cento e la Rai del 100 per cento. In pratica pochi operatori equivalgono a poco pluralismo nell’informazione, è semplice da comprendere.

In secondo luogo, il disegno di legge Gasparri-Mediaset, opportunamente integrato con il decreto salvareti, autorizza l'ennesima proroga per consentire a Rete 4 di continuare a trasmettere in chiaro per un lungo periodo transitorio, nonostante una precisa sentenza della Corte, la n. 466 del 2002, abbia stabilito in modo indiscutibile che dal 1° gennaio 2004 dovevano essere liberate le frequenze.

Inoltre il provvedimento consente a chi già possiede più di due reti nazionali di acquistare subito le radio e dal 2010 anche giornali e quotidiani: è questo un grave colpo al sistema pluralistico che ha sempre caratterizzato il sistema della carta stampata nel nostro Paese. Aumenterà ancora la concentrazione nelle mani di pochi proprietari dell'intero sistema di informazione, riducendo quindi di conseguenza la libertà di espressione e di opinione.

Altro elemento grave del testo riguarda l'affollamento pubblicitario, che permette di mandare in onda più telepromozioni negli orari di massimo ascolto televisivo. È una norma fatta solo per assicurare più pubblicità al sistema televisivo, riducendo ancora le opportunità di raccolta per giornali e radio, nonché per il sistema locale televisivo. Ma Governo e maggioranza, nonostante un preciso richiamo del Presidente della Repubblica su questo punto, non hanno voluto correggere la norma perché evidentemente di vitale importanza per Mediaset.

Infine, il provvedimento interviene sul riassetto della RAI, con una privatizzazione sbagliata quanto inutile senza porre alcun limite di detenzione del 51 per cento in mano pubblica, e lasciando questa scelta delicata in mano al Governo ed espropriando così anche il Parlamento.

Ma certo non è sfuggito ai cittadini che la privatizzazione consente di riaprire il balletto delle nomine nel Consiglio di amministrazione della RAI restituendo un ruolo molto forte ai partiti per le scelte sui futuri assetti e lottizzazioni dell'azienda pubblica. In questo testo per la RAI mancano un progetto strategico e risorse adeguate per garantirne il rilancio ed il ruolo essenziale di servizio pubblico, e le aggressioni davvero volgari e continue alla Presidente di garanzia, a cui va la nostra solidarietà, sono solo un assaggio dell'assalto che si prepara per la RAI.

Il risultato concreto di queste norme sarà una RAI sempre più debole ed asservita al potere politico, le reti Mediaset sempre più forti, nessun nuovo soggetto privato in grado di crescere, perché gli viene impedito per legge, con l'aggravante che le tre reti private sono di proprietà personale del Capo del Governo, confermando il nodo irrisolto del palese conflitto d'interessi del presidente del Consiglio Berlusconi e consolidando quella che, a livello europeo, si configura già come una vera e propria anomalia italiana. Conferma quest'ultima arrivata anche dal Parlamento Europeo che, la scorsa settimana, ha approvato a larga maggioranza un Rapporto sulla libertà dei mezzi di comunicazione in Europa, che mette precisamente sotto accusa in modo esplicito il potere mediatico del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.

Il rapporto rileva l'anomalia della situazione italiana "dovuta ad una combinazione unica di poteri economico, politico e mediatico nelle mani di un solo uomo".

Anomalia destinata a peggiorare, come abbiamo dimostrato tante volte, se verrà approvato questo disegno di legge Gasparri-Mediaset, ma contro cui non ci arrenderemo continuando la battaglia fuori da quest’Aula, sostenendo ricorsi e mobilitazioni per impedirne la sua attuazione.

Proprio perché restiamo convinti che la libertà di espressione ed il pluralismo nell’informazione siano un ingrediente essenziale per un Paese democratico come sancito dall'articolo 21 della Costituzione, annuncio a nome del Gruppo dei Verdi un convinto e deciso voto contrario su questo provvedimento. (Applausi dai Gruppi Verdi-U, DS-U, Mar-DL-U e della senatrice De Zulueta).

ZANDA (Mar-DL-U). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

ZANDA (Mar-DL-U). Signor Presidente, signori senatori, signori membri del Governo, oggi i cittadini italiani avrebbero il diritto di sapere che il loro Senato è stato convocato per discutere della tragedia irachena, dell'agonia dell'Alitalia e della crisi sociale ed industriale della FIAT di Melfi. Invece, il Governo obbliga i senatori ad occuparsi di affari privati. Che si tratti di affari privati ce lo ha ricordato poche settimane fa il presidente di Mediaset, Fedele Confalonieri che, con la franchezza che solo i veri potenti possono permettersi, ha reso pubblici i vantaggi finanziari che la legge sul riassetto della televisione porterà alle casse di Mediaset: quattromila miliardi di lire l'anno.

Signori senatori della maggioranza, con l'approvazione di questo disegno di legge, voi vi apprestate a violare quel patto costituzionale di mutuo rispetto tra il Parlamento e la funzione di garante della Costituzione che tutti i Presidenti della Repubblica italiana, dal 1948 ad oggi, hanno sempre esercitato con il pieno rispetto di tutti i Governi e di tutti i Parlamenti.

Con i suoi messaggi del luglio 2002 e dello scorso dicembre, il presidente Ciampi ha chiesto al Parlamento di garantire il pluralismo dell'informazione e di impedire posizioni dominanti nella proprietà di network televisivi e della carta stampata. A questo invito Governo e maggioranza hanno risposto con un provvedimento che aggrava i problemi dell'informazione schiacciata dall'assenza di pluralismo e dalla prepotenza di un monopolio di fatto.

Signori senatori, credo che oggi in quest'Aula si debba parlare chiaro. Il Presidente domandava più pluralismo e da domani ne avremo di meno. Domandava meno posizioni dominanti e da domani ne avremo di più. Il Governo Berlusconi sta chiedendo al Senato di approvare un provvedimento che è tale e quale a quello che il Presidente della Repubblica aveva rinviato alle Camere, salvo qualche ritocco tecnico che nella sostanza non cambia nulla.

Mi rivolgo a lei, ministro Gasparri perché ha firmato questo provvedimento e perché lei è oggi qui in rappresentanza del Governo. Onorevole Gasparri, lei può spiegare al Senato dove è finita la firma del Presidente del Consiglio? Può per cortesia dire pubblicamente e formalmente perché il Presidente Berlusconi non ha firmato un disegno di legge così importante? Può almeno una volta oggi riconoscere nell'Aula del Senato la vastità - la vedo sorridere; questo non è un argomento comico, onorevole Ministro (Applausi dai Gruppi DS-U, Mar-DL-U, Verdi-U, Misto-Com, Misto-RC, Misto-SDI e Misto-AP-Udeur) - le dimensioni e la pericolosità di quel conflitto di interessi che ha impedito al presidente Berlusconi di sottoscrivere, come sarebbe stato suo preciso dovere, questo provvedimento?

Vede, onorevole Ministro, la mancata firma del presidente Berlusconi al suo disegno di legge non è un indizio di ritrovato senso di decenza del Governo della maggioranza; è la prova dell'indecenza della vostra azione politica e di Governo.

Permettetemi due parole sul contenuto di questo provvedimento. Non voglio parlare della falsa privatizzazione della RAI e nemmeno della sua sempre maggiore dipendenza dalle forze politiche di Governo né voglio ricordare questa commedia - perché si tratta di una vera commedia - del digitale terrestre, l'unico obiettivo di aggirare le disposizioni della Corte costituzionale su Rete 4.

Voglio fare soltanto un accenno agli effetti di questo disegno di legge sulle due questioni che più stanno a cuore al Presidente della Repubblica: le posizioni dominanti e il pluralismo dell'informazione.

Nessun Paese democratico moderno con un’economia di mercato tollera più le posizioni dominanti in alcun settore industriale, figuriamoci nel settore della comunicazione.

Oggi, RAI e Mediaset si spartiscono, fifty-fifty, quasi il 95 per cento del mercato televisivo italiano. Ditemi voi se questa non è una posizione dominante.

Vista le legislazione europea, visto l’esempio degli altri Paesi occidentali, letto il messaggio del Presidente della Repubblica, gli italiani si sarebbero aspettati che il Governo avesse presentato un disegno di legge che riducesse la presenza di RAI e Mediaset e lasciasse spazio alla concorrenza aprendo il settore al mercato.

Signor ministro Gasparri, non la voglio disturbare mentre telefona, ma voglio chiederle se potrebbe spiegare, non tanto al Senato che vedo non le interessa, ma almeno all’opinione pubblica italiana, come mai questo fantomatico SIC invece di ridurre la scandalosa posizione dominante di Mediaset, farà proprio il contrario, ne aumenterà la forza di più del 50 per cento?

E poi, con riferimento al pluralismo, signor Ministro, occorre dire che pluralismo e posizioni dominanti sono due concetti assolutamente inconciliabili e la presenza del monopolio di fatto RAI-Mediaset è la spiegazione reale e chiara del mancato pluralismo televisivo in Italia.

Ma il provvedimento che stiamo esaminando e che forze voi approverete a breve, non si occupa solo di televisione: qui è avviata una vera e propria aggressione anche al pluralismo della carta stampata.

Ciò avviene in due modi, vale a dire attraverso la legalizzazione delle telepromozioni oggi illegali, così sottraendo risorse pubblicitarie ai giornali, e abolendo il divieto di intrecci proprietari tra televisione e carta stampata, ultimo argine allo strapotere di Mediaset.

Tra qualche anno, Silvio Berlusconi se vorrà, potrà acquistare quotidiani (ad esempio, il "Corriere della Sera") e non dovrà più chiedere una cortesia a suo fratello Paolo come ha fatto quando ha finto di vendergli "Il Giornale". Potrà acquistare giornali legalmente e personalmente.

Anche al proposito, signor Ministro, può spiegarmi come questa norma sulle telepromozioni e sugli intrecci proprietari potrà favorire il pluralismo dell’informazione?

Questo disegno di legge, onorevoli senatori, è incostituzionale; vìola clamorosamente l’articolo 21 della Costituzione e la sua incostituzionalità verrà dichiarata dalla Corte costituzionale, non perché i giudici della Corte siano comunisti, come molti di voi, senatori della maggioranza, sostengono, ma perché la Corte costituzionale italiana, in tutta la sua storia, è stata sempre coerente con le proprie decisioni e non potrà che confermare la sua giurisprudenza e le sue sentenze che, sinora, hanno costantemente definito il pluralismo dell’informazione in modo esattamente opposto a quanto realizza il disegno di legge che voi volete regalare all’Italia.

Permettetemi di concludere con una considerazione politica. Tutti qui in Senato sappiamo che molti, probabilmente moltissimi senatori della maggioranza non condividono alcunché di questo provvedimento, ma lo votano lo stesso perché pensano che questa sia l’ultima volta che vengono chiamati ad approvare una legge che trova origine negli interessi personali o patrimoniali del Capo del Governo.

Vorrei mettere sull’avviso i senatori della maggioranza. Questa legge non sarà l’ultima di questo genere. Dopo la detassazione delle successioni miliardarie, dopo la legge Cirami, il lodo Schifani, i vincoli alle rogatorie internazionali, il falso in bilancio, il condono fiscale, le norme sul rientro dall’estero dei capitali, il provvedimento spalma-calcio, il decreto-legge salva Rete 4, arriva adesso la legge Mediaset-Berlusconi.

Signori senatori della maggioranza, non fatevi illusioni. Votando la legge Mediaset-Berlusconi voi non chiudete il capitolo delle leggi ad personam e nemmeno quello delle leggi illiberali. (Richiami del Presidente). Concludo, signor Presidente.

Sarete costretti a sempre più numerosi compromessi con la vostra coscienza personale e politica e molti di voi, già dopo le elezioni del prossimo giugno, si pentiranno di aver votato questa pessima legge, contro la quale tutti i senatori della Margherita voteranno convinti e compatti. (Applausi dai Gruppi Mar-DL-U e DS-U e dei senatori De Zulueta, Michelini e Pedrini).

BRUTTI Paolo (DS-U). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

BRUTTI Paolo (DS-U). Signor Presidente, rappresentanti del Governo, colleghi senatori … (Il ministro Gasparri si trova sui banchi di Alleanza Nazionale).

PRESIDENTE. Signor Ministro, torni al suo posto e ascolti anche il collega della sinistra. Occorre ascoltare tutti e due i tipi di dichiarazioni di voto, da una parte e dall’altra.

PASCARELLA (DS-U). "Gasparri, missione compiuta"!

PRESIDENTE. Ministro, torni al suo posto. (Commenti del senatore Garraffa). Senatore Garraffa, abbiamo evitato richiami all’ordine ed espulsioni. Vediamo di finire in bellezza.

BRUTTI Paolo (DS-U). Signor Presidente, sta per concludersi con il voto che daremo tra poco una delle pagine meno onorevoli del Parlamento e del Senato. Hanno contribuito a questo accadimento uomini convinti di quel che facevano (il senatore Tofani ha detto che qui ci sono uomini più realisti del re o più berlusconiani di Berlusconi). Tuttavia mi dispiace particolarmente che ciò si determini con la cooperazione di uomini della maggioranza che, per altro verso, stimo e che so che non esprimono questo voto con il cuore libero. Non hanno trovato la forza di liberarsi da una coercizione, da una pressione esterna, che li ha fatti strumento, loro, come tutta la maggioranza, della realizzazione degli interessi materiali di un grande gruppo finanziario e industriale, la Fininvest.

Non vi è importato nulla che per questa via non si facessero gli interessi economici del Paese e gli interessi economici del settore della comunicazione radiotelevisiva, che dopo questo provvedimento e le correzioni che sono state apportate, resta ingessato entro un asfissiante duopolio RAI-Mediaset, che poi in realtà duopolio non è, perché la RAI non ha più un’autonoma volontà e un’autonoma capacità imprenditoriale.

Essa si avvia a diventare, da grande e ambizioso polo culturale e industriale pubblico, un avvilente scimmiottamento dei caratteri più negativi delle televisioni commerciali. Questa legge peggiora, se possibile, la condizione della RAI e ne fa strumento asservito agli interessi politici del Governo del momento, ora a quelli della Casa delle Libertà, proprio alla vigilia di un importante tornata elettorale.

La legge non è ancora approvata e già manifesta appieno tutta la sua influenza nefasta sulla RAI. Il direttore generale, che ha scarsa dimestichezza con la comunicazione radiotelevisiva e molto con le frequentazioni delle stanze del potere politico, ha decretato la sospensione dei poteri del consiglio di amministrazione, inaugurando un nuovo stile: in diretta i serial killer, in differita il movimento dei lavoratori, nell’oscuramento del movimento della pace. (Applausi dai Gruppi DS-U, Mar-DL-U, Verdi-U e Misto-Com).

Se ci fosse una ragionevole giustizia, occorrerebbe piuttosto mandare in differita, almeno di una settimana, il salotto di "Porta a Porta", nel quale il Presidente del consiglio e i suoi Ministri si avventurano in spericolate affermazioni che mettono in discussione i rapporti internazionali, la sicurezza del Paese e la sicurezza dei cittadini.

Infine, questa legge è uno schiaffo al Presidente della Repubblica e alla sua paziente opera di difesa dei valori costituzionali del pluralismo e della libertà di espressione.

Il Presidente della Repubblica ha chiesto di modificare almeno il SIC, questo obbrobrio, riducendolo e rendendolo più omogeneo al fine, egli dice, che "chi detiene il 20 per cento delle risorse non acquisisca una posizione dominante sul mercato radiotelevisivo".

Ebbene, ministro Gasparri, il SIC, il sistema integrato delle comunicazioni a cui la legge dà vita, è esattamente il doppio di quello su cui attualmente si calcola il limite di concentrazione dei mezzi finanziari.

Nel nuovo SIC Mediaset potrebbe rientrare entro il limite legale del 20 per cento dei ricavi, pur tuttavia espandendo il proprio fatturato fino a 5,2 miliardi di euro contro i 4 miliardi attuali, cioè al 30 per cento in più dell’attuale. Si è quindi realizzato il miracolo che Mediaset potrebbe dominare di più il mercato delle telecomunicazioni ed essere giudicata in una posizione meno dominante di ora. Questo è il senso della vostra legge. Mi si potrebbe rispondere che anche la RAI può farlo, ma permettetemi di dire che bisogna cominciare a pensare alla testa, non alla coda, e oggi la RAI è la coda.

È il caso paradossale che abbiamo già vissuto per i limiti di inquinamento: se c’è un limite di inquinamento non si disinquina, ma si modificano i livelli in modo da far diventare l’inquinamento legale. Questo inquinamento delle telecomunicazioni voi lo state facendo diventare legale. E questo sempre che sia legittimamente sostenibile per via giurisprudenziale, cosa di cui io dubito, che la lettera della legge riferisca questo limite di concentrazione del 20 per cento alla Fininvest e non alle società di comunicazione che ne fanno parte: Mediaset, Mondadori e Medusa.

Abbiamo votato un ordine del giorno in questo senso, ve lo voglio rammentare, ma se così non fosse, la somma delle posizioni di Mediaset, Mondadori e Medusa nel SIC, ancor quando ciascuna fosse inferiore o uguale al 20 per cento del mercato, porterebbe l’intera Fininvest molto oltre le soglie consentite.

Abbiamo sentito tutti le affermazioni impegnative del presidente Grillo, del sottosegretario Innocenzi e quelle un po’ meno chiare e un po’ più borbottate dello stesso Ministro. Loro sono uomini d’onore, ma anche Confalonieri è un uomo d’onore e appena ieri ha dichiarato che subito dopo che la nuova legge glielo consentirà si espanderà nella radio, nell’editoria elettronica e in Internet. Non credo che Confalonieri pensi di farlo a spese della pubblicità televisiva di Mediaset. Dunque vedremo alla fine quale punto di vista prevarrà. E se dovessimo scommettere so che nessuno scommetterebbe, nello scontro Confalonieri-Grillo, a favore del presidente Grillo sperando che egli abbia la meglio sul presidente Confalonieri e, sia detto per inciso, sul vice presidente Berlusconi.

Dunque il messaggio del Presidente della Repubblica è stato ignorato nel suo punto fondamentale, nella forma e nella sostanza. La legge meriterebbe di essere di nuovo rinviata alle Camere. Se il Presidente della Repubblica lo facesse compirebbe un atto di igiene costituzionale.

In ogni caso, è evidente - e in questo nostro dibattito parlamentare è apparso chiaro - che la legge mostra gravissimi profili di incostituzionalità, perciò cadrà sotto la censura della Corte non appena qualcuno vi farà ricorso (e qualcuno che farà ricorso ci sarà!).

La legge è contraria alle direttive europee in materia di comunicazione televisiva, come ha stabilito il Parlamento europeo che si è appena espresso sulla Gasparri…

PRESIDENTE. Senatore Brutti Paolo, la invito a concludere.

BRUTTI Paolo (DS-U). Signor Presidente, per questi motivi voteremo contro questa pessima legge, per salvaguardare i valori costituzionali nell’interesse dell’impresa di comunicazione e della cultura italiana; soprattutto voteremo contro per dire all’opinione pubblica e al Paese, ai tanti che in questi mesi si sono battuti per la difesa del pluralismo e per la libertà di comunicazione, che nella casa della sovranità popolare abitano ancora uomini liberi che non permetteranno che si inaridisca una delle radici della libertà, la libertà di informazione. (Applausi dai Gruppi DS-U, Mar-DL-U, Verdi-U, Misto-Com, Misto-RC e del senatore Michelini. Molte congratulazioni).

Le percentuali elettorali non danno mai il senso degli spostamenti reali. Tanto più quando tra l’elettorato e il potere c’è di mezzo un sistema elettorale così scombinato come quello italiano. Sappiamo tutti che il potere l’ha conquistato Berlusconi (e sappiamo pure con quali mezzi, e con quali complicità soggettive e oggettive). Sappiamo, un po’ vagamente, che però il popolo non ha dato al nuovo Capo l’adesione totalitaria alla quale aveva indirizzato le ingenti risorse gettate nella battaglia: dal 1996 al 2001 Berlusconi ha enormemente aumentato il suo potere, non la sua forza di convinzione sull’elettorato.

Luigi Scano, lavorando sui dati del Ministero degli interni, ha elaborato qualche tabella utile per riflettere. A voi i commenti: se me li mandate, li inserisco.

Camera dei Deputati - proporzionale


Elezioni 1996 Elezioni 2001

Centro sinistra e sinistra


Democratici sinistra 6.145.569
PDS 7.894.118
Sub-totale 7.894.118 Sub-totale 6.145.569
POP - SVP - PRI - UD -PRODI 2.554.972
Rinn. It. - Dini 1.627.380
La Margherita 5.374.266
SVP 200.056
Sub-totale 4.182.352 Sub-totale 5.574.322
Fed. dei Verdi 938.665
Il Girasole 804.352
Comunisti italiani 616.649
Totale 13.015.135 Totale 13.140.892
Rifondazione comunista 3.213.748 Rifondazione comunista 1.867.712
Totale 16.228.883 Totale 15.008.604
Lista Di Pietro 1.443.057
Totale 16.228.883 Totale 16.451.661
PDS + Rifondazione comunista 11.107.866 DS + Comunisti italiani + Rifondazione comunista 8.629.930
PDS + Rifondazione comunista + Verdi 12.046.511 DS + Comunisti italiani + Rifondazione comunista + Girasole 9.434.292


Centro destra e centro


Forza Italia 7.712.149 Forza Italia 10.921.335
Alleanza Nazionale 5.870.491 Alleanza Nazionale 4.458.651
CCD - CDU 2.189.563 CCD - CDU 1.193.694
Sub-totale 15.772.203 Sub-totale 16.573.680
Lega Nord 3.776.354 Lega Nord 1.456.490
Totale 19.548.557 Totale 18.030.170
Nuovo PSI 352.862
Totale 19.548.557 Totale 18.383.032
Pannella - Sgarbi 702.988
Pannella - Bonino 841.214
Totale 20.251.545 Totale 19.224.246
Democrazia europea 886.988
Totale 20.111.234
Leghismi dissociati
Liga fronte veneto 74.288
Totale 74.288
Estrema destra
Mov. Soc. - Tricolore 339.351
Fiamma tricolore 142.894
Fronte nazionale 23.230
Forza nuova 13.550
Totale 339.351 Totale 179.674
Altri
Verdi - verdi 25.788 Verdi - verdi 18.251
Altre liste verdi 15.560
Lega d’azione meridionale 72.062 Lega d’azione meridionale 23.812
P.S.d’az. 38.002
P.S.d’az. - Sard. Natz. 34.345
Liste autonomiste 206.059
Liste socialiste 149.441
Social. auton. 6.775
Partito pensionati 68.242
Noi siciliani 7.798
Paese Nuovo 33.353
Abolizione scorporo 27.067
Liberi e forti 7.254
Comunismo 5.203
Lista Amadu 11.513
Lib. Dem . - Basta 6.202
Mov. Libertà 6.773
Altre liste 158.607 32.160
Totale 665.519 Totale 291.667

Senato della Repubblica

Elezioni 1996 Elezioni 2001

Innanzitutto, ci sembra cosa gradita presentare una parte della squadra che abbiamo eletto e ci governa

BERRUTI MASSIMO MARIA (F.I.)
arrestato per corruzione negli anni 80, condannato per favoreggiamento

BIONDI ALFREDO (F.I.)
ha patteggiato una condanna per frode fiscale

BONSIGNORE VITO (C.C.D.)
condannato a 2 anni per corruzione

BRANCHER ALDO (F.I.)
accusato per aver pagato una tangente di 300 milioni a De Lorenzo

CANTONI GIAMPIERO (F.I.)
inquisito per vari reati ha patteggiato alcune accuse

COMINCIOLI ROMANO
imputato a Roma per rapporti con la mafia, Latitante per Mani Pulite, imputato per le false fatture in Publitalia (società di Berlusconi). Candidato da Forza Italia

COPPERTINO GIOVANNI (C.C.D.)
rinviato a giudizio per calunnia ai danni di due pentiti, noto frequentatore di feste di boss della malavita

DELL'UTRI MARCELLO
pregiudicato, condannato per false fatture, sotto processo per concorso esterno in associazione mafiosa, inquisito per calunnia: capolista per F.I.

DEL PENNINO ANTONIO (F.I.)
coinvolto nello scandalo Enimont e in quello della metropolitana di Milano

DE GENNARO GIUSEPPE (F.I.)
condannato per voto di scambio

DE RIGO WALTER (F.I.)
ha patteggiato una pena di un anno e quattro mesi per aver architettato una truffa ai danni del ministero del tesoro e della CEE

FALLICA GIUSEPPE (F.I.)
condannato per false fatturazioni in Publitalia

FORTE MICHELE (F.I.)
arrestato negli anni 80

GIANNI PIPPO (F.I.)
arrestato e condannato in primo grado per concussione

LOMBARDO RAFFAELE (C.C.D.)
due volte arrestato

MARTELLI CLAUDIO
pregiudicato, condannato a 8 mesi per tangenti Enimont

NESPOLI VINCENZO (A.N.)
coinvolto in un'inchiesta per concussione

PINI MASSIMO (A.N., indipendente)
ex detenuto di Mani Pulite

SODANO CALOGERO (F.I.)
storico inquisito, paladino degli abusivi

SUDANO DOMENICO (A.N.)
Plurinquisito

TOMASSINI ANTONIO
qui la storia ha dell’incredibile: ginecologo, condannato a tre anni per falso: ha prima contraffatto e poi soppresso il cartogramma di una paziente da lui assistita; la bambina è nata cerebrolesa. Questo tizio era in lizza per il ministero della salute.

VERDINI DENIS (F.I.)
indagato per falso in bilancio

VIZZINI CARLO (F.I.)
salvato dalla prescrizione da una condanna per tangente Enimont

PREVITI CESARE
no comment, ci sarebbe troppo da scrivere.

BERLUSCONI SILVIO
si presenta da solo
______________________________

spesso l’apparenza inganna, quindi, prima di giudicare,
vediamo il lavoro svolto…

anno 2001

13 maggio
·Il cavaliere e suoi vincono le elezioni politiche (gli italiani ringraziano).

giugno
·Berlusconi forma il suo governo, illustra il "Contratto con gli italiani" e pianifica le attività dei primi 100 giorni.

·Il ministro ultràcattolico Buttiglione attacca la legge n.194 sull’aborto ma, oltre all’opposizione, anche una parte della destra non è con lui quindi, per ora, la legge e la libertà delle donne rimangono.

Ricordiamo all’on. Buttiglione che da quando l’aborto è legale il numero di interruzioni di gravidanza volontarie è in continua diminuzione.

luglio

·Abolizione della tassa di successione. Chi ha beni fino a 350 milioni (80% della popolazione) non pagava già nulla; la tassa viene abolita solo per chi ha più di 350 milioni (20% della popolazione, cioè la minoranza riccona). E’ davvero così immorale e ingiusto che un possessore di più di 350 milioni di lire paghi una tassa del 4% al momento di donare tutto ai figli? Lo stato così non incasserà una lira da chi è straricco come, guarda a caso, Berlusconi il quale possiede beni per circa 25.000 miliardi di lire. Tutto ciò nell’interesse del paese, ovviamente.

·Con una operazione finanziaria definita "capitalismo medioevale" dagli altri stati europei, il governo non interviene e lascia mano libera all’imprenditore Tronchetti Provera (vicino a Berlusconi) che si aggiudica, tra le altre cose, la proprietà di "La Sette" che avrebbe dovuto dare origine al cosiddetto "terzo polo televisivo" ed essere di contrasto alle reti Mediaset. Così ci troviamo un governo che oltre a controllare la Rai (come ogni governo) ha tre reti della proprietà del presidente del consiglio e senza nessun polo televisivo privato antagonista.Tutto ciò per l’interesse del paese e per la pluralità dell’informazione, ovviamente.

·Giorni 20-21 e 22, Genova. L’ordine pubblico durante il G8 viene gestito in maniera completamente irresponsabile e repressiva permettendo ai violenti (black block) di sfasciare tutto per poi giustificare le violenze gratuite delle forze dell’ "ordine" sui manifestanti pacifici picchiati e insultati anche nelle caserme. Un manifestante di 23 anni, Carlo Giuliani viene ucciso da un colpo di pistola (forse due?) sparato da un carabiniere.

Centinaia sono le denuncie delle persone pestate e poi rilasciate con nulla a loro carico.

La magistratura apre sei inchieste. L’Italia pesantemente criticata dai giornali di tutto il mondo.

·Il governo dice che a Genova, le forze dell’ordine sono state "professionali e serie" e poi rimuove dall’incarico tre alti dirigenti della polizia per incompetenza (ma come? non erano professionali e serie?)

agosto

·Abolizione del regime fiscale agevolato delle cooperative: le cooperative dovranno pagare le tasse come una azienda normale e molte attività saranno messe in seria difficoltà o non potranno mai nascere.

·Approvazione di un disegno di legge proposto, tra gli altri, dal noto plurindagato per mafia Dell’Utri di Forza Italia. Tale disegno di legge riduce di fatto la collaborazione tra la giustizia italiana e quella svizzera e favorisce ancora una volta Berlusconi che è coinvolto in due inchieste internazionali(All Iberian e Sme) per truffa ecc…Un provvedimento che la maggioranza del parlamento ritiene sia sicuramente nell’interesse degli italiani.

·Depenalizzazione del reato di falso in bilancio: falsificare i conti di una azienda, truffando anche lo stato, diventa una cosa da niente quasi impunita (senza carcere e qualche multina da nulla, per un miliardario). Ricordiamoci che Berlusconi è tuttora imputato in tre processi per il reato, guarda a caso, di falso in bilancio. Tutto ciò sempre nell’interesse del paese, ovviamente.

·In barba agli accordi del 1947 e 1997 sulla restituzione dell’obelisco di Axum, il governo decide di non restituirlo. L’obelisco si trova a Roma e fu trafugato dal regime fascista e portato solennemente in Italia nel 1937 dopo aver invaso parte dell’Etiopia e massacrato le popolazioni "incivili" locali.

Vittorio Sgarbi dichiara: "Il popolo etiope deve considerarsi fortunato ad avere una vetrina nella città eterna del ricco mondo occidentale". Un po’ come noi ci sentiamo fortunati ad avere "La Gioconda" nella bellissima vetrina del Louvre a Parigi…Grazie! Siamo fieri di essere Occidentali!

settembre

·Annuncio del condono fiscale del ministro Tremonti: il nocciolo del provvedimento dovrebbe consistere in uno "scudo fiscale" a protezione di capitali che decidono di rientrare in Italia (non si tratta di conti corrente da impiegato ma di grosse aziende e multinazionali) . Il Sole 24 Ore ha calcolato che la cifra ammonterebbe solo tra l’1 e il 3% sui capitali "pentiti". Non vi è previsione di alcuna sanzione, segnalazione, nessun pagamento di aliquote progressive per gli anni pregressi e soprattutto evidente aggiramento delle norme antiriciclaggio cioè non si potrà distinguere un sciùr Brambilla da un Totò Riina o, peggio ancora, da un Berlusconi. Tutto sempre per l’interesse del paese.

·Il ministro Lunardi frettoloso di riaprire i cantieri delle grandi opere dopo mani pulite, soprattutto al sud, dichiara che bisogna "convivere con la mafia"…e anche con Dell’Utri.

·Martedì 11. Attentato agli USA, vengono abbattute le Twin Towers e parte del Pentagono con alcuni Boeing dirottati: migliaia le vittime. Il gesto viene prontamente considerato un atto di guerra per poi poter giustificare i successivi attacchi statunitensi all’Afganistan dove si ritiene sia il presunto responsabile: il miliardario saudita Osama Bin Laden. Berlusconi si sdraia sulle posizioni di Bush offrendo l’aiuto totale dell’Italia, anche militare.

·Berlusconi durante un viaggio a Berlino, pubblicamente fa affermazioni sulla "superiorità della civiltà occidentale" imbarazzando anche la destra europea. Chissà se Berlusconi, pensando alla nostra superiorità, si riferiva alle nobili gesta occidentali quali le crociate medioevali della Chiesa, la colonizzazione, il razzismo istituzionale in Sud Africa, la schiavitù negli Stati Uniti, le dittature fasciste sudamericane, le dittature comuniste dell’Est Europeo… chissà?… come mai? non ci risulta che Stalin, Hitler, Mussolini, o Truman (il presidente americano che decise di "sperimentare" la bomba atomica sul Giappone) avessero origini orientali, musulmane… Mah…?

ottobre

·Giorno 7. USA e Gran Bretagna attaccano l’Afganistan. Guerra totale al terrorismo, si dice, e… intanto si parla di costruzione di oleodotti in Afganistan, di instaurare un governo amico per le nostre imprese petrolifere ecc… Tutti i leader occidentali e arabi amici vanno da Bush che "tarda" a ricevere Berlusconi proprio per le imbarazzanti dichiarazioni sulla superiorità occidentale.

·La maggioranza del parlamento italiano vota a favore dell’intervento armato della NATO in Afganistan (anche con l’appoggio di parte del centro sinistra). In virtù dell’art.5 del Patto Atlantico, ogni stato dell’alleanza che subisce un atto di guerra (come è stato considerato, non a caso, l’attentato alle Torri Gemelle) può richiedere l’aiuto degli altri partners. Berlusconi, sempre più "cagnolino da salotto di Bush" si prostra all’amico americano offrendo la massima collaborazione e truppe.

·Giulietto Chiesa, noto giornalista de "La Stampa", sottolineiamo "La Stampa", non de "Il Manifesto", "Liberazione" o altri giornali "comunisti sovversivi", dichiara che non si può sostenere una guerra al terrorismo alleandosi con chi il terrorismo lo finanzia (il generale Musharaf, dittatore del Pakistan ideatore e sostenitore del regime dei Talebani in Afganistan).

·Il governo decide di eliminare molte delle scorte a magistrati in prima linea nella lotta alla mafia costringendo così alcuni ad abbandonare l’incarico. Viene tagliata anche la scorta al noto prete antimafia Don Turturro il quale si dichiara sdegnato e preoccupato. Alcuni sindacati di polizia dichiarano che bisogna eliminare molte scorte "status symbol" per concentrare gli uomini nella lotta alla criminalità; capite, lotta alla criminalità, non alla mafia che probabilmente, per questa gente, non è crimine ma solo un effetto collaterale con il quale "bisogna convivere" [Lunardi, settembre 2001]. Non vi è alcun dubbio che tutto viene fatto nell’interesse del paese, ovviamente.

·Il governo decide di sostituire Tano Grasso, commissario di governo contro il racket e l'usura in prima linea nella lotta alla mafia.

·Dopo vari provvedimenti presi, Don Ciotti accusa il governo Berlusconi: "Contro terrorismo e violenza non ci deve essere nessuno sconto, ma non bisogna che esso divenga il tappeto sotto cui nascondere omissioni, colpe e coperture di illegalità". Così don Luigi Ciotti (presidente dell'associazione antimafia "Libera"), che ha poi attaccato il governo italiano: "Lo diceva già Giovanni Falcone nel 1983 che è difficile andare a scovare dove finisce il denaro nero della criminalità e del terrorismo. Contro tutto questo occorre la trasparenza del sistema finanziario a livello internazionale. E inquieta che l'Italia abbia preso provvedimenti in una direzione contraria, come quelli sulle rogatorie e sul falso in bilancio".

Nonostante tutto ciò, il "capo" dell’opposizione, Francesco Rutelli, in questo periodo pensa alle riforme istituzionali e dichiara di volerle fare insieme a questa maggioranza. Bene! invece di mobilitare il paese andiamo a braccetto con questa gente.

·La vedova di Libero Grasso (l’imprenditore palermitano ucciso dalla mafia perché rifiutava di pagare il pizzo) sgomenta per i provvedimenti presi si schiera contro il governo dichiarando che tali decisioni potrebbero (potrebbero…, perché noi le prove non le abbiamo…ma se le avessimo cambierebbe qualcosa???) essere un "pagamento elettorale" alla mafia. Non dimentichiamo che in Sicilia in tutti (sottolineiamo TUTTI) i collegi sono stati eletti uomini del cavaliere.

·Il governo sotto pressione ritira il provvedimento della rimozione di Tano Grasso e il ministro dell’interno Scaiola dichiara che è stato fatto un brutto pasticcio. Chissà se si riferiva alla rimozione o al fatto che ha dovuto fare un passo indietro?

·Tano Grasso viene comunque affiancato da un commissario straordinario (un controllore). Così, indignato, Tano Grasso si dimette (era quello che volevano) dichiarando che il suo impegno anti usura non era mai stato oggetto di critiche da parte di alcun schieramento politico; il suo ufficio è stato preso ad esempio dalla Comunità Europea e i suoi risultati sono stati tangibili e sotto gli occhi di tutti. Basti pensare che sotto la sua dirigenza, le denunce sono aumentate del 20%.

·A difesa di tutti i provvedimenti sulla "giustizia" presi dal governo, Berlusconi dichiara che in Italia troppe persone vengono condannate senza prove.

Il cavaliere sa anche che in Italia "alcune" persone non vengono condannate pur avendo le prove.

·Alla vigilia di un viaggio a Norimberga di Berlusconi (poi cancellato), il giornale tedesco "Nuernberger Nachrichten" pubblica un appello, firmato da un centinaio di intellettuali e professionisti in cui la visita del premier italiano era definita "un’offesa alla città della pace e di diritti umani". Berlusconi vi era descritto come "antidemocratico", corresponsabile dei "brutali comportamenti" polizieschi di Genova, autore di leggi che lo proteggono dalle azioni giudiziarie promosse contro la sua persona.

·L’ambasciatore Sergio Romano (uomo non certo di estrema sinistra), sul "Corriere della Sera" noto quotidiano che non sembra essere proprio un giornale comunista, lamenta che Berlusconi sia ormai additato a livello europeo come un dittatorello. Dice Romano: "Spiace constatarlo, ma si direbbe che Berlusconi stia diventando, per una parte dell’opinione pubblica europea un piccolo Milosevic contro cui esercitare una continua vigilanza democratica". Grazie! Siamo orgogliosi di essere Italiani!

·Varato il disegno di legge Bossi sull’immigrazione. Annullata ogni libertà di movimento, aumentano le pene per che rientra in Italia dopo essere stato espulso ed è introdotta la carcerazione automatica al secondo rientro illegale.

In un recente convegno a Venezia il capogruppo della Lega Nord in regione dichiara che gli extracomunitari sono più portati a delinquere rispetto agli italiani. Ciò alla luce dei seguenti dati: il 30% della popolazione carceraria è costituito da stranieri a fronte di solo il 2,5% di popolazione straniera libera rispetto a quella italiana.

Intelligentissima deduzione. Al signor capogruppo non gli è neanche sfiorata l’idea che gli alti numeri si spieghino per la differente azione della giustizia italiana che per definizione lenta ed inefficiente, diventa stranamente rapida ed inesorabile per gli extracomunitari. 58 mila detenuti in totale nelle carceri italiane (record del dopoguerra) con un impressionante numero di suicidi e morti proprio nelle ultime settimane debitamente taciuti da governo e mass media dato che, non essendo "eccellenti", non necessitano di nobili mobilitazioni quali accuse di complotto alla magistratura, manette troppo facili, carcere preventivo troppo lungo e quant’altro già sentito all’epoca di mani pulite per qualcun altro, ricordate?

Inoltre sono state ristrette le norme di ricongiungimento familiare con gli stranieri che già vivono nel nostro paese chiudendo le frontiere ai parenti di secondo e terzo grado.

La famiglia da aiutare – secondo la coppia Storace/Bossi – deve essere solo ed esclusivamente quella fondata sul matrimonio e di rigorosa origine comunitaria.

novembre

·Il vice presidente del consiglio Gianfranco Fini va in visita alla comunità di San Patrignano e annuncia: la riduzione del danno è finita. Nonostante nel corso degli ultimi anni, con leggi meno restrittive e la distribuzione di metadone ai tossicodipendenti, il numero di morti per eroina fosse diminuito, il nostro governo vuole reprimere chi fa uso di sostanze stupefacenti senza pensare ad una seria riduzione del danno. Fini non fa nessuna distinzione tra droghe leggere e pesanti ma tutto sarà sempre più illegale e clandestino.

Potremmo, magari chiedere a Fini di rendere illegale, oltre che le coltivazioni di marijuana, anche i vigneti. Ogni anno 30.000 persone muoiono per malattie causate dall’abuso di alcool, senza contare gli innumerevoli incidenti stradali per stato di ebbrezza e i casi di violenza tra le mura domestiche – spesso contro donne e bambini - dovuti all’alcolismo.

Ricordiamo inoltre all’on. Fini che con la legge attuale (riduzione del danno), il numero di decessi in Italia per overdose è calato da 1.566 del 1996 a 1.012 nel 2000; si dovrebbe continuare a migliorare in questa direzione, non invertire la tendenza.

·L’Italia a favore della guerra. Il giorno 7, la stragrande maggioranza della camera dei deputati, tutto il centro destra ovviamente, e gran parte del centro sinistra, con 513 sì, vota a favore della partecipazione dell’Italia alla guerra in Afganistan. Berlusconi entusiasta riesce così ad ottenere la "prova di devozione all’interesse nazionale". Tutto ciò andando contro i principi di un pezzo di carta con 139 articoli che, per i tanti smemorati, ricordiamo si tratta della nostra Costituzione della Repubblica italiana secondo la quale non vi è alcun motivo di entrare in guerra, salvo che il paese sia attaccato; infatti all’art.11 afferma: "L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo."Belle parole, vero!? Peccato che ormai governo e gran parte dell’opposizione le abbiano completamente dimenticate.

·Gino Strada, il medico fondatore di Emergency che cura le vittime di guerra in Afganistan si rivolge ai nostri onorevoli dicendo: "Quello che state scegliendo non è una semplice esportazione di mezzi militari navali e terrestri ma l’importazione della guerra in casa nostra."

·In discussione al parlamento la modifica della legge 180 ossia la proposta di una sostanziale riapertura dei manicomi (cose da pazzi?) presentata dalla deputata di Forza Italia, Burani Procaccini facendo scaturire sempre più accese polemiche e proteste soprattutto da chi lavora a diretto contatto col disagio. In merito, ecco quanto dichiara la Società Italiana di Psichiatria: "La legge 180, attualmente in vigore, fissa alcuni principi fondamentali sul problema della salute mentale; 1) il superamento degli ospedali psichiatrici; 2) l’integrazione dell’assistenza psichiatrica nel servizio sanitario nazionale; 3) l’orientamento prevalentemente territoriale dell’assistenza psichiatrica; 4) la limitazione del trattamento sanitario obbligatorio in condizioni di degenza ad alcune situazioni ben precisate.

Si tratta di principi largamente condivisi sia dagli operatori del settore che dagli utenti e dalle loro famiglie. Inoltre grazie a questa legge, la maggior parte degli italiani ha imparato ad avere nei confronti delle patologie mentali un rispetto e una tolleranza maggiori che in passato".

·La riforma della scuola del ministro della pubblica (ancora per quanto tempo?) istruzione Letizia Moratti prende forma. In sostanza scompaiono le scuole superiori così come le conosciamo oggi ossia ci saranno solo due indirizzi possibili: la formazione liceale o formazione di avviamento al lavoro. La scelta tra i due indirizzi viene posta a 12 anni. Sì, avete capito bene..., appena a 12 anni un bambino dovrà decidere della propria vita…capire se è sveglio e brillante per il liceo o se è un po’ lento e poco dotato, adatto quindi per un avviamento al lavoro. L’Unione studenti sconcertata dichiara: "un pesante ritorno al passato". Sono previste una serie di mobilitazioni… già si parla perlomeno di innalzare l’età della scelta a 14 anni.

·Formigoni fa il buono con i soldi pubblici. Il presidente della Lombardia, Roberto Formigoni (Forza Italia) ha investito 58 miliardi di lire di denaro pubblico per i buoni scuola (privata) dicendo che sono per tutti gli studenti in condizioni economiche disagiate. Bene! Vediamo come e a chi sono stati erogati: 11.107 buoni sono stati destinati a famiglie che dichiarano un reddito annuo procapite (da moltiplicare cioè per il numero dei componenti il nucleo familiare) da 30 a 60 milioni di lire, per un totale di 15 miliardi, addirittura superiore alla somma spesa annualmente in Lombardia (14 miliardi) per il diritto allo studio di quasi un milione di studenti. A fianco di questi ricchi (non è una colpa) e finanziati dalla regione (questa sì che è una colpa) vi sono 26 famiglie che dichiarano un reddito negativo e 1.806 che dichiarano di guadagnare annualmente da 0 a 5 milioni procapite. Scusate l’ignoranza, ma con un simile reddito, come fanno a spendere 6, 8 o 10 milioni all’anno per mandare i figli alla scuola privata? Viene il sospetto che si tratti della buona e vecchia evasione fiscale, ma Formigoni, prima di sganciare, non ha pensato di controllare. La protesta dei movimenti studenteschi lombardi ha condotto alla citazione per incostituzionalità dei buoni alla Corte Costituzionale ma, guarda a caso, il governo Berlusconi l’11 luglio annulla il ricorso. Tutto ciò in palese violazione dell’art.33 della Costituzione della Repubblica italiana dove al secondo capoverso, leggiamo : "Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato."

·La regione Sicilia segue Formigoni. Il presidente della regione Sicilia, Salvatore Cuffaro (centro destra) decide di seguire l’esempio lombardo ma con un lodevole sforzo in più: stanzia ben 100 miliardi di lire (di soldi pubblici ovviamente) per il finanziamento alle famiglie (bisognose?) che manderanno i figli alla scuola privata. Altra violazione dell’art.33 della nostra Costituzione.

·Inchiesta ONU sulla polizia per i fatti di Genova durante il G8 a luglio. I pubblici ministeri che indagano sulle violenze della polizia denunciano una scarsissima collaborazione delle forze dell’ordine (apertamente difese e coperte da Fini&Co.) nel fornire un album fotografico per il riconoscimento degli agenti coinvolti nei pestaggi della caserma di Bolzaneto. Foto piccole, vecchie e di nessuna utilità commentano gli avvocati del Genoa Social Forum. "Sono foto in cui una madre non riconoscerebbe il proprio figlio" commentano anche in procura.

L’avvocato Gamberini di Bologna si è rivolto alla commissione speciale dell’ONU che si occupa dei diritti umani, con un esposto sui fatti di Genova. La commissione l’ha ritenuto meritevole di approfondimenti, ha deciso di occuparsene e potrebbe giungere ad assumere dei provvedimenti nei confronti dell’Italia retrocedendola nella classifica mondiale del rispetto dei diritti. Un onore che, in ambito europeo è toccato solo alla Turchia.

Siamo sempre più fieri di essere Italiani!

·Il grande costruttore di gallerie, temporaneamente ministro per le infrastrutture, l’ing. Lunardi, propone l’innalzamento a 150 chilometri orari dei limiti di velocità sulle autostrade, aggiungendo, per chiarezza, che il limite "serve a garantire una maggiore fluidità sulle strade più congestionate dove dovremmo anche prevedere multe salate a chi viaggia a sinistra creando ingorghi". Un ingegnere davvero acutissimo e lungimirante. Invece di far rispettare i limiti attuali (più di 6000 morti sulle strade nel 2000 in cui la principale causa è proprio l’eccesso di velocità: fonte Polizia Stradale) pensa di aumentarli…insieme ai morti. Pensate che in alcuni paesi del nord Europa si sperimentano isole formate da quartieri residenziali con la riduzione del limite a 30 orari, realizzazione di piste ciclabili e rispetto per l’ambiente… ma… si sa, a noi italiani piace andare veloce.

·Sanità: tornano i ticket. La maggioranza del parlamento vota a favore della reintroduzione dei ticket sanitari (entrate dello Stato previste dalla finanziaria) per visite specialistiche e farmaci (aboliti la scorsa legislatura). Vengono ridotti i posti letto da 4,5 per mille abitanti a 4; vengono concessi poteri alle regioni per introdurre eventuali tasse sanitarie. In poche parole, si prospetta la creazione di 20 sistemi sanitari diversi…regioni di serie A e di serie B, magari anche serie C. Per quanto riguarda la carenza del personale infermieristico (solo in Lombardia ci vorrebbero almeno 8.000 infermieri in più), il governo propone agli infermieri in pensione di rientrare a lavorare e alza il tetto massimo di ore di straordinario settimanale a 49. Bene! Così, addio nuova occupazione e se ci ricoverano all’ospedale, sarà più facile che un infermiere stressato da troppe ore di lavoro ci mandi a quel paese quando abbiamo bisogno. Non era meglio risparmiare i 2.000 miliardi di spesa previsti nella finanziaria dal governo per la guerra (della quale agli italiani non frega nulla) e investire di più in salute (sicuramente agli italiani interessa di più) ?

·Il governo del nostro presidente operaio, su richiesta della Confindustria,vuole abolire l’art.18 dello Statuto dei Lavoratori che prevede la giusta causa per i licenziamenti. Questo articolo stabilisce che in caso di licenziamento ingiustificato, se il lavoratore fa causa e la vince ha diritto al reintegro in azienda. La nuova proposta prevederebbe al massimo, sempre nel caso in cui il lavoratore vinca la causa, un risarcimento monetario ma non il ritorno sul posto di lavoro. Tutto ciò va contro l’art.30 capitolo IV del Trattato di Nizza dell’Unione Europea che non è una legge vincolante ma dà una indicazione precisa in termini di garanzia di una giusta causa per il licenziamento di un lavoratore. Inoltre, nel 2000 gli italiani hanno votato contro l’abolizione di tale articolo in un referendum proposto dai radicali, ricordate? I sindacati (non tutti) promettono battaglia. Speriamo bene.

·Istituzione di un mandato di arresto europeo. L’unione europea ha intenzione di creare un nuovo strumento giudiziario che permetterà il coordinamento su tutto il territorio dell’unione per la ricerca di persone che hanno commesso reati. La discussione in corso porterà a decidere per quali reati far valere il nuovo mandato di arresto. Non ci crederete ma l’Italia, nella veste del ministro dell’interno Claudio Scaiola, ha chiesto di escludere tra i reati, la corruzione e quelli connessi con illeciti finanziari come il falso in bilancio; strano? Non tanto…capiamo l’imbarazzo del ministro che senza questa richiesta indecente rischierebbe, prima o poi, di vedere il governo in manette. Manette europee, non quelle dei giudici milanesi "comunisti e giustizialisti".

·Cesare Previti, arcinoto extra - pluri - stra - indagato, sfruttando subito la nuova legge sulle rogatorie, voluta dal suo capo Silvio, chiede ai suoi legali di invalidare alcuni documenti provenienti dalla Svizzera riguardanti alcune delle infinite inchieste in cui è coinvolto.

·Il sottosegretario agli interni, avvocato Carlo Taormina, dichiara che i giudici milanesi dovrebbero essere arrestati per il loro abuso di potere esercitato durante le indagini su Cesare Previti e sul presidente del consiglio. La magistratura si difende e prepara un documento di protesta. L’opposizione parlamentare prepara una mozione di sfiducia per Taormina per la quale anche qualche partito della maggioranza (CCD), probabilmente scandalizzato dalle parole del sottosegretario, lascia libertà di voto ai suoi.

·Il governo vara un decreto di misure "contro il terrorismo" e contro la nostra libertà. Tale decreto dà pieni poteri al ministero dell’interno di far eseguire perquisizioni, intercettazioni telefoniche ed ambientali senza ricorrere all’autorità giudiziaria cioè senza la necessità di un mandato, senza un minimo di garanzia democratica. Sarà necessario un semplice sospetto, delle dichiarazioni… Dovremo stare attenti a quello che diciamo al telefono? a parlare troppo male del governo? o peggio a sostenere che la guerra non è giusta?… stiamo attenti a dire certe frasi "sovversive".

Nota di colore: anche l’Ulivo ha votato a favore di questo provvedimento… Mah? l’Ulivo non è all’opposizione?

·Il Parlamento Europeo vota una risoluzione contro i provvedimenti che l’Italia ha preso e che di fatto riducono la collaborazione giudiziaria internazionale. In sostanza il Parlamento di Strasburgo ha preso posizione contro la legge sulle rogatorie voluta da Berlusconi, Previti e dal resto della Banda Bassotti che ci governa. Non sarà che tutta l’Europa sia diventata improvvisamente comunista !?

·L’Italia decide di non mandare più le truppe in Afganistan. Il ministro degli esteri Ruggiero dice che sarebbe troppo pericoloso data la situazione di enorme confusione che regna nel paese asiatico. Se non fossero in gioco vite umane, verrebbe da dire: ora si va costi quel che costi! Davvero una bella dimostrazione di coerenza: dopo aver imbevuto gli Italiani di guerra giusta al terrorismo, patria, tricolore e altre chiacchiere retoriche ci accorgiamo che sarebbe pericoloso… figuracce a parte, siamo ben contenti di non partecipare ad una guerra che ai cittadini non frega assolutamente nulla. Le navi da guerra italiane rimangono comunque nel Mar Arabico (a fare solo bella mostra di sé) al costo di 71 miliardi di lire al mese…e poi la sanità costa troppo… Tutto sempre, ovviamente, sicuramente nell’interesse degli Italiani.

·Il governo si vendica dei magistrati. Il presidente del CCD (partito di governo), Marco Follini ammette che nella maggioranza c’è chi "coltiva sentimenti di vendetta". Un esempio: viene tolta la scorta al magistrato Ilda Boccassini, che dopo aver scoperto gli assassini di Giovanni Falcone rappresenta a Milano l’accusa nel processo toghe sporche. Nel frattempo il sottosegretario ai Beni culturali (non ci crederete ma è proprio Vittorio Sgarbi), un obiettivo a basso rischio, viene costantemente seguito da ben tre auto di uomini armati.

dicembre

·Il sottosegretario Carlo Taormina si dimette. Ormai era così scandaloso che anche parte del centro destra lo ha convinto Taormina ad andarsene per le sue dichiarazioni sprezzanti contro il lavoro della magistratura.

·L’Italia e sola in Europa contro tutti gli altri 14 stati dell’unione per proteggere Berlusconi e i suoi dalle inchieste della magistratura. Gli attacchi alla magistratura da parte del governo (ministro della "giustizia" Caselli) purtroppo continuano e addirittura l’Italia (l’unico paese dei 15 dell’Unione Europea) fa saltare l’accordo a Bruxelles sul mandato di arresto europeo. Il governo Italiano continua a non voler assolutamente includere nei reati, previsti dal mandato di arresto europeo, la corruzione, il riciclaggio e la frode fiscale (cioè alcune tra le attività principali dei nostri ministri). A nulla è valsa la telefonata che il premier belga, Verhofstadt ha fatto a Berlusconi per tentare di convincerlo. Il magistrato francese Jean De Maillard accusa il governo italiano de essere compiacente con il crimine e di mettere a repentaglio lo stato di diritto in Europa.

·Per la prima volta nella storia della repubblica, l’intera giunta dell’Associazione Nazionale Magistrati (ANM) si dimette. Il presidente della giunta Giuseppe Gennaro annuncia le dimissioni rispondendo in maniera clamorosa ai continui attacchi del governo alla magistratura.

·Il ministro della "giustizia", Roberto Castelli promuove una azione disciplinare contro Francesco Pinto, il sostituto procuratore genovese che criticò l’assalto alla scuola Diaz dopo il G8 e rilevò che il black block aveva agito indisturbato in diverse zone della città di Genova. Per quelle dichiarazioni riportate da Stampa e repubblica, il pm Pinto fu estromesso dall’inchiesta sul blitz della notte del 21 luglio al quartier generale del Genoa Social Forum.

·Il ministro della salute Sirchia propone una nuova normativa per i medici che consentirà loro di esercitare sia nel pubblico che nel privato; così i medici delle strutture pubbliche potranno approfittare della loro posizione per pubblicizzare e indirizzare i pazienti nei loro ambulatori privati… anche se non ne abbiamo bisogno.

Ci piacerebbe che il ministro cercasse di migliorare la sanità pubblica; infatti la logica di una sanità pubblica è che meno ci ammaliamo e meno lo stato spende, invece quella privata è che più ci ammaliamo e più i privati guadagnano… deducete voi le conseguenze… non è chiaro? Un esempio:

·Una inchiesta fatta in Svizzera, dove la sanità e in larga parte privata, è stato rilevato che i parenti e amici dei sanitari vengono sottoposti mediamente ad un numero di interventi chirurgici inferiore di un quarto del resto della popolazione… chiaro no? il bisturi bisogna pur farlo tagliare per guadagnare.

·Il senato dà il via a milioni metri cubi di cemento in opere pubbliche (molte inutili o devastanti per l’ambiente: vedi i lavori dei due tunnel del Gran Sasso - 1968/1987 - che hanno causato la perdita della metà delle sorgenti d’acqua nella zona) per circa 236.000 miliardi di lire, in 10 anni, volute fortemente dal ministro per le infrastrutture, Lunardi. Strano? Assolutamente no, se pensiamo che per esempio una azienda che realizzerà parte di queste opere (la Rocksoil), ha alcune cariche direttive intestate alla moglie e le due figlie del ministro. Ovviamente prima di diventare ministro, Lunardi era il titolare delle cariche direttive ma dopo, per risolvere il conflitto di interessi…, passa tutto a moglie e figlie. Tutto risolto.

·Il ministro Lunardi "compra" l’ANAS. Lunardi vuole cambiare il consiglio dell’Ente nazionale per le strade, eletto e in carica per cinque anni. Così il ministro offre al presidente del consiglio ANAS, Giuseppe D’Angiolino 2 miliardi e 500 milioni di lire (il doppio del suo stipendio di 5 anni) per andarsene e cedere il posto al compiacente Vincenzo Pozzi. Ovviamente i soldi sono dei contribuenti, non di Lunardi. Inoltre siccome la legge prevede che per guidare l’ANAS occorrono almeno 5 anni come amministratore (Pozzi ne ha solo uno) il ministro cambia il regolamento…ed ecco fatto!?

·Grazie alla legge Tremonti, le grandi aziende, potranno rinnovare il parco auto risparmiando centinaia di milioni di lire grazie al risparmio riservato a professionisti e dirigenti (sicuramente poveri e bisognosi) del 25 – 30%. Per una macchina da 50 milioni di lire si potranno risparmiare fino a 12 milioni e mezzo. Inoltre, un accordo prevede un sostegno di 900 miliardi di lire per gli autotrasportatori per riduzioni sul prezzo del gasolio e, peggio ancora, diminuzione dei periodi di divieto circolazione dei mezzi pesanti. Per metropolitane e tram restano gli spiccioli: 75 miliardi (il costo di qualche chilometro di metrò) per il 2002, 125 per il 2003 e 2004. Tutto nell’interesse dell’ambiente, e della nostra salute, ovviamente.

Un dato: In Svizzera il 50% del trasporto merci avviene su rotaia, in Svezia il 38% in Francia il 24% e in Italia solo un misero 9%… ogni commento sarebbe superfluo.

·La lega fa gli omaggi ai musulmani. In un comizio, il leghista Borghezio, rivolgendosi ai musulmani, testualmente afferma: "Marmaglia di bastardi, banda di cornuti, se non provvede la nuova legge, ci penseremo noi a prendervi per la barba e a buttarvi fuori a calci in culo".La platea (Dio li perdoni) lo acclama inneggiando insieme a lui alla "Padania Cristiana". Interviene anche il ministro della "giustizia" Castelli che spiega: "Se non mi fossi opposto al mandato di cattura europeo, avremmo corso il rischio di avere un vero e proprio reato d’opinione su razzismo e xenofobia. Tutti voi avreste rischiato d’essere arrestati da un qualsiasi magistrato europeo di sinistra, e vi assicuro che ce ne sono molti, solo perché siete qui a manifestare contro l’immigrazione clandestina".

A parte il linguaggio così elegante, curato ed equilibrato di alcuni personaggi, a nessuno viene in mente che magari qualche italiano o "padano" potrebbe non voler essere cristiano?

·EURO. Il governo bandisce una gara per creare e stampare milioni di opuscoli esplicativi riguardo la nuova moneta, da distribuire alla cittadinanza. Alla gara (forse non lo sapeva nessuno?) si presenta una sola azienda: la Mondadori alla quale viene affidato l’appalto per circa due miliardi di lire. Strano? assolutamente no. La Mondadori è di proprietà della famiglia Berlusconi quindi il cavaliere prima tira fuori i soldi (nella veste di Silvio Berlusconi, capo del governo), poi passa dall’altra parte del bancone, e ritira la somma (nella veste di… Silvio Berlusconi)… chiaro? Chiarissimo.

·Berlusconi finalmente, accetta le regole europee sulla giustizia. A conti fatti, il governo italiano ha dovuto accettare quello che appena quattro giorni prima a Bruxelles, rifiutava. Ha strappato una concessione solo sui tempi: entro il 2003 e solo dopo che il parlamento "armonizzi" il nostro sistema giudiziario con quello europeo. In sostanza il governo vorrebbe cambiare la costituzione in materia gi giustizia; non sono ancora chiare le modifiche che si vorrebbe fare… per ora si parla solo di cambiamento dell’art.26 della Costituzione che afferma: "L’estradizione del cittadino può essere consentita soltanto ove sia espressamente prevista dalle convenzioni internazionali. Non può in alcun caso essere ammessa per reati politici.". Chissà cosa vorranno mai cambiare…?

·Voto di scambio, 44 arresti. Tra le persone accusate ci sarebbe anche il deputato di Alleanza Nazionale Basilio Catanoso, membro della Commissione parlamentare antimafia (pensate un po’). Catanoso ha annunciato che si autosospenderà, in via cautelativa, dalla Commissione parlamentare antimafia.

·Finalmente la tanto agognata riforma fiscale del ministro Giulio Tremonti che elimina mille tasse e balzelli; vediamo come funziona. Sono state eliminate diverse fasce, cioè adesso ci sarà una grossa fascia da 0 a 197 milioni di lire annue (100.000 Euro) dove per il fisco sono uguali (tutti insieme… poveri, meno poveri, benestanti e quasi ricchi) e pagheranno la stessa percentuale di tasse (aumentata per tutti al 23% di aliquota Irpef) poi gli altri sopra i 197 milioni (i ricchi, solo il 5% della popolazione) pagheranno appena il 33% (con una diminuzione di 10% rispetto ad oggi… i ricchi ringraziano). Inoltre la tassa a carico delle imprese (Irap) andrà progressivamente scomparendo… anche le imprese ringraziano. Tutto ciò in palese violazione dell’art.53 della Costituzione che dice:"Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività". Lo Stato avrà circa 45.000 miliardi di lire di entrate in meno quindi… sanità, pensioni, scuole di qualità… solo a chi pagherà. Cosa possiamo dire…? … Probabilmente, il ministro Tremonti ha letto la storia di Robin Hood tenendo il libro sottosopra!!!

·Pensioni privatizzate. Il governo chiede la delega per abolire il TFR (trattamento di fine rapporto) cioè la liquidazione che i lavoratori ricevono alla fine del rapporto di lavoro. Le pensioni di anzianità così come le conosciamo adesso non esisteranno più. I lavoratori non riceveranno più i soldi della pensione statale e neanche la liquidazione che verrà accantonata (per legge) nei Fondi Pensione (privati, ovviamente). I sindacati e le piccole imprese sono contrari, infatti le aziende non potranno trattenere i soldi della liquidazione fino alla fine del rapporto di lavoro del dipendente ma dovranno alimentare i fondi. Bel colpo! Verrebbe da dire… beato chi è già anziano e la pensione statale la prende!

·Tagli alla scuola. Approvato anche l’articolo della legge finanziaria che consentirà un riduzione del personale docente nelle scuole. Primo effetto: Non sarà garantito l’insegnamento dell’inglese su tutto il territorio nazionale alle elementari. Quanto all’educazione fisica e all’informatica non se ne parla.

Ricordate la campagna elettorale? "le tre i , Internet, Inglese, Impresa"… così, con l’inglese e l’informatica, saltano le prime due " i " del Berlusconi pensiero. Resta salda l’impresa: a lezioni di ginnastica si andrà il pomeriggio e dietro pagamento.

…continuando a resistere,

che dire?…

…evidentemente l’apparenza non ingannava.

Tanti auguri per il nuovo anno…

…ne abbiamo davvero bisogno.

C’è chi, come D’Alema, sostiene di no; e forse ha ragione, se si considera il grande potenziale di democrazia che c’è nelle piazze (avete notate come il luogo topico della democrazia, la piazza, sia diventata nel linguaggio della destra un termine peggiorativo?) e nelle istituzioni. C’è chi, come i molti partecipanti ai “girotondi”, pensa di si; e forse hanno ragione anche loro, se si riflette sul breve testo che mi è pervenuto da un frequentatore del mio sito, che riporto qui di seguito. È un testo che comunque è utile per aver presente quale sia l’orizzonte verso il quale il “sistema Italia” è avviato. Forse il regime non c’è oggi, ma certo la direzione di marcia; e il nostro futuro, se non lavoriamo perché alle prossime elezioni il potere cambi di segno.

RIFLESSIONI DI UN ABITANTE DEL PAESE DI OZ (O DI AZZ? MAH NON RICORDO)

Salve, mi chiamo A. vivo a Milano 2, in un palazzo costruito dal Presidente del Consiglio.

Lavoro a Milano, in un'azienda di cui è azionista principale il Presidente del Consiglio.

Anche l'assicurazione dell'auto con cui mi reco al lavoro è del Presidente del Consiglio.

Mi fermo tutte le mattine a comprare il giornale, un giornale di cui è proprietario il Presidente del Consiglio.

Al pomeriggio, esco dal lavoro e vado a far spesa in un supermercato del Presidente del Consiglio, dove compro prodotti realizzati da aziende del Presidente del Consiglio.

Alla sera, quasi sempre guardo le TV del Presidente del Consiglio, dove i film (spesso prodotti dal Presidente del Consiglio) sono continuamente interrotti da spot realizzati dall'agenzia pubblicitaria del Presidente del Consiglio.

Allora mi stufo e vado a navigare un po' in internet con il provider del Presidente del Consiglio.

Soprattutto, guardo i risultati delle partite, perché faccio il tifo per la squadra del Presidente del Consiglio.

Una volta a settimana, più o meno, vado al cinema, nella catena del Presidente del Consiglio, anche lì vedo un film prodotto dal Presidente del Consiglio, e gli spot iniziali sono realizzati dall'agenzia del Presidente del Consiglio. La domenica rimango a casa, leggendo un libro, la cui casa editrice è di proprietà del Presidente del Consiglio.

Naturalmente, giustamente, come in tutti i paesi democratici anche in Italia è il Presidente del Consiglio che fa le leggi, che vengono approvate da un parlamento dove la maggioranza è saldamente in mano al Presidente del Consiglio.

Che ovviamente governa nel mio esclusivo interesse.

Il decreto che sblocca le centrali, annulla la pianificazione territoriale e mortifica la valutazione ambientale

Il così detto "decreto sblocca centrali", il DL 7/2002 pubblicato il 9 febbraio 2002, contiene alcuni interessanti e drammatici elementi che fanno parte - presumibilmente - del disegno di sistematica eliminazione della pianificazione e della programmazione territoriale che l'attuale Governo della Repubblica sta scientificamente perpetrando, e inflazionano ulteriormente il processo di federalismo - così tanto sbandierato - e di sussidiarietà, riducendo le Regioni e gli Enti Locali a meri vassalli del principe.

S'intitola "misure urgenti per garantire la sicurezza del sistema elettrico nazionale" e ha due soli articoli, eversivi e dirompenti. Rassicura gli italiani circa le soluzioni che "urgentemente" il principe sta adottando per garantire a tutti la luce necessaria e l'energia sufficiente almeno per tenere accese le sue tv. Si dice insomma (ma sarà vero?) che in Italia c'è un grave pericolo di restare senza elettricità e perciò, dal 9 febbraio 2002, chiunque voglia costruire una centrale elettrica può direttamente chiederlo al ministro per le Attività Produttive (a proposito, chi è? ma soprattutto dov'è?), il quale con gran celerità - al massimo 180 giorni (comma 2) - darà un assenso che scioglierà qualsiasi "laccio e lacciuolo", garantendo, in men che non si dica, la cantierabilità. Con questa "autorizzazione unica" infatti, il Ministro dichiara la pubblica utilità dell'opera e "sostituisce autorizzazioni, concessioni, ed atti di assenso comunque denominati, previsti dalle norme vigenti" (articolo 1, comma 1); ciò significa che essa - l'autorizzazione unica - "ha effetto di variante degli strumenti urbanistici e del piano regolatore portuale" (comma 3) e "fino al 31 dicembre 2003 sospende l'efficacia dell'allegato IV del DPCM 27 dicembre 1988 [istitutivo dello studio di compatibilità ambientale di alcune opere, tra cui anche le centrali elettriche, ndr]", assieme alla sospensione dell'efficacia di altre norme per la tutela e la prevenzione ambientale (commi 2 e 5).

Con un solo articolo quindi si afferma che la pianificazione territoriale e urbanistica è inutile, e che in ragione dell'utilità pubblica delle centrali elettriche private, essa si può tranquillamente surrogare. Come se non bastasse, pure la procedura di Valutazione d'Impatto Ambientale viene martoriata - sebbene già moribonda - attribuendo la titolarità unica di "valutatore" al Cipe - organo di programmazione economica composto dai ministri del governo - esattamente come avviene per le opere ritenute strategiche dalla legge obiettivo (legge 443/2001), di cui questo decreto rappresenta un'oggettiva e preoccupante estensione (quali altre opere saranno in futuro strategiche e potranno godere dell'esenzione da qualsiasi regola?). Tutto ciò avviene in assenza di programmazione energetica, poiché non è dato conoscere il Programma Energetico Nazionale, e - semmai esistessero - i programmi energetici regionali, a questo punto, sono inutili: il privato cittadino industriale dell'energia può ora recarsi direttamente dal principe e assolvere in quella sede ogni atto.

Agli enti locali è riservata certo un funzione, vanno cioè "sentiti" (comma 3), in quanto secondo la pirotecnica procedura di surroga della strumentazione urbanistica dovranno in qualche modo adottare "l'autorizzazione unica", che implica la variazione al Piano. Ma è oscuro anche il futuro degli strumenti sovraordinati al Piano Comunale, e le competenze degli enti preposti alla loro redazione. Non si capisce infatti se e come questa autorizzazione varierà anche i Piani Paesistici, quelli dei Parchi, di Bacino, i Piani per il Dissesto Idrogeologico ecc. Staremo a vedere, sperando di non contare morti o feriti.

Ma dopo il danno anche la beffa: se a qualcuno, leggendo il termine "pubblica utilità" - motore di questo decreto - venisse alla mente la legge sugli espropri, non abbia di che preoccuparsi, perché la similitudine è del tutto azzeccata. Infatti questo decreto s'ispira a una fattispecie contemplata dall'articolo 12 del Testo Unico sugli espropri. Con un'interpretazione che ribalta la logica naturale delle cose, il legislatore ha inteso che la "pubblica utilità" può derivare da un'autorizzazione che al fine di garantire l'energia alla collettività, favorisca con "urgenza" le casse dei privati. Insomma, il fine giustifica i mezzi. E il principe sorride.

La proposta di legge alla Camera.

OGGI le cose vanno così. Per trasferire un processo dalla sede naturale a un altro diverso giudice (ipotizziamo il processo a Berlusconi e Previti da Milano a Brescia) bisogna che l' autonomia morale dei protagonisti (giudici, parti, testimoni...) sia «pregiudicata da gravi situazioni locali, non altrimenti eliminabili, tali da turbarne lo svolgimento». Franco Cordero ha spiegato da queste colonne (Repubblica, 26 marzo 2002) che, per la «rimessione» (il termine tecnico del trasferimento), «occorre la prova d' effetti perturbanti da fuori, tali che quel processo risulti patologicamente anomalo». Dunque, «non bastano i sospetti». Non è sufficiente la diffidenza o il dubbio. E' necessario che il pregiudizio sia documentato; che la «grave situazione locale» sia provata; che non ci siano infine altre strade per eliminare quella maligna influenza sul giudizio. Come se fosse consapevole del rilievo, la Casa delle libertà è già all' opera per modificare quelle regole. Non solo la rimessione ma anche i benefici delle attenuanti per gli incensurati o per coloro che hanno compiuto sessantacinque anni.

Cinque giorni prima della pubblica riflessione di Franco Cordero, la Casa della Libertà ha mosso l' iter legislativo per correggere la norma sfavorevole al desiderio del presidente del Consiglio e del suo sodale Previti di non essere giudicati a Milano, dove sono imputati di corruzione in atti giudiziari. Il 21 marzo, in commissione Giustizia della Camera presieduta da Gaetano Pecorella (avvocato del premier), l' onorevole Giancarlo Pittelli (Forza Italia) ha illustrato la proposta di legge n.1225 avanzata per iniziativa di dieci deputati: due di Forza Italia (Patria e Zanettin), tre di Alleanza nazionale (Anedda, Alboni, Cola), tre del Ccd (D' Alia, Mazzoni, Tanzilli), due della Lega Nord (Lussana, F. Martini).

La proposta - che in 44 articoli modifica, all' ingrosso e alla rinfusa, il codice di procedura penale e il codice penale - riforma integralmente le condizioni della «rimessione» adeguate a "delocalizzare" un processo. Il nuovo articolo 45 del codice di procedura penale prevede che anche soltanto il «sospetto» può giustificare il trasferimento del giudizio perché, a parere della maggioranza, il «legittimo sospetto» ha già di per sé un effetto inquinante capace di alterare l' evento giudiziario. In questo caso, la Corte di Cassazione deve rimettere il processo ad altro giudice. La norma, se approvata, andrebbe rubricata tra le leggi «di interesse privato» varate dal Parlamento per cavare al capo del governo le castagne dal fuoco di Milano. Come già è avvenuto in passato, per la riforma del falso in bilancio e le correzioni sulle rogatorie internazionali.

Purtroppo, nella proposta di legge della maggioranza non c' è soltanto la riscrittura della «rimessione». C' è dell' altro, c' è di peggio. C' è un altro articolo della «legge Anedda» (così chiamano la proposta n.1225) che sembra tagliato a misura per i due illustri protagonisti dei processi milanesi. L' articolo 40 riforma, infatti, il regime delle «attenuanti generiche», cioè degli elementi che possono operare a favore del reo. «Il giudice - si legge nella proposta di legge - diminuisce sempre la pena quando l' imputato è incensurato o ha superato il 65° anno di età... Il giudice deve applicare le circostanze attenuanti e considerarle prevalenti rispetto alle eventuali circostanze aggravanti, ogniqualvolta, per effetto della diminuzione della pena, il reato risulti estinto per prescrizione». Incensurato. Sessantacinque anni di età. Prescrizione a un passo. Tre condizioni che disegnano la condizione degli imputati Silvio Berlusconi e Cesare Previti come anche dei coimputati in toga, Renato Squillante e Filippo Verde, o senza toga, Attilio Pacifico. Al di là dell' attenzione legislativa alle preoccupazioni giudiziarie del capo del governo e del suo sodale, la «legge Anedda» stravolge al cuore il processo penale, la condizione di «libero cittadino» del giudice, la sua funzione nell' ordinamento giudiziario. La proposta di legge svela innanzi tutto una granitica diffidenza per la magistratura, il robusto sospetto che quel corpo collettivo non possa essere mai davvero imparziale. Ha sempre un interesse da difendere, un avversario da colpire, un potere da ribadire. Da qui, la volontà di affiancargli, come sostiene la relazione di Giancarlo Pittelli, «il popolo».

Interi titoli del codice penale saranno di competenza della corte d' assise dove accanto ai togati ci sono i giudici popolari. La corte d' assise oggi giudica «ogni delitto doloso, se dal fatto è derivata la morte di una o più persone», i reati che prevedono pene dai 24 anni di carcere all' ergastolo, l' omicidio, la strage. Negli auspici della maggioranza, la corte d' assise deciderà domani dei delitti contro la pubblica amministrazione (dal peculato alla corruzione); contro l' ordine pubblico; contro l' incolumità pubblica; contro il matrimonio; contro la morale familiare e, infine, dei delitti contro l' attività giudiziaria che vedono i magistrati come imputati o parte lesa.

Sei giudici popolari e due togati (spesso in luogo del giudice monocratico) si ritroveranno a giudicare la quasi totalità dei reati, anche i minuscoli. Per fare qualche esempio: resistenza a pubblico ufficiale, violazione dei sigilli, omessa denuncia (pena prevista dai 30 ai 500 euro), somministrazione colposa di elementi nocivi, favoreggiamento. Le "necessità" di questa riforma, che rinuncia definitivamente alla rapidità del giudizio, sembrano nascondersi altrove. In due "passaggi" che la maggioranza spiega così: «Alla fine di rinvigorire i principi stabiliti dall' articolo 101 («La giustizia è amministrata in nome del popolo») e 102, terzo comma, della Costituzione («La legge regola i casi e le forme della partecipazione diretta del popolo all' amministrazione della giustizia») si propone l' ampliamento della competenza della corte d' assise. Tra i vari delitti che vengano attribuiti a questo organo, sono inseriti quella contro la pubblica amministrazione e quelli in cui sono coinvolti, a vario titolo, i magistrati». E' «il popolo» dunque che deve decidere e assolvere o condannare i corrotti e i corruttori; che ha il diritto di vagliare le responsabilità dei magistrati o i loro diritti, nel caso siano stati lesi.

Ecco le ragioni: «Considerate le vaste proporzioni raggiunte, negli ultimi anni, dalla criminalità amministrativa, si è reso necessario attribuire l' accertamento del buon andamento della pubblica amministrazione a un giudice che assicuri una decisione direttamente attribuibile al popolo. Analoghe considerazioni valgono per l' attribuzione alla corte d' assise dei reati commessi dai magistrati. Quanto ai delitti che coinvolgono individui appartenenti all' ordine giudiziario, nella veste di persone offese o danneggiate, la competenza della "corte popolare" si giustifica con l' esigenza di dissipare qualsiasi sospetto di agevolazione corporativistica, che potrebbe derivare dalla decisione emessa da un giudice nei confronti di un suo collega». Un magistratura ostile al potere politico per pregiudizio o ideologia. Un corpo collettivo che, per legge, deve essere contenuto, accerchiato, controllato, nel caso minacciato. Pare questo l' obiettivo di altri due articoli della «legge Anedda». L' articolo 3 obbliga il giudice ad «astenersi» (rinunciare ad occuparsi di un affare, penale civile o amministrativo che sia) «se esistono ragioni di convenienza determinate da comportamenti o manifestazioni di pensiero o da adesione a movimenti o associazioni che determinano fondato sospetto di recare pregiudizio all' imparzialità del giudice». Come dire che, approvata la legge, sarà arduo e grave per un magistrato scrivere un articolo su un giornale, partecipare ad una manifestazione pubblica, aderire al Rotary, a Magistratura democratica e forse anche all' Associazione magistrati se l' Associazione magistrati dissente dalle opinioni del governo, di un deputato o solleva qualche obiezione a una risoluzione del Parlamento. Ancora più esplicito, in questo intento "punitivo", l' articolo 44 che introduce nel codice penale un nuovo reato, l' «abuso d' ufficio in atti giudiziari» che curiosamente deforma gli abituali motivi per l' impugnazione di una sentenza in "fatto criminale". Guai per la toga che vi incappa. Genericissimo nella definizione (l' abuso d' ufficio per i pubblici ufficiali è stato di fatto soppresso), il reato novissimo prevede per i magistrati pene severissime. Dai due ai sei anni di carcere. Se dal fatto deriva, per l' imputato, un' ingiusta condanna non superiore ai cinque anni, la pena della reclusione per il magistrato può arrivare a dieci anni. Se poi l' ingiusta condanna supera i cinque anni, il magistrato potrà essere condannato anche alla pena di diciotto anni. Come fosse un mafioso, un sequestratore, il complice di un assassino.

Caro direttore, converrebbe approfittare della pausa ferragostana, ora che gli esercizi muscolari si sono conclusi e in attesa che ricomincino quelli autunnali, per usare la logica, che è pratica mentale fredda e distaccata, e per ciò in Italia sempre poco popolare. E la logica, di fronte all´infuriare delle confusioni e dei veti reciproci, impone di fissare alcuni punti preliminari. Dunque, la prima domanda è: possono un governo e una maggioranza parlamentare legittimamente investiti compiere azioni e decidere scelte palesemente illegali? La risposta è: sicuramente sì.

Esempio (non del tutto immaginario): potrebbero decidere legittimamente, e cioè a colpi di leggi, di limitare o addirittura sopprimere le manifestazioni di piazza, con la pretesa magari non palesemente infondata, di garantire l´ordine pubblico e di evitare rischi ai cittadini (le opposizioni, certo, griderebbero all´incostituzionalità - ma non è appunto lo sforamento continuo della "costituzionalità" da parte della "legalità" ciò cui sempre più si assiste da un anno a questa parte nel mondo occidentale?).

Seconda domanda: tutto ciò che un governo e una maggioranza decidono legittimamente, cioè secondo le regole, è legale? La risposta è: evidentemente no. La storia del Novecento è piena di governi e di parlamenti, del tutto legittimamente investiti, che hanno deliberato legittimamente, ossia secondo le regole, forti limitazioni e in taluni casi persino la soppressione delle regole democratiche, quelle stesse, appunto, sulle quali si erano fondati originariamente la loro legittimazione e il loro stesso modo di procedere.

Fra questo sì e questo no - che, naturalmente, come in tutte le procedure logiche hanno alle due estremità due, per l´appunto, casi estremi - si stende la gamma infinita delle possibilità, delle scelte di governo e di maggioranza, per cui la democrazia e la giustizia, oltre che brutalmente soppresse dall´esterno, possono essere limitate, ridotte, snaturate, mortificate e in pratica rese inoperanti anche mediante metodi democratici.

Fra questo sì e questo no ha oscillato, anche, il pratico comportamento del governo italiano e della maggioranza che lo sostiene dal giorno in cui, nel maggio 2001, l´investitura popolare ha conferito loro piena legittimità secondo le leggi vigenti: essi, cioè, hanno assai frequentemente utilizzato i meccanismi democratici per un´azione che potrebbe tecnicamente definirsi, più che riformatrice, eversiva dell´ordinamento giuridico esistente, in più punti, direi, ma su di uno in modo particolare (o almeno in modo più vistoso), che è quello per cui le leggi non si fanno mai per giovare a uno solo (o al massimo due) ma all´intera collettività. La questione, dunque, mi permetto di ricordarlo, non è solo procedurale ma di sostanza (altrimenti, corriamo il rischio che, con il più corretto e vasellinato uso delle regole, si arrivi a un capovolgimento radicale senza che neanche ce ne accorgiamo).

Di questi modi di procedere ce n´è ormai una catena, ma fermiamo un momento l´attenzione, caro direttore, sul caso ultimo e più bruciante, che è quello del cosiddetto "legittimo sospetto". A parte le perplessità che si possono in generale nutrire nei confronti di questo singolare concetto giuridico (se è "legittimo" come fa ad essere "sospetto"? e se è "sospetto" come fa ad essere "legittimo"? io, da ignaro, pensavo che i codici si fondassero sulle "ragionevoli certezze", altrimenti "dubbio" e "soggettività" potrebbero pervadere ogni comportamento giudiziario, con quali effetti si può immaginare), esiste ormai la provata certezza che la legge in gestazione serve fondamentalmente a salvare il presidente del Consiglio S.B. e il suo compagno di giochi e svaghi estivi P. dalle conseguenze del processo di Milano. La scansione temporale degli eventi e la necessità assoluta che la Camera dei deputati finisca il suo lavoro prima che i giudici milanesi finiscano il loro lo provano ormai con evidenza inconfutabile. Del resto, molti esponenti della Casa delle libertà lo hanno detto più volte apertamente, persino con il piglio ilare ed energetico di chi non ha né timore né pudore di andare all´offensiva: occorre salvare il premier, e conseguentemente il suo presunto complice dalla persecuzione politica delle "toghe rosse", ora, a proposito del "legittimo sospetto", ma in futuro e per sempre (tanto per mettere le mani avanti), a proposito di qualsiasi consimile legge.

È incalcolabile il vulnus che in questo modo viene operato a tutti i livelli istituzionali e in tutti i settori dell´opinione pubblica. Se infatti venisse revocato in giudizio il principio dell´imparzialità dei giudici - che in linea di principio, appunto, può anche esser considerato una finzione, ma una di quelle finzioni, che consentono al nostro sistema di sopravvivere - ne sortirebbe un effetto a catena devastante e si potrebbe revocare in giudizio da parte di chiunque qualsiasi principio d´imparzialità istituzionale, da quella del presidente della Repubblica a quella dei due presidenti delle Camere a quella dello stesso presidente del Consiglio a quella di ogni professore, poliziotto, medico della Asl, insegnante, vigile urbano, piccolo burocrate di Stato - e il sistema non potrebbe che sfasciarsi e cadere. Tutti parziali politicamente e personalmente - dunque tutti "legittimamente sospetti" - e dunque tutti allo stesso modo, alla luce dell´interesse personale di chi di volta in volta li giudica, ricusabili in ogni istante e in ogni segmento della vita pubblica nazionale.

Di questo processo, che è in atto, mi colpiscono tuttavia, caro direttore, non tanto il comportamento e il destino personali delle parti più direttamente in causa, e cioè il presidente del Consiglio S. B. e l´amico P., che bene o male, si difendono come sanno e come possono, ma l´adesione totale, massiccia, appassionata e persino, direi, entusiastica dei parlamentari della Casa delle libertà ad una causa come questa, - parlamentari che, per tornare alle mie premesse, senza esitare un istante, rispondono unanimemente e infallibilmente "sì" laddove bisognerebbe rispondere "no" e "no" laddove bisognerebbe rispondere "sì". Com´è possibile che, a favore di questa estrema, abnorme, mai vista "personalizzazione" e "soggettivizzazione" del diritto - con tutti gli effetti giuridici e comportamentali perversi che, a cascata, ricadono sull´intera comunità nazionale - si schierino, non solo i componenti di quel Partito-Azienda, di cui S.B. è al tempo stesso Capo e Padrone, e non solo i rappresentanti di formazioni il cui obiettivo strategico dichiarato è la dissoluzione (in senso proprio) dell´organismo politico-istituzionale nazionale, ma anche gli esponenti di una tradizione politico-culturale, che ha sempre privilegiato, nel bene come nel male, l´autorità e la dignità, anche molto coercitive al caso, dello Stato, e quelli di un´esperienza politico-culturale di stampo liberaldemocratico, che ha le sue radici, come la nostra, nella Costituzione? Se questo si verifica - ed è ciò che si verifica - significa, non che qualcosa sta per avvenire, ma che qualcosa è già avvenuto.

Chiedo, caro direttore, di riflettere di più su questo punto: è già radicalmente cambiata, rispetto alla tradizione parlamentare italiana, e, quel che è peggio, senza nessun esplicito riassetto istituzionale, la natura del rapporto che lega il premier allo schieramento maggioritario che lo sostiene.

Se il centro-sinistra non ha un leader, il centro-destra ne ha uno che lo possiede integralmente e ne fa ciò che vuole. Vale la pena di rammentare che nel maggio 2001 gli italiani non hanno votato un presidente del Consiglio, ma uno schieramento di partiti che lo sosteneva, tuttavia senza vincoli obbliganti per il Parlamento a venire. Oggi la forzatura politico-istituzionale è diventata clamorosa: si è creato un vincolo indissolubile, e a partire dalle materie più scivolose (e anche questo è un dato estremamente significativo: litigano su tutto, meno che sulle leggi salva-presidente), fra le sorti della maggioranza e quelle, non solo politiche, ma personali, e persino giudiziarie, del premier, figura dunque non più "remissibile" parlamentarmente, neanche di fronte al più clamoroso dei "legittimi sospetti".

Anche in questo caso funziona perfettamente la prova a contrario. Niente, infatti, impedirebbe che, stante la legge vigente, la Casa delle libertà doppiasse brillantemente il Capo Horn della giustizia e del conflitto d´interessi, investendo della presidenza del Consiglio un altro dei suoi più autorevoli rappresentanti. Non dovrei dirlo (ma lo dico ugualmente, perché penso che le derive catastrofiche non servano a interessi che possono ben dirsi nazionali), ma se lo facesse il centro-sinistra, che passa attraverso questa bufera "resistendo", ma in perdurante crisi di progetto e di leadership (il movimento non sostituisce mai né la riflessione né l´azione), perderebbe in questo momento il novanta per cento dei suoi argomenti migliori. Se non lo fa, è perché non può. Già oggi, infatti, l´Italia non è più una Repubblica parlamentare, ma un ibrido politico-costituzionale, in cui alla legittimazione popolare originaria si sovrappone, fin quasi a cancellarla, l´assoluto dominio, anzi, l´indiscutibile e indiscusso «possesso» della propria maggioranza da parte del premier in carica, il quale dunque dev´essere salvato ad ogni costo perché ne va dell´intera esperienza - e questo i suoi protagonisti, checché ne pensino in interiore homine, non sono più disponibili ad accettarlo in nome di un principio astratto, che è - pensi un po´, caro direttore - la salvaguardia dello Stato di diritto (da rimettere al posto della salvaguardia del presidente).

Se c´è una logica anche in politica, l´unica ricaduta possibile di questo stato di cose è, in prospettiva non lontana, la traduzione in termini anche formali e organizzativi di quel che, anche in questo caso, già c´è, e cioè il partito unico del centro-destra (con l´esclusione, forse, dei "lumbard", i quali fanno meglio il loro lavoro restando fuori). Si realizzerebbe così la perfetta quadratura del cerchio tra presidenza del Consiglio - maggioranza parlamentare - in prospettiva presidenza della Repubblica - e paese (considerato tuttavia ormai come il mero destinatario del messaggio presidenziale), creando, insieme con altre cosette marginali, come un´enorme ricchezza personale e il controllo di tutti i più importanti media, una potenza politico-economico-giuridico-giudiziaria pressoché illimitata e del tutto incontrollabile.

Per tornare alle battute iniziali: era proprio questo che il popolo italiano, e persino i potentati economici, volevano, votando S.B. e Casa delle libertà nel maggio 2001? È proprio questo che vogliono ora tutti i rappresentanti della Casa delle libertà nel Parlamento e nelle istituzioni? Queste sono le domande che i saggi, i prudenti e gli onesti uomini, fitti oggi come non mai, ci suggeriscono di aspettare a porre nel momento in cui sia diventato perfettamente inutile farlo.

IL GIUDICE à la carte non è previsto dalla nostra Costituzione. Anzi, vi domina severa la formula dell’art. 25 «nessuno può essere distolto dal giudice naturale precostituito per legge». Nessuno può essere sottratto al «suo» giudice per arbitrio di potere pubblico. E, certo, a maggior ragione, nessuno può sottrarsi a esso per arbitrio privato. Questa è la regola, poi ci sono le eccezioni: che, come tutte le eccezioni non possono essere allungate né allargate ad altri casi. Sono perciò racchiuse in formule tassative. Chi scorre gli articoli da 34 a 49 del nostro Codice di procedura penale si accorge facilmente che quelle deroghe al principio costituzionale del «giudice naturale» (cioè fissato una volta, per sempre e per tutti, dalla legge) sono deroghe «strette».

Incompatibilità, astensione, rifiuto dei giudici e trasferimento dei processi a giudici diversi da quello «naturale» sono perciò ipotesi regolate da una casistica minuta che non lascia spazio ad abusi di autorità né a espedienti di imputati.

Ma queste eccezioni alla norma processuale non sono costruite così da sempre. Lo sono da quando, nel 1988, il Codice di procedura penale è stato adeguato alla Costituzione repubblicana. Prima le maglie erano più larghe e più elastiche. Il trasferimento dei processi ad altri giudici - per venire all’ipotesi che è di attualità - poteva infatti effettuarsi semplicemente per «legittimo sospetto» di non imparzialità del giudice, o per motivi di «ordine pubblico».

Quando si pose mano al nuovo Codice, la genericità di quelle formule coincideva con la loro pericolosità. Il Parlamento dette perciò delega al Governo di emanare norme che, prevedendo, come criterio direttivo, le due ipotesi di trasferimento processuale («ordine pubblico» e «legittimo sospetto») le specificassero in norme di dettaglio. Si metteva in moto così un normale procedimento di delega legislativa, con la dualità dei compiti prevista dall’art. 76 della Costituzione. Al Parlamento, la determinazione dei «criteri direttivi»; al Governo, il compito di «attuare» legislativamente quei criteri.

Quella volta però, ed era la prima volta nella storia costituzionale nostra, quel procedimento duale fu più garantito del solito. Si stabilì, infatti, un dialogo assai fitto tra la Commissione che il governo aveva incaricato di attuare la delega e la Commissione parlamentare che doveva controllare l’aderenza delle norme di attuazione alla legge di delega. La prima Commissione era presieduta da Giandomenico Pisapia, la seconda da Marcello Gallo. E per ben due volte la Commissione bicamerale dette, con una densa reiterazione di controllo, parere favorevole, di conformità alla delega, sulle norme scritte dalla Commissione governativa.

Quando quelle due Commissioni giunsero al punto di dare attuazione ai due «criteri» tradizionali di trasferimento processuale (motivi di «ordine pubblico» e di «legittimo sospetto») si trovarono concordi sulla necessità di legare le due formule ballerine a un fatto oggettivo. Questo ormeggio è individuato dall’art. 45 del Codice vigente in «gravi situazioni locali tali da turbare lo svolgimento del processo e non altrimenti eliminabili». È da queste «gravi situazioni locali» che possono essere «pregiudicate» sia la «sicurezza o l’incolumità pubblica» (ecco il criterio dell’«ordine pubblico») sia «la libertà di determinazione delle persone che partecipano al processo» (ecco il criterio di «legittimo sospetto» ).

In buona sostanza, la fredda interpretazione di quella concreta delega legislativa ci dice che il criterio direttivo «legittimo sospetto» non è stato omesso. Esso è stato svolto, specificato, dettagliato nella formula delegata.

Giuridicamente, non sono scomparse quelle due parole. Ma sono state incorporate, per attuazione, nella formula che definitivamente è scritta nel Codice. Così come la nozione di «ordine pubblico» non è scomparsa, ma è stata specificata nelle due oggettive situazioni di pericolo per la «sicurezza» e la «incolumità pubblica».

Testimonia Marcello Gallo sul Sole 24 Ore: «Avevamo due possibilità. Intendere la formula «legittimo sospetto» come una clausola generale onnicomprensiva di ogni e qualunque motivo di legittimo sospetto. Oppure enucleare i casi nei quali la giurisprudenza aveva ravvisato, in modo sostanzialmente unanime, il fondato motivo di «legittimo sospetto». Scelsero, a ragion veduta, la seconda possibilità di attuazione della delega. E anche da questa testimonianza si capisce che come la specie non cancella il genere, così la formula di delegazione è stata, com’è naturale, assorbita in quella delegata: e questa va dunque interpretata alla luce di quel criterio.

Sul punto, la Cassazione ebbe allora dei dubbi. Ma furono respinti perché si ritenne, come è scritto nella relazione al Progetto di codice, «che la formulazione adottata recuperasse integralmente ed espressamente tutti i criteri elaborati dalla giurisprudenza» nell’interpretazione del legittimo sospetto. Su quei dubbi la Cassazione è però tornata il 22 maggio scorso, e si è di nuovo chiesta se la norma delegata non dovesse testualmente ripetere nella sua formulazione il criterio direttivo: e non semplicemente attuarlo. La Cassazione ha però preferito passare alla Corte costituzionale la questione, per un chiarimento definitivo del rapporto tra le due norme. Che, a ben vedere, è anche il rapporto tra i due diversi ruoli istituzionali di Parlamento e Governo, fissati nell’art. 76 della Costituzione. Una comprensibile, e legittima, applicazione del principio di precauzione.

Su questa cautela si è infilato, come saldo estivo della sessione parlamentare, il progetto di legge della maggioranza. Che tenta di ripristinare, in tutta la sua straordinaria ampiezza e genericità, il «legittimo sospetto». Non più dunque oggettivato in rischio effettivo alla libera determinazione dei giudici, causato da «gravi situazioni locali». Ma inteso come causa autonoma, affidata al vento degli arbitri pubblici e privati, in «uno spazio autonomo di discrezionalità incontrollata», non più suscettibile di oggettivi ancoraggi.

Un progetto così concepito conduce diritto a risultati devianti dalla correttezza costituzionale. Perché interponendosi tra un giudice e l’altro (Cassazione e Corte costituzionale) compie uno scippo dell’oggetto del giudizio, affermando l’esistenza di una «lacuna». E precludendo così alla Corte, con evidente straripamento di potere legislativo, l’altra più plausibile ed equilibrata interpretazione basata sulla lettura congiunta e inseparabile del criterio direttivo e della norma di attuazione (scippo anomalo già rilevato da processualisti come Giovanni Conso, Vittorio Grevi, Giulio Illuminati). Perché, poi, disancorando il «legittimo sospetto» da dati oggettivi (quelle «gravi situazioni locali» che, come dice Franco Cordero, «snaturino fisicamente l’evento processuale o infirmino l’autonomia morale dei partecipanti») entra in aperta collisione con il principio costituzionale del giudice naturale. Sostituito con il principio del giudice scelto con il dito («a dedazo» dicono in Mexico). Perché, ancora, picconando l’art. 25 sulla precostituzione del giudice, mette in sofferenza il principio costituzionale del giusto processo (fondato sul «giudice terzo e imparziale» dell’art. 111).

Perché, infine, trasporta il «legittimo sospetto» dal processo penale al procedimento parlamentare. Quel procedimento che l’art. 67 delle Costituzione vorrebbe ispirato dalla rappresentanza della Nazione, «senza vincolo di mandato». Mentre qui invece è apertamente richiamato un interesse privato in atti parlamentari. Quello di varare la legge per bloccare, subito, un concreto processo penale a Milano. Dimenticando, senza alcun rimorso, la distinzione antica e civile tra lex e privilegium.

Alcuni giorni fa l’Economist faceva un elenco di leggi di sospetto e favore per membri del nostro governo. Elenco ripreso da tutta la stampa internazionale. Ma quelli dell’Economist non potevano sapere che c’era ancora una coda d’estate. La riscoperta del «legittimo sospetto» per pilotare da una sede giudiziaria all’altra i processi penali. Ecco: ora, il catalogo è questo.

Un velo di misteriosa irragionevolezza copre però questo saldo di stagione. Non si capisce tanto accanimento per un progetto che comunque dovrà andare alla Camera, dove si prepara, com’è ovvio, un Vietnam. Per un progetto che sul piano etico-politico riesce a cementare l’opposizione parlamentare plurale e questa con l’opposizione civica. Per un progetto che innalza tra i Poli un terribile muro, con conseguenze catastrofiche per ogni speranza fondata sulla prospettiva di moderazione e di razionalizzazione dei rapporti tra maggioranza e opposizione.

Di fronte a tanti guasti, si può forse immaginare, dietro i tristi «ascari» esecutori, un mandante. Non si riesce però a capire quale sarà, e se ci sarà, il beneficiario finale di questo sconquasso, privo di senso, del nostro sistema politico.

Tre aneddoti su B. Con quanta empatia venerdì 23 agosto racconta i suoi miracoli all´assise riminense Cl: l´assemblea invoca luce; e toltasi la giacca, lui irradia torrenti luminosi. Poche settimane dopo, ritto sulla jeep, sfila davanti a reparti in armi, acclamato «Silvio!, Silvio!». Martedì 26 novembre il Tribunale viene da Palermo a sentirlo sul sodale bibliofilo, sotto accusa d´affari mafiosi, e lui non risponde, quale ex possibile imputato d´un procedimento connesso. Siamo nella norma? Complicano l´anomalia artisti d´una politica esoterica. L´archetipo italiano è Ludovico Sforza, detto il Moro, usurpatore del ducato milanese (reggente dal 1479, spodesta l´erede Giangaleazzo). Philippe de Commines lo descrive instabile, sottile, ombroso, funambolo, "homme sans foi": la paura gli stimola un funesto eretismo tattico; temendo gli Aragona (Isabella, moglie del nipote in gabbia, è un´aragonese, nipote del re Ferdinando), tresca con Massimiliano d´Absburgo, poi chiama Carlo VIII; gioca partite sincrone; ogni tanto cambia cavallo e finisce malissimo. Caso altrettanto tipico, nel mondo slavo, l´ultimo ministro degli esteri polacco anni Trenta, colonnello Joszef Beck. Alla domanda d´un ospite straniero, cosa pensi d´Hitler, risponde inarcando le sopracciglia: bravo, e sorride; ma quanto dista dal colonnello Beck (A.J.P. Taylor, "The Origins of the Second World War", Penguin Book, 248). Voleva sedere a Monaco, quinto Big: concupisce l´Ucraina; non degna le proposte tedesche su Danzica e Corridoio, sicuro d´intimidire i colossi confinanti; tra due lievi colpi del dito sulla sigaretta incassa l´inutile garanzia inglese; rifiuta l´aiuto russo, molto equivoco ma era la sola carta; e in tre settimane la Polonia sparisce. Esempi da ripensare quando intenditori sopraffini deplorano che gli allarmisti "strillino al regime". Ogni tanto i politicanti parlano lingue lunatiche. Nel lessico comune, dove "regime" significa varie cose, è chiaro che l´Italia 2002 ne subisca uno: sono tanti quanti gli stili governativi; e visto l´attuale, definiamolo regime personale.

Ha qualcosa delle signorie trecentesche. Il punto comune sta nell´investitura popolare o balìa ma, issato al potere dalla borghesia grassa, il signore, appena può, taglia il cordone ombelicale inaugurando politiche meno classiste: perequa i carichi fiscali; nel Pavese i Visconti abbassano i magnati e proteggono le campagne, oppresse dal Comune; a Firenze il duca d´Atene tutela i popolani. La metamorfosi, insomma, porta anche ordine, giustizia, stabilità. È cominciata dal voto assembleare: gli oligarchi delegano i poteri; il mandatario s´emancipa quale vicario imperiale; e dal titolo signorile ereditario nasce lo Stato (A. Anzilotti, "Movimenti e contrasti per l´unità italiana", Laterza, 1930, 1-31). Ora, mentre le Signorie puntavano al futuro, B. incarna forme regressive del potere. Nella fisiologia dell´alternanza il sistema ammette profondi dissensi (mercato del lavoro, fisco, istruzione, ecc.), ma qui sono a repentaglio regole capitali, come non avviene tra Pompidou o Giscard d´Estaing e Mitterand oppure quando Margaret Thatcher sbaraglia le Trade unions. Solo i finti ciechi non vedono l´anomalìa italiana. Era cresciuto sotto l´ala d´una consorteria politica, orfano della quale, irrompe sul campo perché deve salvarsi. Nell´anno 1992 l´auriga dal garofano rosa arranca, poi affoga. Cade il trinomio Caf (Craxi-Andreotti-Forlani), vacanti Quirinale e Palazzo Chigi. L´establishment muore infognato nel malaffare, avendo condotto l´Italia a due dita dalla bancarotta: fosse ancora vitale, impedirebbe i processi mobilitando sapienti inerzie (così avveniva ai bei tempi); e moltiplicato da labili psicodrammi popolari, l´evento giudiziario affretta lo scioglimento. Naufragano Dc, Psi, Psdi. Vanno alla deriva masse d´elettori captabili dal concorrente più abile. L´unico sopravvissuto è l´ex Pci in cerca d´identità. Manca l´organismo politico dell´opinione liberalsocialista. Mai viste congiunture così fluide.

Anziché puntare sulle lobbies o assumere politici professionisti, B. giostra a viso scoperto, incurante degli avvertimenti (dal fedelissimo alter ego): cava dall´azienda un partito, avendo sotto mano masse elettorali nel suo pubblico televisivo; imbarca i post-fascisti, sdoganandoli dalla quarantena, e Lega; sceglie una sigla dal lessico nazional-calcistico; rende ossequio labiale al movimento epuratorio, mentre raccoglie l´eredità attiva della classe politica folgorata; inalbera insegne d´anacronistico anticomunismo; e gioca al tavolo delle ciarle. Passerà alla storia come supremo antipedagogo, l´Attila degli schermi. Gli spettatori hanno 12 anni, ripete senza stancarsi, esigendo dagli spacciatori formule elementari che vadano diritte alla midolla: dove soffia lui, non cresce più l´erba intellettuale; altro che i dottori Mabuse e Caligaris nei film espressionisti tedeschi. Paragonati agli attuali, i vecchi programmi televisivi erano arte, varia cultura, decoro, sentimento morale. In mano sua lo spettacolo diventa ignoranza, volgarità aggressiva, ciarlataneria, svago plebeo. Con tali arnesi cattura mezza Italia, pescando nelle acque vedove, erede d´un ceto sulla cui caduta versa lacrime da coccodrillo, imputandola al complotto comunista, mentre se fosse meno istrione, ammetterebbe d´avervi guadagnato. L´avventura governativa dura appena 6 mesi. Sconfitto 2 anni dopo, sopravvive benissimo ai 5 nel deserto, anzi, cresce sulla pelle degli alleati e ruba voti agli antagonisti, nei quartieri operai, ad esempio. Stavolta piglia tutto.

Più che vittoria sua, è un suicidio ex adverso. Rammentiamolo perché le memorie politiche deperiscono. Nella primavera '96 il Centrosinistra vince sul traguardo, avendo giocato meglio la partita con uno schieramento dall´area liberale alla neocomunista, mentre sulla destra mancano i voti della Lega. Il da farsi appare chiaro: governare bene, riassestando i conti affinché l´Italia entri nell´Unione europea, obiettivo arduo; e risolvere l´aberrante conflitto d´interessi, cominciando dalle televisioni. L´opera riesce a metà: buono l´esecutivo; funesta la politica nelle Camere; e quanto meglio lavora il governo, tanto meno vitale appare; i becchini contano le settimane; l´aspirante erede postula un B. senza futuro politico o addomesticabile: due ipotesi false, e avvia dialoghi intesi niente meno che a rifondare la Repubblica. L´affabile mago vende fumo, nel qual mercato incanterebbe anche Asmodeo, uno dei più fini alla corte diabolica. L´abbaglio costa caro nella partita con un eversore quale costui era ed è. Alla falsa diagnosi seguono scelte empie. Imperdonabile l´oblio del conflitto d´interessi, né aveva senso colpire le toghe, nemmeno incombesse un temibile potere inquisitoriale: dei dulcamara tengono consulto; un barbiere arrota i ferri; l´Italia corrotta trova benevoli rivalutatori; corre voce che i giudizi berlusconiani siano risolubili extra ordinem, Dio sa come, magari attraverso salvacondotti parlamentari, simili alle lettres de grâce con cui monarchi iure divino salvavano i loro protetti. La Bicamerale tiene a balia filosofie forzaitaliote. Passi falsi elettorali completano la débâcle e poteva finire peggio.

B. deve molto ai "comunisti": erano manna elettorale i diavoli rossi, né fiatavano gli opinanti cosiddetti liberali (salvo schernire l´"apocalittica" antiberlusconiana, e dopo le figure ridicole o pietose al governo, apparso qual è l´uomo d´Arcore, un bagalùn d´l lüster bravissimo solo nell´arricchirsi sulla pelle pubblica, gli rendono l´ultimo servizio predicando il disgelo); non fosse esistito quel Pci, lo inventerebbe; vuole oppositori su misura. Qualche uomo della nomenclatura convola nelle sue file o se lo sogna partner. Lievitano affinità trasversali e pose dialoganti. Ma ogni tanto batte dei colpi un´etica immanente nella storia: e allora le furberie amorali perdono; uomini d´apparato divorano i concorrenti; poi, nonostante l´imprinting bolscevico o forse a causa dello stesso, cadono nelle fauci berlusconiane. S´illudevano d´averlo catturato, quasi non fosse il suo mestiere spacciare illusioni da quando intratteneva i croceristi sulle navi. Bisognava chiudere seriamente la partita. Gli epigoni del Moro filano intese costituenti, l´accreditano e gli lasciano l´ordigno con cui li sgomina. In francese l´idea è presto definita: i dialoghi sono auspicabili con Chirac, avversario, ma lui era Le Pen, nemico; né appare meno predone dopo la vittoria, meno che mai adesso, con l´acqua alla gola. Il lupo nell´ovile non perde i vizi; e se falsi testimoni lo dicono penitente, stia attento l´uditorio: sono favole da Malebolge, le fosse «color ferrigno» contenenti il mondo della frode, «ruffiani, ingannatori, lusinghieri» e simili (Inferno, XVIII).

Il postino bussa sempre due volte e così la legge Frattini sulla rimozione dei dirigenti pubblici. Il primo e più grave colpo è stato inferto ai direttori generali, in scadenza il 7 ottobre, e il nostro giornale ne ha ampiamente parlato (Repubblica del 5 u.s. e seguenti). Il secondo è sospeso come una mannaia sulla testa dei 4500 dirigenti di seconda fascia che, entro il 6 novembre, conosceranno la loro sorte, in gran parte nelle mani dei nuovi direttori generali, subentrati agli epurati. Mentre, però, per i 420 direttori generali, la decadenza è stata automatica, nel senso che tutti - graditi e sgraditi - hanno visto il loro contratto annullato e, nei casi più fortunati, rinnovato nello stesso ruolo, per i dirigenti di seconda fascia la rimozione scatta solo per chi avrà esplicitamente ricevuto l’invito ad andarsene. Una disposizione transitoria dà, a questo scopo, al ministro libera facoltà "ruotare" in un’altra posizione il dirigente sgradito.

È evidente che si è messo in moto un meccanismo di asservimento politico dell’Amministrazione pubblica che non ha precedenti, non solo nella storia del nostro paese e nella prassi degli altri stati europei, ma neppure nello spoils system americano dove investe solo i vertici dell’Amministrazione, collegati per funzione alla gestione della politica governativa (modello sulla cui falsariga il centro sinistra aveva introdotto, con la legge Bassanini, la possibilità per il governo di avvicendare una quarantina di altissimi burocrati). Ma ora questo spiraglio è stato talmente allargato che c’è solo da domandarsi se dopo aver filtrato al vaglio della fedeltà politica, ma non della competenza, i 5000 delle prime due fasce, si passerà ai gradini successivi, per arrivare fino agli uscieri. Forse, però, si reputerà bastevole aver "marchiato" i capi di ogni ordine e grado col bollo di garanzia di Forza Italia, An e Lega, per indurre tutto l’universo sottostante ad allinearsi ai desideri della maggioranza di governo.

Comunque, tornando alle sorti specifiche dei dirigenti della seconda fascia tacitamente confermati sulla base del silenzio-assenso, si deve aggiungere che neppure loro potranno ritenersi al sicuro. Tutti dovranno, infatti, accettare un nuovo contratto, peggiore in termini di garanzia e di durata di quello che avevano firmato in base alla legge di riforma del centrosinistra. Questo prevedeva, infatti, una durata minima di 2 anni e massima di 7, mentre ora la durata minima è abolita e potranno venire imposti contratti di pochi mesi, eventualmente rinnovabili, così da ridurre in condizione precaria e timorosa il dirigente. Inoltre la durata del contratto non è più stabilita in base a una contrattazione tra le parti ma con un atto amministrativo unilaterale che, in quanto tale, può essere modificato in qualsiasi momento dal ministro. Anche l’oggetto dell’incarico è fissato dal ministro e soggiace a identica alea. Infine salta tutta la procedura garantistica che era stata introdotta, sia nei contratti individuali che nella parte coperta dal contratto collettivo, per misurare i risultati e stabilire l’eventuale rinnovo. Quella che conterà d’ora in avanti sarà soprattutto la valutazione politica del vertice ministeriale. Per di più, sperando di sfuggire ad ogni contenzioso, nei nuovi contratti verranno definite solo le competenze economiche accessorie, affidando tutto il resto alla normativa amministrativa di spettanza governativa. Viene così minata alla base l’idea ispiratrice della riforma Bassanini, tendente a dislocare il rapporto di lavoro pubblico nell’ambito del diritto privato e non più di quello amministrativo, per realizzare per questa via una modernizzazione di stampo anglo sassone. «Forse - come riconosce oggi lo stesso Franco Bassanini - il tentativo dell’Ulivo di modernizzare l’Amministrazione, ancorandola a criteri di efficienza, professionalità e competenza, era troppo in anticipo sui tempi». Si potrebbe aggiungere, che invece di introdurre contratti a tempo determinato, sarebbe bastato probabilmente trovare una formula per facilitare il licenziamento, nel quadro di contratti a tempo indeterminato (come esistono anche per molti dirigenti dell’industria privata), per non schiudere quel varco attraverso cui, travolgendo ogni paletto, sta passando la carica travolgente della Destra al potere.

Ma, stando almeno alle scarse reazioni del centro sinistra, vien da pensare che i suoi capi si emozionino solo delle epurazioni mass-mediatiche e che l’oscuramento tv di Santoro e Biagi preoccupi assai più dei 5000 dirigenti pubblici finiti sotto scacco.

ROMA - Il presidente del consiglio Silvio Berlusconi ha inviato a Giuliano Ferrara, direttore de "Il Foglio", che la pubblicherà domani, una lettera relativa alla sentenza sul caso Imi-Sir/Lodo. Ecco il testo della lettera.

"Caro direttore, scrivo a lei perché il suo giornale è stato l'unico a ricordare i due giorni terribili della democrazia italiana, il 29 e il 30 aprile del 1993. Il 29 aprile di dieci anni fa un uomo di Stato inviso agli ex comunisti del Pds e al loro 'partito giudiziario', Bettino Craxi, fu sottoposto al voto segreto della Camera dei deputati. Bisognava decidere se la richiesta di indagare su di lui e di processarlo, da parte del notorio pool milanese, fosse o no viziata dal sospetto di persecuzione politica. Nella libertà della loro coscienza, dunque a voto segreto, i deputati dissero che quel sospetto c'era e che Craxi andava sottratto a un'azione giudiziaria non onesta né imparziale.

Con procedura straordinaria ed emergenziale, per responsabilità politiche e istituzionali che sono ancor oggi sotto gli occhi di tutti coloro che non dimenticano le offese alle istituzioni democratiche, il voto segreto, da sempre l'ultimo scudo della libertà parlamentare nei voti su casi personali e di coscienza, fu abolito in pochi giorni. E fu incardinata con brutalità decisionale la riforma costituzionale che portò di lì a qualche mese all'abolizione dell'immunità parlamentare varata con la Costituzione repubblicana dai padri fondatori dell'Italia moderna. Il 30 aprile, esattamente dieci anni prima del giorno in cui le scrivo, fu aizzata dalla sinistra forcaiola, sotto la residenza privata di Craxi a Roma, una piazza urlante che, a colpi di insulti e monetine, rinverdì con altri mezzi il cupo ricordo di altri linciaggi.

Eugenio Scalfari, sul giornale dell'ingegner Carlo De Benedetti, scrisse il 30 aprile un articolo ispirato alla più devastante demagogia reazionaria, associandosi alla marmaglia e alle sue grida e lanciando la sua monetina: i parlamentari avrebbero dovuto secondo lui vergognarsi di quel voto libero e segreto, e un'opinione pubblica montata sugli scudi del gruppo editoriale debenedettiano e dei suoi amici avrebbe dovuto rovesciare quel voto per aprire a colpi d'ariete la porta alla reazione giustizialista, per distruggere la sovranità del Parlamento e instaurare la Repubblica delle procure.

Nei mesi successivi questo e non altro accadde in Italia, e solo la reazione democratica messa in campo dalla nascita di Forza Italia impedì provvisoriamente il trionfo della barbarie giustizialista, restituendo nell'anno del nostro primo governo di resistenza liberale la parola al popolo.

Le stesse forze procedettero poi al ribaltone, cacciando dal governo gli eletti del popolo, impedendo con alte complicità istituzionali che si tenessero nuove, libere elezioni, e instaurando per sei anni governi di minoranza, salvati da mille espedienti e inganni, contro i quali esercitammo come fu possibile la più ferma e leale delle opposizioni. E' da notare che il grilletto giudiziario del ribaltone fu un'inchiesta per tangenti dalla quale chi le scrive fu assolto per non aver commesso il fatto anni dopo. Ma fu uno scippo di sovranità senza riparazione, tanto è vero che alla prima occasione una maggioranza vera di italiani onesti ci ridiede, nel maggio del 2001, quel che con questi metodi ci era e gli era stato rubato: una vera democrazia dell'alternanza.

Dieci anni dopo ci riprovano. La sentenza Previti, ancora sub judice per la mancata attesa della pronuncia della Corte di cassazione sulla ricusazione del collegio giudicante, è caduta esattamente nel decimo anniversario della giornata più nera della democrazia italiana. Il suo obiettivo non è fare giustizia, come dimostra tutto l'andamento del dibattimento e la violenza con cui è stata costruita la gogna per un deputato di Forza Italia, ma quella di colpire le forze che hanno avuto il mandato di governare e rinnovare l'Italia secondo principi di democrazia liberale corrosi in quegli anni di faziosità che tanti danni hanno fatto a questo nostro paese. Il nostro dovere è dunque quello di reagire, e di reagire per tempo.

Confermo, caro direttore. In una democrazia liberale i magistrati politicizzati non possono scegliersi, con una logica golpista, il governo che preferiscono. Questo diritto spetta agli elettori. E gli eletti devono essere in grado, secondo la lezione costituzionalistica del '48, di discernere tra le inchieste giudiziarie valide, che riguardano un deputato o un senatore alla stregua di qualsiasi altro cittadino, e quelle frutto di prevenzione, parzialità ideologico-politica e sospette di spirito persecutorio. Questo è il nostro caso, e se il caso è questo suonano ipocriti gli appelli ad abbassare i toni. Bisogna alzare il tono della nostra democrazia, bloccare il nuovo ordito a maglie larghe del giustizialismo e impedire che si consumi per la terza volta un furto di sovranità. Ripristinando subito le immunità violate, battendosi per la libertà e la decenza. Cordialmente. Silvio Berlusconi".

(30 aprile 2003)

NON C’È da meravigliarsi se il capo dello Stato promulgherà subito in queste ore la legge che garantisce l’immunità al presidente del Consiglio (e ai presidenti di altre quattro alte cariche dello Stato). Tanta rapidità non è scontata. Il presidente, si legge nella Costituzione all’articolo 73, ha un mese di tempo per approvare le nuove leggi ma se Ciampi spendesse le quattro settimane che ha a disposizione la legge sarebbe inutile e l’immunità perduta: il processo di Milano potrebbe essere già alla vigilia della sentenza. Appare addirittura coerente che sia il Quirinale ad apporre l’ultimo necessario sigillo politico alla legge (sono scelta politica i tempi di quest’affare) perché quella legge è il frutto della ricca e sapiente trama istituzionale e giuridica del Quirinale (tanto che si potrebbe addirittura chiamarla "lodo Ciampi").

Importa poco qui sapere se al fondo del paziente lavoro del Colle ci sia un "patto tacito" o la "moral suasion". Quel che conta sono i fatti e i fatti di queste ultime settimane raccontano il protagonismo del presidente della Repubblica che si è declinato in poche mosse. Innanzitutto enfatizzando i sei mesi di presidenza italiana dell’Unione europea. È un appuntamento del tutto ordinario e routinario, come si sa. Lo si è presentato all’opinione pubblica italiana come se fosse la decisiva "sessione di esame" del nostro prestigio internazionale. È sufficiente leggere la stampa internazionale per toccare con mano quanto ogni giorno il prestigio del nostro Paese sia minato dalla servile legislazione ad personam del Parlamento. Non pare che aver soffocato il processo di Milano abbia migliorato la situazione. Semmai l’ha peggiorata, e proprio alla vigilia del "santo" semestre italiano di presidenza Ue.

Quell’enfasi è servita comunque a creare nelle istituzioni un clima da "conto alla rovescia" che sapientemente il capo dello Stato ha speso nei suoi contatti con i presidenti di Camera e Senato, con la maggioranza e l’opposizione, con i vertici della magistratura associata, con gli uffici giudiziari di Milano, con qualche presidente emerito della Corte Costituzionale, con alcuni tra i maggiori costituzionalisti italiani. Bisognava accreditare la legittimità di un provvedimento (si può garantire l’immunità con una legge ordinaria?) che appare storto a occhio nudo. A quanto pare, Ciampi ha voluto escludere dalla discussione, diciamo così, i costituzionalisti del Colle per lasciare campo libero ai penalprocessualisti che lo hanno rassicurato: sì, l’immunità può essere votata con un iter legislativo ordinario e non costituzionale.

Ora qui nasce una domanda. Quei processualisti hanno illustrato al Capo dello Stato il concreto scenario che si comporrà presto a Milano? Si tratta di questo. Non soltanto l’accusa pubblica e privata ma anche gli altri imputati dell’affare Sme solleveranno un’eccezione di costituzionalità alla legge che viola l’articolo 3 della Carta ("Tutti i cittadini... sono eguali davanti alla legge senza distinzione... di condizioni personali o sociali"). Gli avvocati di Cesare Previti e Renato Squillante sono già al lavoro per invocare l’incostituzionalità di una legge che libera l’imputato maggiore (Berlusconi) e lascia all’inferno i comprimari. L’ipotesi non è peregrina e comunque non è "manifestatamente infondata" e sarà difficile per il tribunale di Milano non prenderne atto inviando il quesito alla Consulta. Che il cittadino Previti chieda lo stesso trattamento immunitario di Berlusconi non è con ogni evidenza un paradosso ma qui quel che conta è raccontare ciò che accadrà. Con il quesito costituzionale, il processo è sospeso fino alla decisione della Corte costituzionale che (sono scelta politica i tempi di quest’affare) non affronterà il "caso" prima di febbraio. Già in gennaio, la prima sezione del tribunale penale di Milano perderà un giudice a latere. Si dovrà formare un nuovo collegio. Il processo, a un passo dalla sentenza, tornerà alla casella iniziale. Si comincerà tutto daccapo, e inutilmente visto i tempi della prescrizione. Questo per il futuro, ma anche il passato andrà cancellato e riscritto. In autunno le Camere affronteranno la reintroduzione dell’immunità per tutti i parlamentari e teste d’uovo sono già al lavoro per escogitare il cavillo che può salvare Previti dall’appello dell’Imi-Sir/Lodo Mondadori magari accecando con un rilievo di fumus persecutionis il primo giudizio e la condanna a undici anni.

Questa catastrofe prossima ventura (sentenze cancellate, processi annichiliti, demolizione del principio d’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge) designa come miope il calcolo del Quirinale.

In queste settimane, Ciampi ha rassicurato i suoi interlocutori sostanzialmente con un argomento onnicomprensivo. Il lodo dell’immunità personale di Berlusconi avrebbe evitato il peggio: al Paese, il clima di "guerra civile" che il signore di Arcore scatena quando deve proteggere i suoi interessi; all’opposizione, l’umiliazione di un’altra battaglia perduta; alla magistratura, l’incarognimento d’una riforma dell’ordinamento giudiziario già pessima nelle intenzioni; alla Costituzione, interventi più cruenti di contraffazione. Meglio allora un’immunitas personale se capace di frenare l’aggressività politica del premier. Sarà davvero così? Davvero Berlusconi intascata l’immunità si cheterà? A sentire le dichiarazioni di Salonicco, pare il contrario.

La convinzione del Colle non vede (o sembra non avere la forza di vedere) la natura del nuovo potere e le due alterazioni che lo segnano. Senza alcun contrasto pubblico da parte del Colle, Berlusconi si designa come rappresentante del popolo intero, come se la scelta di una maggioranza politica, d’una rappresentanza democratica diventasse automaticamente scelta d’un capo; come se davvero il popolo potesse essere "collettivo unitario omogeneo", "volontà unitaria", un "interesse collettivo unitario" che quel capo è legittimato a incarnare. È un’alterazione già grave che peggiora la sua pericolosità se incistata nella somma di poteri (politico, economico, mediatico) a disposizione di Berlusconi. Forte della prima convinzione ("Rappresento il popolo"), protetto dal conflitto d’interessi, Berlusconi azzera ogni separazione tra potere privato e potere pubblico, tra società civile e Stato, tra politica ed economia. Azzera, come ha scritto qualche tempo fa Luigi Ferrajoli, una separazione che "fa parte del costituzionalismo profondo così dello stato di diritto come della democrazia rappresentativa".

Questo nuovo, deforme potere si muove nelle istituzioni e attraversa lo Stato con la stessa aggressività, spregiudicatezza e mancanza di senso della misura che un’azienda porta con sé quando agisce sul mercato. È una bulimia in esso non patologica, ma fisiologica. È questa pericolosa idea onnipotente, onnicomprensiva, autoreferenziale che Ciampi sembra non sapere affrontare in pubblico, augurandosi in privato che, una volta soddisfatto un appetito, non ne nascerà un altro ancora più grande. Purtroppo così non sarà. Come per un’azienda alle prese del mercato è naturale essere insofferente alle regole, ai controlli, essere incapace d’autoregolarsi, così il nuovo potere si spingerà ancora oltre fino a quando non incontrerà un vincolo esterno. Con la legge che rende immune Berlusconi s’è persa l’occasione di far valere un limite, lo stesso che vale per tutti i cittadini. Non è un buon auspicio per il futuro dei tre poteri di controllo d’una democrazia moderna: l’opposizione politica, la giustizia, l’informazione.

CANTIERI costituzionali sono aperti o in via di apertura in diversi luoghi d’Europa. A Bruxelles, a partire dall’autunno, comincerà la fase decisiva per il futuro costituzionale dell’Unione europea, affidato al lavoro della Convenzione. In Francia, anche come contraccolpo delle tormentate vicende che hanno accompagnato l’elezione di Chirac, si parla della necessità di mettere le mani sulla Costituzione della V Repubblica. E proposte analoghe vengono avanzate in Germania, guardando alle prospettive che si apriranno dopo le prossime elezioni politiche.

Il cantiere italiano è aperto da quasi vent’anni, da quel 1983 che vide l’invenzione delle commissioni bicamerali, con effetti soltanto negativi e nessun beneficio, come tardive autocritiche di questi giorni cominciano a riconoscere. Oggi il dibattito riprende intorno al presidenzialismo, ma sullo sfondo già s’intravede una novità, legata all’emergere di proposte di revisione anche della prima parte della Costituzione.

Si tratta di una novità perché, soprattutto nell’ultima fase, il compito affidato alle commissioni bicamerali era stato esclusivamente quello di modificare il testo costituzionale nella sua seconda parte, quella relativa all’organizzazione dello Stato, escludendo interventi sulle norme riguardanti i diritti e i doveri dei cittadini. Questa distinzione poteva ben essere considerata artificiosa, perché molti dei diritti e delle libertà considerati nella prima parte della Costituzione trovano poi la loro effettiva garanzia nel fatto che eventuali loro limitazioni possono avvenire solo ad opera della magistratura, di cui si parla nella seconda parte.

In Italia forzature in concreto sarebbero possibili Ma in tal caso ci troveremmo di fronte a un vero cambiamento di regime e a un’autentica rottura

In Francia nessuno pensa di mettere mano alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1789 E le antiche norme del "Bill of rights" negli Usa restano un punto fermo

Sicché ogni intervento limitativo della indipendenza della magistratura porta con sé un indebolimento anche del quadro dei diritti, anche se questo rimane formalmente immutato. E tuttavia escludere la revisione della prima parte ha sempre avuto un forte valore politico e simbolico, poiché in questo modo si ribadiva la fedeltà ai valori e ai principi fondativi della Repubblica.

Questa impostazione è superata? Non direi, e l’ultima conferma è venuta dal recentissimo messaggio del presidente della Repubblica, che ha voluto sottolineare la "continuità di ideali e di valori dal Risorgimento alla Resistenza, alla Costituzione repubblicana". Ideali e valori che trovano la loro concreta manifestazione proprio in quella prima parte della Costituzione che Massimo Severo Giannini, critico della seconda, definì "splendida".

L’inammissibilità di interventi volti a modificare quel nucleo di valori fondamentali è stata esplicitamente affermata dalla Corte costituzionale. In una famosa sentenza del 1988, relatore Antonio Baldassarre, si è detto che "la Costituzione italiana contiene alcuni principi supremi che non possono essere sovvertiti o modificati nel loro contenuto essenziale neppure da leggi di revisione costituzionale o da altre leggi costituzionali", perché "appartengono all’essenza dei valori supremi sui quali si fonda la Costituzione italiana".

Vi è, dunque, un limite insuperabile da chiunque intenda aggiornare e modificare la Costituzione. Questo non vuol dire, ovviamente, che forzature non siano in concreto possibili, e che una maggioranza non possa decidere di cambiare anche le norme in cui si esprime quell’insieme di valori. Il realismo politico impone di prendere in considerazione anche questa eventualità. Solo che, qualora un fatto del genere si verificasse, saremmo di fronte ad una vera e propria rottura costituzionale, ad un cambiamento di regime. Questo non vuol dire, peraltro, che non sia ammissibile alcuna modifica di specifiche norme contenute nella prima parte della Costituzione. Solo che questa revisione, per essere in linea con le indicazioni della Corte costituzionale, deve rappresentare uno svolgimento della logica dei principi esistenti, non una loro contraddizione.

La storia costituzionale mostra quanto sia importante tener fermo un nucleo essenziale di libertà e di diritti al quale, nel tempo, i cittadini si abituano a far riferimento. In Francia la Costituzione continua ad aprirsi con un esplicito richiamo alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789. Negli Stati Uniti nessuno pensa di proporre modifiche della costituzione, e delle più antiche norme del Bill of Rights, per il solo fatto che hanno più di duecento anni. Né in Germania si parla di cancellare, ad esempio, l’art. 15 della costituzione, dove pure si afferma che "la proprietà terriera, le ricchezze naturali ed i mezzi di produzione possono essere trasferiti, ai fini della socializzazione, alla collettività, o essere sottoposti ad altre forme di economia collettiva mediante una legge che determini il modo e la misura dell’indennizzo". Si riconosce, in definitiva, che le costituzioni hanno una loro intima sostanza che le proietta al di là delle contingenze e delle maggioranze che diedero loro origine.

L’essenziale funzione di garanzia e di costruzione di un "patriottismo costituzionale" si perde se la costituzione viene considerata come una legge tra le altre, sempre bisogna di aggiustamenti secondo il mutare delle stagioni politiche. L’uso congiunturale delle istituzioni ha sempre prodotto guasti non facilmente rimediabili.

Ma, si dice, la Costituzione repubblicana è figlia d’un mondo politico scomparso, non riflette adeguatamente una realtà sociale ed economica profondamente mutata, tanto che in essa non v’è alcun riferimento all’impresa. In questi argomenti si manifesta una cultura istituzionale che non coglie le specificità del nucleo di principi dei testi costituzionali, di cui deve essere assicurata la "lunga durata" proprio per permettere loro di adempiere alla funzione di garantire stabilità all’ordinamento e di non esporre i diritti e le libertà alla mutevole volontà delle maggioranze. Questo non contraddice l’esigenza di adattamento alla realtà in continua trasformazione. Ma le corti americane hanno affrontato e risolto questioni nate da Internet continuando a fare riferimento ad una norma del Bill of Rights approvata addirittura nel 1789, mostrando così quanto possa un uso intelligente dell’interpretazione evolutiva. E, interpretando l’art. 41 della Costituzione italiana dove si afferma che "l’iniziativa economica privata è libera", si è sempre ritenuto che questo ampio concetto comprendesse, ovviamente, anche l’impresa. O le proposte di modificare l’art. 41 mirano piuttosto ad eliminare quella sua parte dove si dice che l’iniziativa economica privata "non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana"?

Ho fatto riferimento a questo articolo anche perché esso, lungi dal riflettere un mondo passato, manifesta uno dei tratti di lungimiranza della nostra Costituzione, con il suo riferimento alla "dignità umana". Un riferimento che si ritrova in altre norme, come quella che assicura al lavoratore una retribuzione "in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa"; e soprattutto nell’art. 3, che si apre con le parole "tutti i cittadini hanno pari dignità sociale". Oggi il riferimento all’inviolabilità della dignità umana apre la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, che così conferma come quel valore debba essere considerato parte del nucleo immodificabile della nostra Costituzione.

Più che discutere della revisione della prima parte della Costituzione, oggi è importante svilupparne i valori profondi per rafforzare le premesse, le precondizioni del processo democratico. Lo ha fatto in modo eloquente il messaggio del presidente della Repubblica, che si apre con una affermazione impegnativa e solenne, quasi un monito non solo a Governo e Parlamento, ma a tutti i cittadini: "la garanzia del pluralismo e dell’imparzialità dell’informazione costituisce strumento essenziale per la realizzazione di una democrazia compiuta". L’accesso al sistema dell’informazione, tra l’altro, è una condizione necessaria perché la partecipazione politica avvenga in condizioni di eguaglianza e non dipenda dai mezzi finanziari dei quali si può disporre.

NEL GIORNO in cui il presidente del Consiglio torna ad accusare la "criminalità giudiziaria" che si annida nella magistratura italiana, le toghe siciliane assolvono Giulio Andreotti dal reato di associazione mafiosa. Silvio Berlusconi non poteva scegliere un pretesto più strumentale di questo, per aggiungere altra potenza di fuoco al devastante conflitto istituzionale che ha fatto esplodere dopo la pena di 11 anni inflitta a Cesare Previti per il reato di corruzione nelle vicende Imi-Sir/Lodo Mondadori.

Il Cavaliere, in preda ad un'ossessione giudiziaria che ormai rasenta l'eversione politica, trasforma in emergenza nazionale la sua pendenza personale. Non vede, o finge di non vedere, che se "c'è un giudice a Palermo", evidentemente c'è un giudice anche a Milano. Non vede, o finge di non vedere, che proprio la sentenza di assoluzione del senatore democristiano legittima la sentenza di condanna del deputato forzista. Non vede, o finge di non vedere, che entrambe le pronunce, a maggior ragione perché di segno diverso, confermano che in questa magistratura italiana, mai così assediata e vilipesa, si può e si deve credere. Rafforzano lo stato di diritto, il principio di legalità e il sistema delle garanzie dell'ordinamento giudiziario. Nel caso di Andreotti, dimostrando che l'impianto accusatorio costruito dalla procura non ha retto in dibattimento alla prova dei fatti. Nel caso di Previti, dimostrando l'esatto contrario. Ma in tutti e due i casi, sfociando in una decisione che si può non condividere, e contro la quale si può ricorrere nel successivo grado di giudizio. Ma che comunque si deve rispettare, allo stesso modo.

Nel contesto della sua violentissima battaglia contro le "toghe rosse", al premier avrebbe fatto più comodo che anche Andreotti fosse stato riconosciuto colpevole. Sarebbe stata un'arma in più, da usare nella guerra totale contro la "magistratura politicizzata". Ma la sentenza di Palermo, nonostante l'uso strumentale che ne fa Berlusconi, tradisce il corto-circuito logico della sua tesi del "complotto". L'assoluzione, secondo il presidente del Consiglio, "liquida il secondo dei grandi teoremi giustizialisti che nella primavera del '93 furono imbastiti per deformare il volto della nostra democrazia". In realtà, più che liquidarlo, smonta del tutto quel teorema. Se mai è esistito allora, proprio la sentenza Andreotti dimostra che oggi quel teorema non esiste più, se non nella testa del Cavaliere e degli avvocati-parlamentari del suo partito-azienda.

E proprio la sentenza Andreotti dimostra anche quanto sia incolmabile lo scarto tra uno statista democratico e un populista autoritario. Andreotti non è più al potere da anni. Ma del Potere, nel bene e nel male, rappresenta forse il modello più simbolico e inarrivabile. Lo ha incarnato insieme a Craxi e a Forlani fino al 1992, cioè proprio negli anni dell'ultimo "Caf" ai quali si riferisce la presunta "mattanza giustizialista" denunciata dal Cavaliere contro i vertici della Prima Repubblica. Il senatore a vita avrebbe potuto salire di corsa sulla locomotiva berlusconiana, lanciata a bomba contro i "giudici golpisti". Non lo ha fatto. Si è difeso "nei" processi. A Perugia ha incassato dignitosamente persino una condanna a 24 anni per il delitto Pecorelli, che tuttora grava su di lui in secondo grado. A Roma non ha bussato mai una sola volta alla porta dei vecchi sodali ex o post-democristiani riciclati, per elemosinare una legge Cirami ritagliata su misura. A Palermo ha tenuto una condotta processuale esemplare: con una mossa irrituale gliene ha dato atto in udienza lo stesso presidente della Corte d'Appello, additandolo pubblicamente come "esempio per il Paese" e contrapponendolo implicitamente agli imputati eccellenti dei processi milanesi.

Sperare che il presidente del Consiglio tragga da tutto questo qualche insegnamento è una ridicola illusione. Non solo non li modera, semmai esaspera ancora di più i toni. Governa "contro". "Contro" l'opposizione, e la metà della nazione che il centrosinistra comunque rappresenta. "Contro" la magistratura, e il sovrano e autonomo potere giudiziario che le toghe amministrano "nel nome del popolo italiano". "Contro" il presidente della Repubblica. Al Quirinale c'è una profonda amarezza per il nuovo attacco che il premier ha sferrato ieri contro "la criminalità giudiziaria", snobbando l'appello a un "dialogo costruttivo" lanciato solo 24 ore prima da Ciampi.

Il Capo dello Stato avrebbe preferito non intervenire direttamente nella contesa, innescata dalla sentenza sul processo "toghe sporche". La reazione immediata di Berlusconi, martedì sera, era già intollerabile: "Previti è vittima di una persecuzione, risolveremo il problema della politicizzazione di certa magistratura". Il presidente, mercoledì mattina, aveva consultato al telefono Bruti Liberati, presidente dell'Anm, e per ben due volte Virginio Rognoni, vicepresidente del Csm. Aveva affidato a loro, offrendogli una piena copertura politica, la replica ferma e determinata dell'intera istituzione. Nella speranza che la polemica si sarebbe chiusa così. Ma nel pomeriggio di mercoledì il Cavaliere ha alzato di nuovo il tiro, con la durissima "lettera-manifesto" al Foglio. Di fronte a questo ulteriore strappo istituzionale, Ciampi ha capito che toccava a lui intervenire. Ha buttato giù a penna dieci righe di testo, del quale ha informato i presidenti di Senato e Camera Pera e Casini. Giovedì mattina, festa del lavoro, le ha riassunte davanti alle telecamere dei Tg: "Le sentenze vanno rispettate", ha detto, ricordando i principi inviolabili fissati dalla Costituzione all'articolo 101 (i giudici sono soggetti soltanto alla legge) e all'articolo 27 (l'imputato non è considerato colpevole fino alla condanna definitiva, cioè al termine dei tre gradi di giudizio).

Anche in questo caso, Ciampi confidava in un messaggio che bastasse a spegnere l'incendio. Ma anche in questo caso, Berlusconi lo ha smentito. Prima un comunicato ufficiale, nello stesso pomeriggio di giovedì, poi ieri mattina l'ennesimo affondo sulla "criminalità giudiziaria". E' una spallata pesantissima agli equilibri istituzionali.

Il Capo dello Stato, d'accordo con Pera, sta premendo per far ripartire il progetto di Antonio Maccanico sulla sospensione dei processi nei confronti delle alte cariche dello Stato, che potrebbe essere inserita nel disegno di legge di riforma dell'articolo 68 della Costituzione di cui proprio il Senato tornerà ad occuparsi a partire dalla prossima settimana.

La strategia del Colle nasce da una forte preoccupazione politico-istituzionale. Ciampi teme un'accelerazione dei tempi del processo Sme, che vede imputato il presidente del Consiglio e che potrebbe arrivare a sentenza alla fine di giugno. Il timore del Quirinale è che questa scadenza pesi come un macigno sul semestre di presidenza italiana della Ue, e che di qui ad allora spinga il Cavaliere ad agitare il fantasma delle elezioni anticipate, destabilizzando il quadro politico almeno fino alle elezioni europee del 2004. Il lodo Maccanico potrebbe disinnescare questa miccia infernale: partito dalle file dell'Ulivo, avrebbe il pregio teorico di poter contare su un consenso bipartisan.

Ma in un clima politico così invelenito, come è possibile immaginare un confronto costruttivo tra i due Poli sull'immunità declinata secondo il modello spagnolo? In uno scontro "senza se e senza ma" tra i partiti e tra i poteri dello Stato, diventa realistica soltanto una "rappresaglia" unilaterale: il centrodestra in marcia sulla magistratura e sul Parlamento, a colpi di maggioranza. Con un obiettivo essenziale: portare a casa l'immunità subito dopo le elezioni amministrative del 25 maggio (per evitare di inquinare la campagna elettorale con un tema altamente impopolare), ma immediatamente prima della sentenza sul processo Sme (per poter scongiurare comunque l'eventualità di una condanna). Resta un solo dubbio: il Paese e le sue istituzioni possono reggere l'urto di questo folle percorso di guerra, che serve a pochi eletti ma non agli elettori?

TRE argomenti, tra loro strettamente connessi, dominano e presumibilmente domineranno la scena politica italiana ed europea dei prossimi mesi: la legge entrata proprio oggi in vigore che sospende la processabilità penale nei confronti di Silvio Berlusconi (e delle altre quattro maggiori cariche istituzionali), il semestre europeo di presidenza italiana, la nuova Costituzione europea che durante il predetto semestre (1/7-31/12 2003) sarà discussa e forse modificata e approvata dalla conferenza intergovernativa che avrà inizio a Roma a partire dal prossimo ottobre.

Aggiungiamo che nello stesso arco di tempo si capirà se tra Israele e Palestina prenderà corpo o tramonterà ancora una volta l’ipotesi della pacifica convivenza e della nascita d’uno Stato palestinese. Infine, alle soglie del 2004, diventerà chiara la natura dei rapporti interatlantici, il ruolo degli Usa e quello dell’Unione europea, la prevalenza dell’imperium americano figlio di Marte o del modello policentrico proposto dagli europei, figli di Venere secondo la "vulgata" semplificatoria che va di moda con dubbia fortuna sulle due sponde dell’Atlantico.

Stiamo dunque per vivere un semestre-chiave nella storia del mondo? La risposta è sì, saranno mesi importanti con ricaschi forti sulla vita anche privata delle persone, oltre che degli Stati e dei governi che li guidano.

Il ruolo del governo italiano e della sua presidenza semestrale dell’Unione avrà un peso determinante sulle vicende che si svolgeranno nell’arco di tempo considerato? La risposta è no: un singolo governo in genere, quello italiano guidato da Silvio Berlusconi in particolare, sarà piuttosto trascinato che trascinatore di eventi che si collocano a livelli decisamente superiori alla nostra portata. Per il governo italiano, come saggiamente ha detto l’ambasciatore Vattani interrogato dalle Commissioni esteri del Parlamento, il problema sarà semplicemente quello di far bella o cattiva figura durante il semestre della nostra presidenza. Se ci riuscissimo sarebbe già qualche cosa.

Si capisce la preoccupazione di Carlo Azeglio Ciampi di tutelare nei limiti del possibile l’onorabilità del presidente del Consiglio nel momento in cui sta per assumere la presidenza dell’Unione. Ai fini di quella bella o cattiva figura di cui parlava l’ambasciatore, non sarebbe stato un buon viatico un Berlusconi a carico del quale il pubblico ministero del Tribunale di Milano avesse potuto chiedere la condanna a parecchi anni di reclusione per l’infamante reato di corruzione in atti giudiziari del quale è accusato insieme a Cesare Previti e ad un gruppo di magistrati e avvocati.

Quest’ipotesi, e quella ancor più preoccupante d’una sentenza di condanna sia pure soltanto di primo grado, sono state evitate di strettissima misura e Ciampi - a detta di tutti e delle stesse fonti del Quirinale - ne è stato uno degli artefici più tenaci e autorevoli. Ma infuria la polemica sulla correttezza costituzionale della soluzione adottata. I costituzionalisti sono divisi, le forze politiche sono divise e così pure l’opinione pubblica.

In casi come questo ciascuno resta sulle proprie convinzioni con dovizia di contrapposti argomenti. Io, per me, come quidam de populo, sono del parere che il capo dello Stato ha trovato il modo di far passare per la cruna d’un ago il cammello della non processabilità del presidente del Consiglio per tutta la durata del suo mandato. Dirà poi la Corte costituzionale, se come sembra sarà investita del problema, la parola definitiva in materia.

Ma non m’inoltro in un dibattito di così specifica natura, per il quale mi manca la competenza e i cui termini sono del resto ampiamente noti. Piuttosto pongo due domande: è riuscito Ciampi a salvare l’onorabilità del presidente del Consiglio attraverso la legge sulla non processabilità? Quale prezzo ha dovuto pagare lo stesso Ciampi per ottenere quel risultato? Alla prima domanda rispondo: no, non è riuscito né poteva riuscirvi.

L’onorabilità del nostro "premier" è grandemente scemata da tempo a causa della sua pervicace condotta processuale che per un uomo investito di così alte responsabilità avrebbe dovuto essere improntata al criterio di ottenere al più presto possibile un chiaro pronunciamento giudiziario e non già, come invece ha con ogni espediente tentato, di allungare all’infinito e con infiniti quanto disdicevoli mezzi, la durata del processo per avvicinarlo alla scadenza dei termini di prescrizione.

Né poteva Ciampi cancellare la natura stessa di quel processo - corruzione in atti giudiziari - che in qualunque altro paese avrebbe indotto l’imputato a separare le proprie responsabilità dalla carica che rivestiva, anziché aggrapparsi ad essa con tutte le forze e tutti i mezzi.

L’esempio di Helmut Kohl, che abbandonò tutti gli incarichi Cdu nel momento in cui fu accusato non già di corruzione in atti giudiziari ma dell’assai meno grave reato di implicazione nel finanziamento illecito del suo partito, fornisce un modello efficace per la tutela dell’onorabilità di un uomo politico. A Helmut Kohl non fu offerto nessuno scudo di non processabilità: era, prima ancora che un problema giudiziario, un problema etico e quindi politico che l’ex Cancelliere ed il suo partito risolsero con criteri politici.

Del resto, entro breve tempo, il processo contro i coimputati del nostro "premier" dovrebbe arrivare a conclusione in primo grado; l’eventuale sentenza di condanna sarà sotto gli occhi di tutta l’opinione pubblica europea ed avrà inevitabilmente lo stesso effetto di immagine che avrebbe avuto se Berlusconi non fosse uscito dal processo per il rotto della cuffia. L’onorabilità del "premier" italiano e le sue credibilità e autorevolezza saranno quel che saranno dopo quell’eventuale sentenza, con l’aggravante d’un sotterfugio parlamentare perpetrato nel tentativo impossibile di nascondere un reato di quelle proporzioni.

Concludo su questo punto: il cammello della non processabilità è passato dalla cruna dell’ago, ma un’operazione così ardua non è servita a nulla, sicché è stato sostanzialmente inutile cimentarsi con essa. Diverso sarebbe stato se almeno la legge in questione avesse contemplato l’obbligo per gli imputati non processabili di sottoporsi immediatamente al processo non appena scaduto il loro mandato in corso, senza cercare ulteriore riparo concorrendo ad altra carica che comporti non processabilità. Una norma del genere, dando una data certa alla sospensione del processo, avrebbe fugato ogni dubbio sulla sua costituzionalità. In assenza di che il dubbio del vulnus al principio dell’eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge rimane e pesa.

E qui si pone la seconda domanda: quale prezzo ha pagato Ciampi?

* * *

Appartengo, da quando l’ho conosciuto, più di trent’anni fa, al novero dei suoi estimatori per l’integrità morale, il senso del dovere, il rispetto profondo per lo Stato e per le istituzioni. Ma non soltanto: anche per i cittadini, gli individui che dello Stato sono parte e, nel loro insieme, ne sono i sovrani con le loro speranze, i loro bisogni, le loro scelte.

Conosco quindi molto bene il suo scrupolo e la solitudine che comporta assumere decisioni che portano con loro ragioni valide ma anche contraddizioni palesi. Questa di aver sostenuto la non processabilità, aver posto limiti importanti alla legge come alcuni l’avrebbero voluta (penso all’estensione della norma ai ministri e ai coimputati); aver ritenuto corretta una legge ordinaria; essersi posto in contrasto con settori importanti della pubblica opinione, che tra l’altro annoverano i suoi più schietti sostenitori; ebbene, questa dev’essere stata una scelta che gli è costata molto di dover fare.

Certamente l’ha fatta non per proprio interesse, poiché non ne ha alcuno in merito a problemi di processabilità, ma ritenendo di tutelare l’interesse della nazione.

Temo però che in questo caso abbia commesso un errore poiché è partito da una valutazione degli uomini effettuata con il proprio metro. Ha probabilmente pensato che riportando un minimo di calma e di tregua nell’incandescente scontro politico, il nostro "premier" avrebbe avuto modo di considerare con maggior senso di responsabilità i suoi doveri e i suoi obiettivi di uomo di governo. Non ha tenuto conto del carattere di Silvio Berlusconi e più ancora della natura profonda del potere che ha conquistato e che tende ad allargare e a consolidare sfidando gli anni e i decenni, monopolizzando ogni strumento appropriato a manipolare il consenso, devastando gli istituti di garanzia a cominciare dalla stessa presidenza della Repubblica, dalla magistratura, dalla Corte Costituzionale e dalla Suprema Corte di Cassazione.

Sulla Stampa del 19 scorso il suo principale consigliere politico, Giuliano Ferrara, ha descritto e lodato quella che avevo chiamato in mio articolo di domenica scorsa la bulimia berlusconiana. Il ritratto che risulta dallo scritto di Ferrara ha qualche cosa di terrorizzante poiché descrive un potere totale senza limiti né regole. Parla anche del quadro internazionale per sostenere che Berlusconi mira a fare entrare la "sua" Italia nella ristretta oligarchia del potere mondiale che fa capo all’America di Bush.

Questa è l’Europa che noi vogliamo, scrive Ferrara, e se l’Europa non ci starà questa strada la percorreremo da soli.

Il quadro è raccapricciante. Credo che Ciampi conosca queste "tentazioni" dell’uomo che gli elettori portarono alla vittoria nel maggio di due anni fa.

Forse spera che prevalga una sua parte migliore e che la bulimia berlusconiana si attenui o addirittura scompaia. Mi permetto di dire che questo è l’errore: se Berlusconi non fosse quello che è non avrebbe vinto le partite che ha giocato negli affari come in politica, perciò continuerà così, rilanciando e sempre rilanciando. Forse, continuando a inoltrarsi su questo terreno, inciamperà e cadrà; oppure no, come si fa a predire il futuro? Personalmente credo che dopo questa controversa vicenda, il presidente della Repubblica debba deporre il metodo che gli è tanto caro e che ha dato anche alcuni risultati: il metodo, voglio dire, della moral suasion, dell’opera discreta di convincere a scegliere il meno peggio.

La moral suasion poteva valere all’inizio del governo berlusconiano. Dopo due anni e con ancora tre anni al compimento della legislatura, i compromessi al ribasso presentano un saldo netto negativo, tanto più in presenza d’una pubblica opinione che ha riscoperto il gusto di partecipare, di far sentire la propria voce e la propria forza.

La più alta magistratura costituzionale ha anche altri metodi per esercitare i suoi compiti: giudicare gli atti sottoposti al suo vaglio e alla sua firma senza influire preventivamente sulla loro formazione; approvarli se conformi alle regole, bocciarli se non conformi. Fa’ quel che devi, accada quel che può, dice la più aurea massima dell’etica pubblica. Non spetta al Quirinale curare la bulimia politica di Berlusconi. Gli spetta invece di custodire il dettato costituzionale, difendere e rafforzare il sistema delle garanzie, portare allo scoperto i privilegi. Accada quel che può.

Libri di storia: li sceglie il Governo. La destra approva, l'opposizione si indigna

di red



«Il ministero dell'Istruzione deve controllare che nelle scuole la storia contemporanea sia insegnata secondo criteri oggettivi rispettosi della verità storica, attraverso l'utilizzo di testi di assoluto rigore scientifico che tengano conto di tutte le correnti culturali e di pensiero». La commissione Cultura della Camera ha approvato mercoledì una risoluzione di Forza Italia, vincolante per il governo, sui libri di testo per l’insegnamento nelle scuole.

La maggioranza ha approvato, sempre in commissione Cultura della Camera, una risoluzione che «impegna il governo ad attivarsi per far sì che nelle scuole di ogni ordine e grado l'insegnamento della storia, in particolare quella contemporanea, si svolga secondo criteri oggettivi, rispettosi della verità storica».

Questo intervento governativo sui libri di testo, specialmente quelli di storia, era un cavallo di battaglia della campagna elettorale berlusconiana (insieme alla fotografia del presidente operaio) e la maggioranza l'ha approvato, ignorando tutte le polemiche e le reazioni che il suo annuncio aveva suscitato tra gli addetti al mestiere. «È una limitazione della libertà d’insegnamento», aveva protestato una parte della categoria docenti, già messi alle strette da una riforma scolastica e universitaria che ridimensiona notevolmente la libertà del professore nella scelta del programma da far svolgere alle sue classi.

Oggi la maggioranza di centrodestra chiede «assoluto rigore scientifico» per questo l’approvazione di tale provvedimento che impegna il governo «ad attivarsi, collaborando con le istituzioni scolastiche e nel rispetto della loro autonomia, per far sì che nelle scuole di ogni ordine e grado l'insegnamento della storia, in particolare di quella contemporanea, si svolga secondo criteri oggettivi rispettosi della verità storica».

Si apre dunque la via per la messa al bando una volta per tutte dei libri di storia di sinistra: «È indubbio che negli ultimi anni nella scuola italiana è prevalsa una visione ideologica che ha sovente alterato fatti storici incontrovertibili per fini di parte», ha detto Fabio Garagnani primo firmatario della risoluzione approvata dalla commissione Cultura.

Dall’opposizione arriva un primo commento, indignato, nei confronti di questo provvedimento. «Se non ci trovassimo dinanzi ad un atto di inaudita gravità che lede i più elementari principi di libertà verrebbe davvero da ridere per la risoluzione approvata dalla maggioranza». È il commento a caldo di Andrea Colasio, capogruppo della Margherita in commissione Cultura. «Secondo questi sedicenti liberali compete al governo stabilire se un manuale di storia sia rispettoso della verità storica –continua- In un sol colpo viene lesa l' autonomia scolastica, la funzione pedagogica dei docenti e delle famiglie, il vero pluralismo culturale e quel che non è meno grave, ci si rende ridicoli agli occhi della comunità scientifica. Neanche il Minculpop aveva osato tanto».

Lo dice Massimo Cacciari, filosofo

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