Da alcuni anni milioni di persone si mobilitano in varie parti del mondo contro le guerre e le nefandezze del liberismo, nessun partito le organizza, nessuno le finanzia, danno voce e presenza a gente che non l'ha mai avuta, sfondano il silenzio dei media. Ha ragione Bertinotti, sono una cultura diversa, un movimento senza precedenti, prodotti da una marea di coscienze acculturate e collegate dalla rete, resistenti alla omologazione mass-mediatica. Crescono in giganteschi appuntamenti. Hanno ucciso qualcuno? Gambizzato qualcuno? Sfilato con le P38? Con slogan trucidi? Mai. La Cgil ha cinque milioni di iscritti, è una delle più potenti centrali sindacali del mondo, raccoglie lavoratori, organizza scioperi, difende (neppure a sufficienza) i diritti del lavoro. Riempie le piazze. Ha sparato su qualcuno? Invitato a farlo? Plaudito a un attentato? Mai.
D'accordo, riconosce di malavoglia il governo, ma movimenti e sindacati, denunciando questa e quella ingiustizia, si fanno «bacino di violenza». Davvero? L'Occidente è pieno di esplosioni sanguinose individuali o di gruppo, che in Italia si tingono di politica. Dove il conflitto sociale è appannato sono di più: negli Stati uniti gli omicidi sono quattro volte quelli dell'Europa. No no, dice il governo, è proprio il conflitto sociale che li produce, e chi lo enuncia gli dà corda. Il Riformista ci informa che gli sparatori sono nella Cgil a migliaia. Segio che sono invece nel movimento. Menti ansiose della sinistra raccomandano di individuarli, isolarli, ripudiarli. Non penso affatto che siano a migliaia, né che esprimano un bisogno di massa, né che stiano avvelenando il paese. Ma se anche fosse, come fanno i movimenti e sindacati a individuarli, costoro che oggi manco fanno propaganda dove passano? Chiedendo a chi si iscrive al sindacato o si affaccia in un centro sociale di mostrare il passaporto? La dichiarazione dei carichi pendenti? Domandando un'informativa alla questura? Il solo risultato è che Cgil e centri sociali, invece che essere decorati al valor civile per costruire uno spazio in un paese desertificato dalla sinistra, sono in gran sospetto.
Non basta. Se dici che questo sistema è ingiusto e la legge 30 un'iniquità, forse un ragazzo instabile o un frustrato metropolitano di mezz'età va ad ammazzare Massimo D'Antona - tecnicamente più facile che organizzare uno sciopero. Non concordi affatto con Marco Biagi, se ne deduce che suggerisci l'agguato di via Valdonica. Non imbavagli Casarini quando fa delle cazzate, non sei comprensivo con i black-bloc ma ti chiedi da dove vengano, scrivi che le Brigate rosse sono state un fenomeno politico in una certa fase politica - sei un fiancheggiatore. Se non sei contiguo con il governo o il centrosinistra, sei contiguo con chi spara.
E sono tornati i peccati di pensiero, che credevo sepolti col mio confessore degli anni trenta. Pensi e magari scrivi che senza il conflitto politico e sociale una democrazia si ammala e diventa pericolosa - sei un incorreggibile figlio del Novecento, sentina intellettuale d'Europa, culla di rivoluzioni dunque di attentati e sangue. Non hai ancora capito che lo stesso filo lega Nadia Lioce al 1917, quindi al 1848, e - perché no? - alla Rivoluzione francese, anzi al 1648 in Inghilterra e, diciamo la verità, a quel folle di Spartaco. Me lo ricordano una volta all'anno due stimati amici, Bertinotti e Revelli.
Basta. Consiglierei di raffreddare gli spiriti. Di rivedere qualche strumento retorico e qualche analisi del presente. Anche qualche album di famiglia, ognuno ha il suo. Il mio mi ha insegnato che vivo in un sistema inumano e alienante. Che la minore violenza contro un sistema violento è quella dei grandi movimenti di massa, dei sussulti storici raziocinanti. Che il conflitto sociale è una cosa seria, non si gioca fra individui né con gesti simbolici. Non apprezzo perciò chi fa l'autocritica anche per mio conto e in consonanza con i governi. Neanche se sono bravissime persone come Sergio Segio, che ha pagato colpe passate, o Adriano Sofri che di colpe non ne ha e sta in galera per una sentenza emessa a nome del popolo italiano, e dunque, ahimè, anche mio.
CHIUNQUE ha conosciuto un bambino prepotente. Penso a quel tipo di bambino che arriva al campetto di calcio con il suo bel pallone di cuoio grasso e propone di mettere insieme due squadre e una partita. Sapete, uno di quei bambini che non sopporta che non gli si passi la palla spesso, molto spesso, quasi sempre.
O, peggio, non tollera che finisca sotto di un paio di gol perché, a quel punto, si sa come finisce il pomeriggio: il bambino prepotente, rosso di rabbia, raccoglie il «suo» pallone e dichiara chiusa la partita nel deluso silenzio di tutti gli altri.
Nelle quinte del processo di Milano, Cesare Previti appare sempre più quell´arrogante bambino "proprietario" del pallone. Vuole decidere lui quando si gioca, come si gioca, chi gioca. Che sia una partita di calcetto o un processo o un confronto parlamentare o una legge dello Stato, non importa.
Decide lui chi vince e chi perde, e indovinate chi vince sempre? D´altronde, raccontano che quando, «ai bei tempi», il Nostro organizzava al Circolo Canottieri in riva al Tevere «memorabili» partite a calcetto, i giocatori sapevano che bisognava dargli la palla a ogni azione, e magari gridargli «Forza, Cesare!», «Bravo, Cesare!». Soprattutto era necessario non mandarlo mai sotto nel punteggio, mai. I malaccorti che hanno dimenticato i due essenziali precetti, dicono, non sono stati più invitati.
Come il bambino arrogante con il "suo" pallone, Cesare Previti è dannatamente sincero. Non sa rinunciare alla sua micidiale sincerità, all´energica autenticità della sua visione del mondo. Non gliene fotte nulla del gioco, dei giocatori, delle regole del gioco. Gli importa soltanto vincere, vincere, vincere, e peggio per chi non lo capisce... Il Nostro ha già dato un pubblico saggio di questa sua trasparente qualità di uomo, cittadino, professionista, eletto del popolo quando, dopo 27 mesi di dibattimento, si presentò in aula a Milano per essere finalmente interrogato.
Previti non fece nulla per nascondere se stesso, per celare a chi lo ascoltava la sua familiarità con l´illegalismo e l´opacità dei comportamenti: una familiarità così radicata, identitaria (si può dire) da non fargli più avvertire né l´illegalismo né l´opacità. In quell´occasione, Previti fu prepotentemente sincero nel non riconoscere a nessuno in quell´aula - dove capeggia il monito «La legge è uguale per tutti» - il diritto di fargli domande, di imporgli una risposta. Disse spesso, guardando con occhi di sfida verso il banco dei giudici: «A questo non voglio rispondere... Questo non glielo dico, sono affari miei...». Fu sincero quando raccontò degli arnesi illegali utilizzati in tutta una vita professionale per proteggere le sue ricchezze dal fisco. Fu sincero nel suo disprezzo per la legge o la regola.
Sembrava non sentire nemmeno in quell´occasione il peso della frode. Né finse mai di avvertirlo, in verità. Per dire, raccontò di come, per far rientrare un po´ di miliardi (3,5) di vecchie lire in Italia, manipolò una vendita fittizia di una sua villa ad Ansedonia. Senza che nessuno glielo chiedesse, informò che il maneggio (Previti lo definì «esterovestizione» ) fu opera del figlio Stefano. Non si curò di rovinare così la reputazione dell´erede perché - «sinceramente» , aggiunse - non avvertiva il dolo in quella manovra. Era roba sua, quel denaro, e ne faceva quel che voleva, quando voleva, come voleva: e al diavolo il fisco. Il «pallone» era suo, o no? E allora? Ieri Previti ci è ricascato. Per tre udienze i giudici del Tribunale hanno atteso che il Nostro, come aveva annunciato, facesse le sue «dichiarazioni spontanee». All´ennesima assenza e impedimento, hanno chiuso finalmente il dibattimento e ora resta loro soltanto di raccogliersi in camera di consiglio, valutare gli argomenti dell´accusa e le ragioni della difesa, decidere se gli imputati hanno o meno corrotto i giudici, se ci sono giudici che si sono lasciati corrompere.
La settima ricusazione del Tribunale proposta dall´eccellente imputato li ha di nuovo fermati sulla soglia della camera di consiglio mentre Cesare Previti, lontano, a Roma, all´ombra di quel Palazzo governato dai suoi amici, si è abbandonato al solito flusso verbale. Ha salmodiato la consueta litania nella convinzione che semplicemente ripetendo ossessivamente una cosa, quella cosa senza fondamento diventi vera come veri sono il giorno e la notte, vera più dei fatti che la contraddicono.
Non sono stato in grado di difendermi, si è lagnato. Hanno rifiutato di acquisire le prove che mi scagionano, ha ripetuto. Come se questo processo non durasse da tre anni (a voler dimenticare gli anni dell´udienza preliminare).
Come se, dell´affare, non si fossero occupati non solo quel giudice di Milano «totalmente privo di requisiti di imparzialità e terzietà» , ma in ogni piega altre procure (Perugia, Brescia) e Corti d´Appello e Corti di Cassazione e Corte suprema a Sezioni unite e Corte costituzionale e ispettori del Ministero della Giustizia e Consiglio superiore della Magistratura. Ma, lo si diceva, Previti è un uomo sincero e, anche ieri, l´ha detta tutta come quel bambino con il pallone.
«Io voglio che questo collegio del tribunale di Milano sia sostituito», dice Previti. Quei giudici possono dargli torto e condannarlo e il Nostro non li vuole, non vuole essere giudicato da quelli lì, ce ne vogliono altri e «sarebbe paradossale se il sistema non intervenisse» , conclude Previti. Può perdere la partita e chiede, grida che la partita sia sospesa e subito. Che cominci da qualche altra parte e che magari gli sia concesso qualche punto di vantaggio così che possa finalmente farcela. Se si giocasse al Circolo Canottieri in riva al Tevere saprebbe come rimettere a posto le cose, ma gioca fuori casa, a Milano, in un´aula di giustizia e dunque intervenga il Parlamento. Cambi le leggi, modifichi l´ordinamento giudiziario, intimidisca quei giudici se non vogliono levarsi di torno, ma faccia qualcosa il Potere perché «fatti di questo genere non devono accadere e chi li commette deve pagarne le conseguenze» .
Difficilmente Cesare Previti rinuncerà all´arrogante convinzione di essere giudicato da un giudice che non si è scelto da solo. Martedì, alla nuova udienza, invocherà allora l´impedimento parlamentare e non si presenterà.
Chiederà un rinvio. Nuova udienza, sabato 3 maggio. In quell´occasione proporrà un altro fermo in attesa dell´appello in Cassazione dell´ultima ricusazione (già valutata inammissibile dalla Procura Generale). Nuova udienza martedì 6 maggio, ma quel giorno farà in modo di essere da qualche parte a Montecitorio. Nuovo rinvio... E così di strappo in strappo, di abnormità processuale in deformità procedurale in attesa che accada qualcosa che possa interrompere il gioco che sente minaccioso nell´esito. Magari il «patteggiamento allargato» in discussione alla Camera può dare un po´ di respiro e chi sa che, con un colpo di mano, non si faccia in tempo a ripristinare l´immunità anche per i parlamentari e non soltanto per il presidente del Consiglio...
È quel che accadrà? Ora è chiaro che, mentre questo benedetto processo deve avere una giusta sentenza (quale che sia), tocca alla maggioranza politica che sostiene Previti dirgli un «basta» di dignità e decenza. Per liberare il Nostro e il capo del governo dai grattacapi giudiziari, il centro-destra ha già manomesso il codice penale, la sua procedura e minaccia ora l´equilibrio dell´amministrazione della giustizia, l´ordinamento giudiziario e, quel che più conta, il diritto fondamentale che, in tutti i tribunali, campeggia a grandi lettere nella formula: «La legge è uguale per tutti». La maggioranza ha approvato leggi (falso in bilancio, rogatorie, rientro dei capitali dall´estero), non previste dal programma di governo, che possono trasformare l´Italia in un "paradiso penale". Sono state mosse ad alto costo per l´equilibrio dei poteri dello Stato, ad altissimo costo per la credibilità internazionale del Paese. Ora può bastare. Qualcuno spieghi a Previti che deve tornarsene casa con il "suo" pallone perché la partita continua. Secondo le regole del gioco.
Non solo difende Nogaro dagli attacchi «sconsiderati» subiti in questi giorni, ma è anche convinto che il monsignore degli immigrati e dei poveri, interprete autentico di Wojtyla, ha fatto bene a dire ciò che ha detto. «Non è forse questo - annota il filosofo Massimo Cacciari, che il vescovo di Caserta lo conosce bene - il destino dei cristiani, essere pietra di scandalo, motivo di contraddizione?». Durissimo invece il giudizio sull’omelia del cardinale Ruini, antagonista dichiarato della chiesa pacifista: «Ruini confonde e mischia pericolosamente le due dimensioni, politica e religione: che poi è lo stesso motivo per cui critichiamo l’Islam».
Il vescovo di frontiera, ancora una volta, sotto accusa...
«Non è la prima volta e non sarà l’ultima. E tutto a causa del modo in cui interpreta il suo ruolo, che in fondo è il modo che dovrebbe accomunare tutti i cristiani. Dice cose scomode, e fa bene. E in questo caso cose più che giuste».
Ma quelle bare andavano benedette, no?
«Certo che andavano benedette, e certo che il prete deve benedire le salme di quei poveri soldati. Il vescovo di Caserta ha detto, e io sono completamente d’accordo con lui, che non vanno benedette le armi. Vogliamo scherzare? Qui si ritorna alla teoria delle guerre giuste, alla Chiesa che giustificava l’uso della violenza...».
Nogaro sembrava preoccupato da quelle teorie poi rese esplicite dall’omelia di Ruini intorno all’intervento militare in Iraq.
«Ruini ha rovesciato completamente la prospettiva sulla guerra portata avanti in questi anni dal Papa, e condivisa appieno dal vescovo di Caserta. È una cosa di estrema gravità perché cancella di fatto il ripudio assoluto dell’intervento in armi che era stato fatto proprio dalla Chiesa nella sua interezza».
Nell’omelia Ruini ha sposato con forza la tesi di chi crede che l’Italia non deve ritirare le sue truppe...
«Ruini doveva benedire i morti, e non entrare nel merito di una questione prettamente politica. Personalmente sono convinto che non ce ne dobbiamo andare, adesso. Ma questo non significa che approvo ciò che ha detto. Il discorso di Ruini è un oggettivo arretramento su posizioni inaccettabili, su posizioni che legittimano l’interferenza della religione nelle scelte politiche, un metodo per cui si accusano l’Islam e gli integralisti».
Farebbe lo stesso discorso se Ruini avesse detto che l’Italia doveva ritirare il contingente?
«Anzi forse lo avrei disapprovato anche di più. Sarei stato in quel caso in disaccordo anche nel merito politico, e rimarrebbe intatta la disapprovazione sul metodo».
Che succederà adesso a Nogaro?
«Niente, credo. Non si farà amareggiare più di tanto dalle miserie di un ceto politico che tenta di capitalizzare l’emozione e il dolore del paese. Lui, sincero e onesto, è in pace con il suo Dio».
ROMA - «Berlusconi sta lacerando il tessuto connettivo della democrazia. Serve un’azione di contrasto sempre più forte e determinata da parte del centrosinistra, che deve ritrovare le ragioni dell’unità». Sergio Cofferati rilancia il suo allarme: preoccupato dalle ultime «pericolose spallate del presidente del Consiglio», l’ex leader della Cgil chiama l’opposizione a una «forte assunzione di responsabilità, a partire dalle prossime consultazioni elettorali». Compreso il referendum per l’articolo 18, sul quale finalmente annuncia in modo ufficiale la sua posizione: «Non andrò a votare».
Cofferati, cosa la preoccupa nelle ultime prese di posizione del premier?
«Mi preoccupano, anche se non mi sorprendono, i gravissimi attacchi che il premier sta muovendo contro le istituzioni. L’avevo detto dopo il voto del 13 maggio 2001, e oggi ne ho la conferma: Berlusconi non è la Thatcher, ma è una miscela molto più pericolosa».
Che basta, secondo lei, per gridare al "regime", come dice Rutelli?
«Io l’ho sempre sostenuto, anche quando altri non ne erano convinti. Siamo in una situazione grave e delicata, che è il frutto di strappi continui e che ora, dopo gli ultimi sviluppi giudiziari, subisce un’accelerazione drammatica. Lo confermano le frasi gravissime e inquietanti pronunciate da Berlusconi a Udine. Siamo in presenza di una crisi istituzionale che non ha precedenti, e che si sviluppa su due fronti. Il primo fronte è quello internazionale: il premier, alla vigilia del semestre di presidenza italiano della Ue, getta fango sulle istituzioni europee che l’Italia rappresenta attraverso il presidente della Commissione di Bruxelles e il vicepresidente della Convenzione. Il secondo fronte è quello interno: il premier muove all’attacco del presidente della Repubblica, ignorando i suoi moniti ed anzi rivolgendogli contro un atto di evidente ostilità attraverso il rilancio del presidenzialismo».
Il Cavaliere obietta: è mio diritto ricostruire i fatti della vicenda Sme, in tutte le sedi in cui mi è possibile. Non vorrà negargli questo diritto.
«Berlusconi, con la sua offensiva giudiziaria, ha provocato e sta provocando un’ulteriore, gravissima caduta di credibilità internazionale del nostro Paese. Con il risanamento degli anni '90, e poi l’aggancio alla moneta unica di Maastricht, il Paese aveva compiuto uno straordinario passo avanti, che gli aveva ridato lustro e aveva rafforzato il suo tessuto democratico: era uscito dalle macerie di Tangentopoli e aveva ripreso il controllo della sua finanza pubblica in un quadro di grande consenso sociale. Oggi quel patrimonio di credibilità è stato dilapidato. Basta leggere i commenti dei più autorevoli osservatori internazionali, per rendersene conto».
C’è anche chi osserva che Prodi non avrebbe dovuto reagire, dichiarandosi "indignato" dopo la comparsata televisiva del premier ad "Excalibur".
«Ci manca solo questa. Che si impedisca ad un cittadino di manifestare la propria indignazione, di fronte ad uno spettacolo indegno come quello che abbiamo visto venerdì sera. L’osservazione di Prodi è del tutto condivisibile. Ed è stravagante l’idea di chi mette sullo stesso piano azione e reazione. C’è stato un vulnus istituzionale gravissimo prodotto dal presidente del Consiglio, e subito ci si affretta ad occultarlo, mettendo sullo stesso piano la legittima replica di chi quel vulnus lo ha subito in prima persona. Una pratica inaccettabile, che nasce dalla mancata soluzione del conflitto di interesse».
Che c’entra il conflitto di interessi?
«Berlusconi sta lacerando il tessuto connettivo della democrazia, garantito dalle norme costituzionali. Questo avviene per effetto della saldatura tra due azioni altrettanto devastanti. Da una parte c’è l’attacco sistematico a uno dei poteri fondamentali dell’ordinamento, la magistratura, che nasce dall’esigenza di piegare l’indipendenza dei giudici agli interessi privati del premier e di alcuni suoi alleati. Usando strumentalmente il principio sacrosanto secondo il quale tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge, si punta invece a creare una zona franca di impunità riservata solo a pochi eletti. Dall’altra parte c’è l’uso monopolistico della comunicazione, che viene attivata a proprio piacimento per sovvertire mediaticamente lo stato delle cose: è così che l’accusato diventa accusatore, il condannato diventa perseguitato».
Non è esagerato parlare di "lacerazione del tessuto democratico"?
«Non trovo una definizione diversa, di fronte al seguente fenomeno: c’è un presidente del Consiglio che (per interesse personale) vuole togliere ai cittadini il diritto di essere giudicati da una magistratura autonoma e indipendente, e che nel contempo (in forza del suo strapotere mediatico) sottrae loro anche il diritto al pluralismo dell’informazione. Così si priva una democrazia dei fondamenti del vivere civile, sanciti dalla Carta costituzionale».
Non si potrebbe sciogliere questo nodo con l’immunità o con la proposta Maccanico, che prevede la sospensione dei processi per le alte cariche?
«Considero gravissime entrambe le proposte. Chi ha compiti di rappresentanza politica non deve essere protetto da privilegi legislativi: la sua unica, vera "protezione" è costituita dalla sua storia, dalla sua credibilità, dalla sua trasparenza. Da questo punto di vista, è giusto che l’opposizione non si presti ad alcuna forma di dialogo con la maggioranza. Né sul lodo Maccanico, né su altre ipotesi che nascondono solo l’obiettivo di arrivare all’impunità».
Se le cose stanno così, come si esce da questa emergenza? Trasformando l’Ulivo in un Comitato di Liberazione Nazionale?
«Io credo sia necessaria, in questo momento, un’azione di contrasto da parte del centrosinistra, sempre più ferma e determinata. Oggi il problema non è il confronto sulle riforme, che come i fatti dimostrano è impensabile. Semmai è quello di mantenere le condizioni elementari perché eventuali cambiamenti siano ancora possibili in futuro. Dobbiamo difendere la Costituzione attuale, contro le continue aggressioni di chi la vuole snaturare. E l’opposizione deve farlo subito, in Parlamento e nella società civile, rilanciando l’unità del centrosinistra a partire dalle prossime consultazioni elettorali».
Lei è un po’ velleitario, visto che proprio sul referendum per l’estensione dell’articolo 18 si profila una resa dei conti a sinistra. A questo proposito, Cofferati, per lei è il momento di gettare la maschera. Ha taciuto fin troppo, su questa delicatissima sfida elettorale.
«Il referendum è stato un grave errore. Io resto convinto che sia tuttora indispensabile difendere ed estendere i diritti, nella cittadinanza e nel lavoro. Ma il mercato del lavoro è composto da figure che hanno profili, diritti e tutele diverse tra loro. Estendere e modulare i diritti, com’è giusto e necessario, richiede strumenti complessi e differenziati, che non possono che essere introdotti per via legislativa. Solo la legge consente una pluralità di interventi».
D’accordo. Traduca tutto questo in una scelta di voto. Sì o no?
«C’è un percorso logico da seguire, per arrivare alla risposta. Oggi sono un semplice cittadino, ma per me la proposta normativa più adeguata resta quella presentata al Parlamento dalla Cgil, per la quale abbiamo raccolto 5 milioni di firme. Data questa premessa, veniamo alle scelte possibili. Prima scelta, il no. Se dovessero prevalere i no all’estensione dell’articolo 18 nelle imprese con meno di 15 dipendenti, questo equivarrebbe di fatto alla negazione dell’esistenza del problema dell’estensione e della modulazione dei diritti: per me sarebbe un grave errore, perché quel problema esiste eccome. Seconda scelta, il sì. Se dovessero prevalere i sì, fallirebbe l’obiettivo per il quale mi sono battuto, cioè una nuova legge per l’estensione e la modulazione dei diritti: il sì non creerebbe alcun vuoto legislativo, del resto agli stessi promotori del referendum una nuova legge non è mai interessata, né l’hanno mai proposta. Ma il quadro normativo che ne discenderebbe sarebbe sostanzialmente inapplicabile: è noto a tutti che le condizioni organizzative e i rapporti di lavoro nelle piccole e piccolissime imprese sono oggettivamente diversi da quelle più grandi. Inoltre resterebbe irrisolta la questione delle tutele per il nuovo lavoro, quello più debole, rappresentato dai para-subordinati e dai collaboratori coordinati e continuativi».
Conclusione? Che farà il 15 giugno il cittadino Sergio Cofferati?
«Non andrò a votare».
Cioè fa come Craxi, e dice agli italiani "andate al mare"?
«Io non andrò al mare e non farò appelli all’astensione. La mia è una scelta personale, consapevole e attiva, e pienamente in linea con i diritti della Costituzione, che non per caso individua un quorum. Non voglio scoraggiare la partecipazione dei cittadini al voto. Agli italiani io non dico niente, ma so che i cittadini sanno scegliere, come hanno dimostrato in precedenti consultazioni referendarie: non votando quando hanno considerato irrilevante il quesito, o votando quando invece gli appariva significativo».
Quindi lei non condivide la scelta del suo successore Epifani, che ha attestato la Cgil sulla linea del sì?
«Ho troppo rispetto per l’autonomia dell’organizzazione alla quale sono iscritto, per formulare giudizi. Constato solo che la mia opinione è diversa».
Lei si rende conto che questi contorcimenti nascono dalla contraddizione della sua battaglia per l’articolo 18, inteso come "diritto assoluto di cittadinanza", e non come semplice "forma di tutela"? Bertinotti è partito da questa sua contraddizione, per tirare addosso al centrosinistra la sua bomba intelligente.
«Mi è chiaro l’intento di Bertinotti: dividere un fronte che era unito, ed era larghissimo. Quanto alla mia presunta contraddizione, resto convinto che l’articolo 18 sia un pilastro dal quale non si può prescindere, modulato sulla dimensione e l’organizzazione delle imprese: questo è giusto oggi come nel 1970, quando non a caso il legislatore fissò la soglia dei 15 dipendenti. E’ un diritto da declinare con forme opportune. La legge attuale riconosce, la proposta di legge della Cgil lo rafforza e lo rende universale, mentre il referendum lo cancella».
Ma fu lei che portò al Circo Massimo 3 milioni e mezzo di persone, per difendere quel diritto. Da domani lei avrà il plauso dei riformisti dell’Ulivo, ma correrà il rischio che molta, tra la sua gente, non capisca il suo "non voto", e lo consideri un tradimento rispetto alle battaglie di questi mesi.
«So che la mia scelta incontrerà dubbi e critiche. Ma correrò il rischio, perché la ritengo giusta e perché credo nell’etica delle responsabilità».
vai a: L'Italia rovesciata
«Espropriando i poteri di vigilanza della Banca d´Italia il governo ha in mente un’operazione bulgara, per portare anche il settore del credito sotto il suo totale controllo. Un governo che in materia di diritto societario non ha lavorato né per modernizzare il capitalismo italiano, né per migliorare la tutela del risparmiatore. E’ lo stesso esecutivo che interviene sul settore dell’informazione in pieno conflitto d’interessi, aziendale e patrimoniale, con il presidente del consiglio che non legge neppure le osservazioni del capo dello Stato e ignora le regole antitrust dell’Unione Europea». Guido Rossi un decennio fa dovette occuparsi del salvataggio Ferfin-Montedison: un crac da 28.000 miliardi di lire con sullo sfondo Tangentopoli, le spericolate piraterie finanziarie di Raul Gardini sulla Borsa di Chicago, il crollo industriale della chimica italiana. Oggi Guido Rossi osserva con preoccupazione che quella lezione non è servita, e che il capitalismo italiano non è migliorato.
Nel gigantesco "buco" Parmalat colpisce la sovrapposizione della finanza derivata e delle società offshore su un’azienda dal mestiere industriale molto semplice.
« Il vizio d’origine è quello di un capitalismo straccione, familiare o di Stato, che scopre tardivamente gli strumenti più sofisticati del capitalismo finanziario americano. Strumenti nati per coprire il rischio, e trasformati perversamente nella massima fonte di rischio. Quando questo capitalismo pre-moderno viene immesso nel circuito delle grandi banche italiane e straniere che giocano a vendere prodotti finanziari esotici e a incassare commissioni, il disastro è inevitabile. Purtroppo mi aspetto che ce ne siano altri».
Si evocano grandi scandali stranieri ? Enron in America, Vivendi in Francia, Ahold in Olanda ? quasi a dire: il male è universale, quindi non c’è una patologia italiana.
« Invece la differenza tra noi e loro è sostanziale. Enron, Vivendi, Ahold: nessuna era un’impresa a carattere familiare. L’inquinamento è ancora più pericoloso in un paese come l’Italia che non ha strutture finanziarie evolute, non ha regole né strumenti di controllo adeguati, mescola gli yogurt, i derivati, e le società offshore alle isole Cayman. I mali del capitalismo americano ed europeo non vanno certo sottovalutati, ma noi ne soffriamo anche di altri: siamo un paese che non cerca la modernità, ma annusa in fretta l’ultima moda, confondendo l’una con l’altra».
In fatto di conflitto d’interessi le nostre banche hanno appreso tutto il peggio da quelle americane. Si scopre che qualche istituto di credito italiano, dopo aver curato il collocamento dei famigerati bond Parmalat, li ha rifilati ai clienti-risparmiatori, ignari naturalmente dell’operazione-Parmalat.
« Su questi episodi vergognosi si gioca purtroppo tutta la credibilità del sistema bancario italiano. Alcuni istituti di credito paiono avere responsabilità gravissime, il risparmiatore ha ragione di sentirsi beffato e indifeso».
E allora è ineludibile la questione della vigilanza: dov’era la Banca d’Italia? Perché non ha visto nulla? A che cosa serve uno strumento come la centrale dei rischi, che è a disposizione della nostra banca centrale proprio per sorvegliare la posizione debitoria delle imprese?
« Non c’è dubbio che il governatore Fazio debba dare delle risposte con la massima trasparenza, soprattutto a fugare l’impressione che la Banca d’Italia si sia occupata molto dei giochi di alleanze, matrimoni e fusioni, cioè degli assetti di potere nel sistema creditizio italiano, e non abbastanza dell’integrità del sistema. Sono insufficienti gli strumenti a disposizione? Mancano del tutto? Oppure non sono stati adeguatamente utilizzati? Il risultato è che oggi noi abbiamo banche quasi ipertrofiche, più grandi delle nostre imprese industriali, gonfie di liquidità e di crediti inesigibili. Ma poi scoppia il caso-Parmalat e a cosa serve avere questi mastodonti bancari?».
Dunque è giusto indagare sulle responsabilità di tutti gli organi di controllo, dalla Consob alla Banca d’Italia, senza tabù?
« E’ doveroso, anche perché le mogli di Cesare debbono essere al di sopra di ogni sospetto. Purché la ricerca dei responsabili non diventi tuttavia una caccia al capro espiatorio. Questa è una crisi sistemica che richiede risposte alte, una azione che aggredisca le cause dell’arretratezza italiana. Purtroppo questo governo ha agito finora nella direzione opposta: la sua riforma del diritto societario, per esempio, ha allargato la possibilità di emettere titoli di ogni tipo. Si sono estese al mercato italiano le libertà finanziarie di sistemi avanzati come quello americano, senza rafforzare tutele e controlli, come invece questi sistemi hanno prontamente messo in atto. E’ chiaro che, abolito di fatto il reato di falso in bilancio e in assenza di qualsivoglia deterrenza, tutti in Italia si sentono ormai liberi di qualunque manipolazione. Per lo stesso reato il legislatore americano dopo il caso Enron ha portato la pena detentiva da cinque a vent’anni».
Il Financial Times ha ricordato che in fatto di società offshore, l’azienda che fa capo al presidente del Consiglio ha fatto scuola?
« Sì, è un bell’esempio davvero, dalle Bermuda alle Cayman. Perciò ho il forte sospetto che la volontà politica non sia quella di compiere una vera pulizia del sistema. L’attacco alla Banca d’Italia può infatti nascondere il progetto di abolire l’autorità indipendente per sostituirla con un organo che risponda di fatto al potere politico. Torneremmo indietro ai tempi in cui il sistema bancario veniva diretto da qualche ministero. E’ un’epoca che ricordo troppo bene per nutrire nostalgia di quelle soluzioni. Tanto più se a dirigere le banche deve essere un governo che sta seduto su un conflitto d’interessi gigantesco - come ha sottolineato lunedì Eugenio Scalfari - in una fase in cui il presidente del Consiglio concentra poteri senza eguali nelle democrazie occidentali, legifera tranquillamente in favore del proprio impero aziendale e sul proprio patrimonio familiare, e ignora platealmente le osservazioni del presidente della Repubblica su materie attinenti alla Costituzione».
Prima che Ciampi rifiutasse di firmare la legge Gasparri, lei in un’intervista a Repubblica aveva sottolineato che quella legge è contraria ai principi europei in materia di antitrust e pluralismo dell’informazione. Il capo dello Stato sembra condividere la sua valutazione. Ma ieri il commissario europeo alla concorrenza, Mario Monti, è parso più cauto, quasi a indicare che il settore dell’informazione resta per lo più sotto la competenza dei governi nazionali.
« Le affermazioni del commissario Monti mi hanno sorpreso, anche perché solitamente le sue posizioni mi paiono condivisibili. In questo caso, invece, egli sembra aver trascurato le indicazioni tassative e precise della direttiva quadro del 2002/21. Da un lato essa definisce il pluralismo dell’informazione come un obiettivo di interesse generale. D’altra parte afferma che questo pluralismo va perseguito assicurando che vigano le condizioni di una concorrenza leale ed effettiva. Varrebbe la pena di citare la direttiva per intero, ma basti il solo "considerando" numero 25, che precisa che «la definizione di cui alla presente direttiva è equivalente alla nozione di posizione dominante enucleata dalla giurisprudenza della Corte di Giustizia e dal Tribunale di 1? grado delle Comunità Europee». Le regole dell’antitrust europeo, quindi, si devono applicare pienamente anche nel settore dell’informazione. Non è dunque un problema di forma né di ambiguità. Pluralismo televisivo significa allora rispetto della concorrenza».
Quindi lei resta del parere che alle obiezioni del presidente della Repubblica non si può rispondere con un’operazione di cosmesi, che lascerebbe immutata la posizione dominante nell’informazione televisiva in capo all’azienda di Silvio Berlusconi.
« Le osservazioni di Ciampi vanno lette molto sul serio. Non ci sono margini per elusioni, equivoci o furbizie. Nessuna cosmesi leggera può salvare una legge indifendibile come la Gasparri».
I TITOLI di prima pagina dei giornali di ieri erano molto eloquenti nella loro concisione; tutti, senza eccezioni, informavano i loro lettori del fatto più rilevante della giornata: il lavoro è diventato più flessibile. Attorno a questo evento - che con assai dubbio gusto il governo ha battezzato col nome di Marco Biagi - si è levato un coro di osanna, reciproche felicitazioni, battimani, richieste di bis che, sommate alla buona notizia del giorno precedente sul ribasso di mezzo punto del tasso ufficiale europeo e al fermo proposito di tutta la maggioranza di affrontare entro settembre il tema del taglio delle pensioni, ha fatto passare in seconda linea perfino l’eterna rissa sui processi Previti e sul lodo Berlusconi, fatto eccezionale che non accadeva da almeno un mese. Non c’è alcun motivo di stupirsi di questa quasi unanimità del coro mediatico (dico «quasi» poiché l’eccezione a conferma della regola l’ha data proprio Repubblica pubblicando un commento di Luciano Gallino, uno studioso di prim’ordine del mercato del lavoro, con un titolo "scandaloso" che suonava "L’occupazione usa e getta"): qui da noi la grande stampa nazionale e regionale e il monopolio televisivo Mediaset-Rai non sono altro che la protesi culturale, diciamo così, dei poteri forti; per cui una maggiore flessibilità del lavoro, un dilagare di figure contrattuali che avranno come conseguenza la polverizzazione del mercato del lavoro, lo sfarinamento delle rappresentanze sindacali e un’ondata di precariato diffuso a tutti i livelli e in tutte le dimensioni produttive, non possono che essere salutati come fenomeni altamente positivi e incoraggianti per le «magnifiche sorti e progressive» dell’azienda Italia.
Non un dubbio, non un «ma», non un attimo di esitazione ha mitigato l’entusiasmo dei coristi. Il ministro del Welfare si è addirittura arrischiato ad affermare che il decreto sulla flessibilità provocherà una potente spinta verso la stipula di contratti a tempo indeterminato, che è come sostenere che luglio sia il mese più freddo dell’anno. Il presidente della Confindustria dal canto suo ci ha informato gonfiando il petto per la soddisfazione che a causa di questa svolta tutta l’Europa ci invidia; una frase che richiama alla memoria il buon tempo antico quando i treni arrivavano in orario e il popolo armato di vanghe vinceva ogni anno la battaglia del grano sotto la stupefatta ammirazione degli stranieri. Quando sento dire che all’estero siamo invidiati, non so perché, ho la triste certezza che c’è qualcosa di profondamente sbagliato in quello che stiamo facendo. Sarà così anche questa volta?
Giorni fa, conversando su questo giornale con Tommaso Padoa-Schioppa, affrontammo un tema che è al centro delle preoccupazioni di tutte le persone responsabili: il declino dell’economia italiana e le ragioni che lo determinano.
Il mio interlocutore, cui non manca né l’esperienza né la dottrina, sosteneva che lo sviluppo economico e sociale di una comunità si basa soprattutto sull’innovazione e sullo spirito imprenditoriale che ne valorizza gli esiti e ne diffonde i benefici. Quando manca la disposizione a innovare, gli stimoli alla crescita sono affidati a pratiche di basso profilo e di breve portanza: basso costo del lavoro, fiscalità massicciamente evasa, ripetute svalutazioni della moneta, livello elevato d’inflazione.
Questa via allo sviluppo incoraggia produzioni con basso valore aggiunto e non è più sostenibile in un mondo globale dove esisteranno sempre paesi enormemente più convenienti sul piano della fiscalità, del precariato, dei bassi salari e di un sistema di tutele a somma zero.
Le ragioni del declino italiano sono queste, concludeva Padoa- Schioppa: uno sviluppo che si affida allo sfruttamento, al sommerso, alla moneta facile, alle produzioni di bassa qualità, senza puntare sulla ricerca, sui nuovi prodotti, sulla qualità eccellente, sulla stabilità del cambio estero e della pubblica finanza.
Quando eravamo giovani chi studiava economia si cimentava con la teoria del commercio internazionale e dei costi comparati in un sistema di libero scambio, ma ho la sensazione che quel tipo di analisi sia caduto in desuetudine. Eppure mai come ora sarebbe necessario porsi il problema della divisione internazionale del lavoro e della combinazione ottimale dei fattori della produzione.
In questo quadro la flessibilità del lavoro aiuta, a patto che non trasformi la forza-lavoro in una massa di sradicati, che non faccia a pezzi i percorsi professionali e le relative carriere, che non lasci il singolo prestatore d’opera a tu per tu con l’ufficio legale d’una grande impresa o d’un intermediario o d’un caporale. È vero, Marco Biagi ci credeva alla bontà non solo economica ma sociale d’un mercato del lavoro modellato sulle richieste d’una impresa moderna che certo, e per fortuna, non è più quella delle catene di montaggio. Credeva che quel modello sofisticato sviluppasse dentro di sé gli anticorpi che avrebbero eliminato i molti virus insiti nella flessibilità in entrata e in uscita.
A volte nella vita si scommette e questa è una scommessa delle più azzardate. Avrebbe dovuto almeno essere accompagnata da un completo sistema di tutele e di ammortizzatori sociali, ma non ce n’è neanche l’ombra. La verità è che se le aziende faranno largo ricorso all’occupazione «usa e getta», la presenza pubblica nei corsi di formazione, nell’istituzione del salario minimo sociale, nel sistema della previdenza che copra i periodi in cui il lavoratore cessa di essere «usato» e viene invece «gettato», dovrebbe fortemente aumentare ed essere sostenuta da risorse adeguate. Ma quelle risorse non ci sono e per il poco che ci sono vengono allocate altrove.
La conseguenza è che la flessibilità disegnata dal decreto delega di Maroni è una flessibilità da pezzenti (il termine forse è un po’ crudo ma corrisponde alla realtà) della quale usufruiranno soprattutto gli immigrati e quella parte dei lavoratori nazionali che accetteranno di farsi emigrati in patria.
Crescerà una generazione furba e dura, egoista e ansiosa, nevrotica e malvissuta. Se ne vedono già le folte avanguardie, America in testa. Qui da noi siamo appena al principio.
***
Continuo a domandarmi da qualche giorno come mai nel coro mediatico dei grandi network e della grande stampa d’informazione questi temi non siano debitamente affrontati. Naturalmente non mancano le voci che sfuggono al coro e che, se non altro per dovere deontologico di completezza, vengono registrate. Ma non avviene quasi mai che attorno a esse si sviluppi un’ipotesi alternativa, un’intensa campagna di stampa, insomma un "contro-coro" di pari forza di quello abituale.
Mi ponevo questa domanda anche sollecitato da un fatto né secondario né banale, accaduto proprio nelle scorse settimane: le dimissioni di Ferruccio De Bortoli dalla direzione del Corriere della Sera. Misteriose dimissioni, è il meno che si possa dire, perché il protagonista della vicenda le ha blindate con la motivazione delle «ragioni private», con la stanchezza d’una funzione esercitata per oltre sei anni e resa più difficile dalle frequenti pressioni del potere politico, del resto effettuate alla luce del sole.
Probabilmente De Bortoli ha voluto rendere un ultimo servigio al suo giornale coprendo una proprietà meno compatta di quanto sia voluta apparire; probabilmente una parte di quella proprietà ha deciso, d’accordo col dimissionario, di giocare d’anticipo e insediare un successore potabile quando ancora era possibile farlo: si tratta di ipotesi verosimili, che restano tali e sulla soglia delle quali ci si deve obbligatoriamente arrestare.
Ma resta un problema: perché mai un governo di centrodestra, che si dipinge in ogni occasione come il corifeo dei valori liberal-democratici, mette sotto accusa e attacca come traditore di quei valori un giornale che ha fatto del "terzismo", dell’equidistanza tra le parti politiche in conflitto, della tecnica pesata col bilancino di un colpo al cerchio e uno alla botte, la sua divisa e la sua funzione?
Un governo liberal-democratico di centrodestra avrebbe dovuto essere ben lieto che ci sia in Italia un giornale come il Corriere. Quante volte quel giornale ha sostenuto in questi due anni ma anche prima dal '94 in poi, le iniziative del Polo, del suo leader, dei suoi luogotenenti, e quante volte - dovendo segnalarne gli errori più macroscopici - non ha contestualmente evocato anche gli errori della sinistra, quasi che schierarsi senza riserve e sia pure con valide ragioni significasse abdicare all’ossessione dell’equidistanza come valore in sé?
Invece no. Il direttore del Corriere si sarà pur dimesso per ragioni private, ma resta il fatto che il presidente del Consiglio era stufo - e l’aveva pubblicamente dichiarato - di vederlo ancora a quel posto. Fatto: De Bortoli non c’è più, andrà a presiedere i libri della Rizzoli.
Bisognerebbe ragionare a lungo sul "terzismo" del Corriere della Sera ma questo non è il luogo e lo spazio è tiranno. Qualche cosa però si può dire.
Come ogni grande giornale, tanto più quando la sua storia sia iniziata 127 anni fa, il Corriere ha un suo Dna, una sua identità, dei valori ai quali dà voce e immagine. Quei valori sono piuttosto liberali che democratici; del resto il personaggio-chiave che sta all’origine di questa identità si chiamava Luigi Albertini, liberale conservatore, grande organizzatore editoriale, espressione diretta della borghesia imprenditoriale lombarda.
L’impronta è quella e ad essa il Corriere ha sempre tenuto fede, perfino sotto il fascismo, quando Albertini era ormai stato relegato nella sua Torrimpietra: i valori della borghesia e dell’impresa, liberali finché si può, grandi borghesi sempre e comunque.
Chi conosca bene la storia di quel giornale sa che la sola vera rottura di questa linea di «basso continuo» la fece nel 1972 Piero Ottone e sapete come? Pubblicò un’inchiesta molto ben fatta e del tutto inusitata, anzi inaudita, di Giuliano Zincone sulle morti bianche, cioè sugli incidenti mortali che colpivano con grande frequenza i lavoratori a causa delle scarsissime provvidenze sulla sicurezza del lavoro.
Inaudito: Ottone affrontava per la prima volta e senza remore un argomento tabù. Il suo Corriere fu diverso dalla serialità; "terzista" anche lui in politica, ma aperto alla verità anche a costo dello scandalo (mi permetto di ricordare che nelle commemorazioni storiche che quel giornale fa di se stesso Ottone non viene quasi nominato; Indro Montanelli, non potendo più sopportare la linea ottoniana, dette poi vita nel '75 ad una clamorosa scissione e fondò il Giornale).
Lo scandalo Ottone ebbe vita breve: fu soffocato quando la P2 di Tassan Din si impadronì della proprietà. Poi, passata quella tempesta, il Corriere tornò nel solco del giornale grande-borghese, liberale quando l’evidenza lo impone. "Terzista"? Su molte cose sì, sui valori dell’impresa nell’accezione lombarda del termine, no: lì il Corriere è schierato. Il salario visto come variabile indipendente è una bestemmia, il profitto no, il profitto è la variabile cui tutto il resto deve modellarsi.
Il tradimento di De Bortoli, i cui valori di riferimento sono simili a quelli del centrodestra, è stato di voler essere anche liberale, sulla riforma della giustizia, sui processi Previti, sulla guerra irachena.
«On n’est trahi que par les siens». Per questo, credo, ha fatto fagotto. Ha fatto un bel giornale. Auguri al suo successore.
Ad alcuni lettori queste mie riflessioni sul Corriere della Sera potranno sembrare una digressione, ma se leggeranno con attenzione si accorgeranno che il tema è strettamente pertinente a quello del coro intonato da 48 ore per celebrare la nuova flessibilità del lavoro. Ce la invidiano anche all’estero, parola di D’Amato. Che si vuole di più?
ROMA - «Questo governo, con i suoi errori e le sue improvvisazioni, ci prepara un inverno e una primavera che non esito a definire drammatiche. Alle forzature destabilizzanti sul versante della politica istituzionale si accompagnerà un drastico aggravamento della crisi economica e delle condizioni materiali di migliaia e migliaia di cittadini. Rischiamo una stagione di licenziamenti di massa, una cosa che non si è vista neanche durante le crisi degli anni '70. Con questa maggioranza inaffidabile non esistono margini per un dialogo bipartisan: l’opposizione deve prepararsi a stare in campo, con tutta la forza delle sue proposte alternative».
Sergio Cofferati, perché un giudizio così severo e preoccupato? La congiuntura va male dappertutto, non solo in Italia.
«Ma in Italia, al contrario del resto d’Europa, stiamo assistendo ad una novità che colpisce, e della quale non si ha memoria nella storia di questi ultimi anni: una distruzione programmata e quasi sistematica di valore economico. Che precipita in tutta la sua gravità in due vicende emblematiche: da una parte la Legge Finanziaria, dall’altra la crisi del sistema produttivo e soprattutto della Fiat».
Partiamo dalla Finanziaria. Cosa c’è che non va?
«La totale improvvisazione, accompagnata dall’erraticità degli interventi. Ci sono aspetti specifici, in questa manovra, che appaiono intollerabili: i condoni, messaggio terribile ai cittadini ai quali si insegna che la virtù civica non è necessaria, e poi la finanza creativa. Ma poi, più in generale, è l’impianto complessivo della Finanziaria che preoccupa. Gli obiettivi macroeconomici non si realizzeranno mai. L’aumento del Pil previsto per il 2003, al 2,3%, è chiaramente irraggiungibile. La Confindustria stima l’1,4%. Siamo a uno scostamento del 45%. Ora la coerenza è un problema loro. Ma gli effetti materiali di questo fallimento previsionale lo pagheranno i cittadini. Il Parlamento sta per dare via libera a una Finanziaria destituita di ogni fondamento. Dunque non solo inefficace, ma oggettivamente pericolosa, perché avrà effetti potenzialmente disastrosi sull’economia e sulla società italiana».
Dopo il caos nel voto al Senato l’Ulivo chiede le dimissioni di Tremonti. Lei condivide?
«Non c’è il problema del singolo ministro del Tesoro. Io vedo una responsabilità collegiale di tutto il governo. C’è un’intera coalizione che con le sue azioni o le sue omissioni sta procurando un danno rilevante al Paese. L’anno prossimo la crisi economica si avviterà paurosamente. Già in queste ultime settimane c’è stato un ulteriore peggioramento della congiuntura. Dal mese di gennaio si scaricheranno sul ciclo gli effetti disastrosi delle crisi industriali, a partire dalla Fiat, e delle enormi difficoltà in cui si dibatte il terziario. Queste dinamiche non sarebbero dovute sfuggire al governo, che invece continua ad occultarle, o peggio a rimuoverle».
Possibile che tutto è sempre colpa di Berlusconi?
«Queste crisi erano tutte scontate. Quando vaste aree del settore dei servizi escono dalla franchigia del monopolio e affrontano il mare aperto del mercato, è fisiologico che si creino difficoltà competitive, soprattutto per un sistema di imprese di scarsa qualità e di insufficiente dimensione, come quello italiano. Ma ancora più scontato era il crollo della Fiat. Un gruppo che soffre da tempo una crisi di prodotto e di qualità. I dati sul mercato di luglio spiegano tutto: i costruttori di auto europei hanno accresciuto in media le loro quote del 3,5%, la Fiat ha ridotto la sua del 7,7%. Un divario di 11 punti: il gruppo fa prodotti che il mercato non apprezza. Stiamo parlando di luglio: la Cgil ha denunciato per mesi la gravità del caso Fiat, il governo non ha visto e non ha capito nulla di quello che stava accadendo?».
Sta di fatto che i lavoratori di Termini Imerese passeranno il Natale a casa, e altre migliaia di lavoratori rischiano di fare la stessa fine.
«E’ un dramma sociale di enormi proporzioni. L’anno scorso la Ue aveva chiesto ai governi di predisporre insieme alle parti sociali tutti gli strumenti necessari per garantire piena sopportabilità sociale ai processi di ristrutturazione produttiva, evitando il ricorso ai licenziamenti collettivi. Al vertice di Bilbao se n’è discusso, ma il governo italiano ha mostrato assoluta indifferenza. Ma i costi di quell’indifferenza, oggi, li scarica sulla pelle dei lavoratori. Affronta la crisi industriale senza strumenti specifici. Gli ammortizzatori sociali esistenti, prepensionamenti, mobilità e cassa integrazione, attenuano l’impatto della crisi per l’azienda, ma distruggono saperi e conoscenze accompagnando fuori dal ciclo produttivo lavoratori qualificati e ancora giovani. E solo l’ottimo Cavaliere poteva invitarli a trovarsi un lavoretto "alternativo": la verità è che quelle persone rischiano di non rientrare mai più nel mondo del lavoro».
Che si doveva fare, allora?
«Occorreva una politica industriale, ma quando la nomini ormai ti guardano con fastidio e sospetto: sembra che alludi alla pianificazione sovietica. Occorreva rispondere in modo socialmente equo alle sollecitazioni della Ue, mentre si è preferito sprecare un intero anno a cercare di distruggere i diritti di chi lavora. Occorreva una Finanziaria che programmasse politiche espansive dal lato dei consumi, che rilanciasse le infrastrutture, volano di vera occupazione, che rafforzasse la ricerca scientifica e l’economia della conoscenza. E invece si è preferita una manovra di condoni e di cartolarizzazioni».
Lei non può addossare tutta la colpa del dissesto Fiat al governo, trascurando le responsabilità degli altri. La famiglia Agnelli non ha commesso errori?
«Il nostro sistema industriale soffre vizi antichi. Primo tra tutti un rapporto strettissimo e carico di pericoli con il mondo delle banche. Nel caso della Fiat, questo ha prodotto un indebitamento enorme e il pericolo che, per reintegrarlo, si imponga al gruppo un ridimensionamento dell’auto, con conseguenze sociali inaccettabili. Il fatto che il piano industriale della Fiat debba passare al vaglio positivo o negativo di quattro grandi istituti di credito è una patologia del sistema. Ed è ancora più patologico che tutto questo sia accaduto nel silenzio della Banca d’Italia, che invece scende in campo oggi, tardivamente, debordando chiaramente dai suoi compiti. Dall’altra parte c’è Mediobanca, che d’accordo con il governo propone un rimedio peggiore del male. Certo, anche la famiglia Agnelli ha commesso errori: non è chiaro quali siano i suoi scopi. La stessa cessione della Fidis e della quota in Gm si prestano a interpretazioni molto dubbie. C’è un indebitamento altissimo da ridurre. Ma disimpegnare la partecipazione in Gm sembra alludere chiaramente a un allontanamento dell’azionista dal settore auto».
Lei sarebbe d’accordo con l’ingresso dello Stato nel capitale Fiat?
«E’ buona norma, di fronte a un dramma del genere, non escludere nulla. Detto questo, io credo che la soluzione più efficace possa essere non la partecipazione diretta dell’azionista pubblico nel capitale dell’azienda, ma la messa a disposizione, anche in forme nuove da sperimentare come le Agenzie, di risorse e strumenti dello Stato a sostegno delle attività di ricerca in un settore strategico come quello dell’auto. L’obiettivo di fondo deve essere chiaro: nessun posto di lavoro deve essere perso. Io ho visto Stati e governi svolgere funzioni attive per risolvere questi problemi. Quello che non ho mai visto, invece, è un governo che prima convoca i manager ad Arcore, poi di fronte ai tagli si limita a svolgere compiti puramente notarili. Ma alla fine tutto torna: c’è una drammatica coerenza nelle vicende della Fiat e della Finanziaria».
Cofferati, tiriamo le fila del ragionamento. Di fronte a tutto questo cosa deve fare l’opposizione, oltre ai girotondi?
«Il centrosinistra dovrà presidiare al meglio il versante della politica istituzionale, per porlo al riparo dalle aggressioni annunciate: l’ipotesi del presidenzialismo, l’attacco al principio dell’unità nazionale, alle forme di democrazia partecipata e alla giustizia. Poi il centrosinistra si deve preparare a una primavera durissima, in cui l’iniziativa dell’opposizione sui temi della politica economica e sociale dovrà essere molto forte. A questo punto, spero che a sinistra nessuno si lasci più affascinare dall’idea di una competizione da raggiungere dal lato dei costi: è un terreno che va lasciato al centrodestra, con i risultati rovinosi che sta producendo».
Non vede margini per un dialogo sulle riforme tra i due Poli?
«No, nessun margine. L’interlocutore è totalmente inaffidabile, su tutti i fronti. E di nuovo, spero che a sinistra se ne sia convinto anche chi pensava di poter riaprire un dialogo bipartisan con il centrodestra: spero che nessuno nutra più dubbi, sulle reali intenzioni di questa maggioranza».
Che tuttavia governa, e governerà fino alla fine della legislatura.
«Hanno una maggioranza numerica forte. Sono spaccati su tutto, ma alla fine si ricompattano sempre. Non ho mai creduto alla "spallata" e non vedo rischi di rottura nella Casa delle libertà. Vedo invece un crescente conflitto, che si risolve con continue mediazioni dannose per il Paese. Per questo l’Ulivo si deve attrezzare, per costruire un vasto consenso sulle sue ipotesi alternative, raccogliendo tutte le energie e aprendosi ai movimenti, indispensabili a fronteggiare una situazione così delicata».
Lei ha già detto sì alle primarie per la scelta del leader.
«Purchè votino tutti gli elettori: ogni altra ipotesi riproporrebbe l’idea che sia il ceto politico a decidere. In questo momento devono decidere gli elettori, la società».
Prodi è un buon candidato?
«Non parlo di nomi. Il mio elenco delle priorità è noto: prima il programma, poi le regole e alla fine il candidato con le primarie, nel 2005».
Lei è in pista, anche se Fassino dice che non bastano «i leader che riscaldano il cuore».
«Io ho il mio impegno professionale, e nel tempo libero mi dedico alla Fondazione Di Vittorio. Questo è tutto. Quanto a Fassino, ho sempre pensato che occorra parlare al cervello, ma che serva anche saper parlare al cuore. I processi di emancipazione sociale nascono dal miglioramento delle condizioni di vita della gente, che ha bisogno di riconoscersi in un sistema di valori vissuti e condivisi. Guai a pensare che nei grandi movimenti il cuore sia irrilevante. Io che sono stato tanti anni in Cgil ve lo posso garantire: il cuore è fondamentale».
Berlusconi è stato sconfitto due settimane fa, e ha fatto finta di nulla. Ha perfino tentato di spacciare la sconfitta per una vittoria. Berlusconi è stato sconfitto ieri con un sonoro ko, e non potrà fare finta di niente. Si arrampicherà sugli specchi, ma le cifre sono troppo eloquenti per essere manipolate anche da chi controlla in modo totalitario l’intero sistema televisivo.
Berlusconi cercherà la rivincita tra una settimana. Nel giorno del referendum inviterà gli italiani ad andare al mare, come già fece anni fa il suo compare Craxi. Se riuscirà ad impedire che scatti il quorum, si venderà il risultato come un plebiscito a suo vantaggio, dichiarerà che solo quello è il vero voto politico, che quelle di ieri e di due settimane fa erano solo consultazioni amministrative, locali, insignificanti.
Ecco un buon motivo, che da solo basta e avanza, per andare tutti a votare domenica prossima, e con un rotondo “sì” infliggere a Berlusconi la terza e irreversibile sconfitta.
So benissimo quante perplessità e divisioni questo referendum ha sollevato nel centro-sinistra, tra i partiti e tra i cittadini. Sono tra coloro che hanno considerato sbagliato lanciarlo, sono tra coloro che continuano a pensare che il problema del precariato, e della mancanza di diritti che accompagna questa condizione sociale di insicurezza, non si risolve con un referendum abrogativo ma solo con una legge articolata, capace di affrontare una situazione alquanto complicata.
Tutto vero, anzi verissimo. Ma ora, piaccia o meno, il senso del voto al referendum di domenica prossima è innanzitutto un altro, semplice e brutale: “vuoi tu sconfiggere Berlusconi per la terza volta in meno di un mese, dando al suo regime un colpo tanto democratico quanto micidiale, o preferisci dargli, dopo due sconfitte, l’ossigeno di un risultato che potrà spacciare come una sua vittoria?”
Questo è il vero quesito, quali che siano le parole scritte sulla scheda. Succede infatti per i referendum quello che succede nella vita reale: la stessa identica sequenza di parole può assumere significati diversissimi e addirittura opposti, a seconda di chi la pronunci e dal contesto in cui venga comunicata. Facciamo un esempio un tantino volgare: l’espressione “brutto stronzo!”. Sembra inequivocabile. Eppure, pronunciata da un amico nei confronti di un amico che non vedeva da tempo, che credeva anzi gravemente malato, che ritrova per caso e improvvisamente in salute pimpante, detta gettandogli le braccia al collo (e seguita da “ ci hai fatto morire di paura” eccetera), diventa una frase assolutamente affettuosa, di sorpresa felice, di amicizia talmente forte che può capovolgere l’ingiuria nel suo opposto. Detta da un automobilista che scende dalla vettura dopo un tamponamento, con un crick in mano, ha un significato inequivocabilmente diverso. Eppure le parole sono le stesse.
Così per il referendum di domenica prossima. Ecco perché, al di là di quello che si pensi delle parole scritte sulla scheda, e della riforma dell’articolo 18, e delle leggi necessarie per affrontare il problema del lavoro flessibile e precario, domenica bisogna andare a votare e votare “sì”. Perché il significato reale, dato dal contesto delle due sconfitte berlusconiane e degli inviti governativi, che si faranno pressanti (magari attraverso un assordante silenzio dei mass media sul referendum stesso) per “andare al mare”, è ormai quello che abbiamo sopra richiamato: ne hai abbastanza di Berlusconi o te lo vuoi sciroppare ancora a lungo?
Ecco perché spero che i tanti che avevano deciso di non votare decidano in questo nuovo contesto per il “sì”. Penso agli uomini che più stimo dell’opposizione nella società civile, ai protagonisti delle lotte di questo anno e mezzo (due nomi, per riassumere i tantissimi altri: Sergio Cofferati a Nanni Moretti), che con la loro generosità hanno contribuito non poco ai successi elettorali di ieri e di due settimane fa. Ma penso anche ai partiti del centro-sinistra, e alle loro decisioni ufficiali contrarie al “sì” per ragioni anche di peso, che ora nel nuovo contesto sarebbero però autolesionistiche. La loro vittoria elettorale finirebbe dimezzata, inevitabilmente, dal non raggiungimento del quorum domenica prossima, e dalla grancassa che Berlusconi e le sue cheerleader massmediatiche comincerebbero immediatamente a suonare.
Cambiare decisione, in politica, è sempre difficile. Sembra l’ammissione di un errore. Costa all’orgoglio. Può apparire una debolezza. Ma cambiare decisione perchè è cambiato il contesto è solo scelta di saggezza e di coraggio. Non sarà un regalo a Bertinotti e ai promotori del referendum (che con la loro scelta hanno diviso la sinistra): sarà un regalo a tutta l’opposizione. E soprattutto, costituendo una nuova sconfitta per Berlusconi, sarà un regalo fatto all’Italia.
Paolo Flores d’Arcais
CESARE GARBOLI
Si può leggere il presente con gli occhi del passato?
Caro Bernardo, per ragioni che non sto a dirti mi trovavo, qualche giorno fa, a La Rochelle. Era una giornata di tempo incerto, quindi, a suo modo, bellissima, intiepidita da dolcissimi colpi di sole in mezzo alla mobile e ventosa densità delle nuvole. Ho comprato da un tabaccaio l´unica copia di Repubblica, o la sola superstite, e ho visto che c´era un tuo articolo sulle sofferenze patite da Praga in questo secolo. Titolo: «I tradimenti dell´Occidente e la rivincita di Praga». Mi sono seduto in una brasserie davanti al vecchio porto e ho cominciato a leggere.
Argomento del tuo articolo era la possibile lettura simbolica del vertice dell´Alleanza Atlantica che si è tenuto a Praga. Un atto di riparazione, di risarcimento dei capi di Stato europei nei confronti di una città lasciata alla mercé di Hitler nel 1938, e dell´Armata rossa trent´anni dopo.
Ma il presupposto del tuo articolo era molto più problematico. Si può leggere il presente con gli occhi del passato? E´ un tema storiografico sul quale non ci dovrebbero essere più dubbi. Mi rivedo a lezione di uno dei più grandi storici italiani di questo secolo, Delio Cantimori, il quale non perdeva mai occasione di ricordare che non si possono applicare al presente i parametri coi quali interpretiamo gli avvenimenti del passato, pena una confusione che provoca soltanto distorsioni ed errori. La Storia non si ripete mai; essa contiene sempre un elemento di novità, di creatività, ed è questo l´elemento da decifrare, quello che si nasconde e che ha più importanza. Per una buona metà, le tue idee concordano con quelle della storiografia più autorevole; ma per l´altra metà, non vuoi rassegnarti. Non sai rinunciare al piacere che ti regala qualche appetitoso e saporito parallelismo tra ieri e oggi. E´ una «saggia abitudine», secondo te, «leggere il presente attraverso la lente del passato», mentre «una valutazione nuda e cruda dell´attualità non ha alcun sapore e spesso non ha neppure un senso».
E sta bene. Non è questo il passaggio del tuo articolo che mi ha fatto sollevare gli occhi dal giornale per posarli sulla vista del vecchio porto. Mi sono fermato a riflettere quando ho letto che il primo dei tradimenti dell´Occidente nei confronti di Praga si consumò «per placare la Germania nazista». Furono ceduti, anzi regalati a Hitler, nel 1938, da parte di Francia e Gran Bretagna, i territori dei Sudeti, nell´illusione di salvare la pace, ma in realtà spianando la via alla seconda guerra mondiale. Mio Dio, com´è proteiforme questo Occidente! Tradimento? Altro che tradimento, caro Bernardo. La Germania, nel 1938, era il cuore dell´Occidente. Quale cultura ha dominato il mondo occidentale, tra l´Otto e il Novecento, fino a diventare oggetto d´idolatria, se non quella tedesca? Si direbbe che il volto obliquo, debole, impaurito e irresoluto dell´Occidente ti faccia dimenticare, Bernardo, la vocazione aggressiva dell´Occidente, tanto più irrazionale e crudele quanto sempre esercitata, dai tedeschi ieri e dagli spagnoli e dai nordamericani in secoli un po´ più lontani, «a fin di bene», di progresso e di pace (non vorrai negarmi che il sogno di un mondo sano, puro, incontaminato, pacifico, ma da raggiungere con l´aggressione e la guerra, fosse l´obiettivo dichiarato e propagandato dalle svastiche e dai fasci littori).
Dire Occidente, come ben sai, è dare un nome alla contraddizione medesima. Contraddizione vuol dire dialettica, e la dialettica è il solo, vero valore dell´Occidente: la dialettica, ovvero la capacità di compiere orrori e di commettere ingiustizie, ma anche quella di criticarli e di sentirsene colpevoli. Ma un altro passaggio, forse più importante, mi faceva e mi fa ancora riflettere. Mi sembra che il tuo articolo, Bernardo, sia una di quelle gru che appaiono di lontano erette ma con una gamba alzata, e si vorrebbe tirargliela giù e piantargliela in terra. Se il presente si fa leggere e interpretare con le lenti del passato, se la memoria storica crea parallelismi pieni di sapore e di senso, quale senso e sapore dobbiamo dare al tradimento e al risarcimento nei confronti di Praga? Se la situazione di allora si sta ripetendo, chi sono gli attori di oggi? A chi spetta oggi il ruolo della Germania nazista? E a chi, quello dell´Occidente debole e impaurito? Nel tuo articolo, questo punto essenziale viene taciuto. Chi recita, oggi, il ruolo dello Stato che vuole possedere e conquistare il mondo, e assoggettarlo alle sue convinzioni? Non vorrei sbagliare, ma ho l´impressione che tutto il tuo articolo cammini lungo una strada che porta alla tesi, oggi sempre più vittoriosa, contraria alle opinioni di Gino Strada, secondo la quale si può salvare la pace solo con la forza, che vuol dire missili e bombe. E sia, ma chi sarebbe il nostro Hitler contemporaneo? Sei sicuro di averlo identificato? E che sia quello giusto?
Scusami, caro Bernardo, se ti rivolgo queste ingenue domande, me ne sento quasi colpevole. Ma ho qualche attenuante. Sono domande non retoriche, ma reali, anche se nate in un pomeriggio ozioso davanti al vecchio porto di una vecchia città. Ti leggevo guardando la linea dell´orizzonte, e lasciavo che l´immaginazione si sostituisse allo sguardo. Ogni volta che alzavo gli occhi, superavo la gelida distesa dell´Atlantico per fissare i contorni e le coste dell´America. No, non degli Stati Uniti d´America, secondo la fallace e impropria sinonimia per cui viene attribuita a uno Stato, da un po´ di tempo in qua, la titolarità di un continente. No, pensavo, figurati, al Canada, e di là m´inoltravo nel Montana, e ne scendevo giù, verso il Messico, e giù ancora, nell´America centrale dei Maya, e giù ancora, in Bolivia, in Nicaragua. Quante civiltà, quanti popoli ci sarebbero ancora se non fossero intervenuti i valori dell´Occidente, e senza le bandiere che li difendevano. Ma io continuo a intromettermi in questioni sulle quali tu hai tanta e tanta più competenza di me. Non volermene, e un saluto affettuoso dall´Italia, dove sono tornato e da dove ti scrivo. Un saluto da uno che ama, molto meno di te, i piatti saporiti che imbandisce la storia, e quasi preferisce il pugno di riso insipido e privo di senso, come dici tu, privo di condimento, povero, anzi poverissimo di senso, tanto che qualcuno ne potrebbe contare perfino i chicchi nella ciotola, in qualche parte del mondo.
Se alzo gli occhi, mentre leggo la tua lettera, caro Cesare, vedo la facciata scolorita di una casa di rue Blanche, la strada che dalla Trinité sale verso Pigalle. La vedo di scorcio da una finestra di rue Chaptal, dove abito da più di vent´anni. Il quartiere è oggi più triste del solito. E´ velato da una nebbia leggera, da una pioggia fitta e sottile, come il getto di uno spruzzatore. Eri più fortunato tu a La Rochelle. Ma anche nei giorni grigi mi sento a mio agio, anzi mi considero un privilegiato, in questo decaduto quartiere di Parigi, un tempo chiamato Nouvelle Athènes.
So che qui, in rue Chaptal, dove adesso c´è il Museo della Vie Romantique, nell´800 si incontravano Georges Sand, Alphonse Lamartine, Turgeniev, e tanti altri, persino l´imperatrice Sissi che veniva a posare per un pittore alla moda. So che più in là, all´angolo di rue Blanche, in quella che adesso è Rue Ballu, viveva Emile Zola ai tempi dell´Affare Dreyfus; che Baudelaire ha abitato in rue Pigalle; che Balzac ha ambientato tanti suoi romanzi in rue Taitbout, in Place Saint Georges.... So che i brutti edifici sono dovuti alle distruzioni durante la Comune e alle cattive ricostruzioni sui giardini e i cortili di un tempo. Se non ricordassi la sua storia, se lo guardassi nudo e crudo, cosi com´è, privo di condimento, come tu guardi i chicchi in una povera ciotola, il IX arrondissement di Parigi mi sarebbe apparso e mi apparirebbe piuttosto squallido.
Caro Cesare, so che non si possono applicare al presente i parametri coi quali interpretiamo gli avvenimenti del passato. So che la Storia non si ripete mai. Ma resto convinto che l´attualità cruda e nuda non abbia alcun sapore e neppure un senso, se non la collochi nella Storia dei luoghi in cui si svolge, così come non ha un´anima il quartiere, la città, il paese in cui vivi, se non tieni conto di quel che vi è accaduto nel passato prossimo e remoto. Ho amato l´Algeria, il Viet Nam anche perché seguivo i loro drammi del momento ricordando quelli del loro passato. Cosi ho creduto di capire molti comportamenti. Come seguire la vicenda mediorientale senza la lente della Storia? Là c´è un popolo ritornato dopo duemila anni nella terra che fu sua. Vi è ritornato sferzato da tragedie secolari. Tragedie che si ripercuotono su un altro popolo, innocente, che su quelle terre è trattato adesso, tragicamente, come se fosse di troppo. Il passato l´ho incollato addosso, quando faccio il mio mestiere. Quando vedo la cerimonia nel castello di Praga rivado con la memoria al '68 cui ho assistito. E per riflesso condizionato vado più in là: al '48, al '38. L´immagine del pugno di riso insipido e privo di senso, che tu preferisci ai piatti saporiti imbanditi dalla Storia, è molto bella. Te la invidio. Come invidio l´elegante leggerezza della tua lettera. Potrebbe in effetti essere una liberazione non avere più i pregiudizi, i condizionamenti, le ambiguità, le passioni dettate dal passato. Ma rischierei allora di vedere anche la bruttezza nuda e cruda dell´angolo del IX arrondissement in cui vivo. La tua bella immagine è un lusso che non posso permettermi. Penso che a te piaccia anche esteticamente.
Caro Cesare, provo un certo imbarazzo nel rivolgermi a te con questo tono. A te di cui conosco bene l´erudizione, la profondità della conoscenza storica e letteraria, a te curatore di un´edizione a me cara della Divina Commedia, opera ricca, traboccante di memoria storica. Scusami, è la sfacciataggine del mestiere. Ma tu, con la tua leggerezza, mi hai gettato tra le braccia dei macigni. Non arriverò comunque al punto di rispolverare, rivolgendomi a te, i «valori» che si sottintendono quando si parla di Occidente. Non arriverò a tanto. Del resto tu stesso fai una sintesi che mi sembra esemplare, quando scrivi che dire Occidente è dare un nome alla contraddizione medesima, la quale significa dialettica, ovvero capacità di compiere errori e di commettere ingiustizie, ma anche quella di criticarli e di sentirsene colpevoli. Ti pare poco, Cesare? Dove non c´è quella contraddizione non c´è Occidente. Là gli errori vengono sepolti sotto il silenzio e le idee si infrangono contro i dogmi. L´Occidente fu espulso dalla Germania, che ne era stata il cuore, quando prevalse il nazismo. Né era più nella Praga del '48, o in quella «normalizzata» con l´invasione sovietica, dopo la breve Primavera politica del '68.
Dirai che è comodo espellere, meglio sospendere via via dall´Occidente i vari paesi quando massacrano sei milioni di ebrei, quando compiono stragi coloniali o quando si impongono con l´arroganza o la violenza a popoli più deboli. E poi riammetterli quando si sono tolti il sangue dalle mani e ricominciano a predicare la libertà. E´ la contraddizione di cui parli.
Posso ritornare con poche righe a Praga? Nel '75 la polizia perquisisce l´appartamento del filosofo marxista Karel Kosic, giudicato un dissidente, e gli sequestra un´opera costata dieci anni di lavoro. Con l´amico Milan Kundera, quel giorno Kosic scende da Hradcany, dove abita, verso la penisola di Kampa, e attraversa la Moldava, sul ponte Manes. Lui e Kundera pensano di rivolgersi a una personalità di indiscussa autorità intellettuale in grado di costringere le autorità a restituire l´opera al suo autore. Ma in quella Praga non esistono personalità del genere. Non ne possono esistere. Raggiungendo la piazza della Città Vecchia, dove abita Kundera, lo scrittore e il filosofo si sentono prigionieri di un´immensa solitudine, di un vuoto angosciante, del vuoto in cui avevano cercato invano un nome cui ricorrere. E quel vuoto era per loro dovuto, diranno poi, all´assenza dell´Occidente. Alla fine Kosik decise di far avere una lettera a Jean Paul Sartre. Kundera rimproverava al filosofo francese di avere creato, con la sua concezione dell´ «impegno», la base teorica di un´abdicazione della cultura come forza autonoma, specifica e irriducibile. Ma riconobbe che Sartre era il solo ricorso in quel momento. Ed infatti Karel Kosic riebbe, dopo circa un anno, il suo manoscritto. Penso che in quell´occasione Sartre rappresentasse l´Occidente, del quale era uno dei più severi critici. Senza l´Occidente Sartre non sarebbe esistito.
Tu mi chiedi a un certo punto, caro Cesare, chi recita oggi il ruolo dello Stato che vuole possedere e conquistare il mondo, e imporre le sue convinzioni. Vi sono molti aspetti sconcertanti nell´iperpotenza, in particolare da quando George W. Bush è alla Casa Bianca. Nessun altro impero ha esercitato tanto potere in tutti i campi. Un potere che si estende al nostro futuro; che, anche grazie al progredire della scienza, della tecnica, di cui ha il quasi monopolio, estende la sua influenza a tutto il pianeta; e che, adesso, ritiene di poter applicare il principio della guerra preventiva. No, caro Cesare, non mi sfiora neppure l´idea che si possa salvare la pace solo con la forza. Ma non sono un pacifista radicale come il mio amico Tiziano Terzani. Tu stesso, parlando della Germania nazista e dell´Europa debole che la lasciò fare, riconosci che la forza a volte è indispensabile. Obbligatoria. Ma non deve certo decidere come e quando usarla, unilateralmente, una superpotenza che ritiene di incarnare, da sola, la giustizia universale.
Come credere nell´Occidente, se quello che oggi è il centro del´impero occidentale suscita tante perplessità? Gli Stati Uniti non sono un´entità monolitica. Al loro interno è forte la dialettica di cui tu parli. Dialettica alla quale diamo abitualmente il nome di democrazia, se vuoi di democrazia occidentale, per fissarne la specificità e i limiti. Nella coscienza di questi limiti risiede, penso, il principale pregio dell´Occidente. Ed è questa consapevolezza a far sì che esso senta la necessità, perlomeno in questa fase «borghese» della sua storia, di studiare, immaginare un sistema alternativo a se stesso. Quasi che questo fosse indispensabile al suo equilibrio. Da quando la grande alternativa emersa nel secolo scorso è svanita, è fallita in quella versione, si è creato un vuoto. Un vuoto nel quale molti si muovono nevroticamente. Annaspano. Cercano nuovi sostegni. Anche perché il dinamismo della dialettica rischia col tempo di annegare nel pensiero unico. Al quale l´Occidente è allergico. Capisco chi soffre e se mi consenti, caro Cesare, mi sembra di notare qualche sintomo, di quel malessere, anche nella tua elegante lettera, che mi ha obbligato a tanta pesantezza.
Sulle prime pagine dei giornali europei si continuano a leggere titoli come questo dell'Indipendent: «Europa unita nel disgusto, mentre Berlusconi sale sul trono dell'Ue tra le proteste dei Verdi» e lui attacca la sinistra italiana che li "sobilla". Che dire? «Ho letto sulle agenzie le dichiarazioni del Presidente del Consiglio. Mi paiono francamente un pessimo modo di cominciare il semestre di Presidenza italiana», risponde Piero Fassino a commento delle dichiarazioni di Berlusconi alla radio francese "Europe 1".
«Anzichè continuare a fare la vittima, Berlusconi dovrebbe chiedersi perchè testate giornalistiche prestigiose di ogni paese europeo sollevino dubbi e diffidino di lui - sottolinea il segretario dei Ds a Bologna - probabilmente perchè in nessun paese europeo un presidente del Consiglio avrebbe stravolto continuamente le leggi per assicurasi un' impunità».
Più mesto è il commento che si sente a via Nazionale, sede dei Democratici di sinistra, dove l'intervista aggressiva del premier viene bollata come espressione del «solito, desolante Berlusconi». L'irritazione nei Ds comunque non è solo per le accuse del Cavaliere nei confronti della magistratura. Berlusconi risponde in questo modo, di fatto cioè con una chiusura, alle aperture del segretario Fassino in un'intervista al "Corriere della Sera", in cui assicurava l'impegno dell' opposizione affinchè la presidenza italiana potesse «avere successo». Fassino, comunque, invitava il premier a mutare atteggiamento, diventando più europeista.
Prima della presa di posizione del segretario della Quercia, le reazioni sono state affidate all' inizio ad Anna Finocchiaro, poi ai capigruppo di Camera e Senato, Luciano Violante e Gavino Angius, mentre anche Massimo D'Alema, da Camporlecchio, stigmatizzava l'intervista del premier. La responsabile giustizia dei Ds ha parlato di dichiarazioni «gravi e inopportune, tanto più se rilasciate alla vigilia del semestre», mentre Luciano Violante e Gavino Angius hanno sottolineato come l'intervista a Europe 1, sia un «pessimo biglietto da visita dell' Italia in Europa».
A Via Nazionale, i collaboratori di Fassino assicurano che i Ds manterranno una posizione responsabile nel periodo di presidenza italiana, sostenendo che «hanno a cuore» il ruolo dell' Italia «nonostante Berlusconi» affinchè non faccia una pessima figura. Gloria Buffo, della minoranza della Quercia, però rivolge una critica a Fassino perchè, a suo modo, si era illuso su un atteggiamento diverso del presidente del Consiglio. «Non mi stupiscono - dice Gloria Buffo - le dichiarazioni del Berlusconi di oggi che confermano il Berlusconi di ieri e dell' altro ieri. Per questo, non mi sono ritrovata nell' intervista al Corriere». Violante parla di «parole irresponsabili». I capigruppo dell'Ulivo hanno firmato una dura dichiarazione congiunta che prende il largo rispetto all'ipotesi di una mozione di intesa con la maggioranza per il semestre europeo. Peppino Caldarola sostiene che adesso «in Europa Berlusconi ci va da solo», in compagnia del «discredito internazionale di cui è circondato, discredito nelle cancellerie e non solo sugli organi di stampa e che è solo opera sua».
Chi poi replica all'intervista di Berlusconi con toni ancora più seccati è il segretario generale del "sindacato" dei magistrati, Carlo Fucci dell'Anm. «La continua delegittimazione della magistratura è un danno per il nostro Paese - dice -. Sia perchè colpisce un'istituzione che ha servito sempre con lealtà lo Stato, sia perchè la magistratura, per rendere questo servizio, ha pagato anche tributi non indifferenti in termini di vite umane». Nel «respingere generiche accuse di politicizzazione -prosegue Fucci - ribadisco che i magistrati italiani vogliono leriforme necessarie per migliorare il nostro sistema giudiziario, ma non potranno mai accettare proposte che mirino alla sterilizzazione della funzione giurisdizionale. Il paese ha bisogno di credere in tutte le istituzioni- conclude Fucci - eil clima che si continua ad alimentare, invece, va nel senso opposto.
Antonio Di Pietro, poi, afferma che le dichiarazioni di Berlusconi alla radio francese contro la magistratura e le istituzioni italiane lo umiliano «come cittadino italiano e come parlamentare europeo». «Noi dell'Italia dei Valori faremo il possibile affinchè i nostri partner europei possano considerare l'Italia meglio di quel che appare dalle dichiarazioni del presidente del Consiglio». Di Pietro osserva anche: «Grazie a Dio, l'Italia non è fatta solo da quello sconsiderato di Berlusconi, ma anche da milioni di altri italiani che col loro lavoro, la loro professionalità e la loro dignità possono dare del nostro Paese un'immagine meno eversiva di quella che dà il nostro presidente del Consiglio».
C'è tutta una tiritera, sul mondo connesso in rete, che prevede ansiose considerazioni sui pericoli del virtuale, sul gioco delle doppie identità, sulla dipendenza da video, sugli equivoci sentimentali e le trappole erotiche che la fibrillante ubiquità della parola elettronica porta con sé. Tutto vero, o quasi. Ma tutto molto "nostro", molto occidentale, cioè lussuoso e lussurioso, aggiuntivo e magari bulimico.
E difatti, quando Charlie mi chiese, come primissima cosa, dov'era l'Internet Point pù vicino, e se riuscivo a procurarle un computer usato, mi domandai perché diavolo un'immigrata cingalese in Italia, con evidenti problemi economici e logistici, fosse così interessata a qualcosa che nella mia testa a parte l'ovvia funzione professionale: comunico per mestiere, e comunicare in fretta mi avvantaggia molto non è certo incasellata tra le priorità assolute. Diciamo che formulai, istintivamente, un pensiero del genere: ma perché mai Charlie pensa al companatico prima ancora di pensare al pane?
Avrete già capito, al volo, la grossolanità del mio errore di valutazione. Per Charlie e per i suoi amici, sradicati dal loro mondo, dalle abitudini quotidiane, dagli affetti, la posta elettronica è perfino più necessaria e desiderabile del pane. Il rapporto tra reale e virtuale, per loro, è significativamente capovolto: immaginatevi in una vita rovesciata, tolti da voi stessi e dalla vostra realtà di nascita e scaraventati in un altro mondo. Le strade di una piccola città ligure (dove Charlie lavora) vi parranno virtualissime, così come la lingua, i volti, i cibi, gli abiti. E l'appiglio con la realtà sta dentro il computer, nei soffici clic con i quali Charlie, quasi ogni giorno, riaccede alla famiglia e agli amici, ai vecchi genitori.
E riga dopo riga ricostruisce il quadro sbiadito della memoria domestica, si informa sui cambiamenti, le malattie, gli amori, i dettagli quotidiani della sua realtà d'origine.
Fate il confronto tra questo partire, nell'evo della comunicazione in tempo reale, e a basso costo, e il partire dei nostri emigranti, un secolo o mezzo secolo fa. Con le lettere che viaggiavano in piroscafo, le vite e le morti raccontate sempre in differita, rassegnati a una precarietà quasi totale dei contatti, a una perdita così radicale delle proprie origini che quasi sempre, per sopravvivere psicologicamente, si preferiva spaesarsi per sempre, dimenticare, abbracciare definitivamente la nuova vita e accendere un piccolo lume malinconico davanti al simulacro sbiadito di quella vecchia. La patria, per quegli espatriati, diventava una religione, un culto dell'altrove, e la vita materiale era un'altra, si sovrapponeva all'identità di partenza con inesorabile brutalità.
Charlie, invece, rimpatria di continuo, per pochi spiccioli, e riesce a sostenere lo spaesamento compensandolo, ogni volta che le serve, con la rassicurazione del contatto in tempo reale con la patria, cioè con se stessa.
Se vi ho raccontato di Charlie, del suo digitare quotidiano, l'ho fatto perché credo che il dibattito sulle nuove tecnologie sia, spesso, pochissimo tecnologico, cioè tenda e prescindere dai vantaggi strutturali e pratici, e si concentri sugli effetti sovrastrutturali o anche solo collaterali. Una definizione apparentemente ingenua, e però risolutiva, di posta elettronica, è "lettere che viaggiano molto più rapidamente". Lettere, dunque, cioè scrittura, racconto, emozioni e linguaggio. Il cattivo uso dello strumentoscrittura, e della comunicazione in genere, prescinde ampiamente dalla natura del mezzo. I grafomani e gli ossessivi e i rompicoglioni esistevano anche prima, perfino ai tempi della penna d'oca, e così i mentitori, i simulatori verbali, i ricattatori e gli anonimi, che potevano distillare i loro veleni al riparo di una identità falsa, o di una non identità, esattamente come i viaggiatori in rete sotto pseudonimo. Oh, certo, il cambio di velocità, con l'elettronica, è stato così clamoroso da non potere non avere effetti anche sulla qualità della comunicazione. Ci sono scambi epistolari, via Email, così intensi e furenti, e concentrati in pochi minuti, da non permettere, per esempio, quella digestione delle parole, quella decantazione delle emozioni, che aiuterebbero a essere meno impulsivi, meno in balia delle circostanze. Il video chiama alla risposta immediata, al corpo a corpo istintivo. Ma si tratta, con ogni evidenza, solo di impadronirsi meglio di un nuovo uso evitando di farsene usare, di sperimentare un linguaggio riuscendo a rimanerne padroni. Di caduti sul campo ce ne sono e ce ne saranno, ovvio, così come a una circolazione automobilitica intensa corrisponde una triste percentuale di incidenti.
Il solipsista nevrotico che si abbandona al video e chiude porte e finestre di casa è una figura reale, ognuno di noi ne conosce qualcuno, e in molte case ci si parla di meno, tra abitanti, perché si è individualmente affacciati, ognuno nella sua stanza, sul mondo della comunicazione elettronica. Ma gli svantaggi di una iperconnessione non possono cancellare i vantaggi della velocità e dell'economicità con le quali si può accedere al lontano e al negato, riformulando di continuo nozioni ed emozioni quotidiane. Chi non ha certezze, o ha poca pratica di sé e degli altri, potrà anche esserne travolto. La maggioranza delle persone non si confonderà, imparerà presto a frugare nella sua casella postale esattamente come accade nell'androne di casa, buttando via con un gesto sicuro la montagna di pubblicità invasiva e di fregnacce commerciali, i messaggi importuni, le pressioni invadenti o insolenti, e salvando solo le parole utili e attese, quelle che portano agli affetti, agli interessi personali, al lavoro, al ristoro della conversazione.
Per ogni vittima della ciancia elettronica ininterrotta, c'è una Charlie che chiama casa, come un ET che non vuole perdere il suo mondo, e trova sempre risposta. Il gioco vale la candela.
"il manifesto", 2 luglio 2003
IL SILENZIO È D'ORO
Antonio Tabucchi
Ci sono momenti nella vita e nella storia in cui un decoroso silenzio rivela tutta la statura morale della persona.
Da quando Berlusconi ha formato il suo governo, molti sono stati i momenti in cui il decoroso silenzio è stato superiore alle offese e alle volgarità. «Questo è il futuro ministro delle riforme istituzionali», disse Berlusconi a Ciampi presentandogli Umberto Bossi. Ciampi reagì con decoroso silenzio.
Nei momenti di grave tensione sociale che durante il G8 di Genova scatenarono reazioni bestiali della polizia e provocarono un morto, Berlusconi riuscì a fare un discorso in tv alla nazione con la garante compagnia di Ciampi. Ciampi non rifiutò, accettò con decoroso silenzio.
La sera del 22 marzo 2002, alla vigilia della più imponente manifestazione sindacale del dopoguerra, Berlusconi, impersonando il ruolo di capo di stato e impossessandosi delle reti della Rai, rivolse un discorso al Paese nel quale affermò che la responsabilità dell'assassinio del professor Marco Biagi era del maggior sindacato italiano che convocava quella manifestazione. Ciampi intanto, in decoroso silenzio, quella sera si recava a far visita alla famiglia del professore assassinato.
Quando, durante una riunione di tutti gli ambasciatori italiani convocata da Berlusconi di fronte a telecamere e giornalisti, Berlusconi trattò con un inusuale «tu» Ciampi, lasciando cosi intendere che fra di loro esisteva una strana confidenza, Ciampi rispose con un decoroso silenzio.
Il 30 giugno ultimo scorso, in un'intervista alla radio francese Europe 1, Berlusconi ha detto chiaramente che la legge sull'immunità delle prime cinque cariche dello Stato, grazie alla quale non sarà giudicato dei gravissimi reati di cui è imputato, lui non la voleva: l'ha voluta Ciampi. La frase è allarmante. E ancora più allarmante (e sprezzante) è che sia seguita da un'ambigua rettifica del portavoce di Berlusconi, come un padrone che passa sputando e fa pulire per terra dal suo maggiordomo. Forse Ciampi anche questa volta reagirà con il suo decoroso silenzio? Chi potrebbe mai credere che egli abbia qualcosa da temere? È vero, alcuni giorni prima che egli firmasse la legge, un ex-capo dello stato, il senatore Francesco Cossiga, aveva scritto pesanti parole sul giornale l'Unità, definendo tale legge «Lodo Ciampi-Berlusconi». Parole a cui era seguito un mortale silenzio.
È anche vero che Ciampi ha firmato a spron battuto una legge con forti sospetti di anticostituzionalità e ancora in esame alla Consulta. Ma questo cosa vuol dire? Vuol forse dire che dobbiamo credere alle parole di una magistrato italiano che affermò che in Italia tutti sono ricattabili? Vuol forse dire che dobbiamo credere a Berlusconi, che cioè egli impone le leggi a Ciampi, se le fa firmare e poi gliene attribuisce la responsabilità? Ciampi sarebbe dunque un pupazzo nelle mani di Berlusconi? La questione è cruciale per la democrazia italiana, ma forse per la classe politica è meglio che gli italiani non se la pongano. Sarà risolta forse in decoroso silenzio? Da ciò dedurremo che la costituzione italiana ha un solido garante: il silenzio.
Illustre Presidente della Repubblica Italiana, non è la prima volta che Le pongo questioni. Lei lo ricorderà, anche se di norma non risponde. Cominciai con una Sua frase, secondo me assai infelice, di comprensione verso i cosiddetti «ragazzi di Salò». L'Italia, come è noto, non ha mai fatto né pulizia né ammenda, neppure simbolica, come la Francia e la Germania, del proprio sordido passato; e infatti oggi nell'attuale governo ci sono segretari o sottosegretari ex-repubblichini (fucilatori?) che ho sentito pubblicamente vantare nei Suoi confronti amicizia e confidenza. A me non piace. A Lei piace?
Lei, che si dice abbia fatto la Resistenza, a tali questioni come dicevo non risponde. Ma, per usare una formula di moda oggi in Italia, «mi consenta» di insistere. Io sono un cittadino e Lei un presidente della Repubblica: interpellare il proprio presidente in una democrazia è cosa normale, almeno finché essa esiste. E Lei mi perdonerà il disturbo: se si è assunto l'onere di diventare presidente della Repubblica in una congiuntura storica come quella attuale, alla sua venerabile età, senza nessuna carriera politica alle spalle, doveva proprio essere convinto del grave compito che si assumeva. Il Suo alto incarico, anche se in Italia vorrebbero farLa vivere in un empireo corrispondente a quello del Papa dove la parola non è discutibile essendo dogma, prevede in una democrazia normale dei seccatori come me.
La democrazia significa anche reciprocità: Lei è il garante della mia Costituzione, io Gliene chiedo conto. E dunque a mio modo divento garante di ciò che Lei deve garantire. Altrimenti,
come diceva Paul Celan, chi testimonierebbe il testimone? Lei ha funzione di garante. Perciò non posso ritenerLa estranea a ciò che sta succedendo nel mio Paese. A differenza di tutti coloro che vedono in Berlusconi l'unico protagonista di una inquietante corrosione delle regole democratiche, io debbo constatare che ciò avviene anche perché Lei firma. Perché Lei consente, Presidente. E senza il Suo consenso una grande parte di ciò che ha fatto il governo Berlusconi non esisterebbe. La Sua cosiddetta «moral suasion», secondo la definizione che corre in Italia, ha dato i frutti che abbiamo sotto gli occhi.
L'onorevole Berlusconi il 2 luglio ha assunto la presidenza del semestre italiano all'Unione Europea. Vi arriva illibato, reso profumato da questa legge sull'immunità che lo protegge dai gravi reati perseguiti da un tribunale della Repubblica e che Lei prontamente ha firmato. E che non si sa se voluta da lui o da Lei (a una radio francese l'onorevole Berlusconi ha affermato che questa legge l'ha voluta proprio Lei, Presidente, eventualmente spiegatevi fra di voi).
Secondo Lei Berlusconi dovrebbe far fare bella figura all'Italia. Un tipo come Berlusconi, che viene da lontano, sa come cavarsela in certe situazioni. Conosciamo la sua biografia.
E infatti se l'è cavata come uno che cantava canzonette e poi è diventato presidente del consiglio. Non mi dispiace affatto, illustre Presidente, che i Suoi sforzi per farci fare «buona figura» grazie a Berlusconi abbiano avuto un esito così disastroso. Berlusconi nell'assumere la presidenza semestrale per l'Italia dell'Unione Europea si è espresso con una piazzata, peggio di un sensale in una fiera di paese. E con il fine senso storico che lo contraddistingue, ha evocato Auschwitz al deputato tedesco Schulz che si era permesso di ricordargli una regola vigente in tutta l'Europa: che la legge è uguale per tutti. Fatto che solo in Italia signor presidente, è del tutto secondario, come del resto la Sua recente firma a tale legge attesta.
Evidentemente nel suo discorso da statista il cavalier Berlusconi era forte del fatto che a Auschwitz l'Italia ha dato solo un piccolo contributo (circa 2.000 ebrei italiani gasati, se non mi sbaglio) grazie alle leggi razziali che Vittorio Emanuele III firmò prontamente al cavalier Mussolini, come tutte le altre che prontamente gli firmava. Lei che ha fatto la Resistenza queste cose Le saprà meglio di me. Altrimenti glieLe avranno raccontate gli eredi di Vittorio Emanuele III che ha recentemente ricevuto in un solenne cocktail offerto al Quirinale (mi scusi se qui abbasso il livello, illustre Presidente della Repubblica Italiana: lo sa che i soldi con i quali Lei offre i ricevimenti ai Savoia sono anche miei, e di tutti i cittadini italiani contribuenti?).
Berlusconi ci va giù duro, evidentemente ha le spalle coperte. E non solo da un'onorata società che lo sostiene, ma a livello mondiale. È entrato nella nostra Unione Europea come certi kamikaze che entrano in un autobus indossando una cintura di tritolo. Le chiedo concludendo: ma per chi lavora Berlusconi? Lei, che mi dicono europeista convinto, non se lo è ancora chiesto? Essere presidente della Repubblica in un paese come l'Italia, cerniera del Mediterraneo e terreno ambito da anni da potenze straniere che vi lavorano per cambiare gli equilibri del mondo, non è una sinecura come chi si occupa delle ortensie del proprio giardino dopo essere andato in pensione. Cordialmente.
PS Le scrivo questa lettera sul giornale il manifesto, perché è una cooperativa. E finché l'onorevole Berlusconi non Le presenterà da firmare una legge che abolisce le cooperative è un giornale che continua a rappresentare la stampa libera. O quello che ne resta. Cosa di cui dobbiamo ringraziare anche Lei.
Noi, deputati e senatori contrari ad un attacco armato all'Iraq, rivolgiamo un appello a tutti i rappresentanti del popolo che siedono in parlamento: fermiamo la macchina di questa guerra. Noi non vediamo il collegamento con la indispensabile lotta al terrorismo internazionale, che costituisce una minaccia per l'umanità. Noi temiamo piuttosto il piano inclinato di uno scontro tra civiltà, destinato ad alimentare il fondamentalismo islamico e a rendere sempre più ingovernabile il mondo. Noi avvertiamo i rischi immanenti per la sicurezza del nostro e di ogni altro paese, in particolare quelli dell'area del Mediterraneo.
Ora molte contrarietà e dubbi, tra gli stati membri delle Nazioni unite e dello stesso consiglio di sicurezza, sembrano contrastare le certezze di un conflitto inevitabile. Siamo convinti che le Nazioni unite debbano agire in piena autonomia e non subire l'imposizione di una risoluzione che accolga il principio della «guerra preventiva», contrastante con la loro Carta fondativa.
- perché un tale deliberato di autorizzazione alla guerra non potrebbe trasformare una scelta sbagliata in una scelta giusta;
- perché, lungi dal rafforzare il ruolo delle Nazioni unite potrebbe essere causa della loro delegittimazione agli occhi della gran maggioranza dell'opinione pubblica mondiale.
Per questo i nostri sforzi vogliono essere orientati:
- ad esigere dall'Iraq di accettare le ispezioni sugli armamenti e in tutti i siti;
- ad evitare la guerra, rappresentando in questo modo gli orientamenti maggioritari dell'opinione pubblica europea e di una parte importante di quella degli Stati uniti;
- a proporre che l'Onu avvii un processo negoziale sul disarmo, relativo agli armamenti nucleari e chimico-batteriologici, in tutta l'area medio orientale, anche nel quadro della soluzione del conflitto israeliano-palestinese.
Sono queste le posizioni che sosterremo nel parlamento e nel paese, riaffermando il valore e l'efficacia, nell'era della globalizzazione, dell'articolo 11 della costituzione italiana. Noi non voteremo per la guerra all'Iraq.
C. Acciarini, M. Agostini, E. Baio Dossi, F. Bandoli, F. Baratella, G. Battaglia, T. Bedin, K. Bellillo, G. Bellini, F. Bertinotti, G. Bianchi, V. Bielli, F. Bimbi, R. Bindi, S. Boco, M. Bonavita, D. Bonfietti, P. Brutti, G. Buffo, M. Bulgarelli, G. Burtone, V. Calzolaio, F. Carboni, F. Carella, P. Castellani, M. Cavallaro, A. Cennamo, P. Cento, M. Cialente, L. Cima, F. Cortiana, A. Cossutta, M. Cossutta, F. Crucianelli, G. D'Andrea, N. Dalla Chiesa, S. Dameri, S. De Franciscis, E. Deiana, F. De Martino, L. De Petris, T. De Simone, T. De Zulueta, O. Diliberto, O. Di Serio D'Antona, P. Di Siena, A. Donati, E. Duca, L. Duilio, A. Falomi, E. Fassone, G. Fioroni, A. Flammia, A. Fluvi, P. Folena, G. Frigato, M. Fumagalli, A. Gaglione, P. Gasperoni, L. Giacco, A. Gianni, P. Giaretta, F. Giordano, G. Giulietti, A. Grandi, G. Grignaffini, F. Grillini, R. Innocenti, A. Iovene, G. Kessler, C. Leoni, M. Lion, G. Lolli, A. Longhi, M. Magistrelli, L. Malabarba, G. Malentacchi, R. Mantovani, L. Marcora, L. Marino, F. Martone, G. Mascia, G. Melandri, L. Meduri, A. Monticone, G. Morgando, D. Mosella, F. Mussi, A. Muzio, N. Nesi, A. Occhetto, G. Pagliarulo, G. Panattoni, A. Pecoraro Scanio, L. Pennacchi, G. Petrella, R. Pinotti, S. Pisa, G. Pisapia, G. Pistone, A. Pizzinato, E. Realacci, G. Reduzzi, N. Ripamonti, M. Rizzo, A. Rotondo, R. Ruggeri, A. Rusconi, G. Russo Spena, S. Sabattini, C. Salvi, G. Santagata, R. Sciacca, C. Sgobio, A. Soda, T. Sodano, A. Soliani, A. Sasso, P. Toia, L. Trupia, S. Turroni, T. Valpiana, S. Vertone, N. Vendola, F. Vigni, M. Villone, W. Vitali, D. Volpini, G. Zancan, L. Zanella, K. Zanotti
A scommettere al buio sulla qualità dei rapporti tra la sinistra italiana e Rupert Murdoch, detto lo Squalo, patron di Sky oggi all'esordio, magnate australiano delle telecomunicazioni, editore dell'ultradestra repubblicana negli States (Fox News), amico e socio di Berlusconi, ci sono ottime probabilità di perdere la puntata. Si potrebbe scoprire infatti che la sinistra attende l'arrivo non di un colonizzatore al servizio dell'amico premier, ma di una potenziale risorsa contro la sclerosi del sistema italiano. Certo, nessuno compra a scatola chiusa e le attese sono alte: «Ci aspettiamo - spiega Roberto Cuillo, portavoce di Piero Fassino - che Sky si dimostri voce indipendente e rispettosa del pluralismo, affrontando l'informazione politica con piglio anglosassone. Non potremmo tollerare la presenza di un clone di Mediaset su un mercato come quello italiano». Non è poco, ma non è neanche chiedere la luna. Questo è in fondo quanto Tom Mockbridge, amministratore delegato di Sky News e braccio destro di Murdoch, assicurò a Fassino nel corso di un incontro riservato avvenuto a ridosso dell'ultima visita italiana del tycoon, nel febbraio scorso. Nel corso di quel colloquio, presenti anche il responsabile Comunicazione della Quercia Fabrizio Morri e l'allora capo di Stream News Tullio Camiglieri, Mockbridge garantì al segretario ds che i rapporti tra Berlusconi e Murdoch non avrebbero influito sulla linea editoriale del canale all news e degli altri spazi di informazione. L'ex giornalista neozelandese assicurò anche la volontà di fare vera concorrenza investendo su prodotti realizzati in Italia. Lì si sono poste le basi per un rapporto inaspettato: «Verso Murdoch - dicono al Botteghino - non abbiamo alcun pregiudizio. Sarebbe un grave errore pensare che arrivi in Italia come braccio armato di Berlusconi. E' una previsione che non riflette la realtà. Al contrario: Sky può sbloccare il duopolio e dare un grosso dispiacere al Cavaliere». Secondo le fonti di via Nazionale, le relazioni personali o gli orientamenti politici del magnate significano poco o nulla: «Murdoch - si dice - è senz'altro editore di destra, ma capace ovunque vada di sentire se e quando il vento sta per cambiare. In Inghilterra, dopo aver spalleggiato per un decennio le politiche della signora Thathcer, nel 1996 non esitò a passare dalla parte di Tony Blair. Murdoch non incollerà le proprie sorti a quelle di Berlusconi. Sa che non può permettersi di rinunciare a un rapporto con l'altra metà della classe dirigente del paese». Tantomeno Murdoch vuol rinunciare alla metà del pubblico. La spiegazione è sin troppo semplice: «Tutte le indagini di mercato dicono che l'elettorato di centrosinistra, ceto medio e laureati, è il target privilegiato delle aziende che investono in pubblicità». C'è di più: i rapporti sono così orientati al bello che i Ds non escludono addirittura delle forme di collaborazione con Sky. La Quercia ha infatti necessità di dare seguito al progetto di canale satellitare che esordirà coprendo la Festa nazionale dell'Unità di Bologna. Spiega una autorevole fonte del Botteghino: «Non abbiamo ancora deciso come proseguire le trasmissioni. Ma un'idea porrebbe essere quella di sfruttare il know-how e la disponibilità di accesso di Sky per offrire sulla loro piattaforma i nostri contenuti». Insomma, più pubblico e meno problemi tecnici: «Piuttosto che costringere gli utenti a cercare la nostra banda di trasmissione, potremmo appoggiarci a uno dei loro canali offrendo la copertura di eventi come convegni, manifestazioni, congressi».
Ha suscitato qualche preoccupazione sui giornali di ieri la dichiarazione del ministro Pisanu a proposito dell'annunciata manifestazione del 14 settembre, che è stata sentita come un allarme, discutibile, per una manifestazione di piazza che si vuole pacifica. Vorrei spezzare una lancia in favore di Pisanu, il quale ha detto sicuramente qualcosa di leggero (nel senso di commettere una leggerezza) ma anche qualcosa di pesante (nel senso che ha peso, e deve essere preso nella dovuta considerazione). Il ministro ha dichiarato di voler difendere, contro ogni movimento della piazza, il libero accesso alle sedi del Parlamento e il diritto degli eletti dal popolo di accedere alle loro sedi deputate. Giusto, e direi che è il suo mestiere. Qualcuno ha osservato che il 14 settembre non sono previsti lavori parlamentari, e che quindi il ministro poteva esimersi dall'esprimere questa preoccupazione. Però, nel dirlo, e nel sostenere "il diritto di essere rappresentati in Parlamento" (diritto certamente sacrosanto), ha citato di converso il "diritto di piazza" ovvero "il diritto di manifestare liberamente e pacificamente le proprie opinioni".
Il riferimento al diritto di piazza sembra così ovvio che non sarebbe il caso di congratularsi col ministro per averlo evocato, ma viviamo in tempi oscuri, e non dobbiamo dimenticare che meno di due settimane fa questo diritto era stato messo in dubbio dal presidente del Senato. Infatti, al Meeting di Rimini, Marcello Pera aveva ammonito che la politica non si fa "in piazza", bensì nelle sedi deputate, vale a dire nelle due Camere. Così ammonendo aveva ridato voce a opinioni già espresse negli ultimi tempi nell'ambito della maggioranza, dove più volte si era manifestata irritazione nei confronti delle manifestazioni di piazza. Ora siccome le opinioni di persone così illustri possono essere ascoltate alla radio o alla televisione anche da giovanissimi, forse ancora all'oscuro di una nozione di democrazia, bisogna riflettere un momento sulla funzione politica della "piazza".
Le manifestazioni di piazza possono essere di vario tipo. Alcune, ancorché spiegabili storicamente, sono passate in giudicato come manifestazioni di disordine che avevano forse valore sintomatico ma che non hanno prodotto risultati apprezzabili. Si pensi allo storico tumulto dei Ciompi, o ai torbidi di cui tanto bene ci racconta Manzoni, e in cui si era trovato coinvolto il povero Renzo. Talora manifestazioni di insofferenza popolare hanno dato origine a repressioni spaventose, come ai tempi di Bava Beccaris, talora ancora la piazza si è dimostrata feroce e incontrollabile, talora è stata manovrata dal potere per i propri fini, e metto dentro lo stesso paniere, dal punto di vista della loro dinamica, sia il rogo dei libri promosso da facinorosi nazisti che tante manifestazioni della rivoluzione culturale cinese, manovrate accortamente dallo stesso Mao.
Non solo, la storia ha pronunciato diversi giudizi su insurrezioni popolari, si vedano le cinque giornate di Milano, che noi devotamente rievochiamo con pubbliche cerimonie e che i nostri ragazzi studiano a scuola come splendido esempio di eroismo, e che tuttavia sotto diversa luce apparivano al buon maresciallo Radetsky e al suo regio e imperial governo. Ma la piazza non si manifesta solo nella violenza, e le democrazie occidentali l'hanno riconosciuta e istituzionalizzata come luogo della libera espressione, non dico romanticamente della volontà popolare, ma almeno di settori non trascurabili della pubblica opinione.
Nelle democrazie esistono, è vero, tre poteri, il legislativo, l'esecutivo e il giudiziario, tutti e tre sovrani nel proprio ambito (e mi permetto di ricordarlo anche al presidente del Consiglio, nell'ambito di un progetto di educazione permanente degli adulti), e la sede per condurre dibattiti politici che poi sfocino in leggi è il Parlamento. Ma le democrazie riconoscono anche al "popolo", che poi è la pubblica opinione nelle sue varie sfaccettature, il diritto di controllare i vari poteri dello Stato, giudicarne l'azione e stimolarla, manifestare eventuali insoddisfazioni circa la conduzione della cosa pubblica. In tal senso la voce dell'elettorato, che non può manifestarsi solo il giorno del voto, è utile anche al Parlamento e al governo stesso, al secondo perché gli trasmette un segnale, una sollecitazione, al primo perché dall'insoddisfazione popolare si possono trarre utili indicazioni sulle elezioni successive (che è poi quello che si tenta di appurare anche mediante sondaggi, un ricorso alla piazza "virtuale" che nessuno considera una forma di pressione illecita).
Come si manifestano le opinioni degli elettori? Attraverso l'azione di vari leader di opinione, giornali, associazioni, partiti, e persino gruppi di interesse particolare, tanto che negli Usa è praticamente istituzionalizzata la funzione delle lobbies, che aprono uffici a Washington per cercare di favorire gli interessi di ogni singolo gruppo, sia quello dei fabbricanti di armi che quelli che difendono qualche minoranza etnica o religiosa. Ma queste opinioni si manifestano anche a opera della piazza.
Le democrazie conoscono infinite dimostrazioni di piazza, che non sono tali in virtù delle persone che vi partecipano, perché può essere manifestazione di piazza anche quella di una ristretta minoranza, persino di due o tre persone, che riunendosi vogliono comunicare in pubblico quello che pensano o vogliono. In tal senso basta andare davanti al Parlamento inglese, o in ogni città americana, per vedere schiere di cittadini che inalberano cartelli e scandiscono slogan, cercando di coinvolgere i passanti. Basta andare sul celebre Hyde Park Corner, per vedere signori che su un podio improvvisato arringano gli astanti - ma non è necessario andare a Londra, anche nelle città italiane si trovano luoghi in cui la gente si riunisce spontaneamente a discutere dei fatti politici del giorno. Talora queste manifestazioni di piazza possono essere imponenti, come il Moratorium di Washington del 1969, contro la guerra in Vietnam, che ha scosso il paese.
Possono essere di destra o di sinistra, e si ricorderà la marcia dei quarantamila a Torino, che esprimeva nel pieno della lotta sindacale la posizione dei quadri aziendali, i cosiddetti colletti bianchi, o le manifestazioni di piazza delle "maggioranze silenziose", le sfilate dei sostenitori del Polo e le celebrazioni celtiche della Lega. Con tutto il rispetto, sono manifestazioni di piazza anche quelle che vedono addensarsi folle multicolori in piazza San Pietro, eventi così legittimi che la televisione li pubblicizza ed esalta.
La piazza si manifesta in vari modi e la legge delle democrazie è che possa farlo, se la manifestazione non degenera in violenza e qualcuno non arriva a sfasciare le vetrine o a incendiare le automobili. Ero presente al Moratorium del 1969, e l'ho visto svolgersi in modo pacifico dalla mattina alle 4 del pomeriggio, sino a che un gruppo di attivisti, che all'epoca si chiamavano Weathermen, non ha creato disordini, e allora la polizia è intervenuta con i gas lacrimogeni. Ma, regolati i conti coi Weathermen, nessuno in America ha giudicato il Moratorium violento e illegittimo, visto che vi parlava persino il dottor Spock, celebre autore di un manuale su cui le mamme americane hanno educato almeno due generazioni di bambini, il quale si è rivolto all'immensa folla giovanile iniziando con "Voi, tutti figli miei!" scatenando un irrefrenabile applauso di complicità e riconoscenza.
Ho citato le manifestazioni delle maggioranze silenziose e quelle della Lega. Non capisco perché le si debba considerare (e giustamente) legittime, quando poi si grida all'untore se la manifestazione è organizzata dai sindacati, e solo per il fatto giuridicamente trascurabile che raccoglie non migliaia bensì milioni di persone, o se si esprime attraverso un girotondo. È legittimo inneggiare alla Razza Piave e non alla Bella Lavanderina?
Certo, nelle manifestazioni di piazza fa aggio la quantità. Ma "quantità" non è una brutta parola, poiché è sulla quantità (in mancanza di criteri più sicuri) che si regge la democrazia, dove alle elezioni vincono coloro che sono in maggior numero. La piazza, quando si comporta in modo non violento, è espressione di civile libertà, e consideriamo dittatoriali quei paesi dove le manifestazioni di piazza non sono consentite, oppure se ne costruiscono dei simulacri organizzati dall'alto, come le adunate oceaniche a Piazza Venezia. Ma queste erano discutibili non perché fossero oceaniche, bensì perché non presupponevano contro-adunate di segno opposto. Chiediamoci ora che cosa fosse il Meeting di Rimini dove Pera ha condannato la piazza. Non era una seduta parlamentare, e nemmeno un seminario umbratile per addetti ai lavori. Come le feste dell'Unità, e ancor più, perché si svolgeva anche nel centro stesso della città, era una manifestazione della "piazza", e di sicuro impatto politico, dove gli organizzatori erano fieri di sottintendere "vedete quanti siamo?", con la stessa soddisfazione che in pari occasioni manifestano sia il Papa che Cofferati.
E dove ha pronunciato il presidente del Senato la sua arringa contro la piazza? In piazza, in una manifestazione che si svolgeva al di fuori delle aule parlamentari e intendeva esprimere le opinioni di una parte dei cittadini. Per cui la condanna della piazza avvenuta in piazza sembrava quasi l'azione di un severo moralista che, volendo condannare le pratiche di esibizionismo, si presenti sul sagrato del duomo, apra di colpo l'impermeabile esibendo quello che non si deve mostrare e gridi "Non fate mai così, intesi?"
Il ministro Pisanu è stato più accorto e ha ammesso che si ha il diritto di mostrarsi in piazza, purché non si mostri quello che non si deve mostrare. Pena, avrebbe dovuto dire, l'intervento della Buoncostume. Ma, nel clima in cui viviamo, si è avvertito, a torto o a ragione, ancora una volta un clima di diffidenza verso la piazza. Però verso la piazza degli altri, non verso la propria. Ma in democrazia non deve esserci differenza tra piazza del Popolo, piazza Risorgimento e piazza San Pietro. Le piazze sono tutte uguali, sono di tutti, aperte a tutti e quando rimangono vuote, presidiate dai carri armati, allora si parla di Repubblica delle banane.
(29 agosto 2002)
«Fermatevi a riflettere». L’appello, rivolto ai promotori del referendum per l’estensione dell’articolo 18, è di Sergio Cofferati. Ed è un appello preoccupato. Per quello che potrà accadere sul piano dei rapporti politici, nella sinistra e nel sindacato. E per quello che potrà accadere sul terreno stesso dei diritti. Perché una cosa non è in discussione: l’obiettivo finale. «Noi - dice l’ex leader della Cgil a Massa Marittima, dove si celebra il centenario della nascita del sindacato dei minatori - dobbiamo lavorare per dare garanzie alle persone che non le hanno». Tanto che - sottolinea tra gli applausi - «bene ha fatto la Cgil a promuovere la raccolta di firme su una legge di iniziativa popolare per riformare gli ammortizzatori sociali e dare prospettive a chi non ne ha». Ma la consultazione, quella, potrebbe complicare le cose.
«Ritengo che il referendum - dice Cofferati - sia un errore politico, lo credo fermamente». Non è questione di buona fede. «La bontà delle intenzioni dei proponenti è fuori discussione». Il punto è un’altro. Il referendum «è un atto che rischia di dividere ciò che con tanta fatica abbiamo progressivamente unificato nel corso di questi mesi».
L’alternativa, allora, è quella già annunciata: la legge. Anche se «il percorso legislativo è più difficile e faticoso di quello referendario» che è invece più rapido. «Ho speso un bel po’ della mia energia - afferma l’ex leader della Cgil - per convincere molti riottosi che il tema dei diritti è fondamentale in questo Paese e che la loro estensione è importante. Ma con la stessa determinazione credo di poter dire che la via più efficace sia quella dell’atto legislativo». E la stessa difficoltà della strada potrebbe rivelarsi utile. «Se percorsa con convinzione da tutti - spiega - rappresenterebbe il primo atto che ci permetterebbe di unificare il nostro fronte e di arrivare con tutta probabilità a risultati che oggi appaiono a molti insperati. Quando abbiamo cominciato in splendida solitudine la battaglia per i diritti molti se ne sono accorti strada facendo». Conclusione, niente da rimproverare a nessuno, ma cercare di stare insieme e, insieme, «fare un passo avanti, presupposto per poterne fare un altro domani nella direzione giusta». Ogni ipotetica fuga in avanti, insomma - conclude Cofferati - ogni atto generoso, che però non determina unità rischia di essere paradossalmente un errore.
Anche Vincenzo Vita, portavoce della sinistra Ds, è per la via legislativa. «Sarebbe un errore - dice - rassegnarsi all’eventuale impossibilità di varare una legge che raccolga la sostanza del quesito referendario».
Sul versante opposto, quello degli imprenditori, che l’articolo 18, specie negli ultimi tempi, l’hanno visto come fumo negli occhi, ieri è sceso in campo Antonio D’Amato. Per il presidente di Confindustria il risultato del referendum - «che difficilmente sarà evitabile» - dovrebbe essere scontato. «Non credo sia pensabile - spiega - portare l’Italia indietro, ai tempi del Medioevo». Anche se non dice quale Medioevo. Visto che quello conosciuto da tutti non brillava certo per estensione e qualità dei diritti. Secondo D’Amato, comunque, con il referendum si è aperta una questione «che mette in campo due visioni completamente diverse della società e del mondo del lavoro. Da una parte un estremo di rigidità, direi medioevale, e con il rischio di mortificare ogni possibilità di competere, soprattutto per le piccole imprese. Dall’altra, una visione più riformista che cerca di dare spazi maggiori per la crescita dell’occupazione, dello sviluppo e del lavoro emerso». Conclusione. L’iniziativa sull’articolo 18, per il numero uno di viale dell’Astronomia, è «una vera provocazione fatta a sinistra, che mette in luce le contraddizioni della sinistra alle quali però la parte migliore della sinistra sta rispondendo con uno scatto di maggior pragmatismo e minor ideologismo, schierandosi per il “no” con evidente buon senso».
In sostanza, par di capire, dichiarazioni che suonano come un “no” ad ogni disponibilità a studiare soluzioni, legislative, alternative. Per le quali, a sinistra, già si comincia ad entrare nel merito. Da chi (è il caso della Uil, dell’ex segretario Cisl, Pierre Carniti, del giuslavorista Pietro Ichino) vedrebbe con favore il modello tedesco - che demanda al giudice il potere di dirimere le controversie in materia di licenziamento - a chi (è il caso del responsabile lavoro Ds, Cesare Damiano) quel modello non vede invece con particolare favore. E pensa a soluzioni diverse. A chi (è il caso dell’ex ministro, Tizano Treu, Margherita) sull’articolo 18 una proposta di legge l’ha già presentata.
Ieri intanto, a Torino, è stato costituito il primo comitato provinciale per il “sì”.
Le discussioni sulla grazia a Sofri, riaperte dall’articolo di Stefano Folli (20 luglio) hanno riacceso quelle su tante ferite non ancora rimarginate del nostro passato prossimo e hanno fatto risuonare una toccante, ampollosa e ambigua parola, riconciliazione. Come il direttore del Corriere e molti altri, credo che a Sofri possa e debba essere concessa la grazia, che non implica necessariamente la convinzione della sua innocenza e non esclude il dissenso o la disistima nei confronti di ciò che scriveva in quel sanguinoso ieri o di ciò che scrive nel melmoso oggi. Non è certo un maestro, né cattivo né buono, piuttosto uno scolaro con una supponenza da primo della classe, ma si è comportato esemplarmente nella sua pesante esistenza di detenuto e ha esemplarmente rifiutato la possibilità di essere illegalmente libero. Colpevole o innocente, ha scontato una dura pena e sarebbe giusto che gli venisse concessa la libertà, che non costituirebbe un pericolo per nessuno.
La famiglia Calabresi ha dimostrato nei suoi riguardi una magnanimità e una serenità che sono difficilissime in chi è stato straziato da una feroce violenza e attestano una rara umanità. In linea generale, tuttavia, la grazia - nei confronti di chiunque - dovrebbe prescindere dal perdono dei familiari della vittima, un arcaico residuo tribale della barbara confusione tra diritto e legami di sangue. La tragedia greca ha già rappresentato 2.500 anni fa la dolorosa, luminosa ascesa dello spirito umano dall’oscura legge del clan a quella universale dei cittadini e della ragione. La famiglia ama, soffre, gioisce - tutte cose umanamente più importanti del codice - ma non può emettere sentenze né influire sulle sentenze. Ci possono essere famiglie sensibili, affettuose, brutali, di sentimenti elevati o crudeli, distrutte dal dolore per la perdita di un loro caro o quasi indifferenti a tale lutto; non è dal loro stato d’animo che può dipendere un provvedimento di legge. La grazia non è il perdono, cosa altissima ma diversa; viene concessa dal capo dello Stato, della comunità di cittadini legati da un libero reciproco patto e non dalla parentela.
A parte la grazia, le sentenze vanno valutate prescindendo da simpatie o antipatie personali e ideologiche, diversamente da coloro che accettano il verdetto quando condanna Andreotti e lo contestano quando lo assolve o viceversa. È più che legittimo contestare una sentenza, ma - almeno finché si ritiene di vivere in uno Stato difettoso ma pur sempre di diritto e non in uno Stato totalitario e terroristico, contro il quale v’è solo la resistenza armata - la si può correggere solo per via giudiziaria, tramite altra sentenza. Così ha fatto ad esempio Andreotti, il quale ha impugnato le sentenze contro di lui, ma, a differenza di Berlusconi, non ha cercato di delegittimare i giudici e il sistema giudiziario, ben sapendo che ciò costituisce la premessa della negazione dello Stato e della guerra civile. Basta questa differenza di comportamento per dimostrare che Andreotti, qualsiasi giudizio si possa avere su di lui, è un uomo di Stato o almeno un vero politico, mentre Berlusconi non è, neanche in misura minima, né l’uno né l’altro.
La richiesta di grazia per Sofri è stata collegata a un’ipotesi di amnistia per detenuti condannati per delitti compiuti in nome del terrorismo politico - collegamento scorretto, perché la grazia è un provvedimento individuale. I terroristi - ritenendo di vivere in uno Stato illegittimo, anti-democratico e repressivo - hanno ovviamente contestato la legittimità dei giudici e delle loro sentenze. È ovvio che, dinanzi ai tribunali di Stalin o di Hitler, l’unica reale difesa del cittadino maciullato sarebbe stata la lotta armata.
È meno ovvio che l’Italia degli anni Settanta e di oggi fosse e sia, nonostante tutte le sue miserie e le sue tenebre, un Paese totalitario ignaro di diritti.
Invece secondo il professor Toni Negri, leader di Autonomia operaia e condannato per partecipazione a banda armata, vi sarebbe una voluta e pianificata continuità tra le persecuzioni inflitte dalla magistratura italiana ai terroristi negli anni di piombo e le persecuzioni inflitte ora da essa a Berlusconi, al quale Negri ha espresso pubblicamente solidarietà e che evidentemente egli considera «vittima della giustizia borghese» come i condannati per la lotta armata, lotta che ha visto cadere assassinati tanti galantuomini. È strano che un capo di governo non si senta offeso da tale accostamento e non senta il bisogno di respingerlo.
Le «vittime della giustizia borghese» attualmente in carcere per crimini di terrorismo vanno tutelate con fermezza nei loro diritti, come ogni cittadino, e vanno comprese nelle astratte e febbrili passioni che possono averle portate a commettere quegli atti, nei sentimenti talora soggettivamente generosi ancorché distorti e oggettivamente aberranti che li hanno mossi; in quegli smarrimenti, incertezze, confusioni, reazioni emotive, spocchie intellettuali, slanci utopici, esaltazioni pacchiane e sdegnati furori che, incrociandosi con le torbidezze di un’epoca e di una società, possono portare chiunque, e soprattutto un giovane, alle scelte e alle azioni più disperate e colpevoli, come Raskolnikov in Delitto e Castigo .
È augurabile che questa comprensione possa tradursi in provvedimenti giudiziari atti a restituire delle persone alla pienezza della vita civile senza pregiudizio di quest’ultima. Forse si può chiamare tutto ciò «riconciliazione», a patto di intendersi sul termine. Lo Stato e gli ex-terroristi non sono come la Francia e la Germania che, dopo essersi sbranate per secoli, si danno la mano - nello storico incontro fra de Gaulle e Adenauer - riconoscendo la parità dei torti reciproci (a parte il nazismo). Questa è, a tutti gli effetti, un’autentica riconciliazione - sulla quale, peraltro, si basa in buona parte concretamente l’Europa.
La premessa di un’eventuale amnistia per gli ex-terroristi è invece la tranquilla, definitiva e condivisa consapevolezza che lo Stato italiano - malgrado le sue carenze e le sue sacche anche criminose - non era la Germania di Hitler, che dunque il terrorismo non era una scelta solo sbagliata e politicamente insensata e perdente bensì oggettivamente criminosa e che erano nel giusto Pertini e Valiani e non il partito sotterraneo e trasversale, vivo ancor oggi e confluito in gran parte nella destra, di chi diceva «né con lo Stato né con le Brigate Rosse»; il partito di chi era pronto a trattare con i carcerieri di Moro senza turbarsi del fatto che questi ultimi fossero già gli assassini di cinque agenti, evidentemente considerati carne da cannone; il partito di chi, pur di opporsi a ogni tentativo di creare un’Italia più democratica e più libera, flirtava, da reazionario con le frange del terrorismo. Chiarito serenamente tutto questo, si può e si deve aver comprensione di tanti destini umani e restituirli alla vita, senza inchiodarli ai loro errori ma senza riconciliarsi con quegli errori.
Non è un caso che sia la destra a parlare, spesso equivocamente, di riconciliazione. Quest’ultima è tanto più necessaria quanto più brucianti sono, nella storia di un Paese, le ferite da rimarginare. Lo è stata, ad esempio, dopo il ’45, quando si trattava di sanare la lacerazione della guerra civile e di riunificare le due Italie che si erano contrapposte con le armi. Ma questa riunificazione (o riconciliazione) non significava e non significa una via di mezzo tra fascismo e antifascismo o, come mi è capitato di dire, Valiani più Farinacci fratto due. Essa si basa sul chiaro riconoscimento di quale è stata e continua ad essere la parte giusta e quale quella sbagliata, il che significa considerarsi eredi dell’antifascismo e dei suoi valori.
Certo, nel Dna di una nazione, come di un individuo, c’è tutto il passato; Auschwitz fa parte della storia tedesca e ogni tedesco deve saperlo, il che non vuol dire che egli si senta egualmente erede di Himmler e di Goethe, bensì che egli deve costruire la sua storia di oggi e di domani sul rifiuto di Auschwitz.
Il fascismo non è stato certo il nazismo o lo stalinismo, ma anche la nostra storia si basa sul consapevole e sereno rifiuto di esso. Su questa premessa condivisa è possibile e doveroso riconoscere i suoi aspetti positivi, comprendere e rispettare i motivi che hanno indotto molte persone d’animo generoso a credere in esso e dunque integrarlo - ma solo sulla base di questo giudizio - nella nostra memoria storica. L’unità della patria, che permette e presuppone quella riconciliazione, si fonda su una scelta di valori, non su un’ammucchiata. Il patriottismo della Francia è espresso dalla Marsigliese, il canto nato in un momento di estrema divisione e da una precisa scelta di parte, della Rivoluzione - e che per questo oggi può esprimere l’unità del Paese. Così è l’Italia della Resistenza, non quella della marcia su Roma o delle leggi razziali, che può parlare a nome di tutti gli italiani, anche dei caduti a El Alamein.
CHE cosa poteva fare un galantuomo, se non buttarla in ridere, quando certi nostri intellettuali in gita a Parigi si camuffarono da partigiani in lotta contro la dittatura? E che altro poteva fare, se non scherzarci sopra, quando un presentatore della Tv intonò «Bella ciao» chiamando il suo pubblico alla resistenza contro il dittatore? No, non poteva far altro. Evidenziare la comicità di quelle scenate sembrò naturale. Persino doveroso. Quando dalla lontana Sofia il capo del governo - non un portaborse, non un ministro da strapazzo - accusò due noti giornalisti di comportamenti «criminosi», il galantuomo pensò si trattasse di un' altra «gaffe». Dell' ennesima cafonata. Le reazioni alla «fatwa» di Sofia, quello strillare di censure, liste di proscrizione, minacce alla libertà di parola, gli parvero perciò esagerate. Anche perché venivano da fonti ormai inascoltabili. Da chi ha fatto un facile mestiere dello sparare ogni santo giorno a mitraglia contro ogni mossa, parola o pensiero del capo del governo.
Al contrario, il galantuomo pensò che la grossolana sortita di Sofia avesse messo i due giornalisti al riparo da qualsiasi eventuale misura nei loro confronti. Li avesse resi invulnerabili. Infatti, se mai quei due fossero stati davvero estromessi dai loro programmi nella televisione pubblica, questo avrebbe confermato in modo clamoroso - se non proprio un progetto autoritario in atto - quanto meno la tracotanza e volgarità di chi oggi detiene il potere in Italia. E a tanto il capo del governo non poteva arrivare. Semmai, il suo personale interesse e quello del governo stavano adesso nel far dimenticare la «gaffe». Stendervi un velo sopra, non riparlarne mai più. I due giornalisti potevano stare dunque tranquilli.
Intanto però, il coro di «Bella ciao» si levava sempre più compatto e stonato, e una quantità di personaggi già ridicoli di per sé stessi stavano superando ogni limite del grottesco atteggiandosi a combattenti della libertà. Siamo giusti: come avrebbe potuto trattenersi un galantuomo dall' ironizzare sulla Nuova Resistenza, su quella nuova carnevalata che gli stavano montando sotto il naso?
Bene: il galantuomo s' è sbagliato, non aveva capito niente. Non s' era reso conto che in questo paese, di questi tempi, c' è poco da scherzare. I due giornalisti hanno infatti perso i loro programmi. Gli «hommes de main» del capo del governo, i nuovi presidenti, direttori generali e direttori di rete della Rai, li hanno fatto fuori. Né più né meno. La sortita di Sofia non era quindi, come sembrava, una «gaffe»: era un ordine impartito agli uomini di mano perché agissero brutalmente e al più presto. Per il galantuomo, l' intera vicenda non potrebbe essere più malinconica. E non perché gli mancheranno i programmi televisivi cancellati d' autorità, che anzi non gli piacevano. Ma perché adesso si trova costretto ad allinearsi col coro di «Bella ciao», con quelli camuffati da partigiani, con quelli del «resistere, resistere, resistere». Di colpo mescolato, insomma, ai più rumorosi e faziosi. Ma la scelta è obbligata. Con quelli che mettono alla porta due giornalisti invisi al padrone, non si può infatti stare. Da quella parte c' è troppo cattivo odore.
If George W. Bush has his way, the USA will invade Iraq, possibly assisted by some European puppets. What is this war about? Is it in anybody's interests?
First, what is this war not about? It's not about terrorism (Osama bin Laden and Saddam Hussein's Baathists don't even like each other). It's not about weapons of mass destruction; Saddam doesn't have any significant stocks of them, or we would have heard by now. It's not about democracy, either.
No, this is a war about oil. This is a war about Bush's friends making money from oil. This is the oil president, with his oil buddies Dick Cheney and Condoleezza Rice. The war in Afghanistan was about oil, and Bush's friends are now busy laying a pipeline across Afghanistan, to bring out Caspian Sea oil. As an oil man, Bush understands that the USA is never going to attain energy independence, unless the Persian Gulf states become American colonies. That's why there's talk of holding Iraq's oil revenues in trust for the Iraqi people. Translation: Once we're in charge, we'll decide what price Iraq should charge for its oil (cheap
This is not how the country that used to be the world's greatest democracy ought to behave. This is the way a Germany needing
The only thing the USA has to fear from Iraq is an escalation of tensions between the West and the Arabs. And that, alas, is the one thing Bush doesn't seem to fear at all.
So Bush is going to "liberate" Iraq's oil and hammer in the wedge between the USA and the people who sit on most of the world's remaining oil supplies. Even if the morality of it doesn't make you gag, is this a smart thing to do?
Just how much is cheap gasoline worth? How many American dead in Iraq? How many Iraqi dead? Is a gallon of gas worth a pint of blood? Whose blood?
J.H. Crawford
9 February 2003
Ho sempre diffidato dei cosiddetti terzisti, intesi come coloro che, nella loro attività di pubblicisti politici, cercano di ritagliarsi un ruolo di equidistanza, una sorta di magistero "super partes" che gli consenta di dare a giorni alterni un colpo al cerchio e l’altro alla botte da un piedistallo di (finta) neutralità.
Ne ho diffidato e continuo a diffidarne perché avverto in quei pezzi gonfi di sussiego e di sopraccigliosa burbanza un sentore d’ipocrisia, un atteggiamento artefatto che ha ben poco a che fare con il coraggio civile di chi, non tacendo le proprie idee e le proprie preferenze, sa però cogliere e denunciare anche le colpe e gli errori (eventualmente i reati) di chi condivide quelle stesse idee e orienta quelle preferenze.
Ci sono però occasioni nelle quali lo sforzo del terzista di mantenersi tale diventa patetico e suscita involontaria tenerezza. Accade quando il compito dell’equidistanza deve affrontare difficoltà pari a quelle che s’incontrano in una scalata rischiosa o si trasforma addirittura in un’irrealizzabile ipotesi di terzo grado. In quei casi il terzista, per raggiungere la sospirata vetta dell’inattaccabile neutralità, sceglie un sentiero mediano, dipinge una realtà immaginaria, fabbrica regole a proprio uso e consumo e si espone assai più di quanto vorrebbe agli occhi degli spettatori che lo vedono dondolare pericolosamente nel vuoto intellettuale che lui stesso si è creato intorno. Spettacolo godibilissimo da osservare, binocolo alla mano. Vi si vedono personaggi celebrati per austerità di comportamento mentale e per rigore di giudizi, pendolare scalciando argomenti raffazzonati e sudando sotto il gilet, la marsina e la tuba che idealmente continuano a indossare pur nella scomoda posizione nella quale si trovano.
A me, lo confesso, quello spettacolo suscita lo stesso imbarazzo che mi assale quando, assistendo all’esecuzione d’un brano d’opera, la soprano o il tenore steccano una nota difficile suscitando i fischi e i berci del loggione.
Mi sento in colpa quanto ci si sente il cantante dopo la stecca, arrossisco e vorrei scomparire. Effetto, credo, di identificazione e di "pietas". Ma altre volte, se il cantante reagisce con altera superbia anziché ammettere che la sua virtù canora non era all’altezza della difficile partitura, la mia "pietas" si converte in rabbia e mi unisco alla selva di fischi cercando semmai che il mio sia più forte e prolungato degli altri.
Chiedo scusa all’ambasciatore Sergio Romano se utilizzerò come testo esemplare d’un terzismo assai mal riuscito il suo articolo comparso di fondo sul Corriere della Sera dell’8 agosto scorso. Apprezzo da tempo la sua cultura generale, almeno quanto mi parve modesta la sua attività diplomatica al servizio dello Stato. Ma l’articolo cui mi riferisco rappresenta la quintessenza di quanto chi aspira, com’egli certamente aspira, a una rigorosa oggettività di giudizio non dovrebbe mai scrivere e tanto meno pubblicare poiché rende manifesta la dose d’ipocrisia che il sussiego non riesce a nascondere. Gilet, marsina e tuba ne escono così malconci da far venire in mente i versetti di quella vecchia canzone satirica che si cantava quando tutti e due eravamo giovani e che diceva «sopra il cappotto porta la giacca e sopra il gilet la camicia». Forse l’ambasciatore non la ricorda o forse era già serioso ai suoi quindici anni e non l’ha mai sentita. S’intitola «Pippo non lo sa». Talvolta qualche momento di regressione verso l’infanzia può giovare all’igiene mentale.
Dopo la pubblicazione delle motivazioni della sentenza con la quale tre mesi fa il Tribunale di Milano irrogò undici anni di prigione all’imputato Cesare Previti e ai suoi accoliti per corruzione in atti giudiziari (in altre parole per compravendita di sentenze) un commentatore del livello dell’ex ambasciatore a Mosca poteva scegliere due strade: non occuparsene lasciandone ad altri il compito, oppure trattare l’argomento cimentandosi con la domanda se il Tribunale avesse o non avesse raggiunto la prova della colpevolezza degli imputati. La sentenza consta di alcune centinaia di pagine; allinea uno accanto all’altro documenti, estratti contabili, testimonianze, deduzioni; il commentatore, dopo averla doverosamente letta, poteva rispondere secondo coscienza al quesito se le prove raccolte fossero risolutive oppure se fossero rimaste al livello di semplici indizi e quindi se il dispositivo di condanna fosse ritenuto giusto o sbagliato.
È ciò che dovrà fare - tra breve si spera - la Corte d’appello, ma che intanto è in facoltà d’esser fatto da qualunque cittadino e massimamente da chi si arroga di rappresentare un punto di riferimento importante per la pubblica opinione.
Purtroppo per noi l’ambasciatore non ha seguito nessuna delle due strade che gli stavano dinanzi: né quella di tacere né quella di affrontare di petto la validità giuridica della sentenza. Se infatti avesse scelto la prima avrebbe dato prova di pusillanimità, se avesse imboccato la seconda avrebbe dovuto dar ragione o agli imputati che si proclamano innocenti e perseguitati o ai giudici che li hanno ritenuti colpevoli e li hanno pesantemente condannati. E allora addio terzismo, il colpo sarebbe stato dato o alla botte o al cerchio e non a tutti e due, secondo la regola "terziaria" della quale il Romano è devoto seguace, anzi capofila.
Ha invece imboccato un sentiero laterale: un esame stilistico della sentenza per dimostrare la faziosità del Tribunale senza esaminare neppure di scorcio la questione capitale che era ed è - lo ripeto - quella di sapere se le prove della colpevolezza siano state raggiunte oppure no.
* * *
Nulla vieta, naturalmente, che si faccia anche l’esame stilistico, perché no? Ognuno ha i suoi gusti ed ha il diritto di esprimerli. Giovanni Sabatucci per esempio, sul Messaggero di quello stesso giorno, li ha manifestati e sono analoghi a quelli dell’ambasciatore; ma poi è arrivato al problema di sostanza ed ha concluso che la prova della verità giudiziaria il tribunale di Milano, a suo avviso, l’ha pienamente raggiunta. Sabatucci è uno storico serio e non porta la camicia sopra la giacca.
Ma torniamo all’ambasciatore. Che comincia il suo esame stilistico sostenendo che «i tribunali non fanno il ritratto caratteriale dell’imputato» .
Davvero? In realtà non è affatto così, l’esame caratteriale è un elemento essenziale per inquadrare «l’animus» dell’imputato; naturalmente non è una prova, ma entra direttamente in gioco per la concessione delle attenuanti o per l’irrogazione delle aggravanti. Vede, ambasciatore, forse in diplomazia queste cose non si apprendono, ma per chi ha un minimo di familiarità con la legge sono cose consuete.
Prosegue il Nostro: «I tribunali non rivendicano l’imparzialità della Corte». Ma dove sta scritto? Quella Corte è stata oggetto da parte della difesa di due istanze di ricusazione e sette di incompetenza; quei giudici sono stati insultati per tre anni di seguito in ogni udienza, sono anche stati platealmente presi in giro con una serie infinita di rinvii, mancate presentazioni in aula degli imputati, beffe palesi di stancheggiamento tese a prolungare il processo per mesi e per anni. Dove sta scritto che la Corte non possa rivendicare la propria imparzialità di fronte ad atteggiamenti sistematici che tendono a delegittimarne il giudizio? E ancora: «Nei buoni sistemi giuridici la motivazione della sentenza è un documento freddo e grigio... ». Bah, ogni giudice ha la sua prosa, c’è chi ce l’ha fredda e grigia, chi eloquente. L’importante, come lei stesso recita signor ambasciatore, è che la motivazione «descriva i fatti, allinei le prove, verifichi le responsabilità e applichi le pene previste dal codice penale».
Appunto, e ciò che quei giudici hanno fatto per quasi cinquecento pagine. Non le ha lette? Le legga e ci dica che cosa ne pensa. Finora non l’ha detto. Perché?
* * *
Ma poi, argomenta Sergio Romano, se la sentenza voleva proprio sconfinare nella storia, allora avrebbe dovuto descrivere il sistema di corruzione diffusa che ha caratterizzato per almeno dieci anni i rapporti tra governi, partiti, imprenditori, pubblica amministrazione. È quel sistema che bisognava denunciare. Lo fece Craxi in Parlamento accusando se stesso e chiamando in correità tutti gli altri suoi colleghi parlamentari e si ebbe in cambio il lancio di monetine. Se lo potesse rifare oggi - conclude l’ambasciatore - forse avrebbe migliore attenzione.
Dunque è questo che piacerebbe a Sergio Romano: l’ammissione d’una colpevolezza generale che fosse di generale lavacro. E infatti esorta Berlusconi a imitare l’ex leader dell’ex Psi: tutti colpevoli, nessun colpevole, tutti i cerchi e tutte le botti colpiti contemporaneamente e poi tutto come prima: che paradiso per i terzisti in marsina, monocolo e colletto duro.
Purtroppo per lei questo lavacro generale promosso da Berlusconi non ci sarà; significherebbe infatti da parte del nostro presidente del Consiglio dover ammettere che il capo del governo è un corruttore incallito, che ha pagato ed è stato pagato, che ha manipolato il mercato, che ha comprato le sentenze. Le pare possibile che lo ammetta nero su bianco? E resti poi a fare il presidente del Consiglio?
Non può farlo e non lo farà. Ma lei, signor ambasciatore, non ci ha detto ancora il suo parere su quella sentenza, sulle prove, sui documenti e sul giudizio morale e politico che lei ne ricava. A lei non piace l’enfasi dei magistrati. A noi non piace la sua totale afasia sulla questione capitale.
Perciò coraggio, ambasciatore, un po’ di coraggio anche se questo la obbligasse a schierarsi. Una volta tanto.
Post scriptum. Ancora una richiesta - e ancora me ne scuso - per l’ambasciatore: che cosa ne dice dello stile del presidente e dei membri di maggioranza della Commissione parlamentare su Telekom-Serbia? Hanno gli stessi poteri dell’autorità giudiziaria e assommano i due ruoli delle Procure e dei collegi giudicanti. Ma sono ridotti a funzionare come un ventilatore che schizza fango o peggio sugli avversari politici senza avere un solo straccio di prova. Le piace quello stile? Penso e spero che non le piaccia. Allora perché non lo scrive?
E ora una risposta a un articolo del Foglio che mi è stato riferito da un collega (personalmente non leggo mai quel giornale). Giuliano Ferrara chiede a noi di Repubblica perché non ricordiamo che, ove mai Previti avesse pur corrotto i giudici di Roma per favorire la conquista della Mondadori da parte della Fininvest, ci sia poi stato un accordo tra le parti per retrocedere Repubblica e L’Espresso alla Cir.
È vero, l’accordo ci fu perché bisognava stimare il valore dei rispettivi cespiti e cifrare i relativi conguagli. Ma la spartizione era già nella legge Mammì che faceva divieto a chi avesse il controllo di tre televisioni nazionali di possedere qualsiasi altro strumento di comunicazione.
Infine: lo stato di fatto precedente alla sentenza che si suppone sia stata comprata vedeva la Mondadori nelle mani del gruppo Cir-Espresso. La sentenza fece sì che la Mondadori passasse nelle mani del gruppo Fininvest. Se non si studiano bene le fattispecie si raccontano solo panzane e non è una bella cosa.
HA SCRITTO ieri Ilvo Diamanti a chiusura del suo articolo sui fatti francesi: "L'anomalia italiana non c'è più". Rimane naturalmente il triste primato - ancora e credo per sempre esclusivamente nostro - di un capo di governo che è al tempo stesso il monopolista dell'intero sistema di comunicazione televisivo; su questo punto non ci batte e non ci batterà nessuno. Ma per il resto, populismo, demagogia, tentazioni nazionalistiche o comunque euroscettiche, attacco ai corpi intermedi per annullarne o indebolirne l'autonomia, liberismo e dirigismo pasticciati insieme, non siamo più soli in Europa, anzi siamo in numerosa anche se molto scadente compagnia.
Restano ancora in piedi Schroeder e Blair, ma il primo è quanto mai pericolante, il secondo, lui sì, è anomalo e lo è sempre stato sia quando il pendolo oscillava verso sinistra sia ora che si è vigorosamente collocato a destra. Anomalo Blair perché anomala è ed è sempre stata l'isola inglese di fronte al continente europeo per un vasto ventaglio di cause a tutti note e che qui comunque sono fuori dal nostro tema. Il tema, tanto per delimitarlo con esattezza, riguarda l'effetto dei fatti francesi sull'Europa (e sull'Italia) e sulla sinistra europea (e italiana). Ce n'è d'avanzo.
In Francia è andato a fondo il Partito socialista dopo cinque anni di coabitazione forzata con un Capo dello Stato leader della destra ex gollista ma rigorosamente contro la destra xenofoba di Le Pen. Avevano governato bene i socialisti francesi ma questa circostanza, apparentemente fondamentale, non li ha salvati dal naufragio. Le cause, come concordemente rilevato da tutti gli osservatori francesi e stranieri, sono state due. La prima non riguarda soltanto i socialisti ma anche la destra chiracchiana, cioè l'intero establishment politico; riguarda la politica in quanto tale e si definisce con una sola parola: disaffezione.
La gente, avendo perso ormai da tempo il senso dell'appartenenza, ha preso in odio la politica e i politici. Essi a loro volta sono diventati da tempo autoreferenti e castali. Questi due mondi non si incontrano più.
Il risultato quantitativo emerge da due percentuali che dicono tutto: le forze di Chirac e di Jospin sommate insieme rappresentano il 36 per cento dei voti espressi e il 25 per cento degli aventi diritto al voto. Questa è la disaffezione. Si vota per chi si propone come non politico anzi antipolitico, vecchio o giovane che sia. Essendo caduto il sentimento di appartenenza, ciascuno pensa al proprio interesse, la percezione del bene comune è scomparsa dalle categorie mentali.
Quindi si preferisce l'antipolitico che interpreta la pancia della gente e i suoi supposti interessi primordiali. In questa situazione non c'è più posto per il socialismo. Quanto al neogollismo di Chirac, vincerà perché Le Pen è impresentabile e la "gauche" sarà costretta a votare per il suo avversario storico. Ma intanto il leader xenofobo ha fatto man bassa di voti popolari, operai, e "lumpen" e si prepara a lanciare l'arma del referendum anti-Europa. Sarà lunga questa storia, domenica scorsa ne è stata scritta solo la prima pagina.
Ma la seconda causa del naufragio socialista riguarda invece soltanto Jospin e il gruppo dirigente radunato intorno a lui: non sono stati riconoscibili e riconosciuti dalla loro gente che ha ritenuto, a torto o a ragione, che scegliere tra il capo del governo socialista e il presidente della Repubblica gollista fosse un inutile esercizio e un'inutile fatica. Conseguenza: sono rimasti al mare oppure hanno dato il loro consenso ai massimalisti di destra e di sinistra: nazionalisti, xenofobi, trotzkijsti; sedici candidati, sedici etichette, un supermarket di piccole ambizioni, di micro-ditte elettorali, specie a sinistra. Qui da noi ne sappiamo qualche cosa.
Ora l'Europa è direttamente minacciata nel suo spirito fondativo. Non dai proclami di Le Pen, almeno per ora, ma dalle pulsioni nazionali che la destra europea, anche la più moderata, ha portato sul proscenio. Ha ragione Prodi di allarmarsi ma i fatti sono purtroppo fatti. I Sedici dell'Unione, i Ventuno della Comunità, saranno d'ora in avanti altrettanti galli intorno ai tavoli del negoziato. La moderata destra spagnola per prima, l'Italia di Berlusconi-Tremonti-Bossi a pari merito, la Francia di Chirac in testa se non altro per disinnescare la miccia lepenista, Blair e la sua anomalia insulare. Vedremo tra poco Olanda e Germania ma ormai il giocattolo è rotto, ripararlo sarà estremamente difficile.
La sinistra europea, con il sogno socialdemocratico infranto, ha dinanzi a sé un compito immane: ricostruire un'appartenenza ideale che tenga insieme tutte le sue anime, ma anche darsi carico della modernizzazione nelle sue molteplici forme globali. Immaginare una politica riformista senza inseguire l'avversario. Negoziare con gli interessi senza divenirne schiava. Riportare la sua gente in battaglia senza abbandonarsi al massimalismo chiacchierone. Unificarsi senza chiudersi nel ghetto del settarismo. Rilanciare un disegno europeo che accresca la sovranazionalità ma non il dirigismo degli eurocrati. L'idea d'Europa sarà al centro della battaglia mentre non lo è stata finora in nessuno dei paesi che la compongono. Ma bisogna farne un'idea-forza, non una disputa astratta e lontana. Terribilmente difficile, ma vitale per la sinistra europea perché su questo terreno si gioca la sua rinascita o la sua definitiva estinzione.
La sinistra italiana, in mezzo a tanti errori, tante sconfitte, tante deplorevoli vanità di capi e capetti, ha però un vantaggio: da qualche mese le sue varie anime sono tornate in linea, hanno riscoperto il gusto della partecipazione, cominciano a capire che è finito il tempo di recriminare e di stracciarsi le vesti ed è venuto quello di ricompattarsi e marciare uniti. Ci sono ancora qua e là alcuni profetanti che reclamano vendette e invocano autodafé ma sono frutti fuori stagione perché oggi la strada da percorrere non consente alternative: modernizzare i diritti ed estenderli a tutti gli esclusi, così come hanno sentito ed espresso i padri e i figli affiancati gli uni agli altri al Circo Massimo il 23 marzo, nello sciopero generale del 16 aprile e come sarà ancora il 1[b0] maggio.
Estenderli nel lavoro, nella scuola, nell'economia, nell'informazione, nell'efficienza e autonomia della magistratura, nella crescita delle imprese. E investire sull'Europa, sulla sua identità passata e futura, sulla sua capacità di esprimersi unitariamente riconoscendosi negli ideali della libertà e della giustizia. La sinistra è questo o non è. I fatti francesi ne hanno dato drammatica conferma. Qui da noi si era capito già prima, Silvio Berlusconi aiutando. Si può pensare che proprio da qui il pendolo ricominci a muovere in direzione opposta? Talvolta i sogni si avverano se a sostenerli c'è l'umiltà di partecipare e l'orgoglio di costruire il futuro.
(24 aprile 2002)
E’un movimento ampio, quello formatosi, nelle ultime settimane, in opposizione alla guerra in Iraq. Coinvolge, nel nostro Paese, circa otto persone su dieci. Una su dieci in modo attivo, attraverso la partecipazione a manifestazioni per la pace. Un fenomeno che riflette l’atteggiamento verso il possibile conflitto, segnato da una netta (e crescente) contrarietà. Cresce, allo stesso tempo, il risentimento verso gli Stati Uniti, accusati di unilateralismo nell’attuazione della propria politica estera e considerati responsabili della povertà nel mondo. E’quanto emerge da un sondaggio realizzato da Eurisko, per Repubblica, su un campione rappresentativo della popolazione italiana. Circa otto persone su dieci (87-88%) si dicono, oggi, contrarie all’intervento militare statunitense in Iraq. Poco meno di sette su dieci (68%) non sarebbero d’accordo neanche in presenza di un pronunciamento favorevole del Palazzo di vetro. "Perché la guerra è sempre sbagliata": è questa, tra quelle fornite dagli intervistati, la motivazione più ricorrente (81%). Perché, secondo molti, ci sono modi più efficaci di affrontare la minaccia rappresentata dal regime di Saddam Hussein (46%). Ma anche perché la guerra fa paura, mette a repentaglio la nostra sicurezza, rischia di intaccare il nostro benessere economico (20%). Per queste ragioni, i cittadini manifestano una crescente disponibilità alla mobilitazione. Secondo modalità più o meno intense. Il 15% ha esposto al proprio balcone la bandiera con i colori dell’arcobaleno. Il 10% ha partecipato ad iniziative di natura pacifista, ed un altro 35% intende farlo nel corso delle prossime settimane.
Ma il consenso cresciuto attorno ai movimenti per la pace appare ancora più esteso se allarghiamo lo sguardo a chi, pur non partecipando direttamente, dichiara la propria vicinanza ai manifestanti. Complessivamente, il 55%, più di una persona su due, sposa le ragioni della moltitudine che, sabato 15 febbraio, ha riempito le strade della capitale. Il 26%, pur non condividendo tutte le idee espresse dalla manifestazione, pensa che le motivazioni siano comunque giuste. Senza considerare, quindi, una quota (esigua) di persone che non si esprimono, è il residuo 15% a mostrasi critico: il 9% si limita a considerare le manifestazioni legittime; mentre il 6% si dice totalmente contrario. Tuttavia, l’avvio delle operazioni belliche appare, ormai, imminente, e pochi sperano che le manifestazioni possano allontanarne la minaccia (37%). Una quota leggermente superiore pensa che la spinta dell’opinione pubblica e le iniziative di queste giorni possano, invece, ridefinire la rotta delle politiche governative (45%).
Le emozioni suscitate dal possibile conflitto contribuiscono, peraltro, a ridefinire il clima d’opinione nei confronti di alcuni tra i soggetti coinvolti dalla crisi irachena. L’apprezzamento dei cittadini si rivolge, soprattutto, alle posizioni tenute, in questi mesi, dal Vaticano. La Chiesa si propone, infatti, quale primo riferimento agli occhi dei cittadini (60%), e quasi il 30% afferma di provare una crescente fiducia nei suoi confronti. Si registra, per converso, un deterioramento dell’immagine del Governo e, soprattutto, degli Usa. Il 32% degli italiani ha, oggi, alla luce delle iniziative assunte in relazione alla guerra, meno fiducia nell’esecutivo. Allo stesso modo, il 39% dice di guardare con maggiore diffidenza verso gli Stati Uniti.
A questo proposito, sembra già molto lontano l’11 settembre 2001, quando, all’indomani degli attentati di New York, ben il 67% della popolazione percepiva una maggiore vicinanza tra le due sponde dell’Atlantico. La critica agli Usa sembra rivolgersi, in modo specifico, al ruolo della superpotenza sul piano internazionale: alla sua politica estera, colpevole, secondo la maggioranza del campione (55%), di non considerare gli interessi degli altri Paesi (mentre una porzione ben più bassa di intervistati, il 34%, la vede come una garanzia per la sicurezza mondiale); alla sua economia e alle sue imprese, considerate responsabili delle asimmetrie tra paesi ricchi e paesi poveri (59%). Appare contenuta, invece, l’opposizione alla cultura e ai costumi americani: solo il 32% vede nella loro diffusione un rischio per le nostre tradizioni. Si rilevano, infine, alcuni segnali di apprezzamento: il 36% considera gli Usa un esempio per la libertà e l’idea di democrazia; ben il 57% ammira il modello di sviluppo tecnologico ed economico.
La destra italiana ha un nuovo manifesto politico. Dentro ci sono più o meno tutti i suoi pensieri, i suoi giudizi e i suoi progetti. Lo ha scritto Ferdinando Adornato, ex comunista, ex occhettista, ex mariosegnista: oggi è uno degli intellettuali più vicini a Silvio Berlusconi. Il manifesto è contenuto in un libro di 280 pagine (edizioni Mondadori, euro 17) che si intitola “ la Nuova Strada”. Qual è la chiave di questo lavoro? Diciamo che sta nel tentativo di rimettere ordine nella confusione del berlusconismo e di dargli una struttura teorica e una prospettiva. Per fare questo si usano tre strumenti. Il primo è la critica alla sinistra, il secondo è il bushismo e il terzo è il pensiero unico. La critica alla sinistra è sistematica e riempie le prime 150 pagine del libro. E’ una critica radicale, feroce, che insegue i comportamenti e il pensiero della sinistra su tutti i terreni: lo stato, il mercato, la giustizia, la religione, l’etica, il senso di responsabilità, la pace, la guerra, la famiglia, il lavoro. Non da tregua. In alcuni momenti si sente che la critica è sincera, in altri è artificiosa, in altri ancora può persino essere convincente. E’ sincera quando è critica al radicalismo e all’antioccidentalismo. Adornato non è mai stato un radicale, neppure quando era comunista. Nel ’68 non era nel movimento studentesco: era negli uffici della Fgci, comunista ortodosso e riformista (ma allora non si diceva riformista, si diceva “riformatore”). Negli anni ottanta si schierò con la Thatcher quando fece la guerra all’Argentina. Non gli piacque mai la rivoluzione di Kohmeini. E’ sempre stato ad Occidente. La critica però diventa artificiosa quando serve a sostenere le posizioni dei cattolici tradizionalisti, che non sono mai state le posizioni di Adornato: e infatti le sostiene male. Ed è artificiosa anche quando assume l’incarico ingrato di difensore comunque di Berlusconi e della sua cultura politica (anche questa gli è estranea). Diventa invece una critica quasi convincente quando accusa la sinistra italiana di avere un solo punto fermo sul quale basa la propria forza: l’essere contraria alla destra. Cioè l’antiberlusconismo. E’ vero che questo è il tallone d’Achille della sinistra di oggi, che ancora non riesce a costruire e a definire un proprio modello di società. Però nel suo libro Adornato fa esattamente la stessa cosa: definisce la destra in quanto opposizione alla sinistra. Non va oltre.
Il secondo e il terzo punto fermo (bushismo ed esaltazione del pensiero unico) sono forse il risultato di questa debolezza. Nell’impossibilità di delineare un modello di destra italiana si ricorre a prodotti di esportazione. Bushismo e pensiero unico, in fondo, sono un po’ la stessa cosa. La teoria più coerente e completa del pensiero unico è quella contenuta nel famoso “documento strategico” scritto dallo staff di Bush nel settembre del 2002. Il libro di Adornato fa riferimento esplicito a quel documento e ne riprende l’ispirazione di fondo. Che in due parole è questa: all’Occidente tocca guidare il mondo, perché è l’Occidente che ha in mano le chiavi della democrazia e della libertà, della ricchezza e dello sviluppo. L’Occidente è uno solo, comprende l’Europa ed è a guida americana. La politica moderna è lotta per l’affermazione del primato dell’Occidente e dei suoi valori. Il pluralismo politico è ammesso, e anzi fa parte dei valori occidentali, ma deve restare dentro i confini di un non-pluralismo etico-morale. Cioè, in parole povere, è legittima la differenziazione ma all’interno di uno schema “unico” di valori e di pensiero che è quello occidentale-cristiano-americano e che va difeso coi denti. Per denti si intende sia il denaro che le armi.
La pace. L’idea di pace coincide con l’idea di espansione del modello liberista. La pace dei pacifisti è impossibile e pericolosa. La pace dell’equilibrio è cupa e porta alla rinuncia a grandi possibilità di progresso e di produzione di ricchezza. La pace moderna invece è legata indissolubilmente allo sviluppo, all’aumento della ricchezza e all’aumento dell’influenza politica dell’Occidente.
E’ un’idea di pace (pace-uguale-ricchezza) del tutto opposta a quella del tradizionale pacifismo cristiano. Diceva Francesco d’Assisi al suo vescovo che ne contestava il voto di povertà assoluta: “Se avessi una proprietà avrei bisogno anche di una spada per difenderla. Non voglio la spada e dunque rinuncio alla proprietà”. Francesco sosteneva che la violenza e la guerra sono legate all’eccesso di ricchezza. Qui si sostiene che solo l’eccesso di ricchezza può limitare le guerre.
La libertà. Adornato sostiene che il concetto di libertà che ha la destra è molto diverso da quello che ha la sinistra: la destra crede nella “libertà dallo Stato”, la sinistra nella “libertà dello Stato”.
Le tre sinistre. Quella cattolica dossettiana, quella gobettiana-liberal e quella ex-comunista. Cosa le unifica? L’anti-italianità, il solidarismo, lo statalismo. Su questo piano però il libro è un po’ confuso. Perché nella seconda parte del suo lavoro, Adornato sostiene che esiste anche una quarta sinistra, che è quella radicale e no-global, e dice che le prime tre farebbero bene a unificarsi ed a separarsi nettamente dalla quarta sinistra, che è la più pericolosa perché porta l’Italia fuori dall’occidente.
Sofri e Previti. Dice Adornato: nessuno di noi sa se Sofri è colpevole o innocente e nessuno di noi sa se Previti è colpevole o innocente. Perché c’è una grande alleanza di intellettuali e di politici a favore di Sofri e non c’è a favore di Previti (anzi, tutti vogliono che il processo vada avanti)? E’ un ingiustizia. Risposta (un po’ sciocca): Sofri è uno dei più importanti intellettuali italiani e Previti è un affarista. E’ logico che gli intellettuali si mobilitino per Sofri e gli affaristi per Previti. E così è (legittimamente). Riposta numero due (meno sciocca): Sofri è in prigione e Previti no. E’ logico che il movimento sia per la liberazione di Sofri. E’ impossibile, attualmente, liberare Previti.
Conflitto di interessi. Adornato sostiene questa tesi: Berlusconi è stato eletto. E’ vero che è in conflitto di interessi, ma che fare? Cancellare la sua elezione o impedirgli in futuro di presentarsi? No, sarebbe una ferita intollerabile alla democrazia. Costringerlo a vendere le sue televisioni? No, sarebbe una ferita intollerabile al diritto costituzionale di proprietà. Dunque la soluzione migliore (diciamo il male peggiore) è tenerlo così come è. La ferita alla democrazia c’è, ma è una ferita lieve e tollerabile. Ragionamento ineccepibile però un po’ debole.
No global. Tutto il libro è scritto per dire che chi delegittima l’avversario non ha rispetto per la democrazia liberale. Poi c’è una clamorosa contraddizione. Adornato dice che il movimento No-Global è un movimento nazista. Non è una esagerazione, dice così, alla lettera: nazista. E’ nazista padre Zanotelli? Sono nazisti i duecentomila scout che hanno sfilato a Perugia? E’ nazista l’Arci? E’ nazista don Ciotti? Sono nazisti Agnoletto, Casarini, eccetera? No, non lo sono: dare del nazista all’avversario politico - di destra o di sinistra che sia è un vizio brutto. Può anche rovinare un libro intero. Anzi, lo rovina senz’altro.
Cristo e il Che. Ve l’immaginate chiede Adornato Cristo a braccetto con Guevara? No, effettivamente no. Se oggi Cristo incontrasse Guevara cercherebbe di convincerlo che non è sparando che si ottiene la giustizia sociale. Però Adornato non si fa la seconda domanda: ve lo immaginate Cristo a braccetto con Berlusconi? No. Se oggi Cristo incontrasse Berlusconi cosa farebbe? Forse lo frusterrebbe, come fece con altri uomini d’affari, nel tempio, una ventina di secoli fa.
PS. Nel libro si parla di piazza San Venceslao, a Praga. Non esiste questa piazza: Venceslao era un re, non un santo. Un buon cristiano dovrebbe saperlo.
Per un commento si veda:
Eddytoriale n. 27
LA STOLTA brutalità della sortita di Berlusconi sulla Rai ha un unico merito (involontario): costringere anche gli ultimi distratti a sbattere la fronte sul conflitto di interessi. Il premier del paese, nonché proprietario di Mediaset, ha parlato da padrone della televisione pubblica, chiudendo il cerchio del più surreale accumulo di potere politico e mediatico mai visto in democrazia.
Che lo abbia fatto nella convinzione assoluta di essere nel giusto, e anzi di riparare a un torto «criminoso» (avere la Rai dato voce, fin qui, anche ai suoi oppositori), è l´ennesima dimostrazione di una visione del mondo faziosa e quasi paranoie.
Sia o non sia un regime quello che l´uomo di Arcore presiede, è comunque un potere ingordo e al tempo stesso insicuro: perché solo l´insicurezza e la paura possono spingere un capo di governo, per giunta forte di un solido consenso elettorale e parlamentare, a sbocchi di prepotenza così maldestri e trafelati.
Profittare di un microfono bulgaro per purgare i palinsesti non è una delle tante gaffes o volgarità alle quali questo viaggiatore ciarliero ci ha abituati (quando va all´estero perde le inibizioni, come gli impiegati in viaggio-premio). È uno sfregio che lo stesso Berlusconi infligge a se stesso e al proprio ruolo istituzionale, un´autoumiliazione così stupida e grave da far trasalire anche i suoi osteggiatori più acerrimi, che non hanno nemmeno la tentazione di divertirsi per l´inciampo, tanto pesante e allarmante, questa volta, è l´impressione di debolezza e arroganza (l´una conseguenza dell´altra).
Berlusconi vuole essere amato da tutti, senza eccezione alcuna. Questo demone mina alle radici il suo aplomb psicologico e semplicemente cancella la grande finzione che è l´anima della sua avventura politica, e cioè quella di essere un «moderato». Di moderato il nostro premier non ha nulla, a partire dalla smodatezza delle sue proprietà e del suo potere e dalla incapacità congenita di tollerare le critiche altrui e, con esse, i limiti del proprio ruolo. Il senso del limite è l´essenza stessa del moderatismo. E un presidente del Consiglio che usa il proprio mandato per regolare i suoi conticini privati con due giornalisti e un comico, oltre a dimostrarsi un poveruomo, dimostra di non avere idea neppure vaga del concetto di limite.
Ha poi provveduto la reggenza Rai, il giorno dopo, a speziare ulteriormente la frittata sconsigliando vivamente allo staff di Fiorello di invitare Fabio Fazio, ospite indesiderato. Neppure la scaletta dei varietà può sfuggire al regolamento di conti in corso. Il particolare sarebbe solo grottesco se non mettesse a nudo l´accanimento mediatico sul quale il berlusconismo ha fondato il suo verbo. Se non si è mai visto al mondo un premier che comunica urbi et orbi chi può esibirsi in prima serata e chi no, è perché non si è mai visto al mondo un premier partorito direttamente dal televisore. Viene il sospetto che la politica e il potere, per Berlusconi, siano solo un incidente per coronare il suo sogno televisivo: fare l´autore di sei palinsesti completi, cantare finalmente a reti unificate le canzoni di Trenet (povero Trenet), essere circondato e consolato da quegli applausi a comando che solo certi varietà garantiscono. Potersi esibire a rischio zero, al riparo dai fischi, per un pubblico di soli amici e sodali, è cosa che, tra l´altro, non accende la fantasia degli artisti, ma dei guitti in cerca di rassicurazione.
Al di là di ogni considerazione politica, nel fondo di questa patologia della personalità non si riesce a vedere nulla ma proprio nulla di buono e di rassicurante. Un capo che perde le staffe al primo sberleffo di palcoscenico, al primo editoriale ostile, è comunque un pessimo capo, qualunque sia il suo programma politico. È un capo debole, vulnerabile, facile preda dei suoi malumori e della sua ansia di vendetta.
Resterebbe da sperare che il suo staff sia sufficientemente munito da metterlo in guardia, supplicandolo di non occuparsi più, almeno in pubblico, delle scalette televisive. Ma c´è da temere che il suo staff sia stato allestito con gli stessi criteri che ispirano il Berlusconi padrone della Rai: fuori dalle scatole chiunque non mi onori e non mi ami.