«Con buona pace di tutti, voto politico e comportamento politico hanno larga autonomia rispetto a interessi materiali e economici». Per Massimo Cacciari questa è l'indicazione di fondo da trarre dal voto presidenziale americano. Perché la sinistra si è convinta troppo in fretta «che la politica si fosse separata dal cielo o dall'inferno dei valori». Che invece si ripropongono «da destra». Tanto che l'automatismo secondo cui l'aumento della partecipazione favorirebbe le aree progressiste è brutalmente scardinato. Dalla «paura».
Il dato più clamoroso è stato che la maggiore partecipazione al suffragio, l'allargamento della democrazia, è andato a favore di Bush anziché di Kerry, come molti si sarebbero aspettati...
I numeri mi sembrano impietosi. La partecipazione più alta è coincisa con una vittoria nettissima di Bush. Tre milioni e mezzo di voti in più, per di più in presenza di un aumento di dieci milioni di elettori nel paese, significano che Bush ha mobilitato anche strati popolari e in modo più consistente di Kerry. Bisognerà vedere quali settori della popolazione sono andati a votare per Bush: probabilmente gli americo-latini, i polacchi... certamente non gli afroamericani. Questo deve comunque far riflettere. L'automatismo tra aumento della partecipazione e voto al centrosinistra non c'è più. E' ora di finirla con i discorsi puramente retorici o ideologici. Anche se dovremmo già essere vaccinati, visto che nel 2001 Berlusconi ci ha battuto proprio tra le classi deboli su un programma di destra ultraliberista.
E in fondo il fenomeno berlusconiano anticipa anche Bush...
Insomma: la capacità di una certa ideologia o certi slogan della nuova destra internazionale nell'acchiappare il voto anche popolare, laddove questo è in palese contrasto con gli stessi interessi materiali di chi vota, è fortissima.
Nel senso che qualcosa di immateriale travalica gli interessi materiali?
Quale interesse può avere un portoricano nella riduzione delle tasse per ricchi? Con buona pace di tutti, voto politico e comportamento politico hanno larga autonomia rispetto a interessi materiali e economici.
La paura invece no?
In questo caso certamente ha contato tantissimo. Su questo ha battuto Bush per tutta la sua campagna: «Io sono il capo». E ha aumentato la deriva plebiscitaria autoritaria. Siamo nel pieno di un'ondata di questo genere: la funzione del capo è sempre più determinante per le scelte politiche dell'elettorato. Questo vale alla grande negli Usa, ma anche qui ci sono esperienze simili. E un'altra cosa fondamentale, sempre con buona pace di tutti, sono i soldi. Averne tanti a disposizione è un'altra delle variabili determinanti: nel mobilitare l'opinione pubblica, nel reclamizzare le idee e renderle senso comune. E la capacità di spesa repubblicana è stata infinitamente maggiore. Ormai è assodato che la disponibilità finanziaria è decisiva. Il che significa una democrazia sempre più oligarchica, condizionata da potentati economici. E in cui di conseguenza l'immagine del capo diventa di nuovo essenziale. E' la paura che porta a esigere il capo e lui rimane tale finché alimenta la paura.
Significa che la paura diventa una contraddizione materiale, forse la principale, da sconfiggere per vincere?
Bisogna sapere in modo disincantato che se il centrosinistra mondiale e la sinistra europea vogliono giocarsela contro questa nuova destra, devono tener conto di questo elemento. La paura materialmente esiste, se è vero che sposta a destra il portoricano povero, il messicano immigrato, quelli che materialmente sarebbero nostri. Bisogna sapere che la politica si porta dentro questa roba. Ci muoviamo in questo mondo, ci piaccia o no. Anche rispetto alla guerra in Iraq dobbiamo aggiornare questo ragionamento, perché fa presa il messaggio «siamo in guerra, allarme arancione». Funziona. E noi dobbiamo rispondere a questa paura, non semplicemente snobbarla e tentare illuministicamente di razionalizzarla coi discorsi. E' un compito difficilissimo, perché la sinistra europea non ha nemmeno gli strumenti culturali per comunicare in questo modo. Neanche Kerry ce li aveva, ed era americano: infatti non è riuscito a battere Bush, ad apparire il capo.
Secondo alcuni Kerry ha perso dentro una radicalizzazione dell'alternanza, altri criticano invece la sua rincorsa sul terreno moderato. Schemi vecchi?
Sì. Ormai il centro è tutto. Dove stanno più gli estremi? Questa geografia politica degli estremi dove per vincere dovevi conquistare il centro, tutta interna allo schema ottocentesco e novecentesco, è sfasciata. Tutte le forze si muovono in un crogiolo che ormai si determina sulla base di occasioni particolari, delle emergenze determinate. E' tutto trasversale. Dov'è il centro negli Stati uniti? Kerry cosa sarebbe, un pericoloso sinistro? Il ragionamento da fare è un altro: come corrispondere a determinate sensibilità, anche psicologiche, dell'opinione pubblica, e rappresentarle. La situazione è in rapidissima trasformazione: non hai più elementi di riferimento di classe, ideologicamente permanenti. E' tutto un mordi e fuggi. Poi avrà giocato a favore di Bush anche un forte richiamo a un ordine valoriale, no? La mobilitazione nei settori evangelici è stata evidentemente formidabile. E' avvenuta sulla base del grande richiamo etico. Anche su questo noi abbiamo sempre una chiave illuministico-razionalistica. Noi diciamo: «Ragioniamo». Lui invece dice: «Credi e segui». Pare sia stato più efficace il suo modo. E' una riflessione che dobbiamo fare bene e con un po' di spregiudicatezza: la sinistra forse troppo rapidamente si è convinta che la politica si fosse separata dal cielo o dall'inferno dei valori. E adesso te li ritrovi tra le palle da destra.
Come il fatto che 11 stati su 11 martedì abbiano detto no ai matrimoni gay...
Questo dovrebbe farci riflettere, anche per venire alle cosucce di casa nostra. Su Buttiglione, ad esempio, credo che i laici di Strasburgo abbiano commesso un errore bestiale. Silurandolo abbiano fatto un enorme regalo all'ideologismo fondamentalista. Non perché dobbiamo inseguire, per carità, ma perché dobbiamo avere anche noi delle proposte di valore, capaci di dare senso. Facciamo sempre discorsi di razionalizzazione, messa a punto, tolleranza, riconoscimeto delle differenze. Mentre il grosso dell'elettorato chiede decisioni, vuol sapere da che parte stai. Forse uno degli elementi di forza di Bush è stato questo: si capiva dove stava. La sinistra è stata per 15 anni portatrice di una visione rassicurante e razionalizzatrice, calcolatrice e amministrativa. Non è questo il modo in cui fanno politica i Bush e nemmeno i Berlusconi.
Rispetto all'irrazionale caccia alle streghe bisogna cioè rispondere «viva le streghe» senza troppe ciance?
Dobbiamo contemperare le due dimensioni, la politica come commisurazione dei mezzi al fine e la sua dimensione di valore e immaterialità. Dobbiamo riconoscere la fondatezza anche della seconda. E' naturale che in una situazione di grande inquietudine ci sia una domanda di rassicurazione, soprattutto da parte dei ceti deboli. E in questa situazione il rischio che prevalgano dimensioni demagogiche popopulistiche aumenta. Ma bisogna sapere che hanno una fondatezza, ragioni oggettive. Non possiamo semplicemente essere quelli che hanno l'aspetto dell'educatore, del razionalizzatore. Può andare bene in epoche tranquille, non in epoche di assoluto casino come quella attuale. Dobbiamo anche decidere, apparire in grado di comandare. C'è poco da fare: l'elemento decisionistico in politica, la sinistra non l'ha mai voluto capire. Guardiamo anche le riforme costituzionali: ogni volta che scatta un'idea decisionistica la sinistra frena. Invece il decisionismo non va necessariamente assunto come deriva populistica. O fronteggiamo anche su questo piano la nuova destra oppure subiremo sconfitte durissime. Pensiamo alla guerra: dopo l'Iraq, dopo 1.500 morti americani, con tutta l'opinione pubblica europea contro, che succede? Che vedi come l'opinione pubblica europea non conti nulla. Lo vogliamo dire anche questo? Sarà un problema anche per noi o lo è solo per loro? Oppure diciamo «che bello che le due sponde dell'atlantico si dividano». E' una tragedia, sai? E dovrebbe indurci ad affrontare anche le questioni internazionali in un modo più attento. Non è un problema di rapporto con Bush, ma con il popolo americano.
Da questo punto di vista non c'è il rischio che la dialettica politica diventi geopolitica, ovvero che si approfondisca una frattura con gli Usa?
La politica con P maiuscola è già geopolitica. Qui si apre un altro problema, che riguarda cosa farà Bush. Ma secondo me non continuerà con l'unilateralismo: sul fronte dei rapporti israelo-palestinesi, ma anche con l'Europa, cambieranno i toni.
Tuttavia la portata del risultato rinfocola gli argomenti di un certo antiamericanismo generalizzatore...
E allora siamo spacciati. L'amministrazione Bush ha dimostrato essere in sintonia con la sua opinione pubblica molto più di quanto non fossimo noi. E allora: modestia e sangue freddo, perché le democrazie oggi corrono davvero il rischio di prendere le derive di cui abbiamo parlato. Quindi registriamoci anche noi prima che sia troppo tardi. Ricordandoci che nel 2006 si vota anche in Italia, per quanto può valere. E che qui abbiamo un esponente non proprio di quart'ultima fila del neoconservatorimso mondale.
Anche se la verifica dei voti sospesi nell'Ohio fosse stata favorevole a Kerry, resta che le elezioni presidenziali più appassionate e partecipate degli Stati uniti hanno dato a Bush la maggioranza dei suffragi. Non una vittoria sul filo di lana, o forse della frode, come l'altra volta: stavolta Bush ha raccolto oltre 3 milioni e mezzo di voti più del suo avversario e questo conta al di là del macchinoso e inceppato sistema elettorale stato per stato. Il presidente uscente ha prevalso nell'opinione dei suoi concittadini nonostante abbia portato il paese in guerra con la menzogna, abbia attaccato l'Iraq con ogni mezzo illecito senza riuscire a sottometterlo, non abbia affatto abbattuto il terrorismo fondamentalista, abbia isolato gli Usa dalla maggior parte del mondo e, sul piano interno, non abbia un bilancio né brillante né popolare. Bush ha vinto nonostante tutto questo o forse proprio per questo. Forse bisognava prevederlo. Inutile dirsi che se l'intellettualità più avvertita della politica, dell'università, del giornalismo, del cinema è contro Bush, il resto del paese, l'America profonda o contadina è informata poco e male perché i media, specie televisivi, hanno fatto campagna per il presidente uscente. E' evidente che essi hanno toccato una corda profonda, quella di un paese che l'attentato dell'11 settembre ha colpito nella sua certezza di invulnerabilità e non si è fermato a farsi delle domande, ha voluto e vuole soltanto abbattere il suo nemico o i paesi in cui crede di riconoscerlo. Il Patriot Act dell'ottobre del 2001 esprimeva questa reazione viscerale, alla quale sono sacrificate anche quelle libertà della persona che negli Usa apparivano più care. Non che sia la prima volta, ma certo i morti ammazzati nel medioriente e lo stillicidio di perdite statunitensi che li accompagnano non stanno sollevando il meglio del sogno americano, una reazione simile a quella della generazione del Vietnam. Al contrario. Né ha molto senso osservare che se Kerry fosse stato più netto nella sua denuncia e nella sua alternativa avrebbe pesato di più: è bastato che avanzasse le sue modeste critiche perché gente che da una vita non andava a votare uscisse di casa per disinnescare il pericolo che vedeva in lui. Hanno vinto l'insicurezza e l'arroganza.
Questa di Bush non è tutta l'America, anzi la divide in due, ma è quella che da oggi per quattro anni conterà. E' un'ondata di fondo, conservatrice, egoista, nazionalista, bigotta, dalla quale si salvano poco più che New York, Chicago e la California - isole in un mare repubblicano. E' un'ondata che viene da lontano e non investe soltanto gli States; si propone come modello mondiale, da affermare con ogni mezzo. Non solo la superiorità del sistema finanziario, produttivo, tecnologico rispetto alle possibilità del resto del pianeta, blocco gigantesco di interessi indifferente agli squilibri e alle miserie e alla protesta che provoca, ma anche ricorrendo alla guerra. Una guerra che rispetto ai secoli scorsi ha cambiato natura. Dalla fine dell'Unione sovietica in poi gli Stati uniti non hanno rivali in grado di tener loro testa, e questo ha incrudelito nel medioriente quella che è apparsa la sola reazione a portata di mano, il terrorismo che dissangua anche se stesso e nega ogni possibile umana motivazione. Guerra e terrorismo sono figure della crisi di civiltà e dei paradigmi politici nella quale è finito il secondo millennio e inizia il terzo.
I tempi non sarebbero stati semplici neanche se Kerry avesse vinto. I più abili opinionisti, specie se ex di sinistra, si affrettano a dire che no, un Bush più forte saprà recedere dall'Iraq e reimmettere gli Usa nel multipolarismo, primo interlocutore quell'Europa che hanno tenuto in gran disprezzo. Non lo crediamo. Non lo crede quella pur grande minoranza di americani che gli hanno votato contro, non lo crede gran parte dell'Europa, non lo crede un Oriente martoriato e spinto agli estremi. Bush vorrà una resa, ma l'Occidente resta diviso e lo scontro continuerà a essere acerbo. Meglio saperlo.
Dopo l'11 settembre tutto è cambiato, gli Stati uniti imporranno la pace tra Israele e Palestina e riconosceranno lo stato palestinese per avere con sé gli stati arabi nella santa lotta al terrorismo: questa era la prognosi unanime dei «siamo tutti americani». Nulla di questo è avvenuto. L'escalation di Israele ha toccato livelli mai raggiunti, i territori dell'Anp sono frammentati, isolati e divisi da Tsahal, per la seconda volta i carri armati hanno invaso Ramallah e Betlemme con rastrellamenti e arresti, Sharon tiene sotto sequestro Arafat nella sede dell'Anp, da venerdì i suoi soldati sono entrati nelle sue stanze, in queste ore la situazione potrebbe precipitare in qualsiasi direzione, dallo scontro mortale alla cattura o espulsione.
Sharon fa quel che vuole, e quel che vuole è demolire leader, movimento e premesse di uno stato palestinese. Nulla gli interessa meno del piano saudita. Anzi utilizza gli attentati suicidi delle organizzazione palestinesi armate, che per Arafat non nutrono più alcuna fiducia dopo trent'anni di occupazione e di negoziati falliti, per portare a termine il suo disegno. Anche a costo dell'esistenza dei suoi, perché sa che a ogni giro di vite gli attentati aumenteranno. Ma questo gli darà la giustificazione per elevare il livello della guerra: non ha fatto sapere che finora ha usato una frazione assai modesta del suo potenziale militare? Chiuso in una specie di bunker con le milizie israeliane fuori della porta, al buio perché gli hanno tagliato l'elettricità, Arafat manda al mondo appelli che nessuno recepisce. Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite ha votato, beninteso con gli Stati uniti, quel che gli Stati uniti si limitano a chiedere a Sharon che receda dalle città occupate, non senza esigere da Arafat che fermi gli attentati. Cioè nulla. Ieri l'altro il vice di Cheney sosteneva che in verità la Palestina da sempre mira a distruggere Israele, ieri Powell, che sarebbe la colomba e il cervello dell'amministrazione Bush, si limita a farci sapere che «Arafat non verrà ucciso».
In questa Pasqua ebraica e cristiana nella terra santa del 2002, fra invasioni, esplosioni, sparatorie e sangue, si sta varcando una soglia di irreparabilità. I palestinesi possono venir uccisi o cacciati, ma Israele non sarà mai in pace nell'oceano arabo che la circonda. Lo sanno e lo dicono i refusnik. Perché non lo dicono Stati uniti ed Europa? Bush non ne ha né l'intelligenza né la prudenza. Oggi afferma che Arafat resta un interlocutore, domani che è un terrorista. Crede, e sembra che tutta l'opinione degli Stati uniti sia con lui, di poter regolare le cose come e al momento che vorrà. Anche se finora la sua strategia si è saldata nello scasso territoriale e il caos politico in Afganistan, nell'imprendibilità di Al Qaeda, nel no degli stati arabi a una nuova guerra all'Iraq.
Sarebbe l'ora che l'Europa cessasse di aspettare da Washington la soluzione dei problemi dei quali porta la responsabilità storica. E' l'Europa che ha reso impossibile per secoli agli ebrei di vivere nei suoi confini, e di aver trasformato il desiderio di quella nazione di avere una terra in una necessità dopo lo sterminio nazista, assecondato dall'Italia. Ma assegnando nel dopoguerra agli ebrei una terra alla quale li legava il Libro ma li separavano duemila anni, la si toglieva ai palestinesi che vi erano nati. Come potevano capire quell'innesto forzato? Toccavano all'Europa tutte le politiche di intervento e mediazione possibili per garantire gli uni e gli altri. Non le ha fatte, e Israele è da sempre sotto l'ombrello degli Stati uniti, a loro volta tenuti sotto sterzo dalla loro grossa comunità ebraica.
L'Europa parli almeno in queste ore terribili. Affermi, non dico come Peace now, ma Yeoshua e Amos Oz, che pure ormai detestano Arafat, che c'è una sola strada per garantire i diritti dei palestinesi e l'esistenza in pace di Israele - sanzionare la politica di Sharon, esigere il ritiro di Israele alle frontiere del 1967, riconoscere anche unilateralmente lo stato palestinese. Se non ha il coraggio di farlo il nostro poco nobile governo, che cosa impedisce all'opposizione di centrosinistra di presentare una mozione unitaria, netta e solenne, in questo senso? Forse sfonderebbe la maggioranza, certo premerebbe sull'intera sinistra europea e oltre. E non lascerebbe soli i molti e le molte che salvano il poco onore che ci resta cercando di interporsi fra un gigante armato e un popolo deciso a morire pur di ferirlo, perché ormai non ha più nulla da perdere.
PORTO ROTONDO
- Il segreto di Stato nel bunker di Villa Certosa vale anche per la magistratura. Per ora, nessun "estraneo" può entrare nella residenza blindata di Silvio Berlusconi, a Punta Lada, sulla costa di Porto Rotondo. Ma il caso è destinato a finire davanti alla Corte costituzionale: la Procura della Repubblica di Tempio, competente per territorio, ha deciso di presentare opposizione contro il divieto annunciato dal prefetto di Sassari, Salvatore Gullotta. Di fatto, l'autorità giudiziaria sta sollevando quello che i giuristi definiscono "un conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato". E l'intera faccenda fa nascere già altre polemiche politiche.
In questi giorni il sostituto procuratore Giovanni Porcheddu ha incontrato i legali di Berlusconi, notificando il decreto di ispezione dell'opera. Era l'ultimo atto dell'inchiesta aperta dopo diversi esposti e segnalazioni di ambientalisti e parlamentari sulla violazione della legge urbanistica e delle norme di tutela paesaggistica. I magistrati di Tempio volevano poter fare una serie di verifiche nella residenza estiva del premier. E a questo scopo il sostituto Giovanni Porcheddu aveva anche notificato ai difensori il decreto d'ispezione. La richiesta però è stata bloccata "per motivi di segretezza legati alla sicurezza nazionale". E se il prefetto ha negato qualsiasi contrasto fra organi dello Stato, la Procura ha scelto di far intervenire la Corte costituzionale.
Gli avvocati di Berlusconi si sono detti disponibili a spiegare la posizione del premier. Uno dei legali del premier, Niccolò Ghedini, esponente di Forza Italia, ha innanzitutto precisato che il decreto della magistratura riguarda la società Idra Immobiliare, proprietaria ufficiale della Certosa, e quindi sottolineato come l'intera questione interessi di fatto il rappresentante del governo e la Procura di Tempio. "Esiste ormai un problema tecnico-giuridico - ha aggiunto - Noi abbiamo ribadito massima disponibilità: l'intervento fatto alla Certosa è più che regolare, ben venga dunque il sopralluogo".
Nel frattempo diversi esponenti politici dell'opposizione hanno già protestato. Tra i primi, Ermete Realacci. Il rappresentante della Margherita ha sottolineato che in questo modo "in Sardegna continua l'ambigua telenovela sul segreto di Stato". "Proprio non si riesce a capire quale grave conseguenza verrebbe prodotto da un sopralluogo e da una verifica da parte della magistratura sui lavori svolti alla villa - ha rimarcato - Oppure si deve concludere che persino i magistrati possano attentare alla sicurezza nazionale?" "Più che di Stato, il segreto è di Pulcinella" ha invece commentato Marco Lion, deputato Verde della commissione Ambiente. "La scelta del prefetto è priva di motivazioni realistiche. Conferma solo che Berlusconi ha reintrodotto nel Paese odiosi privilegi per i potenti".
Una visione di Villa Certosa la trovate qui
Altre informazioni e qualche commento rovistando in questa cartella
Le foto sono tratte da “Ville esclusive & Resorts”, edito da Archideos, curato dal fotografo Giancarlo Gardin, scritto da Isabella Brega e Marco Biagi.
Gian Antonio Stella per Corriere della Sera-Magazine
Di camminare sulle acque, per ora, non gli era ancora riuscito. Ma SilvioBerlusconi non è uomo da perdersi d’animo. E si è fatto progettare nella sua tenuta di Porto Rotondo un breve camminamento a pelo d’acqua che solca il magnifico laghetto al centro del cosiddetto «anfiteatro» di duemila piante grasse. Per adesso si allena lì, per Tiberiade si vedrà. Plasmare la natura gli piace. E su questo ha trovato una splendida intesa con il suo Vanvitelli personale, l’architetto Gianni Gamondi, individuando un obiettivo apparentemente ambizioso messo nero su bianco: il «perfezionamento della natura naturans in natura naturata».
Non è che a Dio, infatti, vengano tutte giuste. Ad esempio, raccontano, il Cavaliere si ferma di tanto in tanto davanti a certe grandi rocce dalle parti dell’anfiteatro simil-greco e le guarda perplesso: forse, lavorando di mola e scalpello… Mica facile, correggere le imperfezioni altrui. Lui ci prova. E lo dimostra un libro straordinario in vendita nelle migliori librerie specializzate. Si intitola Ville esclusive & Resorts, è edito da Archideos, curato dal fotografo Giancarlo Gardin, scritto da Isabella Brega e Marco Biagi e illustra ville e giardini progettati dall’architetto Gianni Gamondi, figlio della nobile colonia italiana di Alessandria d’Egitto ma cresciuto, laureato e affermatosi a Milano.
Un libro prezioso. Tra le creature di cui va orgoglioso l’architetto ha inserito infatti, sia pure senza nominare il padrone di casa, l’intera tenuta Certosa di Berlusconi: dalla villa principale (progettata a suo tempo per il faccendiere Flavio Carboni, l’uomo sullo sfondo della misteriosa fuga del banchiere Roberto Calvi finita con la sua morte sotto il ponte dei Frati Neri a Londra) alle dependance, dal viale per gli ulivi all’«agorà», dalla torretta «in guisa di nuraghe» al museo dei cactus.
Risultato: non solo è per la prima volta possibile vedere pezzo per pezzo la residenza sarda del capo del Governo. Ma perfino una mappa della tenuta. Mappa quasi completa: la villa, la cascata, la casermetta, la torretta, la quercia, il lago, l’agrumeto, con i rilievi costieri e le quote altimetriche: tutto. Il che, diciamolo, è una curiosa bizzarria all’italiana.
Più leggendario di Tiberio. Tutte le piante dell’area, tutti i progetti, tutti gli atti procedurali che hanno portato alla realizzazione della Chambord smeraldina sono stati blindati ai primi di maggio, per motivi di sicurezza nazionale, da due decreti di Pietro Lunardi e Beppe Pisanu. Due decreti così segreti ma così segreti che i legali di Sua Emittenza, dopo averli mostrati ai magistrati che avevano aperto un’inchiesta su eventuali abusi edilizi nella tenuta (in larga parte sdraiata entro quella fascia di 300 metri dal mare sottoposta a vincoli rigidissimi, che la difesa contesta) si sono rifiutati di far fotocopiare. Un capolavoro: «i segreti di Stato» negati ai giudici e ai vigili urbani sono pubblicati a pagina 232.
Anche non ci fosse questa chicca, però, il libro sarebbe da non perdere. Vi si vede infatti crescere (con una certa elasticità sui permessi) una reggia vacanziera come, satrapi arabi a parte, non se ne vedeva da un po’. Una reggia che aspira a seguire il solco di villa Pisani a Stra, del castello di Chenonceau sulla Loira o della Villa d’Este di Tivoli voluta da Ippolito II. Paragoni spericolati? Neanche tanto, se un giornale amico come il Foglio è arrivato a paragonare la Certosa alla leggendaria domus Jovis, sul cucuzzolo di Capri, dove l’imperatore Tiberio (che per Tacito si vergognava a farsi vedere in giro per il «nudus capillo vertex», cioè la crapa sempre più pelata) si trasferì per governare Roma attraverso i segnali luminosi con l’avamposto militare di Punta Campanella da cui con quella specie di «telegrafo» antico arrivavano all’Urbe.
Certo è che le «migliorie apportate alla sua proprietà da un privato cittadino», come le ha descritte il portavoce Paolo Bonaiuti, lasciano senza fiato. Piazze circolari di mosaico, filari di antichi menhir, ettari ed ettari di erbetta inglese miracolosamente verde nell’aspra costa smeraldina, chiostri, saloni, piscine coperte e opere d’arte. Prime fra tutte una scultura in marmo di Cascella. Lo stesso che firmò il mausoleo ad Arcore dove un grande sarcofago destinato (fra uno o due millenni) al Cavaliere, è circondato da un sepolcreto con 36 posti e dove un dì Berlusconi invitò Montanelli: «Mi dice: lì andrà Marcello, lì Fedele, lì Emilio… Sarei onorato se anche tu, caro Indro… Gli dissi: Domine, non sum dignus».
Come il committente goethiano. Un solo paragone viene in mente agli autori del libro per descrivere tanta bellezza, Goethe: «Sta andando più o meno, come nelle Affinità elettive la costruzione di questo parco a Punta Volpe. “... A volte con i giardinieri e i cacciatori, più spesso con il suo amico e, di quando in quando da solo, percorse l’intera proprietà: dalle sue osservazioni si potè facilmente arguire che era un amatore e conoscitore di simili parchi e che lui stesso doveva averne creati parecchi.
Quantunque già avanti con gli anni, aveva un modo gioioso di prendere parte a tutte quelle cose che possono abbellire la vita e darle un senso. Fu in sua compagnia che le signore apprezzarono per la prima volta in pieno ciò che le circondava, il suo occhio esperto coglieva ogni effetto con straordinaria freschezza, e tanto più godeva delle sue scoperte, in quanto non aveva mai visto prima quei luoghi e quasi non riusciva a distinguere tra ciò che era opera dell’uomo e quel che invece era frutto della natura”».
Come non riconoscere nell’illuminato committente goethiano il lucido profilo del Cavaliere? «Si può tranquillamente sostenere che, grazie alle sue osservazioni, il parco si accrebbe e si arricchì. Egli sapeva già in anticipo quali risultati avrebbero dato le nuove piante che stavano crescendo. Non dimenticò nessun luogo, dove fosse ancora possibile mettere in risalto o aggiungere qualcosa di bello. Qui indicò una sorgente che, una volta ripulita, prometteva di diventare l’ornamento di un intero boschetto, lì fece notare una grotta che, sgomberata e allargata, avrebbe potuto consentire gradevoli soste, dal momento che sarebbe bastato abbattere soltanto qualche albero per godersi la vista di uno splendido ammasso di rupi. Fece gli auguri agli abitanti per il tanto lavoro che ancora restava e li esortò a non avere fretta, ma a conservarsi anche per gli anni futuri il piacere del creare e del sistemare».
Solo lì, sul «non avere fretta», i conti non tornano del tutto. Perché lui, Silvio il Magnifico, un po’ di fretta ce l’ha. E se non ha tempo di aspettare la crescita di un carrubo di mezzo millennio se lo compra, lo trapianta e ciao. Ma sul resto, parole d’oro: ed ecco infatti che, in nome della bellezza e del piacere, la fetida pozza del depuratore è diventata un placido laghetto, la cabina elettrica cilindrica un simpatico antico nuraghe con dentro un bagno con le vetrate trasparenti sul mare che «con un semplice scatto d’interruttore si polarizzano per garantire la massima privacy», la piazzola dell’eliporto una piscina circondata dai cactus. Per non dire del «capanno di cantiere riattato a bungalow per gli ospiti» (eccellente idea che copieremo tutti senz’altro in caso di grane con l’ufficio urbanistica), dell’anfiteatro in marmo o delle cinque piscine per la talassoterapia costruite, fotografate e pubblicate nel libro (magia!) prima ancora che arrivasse il via libera del Comune.
Il Cavaliere si distende così. È la sua nababbo-terapia. Centrata, per dirla con le auliche parole del libro, sul «gusto della scoperta e l’entusiasmo del riscatto di un antico palinsesto naturalistico». Ecco cosa mancava: il palinsesto!
Dagospia 11 Giugno 2004
PORTO ROTONDO. Sicurezza nazionale. Sull’approdo in costruzione a Villa Certosa non si può più mettere il naso. Si è fermata anche la Procura di Tempio che ha sospeso gli accertamenti avviati su ciò che accade a Punta Lada, a un’estremità del grande parco che ospita la villa privata del presidente del consiglio Silvio Berlusconi. Il decreto che impone il segreto di Stato è del ministero delle Infrastrutture.
Il decreto porta la data del 7 maggio. Il giorno prima la “Nuova” ha dato notizia e pubblicato le foto del cantiere in riva al mare. Stop informazioni, stop indagini. E avanti con i lavori per l’approdo coperto nel ventre della collina. In segreto. È il risultato del provvedimento del ministero guidato da Pietro Lunardi.
Della sua esistenza si è appreso soltanto ieri. Altrettanto vale per la sospensione dell’attività investigativa della procura della Repubblica, dove il caso villa Certosa è seguito dal sostituto procuratore Giovanni Porcheddu e dallo stesso Valerio Cicalò, il capo dell’ufficio.
Il decreto sarebbe stato emesso sulla base di una procedura avviata da una richiesta della presidenza del Consiglio. In quelle ore stavano partendo anche gli accertamenti della magistratura, investita del caso anche da un esposto delle associazioni ambientaliste Amici della Terra e Gruppo di intervento giuridico. Ipotesi: abuso edilizio nella fascia di protezione assoluta dei 300 metri dal mare. La Procura aveva emesso un provvedimento di ispezione dei luoghi, affidandolo con discrezione alla capitaneria.
Ora lo stop. Il decreto del ministero delle Infrastrutture classifica le opere di Villa Certosa come relative alla sicurezza nazionale. Il provvedimento, che tra l’altro fa riferimento a norme contenute in varie leggi antiterrorismo, consentirebbe di saltare le autorizzazioni edilizie comunali e regionali.
I lavori alla Certosa sono in corso da tempo. Grandi lavori la cui esistenza è stata rivelata dalla cattedrale di tubi Innocenti comparsa improvvisamente sulle rocce di Punta Lada e da un grosso pontone per lavori marittimi all’opera nelle acque antistanti. Sul fianco della collina, peraltro, erano visibili da chiunque navigasse nel golfo di Marinella diversi mezzi meccanici come escavatori e trivelle. Mezzi che sono stati occultati con un grande telone solo in seguito alla pubblicazione della notizia. Da quel momento, inoltre, l’area è stata isolata da alcune motovedette che tengono alla larga diportisti e pescatori.
Comune di Olbia e Regione hanno detto di non saperne niente né c’è stata alcuna reazione, né ufficiale né ufficiosa, che spiegasse il mistero della Certosa. Il grande cantiere in riva al mare ha comunque provocato reazioni forti. La prima è stata proprio quella degli ambientalisti. L’esposto è stato inviato allo stesso presidente del Consiglio e a due ministri, oltre che alla Regione, con la richiesta di esibire permessi e licenze. Sono state presentate anche diverse interrogazioni parlamentari. Una, dei Democratici di sinistra, firmata dai deputati Francesco Carboni e Pietro Maurandi, altre dei verdi Alfonso Pecoraro Scanio e Mauro Bulgarelli. Interrogazioni anche al presidente della Regione. Il gruppo Ds dice a Italo Masala che le norme di tutela della fascia dei 300 metri non possono essere violate per nessun motivo. Luigi Cogodi, di Rifondazione comunista, ha chiesto di fatto la demolizione delle opere in costruzione a villa Certosa ricordando l’intervento con cui, da assessore regionale all’Urbanistica, fece demolire la villa portorotondina del potente ministro Dc Antonio Gava. Masala gli ha risposto mercoledì in consiglio regionale: «Le leggi regionali in materia di urbanistica non possono essere violate», neppure «in nome di presunti interessi di sicurezza nazionale». Ha assicurato accertamenti da parte degli assessori competenti. Ma c’è lo stop.
PORTO ROTONDO.
Al Bunker della “Certosa” si dovrebbe accedere anche da due stradine realizzate a monte di Punta Lada, la penisola diventata ormai “off limits” per motivi di sicurezza dello Stato.
Dal mare alla montagna, dunque, l’eremo portorotondino del presidente del consiglio dei Ministri si è trasformato in un febbrile e affollatissimo cantiere.
Un eremo che dovrebbe essere pronto ad accogliere, a giugno, il presidente degli Stati Uniti George W. Bush nelle condizioni di massima sicurezza. Per visionare i lavori Silvio Berlusconi vola nell’isola non appena gli impegni di Governo lo consentono. Uno degli accessi a monte è già presidiato dalle forze dell’ordine.
L’altro, quello quasi ultimato, è il preferito da Silvio Berlusconi. Lo scoprì, casualmente, un cronista nell’estate 2003, durante i giorni del vertice smeraldino tra Vladimir Putin e Silvio Berlusconi. Il giornalista, inconsapevolmente, si avventurò su un tratturo di campagna che serpeggiava tra il cisto rinsecchito e la macchia mediterranea che ricopre il promontorio tra Ladunia e Punta Lada. Sul vecchio cancello d’ingresso, realizzato con assi di legno e una rete da pollaio, c’era scritto a mano “F.lli Deiana”.
I vecchi proprietari di buona parte dei terreni di Porto Rotondo.
Fatti pochi passi, resi pesanti da un’afa asfissiante, il sudato cronista venne però bloccato da cinque uomini in minetica blu, cappuccio calato sul volto, giubbotto antiproiettile e mitra. Sbucati dal nulla.
«Questa è zona vietata, non si può passare» dissero gli agenti dell’antiterrorismo dopo aver controllato l’identità dello stupefatto cronista. Primavera 2004.
Quel vecchio tratturo di campagna - utilizzato nell’estate 2003 da Vladimir Putin e Silvio Berlusconi per raggiungere indisturbati i cronisti assiepati all’”Abi D’Oru” per la conferenza stampa -, è diventato una autostrada. Con tanto di bocchette antincendio e predisposizioni per apparecchiature elettroniche di rilevamento. Porta dai confini della proprietà di Silvio Berlusconi ad una scorrevolissima strada asfaltata.
Quella fascia di terreno, che per oltre due anni è stata una servitù di passaggio che il Cavaliere aveva ottenuto dagli eredi Deiana, pare sia ora passata nella disponibilità piena della “Idra spa”, la società immobiliare che gestisce la “Certosa”, la faraonica e multifunzionale villa del presidente del Consiglio dei Ministri.
Sarebbe, quella stradina appena trasformata in una scorrevole strada sterrata, una della quattro uscite di sicurezza dall’immensa proprietà di Berlusconi che una squadra di tecnici e muratori sta approntando al pari della grotta-approdo a prova di bomba in corso di realizzazione sul golfo di “Marinella”. Cercare conferme anche su questo fronte è praticamente impossibile. Il primo degli accessi a monte della “Certosa” è stato blindato dalle forze dell’ordine, mentre quello in questione lo sarà tra breve, il tempo materiale perchè la notizia sia di pubblico dominio.
«Non ci risulta alcuna trattativa con terzi», dice uno degli eredi della famiglia Deiana. Che Silvio Berlusconi fosse da alcuni anni personalmente interessato a quella stradina, necessaria per completare il sistema di sicurezza passiva del compendio della “Certosa”, lo sapevano in pochissimi. Il riserbo è d’obbligo, trattandosi della sicurezza del Premier, dei familiari e dei suoi ospiti.
C’è un’ appendice sarda nella confusione di ruoli che caratterizza l’ azione di Berlusconi.
La sua villa in Gallura - al centro dell’attenzione per i misteriosi lavori in corso - è da tempo scenario dove privato e pubblico s’intrecciano continuamente.
Le storiche sedi istituzionali della capitale sono sempre più in disuso. Le decisioni che contano sono prese nel mare di Olbia e a palazzo Grazioli a Roma. Come dicono le cronache politiche, omettendo di far notare che la bella casa in via del Plebiscito è la dimora privata del presidente.
Equivoco conveniente per il premier che come il signore degli antichi regimi lascia passare l’idea che tutto avviene sempre sotto i suoi occhi. Che gli ospiti illustri in visita di Stato sono i suoi ospiti. Come quando il potere era amministrato senza e un preciso confine tra dimore private e sedi istituzionali, spesso coincidenti. E il principe era poco propenso a fare e a dire fuori dalle mura domestiche: i palazzi pensati come organismi autosufficienti erano più comodi e sicuri di qualsiasi altro luogo a cui si conferiva qualche valenza pubblica
Le moderne democrazie smettono le antiche consuetudini e si dotano di più sedi ufficiali per accogliere le diverse autorità. Le decisioni che riguardano la collettività è bene siano assunte nei luoghi deputati: non solo per ragioni connesse ad un nuovo ordine politico e protocollare ma diciamo per motivi di stile. Che peraltro gli splendidi palazzi pubblici italiani assicurano.
Ecco l’impressione è che in Italia è che ci sia un ritorno ai comportamenti degli antichi regimi.
A proposito della villa in Sardegna, le cronache recenti, con eloquenti fotografie, raccontano di un poderoso fabbricato realizzato in spregio alle norme urbanistiche, nella fascia di rispetto, a due passi dal mare. Ed è curioso che a distanza di giorni questi lavori siano ancora inspiegati.
Questa inosservanza delle leggi vigenti in Sardegna parrebbe dipendere da superiori ragioni di sicurezza. Che in questa temperie sono irrinunciabili, si capisce. Ma una violazione al paesaggio costiero non era inevitabile. Che appare impertinente, fuori luogo, anche ai più strenui difensori di Berlusconi. Ma non è tanto il danno ambientale che colpisce - grave, ma c’è di peggio nelle coste sarde - quanto l’atto impudente e noncurante di quelle regole valide per tutti, un altro degli indizi della”egocrazia” del premier di cui parla Franco Cordero.
E se si utlizzassero le strutture dello Stato già dotate di adeguati sistemi di sicurezza per gli incontri tra grandi della Terra ? Quanto alla sicurezza delle vacanze, non è immaginabile che ogni alta o piccola carica istituzionale attrezzi la propria abitazione al mare, in montagna in danno del paesaggio (si pensi alla sobria scelta di Ciampi a La Maddalena!).
E ancora: Berlusconi è presidente pro tempore. Non è Cosimo dei Medici che per ragioni di sicurezza - sua e dei suoi discendenti - collegava i suoi palazzi fiorentini vecchi e nuovi con l’elegante corridoio disegnato da Vasari. Senza chiedere il permesso e senza offrire spiegazioni.
Berlusconi - ci auguriamo - è provvisoriamente capo del governo. E dispiace immaginare che quell’ ulteriore danno al paesaggio gallurese possa stare li per sempre. Anche perchè non è, purtroppo, il corridoio vasariano.
Pochi giorni fa: L'ultima spiaggia di Silvio
Depression Hits Robinson Crusoe's Island by Mrs. Mary Atterbury
"Friday," said Robinson Crusoe, "I'm sorry, I fear I must lay you off."
"What do you mean, Master?"
"Why, you know there's a big surplus of last year's crop. I don't need you to plant another this year. I've got enough goatskin coats to last me a lifetime. My house needs no repairs. I can gather turtle eggs myself. There's an overproduction. When I need you I will send for you. You needn't wait around here."
"That's all right, Master, I'll plant my own crop, build up my own hut and gather all the eggs and nuts I want myself. I'll get along fine."
"Where will you do this, Friday?"
"Here on this island."
"This island belongs to me, you know. I can't allow you to do that. When you can't pay me anything I need I might as well not own it."
"Then I'll build a canoe and fish in the ocean. You don't own that."
"That's all right, provided you don't use any of my trees for your canoe, or build it on my land, or use my beach for a landing place, and do your fishing far enough away so you don't interfere with my riparian rights."
"I never thought of that, Master. I can do without a boat, though. I can swim over to that rock and fish there and gather sea-gull eggs."
"No you won't, Friday. The rock is mine. I own riparian rights."
"What shall I do, Master?"
"That's your problem, Friday. You're a free man, and you know about rugged individualism being maintained here."
"I guess I'll starve, Master. May I stay here until I do? Or shall I swim beyond your riparian rights and drown or starve there?"
"I've thought of something, Friday. I don't like to carry my garbage down to the shore each day. You may stay and do that. Then whatever is left of it, after my dog and cat have fed, you may eat. You're in luck."
"Thank you, Master. That is true charity."
"One more thing, Friday. This island is overpopulated. Fifty percent of the people are unemployed. We are undergoing a severe depression, and there is no way that I can see to end it. No one but a charlatan would say that he could. And if any ship comes don't let them land any goods of any kind. You must be protected against foreign labor. Conditions are fundamentally sound, though. And prosperity is just around the corner."
[First appeared in the Industrial Worker, Feb. 9, 1932; text taken from Joyce L. Kornbluh, ed., Rebel Voices: An IWW Anthology, Ann Arbor, Michigan State Univ. Press, 1964]
ROMA
«Arrigo Boldrini sottolinea un tema vero, delicato, preoccupante. C’è una spinta in una larga fetta della maggioranza che tende al revisionismo. Questo non è ammissibile». È un appello accorato, quello di Oscar Luigi Scalfaro. Un appello al Parlamento e alle massime istituzioni del Paese per mantenere in vita la memoria della Resistenza. E per ripristinare il contributo statale a sostegno dell’Anpi che si appresta a festeggiare il sessantesimo anniversario della Liberazione. Il presidente dell’associazione dei partigiani, sulle pagine di questo giornale, ha sollevato il problema: il centrodestra ha bocciato al Senato lo stanziamento di 3 milioni di euro per le celebrazioni, e contemporaneamente votato il riconoscimento di «militare belligerante» per gli ex repubblichini di Salò.
«Due episodi a torto considerati minori, ma che hanno un forte valore simbolico e pratico, avvenuti entrambi in Parlamento - spiega Boldrini -. Ecco perché appare difficile non ipotizzare che dietro questi fatti ci sia un preciso disegno politico per farla finita per sempre con il ricordo di pagine storiche che a taluno possono risultare indigeste».
Presidente Scalfaro, Boldrini denuncia le manovre del governo Berlusconi. Sostiene che la Resistenza potrebbe essere cancellata. Come valuta l’improvvisa decurtazione dei fondi assegnati all’Anpi? Corriamo davvero il rischio di un azzeramento del 25 aprile?
Esiste, ed è vero, una spinta sotto traccia, lenta ma forte, da parte della maggioranza che cerca di cambiare la carte in tavola della nostra storia. Non tutta la maggioranza, sia chiaro. C’è, tuttavia, una fetta della coalizione di governo che tende al revisionismo. Questo non è accettabile. Soprattutto a ridosso di un anniversario importante come i sessantanni che ci apprestiamo a celebrare. Una pagina cruciale nel cammino di libertà e democrazia del Paese. Una pagina che segnò la grande resurrezione dell’Italia. Fu la fine della guerra, il ritorno della pace, il ritiro di un esercito occupante che non si era limitato ad una guerra convenzionale, ma aveva massacrato cittadini inermi, facendo scempio del concetto stesso di umanità. I valori della patria non possono, non devono essere logorati. Sarebbe uno stravolgimento imperdonabile.
Non crede che sarebbe necessario ribadire temi quali libertà e democrazia a fronte di una guerra in cui il nostro Paese è coinvolto?
Ne sono convinto, oggi più che mai perché di tratta di un momento storico particolarmente delicato. Sul piano internazionale l’Italia sta offrendo con grande sofferenza il proprio sacrificio di vite umane: militari e civili hanno già perso la vita in una guerra contro una dittatura senza dubbio sanguinaria. Ma l’adesione al conflitto non rispetta lo spirito dell’articolo 11 della nostra Costituzione che andava e va, invece, rimarcato.
Lei presiede anche l’Istituto per la storia del movimento di Liberazione in Italia. Avete in serbo delle manifestazioni per il 2005?
Il nostro progetto è partire ai primi di aprile dalla Puglia, seguendo la linea storica della Resistenza. Un percorso fatto di sangue, morti, torture, miserie ed atti eroici fino a raggiungere Milano dove esplose la Liberazione. Si tratta di un percorso sul filo della memoria e in difesa delle radici storiche del Paese. Stiamo parlando di una delle pagine più importanti della nostra vita. Faccio un appello: non mortifichiamo ciò che di grande, di straordinario e di umano è nel nostro patrimonio. Guai a non difendere il passato. Guai a spegnere i valori che ci guidano, lo spirito della libertà, la Costituzione nata dal sacrificio di molti, dal dolore di un intero popolo.
C’è un altro aspetto denunciato da Boldrini e dall’Anpi, e sottoscritto volontari per la libertà, dall’associazione degli ex deportati politici nei campi nazisti, dai perseguitati politici antifascisti. Riguarda un disegno di legge di An approvato dalla commissione Difesa del Senato che riconosce come legittimi belligeranti gli appartenenti all’esercito della sedicente repubblica sociale italiana. Fatto gravissimo, non crede?
Norme antigiuridiche non possono diventare giuridiche all’improvviso. Così come ciò che era illegittimo non può acquisire legittimità solo perché sono trascorsi molti anni. E’ vero, il tempo è passato, ma la storia non può essere ristrutturata a piacimento da un gruppo di revisori.
Presidente, che memoria conserva delle celebrazioni per il cinquantesimo anniversario della Liberazione?
Ero Capo dello Stato e avevo accanto una commissione autorevolissima presieduta dal senatore Gerardo Agostini, e della quale faceva parte lo stesso Boldrini. Ci impegnammo con una somma rilevante perché le celebrazioni fossero degne di un anniversario così importante. Partecipai a tutte le manifestazioni e conservo ricordi emozionanti perché difendere le radici significa difendere il futuro.
Continuerà, dopo la visita di Blair, il vai e vieni di ministri e cortigiani nelle case di Berlusconi in Sardegna. Nuove immagini evidenziano lo sfoggio autocelebrativo degli insolenti addobbi del grande parco di parata a Punta Lada. Mentre emerge con nitidezza il disegno, curato nei dettagli, di fare apparire le case di proprietà del presidente come gli scenari veri dell'azione di governo. Un'altra prova per gli analisti della politica italiana che scrivono da un po' a proposito di «riforme istituzionali implicite», di «presidenzialismo preterintenzionale», di «egocrazia» ecc. Nella casa sarda e in quella romana si ostentano comportamenti - le cronache sono ricche di gustosi particolari - che riportano ad altri tempi. A lungo il potere è stato gestito senza che vi fosse un chiaro confine tra dimore private e sedi istituzionali. Le stanze private di splendidi palazzi e ville suburbane hanno fatto da sfondo a decisioni che hanno influito in modo rilevante sulla vita pubblica, e decretato la sorte di uomini che ne ignoravano le fattezze.
Il principe, più o meno illuminato, aveva poco piacere a manifestarsi fuori dalle mura domestiche. Il suo palazzo era più bello, più comodo e rassicurante di ogni altro luogo vagamente pubblico. Ogni stanza e ogni occasione - un pranzo di gala, una festa da ballo, una notte d'amore - erano buone per prendere decisioni.
I moderni governi, abbandonate le ambigue consuetudini, si dotano di più sedi ufficiali per accogliere le diverse autorità. Le decisioni che riguardano la collettività è meglio che siano assunte in luoghi deputati, distinti e riconoscibili: per ovvie ragioni anche connesse ad un ordine simbolico e protocollare. (Nessuno però ha mai creduto a processi decisionali formati esclusivamente in sedi pubbliche ma un qualche rispetto della forma è stato in qualche modo assicurato).
Negli ultimi tempi è successo che in Italia le sedi istituzionali siano sempre più ostentatamente marginali nell'attività politica (anche le sedi dei partiti e le hall degli alberghi romani ormai frequentati da politici di secondo piano). Tutto, proprio tutto succede tra palazzo Grazioli a Roma e le ville in Sardegna (sempre meno ad Arcore). Che spesso ospitano appuntamenti che assumono un significato pubblico tutt'altro che marginale, nonostante si tenga a precisare che si tratta di incontri tra amici come quest'ultimo con Blair. La prima riserva è sulla opportunità che passi l'idea che l'Italia non disponga di sedi all'altezza delle necessità (che, ad esempio, il palazzo già degli eredi Chigi sede della presidenza del Consiglio sia inadatto alle funzioni di rappresentanza). E che solo grazie ad un presidente molto ricco, un grande paese possa assolvere i doveri di buona ospitalità senza sfigurare.
La seconda riserva riguarda l'ostentata e procurata confusione che suscita questo modo di fare (ascritto alla vanità e sottovalutato dalle opposizioni). Sbaglia però chi pensa che sia frutto di improvvisazione. L'equivoco è utile (non all'Italia: a Berlusconi). «Il premier ha incontrato questo e quello a palazzo Grazioli e villa Certosa», titolano tg e giornali (tutto maiuscolo), omettendo di dire che quel palazzo, quella villa sono casa sua. La precisazione è sottintesa, (non è elegante) e va bene così.
C'è infine l'aspetto dell'informazione o dei filtri che possono assicurare queste addomesticate condizioni. Situazioni a prova di imprevisti, al paro dalla presenza di indesiderati, e al popolo si potranno proporre le immagini che la regia dirà. Ciò che accade nelle sue case attraverso le sue tivù.
Tutto già visto tanto tempo fa. Non serviva più o meno a questo il corridoio progettato da Vasari per i Medici che a Firenze potevano così comparire in un palazzo o nell'altro, quello vecchio e quello nuovo, al momento più opportuno?
Ma Blair? Si sarà sentito a disagio, si spera , in questa sguaiata messinscena in terra sarda, spinto paradigma del gusto degli arricchiti (ben evidenziato dal confronto con l'assestata sobrietà della vecchia fattoria dei Guicciardini in Toscana sede principale della sua vacanza in Italia)? Con la questione non chiarita delle autorizzazioni dei lavori, ancora coperte da segreto di stato, il premier di un paese rispettoso delle regole (i suoi connazionali non conoscono il termine abuso edilizio) avrebbe forse preferito un rapido incontro in una sede istituzionale. Pensando ai suoi connazionali appunto, che non apprezzano le esuberanze sprecone e sono ben sicuri che nell'appartamento di Downing Street, di proprietà pubblica, gli inquilini pro tempore non spostino neppure i mobili.
Cliccando qui, la galleria completa delle fotografie scattate il 16 agosto 2004, da la Repubblica online
Vi consiglio l'interpretazione di Votantonio
La lampada Naska Lux. Quando insegnavo più d’una volta me la sono portata appresso, per la lezione di apertura del corso nel quale studenti appena immatricolati avrebbero svolto i loro primi esercizi progettuali. L’attaccavo con il morsetto al mio tavolo. Averla sotto gli occhi dava spunti per opportune considerazioni introduttive. Ideare un prodotto di quel genere ha parecchio in comune con il disegnare un’architettura. È già il vocabolario a suggerirci l’affinità, quando definisce il progetto un complesso di studi, calcoli e disegni i quali determinano la forma e le caratteristiche d’una macchina, d’un edificio o di un’altra struttura. Quello architettonico, per quante particolarità specifiche abbia, presenta analogie inevitabili con progetti d’altro genere.
L’esempio della lampada rende immediatamente evidente quanta parte del lavoro dei progettisti sia dedicata alle necessità della vita di tutti i giorni, molto più che a richieste eccezionali. Sollecita gli architetti a considerare la loro attività anche come servizio utile per contribuire a rendere sempre migliori le condizioni dell’abitare. Guardando la lampada, chi non comprenda fino in fondo funzioni e relazioni reciproche dei pezzi che la compongono, riesce comunque a farsi un’idea del perché sia costruita in quel modo. Non è difficile riconoscere quali elementi la sostengano e le diano stabilità, quali consentano di spostare e orientare la fonte luminosa o ne riflettano i raggi per inviarli verso direzioni determinate.
La lampada Naska Lux è un bell’esempio del progettare una cosa disegnandola in modo che si capisca com’è fatta, principio da ritenere valido anche per gli edifici. Va contro lo sconsigliabile andazzo di badare più all’apparenza e meno alla sostanza, di camuffare oggetti in travestimenti pretenziosi, che vorrebbero farli sembrare più di quel che sono e viceversa si rivelano spesso avvilenti. L’austera semplicità della progettazione funzionale non esclude affatto la voglia di divertirsi e giocare. Esclude piuttosto di divertirsi alle spalle e a spese di altri. Qualcuno potrà trovarci un pizzico di troppo d’intento pedagogico, alla maniera di certi mirabili giochi montessoriani predisposti per stimolare l’apprendimento dei bambini; ma non è male che con la chiarezza costruttiva si aiuti il pubblico a scegliere meglio tra i prodotti che gli vengono offerti e, dopo averli comprati, a usarli in modo appropriato.
Arrivavo all’università avendo in mano quella lampada anche perché era pieghevole; trasportarla era comodo e non mi pesava. Chi l’aveva ideata si era preoccupato del costo di fabbricazione, ma pure di quelli del trasporto e dell’immagazzinaggio, che tanto incidono sul prezzo. I conti vanno fatti preventivamente molto bene, se si vuole seriamente mettere a punto un progetto, anche architettonico, e fargli avere buona riuscita. Non è detto però che la soluzione più economica sia in ogni caso la più conveniente, né che alla più dispendiosa corrisponda davvero più qualità. Di lumi, per esempio, ce ne sono di belli anche se fatti di carta; dureranno meno, però sono a buon mercato. E con tante elegantissime posate in acciaio, vale la pena d’invidiare chi le possiede d’argento? Il costo è un elemento di giudizio. Pare che Herman Hertzberger, celebre anche per essere autore di edifici scolastici esemplari, a chi gli faceva l’elogio d’una scuola realizzata da un altro architetto, il quale merita meno di essere famoso, abbia ribattuto: «Ma con quanto lui ha fatto spendere in una sola volta, di scuole come le progetto io se ne costruiscono tre!».
Per avere grandi quantità di oggetti a prezzo ridotto oppure, a parità di costo, di qualità migliore, l’industria li produce in serie, scomponendoli in pezzi fabbricati separatamente, da mettere insieme con operazioni di montaggio. È un procedimento nel quale la ricerca del risparmio viene di frequente a coincidere con la ricerca d’una forma che renda comprensibili la costruzione e il funzionamento d’un oggetto. Per molti prodotti la scomposizione in elementi da montare consente economie di manutenzione. Se c’è un danno o un guasto basta sostituire i pezzi rotti o usurati. Inoltre, adoperando uno oppure un altro dei pezzi studiati per svolgere una stessa funzione in condizioni differenti, il medesimo oggetto può essere usato in tanti modi. Per la lampada Naska Lux diversi tipi d’attacco e d’appoggio permettono di fissarla a una parete, a un piano orizzontale o inclinato, addirittura a un altro oggetto come una vecchia macchina da scrivere, di darle una base spostabile su un tavolo o un sostegno che parta da terra. La troviamo in ambienti d’ogni genere, dentro le case e nei luoghi di lavoro, in una sala di biblioteca e sul bancone d’un artigiano. All’incirca in un mezzo secolo trascorso da quando venne messo a punto questo modello, se ne sono venduti almeno venti milioni di esemplari. Chi s’accorge del tempo passato? Questa lampada lo ha attraversato conquistando quella refrattarietà alle mode che ottiene un bell’oggetto funzionale verificato da tanto calorosa accoglienza da parte del pubblico.
Altro oggetto altrettanto collaudato è la seggiola che insieme con la lampada si vede nella fotografia della stanza che mio figlio Luca aveva a casa nostra quando abitava in famiglia. È uno dei più diffusi tra i numerosi tipi in legno curvato inventati e fabbricati dalla ditta Thonet, prediletto da Le Corbusier, il quale lo mise nell’arredo del padiglione dell ’Esprit Nouveau, delle abitazioni sperimentali alla mostra del Weissenhof, della Cité de Refuge per l’Esercito della Salvezza, della residenza per studenti svizzeri all’Università di Parigi, d’una casetta per i fine settimana, persino nelle prospettive disegnate di costruzioni non realizzate. Aveva progettato mobili lui stesso, ma diede l’apprezzabilissimo esempio d’insistere a presentare come uno dei segni distintivi delle proprie opere una cosa che tutti sapevano fatta da altri, della quale però egli ammirava la forma e condivideva la mentalità secondo cui era stata ideata. Dichiarò d’averla usata tanto perché questa sedia con braccioli, «certamente più banale e di prezzo più modesto […] diffusa in milioni d’esemplari nel nostro continente e nelle due Americhe, possiede una sua nobiltà». [1]
Un’altra sedia Thonet, la più famosa, si è ancora maggiormente propagata. Dal 1859 (chi le darebbe questa bella età?) fino al 1985 ne erano state fabbricate settanta milioni. A paragone con le più vecchie sedie d’uso corrente, le parti che la compongono sono molte meno. Michael Thonet, oltre a ridurre in un unico elemento schienale e gambe posteriori, ebbe l’idea di fare rotondi invece che quadrati sia il sedile sia il pezzo che collega e irrigidisce le gambe. Bastano sei elementi di legno e dieci viti per costruirla.
[…]
A coloro che nell’Europa degli anni venti iniziarono e fecero avanzare il movimento che rinnovò l’architettura si dà la colpa di aver tagliato i ponti con la tradizione. Un’accusa infondata e ingiusta, disgraziatamente dive-nuta luogo comune, causa di tanti danni per le deduzio-ni errate che se ne sono tratte. La rottura era già avve-nuta nell’Ottocento, che fu tempo di grandi novità e di grandi distruzioni. Riconoscerlo apertamente, come fecero i protagonisti della cultura progettuale tra le due guerre, era anzi la premessa per ritrovare con il patri-monio accumulato nei secoli precedenti un rapporto nuovo e non fittizio. Per quel che riguarda poi in parti-colare il nostro paese, a molti dei migliori architetti ita-liani del Novecento si può semmai rimproverare di aver avuto attenzione più per il passato e meno per il futuro.
Accettiamo gli appelli rivolti ai progettisti perché essi sappiano cogliere il senso della storia. È proprio il suc-cedersi degli eventi a mettere in crisi consuetudini ere-ditate che si prolungano per inerzia. Fra i tanti ragiona-menti su cui fa meditare Goethe in pagine e pagine di Carlotta a Weimar, Thomas Mann gli attribuisce anche questo: «Vogliono puntellare la tradizione […] con l’eru-dizione e con la storia – come se questa non fosse con-tro la tradizione».[2] Sono proprio gli storici per primi a darci la misura di quanto sia ampia la frattura aperta in ogni campo dalla nascita dell’industria moderna: un dato di fatto che resta comunque un punto fermo, qual-siasi giudizio si voglia poi dare a proposito delle evolu-zioni e delle prospettive attuali.
Basta un’occhiata a una pianta tascabile o a una foto aerea d’una qualsiasi grande o piccola nostra città per rendersi conto subito di quale sia il nocciolo formato nel passato remoto, fino a metà Ottocento, e quali le parti che gli si sono aggiunte dopo. In queste vecchie e non antiche espansioni urbane lo schema solito è una scac- chiera, formata da vie in gran parte larghe uguali, con incroci a intervalli regolari. Uno stereotipo che si diffuse nell’indifferenza alle particolarità dei luoghi, contrasse-gnato da una monotonia che né tagli diagonali, né sma-gliature di viali e piazze furono in grado di alleggerire a sufficienza. Tuttavia s’impose, anche perché aderiva agli interessi della speculazione. La gerarchia ramificata delle strade, tipica dei centri storici, venne appiattita, così come fu abolita l’articolata gradualità degli snodi di connessione, attraverso i quali dagli spazi pubblici aper-ti a tutti via via si arrivava fino agli spazi privati esclusi agli estranei. Una sequenza di passaggi che nel passato aveva arricchito copiosamente l’architettura della città. Molte concentrazioni urbane andarono ingrandendosi velocemente, al di là della soglia oltre la quale i cambia-menti di quantità comportano sostanziali cambiamenti qualitativi. E tutte mutarono di funzioni, coinvolgendo nella loro trasformazione complessiva ogni tipo di edifi-ci, attrezzandosi con reti d’impianti e infrastrutture che nell’ambiente prendevano sempre maggior peso. Si usa-vano nuovi materiali e s’introducevano altre tecniche costruttive, si restringevano gli spazi di antichi mestieri che, come sarebbe accaduto per tanti lavori artigianali, sarebbero andati scomparendo anche nell’edilizia.
L’abbaglio di spostare il momento della rottura dal diciannovesimo al ventesimo secolo si può spiegare – ma in nessun modo giustificare – con il fatto che verso il terzo decennio del Novecento effettivamente nella cul-tura progettuale si operò in maniera nettissima una svol-ta cruciale. All’indomani della guerra 1914-1918, quattro anni che sconvolsero il mondo e impegnarono nello scontro combattenti e retrovie in modi e proporzioni fino ad allora mai visti, incombevano problemi sociali gravi, ancora più gravi nei paesi sconfitti. In Russia con la rivo-luzione si volevano realizzare gli ideali del socialismo. Nell’Europa intera si presentavano condizioni completa-mente differenti dall’appena conclusa belle époque. Fu il concorso di quelle circostanze a premere perché final-mente con lucida e piena consapevolezza si prendesse atto che mutamenti irreversibili erano sopravvenuti anche nel lavoro degli architetti. La nuova architettura del Novecento si è posta drasticamente in alternativa nei confronti della maniera ottocentesca di concepire i pro-getti; non rispetto alla tradizione classica, con la quale, dietro la facciata, il legame vitale di fatto era già perduto. Fu allora, dopo la Prima guerra mondiale, che i pro-gettisti d’idee avanzate si resero più chiaramente conto che lo sviluppo dell’industria moderna provocava tra-sformazioni sconvolgenti, però nel medesimo tempo apriva possibilità d’inventare metodi e strumenti per provare a soddisfare le esigenze che esso stesso aveva suscitato. Sforzi pionieristici in questa direzione non erano affatto mancati, ma erano rimasti spesso parziali e settoriali, non sostenuti dal proposito di collegarli sal-damente in un’azione unitariamente indirizzata.
Le straordinarie novità delle tecniche costruttive erano state messe in valore da grandi opere d’ingegne-ria, specialmente quelle che servivano a sviluppare moderne reti d’impianti urbani e di trasporti, eseguite però non preoccupandosi troppo di quanto interventi del genere contribuissero a trasformare i luoghi dove sarebbero stati realizzati. Nell’edilizia corrente le nuove tecniche erano state applicate ancora poco, mentre con un orientamento retrospettivo per disegnarne i progetti si riesumava un repertorio eclettico e anacronistico di stili del passato. Anche gli oggetti fabbricati in serie quasi sempre avevano imitato vecchi modelli dell’arti-gianato, riducendoli in forme e materiali involgariti. La produzione di arredi, nei casi nei quali aveva raggiunto una certa qualità, si era rivolta a un pubblico economi-camente selezionato e un esempio come quello dei mobili Thonet rimaneva un’eccezione. Gli urbanisti che cercavano di prefigurare altri modi di organizzare le città sembravano piuttosto disinteressati all’architettura degli edifici che le avrebbero composte.
Gli eventi di quel dopoguerra sollecitarono a dare unità a filoni di ricerca fino ad allora piuttosto indipen-denti, a rispondere con una proposta sistematica gene-rale alla mutata condizione urbana. Era finalmente il momento di stringere risultati e programmi in una somma di azioni coordinate, accettando senza riserve di misurarsi con il rapido, incessante evolversi di città e società. Le spinte conseguenti al nuovo ruolo preso dalle masse di lavoratori salariati nella vita collettiva, con il loro bisogno di migliorare case, servizi e ambienti di lavoro, ribaltavano la distinzione fra architettura mag-giore e minore. E qui si sarebbe trovata la sana radice dell’antimonumentalismo d’una rinnovata cultura pro-gettuale. Accadde per la prima volta che architetti tra i più dotati si dedicassero a studiare l’alloggio minimo e ponessero temi come questo al centro della loro atten-zione. Lo studio dell’abitazione, oltre che per il suo imme-diato riferirsi a scelte politiche, veniva a costituire un pas-saggio risolutivo, attraverso il quale esperienze svolte in campi differenti potevano convergere e riannodarsi, dal disegno d’oggetti d’uso domestico a quello di aggrega-zioni di case e servizi. L’indagine, impostata secondo cri-teri nuovi, dei problemi tecnici e funzionali dell’abitazione generò un metodo razionale per progettare che si estese a ogni altro tipo di edificio e diventò il fondamento del lavoro degli architetti moderni. La costruzione di unità residenziali formate da alloggi a basso costo rappresentò in quel periodo l’occasione più adatta a manifestare nei suoi vari aspetti una concezione nuova.
Rovesciare la gerarchia di architettura maggiore e minore e ricercare da capo un rapporto coerente tra pro-getti diversificati di piccola e grande scala erano que-stioni di quelle che si pongono quando a volte la storia forza a imboccare un percorso obbligato e costringe senza scampo a correre grossi rischi. Non dobbiamo meravigliarci se, di fronte a problemi che non si erano mai posti prima, per una lunga fase iniziale molte propo-ste progettuali siano risultate inadeguate. Quegli archi-tetti che li presero di petto, con coraggio non avventato, erano coscienti di quante fossero le probabilità di errore, ma non voltarono le spalle alle novità impensate e allar-manti; seppero guardare avanti. Se non si fossero assun-ti quei compiti, tecnici appartenenti ad altre categorie sarebbero stati soli a occuparsene, con risultati peggiori. Alle prese con problemi senza precedenti, venivano a mancare non solo l’appoggio della tradizione ma anche, dopo lo sconvolgimento della guerra, il sostegno dell’ottocentesca fiducia in un sicuro progresso. Il pro-gresso era sempre possibile, ma per niente scontato. Allora a dare più contributi positivi e incisivi per rinno-vare la cultura progettuale furono proprio coloro che non nascosero le difficoltà, impostarono i problemi in termini oggettivi e ne proposero soluzioni graduali, senza anticipazioni estremistiche. Ma non va neppure preso alla lettera l’ottimismo di dichiarazioni program-matiche e manifesti lanciati da altri al momento di quel-la svolta. Anche i soldati che vanno all’assalto d’una posizione ardua da espugnare si incitano con il miraggio d’una prossima vittoria. Poi se qualcuno si fosse davve-ro lasciato illudere da prospettive eccessivamente pro- mettenti, molto presto l’avrebbe fatto ravvedere la lezio-ne dura dei fatti. Alle difficoltà di una tanto complessa mutazione culturale, si aggiunse il peso di gravissime difficoltà politiche.
Per tutti gli anni venti dalla Germania era venuta la potente spinta di centri propulsori di ricerche proget-tuali avanzate, le quali lì, molto più che altrove, avevano avuto la verifica di applicazioni pratiche. Concluso quel decennio, proprio in Germania la grande crisi che scos-se drammaticamente l’Europa portò al potere i nazisti. Il loro avvento spazzò via associazioni e istituzioni demo-cratiche nazionali e municipali, cacciò nell’esilio maestri eccellenti, mise al bando ogni espressione della cultura che non si uniformasse alle imposizioni del reazionario richiamo all’ordine. Si bloccò lo scambio tra programmi urbanistici ed edilizi della politica riformista e progetti della nuova architettura, i quali da quel rapporto aveva-no ricevuto un nutrimento vitale. Il riflusso sospinse le esperienze che procedettero laboriosamente nel nostro campo a contrarsi nella fascia settentrionale del conti-nente, nei Paesi Bassi, in Danimarca, Svezia e Finlandia e in un’altra delle nazioni minori, la Svizzera: paesi dove c’erano libertà per le persone e per le organizzazioni, un relativo equilibrio economico e sociale e un livello tec-nico abbastanza elevato. Proprio al principio degli anni trenta i socialdemocratici svedesi andarono al governo e vi rimasero ininterrottamente quasi per mezzo secolo.
[…]
In quel periodo alcuni sostenitori fra i più decisi della modernità cominciarono a darsi da fare a difesa dei nuclei urbani antichi. Non si trattava di una presa di posizione contraddittoria. Chi fosse convinto che tra passato e presente si fosse aperta la frattura d’un salto irreversibile di qualità e quantità era portato a considerare ogni demolizione d’un edificio o d’uno spazio urbano anche modesti, costruiti prima della rivoluzione industriale, come perdita non recuperabile, se non di rado e a condizioni niente affatto facili da ottenere. Furono invece coloro che proseguirono nella continuità falsa dell’eclettismo ottocentesco a prendersi, con stupefacente disinvoltura, la responsabilità di arrecare danni irrimediabili al patrimonio architettonico accumulato nel corso di secoli. Con uno scatto d’orgoglio Giuseppe Pagano rivendicò come nessuno dei progettisti che in Italia negli anni trenta si battevano per una nuova architettura fosse implicato negli sventramenti perpetrati a Roma, Milano, Torino e in molte altre nostre città. Poi, nell’avanzare della guerra, arrivò a dichiarare che nei centri antichi nemmeno gli spaventevoli guasti dei bombardamenti gli sembravano equivalenti alle manomissioni compiute prima, per colpa proprio degli avversari dell’architettura moderna.
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La città che si è formata in tempi remoti ha assimilato anche le sue trasformazioni più consistenti nel ritmo lento della lunga durata. Oggi ha bisogno di aggiustamenti e restauri; solo in casi eccezionali, in punti particolari e circoscritti, ammette l’inserimento d’una nuova costruzione. Tutto al contrario strade, piazze, quartieri edificati dalla metà dell’Ottocento, periferie più recenti, aree una volta occupate da industrie e impianti traslocati o disattivati consentono o richiedono gran cambiamenti che ne mutino anche per intero la fisionomia. Risistemare la città cresciuta in fretta e furia dalla rivoluzione industriale in poi, largamente segnata dalla speculazione edilizia, dall’inesperienza e dall’ignoranza progettuale, è un problema pressante per coloro che governano amministrazioni comunali. Per gli urbanisti e gli architetti forse è il problema numero uno. Dare molto più forte impulso al rifacimento di intere parti di città mal costruite dovrebbe essere l’impegno più importante con il quale avere l’ambizione di misurarsi nel futuro prossimo; molto più della voglia di aggiungere all’interno dei centri storici ancora un’altra traccia tra le tante che attestano la presenza del passato. Un bel modo di fare i conti, quasi restituire un debito, con la storia e la tradizione sarebbe proprio trasformare le fasce di densa edilizia scadente che avviluppano antiche strutture urbane, rinnovando le periferie inospitali dove tanti cittadini sono costretti ad avere casa.
È impossibile che gli architetti si occupino di problemi di tale portata per conto loro. Già i miglioramenti molto consistenti che nella seconda metà del Novecento si sono avuti nelle condizioni dell’abitare sono il risultato, oltre che delle loro ricerche, del concorso di spinte di natura molto diversa. Si è elevato il livello medio di vita e si è accresciuta la percentuale di cittadini compresi in una fascia che dalla media non si discosti troppo. Sono di meno i componenti del nucleo familiare e molte di più le donne che lavorano. Si va a scuola per più anni. Lo sviluppo tecnologico rende disponibili in quantità sempre maggiore soluzioni tra le quali è possibile scegliere.
Gli architetti hanno una loro parte da svolgere validamente, se la mescolano in un tale assieme di azioni e trasformazioni, in accordo con gli sforzi individuali e collettivi nei quali tante persone si affaticano per elevare la propria condizione. Se invece essi vanno a restringersi in un separato campo specifico, oscurando l’utilità sociale del loro lavoro, non possono poi lamentarsi perché il pubblico dà loro poco retta, né perché tra loro solo le personalità più spiccate attirano attenzione, mentre la categoria professionale nel suo complesso perde credito. Per la cronaca d’una prima di un’opera di Mozart alla Piccola Scala, Eugenio Montale scriveva: «Non è mai esistito un grande artista che si sia trincerato nella specialità della sua arte».12[3]Men che mai conviene isolarsi a coloro che grandi artisti non sono, particolarmente se agiscono nel campo dell’architettura e sono progettisti di buona volontà e buona capacità, l’attività dei quali in larga misura consiste nella competente prestazione d’un servizio.
Di questi tempi in genere gli intellettuali sfuggono all’impegno politico. Ma almeno per gli architetti stringere il legame tra cultura progettuale moderna e azione sociale, sebbene porti con sé sporcarsi le mani e avventurarsi rischiosamente a misurarsi ancora di più con incognite e contraddizioni, per altri versi avvantaggia. In Europa, a cominciare dall’intesa che si stabilì fra Tony Garnier ed Edouard Herriot, per la buona architettura del XX secolo il legame con una politica positiva di riforme è stato un sostegno. A Vienna come a Francoforte furono amministrazioni municipali di sinistra a promuovere per le case a basso costo le esperienze più avanzate degli anni venti. Diedero impulso a realizzare complessi di abitazioni economiche che, concepiti in modo da essere tra gli elementi portanti della crescita urbana, hanno segnato con forza incisiva lo sviluppo di molte città, tanto da connotare nel loro assieme una caratteristica che è peculiare del nostro continente. A Vienna vicende dell’architettura e della società interferirono a tal punto da far diventare qualcuno di quei quartieri teatro di avvenimenti storici, quando nel febbraio 1934 (sei mesi dopo il CIAM di Atene) contro gli operai che vi si asserragliarono fu preso a cannonate. Non dovrebbero dimenticarsene coloro i quali, nel campo dell’architettura, proprio alla storia dicono di richiamarsi.
Finanche nelle biografie di certi progettisti passioni, impegni, destini politici e culturali s’intrecciano. Margarete Schütte-Lihotzky, morta ultracentenaria quasi scavalcando il XX secolo – nata nel 1897, si è spenta nel 2000 – studiò la famosa “cucina di Francoforte”. Concependola come spazio di lavoro razionalmente organizzato cambiò la vita domestica, soprattutto sgravando di fatica le donne. Di quella cucina in quella città furono realizzati diecimila esemplari in altrettanti alloggi a basso costo. In uno degli appartamenti minimi lei e suo marito andarono ad abitare. Da Francoforte la Schütte- Lihotzky seguì Ernst May a Mosca; poi passò a occuparsi di cliniche pediatriche in Francia e di scuole in villaggi turchi. Iscritta nel 1939 all’illegale Partito comunista austriaco, durante una visita clandestina a Vienna fu arrestata dalla GESTAPO. Nel 1988 si rifiutò di ricevere il premio di Vienna ai benemeriti della scienza e dell’arte dalle mani del presidente Kurt Waldheim, gravemente compromesso con i nazisti.
[…]
[1]Citato in Sigfried Giedion, L’età della meccanizzazione, Feltrinelli, Milano 1967, p. 447.
[2]Thomas Mann, Carlotta a Weimar, A. Mondadori, Milano 1981, p. 248.
[3]Eugenio Montale, Prime alla Scala, A. Mondadori, Milano 1981, p. 181.
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ROMA - Trentotto minacce di morte, due anni che il Cesis vuole un approdo sicuro, sette primi ministri che attendono di passare l´estate a Villa Certosa. Silvio Berlusconi alla fine non ha potuto resistere e ha dovuto dare il via libera alla costruzione del contestato approdo ad una delle sue ville sarde. Ma «quelle sono coste bellissime» e il premier è «un fanatico dell´ambiente e della natura», ricorda il Cavaliere ai "colleghi" dell´Associazione nazionale costruttori edili. Alla fine, rivela il premier, «ho detto "fate gli scavi" e ho chiamato Pietro, il professionista del tunnel».
Pietro sta per Pietro Lunardi, il ministro delle Infrastrutture, ingegnere, titolare di una azienda che realizza trafori. «Ho chiamato Pietro ? prosegue il presidente del Consiglio ? gli ho detto di non buttare nulla in mare. Allora ho fatto arrivare un chiattone, ho messo un foglio di plastica per non sporcare le rocce e una impalcatura di tubi Innocenti per non toccare nemmeno un cespuglio». Ma come al solito tanta solerzia e buona volontà non è stata apprezzata dalla stampa. Soprattutto quella sarda. «Sono stato accusato di costruire bunker, ascensori con la possibilità di fare arrivare incrociatori, sommergibili». Tutte falsità messe in giro da «pagliacci infiniti».
Dunque il bunker si fa perché lo vuole il Comitato di coordinamento per i servizi di informazione e sicurezza. Per proteggere il Cavaliere e i suoi esigenti ospiti. Uno dei sette primi ministri, rivela il Cavaliere, «mi ha chiesto di poterci rimanere per cinque giorni: pensate che bello!». A rovinare le ferie non saranno comunque le elezioni. Su questo Berlusconi sparge ottimismo. «Non ho preoccupazioni», dice. E si dice sicuro che finirà la legislatura. Anzi vuol fare come la Thatcher, 15 anni di governo, Mitterrand, 14, e Khol, arrivato a 16.
Il Cavaliere spiega ai "colleghi" costruttori quanto sia difficile il mestiere dell´innovatore e il tempo che ci vuole per capire i problemi. Anche perché, dice, l´Italia si porta dietro il peso di un debito pubblico enorme. Un fardello che fa dire al Cavaliere: «Il governo infatti è come un prigioniero. Vorrebbe attuare una politica del deficit superiore al 3 per cento, ma non può, c´è già un debito pubblico troppo altro», E qui il Cavaliere ricorda che noi «non possiamo andare oltre il 3% come Francia e Germania anche in relazione alle agenzie di rating». Berlusconi però non rinuncia all´idea di abbassare le tasse. Dice che «all´interno della maggioranza c´è l´accordo per la diminuzione delle aliquote per i ceti medi, ora stiamo discutendo per introdurre la riduzione anche per i redditi più alti», perché «bisogna ridurre la pressione sui percettori di redditi più alti, non conosco altro modo per far sì che i percettori di redditi più alti possano investire di più». E visto che si ci siamo, il Cavaliere dice che pensa di cancellare l´Irap. Come, non si sa. «E´ da eliminare, ma è un introito forte, bisogna trovare un fatto sostitutivo», dice.
La platea però e tiepida. Qualcuno mormora: «Questo è un comizio, ci manca solo la barzelletta». E allora spunta il prezzo del ferro cresciuto vertiginosamente. Bisogna intervenire con un decreto anche su quello, dice: «E´ già stato proposto al Consiglio dei ministri, ma per ora il ministro dell´Economia non lo ha preso in considerazione». Ma alla fine Tremonti cederà, assicura. Però voi, conclude Berlusconi, «se volete che le cose cambino, non lasciate da solo il governo. Non lasciato da solo uno bravo come Berlusconi...».
B. ammette qualcosa. Ma non dice ancora tutta la verità: che i lavori pagati con i nostri soldi, e realizzati abusivamente, consistono nella realizzazione di una megapiscina privata per la sua villa privata (es)
Debbo ringraziare Rossana Rossanda che polemizzando nel numero di novembre della rivista (1) con un mio articolo (2), ha riaperto la questione Berlinguer con una critica radicale e mi costringe, così, a ripensare cose antiche. È un esercizio non facile e un po' tormentoso. Ma, forse, può essere utile per capire meglio quel che succede oggi.
In quello scritto (dell'ottobre scorso) avevo replicato al giudizio del segretario dei Ds - Fassino - su Berlinguer, passatista e fallito, e su Craxi, modernizzatore e vincente 3. Quella sprezzante valutazione, spinta ai limiti della contumelia, riguardava il periodo ultimo della segreteria, e della vita, di Berlinguer: e solo su questo mi ero espresso. Rossanda ha esteso il discorso. E conclude: «… difendere la figura morale di Berlinguer dall'attacco volgare della destra socialista ed ex comunista non dovrebbe precludere il giudizio su quel che il berlinguerismo è stato.» Concordo pienamente. Avevo appunto fatto notare, in quell'articolo, che sono contrario a ogni visione acritica, per chiunque e in qualsiasi caso. Aggiungo che - se lo conoscevo bene - era questa anche la opinione di Berlinguer.
Proprio perciò non penso affatto quel che Rossanda mi fa dire e cioè che «se Berlinguer non fosse stato messo in difficoltà dalla morte di Aldo Moro e dalle manovre craxiane, la sorte del Pci sarebbe stata diversa». Non ho mai pensato e non ho scritto che «il declino e il dissolvimento del Pci» siano colpa di Craxi e della morte di Moro. Anzi se qualcuno sostenesse una tale tesi mi parrebbe uno sproposito e, riflettendo sulla fine del Pci 4 ho sostenuto tutt'altro, cercando di riandare, piuttosto, alla cultura costitutiva del vecchio Partito, piena di meriti, ma minata anche da contraddizioni divenute alla fine insuperabili.
Ma la mia argomentazione, dice Rossanda, «sembra suggerire» proprio quella tesi che io stesso giudicherei del tutto sbagliata. Il perché di quel «sembra suggerire» non viene dimostrato. Ma non importa. Su un «sembra», e cioè su una sensazione, è difficile ragionare. Mettiamo pure che la penna abbia tradito il pensiero. Dunque, ripeto. Ho replicato al giudizio di Fassino su Craxi e Berlinguer con tre argomenti. Il primo. La diversa eredità lasciata dai due dirigenti. Il secondo. La assurdità di definire «allo sbando», «senza bussola» eccetera un partito che, avendo visto il fallimento della sua politica (quella della solidarietà nazionale), se ne ritraeva e proponeva una nuova politica (quella dell'alternativa). Il terzo. La possibile fecondità della ricerca di fondamenti nuovi tentata da Berlinguer proprio in quell'ultimo periodo, dopo lo `strappo' con i sovietici.
Ma, obietta Rossanda, «il Berlinguer dal 1979 alla morte non è tutto Berlinguer, né quello storicamente più importante. Egli è l'uomo del compromesso storico». È certamente vero che la parte più lunga e più nota della segreteria Berlinguer è quella che prende il nome dal `compromesso storico', tradotto poi nei governi di solidarietà nazionale. Tuttavia, mi sentirei di discutere se la «parte più importante» nella vita di un politico (e di una persona) sia quella in cui segue una strada che si rivelerà infeconda o sbagliata o quella in cui riesce a criticare se stesso e a cercare una strada nuova. La cosa più difficile è correggersi. Tanto difficile che gli esempi sono rarissimi, da tutte le parti.
Che sia stato poco rilevante il tempo, successivo al '79, della autocorrezione o, come si dice, della `svolta', Rossanda lo pensa da sinistra ma non è la sola a pensarlo. Fassino definisce quella del compromesso storico «l'ultima strategia politica di Berlinguer degna di questo nome», ripetendo quello che hanno detto dirigenti del medesimo orientamento politico più anziani di lui. Molti esponenti del Pci ultrariformisti che poi diverranno fautori della democrazia dell'alternativa intesa come alternanza furono del tutto contrari - sebbene con la discrezione che si usava allora - alla rottura della solidarietà nazionale sostenuta da Berlinguer. E considerano gli anni successivi alla svolta, come accade a Rossanda, irrilevanti o peggio. Correggersi è veramente difficile.
Ma da dove veniva la politica cui Berlinguer darà il nome di `compromesso storico'? Chiarante (nel numero di dicembre 5) ha già posto in luce l'annuncio di quella politica nel Congresso (1972) che elesse Berlinguer segretario, ha ricordato la posizione anticipatrice di Chiaromonte sulla impossibilità di governare con il 51%, l'origine togliattiana della politica di `unità democratica'. Il dibattito nel gruppo dirigente del Pci da tempo non stava più soltanto - come ritiene Rossanda - tra Ingrao «più interrogato dai cambiamenti» e Amendola che «puntava alla unificazione con il Psi». Si era venuta formando un'altra posizione che convincerà alla fine la maggioranza del gruppo dirigente, una posizione nutrita fortemente della memoria dei governi unitari successivi alla Liberazione, troncati nel '47 dalla guerra fredda. La linea - non nuova - dell'incontro tra socialisti, comunisti e cattolici per `rinnovare e risanare' l'Italia fu ripresa in quegli anni e aggiornata con il contributo decisivo di due dirigenti poco citati, Agostino Novella e Paolo Bufalini, che ebbero allora un peso rilevante nella posizione di centro del Partito. Novella era stato il più rigoroso interprete - in polemica con Amendola - proprio della politica togliattiana di unità democratica nella Resistenza, aveva diretto la Cgil fino al distacco dall'organizzazione sindacale mondiale di osservanza sovietica e sarà poi uno dei promotori della segreteria Berlinguer. Come Bufalini, cresciuto alla scuola di Togliatti, che aveva dato la sua impronta al partito siciliano e romano e sarà uno dei più attenti, da una posizione pienamente laica, ai rapporti con la Chiesa.
Ma sulla linea dell'incontro con i cattolici non mancò il contributo dei dirigenti considerati più a sinistra, anche se essi sottolineavano in particolare misura le novità rappresentate dai cattolici di avanguardia e dalla sinistra democristiana e con questi si ponevano in relazione, piuttosto che con la ufficialità vaticana. Fecero epoca i dibattiti di Ingrao con gli esponenti dei `basisti' che venivano allargando il loro spazio nella direzione della Dc. Fu dunque lunga la preparazione di quella nuova politica `unitaria', piena di ambiguità. Da un lato veniva concepita in contrapposizione con le suggestioni - soprattutto esterne - di `alternativa di sinistra' considerate irrealistiche e quasi pericolose. Ma c'era anche l'idea di un nuovo `blocco storico' trasformatore, di cui la base cattolica doveva essere parte.
Non fu, però, cosa da poco, nel linguaggio criptico e nella liturgia di allora, l'aggiunta dell'aggettivo `storico' da parte di Berlinguer alla parola `compromesso', la cui necessità era ben presente nella tradizione comunista internazionale e interna (da Brest Litovsk in poi 6). Quell'aggettivo nasceva dall'idea non solo che il `risanamento e rinnovamento' del Paese avesse bisogno di una concordia nazionale ma che l'attenuazione del contrasto di classe «per evitare la comune rovina delle classi in lotta» dovesse accompagnarsi a forme di mutamento nei rapporti tra lavoro e capitale di cui lo statuto dei diritti era stato una premessa considerata insufficiente e dovesse comportare un inizio di modificazione nel tipo di sviluppo attraverso un più forte sostegno ai consumi pubblici rispetto a quelli privati.
Berlinguer rifiutò sempre, fino alla fine, di considerare i governi di solidarietà nazionale come la traduzione del compromesso storico. Vi era, in questo, un po' del carattere della persona, fatto anche di timidezza e di ostinazione, e dunque una difficoltà reale di vedere la connessione tra le premesse e le conseguenze, tra le intenzioni e la realtà. Ma vi era anche qualcosa di vero, nel senso che non fu certo una libera scelta, una libera applicazione del compromesso storico quella che portò a governi composti solo da democristiani, sostenuti dall'esterno da tutta la sinistra (giunta ad essere il 50 per cento del Parlamento). Ed era vero che la traduzione concreta in termini di linea governativa, anche da parte dei dirigenti comunisti più integrati - sebbene dall'esterno - in quella esperienza, fu dettata da una linea scarsamente o per nulla distinguibile dal passato. Si vide alla fine il `risanamento' ma solo dei conti pubblici e, come sempre, essenzialmente a spese del lavoro. Di `rinnovamento' non vi fu traccia neppure per timidi cenni. Dal punto di vista di una forza anche solo progressista fu un fallimento indubbio.
Ma Rossanda non giudica quel tanto di distanza che ci fu tra progetto e concreto svolgimento della vicenda dei governi detti di solidarietà nazionale, sebbene è sul fallimento della esperienza di governo che si valuta il fallimento del progetto. Sicché ricade su Berlinguer anche la responsabilità che fu di altri e comunque dell'insieme. Non è un metodo giusto quello di trascurare le condizioni in cui si svolge un certo fatto per poterlo giudicare. Uno storico stimato come Paul Ginzborg - il quale pure dava un giudizio negativo sulla nascita dei governi di solidarietà nazionale - è venuto, poi, alla conclusione che era difficile fare diversamente nelle condizioni date.
Tuttavia il giudizio di fatto, che dovrebbe guardare alle condizioni concrete, non elimina la valutazione di principio. Ed è su questo soprattutto che Rossanda interviene: quella idea di compromesso storico del 1973 fu motivata dalla falsa previsione di involuzioni fascistiche che non vi furono, volle essere un accantonamento della lotta di classe da parte dei comunisti in cambio della rinuncia della Dc ad alleanze a destra e nella speranza di un rinnovamento democristiano che non vi fu, fu un brutto episodio di `autonomia del politico' contro i movimenti e le lotte sociali, fu la interpretazione del primato della politica come «primato degli accordi ed equilibri sulla scena politica» rispetto alla politica intesa «come governo della costituzione materiale del Paese», andò addirittura contro non solo le lotte nelle fabbriche ma «contro la Cgil di Lama dei primi anni '70». In più Berlinguer quando si dichiarò più sicuro sotto l'ombrello della Nato o aveva - sempre secondo Rossanda - ancora il timore di un «pericolo sovietico sempre più improbabile» oppure voleva esprimere «il riconoscimento che il capitalismo aveva vinto e doveva vincere». Il che costituisce, secondo Rossana, anche il filo di continuità fra la vicenda di Berlinguer e quella dei Ds.
Personalmente, negli anni della solidarietà nazionale, cercai di fare quel che potevo - forse perché ero il responsabile delle politiche per la cultura - perché ci si accorgesse e si dialogasse con i movimenti e poi per aiutare Berlinguer a portare fuori il Pci dalla esperienza della solidarietà nazionale. Sono ovviamente responsabile come tutti gli altri delle scelte della direzione di allora. Ma come si vedrà poi, e fino a oggi, il mio orientamento personale non era uguale a quello di altri. Dunque, non mi considero in alcun modo un difensore del compromesso storico. Ma l'argomentazione di Rossanda mi pare che vada decisamente oltre il segno. Se fosse compiutamente fondata la sua analisi sulla negazione della lotta di classe, della lotta sindacale, e persino della Cgil di Lama, Berlinguer non avrebbe voluto e promosso la rottura davanti alla manifesta impossibilità di risultati innovativi. Se fosse stato convinto di una linea di abbandono del conflitto sociale, che pure esisteva nel Pci, mai egli sarebbe andato - per citare un fatto che volle essere emblematico - davanti ai cancelli della Fiat. Ma Rossanda anche su questo non si impietosisce: quando ci va è ormai tardi. Più che un'analisi, si rischia la requisitoria. Come nel romanzo popolare ottocentesco dove l'implacabile commissario perseguita, in nome della legge, il povero galeotto ormai redento e dedito alle opere di bene.
A me pare che scegliendo una visione parziale non si fa giustizia alla persona ma soprattutto non si legge la realtà. Berlinguer non è solo quello dell'ultima fase della sua segreteria, ma non è neppure solo quello della prima fase: dal punto di vista del tempo (7 anni e 5 anni) ma soprattutto per l'importanza dell'impresa. Il vero gesto di rottura della tradizione - che infatti la parte più conservatrice del Pci non gli ha mai perdonato da vivo come da morto - è proprio il rigetto della solidarietà nazionale o, se si vuole dire così, l'abbandono del compromesso storico. Esso era l'ultima propaggine di quella linea della grande unità che derivava dal rifiuto di abbandonare la `diversità' dei comunisti italiani in termini di collocazione internazionale (che faceva cadere su di loro l'interdizione al governo). Ma derivava anche dall'idea che solo con un `fronte largo', anzi larghissimo, si potesse avviare qualche riforma consistente. Solo una ormai scarsa conoscenza della realtà poteva - però - far supporre che si potesse ricominciare sulla stessa linea di trent'anni prima.
Ha ragione Rossanda che c'è una continuità tra la linea dell'unità democratica e i Ds: per esempio, nel tentativo di D'Alema per il mai nato governo Maccanico di unità nazionale e poi nel progetto fallito della Bicamerale con Berlusconi, entrambi presentati come se fossero in continuità con la politica togliattiana. Ma questa presunta continuità senza la grande unità antifascista (e senza l'Urss) si ripresentava stralunata e spaesata, fuori dal tempo e dallo spazio, come una scadente imitazione rapidamente messa fuori commercio. Bisogna però ricordare che per produrre questa imitazione si era dovuto provvedere, appunto, a ignorare, a irridere, a considerare poco importante la svolta che Berlinguer operò chiudendo con tutta la lunga tradizione che aveva avuto nella Resistenza il suo punto più alto.
La rottura con la tradizione unitaria avviene assieme con lo strappo definitivo dall'Urss. Ma anche questo era in ritardo e non abbastanza forte, secondo Rossanda. Dopo la morte di Togliatti - «che arrivò a votar contro la proposta di Conferenza internazionale degli 81 partiti comunisti» - il Pci si ferma sulla strada indicata nel memoriale di Yalta, che «prendeva le distanze» dall'Urss. Anzi Berlinguer «continuò a ricevere dall'Urss finanziamenti più compromettenti che decisivi per il bilancio del partito». E lasciò il partito ancora forte ma per poco, perché lo lasciò disarmato rispetto al crollo dell'89.
Spiace doverlo constatare ma i fatti non sono questi. Il memoriale lasciato da Togliatti alla sua morte a Yalta era segreto, destinato ad una discussione interna con il gruppo dirigente sovietico. È Longo che decide di pubblicarlo, prendendo le distanze. È Longo che si oppone alla Conferenza dei partiti comunisti per anni e, quando i sovietici la convocano ad ogni costo, vi manda Berlinguer, vice segretario, con la decisione di non votare nessuno dei documenti presentati. E Berlinguer in quella sede dichiarò (eravamo nel '69) che i comunisti non potevano concepire socialismo senza pluralismo politico, sollevando un caso internazionale clamoroso.
È Berlinguer segretario, non altri - come ha testimoniato in un suo libro Cervetti 7, allora organizzatore e amministratore del Pci - che ruppe nel '75 con i finanziamenti sovietici. Ed è ancora Berlinguer che - prima della Polonia e dell'Afganistan e dello `strappo', che sarà nell'80 - va a Mosca (era il '77) a fare una sorta di scomunica alla rovescia, proclamando il «valore universale della democrazia». Fu di nuovo un caso mondiale. Ugo la Malfa ebbe a dichiarare che bisognava smettere di chiedere al Pci altre prove di democraticità.
Si poteva, si doveva fare ancora di più? Senz'altro. Fino alla fine si sperò nella riformabilità dell'Unione Sovietica, ma non per colpa di Berlinguer che aveva scritto che non è socialismo quello che non garantisce neppure il grano per il pane. Si sperò perché, dopo la morte di Berlinguer, vennero Gorbaciov, la perestroika, la glasnost. Troppo comodo, semmai, per i dirigenti comunisti che sono rimasti - tra cui io stesso - nascondersi dietro Berlinguer perché non comprendemmo che Gorbaciov non ce l'avrebbe fatta, che la riforma sarebbe fallita o che l'avrebbero fatta fallire.
Ma se è comprensibile che da destra si rimproveri a Berlinguer di non aver concepito la rottura con l'Urss come il salto pieno dentro la accettazione del sistema dato, non mi sembra né giusto né utile, da sinistra, rimuovere quello che fu secondo me - ma credo di non sbagliare - il suo vero assillo finale. Ricostruire le fondamenta autonome di una sinistra capace di critica del sistema e di proposta riformatrice atta al governo. Anche a questo sforzo finale per distinguere il proprio partito da un sistema politico marcio e da una sinistra che sbandava nel ministerialismo si deve il mantenimento della forza del Pci, che è andata oltre la sua scomparsa: perché è su quella eredità che ancora vivono in larga misura le sinistre di oggi.
Certo, ricostruire dalle fondamenta implica un percorso difficile che non mi pare che qualcuno abbia compiuto, e che è ancora tutto davanti a noi. Fu uno sforzo complicato, per chi era cresciuto per tutta la giovinezza a fianco di Togliatti, intendere le correnti nuove che percorrevano il mondo e che il movimento operaio comunista e socialista non aveva neppure immaginato: dal femminismo della differenza all'ecologismo, al nuovo pacifismo, ai temi proposti dalla rivoluzione scientifica e tecnologica. Sono questioni che è difficile ancora oggi, a sinistra, maneggiare consapevolmente. Certo che va riscoperto lo scontro di classe. Ma non ci si può illudere che basta riprendere il discorso interrotto da quelli che potettero essere gli errori del Pci negli anni settanta. Non ci sarà niente da fare se non leggeremo il contrasto tra le classi dentro la nuova composizione sociale in una realtà globalmente trasformata e in connessione con le contraddizioni, i bisogni, i desideri nuovi. La crisi non è solo da una parte. Se la sinistra moderata sbanda al centro, quella alternativa non riesce a ricomporre la propria diaspora, il che è più grave, perché nega le speranze.
Penso che una ricerca storicamente fondata sul passato - senza preconcetti e senza rimozioni - possa aiutare a capire che cosa abbia portato il nostro paese nelle mani di Berlusconi e la sinistra italiana ed europea sino al punto in cui siamo oggi, tra la deriva moderata e la fragilità degli alternativi.
Non ho scritto questo articolo per tessere le lodi di un compagno scomparso che ha fatto anch'egli i suoi errori assieme a tante cose giuste. Ma perché, per guardare avanti, mi sembra indispensabile sfuggire all'esercizio consolatorio di dare tutta la colpa a chi non c'è più, guardando un po' di più dentro noi stessi.
note:
1 Rossana Rossanda, Discutendo di Enrico Berlinguer, «la rivista del manifesto», n. 44, novembre 2003, pp. 60-62.
2 Aldo Tortorella, I nipotini di Padre Bettino, «la rivista del manifesto», n. 43, ottobre 2003, pp. 7-11.
3 Cfr. Piero Fassino, Per passione, Rizzoli 2003.
4 Appunti sulla fine del Pci, su «Critica Marxista», 1998, n.5.
5 Giuseppe Chiarante, Alle origini del compromesso storico, «la rivista del manifesto», n. 45, dicembre 2003, pp. 52-55.
6 Brest Litovsk è il nome del luogo ove fu sottoscritta dall'appena costituito governo sovietico, ai tempi di Lenin, l'armistizio e poi la pace separata nel 1918 con la Germania. In quel trattato la Russia cedeva molti territori alla Germania.
7 Gianni Cervetti, L'oro di Mosca, Baldini e Castoldi-Dalai 19992.
Jésus mourut sur la croix le vendredi à 15 heures. Le samedi, à 8 h 30, une mission de l'Union Européenne arrivait à Jérusalem pour une évaluation ex post du projet "Bethléem" qui avait duré 33 ans. Elle était composée d'un sociologue, d'un économiste et d'un expert en religion, chef de la mission.
Le sociologue s'intéressa à l'évolution des rapports sociaux induits par le projet et à l'émergence de nouvelles structures sociales. Il eut beau creuser en tous sens, il ne pût mettre en avant un quelconque impact sérieux du projet. Certaines manifestations sociales avaient effectivement eu lieu durant le projet mais elles étaient manifestement circonstancielles, suscitées et portées par le projet lui-même. Il appuya son analyse sur un ensemble de critères objectivement vérifiables qui en garantissaient la justesse :
–connaissance de la doctrine : 7,12 %
–taux de population adhérant à la doctrine : 5,33 %
–taux d'insatisfaits : 86,33 %,
–structures créées : 0
–pratiques sociales modifiées : 0
–nombre de cérémonies couramment pratiquées : 0
–nombre de disciples proches : 12 (puis finalement 2).
L'économiste, de son côté, fut effaré de constater que tous les critères vérifiables restaient obstinément sur le zéro : montant du chiffre d'affaire, taux de retour à 5 ans et 10 ans, nombre d'entreprises créées, nombre d'emplois créés. Les seuls chiffres non nuls, qui figuraient dans son rapport, étaient constitués par le montant des dépenses directes (33 ans de fonctionnement) et les coûts d'accompagnement (12 apôtres pendant 3 ans et 26,3 regroupements moyens de 950 personnes équivalent à 260,33 années de salaire de journalier agricole).
L'expert en religion était le plus concerné car l'objectif principal visait à susciter une nouvelle religion. Certes il avait été projeté que celle-ci aurait des retombées sociales et économiques, mais l'essentiel était bien l'évolution religieuse et doctrinale. Il rencontra les prêtres, l'administration et les pratiquants juifs de base. Il montra, via cinq critères objectifs, que cette religion n'en était pas une :
– adeptes : 0,
– clergé : 1 seul membre de type 1 et 10 de type 2,
– livres sacrés : 0,
– martyrs : 1,
– cohérence interne de la théorie : -20 % (du fait de contradictions internes importantes).
Le qualificatif de secte ne fut pas retenu vu le trop petit nombre d'adeptes et il classa le "mouvement" potentiel né dans le cadre du projet dans le type 6 : "initiative individuelle limitée à l'entourage".
Le rapport d'évaluation fut assez sévère. L'opération fut jugée objectivement sans impact, incapable de mobiliser les populations et de leur apporter espoir et soutien, sans capacité de création de chiffre d'affaire ou d'emplois. Le problème à résoudre avait été mal identifié : les gens n'avaient pas besoin d'une nouvelle religion dans la mesure où ils étaient déjà servis, soit en mono soit en poly théisme.
La principale recommandation visait à abandonner ce type d'objectif. Le rapport critiquait assez sévèrement le bureau Jean Baptiste qui en avait fait l'identification et qualifia le document de projet de "tissu de convictions personnelles non étayé par une analyse sérieuse et objective de la réalité".
La mission retourna à Bruxelles faire son débriefing, avec la satisfaction d'avoir fait progresser la méthodologie du programme PESCHÉ (Programmes d'élévation spirituelle et culturelle de l'humanité en évolution), une légère amertume aux lèvres toutefois en pensant à ces fonds gaspillés qui ne contribueraient en rien à faire évoluer l'organisation sociale et religieuse de l'humanité.
La profession d'expert en élévation était parfois bien décourageante !
PADOVA La sera prima era a Genova. A Padova era arrivato a mezzogiorno e mezzo, in auto. Non ci veniva da dieci anni, l’ultimo comizio lo aveva fatto per il referendum sul divorzio. Specchio di un’epoca ormai sostituita da una mobilità frenetica. A Padova era atteso al casello dal segretario del Pci Flavio Zanonato; era andato all’hotel Plaza, stanza 421, una piccola camera senza pretese, per rinfrescarsi. Pranzo molto leggero, col fedelissimo Antonio Tatò che già brontolava per «il pesce di ieri sera che forse ti ha fatto male». Un riposino. Poi si era messo a scrivere il discorso. «Scriveva sempre personalmente i suoi discorsi, dalla prima all’ultima parola», sorride Zanonato.
«Discorsi tutti diversi - aggiunge Zanonato- sempre molto legati alle città in cui si trovava. Parlava poco, ma quando parlava , parlava sul serio: erano documenti».
Era cominciato così il 7 giugno 1984 di Enrico Berlinguer. Poi un incontro con gli operai della Galileo in crisi. Verso sera, una passeggiata a piedi verso piazza della Frutta, per il suo ultimo comizio. I padovani lo riconoscevano, lo fermavano, lo salutavano: non solo i comunisti. Un po’ piovigginava, un po’ no. La piazza era strapiena; un discorso di Berlinguer era un evento. Piena e allegra. Poi, «all'improvviso l'atmosfera è cambiata, è virata dal bianco al nero istantaneamente, come una foto quando la sviluppi», ricorda lo scultore Elio Armano, che allora stava sul palco in qualità di «sindaco rosso» - una mosca bianca - di un comune vicino. A tre quarti del discorso Berlinguer aveva cominciato a sentirsi male. Soffriva, faticava, le parole si inceppavano.
La gente, dalla piazza, se n'era accorta per prima vedendo il volto contratto proiettato su un maxischermo alle spalle del palco. Sul palco nessuno lo aveva capito: «Eravamo lì come dei baccalà», si rimprovera Armano retrospettivamente, «da giù qualcuno urlava "basta, basta!", Berlinguer continuava faticando, aggrappato alla tribunetta in multistrato, l'avevo disegnata proprio io». Era intervenuto Tatò: «Smettila!». E Berlinguer continuava. Pietro Folena, allora segretario cittadino, aveva fatto salire sul palco un medico che stava in prima fila, il professor Giuliano Lenci, primario pneumologo, trapiantato a Padova da Pisa.
Quella serata riempie da vent'anni i sogni di Lenci, ormai da tempo in pensione. «Salii. Smettila, gli sussurrai anch'io. Berlinguer mi disse, rapidamente: "Mi vien voglia di vomitare". O bischero, e vomita!, esplosi». Lo fece, appena un po’. Riprese a parlare, con uno sforzo supremo, tagliando le ultime pagine, arrivando al famoso invito finale ai compagni, «andate casa per casa, strada per strada. . .». Tatò, dietro, stringeva i pugni per l'ostinazione: «È un sardo, è un sardo. . .». Corsa in albergo. Visita accurata del professor Lenci, diagnosi istantanea, lesione cerebrale destra, una emorragia lenta e progressiva, trasferimento immediato a neurologia, poi nella vecchia rianimazione. La folla si spostava all'istante: dalla piazza all'hotel, dall'hotel all'ospedale, seguiva Enrico guidata dal passaparola, cupa e introversa.
L'ospedale di Padova divenne per i giorni di agonia il cuore d'Italia. La mattina dopo arrivò Sandro Pertini, il vecchio socialista presidente della Repubblica. Non volle più andarsene, «qua c'è un mio figlio». La moglie, naturalmente, i figli, il fratello Giovanni, e quasi tutti i dirigenti Pci, con Pecchioli, Angius e Pajetta che si sobbarcavano il grosso del lavoro; a Roma erano rimasti solo Natta e Occhetto, futuri segretari. «In ospedale ho visto Pecchioli e Ingrao, uno bassino, l'altro altissimo , abbracciarsi e scoppiare a piangere a dirotto», ricorda Pietro Folena. Il partito aveva un cuore, e lacrime da versare, non era quella grigia macchina di burocrati che tanti deridevano. Arrivavano tutti, i democristiani, i liberali, Cossiga e Scalfaro, Spadolini e Forlani, Biondi e De Mita. Venne Bisaglia: «In una pausa, mi confidò: “Ho paura del mare”, e poco dopo morì annegato», ghigna il professor Lenci, che faceva da anfitrione nel «suo» ospedale.
Si riproducevano in piccolo le tensioni nazionali. Arrivò, buon ultimo, il presidente del consiglio Bettino Craxi. Una settimana prima, al congresso socialista, Berlinguer era stato fischiato. A Padova il clima era glaciale. Nel piazzale dell'ospedale, sempre affollato, tirava brutta aria: «C'era un bel malumore tra i compagni. Dovette essere sedato», dice Lenci. Craxi fu accolto con gelida cortesia, anche dai dirigenti, e dagli stessi medici: «Ricordo che salì fino all'anticamera della Rianimazione, e lì si mise a parlare con qualcuno, e non si decideva mai a entrare. Giron, il primario, si infastidì. "Vagli a dì che venga, se vuol venire, che io ho da fare"».
C'era tensione anche tra Pertini e Nilde Jotti. Pertini s'era incavolato di brutto - come un genitore severo col figlio - perché la presidente della Camera era arrivata a Padova un giorno dopo lui. Non le parlava, la ignorava ostentatamente. Il servizio d'ordine aveva un bel daffare ad organizzare gli spostamenti evitando che i due si incontrassero. Ma queste sono storie da troppo affetto.
Il servizio d'ordine mobilitava tutto il partito, in ospedale e al Plaza. L'ospedale calamitava mezza regione. Passava la gente andando o tornando dal lavoro, si fermava a chiedere: «Come sta?». Non erano comunisti. In albergo dormivano i vertici del Pci . Là l'organizzazione era in mano a Folena e a Daniele Lorenzi dell'Arci. Daniele ricorda: «Chi dava più da fare era Angius. Timido, gentile, non lo conosceva nessuno, lo fermavano sempre, doveva cercarmi per passare. . .».
Lorenzi, la notte dell'ictus, aveva già avuto la sua rogna: l'operatore privato ingaggiato per riprendere il comizio, fiutato l'affare, era partito per Parigi, a vendere la cassetta: 90 milioni gli offrivano. Telefonate tempestose. Folena, alle due di notte, era riuscito a contattare a Roma il «responsabile comunicazione» del Pci, un tal Veltroni: «Riuscì a far intervenire la Rai. La Rai contrattò con l'avvocato dell'operatore, e acquistò lei la cassetta». Il contratto fu steso dentro un furgone, nel piazzale dell'ospedale.
E Berlinguer morì, l'11 giugno. Tanti parroci avevano invitato a pregare per lui nella messa domenicale. L'aereo presidenziale aspettava a Venezia. Padova, Mestre, erano impercorribili, le strade assiepate di gente. Pioveva. Si erano gremiti i ponti e i bordi dell'autostrada, fabbriche ferme, contadini venuti in trattore, camionisti in lacrime. Passava Enrico Berlinguer, «piccolo, timido, silenzioso, attento, caparbio, impregnato di moralità e di passione, e oggi no, non vedo nessun leader politico così carismatico, capace come lui di suscitare una tale emozione collettiva», dice Zanonato. Lenci, il professore, si aggrappa ad un ultimo flash: «Poco prima della morte, la signora Berlinguer mi consegnò un abito, per il marito. Io lo presi, cominciai a cincischiarlo distrattamente, come faccio sempre coi miei vestiti, lei si preoccupò: professore, per cortesia. . . sono andata a prenderlo a Roma, l'ho stirato io stanotte. . .»
Berlinguer ha lasciato senza dubbio un grande vuoto, politico e umano. Per le sue doti personali, che erano notevoli, e per la straordinaria capacità dell´intellighenzia comunista d´aureolare di carisma leader che meno sembravano adatti alla comunicativa - si pensi a Togliatti - era diventato un protagonista della vita politica. Meritava - più di tanti altri - d´esserlo: perché poteva commettere errori, mai disonestà o bassezze.
I suoi apologeti, spesso smodati, hanno fatto di lui una sorta di audace rinnovatore del comunismo. La verità è che Berlinguer aveva una mente aperta, ma all´interno degli schemi di partito: e che la sua conversione al nuovo fu graduale, attenta e sofferta: un adeguamento intelligente alle prospettive che la storia e la politica, in Italia e fuori d´Italia, imponevano, e che avevano costretto anche il coriaceo Marchais a molte concessioni.
Ecco perché un timido piaceva tanto alla gente , intervista di Antonio Gnoli
«Ho ancora viva l´immagine dell´uomo. Berlinguer è stato un caso raro, forse unico, di politico in grado di trasmettere un senso di fiducia e amorevolezza», Gillo Dorfles, studioso di estetica e di comportamenti legati al costume offre una lettura un particolare di Berlinguer.
«La sua postura, il suo modo di darsi in pubblico pur nella reticenza assoluta, suggerivano situazioni insolite per un politico. Innanzitutto la distanza. Dalla sua persona emanava qualcosa di remoto e intangibile. Se penso alle odierne risse televisive, al modo arruffato con cui la politica cerca l´autoaffermazione, non posso non rilevare quanto distante fosse la sua presenza. Distanza ma anche diversità. Ecco l´altro tratto sorprendente. Ci è difficile immaginare un politico altrettanto spoglio da ambizioni mediatiche, così sprovvisto di retorica e talmente scarno nell´oratoria da risultare quasi affetto da mutismo. Le sue parole erano avvolte dal silenzio. Niente a che vedere con le studiate pause craxiane, con quel parlare lento e calcolato. Quelle parole sembravano al contrario scaturire da una immensa timidezza».
«Tutto questo ha finito con il creare il più involontario degli esercizi carismatici: la distanza si è trasformata in un´aura potente, la differenza in un valore al quale riferirsi, la timidezza in una forma di aristocratica innocenza. Nessuno, nell´Italia degli anni Settanta, è stato come lui: un punto di attrazione per i più diversi strati sociali. Un operaio poteva vedere in lui la moralità al potere, il borghese quel senso aristocratico che gli derivava dalle sue radici».
«Non è irrilevante dove e come si nasce. Berlinguer apparteneva a quella ristretta cerchia di famiglie sarde, aristocratiche e colte, dalle quali sono usciti personaggi di primo piano, come Pintor o Cossiga. È ovvio che da solo questo non sarebbe bastato. E non so se oggi un uomo del genere avrebbe avuto quella presa che ebbe allora. Mi permetto di dubitare. Di lui, a me che non mi sono mai occupato di politica, resta la sua rara essenzialità antropologica. Il suo corpo erano i suoi pensieri. Dopotutto quest´uomo apparentemente fragile e dimesso è stato quello che ha persuaso milioni di persone, anche fuori dal suo partito, sull´efficacia e la bontà di un certo progetto politico. Non giudico se un tale progetto fosse giusto o sbagliato, non spetta a me dirlo. Quello che posso notare in conclusione è che esteticamente fu il contrario del kitsch: un personaggio tragico».
Enrico Berlinguer è stato davvero l´ultimo Segretario Generale. E non soltanto del più grande partito della sinistra. Parlo anche degli altri grandi partiti italiani. Oggi guidati da leader a volti capaci, a volte no. Ma tutti troppo arrendevoli ai media e sempre alla ricerca della visibilità.
Per apprezzare la siderale alterità di Berlinguer, bisogna raccontare come si arrivava a intervistarlo. Ossia attraverso quale rito religioso occorreva passare, prima di raccogliere il verbo che lui aveva deciso di affidarti.
L´officiante del rito era Antonio Tatò. Il suo assistente? Il suo portavoce? Il suo segretario? Macchè, Tonino era ben di più. L´angelo custode. L´eminenza grigia del berlinguerismo. O suor Pasqualino, come l´aveva battezzato Alberto Ronchey, per paragonarlo alla monaca occhiuta che governava Pio XII. Era bello Tonino. Alto. Prestante. Voce bene impostata. Mix perfetto di alterigia e di cordialità. Splendido profilo tra il centurione e il barbiere di lusso. Chioma nera, imbrillantinata, taglio anni Quaranta, da attore nei film dei telefoni bianchi.
Era lui a stabilire il trattamento da riservare ai giornali. Un´intervista vera, faccia a faccia con il Segretario Generale. Oppure soltanto risposte scritte, da Tonino ovviamente. La volta della Nato e di Dubcek, era il giugno 1976, vigilia elettorale, a me toccò l´intervista vera. Quella precotta se la beccò Gaetano Scardocchia, allora capo dell´ufficio romano della Stampa. Gaetano protestò per un´ora, ma non ci fu nulla da fare. Tonino gli spiegò che non era per disistima verso di lui, ma per il padrone del giornale, Umberto Agnelli, candidato della Dc al Senato. In quel tempo, il Dottore e i suoi uomini non erano amati a Botteghe Oscure. E Fortebraccio, il sarcastico corsivista dell´Unità, li bollava così: «Arriva Umberto Agnelli scortato da Luca Cordero di Montezemolo, che non è un incrociatore».
Berlinguer era l´opposto di suor Pasqualino. Prima di tutto nell´aspetto fisico. Una figura smilza, quasi fragile, da adolescente che non ha mai giocato a pallone ed è invecchiato di colpo, le spallucce un po´ incassate, la schiena già curva. In quel 1976, aveva 54 anni, uno in meno del D´Alema di oggi. Però il viso era più vecchio, il volto di un uomo che non si risparmiava, che aveva consegnato se stesso alla politica e al partito. Un pallore grigio da fatica. Occhiaie. Rughe ben nette. Capelli come aghi di un´istrice. Barba di fine giornata quasi bianca. Il vestito, poi, gli conferiva un´apparenza da funzionario di federazione. Il solito abito carta da zucchero, un po´ informe. La cravatta rossiccia annodata alla meglio. Una camicia bianca qualsiasi.
Eppure guai a lasciarsi ingannare dall´apparenza. L´insieme che ho descritto, invece di trasmettere una sensazione di fiacchezza, ti scagliava addosso una forza insospettabile in quel piccolo uomo. Un´energia contenuta, ma grandissima. Compressa come una molla pronta a scattare. Trave portante di un carattere ferreo, da super testardo, anche capace di molte asprezze. Il carattere di un uomo abituato a nascondere il fuoco interno, la passione politica e la fede in una missione sotto una coltre fredda, dimessa. Quella che faceva sembrare un monarca rosso soltanto un suddito del partito. E un leader comunista indiscusso appena una formica paziente della lotta di classe.
Questo scudo consentiva a Berlinguer di dissimulare un´altra dote che sperimentai subito, a mie spese, nei preliminari di quella e di altre, successive interviste. Il Segretario Generale aveva un tratto da antico aristocratico che, nel ricevere un borghese che non conosce, lo fa parlare. Per capire quali siano le sue intenzioni. O per prepararsi a scansarne le pretese quando gli sembrino eccessive. Me ne resi conto dopo: Berlinguer era il contrario dei politici verbosi che oggi danno aria ai denti da tutte le tivù, indefessi dichiaratori del nulla. Parlando pochissimo, sapeva ottenere lunghe risposte.
Mentre tu cadevi nella rete, lui ti ascoltava senza batter ciglio, senza mai scoprirsi, senza concedere che qualche rara briciola di se stesso. Condita da un sorriso stento, ma sempre con una punta di malizia. Che il Segretario ti regalava tormentandosi l´orecchio destro, un tic che emergeva quando non fumava una delle tante Turmac. O quando non beveva un dito di whisky allungato con molta acqua. Un piccolo vizio da praticare con lentezza, a sorsi misurati con parsimonia, l´aria curiosamente rassegnata di chi prende una medicina.
Intervistarlo, soprattutto in momenti cruciali per il partitone rosso, richiedeva all´interrogante un´intensità pari alla sua. E fargli domande equivaleva a inoltrare quesiti scomodi a un santo assiso sotto il baldacchino. Tu all´esterno di quel riparo invisibile, ma esistente. Lui protetto e attento, chiuso nella lontananza dei propri doveri di leader e, insieme, teso a non sbagliare, per ottenere il meglio da quel lavoro a due.
Mi ha sempre colpito in Berlinguer l´estrema cura che metteva nel rispondere. Aveva già studiato l´elenco delle domande, che suor Pasqualino gli aveva consegnato almeno un´ora prima. E davanti al tuo quaderno ancora bianco, aspettava da te la prima mossa.
Quella d´avvio di una partita a scacchi di cui soltanto lui conosceva l´esito. In tanti anni, non sono mai riuscito a sorprendere Berlinguer con domande-tranello. Se aveva accettato i quesiti che Tatò voleva bocciare, significava che intendeva fare del nostro colloquio un atto politico destinato a restare. Però a deciderne il modo e il livello era affar suo. Dopo l´intervista sulla Nato, Giancarlo Pajetta parlò di una «forzatura giornalistica». Eppure doveva ben sapere che era un´eventualità inesistente con il Segretario Generale. E per il rito consumato nella piccola stanza, al secondo piano delle Botteghe Oscure: una scrivania coperta di carte, uno scaffale di libri, una fotografia di Gramsci alla parete.
Tre ore di colloquio alla presenza di un Tonino teso più del suo capo. E a volte ansioso di suggerirgli le risposte. Quarantadue pagine di appunti. Il giorno successivo, la revisione del testo, sempre per opera del santo sotto il baldacchino. Armato di una biro nera, Berlinguer procedeva pensieroso, la fronte aggrottata, con una lentezza sfiancante. Propria di chi sa di avere, dentro il partito, tanti fucili spianati a suo danno. E ha imparato che ogni parola può nascondere un´insidia, e quindi va soppesata, valutata, in tutti i suoi pro e i suoi contro.
Il Segretario Generale rileggeva ad alta voce le risposte che mi aveva dato. Se la prova non lo convinceva, la biro calava sul foglio per l´inevitabile correzione. «Lei corregge troppo!» protestavo. E lui, con un sorriso magro, replicava: «Non correggo: miglioro». Aveva una grafia minuta, ben disegnata, tutta spigoli, inclinata sulla destra, con certe lettere un po´ uncinate. Adesso che la guardo dopo tanti anni, mi vien da dire: ecco una grafia d´acciaio, infrangibile come la struttura umana di re Enrico.
Sto cadendo nel vezzo di mitizzare Berlinguer? Penso di no. Mi sono ben chiari i suoi errori, gli integralismi, le lentezze nel procedere verso un traguardo che sarà raggiunto, ma non da lui, soltanto nel fatale Ottantanove. Era anche un leader altero. Troppo orgoglioso della propria diversità. Sicuro all´eccesso di essere nel giusto. Moraleggiante. Un po´ cupo. Fustigatore dei peccati del mondo.
Ma come si fa a non rendergli onore? L´onore che spetta a un uomo che ha lottato per la propria causa in modo chiaro e leale. Dentro un´epoca sempre più marchiata dalla disonestà, dal trasformismo e dalla viltà.
Giovanni Berlinguer è il fratello di Enrico. Di due anni più giovane. Lo ha seguito durante tutta la sua vita politica, ed è sempre stato un militante e un dirigente del Pci, anche se a differenza del fratello non ha scelto la militanza a tempo pieno ma ha svolto la sua professione di scienziato, medico, e professore universitario. Nel 2001 Giovanni Berlinguer ha accettato di essere il candidato della corrente di sinistra dei Ds alla segreteria del partito. Ora è presidente di “Aprile”.
Com’era Enrico Berlinguer da ragazzo?
Come può essere un ragazzo di buona famiglia. Studioso quanto basta, molto appassionato di mare, gentile, pochi amici ma di solido legame. Aveva un carattere forte. Forse era segnato dalla morte della madre. Fu un fatto che pesò molto su di noi, anche su di me, che ero più piccolo di due anni.
Quando morì vostra madre?
Morì nel ’36, ma era malata da molto tempo. Morì quando Enrico aveva 14 anni e io 12. Il ricordo che ho io di mia madre è di una donna sempre malata, debole. Una donna molto affettuosa, ma spesso assente. Per noi è stata una esperienza molto dolorosa…
A scuola Enrico era bravo?
Sì era bravo, ma non eccellente. Anch’io ero bravo e neanch’io eccellevo. Fummo rimandati a ottobre un paio di volte. Eravamo molto legati. La differenza d’età era piccola e non creava un distacco, anche perché c’erano amicizie comuni, molti cugini. I cugini erano più piccoli di noi, ma erano associati ai giochi, alle attività collettive, e soprattutto alla vita di mare. D’estate a Stintino eravamo uno stuolo di coetanei. Enrico faceva il capobanda.
A quell’epoca non era timido e un po’ triste come lo abbiamo conosciuto?
No, non era timido, non è mai stato timido e non è mai stato triste. Era riservato ed è sempre stato riservato. La leggenda sulla sua tristezza era quella che lo faceva maggiormente arrabbiare. Enrico era allegro, gli piaceva vivere, gli piaceva divertirsi.
Voi due eravate molto uniti?
Con la crescita, verso i 15 anni, i nostri interessi iniziarono a divergere, io mi sentivo attratto dalle scienze, lui maturava una passione per la filosofia. Io sognavo di diventare chirurgo, lui non so cosa sognasse: leggeva libri per me difficilissimi. Anche nel tempo libero prendevamo vie diverse. Insieme facevamo la vela e giocavamo al pallone, per il resto ci dividevamo: io mi specializzai nel biliardo, nella carambola. Ero molto forte. A lui piaceva giocare a carte. Andava al bar Rubattu, a via Roma e lì ore a tressette o a mariglia, che è un gioco di carte sassarese, una specie di bridge dei poveri, si fa con quaranta carte. Poi spesso faceva quella che noi chiamavamo la seconda ora. Cioè, quando la notte il bar chiudeva, lui restava lì dentro, con un po’ di amici e giocava a poker…
Allora è vero che giocava a poker, come dice Fassino?
Sì, però non è vero che perdeva. Enrico vinceva quasi sempre a poker. E coi soldi si comprava i libri di filosofia. E la filosofia credo che fu l’anticamera della politica.
Quando iniziò a occuparsi di politica?
Non so dire una data esatta. La politica in casa nostra c’è sempre stata. Mio padre era nettamente schierato con l’antifascismo, era stato deputato nell’ultima legislatura semilibera, quella dal ‘24 al ’26. Faceva parte del gruppo liberal-costituzionale di Giovanni Amendola. Durante il periodo fascista lui aderì al partito d’azione, subito, appena fu fondato dai Rosselli.
E a casa vostra si parlava molto di politica?
Sì, era un’assemblea permanente. Vivevamo in una villetta, dopo la morte di mia madre, che era divisa in due appartamenti. In uno dei due appartamenti viveva la zia Lidia col marito Andrea, che era un funzionario di banca; poi venne, quando fu pensionato e ritornò a Sassari da Roma, anche il nostro nonno materno, Giovanni Loriga, un medico igienista. Nelle riunioni serali esplodeva lo scontro politico: papà democratico, mio nonno socialista di impronta positivista, come molti scienziati di quella generazione, poi c’era lo zio Andrea, anarchico, e noi due ragazzi che propendevamo per idee più moderne e avanzate. Queste si precisarono poi, quando Enrico entrò in contatto con gruppi di lavoratori che erano stati comunisti.
Quando successe?
Negli anni tra il ’40 e il ’42. Noi eravamo influenzati anche da zio Ettore, che era il più giovane degli otto fratelli di mio padre, faceva il giornalista alla Nuova Sardegna finché i fascisti non la chiusero. Lui aveva una piccola biblioteca di libri proibiti. Naturalmente c’era “Il Manifesto” di Carlo Marx (edizioni Laterza) e poi c’erano gli scritti di un pensatore anarchico della fine dell’Ottocento, Max Nordau. Ricordo che leggemmo un suo libro che ci colpì molto. Si chiamava, “Le menzogne convenzionali della nostra civiltà”. C’era un bel catalogo di menzogne: patria, famiglia, religione…Noi eravamo molto legati allo zio Ettorino perché lui era della generazione di mezzo, faceva un po’ da ponte tra noi e quelli dell’età di mio padre. Anche con lui c’erano continue discussioni: di politica, di filosofia, di letteratura.
Tu una volta mi hai detto che tuo fratello era un kantiano.
Si, in filosofia era un kantiano. Aveva letto la “Critica della ragion pura”, la “Critica della ragion pratica” e la “Critica del giudizio”. Non conosceva ancora gli scritti politici di Kant, perché allora in Italia circolavano poco. Aveva una immensa ammirazione per la costruzione intellettuale di Kant e soprattutto per la dimensione morale della sua opera. Però leggeva anche molti altri autori. Soprattutto leggeva Hegel, Schopenhauer, e amava molto la “Storia del liberalismo europeo” di Guido De Ruggiero.
Quando succede che tutto questo si tramuta in politica-politica?
La politica - ti dicevo - c’era sempre stata. Negli anni 40 esplode. Un po’ per la nostra passione e la nostra curiosità di capire quello che succedeva. Un po’ anche per l’influenza di nostro padre.
Voi eravate interessati all’aspetto pubblico della vita di vostro padre?
Sì, soprattutto ai suoi racconti sul fascismo e sull’antifascismo, e alle implicazioni politiche di quel che faceva come avvocato penalista. Mi ricordo in particolare un episodio che fu anche drammatico. Nel ‘37 ci fu a Sassari un duplice omicidio. Alcuni uomini della milizia, dopo una lite, uccisero due venditori ambulanti di torrone. Mio padre, insieme all’avvocato Andrea Cugiolu, fece la parte civile per incarico dei parenti delle vittime. Il clima in città divenne accesissimo. I fascisti erano scatenati. Minacce, scritte sui muri, telefonate anonime, cortei. Mi ricordo gli slogan scritti con la vernice vicino casa, e i manifesti affissi per la città: “Chi tocca la milizia avrà del piombo”. Una vera campagna intimidatoria. L’aula della Corte d’Assise era stracolma il giorno che iniziò il processo. Sia perché il fatto aveva creato molto scalpore, sia perché nel processo erano impegnati due avvocati “di grido”, i più noti di Sassari. A difendere gli imputati della milizia fu chiamato l’avvocato Siniscalchi, che veniva da Napoli, e a Napoli era il capo del fascio, cioè il federale. Iniziò subito la polemica tra difesa e parte civile. A un certo punto Siniscalchi gridò contro mio padre: “voi state facendo speculazione politica sopra due cadaveri!”. Mio padre si alzò dal suo banco, attraversò l’aula, si avvicinò al banco di Siniscalchi, in silenzio, e gli assestò due schiaffoni in faccia. Successe il finimondo. Mio padre era così. Cugiolu si arrabbiò e gli disse: “Mario, il processo è finito qui…”.In effetti il processo fu sospeso e rinviato a Viterbo. “Legittima suspicione”. Poi a Viterbo i fascisti furono assolti. Ma l’episodio dello schiaffo ebbe un seguito. Si scoprì che ambedue gli avvocati, Siniscalchi e mio padre, erano ufficiali in congedo, e si vide anche che il codice d’onore degli ufficiali in congedo, in questi casi, imponeva il duello. Era una situazione strana. La legge, formalmente, proibiva il duello. Ma il codice d’onore lo esigeva. Si decise di farlo. Si stabilì la data. Si stabilì l’arma: spada. A noi, nostro padre non disse niente. Però ci comunicò che lui, per distrarsi, riprendeva le lezioni di scherma. Si allenava tutti i giorni. A noi sembrava strano, lui aveva quasi cinquant’anni. Il duello si fece. In campagna, vicino a Sassari, all’alba. Fu un duello in piena regola: coi padrini, i medici, il pubblico e tutto. E un cordone di carabinieri per evitare invasioni e garantire la regolarità. Mio padre da giovane aveva fatto molta scherma. Ai primi assalti ferì subito Siniscalchi al braccio destro, i medici si affrettarono a dire che Siniscalchi non poteva continuare. Duello vinto. Mio padre tornò a casa alle sette, ci svegliò per mandarci a scuola e ci raccontò tutto, ed era eccitatissimo e molto felice.
Questa strana vicenda ha anche una coda recente. Qualche anno fa ho sentito che si presentava alle elezioni per il Senato un avvocato di Napoli di nome Siniscalchi, nelle liste dell’Ulivo. Per curiosità ho chiesto chi era. Mi hanno detto che era di una nota famiglia di avvocati napoletani e che suo padre era stato anche il capo del fascio. Vedi come cambiano le cose? Del resto devo dire che poi, negli anni successivi al duello, mio padre ci parlò sempre bene di Siniscalchi, che incontrò più volte in Cassazione. Disse che era una brava persona. In effetti era un uomo potente e se voleva vendicarsi di mio padre poteva farlo. Invece non fece niente …
Quando è che voi diventaste comunisti?
Prima della liberazione, nel ’43, si era costituito a Sassari un gruppo di comunisti, in gran parte anziani. E appena possibile fu costituita la sezione del Pcdi . Non era arrivata in Sardegna la notizia che il nome era cambiato e che si chiamava Pci. Enrico diventò segretario dei giovani comunisti di Sassari. Ci furono subito molti iscritti. Proletari, sottoproletari, studenti. Io diventai comunista più tardi, nella primavera del ’44, quando Enrico uscì di prigione dove lo avevano rinchiuso per la rivolta del pane. Enrico aveva molto ascendente sui ragazzi, faceva delle lezioni, spiegava Marx, le teorie comuniste e tutto il resto. In Sardegna la fine del fascismo fu salutata con grandi manifestazioni. Nel settembre del ’43, dopo l’armistizio, ci fu anche il tentativo degli antifascisti di spingere l’esercito italiano a disarmare la divisione tedesca che era di stanza nell’isola. Sarebbe stato possibile, perché i soldati tedeschi erano sparsi nel territorio, quindi vulnerabili. Però il comandante delle forze armate italiane respinse questa idea. Permise che i tedeschi si raggruppassero e sloggiassero rapidamente dalla Sardegna che loro consideravano indifendibile. I tedeschi salirono al nord, passarono in Corsica e poi sbarcarono in Francia. La Sardegna fu libera già dal settembre del ’43. Non ha conosciuto la guerra guerreggiata. E’ stata, forse insieme alla Puglia, l’unica Regione italiana che non l’ha conosciuta. Ha vissuto solo i bombardamenti devastanti prima del settembre ‘43, soprattutto a Cagliari, dove c’era un porto importante che fu sottoposto a moltissimi attacchi dagli aerei alleati. E il porto di Cagliari è proprio dentro la città. A Sassari, invece, ci furono solo un paio di bombardamenti senza vittime.
Cosa successe dopo l’8 settembre?
La situazione politica restò per molti mesi immobile. Ci fu continuità con il fascismo. Non c’erano più il partito fascista e le milizia, ma le prefetture, le questure, tutti i gangli dell’amministrazione erano nelle mani degli stessi di prima . Nessun cambiamento. E la situazione economica peggiorava. Durante la guerra c’erano state sofferenze, ma la Sardegna aveva un certo grado di autosufficienza alimentare. Pastorizia e agricoltura. Dopo l’otto settembre le cose peggiorarono, c’era la crisi vera. Arrivò la fame. C’era anche il divieto di costituire partiti politici, tanto che nostro padre fu arrestato per avere contravvenuto a questo divieto, organizzando il partito d’azione. Fu una vicenda curiosa l’arresto di mio padre. Lui era un personaggio, in città. Conosceva tutti, specialmente a Palazzo di giustizia. Così, quando fu spiccato il mandato di cattura, qualcuno lo avvertì e lui cercò di non essere arrestato. Legò insieme qualche lenzuolo per calarsi dal balcone sul retro, e poi mise un catenaccio al cancello di casa, in modo di avere il tempo per fuggire. Quando arrivarono i carabinieri lui se ne accorse, andò nel balcone sul retro, prese in mano il lenzuolo e si calò in giardino. Però nostro padre era coraggioso quanto distratto. Così nella fretta si era dimenticato di legare il lenzuolo all’inferriata, e quando scavalcò il parapetto aggrappato al lenzuolo volò a terra col lenzuolo in mano e fu una scena drammaticissima e anche un po’ comica. Io ero in casa e mi spaventai molto. Corsi all’ospedale a chiamare soccorsi. Lui finì piantonato in corsia.
E l’arresto di Enrico quando avvenne?
Più tardi. Mio padre era stato già liberato. A Sassari, all’inizio del ’44, ci fu una rivolta spontanea degli affamati. Saccheggiarono i forni, ci furono grandi manifestazioni in piazza d’Italia, e fu invasa anche la prefettura. Scattò subito la repressione e colpì selettivamente quelli che erano accusati di essere i fomentatori, cioè i giovani comunisti. Molti giovani comunisti stavano effettivamente tra la gente. Ma non erano stati loro a organizzare la rivolta, non potevano essere stati i promotori di un movimento così grande. Era un movimento grande e anche disperato, perché era mosso dalla fame, dalla fame vera. Enrico fu arrestato insieme a una trentina di ragazzi comunisti. Fu accusato di devastazione, saccheggio, insurrezione armata. Imputazioni gravissime. Comportavano la pena di morte. Per diversi mesi furono tenuti segregati al carcere di San Sebastiano, che si trovava proprio di fronte allo studio legale di Mario e Aldo Berlinguer. Erano isolati, senza la possibilità di comunicare tra loro, né con le famiglie, né con gli avvocati. I giudici e la polizia lavorarono per costruire prove false che servissero a dimostrare che Enrico era il capo della rivolta. E qualche giovane comunista, forse per paura, forse perché ebbe delle promesse, finì per convalidare queste accuse.
Voi eravate preoccupati. Poteva finire male…
Si noi eravamo molto preoccupati. Però sapevamo che il castello di accuse non avrebbe retto al processo. E contavamo sul mutamento del clima politico e morale che stava maturando nella parte continentale dell’Italia già liberata. Eravamo convinti che la liberazione avrebbe avuto conseguenze positive anche sul processo. Quando mio padre fu incluso nella delegazione dell’antifascismo sardo, per il primo congresso nazionale degli antifascisti, che si tenne a Bari, lui non voleva andare, per restare a Sassari e occuparsi di Enrico. Ma Enrico riuscì a fare uscire dal carcere una lettera nella quale insisteva, diceva al padre che doveva assolutamente andare a Bari. La prigionia di Enrico fu molto serena, per stato d’animo, per comportamento. In teoria loro erano isolatissimi, ma siccome mio padre era di casa a San Sebastiano, e conosceva tutti i secondini, nel giro di pochi giorni si organizzò una rete di contatti clandestini, attraverso i messaggi scritti che i secondini facevano filtrare. Servirono molto a organizzare la difesa contro accuse manipolate e perfino stravaganti. L’episodio più incredibile è stato il ripescaggio, da parte dell’accusa, del verbale redatto contro Berlinguer Enrico dalla milizia fascista, che aveva fermato e perquisito lui e altri tre “complici”, trovati nelle vicinanze di un manifesto sovversivo intitolato “Sorgere e Risorgere”, e firmato dalla nota formazione clandestina Giustizia e Libertà. La cosa più strana è che il verbale era stato compilato dall’Ufficio politico investigativo della 177esima Legione della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale “l’anno millenovecentotrenta, addì 28 del mese di ottobre”, cioè quando Enrico aveva otto anni..
Il processo a Enrico credo che è stato quello più impegnativo della lunga vita professionale di mio padre. Anche se non si concluse mai. Il clima politico cambiò ed Enrico fu prosciolto in istruttoria e scarcerato. Quattro mesi di carcere. Uscì dimagrito, impallidito, ma probabilmente rafforzato. Credo che fu in quei mesi che decise di dedicare la sua vita alla politica. Aveva 21 anni, aveva quasi finito gli esami all’università, stava scrivendo la tesi di filosofia del diritto. La politica lo travolse, non si laureò mai.
Ci sono delle lettere di Berlinguer dalla prigione?
Si, ci sono le lettere che ci mandava attraverso i secondini amici. Sono scritte a matita, perché non aveva penne, e sono scritte su pezzetti di carta di ogni tipo, da pacchi, o sui margini bianchi della carta di giornale. In quelle lettere dimostra una forza di carattere eccezionale. Rifiutava qualunque agevolazione che non fosse per tutti. Tendeva continuamente a tranquillizzare noi sul suo stato d’animo, raccontava le letture, commentava i libri. Un giorno scrisse che aveva imparato a memoria l’Amleto in inglese, e che l’Amleto esprimeva in modo perfetto i dilemmi di ogni essere umano. Sono molto interessanti queste lettere. Erano poi straordinarie, sul piano affettivo, le lettere di nostro padre a lui. Gli scriveva quasi ogni giorno. Lettere lunghe. Nella prima parte metteva il racconto degli atti istruttori, notizie sullo svolgimento delle indagini, consigli legali eccetera; poi nella seconda parte parlava della guerra e della politica italiana, oppure faceva il resoconto del congresso di Bari, del suo ritrovare amici e compagni di lotta dei quali si erano perdute le tracce. In tutte queste lettere c’era un gigantesco amore paterno….
Cosa fa Enrico quando esce dalla prigione?
Compie un viaggio con mio padre a Salerno dove c’è la sede del governo, e lì conosce Togliatti: glielo fa conoscere mio padre. Poi, subito dopo la liberazione dell’Italia va a Roma. Per la verità andiamo a Roma insieme. Prendiamo casa con nostro padre in un appartamentino a via Boccanegra, dietro piazza Bologna. Tra noi in quel periodo c’è un rapporto molto intenso di comunicazione e di scambio, non di frequenza perché ci vediamo poco. Lui viaggia, io studio medicina. Enrico è diventato un dirigente del movimento giovanile comunista, diretto da Giulio Spallone e poi da Giuliano Paletta. C’è anche Carlo Lizzani. Sta poco a Roma. Il partito lo spedisce a Milano a fare esperienza. A Milano c’è il “Fronte della Gioventù”, quello fondato da Eugenio Curiel, che è stato ucciso nel 1945 dai nazisti. Il “Fronte” è una organizzazione unitaria, non solo di comunisti. Poco dopo si costituisce la federazione giovanile comunista, e lui diventa il segretario nazionale.
Com’era il tuo rapporto politico con lui?
Sono stato un seguace di Berlinguer. Un adepto. Ma nel corso degli anni ho avuto anche varie discussioni, vari dissensi. Non frequenti ma li ho avuti. Per esempio negli anni quaranta, quando la prospettiva dell’Italia era di andare verso la normalizzazione, non ero d’accordo, ero irrequieto, io non credevo molto alla possibilità di una azione sul terreno democratico. Enrico si mostrò molto più ragionevole di me, e naturalmente aveva ragione.
Tu eri un po’ “secchiano”, forse, nel senso di simpatizzante per Pietro Secchia?
No, questo no. Non ho mai avuto simpatia per Pietro Secchia.
Sulla linea politica del “compromesso storico”, negli anni ’70, eri d’accordo?
Pensavo che fosse una giusta strategia ma fui turbato di fronte al suo divenire semplice accordo di governo. Un accordo che poi significò subalternità. Su questo discutemmo molto con lui. Enrico diceva che era un passaggio obbligato. E d’altra parte la validità della strategia ebbe una straordinaria conferma nelle elezioni del ’75 e del ’76. Il Pci guadagnò moltissimi voti.
Perché fu abbandonato il compromesso storico?
Per molte ragioni. La più importante credo sia che l’interpretazione prevalente che si ebbe di quella idea politica fu in termini di negoziati di vertice e di cedimenti. E poi perché a un certo punto ci furono dei cambiamenti sostanziali nel quadro politico: mutarono le coordinate in cui si era mossa quella strategia. I cambiamenti principali furono due. Uno fu che sul piano internazionale vinsero la Thatcher nel 1979 e Reagan nel 1980. Cioè prevalse alla guida dell’occidente una linea di capitalismo aggressivo, rivoluzionario, espansivo. Che dette avvio alla globalizzazione neoliberista nella quale oggi viviamo e della quale vediamo chiari i guasti e le ingiustizie che ha creato. E l’altro mutamento fu interno. Cambiò il nostro panorama politico: con la morte di Moro prevalse nella DC una linea che era assolutamente contraria al compromesso storico e aveva in testa un futuro molto diverso per l’Italia. Il compromesso storico si basava molto su quelle due personalità straordinarie: quella di Berlinguer e quella di Moro. La morte di Moro fu un colpo micidiale per l’Italia. E poi ci fu un altro fattore ancora: ci fu un ricambio nei gruppi dirigenti dell’economia italiana. Vinsero le correnti più conservatrici, e queste correnti decisero un contrattacco: vollero porre un freno alle riforme, riassorbirle e iniziare una vera e propria inversione di marcia sul piano politico e sul piano sociale…
Gli anni settanta, che sono quelli durante i quali si realizza la strategia del compromesso storico, sono ricchi di riforme. Riforma sanitaria, equo canone, aborto e moltissime altre. Riforme che modificarono la struttura economica e lo spirito pubblico dell’Italia.
Si, il contrattacco fu proprio contro queste riforme. Una parte dei gruppi dirigenti politici ed economici decisero che bisognava invertire rotta. Sbarrarono il compromesso storico.
A quel punto nella politica di Berlinguer c’è una rottura e un ripensamento. Nasce così la linea dell’alternativa democratica, e poi la teoria della diversità e l’apertura della questione morale?
Lui sente che c’è un tarlo nel sistema politico. E che i partiti di governo non sono più animati da alcuno slancio ideale. Stanno perdendo il rapporto tra la politica e le cose che contano, cioè l’ interesse dei cittadini, le aspirazioni della gente, le esigenze di solidarietà. E soprattutto sente che l’accordo tra Dc e socialisti è un accordo di basso profilo. Non ha le basi politiche e ideali che aveva avuto la nascita del primo centrosinistra. E’ una alleanza insufficiente a garantire la guida democratica del paese. Allora Enrico cerca strade nuove. Secondo me quegli anni, e cioè i primi anni ’80, non sono gli anni dell’isolamento - della ricerca dell’isolamento e dell’identità, uno contro tutti - come qualcuno ha scritto. Sono gli anni in cui lui si rende conto, non sempre in modo del tutto nitido ed evidente, che il mondo è entrato in una fase nuova. E oltre a proporre una politica di alternativa democratica, ai partiti e all’opinione pubblica, tenta di definire e ridefinire i metodi della politica, gli scopi, la fisionomia. E così propone da un lato la questione morale, dall’altra la linea dell’alternativa. La questione morale non è certo una questione giudiziaria. Enrico non si pone l’obiettivo di mandare qualcuno in prigione, ha un obiettivo molto più ambizioso: quello di rinnovare i partiti, il costume, i rapporti coi cittadini. In sostanza si pone il problema della riforma della democrazia e del potere. E’ questa la questione morale. E l’alternativa è un insieme di progetti e di temi che allora furono scarsamente capiti dal suo stesso partito, e soprattutto dal gruppo dirigente del suo partito, ma che erano incredibilmente moderni, erano proiettati nel futuro. Oggi sono di straordinaria attualità, costituiscono l’agenda politica reale. Sono il tema dello scontro che è aperto tra le diverse concezioni politiche del mondo e del suo futuro.
Quali erano questi temi?
Il tema dell’austerità, per esempio. Che è un tema gigantesco, per niente conservatore , anzi tutto costruito su un’idea nuova di “domani”. Sollevava le seguenti esigenze: revisione dei rapporti tra Nord e Sud del mondo; valorizzazione di nuove risorse, lotta contro gli sprechi dell’occidente, redistribuzione della ricchezza, salvaguardia dell’ambiente. Non sono le questioni che oggi abbiamo davanti e che ancora non ci decidiamo a prendere di petto? Mi ricordo di quando preparava la relazione al XVI congresso. Un giorno mi disse: “Al prossimo congresso lancerò un altra idea. Quella del governo mondiale”. Eravamo nei primi anni ottanta, nel reaganismo e nel breznevismo, Gorbaciov non era ancora alle viste, il muro sembrava eterno, la corsa agli armamenti galoppava. E lui lanciava l’idea di un governo mondiale? Rimasi molto sorpreso. Pensai che non lo avrebbe fatto. Invece lo fece, e spiegò cosa intendeva per governo mondiale e perché era necessario ed era l’unica via d’uscita. Mi convinse. Capii che era effettivamente la direzione giusta. Non so quanto realistica, ma giusta. E lui mi suggerì di rileggere gli scritti politici di Kant, dove questa idea era specificata. Era delineato un nuovo rapporto tra popoli e governi non come soluzione parziale per impedire questa o quella guerra, bensì come modo per stabilire relazioni diverse tra popoli e potere e per assicurare la convivenza nel mondo.
Per Berlinguer il pacifismo fu importante?
Si il pacifismo fu importante. Il pacifismo negli anni ottanta entra in una fase nuova. Non assomiglia al pacifismo dei decenni precedenti. Diventa indipendente, autonomo. Nel dopoguerra i movimenti pacifisti erano sempre stati molto influenzati dalla divisione del mondo in blocchi. In quei movimenti c’era una specie di adesione a uno dei due blocchi. Negli anni ottanta cambia tutto. E Enrico cambia la politica del Pci. Vedi, io credo che ci siano due momenti importantissimi di svolta nella sua politica. Uno è la famosa intervista a Giampaolo Pansa nella quale Enrico riconosce la Nato e dice di sentirsi più tranquillo con l’Italia sotto il suo ombrello. E’ un vero e proprio rovesciamento della politica estera. Il secondo momento è la lotta contro gli euromissili, nei primi anni ottanta. Non solo contro i missili americani ma anche contro i missili sovietici. Enrico fu tra i pochi uomini politici italiani che iniziò a prendere in considerazione un mondo non più diviso in blocchi, e iniziò a pensare la politica fuori dei blocchi.
Tu dici che la sua non era una posizione difensiva e di conservazione e rilancio dell’identità. Dici che era una posizione che guardava più al futuro che al presente. E’ così?
Si, è così. C’è in quegli anni un’altra intervista importante. Una lunga intervista all’Unità, a Ferdinando Adornato, che allora era un giornalista dell’Unità, e l’intervista fu pubblicata in un numero speciale che prendeva spunto dall’anno 1984 (visto che 1984 è il titolo di un famoso libro di Charles Orwell sul futuro). In quell’intervista Enrico mostrava di avere capito molto di quello che stava per succedere, e della rivoluzione tecnologica che era alle porte. Lanciò una proposta, quella di un grande convegno internazionale sulla futurologia, che suscitò scarsissimo interesse nel partito e nell’intellettualità. Egli era molto interessato a un tema che era stato tra noi, fin da ragazzi, oggetto di discussioni infinite: la priorità della filosofia o della scienza e i loro rapporti nella dinamica della storia e del pensiero umano. Era interessato all’innovazione, al ruolo delle nuove scoperte scientifiche e soprattutto al peso che tutto questo avrebbe avuto sulla politica e sui rapporti tra la politica e il genere umano.
Si rendeva conto che questi rapporti non potevano essere garantiti solo dalle vecchie strutture dei partiti. Non stava forse pensando anche al superamento di quella forma di partito?
Sì , credo che stesse pensando a questo. Ma il suo pensiero non era ancora abbastanza delineato. C’è una conversazione di cui ha dato conto Francesco De Martino. Egli suggerì a Enrico di cambiare il nome del Pci. Sembra che Enrico abbia risposto che un passo del genere non sarebbe stato capito dal suo stesso partito. Ma di questo non posso dare alcuna testimonianza perché con me non ne parlò mai.
CHISSÀ perché bisogna interrogarsi ogni volta sull’"attualità" delle cose. Le cose valgono anche se sono inattuali, a volte perché sono inattuali. Per esempio gli anniversari. Il 25 aprile è una data bellissima, e basta. Anche il 1° maggio. E ora parlerò dell’attualità di questo 25 aprile. Ai miei tempi, un ragazzo che avesse deciso di essere antifascista aveva due scelte. Di aderire al racconto della Resistenza, alla sua commemorazione, e anche alla sua ufficialità. Oppure di diffidare del racconto ufficiale e disertare le cerimonie, e rintracciare un’altra verità, un altro 25 aprile. La Resistenza come mito fondante della democrazia repubblicana, o come mito ispiratore della rivoluzione sociale. I protagonisti erano a portata di mano, coi loro racconti diversi, l’acquisto della democrazia e della Costituzione repubblicana e dei partiti dell’arco costituzionale, oppure della Resistenza tradita o mutilata, dell’epurazione mancata, della scintilla custodita del comunismo. Un racconto era insidiato dalla retorica istituzionale e dal quieto vivere politico, l’altro dal culto della vita combattente e della violenza liberatrice. Non ce n’è più bisogno, grazie al cielo. I testimoni si fanno rari, e questo è un gran rischio per la verità e la memoria.
PERÒ un ragazzo che pensi oggi all’antifascismo non ha bisogno di scegliere fra una versione ufficiale e una storia sotterranea da disseppellire, fra un racconto o l’altro degli avi. Può fare in modo di sapere che cosa successe, sessant’anni fa. Che cosa significò la liberazione, dopo una guerra terrificante, costata alla terra cinquanta milioni di morti. Nella nostra parte di mondo la guerra è stata risparmiata da allora: fortuna pressoché senza eguali. Può ignorare, un ragazzo, le controversie sui revisionismi, alcune superflue, altre incomprensibili. La storia si lascia reinterrogare ogni giorno, e da ogni luogo. E però ci sono evidenze che nessun nuovo paio di occhiali può mutare. L’Italia fu tenuta da un regime squadrista e illiberale, nazionalista e virilista, che diventò violentemente colonialista e razzista, entrò vilmente e tronfiamente in guerra, rovinò nella dissoluzione delle forze armate e nell’occupazione nazista, aggrumò clientele e feudi e brigate nella Repubblica sociale e collaborò alla caccia agli ebrei e alle stragi di civili. La sua parte era una tirannia sterminatrice e schiavista. Dall’altra parte la Resistenza dei partigiani, dei militari, dei civili, aveva in comune l’impulso a liberare l’Italia dagli occupanti nazisti e dai suoi complici fascisti. Ci riuscì, grazie alla vittoria degli Alleati americani e inglesi. Dalla vittoria fascista e di Salò sarebbe risultata una ripugnante schiavitù. Da quella degli Alleati e dell’antifascismo risultò una libertà. Questo segna la differenza, una volta per tutte. La comprensione storica e la compassione umana dei destini delle persone, delle loro vite e delle loro morti, comincia da qui. Altri nodi di dispute che furono accanite e fin cruente, sono finalmente ricondotti a una loro condivisibile misura, e spesso quasi incomprensibili nel loro accanimento passato. Incomprensibile la calunnia o la reticenza sulle foibe, che pure è durata così a lungo, e così penosamente. Lo strascico di violenze, vendette politiche e personali, crimini comuni, che insanguinarono ancora per anni certe regioni, e specialmente il "triangolo rosso", è stato raccontato dai testimoni e ricostruito dagli studiosi così da offrire a tutti la verità, e alla sinistra uno specchio deformante e rivelatore. Le parole trasformate in trincee e in tabù hanno ripreso il loro corso comune e ragionevole: la "guerra civile", il consenso popolare al fascismo... Certo, i venti mesi della Resistenza furono "anche" una guerra civile fra italiani: non furono "soltanto", né "soprattutto" una guerra civile, bensì di liberazione nazionale e di ribellione sociale. Certo, il regime fascista ebbe un vasto consenso di massa, e l’antifascismo fu il fatto di una minoranza, e anche la lotta partigiana, benché di una minoranza ingente e anche militarmente efficace, oltre che civilmente decisiva. È facile oggi vedere in Iraq che cosa voglia dire per il riscatto di un popolo e per l’inaugurazione di una democrazia una partecipazione nazionale combattente e politica. Altrettanto evidente è ormai il punto in cui riletture "nuove" della storia si allontanano da ogni documentazione e da ogni ragionevolezza per trasformarsi in oltraggi al pudore, o in rivalse faziose. Qualcuno propone di cancellare il 25 aprile, per sostituirlo magari con il 18. Il 18 aprile ci fu un voto: quel voto, e il suo risultato lodato ora come fatidico, fu una delle scelte rese possibili dal 25 aprile. Bisogna guardarsi dallo zelo nel rifare i calendari. I giorni scritti in rosso e costati cari meritano riguardo e discrezione. Vorrei dire a Sandro Bondi, del quale conosco un desiderio di dialogo e una curiosità per le ragioni altrui, che la frase su Marzabotto è un triste errore. Anche su questo tema – del rapporto fra azioni partigiane e rappresaglie naziste, della paura, dell’opposizione o del risentimento che a volte le azioni partigiane suscitarono fra le popolazioni - studi seri e senza pregiudizi si sono moltiplicati, e spesso i loro autori hanno una carta d’identità di sinistra. Ma il riferimento a Marzabotto è una caricatura di quel drammatico problema, e suona quasi feroce di fronte a quel massacro, che il presidente Rau seppe onorare così umanamente.
Un ragazzo può dunque leggere, studiare, ascoltare - lo faccia! - e però lasciare agli anziani più risentiti, agli accademici rivali e agli uomini del partito preso le dispute antiche. Può invece riguardare attraverso il 25 aprile le proprie canzoni e i propri slogan di oggi. C’è appena stata una guerra detestata e una liberazione benvenuta. Quel ragazzo ha forse agitato una bandiera della pace, ha sfilato in corteo scongiurando la barbarie della guerra: anzi, l’ha fatto senz’altro. È di un ragazzo o una ragazza così, che sto parlando. Quando proclamava di essere contro la guerra senza se e senza ma, si è abituato a sentirsi obiettare: e allora, gli Alleati nella guerra contro fascismo e nazismo, e i partigiani? Ha risposto con fastidio: che il nazismo era un’altra cosa, che è successo tanto tempo fa, che allora si trattava di difendersi a casa propria da un invasore, un occupante... Risposte elusive, frettolose. Il nazismo fu senz’altro un’altra cosa: ma la sua fine non ha posto fine a tirannidi genocidi e stragi. Poco fa, a due bracciate da noi, nella ex Jugoslavia, le guerre sono tornate, sterminii nazionalistici e ideologici, stupri "etnici", deportazioni di massa, fosse comuni, città torturate... Non era proprio casa nostra, però casa dei nostri vicini, e se ne sentiva a orecchio nudo l’invocazione al soccorso. La contraddizione invade l’amore per la pace, la voglia di metterlo in pratica già nella propria vita personale, di esigerlo nei rapporti fra i popoli e gli Stati: la contraddizione è nelle cose. Quel ragazzo aveva magari la maglietta con un bel "Che" Guevara. Eroe di una vita di armi e di un corteggiamento della morte – morto presto, e nel luogo più distante dal potere di una nuova dinastia "rivoluzionaria" - agli antipodi della speranza pacifista. Si può volergli bene, dunque, senza immaginare di emularlo, salvo che nella passione e nel coraggio, se si pensa a un tempo nuovo di pace e di nonviolenza. Prendete un’altra fotografia, quella delle tre donne del 25 aprile di Milano, col trench e il mitra, giovani e belle da far tremare. (Erano forse allieve delle Belle Arti, se non sbaglio: una delle tre sarebbe morta fra poco). Si smette forse di voler bene alle ragazze di quella fotografia, di quella Liberazione, perché imbracciavano il mitra, e noi ci vogliamo oggi pacifisti e nonviolenti? E pensate solo un momento alla rivolta del ghetto di Varsavia, sessant’anni fa fra pochi giorni, armata di qualche pistola scassata, e votata dall’inizio alla disfatta. Sulla mia maglietta abita per sempre la faccia scorbutica di Marek Edelman.
Questa è la vera attualità del 25 aprile di quest’anno, a ridosso di un grande e generoso innamoramento per la pace e la nonviolenza. I partigiani combattenti non furono "i migliori" dell’umanità loro contemporanea (magari, in certe commemorazioni di oggi, accostati senz’altro ai loro coetanei nemici saloini, in nome di una somiglianza e di una superiorità fra combattenti, un po’ come quella fra gli ultras delle curve opposte degli stadi). Non occorre far classifiche morali, fra persone che il destino ha messo a occupare posti diversi, e li hanno diversamente onorati: i militari che rifiutarono la resa a Cefalonia, o l’arruolamento per scampare ai lager tedeschi; o i civili, donne e uomini, che difesero le proprie famiglie e la propria comunità a costo di sacrifici e coraggio; i parroci che stettero fino all’estremo con le persone affidate loro. Però i combattenti, poco più che ragazzi per lo più anche loro, sono i figli per i quali un paese e la sua gente provano più amore e trepidazione, e dei quali si sentono più orgogliosi. Erano anche loro diversi e divisi, a volte scagliati gli uni contro gli altri, fedeli di religioni e illusioni diverse. Alcuni erano alieni dalla violenza, e presero le armi col cuore pesante: minoranze religiose, cattolici, valdesi, o laiche. Altri sentivano un legame necessario fra le armi e l’onore, appreso nel culto del Risorgimento o nell’educazione militare. Altri ancora erano persuasi che ci sia una violenza giusta e redentrice, e che il riscatto degli individui e delle collettività passi attraverso la sua scelta. Alcuni veneravano Stalingrado, altri veneravano Stalin. Alcuni, di quella lotta armata, fecero un dogma e un mito e un’abitudine, e stentarono a smetterla una volta venuta la Liberazione, e anzi se la portarono addosso a lungo, appena nascosta in una doppiezza rivoluzionaria, finché arrivò una nuova generazione che ne rivendicò l’eredità. La nonviolenza dei ragazzi del mese scorso – convinta quanto fragile: è così esposta la nonviolenza, a ogni emergenza! - può trattare il 25 aprile così: come la prova nobile della necessità estrema di battersi anche con le armi, e insieme come la lezione della necessità di non amarla, la violenza, né le armi, di non abituarsi loro, di relegarle all’estremo ricorso al quale un’umanità impegnata a prevenire servitù e ingiustizia, confina la chirurgia da campo. (il radicato equivoco ha appena indotto all’augurio di strenua durata di una Resistenza irachena, ahimè). In uno scenario non tanto antico – garibaldino e partigiano e zapatista e olpista e che altro ancora - c’è, alla fine di un’epopea popolare e irregolare, la deposizione delle armi dei combattenti, magari ai piedi dell’armata regolare: scena che commuove e fa indignare lo spettatore ogni volta di nuovo, di fronte all’espropriazione del valore schietto da parte del potere costituito. Bisognerà imparare a considerare quella scena come la più consolante e rallegrante: e i combattenti che depongono le armi abbiano facce ridenti, come per una compiuta Liberazione. Avrebbe potuto capitare, chissà, al "Che" Guevara, se fosse stato meno caro agli esosi dèi. Capitò alle due belle ragazze che vissero, ed ebbero per la prima volta il diritto di votare, di quelle tre della fotografia di Milano, che oggi riguardo come un innamorato.
Da alcuni anni milioni di persone si mobilitano in varie parti del mondo contro le guerre e le nefandezze del liberismo, nessun partito le organizza, nessuno le finanzia, danno voce e presenza a gente che non l'ha mai avuta, sfondano il silenzio dei media. Ha ragione Bertinotti, sono una cultura diversa, un movimento senza precedenti, prodotti da una marea di coscienze acculturate e collegate dalla rete, resistenti alla omologazione mass-mediatica. Crescono in giganteschi appuntamenti. Hanno ucciso qualcuno? Gambizzato qualcuno? Sfilato con le P38? Con slogan trucidi? Mai. La Cgil ha cinque milioni di iscritti, è una delle più potenti centrali sindacali del mondo, raccoglie lavoratori, organizza scioperi, difende (neppure a sufficienza) i diritti del lavoro. Riempie le piazze. Ha sparato su qualcuno? Invitato a farlo? Plaudito a un attentato? Mai.
D'accordo, riconosce di malavoglia il governo, ma movimenti e sindacati, denunciando questa e quella ingiustizia, si fanno «bacino di violenza». Davvero? L'Occidente è pieno di esplosioni sanguinose individuali o di gruppo, che in Italia si tingono di politica. Dove il conflitto sociale è appannato sono di più: negli Stati uniti gli omicidi sono quattro volte quelli dell'Europa. No no, dice il governo, è proprio il conflitto sociale che li produce, e chi lo enuncia gli dà corda. Il Riformista ci informa che gli sparatori sono nella Cgil a migliaia. Segio che sono invece nel movimento. Menti ansiose della sinistra raccomandano di individuarli, isolarli, ripudiarli. Non penso affatto che siano a migliaia, né che esprimano un bisogno di massa, né che stiano avvelenando il paese. Ma se anche fosse, come fanno i movimenti e sindacati a individuarli, costoro che oggi manco fanno propaganda dove passano? Chiedendo a chi si iscrive al sindacato o si affaccia in un centro sociale di mostrare il passaporto? La dichiarazione dei carichi pendenti? Domandando un'informativa alla questura? Il solo risultato è che Cgil e centri sociali, invece che essere decorati al valor civile per costruire uno spazio in un paese desertificato dalla sinistra, sono in gran sospetto.
Non basta. Se dici che questo sistema è ingiusto e la legge 30 un'iniquità, forse un ragazzo instabile o un frustrato metropolitano di mezz'età va ad ammazzare Massimo D'Antona - tecnicamente più facile che organizzare uno sciopero. Non concordi affatto con Marco Biagi, se ne deduce che suggerisci l'agguato di via Valdonica. Non imbavagli Casarini quando fa delle cazzate, non sei comprensivo con i black-bloc ma ti chiedi da dove vengano, scrivi che le Brigate rosse sono state un fenomeno politico in una certa fase politica - sei un fiancheggiatore. Se non sei contiguo con il governo o il centrosinistra, sei contiguo con chi spara.
E sono tornati i peccati di pensiero, che credevo sepolti col mio confessore degli anni trenta. Pensi e magari scrivi che senza il conflitto politico e sociale una democrazia si ammala e diventa pericolosa - sei un incorreggibile figlio del Novecento, sentina intellettuale d'Europa, culla di rivoluzioni dunque di attentati e sangue. Non hai ancora capito che lo stesso filo lega Nadia Lioce al 1917, quindi al 1848, e - perché no? - alla Rivoluzione francese, anzi al 1648 in Inghilterra e, diciamo la verità, a quel folle di Spartaco. Me lo ricordano una volta all'anno due stimati amici, Bertinotti e Revelli.
Basta. Consiglierei di raffreddare gli spiriti. Di rivedere qualche strumento retorico e qualche analisi del presente. Anche qualche album di famiglia, ognuno ha il suo. Il mio mi ha insegnato che vivo in un sistema inumano e alienante. Che la minore violenza contro un sistema violento è quella dei grandi movimenti di massa, dei sussulti storici raziocinanti. Che il conflitto sociale è una cosa seria, non si gioca fra individui né con gesti simbolici. Non apprezzo perciò chi fa l'autocritica anche per mio conto e in consonanza con i governi. Neanche se sono bravissime persone come Sergio Segio, che ha pagato colpe passate, o Adriano Sofri che di colpe non ne ha e sta in galera per una sentenza emessa a nome del popolo italiano, e dunque, ahimè, anche mio.
CHIUNQUE ha conosciuto un bambino prepotente. Penso a quel tipo di bambino che arriva al campetto di calcio con il suo bel pallone di cuoio grasso e propone di mettere insieme due squadre e una partita. Sapete, uno di quei bambini che non sopporta che non gli si passi la palla spesso, molto spesso, quasi sempre.
O, peggio, non tollera che finisca sotto di un paio di gol perché, a quel punto, si sa come finisce il pomeriggio: il bambino prepotente, rosso di rabbia, raccoglie il «suo» pallone e dichiara chiusa la partita nel deluso silenzio di tutti gli altri.
Nelle quinte del processo di Milano, Cesare Previti appare sempre più quell´arrogante bambino "proprietario" del pallone. Vuole decidere lui quando si gioca, come si gioca, chi gioca. Che sia una partita di calcetto o un processo o un confronto parlamentare o una legge dello Stato, non importa.
Decide lui chi vince e chi perde, e indovinate chi vince sempre? D´altronde, raccontano che quando, «ai bei tempi», il Nostro organizzava al Circolo Canottieri in riva al Tevere «memorabili» partite a calcetto, i giocatori sapevano che bisognava dargli la palla a ogni azione, e magari gridargli «Forza, Cesare!», «Bravo, Cesare!». Soprattutto era necessario non mandarlo mai sotto nel punteggio, mai. I malaccorti che hanno dimenticato i due essenziali precetti, dicono, non sono stati più invitati.
Come il bambino arrogante con il "suo" pallone, Cesare Previti è dannatamente sincero. Non sa rinunciare alla sua micidiale sincerità, all´energica autenticità della sua visione del mondo. Non gliene fotte nulla del gioco, dei giocatori, delle regole del gioco. Gli importa soltanto vincere, vincere, vincere, e peggio per chi non lo capisce... Il Nostro ha già dato un pubblico saggio di questa sua trasparente qualità di uomo, cittadino, professionista, eletto del popolo quando, dopo 27 mesi di dibattimento, si presentò in aula a Milano per essere finalmente interrogato.
Previti non fece nulla per nascondere se stesso, per celare a chi lo ascoltava la sua familiarità con l´illegalismo e l´opacità dei comportamenti: una familiarità così radicata, identitaria (si può dire) da non fargli più avvertire né l´illegalismo né l´opacità. In quell´occasione, Previti fu prepotentemente sincero nel non riconoscere a nessuno in quell´aula - dove capeggia il monito «La legge è uguale per tutti» - il diritto di fargli domande, di imporgli una risposta. Disse spesso, guardando con occhi di sfida verso il banco dei giudici: «A questo non voglio rispondere... Questo non glielo dico, sono affari miei...». Fu sincero quando raccontò degli arnesi illegali utilizzati in tutta una vita professionale per proteggere le sue ricchezze dal fisco. Fu sincero nel suo disprezzo per la legge o la regola.
Sembrava non sentire nemmeno in quell´occasione il peso della frode. Né finse mai di avvertirlo, in verità. Per dire, raccontò di come, per far rientrare un po´ di miliardi (3,5) di vecchie lire in Italia, manipolò una vendita fittizia di una sua villa ad Ansedonia. Senza che nessuno glielo chiedesse, informò che il maneggio (Previti lo definì «esterovestizione» ) fu opera del figlio Stefano. Non si curò di rovinare così la reputazione dell´erede perché - «sinceramente» , aggiunse - non avvertiva il dolo in quella manovra. Era roba sua, quel denaro, e ne faceva quel che voleva, quando voleva, come voleva: e al diavolo il fisco. Il «pallone» era suo, o no? E allora? Ieri Previti ci è ricascato. Per tre udienze i giudici del Tribunale hanno atteso che il Nostro, come aveva annunciato, facesse le sue «dichiarazioni spontanee». All´ennesima assenza e impedimento, hanno chiuso finalmente il dibattimento e ora resta loro soltanto di raccogliersi in camera di consiglio, valutare gli argomenti dell´accusa e le ragioni della difesa, decidere se gli imputati hanno o meno corrotto i giudici, se ci sono giudici che si sono lasciati corrompere.
La settima ricusazione del Tribunale proposta dall´eccellente imputato li ha di nuovo fermati sulla soglia della camera di consiglio mentre Cesare Previti, lontano, a Roma, all´ombra di quel Palazzo governato dai suoi amici, si è abbandonato al solito flusso verbale. Ha salmodiato la consueta litania nella convinzione che semplicemente ripetendo ossessivamente una cosa, quella cosa senza fondamento diventi vera come veri sono il giorno e la notte, vera più dei fatti che la contraddicono.
Non sono stato in grado di difendermi, si è lagnato. Hanno rifiutato di acquisire le prove che mi scagionano, ha ripetuto. Come se questo processo non durasse da tre anni (a voler dimenticare gli anni dell´udienza preliminare).
Come se, dell´affare, non si fossero occupati non solo quel giudice di Milano «totalmente privo di requisiti di imparzialità e terzietà» , ma in ogni piega altre procure (Perugia, Brescia) e Corti d´Appello e Corti di Cassazione e Corte suprema a Sezioni unite e Corte costituzionale e ispettori del Ministero della Giustizia e Consiglio superiore della Magistratura. Ma, lo si diceva, Previti è un uomo sincero e, anche ieri, l´ha detta tutta come quel bambino con il pallone.
«Io voglio che questo collegio del tribunale di Milano sia sostituito», dice Previti. Quei giudici possono dargli torto e condannarlo e il Nostro non li vuole, non vuole essere giudicato da quelli lì, ce ne vogliono altri e «sarebbe paradossale se il sistema non intervenisse» , conclude Previti. Può perdere la partita e chiede, grida che la partita sia sospesa e subito. Che cominci da qualche altra parte e che magari gli sia concesso qualche punto di vantaggio così che possa finalmente farcela. Se si giocasse al Circolo Canottieri in riva al Tevere saprebbe come rimettere a posto le cose, ma gioca fuori casa, a Milano, in un´aula di giustizia e dunque intervenga il Parlamento. Cambi le leggi, modifichi l´ordinamento giudiziario, intimidisca quei giudici se non vogliono levarsi di torno, ma faccia qualcosa il Potere perché «fatti di questo genere non devono accadere e chi li commette deve pagarne le conseguenze» .
Difficilmente Cesare Previti rinuncerà all´arrogante convinzione di essere giudicato da un giudice che non si è scelto da solo. Martedì, alla nuova udienza, invocherà allora l´impedimento parlamentare e non si presenterà.
Chiederà un rinvio. Nuova udienza, sabato 3 maggio. In quell´occasione proporrà un altro fermo in attesa dell´appello in Cassazione dell´ultima ricusazione (già valutata inammissibile dalla Procura Generale). Nuova udienza martedì 6 maggio, ma quel giorno farà in modo di essere da qualche parte a Montecitorio. Nuovo rinvio... E così di strappo in strappo, di abnormità processuale in deformità procedurale in attesa che accada qualcosa che possa interrompere il gioco che sente minaccioso nell´esito. Magari il «patteggiamento allargato» in discussione alla Camera può dare un po´ di respiro e chi sa che, con un colpo di mano, non si faccia in tempo a ripristinare l´immunità anche per i parlamentari e non soltanto per il presidente del Consiglio...
È quel che accadrà? Ora è chiaro che, mentre questo benedetto processo deve avere una giusta sentenza (quale che sia), tocca alla maggioranza politica che sostiene Previti dirgli un «basta» di dignità e decenza. Per liberare il Nostro e il capo del governo dai grattacapi giudiziari, il centro-destra ha già manomesso il codice penale, la sua procedura e minaccia ora l´equilibrio dell´amministrazione della giustizia, l´ordinamento giudiziario e, quel che più conta, il diritto fondamentale che, in tutti i tribunali, campeggia a grandi lettere nella formula: «La legge è uguale per tutti». La maggioranza ha approvato leggi (falso in bilancio, rogatorie, rientro dei capitali dall´estero), non previste dal programma di governo, che possono trasformare l´Italia in un "paradiso penale". Sono state mosse ad alto costo per l´equilibrio dei poteri dello Stato, ad altissimo costo per la credibilità internazionale del Paese. Ora può bastare. Qualcuno spieghi a Previti che deve tornarsene casa con il "suo" pallone perché la partita continua. Secondo le regole del gioco.
Non solo difende Nogaro dagli attacchi «sconsiderati» subiti in questi giorni, ma è anche convinto che il monsignore degli immigrati e dei poveri, interprete autentico di Wojtyla, ha fatto bene a dire ciò che ha detto. «Non è forse questo - annota il filosofo Massimo Cacciari, che il vescovo di Caserta lo conosce bene - il destino dei cristiani, essere pietra di scandalo, motivo di contraddizione?». Durissimo invece il giudizio sull’omelia del cardinale Ruini, antagonista dichiarato della chiesa pacifista: «Ruini confonde e mischia pericolosamente le due dimensioni, politica e religione: che poi è lo stesso motivo per cui critichiamo l’Islam».
Il vescovo di frontiera, ancora una volta, sotto accusa...
«Non è la prima volta e non sarà l’ultima. E tutto a causa del modo in cui interpreta il suo ruolo, che in fondo è il modo che dovrebbe accomunare tutti i cristiani. Dice cose scomode, e fa bene. E in questo caso cose più che giuste».
Ma quelle bare andavano benedette, no?
«Certo che andavano benedette, e certo che il prete deve benedire le salme di quei poveri soldati. Il vescovo di Caserta ha detto, e io sono completamente d’accordo con lui, che non vanno benedette le armi. Vogliamo scherzare? Qui si ritorna alla teoria delle guerre giuste, alla Chiesa che giustificava l’uso della violenza...».
Nogaro sembrava preoccupato da quelle teorie poi rese esplicite dall’omelia di Ruini intorno all’intervento militare in Iraq.
«Ruini ha rovesciato completamente la prospettiva sulla guerra portata avanti in questi anni dal Papa, e condivisa appieno dal vescovo di Caserta. È una cosa di estrema gravità perché cancella di fatto il ripudio assoluto dell’intervento in armi che era stato fatto proprio dalla Chiesa nella sua interezza».
Nell’omelia Ruini ha sposato con forza la tesi di chi crede che l’Italia non deve ritirare le sue truppe...
«Ruini doveva benedire i morti, e non entrare nel merito di una questione prettamente politica. Personalmente sono convinto che non ce ne dobbiamo andare, adesso. Ma questo non significa che approvo ciò che ha detto. Il discorso di Ruini è un oggettivo arretramento su posizioni inaccettabili, su posizioni che legittimano l’interferenza della religione nelle scelte politiche, un metodo per cui si accusano l’Islam e gli integralisti».
Farebbe lo stesso discorso se Ruini avesse detto che l’Italia doveva ritirare il contingente?
«Anzi forse lo avrei disapprovato anche di più. Sarei stato in quel caso in disaccordo anche nel merito politico, e rimarrebbe intatta la disapprovazione sul metodo».
Che succederà adesso a Nogaro?
«Niente, credo. Non si farà amareggiare più di tanto dalle miserie di un ceto politico che tenta di capitalizzare l’emozione e il dolore del paese. Lui, sincero e onesto, è in pace con il suo Dio».
ROMA - «Berlusconi sta lacerando il tessuto connettivo della democrazia. Serve un’azione di contrasto sempre più forte e determinata da parte del centrosinistra, che deve ritrovare le ragioni dell’unità». Sergio Cofferati rilancia il suo allarme: preoccupato dalle ultime «pericolose spallate del presidente del Consiglio», l’ex leader della Cgil chiama l’opposizione a una «forte assunzione di responsabilità, a partire dalle prossime consultazioni elettorali». Compreso il referendum per l’articolo 18, sul quale finalmente annuncia in modo ufficiale la sua posizione: «Non andrò a votare».
Cofferati, cosa la preoccupa nelle ultime prese di posizione del premier?
«Mi preoccupano, anche se non mi sorprendono, i gravissimi attacchi che il premier sta muovendo contro le istituzioni. L’avevo detto dopo il voto del 13 maggio 2001, e oggi ne ho la conferma: Berlusconi non è la Thatcher, ma è una miscela molto più pericolosa».
Che basta, secondo lei, per gridare al "regime", come dice Rutelli?
«Io l’ho sempre sostenuto, anche quando altri non ne erano convinti. Siamo in una situazione grave e delicata, che è il frutto di strappi continui e che ora, dopo gli ultimi sviluppi giudiziari, subisce un’accelerazione drammatica. Lo confermano le frasi gravissime e inquietanti pronunciate da Berlusconi a Udine. Siamo in presenza di una crisi istituzionale che non ha precedenti, e che si sviluppa su due fronti. Il primo fronte è quello internazionale: il premier, alla vigilia del semestre di presidenza italiano della Ue, getta fango sulle istituzioni europee che l’Italia rappresenta attraverso il presidente della Commissione di Bruxelles e il vicepresidente della Convenzione. Il secondo fronte è quello interno: il premier muove all’attacco del presidente della Repubblica, ignorando i suoi moniti ed anzi rivolgendogli contro un atto di evidente ostilità attraverso il rilancio del presidenzialismo».
Il Cavaliere obietta: è mio diritto ricostruire i fatti della vicenda Sme, in tutte le sedi in cui mi è possibile. Non vorrà negargli questo diritto.
«Berlusconi, con la sua offensiva giudiziaria, ha provocato e sta provocando un’ulteriore, gravissima caduta di credibilità internazionale del nostro Paese. Con il risanamento degli anni '90, e poi l’aggancio alla moneta unica di Maastricht, il Paese aveva compiuto uno straordinario passo avanti, che gli aveva ridato lustro e aveva rafforzato il suo tessuto democratico: era uscito dalle macerie di Tangentopoli e aveva ripreso il controllo della sua finanza pubblica in un quadro di grande consenso sociale. Oggi quel patrimonio di credibilità è stato dilapidato. Basta leggere i commenti dei più autorevoli osservatori internazionali, per rendersene conto».
C’è anche chi osserva che Prodi non avrebbe dovuto reagire, dichiarandosi "indignato" dopo la comparsata televisiva del premier ad "Excalibur".
«Ci manca solo questa. Che si impedisca ad un cittadino di manifestare la propria indignazione, di fronte ad uno spettacolo indegno come quello che abbiamo visto venerdì sera. L’osservazione di Prodi è del tutto condivisibile. Ed è stravagante l’idea di chi mette sullo stesso piano azione e reazione. C’è stato un vulnus istituzionale gravissimo prodotto dal presidente del Consiglio, e subito ci si affretta ad occultarlo, mettendo sullo stesso piano la legittima replica di chi quel vulnus lo ha subito in prima persona. Una pratica inaccettabile, che nasce dalla mancata soluzione del conflitto di interesse».
Che c’entra il conflitto di interessi?
«Berlusconi sta lacerando il tessuto connettivo della democrazia, garantito dalle norme costituzionali. Questo avviene per effetto della saldatura tra due azioni altrettanto devastanti. Da una parte c’è l’attacco sistematico a uno dei poteri fondamentali dell’ordinamento, la magistratura, che nasce dall’esigenza di piegare l’indipendenza dei giudici agli interessi privati del premier e di alcuni suoi alleati. Usando strumentalmente il principio sacrosanto secondo il quale tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge, si punta invece a creare una zona franca di impunità riservata solo a pochi eletti. Dall’altra parte c’è l’uso monopolistico della comunicazione, che viene attivata a proprio piacimento per sovvertire mediaticamente lo stato delle cose: è così che l’accusato diventa accusatore, il condannato diventa perseguitato».
Non è esagerato parlare di "lacerazione del tessuto democratico"?
«Non trovo una definizione diversa, di fronte al seguente fenomeno: c’è un presidente del Consiglio che (per interesse personale) vuole togliere ai cittadini il diritto di essere giudicati da una magistratura autonoma e indipendente, e che nel contempo (in forza del suo strapotere mediatico) sottrae loro anche il diritto al pluralismo dell’informazione. Così si priva una democrazia dei fondamenti del vivere civile, sanciti dalla Carta costituzionale».
Non si potrebbe sciogliere questo nodo con l’immunità o con la proposta Maccanico, che prevede la sospensione dei processi per le alte cariche?
«Considero gravissime entrambe le proposte. Chi ha compiti di rappresentanza politica non deve essere protetto da privilegi legislativi: la sua unica, vera "protezione" è costituita dalla sua storia, dalla sua credibilità, dalla sua trasparenza. Da questo punto di vista, è giusto che l’opposizione non si presti ad alcuna forma di dialogo con la maggioranza. Né sul lodo Maccanico, né su altre ipotesi che nascondono solo l’obiettivo di arrivare all’impunità».
Se le cose stanno così, come si esce da questa emergenza? Trasformando l’Ulivo in un Comitato di Liberazione Nazionale?
«Io credo sia necessaria, in questo momento, un’azione di contrasto da parte del centrosinistra, sempre più ferma e determinata. Oggi il problema non è il confronto sulle riforme, che come i fatti dimostrano è impensabile. Semmai è quello di mantenere le condizioni elementari perché eventuali cambiamenti siano ancora possibili in futuro. Dobbiamo difendere la Costituzione attuale, contro le continue aggressioni di chi la vuole snaturare. E l’opposizione deve farlo subito, in Parlamento e nella società civile, rilanciando l’unità del centrosinistra a partire dalle prossime consultazioni elettorali».
Lei è un po’ velleitario, visto che proprio sul referendum per l’estensione dell’articolo 18 si profila una resa dei conti a sinistra. A questo proposito, Cofferati, per lei è il momento di gettare la maschera. Ha taciuto fin troppo, su questa delicatissima sfida elettorale.
«Il referendum è stato un grave errore. Io resto convinto che sia tuttora indispensabile difendere ed estendere i diritti, nella cittadinanza e nel lavoro. Ma il mercato del lavoro è composto da figure che hanno profili, diritti e tutele diverse tra loro. Estendere e modulare i diritti, com’è giusto e necessario, richiede strumenti complessi e differenziati, che non possono che essere introdotti per via legislativa. Solo la legge consente una pluralità di interventi».
D’accordo. Traduca tutto questo in una scelta di voto. Sì o no?
«C’è un percorso logico da seguire, per arrivare alla risposta. Oggi sono un semplice cittadino, ma per me la proposta normativa più adeguata resta quella presentata al Parlamento dalla Cgil, per la quale abbiamo raccolto 5 milioni di firme. Data questa premessa, veniamo alle scelte possibili. Prima scelta, il no. Se dovessero prevalere i no all’estensione dell’articolo 18 nelle imprese con meno di 15 dipendenti, questo equivarrebbe di fatto alla negazione dell’esistenza del problema dell’estensione e della modulazione dei diritti: per me sarebbe un grave errore, perché quel problema esiste eccome. Seconda scelta, il sì. Se dovessero prevalere i sì, fallirebbe l’obiettivo per il quale mi sono battuto, cioè una nuova legge per l’estensione e la modulazione dei diritti: il sì non creerebbe alcun vuoto legislativo, del resto agli stessi promotori del referendum una nuova legge non è mai interessata, né l’hanno mai proposta. Ma il quadro normativo che ne discenderebbe sarebbe sostanzialmente inapplicabile: è noto a tutti che le condizioni organizzative e i rapporti di lavoro nelle piccole e piccolissime imprese sono oggettivamente diversi da quelle più grandi. Inoltre resterebbe irrisolta la questione delle tutele per il nuovo lavoro, quello più debole, rappresentato dai para-subordinati e dai collaboratori coordinati e continuativi».
Conclusione? Che farà il 15 giugno il cittadino Sergio Cofferati?
«Non andrò a votare».
Cioè fa come Craxi, e dice agli italiani "andate al mare"?
«Io non andrò al mare e non farò appelli all’astensione. La mia è una scelta personale, consapevole e attiva, e pienamente in linea con i diritti della Costituzione, che non per caso individua un quorum. Non voglio scoraggiare la partecipazione dei cittadini al voto. Agli italiani io non dico niente, ma so che i cittadini sanno scegliere, come hanno dimostrato in precedenti consultazioni referendarie: non votando quando hanno considerato irrilevante il quesito, o votando quando invece gli appariva significativo».
Quindi lei non condivide la scelta del suo successore Epifani, che ha attestato la Cgil sulla linea del sì?
«Ho troppo rispetto per l’autonomia dell’organizzazione alla quale sono iscritto, per formulare giudizi. Constato solo che la mia opinione è diversa».
Lei si rende conto che questi contorcimenti nascono dalla contraddizione della sua battaglia per l’articolo 18, inteso come "diritto assoluto di cittadinanza", e non come semplice "forma di tutela"? Bertinotti è partito da questa sua contraddizione, per tirare addosso al centrosinistra la sua bomba intelligente.
«Mi è chiaro l’intento di Bertinotti: dividere un fronte che era unito, ed era larghissimo. Quanto alla mia presunta contraddizione, resto convinto che l’articolo 18 sia un pilastro dal quale non si può prescindere, modulato sulla dimensione e l’organizzazione delle imprese: questo è giusto oggi come nel 1970, quando non a caso il legislatore fissò la soglia dei 15 dipendenti. E’ un diritto da declinare con forme opportune. La legge attuale riconosce, la proposta di legge della Cgil lo rafforza e lo rende universale, mentre il referendum lo cancella».
Ma fu lei che portò al Circo Massimo 3 milioni e mezzo di persone, per difendere quel diritto. Da domani lei avrà il plauso dei riformisti dell’Ulivo, ma correrà il rischio che molta, tra la sua gente, non capisca il suo "non voto", e lo consideri un tradimento rispetto alle battaglie di questi mesi.
«So che la mia scelta incontrerà dubbi e critiche. Ma correrò il rischio, perché la ritengo giusta e perché credo nell’etica delle responsabilità».
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«Espropriando i poteri di vigilanza della Banca d´Italia il governo ha in mente un’operazione bulgara, per portare anche il settore del credito sotto il suo totale controllo. Un governo che in materia di diritto societario non ha lavorato né per modernizzare il capitalismo italiano, né per migliorare la tutela del risparmiatore. E’ lo stesso esecutivo che interviene sul settore dell’informazione in pieno conflitto d’interessi, aziendale e patrimoniale, con il presidente del consiglio che non legge neppure le osservazioni del capo dello Stato e ignora le regole antitrust dell’Unione Europea». Guido Rossi un decennio fa dovette occuparsi del salvataggio Ferfin-Montedison: un crac da 28.000 miliardi di lire con sullo sfondo Tangentopoli, le spericolate piraterie finanziarie di Raul Gardini sulla Borsa di Chicago, il crollo industriale della chimica italiana. Oggi Guido Rossi osserva con preoccupazione che quella lezione non è servita, e che il capitalismo italiano non è migliorato.
Nel gigantesco "buco" Parmalat colpisce la sovrapposizione della finanza derivata e delle società offshore su un’azienda dal mestiere industriale molto semplice.
« Il vizio d’origine è quello di un capitalismo straccione, familiare o di Stato, che scopre tardivamente gli strumenti più sofisticati del capitalismo finanziario americano. Strumenti nati per coprire il rischio, e trasformati perversamente nella massima fonte di rischio. Quando questo capitalismo pre-moderno viene immesso nel circuito delle grandi banche italiane e straniere che giocano a vendere prodotti finanziari esotici e a incassare commissioni, il disastro è inevitabile. Purtroppo mi aspetto che ce ne siano altri».
Si evocano grandi scandali stranieri ? Enron in America, Vivendi in Francia, Ahold in Olanda ? quasi a dire: il male è universale, quindi non c’è una patologia italiana.
« Invece la differenza tra noi e loro è sostanziale. Enron, Vivendi, Ahold: nessuna era un’impresa a carattere familiare. L’inquinamento è ancora più pericoloso in un paese come l’Italia che non ha strutture finanziarie evolute, non ha regole né strumenti di controllo adeguati, mescola gli yogurt, i derivati, e le società offshore alle isole Cayman. I mali del capitalismo americano ed europeo non vanno certo sottovalutati, ma noi ne soffriamo anche di altri: siamo un paese che non cerca la modernità, ma annusa in fretta l’ultima moda, confondendo l’una con l’altra».
In fatto di conflitto d’interessi le nostre banche hanno appreso tutto il peggio da quelle americane. Si scopre che qualche istituto di credito italiano, dopo aver curato il collocamento dei famigerati bond Parmalat, li ha rifilati ai clienti-risparmiatori, ignari naturalmente dell’operazione-Parmalat.
« Su questi episodi vergognosi si gioca purtroppo tutta la credibilità del sistema bancario italiano. Alcuni istituti di credito paiono avere responsabilità gravissime, il risparmiatore ha ragione di sentirsi beffato e indifeso».
E allora è ineludibile la questione della vigilanza: dov’era la Banca d’Italia? Perché non ha visto nulla? A che cosa serve uno strumento come la centrale dei rischi, che è a disposizione della nostra banca centrale proprio per sorvegliare la posizione debitoria delle imprese?
« Non c’è dubbio che il governatore Fazio debba dare delle risposte con la massima trasparenza, soprattutto a fugare l’impressione che la Banca d’Italia si sia occupata molto dei giochi di alleanze, matrimoni e fusioni, cioè degli assetti di potere nel sistema creditizio italiano, e non abbastanza dell’integrità del sistema. Sono insufficienti gli strumenti a disposizione? Mancano del tutto? Oppure non sono stati adeguatamente utilizzati? Il risultato è che oggi noi abbiamo banche quasi ipertrofiche, più grandi delle nostre imprese industriali, gonfie di liquidità e di crediti inesigibili. Ma poi scoppia il caso-Parmalat e a cosa serve avere questi mastodonti bancari?».
Dunque è giusto indagare sulle responsabilità di tutti gli organi di controllo, dalla Consob alla Banca d’Italia, senza tabù?
« E’ doveroso, anche perché le mogli di Cesare debbono essere al di sopra di ogni sospetto. Purché la ricerca dei responsabili non diventi tuttavia una caccia al capro espiatorio. Questa è una crisi sistemica che richiede risposte alte, una azione che aggredisca le cause dell’arretratezza italiana. Purtroppo questo governo ha agito finora nella direzione opposta: la sua riforma del diritto societario, per esempio, ha allargato la possibilità di emettere titoli di ogni tipo. Si sono estese al mercato italiano le libertà finanziarie di sistemi avanzati come quello americano, senza rafforzare tutele e controlli, come invece questi sistemi hanno prontamente messo in atto. E’ chiaro che, abolito di fatto il reato di falso in bilancio e in assenza di qualsivoglia deterrenza, tutti in Italia si sentono ormai liberi di qualunque manipolazione. Per lo stesso reato il legislatore americano dopo il caso Enron ha portato la pena detentiva da cinque a vent’anni».
Il Financial Times ha ricordato che in fatto di società offshore, l’azienda che fa capo al presidente del Consiglio ha fatto scuola?
« Sì, è un bell’esempio davvero, dalle Bermuda alle Cayman. Perciò ho il forte sospetto che la volontà politica non sia quella di compiere una vera pulizia del sistema. L’attacco alla Banca d’Italia può infatti nascondere il progetto di abolire l’autorità indipendente per sostituirla con un organo che risponda di fatto al potere politico. Torneremmo indietro ai tempi in cui il sistema bancario veniva diretto da qualche ministero. E’ un’epoca che ricordo troppo bene per nutrire nostalgia di quelle soluzioni. Tanto più se a dirigere le banche deve essere un governo che sta seduto su un conflitto d’interessi gigantesco - come ha sottolineato lunedì Eugenio Scalfari - in una fase in cui il presidente del Consiglio concentra poteri senza eguali nelle democrazie occidentali, legifera tranquillamente in favore del proprio impero aziendale e sul proprio patrimonio familiare, e ignora platealmente le osservazioni del presidente della Repubblica su materie attinenti alla Costituzione».
Prima che Ciampi rifiutasse di firmare la legge Gasparri, lei in un’intervista a Repubblica aveva sottolineato che quella legge è contraria ai principi europei in materia di antitrust e pluralismo dell’informazione. Il capo dello Stato sembra condividere la sua valutazione. Ma ieri il commissario europeo alla concorrenza, Mario Monti, è parso più cauto, quasi a indicare che il settore dell’informazione resta per lo più sotto la competenza dei governi nazionali.
« Le affermazioni del commissario Monti mi hanno sorpreso, anche perché solitamente le sue posizioni mi paiono condivisibili. In questo caso, invece, egli sembra aver trascurato le indicazioni tassative e precise della direttiva quadro del 2002/21. Da un lato essa definisce il pluralismo dell’informazione come un obiettivo di interesse generale. D’altra parte afferma che questo pluralismo va perseguito assicurando che vigano le condizioni di una concorrenza leale ed effettiva. Varrebbe la pena di citare la direttiva per intero, ma basti il solo "considerando" numero 25, che precisa che «la definizione di cui alla presente direttiva è equivalente alla nozione di posizione dominante enucleata dalla giurisprudenza della Corte di Giustizia e dal Tribunale di 1? grado delle Comunità Europee». Le regole dell’antitrust europeo, quindi, si devono applicare pienamente anche nel settore dell’informazione. Non è dunque un problema di forma né di ambiguità. Pluralismo televisivo significa allora rispetto della concorrenza».
Quindi lei resta del parere che alle obiezioni del presidente della Repubblica non si può rispondere con un’operazione di cosmesi, che lascerebbe immutata la posizione dominante nell’informazione televisiva in capo all’azienda di Silvio Berlusconi.
« Le osservazioni di Ciampi vanno lette molto sul serio. Non ci sono margini per elusioni, equivoci o furbizie. Nessuna cosmesi leggera può salvare una legge indifendibile come la Gasparri».
I TITOLI di prima pagina dei giornali di ieri erano molto eloquenti nella loro concisione; tutti, senza eccezioni, informavano i loro lettori del fatto più rilevante della giornata: il lavoro è diventato più flessibile. Attorno a questo evento - che con assai dubbio gusto il governo ha battezzato col nome di Marco Biagi - si è levato un coro di osanna, reciproche felicitazioni, battimani, richieste di bis che, sommate alla buona notizia del giorno precedente sul ribasso di mezzo punto del tasso ufficiale europeo e al fermo proposito di tutta la maggioranza di affrontare entro settembre il tema del taglio delle pensioni, ha fatto passare in seconda linea perfino l’eterna rissa sui processi Previti e sul lodo Berlusconi, fatto eccezionale che non accadeva da almeno un mese. Non c’è alcun motivo di stupirsi di questa quasi unanimità del coro mediatico (dico «quasi» poiché l’eccezione a conferma della regola l’ha data proprio Repubblica pubblicando un commento di Luciano Gallino, uno studioso di prim’ordine del mercato del lavoro, con un titolo "scandaloso" che suonava "L’occupazione usa e getta"): qui da noi la grande stampa nazionale e regionale e il monopolio televisivo Mediaset-Rai non sono altro che la protesi culturale, diciamo così, dei poteri forti; per cui una maggiore flessibilità del lavoro, un dilagare di figure contrattuali che avranno come conseguenza la polverizzazione del mercato del lavoro, lo sfarinamento delle rappresentanze sindacali e un’ondata di precariato diffuso a tutti i livelli e in tutte le dimensioni produttive, non possono che essere salutati come fenomeni altamente positivi e incoraggianti per le «magnifiche sorti e progressive» dell’azienda Italia.
Non un dubbio, non un «ma», non un attimo di esitazione ha mitigato l’entusiasmo dei coristi. Il ministro del Welfare si è addirittura arrischiato ad affermare che il decreto sulla flessibilità provocherà una potente spinta verso la stipula di contratti a tempo indeterminato, che è come sostenere che luglio sia il mese più freddo dell’anno. Il presidente della Confindustria dal canto suo ci ha informato gonfiando il petto per la soddisfazione che a causa di questa svolta tutta l’Europa ci invidia; una frase che richiama alla memoria il buon tempo antico quando i treni arrivavano in orario e il popolo armato di vanghe vinceva ogni anno la battaglia del grano sotto la stupefatta ammirazione degli stranieri. Quando sento dire che all’estero siamo invidiati, non so perché, ho la triste certezza che c’è qualcosa di profondamente sbagliato in quello che stiamo facendo. Sarà così anche questa volta?
Giorni fa, conversando su questo giornale con Tommaso Padoa-Schioppa, affrontammo un tema che è al centro delle preoccupazioni di tutte le persone responsabili: il declino dell’economia italiana e le ragioni che lo determinano.
Il mio interlocutore, cui non manca né l’esperienza né la dottrina, sosteneva che lo sviluppo economico e sociale di una comunità si basa soprattutto sull’innovazione e sullo spirito imprenditoriale che ne valorizza gli esiti e ne diffonde i benefici. Quando manca la disposizione a innovare, gli stimoli alla crescita sono affidati a pratiche di basso profilo e di breve portanza: basso costo del lavoro, fiscalità massicciamente evasa, ripetute svalutazioni della moneta, livello elevato d’inflazione.
Questa via allo sviluppo incoraggia produzioni con basso valore aggiunto e non è più sostenibile in un mondo globale dove esisteranno sempre paesi enormemente più convenienti sul piano della fiscalità, del precariato, dei bassi salari e di un sistema di tutele a somma zero.
Le ragioni del declino italiano sono queste, concludeva Padoa- Schioppa: uno sviluppo che si affida allo sfruttamento, al sommerso, alla moneta facile, alle produzioni di bassa qualità, senza puntare sulla ricerca, sui nuovi prodotti, sulla qualità eccellente, sulla stabilità del cambio estero e della pubblica finanza.
Quando eravamo giovani chi studiava economia si cimentava con la teoria del commercio internazionale e dei costi comparati in un sistema di libero scambio, ma ho la sensazione che quel tipo di analisi sia caduto in desuetudine. Eppure mai come ora sarebbe necessario porsi il problema della divisione internazionale del lavoro e della combinazione ottimale dei fattori della produzione.
In questo quadro la flessibilità del lavoro aiuta, a patto che non trasformi la forza-lavoro in una massa di sradicati, che non faccia a pezzi i percorsi professionali e le relative carriere, che non lasci il singolo prestatore d’opera a tu per tu con l’ufficio legale d’una grande impresa o d’un intermediario o d’un caporale. È vero, Marco Biagi ci credeva alla bontà non solo economica ma sociale d’un mercato del lavoro modellato sulle richieste d’una impresa moderna che certo, e per fortuna, non è più quella delle catene di montaggio. Credeva che quel modello sofisticato sviluppasse dentro di sé gli anticorpi che avrebbero eliminato i molti virus insiti nella flessibilità in entrata e in uscita.
A volte nella vita si scommette e questa è una scommessa delle più azzardate. Avrebbe dovuto almeno essere accompagnata da un completo sistema di tutele e di ammortizzatori sociali, ma non ce n’è neanche l’ombra. La verità è che se le aziende faranno largo ricorso all’occupazione «usa e getta», la presenza pubblica nei corsi di formazione, nell’istituzione del salario minimo sociale, nel sistema della previdenza che copra i periodi in cui il lavoratore cessa di essere «usato» e viene invece «gettato», dovrebbe fortemente aumentare ed essere sostenuta da risorse adeguate. Ma quelle risorse non ci sono e per il poco che ci sono vengono allocate altrove.
La conseguenza è che la flessibilità disegnata dal decreto delega di Maroni è una flessibilità da pezzenti (il termine forse è un po’ crudo ma corrisponde alla realtà) della quale usufruiranno soprattutto gli immigrati e quella parte dei lavoratori nazionali che accetteranno di farsi emigrati in patria.
Crescerà una generazione furba e dura, egoista e ansiosa, nevrotica e malvissuta. Se ne vedono già le folte avanguardie, America in testa. Qui da noi siamo appena al principio.
***
Continuo a domandarmi da qualche giorno come mai nel coro mediatico dei grandi network e della grande stampa d’informazione questi temi non siano debitamente affrontati. Naturalmente non mancano le voci che sfuggono al coro e che, se non altro per dovere deontologico di completezza, vengono registrate. Ma non avviene quasi mai che attorno a esse si sviluppi un’ipotesi alternativa, un’intensa campagna di stampa, insomma un "contro-coro" di pari forza di quello abituale.
Mi ponevo questa domanda anche sollecitato da un fatto né secondario né banale, accaduto proprio nelle scorse settimane: le dimissioni di Ferruccio De Bortoli dalla direzione del Corriere della Sera. Misteriose dimissioni, è il meno che si possa dire, perché il protagonista della vicenda le ha blindate con la motivazione delle «ragioni private», con la stanchezza d’una funzione esercitata per oltre sei anni e resa più difficile dalle frequenti pressioni del potere politico, del resto effettuate alla luce del sole.
Probabilmente De Bortoli ha voluto rendere un ultimo servigio al suo giornale coprendo una proprietà meno compatta di quanto sia voluta apparire; probabilmente una parte di quella proprietà ha deciso, d’accordo col dimissionario, di giocare d’anticipo e insediare un successore potabile quando ancora era possibile farlo: si tratta di ipotesi verosimili, che restano tali e sulla soglia delle quali ci si deve obbligatoriamente arrestare.
Ma resta un problema: perché mai un governo di centrodestra, che si dipinge in ogni occasione come il corifeo dei valori liberal-democratici, mette sotto accusa e attacca come traditore di quei valori un giornale che ha fatto del "terzismo", dell’equidistanza tra le parti politiche in conflitto, della tecnica pesata col bilancino di un colpo al cerchio e uno alla botte, la sua divisa e la sua funzione?
Un governo liberal-democratico di centrodestra avrebbe dovuto essere ben lieto che ci sia in Italia un giornale come il Corriere. Quante volte quel giornale ha sostenuto in questi due anni ma anche prima dal '94 in poi, le iniziative del Polo, del suo leader, dei suoi luogotenenti, e quante volte - dovendo segnalarne gli errori più macroscopici - non ha contestualmente evocato anche gli errori della sinistra, quasi che schierarsi senza riserve e sia pure con valide ragioni significasse abdicare all’ossessione dell’equidistanza come valore in sé?
Invece no. Il direttore del Corriere si sarà pur dimesso per ragioni private, ma resta il fatto che il presidente del Consiglio era stufo - e l’aveva pubblicamente dichiarato - di vederlo ancora a quel posto. Fatto: De Bortoli non c’è più, andrà a presiedere i libri della Rizzoli.
Bisognerebbe ragionare a lungo sul "terzismo" del Corriere della Sera ma questo non è il luogo e lo spazio è tiranno. Qualche cosa però si può dire.
Come ogni grande giornale, tanto più quando la sua storia sia iniziata 127 anni fa, il Corriere ha un suo Dna, una sua identità, dei valori ai quali dà voce e immagine. Quei valori sono piuttosto liberali che democratici; del resto il personaggio-chiave che sta all’origine di questa identità si chiamava Luigi Albertini, liberale conservatore, grande organizzatore editoriale, espressione diretta della borghesia imprenditoriale lombarda.
L’impronta è quella e ad essa il Corriere ha sempre tenuto fede, perfino sotto il fascismo, quando Albertini era ormai stato relegato nella sua Torrimpietra: i valori della borghesia e dell’impresa, liberali finché si può, grandi borghesi sempre e comunque.
Chi conosca bene la storia di quel giornale sa che la sola vera rottura di questa linea di «basso continuo» la fece nel 1972 Piero Ottone e sapete come? Pubblicò un’inchiesta molto ben fatta e del tutto inusitata, anzi inaudita, di Giuliano Zincone sulle morti bianche, cioè sugli incidenti mortali che colpivano con grande frequenza i lavoratori a causa delle scarsissime provvidenze sulla sicurezza del lavoro.
Inaudito: Ottone affrontava per la prima volta e senza remore un argomento tabù. Il suo Corriere fu diverso dalla serialità; "terzista" anche lui in politica, ma aperto alla verità anche a costo dello scandalo (mi permetto di ricordare che nelle commemorazioni storiche che quel giornale fa di se stesso Ottone non viene quasi nominato; Indro Montanelli, non potendo più sopportare la linea ottoniana, dette poi vita nel '75 ad una clamorosa scissione e fondò il Giornale).
Lo scandalo Ottone ebbe vita breve: fu soffocato quando la P2 di Tassan Din si impadronì della proprietà. Poi, passata quella tempesta, il Corriere tornò nel solco del giornale grande-borghese, liberale quando l’evidenza lo impone. "Terzista"? Su molte cose sì, sui valori dell’impresa nell’accezione lombarda del termine, no: lì il Corriere è schierato. Il salario visto come variabile indipendente è una bestemmia, il profitto no, il profitto è la variabile cui tutto il resto deve modellarsi.
Il tradimento di De Bortoli, i cui valori di riferimento sono simili a quelli del centrodestra, è stato di voler essere anche liberale, sulla riforma della giustizia, sui processi Previti, sulla guerra irachena.
«On n’est trahi que par les siens». Per questo, credo, ha fatto fagotto. Ha fatto un bel giornale. Auguri al suo successore.
Ad alcuni lettori queste mie riflessioni sul Corriere della Sera potranno sembrare una digressione, ma se leggeranno con attenzione si accorgeranno che il tema è strettamente pertinente a quello del coro intonato da 48 ore per celebrare la nuova flessibilità del lavoro. Ce la invidiano anche all’estero, parola di D’Amato. Che si vuole di più?